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Un lettore critica Rubrica Lettere dal carcere: "Basta col vittimismo" a cura della Redazione di Ristretti Orizzonti
Mattino di Padova, rubrica "Lettere dal carcere", 15 febbraio 2010
Caro direttore, desidero replicare al vittimismo che ogni lunedì si legge sul Mattino, nelle lettere che le vengono inviate dal carcere Due Palazzi. Io sono un onesto cittadino e vorrei ricordare a quei "signori" che le vittime non sono loro, ma noi che subiamo ogni giorno gli atti criminosi dei troppo numerosi delinquenti che popolano e rovinano la nostra città. D’altronde basta solo proseguire nella lettura del suo quotidiano, per rendersi conto della pessima situazione dell’ordine pubblico a Padova e provincia. Vorrei inoltre rammentare a coloro che si definiscono ospiti, quando in realtà non sono altro che i primi responsabili del degrado di Padova, che un eccesso di criminali all’interno di un istituto penitenziario vuol dire semplicemente una cosa: che fuori esiste una criminalità sempre più dilagante e aggressiva. Posso inoltre assicurare che non corrisponde al vero quello dichiarato dal signor Kalika e cioè che un detenuto resta chiuso dentro la propria cella per 20 ore al giorno. La invito quindi ad informarsi presso chiunque conosca sufficientemente bene la Casa di reclusione di Padova. Desidero infine chiudere il mio intervento invitando gli "ospiti" del carcere di Padova, e non solo, a riflettere su questa semplicissima frase: "Chi è causa del suo mal pianga se stesso".
Un onesto cittadino padovano
Una testimonianza "da dentro"
Gentile lettore, faccio volontariato in carcere da molti anni. Da giornalista mi occupo di informazione "da dentro", e curo anche le "lettere dal carcere" di questo quotidiano. La regola prima che ho cercato di mettere al centro di questa attività con le persone detenute è un "no" chiaro al vittimismo. Se non sono riuscita a farla rispettare mi dispiace molto, però vorrei anche capire dove lei ha visto del vittimismo. Abbiamo spesso parlato della Casa di reclusione di Padova, raccontando come sia un carcere con molte attività utili, solo che, proprio per il sovraffollamento, queste attività, purtroppo, coinvolgono meno della metà dei detenuti. Gli altri il tempo lo passano per lo più a non far niente. Per il resto, io sono semplicemente convinta che trattando anche il peggior delinquente da essere umano, alla lunga ne abbiamo da guadagnare tutti. Forse è un’illusione, però mi allarga il cuore vedere ogni mattina parecchi detenuti incontrare decine di studenti, che entrano in carcere per un progetto di educazione alla legalità, e mettere loro a disposizione le esperienze negative, i fallimenti, i disastri delle loro vite per ragionare sui comportamenti a rischio, sui reati, sull’uso di sostanze, che facilmente possono portare anche tanti onesti cittadini padovani ad avere a che fare col carcere. Mi piacerebbe se volesse venire anche lei, e potremmo così riflettere su come dovrebbero essere le pene per far sentire gli autori di reato davvero persone responsabili e le vittime un po’ più serene.
Ornella Favero
Io sono una vera vittima
Caro lettore, io sono una vera vittima (mio padre è stato ucciso dalle Brigate Rosse quando avevo tre anni) e per qualche anno sono stata anche una giornalista del Mattino. Ora faccio la volontaria alla redazione di Ristretti Orizzonti. La pensavo come lei qualche anno fa. Pensavo che la soluzione al problema della criminalità potesse essere la costruzione di grandi, capienti e sicure carceri, dove chiudere i delinquenti. E’ stato così fino a quando, per puro caso, mi sono ritrovata a seguire per lavoro un’esperienza di teatro-carcere, e ho conosciuto qualcuno di questi delinquenti. E’ stato allora che dietro alla categoria ho visto delle persone. Persone che avevano sbagliato, ma che rimanevano persone. Adesso, ogni volta che esco dal carcere, dopo la riunione di redazione, mi interrogo sul senso della pena. Non si tratta solo di pensare alla funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione, vorrei farla riflettere su quel che conviene, a lungo termine, a noi cittadini "onesti". Se prendiamo un rapinatore e lo chiudiamo per dieci anni in una cella di tre metri per tre assieme ad altre due persone, senza dargli la possibilità di lavorare, di imparare a stare in società, senza alcuna forma di rieducazione, che cosa abbiamo ottenuto? Direi che abbiamo semplicemente "spostato" il problema di 10 anni. Una pena che non rieduca è come un prestito richiesto a uno strozzino, perché una volta fuori dal carcere il rapinatore tornerà a fare il rapinatore, e nel frattempo magari i suoi figli saranno cresciuti senza padre o finiti in carcere a loro volta. Una pena che non rispetti i diritti umani dei detenuti rende in qualche modo delinquenti anche noi. Mi scontro spesso con i miei amici, che non comprendono quello che definiscono il mio "buonismo". Porgo a lei lo stesso invito che faccio a loro: la prego, venga in carcere. Una sana discussione in redazione potrebbe forse dare molto sia a lei sia a noi. La aspettiamo.
Silvia Giralucci
Racconto la galera come uno specchio
Egregio cittadino padovano, mi rendo conto che, quando descrivo il carcere sulle pagine di un giornale, spesso rischio di sollevare la disapprovazione di qualcuno, e so che c’è anche chi non tollera nemmeno l’idea che un detenuto possa parlare, e chi contesta anche l’attenzione che la società civile offre ai nostri problemi attraverso il volontariato; certo, non è il caso della sua lettera, che invece mi critica per aver sollevato alcuni problemi che secondo lei non esistono: un piano questo che perlomeno ci permette di confrontarci su degli argomenti concreti, senza estremismi. Forse ha ragione nel sostenere che nel carcere di Padova non si sta per venti ore in cella. Io frequento la redazione di Ristretti Orizzonti e il direttore di questo istituto ci ha allargato un po’ l’orario per rimanere nelle aule dedicate alle attività quasi cinque ore. Ma nella Casa di reclusione di Padova solo un terzo dei detenuti è impegnato in qualche attività, lavorativa o scolastica. Questo era considerato un carcere modello, ma questi sono gli effetti del sovraffollamento. Mentre a duecento metri da qui c’è la Casa circondariale, dove i detenuti sono accatastati in celle sovraffollate, e credo sia l’80 per cento dei detenuti che può uscire dalla cella solo per andare in quella vasca di cemento chiamata "aria". La situazione della Casa circondariale rispecchia la situazione nazionale, dove la media dei detenuti che hanno un lavoro in carcere è di circa il 20 per cento, mentre buona parte delle persone detenute sconta la propria condanna stesa in branda. Solo che il fine pena prima o poi arriva per tutti e, se denunciamo un sistema che tiene la maggior parte dei detenuti nell’ozio della cella, non è perché ci sentiamo vittime innocenti di una giustizia troppo severa. Lo facciamo perché, se ci si aspetta che i detenuti cambino e diventino rispettosi della legge, questo difficilmente avviene nelle galere di oggi.
Elton Kalica
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