Detenuti, cambia il lavoro: più contatti diretti con le imprese di Teresa Olivieri Italia Oggi, 7 settembre 2026 In dirittura il dpr che riorganizza attività e formazione. Tra gli obiettivi, snellire la burocrazia che spesso ostacola la collaborazione. Al vaglio del Consiglio di stato bozza di dpr che riorganizza attività e formazione. Aumentare le opportunità di occupazione per i detenuti, favorendo un contatto più diretto con le imprese private e snellendo le burocrazie che spesso ostacolano questa collaborazione. Introdurre modelli di gestione condivisa tra l’Amministrazione penitenziaria e i privati per i progetti a forte valore sociale, senza rigide logiche di scambio commerciale. Sono solo alcune delle novità previste dalla bozza di decreto del presidente della Repubblica, messo a punto dal Ministero della giustizia, che ha l’obiettivo di riformare il regolamento penitenziario attuale (Dpr 230/2000) per migliorare le norme sulle attività lavorative e sui corsi di formazione per i detenuti. Il provvedimento è andato nelle scorse settimane al vaglio del Consiglio di stato il quale, con parere n. 01616/2026 del 2 settembre 2026, ha deciso di congelare momentaneamente il proprio giudizio definitivo evidenziando una serie di punti sui quali il dicastero di Via Arenula è chiamato a riscrivere o sistemare le disposizioni. La norma che permette di adottare nuove regole sul lavoro in carcere è l’articolo 37 del dl n. 48 del 2025 (convertito in legge n. 80/2025), con cui il Governo ha ricevuto l’incarico di aggiornare la disciplina del lavoro penitenziario puntando su alcuni obiettivi fondamentali. A fine 2025, va ricordato, su oltre 63 mila detenuti in Italia, solo uno su tre lavorava. Inoltre, l’85% degli occupati svolge mansioni di gestione interna per l’Amministrazione penitenziaria, come pulizie, manutenzioni o cucina. Un modello che offre scarsa formazione professionale, non rilascia qualifiche spendibili sul mercato e, per mancanza di fondi, garantisce ai detenuti una media di appena 783 ore di lavoro all’anno. I contenuti del decreto Nello specifico la proposta di riforma del regolamento penitenziario si articola in sei articoli. Con l’articolo 1 si riorganizzano i corsi di formazione professionale, integrandosi con i programmi delle Regioni e aprendo la porta agli enti accreditati. L’articolo 2 incentiva la promozione delle attività lavorative ampliando la rete dei soggetti gestori, che include ora il Terzo Settore e le istituzioni dell’alta formazione artistica e musicale (Afam). L’articolo 3 regola invece le convenzioni di inserimento lavorativo, permettendo la concessione in comodato d’uso dei beni carcerari alle imprese (con una durata che può arrivare fino a 8 anni per l’agricoltura) e allineandosi al Codice dei contratti pubblici. Gli ultimi tre articoli completano il quadro normativo e terminologico. L’articolo 4 adegua il linguaggio eliminando il concetto di “obbligo di lavoro”, per rispecchiare le norme più recenti sui diritti dei detenuti. L’articolo 5 garantisce maggiore flessibilità alle attività individuali, permettendo la produzione per autoconsumo e rimuovendo il divieto di svolgere lavori artigianali o artistici durante l’orario di lavoro principale. L’articolo 6, infine, stabilisce la clausola di invarianza finanziaria, garantendo che l’attuazione della riforma avvenga senza nuovi costi per lo Stato. Il parere congelato - Il Consiglio di stato, come detto, ha congelato il parere sulla riforma del lavoro penitenziario per rilevanti carenze procedurali e formali, chiedendo al Ministero della giustizia di integrare l’istruttoria. Sul piano procedurale, il rinvio è dovuto alla mancanza del parere obbligatorio del Garante Privacy, necessario per via dei dati sensibili trattati nella nuova piattaforma di monitoraggio dei detenuti e a un’irregolarità formale nell’accordo con il Ministero del lavoro, firmato dal Capo dell’Ufficio legislativo anziché direttamente dal Ministro. Viene comunque confermato che il Governo conserva il potere di procedere, pur essendo scaduti i termini iniziali. Dal punto di vista del testo, si richiedono maggiore precisione sui requisiti per l’accreditamento degli enti formativi, una chiara distinzione tra le attività produttive reali e i semplici servizi interni del carcere, e una formulazione più rigorosa dei compiti del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Il giudizio non boccia gli obiettivi della riforma, ma impone un preciso lavoro di correzione: il Ministero dovrà ottenere i pareri mancanti, regolarizzare le firme e perfezionare il testo prima del via libera definitivo. Ciambriello: “Nelle carceri una situazione insostenibile, sovraffollamento reale al 142,3%” di Luca Franceschi agenziagiornalisticaopinione.it, 7 settembre 2026 La situazione penitenziaria italiana ha raggiunto livelli critici, in particolare durante i mesi estivi. Affrontare settimane di caldo estremo dentro celle sovraffollate, prive di aria condizionata e con ventilazione insufficiente, rappresenta una condizione di sofferenza estrema per i detenuti. In alcuni istituti, come il carcere di Poggioreale a Napoli, celle originariamente destinate a tre persone ospitano fino a nove detenuti, con servizi igienici inadeguati e spazi ridottissimi dove i reclusi dormono, mangiano e trascorrono gran parte della giornata. I dati forniti dal Garante dei detenuti della Campania e portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti, Samuele Ciambriello, rivelano un quadro allarmante. Al 3 settembre, gli istituti penitenziari italiani contano 65.729 detenuti rispetto ai 46.206 posti effettivamente disponibili. Il tasso di sovraffollamento reale raggiunge il 142,3%, dato che assume ancora maggior peso considerando che oltre 5.000 posti risultano inagibili. Questo significa che nelle carceri italiane ci sono quasi 20.000 persone in eccesso rispetto alla capacità reale. La Campania vive una situazione particolarmente grave. Negli istituti della regione sono rinchiusi 8.064 detenuti. Nel carcere di Poggioreale, uno dei più significativi, si registrano 2.302 persone con un sovraffollamento reale che supera il 170%, indice di una crisi strutturale profonda. Oltre al problema del numero eccessivo di detenuti, il sistema carcerario affronta carenze significative di personale. La Polizia penitenziaria opera con organici insufficienti, così come il personale sanitario, gli educatori e tutte quelle figure professionali essenziali. Questa situazione rischia di compromettere la funzione rieducativa della pena, principio fondamentale sancito dalla Costituzione. Affrontare la crisi non può ridursi alla semplice costruzione di nuove strutture penitenziarie. Sebbene strutture dignitose e sicure rimangono necessarie, è prioritario intervenire sulle cause che generano il sovraffollamento. Diventa fondamentale rafforzare le misure alternative alla detenzione per chi possiede i requisiti richiesti, rivedere i meccanismi di liberazione anticipata, affrontare la questione dei detenuti ancora in attesa di giudizio e implementare percorsi concreti di reinserimento sociale. Solo attraverso un approccio sistemico e strutturato è possibile restituire dignità al sistema penitenziario italiano. Capienza ufficiale è un’illusione: servono misure urgenti “I numeri ufficiali pubblicati dal Ministero della Giustizia ed elaborati sul sovraffollamento reale al 3 settembre 2026 non lasciano spazio a interpretazioni: il sistema penitenziario italiano è oltre il punto di rottura. Con un indice d’affollamento effettivo del 142,3% su scala nazionale e picchi drammatici sul nostro territorio, la detenzione ha perso ogni aderenza al dettato costituzionale”. A dichiararlo è Samuele Ciambriello, Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale della Campania e Portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti, commentando l’ultimo monitoraggio che attesta la presenza di 65.729 detenuti a fronte di soli 46.206 posti realmente disponibili. “Si continua a valutare il sistema su una capienza teorica di oltre 51mila posti” sottolinea Ciambriello “ma la realtà misura 5.006 posti inagibili, tra sezioni chiuse e celle fuori uso. La differenza tra carta e realtà si traduce in 19.523 persone in eccedenza stipate in spazi invivibili. Parlare di rieducazione in queste condizioni è un’ipocrisia di Stato: siamo di fronte a una pena che trasfigura in castigo umano degradante”. Il quadro della regione Campania si conferma tra i più complessi dell’intera penisola: 8064 detenuti, 430 donne, 952 detenuti stranieri. Di questi 6044 hanno una condanna definitiva, 1287 in attesa di primo giudizio. La Casa Circondariale di Napoli Poggioreale supera la soglia critica del 170% di sovraffollamento reale con 2302 detenuti presenti. Criticità estreme e strutturali si registrano negli istituti di Santa Maria Capua Vetere dove sono presenti 1044 detenuti su una capienza reale di 665 posti, Salerno 582 ristretti su 369 posti disponibili e Benevento dove sono ristretti 364 detenuti su una capienza reale di 232 posti dove la saturazione degli spazi supera il 152% di indice di sovraffollamento, tutto questo si somma alla grave e cronica carenza organica della Polizia Penitenziaria e del personale sanitario. Le richieste alle istituzioni - “Servono interventi immediati e coraggiosi” conclude il Garante Ciambriello. “Non occorrono nuove carceri, ma ‘carceri nuove’ e misure deflattive sul flusso d’ingresso: dall’ampliamento della liberazione anticipata all’incremento delle misure alternative alla detenzione, fino all’approvazione di provvedimenti di clemenza. Non si può continuare a gestire un’emergenza strutturale con il silenzio delle istituzioni”. Reati ostativi, no alla retroattività. Promossa la riforma del 2022 di Fabio Fiorentin Il Sole 24 Ore, 7 settembre 2026 Per la Corte è illegittimo il rifiuto dei benefici prima delle nuove norme. Viola la Convenzione europea dei diritti dell’uomo l’applicazione retroattiva e “imprevedibile” del regime restrittivo dell’ergastolo ostativo, previsto dall’articolo 4-bis dell’Ordinamento penitenziario (legge 354/1975) a condannati per delitti commessi prima dell’entrata in vigore di questa disciplina penitenziaria, introdotta nel 1991 e poi riformata nel 2022. Lo hanno stabilito i giudici di Strasburgo con la sentenza “Asciutto e altri c. Italia” depositata il 3 settembre, che ha chiuso la vicenda di quattro cittadini italiani condannati all’ergastolo per reati di mafia e altri gravi delitti, i quali avevano presentato ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) lamentando che, a causa dell’applicazione dell’articolo 4-bis, le loro pene risultavano “irriducibili”, senza cioè possibilità di libertà condizionale o benefici penitenziari, in violazione degli articoli 3 e 7 della Convenzione. L’articolo 4-bis, introdotto nel 1991 e modificato nel 1992, prevede che i condannati per reati di mafia, terrorismo e altri gravi delitti possano accedere a benefici penitenziari solo se collaborano con la giustizia. In assenza di collaborazione, la pena resta ostativa, cioè senza possibilità di accesso a misure alternative. Nel tempo, la norma è stata oggetto di numerose modifiche. Anche a seguito di sentenze della Corte costituzionale (sentenza 253 del 2019) e della stessa Cedu (sentenza “Marcello Viola c. Italia” del 2019), l’Italia ha introdotto il decreto legge 162 del 2022 che, trasformando da assoluta a relativa la presunzione di incompatibilità dei condannati ostativi con qualunque beneficio esterno al carcere, consente ora, anche a questi ultimi, a determinate condizioni, di fruire dei benefici penitenziari (permessi premio e misure alternative) anche se non collaboranti. In questi casi, tuttavia, per accedere alla liberazione condizionale è necessario avere espiato almeno 30 anni di detenzione. Nel caso esaminato dalla Cedu, ai ricorrenti, tutti condannati per gravi delitti commessi tra gli anni 80 e 90, erano state respinte le richieste di benefici penitenziari in quanto non collaboranti, anche per i reati commessi prima dell’entrata in vigore delle norme ostative, che i giudici di sorveglianza avevano comunque applicato anche in assenza della formale contestazione dell’aggravante del “metodo mafioso”, desumendo la natura mafiosa dei reati in base alla motivazione delle sentenze di condanna. La Corte europea ha ribadito che la pena dell’ergastolo è compatibile con la Convenzione solo se esiste una reale prospettiva di liberazione e un meccanismo di revisione effettivo. Nel caso dei ricorrenti, fino alla riforma del 2022, la pena era di fatto “irriducibile”, in violazione dell’articolo 3 della Convenzione. Solo con il decreto legge 162 del 2022 - ha riconosciuto la Corte - l’ordinamento italiano offre una reale prospettiva di revisione della pena e di accesso alla liberazione condizionale, pur rilevando che il termine di 30 anni potrebbe, in alcuni casi, risultare eccessivo rispetto agli standard europei (che raccomandano la revisione dopo 25 anni). La violazione è stata dunque accertata solo per il periodo detentivo trascorso fino all’entrata in vigore del decreto legge 162 del 2022. Con riferimento al contrasto con l’articolo 7 della Cedu, i ricorrenti lamentavano l’applicazione retroattiva della disciplina ostativa e a condanne per delitti non formalmente aggravati da “metodo mafioso”, così che la pena, originariamente “riducibile”, è stata commutata, per effetto di questa interpretazione dei giudici italiani, in una pena in concreto più grave e “irriducibile”, così modificando la natura della pena in modo imprevedibile e retroattivo, in violazione dell’articolo 7 della Convenzione. La sentenza, accertando la violazione della Convenzione solo per il periodo anteriore alla riforma del 2022, certifica quindi l’attuale rispondenza alla Cedu della normativa italiana sui reati ostativi. Per il passato, si apre invece la strada ai ricorsi di quanti si trovino nelle stesse condizioni dei ricorrenti e possano quindi lamentare, per il periodo precedente il decreto legge 162 del 2022, analoghe violazioni sotto il profilo degli articoli 3 e 7 della Cedu. Pena perpetua senza riscatto, dalla Cedu arriva una condanna all’Italia di Teresa Olivieri Italia Oggi, 7 settembre 2026 Divieto di retroattività delle norme penali peggiorative e natura della pena perpetua senza possibilità di riscatto: la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha depositato nei giorni scorsi una sentenza (caso Asciutto e altri c. Italia) di condanna nei confronti dell’Italia, accogliendo in gran parte le argomentazioni presentate dall’associazione Antigone in veste di amicus curiae. Al centro della decisione vi sono i ricorsi di quattro persone condannate all’ergastolo per reati commessi tra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta. I giudici di Strasburgo hanno stabilito all’unanimità che l’applicazione retroattiva dell’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario costituisce una violazione dell’Articolo 7 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.La Corte ha evidenziato come l’inasprimento delle condizioni di esecuzione della pena, intervenuto a posteriori rispetto alla commissione del reato, modifichi la portata intrinseca della sanzione originaria. Una pena che all’epoca dei fatti poteva teoricamente beneficiare di percorsi di reinserimento e mitigazione è stata trasformata in una sanzione perpetua e rigida, violando il principio di legalità e prevedibilità della norma penale. Oltre al profilo della legalità, la Corte EDU ha riscontrato la violazione dell’Articolo 3 della Convenzione per l’intero periodo compreso tra l’applicazione del regime ostativo e la riforma legislativa intervenuta alla fine del 2022. Quest’ultima, originata da precedenti sollecitazioni della stessa Corte Costituzionale e della giurisprudenza europea, ha eliminato l’automatismo assoluto che legava l’accesso ai benefici esclusivamente alla collaborazione con la giustizia. Nel solco di precedenti storici come la sentenza Viola c. Italia del 2019, i giudici europei hanno ribadito che un regime carcerario che esclude a priori ogni prospettiva di liberazione o riesame della pena, la cosiddetta “pena di morte nascosta”, si pone in netto contrasto con il divieto di trattamenti inumani e degradanti e con il principio costituzionale della funzione rieducativa della pena. Nel valutare la nuova normativa italiana del 2022, la Corte di Strasburgo ha ripreso le osservazioni formulate da Antigone nel proprio intervento. Se da un lato viene riconosciuto il superamento del blocco automatico, dall’altro la Corte ha messo in guardia contro requisiti temporali e oneri probatori eccessivamente gravosi. In particolare, il termine di trenta anni di reclusione effettivi previsto dalla legge italiana per l’accesso al riesame dei reati ostativi viene confrontato criticamente con i precedenti della giurisprudenza europea (Vinter c. Regno Unito), che individuano nei venticinque anni la soglia temporale limite oltre la quale la mancanza di una speranza concreta di liberazione rischia di violare i diritti fondamenta Il detenuto al 41 bis non può ricevere la rivista sulle scarpe sportive di Marco Benvenuti La Stampa, 7 settembre 2026 La sentenza della Corte di Cassazione riguarda un sessantenne che era detenuto al 41bis. Non tutte le pubblicazioni possono entrare nelle sezioni 41 bis, anche quando questo avviene attraverso canali autorizzati: la rivista “Scarpe e Sport”, che dà consigli sull’acquisto di calzature e abbigliamento sportivo, è di nicchia e non rientra fra quelle previste dalle norme penitenziarie per soddisfare il diritto all’informazione. In pratica, se ne può fare tranquillamente a meno. Lo dice la Corte di Cassazione esaminando un ricorso arrivato qualche mese fa dalla casa circondariale di Novara, prima che la sezione fosse smantellata e i detenuti condannati per reati mafiosi fossero trasferiti a Vigevano. Si tratta del caso di Roberto Sinesi, 63enne boss già ai vertici della “Società foggiana” che deve scontare 20 anni per mafia, estorsione e armi. Possibili messaggi con l’esterno - Lo scorso anno era detenuto al 41 bis in via Sforzesca. Aveva chiesto al magistrato di sorveglianza di Novara di poter comprare Scarpe e sport. Riceve un secco “no”, sulla base del fatto che la rivista non soddisfa diritti soggettivi e si presta a veicolare, tramite gli annunci privati in essa tipicamente contenuti, messaggi dall’esterno o scambi di notizie col gruppo di appartenenza che non sarebbero controllabili. Ma poco dopo tribunale di sorveglianza di Torino, accogliendo il reclamo del detenuto, aveva invece ordinato all’amministrazione di permetterne l’acquisto, mantenendo il visto di controllo e la censura previsti per il materiale destinato ai reclusi al 41 bis. Da qui il ricorso del ministero alla Cassazione, che alla fine annulla l’autorizzazione ritenendo corrette le argomentazioni formulate dal giudice di Novara: “Si potrebbe aprire potenzialmente un canale di comunicazione con l’esterno. Un rischio che non sarebbe stato compensato dalla tutela di uno specifico diritto, poiché la pubblicazione non risponde a esigenze dichiarate di informazione, studio o preparazione”. Roma. Detenuta 41enne trovata morta in carcere, aperta un’inchiesta latinaoggi.eu, 7 settembre 2026 Nei giorni scorsi a Rebibbia il decesso di una detenuta pontina. Le cause del decesso di Alessandra Luna Costantin, 41 anni, sono da accertare, la Procura di Roma e il pubblico ministero Nadia Plastina, titolare del fascicolo, hanno aperto un’inchiesta per ricostruire cosa sia accaduto. Il reato ipotizzato contro ignoti è morte come conseguenza di altro delitto. Nei giorni scorsi si sono svolti nella chiesa di San Luca a Latina i funerali della donna. In base a quanto è emerso le compagne di cella non si sarebbero accorte di nulla fino al momento della distribuzione della terapia mattutina. Sempre secondo una prima ricostruzione del sindacato di polizia penitenziaria Cnpp-Spp, sul cuscino della donna sarebbero state rinvenute alcune tracce di sangue. Era detenuta a Rebibbia da circa un anno, era stata condannata lo scorso marzo dal Tribunale di Latina alla pena di sette anni per una rapina e la difesa aveva presentato il ricorso in Corte d’Appello. La data non era stata fissata. A diffondere la notizia della morte della detenuta nei giorni scorsi il sindacato polizia penitenziaria Cnpp-Spp. Secondo quanto ricostruito finora la donna è stata trovata dal personale di turno dell’istituto penitenziario ormai morta. È da ricostruire la dinamica dell’accaduto. Per avere un quadro della situazione completo e stabilire la causa del decesso sarà necessario attendere i risultati dell’autopsia eseguita dal medico legale su indicazione della Procura di Roma. Tra novanta giorni si conosceranno i risultati dell’esame sul corpo della donna. Il sindaco di Polizia Penitenziaria ha sottolineato nuovamente l’emergenza sovraffollamento nelle carceri italiane e le difficoltà che vivono quotidianamente detenuti e personale. All’interno della sezione femminile di Rebibbia si trovano 370 detenute a fronte di 272 posti disponibili. Napoli. Carceri sovraffollate, a Poggioreale oltre il 170%: l’allarme di Ciambriello napolitoday.it, 7 settembre 2026 In Campania oltre ottomila detenuti. Il Garante denuncia posti inagibili e carenze di personale: “Servono interventi immediati e coraggiosi”. A Poggioreale sono presenti 2.302 detenuti e il sovraffollamento reale supera il 170%. È uno dei dati al centro dell’allarme di Samuele Ciambriello, Garante campano delle persone private della libertà personale e portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti, che richiama l’attenzione sulle condizioni degli istituti penitenziari e chiede interventi urgenti. Secondo i dati ministeriali richiamati dal Garante, elaborati sulla disponibilità effettiva dei posti al 3 settembre 2026, l’indice nazionale di affollamento raggiunge il 142,3%: nelle carceri italiane si trovano 65.729 persone, a fronte di 46.206 posti realmente utilizzabili. “Il sistema penitenziario italiano è oltre il punto di rottura”, denuncia Ciambriello. In Campania oltre ottomila detenuti - Negli istituti campani sono presenti 8.064 detenuti, tra cui 430 donne e 952 stranieri. Le persone con una condanna definitiva sono 6.044, mentre 1.287 sono in attesa del primo giudizio. Alle difficoltà di Poggioreale si aggiungono quelle di altre strutture della regione. A Santa Maria Capua Vetere si contano 1.044 detenuti per 665 posti effettivamente disponibili. A Salerno i presenti sono 582, contro una capienza reale di 369 posti; a Benevento sono 364 per 232 posti. Una pressione sugli spazi che, sottolinea il Garante, si accompagna alla carenza cronica di agenti della polizia penitenziaria e di personale sanitario. Il divario tra posti teorici e disponibili - A livello nazionale, il nodo riguarda anche la distanza tra la capienza dichiarata e quella effettiva. Gli oltre 51mila posti teorici comprendono infatti 5.006 posti inagibili, tra sezioni chiuse e celle fuori uso. Considerando soltanto quelli utilizzabili, le persone detenute in eccedenza sono 19.523. “Parlare di rieducazione in queste condizioni è un’ipocrisia di Stato”, afferma Ciambriello, che contesta la possibilità di garantire la funzione costituzionale della pena in strutture sottoposte a un simile affollamento. Le richieste del Garante - “Servono interventi immediati e coraggiosi”, è l’appello del Garante. Tra le misure indicate figurano l’ampliamento della liberazione anticipata, un maggiore ricorso alle alternative alla detenzione e l’approvazione di provvedimenti di clemenza. “Non occorrono nuove carceri, ma ‘carceri nuove’“, sostiene Ciambriello. “Non si può continuare a gestire un’emergenza strutturale con il silenzio delle istituzioni”. Firenze. Detenute e figli carcerati senza colpa: un caso fiorentino di Stefano Fabbri* imgpress.it, 7 settembre 2026 La vicenda della giovanissima, 19 anni, donna incinta reclusa a Sollicciano ha riproposto con forza la questione di strutture alternative alla detenzione, previste sulla carta ma pochissime operative nella realtà. È stato così anche per le Rems destinate ai detenuti con problemi psichiatrici dopo la chiusura nel 2015 degli ospedali psichiatrici giudiziari come quello di Montelupo: in Italia le strutture Rems sono una trentina, una sola in Toscana, a Volterra, e tutte gravate da pesanti liste di attesa. Così i detenuti con gravi problemi psichiatrici restano in cella. Per madri e donne in gravidanza la situazione è ancora più complessa. Le prime sperimentazioni di luoghi detentivi per loro risalgono al 2007 e il progetto ha oggi più o meno l’età della giovane di Sollicciano. Ma in tutta Italia gli Icam, gli istituti a custodia attenuata, che dovrebbero accoglierle anche con i loro figli sono quattro, nessuno in Toscana. E i bambini reclusi con le loro mamme sono vertiginosamente aumentati fino ad arrivare a 37, secondo i dati recenti del ministero della Giustizia, diversi dei quali nei rari Icam per evitare che muovano i loro primi passi nelle sezioni femminili delle carceri, dove gli esperti sostengono che una delle prime parole che i piccoli imparano non sia mamma, ma “Apri!”. Al quasi raddoppio nel giro di un anno di mamme detenute con i loro bimbi avrebbe contribuito il Decreto sicurezza che nel 2025 ha trasformato da obbligatorio a facoltativo in alcuni casi il rinvio della detenzione per le future o le neo mamme. Firenze aveva cominciato fin dal 2008 a studiare soluzioni al problema, tentando anche di andare oltre gli Icam che sono comunque strutture detentive per quanto “attenuate”. ?? l’unica struttura in Toscana che ha aperto i battenti qualche mese fa con il sostegno del Comune di Firenze è “Casa ginestra” gestita dalla Caritas, con 4 0 5 posti letto. Il suo scopo non è tuttavia la specifica accoglienza solo di madri recluse ma di donne fragili o a fine pena che non abbiano altra possibilità per scontare la condanna attraverso una misura alternativa, come l’affidamento. Uno dei frequenti casi in cui il peso di buone intenzioni scritte sulla carta dal legislatore -al quale pare tuttavia difettare la volontà politica di metterle in pratica finisce per gravare sulle spalle generose ma non ciclopiche del volontariato e del terzo settore. Così per la giovane reclusa di Sollicciano che da 7 mesi aspetta la nascita di un bambino non resta molto altro che confidare nella decisione, facoltativa, del giudice sui primi mesi di suo figlio. Un po’ poco per il Paese di Cesare Beccaria e che vuole essere la patria dei diritti dell’infanzia. Un po’ poco anche per i teorici del buttate via la chiave”: invito che se non ha gran senso per la sorte di una donna che ha compiuto un reato, ne ha ancora meno per chi da lei deve nascere senza alcuna colpa. *Giornalista, collaboratore ADUC Foggia. 680 detenuti per 364 posti, crescono gli episodi di autolesionismo immediato.net, 7 settembre 2026 La Camera Penale di Capitanata ha visitato gli istituti di Foggia, Lucera e San Severo nell’ambito di “Ristretti in Agosto”. Sovraffollamento, carenze di personale, criticità sanitarie e psichiatriche. A Foggia gli episodi di autolesionismo sono passati da 120 nel 2025 a 166 nel 2026. Un sistema penitenziario sotto pressione, con numeri che fotografano una situazione ormai strutturale. È il quadro emerso dalle visite della Camera Penale di Capitanata “Achille Iannarelli” nelle carceri di Foggia, Lucera e San Severo, svolte nell’ambito dell’iniziativa nazionale “Ristretti in Agosto”, promossa dall’Osservatorio Carcere dell’Unione delle Camere Penali Italiane. Il dato più pesante riguarda la Casa Circondariale di Foggia, dove sono presenti 680 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 364 posti, peraltro ulteriormente ridotta dai lavori di ristrutturazione in corso in alcune parti dell’edificio. Una situazione che, secondo la Camera Penale, non può essere letta soltanto attraverso i numeri. Il sovraffollamento incide infatti sulla disponibilità degli spazi, sull’assistenza sanitaria, sulle attività trattamentali, sul lavoro del personale e sulla stessa possibilità di garantire condizioni di detenzione rispettose della dignità della persona. A preoccupare sono soprattutto le esigenze sanitarie e psichiatriche di una parte consistente della popolazione detenuta. Nel carcere foggiano risultano numerose persone con problemi di dipendenza e disturbi di natura psichiatrica. Tra queste ci sono anche detenuti in attesa di collocamento nelle Rems, le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Particolarmente significativo anche il dato relativo agli episodi di autolesionismo: dai 120 registrati nel 2025 si è passati ai 166 del 2026. La situazione resta critica anche negli altri due istituti visitati. A Lucera si contano 184 detenuti per 145 posti regolamentari, mentre a San Severo le persone ristrette sono 93 a fronte di una capienza di 63 posti. Le visite, svolte rispettivamente il primo settembre a Foggia, il 2 settembre a Lucera e il 3 settembre a San Severo, hanno evidenziato problemi comuni: carenza di personale, difficoltà nell’assistenza sanitaria, spazi insufficienti per le attività trattamentali e ostacoli alla costruzione di reali percorsi di reinserimento sociale. La Camera Penale sottolinea allo stesso tempo l’impegno quotidiano di agenti e funzionari della Polizia penitenziaria, educatori, assistenti sociali, personale sanitario e di tutte le professionalità impegnate negli istituti. Un lavoro svolto, viene evidenziato, in condizioni organizzative spesso difficili e con carichi particolarmente pesanti. Il tema centrale resta però quello del sovraffollamento, considerato una delle principali emergenze dell’intero sistema penitenziario provinciale. Per gli avvocati servono interventi che riguardino non soltanto gli organici, ma anche l’edilizia carceraria, la riqualificazione delle strutture esistenti e la disponibilità di spazi adeguati alle esigenze sanitarie e trattamentali. La Camera Penale esprime inoltre perplessità sui recenti interventi normativi introdotti con la legge 140 del 5 agosto 2026 in materia di detenzione domiciliare e definizione anticipata del processo per favorire percorsi di recupero di persone tossicodipendenti o alcoldipendenti. Misure giudicate condivisibili nelle finalità, ma non sufficienti, almeno nell’immediato, a incidere realmente sul problema del sovraffollamento. Secondo la Camera Penale, infatti, al ricorso alle misure alternative non corrisponderebbe ancora un sistema adeguato di strutture, strumenti e risorse capace di garantirne un’applicazione tempestiva ed efficace. Il quadro provinciale si inserisce in una situazione nazionale altrettanto difficile. Dopo i 74 suicidi registrati nelle carceri italiane nel 2025, dall’inizio del 2026 al 2 settembre ne risultavano già 43. “Occorre comprendere che la pena non può esaurirsi nella mera privazione della libertà personale”, è il richiamo contenuto nel documento firmato dal presidente della Camera Penale di Capitanata, G. Massimiliano Mari. L’iniziativa “Ristretti in Agosto” punta proprio a riportare il carcere al centro del confronto pubblico, ricordando che anche le condizioni nelle quali viene eseguita una pena rappresentano, secondo i penalisti, un indicatore del livello di civiltà e di giustizia di una società. Cuneo. “Condizioni inaccettabili”: i Radicali chiedono un’ispezione dell’ASL nel carcere di Andrea Lobera unionemonregalese.it, 7 settembre 2026 I Radicali Italiani chiedono un sopralluogo urgente nelle celle di isolamento del carcere di Cuneo: nel mirino condizioni igienico-sanitarie, aerazione e luminosità. “Le condizioni delle celle di isolamento del carcere di Cuneo sono semplicemente inaccettabili. Situate nei sotterranei dell’istituto, presentano condizioni igienico-sanitarie indegne, con aerazione e luminosità insufficienti. Per questo anche il carcere di Cuneo rientra tra gli istituti per i quali abbiamo formalmente chiesto l’intervento dell’ASL e un sopralluogo urgente”. Lo dichiara in una nota Filippo Blengino, Segretario di Radicali Italiani. “Non siamo più di fronte a singole criticità -prosegue -, ma alla fotografia di un sistema che troppo spesso costringe detenuti e personale a vivere e lavorare in ambienti degradati e insalubri. Lo Stato pretende il rispetto della legge da chi è detenuto, mentre tollera al proprio interno condizioni che non dovrebbero esistere in un Paese civile. Ora le ASL entrino negli istituti, accertino le condizioni igienico-sanitarie e, laddove necessario, impongano gli interventi dovuti. La privazione della libertà non può diventare privazione della dignità” - conclude. Roma. Ilaria Cucchi torna all’Ospedale Pertini: “Le carceri non sono cambiate” di Giuseppe Rossi emmepress.com, 7 settembre 2026 Sedici anni dopo la morte di Stefano Cucchi, la sorella Ilaria torna al reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dove il fratello perse la vita nel 2009. Con un’esperienza che va oltre il dolore personale, Ilaria Cucchi, senatrice di Alleanza Verdi e Sinistra, denuncia una realtà invariata: le carceri italiane non hanno visto miglioramenti significativi. “Nulla è cambiato, le carceri restano luoghi chiusi”, afferma, sottolineando un sistema penitenziario in crisi e un modello che non risponde alle esigenze di rieducazione sancite dalla Costituzione. Le condizioni non si sono evolute - Ilaria Cucchi ha visitato il reparto protetto dove suo fratello trascorse gli ultimi giorni di vita, e ha descritto una situazione che sembra rimasta ferma nel tempo. “Ci sono celle singole che chiamano ‘stanze di degenza’, ma sono celle”, ha detto, sottolineando la mancanza di spazi adeguati e la totale chiusura dei locali. I detenuti non possono camminare nei corridoi, non hanno momenti di convivialità e vivono in condizioni peggiori rispetto a quelle delle strutture carcerarie. “Qui dentro si vive persino peggio che nelle strutture carcerarie”, ha aggiunto, mettendo in luce un sistema che non risponde alle esigenze di umanità e rieducazione. Le carceri restano luoghi chiusi e in crisi. Ilaria ha sottolineato che la situazione non si è migliorata, anzi, potrebbe essere persino peggiorata. “Sappiamo bene quali sono i problemi, oltre a quello culturale: queste realtà non interessano a nessuno”, ha detto, denunciando la mancanza di personale qualificato, assunzioni non effettuate e una mancanza di volontà politica a “aprire” le carceri allo sguardo pubblico. “Finché questi luoghi resteranno chiusi, nulla potrà cambiare”, ha affermato, sottolineando l’importanza di una maggiore trasparenza e coscienza civile. Un fallimento delle riforme - La senatrice ha parlato di un fallimento della riforma penitenziaria, che non ha portato i cambiamenti sperati. “Pensavamo di aver fatto passi avanti, ma poco o nulla è cambiato”, ha detto, sottolineando che la situazione potrebbe essere persino peggiorata. Ilaria ha denunciato mancanza di personale qualificato, assunzioni non effettuate e una mancanza di volontà politica a “aprire” le carceri allo sguardo pubblico. “Finché questi luoghi resteranno chiusi, nulla potrà cambiare”, ha affermato, sottolineando l’importanza di una maggiore trasparenza e coscienza civile. Il caso Cucchi ha cambiato la giustizia italiana. Dopo anni di processi, indagini e verità parziali, la giustizia è arrivata per Stefano, ma il dolore per ciò che è stato nascosto resta. “La giustizia è fatta dalle persone”, ha detto Ilaria, ringraziando i magistrati e gli avvocati che hanno permesso che per Stefano ci fosse giustizia. La sua voce, spesso sola, ha costretto le istituzioni a guardare dentro un sistema che, più che curare, ha spesso cancellato. Ilaria Cucchi, con la sua storia, rappresenta un simbolo di resistenza civile. La sua battaglia ha reso visibile un sistema penitenziario disumano, dove ancora oggi si muore di incuria, abbandono e violenza. Il suo ritorno al Pertini non è solo un atto di ricordo, ma un appello a un cambiamento che non può più aspettare. Biella. “Servono interventi tempestivi per il carcere” laprovinciadibiella.it, 7 settembre 2026 Sopralluogo dei consiglieri lena Rocchi e Sergio Bartoli (Lista Civica Cirio). “La situazione del carcere di Biella presenta criticità che richiedono attenzione e interventi tempestivi: dalla manutenzione della struttura alla carenza di personale, fino al sovraffollamento. È necessario un impegno condiviso tra Governo, amministrazione penitenziaria e istituzioni territoriali per individuare soluzioni concrete e sostenibili”. È quanto dichiarano i consiglieri regionali Elena Rocchi e Sergio Bartoli (Lista Civica Cirio Presidente PML) al termine della visita alla Casa circondariale di Biella insieme alla deputata e segretaria di Azione in Piemonte Daniela Ruffino. “Abbiamo visitato una struttura datata, che necessita di interventi manutentivi e che deve affrontare un significativo aumento della popolazione carceraria. Attualmente sono presenti più di 500 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare inferiore a 400 posti. Come accade in altri istituti italiani, si registra inoltre una carenza di personale medico, educativo e di risorse adeguate per garantire un efficace sostegno psicologico ai detenuti. Sul fronte della rieducazione e del reinserimento si sta lavorando per ampliare le opportunità occupazionali, con l’obiettivo di coinvolgere 83 detenuti, ma la mancanza dei macchinari necessari impedisce al momento di rendere pienamente operative queste attività. Abbiamo incontrato operatori competenti e disponibili, ai quali va il nostro ringraziamento per il lavoro svolto quotidianamente, spesso in condizioni particolarmente complesse”. Ruffino, Bartoli e Rocchi hanno ricordato anche il tragico suicidio avvenuto il 30 agosto all’interno della struttura, dove un detenuto egiziano di 23 anni è stato trovato senza vita nella propria cella, dopo essere stato trasferito da Reggio Calabria e aver manifestato comportamenti autolesionistici. “Un episodio che impone una riflessione seria e approfondita sul rafforzamento degli strumenti di prevenzione, assistenza psicologica e presa in carico delle persone più fragili. Anche i disordini verificatisi il giorno successivo, con il danneggiamento di alcuni locali comuni, confermano il livello di tensione presente all’interno dell’istituto”. “La sicurezza nelle carceri deve procedere insieme alla funzione rieducativa della pena, al sostegno psicologico e alla possibilità di accedere ad attività formative e lavorative. Occorre inoltre rafforzare gli organici e garantire la continuità delle attività trattamentali. La visita a Biella ha confermato la necessità di un confronto costruttivo con il Ministero della Giustizia e con il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria. Il nostro intento è collaborare affinché vengano individuate risposte concrete, nell’interesse dei detenuti, degli operatori e della sicurezza dell’intera struttura”, concludono Daniela Ruffino, Sergio Bartoli ed Elena Rocchi. Cuneo. Torna il festival Articolo 27-Expo: “Un faro sul carcere che funziona” di Sandro Marotta La Stampa, 7 settembre 2026 Buone pratiche legate all’economia delle case di reclusione: da venerdì tre giorni di spettacoli e convegni. Il carcere che si apre e si racconta. È il senso di “Articolo 27 Expo”, il festival dedicato all’economia carceraria organizzato a Cuneo venerdì 11, sabato 12 e domenica 13. Tre giorni di fiera, spettacoli e dibattiti per mostrare che oltre le sbarre c’è una galassia di associazioni, laboratori, volontari che lavorano per l’obiettivo che la Costituzione, nell’articolo 27, stabilisce per il carcere, la rieducazione del condannato. Nella quarta edizione il numero di stand sale a 40, portando in via Roma prodotti, progetti, cooperative, imprese sociali da ogni parte d’Italia. Altra novità, organizza l’associazione “Art 27”, costituita nata dalla collaborazione tra LaGemma Venture, la Fondazione Industriali, la cooperativa Panatè-Gli Evitati e la cooperativa sociale astigiana La Strada. “L’obiettivo del festival è accendere un faro sulle cose che funzionano - spiega Davide Danni, presidente di Articolo 27 -. I problemi in carcere esistono, ma ci sono anche realtà che generano inclusione vera. Non sono progetti a scadenza, ma imprese che pagano stipendi che permettono ai detenuti di avere un posto di lavoro dopo la fine della pena. Se c’è una progettualità solida, la recidiva viene abbattuta”. Il programma di venerdì - Dalle 10 di venerdì inaugurazione le conferenze “Il lavoro e il trattamento penitenziario” e “Il ruolo dei finanziatori nello sviluppo dell’economia carceraria”. Fra gli ospiti Domenico Minervini, direttore della Casa circondariale di Cuneo, ed Emilio Minunzio, consigliere Cnel. Pomeriggio dedicato alle imprese, alle 14, e al confronto fra i garanti dei diritti dei detenuti, alle 16. Alle 18 sul palco di via Roma il concerto dedicato al progetto “Parole liberate-Oltre il muro del carcere”. Alle 21 al Varco lo spettacolo teatrale “Agenti”. Il programma di sabato - Sabato 12 focus sulle buone pratiche carcerarie sperimentate in varie regioni. Al mattino tavolo con Lombardia e Lazio, alle 16 Veneto e Campania. Uno degli appuntamenti più attesi è il talk sul caso di Enzo Tortora, il conduttore televisivo che nel 1983 venne arrestato con l’accusa di essere un camorrista, per poi essere assolto nel 1986 dopo anni di gogna mediatica. È uno dei casi più noti di errori giudiziari, ne parlerà alle 18 il giornalista Vittorio Pezzuto. Alle 21 al Varco lo spettacolo teatrale “Non calpestare i fiori”, con Grazia Isoardi e Voci Erranti. Prenotazione obbligatoria sul sito del festival. Il programma di domenica - La domenica sarà per la cultura. Alle 10,30 la Fondazione Azzoaglio presenterà il libro “Parole latitanti”, scritto dai detenuti del carcere di Fossano. Seguirà il progetto “Disegno brutto”, con Alessandro Bonaccorsi, visual designer. Alle 14,30 dibattito sulle opportunità del teatro in carcere. Alle 16 la presentazione del libro “Breviario di etica artistica” e del lavoro teatrale nella Casa di reclusione di Volterra. In chiusura secondo concerto di Parole liberate. Tutti gli appuntamenti sono a ingresso gratuito. Cuneo. Dal caso Tortora al lavoro in carcere: il racconto di un mondo che cambia vita.it, 7 settembre 2026 Quarta edizione di Festival Art.27-Expo. Una tre giorni di confronto mettendo sullo stesso tavolo chi il carcere lo amministra, chi vi lavora, chi crea opportunità di reinserimento e chi prova a raccontarlo attraverso la cultura, la musica e il teatro. Dall’11 al 13 settembre Festival Art.27-Expo torna nel centro storico di Cuneo con un programma che attraversa l’economia carceraria italiana, mettendo soprattutto a confronto esperienze e buone pratiche nate in diverse regioni del Paese. Il Festival prenderà il via venerdì 11 settembre alle 10, davanti al Duomo, con il taglio del nastro e l’apertura ufficiale dell’Area Expo. A dare il benvenuto saranno la sindaca di Cuneo Patrizia Manassero e il presidente dell’Associazione Articolo 27 Davide Danni, insieme ai rappresentanti dell’Amministrazione penitenziaria e delle istituzioni coinvolte nella manifestazione. Alle 10.30 il primo confronto entrerà direttamente nel cuore del Festival con “Il lavoro e il trattamento penitenziario”, mettendo attorno allo stesso tavolo Amministrazione penitenziaria, direzioni degli istituti e responsabili delle aree trattamentali per ragionare sul ruolo del lavoro nel percorso di reinserimento. Alle 12 il punto di vista si allargherà al ruolo dei finanziatori nello sviluppo dell’economia carceraria, con fondazioni e soggetti che sostengono progetti e percorsi all’interno e all’esterno degli istituti. Alle 14.30 spazio invece alle imprese e ai “match che funzionano”, collaborazioni concrete tra aziende e realtà impegnate nel lavoro penitenziario. Entrambi i confronti saranno condotti da Giada Susca di ELIS, organizzazione non profit che opera mettendo in relazione formazione, lavoro e mondo delle imprese e che collabora con Art.27-Expo nella costruzione di questa parte del programma. Alle 16 sarà il tavolo dei Garanti a chiudere il programma pubblico dei panel della prima giornata. La sera il Festival cambierà linguaggio. Dalle 18 alle 20, in via Roma, il primo appuntamento di “Per Chi Crea - Parole Liberate”, con Perla-Chaise e Dimaggio. Alle 21, allo Spazio Varco, andrà in scena “Agenti”, scritto e diretto da Mimmo Sorrentino: nove agenti di Polizia penitenziaria portano sul palco in prima persona turni, perquisizioni, scorte, emergenze e relazioni costruite dietro le sbarre, raccontando quella che il regista definisce una “guerra nascosta”, raramente visibile alla società civile. Sabato, l’Italia delle buone pratiche - Se venerdì mette a confronto istituzioni e sistema, sabato 12 settembre sarà soprattutto la giornata delle esperienze che già funzionano. È uno dei cardini di Art.27-Expo: non discutere soltanto di ciò che il lavoro in carcere potrebbe diventare, ma mettere in rete ciò che in molte parti d’Italia esiste già. Dalle 10.30 comincerà così una vera e propria geografia delle buone pratiche. Dalla Lombardia arriveranno le esperienze di A&I, Libere Ristrette, della sartoria di Bergamo e di Pandora; il viaggio proseguirà con Men at Work, Pastificio Futuro e A Team, insieme a Made in Carcere e alla Sartoria Sociale Al Revés. Nel pomeriggio il testimone passerà alle realtà legate al progetto “Jail to Job” e a Fondazione San Zeno: L’Arcolaio di Siracusa, Cotti in Fragranza e Lazzarelle, esperienze che hanno trasformato formazione e lavoro in percorsi imprenditoriali e sociali riconoscibili anche fuori dal carcere. Seguiranno le testimonianze di Work Crossing-Pasticceria Giotto, All’Opera, Panta Rei e Nesis. Progetti diversi per territori e attività, accomunati dalla convinzione che il lavoro possa essere uno strumento concreto di autonomia, responsabilità e ritorno nella comunità. Nel programma di sabato troverà spazio anche “Introduzione al Disegno Brutto”, workshop di tre ore guidato da Alessandro Bonaccorsi, ideatore dell’omonimo progetto. Dalle 15 alle 18, il laboratorio, aperto a tutti e senza necessità di alcuna capacità artistica, inviterà i partecipanti a “disimparare a disegnare”, lavorando sulla definizione stessa di disegno e riscoprendo le potenzialità espressive di linee e scarabocchi. Un approccio libero e non giudicante per sperimentare il piacere di errare e liberarsi dai condizionamenti, a partire proprio da quello più comune: pensare di non saper disegnare. A guidare il workshop sarà lo stesso Bonaccorsi, che domenica mattina tornerà al Festival per condividere l’esperienza del progetto. Alle 18 l’attenzione si sposterà su Vittorio Pezzuto, giornalista e autore di “Applausi e sputi. Le due vite di Enzo Tortora”, per l’incontro dedicato a una vicenda giudiziaria e mediatica che, a oltre quarant’anni di distanza, continua a interrogare il presente. Alle 21 il secondo appuntamento teatrale allo Spazio Varco sarà “Non calpestare i fiori”, testo e regia di Grazia Isoardi, con gli attori della Casa di reclusione di Saluzzo. Lo spettacolo nasce dal lavoro del laboratorio teatrale permanente di Voci Erranti e dal confronto di venti detenuti sui principi della Costituzione italiana: diritto al lavoro e alla libertà, cultura, uguaglianza, rispetto delle minoranze. Principi immaginati come i fiori del “giardino” Italia, da conoscere e custodire per poter assumere pienamente un ruolo di cittadini. Lo spettacolo è dedicato a Rodolfo Morandi, al quale è intitolata la Casa di reclusione saluzzese. Per entrambi gli spettacoli allo Spazio Varco, all’ingresso sarà possibile lasciare un contributo a sostegno delle compagnie teatrali protagoniste delle due serate. Prenotazione obbligatoria (www.art-27.it) fino a un massimo di 250 posti. Domenica, cultura e teatro costruiscono ponti - La terza giornata allargherà il campo al rapporto tra carcere, cultura e società, con una parte del programma realizzata in collaborazione con “VITA”, la testata nazionale dedicata al Terzo settore e all’innovazione sociale, da tempo attenta anche ai temi dell’esecuzione penale, del reinserimento e del teatro in carcere. Alle 10.30 sarà protagonista “Parole Latitanti”, il volume nato da un anno di lavoro all’interno della Casa di Reclusione di Fossano e realizzato con quindici persone detenute. Promosso dalla Fondazione Azzoaglio Ets, il progetto ha intrecciato scrittura creativa, disegno, pedagogia, arteterapia e progettazione editoriale partendo dagli oggetti della quotidianità carceraria che dentro una cella assumono significati diversi, scandiscono il tempo e delimitano lo spazio, diventando il punto di partenza per fare emergere immagini, memorie, pensieri ed emozioni. Il risultato è un’opera corale in formato leporello, pensata e sviluppata editorialmente all’interno dello stesso istituto, per trasformare le parole nate in un luogo chiuso in un libro capace di uscire e incontrare la comunità. A raccontarne il percorso saranno Elena Ramondetti e Lorenzo Zoppi. Nello stesso incontro sarà presentato anche il progetto “Disegno Brutto” di Alessandro Bonaccorsi, sviluppato durante il Festival attraverso il laboratorio del giorno precedente. Il pomeriggio sarà dedicato soprattutto al teatro in carcere. Alle 14.30, in un incontro moderato dalla giornalista di Vita Daria Capitani, si confronteranno Mimmo Sorrentino e Grazia Isoardi, protagonisti con i rispettivi lavori delle due serate precedenti. La collaborazione con VITA proseguirà nel racconto e nell’approfondimento di esperienze che vedono nella cultura uno degli strumenti capaci di costruire relazioni tra carcere e società. Alle 16 il Festival incontrerà una delle esperienze più significative e longeve del teatro penitenziario italiano: quella di Armando Punzo, regista e fondatore della Compagnia della Fortezza, nata nel 1988 all’interno della Casa di reclusione di Volterra e diventata negli anni un punto di riferimento nazionale nel rapporto tra teatro e carcere. Insieme a Rossella Menna, Punzo presenterà il “Breviario di etica artistica”, occasione per ripercorrere un’esperienza che da quasi quarant’anni utilizza il teatro non semplicemente come strumento trattamentale, ma come autentico percorso di ricerca artistica, capace di mettere in discussione confini, identità e rappresentazioni del carcere. All’incontro prenderà parte anche Donatella Pieri, presidente della Commissione Arte e Cultura di Acri. A chiudere Art.27-Expo tornerà la musica: dalle 18 alle 20, in via Roma, il secondo appuntamento di “Parole Liberate” con Alvise Nodale e L’Isola dei Cipressi Viventi. Milano. Carcere di San Vittore, lezioni di matematica e logica a cura del Politecnico di Elisabetta Andreis Corriere della Sera, 7 settembre 2026 La lettera di un detenuto: “Ho scoperto di essere più intelligente di quel che pensavo”. Il progetto Methexis 2.0 ha coinvolto più di ottanta detenuti, soprattutto giovani adulti. Il Politecnico ne studia gli effetti e parla di empowerment: “Insegna a decidere in autonomia”. In carcere, se vuoi una penna, devi chiederla. Se vuoi un foglio, devi chiederlo. Anche per la carta igienica c’è una “domandina”. La compili e aspetti. Kumar, invece, a un certo punto ha cominciato a chiedere problemi. Problemi di matematica. Da portarsi in cella. È pachistano, circa 28 anni, al suo Paese da ragazzo studiava informatica. A Milano ha venduto rose all’Ortomercato, poi è finito a San Vittore. Quando il Politecnico ha proposto un laboratorio di Matematica, è stato tra i primi a chiedere di poterci andare. Guardava puzzle, indovinelli, trucchi di magia numerica e rompicapo geometrici. Affrontava i giochi di logica quasi con sufficienza: “Roba da bambini”. Alla fine ha lasciato ai docenti un messaggio in italiano. C’era scritto: “In carcere mi sento trattato come un bambino, qui ho scoperto di essere più intelligente di come pensavo”. È una frase che contiene qualcosa di San Vittore che le statistiche non riescono a misurare, riflette Domenico Brunetto, docente di Matematica del Politecnico e promotore dei laboratori: “Per poter funzionare, il carcere prende in consegna una quantità impressionante di richieste. La penna, il foglio, la carta igienica: domanda, autorizzazione, attesa. Ma così, nel percorso difficilissimo della rieducazione, poco alla volta si rischia di disimparare persino la sensazione elementare che precede ogni momento della vita: decidere in autonomia”. È esattamente lì che Brunetto ha scoperto che poteva infilarsi un problema. Non una lezione. Nessuno sale in cattedra. Sul tavolo arrivano oggetti, puzzle, strategie, quesiti abbastanza semplici perché possano affrontarli insieme quello che ha lasciato la scuola presto e quello che stava per laurearsi. Non importa neppure parlare perfettamente italiano. La consegna è: prova. O meglio, sbaglia e rimedia. “Pensavo che il problema del calendario fosse molto difficile, poi ho trovato la soluzione”, ha scritto uno dei ragazzi nei messaggi di commiato alla fine del laboratorio. L’orgoglio minuscolo, eppure enorme. Un altro annota: “Mi è piaciuto fare questi esercizi affrontando la mia pazienza e me stesso”. Dentro c’è una misura di sé che cambia. È successo a Ahmed, un egiziano di 23 anni. “Un altro che ci ha colpito moltissimo”. All’inizio veniva al laboratorio: un’ora fuori dalla cella. Poi ha cominciato a giocare. A discutere le soluzioni. Alla fine Brunetto e gli altri avevano il problema opposto: non voleva più andarsene. Prima di risalire chiedeva esercizi da fare da solo. “Ho usato la mia testa”, li ha ringraziati. Anche gli agenti, fermi sulla porta, ogni tanto finivano catturati da una domanda. Provavano. E lì accadeva una piccola anomalia carceraria: la risposta poteva trovarla prima la persona detenuta. La chiave apriva la porta, non il problema. Per quello non esistevano gradi. In due anni il progetto Methexis 2.0 ha coinvolto più di ottanta detenuti, soprattutto giovani adulti. Il Politecnico ne studia gli effetti e parla di empowerment. Una parola corretta, probabilmente. Ma nei fogli dei ragazzi ce n’è una più precisa. Uno ha scritto: “In faccia sono sorridente, ma il cuore non sta bene”. Non c’è un’equazione che sistemi quel cuore. E nessuno, qui, pretende che un laboratorio di matematica riscatti una vita. Eppure, come scrive ancora Kumar, “è una magia. Nessuno ti dice che cosa sei capace di fare. Non devi chiedere a nessuno. Ti mettono davanti qualcosa che non sai. Puoi sbagliare, ricominciare, trovare una strada”. Poi la porta della cella si richiude. E può succedere che, in un posto dove per quasi tutto bisogna fare una “domandina”, un ragazzo torni in cella felice perché gli hanno lasciato un problema. Trani (Bat). In ricordo di Pannella a dieci anni dalla scomparsa: il carcere al centro dell’iniziativa traniviva.it, 7 settembre 2026 L’8 settembre visite agli istituti penitenziari e un confronto pubblico alla Biblioteca comunale sul tema della comunità carceraria. “Quando te ne vai, quel che conta non è quanto uno senta la tua mancanza, ma quanti sono coloro che fanno della tua mancanza una presenza”. Con questa citazione di Marco Pannella si apre il programma dell’iniziativa che l’8 settembre animerà Trani nel decennale della scomparsa dello storico leader radicale. L’appuntamento, promosso da Nessuno tocchi Caino insieme con la Camera penale di Trani “Giustina Rocca” e il Movimento forense, si articolerà in due momenti distinti: una mattinata dedicata alla visita degli istituti penitenziari cittadini e un pomeriggio di confronto pubblico presso la Biblioteca comunale, in piazza San Francesco. Il programma prenderà avvio alle ore 9.30 con la visita al carcere maschile di Trani, cui seguirà, alle 12.30, quella al carcere femminile. Un momento pensato per toccare con mano le condizioni di vita all’interno delle due strutture, in un contesto che gli organizzatori definiscono ormai non più sostenibile. Alle 16.30, presso la Biblioteca comunale, si terrà l’incontro pubblico dal titolo “La comunità penitenziaria: il carcere secondo Pannella”. Dopo i saluti dell’avvocato Francesco Logrieco, presidente dell’Ordine degli avvocati di Trani, e dell’avvocato Tullio Bertolino, presidente della Camera penale, il dibattito sarà moderato dall’avvocato Angelo Scuderi, componente dell’Osservatorio carcere dell’Ucpi. Ne discuteranno Rita Bernardini e Sergio D’Elia, insieme con Elisabetta Zamparutti, esponenti di Nessuno tocchi Caino, il dottor Piero Rossi, garante dei detenuti della Regione Puglia, il dottor Carmine Di Rosa, responsabile dell’Asl per il carcere di Trani, e l’avvocato Roberta Schiralli, del dipartimento carcere del Movimento forense. Un’iniziativa che intende coniugare la memoria della figura di Pannella con l’attualità di un tema, quello delle condizioni carcerarie, che gli organizzatori considerano tra i più urgenti da affrontare nell’agenda pubblica Chiude la piattaforma Autistici/Inventati: troppo forte la stretta statunitense di Andrea Capocci Il Manifesto, 7 settembre 2026 Le pressioni determinate dalle sanzioni statunitensi contro il gruppo, definito “terrorista” senza alcuna prova, ha portato alla decisione di sospendere tutti i servizi. L’assenza del sostegno politico in Italia e in Europa ha fatto il resto. La stretta determinata dalle sanzioni emanate dagli Stati Uniti contro Autistici/Inventati è stata troppo forte e la decisione è di quelle ferali. “Il collettivo Autistici/Inventati chiude e sospenderà tutti i servizi a breve termine” fa sapere il gruppo in una nota che più diretta non si può. Più che le difficoltà causate dalle misure economiche, pesa la consapevolezza che il collettivo è oggetto di una guerra ibrida condotta dall’amministrazione Trump fuori da ogni regola. “In questo clima continuare a offrire i nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti, e per tutte le persone che fanno parte delle nostre comunità” spiega il collettivo. “La concreta possibilità di poter essere la causa di conseguenze penali o finanziarie per qualcuno che ci è vicino, o che anche solo interagisce con noi non ci permette altre scelte”. Gli utenti riceveranno istruzioni tecniche nei prossimi giorni per recuperare i propri contenuti dalla piattaforma. Di materiale da salvare ce n’è parecchio e va sottolineato. “Sono stati 25 anni bellissimi. Sono stati una “bella storia”“. Dal 26 agosto, data in cui il collettivo è stato incluso senza prove nella lista dei “terroristi globali” da isolare sul piano economico, tutto è precipitato in pochi giorni. I server scollegati e i fondi congelati da Banca Etica hanno certo pesato. Ma gli attacchi informatici da oltreoceano con relative schedature in favore del Pentagono - parte di una strategia più ampia avviata dall’amministrazione Trump sul piano globale - hanno fatto capire che non si trattava di una delle tante battaglie contro la censura che Autistici/Inventati ha combattuto e vinto in venticinque anni. Il mancato sostegno da parte della politica italiana ed europea ha fatto il resto. La storia del collettivo era iniziata nel 2001 - l’anno spartiacque delle Torri Gemelle e del G8 di Genova. All’epoca le Big Tech muovevano i primi passi e la rete sembrava ancora uno spazio relativamente libero. Da allora, Autistici/Inventati è diventato lo strumento principale per chi voleva utilizzare la rete senza cedere i propri dati ai colossi commerciali o alle agenzie di controllo. La piattaforma ospitava oltre settemila siti animati da utenti, collettivi e associazioni di tutto il mondo, e innumerevoli mailing list e caselle di posta. Più volte i servizi offerti dal gruppo sono stati nel mirino della magistratura. Non sono mancate le operazioni opache ai loro danni, come quando la polizia simulò un blackout elettrico per appropriarsi dei dati salvati sui server. Anche il mondo politico ha spesso drizzato le antenne, soprattutto quando sui blog ospitati si è esercitato il diritto di satira contro il Vaticano, Trenitalia e altri soggetti permalosi che hanno chiesto invano di bloccarne le attività. In oltre due decenni di vita avventurosa, tuttavia, la “fedina penale” di Autistici/Inventati è rimasta pulita. Ci è voluta l’azione arbitraria di un governo straniero come quello di Trump per mettere in ginocchio il collettivo. L’assenza di un’iniziativa a difesa della libertà di espressione nelle istituzioni nazionali ed europee è uno degli aspetti più inquietanti della vicenda. Il piano di guerra agli antifascisti della Casa Bianca è stato infatti condiviso con gli alleati dell’Internazionale sovranista al vertice di Washington del 12 luglio, a cui Giorgia Meloni ha voluto inviare un rappresentante del governo persino contro le perplessità degli alleati. Non è un caso se, un mese dopo il summit, le sanzioni statunitensi hanno ricevuto l’apprezzamento proprio dalla sua parte politica, che attraverso esponenti di Fdi e media amici ha avviato una campagna serrata contro il collettivo. Ma se la destra al governo plaude a un autocrate che calpesta il nostro stato di diritto e l’opposizione rimane a guardare, a vacillare non è solo Autistici/Inventati. Antisemitismo. Approda alla Camera il disegno di legge che imbarazza il Pd di Luciana Cimino Il Manifesto, 7 settembre 2026 Proprio nel momento in cui i partiti devono serrare i ranghi in vista della campagna elettorale, torna in parlamento il disegno di legge antisemitismo. Stavolta gli imbarazzi più evidenti sono quelli del Pd, che lo scorso inverno si è lacerato intorno alla ddl di Graziano Delrio, non condivisa dal resto dei democratici perché adotta la linea dell’Ihra (International holocaust remembrance alliance) che equipara l’antisemitismo all’antisionismo. Il centrodestra, invece, è compatto sui contenuti della norma (che permetterebbe al governo ulteriori limiti alla libertà di dissenso e di manifestare) ed esaltato dalla possibilità di mettere in difficoltà gli avversari votando con parte della minoranza. Il testo arriverà in commissione Affari costituzionali alla Camera mercoledì prossimo per essere portato subito in Aula. Al suo passaggio al Senato, dove è stato approvato a marzo scorso, il Pd non riuscì a trovare una mediazione con il risultato che una parte dei senatori si astenne mentre i riformisti votarono, come Azione e Iv, a favore del testo del leghista Massimiliano Romeo che miscelava elementi della bozza di Delrio con quelli del testo del renziano Ivan Scalfarotto. Adesso l’equilibrio è ancora più difficile da trovare, tra le accuse della Comunità ebraica di mancato sostegno e il vastissimo fronte di opposizione che in questi mesi si è formato contro la legge. Mercoledì prossimo, mentre a Montecitorio si discuterà del ddl, fuori ci sarà la protesta promossa da oltre cento organizzazioni in difesa dei diritti umani e della libertà di espressione e informazione, tra cui Amnesty International, Arci, Anpi, Bds Italia, sindacati (dalla Cgil ai Cobas a quello dei giornalisti, la Fnsi), Rete italiana pace e disarmo, A buon diritto, collettivi e associazioni di studenti, giuristi, operatori sanitari. Hanno aderito anche Laboratorio ebraico Antirazzista, Mai indifferenti e Tikkun: organizzazioni ebraiche che hanno preso posizione contro il genocidio dei palestinesi perpetrato da Israele. E poi i partiti: non pervenuto il M5s, che pure aveva votato no a Palazzo Madama, ci saranno Rifondazione, Pap e Avs. E i Giovani democratici. L’organizzazione giovanile dei dem, guidata da Virginia Libero, ha aderito ufficialmente alla piattaforma mentre altri esponenti del Pd saranno in piazza a titolo personale. “Il rischio concreto è introdurre un meccanismo di censura che colpisce non soltanto le piazze e i movimenti, ma anche università, ricerca, informazione, associazionismo e dibattito pubblico”, si legge nella convocazione. Le associazioni ritengono “inaccettabile che la denuncia dell’occupazione dei territori palestinesi, dell’apartheid, delle violazioni dei diritti umani e del genocidio in corso a Gaza possa essere ricondotta automaticamente all’antisemitismo” perché, ricordano, “la critica politica a uno stato e alla sua condotta militare deve rimanere legittima in una società democratica”. Intanto l’appello contro la legge dei professori universitari ed enti di ricerca ha raggiunto le tremila firme. La norma italiana “aderendo alla definizione dell’Ihra, oltre a trasformare la critica al razzismo di stato in antisemitismo, costituisce una gravissima limitazione della libertà accademica: avrebbe come conseguenza che la vasta letteratura prodotta in molteplici discipline in cui si analizzano le politiche israeliane come coloniali, possa essere considerata discriminatoria”, si legge nel testo promosso, tra gli altri, dai costituzionalisti Alessandra Algostino e Gaetano Azzariti. Lo zelo della politica italiana è, peraltro, una forzatura: la definizione dell’Ihra non è vincolante e come tale l’hanno recepita gli altri paesi. Il nostro sarebbe il secondo, dopo la Romania, ad assumerla in una legge dello Stato. “Un’anomalia - per i manifestanti - che snatura l’antisemitismo trasformandolo in uno strumento per la repressione del dissenso politico”. E specificano che “la lotta contro l’antisemitismo è una responsabilità imprescindibile e non può essere indebolita da un uso strumentale della sua definizione”, anche perché gli strumenti contro i crimini d’odio già ci sono, a partire dalla legge Mancino: “Sarebbe sufficiente garantirne la piena applicazione, senza approvare norme liberticide”. Le conseguenze di un tabù infranto di Mara Gergolet Corriere della Sera, 7 settembre 2026 La vittoria dell’Afd in Sassonia-Anhalt certifica la grave crisi dei partiti moderati. Come non si può ricacciare indietro un’onda, e non si può ricomporre un vaso senza che si notino le crepe, così la Germania dopo il voto in Sassonia-Anhalt non può tornare quella di prima. Il trionfo dell’AfD ha dimensioni storiche, anche se non dovesse andare al governo. Prima ancora, però, l’estrema destra ha imposto a tutta l’Europa di girare lo sguardo nella sua direzione, fino a rimanerne ipnotizzata. È da un piccolo Land luterano, caro alla storia tedesca ma ai margini del presente, che l’AfD si proietta ora dalla periferia verso il centro. E può puntare a un progetto se non egemonico, almeno maggioritario in Germania. L’AfD ha trionfato, trovando in Ulrich Siegmund un homo novus, un politico di ultima generazione, metà influencer di TikTok metà tribuno, con il talento empatico di chi sa connettersi con le masse e con le persone. Ma ha vinto anche con una mobilitazione permanente (“Vision 2026”), creando quadri e battendo il terreno palmo a palmo, quel terreno che, come dice lo scrittore Ingo Schulze, agli altri non importava di contendere. Non c’è dubbio che l’AfD abbia un progetto e idee radicali, per quanto difficili da realizzare se non illegali. La “remigrazione” è al centro di tutto, ma il motore è il ritorno a un mondo tedesco (“deutsch denken”, pensare tedesco), da imporre con una contro-rivoluzione culturale dal basso, nelle scuole, che Mao approverebbe. Un’educazione prussiana, dove i bambini tedeschi sono separati da quelli dei rifugiati, e anche dai disabili. Non a caso i professori sono tra coloro che hanno paura. Perché hanno ottenuto questa valanga di voti, è la domanda alla quale tutti faticano a rispondere. Quando si chiede nei paesini sassoni a persone comuni, del tutto normali, “perché proprio loro”, rispondono: “Qui dalla riunificazione abbiamo provato di tutto, non ha funzionato nulla, facciamo provare loro”. Diamogli una chance. Il grande filosofo tedesco Peter Sloterdjik ritiene che l’elettore populista ambisca a essere lasciato in pace, a ritirarsi dal mondo: per questo l’elemento xenofobo è centrale, perché lo straniero disturba questo ordine agognato - quanto il leader autoritario lo protegge. Ma qualunque sia la risposta alla fatidica domanda, a questo punto della storia è chiaro che chi vota AfD sa benissimo cosa vota. Almeno ufficialmente, l’AfD non vuole riabilitare il nazismo. Vuole invece sminuirne la memoria e il peso, abolire la “centralità” che il suo ripudio ha nella Germania del dopoguerra. Ulrich Siegmund dice: “Le atrocità del nazismo sono tra le peggiori della storia tedesca”, ma dice per l’appunto, “tra”. “Meno Hitler, più Bismarck” è uno dei suoi slogan preferiti. Meno storia nazista nella scuola, per inondarla, allagarla, diluirla nel grande mare dei secoli passati. La celebre frase del patriarca del partito, Alexander Gauland, che tanto turbò i tedeschi dieci anni fa - “Il nazismo non è che la macchia di merda d’uccello su mille anni di gloriosa storia tedesca” - non era una battuta ma già un programma. Relativizzare, e così svuotare dal di dentro l’etos della Bundesrepublik. Solo a quel punto i programmi radicali possono avere campo libero. Per questo, la più grande questione che sta di fronte alla Germania nel prossimo futuro sarà: bandire o no il partito più popolare tra gli elettori? È possibile dopo questo successo? La costituzione tedesca ha un meccanismo di auto-preservazione, permette di mettere fuorilegge chi minaccia la democrazia. Per abolirla, in teoria, servirebbe una rivoluzione. Eminenti storici dicono che è troppo tardi per il bando, altri ritengono che ormai il “tabù morale” sia crollato, la società è spaccata: ma in qualunque modo si decida, la scelta non si può rinviare. L’altra grande lezione del voto in Sassonia-Anhalt è che l’exploit della squadra di Siegmund riflette allo specchio la gravissima crisi dei partiti del “centro”. Non è solo in gioco il destino del cancelliere Friedrich Merz. Sfibrati, sfiduciati, paralizzati come un coniglio davanti a un serpente (con la Cdu che teme per la prima volta il proprio sgretolamento, come è accaduto alle forze politiche che le sono più vicine in Francia, Gran Bretagna, Usa), questi partiti classici non hanno un’idea di mondo da offrire, se non la preservazione del presente. Che però oggi non entusiasma nessuno. L’AfD, al contrario, offre al “popolo” il suo mondo alternativo, una visione di futuro. A meno di un gigantesco abbaglio, non si tratta di nostalgia per gli anni nazisti: è invece un approdo di tipo orbaniano. Una “grande” Germania riparata e protetta dall’esterno, anche grazie all’alleata Russia, conservatrice, patriottica e illiberale. Proprio perché ogni confronto con il nazismo è fuori luogo, si può citare liberamente il grande storico tedesco Joachim Fest. Diceva Fest che all’arrivo di Hitler, due categorie furono spiazzate e non reagirono, i burocrati e i conservatori. I primi perché nulla avevano da obiettare a una “rivoluzione legale”, i secondi perché in fondo condividevano alcune idee, senza rendersi conto che Hitler avrebbe finito per svuotare proprio quelle istituzioni che stavano loro tanto a cuore. Il banchiere centrale del Reich, Hjalmar Schacht, nel 1938 rispose così alla sua vicina di tavolo che lo incalzava durante un banchetto: “Gentile signora, siamo caduti nelle mani di criminali. Come avrei potuto immaginarlo!”. Bastava vedere, non occorreva immaginare. Democrazie a rischio quando cadono gli argini all’antisemitismo di Claudio Cerasa Il Foglio, 7 settembre 2026 Il voto in Sassonia-Anhalt, un test importante per misurare il consenso dell’AfD ma anche per capire l’efficacia degli anticorpi della tenaglia estremista, di destra e sinistra, che fomenta l’odio antiebraico. Il doppio test sul futuro della Germania e pure dell’Europa. Le elezioni che si sono svolte ieri in Germania, nello stato federale importante della Sassonia-Anhalt, Germania centro-orientale, circa due milioni di abitanti, sono state un test importante per misurare il grado di popolarità alle urne, e non solo nei sondaggi, di uno dei partiti più pericolosi d’Europa, che in Sassonia-Anhalt ha candidato alla guida del Land quello che Der Spiegel ha definito l’uomo più pericoloso della Germania. Il partito è l’AfD. Il candidato era il 35enne Ulrich Siegmund, a suo agio, come buona parte del corpaccione del partito di estrema destra tedesco, con gli slogan che occhieggiano al nazismo, con i programmi che ridimensionano la portata dell’Olocausto, con le parole d’ordine che rievocano la stagione dei rastrellamenti tedeschi, seppure in salsa diversa. Il test elettorale dell’AfD (oltre il 44 per cento) è stato importante anche per misurare gli anticorpi dell’antipopulismo tedesco (pessimi segnali ieri) e ci vorrà ancora del tempo prima di capire se i risultati dell’AfD in Sassonia-Anhalt potranno avere un riflesso nazionale, nelle urne e non nei sondaggi. Ma il destino dell’AfD, in Germania, il suo percorso, la sua cavalcata, rappresentano un test importante da osservare per ragionare su un altro fenomeno che ha a che fare non solo con il futuro della Germania ma anche con il futuro dell’Europa. Un fenomeno a due facce che somiglia maledettamente a una tenaglia e che riguarda due estremismi simmetrici che sfociano entrambi nell’antisemitismo. La Germania è uno dei paesi europei in cui negli ultimi mesi è cresciuto in modo esponenziale un doppio antisemitismo alimentato, anche se ovviamente non rivendicato, tanto dalla sinistra quanto dalla destra. La sinistra pro Pal, in Germania ma non solo, usa l’antisionismo per nascondere il proprio antisemitismo. La destra modello AfD, in Germania ma non solo, usa la difesa di Israele, difesa al centro della quale non c’è l’amore per una democrazia aggredita ma la passione per un argine contro la minaccia islamista, come un passepartout per poter camuffare meglio il proprio etnonazionalismo e la propria relativizzazione dei crimini nazisti. Il risultato è che le parti più estreme dello spettro politico si ritrovano magicamente unite nel rendere più fragili gli argini necessari per difendere un bene persino superiore alla tenuta della Sassonia-Anhalt: il diritto di un ebreo a non considerarsi colpevole di essere ebreo. Nel 2025, in Germania, gli episodi classificati come motivati dall’estremismo di destra sono aumentati del 43,6 per cento, passando da 562 a 807. Nello stesso periodo quelli attribuiti all’area “di sinistra e antimperialista” sono saliti anch’essi del 43,6 per cento, da 349 a 501. La sinistra, ostaggio della retorica antagonista degli estremisti pro Pal, alimenta l’antisemitismo con un format ormai consolidato: si finge di criticare genericamente “l’azione di Israele”, poi la critica si fa più sottile e diventa una demonizzazione di Israele, la demonizzazione di Israele permette di scaricare sulla figura dello stato ebraico tutti i presunti peccati dell’occidente arcigno, capitalista, globalista, xenofobo e guerrafondaio, la difesa di Israele diventa di conseguenza la difesa dei mali del mondo, la trasformazione del popolo ebraico in un virus tossico per l’umanità giustifica la normalizzazione dei cori genocidari che inneggiano alla cancellazione di Israele dal fiume al mare e il conseguente antisionismo di ritorno diventa la chiave d’accesso per alimentare l’antisemitismo senza pagare un prezzo. La storia dell’AfD, da molti punti di vista, ci presenta in modo cristallino un’altra deriva speculare. A fine agosto, l’American Jewish Committee ha presentato un lungo rapporto per spiegare con chiarezza in che senso la postura dell’AfD, dietro un’apparente vicinanza al popolo ebraico, sia costruita in modo tale da normalizzare l’antisemitismo. L’antisemitismo all’interno dell’AfD, si legge nel rapporto, è raramente esplicito, ma è strutturalmente radicato nella visione del mondo autoritaria, etnonazionalista e complottista del partito e si manifesta attraverso un linguaggio in codice preciso: il revisionismo storico, gli attacchi a singoli ebrei, come George Soros, le narrazioni ammiccanti sulle élite globali dominanti. A confermare questa diagnosi c’è poi il programma elettorale dell’AfD in Sassonia-Anhalt, con un’ampia agenda nazionalista che include l’ampliamento delle deportazioni e il trasferimento dei rifugiati in centri di accoglienza collettivi, il definanziamento dell’”arte antitedesca”, una minore attenzione al passato nazista nell’insegnamento ai bambini, la scarsa soglia d’attenzione mostrata rispetto ai leader di partito che in questi anni hanno ripetutamente utilizzato slogan nazisti vietati in Germania, come “Alles für Deutschland”, hanno descritto il Memoriale dell’Olocausto come un “monumento della vergogna” - Björn Höcke - o hanno liquidato il regime nazista come una semplice “cacca d’uccello” nella storia tedesca - Alexander Gauland. Höcke, leader dell’AfD in Turingia, parla inoltre da anni di un “Volkstod durch Bevölkerungsaustausch”, una “morte del popolo attraverso la sostituzione della popolazione”, e della necessità di un “progetto di remigrazione su larga scala”. Tracce della tenaglia estremista tedesca, che speriamo possa trovare nel tempo ancora più anticorpi di quelli mostrati ieri in Sassonia-Anhalt, si possono trovare tristemente in giro per l’Europa, in tutti quei paesi in cui la lotta per i diritti dei palestinesi si è trasformata in una corsa alla demonizzazione del popolo ebraico (anche a voi viene in mente qualcuno in Italia?). E in tutti quei paesi in cui il rovesciamento della memoria e la normalizzazione degli orrori del fascismo e del nazismo hanno permesso all’estrema destra complottista, xenofoba, razzista di mettere il ventilatore del fango nelle mani dell’etnonazionalismo (anche a voi viene in mente qualcuno in Italia?). La Germania è un laboratorio interessante non solo per misurare il consenso dell’estremismo di destra, ma anche per capire chi, di fronte a due minacce speculari, sarà in grado di capire una verità non così difficile da capire: quando cadono gli argini sull’antisemitismo, a essere a rischio non è soltanto il futuro degli ebrei: è il futuro delle nostre democrazie. Iran. Gemelle di 19 anni torturate e condannate per le proteste contro il regime: una sarà impiccata di Annachiara Mottola di Amato La Repubblica, 7 settembre 2026 Taraneh e Romina Rahimi, dopo aver partecipato alle manifestazioni di gennaio, sono state arrestate di notte da uomini mascherati. Il tribunale ha condannato la prima a morte, dopo una confessione che la ragazza racconta sia stata estorta dietro minacce di abusi verso la sorella, e Romina a 25 anni di carcere. Nove mesi fa Taraneh e Romina Rahimi, due gemelle di 19 anni, erano scese per le strade di Isfahan per chiedere la fine del regime iraniano. Non erano sole, dietro e davanti a loro un corteo di centinaia di persone, che diventavano migliaia se si sommavano i numeri delle piazze di tutto l’Iran: cento città in rivolta da Teheran a Shiraz che restituivano l’immagine di un Paese che si ribellava al governo degli ayatollah. Proteste per cui oggi rischiano tutto: Taraneh è stata condannata all’impiccagione e Romina a 25 anni di carcere. Per questo, la famiglia ha deciso di raccontare la loro storia al Guardian nella speranza che il loro destino segua una strada diversa. Come hanno raccontato la madre e un cugino delle due ragazze al quotidiano britannico, un mese dopo le proteste oceaniche del gennaio del 2026 messe a tacere nel sangue (per le organizzazioni dei diritti umani le vittime della repressione sono più di 30mila, mentre le stime ufficiali della Repubblica islamica parlano 3mila morti), le sorelle Rahimi sono state svegliate nel cuore della notte da uomini mascherati che le hanno prelevate di forza dalla loro cameretta e arrestate. Da quel giorno, per quattro mesi, Marzieh Nourmohammadi non ha avuto notizie delle figlie, che ancora frequentavano le scuole superiori al momento dell’arresto. Le ha cercate in ospedali, tribunali e uffici dello Stato senza ottenere risposte. Poi, con una telefonata, è stata convocata nel carcere di Dowlatabad a Isfahan ma l’incontro non è andato come si aspettava. Quando la donna ha rivisto le ragazze ha fatto fatica a riconoscerle: volti tumefatti, ciocche di capelli strappate, lividi, ematomi e fratture su tutto il corpo. Segni evidenti delle torture subite durante la detenzione che, secondo la famiglia, avrebbe riservato alle gemelle un regime durissimo di isolamento. Dopo quell’unica visita concessa alla madre, la sorte delle ragazze è stata nuovamente avvolta nel silenzio. Fino alla notizia della condanna a morte di una e a venticinque anni di carcere per l’altra. Nonostante le minacce di morte ricevute sui social, “conosciamo il tuo indirizzo, stai attento”, Masoud Nourmohammadi, il cugino che da 22 anni risiede negli Usa, ha deciso di sostenere la battaglia della sua famiglia per salvare Taraneh e Romina continuando a raccontare la loro storia. In particolare, ha riferito che Taraneh avrebbe confessato di aver commesso atti violenti durante le manifestazioni dell’8 e 9 gennaio del 2026 solo dopo che la polizia carceraria l’aveva minacciata di abusare della sorella di fronte a lei se non avesse firmato una confessione. Nessuno ha potuto assistere al processo delle due giovani donne, ormai ventenni, nè dalle condanne sono stati concessi altri permessi per le visite. Il timore, adesso, è che l’esecuzione della ragazza possa avvenire rapidamente, come già accaduto in altri casi nonostante la legge preveda tempi per il ricorso. “Non seguono la propria legge”, ha detto Nourmohammadi. “C’è un periodo di 18 giorni in cui gli avvocati possono andare a presentare ricorso, ma in molte esecuzioni avvenute di recente non è successo. Si limitano a condannare e a mandare al patibolo”. Nonostante le difficoltà logistiche presentate dalla guerra con Stati Uniti e Israele iniziata a febbraio, l’Iran ha giustiziato più di 500 persone quest’anno, tra cui almeno 29 persone legate alle proteste antigovernative di gennaio. Sedici sono donne. Centinaia di altri manifestanti, poi, sono stati condannati a morte o stanno affrontando accuse che potrebbero comportare il patibolo. Più di 70 solo a Isfahan, la città delle gemelle Rahimi. Stati Uniti. “Ero nel braccio della morte. Ora aiuto il “boia” a salvare se stesso” di Elena Molinari Avvenire, 7 settembre 2026 La storia di Kirk Bloodsworth. È stato il primo americano uscito vivo dal reparto dei condannati all’esecuzione: fu scagionato nel 1993 dopo la prova del Dna. Oggi guida un gruppo di sostegno per il personale dei penitenziari. Quando varcò il cancello del penitenziario di Baltimora, gli altri detenuti corsero alle sbarre per vedere “il mostro”. Kirk Bloodsworth, ex marine e pescatore di granchi del Maryland, era stato condannato alla camera a gas per lo stupro e l’omicidio di Dawn Hamilton, una bambina di nove anni. “Ti faremo quello che hai fatto a quella piccola”, gli urlavano. Quella prima notte, ricorda Bloodsworth parlando ad Avvenire, nella cella “si sentiva l’odore dell’odio, tutto puntato su di me”. C’era un dettaglio che gli altri detenuti ignoravano: Bloodsworth non aveva fatto nulla. Innocente, senza precedenti, sarebbe diventato il primo condannato a morte americano scagionato grazie a un test del Dna. Ma allora, nel 1985, nessuno gli credeva. Lo sostenne solo la fede. Il giorno della condanna, racconta, in una cella di transito un uomo seduto nell’ombra, di cui non distingueva il volto, gli parlò dopo essere rimasto due ore in silenzio: “Andrà tutto bene. Te la caverai”, gli disse. Quando Bloodsworth tornò dopo il verdetto, l’uomo era sparito e il vicesceriffo gli disse che in quella cella era sempre stato solo. Oggi Bloodsworth è convinto di aver visto un angelo. Un’altra volta, in un momento di disperazione, sentì due dita sfiorargli una spalla: un segno, pensò, che non era stato davvero abbandonato. Cresciuto tra battisti e metodisti, in prigione lesse due volte l’intera Bibbia. Le lunghe conversazioni con il diacono Al Rose, cappellano cattolico del carcere, lo condussero alla conversione. Il giorno di Pasqua 1989 il vescovo John Ricard lo cresimò attraverso le sbarre, proprio sotto la camera a gas in cui avrebbe dovuto morire. “Fu un onore. Mi sentii pulito, accolto”, dice. Proprio il diacono Rose, che in tanti anni aveva sentito molti detenuti dichiararsi innocenti, fu il primo a credergli: “Non avevo dubbi: quell’uomo diceva la verità”, spiega oggi ad Avvenire. Cinque mesi prima che il Dna lo liberasse, la madre di Kirk morì e il diacono l’accompagnò, tra due guardie armate, a vederne la salma. “I santi intercedono per noi, e sono certo che mia mamma abbia avuto un ruolo nel miracolo del Dna”, dice Bloodsworth. La svolta l’aveva innescata lui stesso quando, nella biblioteca del carcere, aveva scoperto la nuova tecnica in un libro e poi convinto il suo avvocato a ottenere il test. Nel 1993 fu rilasciato, risarcito e scagionato. Ma quello di Bloodsworth non fu un ritorno facile: molti lo credevano ancora un assassino liberato grazie a un cavillo e a lungo non trovò lavoro. Eppure ogni anno, da allora, festeggia il suo giorno della libertà. “Se è successo a me, può succedere a chiunque”, ripete spesso. Da allora Bloodsworth, oggi 58enne, ha fatto dell’abolizione della pena di morte la sua vita, dirigendo a Philadelphia Witness to Innocence, l’organizzazione degli scagionati fondata da suor Helen Prejean, autrice di Dead Man Walking. Ma per anni ha avuto l’impressione di dover fare di più. “Un giorno la fede - dice - mi ha aperto gli occhi sulla mia vera missione, rivelandomi un lato quasi invisibile del patibolo: il peso che le esecuzioni scaricano su chi le porta a termine”. Chi meglio di lui, che quella morte l’ha sfiorata, poteva accorgersi di loro? Così Bloodsworth ha creato il primo gruppo di sostegno per il personale del braccio della morte mai esistito negli Stati Uniti. Ai “boia” che trovano il coraggio di bussare, il gruppo offre prima di tutto ascolto. Poi la possibilità di incontrare, spesso per la prima volta, persone che hanno attraversato la stessa esperienza e non li giudicano. E ancora l’accesso gratuito a psicologi e psichiatri e, quando serve, anche ad avvocati, per far valere i propri diritti verso datori di lavoro che li hanno costretti a un compito inumano. Prima, nulla di tutto questo esisteva, anche se il bisogno era enorme. La legge che protegge l’identità di molti di questi lavoratori crea infatti una cultura del silenzio che li isola e colpevolizza, anche se quasi nessuno sceglie quell’incarico, che è imposto dal carcere. Bloodsworth ha raccolto le testimonianze di 26 addetti coinvolti in oltre 200 esecuzioni in 17 Stati. E ha scoperto che nessuno di loro è favorevole alla pena capitale. “Le vittime di una morte di Stato sono più d’una”, dice. Una di loro è Jeanne Woodford, direttrice del carcere di San Quentin, in California, dove ha portato a termine quattro esecuzioni. “Si pensa che sia facile mettere a morte chi ha commesso atti atroci - racconta oggi -. Ma uccidere un essere umano inerme è contro natura. Deve esserlo”. Il suo compito era di parlare con il condannato e con la sua famiglia, poi con la famiglia della vittima, infine, verso mezzanotte, di dare il segnale. Ne è uscita con insonnia cronica e disturbo post-traumatico: “Sei lì, ma non vuoi esserci davvero”, dice. Nel gruppo di Bloodsworth ha trovato altri che conoscevano quel peso senza bisogno di spiegazioni e la loro presenza, dice, ha cominciato a restituirle il sonno. C’è anche chi, in quel confronto, ha ritrovato la propria coscienza. In Oregon, il sovrintendente Frank Thompson vide il suo staff costruire da zero l’attrezzatura per le prime esecuzioni in trent’anni. Cresciuto nel Sud segregato, ricordava il linciaggio del quattordicenne afroamericano Emmett Till e per anni aveva creduto che certi delitti meritassero la morte. Dopo aver visto lo sguardo dei suoi uomini spegnersi ogni giorno di più, cambiò idea, e oggi gira gli Stati Uniti per raccontarlo. In Florida, il direttore Ron McAndrew non ha mai dimenticato un’esecuzione andata tragicamente male nel 1997: per anni, la notte, ha cercato tregua in una bottiglia di whisky. La svolta è arrivata quando ha incrociato Bloodsworth: la terapia e il conforto di chi aveva vissuto lo stesso incubo lo hanno liberato dall’alcol. Lo stesso è accaduto al cappellano Bill Breeden, accorso a pregare accanto ai condannati in Indiana e perseguitato per anni dal senso di colpa. Solo dopo aver pregato con altri cappellani e aver ottenuto terapia psicologica gratuita ha ritrovato un po’ di pace. Molti di questi uomini e donne portavano da soli un fardello che nessuno aveva mai riconosciuto. “Su ogni certificato di morte c’è scritto “omicidio assistito dallo Stato”. E lo Stato ero io”, confida McAndrew, riassumendo ciò che il gruppo l’ha aiutato finalmente a condividere con altri. Sono loro, oggi, l’ultima causa di Kirk Bloodsworth, l’innocente che tende la mano a chi ha dovuto dare la morte, cambiando vite che nessuno aveva mai pensato di dover salvare.