L'opinione dei detenuti

 

La prigione dove tutti possono finire

a cura della Redazione di Ristretti Orizzonti

 

Mattino di Padova, rubrica "Lettere dal carcere", 28 settembre 2009

 

Educare alla legalità le giovani generazioni significa anche parlare dei percorsi che dalle piccole violazioni della legge possono portare a commettere reati, ma se a farlo sono le persone detenute, che quei percorsi li hanno attraversati davvero fino in fondo, l’esperienza assume un significato molto più profondo. È per questo che, con l’anno scolastico, riparte il progetto "Il carcere entra a scuola". Progetto che la redazione di Ristretti Orizzonti propone alle scuole, in collaborazione con il Comune di Padova e la Casa di reclusione. Le testimonianze che seguono sono di detenuti. Gli insegnanti interessati al progetto possono chiedere informazioni alla mail redazione@ristretti.it.

 

Così la mia pena è meno inutile

 

Testimoniare di fronte ai ragazzi storie fatte di una serie di fallimenti non è mai facile. Accettare un confronto leale con gli studenti non è semplice né scontato per un detenuto. Il progetto "Il carcere entra a scuola. Le scuole entrano in carcere" mi ha permesso questo doppio confronto con gli studenti, nelle classi e poi in carcere.

Incontrarli prima fuori e poi dentro è sempre una sorpresa, una sfida che ho accettato come altri miei compagni di galera. Il progetto non è un pacchetto precostituito, un percorso di educazione alla legalità uguale per tutti, ma è pensato come un vestito cucito su misura delle classi che andiamo ad incontrare. Testimoniare di fronte ai ragazzi storie fatte di una serie di fallimenti, di dolore, di impotenza non è mai facile.

Ognuno di noi ci prova a modo suo con genuinità e sincerità. Credo che sia proprio questa sincerità, che si percepisce dal fatto che le nostre storie non sono mai abbellite, ma sempre rese con attenzione a non cercare giustificazioni, ad essere apprezzata da tutti, a partire dagli insegnanti ma anche dai genitori e dagli studenti, che hanno la possibilità di incontrare noi detenuti, esporci i loro dubbi, le critiche spesso giustamente impietose.

Qualche studente mi ha rivolto domande o lettere molto crude, critiche, qualche volta anche provocatorie. Ne aveva la facoltà in quanto io ho volontariamente accettato di confrontarmi con lui senza veli o ipocrisie o finte questioni di riservatezza.

Denudarsi del proprio egoismo e del protagonismo negativo che ha caratterizzato le nostre condotte devianti nel passato rappresenta un alto punto di riconciliazione con noi stessi e con gli altri, intesi come quelli di cui prima ci servivamo e che oggi abbiamo deciso volontariamente di servire con le nostre dure, ma credo utili testimonianze di vita.

Io non mi sento messo in discussione come persona quando uno studente mi ricorda più volte il fatto di "non averci pensato prima". Non aver pensato al dolore provocato alla famiglia, agli amici agli affetti in generale, alle nostre vittime dirette o indirette, mi impone oggi di avviare una riflessione seria e un confronto sui miei comportamenti sbagliati del passato. Io penso che il "il servizio" che forniamo è stato utile e questo rende la mia pena meno inutile.

 

Daniele Barosco

 

Io, carcerato di "buona famiglia"

 

Sono figlio di insegnanti, eppure questo non mi ha salvato. Vivo in Italia da diciotto anni e il percorso che mi ha portato in carcere potrebbe essere la storia di una qualsiasi persona, indipendentemente dal luogo di nascita.

Ho commesso un reato legato al mercato degli stupefacenti. Avevo la fortuna di avere due lavori, di giorno lavoravo in fabbrica e di sera facevo il cameriere, ma aspiravo a un tenore di vita più alto e questo mi ha portato a prestarmi a fare cose che credevo fossero innocue - passare dei numeri di telefono non è certo un crimine, ma se nel corso della telefonata si parla di stupefacenti non si può più negare la complicità. Partecipo da un anno agli incontri con gli studenti che si svolgono all’interno del carcere.

Una delle domande che spesso ci fanno è quella che riguarda i rapporti con i nostri famigliari. Non è facile rispondere, perché ogni volta che parlo della mia famiglia mi emoziono e ho difficoltà come se fosse la prima volta. Quando racconto che entrambi i miei genitori sono insegnanti e mia sorella è laureata, vedo stupore nelle loro facce. Forse questo stupore è dovuto alla demonizzazione e alle generalizzazioni che di solito si fanno nei confronti degli stranieri, dipingendoli tutti come la fonte di ogni male. Ai ragazzi racconto che, per più di due anni, mio padre non ha saputo che mi trovavo in carcere, perché io mi vergognavo di aver fatto questo ai miei genitori.

Quando lo ha saputo, gli è cascato il mondo addosso. Per sei mesi non ha voluto parlarmi al telefono, non usciva più di casa e non frequentava i suoi amici. Lui, che per tutta la vita aveva cercato di insegnare a generazioni intere il rispetto delle norme, non riusciva ad accettare che proprio suo figlio avesse commesso un reato cosi grave e fosse finito in carcere. Successivamente, grazie alla mediazione di mia madre e mia sorella, le cose sono andate meglio. Dopo un lungo calvario per ottenere il visto d’ingresso in Italia, mio padre è venuto a trovarmi in carcere. In quel colloquio, ho capito ancor di più che tra le vittime innocenti delle mie azioni, c’erano anche i miei genitori, che io avevo trascinato in un vortice di dolore.

 

Gentian Germani

 

Un fardello per tutta la vita

 

Le pene, il macigno da portare, non terminano a condanna scontata. Pensi di poterti rifare una vita senza avere conseguenze di quanto ti è accaduto? Come pensi ti possa considerare la gente per quello che hai fatto? Credi di riuscire a convincere le persone che il carcere ti ha cambiato? Sono queste le domande che mi rivolgono gli studenti, quando sentono la mia testimonianza.

Purtroppo quello che ho commesso non è un cosa che possa passare... cioè, non esiste un evento che possa decretare la fine delle conseguenze di un omicidio. Le conseguenze di certi gesti così gravi ed estremi non terminano con il risarcimento materiale del danno e nemmeno con una pena scontata in carcere.

Ho sempre pensato che, per quello che ho fatto, la condanna da scontare dietro le sbarre sia effettivamente il male minore e sono consapevole che dovrò portare con me le conseguenze di quel gesto per sempre, perché dovrò fare i conti con la mia coscienza per il resto della vita, e non potrò mai dimenticare che a causa mia oggi, oltre ad esserci una vita in meno, ci sono anche persone che sentono la mancanza di quella vita, che soffrono e hanno sofferto per colpa del mio gesto. So che c’è qualcuno pronto a dire che me la sono cercata e adesso è troppo tardi per pensare ai disastrosi effetti...

Sì, è troppo tardi per me, e non sto certo piangendomi addosso, quello che mi piacerebbe far capire a quelle persone è che, quando si commettono certi atti, la punizione di una persona non finisce dopo 15, 20 o 30 anni di galera, le pene, il macigno da portare, il castigo non terminano a condanna scontata. Parlando poi del giudizio che le persone possono avere di me, sta a me fare in modo di propormi in maniera tale da permettere agli altri di andare oltre a quello che ho fatto e di avere un quadro quanto più completo possibile di me.

 

Andrea

 

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