La salute appesa a un filo

 

Atti della Giornata di Studi

“Carcere: La salute appesa a un filo”

Il disagio mentale in carcere e dopo la detenzione 

(Venerdì 20 maggio 2005 - Casa di reclusione di Padova)

 

Noi, l’Opg,  non siamo  assolutamente la soluzione. Lo dice Franco Scarpa, che di un Ospedale Psichiatrico Giudiziario è direttore. Il suo pensiero è chiaro:  “Verrebbe da dire che, se si modifica la cultura del carcere, da parte di tutti però, dei detenuti, dell’amministrazione, del personale, dell’organizzazione, si riesce effettivamente a incidere su certe situazioni conflittuali

 

L’idea di approfondire il tema del disagio mentale in carcere è nata nella nostra redazione tutt’altro che per caso. Non è un tema che si sceglie così, perché è più o meno interessante, è un tema che nasce dal vivere sempre più, dentro le nostre galere, fianco a fianco con chi sta male, con chi non ce la fa, e dal volerne capire di più, capire se c’è la possibilità, anche, di fare di più.

Dal momento che, per chi in un carcere “normale” ha la testa che non regge il peso del disagio della detenzione, l’OPG è l’incubo, la meta non voluta, il luogo in cui puoi finire senza sapere per quanto e come ne uscirai, la nostra ricerca è partita proprio da un OPG, quello di Montelupo, e da un’intervista al suo direttore, Franco Scarpa. Siamo andati a trovarlo e a intervistarlo, dopo avere visitato la Casa del Drago, il centro diurno nel quale molti internati passano parecchie ore al giorno, fuori dall’istituto, fuori dal clima triste dei luoghi dove è rinchiuso il disagio mentale.

Per l’occasione gli intervistatori erano, come dire?, “rappresentativi” di come la redazione di Ristretti Orizzonti sia un luogo di incontro di persone molto diverse: Stefano Bentivogli, detenuto, Ornella Favero, responsabile di “Ristretti Orizzonti”, Giovanna Chiodarelli, volontaria, Francesca Archibugi, regista e ormai nostra amica da quando ha deciso di immergersi in una conoscenza più da vicino del carcere.

 

Stefano Bentivogli: Vorremmo partire dalla difficoltà di individuare il disagio mentale che si manifesta nel carcere “normale”, in maniera a volte anche violenta, come con i suicidi o gli atti di autolesionismo, e che tutto fa percepire tranne un stato di salute mentale buono.

Il fatto è che non sapevamo più che risposte darci per iniziare a riflettere sul circuito penitenziario che segue il disagio mentale: da dove parte, quali sono i casi di sopraggiunta infermità, che ancora non sappiamo quanti in realtà siano, e soprattutto come vengono diagnosticati, quale debba essere il momento adatto a  deciderne l’osservazione. Possiamo dire che siamo di fronte a un mondo in gran parte sconosciuto anche per noi, che viviamo a contatto con persone che in questo mondo hanno fatto diversi percorsi.

Quello che vorremmo è poter capire come funzionano le cose, andarle a conoscere direttamente dai protagonisti, riuscire a comprendere qual è la situazione del sistema penitenziario per quanto riguarda la sanità mentale. Il carcere infatti sta diventando un contenitore nel quale c’è un travaso continuo di questo tipo di disagio. Visto che fuori non si riescono a trovare facilmente altri spazi, dobbiamo almeno impegnarci ad individuare quali tentativi si possano attuare in carcere perché la salute mentale diventi veramente un diritto del detenuto e perché anche la struttura, il trattamento, tutto quello che è proprio del regime di detenzione, venga incontro a questo bisogno.

 

Franco Scarpa: Credo che il carcere stia diventando sempre più pieno di persone che esprimono il loro disagio con manifestazioni autolesive, fino all’impulso al suicidio, o magari anche solo con l’aggressività o con la semplice chiusura in se stessi. Molto dipende dai criteri di valutazione, se si vuole inquadrare un comportamento come disagio, come espressione della cultura carceraria, o come espressione di una indole particolare, di una caratteristica di personalità.

Io credo che sia importante riflettere sul fatto che il carcere tende a rendere la cultura carceraria, il modo di vivere il trattamento, le attività, i rapporti interpersonali, come una fonte di estrema instabilità, che è poi uno dei fattori che abitualmente determinano nelle persone la messa in atto di comportamenti di difesa, di isolamento e di potenziale disagio psichico. Da questo punto di vista io il carcere lo conosco indirettamente. La mia esperienza specifica è la direzione dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario, sono medico psichiatra, e come tale sono tenuto a lavorare qui, ma indirettamente studio quello che accade in carcere proprio dal fenomeno dell’osservazione, che secondo me è un indicatore importante.

Se osservi attentamente la realtà ti rendi conto che non sempre l’applicazione dello strumento dell’osservazione psichiatrica, e dell’ invio in O.P.G, rappresenta un mezzo per capire se una persona ha un problema psichiatrico o meno; spesso diventa uno strumento per risolvere situazioni di conflitto, di tensione, di risoluzione di casi difficili, di soggetti difficili da trattare. Abbiamo visto anche come arrivino in osservazione persone che vengono letteralmente espulse dalle sezioni, perché sono diventate ingestibili, perfino dai compagni di sezione.

Detto questo, per me l’osservazione è un indicatore specifico del clima del carcere, di quel carcere, di quel particolare momento. Non a caso, i mesi di agosto e dicembre, sono i periodi in cui arrivano più osservazioni, un po’ perché manca personale, un po’ perché si riducono le attività, o si avvertono particolarmente le festività, la lontananza dagli affetti. Sono dei momenti critici. Spesso vedi come l’osservazione in alcune circostanze è come una valvola di sfogo di situazioni ambientali, conflittuali, organizzative che spesso negli istituti diventano la goccia che fa traboccare il vaso, la scintilla che fa esplodere il disagio fino a quel momento nascosto.

Come suggerimento, verrebbe da dire che, se si modifica la cultura del carcere, da parte di tutti però, dei detenuti, dell’amministrazione, del personale, dell’organizzazione, si può effettivamente  riuscire a incidere su certe situazioni conflittuali.

 

Stefano Bentivogli: Ci può spiegare, se  possibile in maniera semplice, quando subentra realmente una patologia psichiatrica grave? qual è cioè la differenza tra un disturbo della personalità e una patologia vera e propria?

Ad esempio, noi abbiamo avuto un incontro con il nostro direttore sanitario, per parlare appunto di cosa è patologia e cosa non lo è, ed io ho chiesto cosa ne pensava degli atti di autolesionismo, perché mi è capitato di vedere gente che ripetutamente si squartava. La risposta è stata che si tratta, nella grandissima parte dei casi, di gesti manipolatori.

Io faccio veramente fatica a capire quale possa essere il livello di manipolazione oltre a un certo numero di ferite che uno si infligge. Ma è una patologia o no? è gia qualcosa di psichiatrizzabile, o possiamo parlare di una situazione di malessere e sofferenza, alla quale si può andare incontro in tante altre maniere?

 

Franco Scarpa: Il discrimine è proprio in questo, nella capacità di esercizio della propria volontà, del libero arbitrio, delle proprie capacità di coscienza. Allora, dove c’è una persona in grado, coscientemente, di esercitare delle scelte, ci troviamo nel campo dei disturbi di personalità, dei disturbi d’ansia o comunque delle patologie non psicotiche; dove c’è invece assenza di questa capacità, dove si perdono i contorni dell’IO, (“Io decido, Io conosco, Io scelgo”), quando mancano questi confini, si sceglie in base a dei principi di non realtà, e allora può verificarsi il delirio, l’allucinazione, la presenza di elementi invasivi estranei alla coscienza, alla propria individualità, ai fattori di libera scelta che determinano il comportamento. In questo caso siamo nel campo delle psicosi schizofreniche, è presente qualcosa che condiziona fortemente la capacità di scegliere e di auodeterminazione

Da questo punto di vista bisogna diffidare di una certa tendenza alla “psichiatrizzazione”. C’è un modo di vedere della psichiatria che afferma: dove c’è una libera determinazione la persona va assistita, aiutata, le va insegnato un diverso modo di dialogare. Una persona che si taglia continuamente, molto spesso non ha altri modi per esprimersi se non passare a questo atto dolorosissimo, che magari può anche portare dei “vantaggi”, ma rappresenta comunque un atto estremamente duro. Ci sono poi alcuni particolari casi in cui si ricorre a questo gesto proprio come modo di allentare una tensione interna che non si riesce altrimenti a far defluire: “sono angosciato, non so come fare”, e magari l’atto d’autolesionismo, attraverso il dolore, allenta questa forte tensione.

Però, credo che sia importante, proprio per evitare di applicare etichette, chiarire questa questione. Il Disturbo di Personalità, questa particolare categoria che è sempre molto dibattuta, una volta definita Psicopatia, è una modalità di classificazione emersa negli ultimi 10 anni, col DSM, che è una classificazione dei disturbi mentali concepita per uso clinico, didattico e di ricerca. Il Disturbo di Personalità è proprio una specie di terra di nessuno, dove c’è qualcosa che la persona sceglie in maniera distorta, anche se non è condizionata da un vero e proprio processo di malattia che altera i confini dell’Io, ma comunque esso è un disturbo collocato nell’area della psichiatria, nell’area psichiatrizzabile, è qualcosa che sta “a metà strada”.

Ora come intervenire su questo disturbo rappresenta un vero problema. A volte è più il tempo che  aiuta piuttosto che le terapie, a volte si riesce a risolvere le diffcioltà soprattutto con diverse forme di dialogo, di colloquio, di relazione. Mi sembra che il carcere, più che pieno di malati di mente, sia pieno, o comunque tenda più ad ospitare, soggetti che hanno proprio disturbi del comportamento, che esprimono in tal modo il proprio disagio, le difficoltà relazionali. Credo che quel qualcosa che potrà cambiare effettivamente anche le espressioni di queste forme di disagio sia il cambiamento di quel clima carcerario, in cui c’è una sorta di contrapposizione netta, di mancanza di riconoscimento, anche di mancanza di alcuni diritti fondamentali. Ci sono alcuni aspetti che andrebbero assolutamente garantiti per la salute mentale: il diritto ad alcune forme dell’affettività, per esempio, ed  io credo che non si otterrà nulla  fino a quando non si potrà  modificare questa cultura, la cultura della pena.

Mi avete fatto poi una domanda su come avviene l’osservazione, quando c’è “un’infermità sopravvenuta”. Sicuramente il carcere è una condizione che crea disagio, difficoltà esistenziale, ma direi che il concetto d’infermità sopravvenuta è un retaggio del vecchio codice del 1930, mentre si potrebbe meglio parlare di “slatentizzazione” dell’infermità mentale, di cui si soffre particolarmente nella condizione di restrizione. Per le persone inviate in osservazione ci regoliamo con questo principio: credo che quando una persona viene qui in osservazione, se l’effettiva permanenza in un ospedale psichiatrico può avere vantaggi, può effettivamente dare un beneficio alla persona su un piano terapeutico, in questo caso può essere applicato quell’articolo 148 che prevede il ricovero in OPG;  ma ci sono casi in cui invece questa misura rischia di penalizzare ulteriormente le persone, perché le allontana dal loro territorio, dai loro potenziali legami affettivi,  e soprattutto dal referente della cura. Se io cittadino di Padova sto male, perché deve intervenire Montelupo Fiorentino per curarmi, quando c’è un sevizio psichiatrico che è a pochi chilometri e che istituzionalmente potrebbe curami  nel luogo di residenza?

 

Stefano Bentivogli: Lei sosteneva che la sopraggiunta infermità mentale è un concetto molto discutibile, diciamo che più che sopraggiunta semmai è qualcosa che era già latente e che improvvisamente trova il proprio momento per manifestarsi. Che cosa è possibile fare per capire se si tratta di qualcuno che ha sempre vissuto senza grossi problemi a livello mentale, oppure se è una persona che invece in altri luoghi ha avuto problemi? esiste una “tracciabilità” del percorso di una persona all’interno del sistema sanitario, per quel che riguarda la salute mentale?

 

Franco Scarpa: Se un utente è una persona seguita dai servizi psichiatrici, più o meno assiduamente questo è possibile; chiaramente vi sono situazioni in cui nemmeno i servizi psichiatrici riescono ad avere un contatto continuativo con i loro pazienti: non li vedono più, in particolare quando vanno a finire in carcere, e proprio per questo meccanismo di “servizio sanitario differenziato”, come è quello penitenziario, i pazienti sottoposti a detenzione, vengono persi di vista completamente. La questione diventa ancora più difficile quando in carcere, in OPG., come ci sta capitando sempre più spesso, arrivano persone giovani, che non hanno avuto contatti con il servizio psichiatrico, per cui l’unica tracciabilità è possibile attraverso l’anamnesi indiretta, con i familiari, con le persone che li conoscono, e quindi diventa indiretta anche tutta la ricostruzione del loro percorso.

 

Ornella Favero: Io non credo molto che la malattia mentale nasca in carcere, però sono rimasta colpita recentemente da un detenuto che, dopo dodici anni di galera, ha fatto alcune considerazioni,  su se stesso e su come il carcere abbia influito sulla sua personalità: è un processo che lui ha chiamato, invece che di rieducazione, di addomesticamento, e poi ha parlato anche di come gli anni di detenzione gli abbiano provocato una freddezza, una incapacità di manifestare e di provare sentimenti, affetti, emozioni, da cui è difficile uscire. Credo che, soprattutto per le persone che hanno una prospettiva di pene lunghe, il carcere ti provochi comunque, per come è strutturato da noi, con la negazione totale degli affetti, non dico la malattia mentale, però dei problemi gravi. Io vedo che il passaggio dal dentro al fuori, anche per una persona che non viene da un OPG., ma da anni di un carcere “normale”, dal punto di vista della gestione dei suoi affetti, dei suoi rapporti, della sua vita di relazione, è particolarmente difficoltoso.

 

Franco Scarpa: “L’infermità sopravvenuta” è un concetto che appunto appartiene agli anni trenta, che esprime questa idea: si entra sani e si esce malati, per cui si diventa schizofrenici. Un’idea che era legata anche ad una particolare forma di patologia “carceraria” che è la cosiddetta sindrome di Ganser, una diagnosi che assolutamente ora è in disuso.

Sicuramente chi va in carcere si porta dietro tutta una serie di difficoltà sull’aspetto affettivo, dovute all’isolamento, alla degradazione, alla vergogna, alla vita forzatamente in comune, quando magari, fino a quel momento, si era vissuti da persone particolarmente attente alla propria intimità, alla propria riservatezza. Tutto questo contribuisce a far venire fuori, a evocare in maniera negativa alcuni aspetti di personalità che a lungo andare si tramutano in una ripetizione di comportamenti, che profilano una sindrome inquadrabile in una infermità psichica. Però, quanto questo scompagini un’esistenza assolutamente normale, e quanto poi questa possa, di fatto, essere ricostituita nel momento in cui finisce la pena detentiva, credo che sia un aspetto fortemente condizionato da fattori contestuali, ambientali, ecologici, che influenzano la vita delle persone.

 

Ornella Favero: Nella nostra redazione ci sono anche persone, che sono dentro per aver commesso un omicidio, e spesso si tratta di omicidi in famiglia. Loro stessi, che sono per lo più persone con notevoli capacità critiche, ci dicono: “Noi da quando siamo entrati in carcere non abbiamo mai parlato con uno psichiatra”. Tra l’altro, mi viene in mente un caso su cui si è polemizzato molto recentemente, quello di Jucker, a cui è stata riconosciuta la seminfermità mentale, e che si farà sedici anni di carcere normale per l’omicidio della sua compagna, per poi andare in un O.P.G.. Viene da chiedersi: per le persone che sono dentro per questo tipo di reato, come appunto l’omicidio in famiglia, dove finisce la “normalità”, dove c’è  bisogno di cura e dove invece no? E in che momento ce n’è bisogno, subito, o quando, dopo anni di carcere comune, resta da scontare la misura di sicurezza in OPG?

 

Franco Scarpa: Una delle questioni fondamentali rispetto alla malattia mentale è la consapevolezza: ”Io ho un problema, ma non ne sono consapevole, o magari ne sono consapevole, ma non voglio affrontarlo. Oppure, nella situazione ideale, ho un problema, ne sono consapevole e voglio affrontarlo”. Allora in questo incrocio, dove collochiamo questa persona? Io ho letto solo dalla stampa la storia di questa persona, di quello che ha fatto, dell’esito processuale con questa seminfermità che sembra la soluzione tipo “refugium peccatorum”, o meglio salomonica.

Tenga presente che i nostri pazienti sono per lo più internati con misure di sicurezza, diciamo il 75% con reati di violenza di cui il 40% sono omicidi, e un buon due terzi degli omicidi sono commessi in famiglia. Molto spesso bisogna chiedersi se dietro un omicidio, un reato in famiglia non ci sia un problema vero di patologia, anche se non espressa apertamente. Sono storie caratterizzate da condizioni interpersonali basate, almeno per quello che osserviamo noi, su doppi messaggi, su relazioni distorte

 

Ornella Favero: A me piacerebbe indagare di più su queste patologie in famiglia, sui rapporti che si deteriorano, e poi succede che qualcuno finisce per  individuare una persona, magari quella che gli è stata più vicina per anni, come la sua più grande nemica, l’origine di tutti i suoi mali. Si dovrebbe parlarne, superando quella logica così diffusa, per cui se c’è qualcosa che non funziona in famiglia, devi coprire, nascondere.

 

Franco Scarpa: Nella società c’è una forte tutela della famiglia: è una zona in cui nessuno si intromette, dove, tra l’altro, fin quando non emerge il problema, è possibile anche che si verifichino maltrattamenti nei confronti del coniuge, dei figli, sapendo che raramente quel malessere ne viene fuori.

 

Francesca Archibugi: La cosa che mi ha fatto molto impressione è stato proprio questo, cioè che in carcere c’è gente che sta molto male e c’è pochissimo tentativo di cura a tutti i livelli: cioè non è che solo il pazzo va curato, ci sono tutta una serie di persone che compiono dei reati, perché hanno dei rapporti, innanzi tutto con se stessi e poi con gli altri, disturbati. Piuttosto che tenerli chiusi, non sarebbe molto meglio intervenire e aiutarli a ridarsi un’integrità psichica, e poi metterli fuori? Il processo di carcerazione è invece un processo che sembra che non porti, per tanti reati, da nessuna parte. Non le sembra che il carcere sia molto indietro rispetto alle possibilità della società civile?

 

Franco Scarpa: Si, credo che né la semplice punizione, né il numero di anni di carcere, né tanto meno il trattamento, che  a volte mi piace definire una forma di “persuasione socialmente accettata”, per cui  sai che se lo accetti ne avrai qualche beneficio, tutto questo non ha molto a che vedere con il concetto “Io ho sbagliato, merito una punizione, ma datemi una opportunità in modo che, una volta fatto questo percorso, io possa spendere la mia vita in una maniera più sociale, più accettata, più utile”. Credo che sia questa la cultura del carcere da cambiare veramente e che, a mio parere per molti aspetti, è già cambiata. Purtroppo quello che accade di buono nel carcere viene continuamente distrutto da notizie e da logiche che puntano solo sul concetto di “pericolosità”. Sono convinto che bisognerebbe fare dei percorsi di “rimessa in linea”, di rimessa in strada: dovrebbe essere questa la funzione che può assicurare il carcere, ovviamente tutto questo se c’è la consapevolezza, cioè: ”Ho un problema, ho commesso quello che ho commesso, ne sono consapevole e voglio intraprendere un percorso di cura, di intervento, di modifica del mio comportamento, di riabilitazione”: queste sono cose che dicono in tanti, il problema è non solo dirle, ma farle capire e farle accettare.

 

Francesca Archibugi: Dall’esterno e da profana, quello che ho notato invece è, come dire, una sorta di cultura con al centro il tema della delinquenza: la domanda ricorrente è “Ma cosa volete fare, rimettere i delinquenti in circolo, con quella legge piuttosto che quell’altra?”. Naturalmente nessuno vuole rimettere i delinquenti in circolo, però si cerca di capire i destini dove vanno, soprattutto si chiudere sul principio di istituzionalizzazione per cui: ”chi commette reati sta qui in carcere, gli anziani stanno nelle case di riposo, i matti stanno in manicomio, i minori stanno nelle case di rieducazione”. Ma se questi problemi invece li tratti sul territorio, costeranno sicuramente di meno e daranno dei risultati migliori. Spesso la pena si può tradurre con forme alternative di sanzione, di punizione, che sono giocate molto sull’impegno sociale, sulla restituzione, sulla mediazione, però sono tutte cose che fanno fatica a prendere piede perché vengono continuamente stravolte da questo senso di insicurezza che il cittadino vive.

Voi sapete che c’è stato di recente un episodio che ha visto protagonista un ragazzo, Giuseppe Santilli, che più tanto ragazzo non è, che si è arrampicato sul cupolone della basilica di San Pietro a Roma, e che è un ex internato di Montelupo. Egli è stato qui negli anni ottanta, è andato via nel novanta, più o meno,  e per quel gesto come viene inquadrato? E’ stato inquadrato come una persona che è particolarmente pericolosa. Cosa hanno immediatamente preso nella sua storia ? Il reato che aveva commesso: aveva ucciso in passato il sindaco perché non gli dava il lavoro,   insomma ce l’aveva con le istituzioni. Però il comportamento che ha avuto a Roma, e che dieci anni prima aveva ripetuto qui al campanile di Giotto, fa pensare che sia uno più portato a fare del male a se stesso che a fare del male alle persone. Ma l’immagine che è passata è stata quella relativa al reato commesso nel passato.

Noi avevamo da tempo questa idea di mettere su un centro esterno, un centro diurno, dove svolgere attività per tenere i pazienti fuori dall’istituto. Bene, abbiamo provato in tanti posti qui a Montelupo, dove sono 20 anni o forse anche più che si vedono pazienti che escono dall’istituto, affidati agli operatori o ai familiari, ed a memoria mia si sono verificati  solo due o tre casi in cui qualcuno si è ubriacato e comunque ha avuto qualche scompenso e ha fatto qualche gesto aggressivo in paese, ma niente di più. Però l’unica soluzione che siamo riusciti a far passare è stata quella di individuare un capannone nella zona industriale, l’ultima delle ipotesi, perché, quando trovavamo case nel paese,  i vicini dicevano: “Ma perché proprio qui? Fatelo, però non portateli vicino a casa mia”. Diciamo comunque che questo è dovuto anche ad alcune strumentalizzazioni locali di carattere politico-elettorale. Sei mesi fa infatti abbiamo avuto una serie di problemi, con notizie stampa ingigantite perché un internato si è allontanato. Anche questo ti fa continuamente scontrare con questa idea della pericolosità: questo ragazzo che si è allontanato aveva preso una bicicletta e se ne era andato a casa sua, ma c’è stata gente che poi, quando ha ascoltato dal telegiornale la sua fuga, ha detto di aver visto ombre nel giardino e altre storie simili. Tutto questo è comprensibile, però è questa esasperazione purtroppo che  fa cultura.

 

Ornella Favero: Forse dovremmo essere più capaci noi di fare cultura su questo, noi ci tentiamo anche, però ci vorrebbe un po’ di coraggio in più.

 

Franco Scarpa: Qui ci muoviamo in un’esperienza che per alcuni versi ti facilita, perché operiamo con persone di cui anche i cittadini di Montelupo riconoscono che “sono malati!”. Da un lato quindi spesso non percepiscono il problema “delinquenza”, però da un altro lato, c’è l’idea del matto criminale pericoloso, che si porta dietro una serie di stereotipi. Abbiamo verificato però che si riesce ad attenuare queste percezioni di pericolo, di paura, se si entra nel territorio con una serie di iniziative, con una presenza, chiaramente assistita da operatori, facendo capire ai cittadini che ci sono persone che se ne prendono carico, non che siamo del tutto garanti, ma che ci siamo noi insieme ai pazienti. Credo che il pericolo si percepisca quando si tende a delegare il problema al “tecnico”, chiunque esso sia; quando c’è partecipazione, condivisione, tutte queste difficoltà si allentano,  non spariscono, ma si allentano, si attenuano. È questo il metodo che stiamo seguendo nel centro esterno, nella cooperativa di lavoro, nella polisportiva, insomma in tutte le strutture in cui facciamo muovere i pazienti insieme a noi operatori, per garantire un diritto ad un trattamento più aperto nel territorio. In mancanza di tale trattamento, si ritorna alla logica del manicomio. Una volta era così, una volta si diceva: bene, questo è matto, lo mandiamo in un luogo specialistico, in manicomio. La 180 invece afferma il diritto del paziente a stare nel proprio territorio con gli operatori, le persone, la popolazione stessa, i cittadini, i familiari che lavorano per attenuare questa distanza data all’etichetta “malato”.

 

Ornella Favero: Uno come lei, che “vede” il carcere normale dall’OPG, che suggerimenti darebbe per affrontare questo tipo di disagio proprio nel carcere “normale”, per non trovarsi  poi qui queste persone?

 

Franco Scarpa: Spesso abbiamo sollecitato la soluzione di questo problema delle “osservazioni psichiatriche” che, dati statistici alla mano, coinvolgono oltre mille persone l’anno, che dai vari istituti vengono inviate agli OPG, compreso quello di Castiglione che è l’unico femminile. Quindi tutte queste persone si muovono dal carcere,  per essere trasferite negli OPG, trascorrono un periodo di 30 giorni di osservazione, e al 90-95 % dei casi vengono rimandate in carcere: ma che utilità o senso ha questo sistema ?

Credo che prima di tutto ci debba essere un salto culturale e di organizzazione del sistema dell’assistenza, con tutta la considerazione che si può avere nei riguardi della Sanità penitenziaria; credo inoltre che il tema psichiatrico sia particolare, delicato, specifico tanto da non poter essere gestito con la logica della prestazione a consulenza. Cioè se c’è una persona che ha problemi di salute si chiama un medico che fa un colloquio, formula una diagnosi e prescrive una terapia… Questo va bene per un’influenza, un raffreddore, una bronchite, insomma un problema organico, ma non per un problema di carattere psichico che richiede invece una continuità di contatto e di assistenza. Cioè: occorre che il medico si faccia carico di quei problemi e cerchi di stabilire un percorso condiviso per la soluzione dei problemi del paziente, questo è un passo fondamentale. L’altro è quello di aprire degli spazi in carcere, dove ci sia la possibilità effettiva di agire, di fare dei percorsi che non siano semplicemente trattamentali, ma quantomeno riabilitativi sul piano del disagio mentale.

 

Ornella Favero: Che cosa intende per percorsi non tanto trattamentali, quanto riabilitativi?

 

Franco Scarpa: Credo che si debba venire incontro al bisogno di elaborare il senso di colpa, e cioè di scontare la propria colpa, il proprio debito con la giustizia con altre soluzioni, più portate a una restituzione sociale piuttosto che a un isolamento e a una separazione dalla società. Questo lo sentiamo anche noi, lo sentono i nostri pazienti. Per quanto abbiano avuto una diagnosi di malattia psichiatrica che li ha tolti dal carcere e mandati in OPG, tutti ti dicono fondamentalmente la stessa cosa, magari quando hanno superato quella fase di particolare scompenso psichico che li porta a vedere la realtà in maniera non realistica: io so che ho fatto un errore e stavo male, però voglio fare qualcosa per dimostrare che posso essere diverso. Quindi è questo il principio di riabilitazione delle persone con il quale è necessario agire nei confronti del paziente.

 

Stefano Bentivogli: Ho visto di recente una ricerca fatta in America tra una popolazione soggetta a patologie psichiatriche, dove risulta che quasi un 50% è dipendente da sostanze.

 

Stando a questi dati, sembra che ci sia una relazione tra chi da una dipendenza alla fine si trova con una patologia o un disturbo, e chi invece ha una  patologia e  rischia di finire ad usare alcool o ad abusare di sostanze stupefacenti. La mia esperienza in carcere è che, anche dove non esistono questi problemi, anche in caso di malessere minimo, la somministrazione di psicofarmaci è automatica, massiccia. Non ho visto grosse proposte, grossi esperimenti per andare incontro a soggetti con disturbi gravi, qualsiasi problema si affronta e si risolve con lo psicofarmaco.

Ma queste persone che vengono curate cronicizzando l’uso di psicofarmaci, per tenere sotto controllo un disagio o una patologia, alla fine, col tempo, cosa producono? Cosa si arriva a creare? Non si arriva a creare una persona che avrà un percorso irreversibile?  Poiché se io poi vado a togliere l’uso dello psicofarmaco, in qualche modo vado a scatenare quelli che sono gli elementi di patologia che cerco di controllare; se invece continuo allo stesso modo, creo uno stato di ulteriore difficoltà che è dato dall’affiancare una dipendenza da farmaci, che comporta una serie di problemi comportamentali, a una patologia che comunque persiste anche se controllata.

 

Franco Scarpa: E’ difficile dire qualcosa su questo intreccio perverso, è difficile dire se si comincia ad usare sostanze perché si vive un disagio, o l’uso continuo di sostanze contribuiscano ad  una maggiore cronicizzazione del disagio presente.

Ma torniamo invece al carcere, dove le persone non sono più magari tossicodipendenti, ma tendono a chiedere e utilizzare continuamente psicofarmaci, benzodiazepine per esempio,  perché stanno male, sono ansiose, non riescono a dormire. Io però penso che bisognerebbe usare con molta oculatezza tali farmaci perché ormai è riconosciuto da tutti che sono sostanze che danno dipendenza; vanno usate con molta attenzione, per periodi molto brevi e con una fase di disassuefazione. Io credo che, se usate in maniera accurata, precisa, attenta, è difficile che si cronicizzino situazioni di dipendenza da psicofarmaci mentre, se la logica della somministrazione è quella di attenuare i problemi, del non prendere in carico un disagio che potrebbe essere affrontato con altri strumenti (non quindi con un farmaco che combatte il sintomo), sicuramente a quel punto si potrà avere non tanto la cronicizzazione, ma un continuo intervento per spegnere il sintomo, senza affrontare il problema. Credo questo sia l’aspetto più negativo. Chi esce dal carcere, magari dopo avere assunto per 10-12 anni psicofarmaci, benzodiazepine, e magari anche qualche cosa di più, tipo neurolettici, o sedativi, o ipnotici, probabilmente ce la farà lo stesso a tirarsene fuori, ma con difficoltà e disagi non indifferenti.

E’ molto difficile affrontare queste situazioni, in cui la richiesta di farmaci è determinata da un vero e proprio senso di angoscia, di disagio, di difficoltà, da parte di persone che prima o poi, con o senza l’uso di psicofarmaci, manifesteranno anche qualche gesto più pericoloso nel senso autolesivo. C’è bisogno di un intervento più mirato, più attento, più basato sul sostegno, di carattere psicologico, con interventi psicoterapeutici, senza per questo voler psichiatrizzare i problemi del carcere e dei detenuti. Non credo che l’OPG sia in ogni caso la soluzione ai problemi del disagio psichico in carcere.

 

Ornella Favero: È  sempre difficile capire il confine tra un comportamento voluto, scelto, e uno invece di cui non sei pienamente consapevole. La storia di Erica e Omar ne è un esempio: non è pensabile che una persona “normale” decida, perché è divertente, perché gli dà dei vantaggi, di ammazzare la madre e il fratello in quella maniera. A volte c’è anche uno stare in un ambiente in cui ti costruisci un mondo tuo, in una realtà nella quale progressivamente perdi il senso di quello che è giusto e quello che è sbagliato, e c’è qualcosa di patologico in questo... Io sono a contatto spesso in carcere con queste realtà, per cui  mi accorgo che ho una specie di dimestichezza e sposto continuamente i miei limiti di comprensione. Rispetto all’omicidio, per esempio, i miei limiti di comprensione di come uno possa arrivare a fare una cosa del genere, si sono spostati molto di più, però ci sono delle situazioni, tipo appunto Erica e Omar, in cui non puoi darti nessuna spiegazione se non nella malattia.

 

Francesca Archibugi: Per quello che è emerso quando sono andata in carcere a parlare con le persone detenute nella redazione di Ristretti Orizzonti, c’erano appunto alcuni ragazzi che avevano commesso omicidi di familiari. La cosa fondamentale che poi è venuta fuori è quella di dire: un reato spesso è già una diagnosi. Si può essere più precisi, meticolosi e cancellare tutte le tracce, si può essere ubriachi o pieni di droga…: un reato è comunque una diagnosi, cioè sarebbe più facile fare un lavoro al contrario, dal reato risalire al tipo cognitivo che l’ha commesso, e non viceversa, che invece sembra la cosa che tendenzialmente si fa.

Per chi è esterno è evidente che né Erica né Omar sono due persone che stanno bene, probabilmente non lo saranno mai, ognuno per motivi molto diversi; in realtà loro ci impongono proprio di cercare di capire dove potrebbe essere l’ideale confine tra pena e cura.

 

Franco Scarpa: Il fatto è che applicare etichette è semplice: questo oggetto è rettangolare, non voglio nemmeno capire che cosa veramente sia, però la forma è quella. Se invece devo guardare la sostanza, devo cominciare a capire, significa che devo spostare i miei limiti di comprensibilità, non diciamo di giudizio, ma di comprensibilità. Così ti accorgi che cominci a capire tante cose, non dico a giustificare, però a capire. Io Erica e Omar non li conosco, leggo solo quello che si scrive sui giornali. Comunque di fatto vedi che vi sono realtà in cui si trova già tutto: il distacco da un legame che non va, un sistema relazionale diverso in una condizione famigliare dove ci si trova magari estremamente a disagio, oppure intense aspirazioni verso desideri che la propria famiglia non può dare. Volendo poi delineare una possibile soluzione, qualcuno afferma che forse per soggetti simili la pena più pesante è l’obbligo della cura! Io credo che l’intervento vada pesato sulla singola individualità, perché proprio l’azione del capire, del comprendere le persone, significa non solo comprendere perché hanno commesso il reato, ma soprattutto qual è la strada per farli uscire da questa trappola, dalla pena, dall’etichetta loro applicata. Si tratta di dire: che facciamo per te? Sei anni, dodici, due, tre, anni o mesi che siano, significano poco, però che si fa in questo periodo, come lo trascorrerai, a far cosa?

 

Ornella Favero: In che senso è poi peggior pena la cura?

 

Franco Scarpa: Ho visto una ricerca recentissima, che studiava in quali patologie la “compliance”, cioè “l’adesione” alla cura, è più difficile. Hanno studiato tutta una serie di malattie, dal diabete all’ipertensione, dalla polmonite alla bronchite per individuare in quali patologie si trova meno adesione del paziente alla cura, con un atteggiamento del tipo: Io, persona normale, penso: “Il medico mi ha prescritto questo farmaco, ma io non lo prendo! L’adesione è minore proprio per le malattie psichiche, e questo era quasi scontato. Ma paradossalmente altre patologie come l’obesità, il diabete, hanno mostrato una scarsa adesione alle cure da parte dei pazienti. Sono tutte patologie dove le persone devono radicalmente modificare il proprio comportamento, alimentare o sociale. L’atteggiamento è: “Non so di avere un problema, e perciò non voglio fare alcuna cura; oppure ho un problema ma non voglio affrontarlo”.

La cura psichiatrica tende prima o poi a modificare il tuo essere, la tua vita. Se io non voglio cambiare, non sento di dover cambiare, l’impormi invece il trattamento che mi porterà a cambiare è sicuramente vissuto in maniera molto negativa, è probabilmente peggiore di una pena.

Si tende da parte di tutti noi a mantenere il proprio modo di essere sempre e comunque, modificarlo è un vero problema, una cosa che si accetta molto difficilmente. Uno dei primi principi della cura psichiatrica invece è proprio questo: se non c’è la condivisione col paziente, una sorta di alleanza, o patto-terapeutico, non può essere fatta molta strada.

 

 

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