Carcerati ma senza una colpa di Stefano Fabbri Corriere Fiorentino, 6 settembre 2026 La vicenda della giovanissima, 19 anni, donna incinta reclusa a Sollicciano ha riproposto con forza la questione di strutture alternative alla detenzione, previste sulla carta ma pochissime operative nella realtà. È stato così anche per le Rems destinate ai detenuti con problemi psichiatrici dopo la chiusura nel 2015 degli ospedali psichiatrici giudiziari come quello di Montelupo: in Italia le strutture Rems sono una trentina, una sola in Toscana, a Volterra, e tutte gravate da pesanti liste di attesa. Così i detenuti con gravi problemi psichiatrici restano in cella. Per madri e donne in gravidanza la situazione è ancora più complessa. Le prime sperimentazioni di luoghi detentivi per loro risalgono al 2007 e il progetto ha oggi più o meno l’età della giovane di Sollicciano. Ma in tutta Italia gli Icam, gli istituti a custodia attenuata, che dovrebbero accoglierle anche con i loro figli sono quattro, nessuno in Toscana. E i bambini reclusi con le loro mamme sono vertiginosamente aumentati fino ad arrivare a 37, secondo i dati recenti del ministero della Giustizia, diversi dei quali nei rari Icam per evitare che muovano i loro primi passi nelle sezioni femminili delle carceri, dove gli esperti sostengono che una delle prime parole che i piccoli imparano non sia mamma, ma “Apri!”. Al quasi raddoppio nel giro di un anno di mamme detenute con i loro bimbi avrebbe contribuito il Decreto sicurezza che nel 2025 ha trasformato da obbligatorio a facoltativo in alcuni casi il rinvio della detenzione per le future o le neo mamme. Sardegna. Detenuti al 41 bis, si riaccende lo scontro fra Regione e Governo di Maria Lucia Andria Avvenire, 6 settembre 2026 Nelle ultime ore altri boss sono stati trasferiti nell’istituto di Cagliari-Uta, una quota che si aggiunge ai reclusi in regime duro già presenti in altri penitenziari della regione. Persone in cella al massimo storico nell’isola. Il mare come muro. C’è un’isola che per decenni ha chiesto ponti e ha ottenuto distanze. Ieri lo Stato ha finalmente riconosciuto quella distanza: l’ha trovata utile. Ottanta boss, quattro aerei, un carcere blindato a venti chilometri da Cagliari. Il mare che isola i sardi è diventato il mare che isola le mafie. E la Sardegna, per una volta, avrebbe preferito restare lontana. Con l’arrivo dei detenuti al 41 bis nel carcere di Cagliari-Uta si riaccende lo scontro fra Regione e Governo. I primi quaranta sono atterrati la mattina del 5 settembre all’aeroporto militare di Decimomannu; altri quaranta li hanno seguiti a distanza di poche ore. Trasportati su velivoli della Guardia di finanza, sono stati scortati fino all’istituto, con le strade presidiate e l’area del penitenziario blindata. Oltre il dispositivo di sicurezza, restano le domande sulle conseguenze per il territorio e per un sistema carcerario già sotto pressione. “Il governo ha preferito procedere in modo unilaterale e arrogante trattando la Sardegna come la Cayenna d’Italia”, attacca la presidente della Regione Alessandra Todde. La governatrice riferisce di aver scritto nuovamente al ministro della Giustizia Carlo Nordio il 4 agosto, chiedendo gli atti e i criteri della concentrazione nell’Isola di una quota rilevante del circuito del 41 bis. “Nessuna risposta”, denuncia. E accusa il Governo di lasciare alla Sardegna il peso delle proprie decisioni senza chiarire come intenda sostenerne le conseguenze. Todde distingue però il merito dello strumento antimafia dalla sua applicazione: “Il 41-bis è uno strumento fondamentale contro la criminalità organizzata”. La contestazione riguarda la scelta territoriale e il mancato confronto, in presenza di istituti sovraffollati, organici insufficienti e servizi sanitari sotto pressione. “Abbiamo combattuto perché l’insularità fosse riconosciuta in Costituzione. È inaccettabile che oggi proprio il fatto di essere un’isola diventi uno svantaggio da far pagare alla Sardegna”. A lanciare per primo l’allarme era stato Mauro Pili, ex presidente della Regione, che da tempo denuncia la concentrazione dei detenuti al 41 bis nell’isola. Pili aveva anticipato sui social l’operazione e ha poi pubblicato i filmati dell’arrivo. Parla di “un atto criminale dello Stato contro la Sardegna” e definisce la decisione “tecnicamente sbagliata, strategicamente dissennata e politicamente inaccettabile”. Al centro della sua denuncia c’è il timore delle ricadute sul territorio: “Il pericolo di infiltrazioni nel tessuto economico e sociale sardo è concreto e non può essere sottovalutato”. Pili richiama i segnali di penetrazione criminale nel Nord dell’isola e chiede di rafforzare la vigilanza, contrastando la scelta “con ogni mezzo democratico e istituzionale”. Il programma prevede l’arrivo complessivo di 92 detenuti al 41 bis. Il reparto speciale di Uta è stato inaugurato da Nordio il 23 luglio. Per il Guardasigilli, il nuovo padiglione, autonomo rispetto agli altri circuiti, rappresenta un passo nel rinnovamento delle carceri, coniugando “la sicurezza del detenuto con l’umanizzazione della pena, anche nei trattamenti più rigorosi”. Il ministro aveva annunciato ulteriori interventi anche nelle strutture ordinarie. Interpellato sulla vicenda, l’ufficio stampa del ministro della Giustizia Carlo Nordio ha fatto sapere che, per il momento, preferisce non rilasciare dichiarazioni. Intanto, l’associazione Socialismo Diritti Riforme denuncia la saturazione del sistema sardo. Al 31 agosto i dati ministeriali indicano 2.451 presenze per 2.583 posti regolamentari, ma circa 300 posti a Badu e Carros sono indisponibili per lavori. A Uta, prima dei nuovi arrivi, si contavano 748 detenuti per 561 posti, con un affollamento del 133,3%. “Nulla è cambiato per il personale medico, infermieristico e della sicurezza”, avverte la presidente Maria Grazia Caligaris. Numeri e carenze che riportano il confronto alle condizioni quotidiane di chi è recluso e di chi lavora in carcere. Sul fronte della sicurezza interviene la Fns Cisl Sardegna. “Gli uomini e le donne del Corpo non possono essere esposti ad ulteriori rischi per effetto della divulgazione preventiva di informazioni operative”, afferma il segretario regionale Giovanni Villa. Il sindacato chiede al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di accertare se le informazioni diffuse corrispondessero alla pianificazione e, in caso affermativo, come siano diventate pubbliche prima della conclusione delle operazioni. Chiede inoltre personale e mezzi adeguati: la tutela degli agenti e l’assistenza alle persone detenute restano i nodi concreti con cui misurare la sostenibilità dei trasferimenti. Sardegna. Arrivati i primi detenuti al 41 bis, Todde attacca Nordio di Mauro Lissia Il Fatto Quotidiano, 6 settembre 2026 Tutto secondo le peggiori previsioni: sono arrivati nel carcere sardo di Uta, a 20 km da Cagliari, i primi 40 detenuti al regime del 41-bis. Altri 42 sono attesi per le prossime ore e la presidente della Regione, Alessandra Todde, protesta ancora una volta con una nota indirizzata al guardasigilli Carlo Nordio, finora insensibile a qualsiasi forma di opposizione e deciso a fare dei penitenziari sardi una Guantanamo europea. “Il governo - ha scritto Todde - procede in modo unilaterale e arrogante trattando la Sardegna come la Cayenna d’Italia e lo fa conoscendo le condizioni delle carceri sarde. A questa situazione il governo aggiunge una significativa concentrazione di detenuti al 41-bis, uno strumento fondamentale contro la criminalità organizzata, ma senza spiegare alla Regione con quali criteri abbia assunto la decisione e con quali misure intenda sostenerne le conseguenze. Ha scelto il silenzio. Oggi arrivano i detenuti. Questa è la risposta che Nordio ha dato alla Sardegna”. Gli istituti sardi sono già sovraffollati. Secondo il coordinatore locale del M5s, Alessandro Solinas, in Sardegna ci sono 2.451 detenuti. AUta sono 748 su 561 posti, con un affollamento del 133,3%. A Sassari-Bancali sono 607 su 458 e, considerando il 41-bis (90 i reclusi a regime speciale) secondo Socialismo Diritti Riforme si supera il 150%. “Questa non è sicurezza - denuncia Solinas - si stanno mandando detenuti ad altissima pericolosità in carceri già sature, con personale sottoposto a una pressione sempre maggiore. Meloni parla di sicurezza a Roma, ma qui concentra detenuti al 41-bis e lascia che siano agenti e cittadini a sopportare le conseguenze delle sue scelte”. Era stato proprio Nordio lo scorso 23 luglio a inaugurare nella struttura detentiva di Uta il nuovo reparto destinato al 41-bis, 5 sezioni suddivise in 23 semi-sezioni completamente separate dagli altri settori del carcere. Nordio era arrivato senza alcun preavviso al punto che Todde parlò di “grave sgarbo istituzionale”. Toscana. Un lavoro per ricominciare, detenuti assunti grazie a Seconda Chance di Monica Pieraccini La Nazione, 6 settembre 2026 A Porto Azzurro il caso del call center: se si chiama rispondono i detenuti. Per chi assume, credito d’imposta fino a 520 euro al mese e agevolazioni contributive. Dal carcere di Porto Azzurro si risponde alle richieste di assistenza sui servizi digitali. A Firenze un detenuto in semilibertà ha iniziato a lavorare con la cooperativa Archeologia. In Versilia altri sono stati inseriti nelle cucine e nelle sale dei ristoranti. Sono alcune delle attività sviluppate in Toscana da Seconda Chance, associazione del Terzo settore nata dall’iniziativa della giornalista del TgLa7 Flavia Filippi per avvicinare il mondo delle imprese a quello degli istituti penitenziari. Secondo il bilancio di missione dell’associazione, nel corso del 2025 in Toscana sono state raccolte e gestite 16 offerte di lavoro esterne e altre sette all’interno del carcere di Porto Azzurro. Tra 70 e 80 negli ultimi tre anni, da quando Fabbri è il referente per la Toscana. L’help desk dentro il carcere - Una delle esperienze più innovative è quella realizzata a Porto Azzurro dall’azienda Experim di Orio al Serio, in provincia di Bergamo, che ha portato all’interno dell’istituto un call center. I detenuti selezionati sono stati formati e assunti per assistere gli utenti che chiamano il numero verde dedicato ai servizi digitali. “Chi telefona può ricevere una risposta direttamente dal carcere di Porto Azzurro”, spiega Stefano Fabbri, già giornalista dell’Ansa e referente toscano di Seconda Chance. “È un’attività qualificata, che richiede preparazione e capacità di relazione. Portare il lavoro dentro gli istituti permette di coinvolgere anche le persone che non hanno ancora i requisiti per uscire”. Le aziende coinvolte in Toscana - Nel 2025 hanno messo a disposizione posti o percorsi lavorativi Cooplat, McDonald’s, Cooperativa Archeologia, il Bagno Alpemare di Andrea Bocelli, il ristorante Da Burde, Pesce Baracca di Forte dei Marmi, Mov Full Service, Toscot Illuminazione, CC1 Edilizia e Primark. I settori interessati spaziano dalla ristorazione all’edilizia, dalla logistica ai servizi e al restauro. Tra i casi più recenti c’è quello di Lucio, che durante l’estate ha lavorato come cameriere al ristorante del Bagno Gilda di Forte dei Marmi, tornando in carcere al termine del turno. La professionalità dimostrata ha convinto il titolare a rinnovargli il contratto anche per l’inverno. Come funziona il colloquio - Il lavoro di Seconda Chance comincia dalla ricerca delle aziende. Con la collaborazione delle direzioni e delle aree educative vengono individuati i candidati con competenze adatte alla posizione richiesta. Gli imprenditori entrano quindi in carcere, dopo aver ottenuto le necessarie autorizzazioni, per svolgere direttamente i colloqui. “Il contatto personale è fondamentale”, sottolinea Fabbri. “Per le persone detenute il colloquio rappresenta un passaggio molto importante anche sul piano emotivo. La scintilla, se scocca, scocca lì”. È il momento nel quale il candidato può essere valutato per ciò che sa fare e per il percorso compiuto, senza essere identificato soltanto con il reato commesso. Può accadere che un imprenditore entri in carcere cercando una persona e decida di assumerne due. Ma la firma del contratto non conclude il percorso. L’associazione continua a seguire il lavoratore e l’impresa, mantenendo i rapporti con educatori, direzioni penitenziarie, famiglie e avvocati. Non si tratta, dunque, di un semplice incontro tra domanda e offerta. Il sostegno dell’associazione non si esaurisce infatti con il colloquio o con l’assunzione, ma comprende l’orientamento, la mediazione con l’impresa e l’accompagnamento nelle prime fasi dell’inserimento lavorativo. Gli incentivi per le imprese - La legge Smuraglia riconosce alle imprese un credito d’imposta fino a 520 euro al mese per ogni detenuto o internato assunto per almeno trenta giorni. Per i lavoratori in regime di semilibertà l’importo massimo è di 300 euro mensili, mentre nei contratti part-time viene riproporzionato. Nei casi previsti dalla normativa sono disponibili anche agevolazioni contributive. “Gli sgravi sono utili, soprattutto per le piccole imprese, ma raramente rappresentano la motivazione principale”, osserva Fabbri, “Sono più che altro una forma di riconoscimento per una scelta che nasce spesso da una spinta sociale, dalla volontà di contribuire ad un percorso di reinserimento”. Restano difficoltà concrete. Tra i colloqui e le autorizzazioni, ad esempio, possono trascorrere mesi, gli orari di alcuni tipi di lavoro, come la ristorazione, devono conciliarsi con il rientro in istituto e le aziende situate in zone poco servite possono risultare irraggiungibili. Non soltanto occupazione - In Toscana Seconda Chance partecipa anche a percorsi formativi. Il progetto Serena, promosso insieme all’Associazione volontariato penitenziario di Firenze e all’Associazione scalpellini di Firenzuola, con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze e la collaborazione della Fratellanza militare di Firenze, avvicina giovani detenuti al mestiere dello scalpellino e alla lavorazione della pietra serena. Nel carcere di Massa è stato inoltre promosso un corso di chitarra con il centro studi Musicali Forte dei Marmi. Su scala nazionale l’associazione ha attivato più di 950 offerte. Le richieste provenienti dalle carceri, tuttavia, restano molto più numerose delle disponibilità delle imprese. Secondo il Cnel, il tasso di recidiva può scendere fino al 2% tra i detenuti coinvolti in un percorso professionale. Un risultato che, sottolinea Fabbri, rende il lavoro “non soltanto uno strumento di reinserimento, ma anche un investimento sulla sicurezza di tutta la comunità”. Padova. Uno Sportello di segretariato sociale per aiutare i detenuti nelle pratiche amministrative di Gigliola Alfaro agensir.it, 6 settembre 2026 Attraverso colloqui settimanali in carcere, gli operatori ascoltano le richieste, raccolgono documenti, orientano le persone detenute sulle procedure corrette e attivano i contatti necessari con enti pubblici e privati. Non sempre è semplice per un comune cittadino rapportarsi con i servizi della Pubblica Amministrazione per sbrigare pratiche necessarie alla vita di tutti i giorni. Se poi si vive in carcere a volte problemi anche semplici possono diventare insormontabili. Per ovviare a questi problemi l’Associazione Granello di Senape di Padova Odv ha aperto uno Sportello di orientamento giuridico e segretariato sociale sia nella casa di reclusione sia nella casa circondariale di Padova tentando di semplificare la vita ai detenuti, almeno nel rapporto con le strutture interne ed esterne al carcere. Le persone detenute rischiano di perdere diritti sociali fondamentali non perché non ne abbiano titolo, ma perché la detenzione rende quasi impossibile svolgere pratiche amministrative ordinarie: richiedere la Naspi, rinnovare documenti, avviare domande di invalidità civile, ottenere Isee, Red o estratti contributivi, dialogare con Inps, Comune, Agenzia delle Entrate, Motorizzazione, Consolati e altri uffici. Lo Sportello di Segretariato sociale dell’Associazione Granello di Senape nasce per colmare questa distanza. Attraverso colloqui settimanali in carcere, gli operatori ascoltano le richieste, raccolgono documenti, orientano le persone detenute sulle procedure corrette e attivano i contatti necessari con enti pubblici e privati. Il servizio è rivolto potenzialmente a tutta la popolazione detenuta dei due istituti. Ma l’Associazione ha bisogno di aiuto per sostenere il progetto anche nella casa circondariale e garantire continuità a un presidio concreto di dignità, legalità e reinserimento sociale. Sulla base dell’esperienza maturata, può raggiungere circa 160 persone all’anno nella casa circondariale, con una media prevista di 50 colloqui al mese. Sostenere il progetto significa aiutare chi è privato della libertà a non essere privato anche dell’accesso ai propri diritti, rafforzando il lavoro dell’Amministrazione penitenziaria e della rete territoriale. Per sostenere il progetto si può donare un importo a scelta tramite la piattaforma “Il Mio Dono” di Unicredit. Ogni donazione contribuisce a mantenere aperto uno spazio di ascolto e orientamento, dove anche una pratica amministrativa può diventare un passo verso responsabilità, autonomia e futuro. “Lo sportello nasce nel 2007”, racconta al Sir la responsabile, Francesca Rapanà, che spiega: “Ci occupiamo di pratiche amministrative che potrebbero essere proprio in capo al carcere, ma il carcere non riesce ad adempiere a tutto per varie ragioni, per questo, per quanto è possibile, cercano di facilitarci”. Rapanà evidenzia che una difficoltà è che “nel 2026 ancora non abbiamo internet per lo Sportello in carcere, ma per fortuna abbiamo una stanza nostra e un computer”. Ma le problematiche riguardano principalmente adempimenti che per persone libere sono abbastanza semplici, mentre sono molto complicati per detenuti. “Le maggiori difficoltà - precisa Rapanà - sono proprio per la situazione delle persone e per i vuoti normativi. Faccio un esempio: le persone straniere, anche se hanno il permesso di soggiorno nel momento in cui entrano in carcere, possono trovarsi in difficoltà se durante la detenzione il permesso scade, perché non riescono praticamente mai a rinnovarlo durante la detenzione. E questo ovviamente fa sì che non si possono fare alcune pratiche per le quali è necessario avere un permesso di soggiorno valido. Ci sono persone che non riescono a rinnovare i documenti perché chiaramente non possono andare al Consolato. La verità è che le pratiche amministrative non sono pensate per i cittadini detenuti. Se un detenuto ha dei soldi sul conto corrente bancario ma il bancomat è scaduto, non può andare di persona a chiedere il nuovo o un nuovo pin. Oppure il detenuto ha un figlio minore che ha bisogno di un documento valido per l’espatrio, serve una firma autenticata, ma il genitore non ha il documento valido. Possono sembrare delle banalità, ma sono pratiche che richiedono la presenza della persona”. In pratica, aggiunge la responsabile dello Sportello, “ci occupiamo della previdenza sociale con i Patronati, di rinnovare i documenti come carta d’identità, patente, tenere i rapporti con gli avvocati, recuperare i certificati, fare la domanda al Comune per entrare nella graduatoria delle case Ater, compilare il 730. Cerchiamo anche di sensibilizzare le varie amministrazioni interessate a seconda dei casi, ad esempio, Agenzia delle entrate, Inps, Comuni, a trovare soluzioni per quei casi specifici”. A segnalare le necessità allo Sportello “sono gli stessi detenuti o il personale amministrativo del carcere”. Con i detenuti “si crea un rapporto di fiducia e gratitudine. Spesso ci raccontano delle preoccupazioni che vivono perché non riescono, ad esempio, a dare l’autorizzazione al figlio per una gita o a sbloccare i soldi che servono alla famiglia per vivere”. Allo Sportello lavorano “quattro operatori e due volontari di Servizio civile che cambiano ogni anno. Noi operiamo sia nella casa di reclusione sia nella casa circondariale, per la quale abbiamo lanciato la raccolta fondi con Unicredit. Lo Sportello è supportato da un finanziamento del Comune, ma essendo due gli istituti che seguiamo non è sufficiente. Quest’anno abbiamo vinto un bando dell’Unicredit ma per incrementare la cifra abbiamo avviato la raccolta fondi, in modo da garantire un anno con un’operatrice pagata anche nella casa circondariale”. Tra gli obiettivi dello Sportello anche promuovere la formazione: “Quest’anno abbiamo realizzato un corso di formazione online per operatori di sportello, hanno partecipato 200 persone a livello nazionale. Si tratta anche di un’attività di ricerca, perché le questioni da risolvere sono sempre molto particolari e non hanno procedure già definite, quindi si tratta proprio di mettersi a cercare le procedure da poter utilizzare, studiare le norme, anche coinvolgendo gli avvocati che ci supportano. È sempre un aggiornamento continuo anche per noi”. Modena. “Deceduto in cella, il caso non si può chiudere” di Valentina Reggiani Il Resto del Carlino, 6 settembre 2026 Fabio Romagnoli venne trovato privo di vita accanto a un fornellino a gas. Per la procura fu decesso accidentale. La famiglia: “No, fu un suicidio evitabile”. A marzo dello scorso anno il giudice, accogliendo la richiesta di opposizione all’archiviazione del caso, avanzata dai legali della famiglia aveva disposto nuove indagini per far luce sulla morte di Fabio Romagnoli, trovato cadavere a 40 anni - il 20 febbraio 2023 - nella sua cella del carcere Sant’Anna. Ora, per la seconda volta, la procura di Modena ha chiesto l’archiviazione del caso ma la famiglia dell’uomo - assistita dagli avvocati Luca Sebastiani e Stefania Pettinacci - si è nuovamente opposta alla chiusura del caso e il prossimo 30 settembre è prevista l’udienza dinanzi al Gip Scarpa. Il detenuto fu trovato accasciato a terra, con accanto un fornellino a gas, dal compagno di cella e da un agente della Penitenziaria. Secondo la Procura morì per cause accidentali, mentre per la famiglia Romagnoli si suicidò in carcere e non fu fatto nulla per prevenire la tragedia, nonostante i pregressi tentativi del 40enne di togliersi la vita. Una drammatica ‘piaga’, quella dei suicidi in carcere su cui più volte anche a Modena - visti i numeri allarmanti - ha dibattuto la politica ma, soprattutto, la camera penale e gli stessi familiari delle vittime. A marzo dello scorso anno dunque il giudice aveva disposto nuovi accertamenti per valutare se vi fossero responsabilità relativamente alla dotazione del fornellino nei confronti di un detenuto comunque a rischio suicidio, avendo già tentato l’estremo gesto in passato ma, secondo la pm Graziano, non sono ravvisabili responsabilità. Romagnoli era un soggetto fragile che, stando a quanto riferito da lui stesso ai suoi familiari nelle ultime settimane di vita, si trovava in grave sofferenza psichica. Ora, appunto, si attende l’udienza nel corso della quale il giudice sarà chiamato a decidere sull’archiviazione o meno del caso. Intanto sale l’allarme nei penitenziari modenesi e, in particolare, all’interno della casa lavoro di Castelfranco Emilia per continue e gravi aggressioni ai danni degli agenti penitenziari. Infatti il sindacato Sappe denuncia l’ennesimo episodio di violenza a Castelfranco, dove un detenuto sottoposto a custodia attenuata ha aggredito tre ispettori, causando loro traumi contusivi che hanno richiesto le cure mediche ospedaliere. Alessandria. Carceri, AVS: “Situazione insostenibile” di Alice Ravinale e Giulia Marro iltorinese.it, 6 settembre 2026 Nel giorno in cui registriamo l’ennesimo morto suicida, questa volta nel carcere di Verbania, che segue di soli 4 giorni il ragazzo che si è tolto la vita in quello di Biella lunedì, abbiamo visitato il penitenziario di Alessandria a distanza di sette mesi dalla nostra ultima visita. La situazione nella Casa Circondariale “Don Soria” di Alessandria è allarmante. Sono 255 i detenuti presenti in una struttura che versa in condizioni fatiscenti dal punto di vista strutturale. Una struttura che non consente nemmeno la realizzazione di attività trattamentali, che invece erano numerose e positive nell’altro carcere di Alessandria, il San Michele, e che sono state chiuse dall’oggi al domani per la trasformazione di quell’istituto in carcere di massima sicurezza, di cui tutt’ora non si sa con certezza nulla. Il Don Soria presenta gravissime criticità anche sul fronte del personale e, in particolare, dell’assistenza sanitaria. A preoccupare è soprattutto la mancanza di un’adeguata presenza del SerD, nonostante moltissimi detenuti abbiano problemi di tossicodipendenza. A questo si aggiunge il tema dell’uso dei farmaci e delle dipendenze da questi ultimi: durante la visita abbiamo visto persone a letto, apparentemente molto calme e assonnate, ma in condizioni che lasciavano chiaramente trasparire uno stato di forte alterazione da farmaci. Secondo quanto abbiamo appreso, fanno uso di psicofarmaci la quasi totalità delle persone presenti. È una condizione allarmante, che richiederebbe una presa in carico e un monitoraggio costanti e che invece, per quanto abbiamo potuto riscontrare, non vengono garantiti secondo i parametri previsti dalla legge. La stessa direzione sanitaria ha denunciato le difficoltà di una situazione nella quale il personale sanitario si ritrova a dover gestire prescrizioni e terapie in un contesto estremamente complesso e senza il supporto necessario. Su questo presenteremo immediatamente un’interrogazione in Consiglio. Altrettanto grave è la situazione dei detenuti con problematiche psichiatriche: pur essendo presente uno psichiatra, manca il supporto necessario per garantire una reale ed efficace presa in carico. Stiamo parlando di persone che dovrebbero scontare la pena in strutture adeguate, che mancano. Abbiamo inoltre incontrato molti giovani adulti, in larga parte magrebini, persone sospese nell’attesa di risposte che troppo spesso non arrivano, schiacciate da una burocrazia lentissima, dall’elevato numero di persone da seguire e, più in generale, da un sistema che evidentemente non regge più. È evidente che in questo modo il carcere non possa in alcun modo garantire la riabilitazione dei detenuti, prevista dalla Costituzione. Quale sicurezza si può costruire se le pene non servono a superare i fenomeni di criminalità? Ancora ieri abbiamo sollecitato in capigruppo la convocazione di un Consiglio regionale aperto sulla situazione delle carceri piemontesi, che chiediamo dal mese di febbraio, ma tutto ciò che otteniamo è silenzio e un immobilismo francamente inaccettabile. Ancora non si è visto uno straccio di relazione da parte della garante dei detenuti Monica Formaiano, scelta in quota Fratelli d’Italia, di cui abbiamo riscontrato tracce vitali solo a metà agosto in occasioni delle aggressioni a due agenti di Polizia Penitenziaria a Saluzzo e a Torino. Le parole di circostanza come “Ogni episodio di violenza deve essere condannato con fermezza e non può essere considerato un fatto normale” non sono più accettabili: la Garante si svegli dal torpore e sia garante davvero dei detenuti oppure lasci il suo incarico a chi lo sa fare. Allo stesso modo è necessario si desti dal sonno anche il Presidente Cirio: l’unica volta che ha toccato il tema carceri è stato in occasione della richiesta di grazia al gioielliere di Cavour, un’uscita propagandistica poi precipitata (fortunatamente) nell’abisso delle urgenze di bilancio accatastate da mesi, ma che non toglie dall’imbarazzo un Presidente che non è in grado di occuparsi di un tema sempre più serio e vergognoso. Anche perché è un anno nero per le carceri: a luglio la Cedu ha condannato l’Italia per la violazione dei diritti umani per la morte di Antonio Raddi e subito avevamo chiesto che il Presidente dichiarasse lo stato di emergenza all’indomani di una sentenza che ha messo nero su bianco che nei penitenziari piemontesi i diritti umani vengono di fatto sospesi. Brescia. Sette detenuti su dieci con problemi di droga e oltre la metà sono stranieri bsnews.it, 6 settembre 2026 Sette detenuti su dieci hanno problemi di tossicodipendenza, mentre più della metà della popolazione carceraria è composta da cittadini stranieri. Sono due dei dati che descrivono la situazione nelle carceri bresciane e che, insieme al sovraffollamento, restituiscono la complessità della gestione quotidiana del Nerio Fischione e di Verziano. Le percentuali assumono un peso ancora maggiore se rapportate alle presenze complessive. Nei due istituti risultano infatti 508 detenuti, nonostante una capienza regolamentare complessiva di 252 posti e - ovviamente - il problema principale (già oltre l’emergenza) è quello di Canton Mombello. Il dato sulla tossicodipendenza è quello numericamente più rilevante: il 70% dei detenuti presenta problemi legati alle dipendenze da sostanze. Si tratta di una condizione che coinvolge quindi una larga maggioranza della popolazione ristretta e che richiede interventi sanitari, psicologici e trattamentali specifici. A questo si affianca la composizione per nazionalità. Il 55% dei detenuti è straniero. Più di una persona ristretta su due, dunque, proviene da un altro Paese. Un elemento che rende particolarmente significativo un altro numero contenuto nella fotografia degli istituti bresciani: i mediatori culturali di ruolo sono zero. Al Nerio Fischione più del doppio dei posti disponibili - A rendere ancora più difficile il quadro è il sovraffollamento. Nel Nerio Fischione sono presenti 384 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 182 posti. Sono 202 persone in più rispetto ai posti previsti, con un rapporto tra presenze e capienza che raggiunge circa il 211%. Anche Verziano si trova ampiamente sopra la propria disponibilità regolamentare. I detenuti sono 124 per 70 posti, 54 in più della capienza indicata. Il tasso di affollamento è quindi nell’ordine del 177%. Sommando i due istituti, i posti regolamentari sono 252 e i detenuti 508: 256 presenze oltre la capienza, con un livello complessivo di affollamento superiore al 200%. Il sovraffollamento si intreccia così con una popolazione detenuta nella quale risultano particolarmente diffuse le dipendenze e consistente la componente straniera. Tre fattori differenti, ma che incidono contemporaneamente sulle esigenze sanitarie, educative e organizzative delle strutture. Quattro psicologi e quattro educatori - Anche i numeri relativi alle figure professionali consentono di inquadrare le risorse disponibili. Per i due istituti bresciani risultano complessivamente quattro psicologi e quattro educatori, a fronte di oltre cinquecento detenuti. Sul versante della Polizia penitenziaria, la situazione varia invece tra le due carceri. Al Nerio Fischione risultano 218 unità sulle 227 previste, con nove posti scoperti. A Verziano sono presenti 72 agenti rispetto a un organico previsto di 95, con una carenza di 23 unità. Complessivamente si arriva quindi a 290 unità rispetto alle 322 previste, con 32 posti non coperti. La visita degli avvocati - Su questa realtà si è concentrata anche la visita effettuata il 31 agosto al Nerio Fischione. Circa cinquanta persone, tra legali della Camera penale di Brescia e rappresentanti dell’Osservatorio dell’Ucpi, sono entrate nell’istituto. Alla delegazione si sono aggiunti anche appartenenti all’Ordine degli avvocati. L’iniziativa ha consentito di osservare direttamente una struttura nella quale il numero dei detenuti è ormai superiore al doppio della capienza regolamentare. La fotografia che emerge dai dati non riguarda quindi soltanto la disponibilità delle celle. Il 70% di persone con problemi di tossicodipendenza e il 55% di detenuti stranieri pongono esigenze specifiche sul fronte sanitario, psicologico, educativo e della mediazione, proprio mentre l’istituto più grande, il Nerio Fischione, ospita oltre due persone per ogni posto regolamentare. Ed è il contrasto tra queste necessità e le risorse indicate a rappresentare uno degli aspetti più significativi: 508 detenuti, quattro educatori, quattro psicologi e nessun mediatore culturale di ruolo nei due istituti bresciani. Rieti. “Sunshine Aps” e il Rione Vazia donano abiti ai detenuti di Vazia di Emanuele Faraone Il Messaggero, 6 settembre 2026 “Sunshine Aps” e il Rione Vazia insieme sotto il segno della solidarietà con una donazione di abiti ai detenuti del carcere di Vazia. Vicinanza e inclusione da parte della comunità di Vazia e dell’associazione Sunshine Aps, partner attivo del Rione stesso e promotrice della Festa dei pozzi. Indumenti, abiti e vestiario per i detenuti della struttura penitenziaria di Rieti, formalmente consegnati alla parrocchia del quartiere nelle mani di don Denny Thakidiyl che si è poi personalmente occupato di concludere questa catena di solidarietà fino all’interno della Casa circondariale. Gli indumenti saranno consegnati ai detenuti offrendo loro un supporto materiale ma soprattutto un segnale tangibile di attenzione da parte della cittadinanza reatina. Novara. “Abbracciare una stella”, i detenuti portano in scena la loro esperienza corrieredinovara.it, 6 settembre 2026 Il progetto nasce dalla collaborazione tra Cabiria Teatro, istituto penitenziario, Comune e Fondazione Banca Popolare di Novara. Portare il carcere nella comunità e la comunità dentro il carcere attraverso il teatro. È questo l’obiettivo di “Abbracciare una stella”, lo spettacolo scritto e interpretato dai detenuti della Casa Circondariale di Novara, con la regia di Elena Ferrari e Mariano Arenella, inserito nel programma delle Notti di Cabiria 2026. Lo spettacolo andrà in scena venerdì 11 e sabato 12 settembre alle 17, con due repliche all’interno della struttura penitenziaria di via Sforzesca. In scena ci saranno “le voci autentiche di chi vive ogni giorno il carcere”, alle prese con temi “quotidiani, veri e difficili”. Il finale, anticipano gli organizzatori, muove dall’epifania di un giovane detenuto che ha esternato ciò che lo fa sentire soddisfatto. A presentare il progetto sono stati il presidente della Fondazione Banca Popolare di Novara Franco Zanetta, l’assessore comunale Teresa Armienti, il direttore reggente della Casa Circondariale Mario Peraldo e i registi di Cabiria Teatro, Elena Ferrari e Mariano Arenella. La Fondazione BPN sostiene l’iniziativa nell’ambito di un rapporto già consolidato con Cabiria Teatro, legato a progetti di impegno sociale e al coinvolgimento di ambienti e soggetti svantaggiati, e con la Casa Circondariale, anche attraverso i contributi destinati in passato alla realizzazione della tensostruttura per le attività ludiche e artistiche. Zanetta ha espresso “stima e ammirazione” per Peraldo, Ferrari e Arenella, sottolineando il valore dei “temi etici e di sicurezza che questo progetto sposa”. “Anche i detenuti sono cittadini” - Per l’assessore Armienti il progetto parte da un principio preciso: “Il Comune c’è perché anche i detenuti sono cittadini, con esigenze diverse dagli altri. Se non li prepariamo ad affrontare la società con un altro spirito, c’è un concreto rischio di recidiva”. Da qui la necessità, sottolinea, di “lavorare, dentro e fuori dal carcere, per eliminare pregiudizi e preparare ad accoglierli”. Lo stesso percorso proseguirà il 30 ottobre al Teatro Coccia con “Romeo e Giulietta opera ibrida” di Cabiria Teatro, spettacolo del quale faranno parte anche alcuni detenuti della Casa Circondariale. La replica mattutina sarà dedicata agli studenti novaresi, perché, spiegano Armienti e Peraldo, “i ragazzi possano vivere sulla propria pelle le emozioni di chi ha superato il confine dalla parte sbagliata”. Un laboratorio che coinvolge una decina di detenuti - Per il direttore reggente Mario Peraldo si tratta di “un progetto ampiamente avviato, che coinvolge una decina di persone”. I detenuti hanno potuto misurarsi con la scrittura e l’interpretazione di un testo teatrale, occupandosi anche della realizzazione di costumi e scenografia. “Questo laboratorio teatrale libera le capacità espressive e permette di manifestare ciò che il carcere rischia di livellare”, spiega Peraldo. Un’esperienza che consente inoltre ai partecipanti di incontrare professionisti “che danno loro fiducia, tirando fuori ciò che non pensavano di avere dentro”. Ferrari e Arenella hanno lavorato su un testo scritto direttamente dai detenuti, che hanno scelto di raccontare la vita dietro le sbarre, gli errori, la voglia di riscatto e gli spazi fisici e mentali nei quali progettare un futuro migliore. Anche la parte tecnica dello spettacolo, che risulta “praticamente sold out”, sarà gestita in autonomia da altri circa 12 detenuti, coinvolti in un corso organizzato da Cabiria Teatro per diventare tecnici audio e luci, sostenuto con i fondi destinati alla promozione e al sostegno delle attività teatrali negli istituti penitenziari. Venezia. “Luci nella Notte” alla Giudecca, ospite Francesca Archibugi gnewsonline.it, 6 settembre 2026 La violenza di genere, la giustizia, il buco nero della prostituzione minorile. Tutti temi che le donne detenute della Giudecca di Venezia hanno affrontato con Francesca Archibugi, ospite della casa di reclusione. L’altro ieri, 4 settembre, la regista ha presentato il suo film, “Illusione”, nell’ambito della rassegna “Luci nella notte”, promossa dalla Fondazione De Sanctis in collaborazione con il Ministero. “Illusione” prende spunto da un caso di cronaca, da un trafiletto di giornale come tanti, forse troppi. La protagonista è Rosa Lazar (Angelina Andrei), una ragazzina moldava ritrovata per strada a Perugia, dopo essere stata vittima di violenze. Partono le indagini, coordinate dalla sostituta procuratrice Cristina Camponeschi (Jasmine Trinca), alla quale si affianca lo psicologo Stefano Mangiaboschi (Michele Riondino). Rosa ripercorre il suo trauma, sospesa tra sogno e realtà. Ma, con il dipanarsi della storia, emergono inquietudini e debolezze anche degli altri personaggi. Le donne detenute, colpite dalla pellicola, hanno ripercorso le proprie vicende di vita. Più che fare domande, si sono messe a nudo, aiutate dall’atmosfera tutta al femminile: con Archibugi c’erano la sceneggiatrice del film, Laura Paolucci, e la direttrice dell’istituto, Maurizia Campobasso. “Francesca Archibugi ha raccontato per tutta la sua carriera persone fragili, imperfette, spesso colte nei passaggi più difficili della loro vita, senza mai ridurle ai loro errori o alle loro fragilità”, ha detto la direttrice Campobasso in apertura dell’evento. “Credo - ha proseguito la dirigente - che sia una sensibilità che dialoga profondamente con un luogo come questo, dove il nostro compito è ricordare che dietro ogni storia c’è una persona e, finché c’è una persona, c’è sempre la possibilità di scriverne un pezzo diverso”. Il welfare perde colpi, mettiamolo al centro della prossima campagna elettorale di Sergio Harari Corriere della Sera, 6 settembre 2026 Una parola sembra quasi scomparsa dal lessico pubblico: il welfare. Che vuole dire la possibilità, per ciascuno, di non essere lasciato solo davanti alla malattia, alla vecchiaia, alla non autosufficienza, alla perdita del lavoro, alla povertà educativa, al caldo estremo, alla fragilità familiare. Una idea concreta di Paese, di solidarietà collettiva. Il welfare è stato uno dei tratti più riconoscibili dell’identità europea: protezione dai rischi che il mercato non assicura, contrasto alle povertà e alle disuguaglianze, sostegno alla partecipazione al lavoro e, insieme, costruzione di coesione sociale. È una conquista da difendere perché oggi sottoposta a molteplici tensioni: invecchiamento della popolazione, denatalità, lavori intermittenti e malpagati, nuove povertà, migrazioni, cambiamento climatico e inquinamento atmosferico, disuguaglianze di salute. E le nuove sfide poste dall’intelligenza artificiale. Ma la politica parla d’altro, come ha ben scritto su queste pagine Carlo Verdelli. E perde una occasione importante di coinvolgere l’elettorato giovanile, più sensibile ai temi dei cambiamenti climatici, ai temi dell’AI, che viaggia, studia all’estero ed è molto più europeo delle nostre politiche. Per la sinistra poi dimenticare il tema dello stato sociale è un problema politico prima ancora che elettorale. Il welfare non è un argomento qualunque: vuole dire tornare a interrogarsi su come distribuire sicurezza e opportunità in una società che non è più la stessa, dove i rischi sono cambiati e non colpiscono tutti allo stesso modo. Una sinistra che voglia ritrovare una vena identitaria dovrebbe ripartire da qui, scegliendo poche priorità riconoscibili: un Servizio sanitario nazionale realmente accessibile e universalistico, una rete nazionale per la non autosufficienza, servizi per l’infanzia che liberino il lavoro femminile e sostengano la natalità, istruzione e formazione come antidoti alle disuguaglianze, politiche dei redditi. E fare proprie le battaglie contro l’inquinamento atmosferico e i cambiamenti climatici. Tutto questo vuole dire consentire alle persone di lavorare senza morire, curarsi, formarsi, avere figli, affrontare transizioni professionali e tecnologiche. La prossima campagna elettorale dirà molto della qualità della nostra democrazia, vedremo se saprà mettere al centro la sicurezza sociale nella sua accezione più larga: una promessa civile da rendere sostenibile e universale. La libertà ha bisogno di cura di Letizia Moratti* Corriere della Sera, 6 settembre 2026 La legge sul fine vita: ecco perché non possiamo affidare alle singole Regioni la risposta a una questione così complessa. Ci sono questioni sulle quali la politica dovrebbe innanzitutto misurare le parole. Il fine vita è una di queste. Perché dietro ogni principio, ogni norma, ogni sentenza ci sono una persona che soffre, una famiglia che accompagna, un medico chiamato a decidere secondo scienza e coscienza. E c’è una domanda che riguarda tutti noi: che cosa deve fare una comunità quando uno dei suoi membri, nel momento della massima fragilità, chiede di poter porre fine alla propria vita? Credo che la risposta debba partire dalla libertà. Ma da una libertà piena, concreta, consapevole, non soltanto proclamata. Una persona gravemente malata non sceglie mai in una condizione astratta. La sua volontà può formarsi dentro il dolore, la paura, la solitudine, la perdita dell’autonomia. Può essere segnata dalla dipendenza dagli altri, persino dal timore di rappresentare un peso per chi ama. Considerare irrilevanti queste circostanze significherebbe avere una concezione soltanto formale della libertà proprio nel momento in cui essa ha bisogno delle maggiori garanzie. Per questo una scelta può dirsi davvero libera soltanto quando esiste concretamente anche un’altra possibilità. Essere curati, non soffrire, essere assistiti, essere accompagnati. È qui che si misura la responsabilità dello Stato. Ed è qui che la politica non può più sottrarsi alla propria. Non possiamo affidare la risposta a una questione così complessa e profonda a discipline differenti da Regione a Regione. La vita, la dignità della persona, la libertà di scelta e la responsabilità del medico non possono ricevere tutele diverse a seconda del luogo in cui si nasce o ci si ammala. Procedere a macchia di leopardo significherebbe introdurre diseguaglianze proprio nel momento in cui più forte deve essere l’uguaglianza dei cittadini davanti allo Stato. Serve dunque una legge nazionale a cui Forza Italia sta lavorando, seria ed equilibrata, capace di dare certezza alle persone, alle famiglie e ai medici, di porre fine alle disparità territoriali e di ricondurre al Parlamento una responsabilità che appartiene innanzitutto al legislatore. Una legge che, a mio giudizio, non può prescindere da due garanzie fondamentali. La prima riguarda le cure palliative e la terapia del dolore. Devono essere rese realmente disponibili su tutto il territorio nazionale e la loro presa in carico deve rappresentare un passaggio obbligatorio prima di poter accedere eventualmente al fine vita. Non un adempimento burocratico, non una firma in più, ma un percorso effettivo di cura e accompagnamento. Perché la libertà di scegliere presuppone la libertà di poter scegliere diversamente. E questa libertà non esiste se alla persona che soffre lo Stato non ha prima garantito tutto ciò che può alleviare il dolore, ridurre la paura, contrastare la solitudine e restituire dignità al tempo che rimane. Questo non significa imporre l’accanimento terapeutico. Il diritto di rifiutare trattamenti non voluti o sproporzionati deve essere pienamente rispettato. Significa affermare un principio diverso secondo cui nessuno dovrebbe arrivare a una decisione irreversibile perché non ha avuto accesso alle cure necessarie o perché si è sentito abbandonato. La seconda garanzia riguarda il medico. La libertà del paziente non può essere costruita sacrificando la libertà di coscienza di chi cura. Nessun medico può essere obbligato a compiere un atto che investe in modo così radicale la propria concezione della professione, della vita e della morte. Per questo una legge nazionale deve assicurare pienamente il diritto all’obiezione di coscienza, senza discriminazioni o conseguenze professionali per chi decida di esercitarlo. L’eventuale partecipazione del medico deve essere volontaria e gratuita. Su un confine così delicato dell’esistenza umana deve inoltre essere escluso qualsiasi interesse economico. Sono due garanzie che non limitano la libertà. La rendono più autentica. Il compito del legislatore, infatti, non è scegliere al posto della persona. È costruire le condizioni perché una decisione tanto estrema non nasca dalla mancanza di alternative, dall’assenza di assistenza, dalla sofferenza non trattata o dalla percezione di essere diventati un peso. Una persona anziana, disabile, gravemente malata o non autosufficiente non deve mai pensare che la propria vita valga meno perché dipende dagli altri. Una società civile non misura la dignità sulla produttività, sull’autonomia o sull’efficienza di una persona. È questo il confine che una buona legge nazionale deve saper custodire. Garantire l’autodeterminazione senza trasformare la solitudine in una scelta; rispettare la volontà individuale senza fare della morte una risposta sociale alla fragilità; tutelare il paziente senza violare la coscienza del medico. Vorrei che davanti a chi attraversa il momento più difficile della propria esistenza il nostro Paese fosse capace, prima di ogni altra cosa, di dirgli che la sua vita continua ad avere valore, la sua sofferenza ci riguarda, non è solo. Perché è proprio quando una persona è più fragile e dipende maggiormente dagli altri che una società rivela fino in fondo quale significato attribuisce alla parola dignità. “L’antifascismo non è terrorismo”. Appello del mondo della cultura e dell’università in sostegno di Autistici/Inventati Il Manifesto, 6 settembre 2026 Noi, docenti, ricercatrici, ricercatori e persone che lavorano nel mondo dell’università, della ricerca e della cultura, esprimiamo la nostra solidarietà al collettivo Autistici/Inventati e la nostra profonda preoccupazione per quanto sta accadendo in queste settimane. Il 26 agosto 2026 l’amministrazione degli Stati Uniti ha designato Autistici/Inventati come Specially Designated Global Terrorist (Sdgt), sottoponendo un collettivo italiano attivo da venticinque anni nel campo dei diritti digitali, della privacy e della libera comunicazione al regime statunitense delle sanzioni antiterrorismo. Non siamo di fronte soltanto a un provvedimento amministrativo statunitense. E non siamo di fronte soltanto a una vicenda che riguarda Autistici/Inventati. Gli effetti della decisione di Washington hanno rapidamente attraversato i confini degli Stati Uniti. Il dominio autistici.org è diventato irraggiungibile, rendendo temporaneamente inaccessibili servizi utilizzati da migliaia di persone e realtà associative; il conto PayPal destinato alle donazioni è stato bloccato e anche il rapporto con Banca Etica è stato messo in discussione. Una decisione politica assunta da un governo straniero ha quindi prodotto conseguenze concrete sulla possibilità di comunicare, organizzarsi e sostenere economicamente un’infrastruttura digitale che opera in Italia e in Europa. È un precedente che dovrebbe preoccuparci tutte e tutti. Autistici/Inventati non è soltanto un sito internet. Dal 2001 costruisce e mantiene infrastrutture digitali indipendenti, mettendo a disposizione posta elettronica, mailing list, blog, hosting e strumenti pensati per permettere a persone, associazioni, collettivi e movimenti di comunicare tutelando la propria privacy e i propri dati. Colpire Autistici/Inventati significa quindi colpire anche un’idea: che sia possibile esercitare una forma di autodeterminazione e di autotutela nell’utilizzo degli strumenti digitali. In un’epoca nella quale una parte crescente delle nostre relazioni e della nostra vita politica passa attraverso infrastrutture controllate da grandi società private, costruire strumenti autonomi, decentralizzati e non commerciali non rappresenta una minaccia alla democrazia. La tutela della privacy non è clandestinità. La crittografia non è terrorismo. Sottrarre le proprie comunicazioni alla profilazione commerciale e alla sorveglianza indiscriminata non può diventare un indizio di colpevolezza. Allo stesso modo, confondere la fornitura di un’infrastruttura di comunicazione con le eventuali responsabilità di chi la utilizza introduce un principio pericoloso: attribuire al gestore di uno spazio comunicativo la responsabilità politica o penale delle attività e delle idee di chi vi accede. La decisione contro Autistici/Inventati arriva inoltre dentro una più ampia offensiva politica e culturale dell’amministrazione Trump contro l’antifascismo. L’utilizzo sempre più esteso della categoria di “terrorismo” per descrivere movimenti, reti, persone e infrastrutture riconducibili all’area antifascista rischia di trasformare un’identità e una cultura politica in un indicatore di pericolosità. In Europa avevamo già visto segnali inquietanti. Il processo di Budapest contro militanti antifascisti provenienti da diversi Paesi europei, tra cui Ilaria Salis, Maja T., Gino e altre e altri, ha mostrato quanto la repressione dell’antifascismo possa assumere una dimensione transnazionale. Oggi assistiamo a un ulteriore salto di qualità. La designazione di Autistici/Inventati offre infatti l’occasione per andare oltre il collettivo stesso: colpire spazi di organizzazione politica e sociale, costruire associazioni tra realtà differenti e alimentare una più generale campagna di criminalizzazione del dissenso. In Italia questo processo è già visibile. Una parte della stampa di destra ha trasformato in pochi giorni la vicenda di Autistici/Inventati in una campagna nella quale ricorrono ossessivamente parole come “terrorismo”, “eversione”, “estremismo”, “fiancheggiamento”. Termini dalla straordinaria gravità storica e giuridica vengono utilizzati non soltanto per descrivere eventuali condotte, ma ambienti politici, relazioni e percorsi personali. È dentro questa costruzione che si inserisce l’attacco mediatico contro Paolo De Rosa, informatico che ha lavorato per istituzioni italiane ed europee e che ha partecipato alla storia dell’infrastruttura di Autistici/Inventati. La sua figura è stata utilizzata per costruire una catena di associazioni nella quale la partecipazione a un progetto digitale, le relazioni politiche e professionali e la vicinanza a determinati ambienti diventano elementi attraverso i quali evocare continuamente terrorismo ed eversione. Alla campagna mediatica si è rapidamente affiancata quella politica, con iniziative e interrogazioni annunciate anche da esponenti della maggioranza di governo. E’ anche la progressiva dilatazione delle categorie di “terrorismo” ed “eversione” a preoccuparci. Una decisione amministrativa assunta dal governo degli Stati Uniti viene trattata come se costituisse una sentenza pronunciata anche in Italia. Da quella decisione si procede per associazioni successive: da Autistici/Inventati alle persone che hanno contribuito alla sua infrastruttura; da queste alle organizzazioni politiche e sociali con cui hanno avuto rapporti; fino agli spazi nei quali il dissenso e il conflitto sociale si organizzano. Il rischio è che “terrorismo” ed “eversione” smettano progressivamente di descrivere condotte determinate e diventino strumenti politici capaci di produrre sospetto, isolamento e delegittimazione. La libertà di espressione, del resto, non esiste in astratto. Ha bisogno di luoghi, strumenti e infrastrutture attraverso cui esercitarsi. Vale per un giornale, per un’università, per un’associazione, per uno spazio sociale e vale, oggi più che mai, per le infrastrutture digitali. Colpire gli strumenti attraverso i quali una comunità comunica può diventare un modo estremamente efficace per colpire quella comunità senza doverne formalmente vietare l’esistenza. Per il mondo dell’università, della cultura e della ricerca questo non è un problema lontano. La libertà accademica si fonda anche sulla possibilità di studiare, incontrare, intervistare, ospitare, discutere e mantenere relazioni con soggetti controversi senza che la relazione, la ricerca o la condivisione di uno spazio di comunicazione diventino automaticamente prove di complicità politica o penale. Domini, sistemi di pagamento, servizi finanziari e infrastrutture digitali sono concentrati nelle mani di pochi soggetti privati, molti dei quali sottoposti direttamente o indirettamente alla giurisdizione statunitense. Una decisione politica presa a Washington può così tradursi, senza una sentenza di un tribunale italiano o europeo, nella sostanziale esclusione di un soggetto italiano da pezzi fondamentali della vita economica e digitale. È un problema di libertà ed è un problema di sovranità democratica. Per questo chiediamo al Governo italiano e alle istituzioni dell’Unione europea di chiarire la propria posizione sulla designazione statunitense di Autistici/Inventati e di intervenire affinché decisioni unilaterali di un Paese terzo non possano produrre automaticamente conseguenze sulla libertà di comunicazione, sull’accesso ai servizi digitali e sui rapporti economici di soggetti che operano legalmente nell’Unione europea. Chiediamo alle università, ai centri di ricerca, alle comunità scientifiche e alle istituzioni culturali di non rimanere in silenzio e di difendere la libertà di espressione, il diritto alla privacy e all’autotutela digitale, l’esistenza di infrastrutture indipendenti e il diritto delle persone a organizzarsi e comunicare. E chiediamo di respingere il tentativo di utilizzare la categoria del terrorismo per costruire una campagna di criminalizzazione dell’antifascismo e, attraverso di esso, degli spazi del dissenso e del conflitto sociale. L’Italia possiede una storia che dovrebbe renderci particolarmente vigili. Il terrorismo neofascista, le stragi di Stato e la strategia della tensione hanno insanguinato la storia della Repubblica. L’antifascismo, al contrario, appartiene alle radici storiche e costituzionali della nostra democrazia ed è emblema di libertà. Riscrivere questa storia, trasformando l’antifascismo da fondamento democratico in categoria sospetta, significa restringere lo spazio democratico del presente. Per questo difendere oggi Autistici/Inventati significa difendere la possibilità di comunicare liberamente, il diritto di costruire strumenti digitali autonomi e di proteggere le proprie comunicazioni, gli spazi nei quali il dissenso può esprimersi e organizzarsi. Significa rifiutare che una persona possa essere trasformata in terrorista per prossimità, relazione o appartenenza politica. Significa affermare che il vocabolario della guerra al terrorismo non può essere utilizzato per ridefinire progressivamente l’antifascismo, il conflitto sociale e il dissenso come problemi di sicurezza. La privacy non è terrorismo. Il dissenso non è terrorismo. Organizzarsi non è terrorismo. L’antifascismo non è terrorismo. Alberta Giorgi - professoressa associata, Università degli Studi di Bergamo Alessandra Bruno - regista Alessandro Delfanti - professore, University of Toronto Alessandro Sarti - direttore di ricerca, CNRS/EHESS, Parigi Alice Dal Gobbo - assegnista di ricerca, Scuola di Studi Internazionali, Università degli Studi di Trento Alice Sotgia - storica, ENSAPM/Université PSL, Parigi Andrea Cegna - giornalista e lavoratore dello spettacolo Andrea Fumagalli - professore associato di Economia politica, Università di Pavia; membro della rete Effimera Andrea Zanotti - PhD candidate, Université Sorbonne Nouvelle (IRMÉCCEN) / Université de Lausanne (Center for Gender Studies) Angelo Piga - assegnista di ricerca, Università di Pisa Anna Casaglia - professoressa di Geografia politica, Università di Trento Annalisa Murgia - Università degli Studi di Milano Annalisa Sacchi - professoressa ordinaria, Università Iuav di Venezia Arianna Mainardi - Università degli Studi di Bergamo Bertram Niessen, direttore scientifico di cheFare Bruno Mazzoni - professore, Università di Pisa Carlotta Cossutta - ricercatrice in Filosofia politica, Università degli Studi di Milano Cristina Morini - giornalista, saggista e ricercatrice indipendente; rete Effimera Clark Pignedoli - Aix-Marseille Université, SESSTIM Clemente Pestelli - Accademia di Belle Arti di Carrara Clotilde Barbarulli - presidente dell’Associazione Il Giardino dei Ciliegi, Firenze CRiTT - Centro di ricerca interuniversitario sulle tecnoculture transnazionali Daniela Di Sora - editrice, Voland Daniela Pioppi - Università degli Studi di Napoli L’Orientale Daniele Gambetta - dottorando, Università di Pisa / CNR Daniele Scalia, Teatro Coppola Davide Caselli - Università degli Studi di Bergamo Donatella Della Ratta - associate professor of Communication, John Cabot University Elisa Virgili - Università degli Studi di Milano-Bicocca Emanuele Braga - artista, ricercatore e attivista; Institute of Radical Imagination Emanuele Cozzo - lecturer, Departament de Física de la Matèria Condensada, Universitat de Barcelona Emma Annamaria Imparato - professoressa, Università degli Studi di Napoli L’Orientale; delegata alle Pari Opportunità Federica Giardini - professoressa ordinaria di Filosofia politica, Università Roma Tre Federica Timeto - professoressa associata, Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali, Università Ca’ Foscari Venezia Federico Fabiano - ricercatore, CNR-ISAC, Bologna Floriana Galluccio - professoressa ordinaria di Geografia, Università degli Studi di Napoli L’Orientale Francesca De Rosa - assegnista di ricerca, Università degli Studi di Napoli L’Orientale Francesca Asia Cinone - ricercatrice e attivista culturale; Futura, collettiva indipendente di arti e controculture Francesco Festa - scrittore e ricercatore indipendente Gaia Giuliani - Universidade NOVA de Lisboa Giso Amendola - Università degli Studi di Salerno Goffredo Polizzi - ricercatore in Italian Studies e studi culturali, University of Leicester Giuseppe Manenti - affiliazione da verificare Iain Chambers - studioso di cultural studies e studi postcoloniali, già Università degli Studi di Napoli L’Orientale Ilenia Caleo - performer e ricercatrice, Università Iuav di Venezia / Università Roma Tre Ippolita - gruppo di ricerca indipendente sulle tecnologie digitali Lino Strangis, Accademia di Belle Arti di Carrara Leonardo De Franceschi - professore associato, DAMS, Università Roma Tre; studioso di cinema e postcolonial studies Loredana Lipperini - scrittrice e giornalista Lorenzo Bernini - Università degli Studi di Verona Loretta Mussi - ex dirigente ASL e attivista Luca Recano - attivista e studioso di tecnoculture, hacking e innovazione sociale Maddalena Fragnito - Leuphana University Marco Assennato - filosofo, ENSAPM/Université PSL, Parigi Marco Baravalle - NABA, Milano Marco Deseriis - professore associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, Scuola Normale Superiore Maria De Vivo - Dipartimento di Scienze Umane e Sociali, Università degli Studi di Napoli L’Orientale Maria Paola Zedda - PhD candidate, Università Iuav di Venezia Marianna d’Ovidio - professoressa associata di Sociologia dell’ambiente e del territorio, Università degli Studi di Milano-Bicocca Marina Vitale - professoressa ordinaria in pensione, Università degli Studi di Napoli L’Orientale Massimo Carozzi, Accademia di Belle Arti di Carrara Michela Marzano - Professeure des Universités e Directrice de l’UFR SHS, Université Paris Cité Michele Mancarella - professore tenure-track, Aix-Marseille Université Miguel Angel Mellino - professore associato, Dipartimento di Scienze Umane e Sociali, Università degli Studi di Napoli L’Orientale Miriam De Rosa - professoressa associata, Università Ca’ Foscari Venezia Nadia Pagani - collaboratrice ed esperta linguistica, Centro Linguistico di Ateneo, Università di Bologna Nicola Montagna - professore associato di Criminologia e Sociologia, Università degli Studi di Salerno Nicolas Martino - Accademia di Belle Arti di Sassari Nina Ferrante - Università Iuav di Venezia Rachele Borghi - maîtresse de conférences in Geografia, Sorbonne Université, Parigi Roberta Ferrario - ricercatrice, CNR Roberta Montinaro - professoressa ordinaria di Diritto privato, Università degli Studi di Napoli L’Orientale Samuele Grassi - Università degli Studi di Firenze Sandro Mezzadra - Università di Bologna Sara Borrillo - professoressa associata, Università degli Studi di Napoli L’Orientale Silvia Cafora - Università degli Studi di Bergamo Silvia Iannelli - NABA, Milano Stefano Lucarelli - Università degli Studi di Bergamo Tiziana Terranova - professoressa ordinaria, Università degli Studi di Napoli L’Orientale Valentina Morandi, Accademia di Belle Arti di Carrara Vanni Santoni - scrittore. Contro una definizione antisemita di antisemitismo di Donatella Della Porta Il Manifesto, 6 settembre 2026 Paradossalmente, la definizione dell’Ihra viola i suoi stessi principi, introducendo quella confusione tra Israele e ebrei che si dice di voler combattere. Nata nel 2016 come strumento di catalogazione per documentazione d’archivio, la definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance) è del tutto inadeguata a fornire una base legale per la definizione dell’antisemitismo nonché dannosa per la democrazia e per la lotta contro il razzismo. Oltre a essere vaga ed imprecisa (e anche per questo esplicitamente non vincolante dal punto di vista legale), la definizione paradossalmente viola quegli stessi criteri che vorrebbe difendere, rendendo tendenzialmente inutilizzabile il concetto stesso di anti-semitismo e inquinando le stesse conoscenze sull’andamento del razzismo contro gli ebrei. I suoi effetti sulla libertà di espressione e la libertà accademica sono poi drammatici, contribuendo a ostacolare la ricerca in diversi campi di studio (inclusi quelli sul genocidio ed ebraismo), che sono ormai profondamente divisi. Considerando la core definition dell’Ihra come confusa, già nel 2020 un gruppo di 220 esperti di antisemitismo ha proposto, nella Dichiarazione di Gerusalemme, una definizione di antisemitismo come “discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)”. Quegli stessi studiosi avevano osservato che “poiché la definizione dell’Ihra è poco chiara sotto alcuni aspetti fondamentali e ampiamente aperta a diverse interpretazioni, ha causato confusione e generato polemiche, indebolendo così la lotta contro l’antisemitismo”. Specialmente deleteri nei loro effetti sono alcuni degli esempi che fanno parte della proposta Ihra che nei fatti introducono un collegamento tra critica a Israele e antisemitismo affermando che le manifestazioni di antisemitismo possono includere l’attacco allo Stato di Israele, concepito come collettività ebraica. Tuttavia, le critiche a Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite. Lasciando nel vago la definizione dei criteri per giudicare quando la critica a Israele si distacca da quella ad altri stati, tra gli esempi di critiche a Israele con potenziali connotati antisemiti vengono citate “negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è un’impresa razzista”; “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella nazista”; “ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele”. Dato che la comparazione tra eventi storicamente diversi ma con alcune caratteristiche paragonabili è alla base stessa del ragionamento etico e politico, in generale e ancor più scientifico, l’assimilazione all’antisemitismo dell’utilizzazione di termini come genocidio, pulizia etnica, apartheid, ghetto, campo di sterminio per riferirsi alle azioni di istituzioni e amministrazioni israeliane permette di reprimere le critiche a Israele. Questo appare tanto più insostenibile in un momento in cui l’appropriatezza della utilizzazione di quei termini alle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte di Israele è stata confermata da attori corti internazionali, esperti e organizzazioni umanitarie internazionali, radicadosi anche nell’opinione pubblica. La censura nell’uso di quei termini per definire i crimini di Israele viene poi spesso attivata da una serie di attori, di governo e no, fra i principali promotori di quella definizione fuorviante: dai partiti della destra radicale (che combinano da qualche anno un antisemitismo razzista unito a un sostegno alle politiche razziste di Israele) alle correnti sioniste nei partiti centristi o anche di centro-sinistra (uniti nella difesa del passato coloniale), dalla stampa mainstream alle campagne dell’Hasbara israeliana sui social media, di gruppi razzisti di estrema destra ad alcune (ma non tutte) associazioni ebraiche sioniste. La definizione dell’Ihra è stata spesso richiamata nella repressione delle proteste in solidarietà con la Palestina, in nome di una violazione di una definizione formalmente non vincolante dal punto di vista giuridico ma che ha acquisito uno status giuridico ambivalente. È stata infatti utilizzata da imprenditori di panico morale per giustificare campagne di repressione contro le espressioni di solidarietà con la Palestina, attraverso attacchi personali ad attivisti, anche ebrei, nella forma del doxxing organizzato e campagne di cancellazioni di eventi artisti o accademici sulla Palestina. Ragioni di sicurezza vengono citate per negare la parola dopo campagne di panico morale. La scientificità viene messa in discussione da non accademici e imposta con minacce di togliere fondi pubblici e privati. Come molti ebrei antisionisti hanno osservato, la definizione dell’Ihra non protegge gli ebrei ma anzi li colpisce direttamente come attori che criticano Israele e indirettamente screditando il concetto stesso di antisemitismo. In modo perverso, viene utilizzata per raccogliere dati falsati sul fenomeno, lamentandone una crescita che è però (almeno in buona parte) inflazionata dal contare come antisemitismo le critiche a Israele (fino alle dichiarazioni da parte di intellettuali ebrei, bersagliati come traditori). Paradossalmente la definizione Ihra viola i suoi stessi principi, introducendo quella confusione tra Israele e ebrei che si dice di volere combattere. C’è da aggiungere che, nei paesi in cui si è fatto più ricorso alla definizione Ihra, il suo uso strumentale nella stigmatizzazione e nella repressione della sinistra e dei migranti legato al collegamento del presunto antisemitismo contro Israele a un presunto antisemitismo nella sinistra e “importato” ha prodotto gravi rotture nella fiducia istituzionale senza peraltro convincere i cittadini che ormai in maggioranze molto consistenti esprimono sia la loro convinzione che Israele sta commettendo un genocidio dei palestinesi e sia la loro opposizione al sostegno dei loro governi a esso. I sogni di chi migra. Non chiamateli mai più disperati di Guido Rampoldi Il Domani, 6 settembre 2026 Vogliono costruirsi un’esistenza dignitosa e libera, indipendente da costrizioni. Sappiamo nulla dei giovani migranti che si affollano ai nostri confini e nulla vogliamo sapere, altrimenti non riusciremmo a considerarli estranei ai “nostri valori”. Raccontiamo i migranti che rischiano la vita in mare per raggiungere l’Europa come “disperati” ritenendo che solo la disperazione possa spingerli a quell’azzardo. E se si tratta di donne, immaginiamo le “disperate” predisposte dalla propria cultura ad accettare prepotenze maschili, ferocie patriarcali, lavori che le italiane evitano - mute, rassegnate all’inevitabile. Poi accade che il Guardian metta insieme i racconti resi a vari giornali da 29 ragazzine arrivate a nuoto nel territorio spagnolo di Ceuta e lì trattenute perché Madrid non sa cosa fare e i Piantedosi d’Europa danno di matto se è in questione l’ingresso nella Ue di migranti. E allora scopri che quelle 29 minorenni, molte delle quali scappate di casa, hanno rischiato d’affogare per inseguire progetti simili a quelli coltivati da tante adolescenti italiane: una vuole fare la calciatrice, un’altra la chef, una terza l’infermiera, una quarta avere un qualche ruolo in questo o quello sport, una quinta continuare a studiare con successo. Le più aspirano a sottrarsi ad una povertà che le condanna a dipendere dalla famiglia, dal futuro marito, da un matrimonio combinato. E tutte vogliono costruirsi un’esistenza dignitosa e libera, indipendente da costrizioni. Ciò che le rende radicalmente diverse dalle ragazzine italiane non è quello che sono ma quel che non hanno: un passaporto europeo, qualche soldino in tasca, magari un Erasmus. Piantedosi dà i numeri su Schengen e migranti ma dimentica i morti Detto altrimenti: sappiamo nulla dei giovani migranti che si affollano ai nostri confini e nulla vogliamo sapere, altrimenti non riusciremmo a considerarli estranei ai “nostri valori”. E certo per secoli, e probabilmente ancora trent’anni fa, la separatezza in cui vivevano le popolazioni di quello che un tempo chiamavamo il “Terzo mondo” escludeva contaminazioni e convergenze su valori universali. Ma in tempi recenti perfino le società sunnite più conservatrici sono cambiate, nel Golfo si avvertono i prodromi di un nuovo “umanesimo islamico” antitetico al salafismo, altrove cominciano ad ammorbidirsi i codici in materia sessuale, ondate di disprezzo si riversano sui mullah più retrivi. La globalizzazione e internet hanno fatto il resto. E bene o male lo sport ha diffuso l’idea, sia pure non rispondente alla realtà, di un mondo sanamente mescolato, in cui gli esclusi di ieri possono diventare gli eroi di nazioni fino a ieri “bianche”: basti pensare a quel che sarebbero senza i “neri” la nazionale francese di calcio o i settori italiani di punta come il nuoto, l’atletica, la pallavolo. Dunque è inevitabile che ragazzine e ragazzini nati lontano dall’Europa idealizzino la realtà del nostro continente e tentino di raggiungerlo. Ovviamente la frase “non possiamo accoglierli tutti” malgrado il suo greve paternalismo contiene una verità incontestabile. Ma dovrebbe essere ormai evidente che le soluzioni a brutalità crescente praticate dagli europei non sono risolutive. Né funziona l’ipocrita “aiutiamoli a casa loro” col quale finanziamo regimi autoritari purché blocchino con qualsiasi mezzo le migrazioni. Paradossalmente proprio il carattere tirannico dei governi che di fatto sosteniamo incentiva la gioventù ad emigrare, non fosse altro perché in Europa la brutalità delle polizie e l’ottusità delle burocrazie non sono paragonabile alla ferocia di regimi rapaci e inetti. Ma per capirlo dovremmo riconoscere come “normale” l’aspirazione di tanti migranti alla libertà, all’indipendenza, ad una vita dignitosa. Se gli europei ne fossero consapevoli presterebbero ascolto non agli Stati di polizia ma alle richieste delle opposizioni non violente. Insomma occorrerebbe ripensare completamente le politiche europee sull’emigrazione, e nell’occasione magari diventare consapevoli di quanto sia fragile la condizione femminile, soprattutto in Africa. Durante le prossime ferie natalizie nelle zone rurali di paesi come il Kenya o la Tanzania migliaia di adolescenti poco più che bambine col viso pittato di bianco verranno condotte in massa al centro del villaggio e lì sottoposte a mutilazioni genitali in cerimonie dette “della Purezza”. Per effetto di questi grossolani interventi, il più radicale dei quali è l’infibulazione, riporteranno danni permanenti. Per debellare questa pratica, tollerata anche quando illegale, alcune ong afro-occidentali in maggioranza composte da donne diffondono messaggi in radio e nei social, incentivano le polizie a intervenire e offrono rifugi alle adolescenti. Ma per varie cause quest’anno le ong, a cominciare dalla capostipite globalmediacampaign.org, faticano a raccogliere fondi. Non sarebbe il caso che almeno il femminismo, anche italiano, ne discuta? Migranti. Cinque Paesi europei pronti ai rimpatri in Africa. “Non sono campi di detenzione” di Marco Bresolin La Stampa, 6 settembre 2026 Danimarca, Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia verso gli accordi con Paesi terzi. Scettico il Consiglio d’Europa. Il governo Meloni condivide la proposta. Il ministro danese dell’immigrazione, il socialdemocratico Morten Bodskov, è convinto che il suo Paese riuscirà a trasferire i primi migranti irregolari in un “return hub” fuori dal territorio Ue già nel corso del 2027. Lo ha assicurato ieri dopo aver accolto i colleghi degli altri quattro Paesi che stanno lavorando al primo progetto europeo di questo tipo: Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia. Non c’è l’Italia, almeno per ora, anche se il governo Meloni condivide pienamente la filosofia e anzi ritiene di averla ispirata con i centri in Albania. I cinque ministri si sono riuniti a Copenaghen per mettere a punto il piano, ma al momento restano molti interrogativi: dove verranno esattamente installati questi centri, quali caratteristiche avranno, da chi saranno gestiti, quali garanzie offriranno sul fronte del rispetto dei diritti umani e con quali fondi verranno finanziati. Le domande sono state poste ai diretti interessati, ma le risposte sono ancora estremamente generiche. I cinque ministri non hanno voluto fare i nomi dei Paesi candidati a ospitare le strutture, ma si sono limitati a dire che “entro la fine dell’anno verranno siglati gli accordi”. Da quel che trapela, sono stati avviati contatti con l’Uganda e la scorsa settimana una delegazione di funzionari del cosiddetto “Gruppo dei cinque” si è recata a Kigali, in Ruanda, per discutere del progetto con gli esponenti del governo locale. Il Ruanda è il Paese che nel 2022 aveva offerto il suo sostegno all’allora governo britannico guidato da Boris Johnson per un progetto sulla gestione dei migranti respinti dal Regno Unito. Il piano, però, è rimasto sulla carta per via della bocciatura della Corte suprema e così il Ruanda si è ritrovato con il cerino in mano: a giugno, la Corte permanente di arbitrato dell’Aia ha respinto la richiesta del Paese africano di ricevere 100 milioni di sterline, spesi per iniziare ad allestire le strutture e per avviare le procedure. Ora Kigali avrebbe offerto la sua disponibilità ai cinque Paesi europei, alla luce del nuovo regolamento Ue che offre la base giuridica necessaria per un’operazione di questo tipo (anche se non è stato ancora pubblicato nella Gazzetta Ufficiale). Ma dalle parole ai fatti, la strada sembra ancora lunga. Il Consiglio d’Europa guarda con molto scetticismo all’idea e il commissario ai Diritti Umani, Michael O’Flaherty, ha fissato quattro condizioni. Ha chiesto una valutazione dei rischi preventiva, un monitoraggio indipendente costante, clausole giuridicamente vincolanti negli accordi e la pubblicazione di tutti i documenti. Il danese Bodskov ha assicurato che “non si tratterà di campi di detenzione” e che tutto verrà fatto “in stretta sinergia con le organizzazioni internazionali” come l’Oim e l’Unhcr. Il ministro olandese Bart van den Brink ha spiegato che i centri per il rimpatrio saranno allestiti in “strutture aperte, all’interno delle quali le persone potranno vivere e lavorare in condizioni di assoluta sicurezza e dignità”. Ma proprio perché si tratta “di un modello pionieristico” è necessaria “la massima cautela per assicurare la piena efficacia dal punto di vista giuridico e logistico”. Dunque, i piani restano estremamente vaghi. Il ministro dell’Interno tedesco, Alexander Dobrindt, ha spiegato che a fine settembre ci sarà un nuovo incontro a Monaco. L’auspicio è di raccogliere altre adesioni: “Il nostro contributo mira a garantire che questa svolta nella politica migratoria venga attuata in tutta Europa”. Ed è in quest’ottica che intendo affrontare il nodo dei finanziamenti: i promotori hanno già chiesto di usare i fondi del bilancio comune dell’Ue, ma Paesi come la Francia e la Spagna si sono opposti. “Credo che questo modello non sia né efficace né in linea con i nostri princìpi” aveva detto all’inizio dell’estate il presidente francese, Emmanuel Macron. I cinque Paesi contano sul sostegno della Commissione europea e proveranno a sfruttare anche il semestre di presidenza greco, che inizierà il prossimo 1° luglio. Secondo Melissa Camara, eurodeputata dei Verdi, stiamo assistendo “all’attuazione dell’ideologia xenofoba ispirata dalle forze di estrema destra” perché “individui e famiglie con bambini saranno inviati in Paesi che non conoscono, con i quali non hanno alcun legame, per un periodo di tempo indefinito”. Per il socialdemocratico Bodskov, invece, “stiamo solo cercando di offrire una seconda opportunità a quei migranti irregolari che non possono tornare nel loro Paese di origine, ma non hanno alcun titolo legale per soggiornare nei nostri territori”.