Carceri, universo chiuso Ma non possiamo arrenderci di Erica Tossani e don Paolo Selmi scarpdetenis.it, 9 settembre 2026 Le prigioni d’Italia sono invivibili: drammatica e desolante questione umanitaria. Ma non può prevalere lo scoraggiamento. Il grado di civiltà di una comunità si misura da come affronta l’errore. E l’inviolabile dignità di chi lo ha commesso. Tutto chiuso. E dunque tutto sempre più claustrofobico per chi ci vive, carico di tensioni per chi ci lavora, addirittura controproducente per chi, stando “fuori”, si illude che sbattere “dentro” garantisca sicurezza e legalità. Le carceri italiane costituiscono un universo sempre più sovraffollato, rigido, autoreferenziale. In una parola, inumano. Lo documenta il Rapporto Antigone 2026, che l’Osservatorio carcere e territorio della Città di Milano ha presentato a inizio luglio nella sede di Caritas Ambrosiana. L’ha confermato, in quella occasione, persino un magistrato, Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano: dovremmo discutere sulla funzione rieducativa della pena, sancita dall’articolo 27 della Costituzione, e invece ci troviamo ad affrontare una desolante questione umanitaria. I picchi di calore di questa estate asfissiante non fanno altro che esasperare uno scenario di per sé drammatico: nelle celle si vive accalcati (il tasso di sovraffollamento è quasi del 140% a livello nazionale, del 145% in Lombardia), dalle celle si esce poco durante la giornata (a causa delle misure regolamentari introdotte dall’attuale governo), nelle celle sono rinchiuse sempre più spesso persone malate, con problemi psichiatrici, deficit cognitivi, storie di dipendenza, povere anche di legami sociali esterni. Al contempo, negli istituti fatica sempre più a entrare la società civile, con le sue proposte di relazione, educazione e umanizzazione. Non dovrebbe stupire che nel 2024 nelle carceri italiane si siano suicidate 81 persone e nel 2025 ve ne siano morte (tra suicidi e altre cause) 254. Rieducazione, non punizione - Si potrebbero percorrere nutriti elenchi di altre cifre, a testimonianza del groviglio di mali che soffoca l’universo carcerario italiano. Per attestare quanto grave sia la situazione, basti la notizia, ai limiti dell’incredibile, che a giugno una parte del penitenziario fiorentino di Sollicciano è stata posta sotto sequestro dalla magistratura. È la prima volta che accade in Italia. E se altre procure applicassero analoghi criteri di indagine, non sarebbe l’ultima. Dobbiamo allora arrenderci allo scoraggiamento? Non ce lo possiamo permettere. Il nostro modo di trattare temi ed esperienze cruciali (l’errore, il rispetto della legge, il perdono, il riconoscimento della vittima e del suo soffrire, nonché la dignità del reo in quanto essere umano) è infatti la prova del nove di una comunità davvero degna di questo nome. Dobbiamo batterci per reclamare carceri più vivibili. Ma dobbiamo altresì risvegliare una coscienza politica conforme al mandato costituzionale: rieducazione e risocializzazione, non punizione fine a se stessa, tanto meno vendetta. Il lavoro culturale è immenso, ma non impossibile. Sul carcere e sui suoi mali, urge un pensiero calmo e collettivo che diventi progetto per il bene di tutti. Occorrono parole sapienti e informate che non temano di farsi denuncia, pur vedendo il bene che viene realizzato (un esempio? Il servizio di copertina dell’ultimo numero di Scarp). Bisogna spingere perché il carcere non produca umiliazione e, di conseguenza, nuova illegalità, altra ingiustizia, ulteriore criminalità (è notorio che i tassi di recidiva sono più alti, nei sistemi meno inclini a pene alternative e misure rieducative). Bisogna operare perché la detenzione duri lo stretto necessario per consentire a chi ha infranto la legge di scontare la propria pena, percorrendo una strada di riscatto dentro la società. Sembrano slogan da anime belle. Ma sono la sostanza di una società che, rispettando l’incomprimibile dignità di chi ha sbagliato, rispetta e rafforza se stessa. E persino la sua sicurezza. Anastasìa. “Nelle carceri, affollamento al 142%: persi 619 posti in due anni rainews.it, 9 settembre 2026 Sono 65.661 le persone recluse al 31 agosto. Anastasia denuncia una situazione di eccezionale gravità per il sistema penitenziario. Il sistema penitenziario italiano affronta una situazione di eccezionale gravità, con la popolazione detenuta arrivata a 65.661 persone e un tasso di affollamento del 142%. È quanto emerge dai dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria al 31 agosto, richiamati dal Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasia. Il dato segna un netto peggioramento rispetto all’ottobre 2022, quando il tasso di affollamento era del 118%. Dall’inizio del 2026, inoltre, il numero delle persone detenute è aumentato di 2.162 unità, pari a una crescita del 3,3%. Secondo Anastasia, alla crescita della popolazione carceraria si aggiunge una riduzione della capacità ricettiva degli istituti. A fine settembre 2024, in coincidenza con la nomina del commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, i posti effettivamente disponibili in Italia erano 46.812. Oggi sono 46.193, con una perdita netta di 619 posti in due anni. Il Garante sottolinea che la contrazione della disponibilità si è verificata nonostante le politiche annunciate per l’edilizia penitenziaria. Secondo Anastasia, infatti, non sono stati aggiunti nuovi posti disponibili e non sarebbe stato possibile neppure contenere il degrado e la dismissione di alcune sezioni detentive. A fronte di 65.661 persone detenute, la disponibilità effettiva degli istituti è quindi ferma a 46.193 posti. Il rapporto tra popolazione reclusa e posti disponibili determina il tasso di affollamento del 142% registrato dal Dap al 31 agosto. Se un errore può spezzare un percorso virtuoso di 33 anni di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 9 settembre 2026 Vincenzo Rucci ha impiegato quasi dieci anni per ricostruirsi una vita dietro le sbarre. Gliel’ha portata via un prelievo di urine eseguito nel giorno sbagliato. Detenuto in regime di Alta Sicurezza, il circuito riservato ai condannati per reati di criminalità organizzata, oggi nella casa di reclusione di Sulmona e prima in quella di Spoleto, Rucci sconta trentatré anni di carcere. L’articolo 27 della Costituzione, terzo comma, dice che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Nel suo caso quel principio si è scontrato con uno svarione dell’amministrazione penitenziaria mai davvero corretto, nonostante due pareri favorevoli degli organi interni allo stesso carcere. Da ergastolano, Rucci aveva costruito un percorso che le stesse relazioni trattamentali definiscono fuori dal comune: responsabile della biblioteca a Spoleto, poi ammesso al lavoro all’esterno tramite l’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario, il permesso che consente ai detenuti meritevoli di uscire dall’istituto per attività lavorative. Per oltre due anni è uscito regolarmente per progetti di pubblica utilità. È andato nelle scuole di Foligno a raccontare agli studenti la propria storia di dipendenza e riscatto, mettendosi a nudo sui rischi dell’alcol e delle sostanze stupefacenti davanti ai ragazzi. Da quelle testimonianze è nato uno scritto autobiografico. Con la compagna sognava di costruire una famiglia in un territorio diverso da quello in cui aveva commesso il reato: una scintilla - come osserva l’associazione Yairaiha - che ha tenuto vivo il suo impegno per anni di detenzione. Per un ergastolano, un permesso di lavoro esterno come quello previsto dall’articolo 21 non arriva mai per caso: richiede anni di osservazione, relazioni positive, una condotta che l’istituto stesso è disposto a mettere per iscritto. Rucci lo aveva ottenuto e mantenuto per oltre due anni. Poi uno svarione amministrativo ha spezzato tutto quanto costruito in un decennio. Quanto vale un percorso simile, viene da chiedersi, se basta un errore di laboratorio a cancellarlo? Il beneficio smentito dal Serd - L’accusa mossa a Rucci è precisa: aver violato, durante il lavoro all’esterno, il divieto di assumere alcolici o sostanze stupefacenti previsto dal programma trattamentale. La direzione del carcere di Spoleto ha revocato l’articolo 21 e disposto il trasferimento a Sulmona. Il prelievo che ha dato origine a tutto, però, è stato effettuato in un giorno festivo, quando Rucci non aveva alcun obbligo di rientro dal lavoro esterno. E i risultati del test alcolemico sono stati smentiti da esami successivi condotti dal Serd di Sulmona, il servizio pubblico per le dipendenze patologiche, che hanno escluso la diagnosi di dipendenza alcolica messa agli atti dalla direzione di Spoleto. Il trasferimento, nonostante questo, è rimasto in piedi. Con lui sono saltati il lavoro, i legami familiari, il progetto di ricominciare altrove. Quello stesso lavoro, va detto, non è scomparso: secondo la relazione dell’Ufficio di esecuzione penale esterna di Perugia, di cui si dirà più avanti, il datore che lo aveva assunto durante il periodo di articolo 21 sarebbe ancora disponibile a riassumerlo, a distanza di tempo dalla revoca. Un primo segnale di apertura è arrivato il 21 gennaio 2026: il Gruppo di Osservazione e Trattamento, l’organismo interno che valuta il percorso rieducativo dei detenuti, si è espresso a favore dell’eventuale ripristino del beneficio presso Spoleto. Non è cambiato nulla. L’associazione Yairaiha ETS segue la vicenda da oltre un anno e ha segnalato il caso più volte, al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, alla magistratura di sorveglianza, al Garante regionale delle persone private della libertà personale. L’unica risposta concreta è arrivata sotto forma di una proposta di trasferimento temporaneo al carcere di Terni: il Dap ha accolto solo parzialmente l’appello. Una soluzione che, secondo l’associazione, avrebbe vanificato ogni possibilità di riprendere il lavoro perso e reso ancora più complicati i colloqui per una famiglia già segnata da gravi problemi di salute. L’11 giugno 2026 Yairaiha ha scritto di nuovo, questa volta direttamente al ministro della Giustizia Carlo Nordio, al capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Stefano Carmine De Michele e alla Garante della regione Abruzzo, l’avvocata Monica Scalera, per conoscenza alla senatrice Ilaria Cucchi. La lettera parte da un dettaglio che dice molto sulla durata del calvario: è “l’ennesima lettera” ricevuta dal detenuto, scrive l’associazione, segno di una corrispondenza che va avanti da tempo senza sbocco. Firmata dalla legale rappresentante Sandra Berardi, ripercorre la vicenda e aggiunge un fatto nuovo e durissimo: negli ultimi due mesi Rucci ha interrotto le terapie farmacologiche e ha avviato uno sciopero della fame per manifestare il proprio dissenso verso quella che l’associazione definisce, senza mezzi termini, un’ingiustizia. Alla lettera sono allegate le istanze prodotte dallo stesso Rucci e il referto del Serd di Sulmona. Uno sciopero della fame accompagnato dall’interruzione delle terapie farmacologiche non è un gesto simbolico: è una scelta che espone la salute fisica a un rischio concreto, sommato a un logoramento psicologico di cui la stessa compagna dà conto ai referenti dell’associazione. La compagna di Rucci racconta a Yairaiha un uomo provato, psicologicamente allo stremo. Dopo trentatré anni di carcere, con alle spalle un percorso che pochi altri detenuti possono vantare e la possibilità concreta di ricostruirsi una vita fuori, Rucci si sente semplicemente inascoltato: chiede di tornare a Spoleto, di riprendere il percorso interrotto per quello che la stessa Yairaiha definisce “un banale errore” della direzione dell’istituto, e di mantenere quei rapporti familiari che l’ordinamento penitenziario indica come uno dei cardini della rieducazione, non come una concessione facoltativa. Le condizioni di salute della compagna, unite a difficoltà economiche, rendono peraltro complicata anche la semplice fruizione dei colloqui visivi finché Rucci resta a Sulmona. Il via libera che resta sulla carta - Il 29 luglio 2026 il Gruppo di Osservazione e Trattamento è tornato sul caso e ha riaffermato l’ipotesi di ripristinare l’articolo 21 con il trasferimento a Spoleto. A quella valutazione si è aggiunta la relazione socio-familiare dell’Ufficio di esecuzione penale esterna di Perugia, che ha confermato due elementi concreti: la disponibilità del vecchio datore di lavoro a riassumere Rucci e la grave situazione di salute della compagna, unita a quella economica della famiglia. Due pareri favorevoli del Gruppo di Osservazione e Trattamento, a distanza di sei mesi l’uno dall’altro, e una relazione dell’Ufficio di esecuzione penale esterna che certifica lavoro e famiglia pronti ad accoglierlo: non sono bastati. Il trasferimento a Spoleto non è stato ancora autorizzato. Resta sul tavolo solo la proposta di Terni, già giudicata inadeguata da chi segue la vicenda da mesi. Non si discute qui la responsabilità penale di Rucci, che sconta l’ergastolo da trentatré anni. Si discute di quanto possa reggere un percorso di reinserimento costruito in un decennio quando un errore dell’amministrazione, riconosciuto due volte dagli organi interni allo stesso carcere ma mai tradotto in una decisione, continua a bloccarlo. L’articolo 27 della Costituzione parla di rieducazione. La vicenda di Rucci racconta cosa succede quando quel principio incontra un fascicolo che, da oltre un anno, nessuno ha voluto chiudere. Marco Pannella, l’unico che entrava in carcere per vedere e non per farsi vedere di Giovanni Battista de Blasis poliziapenitenziaria.it, 9 settembre 2026 E non distingueva tra detenuti e detenenti. Per quasi quarant’anni entrò negli istituti, parlò con i detenuti e ascoltò chi indossava l’uniforme. Di politici nelle carceri ne abbiamo visti tanti. Ministri, sottosegretari, parlamentari, presidenti di commissione. Alcuni sono venuti quando c’era un’emergenza, altri dopo una rivolta, altri ancora quando telecamere e giornalisti rendevano conveniente esserci. Poi i cancelli si sono richiusi e, molto spesso, anche l’interesse per il carcere è rimasto dall’altra parte. Marco Pannella era diverso. Per quanto mi riguarda, è stato probabilmente il solo grande personaggio della politica italiana che abbia dimostrato una vicinanza autentica, continua e profondamente umana al mondo penitenziario nel suo insieme. Non soltanto ai detenuti, come qualche lettura superficiale delle sue battaglie potrebbe far credere, ma anche a coloro che in carcere lavoravano e soffrivano: poliziotti penitenziari, direttori, educatori, cappellani, volontari e tutti gli altri operatori. Pannella aveva capito una cosa semplice che ancora oggi, dopo mezzo secolo, qualcuno sembra faticare a comprendere: quando il carcere non funziona, soffre chi è detenuto ma soffre anche chi deve custodirlo. Lui li chiamava “detenuti e detenenti”. Due parole che racchiudevano una filosofia intera. La storia comincia nell’estate del 1976, quando Marco Pannella viene eletto alla Camera insieme agli altri parlamentari radicali. Pannella pretende che si studino fino in fondo le prerogative riconosciute ai parlamentari e tra queste c’è la possibilità di visitare gli istituti penitenziari. Da quel momento il carcere entra stabilmente nella sua agenda politica. Non come una parentesi, una passerella o una fotografia buona soltanto per finire sui giornali il giorno dopo. Pannella visita gli istituti, percorre le sezioni, entra nelle celle, parla con i detenuti, ascolta le loro storie e le loro proteste. Ma soprattutto parla anche con il personale. Nel 1993, durante una visita a San Vittore, ricordava pubblicamente di avere visitato regolarmente le carceri insieme ai radicali fin dal 1976. Dopo quasi vent’anni poteva ormai confrontare istituti, condizioni detentive e trasformazioni del sistema sulla base di ciò che aveva visto personalmente. Non aveva imparato il carcere leggendo una relazione ministeriale. Lo aveva consumato con le scarpe, corridoio dopo corridoio, cancello dopo cancello. E continuerà a farlo ancora per decenni. C’è un particolare che dice molto più di tanti discorsi. Natale, Capodanno, Pasqua, Ferragosto. Le giornate nelle quali la politica normalmente scompare e nelle quali il carcere diventa ancora più carcere, perché fuori ci sono famiglie riunite, tavole apparecchiate, vacanze e città semivuote. Pannella sceglieva spesso proprio quei giorni per entrare negli istituti. Il Ferragosto in carcere divenne negli anni una vera tradizione radicale. Nel 2010 era a Regina Coeli. Nell’agosto 2012 annunciava la visita al carcere di Teramo e ricordava come quell’abitudine risalisse alla sua prima elezione parlamentare. Nel 2013 sarebbe tornato ancora a Teramo e a Regina Coeli. A Natale del 2014 visitò le carceri romane e poi Sollicciano. Non erano visite simboliche di mezz’ora. Erano permanenze lunghe, colloqui, discussioni, ascolto. E soprattutto Pannella continuava a rivolgersi alla comunità penitenziaria nel suo complesso. Nel marzo 2012, parlando delle iniziative radicali sulla situazione delle carceri, rivolse esplicitamente il suo appello alle famiglie della Polizia Penitenziaria, alle famiglie dei detenuti, al volontariato e a chi lavorava nell’Amministrazione penitenziaria. Questo particolare, per noi, conta moltissimo. Pannella non aveva una visione del carcere costruita sulla comoda contrapposizione tra il detenuto da difendere e il poliziotto da accusare. Aveva compreso che dentro un sistema penitenziario sovraffollato, degradato e spesso lontano dalla legalità il personale e i detenuti finiscono per subire, naturalmente in condizioni e con responsabilità completamente diverse, le conseguenze delle medesime disfunzioni. Era una posizione tutt’altro che scontata. Ancora nel dicembre 2014, parlando delle visite natalizie, sottolineava l’importanza del tempo trascorso e condiviso con la Polizia Penitenziaria. E quando, dopo la sua morte, i radicali tornarono a Regina Coeli nel Natale 2016, Rita Bernardini ricordò proprio l’emozione suscitata dalla memoria di Pannella non soltanto tra i detenuti, ma anche tra il personale della Polizia Penitenziaria. Ecco perché noi possiamo ricordarlo senza alcuna difficoltà. Potevamo non condividere tutte le sue battaglie. Potevamo essere lontanissimi da alcune sue proposte sull’amnistia, sull’indulto o sulla politica della giustizia. Ma era impossibile non riconoscergli una qualità ormai rarissima: conosceva ciò di cui parlava. E soprattutto ascoltava. Io ho avuto anche la fortuna di conoscerlo personalmente. Era il novembre del 2012, in occasione del congresso nazionale dell’ANPPe al Park Hotel Blanc et Noir di Roma. Pannella partecipò ai nostri lavori e quella presenza ci consentì di vedere da vicino l’uomo che per decenni avevamo conosciuto attraverso la televisione, i giornali e Radio Radicale. Ci colpì la sua vicinanza. Ci colpì la sua disponibilità. Ma soprattutto ci colpirono la bontà d’animo e una modestia quasi sorprendente in un personaggio che, da decenni, occupava stabilmente la scena politica e mediatica italiana. Pannella arrivò senza cortei di automobili, lampeggianti o uomini della sicurezza a fargli largo, perché non aveva né autista né scorta. Venne al nostro congresso accompagnato da uno di noi e, allo stesso modo, quando se ne andò solo dopo la fine dei lavori, uno di noi lo accompagnò via. Una cosa semplicissima. Eppure proprio quella semplicità mi è rimasta impressa. Perché parliamo di Marco Pannella, uno dei personaggi politici italiani più conosciuti e sovraesposti del secondo Novecento, protagonista di battaglie durissime, manifestazioni, referendum, scioperi della fame e della sete, contestazioni e scontri politici. Avrebbe potuto circondarsi di persone, auto e protezioni. Non lo faceva. Non era neppure una posa. Nel corso della sua lunghissima attività pubblica Pannella conobbe contestazioni, momenti di tensione, spintoni e aggressioni durante manifestazioni e iniziative politiche. Eppure non risulta essere mai stato vittima di attentati terroristici. Lo raccontò lui stesso, con parole impressionanti, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo. Alla domanda se avesse mai subito attentati rispose semplicemente: “No”. E spiegò anche di avere sempre rifiutato la scorta e di avere detto per anni, perfino attraverso Radio Radicale, che non voleva polizia sotto casa. Rivendicava pubblicamente la scelta di muoversi liberamente, affidandosi alla strada e al rapporto diretto con le persone. Era una scelta coerente con la sua idea della nonviolenza. Naturalmente erano altri tempi e altri contesti. Ma quel comportamento raccontava molto dell’uomo. Pannella voleva stare tra la gente, non dietro la gente. Forse è anche per questo che riusciva a entrare in carcere senza quella barriera invisibile che spesso accompagna il potente quando visita una sezione detentiva. Questa, alla fine, è la differenza che mi è rimasta più impressa. Marco Pannella entrava in carcere per vedere, non per farsi vedere. Ascoltava il detenuto che protestava per la propria condizione, ma poi ascoltava anche il poliziotto che doveva lavorare in quella stessa sezione. Parlava con il direttore, con il cappellano, con il volontario. Cercava di capire il carcere come organismo intero. Per questo la sua definizione di “detenuti e detenenti” conserva ancora oggi una straordinaria forza. Pannella aveva intuito che le carceri non possono essere raccontate dividendo il mondo in buoni e cattivi, guardie e ladri, vittime e carnefici. Quando un istituto è sovraffollato, quando mancano gli organici, quando gli ambienti sono degradati, quando lo Stato non garantisce condizioni dignitose e sicurezza operativa, le conseguenze attraversano i cancelli e investono tutti. Naturalmente con ruoli, diritti, doveri e responsabilità differenti. Ma il carcere resta uno. Ed è precisamente ciò che noi della Polizia Penitenziaria diciamo da anni: un carcere più legale e più dignitoso per i detenuti è anche un carcere più sicuro e più vivibile per chi ci lavora. Non c’è contraddizione. Oggi capita spesso che la politica torni a occuparsi delle carceri quando scoppia una rivolta, quando avviene un’evasione, quando muore qualcuno, quando le aggressioni aumentano o quando i numeri del sovraffollamento diventano talmente grandi da non poter più essere nascosti. Pannella faceva esattamente il contrario. Andava in carcere quando il carcere non faceva notizia. Ci andava d’estate e a Natale, quando era parlamentare, e cercò di continuare a farlo anche dopo aver lasciato il Parlamento. Trasformò quella frequentazione in una delle costanti della sua vita politica. Possiamo discutere ancora oggi delle sue proposte. Possiamo dissentire dall’amnistia generalizzata, dall’indulto o da tante battaglie radicali. Sarebbe perfino sbagliato trasformare Pannella in un santino, perché probabilmente sarebbe stato il primo a strapparlo. Ma su una cosa credo sia difficile discutere. Marco Pannella il carcere lo conosceva. Lo conosceva perché ci entrava. Lo conosceva perché ascoltava. E, soprattutto, aveva compreso che dietro quelle mura non esistono soltanto i detenuti. Esistono anche migliaia di donne e uomini in uniforme che trascorrono lì dentro una parte enorme della propria vita, spesso lavorando nei giorni nei quali il resto del Paese festeggia. Noi lo incontrammo nel novembre del 2012 e vedemmo da vicino proprio questo Marco Pannella: famoso ma semplice, battagliero ma disponibile, ingombrante sulla scena pubblica e sorprendentemente modesto nei rapporti personali. Uno che arrivò al nostro congresso senza autista e senza scorta, accompagnato da uno di noi. A distanza di tanti anni, mentre il carcere italiano continua a discutere degli stessi problemi - sovraffollamento, organici, sicurezza, dignità, suicidi, strutture - quel ricordo assume un significato ancora maggiore. Di politici interessati al carcere ne abbiamo conosciuti molti. Di Marco Pannella, purtroppo, ce n’è stato uno solo. Pnrr e maxi assunzioni non bastano. Per innovare la giustizia serve un cambiamento strutturale di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 9 settembre 2026 Il Ministero della Giustizia ha speso tutte le risorse del Pnrr. Adesso sarà importante vedere se seguiranno i risultati sperati, iniziando da una migliore qualità complessiva delle sentenze. Al Forum Ambrosetti di Cernobbio lo scorso fine settimana, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha tracciato un primo bilancio delle riforme legate al Pnrr: obiettivi raggiunti e risorse spese. Un risultato che il Guardasigilli ha rivendicato con orgoglio davanti alla platea di imprenditori. Nordio ha poi parlato di un dimezzamento dei tempi della giustizia civile e di una riduzione del 31% in ambito penale, con un abbattimento delle pendenze civili superiore al 90% in tre anni: un livello, ha sottolineato, ormai allineato alla media europea. Un traguardo che il ministro ha attribuito al lavoro della magistratura e, soprattutto, agli investimenti organizzativi introdotti dal suo dicastero. Al netto delle cifre, il passaggio più interessante ha riguardato proprio il rafforzamento strutturale del personale della giustizia. Per la prima volta nella storia repubblicana, entro l’anno la magistratura raggiungerà il pieno organico: dai meno di 9mila magistrati in servizio nell’ultimo anno (a fronte di una pianta organica di 10.500, con una scopertura del 15-20%) si è arrivati a un percorso di reclutamento straordinario, con quattro maxi concorsi banditi nel corso del mandato. Difficilmente con questi numeri l’Associazione nazionale magistrati potrà ancora lamentarsi. Ma è un altro l’intervento su cui vale la pena soffermarsi: la stabilizzazione, inizialmente non prevista, dei 10mila addetti dell’ufficio per il processo. Si tratta del personale che nel 2021 era entrato nell’amministrazione della giustizia, a tempo determinato, per affiancare i magistrati nello spoglio dei fascicoli, nella ricerca giurisprudenziale e nella redazione delle bozze di provvedimento, per raggiungere così gli obiettivi del Pnrr. A questo si aggiunge un’altra stabilizzazione: quella dei giudici onorari, prima privi di previdenza e di garanzie di continuità, ora tutelati dalla riforma introdotta con la legge 51 del 2025. E come non ricordare, infine, le assunzioni straordinarie di personale amministrativo e di polizia penitenziaria? Trasformare un dispositivo temporaneo, nato come misura emergenziale del Pnrr, in una componente stabile della macchina giudiziaria è stata una scelta che va oltre l’esercizio di rendicontazione a Bruxelles. Abbattere le pendenze è una condizione necessaria ma non sufficiente: la stabilizzazione dell’ufficio per il processo andrà misurata soprattutto sulla qualità delle sentenze prodotte, non solo sulla quantità di fascicoli smaltiti. Un sistema che azzera l’arretrato ma restituisce provvedimenti scritti in modo approssimativo, motivati in maniera frettolosa o esposti a un maggior tasso di impugnazione e riforma nei gradi successivi, rischia di spostare il problema più avanti nel tempo, anziché risolverlo. In altre parole, la vera “prova del nove” per la riforma non si giocherà nei prossimi mesi, quando i dati sui tempi continueranno probabilmente a migliorare, ma nei prossimi anni, quando sarà possibile verificare se la stabilizzazione del personale dell’ufficio per il processo, e queste maxi assunzioni di personale, avranno inciso anche sulla tenuta tecnica e sulla solidità giuridica delle decisioni. Solo allora si potrà dire se l’investimento del Pnrr sulla giustizia ha prodotto un cambiamento strutturale, e non soltanto un effetto contabile sull’arretrato. Colosimo: “Scriveremo la storia sulle stragi del 1992, senza condizionamenti” di Errico Novi Il Dubbio, 9 settembre 2026 La presidente della commissione Antimafia: saremo imparziali ma rigorosi nel restituire la verità che, in particolare su via D’Amelio, è attesa da più di trent’anni. Non è una legge, certo. È una relazione. È la relazione di una commissione parlamentare a chiusura di un’indagine. Parliamo del lavoro compiuto negli ultimi tre anni e mezzo dalla bicamerale Antimafia sulle stragi del ‘92, e in particolare su via D’Amelio. Si tratta di un’attività sulla quale centrodestra e opposizione si sono scontrati anche con durezza. Soprattutto per il coinvolgimento indiretto, nelle vicende oggetto della ricostruzione storica, di un ex magistrato, Roberto Scarpinato, che è anche componente della commissione stessa. Scarpinato, nella bicamerale di Palazzo San Macuto, rappresenta i 5 Stelle. All’epoca delle stragi che uccisero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, era tra i pm palermitani nelle cui mani passò l’indagine cosiddetta “Mafia e appalti”. È la forma pur molto indiretta con cui l’ex procuratore generale di Palermo sarebbe “incompatibile” con le materie trattate dalla commissione Antimafia. Com’è noto, Scarpinato è anche finito in un’intercettazione, richiesta dalla Procura di Caltanissetta, in cui sembra istruire un proprio ex collega, Gioacchino Natoli, sulle risposte da offrire alla Bicamerale, in vista di un’audizione. L’incrocio aveva inizialmente indotto il centrodestra a presentare una modifica normativa, in modo da escludere, dai lavori sulle indagini conoscitive, parlamentari che, pur componenti della commissione, fossero anche coinvolti nelle questioni al centro dello “studio”. Il provvedimento avrebbe escluso Scarpinato dalle riunioni su via D’Amelio e “Mafia e appalti” così come l’altro ex magistrato e parlamentare 5S, il deputato Federico Cafiero de Raho, da un altro filone d’indagine, riguardante le banche dati della Dna. Alla norma si è poi rinunciato perché avrebbe rischiato di intaccare le prerogative dei parlamentari. Ma sulla relazione con cui l’attuale maggioranza intende anche tracciare una linea sulla barbarie di Cosa nostra, ecco, su un obiettivo del genere, il centrodestra non intende mollare. Non ha intenzione di rifugiarsi in un nulla di fatto la presidente della commissione Chiara Colosimo. Interpellata dal Dubbio, la deputata di Fratelli d’Italia assicura: “Stiamo lavorando per dare una risposta a chi cerca la verità da oltre trent’anni. La nostra sarà una ricostruzione storica rigorosa, imparziale e libera da ogni condizionamento”. Si è sentita rivolgere ogni genere di accusa, Colosimo, soprattutto dopo la nomina al vertice dell’organismo. Anche da Report, anche da Sigfrido Ranucci, che le rinfacciò una foto con Luigi Ciavardini, tra i condannati per la strage di Bologna. Colosimo ha tenuto il punto, non si è fatta intimidire dalla panna montata e fangosa di Report, dalle allusioni insensate che scambiano i percorsi di reinserimento per combriccole di fiancheggiatori. E si appresta a sottoscrivere, con altri deputati e senatori della Bicamerale, la relazione in cui la maggioranza, almeno, intende individuare in “Mafia e appalti” uno dei dossier decisivi nell’innesco della barbarie che colpì Falcone e Borsellino. È una volontà politica rilevante, destinata a lasciare un segno nel bilancio della legislatura, proprio perché al centro delle ricostruzioni elaborate dalla commissione Antimafia ci sono anche le diverse valutazioni che su “Mafia e appalti” fecero, all’epoca, diversi magistrati della Procura di Palermo, con Falcone e Borsellino che invece tenevano molto a quel filone, e che anche per questo si trovarono isolati. In altre parole: l’esito dell’indagine è anche un atto di denuncia che il centrodestra intende lasciare ai posteri nei confronti di una parte della magistratura. E rischia perciò di diventare, la relazione su via D’Amelio, una delle ultime, se non l’unica vera bandiera che il centrodestra pianterebbe, alla fine del quinquennio, nei confronti dell’ordine giudiziario. Non una rappresaglia, né una dichiarazione di guerra. Ma certo un atto storico-politico che non piacerà a diversi magistrati, certamente a chi come Scarpinato si è sempre espresso in disaccordo sugli orientamenti della commissione di cui fa parte. A non gradire un esito di aperta denuncia sul nodo “Mafia e appalti” rischia di essere, d’altronde, un intero vecchio fronte della magistratura associata, persino di alcune componenti dell’Anm. Il lavoro di questi anni ha messo a nudo, tra l’altro, tutte le profonde ostilità covate, tra l’88 e il ‘92, dal sindacato delle toghe nei confronti di Falcone. Senza contare la vera e propria guerra civile fredda che una parte della magistratura antimafia ha ingaggiato per anni con gli ufficiali del Ros autori materiali del dossier “Mafia e appalti”, cioè Mario Mori e Giuseppe De Donno. Com’è noto, quella tensione si è materializzata anche nelle accuse che dalla stessa magistratura di Palermo furono rivolte, a partire dal 1997-’98, nei confronti del generale Mori e dei suoi colleghi, trasfuse nel processo sulla presunta “trattativa” e aggrovigliate a loro volta con le fantascienze secondo cui Silvio Berlusconi avrebbe indirettamente favorito le stragi per aprirsi la strada in politica. L’ultimo dettaglio spiega perché, per il centrodestra, una ricostruzione alternativa a quelle teorie spaziali sia politicamente necessaria. Insieme con la definitiva demolizione della leggenda nera sulla mafiosità del Cavaliere, c’è da abbattere anche la assai claudicante “pista nera” su via D’Amelio, che una parte della magistratura e dell’attivismo antimafia continua a proporre come chiave di lettura delle stragi (e che Damiano Aliprandi, sul Dubbio, ha oggettivamente contribuito a sbriciolare, insieme con il lavoro condotto per anni sugli orrori di Cosa nostra). Le radici di una mobilitazione di centrodestra, sul dossier, sono leggibili. Sembrano venate da logiche più strettamente connesse all’attualità politica, invece, le perplessità del centrosinistra, non ultime quelle del Pd, che per lealtà di coalizione ha deciso di schierarsi innanzitutto con Scarpinato. Ma non sfugge quale importanza avrebbe, sul piano del rigore e della coerenza, un atto conclusivo della commissione Antimafia che sfidasse una parte almeno della magistratura, in difformità, per così dire, dalle cautele che, su altri dossier giudiziari, soprattutto Fratelli d’Italia ha mostrato dopo il referendum. Il partito della premier non ha ritenuto di procedere sulla prescrizione o sul sequestro degli smartphone. Spinge per una soluzione auspicata anche dalla magistratura antimafia sulle intercettazioni a strascico. Si sarebbe potuto supporre che anche Colosimo avrebbe deposto le armi sulle stragi del ‘92. E invece le parole della deputata di FdI lasciano intendere come sulla sua determinazione ci sia poco da dubitare. Giustizia riparativa, a Napoli le vittime sono protagoniste di Giovanni M. Jacobazzi Il Dubbio, 9 settembre 2026 Non è un tribunale “parallelo” o una scorciatoia per evitare il processo. E nemmeno una forma mascherata di indulgenza nei confronti di chi ha commesso un reato. La giustizia riparativa prova a introdurre nel sistema penale chi molte volte è rimasto ai margini: la vittima. A Napoli questa nuova filosofia diventa realtà con l’attivazione del “Centro per la Giustizia Riparativa”, uno dei primi istituiti in Italia a seguito della riforma Cartabia. Promosso dal Comune di Napoli, che ha stanziato 224mila euro, il Centro è stato presentato questa settimana a Palazzo San Giacomo alla presenza, tra gli altri, della presidente della Corte d’Appello Maria Rosaria Covelli, del sindaco Gaetano Manfredi, dell’assessora alle Politiche sociali Chiara Marciani e del presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati Carmine Foreste. La struttura è gestita attraverso una collaborazione tra l’Ats Tarita e la Fondazione Don Calabria. Il Centro è attivo dallo scorso aprile e le attività operative sono partite a giugno. Sono inoltre previste sedi distaccate a Quarto e Casal di Principe. Attualmente sono 22 i casi presi in carico, 14 dei quali riguardano l’area minorile. La novità introdotta dal decreto legislativo 150 del 2022 è soprattutto culturale. La giustizia riparativa non guarda soltanto al rapporto tra Stato e autore del reato, ma cerca di ricostruire ciò che il reato ha spezzato: il rapporto tra la vittima, l’autore dell’offesa e, in determinate forme, la stessa comunità. Il percorso è volontario, consensuale, gratuito e riservato. Al centro c’è un mediatore terzo e imparziale, adeguatamente formato, che accompagna le persone coinvolte nel confronto. La vittima non viene più considerata soltanto come il soggetto che fornisce la propria testimonianza nel processo o che attende un risarcimento. Può diventare protagonista di un percorso nel quale raccontare il danno subito, confrontarsi con le conseguenze del reato e, quando le condizioni lo consentono, incontrare la persona indicata come responsabile dell’offesa. La giustizia riparativa, inoltre, può essere attivata in ogni fase del procedimento, dalle indagini preliminari sino all’esecuzione della pena e anche successivamente. Non è quindi alternativa al processo penale: lo affianca. L’eventuale esito riparativo può avere rilevanza nel procedimento e nella valutazione della pena, ma la mancata partecipazione, l’interruzione del percorso o l’assenza di un accordo non possono trasformarsi in un elemento automaticamente sfavorevole per la persona indicata come autore dell’offesa. Il principio della volontarietà è quindi essenziale. Anche quando l’autorità giudiziaria indirizza le persone verso il programma, sarà poi necessario verificare che il consenso sia effettivamente libero e informato. Il mediatore ha dunque il compito di creare le condizioni perché le parti possano affrontare le conseguenze del reato. A Napoli la scommessa è particolarmente significativa anche per la presenza di una forte criminalità minorile. La dimensione riparativa può intrecciarsi con la messa alla prova, con i percorsi educativi e con il reinserimento sociale. Il modello, per funzionare, ha però bisogno di una rete: occorre che magistrati, avvocati, uffici penali, istituti penitenziari, Uepe, servizi sociali e realtà del Terzo settore sappiano quando e come indirizzare un caso verso il percorso riparativo. Per questo la formazione degli operatori sarà decisiva. Il ministero della Giustizia ha istituito un apposito elenco nazionale dei mediatori esperti e nel giugno scorso ha emanato linee guida per le articolazioni territoriali. Via Arenula, ad oggi, ha poi programmato l’apertura di 36 Centri sul territorio nazionale. “L’inaugurazione di questa struttura rappresenta un passaggio di straordinario valore civile e giuridico per la nostra comunità”, ha dichiarato Foreste. La figura del difensore ha una funzione di garanzia imprescindibile. Spetta infatti all’Avvocatura il compito di orientare l’assistito nell’accesso ai programmi riparativi, vigilando sulla volontarietà dell’adesione, sul rispetto della riserva di riservatezza delle dichiarazioni rese nel percorso e sulla rigorosa tutela dei diritti dell’imputato e della persona offesa in ogni stato e grado del procedimento. “Come Avvocatura napoletana assicuriamo la massima disponibilità a collaborare con le istituzioni cittadine, la magistratura e gli operatori del Centro”, ha aggiunto Foreste, ricordando che “il Consiglio promuoverà tempestivamente percorsi di formazione e aggiornamento dedicati al Foro, affinché Napoli si affermi come modello di innovazione giuridica, garanzia dei diritti e coesione sociale”. I detenuti lavoranti hanno diritto anche a quattordicesima e permessi retribuiti giuricivile.it, 9 settembre 2026 La Corte d’Appello di Roma, con la sentenza n. 3105 del 16 giugno 2026, ha chiarito che la retribuzione del detenuto lavoratore deve essere calcolata assumendo come parametro l’intero trattamento economico previsto dal contratto collettivo. La riduzione ai due terzi consentita dall’art. 22 dell’ordinamento penitenziario non permette al Ministero di escludere singole voci retributive, come la quattordicesima mensilità e i permessi annui retribuiti. La pronuncia affronta anche il tema del TFR corrisposto mensilmente e quello della regolarizzazione contributiva, nei limiti della prescrizione. La vicenda nasceva dal ricorso di un detenuto che aveva lavorato per diversi anni alle dipendenze del Ministero della Giustizia in più istituti penitenziari. Il lavoratore sosteneva di avere percepito somme inferiori a quelle dovute in base alla contrattazione collettiva applicabile. Chiedeva quindi l’accertamento delle differenze maturate per retribuzione ordinaria, straordinaria e differita, compresi quattordicesima mensilità, permessi annui retribuiti, ferie non godute e trattamento di fine rapporto. Domandava inoltre la regolarizzazione della propria posizione previdenziale presso l’INPS. Il Tribunale di Roma accoglieva solo in parte la domanda. Condannava il Ministero al pagamento di alcune differenze retributive, ma escludeva le somme richieste per quattordicesima, permessi e TFR. Rigettava anche la domanda di regolarizzazione contributiva, ritenendo prescritto il diritto al versamento. Il lavoratore proponeva appello, contestando la qualificazione della domanda, l’applicazione della disciplina speciale sul lavoro penitenziario e la valutazione delle prove relative alle voci retributive escluse. Il Ministero resisteva al gravame, mentre l’INPS chiedeva il versamento dei contributi dovuti nei limiti della prescrizione. Il quadro normativo e la natura del lavoro carcerario - Il rapporto di lavoro del detenuto presenta caratteristiche particolari rispetto al lavoro libero. Il riferimento principale è l’art. 22 della legge n. 354/1975, nel testo applicabile ai periodi considerati. La norma stabiliva che le mercedi dovessero essere determinate in relazione alla quantità e alla qualità del lavoro, all’organizzazione e al tipo di attività. La misura non poteva comunque essere inferiore ai due terzi del trattamento economico previsto dai contratti collettivi. Il d.lgs. n. 124/2018 ha poi confermato il collegamento, fissando la remunerazione in misura pari ai due terzi del trattamento contrattuale. La Corte costituzionale ha ritenuto legittima questa differenziazione, giustificata dalle peculiarità organizzative del lavoro penitenziario. La riduzione percentuale non attribuisce però all’amministrazione la facoltà di scegliere liberamente quali elementi della retribuzione riconoscere. Il contratto collettivo costituisce un parametro globale e vincolante, funzionale al rispetto dell’art. 36 Cost. La base di calcolo della mercede deve quindi comprendere le componenti ordinarie e differite previste dal contratto applicabile alla categoria professionale interessata. La decisione della Corte d’Appello di Roma e il diritto alla mercede - La Corte d’Appello ha ritenuto fondate le censure relative all’esclusione della quattordicesima mensilità e dei permessi retribuiti. Richiamando il proprio orientamento, ha affermato che il legislatore ha introdotto un parametro minimo vincolante per l’amministrazione. Il trattamento previsto dalla contrattazione collettiva rappresenta la base sulla quale applicare la quota dei due terzi. La commissione incaricata di determinare le mercedi poteva stabilire la percentuale spettante, ma non eliminare singole voci previste dal contratto collettivo. Gli istituti di natura retributiva non possono quindi essere esclusi dal trattamento economico complessivo solo perché differiti o collegati a particolari modalità della prestazione. La Corte ha riformato in parte la sentenza di primo grado e ha riconosciuto le somme indicate nei conteggi che includevano i ratei della quattordicesima e dei permessi. Il Ministero è stato condannato al pagamento complessivo di 4.804,17 euro, oltre agli interessi legali dalla maturazione del credito al saldo. Non è stato riconosciuto il cumulo con la rivalutazione monetaria, escluso per i crediti di lavoro verso il Ministero della Giustizia in ragione delle esigenze di contenimento della spesa pubblica. L’inammissibilità del patto di conglobamento del trattamento di fine rapporto - L’appellante chiedeva anche l’adeguamento delle differenze relative al TFR. Sosteneva che il trattamento fosse stato corrisposto mensilmente in base a una prassi o a un accordo di conglobamento. La Corte d’Appello ha dichiarato il motivo inammissibile perché fondato su una questione nuova, mai introdotta nel giudizio di primo grado e tale da richiedere ulteriori accertamenti di fatto. Una questione di questo tipo non può essere proposta per la prima volta in appello. La Corte ha inoltre richiamato la giurisprudenza secondo cui il conglobamento del TFR non può essere desunto dalla sola presenza, in busta paga, di una generica voce riferita all’anzianità. Occorre indicare e provare la fonte legale o convenzionale dell’accordo. L’art. 2120 c.c. prevede che il TFR diventi esigibile alla cessazione del rapporto, salvo le anticipazioni ammesse dalla legge. Non è invece prevista la sua erogazione mensile e continuativa senza una specifica causale. Nel caso esaminato, la fonte del presunto patto di conglobamento non era stata adeguatamente dedotta né provata. L’obbligo previdenziale e il regime della prescrizione dei contributi - La Corte ha poi esaminato la posizione previdenziale del lavoratore. Ha dichiarato l’obbligo del Ministero della Giustizia di regolarizzare la contribuzione dovuta. Il versamento è stato però limitato ai periodi non prescritti, in applicazione del termine quinquennale previsto dall’art. 3 della legge n. 335/1995. La prescrizione contributiva opera di diritto e non è rimessa alla disponibilità delle parti. Il Ministero è stato quindi condannato a versare all’INPS i contributi ancora esigibili, oltre agli oneri accessori e alle sanzioni previste dalla legge. La Corte ha posto a carico dell’amministrazione le spese di lite sostenute dal lavoratore nei due gradi di giudizio. Ha invece compensato le spese nei rapporti con l’ente previdenziale, considerando la natura processuale del contrasto e la sostanziale convergenza delle posizioni sull’esistenza dell’obbligo contributivo. Vino e birra in carcere non rientrano nei diritti inalienabili del detenuto di Patrizia Maciocchi Il Sole 24 Ore, 9 settembre 2026 Gli alcolici non rientrano nel diritto a un’alimentazione sana, malgrado un decreto del Presidente della Repubblica ne ammetta un consumo limitato. Il consumo di bevande alcoliche non rientra nel diritto a un’alimentazione sana, né in un altro diritto soggettivo che si possa far valere davanti al giudice. È solo l’aspirazione a un bene della vita non necessario o indispensabile. Partendo da questo principio la Cassazione ha accolto il ricorso della casa circondariale e del ministero della Giustizia contro il via libera del magistrato di sorveglianza all’acquisto e al consumo di bevande alcoliche - come chiesto da un detenuto - nei limiti consentiti da un decreto del Presidente della Repubblica del 2000. Il decreto del Presidente della Repubblica che apre a vino e birra - Con l’articolo 14, infatti, il provvedimento presidenziale, pur vietando l’ingresso dall’esterno di bevande alcoliche nelle carceri, ammette l’acquisto nello spazio interno. E, dunque, il consumo fino a mezzo litro al giorno di vino di gradazione non superiore ai 12 gradi e un litro al giorno di birra. Un’apertura che il detenuto riteneva violata con la restrizione imposta nell’istituto di massima sicurezza nel quale si trovava ristretto. Per la Suprema corte, però, il no è legittimo e correttamente motivato. Il provvedimento del Presidente della Repubblica apre infatti al consumo negli spazi comuni - salvo ragioni di sicurezza - mentre nello specifico questi non c’erano, i pasti erano, dunque, consumati nelle celle. I rischi del consumo - Circostanza che non consentiva di garantire un controllo efficace del consumo degli alcolici. La possibilità di far entrare gli alcolici nelle camere di detenzione può, infatti, ad avviso dell’Amministrazione, consentire un accumulo delle bevande mettendo così a rischio la salute dei detenuti, soprattutto per quelli che assumono farmaci. Questo oltre a mettere a rischio la sicurezza, perché può compromettere la capacità di controllo dei detenuti, aumentare il rischio di comportamenti aggressivi e violenti, particolarmente pericolosi in un contesto di alta sicurezza, compromettere l’efficacia dei programmi trattamentali, interferire con le terapie e favorire il rischio di comportamenti autolesionistici. Per il magistrato di sorveglianza illegittimo il divieto generalizzato - Motivazioni valide per la Cassazione che si discosta, dunque, dalla decisione del magistrato di sorveglianza che ha accolto il reclamo del detenuto, affermando che l’articolo 14 sancisce un diritto soggettivo comprimibile solo per specifiche ragioni relative al singolo detenuto. Un diritto sul quale non possono incidere difficoltà organizzative. Inoltre il divieto generalizzato viola il principio di ragionevolezza e proporzionalità, traducendosi in un sacrifico del diritto del detenuto, in assenza dell’adozione o anche della sola sperimentazione di modalità organizzative utili a superarlo. Per la Suprema corte, però, il Tribunale di sorveglianza non aveva neppure il potere di analizzare la questione, perché questa non riguardava il “pregiudizio grave e attuale di un diritto soggettivo”. Il reclamo giurisdizionale al magistrato di sorveglianza è ammesso, infatti, solo per tutelare “posizioni giuridiche soggettive qualificabili in termini di “diritto”, incise da condotte dell’Amministrazione dalle quali derivi al detenuto o all’internato un attuale e grave pregiudizio”. I giudici di legittimità ricordano che la detenzione può limitare, anche in modo significativo, l’ordinaria sfera dei diritti soggettivi della persona. Anche come diretta conseguenza di misure e provvedimenti organizzativi adottati per disciplinare la vita degli istituti e a garantire l’ordine e la sicurezza interna e l’irrinunciabile principio della natura rieducativa del trattamento. Non leso il diritto soggettivo all’alimentazione sana - Misure e provvedimenti che devono, però, essere ragionevoli e proporzionati. Nel caso esaminato, conclude la Corte, non è stato leso un diritto soggettivo che avrebbe giustificato il reclamo. Il consumo di bevande alcoliche non è, infatti, “riconducibile al diritto a una alimentazione sana, nè ad altro diritto soggettivo tutelabile in sede giurisdizionale, trattandosi di aspirazione a un bene della vita che non si qualifica per la sua necessarietà o indispensabilità”. L’acquisto di vino e/o birra, riguarda le modalità organizzative del trattamento inframurario. E non rientra nel raggio d’azione del giudice. Sardegna. Detenuti al 41 bis, l’Isola protesta ma lo Stato tira dritto di Giulio Cavalli La Notizia, 9 settembre 2026 Cento detenuti al 41 bis a Uta, tredici leggi sarde impugnate, Viterbo svuotata: sull’isola la geografia decide prima del diritto. L’insularità è entrata in Costituzione il 7 novembre 2022, con la legge costituzionale numero 2, per rimuovere gli svantaggi di chi vive circondato dal mare. Meno di quattro anni dopo la stessa condizione geografica è l’argomento con cui il ministero della Giustizia ha portato in Sardegna cento detenuti al 41-bis fra il 5 e il 6 settembre, con 207 agenti, dieci voli militari e due droni, e le statali di Cagliari chiuse. La norma che lo consente è la legge 94 del 2009, quarto governo Berlusconi, che prescrive istituti dedicati “preferibilmente in aree insulari”. La nuova sezione di Uta ha 92 posti. L’ha inaugurata a luglio il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il piano del ministero della Giustizia concentra i circa 750 detenuti al 41-bis in sette istituti, tre dei quali sardi, e spinge verso 240 la quota che tocca all’isola. La presidente del Tribunale di sorveglianza di Cagliari lo aveva detto ai consiglieri regionali il 31 luglio 2025: la Sardegna sarebbe diventata la regione italiana con più detenuti al 41-bis, centottanta, nessuno dei quali sardo. La stessa relazione fa il conto: la spesa sanitaria di un detenuto è sostenuta da 680 residenti in Sardegna e da 3.325 in Friuli. Il conto lo paga l’isola - Gli 88 del primo giro venivano da sei istituti, 41 da Viterbo, dove la sezione di Mammagialla ha chiuso. Il comunicato della Polizia penitenziaria dice a cosa serve: chiudere il 41-bis di Viterbo e di Terni recupera spazi detentivi, e servono, perché Antigone al 30 agosto misura un affollamento nazionale del 142,1 per cento, e lo spazio liberato resta sul continente mentre il carico attraversa il mare. La presidente della Regione Alessandra Todde ha annunciato ricorso al Tar e alla Corte costituzionale, dopo una lettera del 4 agosto rimasta senza risposta, e ha chiesto se il Lazio amministrato da Fratelli d’Italia sia una “regione amica”. Terni però sta in Umbria, che il centrosinistra amministra: il colore della giunta spiega meno della distanza dalla terraferma. La cronologia è più netta. Il 23 luglio 2026 la Corte costituzionale, con la sentenza 144, ha accolto il ricorso del governo e cancellato la sospensione che la Regione aveva imposto alle autorizzazioni per gli impianti rinnovabili nelle aree non idonee. Il 4 giugno il Consiglio dei ministri aveva scavalcato il no della Regione e del ministero della Cultura sul resort Tavolara Bay, autorizzato per la corsia della Zes, la Zona economica speciale, dentro i trecento metri dalla battigia dove il Piano paesaggistico vieta di costruire, revocandola il 2 luglio, dopo il ricorso al Tar della Regione. Dal 15 giugno al 5 luglio, in piena stagione turistica, la Marina militare ha esercitato all’Isola della Maddalena senza informare il Comitato misto paritetico per le servitù militari. Sempre la stessa isola. Lo stesso metodo, fuori dall’isola - Il 28 maggio 2025 il governo ha impugnato la legge toscana sul fine vita, che era la prima in Italia, e la Consulta con la sentenza 204 del 2025 ne ha salvato l’impianto mentre bocciava le norme sui tempi. Stessa mossa contro la legge sarda 26 del 2025, stesso esito con la sentenza 148 del 24 luglio 2026, e il 16 febbraio 2026 l’esecutivo ha impugnato la legge dell’Emilia-Romagna sulle locazioni brevi. Le leggi sarde che Roma ha impugnato, come ha ricordato a Sardiniapost il presidente del Consiglio regionale Piero Comandini, sono tredici. Il 2 settembre 2026 il Consiglio regionale del Veneto ha approvato la stessa legge sul fine vita con 32 voti favorevoli e con il voto del presidente della Regione, che è della Lega. È la prima regione di centrodestra a dotarsene e il governo ha sessanta giorni per decidere se impugnare anche quella, e quel calendario dirà se il criterio è giuridico oppure geografico, perché la geografia, in Costituzione, doveva servire a proteggere le isole. Piemonte. Carceri, i Sindacati sfiduciano il Provveditore: chiesta la rimozione La Stampa, 9 settembre 2026 Sappe, Osapp, Uil e Uspp bocciano la gestione nella Regione ma anche in Liguria e Valle d’Aosta: “Carenza di organico e sovraffollamento record”. Le denunce dei sindacati per carenza di organico e sovraffollamento si avvicendano da tempo. Per Sappe, Osapp, Uil e Uspp la situazione nelle carceri piemontesi è giunta al limite, tanto da spingerli a sfiduciare il Provveditore e chiederne la rimozione. Non solo in Piemonte, ma anche in Liguria e Valle d’Aosta. I sindacati chiedono al capo del Dap di valutare “con la massima urgenza” l’avvicendamento dell’attuale provveditore. “È una valutazione sindacale formale, unitaria e maturata nel tempo - affermano i gruppi sindacali -. La contestazione non ha carattere personale”. I dati - Secondo Sappe, Osapp, Uil e Uspp, dall’ultimo corso di formazione sono state assegnate all’intero distretto appena 30 unità di polizia penitenziaria, un numero che non sarebbe sufficiente neppure a compensare il turnover. In Piemonte, al 31 agosto, risultavano 4.445 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 3.978 posti e circa 2.616 agenti rispetto a una dotazione prevista di 3.071, con una carenza di circa 455 unità, quasi il 15%. Particolare attenzione viene dedicata al carcere Lorusso e Cutugno di Torino, dove i sindacati indicano 58 aggressioni al personale dall’inizio dell’anno. Una situazione che, insieme alle criticità segnalate a Ivrea, Cuneo, Vercelli e Aosta, viene indicata come il segnale di una sofferenza ormai strutturale del sistema piemontese. La situazione in Liguria - Critica anche la situazione in Liguria, dove vengono segnalati 1.498 detenuti per 1.111 posti regolamentari, con un tasso di affollamento vicino al 135%, e una carenza di circa 154 agenti rispetto ai 977 previsti. A Genova Marassi i detenuti sono circa 690 per poco più di 530 posti. I sindacati denunciano inoltre un “aumento vertiginoso” dei procedimenti disciplinari e chiedono al Dipartimento di verificare anche le segnalazioni secondo cui i sistemi di videosorveglianza degli istituti sarebbero stati utilizzati per il controllo del personale e ai fini disciplinari. “Occorre una discontinuità gestionale e un effettivo cambio di passo”, sostengono Sappe, Osapp, Uil e Uspp, che chiedono un confronto urgente con i vertici del Dap e annunciano, in assenza di risposte concrete, la possibilità di iniziative unitarie di mobilitazione e protesta. Torino. A 56 anni si toglie la vita in cella, torna l’allarme sul Lorusso e Cutugno di Virginia Serpe giornalelavoce.it, 9 settembre 2026 La tragedia nella serata di martedì 8 settembre, nel padiglione B. L’Osapp denuncia una carenza di organico del 30%. Nell’istituto risultano oltre 1.500 detenuti a fronte di poco più di 1.100 posti regolamentari. Un altro detenuto morto dentro il carcere Lorusso e Cutugno di Torino. Un altro suicidio che riporta al centro una situazione penitenziaria segnata da sovraffollamento, carenza di personale e fragilità sempre più difficili da gestire. La tragedia è avvenuta nella serata di martedì 8 settembre, intorno alle 22.30. La vittima è un detenuto italiano di 56 anni. Secondo quanto comunicato dall’Osapp, il sindacato autonomo della Polizia penitenziaria, l’uomo si è tolto la vita nella propria cella, nella nona sezione del padiglione B. Quando è stato dato l’allarme, per lui non c’era ormai più nulla da fare. L’episodio riapre una ferita che al Lorusso e Cutugno non è affatto nuova. Soltanto pochi mesi fa, il 16 marzo, un altro detenuto italiano, di 62 anni, si era tolto la vita nel blocco E dell’istituto. Anche allora il sindacato aveva denunciato una situazione diventata estremamente difficile da sostenere per chi vive e lavora all’interno del penitenziario. Questa volta la reazione dell’Osapp è ancora più dura. Il segretario generale Leo Beneduci parla di una situazione arrivata alla deriva e punta il dito soprattutto contro la carenza di agenti, quantificata dal sindacato attorno al 30% dell’organico necessario. Dietro il suicidio di un detenuto esiste naturalmente una storia individuale che non può essere ridotta a una statistica. Ma il nuovo episodio arriva dentro un carcere che da mesi presenta numeri estremamente pesanti. Gli ultimi dati pubblicati dal Ministero della Giustizia, aggiornati al 7 settembre, indicano al Lorusso e Cutugno 1.561 persone detenute. I posti regolamentari sono 1.119, dei quali 21 risultano inoltre non disponibili. Significa oltre 440 detenuti in più rispetto alla capienza teoricamente utilizzabile, una pressione che incide inevitabilmente sull’organizzazione quotidiana dell’istituto. Il sovraffollamento non è quindi una denuncia nuova né esclusivamente sindacale. Anche il monitoraggio della Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Città di Torino ha evidenziato nel corso del 2026 problemi legati all’eccessivo numero di detenuti, insieme a criticità strutturali, organizzative e alla mancanza di personale. Il problema si manifesta soprattutto nei grandi padiglioni detentivi, dove ogni episodio critico può diventare molto più complicato da affrontare quando il numero degli agenti disponibili è inferiore alle necessità. Nei mesi scorsi l’Osapp aveva denunciato anche situazioni nelle quali un singolo agente sarebbe stato chiamato a controllare contemporaneamente più postazioni. E proprio il padiglione B, dove è avvenuto il suicidio del 56enne, era già stato indicato dal sindacato come una delle aree particolarmente delicate del carcere torinese. Ad aprile, dopo alcuni disordini registrati nell’istituto, l’organizzazione aveva chiesto un’ispezione urgente denunciando difficoltà nella gestione interna. Il sovraffollamento è soltanto una parte del problema. Dentro il carcere confluiscono dipendenze, disturbi psichici, fragilità sociali, problemi sanitari e situazioni personali molto diverse. Intercettare tempestivamente chi attraversa una crisi richiede personale, osservazione, assistenza psicologica e sanitaria e la possibilità di seguire singolarmente le persone considerate più vulnerabili. Quando invece gli istituti lavorano costantemente oltre la propria capacità, anche questa attività diventa più difficile. Durante una visita al Lorusso e Cutugno dello scorso agosto, il sindaco di Torino Stefano Lo Russo aveva parlato di circa 400 persone oltre la capienza e di un flusso che può arrivare a 180-200 nuovi ingressi ogni mese. Una situazione che rende più complicato anche differenziare i detenuti e costruire percorsi individuali di recupero. Sul fronte della Polizia penitenziaria la tensione è altrettanto evidente. Secondo dati denunciati dall’Osapp nel corso dell’estate, dall’inizio dell’anno decine di agenti sarebbero rimasti feriti durante aggressioni, risse e interventi all’interno della struttura. Ai problemi di organico si aggiungono quindi turni pesanti, stress e un contesto operativo nel quale le emergenze possono susseguirsi rapidamente. Beneduci chiede ora un cambio di passo radicale. Secondo il sindacato non bastano più dichiarazioni d’emergenza dopo ogni episodio: servono interventi sul personale, sulle condizioni degli istituti e sull’organizzazione complessiva del sistema. La richiesta dell’Osapp arriva pochi giorni dopo una presa di posizione unitaria di diverse organizzazioni sindacali della Polizia penitenziaria, che avevano già denunciato per Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta sovraffollamento, carenza di personale, aumento degli eventi critici e deterioramento delle condizioni di lavoro. La morte del 56enne riporta però soprattutto al centro il tema più doloroso: come impedire che una persona detenuta arrivi a togliersi la vita dentro una cella. Non esistono risposte semplici. Il suicidio è un fenomeno complesso, che può dipendere da condizioni personali, psicologiche, giudiziarie e sociali differenti. Ma un carcere sovraffollato, con meno personale di quello necessario e un numero elevato di persone fragili, rende inevitabilmente più difficile la prevenzione. Al Lorusso e Cutugno oggi ci sono più di 1.500 persone ristrette. Dietro quel numero ci sono altrettante storie da sorvegliare, assistere e, quando necessario, proteggere anche da gesti contro se stessi. Martedì sera, nella nona sezione del padiglione B, quella rete di protezione non è riuscita a evitare l’ennesima tragedia. E mentre saranno gli accertamenti a ricostruire le circostanze precise della morte, resta una domanda che ormai si ripresenta dopo ogni suicidio: quanti altri segnali servono prima che l’emergenza delle carceri smetta di essere considerata soltanto un’emergenza? Ivrea. “Botte, violenze e umiliazioni in carcere”, 46 agenti della Penitenziaria verso il processo di Giuseppe Legato La Stampa, 9 settembre 2026 I fatti nel 2023, altre aggressioni sono ormai prescritte. L’annus horribilis dell’istituto penitenziario di Ivrea inizia a divenire pubblico su La Stampa nell’estate del 2022. Il detenuto Vincenzo C. 43 anni, ristretto in quel carcere per un cumulo pene affida a sua madre un racconto da consegnare al giornale. Questo: “Dopo essere entrato in carcere avevo tentato il suicidio legando un lenzuolo prima alle sbarre e poi al collo. I primi agenti accorsi mi dissero: “Questo infame non si sa fare la galera”. Mi portarono allora in una stanza tutta a vetri in cui non c’era né un letto né un materasso. Quel giorno entrarono 12 agenti, dieci di loro indossavano i guanti neri, uno per uno. Sono rimasto completamente nudo. Mi colpivano anche con calci e pugni e con un manganello ai testicoli dove ero stato operato in passato. Quando ho chiesto di essere portato in infermeria un assistente con accento romano mi ha detto: “Se parli col comandante o con il medico, ti ammazzo”. Poi il trasferimento nella cella liscia: “Mi hanno buttato in quello stanzone come un sacco di patate. C’era solo un letto piantato per terra e un materasso di spugna sporco. Mi hanno concesso di mettere le mutande, solo quelle. Non potevo parlare col mio avvocato, non mi era consentito comunicare con gli altri detenuti, mi era negata l’ora d’aria”. Su questo verbale, esprimendosi in tema di esigenze cautelari, scrisse il gip: “Un trattamento riservato al detenuto connotato da inaudita disumanità che ha causato una altrettanto inaudita lesione della sua dignità di persona”. Da qui una maxi-inchiesta della pm Valentina Bossi e della procuratrice Gabriella Viglione. Si è chiusa lo scorso 4 settembre con contestuale invio di notifiche a 46 indagati tra agenti, sovrintendenti, ex direttori del penitenziario, medici dell’Asl e del centro di salute mentale. Financo educatori. Le accuse: lesioni, violenze sessuali, falsi ideologici, calunnie: un repertorio del Codice penale. E il diario di una quotidianità stravolta, lontana dalle regole del vivere civile e dai diritti che valgono per tutti, anche e soprattutto per i detenuti: fino a prova contraria persone nella custodia e sotto la responsabilità dello Stato. Ospiti pestati in posizione fetale coi manganelli, una donna transgender violentata nell’ascensore della sezione che ospita i transessuali. Farmaci dati arbitrariamente ai detenuti (benzodiazepine), medici che non redigevano relazioni sulle lesioni pur mostrate dalle vittime. E poi la storia dentro la storia: quella di una “squadretta” di picchiatori e mentitori seriali. Prima menavano, poi mettevano a punto una fabbrica di (asserite) prove false: annotazioni incrociate, testimoni convinti con la coercizione (ricompensati con il ripristino dei permessi premio e l’accesso al lavoro carcerario) a offrire versioni che avvalorassero le loro bugie e nascondessero i reati. Avevano dei nomi in codice: da Shumacher a Kamikaze da Insigne a Ronaldo. Per tutti si preannuncia il rinvio a giudizio. Alcuni di loro sono imputati per aver rotto il braccio a un detenuto. “Nessuna delle guardie penitenziarie in servizio - si legge agli atti - si attivava per far giungere un’ambulanza. Con grave ritardo - è scritto ancora - arrivava il medico in servizio presso la casa circondariale che provvedeva a far utilizzare al detenuto - che continuava a svenire per il dolore - un reggibraccio ma non chiamava i soccorsi se non dopo ore”. C’è poi la storia di violenze nei confronti di un detenuto di origini marocchine “che rifiutava il trasferimento dal carcere di Ivrea a quello di Novara”. Un pestaggio in piena regola. “Gli agenti lo conducevano in un locale adiacente al magazzino vestiario dei detenuti”. In cinque “lo colpivano mentre lui - in posizione fetale - non opponeva alcuna resistenza, ricoprendolo di colpi - pugni, calci, colpi sferrati anche con un manganello telescopico su tutto il corpo, tentando anche di strangolarlo e di soffocarlo”. Ancora violenze (stavolta sessuali) sono agli atti nei confronti di una donna transgender “avvicinata” da due agenti e oggetto - contro la sua volontà - di inqualificabili condotte sessuali. Sullo sfondo resta il direttore dell’epoca. Di lui si legge nell’atto d’accusa della procura: “Almeno in parte al corrente della situazione, non si è mai attivato né per approfondire i fatti che si stavano verificando entro il carcere, né per porvi un rimedio, né segnalando ad alcuno la situazione, omettendo deliberatamente qualsiasi intervento pur doveroso in considerazione della sua posizione di garanzia, così divenendo concorrente”. A prescindere dall’esito processuale, una condanna morale. Spoleto (Pg). Corso di edilizia in carcere per il reinserimento sociale Corriere dell’Umbria, 9 settembre 2026 Un corso di formazione professionale in ambito edile. È quanto si è svolto all’interno del carcere di Maiano di Spoleto e a cui hanno partecipato 10 detenuti del circuito di media sicurezza. Il corso ha avuto come finalità quella di favorire l’acquisizione di competenze professionali spendibili nel mercato del lavoro e creare un ponte concreto tra l’esecuzione della pena e il reinserimento sociale. L’iniziativa si inserisce nel quadro della convenzione triennale sottoscritta tra il Cesf - Scuola Edile di Perugia e la direzione dell’Istituto penitenziario di Spoleto, finalizzata a realizzare percorsi strutturati di orientamento e formazione sul campo per la popolazione detenuta. Avviato il 4 agosto, il corso si è articolato in 40 ore complessive di didattica pratico-teorica, 16 di teoria incentrate sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, formazione generale e specifica obbligatoria per accedere ai cantieri e 24 di pratica dedicate alle tecniche operative del settore edile. A ciascun partecipante sono stati forniti i dispositivi di protezione individuale previsti dalle normative vigenti, garantendo lo svolgimento delle attività pratiche in piena sicurezza e con standard professionali. “Il percorso formativo guarda con attenzione alle concrete esigenze del territorio - è il commento della direzione dell’Istituto di pena spoletino presieduto da Bernardina Di Mario - le competenze acquisite offrono ai partecipanti un’opportunità reale di impiego nelle attività di ricostruzione post-sisma nei Comuni del cratere della Valnerina”. Una iniziativa che ha riscontrato un forte interesse all’interno dell’istituto, con ben 20 richieste di adesione pervenute. Ma a seguito di un accurato iter di valutazione e di colloqui conoscitivi condotti dallo staff del Cesf Formedil, sono stati selezionati coloro che corrispondevano appieno ai requisiti richiesti. La giornata conclusiva ha visto la partecipazione corale di tutte le componenti istituzionali e operative che hanno reso possibile il progetto. Dalla direttrice Di Mario alle sue vice Caterina Ciampoli e Giada Gatticchi, la direttrice del Cesf Formedil di Perugia, Cristiana Bartolucci insieme al suo staff tecnico che si occupa della formazione, l’educatore Pietro Carraresi e il comandante dell’Istituto Penitenziario, Pierpaolo Milanese, insieme ad altri esponenti della polizia penitenziaria. “La presenza sinergica della direzione dell’istituto, dell’area pedagogica, del corpo di polizia penitenziaria e del mondo della formazione professionale - conclude la nota - testimonia la centralità del lavoro e delle competenze come strumenti prioritari per il riscatto personale e il reinserimento sociale dei detenuti”. Milano. Porte aperte al Beccaria per i ragazzi che ballano sulle note di ?ajkovskij di Fulvia Degl’Innocenti Famiglia Cristiana, 9 settembre 2026 Abbiamo assistito alla performance dei minori detenuti nel carcere milanese resa possibile da Fondazione Catella all’interno del progetto BAM Back to the city - ?ajkovskij senza barriere. La società civile incontra i giovani che scontano una pena, sulle note evocative della Bella addormentata nel bosco, simbolo di risveglio e rinascita. Non accade spesso che un comune cittadino possa varcare le porte del carcere, ancora meno se per assistere nel cortile dell’ora d’aria a una performance dei ragazzi detenuti. Un evento quindi davvero eccezionale, soprattutto per la sua portata simbolica che sottende concetti come fiducia e bellezza. Noi di Famiglia Cristiana, eravamo tra i pochi ammessi all’evento finale di un progetto che ha visto da un lato Fondazione Riccardo Catella, con il progetto BAM - Biblioteca degli Alberi Milano, e Fondazione Lottomatica, dall’altro tutto il personale del carcere minorile Beccaria, uno dei più affollati, uno di quelli con maggiori tensioni (ricordiamo, per esempio, le proteste di massa del marzo scorso e i diversi tentativi di fuga degli ultimi anni), ma anche uno di quelli dove ogni giorno si offrono agli adolescenti che hanno commesso gravi reati (il carcere minorile è infatti l’estrema ratio nei percorsi giudiziari per i ragazzi) strumenti educativi e rieducativi, che in questo caso vanno dal laboratorio di teatro alla scuola in carcere, dal supporto psicologico alla piscina, dai campus sportivi alla palestra. Il progetto, che fa parte del tradizionali appuntamento BAM Back to the City Concert, realizzato a Milano da Fondazione Riccardo Catella, quest’anno dedicato a La bella addormentata di ?ajkovskij (un concerto open air il 10 settembre alle 20.00 per la cittadinanza ed eventi che coinvolgono in 7 quartieri persone con disabilità motorie e cognitive) giovedì dsi è articolato in tre momenti: i danzatori professionisti di Move On Hub hanno fatto una serie di brevi flash mob nei diversi gruppi in cui è suddiviso il carcere (che attualmente ospita 63 detenuti dai 15 ai 23 anni), dopo i quali c’è stata una presentazione dei due laboratori, uno di danza e uno di scrittura di canzoni, coordinato da Carlo Gilardi, a cui hanno liberamente aderito alcuni ragazzi. E poi la restituzione finale di fronte a giornalisti, volontari, amministratori pubblici, operatori culturali. per accedere al cortile dell’ora, dopo aver lasciato tutti gli effetti personali e i cellulari, passiamo da un meraviglioso giardino curato dagli stessi detenuti grazie a un progetto di Fondazione Rava, in cui placida sonnecchia una gatta, mentre la cucciolata dei suoi micini zampetta tra le siepi e gli alberi. Uno scorcio di bellezza circondato da alte mura con filo spinato e torrette di avvistamento “Organizzare un momento di restituzione di fronte al pubblico ha comportato il coinvolgimento di tutto il personale del carcere, dalla comandante agli educatori, dai volontari e agenti di polizia penitenziaria, in particolare Iolanda Tortù, commissaria capo e comandante del reparto di Polizia Penitenziaria del carcere, affinché fosse garantita la massima sicurezza”, ha spiegato la direttrice del carcere, Eleonora Cinque, classe 1993, una laurea in Giurisprudenza, arrivata qui nell’aprile scorso, ma, da quello che abbiamo potuto osservare, rispettata e benvoluta dai ragazzi, che, quando ha parlato prima dell’esibizione, hanno ascoltato in assoluto silenzio e si percepiva, sia nelle sue parole sia nella loro attenzione, un rapporto di fiducia reciproca. “Questi ragazzi, anche per il loro trascorso, hanno un’intelligenza istintiva, sanno inquadrare subito chi hanno di fronte. Questo tipo di lavoro io l’ho scelto perché credo nella possibilità di fare un lavoro di rieducazione, che parte dall’ascolto, al rispetto reciproco. Io li conosco uno a uno, tengo moltissimo a loro, hanno avuto un’interruzione educativa che ha prodotto un grande male per la società civile, ma non hanno mai incontrato modelli positivi di riferimento; per loro il carcere può essere una grande possibilità”. La bellezza di una musica che non hanno mai ascoltato e che in ognuno può risuonare su corde diverse, la possibilità di esprimere quello che hanno dentro attraverso le canzoni rap che loro stessi hanno scritto e cantato, e, durante l’anno, il teatro (a fianco del carcere c’è lo spazio teatrale PuntoZero, dove di recente i ragazzi si sono cimentati, di fronte al pubblico, nell’Antigone), i laboratori artistici (la direttrice nel suo ufficio ci mostra alcuni quadri realizzati dai ragazzi), il campus estivo di Rugby: sono tutti tasselli di un percorso. Anche in questa occasione così speciale, anche se non è più il cappellano del carcere, non è voluto mancare don Gino Rigoldi, a cui è stata concessa l’unica sedia per il pubblico (anche le sedie, in situazioni a rischio, possono diventare un oggetto di offesa). “In 53 anni qui”, ci ha detto, “ho incontrato migliaia di ragazzi, li porto tutti nel cuore. E ancora penso a loro, a quello che potremmo fare, di meglio, di più”. È andato tutto bene. I ragazzi erano emozionati, ma molto orgogliosi di esibirsi davanti al pubblico di esterni e di fronte ai loro compagni. Nel cortile dell’ora d’aria, graffiti e parole evocatrici. Due su tutte ci hanno colpito: “Chi sbaglia paga”, scritta da uno di loro su una porta verde di ferro, e “speranza”. I due poli necessari perché la detenzione sia il necessario passaggio verso un futuro fuori dalla criminalità, con un progetto di vita, per loro ma anche per la società tutta. Rovigo. Nasce l’Orto Etico: l’agricoltura sociale entra nel carcere minorile della città confagricoltura.it, 9 settembre 2026 Meloni e angurie coltivati da giovani detenuti con il supporto tecnico dei Giovani di Confagricoltura. Nasce così l’“Orto Etico”, il progetto di agricoltura sociale promosso da ANGA Rovigo all’interno dell’Istituto Penale per i Minorenni della città, oggi indicato da Confagricoltura come possibile modello da replicare in altri territori. L’iniziativa è stata avviata nella primavera scorsa grazie all’impegno dei soci di ANGA Rovigo, che hanno deciso di mettere a disposizione dei giovani detenuti competenze professionali ed esperienza nel settore agricolo. Fondamentale la collaborazione con la direttrice dell’IPM, Roberta Ghidelli, e con l’Istituto di Istruzione Superiore “Viola Marchesini”, che comprende l’Istituto agrario “Munerati”. Su un’area di circa 100 mq, a giugno sono iniziati i lavori di preparazione del terreno e la successiva piantumazione di meloni e angurie. Le 24 piantine, fornite gratuitamente dall’azienda sementiera Rijk Zwaan, sono state curate ogni giorno dai ragazzi coinvolti nel progetto, affiancati dai tecnici e dai collaboratori dell’istituto agrario. Si tratta del secondo progetto di orto sociale realizzato in Veneto grazie alla collaborazione tra un istituto penitenziario, ANGA e una scuola agraria. “Non presentiamo semplicemente un orto - spiega Enrico Toso, presidente dei Giovani di Confagricoltura Rovigo - bensì un’idea di agricoltura che vuole essere protagonista anche dal punto di vista sociale, e un’idea di sindacato che non vuole soltanto chiedere, ma anche proporre e costruire. Crediamo che l’Orto Etico debba diventare un esempio da seguire e, perché no, da replicare anche in altri territori”, ha concluso, ringraziando per il sostegno il presidente di Confagricoltura Rovigo Lauro Ballani e il direttore Massimo Chiarelli. Determinante anche il lavoro coordinato dal vicepresidente Filippo Grillanda: “Abbiamo seguito passo dopo passo la preparazione del terreno e la piantumazione, lavorando fianco a fianco con i ragazzi. Era importante trasmettere loro non solo delle competenze tecniche, ma anche il senso di responsabilità che la cura di un campo richiede”. Un’esperienza che, aggiunge, conferma come “l’agricoltura possa essere anche uno strumento educativo, di formazione e di inclusione. Siamo riusciti a offrire ai ragazzi un impegno quotidiano e la possibilità di apprendere tecniche agricole che, in futuro, potrebbero rivelarsi utili”. Sono intervenute all’evento anche l’assessore alle Politiche sociali del comune di Rovigo, Dominga Milan, e la dirigente della Questura di Rovigo divisione anticrimine Maria Cristina Finamore. Forte dei risultati raggiunti, l’Orto Etico non si ferma: nei prossimi mesi proseguirà con la coltivazione del radicchio, a conferma della volontà di ANGA Rovigo, dell’IPM di Rovigo e dell’Istituto “Viola Marchesini” di consolidare nel tempo questa collaborazione, ponendo le basi per estendere l’esperienza anche ad altre realtà penitenziarie del Paese, visto che un’esperienza simile è stata realizzata solamente a Cagliari. Venezia. Le detenute della Giudecca calcano la passerella con gli abiti che hanno cucito da zero di Camilla Curcio Il Sole 24 Ore, 9 settembre 2026 La sfilata si terrà il 10 settembre nel cortile della casa di reclusione e si inserisce tra gli eventi collaterali organizzati nella cornice dell’83esima edizione della Mostra internazionale del cinema di Venezia. La libertà, a volte, si nasconde tra le pieghe di un abito. Nel rumore di una macchina da cucire accesa che rinforza lo sbuffo di una manica e l’orlo di un pantalone. O nell’opportunità di mostrare, su una passerella vera, un capo che fino a poco tempo prima era solo cartamodelli e stoffa. Lo sanno bene le detenute della Casa di reclusione femminile della Giudecca (Venezia) che, grazie a Banco Lotto N°10 - il laboratorio professionale di moda etica nato all’interno del carcere e dal 2003 gestito dalla cooperativa sociale Il Cerchio - hanno la possibilità di accumulare competenze, partecipare attivamente al processo produttivo e coltivare un talento da cui ripartire. Una chance che si fa ancora più concreta in occasione delle sfilate che da anni la Giudecca mette in piedi per mostrare al pubblico le creazioni nate tra le pareti della sua sartoria e i frutti di un lavoro che non è mai solo lavoro manuale. Quella di quest’anno, però, ha un valore aggiunto: il 10 settembre, infatti, si sfila nel cortile dell’istituto penitenziario e a fare da modelle non saranno - come in passato - indossatrici professioniste, ma le detenute che, quegli abiti, li hanno creati da zero. Tra scommessa e responsabilità - Voluta e organizzata dall’attuale direttrice dell’istituto penitenziario, Maurizia Campobasso, nella cornice delle iniziative collaterali agli eventi del cartellone dell’83esima Mostra internazionale del cinema di Venezia, “La valigia fantasma” nasconde, già nel titolo, il senso dell’evento. E anzi del progetto avviato ormai una ventina di anni fa, che vede nella formazione sartoriale e in un lavoro retribuito le leve per un reinserimento efficace e le premesse di un futuro ancora possibile. A partire da una valigia da riempire di esperienze, di mestiere e di vita. Accedi e personalizza la tua esperienza - Se, da un lato, infatti, la scelta di mettere al centro del defilé le detenute diventa una scommessa ambiziosa, dall’altro non può che essere un altro, fondamentale tassello di un percorso di responsabilizzazione che, più che muoversi in direzione ostile o punitiva, cerca di imprimere un orientamento quanto possibile costruttivo. Offrendo una missione, strade da percorrere e obiettivi da mettere a segno. Per fare in modo da mettere anche competenze lavorative, solidità e fiducia in sé stesse, nella valigia che le detenute si porteranno via uscendo dal carcere per tornare alla vita normale. Ma non è tutto: dal 4 settembre fino al 12 settembre e sempre nella cornice della kermesse cinematografica (proprio al Lido di Venezia e poco lontano dal Palazzo del cinema, in Lungomare Marconi 32), infatti, è stato allestito anche un pop-up dedicato all’esposizione (e alla vendita) della collezione “Una per una”, una linea di 30 capi dalle linee eleganti e dai colori vivi creati a partire da pregiati tessuti naturali, sotto la direzione creativa di Margherita Uliano. E sempre confezionati dalle detenute che hanno partecipato ai laboratori di Banco Lotto N°10. Un punto di raccordo tra fuori e dentro: con lo shopping, infatti, la cittadinanza potrà sostenere i percorsi formativi, l’acquisto dei materiali e i progetti educativi promossi dalla cooperativa Il Cerchio. Un modello virtuoso - La sartoria, i progetti e gli esperimenti avviati sono evidentemente uno degli anelli chiave di un meccanismo virtuoso di gestione e organizzazione tanto della formazione quanto del lavoro in carcere. Un tema su cui - a livello normativo - insiste con particolare forza lo schema di Dpr approvato in esame preliminare lo scorso 4 giugno dal Consiglio dei ministri e proiettato ad agevolare l’accesso dei soggetti reclusi a opportunità professionali solide, puntando molto sulla sinergia con le imprese (pubbliche e private) e il territorio. Agevolazioni che la bozza di Dpr si propone di esportare da quelle finora riconosciute come “carceri-modello” a tutto il resto d’Italia. Nel caso della Giudecca, il modello è stato e continua a essere facilitato da una serie di condizioni favorevoli, tra cui la tipologia di profili ospitati (detenute inserite nel circuito di “media sicurezza”, che hanno dunque commesso reati tecnicamente classificabili come “comuni”, come truffe, furti e omicidi singoli) e non sono potenzialmente pericolose come, invece, i detenuti del circuito di “alta sicurezza”. C’è poi la particolare vivacità del territorio e del suo tessuto imprenditoriale, che consente di instaurare scambi e raggiungere una platea di interlocutori più nutrita tra piccole imprese e cooperative, rispetto invece ad altre realtà sparse per il Paese e in zone sicuramente meno propizie. È, ovviamente, uno schema perfettibile. Anche qui, infatti, i passi avanti da fare sono ancora tanti, soprattutto per sciogliere il nodo su cui la bozza di Dpr ha riacceso i riflettori: aprire quanto possibile il carcere all’esterno e garantire alle detenute occasioni di lavoro che restituiscano una professionalità concreta su cui poter investire negli anni che verranno. Il carcere protagonista di tre cortometraggi a Venezia cattolicanews.it, 9 settembre 2026 “Non si può ridurre le persone ai loro errori”. “L’uomo non è mai soltanto la sua colpa”. “Abbiamo cambiato il nostro punto di vista”. “Le lezioni di piano consentono di cambiare il tempo della pena”. Parole piene. Di vita, di speranza, di trasformazione. Parole sgorgate da incontri tra esseri umani che prima di giudicarsi si guardano e si ascoltano. Sono nati con queste premesse i tre cortometraggi presentati durante l’evento “Corti in carcere, e fuori dal carcere” promosso da Almed in collaborazione con la Fondazione Ente dello spettacolo lunedì 7 settembre presso l’Italian Pavillon dell’83° Mostra internazionale del cinema di Venezia. “I progetti presentati quest’anno sono importanti dal punto di vista sociale e politico ma anche estetico - ha dichiarato Mariagrazia Fanchi, Direttrice Alta Scuola in Media, comunicazione e spettacolo dell’Università Cattolica e presidente Lombardia Film Commission -. I ragazzi hanno saputo racchiudere nel formato corto, difficilissimo, una realtà complessa e si sono confrontati con ciò che è possibile rappresentare”. Il valore aggiunto dell’Università Cattolica è che mette in relazione e dialogo competenze diverse e questo è quello che avviene anche sul tema della giustizia sociale. “È il caso dei punti di vista differenti (giustizia penale e riparativa, psicologia e scienze della comunicazione) sul tema della giustizia sociale. Qui sta l’importanza del lavoro presentato in questi corti”. La sinergia tra Almed e Fondazione Ente dello spettacolo su molti progetti è stata messa in evidenza dal presidente monsignor Davide Milani, preoccupato dell’impatto che l’AI avrà sull’audiovisivo. C’è tra le due istituzioni una visione condivisa, come mostrano i corti presentati: “Si aiutano i ragazzi a lavorare sulle carceri con un racconto filmico e l’educazione avviene attraverso l’ingresso nella realtà. Se educhiamo allo sguardo allora gli strumenti come l’AI si possono usare con responsabilità”. L’ha ribadito Massimo Locatelli, direttore del Master Almed “Ideazione e produzione audiovisiva” e coordinatore del corso di laurea Discipline delle arti, dei media e dello spettacolo (Dams) nel campus di Brescia dell’Ateneo, specificando che “noi, come ente di formazione, non vogliamo formare tecnici ma persone che vedono la realtà. Ci piace lavorare su progetti che guardano realtà come quella del carcere e per farlo ci rapportiamo con istituzioni solo apparentemente lontane come Udepe, di cui si racconta in uno dei corti”. “Noi siamo l’ufficio di esecuzione penale esterna e abbiamo bisogno di raccontarci - ha detto Benedetta Venezia, direttrice dell’Ufficio Distrettuale di Esecuzione Penale Esterna di Brescia, rispondendo a Locatelli -. Le persone in misura alternativa al carcere si sono messe in dialogo con gli studenti. Noi vogliamo arrivare ai giovani che rappresentano la giustizia di domani. Vogliamo comunicare un tipo di paradigma della giustizia sostenibile dal punto di vista sociale e umano”. Questa istituzione, infatti, è stata al centro del cortometraggio Cos’è Udepe. Le misure alternative alla detenzione, realizzato dagli studenti dei Laboratori di Scrittura audiovisiva e di Produzione e postproduzione audiovisiva del Dams. In rappresentanza dei colleghi, Summer Pacchioni e Beatrice Lacerenza hanno raccontato di come si sia creato “un ponte tra l’università e una realtà istituzionale che non conoscevamo. Abbiamo fatto un passo fuori dall’aula per raccontare una realtà che si occupa della rieducazione, del supporto psicologico e sociale, che ci ha arricchito. Abbiamo imparato che quelle che abbiamo incontrato sono persone con emozioni e tanta speranza e abolito i nostri pregiudizi che le riducono ai loro errori”. Gli altri due cortometraggi hanno messo a tema le attività artistiche e ricreative all’interno di due carceri, Bollate e Verziano. Di Lezioni di piano hanno parlato Sveva Avino e Alice Boffelli, diplomate al master IPM di Almed. “Nato come progetto finale del master, abbiamo conosciuto la Fondazione Monzino e Laura Bove che insegna pianoforte dentro il carcere di Bollate. A livello personale questa esperienza ci ha dato molto, abbiamo cambiato il nostro punto di vista. Abbandonato il timore dell’inizio entrando in carcere, abbiamo trovato persone disponibili a far conoscere la loro storia e capito come le lezioni di piano consentono di trasformarle e cambiare il tempo della pena”. Si parla invece di teatro sociale in Fragili legami, il corto presentato da Sara Stigliano e Paola Cima, studentesse del Dams. “Abbiamo assistito a una lezione di teatro sociale a Verziano, pratica educativa e di crescita. Un’occasione importante che ci ha permesso di entrare in contatto con persone che non vediamo nella quotidianità e di comprendere come il teatro sociale possa avere un impatto sulle loro vite”. A chiudere l’incontro è stato Antonio Sangermano, presidente del Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità presso il Ministero della Giustizia. A fronte di alcuni numeri significativi (19 istituti minorili che ospitano ragazzi tra 14 e 25 anni (oltre 140mila persone prese in carico, oltre 40mila pratiche istruttorie e circa 101.000 condannati o in messa alla prova che scontano la pena non in carcere) questo Dipartimento si occupa della giustizia di comunità e di esecuzione penale esterna. “Il carcere non è l’unica pena esistente. La finalità educativa della pena può e deve esistere fuori dal carcere. Il carcere va residualizzato e umanizzato” - ha dichiarato Sangermano. Viviamo nella società palliativa che esclude il dolore, che trasforma la vulnerabilità in uno scarto da relegare in uno spazio chiuso. La responsabilità è alla base dell’esecuzione penale esterna, un modo diverso di eseguire la pena attraverso l’inclusione sociale”. Una chiusa che interroga e ribadisce che l’uomo non è mai soltanto la sua colpa. “Queste misure sono il futuro dell’esecuzione penale esterna. Il sovraffollamento delle carceri è un problema reale, le misure alternative sono una soluzione, sono una speranza”. Quella di cui i ragazzi non possono e non devono fare mai a meno. La sfida dei diritti dei minori nell’era social di Daniela Piana Il Dubbio, 9 settembre 2026 Chi controlla le “Stranger Things” del web? Il mondo del “sottosopra” nessuno lo ha mai visto se non nella serie di Netflix, ma il web può diventare, se privo di regole che assicurino l’inderogabilità dei diritti fondamentali, uno spazio dove stranger things prendono forma. I nostri giovani sviluppano presto la proficiency digitale di tipo tecnico: il loro occhio coglie nuances che forse sfuggono ai più. Questa proficiency necessita di essere accompagnata da una progressiva consapevolezza di carattere sociale etico giuridico e soprattutto necessita di essere tutelata e regolata attraverso la costante presenza rispettosa e attenta di istituzioni fonti di criteri normativi perché possano i loro “occhi” interiori distinguere il momento in cui vi è un ribaltamento dei piani e cominciano ad accadere stranger things. Come si costruiscono, validano e controllano i criteri di accettabilità di ciò che accade nella interazione quotidiana fra i nostri ragazzi e la rete. Chi segna il confine del sottosopra? La questione è non solo complessa ma investe direttamente il paradigma di legittimazione dell’esercizio del potere. Nel 2025 in India a fronte di un claim portato dalla Fondazione Zindagi Ek Prerna alla Corte suprema perché venisse elaborata una norma sull’età minima di accesso alla rete, la Corte rimanda il compito al Parlamento. In Australia già nel 2024 il governo si era attivato, prima espressione del potere esecutivo nel mondo, per adottare una norma primaria che sancisse i 16 anni come soglia di età minima per potere accedere ai social media. In Brasile nel 2025 viene firmato lo Estatuto da Criança e do Adolescente Digital che fissa a livello federale il divieto di accesso ai minori di 14 anni e l’obbligo del consenso parentale per accedere fra i 14 e 16 anni. Diversa la strada portata avanti da Singapore, dove il governo nel 2026 si è espresso contrariamente alla ipotesi di adottare una norma primaria che sancisse l’obbligo di verificare l’età di chi accede ai social. In Regno Unito in Parlamento è in agenda una proposta di legge di iniziativa governativa proveniente dall’Education Department il cui iter parlamentare iniziato nella House of Commons è ora in corso nella House of Lords. Che i sistemi politici nazionali nel mondo si stiano diversamente orientando rispetto alla questione di essenziale importanza delle tutele dei minorenni dinnanzi all’utilizzo dei contenuti dei social media e ancor prima dinnanzi alla questione dell’accesso agli stessi social e più generalmente alla rete è fenomeno che non deve sorprendere. La divergenza di sensibilità e di posizioni caratterizza anche lo spazio europeo e al di sotto delle norme che possiamo definire di ordine astratto e costitutivo della architettura comunitaria le diversità legislative e regolative restano. Quali sono le questioni variabili in campo e quali le variabili che fanno la differenza agli effetti delle risposte date nei diversi paesi? La prima riguarda quale sia lo strumento normativo appropriato in questo contesto. La risposta è in parte empirico-culturale e dipende dal tipo di concezione che della norma del diritto ha un paese. Ma rileva anche la capacità dell’esecutivo di “governare in parlamento” ovvero la forza di steering del cabinet rispetto al contesto politico della legislatura - ivi compreso il timing nella quale ci si trova e su questo gli snodi di fine mandato sono sempre empiricamente parlando forieri di particolari risvolti interessanti. Vi è poi una seconda questione che riguarda il chi controlla. Ammesso che si opti per una norma giuridica e non per uno standard tecnico chi ne assicura il rule enforcement? I paradigmi sono molteplici de facto e sul piano del de jure si pongono due punti dirimenti agli effetti della legittimità sostanziale e formale di quello che viene adottato. Occorre infatti che al di là dei principi di costituzionalità vi sia l’effettività dell’eguale trattamento. Questo comporta che vi siano condizioni facilitanti il rule enforcement di ordine organizzativo professionale sociale ed economico. Ma al di là delle considerazioni di accademia, la nota spese è una nota che ha a che vedere con il dove si costruiscono le competenze e a beneficio di chi. Occorre avere gli “occhiali” capaci di identificare non solo l’età dei minorenni, ma anche occhiali firewall di cui dotare le istituzioni parentali e i minorenni. Ed infine, ma chi scrive crede che sia questione primaria, il ruolo del giudice. Ci si può aspettare che al giudice spetterà senza alcun dubbio elaborare in via giurisprudenziale e a partire dalla case law l’orizzonte normativo che fisserà aspettative di sanzione e aspettative adattive da parte dei grandi attori della rete, giganti situati in posizioni con forte asimmetria per capacità negoziale e per capacità di informazione, come Meta che si trova a negoziare una sanzione di 18bn di dollari a seguito della decisione del giudice della California a fronte del ricorso di 48 Stati federali in merito al danno portato dai social alla salute mentale e cognitiva degli adolescenti. Un profilo nuovo nel merito delle ragioni che appaiono cogenti e dirimenti che portano ci pare senza indugio nella direzione di proteggere l’imparzialità come valore costituzionale, e come bene pubblico non rivale la cui non rivalità adesso con gli occhi del 2026 si rimarca essere intergenerazionale. I minorenni di oggi necessitano di un giudice imparziale, perché possano avvedersi dei rischi e delle opportunità indotte dai media nella vita che condurranno un domani. Ma non tutto potrà essere fatto in via giurisdizionale e giudiziale. Molto dovrà essere costruito a parte dalla prevenzione dalla cultura dalla consapevolezza e dalla concretezza del dibattito pubblico. Il sottosopra è infatti subdolo. Parallelo e silenzioso appare quando meno lo si aspetta. Il gioco si vince aprendo le finestre della consapevolezza di cosa sia stranger e cosa non lo sia a partire da una forte cultura di diritti e regole radicata nel mondo reale. Ddl antisemtismo, oggi le proteste in tutta Italia di Andrea Carugati Il Manifesto, 9 settembre 2026 Riparte oggi la discussione in commissione alla Camera sul ddl antisemitismo, approvato a marzo dal Senato. Fuori da Montecitorio alle 13, e in altre 40 piazze in tutta Italia (da Torino fino a Palermo), ci saranno manifestazioni promosse da oltre 250 associazioni, comitati, sigle di docenti e studenti, anche da alcune realtà ebraiche come il Laboratorio ebraico Antirazzista. Ci saranno Amnesty, la Cgil, l’Arci, l’Anpi, la Fnsi. “Una vera e propria “norma-bavaglio” che equipara ad antisemitismo le critiche verso le politiche del governo di Israele, reprimendo così ulteriormente il diritto al dissenso, la libertà d’espressione e d’informazione. E cioè tutti coloro che denunciano pubblicamente le politiche coloniali, le violazioni dei diritti umani, il genocidio (riconosciuto anche dall’Onu un anno fa), la pulizia etnica e l’apartheid praticati dallo Stato di Israele nei confronti del popolo palestinese”, spiegano i promotori. In Commissione Affari costituzionali parte oggi il voto sugli emendamenti, nelle stesse ore la capigruppo indicherà quando il testo arriverà in aula, presumibilmente entro la fine di settembre. Pd, M5S e Avs rischiano di arrivare all’appuntamento divisi. 5 stelle e rossoverdi saranno in piazza con le associazioni, il Pd non ha aderito. E anche nel voto in aula, mentre è certo il no dei partiti di Conte e di Fratoianni-Bonellli, quello di Schlein non ha ancora deciso come muoversi, diviso tra il fronte del No (capitanato da Laura Boldrini) e la destra dem che invece potrebbe votare a favore, come auspicato ieri da Piero Fassino che ha invitato a d una “larga convergenza” sul testo. In commissione però i giallorossi si muoveranno insieme. Con alcuni emendamenti unitari. “Non è considerato antisemitismo l’espressione della libera critica alle azioni politiche del governo dello stato di Israele”, recita il primo. Un’altra proposta di modifica, sottoscritta dai tre partiti, intende precisare che “per antisemitismo si intendono gli atti e le espressioni di discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei in quanto ebrei o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche, nonché i casi in cui i medesimi atti ed espressioni siano diretti verso non ebrei, qualora fondati su stereotipi o pregiudizi antiebraici”. Un altro emendamento chiede di adottare al posto della definizione di antisemitismo dell’Ihra quella contenuta nella Jerusalem Declaration on Antisemitism, assai meno controverso e priva di rischi ci censura. Tra i dem la discussione non c’è ancora stata. Ma il rischio di una spaccatura è alto. Se a marzo in Senato il punto di caduta era stata l’astensione (ma sei senatori guidati da Delrio avevano votato a favore), alla Camera il Pd potrebbe dividersi in tre: tra il sì dei riformisti, il no di alcuni deputati (oltre a Boldrini c’è almeno una decina di onorevoli decisamente contraria al testo) e il grosso del gruppo che potrebbe confermare l’astensione. Ma in queste ore è in corso un pressing su Schlein per portare la linea ufficiale sul no, un modo per restare in sintonia con il vasto fronte di associazioni con cui i dem hanno manifestato per Gaza e anche con gli alleati di M5S e Avs. In piazza a Roma ci sarà la Fnsi con i massimi vertici, la segretaria Alessandra Costante e il presidente Vittorio Di Trapani. “Il ddl in discussione non contrasta l’antisemitismo, ma mira a impedire le critiche a Israele e questo non è accettabile”, spiega Di Trapani al manifesto. “Noi siamo fermamente contrari a ogni forma di antisemitismo. Ma quel testo di fatto è una norma bavaglio”. “Invece di combattere la discriminazione contro gli ebrei, quel ddl rischia di introdurne altre”, l’allarme lanciarto da Dario Venegoni, presidente dell’Aned, l’associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti. “Nessun altro Paese al mondo ha trasformato la definizione Ihra in una legge dello Stato”. Riccardo Ricciardi, capogruppo dei 5s alla Camera, invita il cen trodestra a ripensarci: “Anche alla luce delle recenti rivelazioni del giornale israeliano Haaretz su Netanyahu e sulle sue menzogne sulla strage del 7 ottobre, è opportuno che la maggioranza si renda conto che questo provvedimento colpisce il diritto-dovere di criticare il governo israeliano, sia per il genocidio a Gaza, sia per le sistematiche violenze che ogni giorno vengono perpetrate sul popolo palestinese”. Netta anche la posizione di Francesca Albanese, che lo definisce un ddl che “puzza di incostituzionalità perché viola chiaramente il diritto a la libertà di espressione”. “Crea dei problemi di sicurezza per le comunità ebraiche innanzitutto perché rischia di farle diventare oggetto dell’ostilità di chi le sente come associate allo stato di Israele”. Per Albanese si tratta di una “mossa politica squallida e bipartisan, perché bipartisan è il supporto che in questo Paese c’è all’apartheid”. Non è antisemitismo, ma contrasto al dissenso di Alessandra Algostino Il Manifesto, 9 settembre 2026 Nessuna discontinuità rispetto al razzismo sottostante la demolizione del diritto di asilo, i provvedimenti disumani nei confronti di chi salva persona in mare, ma una distorsione dell’antisemitismo per perseguire il fil noir del governo Meloni, la repressione del dissenso. Mentre la legge elettorale ondeggia al ritmo dei sondaggi, con l’unico fine di tentare di mantenere il potere e realizzare surrettiziamente il premierato, la camera da oggi vota sul disegno di legge in tema di contrasto all’antisemitismo già approvato al Senato. È questa legge un’anomalia nel governo che si distingue per numerosità e intensità dei provvedimenti razzisti e repressivi? Assolutamente no. Nessuna discontinuità rispetto al razzismo sottostante la demolizione del diritto di asilo, i provvedimenti disumani nei confronti di chi salva persona in mare, la necropolitica dei confini, ma una distorsione dell’antisemitismo per perseguire il fil noir del governo Meloni, la repressione del dissenso. Il cardine è l’adozione della Definizione operativa di antisemitismo proposta nel 2016 dall’International holocaust remembrance alliance (Ihra), inclusi i suoi indicatori, al cui interno si annida l’equiparazione fra odio per gli ebrei e critiche ad Israele (“negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo”; “Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti”). Sovrapporre l’”odio verso gli ebrei in quanto tali” a “ostilità nei confronti di Israele in quanto Stato degli ebrei” assicura ad Israele intoccabilità e un surplus di legittimità politica; oltre a veicolare un’altra sovrapposizione impropria, quella fra antisemitismo e antisionismo. La proposta in discussione attribuisce la forza della legge alla definizione Ihra e, se pur in forme ammorbidite nel passaggio parlamentare (scompare ad esempio un palesemente incostituzionale diniego di autorizzazione alla riunione “antisemita”), introduce misure di prevenzione e contrasto che instaurano un meccanismo di disciplinamento nell’orizzonte di una democrazia identitaria, che delegittima e punisce la critica politica. Gli incisi sulla salvaguardia della libertà di critica e l’autonomia di scuola e università (oggetto di particolari attenzioni), a fronte della pervasività della definizione Ihra, rischiano di essere mera retorica, mentre misure dal tono soft come monitoraggi, prevenzione, promozione, inducono autocensura ed esercitano effetti deterrenti e dissuasivi; per tacere della figura del Coordinatore nazionale, incardinato nel vertice dell’esecutivo e da esso nominato. Sia chiaro: esista già una norma, l’art. 604-bis del codice penale, che punisce la propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica, nazionale o religiosa, che menziona altresì esplicitamente la Shoa. La ridondanza del nuovo disegno di legge manifesta la volontà di neutralizzare le mobilitazioni per la Palestina e, al contempo, costruire un concetto passe-partout per denigrare e reprimere qualsivoglia dissenso scomodo. La forza culturale del ripudio dell’antisemitismo, pratica e tesi aberrante, diviene una clava per screditare e delegittimare chi oggi critica violenze perpetrate su base razzista e coloniale. Non di contrasto all’antisemitismo si tratta ma di contrasto al dissenso, in coerenza con il diritto penale del nemico (e dell’amico) e una amministrativizzazione della sicurezza che strangola i diritti con misure di prevenzione e multe. Paradossalmente, anche attraverso il contrasto all’antisemitismo avanza sotto mentite spoglie il fascismo: la ricontestualizzazione storica dell’antisemitismo funge da revisionismo e si accompagna alla delegittimazione dell’antifascismo (ultimo esempio, le liste di proscrizione di Trump, che hanno appena colpito Autistici/Inventati, nel silenzio complice del governo). Contro un provvedimento che, sotto mentite spoglie, nasconde controllo e disciplinamento, approvato a larga maggioranza al senato (anche grazie al Partito democratico, fra astensioni e voti a favore), è necessario costruire una mobilitazione sociale, rivendicando il diritto di essere inequivocabilmente contro ogni forma di antisemitismo e di razzismo (islamofobia, disumanizzazione dei migranti) e, insieme, il diritto di criticare e mobilitarsi contro uno Stato, Israele, che pratica politiche coloniali e genocide. L’immigrazione e la trappola della paura di Maurizio Ambrosini Avvenire, 9 settembre 2026 Inseguire l’estrema destra sul suo terreno significa rafforzarne le posizioni e preparare nuove sconfitte. La risposta passa dalla protezione sociale, dal rilancio del progetto europeo e da una politica che riconosca il lavoro degli immigrati come risorsa, senza rinunciare ad asilo e diritti umani. Il risultato choc delle elezioni in Sassonia-Anhalt drammatizza la centralità delle questioni legate all’immigrazione nell’agenda politica dell’Europa contemporanea. Alla vittoria dell’Afd va aggiunta la popolarità raggiunta nei sondaggi da Nigel Farrage nel Regno Unito e da Marine Le Pen in Francia, malgrado i guai giudiziari di entrambi. In Spagna avanza Vox e, in alleanza con un Partito Popolare radicalizzato, si prepara a detronizzare Pedro Sanchez. Nell’avanzata delle formazioni della destra radicale si può leggere in controluce l’erompere di un sentimento di rifiuto dell’ordine esistente, delle istituzioni consolidate e delle élite politico-economiche, che trova il suo punto di coagulo nella chiusura verso tutto ciò che richiama l’immigrazione e la diversità culturale. A conferma della dimensione emozionale e simbolica di questo spostamento elettorale, il voto che potremmo definire anti-immigrati si afferma particolarmente in territori in cui l’insediamento di rifugiati e di popolazioni di origine immigrata è modesto. Ansia per il futuro e domanda di protezione sociale, provenienti soprattutto da aree fragili e classi impoverite, si traducono in ostilità verso chi è ancora più debole: i penultimi, in Francia direbbero i “piccoli bianchi”, ascoltano le sirene di chi li mobilita contro gli ultimi. Di fronte a questa inquietante marea, le forze politiche tradizionali appaiono smarrite e incapaci di elaborare proposte alternative convincenti. La risposta più semplice e immediata è l’inseguimento di quello che appare lo spirito del tempo: tentare di disinnescare la bomba dell’estrema destra adottandone le soluzioni auspicate, e più fondamentalmente la visione dell’immigrazione - ridotta esclusivamente all’arrivo di persone in cerca di asilo - come minaccia per il benessere europeo. Lo si è visto con il Nuovo Patto su immigrazione e asilo del 2024, e poi con le successive votazioni del Parlamento Ue. Mentre in Germania traballa il “muro di fuoco” che ha fin qui impedito ai partiti fedeli alla Costituzione di allearsi con l’Afd, al Parlamento europeo il Ppe e le formazioni di destra si sono saldati in più occasioni nel voto anti-immigrati. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Afd e i suoi sodali possono vantarsi di aver convertito il centro moderato alle loro posizioni. Gli elettori mostrano di preferire la versione originale, e a suo modo coerente, ai tentativi di imitazione. Gli ideologi della destra, forti dei risultati ottenuti, avanzano proposte sempre più dirompenti, oggi all’insegna del vago ma evocativo slogan della remigrazione. Qua e là, vedendo che le campagne xenofobe hanno successo, spuntano nuovi protagonisti e nuove formazioni ancora più radicali, come nel caso italiano. Le formazioni di centro-sinistra a loro volta sbandano. Al Parlamento europeo hanno votato in ordine sparso sul Patto su immigrazione e asilo e sui provvedimenti attuativi. In Danimarca hanno sposato una linea convergente con quella del governo Meloni. In più occasioni stanno mostrando una subalternità culturale nei confronti della destra. Si pensi alla polemica tra Spagna e Italia sul numero d’ingressi “illegali” nei rispettivi Paesi. Che sostenga tale posizione un governo sovranista come quello italiano è nell’ordine delle cose. Ma nel caso di un governo con orientamento liberal come quello di Madrid significa legittimare l’idea che gli ingressi di persone in cerca di asilo dal Sud del mondo, che arrivano come possono, siano un fatto pernicioso, da contrastare. Il diritto di asilo vacilla. Inseguire l’estrema destra sul suo terreno, dando spazio a nostalgie nazionaliste e chiusure irrealistiche - basterebbe sentire i datori di lavoro - prepara il terreno a nuove sconfitte e a un affossamento della costruzione europea. Gli applausi di Putin e Trump all’Afd lo certificano. Serve, finché siamo in tempo, una risposta alle ansie delle periferie europee sul piano del rafforzamento della protezione sociale e del rilancio del progetto europeo. Quanto all’immigrazione, occorre trovare una convergenza insieme ideale e pragmatica sulla traduzione politica di due principi. Anzitutto, l’immigrazione per lavoro, opportunamente regolata, è una risorsa imprescindibile per l’economia e la società europea, famiglie comprese. In parallelo, i diritti umani - asilo, ricongiungimenti familiari, rifiuto di razzismi e discriminazioni - rimangano un tratto essenziale della civiltà europea e un faro per un mondo che sembra allontanarsene. Se i migranti sono il tema l’alternativa è dire la verità di Filippo Miraglia Il Manifesto, 9 settembre 2026 Se è vero che la sinistra ha abbandonato da tempo la sua base sociale - lavoratori, disoccupati, abitanti delle periferie - resta sbagliato sia considerare questa base ormai tutta razzista sia bollare come snob e elitario chi si rifiuta di blandirla con discorsi xenofobi. L’apoteosi dell’errore risale ai tempi della dottrina Minniti: una versione politicamente meno scorretta del razzismo. C’è poi la tesi della sociologia democratica: non si possono lasciare le persone sole con le loro paure. Lascereste un bambino che ha paura del buio privo di una luce? Il popolo, come un bambino, va rassicurato, dando risposte rassicuranti appunto. Rappresentazioni, tutte, che hanno conseguenze concrete, ad esempio il Memorandum con la Libia del 2017 e l’invenzione della cosiddetta guardia costiera libica, con tutto il suo carico di morte e violenza. Si dà per scontato che le paure e l’insicurezza diffusa siano connaturate alla società, trascurando completamente il lavoro “scientifico” che le destre hanno fatto (non da sole purtroppo) per alimentare queste paure scegliendo strumentalmente fatti di cronaca e rappresentazioni distorte per criminalizzare minoranze e interi gruppi sociali. Un metodo non nuovo che però, se ben utilizzato, in assenza di alternative, porta i risultati voluti. Guardando oggi alla forza e al radicamento delle destre, non è difficile intuire che questo tema, il razzismo, la proposta di una società chiusa e diseguale, che è il nucleo centrale della loro proposta politica e, ancora prima, culturale, continuerà ad esserlo da qui alle prossime politiche in Italia e per i prossimi anni. Se li si vuole sconfiggere bisogna partire da qui. Proporre concretamente una alternativa e affrontare esplicitamente questo terreno di conflitto in maniera non estemporanea. Aggirarlo parlando d’altro o proporre ricette che si presentino come copie sbiadite ha già portato al risultato che è davanti agli occhi di tutti. Dall’Italia, alla Germania, alla Francia, per non parlare degli Usa di Trump. Per essere concreti bisogna cominciare a dire cosa si vuol fare, a partire dalla cancellazione delle scelte che in questi anni hanno allargato lo spazio del razzismo, rendendo facile la costruzione del consenso a chi usa questo come strumento principale. Cancellare la stagione del diritto speciale dello straniero, abrogando ogni forma di detenzione amministrativa, ossia chiudere i Cpr. Cosa che bisogna dichiarare in campagna elettorale, senza nascondersi e spiegando perché. Poi c’è il tema degli ingressi. È del tutto strumentale continuare a promettere di voler fermare le persone impedendo loro di partire. Significa, come abbiamo visto negli ultimi decenni, favorire i trafficanti che si dice di voler combattere. Bisogna invece dire (modificando di conseguenza immediatamente la legge) che l’interesse dell’Italia è avere persone regolari che lavorano e pagano le tasse e contribuiscono al futuro del Paese e non irregolari che lavorano in nero, sfruttati e emarginati. Buoni per le campagne elettorali delle destre xenofobe. Poi c’è il tema dei percorsi di inclusione sociale, nell’ambito del quale la riforma non più rinviabile della cittadinanza. Dare centralità ai territori e alle persone, trasferendo tutte le competenze in materia di immigrazione e asilo, salvo quelle relative ai controlli di sicurezza, dal Viminale agli enti locali per civilizzare il rapporto tra persone di origine straniera e pubblica amministrazione. Promuovere e sostenere il protagonismo e l’emancipazione di uomini e donne di origine straniera, soprattutto dei e delle giovani, come elemento centrale di ogni cambiamento. La destra in questi anni, insieme alla criminalizzazione, ha puntato sull’allargamento dell’irregolarità e dell’emarginazione sociale delle persone di origine straniera, sperando così di alimentare episodi di cronaca e rappresentazioni pubbliche utili al discorso razzista. Invertire la marcia è possibile, ma bisogna affrontare in maniera esplicita le questioni che costituiscono la base del consenso delle destre e motivare le persone indicando una strada chiara che rappresenti una vera alternativa. Occuparsi meno delle dinamiche interne ai partiti e più di quelle che determinano concretamente i destini delle persone.