Donne dentro

 

Quel senso della pena tra il “dentro” e il “fuori”

In carcere, dopo l’indulto e dopo aver tratto un sospiro di sollievo per gli spazi che si sono allargati, si ha la sensazione che non ci sia più niente da aspettarsi, e c’è come l’ansia di capire se si può dare un senso diverso alla pena, prima che le celle tornino a riempirsi. Ne abbiamo parlato alla Giudecca, e un po’ però ci dispiace che al centro della discussione ci sia quasi solo il difficile passaggio dal dentro al fuori, e quelle misure alternative tanto inseguite e poco raggiunte. Ma questo ha in testa, soprattutto, chi sta in galera, e bisognerà pur parlarne, prima o poi…

 

(Incontro avvenuto nel mese di gennaio 2007)

 

a cura della redazione della Giudecca

 

Sonia: È difficile parlare di cosa è la rieducazione se a settanta giorni dal fine pena ti vedi rifiutare il primo permesso premio. Sono due anni che sono qui, tre me li ha tolti l’indulto, dei cinque a cui ero stata condannata per reati del 1995. A me sembra abbastanza incredibile che la Giustizia mi abbia fatto aspettare dieci anni per punirmi, oltretutto senza andare a vedere se avevo commesso altri reati, e io non ne ho commessi, e adesso mi viene a dire che non c’è stato ancora  il tempo per fare un percorso rieducativo. Se si pensa che per il processo d’appello ho aspettato otto anni, beh non è facile credere molto al senso della pena. E poi quale pena?

Luisa: Io ho già fatto due anni e nove mesi, e mi manca ancora un anno e mezzo, senza indulto perché io non l’ho preso. E immagino che non prenderò nient’altro, guarda oggi non sono nemmeno in vena di parlare, non mi aspetto proprio nulla.

Natasha: Anche su questo, però, ti vengono dei dubbi, sulle pene, perché è sempre brutto fare paragoni, però pensare che il reato di Luisa, il traffico di droga, sia più grave, che ne so, dell’infanticidio, beh qualche dubbio te lo lascia, no? Questa idea che ci siano delle categorie di reato, di cui alcune totalmente escluse dall’indulto, altre escluse dai benefici, è difficile da accettare. Io ho fatto quattro anni e due mesi di carcere, mi mancano tre anni, ma per come è stata la mia condanna fatico a trovare un senso alla Giustizia così come l’ho vissuta io. E parlo di me perché sono stata condannata in contumacia, su dichiarazione di pentiti, per spaccio, per reati commessi a Milano, Bergamo e altrove... Da notare che a Milano sono stata, ma a Bergamo non sono mai, dico mai andata e ad “altrove”…

Cristina: Io invece mi guardo intorno e a vederci tutte qui, con quasi nessuna che esce anche se è nei termini, qualche dubbio ce l’ho sulla pena che rieduca. Non pretendo certo che ci mandino tutte in permesso, ma visto che l’indulto ce l’hanno dato, non vorrei che lo considerassero un beneficio… Qui a Venezia ci sono senz’altro tante attività dentro, dove ti puoi impegnare, puoi imparare, puoi lavorare e anche, per esempio per le straniere, aiutare economicamente i tuoi cari, però poi quando cominci a intravedere la possibilità di iniziare un percorso verso il fuori, ti casca tutto addosso, è tutto così faticoso che poi finisci per perdere interesse anche per le attività qui dentro…

Ornella: È di questo che vorrei si riuscisse a parlare: che senso ha la pena, se non è comunque proiettata verso l’esterno, verso il ritorno nella società?

Sonia: È questo il fatto, io lavoro qui dentro, ma mi sento sempre meno motivata, non riesco a trovare un senso a quello che faccio, e c’è poco da dire che uno le cose le dovrebbe fare per sé, non per ottenere qualcosa di particolare: ma se stai in galera che significato dai a queste giornate, come fai a non sentirti demotivata, a non avere la sensazione di girare a vuoto, ad arrivare a sera con l’impressione di aver buttato un altro giorno? Finisce che sto qui a gironzolare, a leggere, a cazzeggiare, insomma non riesco a concentrarmi e a credere in niente.

Cristina: È vero però che ti possono dire che non devi dimostrare niente a nessuno, ma devi interiorizzare, devi cercare di sentirti dentro questa esigenza di cambiamento. Ma è un discorso che non fa i conti con la galera, e con l’istinto che ognuno di noi ha di ritornare in libertà e riprendere una vita che possa chiamarsi tale.

Ornella: È evidente che siamo tutte persone, con i loro limiti e le loro difficoltà. Se tu sei dentro un carcere, e devi dare un senso alla tua vita, un conto è se tu vedi un percorso con una progressione verso la libertà, un conto è se ti vedi chiusa e basta. Per quanto tu ti impegni qui dentro, è umanamente comprensibile che la carcerazione ti pesa, e se anche tenti di usare al meglio le tue giornate, di fare delle cose utili, è inevitabile provare la sensazione di tornare indietro, se da qui non ti schiodi.

Cristina: Tanti qui ti dicono che anche fuori hai degli alti e dei bassi, anche fuori hai delle difficoltà, che ti devi abituare ad affrontarle e anche ad accettarle. Però fuori hai pure delle scelte che puoi fare, hai degli spazi che puoi utilizzare come vuoi, qui sei demotivata, fatichi a trovare in te stessa una ragione per tirarti su dal letto e fare delle cose.

Natasha: Il fatto è che non siamo bambini. Il carcere dovrebbe rieducarti: e invece le persone le rende meno responsabili, le infantilizza, e non è un caso che questa parola l’ho imparata qui perché è la più giusta… Se lavori o non lavori è lo stesso, che cosa cambia? Dopo dipende dalla persona, se ha altri interessi, ma non è che il carcere ti modifica quello che hai in testa, né che ti aiuta a metterti in discussione. Io mi alzo, vado a lavorare, salgo, mangio, vado a lavorare, ceno, faccio quattro chiacchiere con Cristina, e poi faccio la doccia e vado a dormire. E non ditemi che anche fuori tanti fanno questa vita, perché fuori anche se fai un lavoro pesante e senza soddisfazioni, però poi hai i figli, gli affetti, la casa, del tempo “sensato”.

Sonia: Ma poi bisogna anche aggiungere che quando lavori in carcere, ogni cosa devi andarla a chiedere, dipendi totalmente dagli altri, non hai nessuna responsabilità e nessuna possibilità di crescere. E anche di questo si dovrebbe discutere, del senso che ha il lavoro in galera: non è davvero possibile pensare a qualche forma di responsabilità, di coinvolgimento maggiore, perché le persone si sentano in qualche modo di imparare qualcosa e di contare, anche, di poter prendere qualche decisione, di avere qualche margine di autonomia?

Ornella: A me sembra che comunque in carcere non abbia senso che uno faccia un percorso solo lavorando: che cosa ridiscute, che cosa ripensa della sua vita uno che lavora dalla mattina alla sera e basta, che tempo ha per ripensare a qualcosa? Io sono convinta che il lavoro dovrebbe esserci per tutti, ma part time, poi bisogna che le persone abbiano un rapporto costante con il mondo esterno, che possano confrontarsi, magari con persone molto diverse da quelle che frequentavano prima, che abbiano degli spazi in cui possano discutere, riflettere, scontrarsi, rimettersi in discussione, un po’ come è la nostra redazione, soprattutto a Padova perché c’è più tempo di lavorare insieme.

Paola: Parliamo piuttosto non del senso che ha, ma di quello che “dovrebbe” avere la pena. Come con i bambini, quando hai insegnato che una cosa non si fa, se poi la fanno ugualmente devi in qualche modo punirli. Ma la punizione va commisurata alla gravità della violazione della legge, e invece qui hai la sensazione che la pena spesso sia sproporzionata. Vedi le nomadi in galera per aver rubato al supermercato, e senti di società finanziarie che hanno messo sul lastrico migliaia di persone, e nessuno paga. Qualche dubbio ti viene, no? Ma poi, mettere gente in galera, farla stare a letto, guardare la TV, imbottirla di psicofarmaci, come fanno in molte carceri, serve a qualcosa, ottieni qualcosa? Come la punizione data al bambino senza fini educativi è inutile, perché lui tornerà a fare la stessa cosa se non ha capito che sta sbagliando, così per noi la punizione è inutile se non ti spinge a capire “quello che non si fa”.

La rieducazione è troppo sulla carta, servirebbero più persone che se ne occupassero, e anche persone preparate, convinte che il carcere può essere rieducativo e che, anche da parte loro, è importante crederci, lavorare su queste questioni mettendo un po’ in disparte i loro problemi personali. Per quel che riguarda noi, invece, credo che sia importante imparare a chiedere aiuto quando ne hai bisogno, perché spesso ci si crede forti, e invece è meglio prepararsi ad affrontare le proprie debolezze. Possibilmente con un passaggio tra la vita dentro e la vita fuori graduale, ma chiaro, definito, un progetto davvero individualizzato, ritagliato su ognuna di noi, di esecuzione della pena.

 

 

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