La salute appesa a un filo

 

Atti della Giornata di Studi

“Carcere: La salute appesa a un filo”

Il disagio mentale in carcere e dopo la detenzione 

(Venerdì 20 maggio 2005 - Casa di reclusione di Padova)

 

Sergio Segio

 

Grazie a Stefano sia per il suo intervento che mi sembra molto importante sia stato quello che, in qualche modo, apre la discussione. Perché è simbolicamente importante che chi direttamente vive le questioni del carcere e della salute, ci offra le sue riflessioni, anche come base di partenza per la discussione. Credo poi che abbia toccato una serie di punti che naturalmente spero saranno al centro della riflessione di questa giornata. Il tema insomma è drammaticamente attuale e centrale, quindi, non a caso, gli amici di Ristretti Orizzonti lo hanno scelto come tema di questo convegno. Io credo che, quando si parla di salute in carcere, ma forse sarebbe più proprio parlare di malattia in carcere, perché salute e carcere sono una contraddizione in termini, non si possa evitare di ripensare e riferirsi al libro che ha scritto Daniel Gonan tanti anni fa in Francia, intitolato “La salute incarcerata” ed è stato pubblicato in Italia dall’edizione Gruppo Abele nel 1994 con il titolo “Il corpo incarcerato.”

Temo purtroppo che questo libro sia esaurito da tempo e non più ristampato, ed è un peccato perché è uno dei pochi libri su questo argomento e quindi ha una sua fondamentalità perché, oltre a tutto, non si muove solo da un corpo teorico ma dall’esperienza che Gonan ha avuto per 22 anni come medico penitenziario. Dicevo che questo libro, scritto anni fa, ci dice molte cose tutt’ora senz’altro ancora valide e soprattutto per l’Italia. Il libro di Gonan  dice che in carcere le condizioni, il modo di vivere  influisce, impoverisce, danneggia, talvolta in maniera irrimediabile, tutti i sensi dell’uomo e cito alcuni dati che sono basati sull’osservazione diretta e prolungata e non in maniera accademica astratta: dice che circa 1/4 dei detenuti soffre già nei primi mesi di vertigini, che l’olfatto viene compromesso nel 31% dei casi. Nei primi 4 mesi 1/3 soffre di un peggioramento spesso irrimediabile della vista. Il 60% dei reclusi soffre nei primi 8 mesi di disturbi dell’udito o per stati morbosi di iperacutezza, e sempre il 60% fin dai primi giorni soffre la sensazione di carenza di energie e il 28% patisce sensazione di freddo anche nei mesi estivi.

E poi via via naturalmente le patologie più gravi di infezioni, epatiti, problemi cardiaci che spesso portano al decesso, tumori. Ora sapete che anche in Italia la TBC sta diventando un problema diffuso nelle nostre carceri. Ecco, questo un po’ il quadro, e credo sia anche  il primo punto su cui riflettere; su questo introdurrei il primo intervento da parte di Andrea Boraschi che, come sapete, è un sociologo che, con Luigi Manconi e l’associazione “A Buon diritto, ha prodotto una delle poche ricerche oltre ovviamente al lavoro valido e meritevole che fanno gli amici di Ristretti Orizzonti, sul problema dei suicidi e dell’autolesionismo in carcere.

Andrea Boraschi insieme a Manconi di recente ha fatto una ricerca più specifica sulla questione dei suicidi annunciati, e dice che sulla base dei dati risultano esserci stati nel 2002 il 32.7% e nel 2003 19.1% suicidi annunciati. Vuol dire dunque suicidi e morti che potenzialmente erano evitabili e invece non lo sono stati. Quindi in una prima riflessione, la  domanda che vorrei porre a Boraschi è proprio questa: “Perché queste morti non si è riusciti ad evitarle, cosa si può fare di diverso?”.

Tra l’altro su questo tema Boraschi con Manconi hanno firmato pochi giorni fa un articolo sull’Unità che ripercorre alcuni casi drammatici che vorrei brevemente ricordare, prima di dargli la parola, perché credo che siano estremamente significativi ed è giusto tenerli presente perché, come sempre, il discorso non sia e non rimanga solo su un piano astratto, ma si capisca quanto incida direttamente, pesantemente, irrimediabilmente su questioni di vite, di morti di persone in carcere, dei detenuti innanzitutto. Un’altro momento di riflessione riguarda il personale penitenziario, sapete che qui le statistiche sono ancora minori, non di meno le morti iniziano ad essere censite in numero considerevole. Anche a Torino ricordo ci sono stati casi a questo riguardo.

Voglio citarvi appunto i 3 casi dai quali parte Andrea Boraschi che ora interverrà per affrontare il tema dei suicidi annunciati. Uno è quello di Andrea Mazzariello che si è suicidato nel carcere di Opera nel marzo del 2004. Mazzariello era un detenuto paraplegico, aveva una stenosi dal canale midollare che gli procurava fortissimi dolori, in carcere gli vennero rifiutati gli antidolorifici a base di morfina di cui aveva assoluta necessità per contrastarli. Ad un certo punto non ce l’ha fatta più a sopportarli, le richieste di scarcerazione non era state prese in considerazione e si è ucciso. Quindi questo è un caso che illustra purtroppo drammaticamente i temi di cui, in qualche modo, anche oggi siamo qui a parlare.

Secondo caso è quello di Marco, che si è impiccato nel 2003 nel carcere di Rebibbia. Marco era stato diagnosticato come schizofrenico, una persona che aveva gravi problemi, ed era stato peraltro dichiarato anche incompatibile con il regime carcerario, ma di fronte alla non scarcerazione e addirittura di fronte al trasferimento, che lo ha messo ulteriormente in crisi, data la sua instabilità, si è impiccato.

Il terzo caso è quello di Paride che si è ucciso nella doccia del carcere di Bologna: anche lui aveva una serie di problemi, aveva già tentato il suicidio in seguito alla morte della sua compagna, che era fuori dal carcere. Di fronte al rifiuto di poter partecipare ai funerali, si è ucciso.

Ecco, queste tre casistiche forse ci dimostrano meglio, più drammaticamente di tanti discorsi, qual è il problema del carcere, del suicidio e dei gesti di autolesionismo. A Boraschi chiederei, oltre che una riflessione su queste cose, quello che andrebbe fatto per evitarle. Per quanto possibile chiederei anche una riflessione sul possesso dei dati per cui si possa giungere ad una radiografia, che a sua volta è alla base delle risposte. Cioè: è vero che c’è meno disponibilità di dati? È vero che in questi anni si è determinata una sorte di maggior opacità tra carcere e società esterna?

 

 

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