Lavoro dei detenuti: formazione strutturata e sinergia con le imprese al centro della riforma di Camilla Curcio Il Sole 24 Ore, 8 settembre 2026 Sulla bozza di testo sospeso il parere del Consiglio di Stato: resta da risolvere il nodo privacy. Agevolare l’accesso dei detenuti al mondo del lavoro, facendo leva sulla sinergia con imprese e territorio. Per portarli sempre più “fuori” dal carcere, aumentare le opportunità di impiego (anche nel settore privato), e semplificare il reinserimento. Sono questi gli obiettivi dello schema di Dpr approvato - in esame preliminare - dal Consiglio dei ministri il 4 giugno scorso, che punta a modificare il regolamento penitenziario in vigore (Dpr 230/2000) con una serie di novità relative all’organizzazione e alla formazione professionale dei soggetti reclusi. Il testo, su cui momentaneamente il Consiglio di Stato ha sospeso il parere in attesa degli aggiustamenti richiesti, si allinea alla direzione fissata dall’ultimo decreto Sicurezza (Dl 48/2025, convertito nella legge 80/2025) - aprire progressivamente il carcere al mercato del lavoro- e punta a garantire ai detenuti la chance di accedere a percorsi formativi e professionali che guardano all’esterno, assicurando parità retributiva e contrattuale. Numeri alla mano, infatti, secondo i dati dell’Amministrazione penitenziaria, al 31 dicembre 2025 su oltre 63mila detenuti, solo il 34% (oltre 21mila) risulta coinvolto in attività lavorative e, di questi, la maggior parte (più di 18mila) è impiegato alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria. Una grossa porzione dei profili occupati (70%), inoltre, si occupa perlopiù della gestione di servizi interni come manutenzione, pulizie e lavoro in cucina. Mansioni che, legate a coprire le esigenze delle carceri, non forniscono competenze spendibili una volta scontata la pena. Skill che, invece, il confronto con un datore esterno potrebbe assicurare. Cinque i punti su cui interviene: regolamentazione dei corsi di formazione professionale; promozione attiva delle occasioni di lavoro; stipula di convenzioni con enti pubblici e privati per l’inserimento lavorativo di detenuti e internati; riformulazione dell’ormai anacronistico “obbligo del lavoro”; ampliamento delle attività individuali ammesse. Proviamo a capire meglio di cosa si tratta, articolo per articolo. L’articolo 1 dello schema di Dpr (che riforma l’articolo 42 del Dpr 230/2000), focalizzato sui corsi di formazione professionale, precisa che la partecipazione a questi corsi deve adeguarsi, da un lato, al programma formativo annuale predisposto dal Provveditorato regionale competente dell’Amministrazione penitenziaria; dall’altro, invece, agli accordi stipulati - oltre che con Regione ed enti locali designati - anche con gli altri soggetti pubblici o privati accreditati presso la Regione o la Provincia autonoma di riferimento e abilitati alla formazione in base alle prescrizioni normative. L’articolo 2, invece, lavora su due fronti. Il primo prevede, al comma 1, l’integrazione - nel testo del Dpr 230/2000 - di un nuovo articolo 46-bis che attribuisce all’Amministrazione penitenziaria una serie di funzioni: definire modalità operative per aumentare le occasioni lavorative, valorizzare la professionalità di detenuti e internati e rintracciare modelli di convenzione da firmare con i centri per l’impiego, così da erogare a chi sta in carcere (e ne ha i requisiti) i servizi e le misure di politica attiva del lavoro contemplati dalla legge. Non solo: spetta al Dipartimento anche individuare le modalità più utili per posizionare, sul mercato, i profili presenti nei singoli istituti e adottare disposizioni - da applicare nelle strutture penitenziarie dipendenti - che favoriscano la piena occupazione dei posti di lavoro disponibili all’esterno. Il secondo fronte, invece, interviene sull’articolo 47 del Dpr vigente: all’organizzazione e alla gestione delle lavorazioni penitenziarie (ma anche di servizi interni come pulizia, manutenzione dei fabbricati e somministrazione dei pasti) possono partecipare, oltre che direzioni degli istituti e imprese pubbliche e private, anche gli enti accreditati alla formazione da Regioni e Province - a patto che utilizzino “le metodologie del sistema duale e dell’impresa formativa” -, istituzioni di alta formazione artistica, musica e coreutica ed Ets. Come previsto già per le lavorazioni, anche ai servizi resi tramite prestazioni lavorative di detenuti e internati si estende solo alle direzioni delle carceri la possibilità di erogarli sottocosto per perseguire lo scopo (dichiarato) di facilitare l’immissione nei circuiti professionali dei profili coinvolti. Nell’articolo 3 il focus si sposta sugli accordi tra Amministrazione penitenziaria ed enti pubblici, privati e cooperative sociali interessate a offrire opportunità lavorative concrete. L’articolo 47-bis stabilisce nel dettaglio il contenuto degli accordi: il testo dovrà specificare caratteristiche e modalità di utilizzo delle aree, dei locali, dei macchinari e delle attrezzature eventualmente messe a disposizione in comodato d’uso; criteri di verifica dell’adempimento degli obblighi prescritti al soggetto che fornisce l’impiego; la durata della mansione (è prevista una durata massima differenziata, rispettivamente di otto e quattro anni, a seconda che la convenzione riguardi un’attività agricolo-pastorale o di altra natura); come procedere per il rimborso di eventuali costi indiretti sostenuti dal Dipartimento; l’applicazione del Codice dei contratti pubblici (Dlgs 36/2023) se le lavorazioni penitenziarie riguardano prestazione di servizi interni e il soggetto con cui viene stipulata l’intesa non è un ente del Terzo settore. Scaduti i termini di quattro o otto anni, la validità delle convenzioni si esaurisce. L’articolo 4 rincorre più che mai l’obiettivo di costruire un sistema al passo coi tempi ed elimina, coerentemente con la scomparsa a livello normativo, qualsiasi riferimento all’obbligo di lavoro “per i condannati e i sottoposti alle misure di sicurezza della colonia agricola e della casa di lavoro” (originariamente previsto dalla legge 354/1975 sull’ordinamento penitenziario). Sostituendolo con una formula decisamente più appropriata: nel testo, infatti, si parla di “opportunità lavorative o di formazione professionale”. L’ultimo articolo, infine, allarga il perimetro con un altro tassello chiave: riforma l’articolo 51 del Dpr in vigore, consentendo ai detenuti lo svolgimento di attività artigianali, intellettuali e artistiche (a cui vengono aggiunte anche attività di produzione per autoconsumo, al momento non incluse) in alternativa all’attività lavorativa canonica, non più quindi solo in aggiunta e al di fuori dell’orario destinato a essa. Come anticipato, il ministero della Giustizia ha richiesto, a fine luglio, un parere sul testo al Consiglio di Stato. Quest’ultimo, analizzando il provvedimento riga per riga, ha individuato una serie di criticità operative e testuali e ha deciso di sospendere il giudizio, in attesa del testo rivisto e corretto con le segnalazioni fornite. Il primo punto su cui ha acceso i riflettori è stata la tutela della privacy, invitando Via Arenula a richiedere un parere del Garante. Le attività previste dallo schema di Dpr, infatti, implicano il trattamento dei dati personali dei detenuti e degli internati che saranno coinvolti nella attività lavorative e formative, informazioni che evidentemente passeranno poi anche a soggetti terzi che si occuperanno di organizzare e gestire i vari percorsi. Non solo: il nuovo testo, infatti, menziona anche la predisposizione di una “Piattaforma per il lavoro qualificante e l’inclusione socio-lavorativa”, al momento in lavorazione, che richiederà la raccolta di materiale sensibile per “analizzare le modalità di attuazione degli interventi di reinserimento lavorativo adottati dalle singole amministrazioni penitenziarie e valutare la capacità delle politiche di reinserimento lavorativo di generare i cambiamenti attesi sul tasso di occupazione dei detenuti dopo l’esecuzione della pena, il reddito lavorativo e il tasso di recidiva”. Sul piano più strettamente testuale, oltre a chiarire in maniera più definita l’allineamento con il ministero del Lavoro, il Consiglio ha chiesto, ad esempio, di esplicitare quali sono i soggetti accreditati all’erogazione della formazione e con cui gli istituti potranno firmare accordi e convenzioni e i requisiti che devono avere per poter essere abilitati (primo tra tutti, l’adozione di metodologie di lavoro ad hoc). Non è tutto: i magistrati amministrativi hanno richiesto anche di approfondire ulteriormente le linee d’azione del provvedimento e di distinguere chiaramente tra “servizi” e “lavorazioni penitenziarie” per evitare di sovrapporre mansioni e prodotti realizzati e, soprattutto, per capire se soggetti diversi dalle direzioni degli istituti penitenziari (come imprese, Ets e istituzioni specializzate in attività artistiche) siano effettivamente preposti solo alla gestione e all’organizzazione delle lavorazioni, coi servizi che restano invece appannaggio dell’Amministrazione penitenziaria. Carceri e imprese: una alleanza di reinserimento di Bruno Calchera* Corriere della Sera, 8 settembre 2026 La sostenibilità sociale rappresenta negli Esg l’elemento di gran lunga più applicabile da parte delle aziende e delle realtà organizzate del Terzo settore. Con Altis dell’Università Cattolica, Csroggi ha deciso di dare spazio a un convegno - il prossimo 25 settembre a Milano - per raccontare come la solidarietà e la sostenibilità diventano elementi innovativi e di utilità per l’economia del nostro Paese, attraverso diverse attività svolte in molte carceri italiane. Quello che sta avvenendo in molti Istituti penitenziari italiani è l’affermarsi di un nuovo paradigma sociale in cui, attraverso la presenza stabile e operativa di molte imprese, vengono svolte attività che hanno un riflesso concreto nella nostra vita: si realizza cioè una alleanza virtuosa e produttiva tra aziende e carcerati che, assunti per il loro lavoro, dopo una significativa formazione realizzano prodotti e servizi di cui noi tutti beneficiamo quotidianamente. Sul sito del Ministero di Giustizia si trovano i nomi delle tante imprese che possono accedere all’interno delle strutture penitenziarie grazie alle agevolazioni fiscali della Legge Smuraglia. Esperienze di collaborazione sociale che saranno raccontate attraverso testimonianze dirette portate da persone dell’Amministrazione pubblica e degli istituti penitenziari oltre che di università, imprese e realtà del Terzo settore. L’incontro si rivolge in modo particolare alle aziende e agli Enti di terzo settore che vogliono integrare la dimensione sociale nelle proprie strategie di sviluppo sostenibile e ai cittadini che possono conoscere buone pratiche in azione nei Penitenziari. Già nel 2025 Cristina Giudici, giornalista, ha realizzato per Csroggi una importante indagine dal titolo “La sostenibilità sociale ed economica nelle carceri italiane”, che ha suscitato un significativo interesse. L’incontro del 25 settembre (ore 10, Aula S. Francesco, Piazza Sant’Ambrogio 8) vuole documentare come è possibile la non reiterazione dei reati una volta accese queste leve collaborative. Impatto sociale positivo, inclusione, coesione sociale sono parole che sentiamo spesso. Vorrei aggiungerne altre significative: coraggio, pazienza, esperienza. Ma soprattutto valutazione dei risultati: non ci sarà nulla di più chiaro della positività che emergerà dalle parole dei relatori e dei loro contributi. Purtroppo il tema non tocca spesso le pagine dei giornali (con eccezioni come Buone Notizie) né i palinsesti televisivi. Nella realtà questi sforzi e queste esperienze sono indispensabili per impedire la reiterazione dei reati. Il cambiamento generato nella vita dei lavoratori carcerati è un elemento di forza per giocare la propria competenza nei luoghi di lavoro, quando a fine pena rientreranno a pieno titolo nella società. *Direttore di Csroggi Ragazzi dentro, mai così tanti di Jacopo Storni Corriere della Sera, 8 settembre 2026 Raddoppiano i detenuti tra i 18 e i 20 anni. Crescono gli ingressi dei minori negli Ipm. E quindi i trasferimenti dei maggiorenni. Ma gli istituti ordinari non sono attrezzati. Sale la presenza straniera: “Lasciati soli”. Dopo oltre quindici anni di progressiva diminuzione, i giovani adulti stanno tornando nelle carceri italiane. L’aumento riguarda soprattutto i giovanissimi tra i 18 e i 20 anni, una fascia d’età che si colloca in una zona di confine tra il sistema penale minorile e quello ordinario. I dati del Ministero della Giustizia, elaborati dall’associazione Antigone, mostrano come, dal 2005 fino al 2020, la presenza dei giovani in carcere fosse diminuita costantemente. Nel 2005 i detenuti tra i 18 e i 24 anni erano oltre 6.200 e rappresentavano circa il 10-11% della popolazione detenuta. All’inizio degli anni 2020 erano poco più di 3.200, circa il 6% del totale. Nello stesso periodo il carcere italiano è progressivamente invecchiato: i detenuti con più di 45 anni sono passati da 14 a oltre 22 mila. Tra il 2021 e il 2022 si registra il punto più basso della presenza giovanile. Da quel momento la tendenza si inverte. Tra il 2022 e il 2025 i giovani adulti detenuti aumentano di circa il 28%, una crescita superiore a quella dell’intera popolazione carceraria, che nello stesso periodo si ferma attorno al 17%. L’elemento più significativo riguarda però la composizione di questo aumento. La fascia tra i 21 e i 24 anni cresce in misura relativamente contenuta, passando da 2.739 detenuti nel 2021 a 3.173 nel 2025. A raddoppiare quasi completamente sono invece i detenuti tra i 18 e i 20 anni: da 523 a 1.021 persone in appena quattro anni, con un incremento del 95%. Una dinamica che può essere letta anche alla luce dell’aumento degli ingressi negli istituti penali per i minorenni, cresciuti da 713 nel 2020 a 1.197 nel 2025, e della possibilità di trasferire i neomaggiorenni negli istituti per adulti. I trasferimenti dagli Ipm alle carceri ordinarie sono passati da 105 nel 2022 a 195 nel 2025. Un’altra caratteristica rilevante riguarda la composizione per nazionalità. Tra i detenuti più giovani la presenza straniera è nettamente superiore rispetto alla media del sistema penitenziario. Nel 2025 gli stranieri rappresentano il 31,7% della popolazione detenuta complessiva, ma salgono al 57,5% tra i 18 e i 20 anni e al 47,7% tra i 21 e i 24 anni. Particolarmente significativa appare inoltre la presenza di minori stranieri non accompagnati che, dopo un percorso nel sistema dell’accoglienza, entrano successivamente nel circuito penale. La distribuzione territoriale evidenzia, inoltre, due modelli differenti di incarcerazione giovanile. Nel Centro-Nord il fenomeno è fortemente caratterizzato dalla presenza migrante, mentre nel Mezzogiorno prevalgono giovani provenienti dalle comunità locali. In regioni come Emilia- Romagna, Lombardia, Veneto e Toscana la quota di stranieri tra i detenuti di 18-20 anni supera spesso l’80%. Ma perché ci sono più giovani in carcere? Un recente rapporto di Save the Children evidenzia un aumento dei loro reati. I ragazzini denunciati, o arrestati, per porto abusivo d’armi nell’ultimo decennio siano schizzati da 690 nel 2014 a 1.946 nel 2024. Sono cresciute le segnalazioni anche per altri tipi di reati nei minori tra 14 e 17 anni: rapine, passate da 1.921 nel 2014 a più del doppio nel 2024 (3.968); lesioni personali, da 1.921 a 4.653; risse, da 433 a 1.021; e minacce, da 1.217 a 1.880. Tra le questioni principali, secondo Alessio Scandurra, coordinatore dell’osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone, c’è l’alta presenza tra le sbarre di minori non accompagnati: “Il numero dei minori stranieri presenti in Italia dalla pandemia in poi è cresciuto, ma il fondo per la loro accoglienza è diminuito, e sono stati adottati meccanismi che rendono più difficile per gli enti locali coprire la parte di costi di propria competenza. Il risultato è che sono molti di più, rispetto al passato, i ragazzi che finiscono per strada. È dunque prevedibile che crescano sia la devianza sia la loro presenza in Ipm”. Inoltre, una volta in carcere, “i giovani adulti - conclude Scandurra - necessiterebbero di percorsi educativi, formativi e trattamentali particolarmente efficaci, analoghi a quelli previsti nel sistema minorile. Tuttavia, negli istituti ordinari il rapporto tra educatori e detenuti è più sfavorevole e le opportunità di accompagnamento risultano spesso limitate”. Un problema, quello dei minori stranieri nei penitenziari, che conosce bene Fatima Ben Hijji, mediatrice culturale marocchina e presidente dell’associazione Pantagruel che lavora in carcere, soprattutto a Sollicciano (Firenze): “Abbiamo fallito con questi ragazzi. Molti sono arrivati da minorenni, a 15 o 16 anni, sani, forti, con la speranza di aiutare la propria famiglia. Poi li ritroviamo a 19 o 20 anni in carcere, spesso con dipendenze, problemi psichiatrici e autolesionismo. Troppo spesso, compiuti i 18 anni, questi ragazzi vengono lasciati soli”. La soluzione? “Servono più tutori. Un ragazzo che esce da una comunità a 18 anni non può essere considerato autosufficiente”. Ancora un suicidio in cella: il bilancio nelle nostre carceri arriva a quota 45 di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 8 settembre 2026 Quarantacinque. È il numero di detenuti che si sono tolti la vita nelle carceri italiane dall’inizio del 2026 secondo il dossier “Morire di carcere” curato da Ristretti Orizzonti e aggiornato al 7 settembre. L’ultimo è Salvatore, 37 anni, padre di una bambina, che nella notte si è impiccato nella sua cella nel carcere di Benevento. A darne notizia è stato Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania: il quinto suicidio dell’anno negli istituti penitenziari della regione. Prima di Benevento, l’ultimo caso registrato era quello di un uomo di 57 anni, italiano, trovato impiccato all’alba a Verbania, nel bagno della cella che divideva con altri reclusi, con un cappio ricavato da uno strofinaccio. Cinque giorni prima si era ucciso un egiziano di 23 anni nel carcere di Biella. Due episodi nello stesso territorio, a distanza ravvicinata. Leo Beneduci, segretario generale dell’Osapp, collega entrambi alla carenza di personale: nelle carceri piemontesi mancherebbe circa il 30% degli agenti previsti in organico e per questo, scrive, “continueremo ad assistere a drammi inaccettabili”. C’è poi il caso di Parma. Ben Assen Adnane, tunisino di 46 anni, si è impiccato il 27 agosto in una sezione di isolamento ed è morto in ospedale il primo settembre. Il garante regionale dell’Emilia-Romagna, Roberto Cavalieri, osserva che i suicidi nella regione riguardano spesso stranieri giovani reclusi proprio nei reparti sanitari o di isolamento, dove la sofferenza della detenzione “amplifica i suoi effetti”. Nella sola Emilia-Romagna, precisa, i suicidi accertati dall’inizio dell’anno sono quattro, ai quali si sommano altri quattro decessi ancora in fase di verifica. Scorrendo il dossier riga per riga emergono altri punti critici. Il 13 maggio si sono tolti la vita in un solo giorno tre detenuti, a Lecce, a Milano San Vittore e a Spoleto. Tra il 28 e il 29 gennaio era toccato a Padova, due suicidi in meno di ventiquattr’ore nella casa di reclusione: Pietro Giuseppe Marinaro, 73 anni, il più anziano dell’anno, e Matteo Ghirardello, di 33. Il più giovane, Abrar Jarrar, ne aveva 21 ed è morto a Trento il 26 maggio. Teramo è l’istituto più colpito, con tre suicidi tra marzo e agosto. Altri nove penitenziari, da Parma a Roma Rebibbia, da Viterbo a Napoli Poggioreale, ne contano due ciascuno. Con Benevento sale invece a cinque il bilancio della Campania: una geografia della disperazione che sembra seguire una distribuzione tutt’altro che casuale. Sui quarantacinque casi complessivi, quaranta sono avvenuti per impiccamento, tre per asfissia da gas, uno per overdose di farmaci. Una sola donna, 32 anni, si è uccisa nella sezione femminile di Venezia Giudecca il 15 febbraio. Maggio resta il mese più nero, con nove morti. Il 2025 si era chiuso come l’anno con più decessi in carcere dal 1992. E il 2026 procede con lo stesso passo funebre. Tutto quello che la Sardegna ha provato a fare (invano) per evitare l’arrivo dei detenuti 41 bis di Marzia Piga cagliaritoday.it, 8 settembre 2026 Dall’allarme lanciato dall’associazione Sdr e dalla Garante dei detenuti Irene Testa nell’aprile 2025 alle lettere di Alessandra Todde e alle sollecitazioni dei parlamentari sardi al governo Meloni, dagli incontri con Nordio alla protesta in piazza, fino al trasferimento di circa 100 detenuti nello scorso fine settimana: la storia di un piano contestato da tutta l’Isola per un anno e mezzo e arrivato comunque al traguardo. La prima avvisaglia arriva il 15 aprile 2025. Non c’è ancora una data ufficiale per l’apertura della nuova sezione, non c’è ancora la lettera del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria alle autorità sarde, non c’è ancora il piano nazionale dei sette istituti dedicati al 41 bis. Ma c’è già un cantiere che improvvisamente accelera e, soprattutto, ci sono 92 detenuti che potrebbero arrivare a Uta. A lanciare tra i primi l’allarme è Maria Grazia Caligaris, presidente di Socialismo Diritti e Riforme. È il primo passaggio di una storia che nei mesi successivi diventerà uno dei casi istituzionali più delicati del rapporto tra Sardegna e governo Meloni e in particolare tra le istituzioni regionali e il ministero della Giustizia e che CagliariToday ha documentato sin dall’inizio. Oggi che i primi detenuti sono arrivati davvero, è utile tornare indietro e ricostruire quello che è successo. Perché l’operazione non nasce a settembre 2026, né con l’inaugurazione della nuova sezione di Uta. E soprattutto perché, nel corso di oltre un anno, le istituzioni sarde hanno fatto numerosi tentativi per fermarla, ridimensionarla o almeno ottenere un confronto con Roma. Tentativi, spesso osteggiati da qualche parte politica avversaria, che, alla fine, non hanno cambiato il risultato. Il primo allarme, quando ancora sembrava soltanto un progetto - Il 15 aprile 2025 la notizia non è quella di un trasferimento già deciso. È quella di un’accelerazione dei lavori. Dopo mesi di sostanziale stasi, nel carcere di Uta il cantiere del padiglione destinato al 41 bis riparte a ritmo serrato e Sdr mette in fila i segnali che fanno pensare a un’operazione ormai prossima alla conclusione: entro la fine dell’anno, probabilmente a novembre, in Sardegna potrebbero arrivare altri 92 detenuti sottoposti al regime di carcere duro. È un numero tutt’altro che marginale. La Sardegna ospita già a Sassari-Bancali una sezione destinata al 41 bis e l’arrivo dei nuovi detenuti a Uta avrebbe fatto crescere in maniera consistente la presenza nell’Isola di persone sottoposte al regime speciale. Caligaris parla di un ulteriore aumento della concentrazione di detenuti ad altissima pericolosità e mette in discussione soprattutto la scelta di utilizzare la Sardegna come destinazione privilegiata. All’allarme segue subito quello della Garante regionale per i detenuti Irene Testa che si concentra su ciò che accade dentro e intorno alle carceri. Testa insiste sulla situazione degli istituti sardi e sulle conseguenze che una nuova concentrazione di detenuti in regime speciale può avere su un sistema già in difficoltà. Il tema non è soltanto quello della sicurezza. Un reparto 41 bis richiede personale penitenziario adeguato, servizi sanitari, trasferimenti sotto scorta, organizzazione e strutture in grado di rispondere a esigenze particolari. E Uta non parte da una situazione di disponibilità di uomini e spazi. Il 41 bis in Sardegna non nasce con il Governo Meloni né con Conte - Per capire la polemica che esploderà nel 2025 e nel 2026 bisogna però fare un passo indietro molto più lungo, fino al 2009. La legge 94 del 15 luglio 2009, approvata durante il quarto Governo Berlusconi, modificò la disciplina del 41 bis stabilendo che i detenuti sottoposti al regime speciale dovessero essere collocati in istituti esclusivamente dedicati, “preferibilmente in aree insulari”, oppure in sezioni speciali e logisticamente separate. È quella norma ad aver inserito nell’ordinamento il principio che ancora oggi viene richiamato quando si parla della collocazione dei detenuti al 41 bis nelle isole. E già allora la Sardegna era finita al centro del progetto. Nel settembre 2009, durante una seduta del Consiglio regionale dedicata alle carceri speciali, l’opposizione ricordava il piano Ionta-Alfano e parlava della possibilità che 400 dei 600 detenuti sottoposti al 41 bis allora presenti nelle carceri italiane venissero trasferiti nei nuovi istituti di Cagliari e Sassari: 200 a Cagliari e altrettanti a Bancali. E nel 2012 il Consiglio regionale ricordava già la previsione di due padiglioni dedicati nei nuovi istituti di Cagliari e Sassari, per complessivi 180 posti, sulla base proprio della legge del 2009 e dell’orientamento espresso dall’allora capo del Dap Franco Ionta verso la concentrazione dei detenuti in pochi istituti nelle aree insulari. Ma il piano del 2009 non è il piano attuale. Quello che oggi porta Uta, Bancali e Badu ‘e Carros dentro una rete nazionale di sette istituti esclusivamente dedicati al 41 bis è una riorganizzazione successiva, costruita dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e portata avanti dall’attuale Governo. A giugno 2025 i 92 detenuti non sono più soltanto un’ipotesi - Il salto di qualità arriva qualche mese dopo il primo allarme. Nel giugno 2025 la Regione viene a conoscenza dell’ipotesi di trasferire a Uta i 92 detenuti e Alessandra Todde scrive al ministro della Giustizia Carlo Nordio per chiedere un confronto. È un passaggio che diventerà centrale nella ricostruzione della presidente della Regione: la lettera del 18 giugno, dice Todde, non riceve risposta. Nel frattempo, il ministero procede con i propri passaggi amministrativi. A luglio il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria comunica formalmente alle autorità sarde l’intenzione di aprire la sezione di Uta e di trasferirvi 92 detenuti. A quel punto la Regione non si trova più davanti a un cantiere che potrebbe essere destinato al 41 bis. Si trova davanti a una decisione che prende forma concreta. Ed è proprio qui che la questione comincia a uscire dal perimetro della cronaca penitenziaria per diventare un caso politico e istituzionale. Todde contesta non soltanto il numero dei detenuti, ma soprattutto il metodo con il quale la scelta viene portata avanti. La Sardegna, sostiene, non può essere informata a cose fatte di una decisione che incide sulla sicurezza, sull’organizzazione delle carceri, sulla sanità regionale e sui bilanci pubblici. Il problema sanitario, in particolare, non è secondario. La Sardegna è una Regione a statuto speciale e sostiene direttamente i costi della sanità penitenziaria. È uno degli argomenti che Todde porterà al tavolo con Nordio e che tornerà più volte nel confronto successivo: aumentare il numero dei detenuti sottoposti a un regime che richiede misure di sicurezza e assistenza particolari significa aumentare anche la pressione su un sistema sanitario che nell’Isola viene finanziato dalla Regione. La presidente mette sul tavolo anche un’altra questione: le carceri sarde sono già in difficoltà per sovraffollamento e carenza di personale. La scelta di concentrare ulteriormente il 41 bis nell’Isola, quindi, non viene presentata dalla Regione come un problema astratto, ma come una decisione che rischia di produrre conseguenze concrete sugli istituti, sugli agenti della polizia penitenziaria, sui servizi sanitari e sull’organizzazione della giustizia. Le istituzioni sarde provano a fermare il trasferimento - Nel frattempo il tema entra anche nel Consiglio regionale. La reazione non arriva soltanto dalla maggioranza che sostiene Todde: sul trasferimento dei detenuti al 41 bis si muovono anche esponenti del centrodestra, con mozioni e iniziative che chiedono chiarimenti e contestano, con motivazioni diverse, la concentrazione nell’Isola. Il dissenso sulla scelta di concentrare in Sardegna una quota così rilevante del circuito del 41 bis attraversa gli schieramenti. Nel luglio 2025, per esempio, una mozione dei Riformatori chiedeva già di affrontare la questione, mentre la maggioranza presentava successivamente proprie iniziative. Mentre era stata depositata in Parlamento dal senatore Pd Marco Meloni, insieme al collega siciliano Antonio Nicita, una proposta di legge per modificare il comma 2-quater dell’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario e cancellare la dicitura “preferibilmente in aree insulari”, oggi ancora ferma in commissione. Anche Forza Italia, con il deputato sardo e coordinatore regionale degli azzurri, Pietro Pittalis, lo scorso febbraio, aveva depositato un testo con lo stesso obiettivo. La Regione chiede quindi di fermare il trasferimento e di aprire un confronto con il ministero. Nel frattempo si muovono anche parlamentari, associazioni, sindacati e rappresentanti del mondo penitenziario. Il tema comincia a essere affrontato non soltanto dal punto di vista della sicurezza, ma anche per le conseguenze sulla popolazione carceraria ordinaria: se tre istituti sardi vengono progressivamente destinati al circuito del 41 bis, gli altri detenuti devono necessariamente essere redistribuiti. È una delle questioni che emergeranno con maggiore forza nei mesi successivi. La Sardegna non contesta la legittimità del 41 bis e non mette in discussione la necessità di contrastare la criminalità organizzata. Il punto, ripetuto da Todde e poi fatto proprio anche da una parte significativa del Consiglio regionale, è un altro: perché una quota così grande del circuito nazionale deve essere concentrata proprio nell’Isola? Nel frattempo, a luglio, la Regione ha già messo nero su bianco la richiesta di bloccare i trasferimenti e di ottenere un incontro con il ministro della Giustizia. Il confronto, però, non produce lo stop dell’operazione. Settembre 2025, l’incontro con Nordio e quella promessa sul coinvolgimento della Regione - Il passaggio successivo è l’incontro tra Todde e Nordio, nel settembre 2025. È uno degli snodi più importanti dell’intera vicenda perché, nella ricostruzione della presidente della Regione, proprio in quella sede sarebbero arrivate rassicurazioni precise. Todde racconterà poi che il ministro aveva condiviso la necessità di non procedere senza il coinvolgimento della Regione, oltre alla necessità di affrontare il tema delle risorse per il Tribunale di sorveglianza e per il personale penitenziario. Sul tavolo c’era anche la questione dei costi sanitari sostenuti dalla Sardegna. A dicembre, durante una partecipata assemblea a Uta, la presidente ricostruirà pubblicamente quel colloquio. “Il ministro concordò con noi tre cose”, dirà, ricordando l’impegno a non portare avanti il progetto senza un accordo con la Regione, quello sulle risorse per la giustizia e il personale penitenziario e il riconoscimento della peculiarità della Sardegna, che sostiene direttamente la sanità dei detenuti. È una ricostruzione che diventerà decisiva pochi mesi dopo, quando emergerà che il progetto nazionale è molto più ampio dei soli 92 detenuti destinati a Uta. Perché nel frattempo, mentre la Regione continua a chiedere un confronto sul caso specifico di Uta, il ministero sta lavorando a una riorganizzazione complessiva del circuito 41 bis. Il piano del Governo Meloni: sette carceri dedicate, tre in Sardegna - La vera svolta arriva con la Conferenza Stato-Regioni del 18 dicembre 2025. È lì che il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro presenta il progetto di riorganizzazione nazionale: sette istituti penitenziari esclusivamente dedicati al 41 bis, con tre strutture in Sardegna, Uta, Bancali e Badu ‘e Carros. È questo il momento nel quale la vicenda cambia definitivamente dimensione. Non si parla più soltanto di trasferire 92 detenuti nella nuova sezione di Uta. Il progetto è quello di concentrare in pochi istituti italiani l’intero circuito del carcere duro, trasformando alcune strutture in carceri dedicate. Per la Sardegna significa avere tre dei sette istituti previsti a livello nazionale. Nel verbale della Conferenza Stato-Regioni, pubblicato per primo da CagliariToday, vengono indicati 192 posti dedicati nell’Isola, con la possibilità di un incremento di circa il 20 per cento. Le stime successivamente richiamate dalla Regione portano così il potenziale a circa 240 detenuti, una quota vicina a un terzo del circuito nazionale. Ed è proprio questo il punto che permette di distinguere il piano attuale dal precedente del 2009. La norma che indica le aree insulari come collocazione preferenziale del 41 bis è del 2009. Ma la decisione di costruire nel 2025 una rete nazionale di sette istituti dedicati, tre dei quali in Sardegna, è la riorganizzazione portata avanti dal Governo Meloni attraverso il Dap e il ministero della Giustizia. La Regione, rappresentata in Conferenza dall’assessora Rosanna Laconi, contesta di non essere stata coinvolta nella costruzione del piano e mette sul tavolo le conseguenze per i territori. Non è soltanto una questione di numero di detenuti. Se Uta, Bancali e Badu ‘e Carros diventano strutture dedicate al 41 bis, cambia l’equilibrio dell’intero sistema penitenziario sardo e cambia anche la distribuzione dei detenuti ordinari. È il momento in cui la Sardegna comprende che il caso Uta è soltanto il primo pezzo di un progetto molto più grande. Badu ‘e Carros, il 41 bis cambia volto al carcere di Nuoro - Nel frattempo, la trasformazione non riguarda più soltanto Uta. Anche a Badu ‘e Carros il progetto del ministero comincia a tradursi in una modifica sostanziale dell’istituto: il carcere di Nuoro viene progressivamente svuotato dei detenuti appartenenti agli altri circuiti in vista della riconversione della struttura in un istituto dedicato al 41 bis. Il passaggio è tutt’altro che marginale, perché significa destinare stabilmente un altro carcere sardo al regime di massima sicurezza, riducendo gli spazi disponibili per la detenzione ordinaria e modificando la funzione che Badu ‘e Carros ha avuto fino a quel momento. La vicenda accende la preoccupazione anche nel territorio nuorese. A gennaio 2026 il Comune convoca un Consiglio comunale straordinario sul progetto, mentre la Regione continua a chiedere al ministero di rivedere la scelta. Ad aprile Alessandra Todde visita personalmente Badu ‘e Carros e il cantiere dove sono previsti gli interventi di adeguamento. Nel frattempo, il trasferimento degli altri detenuti rende sempre più evidente che quella che era stata presentata come una riorganizzazione del sistema penitenziario sta producendo una conseguenza concreta: la Sardegna si avvia ad avere non soltanto una nuova sezione di Uta, ma tre istituti - Uta, Bancali e Badu ‘e Carros - inseriti nel circuito nazionale del 41 bis. Da Uta a tutta la Sardegna, perché la protesta diventa una questione di autonomia - All’inizio del 2026 Todde torna a spiegare pubblicamente il percorso seguito dalla Regione. Ricorda la lettera di giugno, l’incontro con Nordio di settembre e poi il verbale della Conferenza Stato-Regioni di dicembre, che a suo giudizio dimostra che il piano nazionale era già definito. A febbraio la presidente decide quindi di alzare il livello della mobilitazione. Ma lo fa insistendo su un punto: non è il 41 bis in quanto strumento antimafia a essere contestato. In Consiglio regionale, il 24 febbraio, Todde lo dice in maniera esplicita: la Sardegna non mette in discussione la legittimità del regime speciale e non intende indebolire la lotta alle mafie. La contestazione riguarda la distribuzione territoriale, l’impatto sull’Isola e il mancato confronto con le istituzioni regionali. Nel frattempo, il Consiglio regionale discute mozioni e ordini del giorno. Viene sostenuta anche la richiesta di modificare la norma che stabilisce la preferenza per le aree insulari, proprio per evitare che quella previsione possa tradursi automaticamente in una concentrazione sproporzionata dei detenuti al 41 bis nelle isole. È un passaggio politico delicato perché consente alla Regione di spostare il confronto dal semplice “no ai detenuti” a una questione più ampia: quale debba essere il rapporto tra lo Stato e una Regione a statuto speciale quando una decisione nazionale produce conseguenze particolarmente pesanti sul territorio. Il 28 febbraio la Sardegna va in piazza - Alla fine il confronto istituzionale arriva anche in piazza. Il 28 febbraio 2026, a Cagliari, si ritrovano circa duemila persone per la manifestazione promossa da Todde contro il piano del Governo. Ci sono sindaci con la fascia tricolore, sindacati, associazioni, parlamentari, consiglieri regionali e rappresentanti dei territori. È una mobilitazione trasversale, costruita attorno a una richiesta che la presidente ripete anche dal palco: non mettere in discussione la lotta alla criminalità organizzata, ma chiedere che la Sardegna non venga trasformata in una destinazione privilegiata per il circuito del carcere duro senza una valutazione degli effetti e senza un confronto istituzionale.Todde chiede anche di eliminare dalla legge la preferenza per le aree insulari, definendola una forma di discriminazione rispetto al principio di insularità che nel frattempo è entrato nella Costituzione. La piazza diventa così il punto più alto di una battaglia iniziata quasi un anno prima con una lettera e con un cantiere osservato da vicino. Pochi giorni prima della manifestazione, Todde aveva detto di considerare particolarmente grave il fatto che Nordio, nell’incontro di settembre, avesse assicurato secondo la sua ricostruzione che nulla sarebbe stato deciso senza il coinvolgimento della Regione. Il 28 febbraio torna sullo stesso punto: “Niente era deciso”, aveva riferito il ministro; nei mesi successivi, invece, la Regione scopre un piano che appare già strutturato. E la protesta arriva anche fuori dall’Italia - Nel frattempo la vicenda supera i confini regionali e nazionali. A febbraio Reuters dedica un reportage al progetto del Governo e alla reazione della Sardegna, raccontando il timore che l’Isola possa tornare a essere identificata con la sua vecchia immagine di colonia penale. Il servizio richiama il dato di circa 750 detenuti al 41 bis in Italia e la prospettiva che una quota vicina a un terzo possa essere concentrata in Sardegna. Il reportage internazionale non si limita alla polemica politica. Mette in evidenza anche i timori espressi sul possibile impatto economico e sociale, sulle infiltrazioni criminali e sulla pressione che il sistema sanitario e penitenziario dovrebbe sostenere. La notizia viene poi ripresa da altri media, fino a entrare nel racconto internazionale della Sardegna come possibile nuova “Devil’s Island” italiana. È un passaggio che, per una Regione che vive anche di immagine turistica, aggiunge un elemento ulteriore al dibattito. Non cambia la decisione del ministero, ma dimostra che la questione non è più soltanto una vertenza tra Villa Devoto e via Arenula. A luglio la nuova sezione viene inaugurata. A settembre arrivano i detenuti - La storia, intanto, continua a procedere nella direzione che la Regione aveva cercato di fermare. Il 23 luglio 2026 Nordio arriva a Uta per l’inaugurazione, in gran segreto, della nuova sezione destinata al 41 bis. Sono 91 i posti della struttura. La Regione non viene coinvolta nell’inaugurazione e Todde parla di un nuovo “sgarbo istituzionale”, ricordando che per mesi aveva chiesto un confronto sul progetto. È un passaggio quasi simbolico: il reparto che nell’aprile 2025 era ancora un cantiere osservato da Sdr è ormai pronto. Poi arriva settembre. Il 5 settembre i primi 40 detenuti sottoposti al 41 bis arrivano all’aeroporto militare di Decimomannu e vengono trasferiti a Uta. Nelle ore successive ne arrivano altri 40. Nell’arco del weekend i trasferimenti portano in Sardegna circa 100 detenuti, mentre il contingente destinato alla nuova sezione di Uta è di 92. Il dispositivo di sicurezza viene rafforzato e il carcere diventa il punto di arrivo di una decisione che per diciassette mesi era stata annunciata, contestata, discussa, portata nelle aule istituzionali e infine in piazza. La mobilitazione della Sardegna inascoltata e la realtà - Il 41 bis a Uta è diventato realtà e la Sardegna si trova ad avere tre istituti inseriti nel progetto nazionale delle strutture dedicate al carcere duro. Il primo allarme, però, era arrivato il 15 aprile 2025, quando dei 92 detenuti si poteva ancora scrivere al futuro. Da allora sono passati una lettera a Nordio, incontri istituzionali, interrogazioni e mozioni, richieste di modifica della legge, il confronto in Conferenza Stato-Regioni, una manifestazione da circa duemila persone e anche l’attenzione della stampa internazionale. Non solo, molte organizzazioni ed enti come sindacati, imprese, Confindustria e tanti altri hanno esplicitamente gridato il loro no e acceso i riflettori sul rischio di infiltrazioni mafiose nell’Isola. Ma né i passaggi istituzionali, né le posizioni di quasi tutta la società civile ha fermato il trasferimento. Operazione-show per portare i 41 bis in Sardegna: ma in carcere comandano ancora i mafiosi di Davide Mattiello* Il Fatto Quotidiano, 8 settembre 2026 Iride, l’operazione-show del governo che ha concentrato decine di detenuti al 41 bis nella casa circondariale di Uta, una ventina di km da Cagliari, cozza con le drammatiche affermazioni ribadite dal Procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia: in carcere comandano i mafiosi. Ci sono due premesse che nessuno dei protagonisti di questa questione intende mettere in discussione (tanto meno l’autore di questo commento): il regime carcerario noto come “41 bis” è legittimo e necessario per ridurre al minimo il rischio che appartenenti ad organizzazioni criminali particolarmente offensive, come le mafie, i quali abbiano posizioni apicali, possano continuare a comandare quelle stesse organizzazioni dal carcere e contemporaneamente possano comandare in carcere. Dal che discende la seconda premessa e cioè l’importanza che l’ambiente carcerario deputato a questo scopo sia ben studiato ed ancor meglio apparecchiato onde evitare, tra l’altro, che una infausta promiscuità tra 41 bis e altri detenuti finisca col surrogare quelle catene di comando. L’operazione-show del governo ed in specifico del Ministero della Giustizia, che tanto sarà piaciuta all’ex sottosegretario con delega alle carceri, Andrea Delmastro (che si dimise a causa dello scandalo, ad oggi non chiarito, della bisteccheria in società con Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia presta nome dei Senese a Roma), il quale aveva condiviso con l’opinione pubblica “l’intima gioia” provata al pensiero dei detenuti ristretti dietro i vetri blindati dei mezzi della Penitenziaria e qui ce ne erano almeno ottant’otto (!), pone però altri interrogativi pressanti. Alcuni di questi sono stati espressi in maniera lapidaria dalla presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde, e rimanderei integralmente al suo comunicato stampa, che contesta tanto il metodo che il merito di questa scelta e si domanda, tra l’altro, come il governo pensi di supportare la Regione nella gestione delle conseguenze (che indubbiamente ci saranno) di un simile agglutinamento di detenuti al 41 bis. Un altro si impone con le parole del Procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, che giusto venerdì sera scorso, quindi ad operazione-show avviata, intervenendo alla festa nazionale del Partito Democratico di Reggio Emilia, in un dibattito moderato dalla giornalista Stefania Limiti, al quale hanno preso parte anche don Luigi Ciotti, la sen. Enza Rando ed il Sen. Walter Verini, ha ribadito la denuncia di qualche settimana fa, che gli era costata la reazione stizzita del ministro Nordio: le carceri italiane sono fuori controllo e le mafie comandano. Come si spiega questa apparente contraddizione tra un circuito 41 bis super blindato, deputato a neutralizzare i vertici delle organizzazioni mafiose e la denuncia del dott. De Lucia?Ricordando che la maggior parte degli affiliati alle organizzazioni mafiose non sono detenuti in regime di 41 bis, ma in “alta sicurezza”, ovvero secondo modalità che non prevedono la completa segregazione rispetto al resto della popolazione carceraria e generalmente misure attenuate di controllo. L’alta sicurezza è precisamente il punto debole del sistema carcerario. Se a questo si aggiungono le drammatiche condizioni generali degli istituti di pena che li rendono nel loro complesso difficilmente sostenibili tanto per i detenuti, quanto per il personale impiegato e la pressoché totale impossibilità di dare attuazione alle norme volute dal governo ed assai pubblicizzate in materia di esecuzione della pena in modalità alternativa alla detenzione in carcere per tossicodipendenti ed alcooldipendenti, il sospetto che quella di Uta sia stata principalmente una grande operazione propagandistica, si rafforza eccome. Tanto più che come si conviene ad un coro bene affiatato è stata proprio la voce della presidente Colosimo a levarsi per snocciolare orgogliosamente i numeri impressionanti del “passaggio a Uta”: 207 agenti tra Gom, Gio e reparti territoriali, 65 veicoli di servizio articolati in 8 convogli terrestri, 7 ambulanze, 10 voli militari, 2 aerei della Guardia di Finanza e 2 droni per il monitoraggio dall’alto (fonte Unione Sarda). Senza mettere mano all’alta sicurezza, senza verificare in concreto e in un lasso di tempo congruo quanto siano effettivamente adeguate le strutture di Uta e Nuoro per un numero così elevato di 41 bis, senza rafforzare significativamente i presidi locali e gli strumenti di prevenzione al fine di controllare tutto il “cascame” di conseguenze sociali ed economiche prodotte da questa densità (come giustamente lamentato dalla presidente Todde), senza fare del carcere ciò che pretende la Costituzione anche in termini di possibile riscatto personale da parte di chi ha sbagliato, difficilmente di avvicinerà la fine delle mafie. Tanto più che poche cose fanno da “ricostituente” alle mafie di certi segnali che più di tante operazioni e di tanti decreti, sono in grado di evocare un habitat più o meno favorevole. Qualche esempio? Impegnare il Parlamento nella abolizione dell’abuso di ufficio, nella limitazione della durata temporale delle intercettazioni come pure della loro utilizzabilità o negare alla magistratura l’accesso alle chat tra Delmastro e Caroccia. *Art. 21 Piemonte, già deputato del Partito Democratico Il caso di Torino, Meloni e la sua idea di giurisdizione: la Costituzione non lascia dubbi di Andrea Pugiotto* Il Domani, 8 settembre 2026 Emerge un conflitto costituzionale: chi deve pronunciare l’ultima parola sulla libertà personale? Il legislatore a priori e per intere categorie? Oppure un giudice indipendente, caso per caso e motivando? La Costituzione non lascia dubbi. Stupisce che a volere un giudice mero esecutore della volontà politica sia la stessa destra che, con la separazione delle carriere, dichiarava di volerne garantire l’indipendenza. Indipendente dal pm, forse. Non dal governo, dal Parlamento e dall’umore della piazza. Quanto accaduto a Torino è noto: in un market, un quarantenne molesta sessualmente una donna e poi una minorenne. Arrestato, resta due giorni in carcere. Il Gip sostituisce la custodia carceraria con l’obbligo di firma giornaliera, motivando la scelta. Da qui - contro il giudice - il linciaggio social, il processo mediatico per direttissima, lo sdegno politico. Ma cosa insegna questa vicenda? La Costituzione protegge la libertà personale con due serrature, le cui chiavi sono affidate a poteri diversi. La legge deve stabilire in astratto quando e come quella libertà possa essere limitata; un giudice deve decidere in concreto se sia necessario farlo. È il congegno garantista dell’art. 13 Cost. Zaccaria: “Chi difende la Carta e chi no: sarà questa la sfida del voto” Ruolo preciso Perché proprio un giudice? Perché la libertà personale va difesa innanzitutto da chi dispone della forza pubblica. Gli agenti di pubblica sicurezza appartengono ad apparati gerarchici, i cui vertici rispondono al governo. Il giudice, invece, non dipende né dal ministro né dalla maggioranza. La Costituzione ne garantisce autonomia e indipendenza perché possa dire di no: alla polizia che ha arrestato, al pm che chiede il carcere, al governo che reclama severità, alla piazza che invoca vendetta. Questo è il punto: il giudice non è l’ultimo anello di una “catena” chiamata a trasmettere l’impulso repressivo del legislatore. Se così fosse, non sarebbe un giudice ma il burocrate travet di una decisione altrui. La decisione del giudice presuppone la legge, ma non si confonde con essa. Il Parlamento detta la regola generale; il giudice verifica se possa tradursi, nel singolo caso, in una privazione di libertà. Il legislatore guarda ad astratte categorie di fatti e autori. Il giudice vede invece quel fatto, quel soggetto, quel pericolo, quella possibile misura. Ne valuta necessità, adeguatezza e proporzione. Motiva perché sia preferibile ad altre. La Costituzione esige questo controllo per evitare limitazioni della libertà personale in nome di interessi presunti dalla legge, ma non accertati. Se questa imponesse al giudice il carcere, lasciandogli solo il compito di firmare l’ordinanza, della sua funzione conserverebbe l’involucro. Il giudice ci sarebbe ancora, ma non giudicherebbe più. È precisamente ciò che accade quando la legge penale è usata come un megafono. Da anni la politica scambia la certezza della pena con la certezza del carcere; nell’opificio della paura sociale, Cesare Beccaria viene archiviato e sostituito da Giorgio Bracardi: “In galera!”. Nascono così gli automatismi. Se un reato è contestato, deve seguire il carcere cautelare. Se una persona è condannata, deve subire il massimo della pena. Se è detenuta per certi delitti, deve esserle precluso ogni beneficio penitenziario. Idee di giurisdizioni - La ragione politica è trasparente: evitare che, tra la legge e il carcere, qualcuno giunga a una conclusione diversa dai desideri della maggioranza politica. Quel qualcuno è il giudice: delle indagini preliminari, della cognizione, dell’esecuzione o della sorveglianza. Purché non contraddica il messaggio securitario, lo si vorrebbe stretto in una camicia di forza. L’automatismo legislativo è così mezzo e fine: serve a imporre il carcere e, per imporlo, rende superfluo il giudice. Il commento di Giorgia Meloni al caso torinese tradisce questa idea di giurisdizione. Ipsa dixit: le leggi sono più severe; le forze dell’ordine hanno arrestato; la Procura ha chiesto la misura più dura. Poi il Gip ha “spezzato la catena”. Ma il Gip ha esercitato la funzione per la quale la Costituzione lo colloca lì: controllare se la richiesta del Pm fosse giustificata e quale misura fosse adeguata al caso concreto. La sua decisione può essere sbagliata. Subito impugnata dalla Procura, sarà il Tribunale del riesame a valutarla, non gli ispettori inviati dal solerte Guardasigilli. Ma il giudice non vìola la legge se non timbra la richiesta dell’accusa. Semplicemente, fa il giudice. Da questa cronaca emerge così un conflitto costituzionale: chi deve pronunciare l’ultima parola sulla libertà personale? Il legislatore, una volta per tutte, a priori e per intere categorie? Oppure un giudice indipendente, caso per caso e motivando? La Costituzione non lascia dubbi. Stupisce che a volere un giudice mero esecutore della volontà politica sia la stessa destra che, con la separazione delle carriere, dichiarava di volerne garantire l’indipendenza. Indipendente dal pm, forse. Non dal governo, dal Parlamento e dall’umore della piazza. *Costituzionalista dell’Università di Ferrara Il Tribunale del Popolo trascura un “dettaglio”: le garanzie previste dalla nostra Costituzione di Emilia Rossi Il Dubbio, 8 settembre 2026 Che si sia trattato di un palpeggiamento e non di uno stupro l’abbiamo appurato tutti un giorno dopo l’uscita in esclusiva sulla Stampa di Torino della notizia dal titolo “Violenta una 13enne nel minimarket. Il gip lo scarcera: “Ha mostrato dispiacere”. Non è servito però a far rivedere il verdetto emesso dal Tribunale del Popolo che ha sede nei social e si pronuncia in tempo reale con decreti inoppugnabili, senza tanti fronzoli di garanzie: aveva già condannato alla galera immediata e possibilmente perpetua il violentatore-palpeggiatore di Torino, giusto come alternativa a lasciarselo consegnare nelle proprie mani, come è stato scritto sulla saracinesca del negozio in cui lavorava, abbassata per sempre. Con buona pace di quelli che in quel negozio ci lavoravano secondo le modalità in bianco e nero dei minimarket bangla, note a tutti e improvvisamente “scoperte” con la tradizionale ipocrisia italica non appena serve un capro espiatorio in più. E non è servito nemmeno a evitare che condannasse anche il giudice, la GIP di Torino, nel frattempo identificata con nome e cognome grazie alla solerzia del nostrano giornalismo d’inchiesta, cui è stato augurato, anzi pronosticato, tutto il male possibile, con un verdetto condito di ogni genere di insulto e di indicazioni di quello che il Tribunale del Popolo avrebbe fatto al suo posto e lei avrebbe dovuto fare. Un verdetto che ha avuto il supporto immediato delle massime autorità dello Stato. Il/la Presidente del Consiglio ha accusato la giudice di aver rotto la catena di sicurezza predisposta dal Governo. Il Ministro della giustizia ha deciso di mandare gli ispettori a Torino, anche se non possono valutare il merito di un provvedimento giudiziario. E sono arrivate anche le iniziative politiche: dalla proposta dei membri laici del Consiglio superiore della magistratura di parte destra di aprire una pratica contro questa giudice, all’interrogazione al Ministro presentata da parlamentari di parte sinistra sul male-fatto della GIP. A questo punto la faccenda si fa maledettamente seria e impone di uscire dall’ironia, cioè dall’unica reazione sensata di fronte a paradossi del genere, un tempo impensabili. Perché aggredire un Giudice non è soltanto un oltraggio alla sua persona, che già basterebbe a chi è ancora dotato di un minimo rispetto delle istituzioni, ma è proprio violentare (è il caso di dirlo) il senso stesso dell’esercizio della giustizia, il radicamento della giurisdizione nei principi dello Stato di diritto. Il problema più grave per chi è ancora attaccato ai valori del sistema liberale della giustizia, è che le “argomentazioni” usate dalle persone comuni, anche di quelle normalmente ragionevoli e moderate nei toni, hanno aperto ancora una volta uno squarcio disarmante su come si intendano generalmente la funzione giurisdizionale e i suoi istituti normativi. La custodia cautelare è vista come la carcerazione preventiva di quasi quarant’anni fa, perché si ritiene inconcepibile la cosa che è (o dovrebbe) essere normale in un sistema liberale: che una persona subisca un processo rimanendo fuori del carcere, anche se per fatti gravi a norma di legge. Salvo poi, alcuni, piangere sul latte versato del sovraffollamento carcerario e delle condizioni vergognose delle nostre prigioni. I parametri di giudizio dettati dalla Costituzione e dalle leggi sono sostituiti dal buon senso comune e dal sentire del popolo: è a questi, si ritiene, che deve attenersi un giudice, perché le regole del diritto sono fredde e non rispecchiano quello che la gente vuole e si aspetta. La stessa regola, naturalmente, deve valere anche per il Tribunale del Riesame che dovrà esprimersi tra poco sul provvedimento della GIP impugnato dalla Procura, il cui intervento riparatore è stato invocato da più parti, anche giudiziarie, con tanti saluti all’indipendenza, libertà e serenità di giudizio che tutti i magistrati devono avere. Come ci siamo arrivati a questo punto di inciviltà che investe i fondamenti della nostra democrazia? La responsabilità principale ce l’ha indubbiamente la politica populista cavalcata dalle Erinni dei due poli, di sinistra e di destra, allo stesso modo: è da almeno trent’anni che ogni partito suscita e nutre domande securitarie e si abbuffa del consenso popolare ottenuto a costo zero, con leggi repressive che non incidono per nulla sulla prevenzione dei fenomeni o fatti criminali ma fanno tanta bella figura giustiziera e vendicatrice. L’approvazione all’unanimità della nuova fattispecie del femminicidio, strampalata quanto inutile in termini di deterrenza, come dimostrano le cronache quotidiane, è solo un esempio del fatto che nessun populista che si rispetti vuole restare indietro. Poi ci sono i social network, lo sfogatoio generale dei più intimi impulsi che passano dalle viscere individuali alle bacheche e ai profili sociali senza alcun filtro, nemmeno quello che consiglia se non il rispetto, almeno la prudenza quando ci si riferisce a un Giudice. E che, anzi, incoraggiano e legittimano a parlare di cose che non si conoscono, impartendo impudicamente lezioni a chi padroneggia la materia per mestiere. E c’è poi l’elefante nella stanza: la stampa, gli organi di informazione che aizzano le folle e i loro umori diffondendo notizie falsate, come quella lanciata dalla cronaca torinese della Stampa. Non era falso, in senso stretto, parlare di violenza sessuale perché, come sappiamo (ora lo sa anche il Tribunale del Popolo), la norma penale include in un’unica ipotesi di reato ogni comportamento che violi la libertà sessuale. Ma scrivere “violentata”, anziché “molestata”, per esempio, rimanda all’idea comune dello stupro, come è puntualmente successo, e, quindi, a una cosa diversa da quella che è avvenuta. Che però fa meno rumore, sicuramente. Solo chi aveva gli strumenti per farlo - i penalisti, per esempio - ha capito subito che si trattava di una notizia data male per sollevare il clamore popolare intorno a un caso del tutto ordinario di cui ancora non si comprende cosa gli abbia meritato gli onori della cronaca cittadina, non essendo nemmeno uno di quei fiori del male che non sbocciano solo nella capitale, di cui cantava Faber. Perché quello che la gente comune e il Tribunale del Popolo non sanno, per fortuna, è che le regole del diritto sono normalmente applicate nei tribunali della legge, e che i casi in cui un indagato per molestie sessuali, come per violenze vere e proprie, come per altri reati anche gravi, vada al processo senza passare dalla prigione come nel gioco del Monopoli, sono moltissimi, forse migliaia tra tutte le Procure d’Italia. Come è giusto che sia: lo dice la Costituzione più bella del mondo. Benevento. Si uccide in cella a 37 anni: tragedia a Capodimonte di Giuseppe Di Martino Il Mattino, 8 settembre 2026 La denuncia del garante Ciambriello. Un detenuto di 37 anni, Salvatore, padre di una bambina, è stato trovato senza vita nella sua cella all’interno della Casa circondariale di Benevento. Secondo quanto riferito dal Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Samuele Ciambriello, il giovane si sarebbe tolto la vita la scorsa notte. Sono in corso gli accertamenti per ricostruire l’esatta dinamica della tragedia. Il caso riaccende l’attenzione sulle condizioni dell’istituto penitenziario sannita e, più in generale, sulla situazione all’interno delle carceri campane. Infatti, con il decesso di Benevento, salgono a cinque i suicidi registrati dall’inizio dell’anno negli istituti della regione. Un dato che si inserisce nel bilancio nazionale monitorato dal dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti, che conta 45 suicidi tra i detenuti dall’inizio del 2026 e oltre 94 decessi complessivi, considerando anche le morti per malattia, cause naturali o casi ancora da accertare. “Quando un ragazzo di 37 anni decide di farla finita mentre si trova sotto la custodia e la responsabilità dello Stato, abbiamo fallito tutti”, sostiene Ciambriello, che torna a richiamare l’attenzione sulle condizioni degli istituti penitenziari campani. Tra le criticità indicate dal Garante ci sono il sovraffollamento, la carenza di personale sociosanitario, educatori e presidi psicologici e psichiatrici continuativi. Una situazione che, per Benevento, trova conferma anche negli ultimi dati sul sovraffollamento diffusi dal Garante. Al 3 settembre nella casa circondariale sannita risultavano presenti 364 detenuti, a fronte di una capienza reale di 232 posti. Il tasso di sovraffollamento, ovvero la percentuale di persone in più rispetto al limite massimo consentito è del 56,9%. Il dato locale si inserisce in un quadro regionale particolarmente difficile. In Campania sono 8.064 le persone detenute, tra cui 430 donne e 952 stranieri. I condannati con sentenza definitiva sono 6.044, mentre 1.287 detenuti sono in attesa del primo giudizio. La situazione più critica resta quella di Napoli Poggioreale, dove sono presenti 2.302 detenuti e il tasso di sovraffollamento reale supera il 170%. A Santa Maria Capua Vetere si contano invece 1.044 persone ristrette su 665 posti realmente disponibili, mentre a Salerno sono 582 i detenuti a fronte di 369 posti. Ma il problema non riguarda soltanto la disponibilità degli spazi. A pesare, secondo il Garante, è anche la carenza cronica di organico della polizia penitenziaria e del personale sanitario, in un sistema nel quale l’assistenza e la presa in carico delle situazioni di detenuti che presentano fragilità rappresentano uno degli aspetti più delicati. È proprio su questi numeri che Ciambriello chiede un intervento urgente del ministero della Giustizia e dell’amministrazione penitenziaria. Tra le misure indicate ci sono il ricorso alle alternative alla detenzione per le pene brevi, il potenziamento della sanità penitenziaria e un rafforzamento delle figure professionali dedicate all’intercettare il disagio mentale. “Il diritto alla salute e alla vita deve essere garantito a tutti, anche a chi ha sbagliato”, afferma Ciambriello, richiamando l’articolo 27 della Costituzione e la funzione rieducativa della pena. La richiesta, dunque, è di intervenire non soltanto sull’emergenza del sovraffollamento, ma anche sulle condizioni complessive degli istituti penitenziari. “Non occorrono nuove carceri, ma “carceri nuove” e misure deflattive sul flusso d’ingresso”, conclude Ciambriello, che indica tra le possibili soluzioni anche “l’ampliamento della liberazione anticipata e l’incremento delle misure alternative alla detenzione”. Napoli. Giustizia riparativa, attivo il Centro promosso dal Comune di Patrizia Maciocchi Il Sole 24 Ore, 8 settembre 2026 La struttura prende in carico anche i casi che coinvolgono i minori. Presentate ieri mattina a Napoli le attività del centro di giustizia riparativa per il distretto della Corte d’appello del capoluogo campano, promosso dal Comune. Il centro è uno dei primi istituiti in Italia, dei 36 previsti dalla riforma Cartabia. Al pari degli altri il centro partenopeo offre percorsi di mediazione e dialogo tra vittime e autori di reato, per favorire la riparazione del danno e la responsabilizzazione delle persone coinvolte. La struttura prende in carico casi segnalati dall’Autorità giudiziaria, compresi quelli che coinvolgono minori, avvalendosi di mediatori esperti e operando in collaborazione con enti del Terzo Settore. Scopo principale è la gestione dei conflitti derivanti dal reato superando la dimensione punitiva e promuovendo un approccio fondato sull’ascolto e sull’incontro tra le parti. Un cambio di passo culturale, come ha spiegato della Corte d’appello di Napoli, Maria Rosaria Covelli. Il percorso non è alternativo al procedimento penale, ma si affianca a questo e può essere intrapreso in qualsiasi fase, dalle indagini all’esecuzione della pena. Foggia. “Carcere sovraffollato al 218%. È un’emergenza umanitaria” trmtv.it, 8 settembre 2026 Sergio D’Elia di Nessuno tocchi Caino in visita nella struttura: da Foggia parte il tour nelle carceri della Puglia. Il carcere di Foggia registra un sovraffollamento pari al 218% della capienza regolamentare. Sergio D’Elia, responsabile di Nessuno tocchi Caino, ha parlato di “emergenza umanitaria” durante la visita nella struttura. Questa mattina Sergio D’Elia, responsabile dell’associazione Nessuno tocchi Caino, ha visitato il carcere di Foggia, dove ha denunciato le condizioni di sovraffollamento della struttura. La visita apre un tour nelle carceri della Puglia organizzato dall’associazione insieme al Movimento Italiano Diritti Detenuti, ai rappresentanti delle Camere penali e del Movimento Forense. “Il sovraffollamento crea vittime, provoca un disastro, un’emergenza umanitaria”, ha dichiarato D’Elia, sottolineando che la sicurezza sociale “si salvaguarda a partire da qui, dal luogo di privazione della libertà”. Il responsabile di Nessuno tocchi Caino ha richiamato anche l’attività di Marco Pannella nelle carceri. “Noi cerchiamo di continuare l’opera di Marco Pannella”, ha detto, spiegando che la visita ai detenuti rappresenta anche un modo per colmare “la grave assenza dello Stato”. D’Elia ha inoltre commentato la recente legge che prevede, per i detenuti con problemi di tossicodipendenza o alcol dipendenza, la possibilità di scontare la pena ai domiciliari o in comunità di recupero. Secondo il responsabile dell’associazione, “non ci sono i posti di accoglienza nelle comunità” e mancherebbero anche le risorse per sostenerne i costi. L’applicazione della misura, ha aggiunto, dipende comunque dai magistrati di sorveglianza. Benevento. I Giovani Democratici denunciano le condizioni insostenibili delle carceri Gazzetta di Benevento, 8 settembre 2026 Stefano Orlacchio afferma che una morte non può lasciarci indifferenti. Una morte che, ancora una volta, ci costringe a interrogarci sullo stato delle nostre carceri e sul significato che vogliamo dare alla pena. Sul caso di suicidio avvenuto nel carcere di Benevento, interviene Stefano Orlacchio dei “Giovani Democratici”. “È di questa mattina - scrive - la notizia dell’ennesima tragedia consumatasi, dove un uomo di soli 37 anni ha deciso di togliersi la vita in cella. Era padre di una bambina. Una morte che non può lasciarci indifferenti. Una morte che, ancora una volta, ci costringe a interrogarci sullo stato delle nostre carceri e sul significato che vogliamo dare alla pena. Sono anni che, come “Giovani Democratici”, denunciamo le condizioni insostenibili in cui versano gli istituti penitenziari italiani e, in particolare, quello della nostra città. Oggi, di fronte a questa ennesima tragedia, sentiamo ancora più forte il dovere di non rimanere in silenzio. Quello che dovrebbe essere un luogo nel quale lo Stato garantisce dignità, rieducazione e una concreta possibilità di reinserimento sociale rischia sempre più di trasformarsi in un luogo di abbandono e disperazione. I numeri raccontano una realtà drammatica. Sono già 45 le persone che dall’inizio del 2026 si sono tolte la vita nelle carceri italiane. In Campania sono 5, contando anche il caso avvenuto questa notte a Benevento. Non possiamo accettare che questi numeri diventino una statistica da aggiornare ogni volta che una vita viene spezzata. Il carcere non può essere una risposta automatica a ogni forma di marginalità sociale. Non può essere il luogo nel quale rinchiudere persone per poi dimenticarsene. Soprattutto, non possiamo continuare a confondere l’aumento delle pene e dei reati puniti con un aumento della sicurezza. Per questo, continueremo a batterci per un sistema penitenziario realmente orientato alla rieducazione e al reinserimento: dalla depenalizzazione dei reati di minore gravità al maggiore ricorso alle misure alternative alla detenzione, dal potenziamento dei servizi psicologici e sanitari all’incremento degli educatori e delle figure professionali necessarie a seguire le persone detenute. Soprattutto continueremo a rivendicare un principio semplice, che dovrebbe essere alla base di ogni politica sulla giustizia: la pena deve privare della libertà, non della dignità. La sicurezza non si costruisce riempiendo le carceri. Si costruisce facendo in modo che chi entra in carcere abbia, quando ne uscirà, una reale possibilità di non tornarci. Perché se lo Stato prende in custodia una persona, quello Stato ha il dovere di proteggerne la vita, garantirne la dignità e lavorare affinché possa tornare a vivere nella società. Il silenzio davanti a queste morti non è più un’opzione. Per questo continueremo a denunciare, a proporre e a batterci. Perché dietro ogni numero c’è una persona, una famiglia, una storia. Perché una società davvero sicura è una società che non lascia nessuno solo davanti alla propria disperazione”. Siena. Corsi di studio per i detenuti. L’offerta formativa a Ranza: “Dobbiamo dare speranza” di Romano Francardelli La Nazione, 8 settembre 2026 Il direttore Renna: “Riprende l’attività didattica”. Vacanze agli sgoccioli anche per gli studenti detenuti dell’istituto di alta sicurezza di Ranza. Il direttore Giuseppe Renna ripercorre l’intensa attività che ha caratterizzato la Casa di Reclusione durante l’estate. “L’attività didattica ordinaria si ferma - spiega il direttore - ma la proposta formativa non si è mai interrotta”. Sono tre le scuole attive nell’istituto: l’Istituto Ricasoli (Enogastronomia), l’Istituto Roncalli (Turistico) e il CPIA di Poggibonsi (Alfabetizzazione, Medie e Biennio), che coinvolgono circa 200 detenuti. L’offerta si è arricchita grazie al contributo dell’Università di Siena e dell’Università per Stranieri, che hanno organizzato un campo estivo dedicato all’orientamento e al supporto per la redazione delle tesi. Spazio anche alla cultura e al territorio con il progetto “A Te - Raccontare da dentro”, finanziato dalla Regione Toscana e promosso dall’Associazione Teatrale Empatheatre e dalla Fondazione Musei Senesi, per la conoscenza del patrimonio museale e all’acquisizione di competenze nel settore teatrale, con la creazione di contenuti audio originali. Poi gli incontri “Cose da Maschi” sui pregiudizi di genere, i seminari del prof. Alessandro Fo, i corsi di teleformazione Trio e il torneo di Burraco. Attività musica, sport, pittura e lavorazione del legno e la cura degli orti. La Asl ha attivato un gruppo psicologico dedicato allo sviluppo delle soft skill, rivolto a persone con difficoltà di adattamento e problemi di gestione degli impulsi. “Un’offerta ampia - conclude Renna - perché il carcere deve dare speranza. Altrimenti, le porte resteranno irrimediabilmente chiuse”. Frosinone. “Mancano gli specialisti in carcere. Per le visite bisogna ricorrere al territorio” garantedetenutilazio.it, 8 settembre 2026 Il Garante regionale Stefano Anastasìa ha partecipato alla visita nel carcere di Frosinone promossa nell’ambito dell’iniziativa “Ristretti in Agosto” dell’Unione delle camere penali italiane. “I problemi della sanità: mancano molti specialisti. Ora si sta risolvendo un problema, quello dell’assistenza infermieristica che è stata molto importante durante l’estate, però per le visite mediche bisogna ricorrere al territorio e questo crea ulteriori problemi di gestione all’istituto”. Così il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, al termine della visita effettuata lunedì 7 settembre presso la Casa circondariale di Frosinone, nell’ambito dell’iniziativa “Ristretti in Agosto” promossa dall’Unione delle camere penali italiane. L’iniziativa, giunta alla terza edizione, nasce con l’obiettivo di mantenere alta l’attenzione sulle condizioni di vita negli istituti penitenziari anche nel periodo estivo, coinvolgendo avvocati, rappresentanti delle istituzioni, magistrati, forze dell’ordine e garanti dei diritti delle persone private della libertà. Il carcere di Frosinone ospita attualmente quasi 700 detenuti, circa 190 in più rispetto alla capienza regolamentare, con un tasso di sovraffollamento che sfiora il 140 per cento. Una situazione che, come ha evidenziato il presidente della Camera penale di Frosinone, Giuseppe Lo Vecchio, si accompagna alla carenza di personale educativo, infermieristico e sanitario. La visita ha confermato problematiche che interessano gran parte del sistema penitenziario nazionale: sovraffollamento, carenza di personale e difficoltà nell’assicurare un’assistenza sanitaria adeguata, soprattutto per quanto riguarda le prestazioni specialistiche. L’iniziativa “Ristretti in Agosto” proseguirà con ulteriori appuntamenti sul territorio nazionale, con l’obiettivo di richiamare l’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica sulle condizioni delle persone detenute e degli operatori che lavorano negli istituti penitenziari. Como. “Minuto momento”, workshop artistico in carcere con i detenuti aperto al pubblico di Martina Toppi La Provincia di Como, 8 settembre 2026 Dopo un percorso sul tema del lavoro costituito da un incontro alla settimana per un anno con uomini e donne detenuti, a settembre l’invito si apre anche alla cittadinanza in due date il 19 e 26 settembre. Con “Minuto Momento” la cultura torna nel carcere del Bassone. Il progetto, un laboratorio ideato dall’artista Marzia Migliora e dalla filosofa Elisa Fulco e promosso da Fondazione Como Arte Ets, con la collaborazione di Soroptimist e il supporto della Fondazione provinciale della Comunità comasca e del Comune di Como, si è svolto dall’autunno scorso e fino a quest’estate, con incontri settimanali. Il progetto di Como Arte Ets varca le porte del Bassone per il terzo anno consecutivo, tra le novità di questa edizione - presentata da Roberta Galati, direttrice della casa circondariale di Como, Chiara Anzani per Como Arte e Francesco Pizzagalli presidente di Comunità Comasca - c’è la partecipazione agli incontri del workshop di un gruppo misto di detenuti, provenienti da tutte e tre le sezioni del carcere (donne, uomini e transgender). Quindici in tutto le persone coinvolte quest’anno che in due date, il 19 e il 26 settembre, accompagneranno i cittadini che vorranno prendere parte attivamente al workshop per “costruire” la propria “tuta del mestiere di vivere” (con registrazione obbligatoria e invio del proprio documento per l’accesso all’istituto; info e richiesta di accesso all’Istituto scrivendo info@comoarte.org). Al centro del progetto infatti, tra letture, approfondimenti e riflessioni guidate, c’è il tema del lavoro. “Iniziative come queste - ha detto la direttrice del Bassone Galati presentando il progetto - consentono ai detenuti una seconda chance e un reale reinserimento nella società, portando il carcere a essere una parte integrante della comunità. Invito enti pubblici e privati e tutti i cittadini ad aiutarci ad aiutare i detenuti a costruire percorsi di cambiamento insieme: così si abbattono i pregiudizi su chi è in carcere e soprattutto si evita la recidiva, che purtroppo ha una percentuale alta, soprattutto quando non c’è appartenenza a una comunità”. E l’arte può fare molto in questo senso, come dimostrano alcune storie: “Questo è il nostro terzo anno di collaborazione con il carcere - ha spiegato Anzani - e proprio nei giorni scorsi una detenuta che ha partecipato ai nostri progetti ha iniziato a lavorare all’interno di un percorso in collaborazione con il Comune. Come Como Arte crediamo che la cultura possa produrre un cambiamento e che sia un diritto di tutti, oltre che una pratica di cittadinanza attiva anche in carcere, che di fatto altro non è che un quartiere della città e anche piuttosto popoloso”. Il supporto nella quotidianità - Gli incontri settimanali con il gruppo di detenuti si sono svolti consecutivamente per un intero anno fino a luglio. Fondamentale in questo lungo periodo di tempo il sostegno delle volontarie di Soroptimist e della Comunità Comasca, tramite il progetto WeCare, che sostiene economicamente progetti artistici all’interno della casa circondariale ma offre supporto anche nell’acquisto di beni necessari a rendere più umana la vita all’interno del Bassone. “Per esempio, grazie a questo progetto acquisteremo undici lavatrici, collocate in spazi appositi adibiti a lavanderia in ciascuna delle sei sezioni, che permetteranno ai detenuti di lavare i propri indumenti - ha spiegato Galati - Ad oggi solo chi ha permessi premio o lavora all’esterno può farlo, gli altri usano le docce. Sono cose quotidiane che a noi sembrano piccole, ma che per i detenuti sono grandi e non sempre facili da realizzare. A questo serve il rapporto con la comunità, che si costruisce proprio con progetti come questo: conoscersi e capire più profondamente i reali bisogni”. Spoleto (Pg). Quando un cane abbatte le sbarre invisibili: il laboratorio in carcere di Rory Cappelli La Repubblica, 8 settembre 2026 Nel penitenziario di Spoleto un laboratorio di regolazione emotiva aiuta un gruppo di detenuti a riconoscere la propria fragilità, contenere la rabbia e tornare a sentirsi capaci di proteggere qualcuno. Lilli ha paura dei tuoni. Quando il rumore esplode all’improvviso, cerca un riparo, un corpo vicino al quale sentirsi al sicuro. Quel giorno, nel carcere di Spoleto, sceglie Marco (il nome è di fantasia, come tutti nel testo), uno dei detenuti che partecipano al laboratorio di regolazione emotiva attraverso la relazione con gli animali. È un gesto semplice, quasi istintivo: una cagnolina spaventata che si avvicina a un uomo. Ma per Marco quel gesto significa molto di più. In carcere si è abituati a essere sorvegliati, giudicati, contenuti. Più raramente si sperimenta la possibilità di diventare il rifugio di qualcun altro. Proteggendo Lilli, Marco ha scoperto di poter essere una presenza rassicurante. Non soltanto un detenuto, non soltanto una persona definita dal proprio passato, ma qualcuno di cui un altro essere vivente si fida. Dirà in seguito quanto sia stato bello e terapeutico riuscire a far sentire qualcuno al sicuro. Il progetto - È forse in questo rovesciamento che si trova il senso più profondo del progetto realizzato tra gennaio e giugno 2026 dall’associazione Una zampa per Birillo all’interno dell’istituto penitenziario di Spoleto grazie alla vice direttrice del carcere Giada Gatticchi. Nove detenuti, con l’educatrice dell’istituto Anna Benedetta Bonfigli, hanno preso parte agli incontri; sei, avendo seguito con maggiore continuità il percorso, sono stati inclusi nella valutazione clinica finale. Accanto a loro c’erano le professioniste, le psicologhe Giusy Mantione e Francesca Fortunati, che hanno condotto il laboratorio e tre mediatori molto particolari: i cani Lilli, Plinio e Musetta. Riconoscere le emozioni - Il lavoro aveva un obiettivo preciso: aiutare i partecipanti a riconoscere le emozioni, dare loro un nome, governare gli impulsi e trovare forme di espressione diverse dall’aggressività o dal silenzio. In carcere, infatti, mostrare la propria vulnerabilità può essere percepito come pericoloso. Per sopravvivere si impara spesso a indossare una maschera: non piangere, non chiedere aiuto, non mostrare paura, nostalgia o bisogno di affetto. I cani invece non chiedevano spiegazioni. Non conoscevano i reati, le sentenze, le gerarchie interne. Si avvicinavano oppure si ritraevano, cercavano una carezza, offrivano la propria vicinanza. La loro presenza ha creato uno spazio privo di giudizio, nel quale anche persone abituate a difendersi hanno potuto abbassare la guardia. “Essere autentici” - Uno dei partecipanti ha definito il laboratorio “l’unico luogo dove poter essere autentici”. Un altro lo ha descritto come una via d’uscita dal “solito grigiore” e dalla “vita piatta del carcere”. Parole che dicono molto più di quanto possa fare una tabella: per alcune ore non veniva sospesa materialmente la detenzione, ma si allentavano le sue sbarre invisibili. Carlo, per esempio, si è commosso parlando dei figli e del veliero di stecchini che stava costruendo. Ha pianto davanti agli altri e, invece di essere deriso o respinto, è stato abbracciato dai compagni. Il suo dolore ha permesso anche agli altri di entrare in contatto con la propria paternità, con i legami interrotti, con le persone lasciate fuori. E ha raccontato che vedere quelle lacrime gli procurava, insieme alla tristezza, una forma inattesa di gioia: poteva sentire di nuovo qualcosa del proprio essere padre. Anche Gianni, nonostante una sofferenza psicologica molto intensa, ha saputo offrire a Carlo vicinanza fisica e calore. In un luogo nel quale il contatto può avere il significato della minaccia o del controllo, un abbraccio è diventato un gesto di riconoscimento reciproco. Ritrovare il sorriso - Giorgio era arrivato al laboratorio con gravi difficoltà nel leggere, comprendere e compilare i questionari. La vergogna avrebbe potuto spingerlo a chiudersi. Sono stati invece gli altri detenuti ad aiutarlo, mentre le conduttrici traducevano le domande astratte in esempi concreti. Gradualmente, ciò che poteva trasformarsi in umiliazione è diventato collaborazione. E Giorgio ha messo a disposizione del gruppo la propria ironia, raccontando episodi rocamboleschi della sua vita e riuscendo a far ridere i compagni. Anche far ritrovare il sorriso agli altri è stato un modo per prendersene cura. Il cambiamento più difficile ha riguardato chi aveva imparato a usare la rabbia come unica lingua possibile. Marco era entrato nel gruppo in modo polemico, aggressivo, concentrato sulla sensazione di non essere rispettato. Occupava lo spazio, sfidava le operatrici e sembrava conoscere soltanto due estremi: “mai” e “sempre”. Nel tempo è riuscito ad ammettere di aver risposto per anni alle esperienze negative attraverso l’attacco. Alla fine del percorso ha scelto parole diverse per raccontarsi: “luce”, “speranza”, “assestamento”. Ha detto di aver imparato a contenersi, a fermarsi prima di agire, a sostituire almeno qualche volta l’aggressività con la parola. “I miei soli simili” - Nella sua storia gli animali occupavano già un luogo profondo. Da bambino, ha raccontato, erano stati i suoi soli “simili e fratelli”, creature capaci di un rispetto che non aveva trovato negli esseri umani. Per questo la vicinanza spontanea di Lilli e Plinio, negli ultimi incontri, ha avuto per lui un valore particolare: non quello di un premio, ma quello di una fiducia ricevuta senza imposizioni. I dati raccolti durante i sei mesi confermano ciò che è accaduto nella stanza del laboratorio. In diversi partecipanti è migliorata la capacità di controllare gli impulsi e di non trasformare immediatamente il disagio in un comportamento aggressivo. Sono emerse empatia, solidarietà, desiderio di ricostruire i legami familiari e progetti per il futuro. Non tutto, naturalmente, è stato risolto. La relazione finale descrive livelli ancora molto elevati di stress, ansia, depressione e disturbi del sonno. In alcuni casi è emersa una richiesta di aiuto drammatica, anche quando la persona non riusciva a riconoscere o nominare le singole emozioni. Un detenuto ha indicato “zero” per stress, ansia, depressione e rabbia. Ma ha dato il valore massimo alla domanda sul bisogno di sostegno. Come se il dolore fosse presente in tutta la sua forza, senza possedere ancora le parole necessarie per essere raccontato. Il varco - È proprio qui che la mediazione animale ha mostrato la sua utilità. Quando dire “ho paura”, “sono triste” o “ho bisogno di aiuto” è troppo difficile, la relazione con un cane può aprire un varco. Accarezzarlo, rispettarne i tempi, interpretarne i segnali, rassicurarlo o lasciarsi avvicinare sono esperienze che precedono le parole e, qualche volta, permettono alle parole di arrivare. La presenza degli animali non sostituisce il lavoro psicologico, educativo o sanitario. Lo rende, però, accessibile anche a chi incontra ostacoli nei percorsi basati esclusivamente sul linguaggio, sul ragionamento astratto e sulla compilazione di test. Un cane comunica attraverso il corpo, la distanza, la fiducia, l’attesa. Costringe a osservare e, nello stesso tempo, permette di sentirsi osservati senza essere giudicati. Il laboratorio ha rappresentato anche un presidio contro l’isolamento e il rischio che la sofferenza psichica, lasciata senza ascolto, si trasformi in autolesionismo o ideazione suicidaria. Per questo progetti simili non possono essere considerati semplici attività ricreative. Sono interventi di tutela della salute mentale e di umanizzazione della pena. Umanizzare non significa dimenticare - Umanizzare non significa cancellare la responsabilità individuale né dimenticare le vittime. Significa riconoscere che la detenzione, se vuole avere una funzione anche rieducativa, non può ridursi a un tempo vuoto nel quale il disagio si cronicizza e l’identità di una persona coincide per sempre con il suo errore. Imparare a contenere la rabbia, chiedere aiuto, riconoscere la tristezza, ascoltare gli altri e prendersi cura di un essere più fragile sono passaggi concreti di responsabilizzazione. Dopo sei mesi, Lilli, Plinio e Musetta non hanno compiuto miracoli. Hanno fatto qualcosa di più reale: sono rimasti accanto a uomini che spesso non riuscivano a stare accanto neppure a se stessi. Hanno offerto una relazione elementare e per questo potentissima, fatta di presenza, fiducia e reciprocità. E quando Lilli, spaventata dal tuono, ha cercato protezione tra le braccia di un detenuto, per un istante quell’uomo non è stato più soltanto qualcuno da custodire. È diventato qualcuno capace di farlo. Torino. Vedere e sorridere dietro le sbarre. Nelle carceri la solidarietà mette gli occhiali torinoggi.it, 8 settembre 2026 Firmato il terzo anno di intesa tra Lions e Comune per portare oculisti e dentisti al Lorusso e Cutugno e al Ferrante Aporti. Dagli occhiali da vista regalati alle detenute al dentista per l’igiene orale, fino ai ventilatori donati contro il caldo torrido in cella. È il progetto dei Lions che da due anni è entrato nelle carceri torinesi e che, questa mattina, a Palazzo Civico è diventato un patto ufficiale per il terzo anno consecutivo. La presidente del Consiglio comunale Maria Grazia Grippo, la Garante dei diritti delle persone private della libertà personale Diletta Berardinelli e il Governatore del Lions Club International Distretto 108 Ia1 Ettore Puglisi hanno firmato la Dichiarazione d’Intenti per i “Nuovi cantieri di volontariato - Anno 2026”. Un programma di iniziative gratuite a sostegno delle persone detenute nella sezione femminile della Casa circondariale Lorusso e Cutugno e nell’Istituto penale per i minorenni Ferrante Aporti. “La situazione nelle carceri italiane è spesso drammatica, tra sovraffollamento, mancanza di personale, fatiscenza delle strutture, carenza di progetti di formazione e sostegno per le persone detenute. Nel tempo il volontariato si è ridotto nei numeri e nelle energie, a causa dei troppi ostacoli di accesso”, ha detto Grippo. “Questo progetto è stato molto voluto dalla città ed è stato reso possibile grazie alla disponibilità di più attori. Parliamo del volontariato più difficile, con percorsi faticosi dove in molti casi la domanda è superiore all’offerta”. I numeri - I numeri del bilancio danno la misura dell’emergenza. Da giugno 2024 a giugno 2026, solo nella sezione femminile del Lorusso e Cutugno ci sono stati 273 accessi per visite oculistiche, con 106 occhiali donati e altri 16 speciali, più complessi da costruire, coinvolto in queste operazioni anche il personale dell’istituto. Per l’odontoiatria, 49 prestazioni di igiene orale e prevenzione. Al minorile Ferrante Aporti, in un periodo più breve, già 75 visite oculistiche, con 2 occhiali donati e 10 personalizzati. L’odontoiatria deve ancora partire ma l’obiettivo è allargare il servizio anche lì. E nei mesi di caldo estremo, sono arrivati 20 ventilatori donati alla sezione femminile. “Esistono visioni concrete di azione che vanno oltre i mandati, la dimostrazione pratica e concreta del nostro motto: ‘Dove c’è un bisogno c’è un Lions’“, ha detto il Governatore Ettore Puglisi. “Con i Nuovi cantieri di volontariato 2026 vogliamo dare continuità a un progetto nel quale i Lions credono profondamente e che trasforma il volontariato in azioni concrete a favore delle persone più fragili. Essere Lions significa non voltarsi dall’altra parte”. “Oggi raccontiamo una buona pratica”, ha detto la Garante Diletta Berardinelli. “Particolarmente significativo è il contributo di professionalità sanitarie qualificate che rafforza la tutela della salute e della dignità delle donne detenute e dei giovani ristretti. Lo slancio solidale che anima questi progetti dimostra quanto la collaborazione tra politica, istituzioni penitenziarie e associazioni possa produrre un impatto concreto e positivo. Continueremo a esercitare il nostro ruolo di garanzia e di impulso, affinché iniziative di questo tipo siano consolidate e rispondano concretamente ai bisogni delle persone detenute”. “La gestione dei ragazzi, del personale e delle criticità quotidiane non è facile. Il rapporto umano è essenziale”, ha ricordato la direttrice del Ferrante Aporti Simona Badame. “Gran parte dei ragazzi ha la famiglia lontana e i primi accessi ai servizi di base li hanno dentro l’istituto. Le risorse sono poche, quindi entra in gioco il terzo settore, e i Lions sono sempre stati presenti e accanto al nostro lavoro”. “Un ponte verso il futuro”: il racconto dell’esecuzione penale esterna di Catia Paluzzi gnewsonline.it, 8 settembre 2026 Portare l’esecuzione penale esterna al centro del racconto cinematografico per mostrare ciò che accade oltre le mura del carcere: i percorsi di responsabilizzazione, il lavoro, la formazione, le relazioni con il territorio e la possibilità concreta di costruire un nuovo progetto di vita. È questo il messaggio emerso oggi alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, durante l’incontro “Corti in carcere, e fuori dal carcere”, svoltosi nella Sala Tropicana dell’Hotel Excelsior al Lido di Venezia. Un appuntamento che ha messo in dialogo cultura, comunicazione e giustizia, consentendo di portare all’attenzione del pubblico il lavoro del dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, con particolare riferimento alla dimensione dell’esecuzione penale esterna e della giustizia di comunità. Al centro dell’incontro, assieme agli altri due lavori dedicati alla realtà penitenziaria, “Un ponte verso il futuro”, cortometraggio realizzato dagli studenti del Dams dell’Università Cattolica del Sacro Cuore - campus di Brescia, dedicato ai percorsi di esecuzione penale esterna e reinserimento sociale delle persone sottoposte a misure e sanzioni di comunità. Attraverso il linguaggio cinematografico, il cortometraggio racconta una dimensione dell’esecuzione della pena che spesso rimane meno visibile: quella che si realizza quotidianamente sul territorio, attraverso il lavoro degli Uffici di esecuzione penale esterna e la collaborazione con istituzioni, servizi, realtà sociali e produttive. Una giustizia che esce dal carcere e incontra la comunità: è proprio questa trasformazione a essere stata evidenziata dal Capo del dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, Antonio Sangermano, nel corso dell’incontro. “La progressiva crescita di una giustizia che si realizza anche nella comunità, e non soltanto all’interno degli istituti penitenziari” ha sottolineato Sangermano, rappresenta un passaggio significativo nell’evoluzione del sistema dell’esecuzione penale. Una trasformazione che trova una concreta rappresentazione nelle migliaia di persone oggi coinvolte nei percorsi di esecuzione della pena e che pone gli Uffici competenti al centro di un sistema nel quale la pena viene accompagnata da programmi di trattamento, controllo, responsabilizzazione e reinserimento. Non si tratta, dunque, semplicemente di eseguire una pena fuori dal carcere. Si tratta di costruire un percorso nel quale la persona possa assumersi la responsabilità delle proprie azioni e recuperare progressivamente un ruolo nella società. Come ha evidenziato il Capo del Dipartimento “La giustizia di comunità non significa semplicemente eseguire una pena fuori dal carcere, significa costruire le condizioni perché la sanzione abbia una funzione effettivamente responsabilizzante, perché la persona possa riconoscere il danno prodotto, perché la comunità possa partecipare al percorso e perché il reinserimento non rimanga un principio astratto, ma diventi un obiettivo concretamente perseguibile”. È in questa prospettiva che “Un ponte verso il futuro” assume un particolare significato. Il titolo stesso richiama la funzione dell’esecuzione penale esterna: creare un collegamento tra la responsabilità per il reato commesso e la possibilità di un ritorno alla vita sociale attraverso un percorso concreto. Il territorio diventa così parte integrante dell’esecuzione della pena. Il lavoro, la formazione, le attività di pubblica utilità e il rapporto con le realtà sociali e produttive costituiscono strumenti attraverso i quali la responsabilizzazione può tradursi in esperienza concreta. L’esecuzione penale esterna diventa, quindi, una giustizia che si misura nella quotidianità, nei rapporti con le persone e con i servizi, nella capacità di costruire percorsi individualizzati e di creare condizioni favorevoli al reinserimento. L’incontro veneziano ha consentito di raccontare proprio questa dimensione, portando all’interno di una delle più importanti manifestazioni cinematografiche internazionali una realtà che quotidianamente coinvolge migliaia di persone e centinaia di operatori del sistema della giustizia. Accanto a “Un ponte verso il futuro”, sono stati presentati “Lezioni di piano” e “Fragili legami. Il laboratorio di teatro sociale nel carcere di Verziano”. Il primo é stato realizzato dagli studenti del master Almed in ‘Ideazione e produzione audiovisiva, cinematografica e per i media digitali, ed é dedicato all’insegnamento del pianoforte nel carcere di Bollate, selezionato da Rai Cinema nell’ambito del progetto “Talenti In Corto”. Il secondo é stato realizzato dagli studenti del Dams dell’Università Cattolica del Sacro Cuore - campus di Brescia. Tre sguardi differenti, dunque, ma accomunati dalla volontà di raccontare la pena nella sua dimensione più ampia: dentro e fuori dal carcere, attraverso la cultura, la formazione, il lavoro, le relazioni e la responsabilizzazione. L’iniziativa ha inoltre valorizzato il ruolo degli operatori del dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità che, quotidianamente, accompagnano questi percorsi, sia negli istituti sia attraverso i servizi dell’esecuzione penale esterna. A rappresentare concretamente questa realtà è intervenuta Benedetta Venezia, direttrice dell’Udepe di Brescia, che ha offerto una testimonianza diretta del lavoro svolto quotidianamente sul territorio. Nel suo intervento ha sottolineato “l’importanza di comunicare ai giovani, i cittadini di domani, il senso della giustizia di comunità, che incarna lo spirito sostenibile della pena in termini umani e sociali”, evidenziando il valore di una corretta informazione quale strumento per avvicinare le nuove generazioni ai principi della responsabilità, del reinserimento e della giustizia di comunità. Sono intervenuti all’incontro anche monsignor Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo, Mariagrazia Fanchi, direttrice di Almed e presidente di Lombardia Film Commission, e Massimo Locatelli, direttore del master Almed e coordinatore del Dams. Presenti, inoltre, gli studenti Sveva Avino, Alice Maria Boffelli, Paola Cima, Beatrice Lacerenza, Summer Pacchioni e Sara Stigliano, protagonisti della realizzazione dei progetti audiovisivi. A moderare l’incontro è stato il giornalista e critico cinematografico Gian Luca Pisacane, firma di Famiglia Cristiana e della Rivista del Cinematografo. La partecipazione del Dipartimento alla Mostra di Venezia si inserisce così in una più ampia attività di comunicazione e sensibilizzazione sui temi della giustizia minorile e di comunità, con l’obiettivo di contribuire a una conoscenza più completa dell’esecuzione penale e delle sue diverse dimensioni. “Un ponte verso il futuro” diventa, in questo senso, anche una metafora della giustizia di comunità: un ponte tra persona e territorio, tra responsabilità e reinserimento, tra la pena e la possibilità di un cambiamento. Perché raccontare l’esecuzione penale esterna significa raccontare una parte sempre più importante della giustizia: quella che non si limita a sanzionare il reato, ma costruisce, attraverso la comunità, le condizioni perché la responsabilità possa trasformarsi in un nuovo percorso di vita. La vera sicurezza non può nascere dalle armi, ecco perché serve una difesa civile di Francesco Vignarca* Il Domani, 8 settembre 2026 Troppo spesso il pacifismo viene raccontato per caricature (l’anima bella disarmata, l’utopista che ignora come gira il mondo…) mentre le proposte concrete, quelle che chiedono strumenti e risorse, faticano a trovare spazio. Si preferisce discutere di un pacifismo astratto e simbolico piuttosto che di un dispositivo istituzionale che si potrebbe costruire. C’è una domanda che chi si occupa di pace e disarmo si sente rivolgere di continuo, quasi un riflesso: “E allora tu cosa proponi? Qual è l’alternativa?”. Come se ai pacifisti toccasse il compito impossibile di risolvere in una frase i conflitti del pianeta, mentre a chi imbocca la fallimentare strada delle armi è concesso invocarne la “necessità” teorica e astratta per giustificare scelte che si rivelano poi sempre fallimentari e creatrici di insicurezza. È una trappola retorica, e va smontata. Perché l’alternativa concreta esiste ed è fatta di tasselli e strumenti che si possono davvero creare. Nel nostro paese, oggi, uno di questi tasselli ha un nome preciso: “Un’altra difesa è possibile”, la campagna per una difesa civile, non armata e nonviolenta. Non è un manifesto di buoni sentimenti. È una proposta di legge di iniziativa popolare lanciata dalle Reti per la Pace e la Nonviolenza che vuole istituire un dipartimento della Difesa civile presso la presidenza del Consiglio che coordini quattro strumenti già esistenti o potenziabili: il servizio civile rafforzato, i corpi civili di pace, la protezione civile e un istituto di ricerca per la pace e il disarmo. Quattro leve reali (operative!) non slogan, per costruire sicurezza attraverso prevenzione dei conflitti, mediazione, coesione sociale e cooperazione internazionale. Riarmo non fa rima con crescita. L’aritmetica fallace della difesa Non dalle armi L’idea, semplice e radicale insieme, è che la vera sicurezza, se declinata per le persone e le comunità e non per gli interessi di pochi, non possa nascere dalle armi. Il punto che mi preme sottolineare è proprio questo: troppo spesso il pacifismo viene raccontato per caricature (l’anima bella disarmata, l’utopista che ignora come gira il mondo…) mentre le proposte concrete, quelle che chiedono strumenti e risorse, faticano a trovare spazio. Si preferisce discutere di un pacifismo astratto e simbolico, comodo da liquidare, piuttosto che di un dispositivo istituzionale che si potrebbe costruire da subito. Non è un caso: una difesa civile finanziata e funzionante metterebbe alla prova, sui fatti, l’efficacia di ciò che le viene contrapposto. Eppure qualcosa si muove, piano piano. Nella nostra “AltraCernobbio” di qualche giorno fa la segretaria del Pd Elly Schlein ha sostenuto apertamente la campagna, invitando a firmare, definendola non in contraddizione ma complementare a una difesa comune europea. Ma le reazioni positive che più colpiscono arrivano da tanti amministratori locali, che capiscono prima di altri quanto una militarizzazione insensata della spesa pubblica e dei territori porti problemi concreti alle comunità e alle persone. Quando un tema parte dai sindaci e dagli enti locali, vuol dire che è maturo. C’è poi una questione che nessuno vuole affrontare fino in fondo. Negli ultimi anni la spesa militare mondiale è raddoppiata, i bilanci degli armamenti gonfiati come mai prima. Il risultato? Un mondo più pericoloso e in guerra, non più sicuro. I dati sono lì, testardi. Se il riarmo fosse davvero la ricetta della sicurezza, dopo tutto questo denaro dovremmo vivere in un pianeta pacificato. Non è così. Il sospetto, allora, diventa legittimo: si ha paura dell’alternativa non perché sia debole, ma perché in fondo si sospetta che il riarmo sia inefficace per il bene collettivo, ma molto utile fare gli interessi del complesso militare-industriale-finanziario. Dietro i fumi della guerra c’è la regia di privati e affari La difesa civile - La nostra non è nemmeno un’idea “eccentrica”. La nostra Costituzione, e la Corte Costituzionale con la sentenza del 1985, hanno stabilito che il dovere di difesa della Patria può essere adempiuto anche con strumenti civili e non armati. La difesa civile è già dentro il nostro ordinamento: le manca però un luogo istituzionale in cui prendere forma. Chiedere di crearlo non è ideologia, è coerenza costituzionale. Correndo contro il tempo e un certo “silenziamento”, stiamo raccogliendo le 50.000 firme per portare la proposta in Parlamento. Ma il vero obiettivo va oltre l’esito della raccolta: rilanciare il tema nel paese, aprire un confronto serio con la politica per costruire quegli strumenti che permetterebbero di intervenire davvero, e diversamente, nei conflitti. Perché è ingiusto continuare a chiedere ai pacifisti “la soluzione” ai problemi del mondo negando loro, nello stesso momento, gli strumenti che chiedono per costruirla. È una contraddizione che non possiamo più permetterci. La sicurezza vera non nasce dal riflesso di armarsi sempre di più. Nasce dalla capacità di prevenire, mediare, cooperare. Dare spazio a questo tema significa dare spazio a un pezzo di futuro che è già scritto nella nostra Costituzione, e che aspetta soltanto di essere messo in pratica. *Rete italiana pace e disarmo Ddl antisemitismo, Pd diviso. Boldrini: “Bisogna votare no” di Andrea Carugati Il Manifesto, 8 settembre 2026 Dal Nazareno la linea dell’astensione. Nella destra dem possibili alcuni sì. L’Anpi contraria. L’ex presidente della Camera: “Un regalo della destra italiana a Netanyahu”. Guerini: “Aspetto la discussione nel gruppo”. Anche Scotto e Stumpo tra i contrari. Se al Senato, nel marzo scorso, il Pd si era diviso in due sul ddl antisemitismo, ora alla Camera rischia di spaccarsi in tre parti. La linea ufficiale, salvo sorprese, dovrebbe essere quella dell’astensione, già praticata a palazzo Madama nel tentativo (non riuscito) di non spaccare il gruppo. Sei mesi fa sei senatori capitanati da Graziano Delrio votarono a favore del ddl della destra, che ha adottato la contestata definizione di antisemitismo di Ihra, sgradita anche all’ala più progressista del mondo ebraico perché pone le critiche alle azioni di Israele alla stregua di atteggiamenti antisemiti. Ora alla Camera si riapre il problema per i dem. Domani ci saranno i primi voti in commissione Affari Costituzionali: il Pd con M5S e Avs ha presentato emendamenti che mirano a sostituire la definizione Ihra con quella di Gerusalemme. E qui non ci dovrebbero essere sorprese: le opposizioni marceranno compatte. A fine mese (massimo ai primi di ottobre) il testo arriverà in aula per l’ok definitivo. E lì i dem rischiano appunto di spaccarsi in tre. Tra chi, come Laura Boldrini e altri, è intenzionato a votare un secco no, in sintonia con le mobilitazioni di un largo fronte di associazioni che già domani a ora di pranzo manifesteranno davanti a Montecitorio; chi seguirà le (probabili) indicazioni di Schlein per l’astensione; e chi invece, nella destra Pd, voterà a favore, e cioè i deputati più vicini all’associazione Sinistra per Israele (come Piero Fassino), che ieri ha chiesto ufficialmente ai dem di convergere con le destre per il sì al ddl. BOLDRINI Vuole condurre una battaglia dentro il partito per spostare il gruppo verso il no. E non ha dubbi sul fatto che il Pd debba contrastare il ddl. Per questo sarà anche alla manifestazione di domani con le associazioni. “La dichiarazione Ihra è un modo per censurare la libertà di espressione. L’approvazione è un regalo della destra italiana a Netanyahu. L’Italia sarebbe il primo paese in Europa a trasformare la dichiarazione Ihra in norma di legge. L’idea di indicare le critiche al governo di Israele come antisemite dopo il genocidio a Gaza, e mentre è in corso la pulizia etnica in Cisgiordania, è una follia. Si rischia di mettere il bavaglio alla stampa e alla discussione pubblica, compresi i luoghi di studio. Per questo ritengo che serva una posizione netta del Pd, non basta l’astensione”. L’ex presidente della Camera invita i dem a riflettere: “In piazza ci saranno molte associazioni, come Arci, Acli, la Cgil, Amnesty, con cui collaboriamo da tempo e con cui stiamo stati a Rafah, sulla Flotilla e a L’Aja per manifestare solidarietà alla Corte penale internazionale”. Sulla stessa linea ci sono deputati come Gianni Cuperlo, Arturo Scotto, Nico Stumpo, Ouidad Bakkali che sono stati a Rafah. Nessuno di loro ha ancora preso una decisione sul voto in aula, ma intendono porre il tema durante la discussione che ci sarà nel gruppo dem alla Camera. La stessa posizione è quella espressa dai riformisti, che pure sono indicati tra quelli che potrebbero votare a favore. “Sono all’antica, prima di decidere come votare attendo la discussione nel gruppo”, spiega al manifesto Lorenzo Guerini. Così anche Lia Quartapelle. Per i dem c’è anche il tema del rapporto con gli alleati, visto che Avs e M5S voteranno no. “Il nostro sarà un no deciso perché l’obiettivo del ddl non è reprimere le forme odiose di antisemitismo contro le quali esiste già la legge Mancino. Questo testo vuole mettere un bavaglio alle critiche nei confronti dello Stato di Israele”, dice Filiberto Zaratti. Alla manifestazione di protesta davanti a Montecitorio hanno aderito anche i Giovani democratici di Roma. In piazza ci sarà anche l’Anpi. “Quel ddl nasconde la possibilità di una gravissima lesione ai diritti di libertà politica, culturale e accademica, colpendo così le manifestazioni di posizioni critiche nei confronti di Israele e delle sue responsabilità nei confronti del popolo palestinese”. L’Anpi colloca la propria posizione sul conflitto israelo palestinese “in una visione coerente con i valori della Resistenza, dell’antifascismo e della Costituzione italiana: opposizione a ogni forma di colonialismo, apartheid e genocidio; difesa del diritto internazionale; solidarietà attiva con i popoli oppressi, lotta ad ogni forma di razzismo e discriminazione razziale”. Dure critiche all’Anpi da Fi e Fdi. “Dimostra di essersi ormai ridotta a una delle tante sigle dell’estrema sinistra e di aver perso ogni credibilità”, attaccano i senatori meloniani. Walker Meghnagi, presidente della comunità ebraica di Milano, esprime “profonda amarezza e ferma condanna” per la decisione dell’Anpi. “Vedere le sigle dei partigiani affiancate a piazze che ostacolano strumenti normativi volti a contrastare l’antisemitismo sconcerta e ferisce la nostra comunità”. Contro l’antisemitismo servono strumenti che funzionino: perché il ddl può essere pericoloso di Daniele Susini* Il Domani, 8 settembre 2026 A breve alla Camera verrà discusso il testo. Numerosi studiosi ritengono che il provvedimento possa essere non solo inefficace, ma persino controproducente. il punto non dovrebbe essere semplicemente quello di introdurre una nuova definizione giuridica dell’antisemitismo, soprattutto se controversa e priva di sufficiente consenso scientifico. Partiamo da una certezza: in Italia come in buona parte del mondo assistiamo a una forte recrudescenza dell’antisemitismo, nelle sue forme tradizionali e nuove. A breve alla Camera verrà discusso il ddl sull’antisemitismo. Numerosi studiosi ritengono che il provvedimento possa essere non solo inefficace, ma persino controproducente, alimentando ulteriori ostilità verso Israele e, paradossalmente, anche verso gli ebrei. Il problema non è una legge contro l’antisemitismo, né rafforzarne il contrasto, ma il recepimento della definizione IHRA di antisemitismo. Una definizione discussa e criticata ben prima del 7 ottobre 2023. Il nodo centrale riguarda il possibile slittamento tra antisemitismo e opinioni sullo Stato ebraico, quando queste costituiscano una critica politica, anche aspra, nei confronti di Israele e delle sue politiche. È una distinzione che richiede particolare attenzione, soprattutto nel dibattito pubblico contemporaneo. La definizione IHRA, attraverso alcuni dei suoi esempi, pone infatti il problema di una possibile politicizzazione della categoria dell’antisemitismo: il rischio è che determinate critiche a Israele vengano ricondotte all’antisemitismo non per il loro contenuto razzista o discriminatorio, ma per il semplice fatto di riguardare Israele. Un caso concreto è quello della denuncia presentata da Marco Carrai, console onorario d’Israele, nei confronti di due persone per un commento sui social: “Israele è odio e morte”. Secondo la denuncia, quella frase avrebbe potuto configurare numerosi reati, dalla minaccia a un corpo politico, alla diffamazione aggravata e istigazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. La difesa, condotta dallo studio Ghinelli di Rimini, ha sostenuto che, quella frase non costituisse né una minaccia né un invito alla violenza, ma rientrasse nella critica politica allo Stato di Israele. Il procedimento è stato archiviato dal tribunale di Firenze. Razzismo di Stato. Le destre e l’asse sull’antisemitismo Contrasto e cultura Il caso pone però una domanda essenziale: dove finisce la critica a uno Stato e alle sue politiche e dove comincia l’antisemitismo? E quali saranno le conseguenze quando una definizione pensata per identificare l’antisemitismo verrà incorporata in una legge? Se l’obiettivo è combattere l’antisemitismo, dobbiamo essere certi che gli strumenti adottati siano efficaci e rispettosi dei principi costituzionali in particolare le libertà di espressione e opinione, centrali in ogni democrazia avanzata. Possiamo assumerci il rischio di avere una legge contro l’antisemitismo potenzialmente anticostituzionale: sarebbe un serbatoio infinito per i già numerosi complottisti. Per questo, a mio avviso, il punto non dovrebbe essere semplicemente quello di introdurre una nuova definizione giuridica dell’antisemitismo, soprattutto se controversa e priva di sufficiente consenso scientifico. Un provvedimento serio dovrebbe fare riferimento agli strumenti già esistenti, a partire dalla legge Mancino, e concentrarsi sul rafforzamento delle politiche di prevenzione e contrasto. Ma soprattutto dovrebbe aprire una nuova stagione di interventi educativi e culturali. Gli enti istituzionali preposti al monitoraggio e alla prevenzione dell’antisemitismo hanno competenze importanti, ma dovrebbero diventare più attivi e costruire una rete stabile con scuole, università, enti locali e associazioni. Occorrerebbe inoltre rinnovare profondamente lo studio della Shoah. Troppo spesso viene affrontata attraverso celebrazioni e ricorrenze, mentre dovrebbe tornare a essere un vero approfondimento storico e politico. Per la stessa ragione, la Shoah non dovrebbe essere studiata isolatamente, ma collocata in un percorso sulle atrocità di massa, sui genocidi, sulle persecuzioni e sulla costruzione dell’alterità nel mondo contemporaneo. Un percorso che metta in relazione la storia della Shoah con quella della Palestina e di Israele, senza sovrapporre vicende differenti e senza trasformare la memoria della Shoah in uno strumento di legittimazione o delegittimazione. Contrastare l’antisemitismo significa anche sottrarlo alla strumentalizzazione politica, riconoscerne la specificità senza separarlo dalle altre forme di razzismo e discriminazione e costruire strumenti capaci di distinguere con precisione l’odio antiebraico dalla legittima critica. Se vogliamo davvero combattere l’antisemitismo, abbiamo bisogno di strumenti che funzionino. Ma, ancora di più, di una società che sappia riconoscerlo, comprenderne le radici e reagire prima che diventi violenza. La repressione può essere necessaria; da sola, però, non sarà mai sufficiente. L’antisemitismo è la polvere sotto il tappeto della destra. *Storico Dal Mediterraneo alla Manica, per le donne la migrazione è più dura che mai di Daniela Fassini Avvenire, 8 settembre 2026 A Dunkerque, il campo viene sgomberato ogni settimana e l’accoglienza delle straniere sole o con bimbi resta a ostacoli. Molte hanno subito violenze lungo il percorso e anche in Francia. Hanno percorso a piedi paesi interi, dall’Africa all’Europa. Hanno attraversato il mare su carrette e gommoni stracarichi pronti a ribaltarsi ad ogni onda. Hanno provato la paura di essere intercettate in mare e deportate in Libia, nell’inferno dei centri di detenzione, vittime di violenze e stupri. Ma, giunte sulle sponde francesi della Manica, pronte per l’ultimo “salto” e sbarcare così in Gran Bretagna, l’orrore continua. Violenze, muri e respingimenti sono all’ordine del giorno anche nel cuore del Vecchio Continente. “Non ci sono più le barche che partono dalla spiaggia - racconta Nihal Osman, coordinatrice del programma di Medici senza frontiere in Francia - Quello che vediamo oggi sulla costa settentrionale della Francia è molto diverso rispetto al passato. Le persone che cercano di attraversare la Manica e raggiungere l’Inghilterra sono ormai costrette a imbarcarsi direttamente dal mare”. Le imbarcazioni che un tempo partivano dalla riva sono quasi scomparse: oggi vengono utilizzate delle vere e proprie “taxi-boat”, che si fermano al largo. Per raggiungerle, le persone devono entrare in acqua e camminare anche per 50-100 metri, cercando di evitare i controlli sulla spiaggia. Questo rende la traversata ancora più pericolosa, soprattutto per le donne, che spesso portano con sé bambini o bagagli e, in alcuni casi, sono incinte. I rischi della traversata sono aumentati per tutti ma soprattutto per loro. “Molte delle persone che incontriamo a Dunkerque hanno già attraversato paesi e continenti, il Mediterraneo centrale o l’Europa a piedi, affrontando esperienze estremamente pericolose. La maggior parte proviene da paesi colpiti da conflitti o da gravi crisi politiche, come Somalia, Eritrea, Etiopia e Sudan - prosegue la sua testimonianza Nihal - Quando si preparano a tentare la traversata, alcune persone hanno un giubbotto salvagente, altre non ne hanno. Sulla costa la presenza della polizia è molto forte. Ci sono filo spinato, camion con idranti schierati anche di notte e droni che sorvegliano continuamente le spiagge e le dune circostanti”. L’obiettivo di tutto questo, naturalmente, è di rendere sempre più difficile il tentativo di attraversamento. “Il fatto che oggi le persone non possano più imbarcarsi direttamente dalla riva è anche una conseguenza di questa presenza massiccia della polizia. È parte della strategia attualmente applicata in Francia: intercettare i tentativi di attraversamento il più lontano possibile e il prima possibile”. La strategia della Francia, combinata alla presenza massiccia delle forze dell’ordine sulle spiagge, “porta a situazioni drammatiche - racconta l’operatrice -. Una donna ci ha raccontato di essere stata picchiata mentre teneva in braccio il figlio, che è caduto durante l’aggressione, e di essere stata nuovamente colpita mentre era a terra accanto a lui”. Le proteste anti-migranti - Ma anche dall’altra parte della Manica, da tre giorni va in scena una “protesta” anti-migranti. L’ultima, domenica sera, con circa 500 persone giunte sul porto di Portsmouth, nella contea dell’Hampshire, dopo aver saputo dello sbarco attraverso la Manica di un ultimo gruppo di circa 150 “clandestini”. La “marcia” segue quella analoga svoltasi venerdì scorso a Dover, nel Kent, dove il porto è stato bloccato per un paio d’ore da alcune centinaia d’individui vestiti di nero e col volto mascherato da passamontagna. Lo sgombero dei campi - La strategia di sicurezza messa in campo dal governo francese non passa solo dai controlli alle frontiere. Da anni infatti gli operatori umanitari assistono anche allo sgombero dei campi in cui vivono. “Durante le operazioni di sgombero, gli effetti personali delle persone vengono spesso distrutti. Si perdono le tende, i telefoni, gli oggetti personali, tutto ciò che permette di restare in contatto con familiari e amici e, in alcuni casi, persino i documenti di identità”. Manca un sistema di accoglienza - “Non c’è un sistema di accoglienza adeguato. È anche per questo che Medici Senza Frontiere ha creato un rifugio d’emergenza dedicato alle donne e ai bambini”. Negli ultimi tempi, inoltre, si registra un aumento significativo del numero di donne che arrivano sulla costa. Molte di loro hanno subito violenze sessuali lungo il percorso. In alcuni casi, anche dopo il loro arrivo in Francia. Sperano di raggiungere l’Inghilterra, ma possono rimanere bloccate per lungo tempo al confine. E anche quando riescono ad arrivare in Inghilterra vengono poi detenute e rimandate in Francia. “Abbiamo incontrato persone che non sapevano nemmeno dove si trovassero. Non sapevano in quale paese fossero, né quale procedura avessero attraversato. Erano in uno stato di estrema sofferenza e disorientamento. È l’immagine di un circolo vizioso. Persone che arrivano in Francia, attraversano la Manica, vengono rimandate indietro dall’Inghilterra e tornano nuovamente verso il confine franco-britannico per tentare un’altra volta una traversata estremamente pericolosa”.