L'opinione dei detenuti

 

Istigazione a delinquere? Parliamone con Marco Travaglio

Riflessioni sull’articolo di Marco Travaglio "Fine pena sempre" (vedi)

 

di Graziano Scialpi, redazione di Ristretti Orizzonti

 

Egregio signor Travaglio, nell’accingermi a rispondere al suo articolo "Fine pena sempre", uscito sull’Unità del 6 giugno, stavo per accusarla di fare terrorismo mediatico basato su informazioni false, approssimative e comunque non verificate. Ma poi mi sono reso conto che le sue responsabilità sono più gravi e, a mio avviso, rientrerebbero negli estremi dell’istigazione a delinquere (art. 414 C.P., da 1 a 5 anni).

Come definirebbe lei il suggerire agli italiani il seguente messaggio: commettete pure qualsiasi reato, anche il più grave, tanto non finirete in carcere, o, se per sbaglio ci finirete, resterete dentro pochissimo? Perché è questo il messaggio falso e perniciosissimo che lei sta lanciando ultimamente.

Qualche tempo fa, dagli schermi televisivi, dopo aver fatto quattro conti, che nulla hanno a che vedere con il reale funzionamento della Giustizia, ha addirittura affermato perentoriamente che piuttosto che divorziare, conviene uccidere la moglie. Tanto al massimo ci si riduce a dover scontare due o tre anni di carcere che si fanno in affidamento. Ultimamente c’è stata un’esplosione di uxoricidi, Dio la perdoni se anche uno solo di questi sciagurati le ha dato retta.

Adesso dà per scontato che il rito abbreviato e l’eventuale abolizione dell’ergastolo riporterebbero i boss mafiosi per le strade nel giro di tre-quattro anni, affidati ai servizi sociali, facendo passare il messaggio che neppure per le stragi di mafia si finisce dietro le sbarre. Ma prima di scrivere simili corbellerie ha letto i codici, e in particolare l’ordinamento penitenziario e il relativo regolamento?

Si è informato con qualcuno realmente competente su questi argomenti? Intendo qualcuno realmente competente, non gli esperti del Bar Sport o i nostalgici che si inventerebbero qualsiasi emergenza e qualsiasi "nemico" pur di riavere un "uomo forte" alla guida del Paese… Non direi.

Per rispondere al suo articolo, userò lo stesso tono perentorio, solo che, nel mio caso, le mie affermazioni sono facilmente verificabili.

Anche se le nuove leggi portassero la pena di Totò Riina dall’ergastolo a 30 anni di reclusione il risultato non cambierebbe: Totò Riina morirà in carcere, o ne uscirà, se ne uscirà, ultranovantenne. E questo per un semplice motivo: il trattamento dei condannati per reati associativi è regolato dal 1° comma dell’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario che esclude categoricamente qualsiasi beneficio di legge per questo tipo di reati.

L’unico beneficio di cui, teoricamente, un boss mafioso (ovviamente qui non parlo di pentiti, per i quali è tutta un’altra storia) potrebbe godere è la "liberazione anticipata", quella che lei chiama buona condotta, e che prevede uno sconto di pena di 45 giorni ogni semestre di reclusione. In altri termini uno sconto di un anno ogni quattro scontati nei quali si è tenuta la "buona condotta" (e badi bene: la buona condotta non si detrae prima, ma dopo aver scontato gli anni).

Su una pena di 30 anni, ottenendo sempre la liberazione anticipata si potrebbe, in teoria, finire dopo 24 anni di carcere. Ma anche questo è molto teorico. Perché la liberazione anticipata richiede "la partecipazione attiva al processo di rieducazione". E basta pochissimo per non "partecipare attivamente". Il caso più tipico è quando la direzione del carcere chiede al detenuto per reati associativi di svolgere un turno di lavoro come "scopino" e cioè addetto alle pulizie della sezione.

La mentalità mafiosa considera spesso questo tipo di incarichi umiliante e chiunque si abbassi a fare lo "scopino" perde la stima e il rispetto degli altri. Per cui il mafioso di solito rifiuta con sdegno questo tipo di mansione. Ma l’ordinamento penitenziario stabilisce che "il lavoro è obbligatorio", per cui questo rifiuto comporta, questa volta sì automaticamente o quasi, l’esclusione dalla liberazione anticipata.

Quanto agli altri benefici di legge, è vero che teoricamente, dopo soli otto anni (più due di buona condotta), anche un ergastolano potrebbe andare in permesso premio, ma sempre che non sia detenuto per i reati ostativi previsti dall’art. 4 bis (terrorismo, associazione mafiosa, sequestro di persona, traffico internazionale di stupefacenti, pedofilia, riduzione in schiavitù), sempre che abbia partecipato attivamente all’opera di rieducazione, sempre che abbia fatto la revisione critica del passato…

Per cui, caro Travaglio, i suoi mafiosi continuerebbero a restare dietro le sbarre anche in caso di abolizione dell’ergastolo, così come rimangono dietro le sbarre, senza poter usufruire dei benefici, molti detenuti che mafiosi non sono, ma che sono stati condannati per reati previsti dal 1° comma dell’art. 4 bis.

E anche su altri suoi conteggi ci sarebbe molto da discutere. Contare preventivamente il godimento dei benefici di legge su una condanna ha lo stesso senso che l’affermare che se un giornalista viene assunto da una testata, automaticamente, dopo pochi anni, diventerà caposervizio, caporedattore o direttore.

Caro Travaglio, si vada a leggere l’articolo 30 ter dell’Ordinamento penitenziario, dove è scritto nero su bianco "il magistrato di sorveglianza può concedere i permessi premiali". "Può" è molto, troppo diverso da "deve", se non capisce la differenza di significato dei due verbi le consiglio di fare un serio ripasso della lingua italiana.

E questa differenza semantica, nella pratica, si traduce in una scarsissima applicazione dei benefici di legge sul territorio italiano. Possibile che una persona attenta come lei non si sia chiesto: "Ma come? Ma se questi benefici di legge sono così automatici, come mai con l’indulto sono uscite dal carcere 17mila persone, tutte sotto i tre anni di pena, molte con solo pochi mesi o settimane da scontare? Non dovevano essere tutte in affidamento ai servizi sociali? Eppure io vado predicando che questo è un beneficio automatico e inevitabile…"

La risposta è molto semplice, lapalissiana, prima dell’indulto si trovavano, e restavano dietro le sbarre 17mila persone sotto i tre anni di pena per il semplice motivo che l’affidamento ai servizi sociali (così come i permessi e la semilibertà) non viene concesso così facilmente e automaticamente come lei vuol far credere agli italiani.

Perché essere nei termini previsti dalla legge per chiedere un beneficio non significa ottenerlo. Anzi. Per cui, se un qualche disgraziato le desse retta e, invece che divorziare, uccidesse la moglie, non solo verrebbe condannato a una pena pesantissima, dai 24 anni in su, ma statisticamente avrebbe la sfortuna di capitare in un carcere il cui magistrato di sorveglianza interpreta il "può" in termini molto restrittivi, facendogli fare, anche se non è mafioso, il carcere fino all’ultimo giorno o quasi. E questo nonostante recenti ricerche del Ministero della Giustizia dimostrino scientificamente che l’applicazione dei benefici di legge e un rientro graduale e controllato in società abbatte la recidiva dal 70-80 al 19%, e quindi produce maggiore sicurezza sociale.

Può darsi che lei abbia fatto le sue affermazioni sulla giustizia e sulle pene in buona fede, convinto di stare fotografando una situazione reale. In tal caso sappia che sta confondendo Previti con i cittadini comuni, e questo non è bene per i cittadini comuni che le loro colpe le scontano, eccome se le scontano…

Ma quello che è più grave è che discorsi come il suo (purtroppo il suo non è un caso isolato) stanno sortendo il deleterio effetto di diffondere la convinzione che, qualsiasi reato si commetta, si può contare su un’impunità tanto automatica, quanto irreale. E questo è diseducativo e dannoso soprattutto quando a recepire questo messaggio sono i giovani.

Non entro assolutamente nel merito di tutte le sue altre "campagne" di informazione, ma se dovessi applicare i suoi metodi di valutazione basandomi unicamente su quello che lei scrive e dice riguardo alla Giustizia e al sistema penale, anche io potrei sostenere che in Italia la giustizia non funziona e che si può godere dell’impunità perché lei è stato assolto in tutti i processi in cui è stato imputato per diffamazione e che bisogna finirla con questo "garantismo".

Per darle un ulteriore motivo di riflessione voglio concludere non con un conto terra a terra, ma con il racconto di quello che capita ai normali cittadini comuni: un paio di anni fa ho avuto per alcuni giorni un nuovo compagno di cella, si chiamava Paolo e la sua vita di lavoratore era sbandata dopo la separazione, doveva scontare tre mesi di carcere per ubriachezza molesta e resistenza a pubblico ufficiale, e li stava scontando in carcere, senza benefici, fino all’ultimo giorno. Era anche malato e da quel carcere nel quale, secondo lei, non sarebbe mai dovuto entrare non è più uscito: è morto sul pavimento della cella.

 

 

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