L'opinione dei detenuti

 

Quando si muore "anonimi" nel disinteresse generale

a cura della Redazione di Ristretti Orizzonti

 

Mattino di Padova, rubrica "Lettere dal carcere", 9 novembre 2009

 

Ci sono voluti il suicidio di una terrorista e la morte misteriosa di un ragazzo, Stefano Cucchi, per riportare le carceri italiana sotto i riflettori dell’opinione pubblica, ma quanto durerà questo improvviso interesse? Negli stessi giorni in cui si suicidava la brigatista Diana Blefari, che almeno ha avuto, nella morte, l’attenzione di tutti i mezzi di informazione, si ammazzava a Verona un ragazzo napoletano di 29 anni e a Piacenza moriva, per probabile suicidio, un tunisino di 27 anni, di cui non si sa neppure il nome. Ecco, le storie di chi "muore di carcere" spesso restano anonime, perse nel disastro del sovraffollamento, vale la pena allora dare loro almeno po’ di attenzione.

 

All’improvviso scatta quella molla

 

Qual è la molla che scatta nella testa di un individuo e gli fa decidere di autoeliminarsi? Come può un essere umano agire per distruggere quella condizione naturale che è la vita? Queste domande mi vengono alla mente quando leggo di qualcuno che commette su di sé questo atto estremo, e risposte certe non ne trovo, perché le circostanze che in carcere portano a queste azioni possono essere profondamente diverse. Quando ci si trova in certe condizioni a volte il margine di confine che c’è tra il vivere, o meglio dire il sopravvivere, e il morire diventa molto sottile, specialmente in luoghi o situazioni in cui viene meno la possibilità di vedere un futuro.

Il carcere crea questa miscela esplosiva di gente che ha un passato da dimenticare e un futuro inesistente: è un luogo che ora più che mai viene utilizzato come discarica sociale, con gente che vive fianco a fianco ed è responsabile di reati diversissimi per gravità, che vanno dall’assassinio al furto, fino alla condizione di quelle persone che hanno il solo torto di essere stranieri poveri, colpevoli del reato di clandestinità.

Di atti estremi ne succedono parecchi in queste strutture, e a noi che sopravviviamo non rimane altro da fare che mettere un’altra croce sul nostro dossier "Morire di carcere", incapaci di esprimere la nostra angoscia di fronte all’indifferenza che buona parte della società esterna dimostra. Una società che ritrova interesse per questi temi solo quando l’atto del suicidio è compiuto in carcere da persone note, persone che erano dalla parte dei "buoni" e che solo per errore si sono trovate nell’angolo dei "cattivi", come succedeva con i suicidi negli anni di Tangentopoli: solo in questi frangenti il comune sentire forse comprende che non vi sono demarcazioni nette tra il bene e il male, e che almeno di fronte alla morte il dolore che una persona cara ha per la perdita del proprio congiunto è sempre lo stesso.

Forse se ogni volta che succedono questi fatti si provasse a sentire lo stesso dolore e sdegno per chiunque, dalla terrorista più famosa al detenuto straniero che a volte non ha neppure un nome nelle cronache dei quotidiani, sicuramente il carcere non assomiglierebbe più a una discarica, ma a un posto in cui chi ha sbagliato può avere la possibilità di progettarsi, presto o tardi, una vita nella società.

Quando sento che qualcuno si uccide in carcere, mi viene in mente una frase di Nietzche "Quello che indigna di fronte al dolore, non è il dolore in sé, ma la mancanza di senso del dolore".

 

Sandro Calderoni

 

Così si spezza un filo invisibile

 

Ancora morti nelle carceri italiane, ancora persone che spezzano quel filo invisibile dell’esistenza prima dal naturale consumarsi della vita, ancora umanità che non accetta di trovarsi in situazioni in cui le prospettive per il futuro rimandano sempre al punto di partenza, una branda in una cella chiusa.

Gli ultimi due casi emblematici sono quelli di una terrorista, Diana Blefari, e un ragazzo arrestato per reati legati alla tossicodipendenza che muore misteriosamente. Le statistiche ci dicono che nel nostro paese l’incidenza dei suicidi nella popolazione è dello 0,5 – 0,7 ogni 10.000 abitanti, in carcere invece la media degli ultimi 20 anni è di circa 10 suicidi su 10mila detenuti, quest'anno arriveremo probabilmente a 12 su 10mila. Temo che a sentire la notizia di suicidi di detenuti, parte della popolazione provi uno stato di sollievo, come dire: uno in meno da mantenere. E tutto questo non per indifferenza, ma proprio perché la società ritiene che in quegli scatoloni chiamati carceri ci sia solo immondizia. Certo è giusto sentirsi offesi dai reati, ma non credo sia accettabile che in un mondo ristretto come il carcere vi sia un numero così alto di suicidi tentati e "riusciti".

Il sovraffollamento, l’impossibilità di fare dei progetti per il futuro, la pressione psicologica a cui si è soggetti, tutto questo porta spesso a considerare inutile una vita, e quindi a decidere di spegnerla.

La polizia penitenziaria a sua volta è sottoposta a turni massacranti: quando un agente che dovrebbe controllare 25 detenuti se ne ritrova 75, lo stress lo porterà sempre più a non dominare la situazione. E i pochi educatori, psicologi, assistenti sociali, che si ritrovano il triplo o il quadruplo dei detenuti da seguire, come possono anche solo immaginare di avere di fronte un detenuto a rischio, che ha bisogno di particolare attenzione?

Che cosa bisognerà aspettare prima che si arrivi a capire che anche coloro che sono in carcere sono degli esseri umani, e che l’America, in proporzione alla popolazione detenuta, ha molte meno condanne a morte dei suicidi che ci sono in Italia?

 

Maurizio Bertani

 

E la pena diventa "Pena capitale"

 

Il suicidio di Diana Blefari non è stato un atto di guerra contro la società di una brigatista, ma un atto di una donna detenuta che stava male.

Le condizioni di psicopatologia descritte nelle varie agenzie non mi soddisfano, non del tutto: mi resta il pensiero di come potrebbe essere stata la salute, e quindi la vita, di Diana Blefari se non fosse stata per anni sottoposta al regime del "carcere duro". Dalla nostra ricerca "Morire di carcere" emerge che nel quinquennio 2004-2008 le persone sottoposte al "carcere duro" si sono uccise con una frequenza 90 volte superiore a quello della popolazione libera (è un regime che alla Blefari era stato revocato un anno e mezzo fa, ma che ha lasciato segni indelebili sul suo equilibrio, come abbiamo potuto leggere in questi giorni).

Nelle Sezioni di Alta Sicurezza, e nell’isolamento del regime del 41-bis (due ore d’aria e due di socialità al giorno, posta censurata e un’ora al mese con la famiglia, attraverso un vetro), è il tempo che diventa il maggior tormento, perché ad uno spazio immobile, strozzato, corrisponde una dilatazione del tempo vuoto. Il tempo diventa enorme, mostruoso, occupa tutto lo spazio della cella e della tua testa. È un tempo senza ritmo, con pensieri ossessivi che scandiscono in maniera allucinante la vita carceraria. Perché il carcere duro, si sa, porta la persona ad essere scardinata nelle sue dimensioni più umane e sociali, a non avere riferimenti nello spazio e nel tempo per determinarsi come identità. Una identità che, con la condanna all’ergastolo, si arriva a concepire come ferma al momento dell’arresto.

Il suicidio rappresenta la risposta a un dolore che aveva raggiunto la soglia dell’insoffribile. Insomma Diana ha scelto di morire-per-essere. Una "scelta" che molte persone in carcere fanno, non per paura del carcere, ma per paura di non-essere, cioè di morire "dentro" se stessi.

Il suicida è il fallimento dei diritti dell’uomo e della nostra democrazia perché chiunque di noi commetta un reato ha diritto a una pena giusta, non ad un’applicazione della pena che diventa "pena capitale". In tal senso il suo è stato un comportamento umano di risposta ad una condizione di "lesa umanità" quindi non spiegabile neppure dal punto di vista psicologico e soprattutto psicopatologico.

E non serve solo indignarsi, è necessario difendere i nostri diritti di giustizia, di democrazia, perché oramai siamo stranieri a noi stessi, alle nostre leggi, al nostro stesso sentire. E siamo il risultato di una oltraggiosa violenza che noi stessi, come società, alimentiamo.

 

Laura Baccaro, psicologa, autrice con Francesco Morelli del libro

"Carcere: del suicidio ed altre fughe"

 

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