Quale sicurezza ci rende sicuri?

 

Atti del XXVII Seminario di studi del Seac Triveneto

"Quale sicurezza ci rende sicuri?"

(Belluno, 23 - 24 - 25 giugno 2005)

 

Riccardo Arena (conduttore trasmissione Radio Carcere di Radio Radicale)

Luigi Canal (vicario della Diocesi di Belluno)

Francesco Maisto (sostituto procuratore presso la Procura di Milano)

Patrizio Gonnella (presidente dell’associazione Antigone)

Emilio Santoro (associazione "L’altro diritto")

Giovanni Tamburino (presidente del Tribunale di Sorveglianza di Venezia)

Massimo Pavarini (docente di Diritto penitenziario all’Università di Bologna)

Documento finale del Seminario (pdf)

Conclusioni del Seminario (pdf)

Riccardo Arena

 

Da tre anni curo Radio Carcere che è in Radio Radicale il martedì alle ventuno e adesso il sabato sul Foglio. L’idea dei occuparsi di processo penale e di carcere in maniera costante, e non sulla scia di arresti eccellenti o di processi famosi, è nata perché ho verificato che su questo mancava un’informazione quotidiana. Anche quando si parla di sanità, parlare di cellule staminali, senza parlare della sofferenza che c’è nelle corsie degli ospedali, è completamente inutile. Faccio un altro esempio, sempre sulle cellule staminali, anche se parlo di giustizia. Se quella signora che ha votato 4 no, va dal medico perché ha un tumore, e pretende una cura, il medico gli risponde: "Signora se avesse votato "sì" adesso potrei curarla".

Secondo me l’informazione deve passare attraverso questo esempio: cioè alla rappresentazione diretta del cittadino e di quello che è un suo diritto. L’informazione sul carcere, sulla salute, sul lavoro deve passare necessariamente attraverso la rappresentazione chiara dei diritti non tutelati a quella persona. Questa è la prima premessa.

La seconda premessa è che noi viviamo in un mondo di bugie, lo dico anche se il convegno poi verrà trasmesso da radio radicale. Viviamo in un mondo di stronzate, proprio per essere chiari. Ogni volta che io finisco radio carcere e me ne torno a casa col mio motorino, accendo la televisione, ora forse io sarò un pazzo, però c’è un universo di differenza tra quello che vedo io dalle lettere che mi arrivano e quello che dicono alla televisione. Allora, se io sono pazzo preferisco restare nella mia non ragione, però fra me e loro c’è un abisso di differenza, quell’abisso di differenza, secondo me, è la caverna della bugia dove noi stiamo vivendo; non è colpa di nessuno, non lo fanno apposta, non dico che gli autori di questo programma o di quell’altro siano dei bugiardi, dico che sono espressioni ormai di un modo di comunicare che è improntato sulla stronzata, sulla bugia.

Lo Tsunami è stato un problema, certo è una tragedia, ma i 500.000 morti del Darfur? Che cos’è il Darfur, un profumo? No, è una regione del nord Africa, 500.000 morti! Certo, nessuno ne parla perché non c’era neanche uno stronzo europeo che stava facendo una vacanza lì. Lo Tsunami, questo è il problema.

Questa premessa, magari un po’ arrabbiata, per dire che noi come informazione sulla giustizia abbiamo due grandi problemi: il primo è che solo adesso sentiamo l’esigenza di parlarne, prima mai, con lo sforzo di Ristretti Orizzonti, quello di Radio Carcere e di Antigone, adesso stiamo creando un ponte forte, prima no! Abbiamo come nemico Castelli, che parla di sicurezza, di recidiva.

Il secondo problema è che, noi parlando degli ultimi della società, dei più sozzi dei più brutti, di quelli che hanno sbagliato, e questo è un assurdo, veicoliamo una verità. Diventa incredibile, la bugia è credibile, la verità no. Allora, io penso ad una persona detenuta nel carcere di Ancona, si chiama S., ha trent’anni, va dal medico perché sente che le mani si muovono male, il medico dice: "Non ti preoccupare, è soltanto una tendinite". Dopo un mese la stessa persona detenuta stava come un bacarozzo immobile su un letto. L’hanno portata all’ospedale dove gli hanno diagnosticato una sclerosi laterale neotrofica. Incredibile, però è la verità, lo dovevano scarcerare, sapete dove sta adesso? A Parma, nel carcere di Parma, non nel centro clinico, sta in una cella, non può muoversi perché se tenta di camminare cade perché ha questa sclerosi. Incredibile ma è vero.

Un’altra persona detenuta a Poggio Reale, prende una infezione ad un occhio in carcere, perde quell’occhio, non lo curano, l’infezione attacca l’altro occhio, diventa cieco in carcere, incredibile? No, è vero, l’incredibile è che siamo abituati a pensare ad altro. Questa è una battaglia che, secondo me, per sintetizzare, deve mirare solo a dirci la verità, a fare i conti con la realtà, realtà che è tremenda per quanto riguarda la detenzione e la giustizia penale.

La realtà del tribunale è ugualmente tremenda della realtà delle corsie degli ospedali, e degli uffici postali dove il pensionato va a prendere i 300 euro di pensione. Oggi si apre a noi una sfida più ampia, che è quella di verificare che c’è un filo conduttore che lega la realtà di un imputato mal giudicato, un detenuto maltrattato, con la realtà di un pensionato mal pagato, di un lavoratore licenziato e di un malato mal curato. Questo filo conduttore si chiama "Democrazia" e oggi questo filo si è spezzato inevitabilmente, quindi il nostro primo compito, se vogliamo occuparci dell’informazione su un potere sovrano dello Stato che è la giustizia penale, di cui il carcere è la conseguenza fisiologica, dobbiamo dirci la verità.

Vado su un caso concreto, 59.000 persone detenute. Castelli dice: "Abbiamo il problema del sovraffollamento", il problema del sovraffollamento ce l’avevamo gia a 56.000, non serve arrivare a 59.000 per sollevare il problema del sovraffollamento, ce l’avevamo gia 3 anni fa.

S. con la sclerosi, Gennaro diventato cieco in carcere, un’altro detenuto lasciato agonizzante in cella con un infarto in corso, questi casi sono successi 3 anni fa, non serve arrivare a 59.000, il dramma è prima. Vedete come veicolano in maniera sbagliata l’informazione? Il problema bisognava porselo prima.

Questi politici non hanno nemmeno il buon senso di stare zitti, il silenzio è d’oro, questi politici dovrebbero imparare a stare zitti e lavorare, non conoscono il senso dell’interesse pubblico e guardate che mi rivolgo sia alla destra che alla sinistra, perché alle prossime elezioni voglio veder questi cosa faranno. Questo vuol dire che la difficoltà è enorme, però è stranissimo come invece, partendo proprio dagli ultimi, noi possiamo riuscire a ricollegare il sistema informativo su un potere dello Stato, come la giustizia nelle carceri. Per assurdo partendo dagli ultimi, dall’ultimo detenuto che esiste nell’ultima cella, dall’ultimo abbandonato, da quel suo diritto leso, si può ricominciare a riflettere di giustizia penale e carcere.

Concludo con una osservazione che farò anche domani nell’articoletto sul "Foglio" nella rubrica di Radio Carcere: è inutile che qui si continui a parlare di recidiva, sicurezza e certezza della pena, perché oggi, come diceva prima Patrizio Gonnella, per diventare recidivi ci vuole un minuto, ci vuole niente, io l’ho visto come avvocato penalista. Sicurezza. Perché secondo voi è sicurezza avere 59.000 persone in carcere? Certezza della pena! Nuovi carceri per una certezza della pena. Ma di carceri già ne abbiamo a sufficienza, disseminate nella nostra penisola, non è di questo che abbiamo bisogno, secondo me il punto non è questo, il punto di un’informazione corretta sulla giustizia penale e sul carcere è per prima cosa incominciare a dire la verità, e poi bisogna avere una prospettiva.

La prospettiva che è quella non di nuove carceri, ma di carceri più giuste, ma di un carcere diverso; per carcere diverso intendo anche che il giudice abbia nuove pene a disposizione, non solo l’ammenda e la detenzione, cioè che possa applicare pene tipo lavori socialmente utili, ovvero rimessa in ripristino (cosa ci fa in galera uno che ha commesso un abuso edilizio?), ovvero cercare strutture carcerarie attenuate. Un mese fa, ai primi di giugno, è morto un ragazzo di vent’anni, si è impiccato in una cella del carcere di Bollate, era dentro per la detenzione di 20 grammi di hascish, probabilmente spacciava. Ora ditemi, che ci stava a fare quel ragazzo in carcere! È assurdo, il principio di eguaglianza che ci vuole tutti uguali di fronte alla legge, ha la sua matrice in questa massima: "Situazioni uguali vengono trattate in maniera uguale ma situazioni diverse vengono trattate in maniera diversa".

Quando dico dobbiamo avere un carcere giusto, dico che dobbiamo avere un carcere adeguato al caso concreto, quindi non nuove carceri, ma carceri più giuste. E poi bisogna che ci dicano la verità, da questo punto di vista siamo aiutati da pochi organi di informazione; la mia proposta quindi è questa: unirci nella consapevolezza che siamo circondati da bugie e unirci nello sforzo di dirci la verità, poi magari la calibriamo meglio insieme ma intanto ce la diciamo.

 

Luigi Canal

 

Porgo anch’io un cordiale saluto a tutti voi anche da parte del nostro Vescovo che avrebbe desiderato essere presente, ma si trova in pellegrinaggio in terra santa, comunque la chiesa di Belluno/Feltre è lieta di ospitare questo convegno sia per la tematica, così anche per la serietà della conduzione. Saluto in modo particolare i miei colleghi sacerdoti che sono qui presenti, don Carlo, che è il cappellano del nostro carcere di Belluno, don Bruno di Poggioreale (Napoli), frate Giuseppe che dice di non essere un sacerdote, ma è un religioso di qualità DOC. Poi c’è suor Alma che ha accompagnato anche lei questi lavori con tanta fedeltà. Ringrazio gli organizzatori e coloro che hanno scelto questo luogo (sappiate che è a disposizione anche per altre occasioni se lo desiderate), ringrazio anche la signora direttrice della Casa circondariale di Belluno che mi ha invitato a partecipare, invito che ho colto con molto interesse anche se io non posso insegnare quasi niente in questo campo, però posso imparare molte cose.

Io di fatto non potrei aggiungere molto alle tematiche già trattate con competenza e documentazione, ma potrei dire una parola sull’approccio religioso di questa realtà del disagio, dell’immigrazione, della detenzione, sono tutte cose che interessano ci profondamente, anche se mettono paura ed insicurezza, tanto che il titolo di questo convegno è proprio: "Quale sicurezza ci rende sicuri".

Comincerei con un piccolo episodio, sembrava insignificante però non lo è, un po’ di tempo fa passavo per una stretta via di Belluno, ho incrociato un giovane africano, ho notato delle donne che passando si sono strette sulla parete opposta per evitare di incrociarsi. Lui si avvicina a queste donne per chiedere un’informazione, e vista la loro reazione, un po’ di paura gli dice: "Ma avete paura di me perché sono negro?". Ecco, questa frase mi ha ferito molto, perché io ha lavorato trent’anni con i discendenti degli schiavi negri in Brasile, ho donato la mia via per loro, quindi questo uomo che mi sono trovato davanti e quelli che trovo tutti i giorni rappresentano le persone che ho amato per trent’anni, e perciò un episodio di questo genere mi fa percepire che c’è una violenza camuffata nella paura, nella diffidenza, nella discriminazione e che si annida nel cuore di queste persone che cercano di evitare, o che in una certa maniera non gradiscono la presenza di queste persone, e provocano la violenza che si annida nel cuore di queste persone che ricevono queste umiliazioni. In america latina la chiamano "la collera dei poveri". Mi sembra che percorrendo questa strada è normale che sorgano questi sentimenti, a meno che non cambiamo atteggiamento noi.

Qui abbiamo analizzato alcune forme di violenza, chi è andato in giro per il mondo ne ha incontrate anche altre, certamente io ho vissuto in prima persona la violenza quotidiana della miseria per la sopravivenza, sottofondo umano, ma ho vissuto anche la criminalità organizzata, gruppi di sterminio, narcotrafficanti, il turismo sessuale, lo sfruttamento dei minori, tutte cose che magari qui da noi non sono tanto evidenti in tutti questi risvolti. Però bisogna dire che siamo degli esportatori: il turismo sessuale è una piaga terribile e che proprio in brasile si tocca tutti i giorni; siamo noi europei i responsabili di queste cose. Ho conosciuto abbastanza anche le carceri in Brasile, soprattutto quelle di Baja, non facciamo dei confronti perché forse sono fuori posto.

I poveri dell’America latina dicono che la peggior violenza è la fame: questa è la madre di tutte le violenze; non vuol dire che le società opulente come la nostra, anche se un po’ in decadenza, non abbiano le loro violenze, i loro frutti nefasti, per cui molte volte questi bubboni dovuti ad un’opulenza mal condotta, mal vissuta, sfocia nella criminalità passionale oppure nel terrorismo di tipo politico o economico, nella criminalità organizzata dove si vive il traffico di minori, di prostitute di droga, di organi di bambini. Questi mali non hanno come madre di tute le violenze la fame, però adesso ci troviamo in casa proprio questa madre di tutte le violenze che è la fame di tanti nostri immigrati e anche di tanti connazionali che vanno scendendo nella scala sociale fino a livelli di povertà e di miseria.

Oggi una larga percentuale di immigrati, che quindi poi si traduce anche in una larga percentuale di detenuti, sono spesso persone per le quali la migrazione non è stata una scelta libera, ma una fuga dolorosissima dalla miseria, dalla guerra, dalla persecuzione. Qualche mese fa ha battuto alla mia porta un etiope, parlava molto poco l’italiano, aveva fame, io gli ho dato un po’ da mangiare poi ho visto che è andato fuori nel cortile a guardare il cielo senza parlare; allora gli ho chiesto cosa significava questo suo sguardo, lui mi ha detto che era fuggito dall’Etiopia e che era uno di quelli arrivati sulle carrette del mare, ha detto precisamente: "Sono fuggito perché mi hanno ucciso il papà, mi hanno ucciso due fratelli, mia madre non so più dov’è, io sono sfuggito alla morte per puro caso e adesso non ho più nessuno". Io non dico che tutti i casi di immigrati siano di questo paradigma, però sono molti, per cui se quell’africano che abbiamo incontrato sulla viuzza di Belluno fosse stato uno di loro, insomma ci sarebbe da far pensare un po’.

Allora io vi propongo alcune brevi riflessioni, dal punto di vista dell’impegno ecclesiale, dell’impegno cristiano che può essere non condiviso da tutti voi comunque è una componente importante anche nel volontariato in questi ambiti. Noi ci confrontiamo spesso con una pagina fondamentale del vangelo nel capitolo 25 di San Matteo, che impegna i cristiani a dare da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, ospitare gli stranieri, accogliere i pellegrini, visitare i prigionieri, e Gesù dice: "Quello che state facendo a loro lo fate a me, e se non lo fate a loro non lo fate neanche a me". Ecco, questi che il mondo d’oggi considera rifiuti, esseri umani di scarto, sono questi, gli esseri umani di scarto di cui l’Africa è piena, di cui le periferie delle metropoli sono piene, di cui si sta riempiendo un po’ anche la nostra società.

Il cristiano non può sottrarsi a questa pagina del vangelo anche se è chiaro che non gli basta la fede per risolvere, però la fede entra come una componente importante per dar contenuto, poi ad altri provvedimenti decisioni e programmi che naturalmente devono essere portati avanti in sede di istituzioni pubbliche e legali, in sede di decisioni politiche. La nostra fede però dice che il cristiano si misura sempre dal rapporto con questi "rifiuti umani", con questi "ultimi degli ultimi", per la quale Gesù ha speso la vita, e non l’ha data perché fossero meritevoli, per cui non vale dire: "Quello là non merita". Gesù quando ha dato la sua vita, diciamo tutta la sua opera, l’ha data per persone che erano bisognose, non necessariamente meritevoli. Ci dicono le scritture che lui ha dato la vita e ha accettato la croce per gli empi, erano persone che non erano proprio così convertite. Allora il cristiano è chiamato a seguire Gesù in questo atteggiamento, non guardare chi è meritevole o chi non lo è, ma guardare la persona che ha bisogno di sentirsi persona nella sua dignità, nel suo desiderio di vivere, di recuperare la sua dignità.

Una seconda domanda che ci poniamo come chiesa è quale liberazione è possibile per la categoria di persone che ci sembrano incatenate, non solo dal carcere ma molte volte dalla droga, da una catena di sfruttamento da cui non possono più uscire quale la prostituzione o tante altre ferite nella dignità umana, quale liberazione? Guardate che quando Gesù ha voluto presentare la sua missione si è pronunciato così: "Lo spirito del signore mi ha inviato ad annunziare ai poveri il lieto messaggio, a proclamare la liberazione dei prigionieri". Credo che lui avesse davanti tanti prigionieri ingiustamente messi in catene dall’imperialismo romano come da tanti altri imperialismi anche attuali. Ce ne sono tantissimi che avrebbero bisogno anche di questa liberazione che anche il Papa ha proposto durante il giubileo, però il Cardinal Martini dice: "Non è che si tratti di aprire le porte delle carceri perché tutti vengano fuori", c’è una giustizia che deve anche essere compiuta, però c’è una liberazione importantissima sulla quale dobbiamo lavorare: liberare i cuori, liberare dalla disperazione, liberare dalla tristezza, dalla paura, dagli inganni, liberare la persona dal complesso di non valer più niente, di non aver più nessuna possibilità di futuro.

Ecco, questa liberazione dobbiamo impegnarci a farla, occorrono allora percorsi di riabilitazione, di recupero, di un lavoro, perché il carcere diventi qualcosa di diverso anche in un ambiente di sofferenza, ma che mostri alla persona che attraverso questa purificazione si può riprendere il cammino della vita, l’onestà del cuore, il contatto con la società, la speranza di giorni migliori. Il Cardinal Martini, quando ha visitato il carcere di San Vittore si rivolgeva così ai detenuti, con questa speranza. Il messaggio del Papa Giovanni Paolo II, nel giubileo, andava più avanti ancora, diceva così: "Lasciatevi abbracciare da Dio Padre". Non sono mica tutti che accettano il discorso religioso o che cercano l’aggancio con la fede, però ce ne sono molti che lo cercano, e allora questa parola deva scendere profonda nel cuore di queste persone perché è una verità che noi sentiamo molto feconda. Lasciatevi abbracciare da Dio Padre, lasciatevi liberare dal cuore di lui, misuratevi con il cuore di Dio, non lasciatevi soltanto impressionare dalle ristrettezze del cuore umano, lasciatevi baciare da Dio che vi ama, da Dio che è più misericordioso di tutti gli uomini, da Dio che perdona e usa misericordia anche là dove gli uomini non sanno ancora perdonare usare misericordia.

A quante persone che erano scartate dalla società del tempo e anche dalla società religiosa, Gesù ha ricostruito la vita e gli diceva sempre: "Alzati adesso e vai avanti, cammina, non guardare più indietro"; perché il Signore si è dimenticato il tuo passato e guarda solo verso il tuo futuro. Ecco, chi è che oggi porta questo messaggio in questi ambienti, dobbiamo essere noi cristiani che ci prendiamo carico di essere intermediari di questo messaggio di Dio. Altri volontari che lavorano in altre dimensioni daranno il loro contributo, a noi viene chiesto questo contributo anche se è difficile e poco gratificante. Molte volte la partecipazione al dolore, alla disperazione di chi ha sbagliato, nella vita si fa molto pesante anche trovare la strada per entrarci, e può darsi anche che qualcuno la rifiuti. Io nelle case di Salvador dove c’èrano cinquecento "parrocchiani" detenuti, dove i posti erano 1500 ma c’erano 3500 detenuti, visitavo e facevo la proposta anche dell’avvicinarsi al vangelo e ne venivano sempre una trentina in un padiglione, una trentina nell’alto, erano cinque padiglioni differenti e vedeste che riflessioni sul vangelo, che riflessioni c’erano nel cuore di queste persone, mica di tutte, ma a chi lo cerca abbiamo il dovere di portarlo, anche perché apre un orizzonte straordinario nella speranza e quindi nella vita di queste persone.

Poi ci si domanda, secondo il titolo del convegno, quale sicurezza? L’avete già detto voi in tanti modi, a me sembra importante che, quando andiamo in giro per le strade, non giriamo ossessionati dalla paura dell’assalto, che ad ogni crocicchio non vediamo un potenziale assaltatore, su ogni faccia più scura non vediamo un potenziale stupratore. Ecco, se andiamo avanti con questo complesso allora è difficile che possiamo avere un approccio dignitoso con le persone. Ci sono anche questi tipi di immigrati, è chiaro che ci sono, come ci sono anche tra noi europei, però non si può mai generalizzare, non si può mai giudicare una persona prima di conoscerne la natura. Ciò non vuol dire essere imprevidenti o ingenui: noi lavoriamo per una società che possa salvaguardare il più possibile la dignità dei suoi cittadini, ma alla fine non possiamo mai avere la garanzia assoluta della sicurezza. In questo senso il popolo brasiliano ha una bella filosofia, loro dicono: "Padre, noi prendiamo tutte le precauzioni possibili, però l’unica grande, vera e sola sicurezza è il Signore". Questo perché hanno una grande religiosità. Lì, per esempio, si entra in quelle carceri senza avere la sicurezza di uscirne, anche un Cardinale che è andato a visitarne uno, è stato sequestrato, ma non solo lui, sapeste a quanti miei amici e colleghi è successo!

Ecco chi come il Cardinale è capitata questa brutta esperienza probabilmente venivano in mente le parole di Gesù e le ricordiamo sempre anche noi: "Non temete chi può uccidere il corpo ma non può uccidere lo spirito, temete piuttosto quelli che possono prendere il corpo e lo spirito".

Alla fine ci si domanda: assistenzialismo o azione politica? Il volontariato come il nostro impegno ecclesiale può correre il rischio di avere tanta generosità, tanta buona volontà e magari poca professionalità, poca competenza per cui delle volte si pretende di dare un’ aiuto un po’ ingenuo dove non si aiuta veramente e magari si fanno anche dei pasticci. Allora è chiaro che il nostro volontariato sente necessità di professionalizzarsi, di formare di più e ci sono degli sforzi in questo senso molto interessanti e anche la necessaria integrazione con le istituzioni legali e pubbliche, sia in campo del disagio giovanile, come nelle carceri, sia in quello degli immigrati. Ecco, nel volere la giustizia per tutti si manifesta una delle forme di amore forse più necessarie del nostro tempo, questa è anche una parola di Gianfranco Caselli, lui dice: "Soltanto se lavoriamo a partire dalla giustizia, possiamo lavorare per formare dell’umanità una famiglia più unita".

Altro che chiudere i campi profughi o i campi nomadi, qui c’è un invito grande a considerare il problema, non soltanto a partire dagli effetti nefasti, ma anche dalle cause: ci sono le cause per la fame, la guerra, la prostituzione, la discriminazione, allora noi non possiamo condannare la vittima e farla ancora più vittima, dobbiamo pure trovare delle forme di solidarietà e poi lavorare sulle cause.

Voi sapete meglio di me che ci sono centinaia di migliaia di volontari nell’area religiosa come nell’area laica, lavorano nel terzo mondo per sradicare le cause, io ho lavorato trent’anni in Brasile, dove si coltiva la canna da zucchero, lì si vede ancora della schiavitù, dove si ammazza tranquillamente e impunemente. In tre mesi sono state uccise 58 persone. Comunque, lavorare sulle cause per sradicare queste ingiustizie è il primo compito nostro, ancora prima che lavorare sugli effetti che ci arrivano dal carcere. Quindi il volontariato dei nostri che vanno anche in questi paesi, da dove vengono poi questi profughi, questi rifugiati, è un volontariato di grandissima importanza. Termino con due-tre proposte che facciamo noi stessi, prima di tutto come chiesa, ma che possono essere utili a tutti quanti: investire di più nei servizi di accoglienza perché siano migliori rispetto alle carceri, migliorare le strutture per il recupero dei drogati, le mense per i poveri, i servizi della Caritas, programmi per le abitazioni, i mediatori culturali. Lavorare anche per forme alternative di pena, ho visto che anche il Comune di Belluno sta investendo in questo, il grande problema di reinserimento della società di coloro che lasciano il carcere, il reinserimento nel mondo del lavoro perché molte volte si sono visti chiudere la porta del carcere alle loro spalle per tanti anni, adesso se la vedono sbattere in faccia dalla società quando escono. Bisogna ridargli speranza, dignità, diritto di vivere come persone umane.

Bisogna tutelare anche i diritti degli immigrati (anche a Belluno ci sono delle istituzioni che si occupano di questo), ma non è mai sufficiente. Bisognerà fare sempre di più, anche perché loro non conoscono le leggi e il fargliele conoscere potrebbe portare qualche disagio anche a noi, quindi si cerca di nasconderle, non mi sembra che sia giusto farlo. Se sono qui hanno bisogno di accoglienza e di avviare una soluzione al loro problema. Poi bisogna migliorare i dispositivi esistenti per la protezione di coloro che si vedono coinvolti nella tratta delle donne. Non so se avete visto la proposta che faceva don Oreste Benzi al congresso internazionale per la pastorale degli emigranti: lui diceva che se ogni parrocchia d’Italia adottasse una di queste donne, sarebbero 24mila che acquisterebbero la libertà dalla schiavitù della prostituzione, non dico che tutte accetterebbero, però l’offerta sarebbe importante.

Infine dobbiamo anche cercare un lavoro come volontari alle vittime dei reati: una persona stuprata avrà delle conseguenze peggiori del suo stupratore. Io ne conosco alcune, la loro vita rimane totalmente scombussolata, allora noi dobbiamo interessarci nelle carceri di quelli che hanno commesso questi atti, anche la vittima ha bisogno comunque di attenzione. Accompagnare un po’ anche le famiglie delle vittime in questi centri di ascolto, perché molte volte sono lasciate nella loro angoscia, nella loro solitudine senza poter parlare con nessuno, penso che noi abbiamo una grande responsabilità anche verso di loro. Giancarlo Caselli concludeva con queste parole: "Un carcere che sia discarica sociale e segregazione, fabbrica nuova delinquenza e produce insicurezza, un carcere in grado di recuperare il detenuto può ridurre la recidiva e dare più sicurezza".

 

Francesco Maisto

 

Pur nell’apparente sintesi, il discorso dell’amico Tamburino mi ha un po’ deconcentrato in senso positivo rispetto allo schema, alle idee iniziali che dovevo trattare, per cui mi scuserete se esporrò alcune osservazioni in modo un po’ estemporaneo, ma che necessariamente devono tener conto di quel quadro; se così non facessi, sarebbe un po’ come dire: "Non me ne importa proprio niente di quello che ha detto un amico", e invece a me importa.

Devo dire subito che anch’io credo che l’orizzonte sicuritario sia un orizzonte da non sottovalutare: qualsiasi impostazione di politica criminale non può trascurare l’orizzonte sicuritario. Naturalmente oggi la questione non viene impostata in questi termini, né in Italia né all’estero e la dipendenza della condizione sicuritaria è per molti versi un’ importazione della questione internazionale. Se l’oggetto della questione fosse la sicurezza, sarebbe un conto, invece noi siamo di fronte ad un’ossessione sicuritaria, siamo di fronte ad una amplificazione oltre ogni limite, oltre ogni eccesso possibile che, in qualche modo, ci interpella per verificare se questa visione post moderna della questione sicuritaria, non comporti o richieda in tempi brevi una mutazione antropologica del nostro essere.

Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che è eccessiva l’elefantiasi sicuritaria che si fa su ogni questione, a questo punto non si può più pensare che il tutto sia effettivamente disinteressato. Cerco di essere più preciso. In una società post moderna, a tratti altamente tecnocratica, in fondo le due richieste fondamentali che si pongono sono: da una parte le amplificazioni delle tecniche sicuritarie e dall’altra, sul piano della politica criminale, la certezza della pena. Non è che per quanto riguarda il primo versante le tecniche sicuritarie vadano trascurate, voglio dire che gli interventi urbanistici che cercano di attenuare il degrado, che servono per eliminare le zone d’ombra dalle piazze, interventi che servono a far sì che durante l’uscita per la passeggiata dei cittadini, queste tecniche sono utili e necessarie, ma nella misura in cui non restano puramente un fatto tecnologico.

La mia obiezione qual’è? Credo che per molti versi si stia imparando dagli Stati Uniti, l’ossessione sicuritaria si sia spinta al livello di una industria della sicurezza. Il business che c’è dietro l’ossessione sicuritaria è un grosso problema; l’altro è che questa ossessione premia sul piano politico/elettorale. Ricorderete il pacchetto di sicurezza fatto dal governo di centro/sinistra in una fase politica del nostro paese in cui il centro-sinistra rincorreva la destra sulle politiche di sicurezza, cioè quelli che mettevano il puntello un po’ più in là sulle politiche di sicurezza: questo naturalmente non ha nulla a che fare con il problema della vittima, chi accentua, chi fa queste critiche, come quelle che cerco di formulare io, non significa che non gli importi niente della vittime dei reati, che non gli importi dei cittadini, significa invece attenzione all’eccessiva sottolineatura del problema sicurezza.

Ed è stata proprio quella esasperazione paradossale del problema che ha portato al patriot-talk in altri Stati. Quegli stessi atti paranormativi hanno comportato e richiesto prima l’erosione e poi l’ampia riduzione non soltanto dei diritti sociali, ma anche dei diritti personalisti.

Il problema sicurezza, dicevo poco fa, è un problema che aggrega, che fa consenso, che fa audience, è un problema che procura voti. Aggiungerei che è grave sul piano del mutamento dell’antropologia occidentale, e in particolare di quella europea che continuiamo a strombazzare il modello sociale europeo. È grave abbracciare un vissuto sicuritario che non ci appartiene, perché l’accentuazione ossessiva del problema insinua un vissuto soggettivo di onnipotenza; e questo non soltanto nei nostri confini cristiani, che hanno chiara la dimensione della provvisorietà e del passaggio, ma anche secondo altre visioni, come quella socialista, comunista, liberale: è la visione dell’uomo il punto fondamentale, l’insinuazione oggettiva dell’onnipotenza.

Quello che mi spaventa é che questo può portare ad un mutamento antropologico: io inorridirei se mio figlio diciassettenne a trent’anni ragionasse in questa maniera, cioè nei termini di onnipotenza che ha una connotazione di infantilismo, quando mi rendo conto che lui, per il solo fatto che uno strumento tecnologico sul momento non ha risposto al comando, va in escandescenze, e non credo di avere un figlio con un carattere molto disorientato, ma quando vedo queste reazioni, comincio a pensare che questi siano i prodotti di questo tipo di civiltà. Francamente questa civiltà non solo non mi interessa, non mi piace e non la voglio e non voglio viverci dentro.

Monsignor Canal indicava uno scritto o un’espressione di Padre Martini, quello sulla pena "Non è giustizia" in tutto l’itinerario che egli propone, per quanto riguarda la giustizia, però non la giustizia che citava Monsignor Canal del collega Caselli, cioè giustizia penale, ma come punto fondamentale la giustizia come virtù cardinale, all’ interno del quale c’è la giustizia penale, però guai se tutto diventasse giustizia penale. Allora, all’interno della giustizia come virtù, come insegnamento dei padri, in un percorso non facile indicato nel suo magistero da Padre Martini, per quanto riguarda i problemi della pena, della giustizia e della rieducazione, la parola sicurezza compare soltanto in tre parole che ad un certo momento in un ampio contesto dice: "La sicurezza va garantita" e poi si parla d’ altro, ma questa espressione è inserita in un contesto che significa sottolineatura di antropologia nostra, quella che noi conosciamo.

All’interno di questo discorso allora credo che anche l’amplificazione che si fa sul problema degli indici di recidiva, delle tecniche di rilevazione della recidiva, hanno un orientamento molto preciso: si sa dove vanno e posso anche concordare sul punto che un tale eccesso di certificati penali che sembrano delle lenzuola non consente la possibilità di un passaggio ad un mutamento legislativo come quello previsto dal disegno di legge Cirielli, proposto dall’attuale maggioranza che è sull’onda anche qui di una politica criminale statunitense.

Il collega Tamburino ricordava la linea politica: "Fino alla terza e poi sei fuori", ma lì sei fuori veramente, nel senso che non hai più spazio, andiamo verso la pena indefinita, disegno di legge Cirielli. Quindi come vedete, una diversa visione dell’uomo, una diversa visione della sicurezza, della politica criminale, della legislazione in materia di recidiva; e anche in questo contesto allora si scrive questa formula umana, ormai abusata, della certezza della pena. Non dipenderà tutto dallo slogan "certezza della pena", però è un dato di fatto che si è arrivati al limite massimo storico, mai raggiunto nel nostro Stato di 59.000 persone detenute: è scientificamente accertato che l’aumento della popolazione penitenziaria non dipende dal fatto che sono aumentati i reati, ma da altre cose. Può dipendere da un cambiamento della legislazione, da un aumento della produttività cioè dall’aumento dell’attività della polizia, dal fatto che meno persone escono e più persone entrano, ci sono, insomma, una serie dei variabili che andrebbero prese in considerazione.

Un altro dato di sforamento storico si riferisce al numero di bambini che si trovano in carcere al seguito dei genitori, attualmente sono 60, così tanti non ce ne sono mai stati. Ma non è soltanto un problema di numeri, questa è solo l’accentuazione di un onda che si cominciava a vedere alcuni anni fa; qualcuno ricorderà come, lasciando il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, non con questo governo, ma con l’altro governo e l’altro ministro, l’amico nostro e credo di tutti, amico e maestro Sandro Margara, scriveva al ministro: "Ma ormai monta il clima della cattiva politica, di quella che vede la deriva dei frammenti spezzati delle idee della solidarietà, di attenzione alle varie idee di disagio sociale riassunte nel carcere. Della cattiva politica che procede alla rottamazione di quelle idee, in cambio di un modello nuovo di zecca di città, senza barboni e con galere fiammanti piene di delinquenti di tutte le dimensioni, ma quando in galera sono tanti non si sbaglia, la pezzatura largamente prevalente è quella piccola".

Allora credo che di tutto questo si debba tener conto, anche da parte vostra che vi presentate per vostra scelta in una dimensione di umiltà, ma avete le vostre possibilità di interloquire a livello sociale, istituzionale e politico. Il punto fondamentale, guardando in avanti nelle programmazioni, di quel che si vuole fare è ciò che vogliamo fare nella nostra vita, è tenere alta la guardia. In altri termini, l’idea della certezza della pena, almeno cosi come è stata formulata in questi anni, che oltre tutto è frutto di pigrizia, di egoismo, di ingessamento, è un’idea che nei programmi futuri di chi si candida a voler governare questo paese, deve essere cancellata!

Passo al secondo punto cioè la prospettiva della risocializzazione del deviante, in maniera tale che non ci sia recidiva. Io voglio dire francamente come condivido le cose che diceva Tamburino per quel che riguarda la sicurezza; però anche qui credo che bisogna dire qualcosa di troppo, non qualcosa di più. Io credo veramente che la prospettiva della risocializzazione di chi commette reati termina dove inizia il problema della risocializzazione della società: se noi abbiamo una società punitiva, che non è una società risocializzata, credo che il problema della risocializzazione del deviante non si potrà mai raggiungere; bisogna mettere la parola fine alla risocializzazione del deviante.

Pochi giorni fa sono stato a Napoli per un convegno, essendo stato ospite di amici che avevano la casa non molto lontano dal carcere di Secondigliano, mi veniva naturale per deformazione professionale (se vedo un carcere, la cosa mi evoca un certo ragionamento), riflettere sul fatto che, quando ci sono interi territori della nostra patria, del paese che amiamo, che sono nella completa illegalità, parlare di reinserimento di persone che hanno commesso questi fatti, che cosa significa, non si riesce a capire, li reinserisci dove, quando, per cosa fare?

Allora qui veramente bisogna ragionare sulle carriere criminali. Però il fatto che ci siano questi territori aggressivi di illegalità che pesano su tutta la situazione nazionale e che in questa fase storica per altro, hanno una pessima gestione, questo non ci esime dal fare ragionamenti sulla gestione pubblica che ha investito le nostre città; voglio dire che quando noi abbiamo delle città che avevano una chiara tradizione di città ospitali, accoglienti, di città che attraverso il tratto lo stile e i valori con i quali si viveva la vita, riuscivano non soltanto ad accogliere le persone, ma anche, attraverso quegli stili e quei tratti, a far sì che quelle persone vivessero di conseguenza con lo stesso stile. Quando invece queste, da città ospitali si sono trasformate in città ostili, in città nemiche, si è fatto in modo da distinguere chi deve stare fuori dalle mura e chi deve stare dentro.

Ho notato la bellissima porta di accesso al Comune di Belluno, da quanto detto da Monsignor Canal, anche qui a Belluno si incomincia ad aver paura di certe cose come gli stranieri, allora qui la soluzione sarebbe facile, basterebbe chiudere la porta e la paura si chiuderebbe fuori.

Torno al problema dei lunghi certificati penali e carriere criminali: io mi chiedo però se in considerazione di questi fenomeni di ampia recidività, che sicuramente ci sono, noi lo percepiamo, però ormai gli studi scientifici sulla recidiva sono roba vecchia. Questo ci deve portare ad allocare risorse, ingegno, investimenti, su quello spezzone che riguarda l’esecuzione della pena, il collegamento tra penalità e sistema assistenziale, per altro ormai quasi completamente distrutto, oppure ci deve far pensare che si debba por mano a qualcos’altro? Io credo che si debba agire soprattutto ad un altro livello.

Non è la solita lagna di un magistrato, o di un Procuratore Generale, è materia che vediamo nei processi ogni giorno, non voglio scandalizzare nessuno. Noi abbiamo un sistema processuale che non funziona, che non consente ai processi di arrivare in tempi di ragionevole durata, nonostante il mutamento dell’articolo 111 della Costituzione, è importante arrivare alla fine dei processi: certo le persone possono essere assolte, ed è giusto che siano assolte se non sono colpevoli, però arrivare alla fine del processo vuol dire prevalentemente arrivare alla sanzione, ed è questo quello che si fa con il nostro sistema: alla sanzione non si arriva. Soprattutto per quei processi di pedofilia e violenze sessuali, sopratutto per quelli.

L’altro giorno ero ad un convegno della Caritas Ambrosiana sui problemi della casa; ai giornalisti presenti interessati a questa osservazione dicevo: c’è un processo che riguarda la pedofilia, di un maestro di una certa scuola elementare certa di Milano che va avanti da due anni, eppure c’è un pubblico ministero e un collegio giudicante bravissimo, meglio di così non poteva essere per tutti, io mi augurerei di avere a che fare con queste persone se dovessi essere giudicato. Allora vuol dire che c’è qualcos’altro che non và. I processi non arrivano alla fine, le sanzioni devono essere applicate, il sistema processuale non deve consentire trucchi, non deve consentire vuoti dei quali ci si appropria, come avviene nella maggior parte dei casi, le indagini si devono poter svolgere, è necessario che le risorse ci siano per poter fare attività investigativa che serve per fare i processi.

Voi mi direte giustamente: ma con la quantità di persone processate che sono in carcere lei mi dice che i processi non vanno fatti? È vero, ma voi fate riferimento a processi che riguardano la marginalità sociale, cioè quelli della microcriminalità. Quei processi che seguono un arresto in flagranza di reato, che si sviluppano il più delle volte in un patteggiamento con pene, a volte, più alte di quelle che avrebbe chiesto il giudice, ma che ritiene adeguate e quindi le applica, questo porta all’applicazione della pena e certe volte non ci sono nemmeno i soldi per continuare negli altri gradi di giudizio.

Sfoltire, concentrare; invece le politiche di linea criminale vanno altrove, vanno nel senso inverso, perché se siamo nello sfoltire e concentrare allora non è minimamente ammissibile la linea portante del disegno di legge per la modifica della legge sugli stupefacenti, nel senso che sicuramente, tenuto conto degli attuali indici di nostra conoscenza, il sistema penitenziario rimarrebbe più ingolfato di quello che è attualmente: un terzo di persone detenute per fatti di stupefacenti, in cui non ci sono detenuti grossi trafficanti, ma il piccolo spacciatore; dovremmo pensare a un sistema penitenziario che abbia la metà di popolazione detenuta fatta da tossico dipendenti.

Si potrebbe dire: "Sì, però si prevede una vasta rete di comunità e di case di accoglienza". Risposta: "È una balla!". Non è possibile perché, calcoli alla mano, tenendo conto delle rette giornaliere che dovrebbero essere date alle comunità per singola persona, moltiplicate per il numero di tossicodipendenti in stato di detenzione, la spesa giornaliera per posto letto sarebbe pari a quella che serve per fare tutto il bilancio della riforma Moratti. Allora o si fa la riforma Moratti, o si fa il disegno di legge Fini, quindi è un problema di impraticabilità.

Cerco di dare qualche spunto di riflessione sull’argomento che mi era stato proposto un po’ in modo ostico, è un problema che non conosco bene quello delle reti sociali, cioè quello sulla recidiva. È inutile che vi dica che, avendo voi proposto il tema "Reti sociali e recidiva", lo conoscete sicuramente meglio di me. Io dico: indubbiamente le reti hanno una forte incidenza sulla attenuazione o eliminazione della recidiva, naturalmente parliamo di reti sociali non parliamo di reti apparenti che in realtà sono dei contesti territoriali criminali e hanno come unico scopo il favorire l’uscita dal carcere di criminali che poi tornano a delinquere, sto parlando delle reti sociali a noi note e che sicuramente sono importanti e che, per quanto siano un laboratorio sperimentale conosciuto da non molti anni, nella loro varietà si prestano molto in relazione al problema dell’attenuazione della recidiva.

Voglio dire che, sia quelle che noi definiamo come reti tradizionali (quelle sportive, quelle culturali), sia quelle che noi definiamo come reti spontanee (un fenomeno interessantissimo che andrebbe stimolato, in ambito penitenziario soprattutto in relazione a certi tipi di reati), le reti del dono sono un fenomeno ormai sociologico pieno di ricchezza umana e spirituale; sono le reti per la cura alla persone e potrebbero essere messe in relazione a certi atti delinquenziali; tutte queste reti in qualche modo possono concorrere per attenuare o escludere la recidiva.

Per fare un esempio: le reti della responsabilità sociale diffusa, fate conto la rete dell’impresa sociale, cioè quella rete che ha la capacità di rendere gli stessi soggetti portati all’atto delinquenziale dal disagio, protagonisti dell’attività. Posso fare un esempio sul territorio che io conosco meglio, cioè quello di Milano, ma credo che sia così un po’ in tutta Italia: ecco, qui ci si occupa molto dell’accentuazione dei prodotti tipici, del consumo critico, delle botteghe di artigianato, di prodotti biologici e così via. Quindi reti che possono essere utilizzate per fasi di programmi trattamentali e per fasi di programmi penitenziari che però dovrebbero ancor più essere utilizzate per le fasi finali in cui ci si avvia all’espiazione definitiva della pena, e in cui la misura alternativa dovrebbe diventare un po’ come un modo ordinario di espiare la pena. È inconcepibile che una persona che abbia fatto un certo numero di anni di carcere si senta dire: "Domani esci".

Il modo ordinario di uscire dal carcere dovrebbe essere quello della misura alternativa relativa alla detenzione, e qui le reti avrebbero un grosso rilievo, non solo per non farli uscire senza rete in modo che subito c’è la ricaduta, ma perché ci si avvii all’uscita con la rete. In questa prospettiva allora ci sono le reti in fase di programma, per cui bisogna pensare ai permessi premio; questo naturalmente non significa soltanto problemi di eventuali accompagnamenti, laddove se ne ritrovi la necessità, laddove l’accompagnamento non diventi un sistema perché quello che accompagna ci guadagni sopra; il tutoraggio è diventato ormai una programmazione retribuita da parte degli enti locali per cui il carcere diventa, non soltanto un circolo vizioso, ma anche un circolo costoso. Quindi permessi premio per fasi di programma, e in questa situazione allora acquistano grande rilievo quelle reti che apprestano luoghi abitativi, laddove non ci siano, non perché la persone abbia il diritto alla casa, ma perché possa fruire della casa come passaggio temporaneo pur rispettando la dignità della persona umana.

I tetti per i permessi premio: questo probabilmente chiama in causa il patrimonio immobiliare degli ordini religiosi e delle chiese locali, della rifinalizzazione e ristrutturazione dei patrimoni immobiliari. Proprio in occasione del convegno della Caritas Ambrosiana, riflettevo sul fatto che l’ultimo rapporto che è stato redatto in Italia sulla povertà e sull’esclusione sociale fa riferimento agli osservatori diocesani, e si metteva in evidenza come, nell’ambito della difficoltà del vivere quotidiano che si accentua sempre di più per certe classi sociali, il problema dimensione abitativa non è soltanto un problema qualitativo, ma è anche un problema quantitativo: è la difficoltà del vivere quotidiano, anche in relazione all’abitazione.

Io non sto dicendo che ci deve essere un esproprio proletario del patrimonio immobiliare diocesano, sto solo dicendo che questo problema interpella le coscienze di noi cristiani sulle ricchezze che non vengono messe anche a disposizione degli altri. Credo che sia grave pensare, in relazione a qualsiasi tipo di reato, che ogni ricaduta sia una ricaduta in senso tecnico, non voglio dire tanto in senso tecnico giuridico, ma voglio dire anche in senso criminoso. Credo anche qui che si debbano fare dei ragionamenti in relazione alle persone, criminologicamente si parla di quadro clinico, ma tra noi amici possiamo dire: "Ragioniamo sulle singole persone che commettono certi crimini". Credo che si possa dire che c’è ricaduta, e non recidiva nel senso strettamente tecnico, di fronte a ricadute che in qualche modo fanno parte della fisiologia del percorso di reinserimento. È come il viandante che fatica, fatica nel camminare, per oltrepassare questa terra, oppure per andare in alta montagna, però la stanchezza aumenta sempre di più, è in qualche modo anche una sorta di fragilità.

È chiaro che il soggetto a cui sto pensando adesso è prevalentemente l’alcooldipendente ed il tossicodipendente, ed allora ricadute nel loro percorso non significano recidiva e non devono e non possono mai significare un automatismo nel dire: "C’è stata la recidiva e ora non se ne parla più". Ecco, io credo che mai nel nostro orizzonte dovrebbe esserci l’espressione "Non se ne parla più".

 

Patrizio Gonnella

 

Buongiorno, non farò un intervento lungo visto che il tempo è poco, farò una sintesi, anche perché se c’è la possibilità di un’interlocuzione, è meglio. L’informazione e comunicazione intorno al carcere si può definire quasi una battaglia, una battaglia spesso persa. Non dimentichiamo che il carcere è il punto di caduta di un sistema: attenzione a guardare al carcere in quanto carcere, e attenzione ad occuparci solo del sistema carcerario, perché nel momento in cui ci occupiamo solo del sistema carcerario, rischiamo di andarlo a legittimare fino in fondo, perché bisogna aver sempre chiaro che il carcere è il frutto di un sistema scelto di giustizia penale e quel sistema a sua volta è il frutto di una scelta disorientata.

Diciamo quindi che c’è una sorta di concatenazione causale, allora in tutto questo contesto il sistema della giustizia, il sistema del carcere vive nel cono d’ombra dell’informazione. Un cono d’ombra perché c’è una cattiva e rara informazione. Viviamo periodi in cui si alterna il carcere come scandalo al carcere come legittima richiesta. A volte noi leggiamo sui quotidiani e sui media, sentiamo periodicamente chi sostiene che le condizioni carcerarie sono insopportabili, con altrettanta periodicità invece, c’è una invocazione di politiche più severe e di politiche di sicurezza rigorose.

Ovviamente il sistema dell’informazione non si rende conto della profonda contraddizione, o comunque probabilmente non gli interessa, perché non è un’ informazione ragionata. Allora, quello che diceva Francesco, che probabilmente si riferiva ai fatti di cronaca di questi giorni, sulle violenze sessuali a Milano e Bologna, quando per esempio tenete conto che fatti di questo genere producono un’informazione decisa, non sto dicendo un’informazione esagerata, però prima di decidere una campagna intorno a certi temi, bisogna avere la chiara consapevolezza che questa produce alcuni risultati. Noi, all’indomani di una catena di omicidi di tabaccai che avvenne a Milano nel gennaio del 1999, raccogliemmo un po’ di dati dai tribunali di sorveglianza, vedemmo quelli che erano i risultati, in termini di dati statistici, della popolazione reclusa. Praticamente, dopo che ci fu una grossa campagna di due quotidiani nazionali, dei media e in particolare di RAI 1, sulla vicenda di quella sequenza di rapine e omicidi a Milano, noi abbiamo avuto una crescita in termini assoluti di popolazione carceraria, di alcune migliaia.

Ovviamente non erano alcune migliaia i rapinatori. In tutta Milano potevano essere una decina, né è aumentato il numero assoluto delle rapine in quei tre mesi, probabilmente è stato l’effetto indotto, ossia, da un lato la magistratura giudicante, dall’altro la magistratura di sorveglianza, che usano tutte le cautele possibili quando l’informazione si muove in modo, diciamo, pressante rispetto ad alcuni temi delicati della sicurezza. Poi, probabilmente quegli stessi giornali, un anno dopo, hanno dedicato un’intera pagina al piano "Marchall", quello sull’amnistia e indulto proposto in occasione del giubileo.

Questa è la profonda contraddizione da cui non se ne esce, perché non c’è fino in fondo una consapevolezza dell’influenza che su questi temi hanno gli strumenti di comunicazione, in più questi tendono a non informare correttamente. Questa è anche una responsabilità di chi ci dirige, dico "ci" perché noi ci occupiamo di queste cose e ovviamente in questo caso intendo il ministero degli Interni ed il ministero della Giustizia storicamente, quindi non ne faccio una colpa a quest’ultima amministrazione.

C’è una diffidenza a trattare con i media, nel dare informazioni corrette, nel dare, per esempio, i dati su quelli che sono i tassi di recidiva o sull’esecuzione penale esterna. Raramente c’è, da parte dell’Amministrazione della Giustizia dell’informazione su questo, raramente si parla. Anzi io non ho mai sentito dire dal ministero degli Interni che gli immigrati con permesso di soggiorno che delinquono e che sono in galera condannati per reato, sono meno di cento, e che quindi quel gran numero di criminali immigrati fa parte della clandestinità, e che di conseguenza quel dato sull’immigrazione clandestina=criminalità può essere interpretato nel senso che è la clandestinità che produce immigrazione, che produce "scelta criminale". Pertanto il dato va comunque spiegato in altro modo. Così come sulla violenza sessuale, ovviamente in assenza di dati, perché poi in tutto quello che si legge non c’è scritto niente.

Io sono stato chiamato personalmente da quasi tutti i giornali nazionali che speravano di avere qualche fatto, dato sulle violenze, denunce e condanne, dati che in realtà non ci sono. Allora io mi chiedo: perché l’Amministrazione penitenziaria raccoglie le macro-aree di reati e non invece i singoli? E soprattutto perché non dire che di recente è già stata cambiata la legge sulla violenza sessuale e che se noi riscontriamo, o meglio si è detto che c’è stata una crescita delle condanne, bisogna anche dire che non esistono più gli atti di libidine, diversificazione che un tempo esisteva tra gli atti di libidine e la violenza sessuale, e che quindi, se noi enucleassimo solo quelli che erano allora atti di violenza sessuale, in realtà le percentuali sarebbero analoghe. E poi perché quando si parla di criminalità invece non si legge che la maggior parte degli omicidi avvengono in ambito famigliare? Nessuno di noi si sognerebbe mai di criminalizzare la famiglia come luogo primario della devianza, e quindi noi, tutto sommato, se è vero l’assunto dei media, che viviamo in una società pericolosa, e se è vero che la vita è il bene più importante, prima di tutto, secondo questo cattivo sillogismo, ci dovremmo difendere dalla nostra famiglia, ma ovviamente non è così.

Questi sono solamente alcuni spot sul tema informazione e comunicazione, tenendo conto che c’è una grossa e mal gestita responsabilità; tenete conto che ogni puntata che è stata fatta in passato sulla vicenda di Erika e Omar, è stato un pilastro per la cattiva e, fortunatamente, bocciata riforma Castelli, sulla giustizia minorile. Quella riforma che nasceva sotto la pressione dell’opinione pubblica. Ricordo 4 o 5 puntate in cui c’erano sempre gli stessi ospiti, tra cui il criminologo Bruno, che non mi sembra abbia mai risolto un caso in Italia, però sta sempre lì a raccontare con precisione quali sono le dinamiche criminali.

Questa è un’altra cattiva gestione della comunicazione, ossia, si ritiene poco interessante andare a dipanare la questione criminale, dove c’è sicuramente un libero arbitrio, quello che interessa a Bruno, ma c’è anche di mezzo un determinismo sociale. Se noi andiamo a vedere chi compone oggi la popolazione detenuta e non consideriamo i reati, ma guardiamo la provenienza culturale, le storie lavorative pregresse, l’età, la provenienza geografica, ci rendiamo conto che ovviamente è il sud del mondo. Se poi vogliamo guardare l’Italia, oggi abbiamo 59.000 detenuti di cui il 75 per cento sono del sud, poi avranno anche fatto gran crimini, non dico che sia una determinazione sociale, non è che solo perché sei nato a Catania sei nato povero e fai reato, io sono nato a Bari e non ho commesso nessun reato.

Fortunatamente, in parte, siamo liberi di scegliere, però ovviamente, sei fossi nato a Milano 3, con un padre costruttore, oppure premier, percentualmente sarebbe stato più probabile che tutto andasse bene. Negli Stati Uniti, se sei nero o portoricano, hai più possibilità di essere condannato a morte che non se sei bianco. Tutto ciò non vuol dire che non ci sia periodicamente un’attenzione al carcere come luogo profondo della sofferenza, però dico che purtroppo è episodica perché è legata a singole storie e a singoli casi, soprattutto interviene ad agosto, quando c’è una mancanza di altre notizie, poi quelle storie si abbandonano, si consumano.

Una classica domanda che mi fa un giornalista quando mi interroga su questi temi quando succede qualcosa, è: "Ma lei ha qualche caso da segnalare, qualche storia?". Tutte sono storie, sono 59.000 persone che vivono in una condizione insostenibile perché i posti letto sono 42.000 e oggi, se non vogliamo americanizzarci fino in fondo ed accettare i due milioni di detenuti degli USA, dobbiamo appunto pensare a trovare strategie per far sì che il sistema dell’informazione divenga nostro alleato.

 

Emilio Santoro

 

Credo che queste siano le cose da fare: provare a vedere un po’ il contesto della proposta di legge "Cirielli", e cioè quale sarà l’impatto, perché veramente stiamo andando verso un doppio binario della giustizia, alla fine stiamo costruendo una giustizia completamente differenziata, per galantuomini e ladroni di tipo ottocentesca. Nutro poca fiducia sul fatto che si possano dare ulteriori indicazioni con le elezioni future, perché questa è una legge che purtroppo sfrutta molte ambiguità; il centrosinistra infatti su queste materie non ha una posizione chiara, univoca, e, quando la prende, tendenzialmente la interpreta diversamente da come vien fuori da queste lettere.

Il presidente del consiglio D’Alema, assieme al ministro della giustizia Fassino, sono quelli che hanno reso rigide e durissime le pene per i reati contro la proprietà, e, di fatto, hanno esteso l’applicabilità del 4bis a quella che viene chiamata "rapina impropria", da atti di furto si passa appunto a casi di rapina, e questo ha poi effetto non tanto per la pena edittale, quanto per la fase esecutiva della pena, alla quale è applicato il 4bis, e questo è proprio uno degli aspetti deleteri.

Se andiamo a prendere la posizione del centrosinistra rispetto alla legge "Cirielli", vediamo che si è concentrata sul fatto che questa è una legge che praticamente rende irrilevante la pena perché non ci saranno più processi, perché si scarcereranno molte persone indiziate di reati gravissimi, come l’associazione mafiosa o di criminalità dei colletti bianchi.

Le riserve su questa legge da parte del centrosinistra, sono state tutte quante sull’aspetto dell’abbreviazione dei termini della prescrizione, cosa che per molte persone esclude l’effettività della pena. È chiaro che impostare in questa maniera la campagna, cioè da un punto di vista di retorica, rende poi automaticamente impossibile andare a protestare contro gli effetti di cui parla Pavarini, dicendo che questa è una legge che non rende effettiva la pena e poi nello stesso tempo, retoricamente, è una legge che aggrava le pene per i recidivi, per cui non è riuscita a dire assolutamente niente sull’aggravamento delle pene per i recidivi. Questo è il primo punto molto grave.

Secondo punto: si costruiscono due strategie processuali assolutamente diverse; da un lato abbiamo le persone che tenderanno a difendersi dal processo, e non nel processo, cioè a far decorrere il più possibile i termini, il che vuol dire che aumenteranno i ricorsi in Appello soltanto per prendere tempo, come pure succederà per i ricorsi per Cassazione. Tutto questo avrà un aggravamento notevole sulla giustizia penale italiana: la Cassazione si troverà sommersa di ricorsi puramente strumentali. L’intervento sulla prescrizione del reato è un intervento sacrosanto, noi siamo il Paese regolarmente condannato dalla Corte di giustizia europea perché i nostri processi durano tempi troppo lunghi. Io non mi sento di contestare questo, però contesto il modo in cui viene fatto questo intervento, poiché chi avrà la possibilità di costituire un collegio di difesa tale da poter difendersi dal processo, quindi tirare per le lunghe le cose, avrà anche la possibilità di evitare la condanna.

Chi invece si troverà ad affrontare il processo, con l’avvocato d’ufficio trovato in corridoio che naturalmente, il più delle volte, non ha neppure letto il fascicolo relativo a quel procedimento, sicuramente patteggerà la pena, il che vuole appunto dire che la condanna sarà immediata, e quindi sarà questo il recidivo e non l’altro, che con un ottimo collegio di difesa non avrà permesso alla condanna di diventare definitiva. Infatti non risulta recidivo chi non riporta condanne definitive e, se questi dovesse commettere un’altro reato mentre ha in corso un processo che va avanti da anni, paradossalmente, per avere la recidiva reiterata passeranno molti altri anni prima di chiudere i processi precedenti, quindi questa è una legge che costruisce proprio un doppio binario.

È un concetto molto grave, in assoluto contrasto con la Costituzione italiana. C’è un altro dato molto importante: il testo della legge attuale dice che il giudice "può", qui invece il testo dice che "deve," e come accennato anche dal dott. Pavarini, probabilmente siamo in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione, perché non mi permette più di trattare in maniera uguale situazioni uguali. Questo contrasto lo ritroveremo poi anche in fase di esecuzione della pena: accesso ai permessi, alla semilibertà, alla detenzione domiciliare; tutto ciò è in netto contrasto con la giurisprudenza costituzionale che ha sempre detto che il Magistrato di Sorveglianza deve valutare il percorso e non gli si può dare il compito di applicare in maniera tassativa la legge, a prescindere dal percorso di reinserimento del detenuto.

La Corte Costituzionale ha fatto saltare tutti gli automatismi previsti, più volte il legislatore ha detto: "In queste condizioni il Magistrato di Sorveglianza deve fare questo", e normalmente la Corte Costituzionale ha detto: "No, bisogna lasciare libero il magistrato, dargli la possibilità di valutare il percorso". Per cui tutti questi vincoli che vengono messi, sono presumibilmente anticostituzionali. La cosa importante è dire che spesso la recidiva non viene applicata dal giudice, cioè il giudice che, fino ad oggi, si trovava di fronte ad una persona che era recidiva, non riteneva di doverla applicare perché lo spazio tra il minimo e il massimo edittale bastava per sanzionare il fatto, quindi non applicava l’aumento previsto dall’articolo 99 del nostro codice, per cui questo faceva sì che molte persone, sebbene in parte fossero recidive, non risultassero definitive in sentenza e di fatto.

Invece in questa maniera, sostituendo il "può" col "deve", il giudice non potrà più dire: "Io non lo considero recidivo", ma dovrà per forza applicare la recidiva e questo avrà un grosso peso nei casi di patteggiamento e di giudizio abbreviato. Questo è un’ aspetto gravissimo di questa legge. Aumenterà a dismisura quella che io chiamo "detenzione sociale", cioè delle persone che vanno in carcere, non tanto per il reato, ma per la condizione sociale. Naturalmente questo avrà un impatto distruttivo sulla situazione penitenziaria italiana, perché, faccio l’esempio del carcere di Sollicciano, visto che lo conosco benissimo che è il primo centro di accoglienza della Toscana, il luogo dove ci sono più extracomunitari non regolari, il primo centro di accoglienza per senza fissa dimora, per cui ci sono più senza fissa dimora in carcere che nell’albergo popolare. È anche il primo centro di assistenza per le persone con patologie psichiatriche, infatti ce ne sono molte di più lì che nelle corsie psichiatriche degli ospedali della Toscana.

Credo che comunque sia un dato comune per tutte le grandi carceri, e questo dato diventerà enorme proprio perché questo tipo di legislazione farà sì che i senza fissa dimora, gli immigrati irregolari, le persone con sofferenze psichiche, i tossicodipendenti, aumenteranno a dismisura. Nel carcere di Sollicciano 400 detenuto su 1000 sono tossicodipendenti, altri 400 sono immigrati irregolari, e un altro centinaio sono persone con patologie psichiatriche; tutto questo in una struttura costruita per 450 persone. Probabilmente, con l’applicazione di questa legge, diventerà un carcere da 1500 persone, con la conseguenza che la situazione che attualmente si trova nelle sezioni giudiziarie (in celle previste per due persone, al posto di due letti singoli, ci sono due letti a castello e lo spazio in mezzo si occupa con un’altra branda per la quinta persona, per cui quando si dorme nessuno può più muoversi perché non c’è più spazio calpestabile), diventerà una situazione che si estenderà a tutto il carcere.

Dopo l’inaugurazione, in Emilia-Romagna, del primo carcere privato per tossicodipendenti, gestito da San Patrignano, è chiaro che questa legge creerà una pressione per la privatizzazione delle carceri, perché altrimenti non si capisce come questa situazione si potrebbe gestire. Sullo sfondo abbiamo la proposta di legge Fini sulle tossicodipendenze che prevede la privatizzazione delle carceri per i tossicodipendenti, è chiaro che se viene approvata la proposta di legge "Cirielli", la pressione sarà tale che la proposta di Fini dovrà correre per essere approvata.

L’altro dato, secondo me, è culturale: una legge che dica che il legislatore fissa un limite in cui si deve considerare il detenuto irrecuperabile, non più risocializzabile, è una legge in contrasto con l’articolo 27, terzo comma della Costituzione, che ha il grande pregio di non configurare questo come un diritto spettante a qualcuno, ma di considerare il fatto che la pena deve tendere al reinserimento sociale come un dovere dello Stato, da applicare a tutti indistintamente. Questo è il motivo per cui la sentenza della Cassazione di un anno e mezzo fa, che dice che le misure alternative non si applicano a immigrati regolari, è molto dubbia, molto contestabile, perché esiste un dovere dello Stato di scontare una pena in condizioni tali da portare al reinserimento sociale chiunque sia in una situazione detentiva, per cui il fatto che il legislatore dica: "Per queste persone la pena non tende più al reinserimento e rieducazione è molto dubbio".

Soprattutto tenuto conto di una giurisprudenza della Corte Costituzionale che dal 1974 è arrivata a configurare come un diritto soggettivo della persona, che è ormai pronta al reinserimento sociale, il fatto di poter uscire anche se la pena edittale non è ancora stata scontata del tutto, quindi questo ha di fatto costituzionalizzato il principio delle flessibilità delle pene e della revisione di redimere, della capacità del soggetto di adattarsi alla vita sociale. Tra l’altro la legge "Meduri" ha una funzione un po’ ambigua, costruita in equilibrio tra aiuto-controllo, anche questa in contrasto con la sentenza della Corte Costituzionale del 1974, che sostanzialmente impone allo Stato il dovere di creare nuove alternative per il reinserimento sociale dei detenuti, e quindi ha una funzione di sostegno più che di controllo.

Come è stato ricordato, la proposta di legge "Cirielli" è chiaramente costruita su modello di alcuni stati americani, dove dopo tre reati ti condannano all’ergastolo, ma loro però la applicano nel caso che il primo reato sia grave, mentre qui da noi sarebbe applicata in qualsiasi caso, anche se si trattasse di reati non gravi. Questo è il contesto culturale che noi vogliamo imitare. L’altra cosa da dire, che non fa parte di un contesto culturale, ma giuridico, è che gli americani non hanno l’articolo 27, terzo comma nella loro Costituzione, e qui entra in ballo la questione culturale, perché la parte protestante della cultura americana è profondamente diversa dalla parte cattolica della cultura italiana. C’è una differenza di fondo molto importante che risale probabilmente al tempo della riforma, al 500/600, e che è chiara per quanto riguarda il campo della responsabilità personale, non solo, ma anche in quello dell’atteggiamento rispetto alla marginalità sociale, e all’aiuto alle persone. La figura protestante non accetta l’idea del fallimento nella carriera di una persona, e quindi non dà nessun valore a qualsiasi tipo di aiuto alla persona che ha fallito nella propria vita, perché nella cultura protestante, il fallimento, data la credenza nella predestinazione, è dimostrazione del fatto che la persona non è destinata alla salvezza, per cui, quando io aiuto una persona che ha fallito, sto aiutando una persona non destinata alla salvezza, e per questo non si dà nessun valore all’aiuto verso le persone che hanno sbagliato.

Nella cultura cattolica la cosa è completamente diversa, le opere incidono sulla salvezza, non c’è predestinazione, per cui se io aiuto una persona, questa si può riscattare all’ultimo momento, cosa quindi lodevole e meritevole. Ora, prescindendo dalle credenze di ognuno, questo fa una grande differenza culturale tra i due paesi. Una legge dice: "Quando fallisci, in una cultura protestante, ti do tre possibilità", ti ho già dato troppo, in quanto già al primo fallimento avevi dimostrato di essere predestinato; non dimentichiamo che il sistema americano è stato creato dai Quaccheri, quindi questa ha una connotazione religiosa. Questo non torna nel sistema culturale italiano; l’articolo 27 si esprime nella religione cattolica e non in quella protestante, per cui penso che anche di questo aspetto culturale dei due sistemi giuridici vada tenuto conto, e che quindi non si possa traslare una legge americana in una legge italiana, perché il contesto è completamente diverso.

C’è modo di neutralizzare questa norma? No! C’è modo di attenuarne l’impatto distruttivo. Intanto, per quanto riguarda le donne incinte, è molto divertente, perché la conseguenza dell’applicazione di questa norma alla donna incinta è: "Dato che è uno dei capi in cui il codice prevede la sospensione obbligatoria dell’esecuzione della pena, e non potendo concedere la detenzione domiciliare, questa dovrà restare libera". Conseguenza a cui il legislatore non ha pensato. Si prevede, per lo stesso caso la sospensione condizionale della pena e la detenzione domiciliare: di solito succede che, quando il magistrato ritiene che ci sia un rischio di fuga e quindi ci sia bisogno di qualche controllo, invece di dare la sospensione della pena, concede la detenzione domiciliare. Parliamo soprattutto di donne Rom, che di solito commettono la reiterazione del furto. Con questa legge, siccome queste sono tutte recidive plurime, non sarà possibile concedere la detenzione domiciliare, quindi il magistrato sarà costretto a concedere la sospensione e quindi a rimetterle in libertà.

Secondo dato: in base a questa legge diventano rilevanti anche i reati punibili a querela, che prima contavano relativamente poco. C’è una legge che prevede che questi reati, per la stragrande maggioranza, siano ormai di competenza del Giudice di pace; nella legge sul Giudice di pace, si prevede l’attivazione degli Uffici di mediazione dove si possono chiamare le due parti, cercare una mediazione, fare ritirare la querela e quindi estinguere il procedimento penale. Dobbiamo cercare con molta forza di attivare gli Uffici di mediazione presso i Giudici di pace, così da eliminare il primo gradino del percorso; evitiamo di avere una prima sentenza di condanna, che poi se non è la prima ma la terza, fa diventare la persona recidiva plurima. Quindi bisogna assolutamente fare funzionare gli Uffici di mediazione presso i Giudici di pace: a Firenze lo abbiamo fatto, a Milano so che è partito, e so che sta partendo anche a Treviso.

Bisogna che veramente arrivino a questi uffici i casi, avere un accordo serrato sia con il Giudice di pace, e possibilmente cercare di coinvolgere i vigili urbani, i commissariati, perché, un’altra cosa che diventa importante, è la discrezionalità del pubblico ufficiale, del funzionario di polizia che si trova di fronte al caso, visto che è lui che fa la prima qualificazione giuridica del fatto, per cui se al sofferente psichico, invece di dargli l’oltraggio a pubblico ufficiale, si scelgono altre strade tipo "resistenza a pubblico ufficiale", si evitano appunto percorsi di questo genere. Sul piano tecnico, un’altra cosa da fare secondo me, quando siamo alla prima condanna, è attivare i percorsi di affidamento, per cui chi conclude la pena in affidamento, non dovrebbe, al secondo reato, essere considerato recidivo; paradossalmente i soggetti a cui si applica questa legge sono quelli per cui è difficile costruire un percorso di affidamento, perché costruirlo per un immigrato irregolare è un casino. Bisogna però assolutamente provarci e concentrarsi su quelli al primo reato, perché così gli si impedisce di cominciare questa carriera.

"L’affidamento estingue la pena", non si va in affidamento per una condanna sospesa. Con la nuova legge, ci si va solo con la prima: io l’ho sempre applicata, quando la ritenevo applicabile, alla recidiva, perché è importante affidarla alla prima condanna, quindi alla seconda, ma non alla terza, non si dà la sospensione della pena perché altrimenti subentra la Simeoni. Altra cosa che si può pensare di fare è che, siccome questa rischia di colpire anche a dieci anni, bisogna evitarlo con la riabilitazione. Bisognerà attendere che questa legge esca dal Senato e vedere come verrà modificata, così poi ognuno studierà quali singoli percorsi si possono fare. Sicuramente anche se la legge tende ad essere retroattiva, non credo che si possano considerare recidive plurime le persone che in effetti non lo sono, come ho detto prima, alla situazione attuale, il giudice non applica la recidiva, quindi anche se oggi uno commette il ventesimo reato, ma nei diciannove casi precedenti il giudice non lo ha considerato recidivo, non diventa recidivo plurimo.

Quindi per tutte le persone che oggi stanno in carcere, a cui la recidiva non è stata applicata, ci troveremo di fronte a casi che di fatto sono di recidiva plurima, ma formalmente sono di prima reiterazione. Questa è un’altra cosa che, almeno nel breve periodo, attenua l’effetto di questa legge. Credo che sia una cosa importante perché ho fiducia che, sollevando molte questioni di incostituzionalità, questa legge, se uscisse così com’è, avrebbe una vita breve, di un anno, un anno e mezzo, per cui, se riusciamo a limitare l’impatto della legge nel primo anno, dopo si spera che la Corte Costituzionale intervenga, come è successo sostanzialmente con la "Bossi-Fini". Quindi, per quelli che si trovano già nelle carceri, se si trovassero di fronte ai problemi causati da questa legge, nel caso venisse approvata, consultate gli avvocati e controllate nelle sentenze se è stata applicata la recidiva.

 

Giovanni Tamburino

 

Buongiorno a tutti, spero di fare un intervento che sia all’interno del discorso che è stato fatto fino a questo momento, in particolare che possa avere qualche utilità per gli operatori. Credo di aver compreso che si tratta di un momento conclusivo di una sorta di corso che gli operatori fanno perché il loro volontariato abbia efficacia, degli effetti maggiori quanto possibile.

Io interverrò come magistrato e quindi la premessa che va fatta è che c’è una dimensione politica che è naturalmente la dimensione prevalente, è la dimensione dove vengono fatte le grandi scelte sociali, scelte normative, si decide quali leggi adottare; ora questa dimensione sta, per così dire, alle spalle rispetto al magistrato. Il Magistrato si trova ad avere delle norme e la sua funzione sociale, in sostanza, è di applicarle nel modo migliore, applicarle tenendo conto il più possibile della società. Questo è il significato concreto, storico di queste norme, però va ricordato anche il servizio che la magistratura rende ad un paese.

Questo non significa, come qualcuno è portato a credere, che nell’attività della magistratura non vi sia anche un significato politico; dire questo sarebbe a mio parere una sciocchezza, la nostra è un’attività che evidentemente ha delle ricadute di carattere politico e in un certo senso è essa stessa politica, sta nel cuore della società. Però bisogna avere molto chiara questa distinzione, non è la politica nel senso delle scelte, non è la politica nel senso di quali orientamenti una società in un certo momento adotta per risolvere determinati problemi. Questo tipo di scelte, che sono quelle propriamente politiche, vengono fatte prima, il magistrato se le trova già fatte, e le trova scritte sotto forma di norme che deve applicare: ecco questa è un po’ la premessa che ritengo di dover fare per spiegare il livello in cui si colloca l’intervento che mi propongo di svolgere.

In questo intervento toccherò questi punti: prima di tutto dedicherei un minuto a riflettere su che cosa si intenda per sicurezza, poi mi chiedo se vi è una relazione tra la sicurezza e la sanzione penale, poi ancora mi vorrei chiedere quale tipo di sanzione penale può essere la più efficace in relazione alla sicurezza e infine come realizzare, cosa si dovrebbe e si può fare per rendere questa sanzione penale più efficace. Siccome è mio desiderio essere molto breve, dovrò essere anche schematico.

Il primo punto, cioè la sicurezza: a volte ci interroghiamo sul quale sia il ruolo, l’importanza che ha la sicurezza "in" e "per" la nostra società; si è tentati di creare delle frammentazioni o delle contrapposizioni, ad esempio, tra sicurezza e trattamento, tra sicurezza e diritti del detenuto o diritti del cittadino in generale; si è anche portati a fare come una sorta di graduatoria.

Qualche volta ci si interroga e si dice: ma viene prima la sicurezza? Io penso che una riflessione più attenta possa portare a credere che il discorso impostato in questo modo sia impostato male. Il termine sicurezza è un termine molto ambiguo, ha molti significati anche molto diversi fra loro. Noi usiamo questo termine per dire che un’auto è sicura, o piuttosto al fatto che siamo sicuri se abbiamo una assicurazione, è un termine che ricorre molte volte in modo disparato che non e riconducibile ad un unico concetto. Quando parliamo di sicurezza, come la intendiamo noi, nel senso più ordinario, più comune, direi anche nel significato quotidiano, o giornalistico, pensiamo in realtà, più che a un bene, ad una condizione.

La sicurezza non è un bene che si possa identificare, è piuttosto una condizione nella quale si possono trovare determinati beni. Ci sono i cosiddetti beni della vita, che sono ovviamente la vita stessa, la mia libertà, il mio benessere, la mia tranquillità, questi beni sono le cose che mi fanno sentire bene, quello che nella vita conta, le cose che io difendo per me, per i miei figli, per i miei amici, per la società. Questi sono i beni, la sicurezza è un modo d’essere di questi beni, una situazione in cui si trovano questi beni, non è essa stessa propriamente un bene, e appunto questi beni possono essere minacciati.

Pensiamo al 19 giugno scorso, pochi giorni fa a Bologna in un parco una ragazzina di quindici anni ha subito una violenza e questo è un bene della vita. Poco fa ho ascoltato Monsignor Canal con grande interesse, ecco quella vita non è più la stessa, quella vita da quel momento cambia, ha subito un trauma probabilmente irreversibile che comunque durerà anni e anni per questa persona. Questa persona aveva una sicurezza, prima, poi questa sicurezza non c’era più perché è stato leso un suo bene della vita, ha avuto una ferita che forse non si rimargina più. Da qui parte un’insicurezza, cioè un bene della vita si scopre che non è nella sicurezza in cui pensavamo che fosse e questa scoperta, questa sensazione di questa persona dilaga intorno a lei, intorno al ragazzo che l’accompagnava, alla sua famiglia, a tutte le persone che gli stanno intorno, ma poi sono dei circoli sempre più ampi che si allargano, sono come un sasso nell’acqua: dilaga nella città e va oltre, ne parlano tutti i giornali, ne parlano tutti, tutto il Paese sente l’insicurezza, e quel bene si trova esposto a una condizione di insicurezza. Perciò, come ho detto prima, la sicurezza è un modo d’essere in cui si trovano certi beni.

Ho fatto l’esempio della libertà sessuale, importantissima nella vita di una creatura, ma ci sono tanti altri beni analoghi che possono essere esposti a condizioni di insicurezza. Se impostiamo le cose in questi termini forse capiamo che è sbagliata l’altra impostazione di cui parlavo all’inizio, cioè pensare a una graduatoria della sicurezza. Possiamo anche dire che la sicurezza sta al primo posto se il bene minacciato è un bene molto importante. Quindi la sicurezza è importante, a seconda dei beni che vengono minacciati, e da questo punto di vista si può anche dire che la sicurezza sta sicuramente nei primi posti di quello che una società avverte come importante, quando appunto i beni che possono essere messi a rischio, minacciati, sono beni che possono essere considerati primari, che vengono sentiti come i più importanti della nostra vita quotidiana.

Ecco perché considero sbagliato sottovalutare il problema della sicurezza. È un problema importante che va affrontato, che va visto, così come io credo che, se lo si imposta bene, si vede che non c’è nessun conflitto tra sicurezza e altri interessi, come il recupero, come i diritti del cittadino; anzi se in realtà la cosa è impostata bene, si sorreggono l’una con l’altra. Questa è l’impostazione che, anche in una prospettiva politica diversa da quella attuale, perché le idee di ognuno vanno tutte rispettate, ovviamente ci sono delle differenze su questo punto tra una politica e l’altra, il problema dovrebbe essere posto ricordando che la sicurezza è importante, va tenuta presente e ogni politica deve considerare e non sottovalutare questo aspetto dei bisogni sociali.

Il secondo punto: la sanzione penale è importante in relazione alla sicurezza?

Anche qui, questa domanda ha qualche cosa di paradossale, perché si potrebbe ribaltare, potrei dire: "Se la sanzione penale non ha nulla a che fare in relazione alla sicurezza, come possiamo agire nei confronti della sicurezza?". Diceva Monsignor Canal poco fa: "Bisogna cambiare la società", e assolutamente siamo d’accordo in questo, certo se potessimo cambiare gli atteggiamenti, l’egoismo, le chiusure, le ingiustizie, le iniquità economiche e quant’altro c’è di sbagliato nella società, non vi è dubbio che i risultati in termini della riduzione della criminalità e quindi in termini di sicurezza sarebbero straordinari, come potremmo dubitare di questo! Il punto purtroppo è che questo cambiamento sociale vede idee molto diverse, vede contrasti, conflitti di opinioni che appunto si ripercuotono nelle scelte politiche e quindi una diversità di opinioni che rende quanto mai difficile, almeno nel periodo breve, immaginare che questi cambiamenti sociali si possano realizzare.

Questo non lo dico per cinismo o per scetticismo sulla possibilità dell’uomo di trasformare la società, anzi, questa possibilità c’è eccome, si vede che le società cambiano, si trasformano. Si vedono questi cambiamenti sociali anche molto profondi. Il punto è che questi cambiamenti, nell’ambito di una ricostruzione storica che possiamo fare, seguono delle direttive o degli orientamenti che a volte sono o sembrano incoerenti, questo perché appunto nella società ci sono molte oscillazioni, ci sono forze diverse, opinioni diverse. Ecco, questo non dipende tanto da un atteggiamento di cinismo, dipende dal fatto se si vede il come fare questo cambiamento, in quale direzione andare, questo perché molto spesso certe idee vedono una contrapposizione, anche in persone di buona fede, che sono animate tutte da buone intenzioni.

Ora questa trasformazione sociale, che pure sarebbe il rimedio reale rispetto a questi problemi, è difficile da immaginare che sia a portata di mano; quindi la sanzione è una realtà alla quale siamo destinati, per mantenere determinati limiti e per assicurare che certe regole siano rispettate. D’altra parte, se vogliamo guardare anche ad una realtà empirica, vediamo che talvolta l’intervento di una sanzione penale produce degli effetti, anche se poi è sempre difficile ricostruire dei fenomeni sociali, comprendere perché si siano prodotti determinati risultati. Faccio questo esempio perché mi sembra molto evidente, la legislazione che è stata prima introdotta poi abbandonata e superata, delle manette agli evasori, senz’altro ha determinato una riduzione dell’evasione fiscale, così come, in un campo totalmente diverso, anche in un’idea banale come la patente a punti si vede che c’è una reazione a questo tipo di minacce.

Dobbiamo dire però che la sanzione, per essere efficace, deve essere una sanzione intelligente, cioè una sanzione che non sia sproporzionata né per eccesso né per difetto, non sia isolata da un contesto diciamo normativo, non sia contraddittoria, incoerente con il resto delle norme e poi è tanto meno efficace quanto più va ad applicarsi a fenomeni endemici, cioè a fenomeni diffusi, ampi. Tipico, da questo punto di vista, è quello normativo della legge sull’uso degli stupefacenti, una normativa terroristica perché, se pensiamo che c’è una pena minima di otto anni per il reato base, che comunque non ha prodotto risultati, o almeno non dà quei risultati che ci potremmo attendere, perché quello è diventato un fenomeno endemico e quindi non è adatto ad essere trattato con il sistema penale.

Ecco, sanzione intelligente, che significa? Sanzione intelligente è la sanzione che riesce ad incidere sulla recidiva, che riesce ad eliminare o almeno ridurre la recidiva, perché l’obbiettivo di ogni nostro impegno, di ogni nostro lavoro è la riduzione della recidiva, cioè far sì che la persona riesca a uscire da un circolo infernale, da una gabbia più costrittiva dello stesso carcere, che è la gabbia della ripetizione. Non uscire più da questo ciclo che riproduce il reato, riproduce l’illecito questo a mio parere richiede che ci sia dissuasione, cioè la sanzione deve essere dissuasiva tale da intimidire e allo stesso tempo non deve essere tale da chiudere, da impedire ed è necessario che vi siano delle vie di uscita, perché altrimenti anche tutta questa crudezza non servirebbe a nulla, anzi sarebbe peggiore. Occorrono entrambi questi elementi. Su questo, devo dire che, guardando la realtà delle cose, ci accorgiamo che abbiamo un lavoro immenso, ammesso che vogliamo vederlo, se vogliamo affrontarlo, perché la realtà è invece, non sempre ma spesso, quella di una recidiva che procede a spron battuto, è quella di carriere criminali, è quella di certificati penali grandi come capitoli di un romanzo.

Mi è capitato recentemente, ma questo lo sapete bene voi che frequentate il carcere perché sono casi assolutamente quotidiani, il caso di una persona il cui certificato penale aveva, a distanza di circa 10 anni l’una dall’altra, 4 gravi condanne per pedofilia. Secondo me questo non è accettabile, c’è qualcosa che non va, dobbiamo dire sinceramente che, rispetto al fenomeno della recidiva, c’è qualcosa che non va, certamente vi è un profilo che ci interroga, qualcosa bisogna pur fare rispetto a questo!

Quindi io sarei portato a pensare che ci debba essere una certa rivalorizzazione della recidiva, sotto quale profilo? Sotto il profilo di una richiesta personale anche maggiore da parte del detenuto, nel senso che il complesso dei benefici penitenziari che oggi sono molto ampi, vada gestito nella sua massima ricchezza, però con un forte richiamo anche alla responsabilità della persona alla quale vengono dati, per questo deve esserci una specie di contratto con la società, che vada al di là della giustizia penale, che poi si estingue con la cessazione della pena, cioè che si dica: "Ma cosa farai domani?". Cioè la prospettiva dei benefici, di un recupero per il quale forse la società qualcosa fa, ma poco, deve fare di più. Questo recupero fondamentalmente deve passare attraverso di te, ti interpella, interpella la tua responsabilità, se tu non lo farai, sappi che domani noi, la società dovrà considerare queste misure un fallimento, che non vanno bene.

Deve esserci il superamento di una visione giustificazionista del reato che tende a dire: "Se la società non mi dà tutti i mezzi che occorrono io continuo a delinquere". No, questo non è accettabile: rispetto al reato vi deve essere un atteggiamento di imperativo categorico: "Non si fa!". Quella è una strada chiusa, non è una strada che possa essere accettata, ne devi trovare un’altra, ma tutto questo, tenendo conto che l’intelligenza della sanzione tocca prima di tutto la società, questo è vero, però non è vero che deve essere la società a farsi carico del singolo, non è possibile, ogni singolo deve fare la sua strada, nessuno può sostituirsi a lui, come io non posso sostituire un’ altro.

L’intelligenza della sanzione significa dire quali sanzioni, come vanno strutturate, questo si è un compito della società. Questo è il grande compito della società, dove invece, a mio parere, la società è molto carente perché è un compito di riflessione, di studio, di approfondimento, di comprensione; è un compito anche di specialisti, non solo di emozioni, le emozioni sono giuste, è impossibile eliminarle da questi discorsi, però occorre poi che ci sia un momento di riflessione, di intelligenza, e che vi siano delle scelte conseguenti. Questo a mio parere un po’ manca, forse manca molto e su questo invece c’è una responsabilità che ci riguarda tutti.

 

Massimo Pavarini

 

Parliamo di sicurezza dei diritti, non di diritto alla sicurezza

"La sicurezza è la ricaduta benefica che c’è solo se io riesco a garantire

maggior tutela dei diritti di tutti, soprattutto dei più deboli"

 

Intervista a cura della redazione di Ristretti Orizzonti

 

Massimo Pavarini, docente di Diritto penitenziario all’Università di Bologna, lo si sta ad ascoltare sempre con piacere, perché è brillante, caustico, pessimista quanto basta, mai scontato. A Belluno, durante il Seminario di studi "Quale sicurezza ci rende sicuri?", lo abbiamo invitato a parlare di sicurezza, e lui ha scardinato tutte le banalità che imperversano sui mass media a proposito di questo tema diventato ormai così squisitamente "elettorale".

 

Oggi la sicurezza è diventata una delle ossessioni di tutte le campagne elettorali, dei mass media, delle discussioni da bar. Ma viviamo davvero in un mondo più insicuro?

In realtà ritengo che stiamo soffrendo una singolare contraddizione: dal punto di vista dei livelli di sicurezza oggettiva, noi, che viviamo nel cosiddetto Primo Mondo, godiamo di livelli di sicurezza mai goduti nel passato, eppure oggi ci sentiamo o diciamo di sentirci sempre più insicuri. Le generazioni che ci hanno preceduto erano molto più insicure di noi: ad esempio i nostri nonni avevano aspettative di vita più ridotte. Solo un secolo fa, spostarsi da una città all’altra voleva dire affrontare seri pericoli. Se vogliamo anche restringere il tema della sicurezza a quello determinato dal delitto, il rischio di essere vittima di un attentato alla persona era più alto una volta: solo tre generazioni fa, chi usciva di notte ed era ricco, di regola era armato (poi, certo, per chi era povero e non possedeva nulla, il rischio di essere vittima di un delitto era abbastanza improbabile allora come lo è oggi). Noi oggi viviamo quindi un paradosso: stiamo in una società più sicura, più capace di calcolare i rischi e proprio perché siamo capaci di calcolare i rischi alla fine siamo sempre meno disposti a correre dei pericoli.

 

C’è stato o no un aumento della criminalità nel periodo più recente?

Sì, non c’è dubbio: come in quasi tutti i paesi occidentali un certo tipo di criminalità – quella contro la proprietà in particolare – è aumentato molto, moltissimo. Si potrebbe dire, in parole semplici, che la criminalità predatoria è aumentata in ragione diretta dell’aumento della ricchezza materiale della società. Insomma: siamo diventati più ricchi e in termini proporzionali sono aumentati i furti. È, se volete, il prezzo che si deve pagare al benessere economico raggiunto; nei paesi poveri, poverissimi i delitti contro la proprietà sono pochi, pochissimi, salvo poi scoprire che proporzionalmente sono società in cui il rischio di subire un delitto contro la persona è più elevato di quanto lo sia nelle società ricche. Anche l’Italia, quindi, dalla metà del secolo scorso ha sofferto un trend crescente di delittuosità contro la proprietà; ma bisogna anche dire che l’Italia è il paese che ha registrato nell’ultimo secolo – secolo e mezzo – una drastica riduzione dei reati contro la persona. Da questo ultimo punto di vista l’Italia dell’ottocento era uno dei paesi europei più insicuri.

Non so se qualcuno di voi sa cosa raccontano i diari dei nobili e ricchi borghesi del nord Europa che venivano nel giardino d’Europa a visitare le bellezze naturali ed artistiche del nostro paese: l’Italia d’allora era ai loro occhi un paese sanguinario, che terrorizzava qualsiasi visitatore straniero. Dagli assalti dei briganti agli omicidi, al duello, che era diffuso sia nelle classi aristocratiche sia nelle classi popolari, l’Italia dell’ottocento era un paese selvaggio, primitivo e pericolosissimo. E non sempre quelle paure erano infondate: abbiamo indici statistici di omicidi commessi in Italia a partire dall’unificazione; ebbene: l’Italia del 1860 conosceva indici di omicidi dolosi superiori a quelli che oggi soffre la Colombia, che come non tutti forse sanno è il paese che registra il più alto tasso mondiale di omicidi. Oggi l’Italia, nonostante la presenza ancora diffusa della mafia e di altre organizzazioni criminali che non si fanno certo scrupolo di uccidere, è un paese a indice di omicidi consumati e tentati, ovviamente di tipo doloso, assai contenuto, ad esempio quattro volte inferiore a quello degli Stati Uniti. Allora: se gli omicidi nel tempo sono diminuiti di cinquanta volte e i furti sono aumentati forse di 1000 volte, dobbiamo concludere che la criminalità è aumentata o diminuita?

 

Il diffondersi oggi dell’insicurezza determina anche una diversa considerazione sociale del carcere?

Direi di sì, anche se il rapporto è più complesso di quanto si possa pensare. Direi che bisogna partire da un dato di fondo: nelle ultime due decadi nel mondo occidentale abbiamo assistito ad un progressivo ma significativo passaggio da una cultura dell’inclusione sociale a una dell’esclusione. Il modello inclusivo, che si è realizzato a fare corso dalla metà del XX secolo e che si è tradotto nelle forme più o meno avanzate di stato sociale di diritto, ha determinato anche una particolare cultura penale, quella del trattamento rieducativo. Parlo di modello inclusivo, perché in buona sostanza al fondo della retorica dello stato sociale c’è l’idea che la forma migliore di governo dei conflitti sia quella volta ad includere politicamente e socialmente i soggetti, anche e soprattutto quelli emarginati e deboli, come ad esempio i detenuti. La crisi del welfare state e dello stato sociale di questi ultimi anni ha fatto sì che anche l’ideologia della rieducazione entrasse in crisi.

 

Che cosa ha messo la parola fine al modello sociale inclusivo?

Ora, per dirla con una battuta, direi che ad un certo punto qualcuno si è alzato in piedi e ha ordinato a tutti: "La ricreazione è finita, adesso tutti seduti". Il grave è che questo comando è stato progressivamente condiviso da sempre più persone. Tutto sembra sia iniziato nei primi anni settanta del secolo scorso negli Stati Uniti d’America, quando un mediocre attore è stato eletto presidente; poi questa idea che bisognasse ridurre lo stato sociale che era diventato il paradiso dei fannulloni e degli scrocconi, ha attraversato l’oceano ed è approdata in Europa. Insomma, fuori di battuta: l’ideologia neoliberista ha avuto il sopravvento su quella solidarista dello stato sociale. Bene, il tema della sicurezza nasce con questo cambiamento: la sicurezza dalla criminalità è la parola nuova che diventa moneta corrente nel passaggio dallo stato sociale verso modelli neo liberisti.

È all’interno di questo contesto che nasce il tema della sicurezza: dai miei genitori, che hanno vissuto l’ultima parte della loro vita nello stato sociale di diritto garantito, alla mia famiglia che vive oggi nel post welfare, dal punto di vista dei pericoli oggettivi di essere vittima di un qualche reato, è cambiato ben poco. Certo sono aumentati alcuni reati predatori, ma in sostanza io godo della stessa sicurezza dei miei genitori quando esco la sera o attraverso la mia città di notte. La questione è ben altra: è che la sicurezza da bene pubblico si è progressivamente trasformata in bene privato.

 

In che senso la sicurezza è ormai un bene privato?

La sicurezza è diventata una risorsa privata, un bene privato che si può comprare sul mercato. Quando oggi si parla del problema della sicurezza non si fa riferimento alla sicurezza come era intesa nello stato sociale, che intendeva la sicurezza come bene sociale per tutti. La sicurezza sociale nello stato sociale era lo scopo e l’effetto del buon governo: più un’amministrazione è corretta, attenta, capace di supplire alle inefficienze del mercato, capace di prevenire le situazioni critiche, capace di risolvere i problemi, più i cittadini godono di sicurezza sociale.

Invece oggi la sicurezza è diventata un nuovo bene, un bene però non garantito a tutti indistintamente, ma come la proprietà è un bene privato. Questo è il vero punto in cui oggi ci troviamo: quando qualcheduno invoca e pretende maggiore sicurezza, la rivendica con la pretesa di avere una fetta di sicurezza aggiuntiva in più, per sé, non per tutti. Allora cominciamo a capire che la sicurezza è un bene privato, che pone un problema irrisolvibile riguardo alla distribuzione delle risorse.

 

Cosa succederà allora con le scarse risorse disponibili per la sicurezza dei cittadini?

Facciamo un esempio: io abito in un quartiere, voglio più sicurezza nel mio quartiere. Ma oggi chiedere maggior sicurezza nel mio quartiere comporta la minor sicurezza del territorio limitrofo. Quando io dico: voglio più polizia, voglio più videosorveglianza, voglio più controllo, è chiaro che se certi quartieri debbono essere più sicuri, inevitabilmente altri, più poveri, soffriranno di una quota aggiuntiva di disagio sociale nel proprio territorio. Si apre così un conflitto perenne. Questo conflitto come lo risolvi? Se ti muovi in una dimensione privata della sicurezza, non c’è dubbio che gli attori più forti si accaparrano quote maggiori di sicurezza a scapito dei più deboli. Già adesso si vendono gli immobili con il valore aggiunto della sicurezza: questa abitazione in questo quartiere vale il 20% di più, non perché c’è più verde, ma perché è più sicura. È ovvio che ci saranno case che varranno poco, sempre meno, perché sono in quartieri definiti poco sicuri.

Ma il conflitto nasce anche in un altro senso, ad esempio tra la mia sicurezza e la tua nella fruizione dei diritti fondamentali. Il desiderio di non avere membri della comunità Rom tra le scatole può mai coincidere con la sicurezza dei Rom di veder rispettata la loro etnia? Il conflitto c’è ed è irrisolvibile. Oggi non si parla più della sicurezza come sicurezza dei diritti, ma di diritto alla sicurezza, e pertanto di un bene scarso. E in quanto bene scarso esso determina competizione sociale e politica. I partiti politici cercheranno allora di guadagnare consenso vendendo promesse di rassicurazione e si porteranno a casa nuovi voti. Anche questo è mercato. Ed è ciò che già oggi avviene e che apre un conflitto permanente sul piano dell’esercizio dei diritti. Pertanto io parlo della sicurezza come sicurezza dei diritti di tutti: un bene pubblico che lo Stato può produrre se riesce a garantire maggiore tutela dei diritti, soprattutto dei più deboli.

 

Ma che attenzione si deve prestare ai bisogni di sicurezza della gente?

Quando si dice che si deve prestare la massima attenzione alle paure della gente, si dice una cosa giustissima. Ciò però non vuol dire che la paura della gente debba essere assunta cosi com’è: così com’è, essa provoca esclusione sociale, e pertanto bisogna essere cauti. Ad esempio: oramai sappiamo dell’esistenza di un corto circuito tra sentimenti socialmente costruiti di insicurezza e imprenditorialità nelle campagne morali sulla sicurezza. Cosa s’intende per imprenditorialità morale? C’è chi ha fatto di questi sentimenti un business, un grande business: è diventato imprenditore dei sentimenti, li ha costruiti, manipolati, orientati verso obiettivi che rendono. E questo tema dell’imprenditorialità morale sulla questione appunto dei sentimenti di insicurezza è quello che poi ha trasformato la politica nel senso più ampio.

L’imprenditorialità morale sul tema dell’insicurezza può essere benzina sul fuoco, ad esempio, rispetto alle politiche di integrazione degli immigranti e rispetto ai processi immigratori più in generale, in un paese come il nostro impreparato a confrontarsi con le diversità, perennemente in bilico tra ostilità, xenofobia e razzismo. Ma di più: se i processi migratori sono sempre stati sofferenza per chi li ha vissuti, è pur vero che in altri momenti storici essi si sono sviluppati all’interno di modelli economici e culturali di tipo inclusivo. Non dico che i nostri italiani emigrati tra otto e novecento negli Stati Uniti d’America siano stati accolti con le fanfare, ma va riconosciuto a quel grande paese di allora di essere stato capace di esprimere una cultura dell’inclusione sociale dello straniero.

 

E nel nostro paese come si affronta la questione immigrazione-sicurezza?

La nostra logica invece è quella che assume in partenza la prospettiva dell’esclusione: l’immigrato che delinque, è comunque alla fine espulso, o attraverso una misura di prevenzione, o una misura di sicurezza, o una pena sostitutiva o una accessoria. Meglio: si vorrebbe espellerlo, perché ben sappiamo quanto poi sia difficile nei fatti dare esecuzione sempre e comunque a questa volontà. Ma non importa: dal punto di vista culturale, l’Italia oggi esprime una cultura dell’esclusione nei confronti degli stranieri e non certo una dell’inclusione. Diciamolo con sincerità: non c’è una chiara volontà di integrazione dello straniero. Certo ci fa comodo che gli immigrati facciano alcuni lavori ingrati a cinque euro lordi all’ora; che facciano le badanti sì, anche questo va bene, ma poi non li vogliamo integrati. Deve essere però a tutti chiaro che così facendo non si limita il flusso di stranieri nel nostro paese. Questa strategia è quindi destinata a fallire: ma se le risorse sono poche e il nostro sistema economico non prevede per il futuro, neppure per la seconda generazione, un vero modello di inclusione degli immigrati e dei loro figli, allora è facile essere profeti di sventura.

Per chi lavora nel sociale, oggi giorno sono ancora "rose e fiori": l’emergenza sicuritaria scoppierà quando i figli degli immigrati, nati in Italia, entreranno nella fase dell’adolescenza e della gioventù. Sul punto la letteratura è concorde: il vero problema della devianza è la seconda generazione, che parlerà con l’accento dialettale delle nostre comunità, ma che avrà comunque la pelle nera e che, se non integrata, si sentirà – e a ragione - di serie B. È questo il momento in cui scatta il conflitto di valori e si determina quanto è già successo in Francia e in Inghilterra. E in Italia fra 5 o 6 anni questi giovani nati da genitori immigrati entreranno nella fase più pericolosa, sia per loro che per noi. Quindi bisogna prepararci e sinceramente non capisco perché non ci si prepari a un evento annunciato e sicuro.

Del tema sicurezza bisogna quindi farsi carico ma senza legittimarlo nei termini con cui è stato finora costruito. In qualche modo il nodo è ineludibile: bisogna arrivare al più presto a definire un nuovo patto di cittadinanza rispetto al quale fondare i nuovi criteri dell’inclusione sociale. Nello stato sociale il criterio su cui si fondava l’inclusione era il lavoro. Una volta si diceva che tra l’inclusione e l’esclusione dal mondo del lavoro si giocava il diritto di cittadinanza, vi ricordate? Per cui chi lavorava era incluso, chi non lavorava no. Ma oggi non possiamo più richiamarci a questo criterio. Se lo sviluppo economico che avanza non prevede lavoro per tutti, ma lavoro per sempre meno persone, perché questo sistema economico ha allocato diversamente le risorse e accetta come inevitabili tassi elevatissimi di disoccupazione, che facciamo: escludiamo dai diritti di cittadinanza chiunque non si inserisce nel mondo del lavoro? O cerchiamo altri criteri su cui fondare il nuovo patto di cittadinanza?

 

 

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