Militari nelle città e celle sovraffollate: ma la destra brinda di Youssef Hassan Holgado Il Domani, 5 settembre 2026 Sicurezza e immigrazione scaldano la folla di Bari. La premier rivendica i suoi numeri e insegue il generale Vannacci. Ma per ora l’unico risultato tangibile ottenuto sul tema sicurezza è il sovraffollamento delle carceri. Ieri la premier ha promesso la costruzione di nuovi istituti penitenziari per “garantire la certezza della pena”. Nel pantano del sovraffollamento il governo ci è entrato da solo con la lunga serie di decreti sicurezza che hanno introdotto 55 nuovi reati, più di 60 nuove aggravanti e oltre 65 inasprimenti sanzionatori per delle fattispecie già esistenti (i conti li ha fatti Antigone nel suo report di maggio). Chi è convinto che inasprire le pene porti poi a un reale cambiamento si scontra con il tasso di recidiva che tra i detenuti si attesta intorno al 60 per cento (un dato altissimo rispetto ad altri paesi Ue). Che sia il governo più longevo lo dicono i numeri, ma se c’è una cosa che i numeri non possono oggettivamente misurare è la forza “muscolare” di un esecutivo. Lì si gioca sul campo della propaganda e dell’interpretazione. Ed è un terreno sul quale Giorgia Meloni si muove con abilità fin dai tempi dell’opposizione. I numeri che ieri sera ha portato a Bari di fronte al suo elettorato, e ha sbattuto in faccia a chi si è sentito tradito dalle promesse del governo virando verso il generale Vannacci, sono tanti. Una lista lunga di “successi” decontestualizzati ottenuti in oltre 1.413 giorni. E tra quelli che hanno più scaldato la folla sono quelli che la premier ha dedicato all’immigrazione irregolare e alla sicurezza, “ancora una nostra stella polare”, come ha detto ieri. Sul tema sicurezza la premier ha iniziato snocciolando l’operato delle forze dell’ordine a partire dalle oltre 4mila operazioni ad alto impatto eseguite dall’inizio della legislatura che hanno portato a “migliaia di arresti” ha detto. Ma quale è stato il loro reale impatto? Su 1.110.000 persone controllate sono state arrestate 2.300 (0.2 per cento del totale) mentre i denunciati sono stati 13mila (poco più dell’1 per cento). D’altronde la premier in Puglia ci arriva due settimane dopo i nuovi dati sulla criminalità diffusi dal Viminale che mostrano numeri positivi sulla diminuzione generale dei reati, soprattutto quelli per quanto riguarda gli omicidi. Ma questo è un trend che, oscillazioni a parte, è in corso già da oltre un decennio e non di certo per merito di questo esecutivo. Eppure, a sentire parlare la premier, nel paese sembra esserci una vera emergenza nonostante i dati “positivi” presentati dal governo stesso. Emergenza che giustificherebbe l’obiettivo della Lega di “portare Strade sicure in tutte le città italiane”, come ha detto ieri il vicepremier Matteo Salvini nel messaggio mandato in videocollegamento. “Non esiste un pezzo di questa nazione in cui valgono altre regole. In Italia esiste una legge sola ed è la legge italiana”, ha detto Meloni. Addentrandosi nel terreno islamofobico di Vannacci ha aggiunto: “Non esistono luoghi di culto che si sottraggono ai controlli, e non esiste neanche un grammo di tolleranza per la propaganda fondamentalista e per chi organizza cellule jihadiste sul nostro territorio”. “Abbiamo protetto i confini di questa nazione”. Bastano poche parole per aizzare l’elettorato barese e Meloni lo sa bene. Dal palco la premier ha rivendicato il dato più saldo del governo ed è quello sul calo degli arrivi “dell’80 per cento rispetto al 2023”, anno in cui l’”immigrazione era fuori controllo”. Si tratta comunque ancora di numeri lontani rispetto a quelli del 2019 quando gli arrivi erano stati 11.471 e l’anno prima ancora 23.370. In ogni caso, è un calo figlio di accordi con autocrati che hanno rafforzato apparati repressivi violenti per fermare i flussi ma che, come mostra la vicenda di Ceuta con il Marocco, è estremamente fragile e sottopone i governi a continui ricatti. La premier ha poi rivendicato lo spostamento a destra di Bruxelles: “Oggi le nostre posizioni sono legge europea”, ha detto. Lo spostamento ha portato alla “possibilità di aprire centri rimpatri fuori dall’Unione, esattamente i centri in Albania. Ci hanno chiamato estremisti per anni, poi - ha aggiunto - hanno copiato tutto, ecco cosa significa contare a Bruxelles, cosa significa far contare la destra”. In realtà il Cpr in Albania ha una base giuridica diversa dai return hubs Ue. Ma è anche il terreno in cui lo scarto tra risultato rivendicato e costo sostenuto diventa ancora più evidente. La stima della spesa annuale per il centro è di circa 170 milioni di euro. Finora nel Cpr sono transitati 685 migranti. Di questi, alla fine, solo 101 sono stati effettivamente rimpatriati. Sui dublinanti, invece, “non accetto lezioni”, ha detto. Eppure lo scontro tra sovranisti in Ue è già iniziato. I bambini in carcere oggi sono 37: a fine 2024 erano 10 di Ilaria Dioguardi vita.it, 5 settembre 2026 Al 31 agosto 2026 erano 37 i bambini presenti nelle carceri italiane, insieme alle loro mamme detenute, che erano 32 in totale. Il numero è in continua crescita: alla fine del 2025 i piccoli in carcere erano 26, alla fine del 2024 erano 10. Maria Grazia Piletti, presidente dell’associazione “A Roma insieme-Leda Colombini”: “L’aumento è sicuramente legato alla legge che ha reso facoltativo e non più obbligatorio il rinvio dell’esecuzione della pena per le donne incinte o madri di bambini con meno di un anno”. In meno di due anni, sono più che triplicati i bambini e le bambine recluse nelle carceri italiane insieme alle loro madri. Secondo i dati del ministero della Giustizia, al 31 agosto 2026 erano 37, insieme alle loro 32 mamme detenute: 18 italiane e 14 straniere. Il 31 luglio scorso i bambini erano 34, il 30 giugno 30. Il numero è in continuo aumento: alla fine del 2025 i piccoli in carcere erano 26, a fine 2024 erano 10. “L’aumento dei numeri è sicuramente legato alla Legge n. 80/2025, che ha reso facoltativo e non più obbligatorio il rinvio dell’esecuzione della pena per le donne incinte o madri di bambini con meno di un anno. Se molti dei bambini oggi in carcere hanno un’età inferiore ai 12 mesi, il nesso è lampante”: commenta così i dati Maria Grazia Piletti, presidente dell’associazione “A Roma insieme-Leda Colombini”, che dal 1995 ha attivato il progetto “Sabati di libertà” con i bimbi e le bimbe presenti nella sezione Nido di Rebibbia femminile. “I numeri sono alti anche perché, quando non si possono concedere le misure alternative alle donne ristrette, vengono trasferite negli istituti a custodia attenuata per le detenute madri-icam. Il conteggio del ministero della Giustizia dei bambini in carcere è cumulativo, tra icam e “sezioni nido” delle carceri”. Dei 37 bambini, 31 sono negli icam di Torino “Lorusso e Cutugno”, Milano “San Vittore”, Venezia “Giudecca” e Lauro. “Gli icam sono strutture differenti rispetto ad una “sezione nido”, ad esempio non hanno le sbarre alle finestre”, spiega Piletti. “Ma comunque, le mamme non possono accompagnarli a scuola, come succede, invece, nelle case famiglia protette”. “Dal periodo del Covid in poi, le mamme presenti con i figli nella “sezione nido” di Rebibbia femminile sono pochissime, ce ne sono sempre una o due. In questo momento ce n’è soltanto una con un figlio. Manteniamo l’attività all’interno, con un paio di volontarie che vanno un giorno a settimana, quando ci sono mamme straniere fanno corsi di italiano. Non è di certo piacevole per un bambino stare da solo in quella situazione insieme alla mamma: quando ci sono più bambini, si distrae e passa il tempo più facilmente. Ma fortunatamente la permanenza delle mamme con i figli nella sezione nido di Rebibbia è molto breve: stanno un mese, massimo due”, continua Piletti. “Anche se c’è un bambino solo, il sabato due volontarie lo portano a fare una passeggiata nel parco vicino al carcere”. “Una possibilità il carcere e gli icam difficilmente la danno alle donne detenute. La maggior parte delle mamme che, dal carcere, vengono trasferite in una casa famiglia non possiedono i documenti. Questa è una tragedia, in primis perché non possono avere un lavoro. Una casa famiglia le sostiene se devono avere il permesso di soggiorno e fare i documenti”. La Casa di Leda a Roma e la struttura gestita dall’associazione Ciao a Milano sono le uniche case-famiglia protette in Italia che consentono alle madri detenute o agli arresti domiciliari di scontare la pena insieme ai figli minori in un ambiente estraneo al circuito carcerario. “A Roma insieme” si occupa anche delle attività nella Casa di Leda, volta ad assicurare il benessere dei bambini e sostenere le madri nelle loro funzioni genitoriali. “Qui al momento sono presenti sei bambini. Le mamme possono accompagnarli a scuola e riprenderli, a meno che non abbiano delle misure restrittive particolari e con l’autorizzazione del magistrato. Possono partecipare alle feste negli istituti scolastici e ottenere le autorizzazioni, durante la giornata, per andare a fare una passeggiata”, prosegue Piletti. “Le donne, quando i bambini sono a scuola, con una borsa di studio possono andare a lavorare. Per tutta l’estate, ogni sabato li abbiamo portati al mare, ospiti nella Tenuta di Castelporziano del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella”. Sardegna. Detenuti ai massimi storici: la mappa dell’emergenza carceraria cagliaritoday.it, 5 settembre 2026 L’allarme dell’associazione Socialismo Diritti Riforme: presenze al massimo storico, strutture al collasso e l’imminente arrivo dei 41bis a Cagliari-Uta pronto a spingere il sovraffollamento oltre il 150 per cento. C’è un’aritmetica ingannevole nei bollettini ufficiali della burocrazia ministeriale. È una matematica fatta di medie algebriche che sulla carta restituisce un quadro quasi sotto controllo, mentre nella realtà quotidiana dei penitenziari sardi si traduce in una convivenza claustrofobica, stanze saturate oltre ogni limite di tolleranza e un personale sanitario e di polizia lasciato a gestire la pressione senza strumenti adeguati. L’ultimo report del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, rielaborato dall’associazione “Socialismo Diritti Riforme”, fotografa una situazione mai raggiunta prima nell’Isola: 2.451 detenuti presenti a fronte di 2.583 posti teoricamente disponibili. Un dato che appare quasi in equilibrio soltanto perché nasconde due buchi neri contabili. Da un lato non vengono computati i 300 posti attualmente inagibili per lavori di ristrutturazione a Badu ‘e Carros; dall’altro si tace sul peso specifico dei bracci di massima sicurezza. La realtà operativa racconta infatti di una regione ormai satura, dove la capienza reale è stata ampiamente superata. Il cuore dell’emergenza batte con forza nell’istituto di Sassari-Bancali, dove a fronte di 458 posti regolamentari sono ristrette 607 persone, portando l’indice di affollamento al 132,5 per cento, una percentuale che schizza al 152 per cento se si considera l’impatto dei 90 detenuti sottoposti al regime di 41bis. Una dinamica speculare è destinata a ripetersi nel carcere di Cagliari-Uta, attualmente attestato su un tasso del 133,3 per cento con 748 ristretti per 561 posti, cifra destinata a superare abbondantemente il 150 per cento con il preannunciato arrivo dei nuovi detenuti in regime di carcere duro. Alla pressione numerica si aggiunge la complessa trama sociale delle strutture. Nei due penitenziari principali si concentra la gran parte dei 773 detenuti stranieri presenti in Sardegna - prevalentemente di nazionalità marocchina, tunisina, nigeriana e algerina, una presenza che a Cagliari raggiunge quota 201 e a Sassari 197. La cronica carenza di mediatori culturali rende la convivenza negli spazi angusti ancora più complessa, esacerbata dall’ondata di caldo e da numeri mai visti prima per quanto riguarda la popolazione detentiva femminile, salita a 57 presenze. Sullo sfondo resta la crisi dell’assistenza sanitaria interna. La presidente di SDR, Maria Grazia Caligaris, richiama l’attenzione sull’imminente scadenza dei contratti dei medici penitenziari: senza una risposta positiva al nuovo bando di gara, il sistema rischia un vero e proprio corto circuito operativo, dove il diritto alla salute e la sicurezza degli operatori finiscono per diventare le prime vittime di un’emergenza non più rinviabile. Verbania. Detenuto suicida in carcere. La direzione: “Non aveva dato segni di disagio” di Cristina Pastore La Stampa, 5 settembre 2026 L’uomo aveva 57 anni, era originario di Bari e avrebbe terminato di scontare la pena nel 2042. Tutto si è consumato in un quarto d’ora e non c’è stato modo di salvare il detenuto di 57 anni, nel 2025 trasferito alla casa circondariale di Pallanza dal carcere napoletano di Poggioreale. Si è strangolato stringendosi attorno al collo uno strofinaccio. Lo ha fatto nel bagno della cella attorno alle 4 dell’altra notte. “Era una persona che non ha mai destato preoccupazione. Dalle visite con gli psichiatri, dai colloqui con gli psicologi, dal rapporto con gli educatori non è emerso niente che potesse far supporre intenzioni autolesionistiche o comunque di forte stato depressivo - riporta la direttrice del carcere Claudia Piscione -. Fino alle 3 è rimasto sveglio a parlare con un compagno di cella. Anche lui molto scosso per quanto accaduto, perché niente di quello che si erano detti lo avrebbe indotto a pensare che da lì a qualche istante avrebbe compiuto un gesto estremo”. “Sappiamo però che era molto addolorato: era stato raggiunto dalla notizia del decesso di un ex compagno di cella, con cui aveva legato in modo particolare, e che era stato trasferito ai domiciliari per gravi motivi di salute” aggiunge Piscione, che riferisce che il reparto in cui si trovava il cinquantasettenne, originario di Bari con fine pena nel 2042, non è in sovraffollamento. È quello che rientra nel circuito di sicurezza, dedicato a detenuti da proteggere, e che a Verbania ha 19 posti. Fino all’altro ieri erano 18, anche se da recenti disposizioni ministeriali potrebbe arrivare a 24. Attualmente i reclusi a Pallanza sono 82, nella media degli ultimi anni. “Siamo a disposizione per qualsiasi accertamento ministeriale e della magistratura” riporta Piscione, che a scavalco è anche reggente del più grande carcere di Aosta. Quello di Verbania, dove negli ultimi decenni nessun suicidio si era verificato, ma alcuni sono stati sventati, si distingue per progetti educativi e di economia carceraria per l’inclusione e il reinserimento sociale dei detenuti. Nei giorni scorsi un altro suicidio è avvenuto nel carcere di Biella. “Con il 30% di polizia penitenziaria in meno negli istituti di pena continueremo ad assistere a drammi inaccettabili” dichiara Leo Beneduci, segretario del sindacato Osapp. A Verbania gli agenti sono 39, stando all’organico previsto ne mancano una decina. Roma. “Curate mio figlio”. Madre si incatena davanti al tribunale di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 5 settembre 2026 Angela Scuderi si è avvolta le mani in una catena davanti al portone del Tribunale di Sorveglianza di Roma. Sergio D’Elia le ha passato il microfono, la diretta andava su YouTube, e lei ha parlato a lungo, interrompendosi più volte per il pianto. “Sono qui perché a mio figlio, da lunedì fino a ieri sera, si è staccata la digiunostomia e non voleva più mangiare”, ha detto. “È stanco dei maltrattamenti, degli abusi, di tutte le cose ingiuste che gli fanno”. Ha ripetuto una frase, sola, come un chiodo: “Curare mio figlio”. Mio figlio non può stare in carcere. Con lei, ieri mattina, c’erano anche Rita Bernardini ed Elisabetta Zamparutti, i vertici di Nessuno tocchi Caino. Il presidio è nato dalla stessa rabbia: il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha respinto l’istanza di differimento della pena per il figlio di Angela, Giuseppe Scuderi, appoggiandosi a relazioni sanitarie vecchie invece che a quelle più recenti prodotte dalla difesa. Lo stesso vizio, identico, che l’avvocato Fabio Federico aveva già denunciato per iscritto settimane prima. D’Elia lo ha detto chiaro, davanti alle telecamere: le catene sono un simbolo della privazione della libertà, ma il caso di Pippo, così lo chiamano tutti, è privazione non solo della libertà, anche della salute. D’Elia conosce Pippo da quindici anni. Si erano incontrati a Rebibbia, ai laboratori Spes contra Spem di Nessuno tocchi Caino. Racconta di un detenuto modello: buona condotta, partecipazione costante alle attività trattamentali, un rapporto di rispetto con i compagni di detenzione e con gli agenti della polizia penitenziaria. Faceva il giardiniere dentro il carcere, poi le aiuole all’ingresso, fuori dai circuiti di sicurezza. Aveva ottenuto permessi premio, tornava a casa dai familiari. Un percorso, per usare le parole di D’Elia, che la stessa direzione del carcere indicava come esempio. Sta scontando l’ergastolo per un omicidio aggravato dall’uso di armi, fatti del 2002, sentenza della Corte d’Assise di Catania divenuta definitiva nel 2005. Alla data dell’ultima ordinanza non risultano a suo carico altri procedimenti pendenti, né a Roma né a Catania. Poi, il 7 maggio 2024, Scuderi ingerisce una sostanza caustica. Pesa 86 chili prima del gesto, arriva in ospedale a 51. L’apparato digerente è distrutto: rimozione di parte dello stomaco, digiunostomia, nutrizione artificiale per il resto della vita. Esce dal Pertini il 3 dicembre 2024 a 62 chili, ma il quadro non si stabilizza mai davvero. Un primo rigetto del differimento pena, a maggio 2025, non cambia nulla in meglio: un altro ricovero lungo, da giugno a settembre, lo riporta a 54 chili. Nuova digiunostomia a novembre. Poi ancora ricoveri, nel febbraio e nell’aprile 2026, quest’ultimo in codice rosso per un sospetto cardiologico. A luglio la difesa scrive che il peso è tornato a 62 chili, “stabile nella sua gravità”: sotto la soglia Oms di malnutrizione grave, punto e basta. Sono passati 28 mesi da quel maggio, ha detto ieri Angela davanti al Tribunale, e il conto torna. L’avvocato Fabio Federico prende in carico la difesa il 3 novembre 2025, primo colloquio a Regina Coeli. Da lì una sequenza fittissima: sette udienze in meno di un anno, 15 presìdi sanitari contattati uno per uno per verificare disponibilità di ricovero, 26 pec inviate a strutture del territorio, poi la disponibilità formale dell’Asp di Catania a prendere in cura Scuderi in caso di detenzione domiciliare, quella della moglie, del medico di base, di una cooperativa di accoglienza a Giarre. Aprile scambiato per giugno - L’ordinanza che il collegio, presieduto da Antonella Minunni con la relatrice Maria Raffaella Falcone e gli esperti Michele Coccia e Antonella Ricci, decide il 23 giugno e deposita solo il 17 luglio, quasi un mese dopo, è il provvedimento al centro della protesta di ieri. Il testo, letto per intero, conferma l’errore da solo: attribuisce alla relazione sanitaria del 19 giugno la descrizione di un detenuto “completamente autonomo... nello svolgimento di tutte le attività quotidiane”, frase che invece, per data e contenuto, appartiene alla relazione del 24 aprile. La vera relazione del 19 giugno racconta un’altra storia: un dolore addominale che dura da un mese, tale da impedirgli la fisioterapia. Lo stesso provvedimento racconta anche il tentativo, arenato, di un intervento di ricostruzione dell’esofago: valutato dai Policlinici Umberto I e Gemelli, poi rimandato all’Ospedale universitario di Padova, che aveva comunicato una lista d’attesa di sei-dodici mesi in assenza di controindicazioni. Nelle stesse settimane, mentre l’ordinanza restava da scrivere, un’altra istanza urgente della difesa veniva respinta sulla base della relazione dell’8 luglio. Il Tribunale, con parere conforme del pubblico ministero, ha concluso che le patologie di Scuderi restano curabili con farmaci, controlli periodici e uscite verso strutture esterne, anche tramite l’articolo 11 dell’ordinamento penitenziario: quindi compatibili con il carcere. Il professor Paolo Arbarello, già ordinario di Medicina legale alla Sapienza, visita Scuderi due volte, il 13 aprile e l’11 giugno. Parla di sarcopenia ingravescente, perdita progressiva di forza e massa muscolare che porta verso la paralisi, e di “assoluta incompatibilità” tra quelle condizioni e il regime di detenzione ordinaria. Il 13 aprile, lo stesso giorno della prima visita di Arbarello, la difesa deposita anche un’istanza per il suicidio assistito: la misura della disperazione, messa nero su bianco mesi prima che la madre si incatenasse a un cancello. Il caso era arrivato anche alla Camera. Il 29 gennaio il deputato Roberto Giachetti aveva presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia e a quello della Salute, chiedendo conto delle condizioni di Scuderi e sollecitando una ricognizione nazionale sui detenuti gravemente malati. Per l’interrogante, proseguire la detenzione in quelle condizioni rischia di trasformare l’ergastolo in una condanna a morte di fatto. È ancora in corso, la risposta del ministero non è arrivata. Contro l’ordinanza del 23 giugno, il 24 luglio Federico deposita ricorso in Cassazione. Il 29 luglio presenta una nuova istanza di differimento, questa volta fondata sulle relazioni del 19 giugno e dell’8 luglio, mai davvero lette dal collegio. Il 30 luglio scrive alla presidente del Tribunale di Sorveglianza, Marina Finiti, per segnalare formalmente l’errore e chiedere un incontro. A oggi nessuna delle due iniziative ha avuto risposta, ed è da lì, da quel silenzio, che nasce il presidio di ieri. Davanti al tribunale, Angela ha raccontato anche il resto. Suo figlio diceva di sentirsi male e i sanitari pensavano che lo facesse apposta, per uscire. Poi, quando alla fine lo hanno portato in ospedale, era già in codice rosso: gli hanno rifatto la digiunostomia. Ha ripetuto di aver portato cinque medici a visitarlo, di sua iniziativa, perché qualcuno vedesse davvero come stava. Alla fine si è tolta la parola da sola, tra le lacrime: “Ho preso cinque medici che sono andati a visitare mio figlio nella sua gravità, ma nessuno ha visto come stava davvero. Non l’ha visto nessuno”. Firenze. Resta a Sollicciano la 19enne incinta, che fine ha fatto l’annunciato Icam? di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 5 settembre 2026 Ieri visita in carcere di una delegazione del Pd. Potrebbe essere scarcerata il 10 settembre, giorno dell’udienza, la detenuta diciannovenne incinta al settimo mese, attualmente reclusa a Sollicciano. La donna, in cella per un furto d’auto, potrebbe usufruire degli arresti domiciliari a casa di un parente in Versilia. Sulla vicenda anche i servizi sociali di Palazzo Vecchio si sono attivati per predisporre, in caso di bisogno, una struttura alternativa al carcere. Quanto all’Icam, l’istituto a custodia attenuata per le detenute madri che avrebbe dovuto vedere la luce anni fa, sembra non esserci più la volontà politica: “C’è un confronto stretto con la Regione”, dicono dall’assessorato al welfare, per poi precisare però che “Firenze ha già delle strutture dedicate con posti per donne, donne incinte e madri con minori”. Nel fratgiustizia tempo a Sollicciano continua l’emergenza. Il carcere fiorentino, dopo il sequestro di sette sezioni perché degradate, è sovraffollato e ci stanno quasi il doppio dei reclusi di quelli che ci potrebbero stare. Nello specifico, sono 437 i detenuti, ci cui 342 uomini e 95 donne. È uno dei principali dati emersi nel corso della visita, ieri mattina, da parte di alcuni politici del Pd tra cui l’ex sindaco ed europarlamentare Dario Nardella, il deputato Federico Gianassi e Bernardo Taddei, segretario dei Giovani Democratici della Toscana. L’iniziativa rappresenta la quarta tappa della campagna dei Giovani Democratici della Toscana che attraversa le carceri della regione per ascoltare associazioni, operatori, volontari e persone che vivono quotidianamente il sistema penitenziario. Gianassi torna a chiedere al ministro della Carlo Nordio di visitare il penitenziario fiorentino: “È inaccettabile che il ministro della Giustizia non lo abbia mai visitato, neppure dopo il sequestro di alcune sezioni disposto dalla magistratura. Ci metta la faccia e veda con i propri occhi condizioni che non possono essere comprese attraverso una semplice circolare ministeriale”. Nardella ribadisce che “Sollicciano deve essere completamente demolito e ricostruito secondo criteri moderni, che garantiscano dignità, sicurezza, trattamento umano e la funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione”. Anche perché, ha aggiunto, “il tasso di recidiva è pari al 70 per cento, carceri come Sollicciano rischiano di diventare vere e proprie fabbriche di criminalità. Senza formazione, lavoro e riabilitazione, chi esce torna troppo spesso a delinquere”. “La crisi di Sollicciano - spiega Bernardo Taddei - produce conseguenze su tutto il sistema penitenziario regionale. I trasferimenti seguiti alla chiusura delle sezioni hanno avuto ripercussioni anche sugli altri istituti toscani. Il Governo avrebbe dovuto intervenire immediatamente. Senza strutture adeguate, spazi, personale e opportunità di reinserimento non sarà possibile tutelare né i lavoratori né le persone detenute”. Situazioni identiche nel carcere di Pisa dove, come spiegato da Enrico Vincenzini, presidente dell’Osservatorio Antigone Toscana, “c’è un’infestazione (che dura da diversi mesi) di cimici da letto, evidente dai segni dei morsi che quasi tutti i detenuti riportano sul loro corpo”. Foggia. Autolesionismo in aumento e detenuti psichiatrici in attesa delle Rems foggiatoday.it, 5 settembre 2026 Non è solo il sovraffollamento a preoccupare. Il resoconto delle visite della Camera Penale di Capitanata. Sono passati dai 120 del 2025 ai 166 registrati nel 2026 gli episodi di autolesionismo nel carcere di Foggia. Il dato è stato evidenziato dalla Camera Penale di Capitanata “Achille Inannarelli”, presieduta dall’avv. G. Massimiliano Mari, all’esito delle visite effettuate negli istituti penitenziari della provincia di Foggia, nell’ambito dell’iniziativa Ristretti in Agosto, promossa dall’Osservatorio Carcere dell’Unione delle Camere Penali Italiane. Le visite, con l’obiettivo di verificare le condizioni di vita e di detenzione delle persone ristrette e le modalità concrete di esecuzione della pena, si sono svolte presso la casa circondariale di Foggia il 1° settembre, presso l’istituto penitenziario di Lucera il 2 settembre e presso l’istituto penitenziario di San Severo il 3 settembre. Alle visite hanno preso parte gli avvocati G. Massimiliano Mari, Emilio Liberatore, Antonella Basanisi, Francesco Marino, Michele Stefania e Vincenzo Totaro (per Foggia); Antonietta De Carlo, Giovanni Quarticelli, Chiara Russo, Alessia Maccione (per Lucera); Francesco Americo, Emilio Liberatore, Simone Vittorio Cantore e Roberto De Rossi (per San Severo). Le visite hanno restituito un quadro diversificato, ma accomunato da alcune criticità che continuano a caratterizzare il sistema penitenziario della provincia. Particolarmente significativa appare la situazione della Casa Circondariale di Foggia, dove sono presenti 680 persone detenute a fronte di una capienza regolamentare di 364 posti, ulteriormente ridotta a causa dei lavori di ristrutturazione che interessano alcune parti dell’edificio. Il dato del sovraffollamento assume particolare rilievo se si considera che la condizione detentiva non può essere valutata esclusivamente in termini numerici, ma deve essere necessariamente rapportata alla concreta disponibilità di spazi, servizi, personale e attività trattamentali. “Quando il numero delle persone ristrette supera in misura così significativa la capacità regolamentare dell’istituto, diventa inevitabile interrogarsi sulla effettiva possibilità di garantire condizioni di detenzione rispettose della dignità della persona e coerenti con la finalità rieducativa della pena”, osserva il presidente Mari. A rendere ancora più complesso il quadro sono le rilevanti esigenze sanitarie e psichiatriche di una parte della popolazione detenuta, con numerose persone affette da problematiche di dipendenza e alcune di natura psichiatrica. Tra queste, anche detenuti in attesa di collocamento presso le Rems, che evidenziano le difficoltà del sistema nel garantire tempestivamente risposte adeguate alle condizioni di maggiore fragilità. Anche negli istituti di Lucera e San Severo permane una situazione di sovraffollamento: a Lucera si registrano 184 detenuti a fronte di 145 posti regolamentari, mentre a San Severo sono presenti 93 persone detenute rispetto a una capienza di 63 posti. Pur trattandosi di realtà profondamente diverse per dimensioni e caratteristiche, anche in questi istituti sono emerse criticità che riguardano la carenza di personale, l’assistenza sanitaria, gli spazi destinati alle attività trattamentali e, più in generale, la possibilità di assicurare condizioni detentive adeguate e percorsi effettivi di reinserimento sociale. Quello che emerge dalle visite è, dunque, un quadro nel quale il sovraffollamento continua a rappresentare una delle principali emergenze del sistema penitenziario, aggravando tutte le altre criticità e rendendo più difficile assicurare condizioni di detenzione rispettose della dignità della persona e realmente funzionali alla finalità rieducativa della pena. “In questo quadro, è doveroso sottolineare l’impegno quotidiano di tutto il personale che opera all’interno degli Istituti - rimarca il presidente della Camera Penale di Capitanata Mari -. Agenti e funzionari della Polizia penitenziaria, educatori, assistenti sociali, personale sanitario e le altre professionalità coinvolte svolgono il proprio lavoro in un contesto particolarmente complesso, spesso caratterizzato da carichi di lavoro e condizioni organizzative non semplici. A tutti loro va riconosciuto il merito di contribuire quotidianamente al funzionamento degli Istituti e alla gestione delle molteplici esigenze delle persone detenute. Proprio la complessità delle condizioni nelle quali il personale è chiamato ad operare rende evidente la necessità di interventi che non riguardino soltanto gli organici e le risorse umane, ma anche le strutture e gli strumenti attraverso i quali la pena viene concretamente eseguita. In questa prospettiva, assume particolare rilievo anche il tema dell’edilizia penitenziaria, che richiede interventi tanto sull’adeguamento e sulla riqualificazione delle strutture esistenti quanto sulla disponibilità di spazi adeguati alle esigenze detentive, sanitarie e tratta mentali. Anche i recentissimi interventi normativi (L. 140 del 5 agosto 2026), con i quali sono state introdotte nuove disposizioni in materia di detenzione domiciliare e di definizione anticipata del processo finalizzate al recupero delle persone tossicodipendenti o alcoldipendenti, seppure ispirati a finalità condivisibili, per come sono stati congegnati, non appaiono adeguati a produrre, nell’immediato, effetti concreti e significativi sull’annoso e persistente problema del sovraffollamento carcerario. Ancora una volta, infatti, alla proclamata volontà di favorire il ricorso a percorsi alternativi alla detenzione non sembra corrispondere un adeguato apparato di strumenti, strutture e risorse capace di garantirne l’effettiva e tempestiva applicazione. Il rischio è che, anche in questo caso, una scelta normativa condivisibile nelle intenzioni finisca per rimanere, almeno nella immediatezza, priva di quella concreta capacità deflattiva di cui il sistema penitenziario ha oggi urgente necessità”. Le visite di questi giorni confermano, invece, la necessità di interventi immediati e concreti, capaci di incidere realmente sulle condizioni di sovraffollamento, di rafforzare gli organici della Polizia penitenziaria e delle altre professionalità coinvolte, di garantire un’adeguata assistenza sanitaria e psichiatrica e di rendere effettivi i percorsi trattamentali e le misure alternative alla detenzione. La drammatica situazione esistente al livello provinciale, d’altronde, si inserisce in un quadro nazionale che continua a destare forte preoccupazione: dopo i 74 suicidi registrati negli Istituti Penitenziari italiani nel 2025, sono già 43 quelli registrati dall’inizio del 2026 (dato aggiornato al 2 settembre 2026). “Occorre comprendere che la pena non può esaurirsi nella mera privazione della libertà personale. La Costituzione impone che essa sia orientata alla rieducazione del condannato e che la persona detenuta continui ad essere considerata, anche dentro il carcere, titolare di diritti e di una dignità che lo Stato ha il dovere di garantire”. È questo il senso dell’impegno della Camera Penale di Capitanata e dell’iniziativa ‘Ristretti in Agosto’: confrontarsi direttamente con la realtà degli istituti penitenziari e portare all’attenzione dell’opinione pubblica, dei media, della politica, della Magistratura, di tutti i soggetti interessati, le condizioni in cui versa la popolazione detenuta. “Il carcere, infatti, non può essere una realtà estranea al confronto civile e istituzionale, poiché anche dal modo in cui la pena viene concretamente espiata si misura il grado di civiltà e di giustizia di una società e, al tempo stesso, la capacità dell’ordinamento di dare concreta attuazione ai principi costituzionali”, conclude l’avvocato G. Massimiliano Mari. Brindisi. “Detenuti non fumatori costretti a respirare il fumo altrui: il governo intervenga” brindisireport.it, 5 settembre 2026 La garante delle persone private della libertà, Valentina Farina, invita l’esecutivo ad agire subito sulle carceri: “È la fotografia più cruda di un sistema che la politica nazionale non può più permettersi di ignorare”. Ci sono pene che la sentenza non scrive, ma che si scontano lo stesso, ogni giorno, dentro una cella. È il caso di un detenuto della nostra provincia - uno dei tanti, non un’eccezione - che non ha mai fumato una sigaretta in vita sua e che da mesi condivide uno spazio di pochi metri quadrati con compagni fumatori, senza possibilità di scelta, senza aerazione sufficiente, e ora anche senza tregua dal caldo. Due condanne sovrapposte: quella emessa dal giudice, e quella imposta dall’organizzazione - o dalla non-organizzazione - degli spazi detentivi. Norme che esistono, ma non si applicano - Con l’introduzione del divieto di fumo in uffici e locali pubblici, ancora oggi si registra che tali norme non trovano piena applicazione nelle carceri italiane. Non è un’osservazione isolata: anche organizzazioni sindacali del comparto penitenziario hanno rivolto una nota al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap), chiedendo la predisposizione, nelle strutture detentive, di apposite aree riservate esclusivamente ai fumatori - proprio a partire dalle ripetute denunce provenienti dai detenuti non fumatori. Le violazioni alle norme antifumo, secondo queste segnalazioni, si concentrano nelle celle degli istituti, dove la situazione più critica riguarda anche il personale che vi accede quotidianamente, esposto non solo al fumo di sigaretta ma spesso, insieme ad esso, agli odori dei sanitari e del cibo cucinato in spazi troppo piccoli e mal ventilati. Per la natura stessa dei reparti detentivi, e per ragioni di sicurezza, i sistemi di ricircolo dell’aria restano strutturalmente inadeguati. A rafforzare l’impianto normativo è intervenuta anche la legge n. 221 del 28 dicembre 2015, in vigore dal 2 febbraio 2016, che ha previsto sanzioni fino a 300 euro per chi viola il divieto di fumo. Una norma che, nel contesto carcerario, resta in larga parte inapplicata anche per la scarsa presenza di cartellonistica informativa negli istituti - un’assenza che, unita alla mancanza di spazi dedicati, rende il divieto una previsione sulla carta più che una tutela reale, tanto per i detenuti non fumatori quanto per il personale di polizia penitenziaria. In Italia il divieto di fumare nei luoghi chiusi è legge dal 2003, quando la cosiddetta legge Sirchia (l. 3/2003, art. 51) sancì il diritto dei non fumatori a non essere esposti al fumo passivo in ogni ambiente chiuso, pubblico o di lavoro. Vent’anni dopo, quel diritto si ferma davanti al cancello del carcere. Le celle restano l’unico luogo chiuso d’Italia dove il fumo passivo è, di fatto, tollerato: non esistono sezioni per non fumatori, non esistono impianti di aerazione adeguati, non esiste la possibilità - che qualunque cittadino libero dà per scontata - di scegliere di non respirare il fumo di un altro. Non è un dettaglio di poco conto. La giurisprudenza amministrativa italiana lo ha riconosciuto più volte: il diritto alla salute di chi non fuma è costituzionalmente garantito quanto quello di chi fuma a farlo, e i due diritti non possono essere messi sullo stesso piano quando manca qualunque possibilità di separazione fisica. Un tribunale ha persino riconosciuto il nesso causale tra l’esposizione continuativa al fumo passivo in ambiente carcerario e una patologia tumorale, sia per personale di polizia penitenziaria sia - episodio che dovrebbe far riflettere ancora di più - per detenuti mai stati fumatori, ammalatisi dopo anni di convivenza forzata con il fumo altrui. Il nostro detenuto, oggi, è esattamente in quella condizione: costretto, senza colpa propria, a un’esposizione che nessun magistrato ha mai previsto nella sua sentenza. Il fumo che nessuno può rifiutare. A questo si aggiunge un ulteriore profilo di competenza che la politica nazionale non ha mai declinato per il contesto carcerario: il Ministero della Salute esercita, per i profili di propria competenza, il monitoraggio sugli effetti dei prodotti succedanei dei prodotti da fumo - le sigarette elettroniche e i dispositivi a tabacco riscaldato, sempre più diffusi anche negli istituti di pena. Se questo monitoraggio esiste per la popolazione libera, non si comprende perché non debba estendersi, con pari rigore, agli ambienti chiusi e sovraffollati delle carceri, dove l’esposizione di chi non fuma - a fumo tradizionale o a questi succedanei - è ancora più prolungata e priva di alternative. A rendere tutto più insostenibile il caldo. Un’estate che trasforma le celle in forni. Il rapporto di metà anno 2026 dell’Associazione Antigone descrive una situazione ormai fuori controllo: il tasso medio di affollamento reale degli istituti italiani ha raggiunto il 139,7%, con punte oltre il 150% in diverse regioni. Oltre il 60% della popolazione detenuta vive sotto il regime di “custodia chiusa”, trascorrendo gran parte della giornata rinchiusa in celle che in piena estate superano i 40 gradi. Le finestre schermate impediscono il ricambio d’aria, i ventilatori mancano o sono un bene che solo chi può permetterselo riesce ad acquistare, e una direttiva dell’amministrazione penitenziaria dello scorso aprile ha addirittura vietato i frigoriferi in cella, relegandoli in spazi comuni spesso irraggiungibili. In una cella chiusa, bollente, sovraffollata e già di per sé irrespirabile per il calore, il fumo di sigaretta non è un fastidio in più: è un moltiplicatore di sofferenza. Chi non fuma non ha via di fuga. Il diritto alla salute non si sospende in cella - L’articolo 32 della Costituzione tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo, senza eccezioni per chi si trova detenuto. L’articolo 27, terzo comma, stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Nessuna delle due norme prevede che la sofferenza fisica - da fumo passivo, da calore, da mancanza di aria - sia parte della pena. Rispettare la pena non significa aggiungervi sofferenze non previste dalla legge: significa, al contrario, garantire che chi sconta una condanna lo faccia in condizioni compatibili con la dignità umana, restando esposto solo alla privazione della libertà, e a nient’altro. Quando questo non accade, non stiamo più parlando di esecuzione penale, ma di un danno alla salute inflitto senza sentenza, senza colpa e senza possibilità di difesa. Non un caso isolato, ma un problema nazionale - Come Garante dei diritti dei detenuti di Brindisi, non è la prima volta che mi trovo a denunciare situazioni di questo tipo. Ho sollevato più volte, nelle sedi competenti, il tema della tutela sanitaria negli istituti del nostro territorio: dalla carenza di ventilazione e ricambio d’aria, alla necessità di spazi realmente distinti per fumatori e non fumatori, fino all’urgenza di misure straordinarie nei mesi più caldi. Continuerò, con gli strumenti che il ruolo di Garante di Brindisi mi consente, a portare questo caso e altri simili all’attenzione delle autorità nazionali competenti. Ma senza una risposta politica strutturale - non un’ordinanza, non una circolare, una vera scelta di Governo - casi come quello di questo detenuto continueranno a moltiplicarsi in ogni istituto d’Italia, ogni estate, senza che nessuno ne risponda. Biella. L’associazione “Biella c’è” chiede maggiore attenzione sul carcere La Provincia di Biella, 5 settembre 2026 L’associazione “Biella c’è” vuole stringersi alla famiglia e agli amici del giovane di 23 anni che nei giorni scorsi si è tolto la vita all’interno della Casa Circondariale di Biella. Di fronte ad una tragedia come questa, prima di ogni considerazione politica, rimane il dolore per una giovane vita spezzata e il dovere del rispetto e del silenzio nei confronti di chi oggi ne piange la scomparsa. Questa morte, tuttavia, non può essere considerata solo come un fatto isolato. Dall’inizio del 2026 sono almeno 41 le persone che si sono tolte la vita all’interno delle carceri italiane. Questo dato rappresenta storie di fragilità, solitudine e sofferenza, all’interno di un sistema penitenziario da anni segnato da problemi strutturali come sovraffollamento e carenza di personale. Questo compromette evidentemente la funzione educativa e riabilitativa della pena sancita dalla nostra Costituzione. Il carcere è un tema complesso, che non va affrontato attraverso slogan, contrapposizioni politiche o giochi di partito. Richiede invece competenza, continuità e soprattutto serietà. A Biella esistono realtà che da anni lavorano in questa direzione: riteniamo fondamentale il lavoro svolto dal Tavolo Carcere, dalle associazioni, dai volontari e da tutti coloro che costruiscono un rapporto tra il carcere e la città, creando opportunità di formazione, cultura e reinserimento per le persone detenute. Allo stesso modo crediamo sia necessario pretendere grande serietà da tutte le figure istituzionali chiamate ad occuparsi della realtà penitenziaria, a partire dal Garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Si tratta di un ruolo delicato e importante, che non può essere interpretato come un incarico meramente formale: richiede presenza, ascolto e confronto. È su questo terreno concreto che ci auguriamo venga esercitato pienamente il mandato affidato dal Comune. Un pensiero deve infine andare anche alle donne e agli uomini che lavorano negli istituti penitenziari: dirigenti, agenti di Polizia penitenziaria, personale sanitario, educatori e operatori sono chiamati quotidianamente ad affrontare situazioni talvolta estreme, che richiedono professionalità e grande responsabilità in un contesto difficilissimo. Non possiamo accettare di ricordarci delle condizioni delle nostre carceri solamente quando avviene una tragedia. Nel suo piccolo anche il Comune di Biella ha strumenti, responsabilità e persone che possono contribuire a migliorare questa realtà. Chiediamo soltanto che lo faccia con la serietà che quarantuno vite perdute dall’inizio dell’anno impongono a tutti noi”. Milano. Coop Atacama360 dal carcere di Bollate: “Cambiamo il mondo un video alla volta” di Joy Bongiovanni gnewsonline.it, 5 settembre 2026 “La sventura è l’occasione della virtù” diceva Seneca. E forse non c’è aforisma più adatto per raccontare la storia di Matteo e della sua cooperativa Atacama360, fondata all’interno della Casa di reclusione di Bollate, alle porte di Milano. Supportata dall’associazione “Sesta opera San fedele” e dalla società benefit “Digital360”, Atacama permette alle persone che vivono situazioni di difficoltà, come detenuti ed ex detenuti, di diventare registi, cameramen, fonici e direttori della fotografia. Sul sito si legge: “Le aziende che si affidano a noi partecipano da protagonisti a un grande progetto sociale e cambiano il mondo, un video alla volta”. Matteo, fondatore e responsabile dei progetti speciali, riavvolge il nastro della sua esistenza e racconta a gNews come tutto è iniziato. Torna ai suoi diciannove anni, all’arresto, al carcere e al momento in cui ha deciso che le sbarre non dovevano essere un confine ma una soglia. Da un luogo nato per punire e separare, ha creato qualcosa per far stare bene. “Il carcere non mi ha fermato - rivela -. Mi ritengo molto fortunato e in questa mia fortuna c’è un grande desiderio di restituzione e di riparazione”. Matteo, quando hai deciso di fondare una cooperativa sociale per aiutare altre persone recluse? Sono stato arrestato quando ero molto giovane, frequentavo ancora il quarto superiore quando sono entrato a Bollate. Attualmente sono in affidamento in prova ai servizi sociali, ho fondato Atacama360 quando ero in articolo 21. In carcere ho conseguito la laurea in pedagogia e ho lavorato come educatore in una comunità per ragazzi in difficoltà. Anche da qui nasce il mio rispetto verso il mondo dei giovani e degli adolescenti. Leggendo un piccolo paragrafo della legge sull’ordinamento penitenziario, mi sono accorto che, anche se detenuto, potevo essere socio di una cooperativa. Da qui è arrivata l’idea: volevo creare una mia realtà e non essere semplicemente un dipendente di terzi. Come mai proprio una casa di produzione musicale? La musica è un ottimo strumento di prevenzione alla devianza perché permette ai giovani di esprimersi liberamente. Nel 2019, insieme ad alcuni amici, conosciuti durante un evento musicale, abbiamo partecipato al bando del Comune di Milano ‘Scuola dei quartieri’ e, tramite il finanziamento da 25mila euro a fondo perduto, abbiamo mosso i primi passi. Atacama è arrivata subito dopo: nel 2021 abbiamo aperto un piccolo studio di registrazione in zona San Siro e ci siamo fatti conoscere. Organizzavamo eventi e corsi di formazione, soprattutto per persone che avevano problemi psico-sociali o economici e, tramite la musica, riuscivano a responsabilizzarsi e a formarsi. Che cosa facevi in carcere prima di fondare la cooperativa? Insieme all’altro socio di Atacama, tra il 2015 e il 2019 avevamo fondato un’associazione dal nome ‘L’operatore della raccolta differenziata’. Con il supporto dell’Amministrazione penitenziaria, abbiamo creato un modello lavorativo per far sì che l’addetto alle pulizie possa smistare i rifiuti correttamente, pesarli e fornire un report dettagliato alla direzione. Tutto ciò per ottenere uno sgravo significativo sulla tassa sui rifiuti. Abbiamo creato 18 posti di lavoro fissi. La nostra idea iniziale prevedeva di convertire il carcere in un piccolo centro di trasformazione rifiuti e abbattere i costi del 90%, trasformando l’umido o creando manufatti con gli scarti della plastica. Non ci è stato permesso ma credo che il servizio di smistamento, pesatura e report sia ancora attivo all’interno di Bollate. Perché il nome Atacama? È il deserto più arido al mondo, si estende dal Cile al Perù, e lì solo per pochi giorni all’anno crescono dei fiori stupendi. È un evento tanto eccezionale quanto volatile. Mi piaceva questa metafora per la nostra cooperativa, perché rappresentava comunque una rinascita, anche se breve. Nella nostra cooperativa ci sono persone che, ognuno a suo modo, ha vissuto difficoltà: due ex detenuti, un over 55 che aveva perso il lavoro e un professionista del settore che ha sposato la nostra causa. Da una piccola casa discografica siete diventati una realtà affermata sul mercato dell’audio-video e lavorate anche con aziende importanti nel panorama nazionale… Abbiamo iniziato con un piccolo studio di registrazione ma sentivamo l’esigenza di andare sul mercato. Per questo ci siamo sempre più professionalizzati e, dal 2023, abbiamo sviluppato una doppia anima con due attività distinte: quella prettamente commerciale, da cui deriva tra il 60 e il 70 % delle entrate, e in cui spesso lavorano anche detenuti ed ex detenuti, e quella sociale, grazie a contributi di fondazioni e associazioni, per la realizzazione di corsi professionalizzanti per i cosiddetti Neet, i ragazzi che non studiano e non lavorano, e giovani in stato di disagio. Così Atacama coniuga prevenzione e reinserimento sociale senza mai smettere di essere un contenitore di creatività. Voi lavorate con il metodo learning by doing, puoi spiegarci meglio? Sì, attuiamo un metodo di lavoro che permette di responsabilizzarsi lavorando: diventi professionista dall’esperienza. Arrivi da noi e lavori sin da subito, ti affianchiamo un senior che assicura la buona riuscita del prodotto mentre fai formazione sul campo. In questo modo, dopo sei mesi o un anno sei pronto per il mondo del lavoro. Noi fungiamo spesso da tramite: molti, dopo aver iniziato a formarsi e a lavorare con noi, poi continuano in proprio o vengono assunti da altre aziende. Questo ci rende molto soddisfatti. Avere dei dipendenti che provengono dal circuito penale può essere un limite o un plus? Come azienda abbiamo parecchi sgravi fiscali assumendo persone che provengono da situazioni di svantaggio. In particolare per i lavoratori detenuti ed ex detenuti arriviamo a un abbattimento del costo di quasi il 95%. Alcuni nostri clienti hanno bisogno di fare reputation branding e posizionarsi sul mercato come realtà inclusive, e questo può sicuramente agevolarci. In altri casi, invece, impiegare detenuti, ex detenuti o persone svantaggiate può diventare limitante, perché spesso non veniamo considerati al pari di altre agenzie e quindi provano a tirare sul prezzo. Per il nostro metodo di lavoro abbiamo avuto anche delle grandi perdite, ma fa parte del gioco: si perdono clienti anche quando hai tutti Maradona in squadra! Cosa c’è nel futuro di Atacama360? Continueremo l’erogazione dei corsi e quest’anno per la prima volta saremo anche a Velletri, oltre che Bollate. Tra l’altro risultiamo vincitori del bando Repubblica digitale del Cnel e saremo anche a Milano e Pavia. Anche se la nostra anima sociale determina più un costo che un ricavo, continuiamo a investire nel settore della formazione e della prevenzione. Vorrei generare un vero cambiamento nell’organizzazione dell’impresa sociale in carcere. Ho scritto un progetto, quando studiavo per il master in Project management al Politecnico di Milano, per la creazione di una piattaforma dove le aziende possano inserire il loro job description desiderato e noi, dopo aver formato detenuti, ex detenuti, Neet, mettiamo in contatto l’azienda con il lavoratore appena formato. Sarebbe bello poterlo realizzare, perché riuscirebbe ad abbassare il tasso di recidiva, che è uno dei principali problemi legati al carcere. Aversa (Ce). Rabbia e risse in carcere, un cane per “curarsi” con la zoo-terapia di Chiara Daina Corriere della Sera, 5 settembre 2026 Asl e Cooperative sociali (Albanova e Amame) insieme per un progetto che ha già coinvolto sessanta persone detenute nel carcere di Aversa: “Primi risultati incoraggianti, gli iscritti non saltano mai l’incontro”. La relazione con i cani per i detenuti del carcere di Aversa è il ponte per connettersi con rabbia, aggressività e traumi che portano dentro. Grazie a un progetto sperimentale di “zoo-arteterapia”, sostenuto dall’Asl di Caserta e due cooperative sociali, Albanova e Amame, che è partito a luglio 2025 e finora ha coinvolto una sessantina di uomini reclusi (tra maltrattanti, destinatari di misure di sicurezza e giovani di 18-21 anni). Gli incontri, da due ore ciascuno, si svolgono due volte a settimana. Dopo l’intervento assistito con gli animali, i partecipanti sono invitati a esprimere le loro emozioni su un foglio, con un disegno libero, utilizzando semplicemente dei colori, oppure attraverso il corpo, assumendo posizioni nello spazio che rappresentino paura, tranquillità, dolore, agitazione o qualsiasi altro stato d’animo che provano in quel momento. “L’obiettivo è abituare il detenuto ad ascoltarsi interiormente per modificare il comportamento autodistruttivo e disinteressato e, verso gli altri, oppositivo e provocatorio. Vengono impiegati a turno sei-sette cani, tra setter irlandesi, pinscher, levrieri e meticci, a seconda degli aspetti su cui il gruppo deve lavorare: accudimento, senso di responsabilità, ricerca della calma, ascolto dei bisogni”, spiega la psicologa Maria Teresa Corvino, responsabile del progetto. “L’operatore - cita ad esempio - aiuta i detenuti a riflettere sul bisogno che potrebbe avere il cane, come sete, fame, ricerca di calma, voglia di giocare. Quando loro arrivano e sfogano con ira i malcontenti, il cane, posizionato in un cerchio al centro, si allontana dal gruppo, mentre quando i toni si abbassano e riceve carezze, si riavvicina, rimettendosi al centro degli sguardi”. I primi risultati sono incoraggianti: “Gli iscritti non saltano mai le sedute e tendono a disinnescare le risse che scoppiano nei corridoi”. I dipartimenti di psicologia e veterinaria, rispettivamente dell’Università Vanvitelli e Federico II di Napoli, stanno conducendo uno studio sul progetto per raccogliere risultati scientifici. “Intendiamo costruire un modello di intervento standard di zoo-arteterapia in carcere coinvolgendo anche gli atenei di Milano, Bari e Messina” conclude Corvino. Roma. Il Twinning Project, con il supporto di Enel Cuore, porta il calcio dentro le carceri rivistaundici.com, 5 settembre 2026 Il percorso è iniziato a Rebibbia, e continua in altre località d’Italia: attraverso il gioco, i detenuti acquisiscono competenze che li aiuteranno a reinserirsi nella società. Lo sport unisce, anche e soprattutto nei contesti più disperati. Si stima, stando ai dati del Ministero della Giustizia. che rappresenti una fonte di ristoro fondamentale per quasi 12mila persone nelle carceri italiane: aiuta i detenuti a sentirsi coinvolti, a giocare di squadra, a mantenere una certa condizione fisica e a consolidare il concetto di rispetto delle regole, fino a diminuire il rischio stesso di recidiva. E il calcio, neanche a dirlo visto che siamo in Italia, è di gran lunga la disciplina più praticata - dove possibile, perché non tutti i penitenziari sono dotati di strutture ricreative adeguate. Nella Casa di reclusione di Rebibbia però, un campo c’è. Non ha gli spazi di una squadra amatoriale, né i comfort dei circoli ricreativi. Eppure basta e avanza: due porte, un pallone e 22 giocatori che, di volta in volta, cercano di riscoprire gli strumenti per tornare nella società. Per fare in modo che il singolo esempio diventi parte di un sistema, c’è bisogno di una rete più grande. Questa rete esiste: si chiama Twinning Project, è nata nel Regno Unito nel 2018 e da allora ha coinvolto 78 istituti penitenziari in sei Paesi diversi. Lo scopo dell’iniziativa è portare il calcio nelle carceri al salto di qualità, renderlo qualcosa di più che una semplice attività ricreativa, già di per sé positiva per il benessere dei detenuti: il gioco può e deve diventare un percorso formativo ben strutturato, all’interno del quale i partecipanti seguono dei veri e propri corsi di formazione basati sulle metodologie degli allenatori professionisti. Dalle doti comunicative alle responsabilità individuale, dall’importanza dell’atteggiamento cooperativo alla lucidità nella gestione dei conflitti - che ci possono sempre essere: sono aspetti essenziali nella vita di uno spogliatoio, che sia quello di un club di Serie A o il complesso insieme di individui che forma una comunità come quella di Rebibbia. Ecco, appunto: Rebibbia. Dal 2024, la casa circondariale romana fa parte di Twinning Project grazie a un gemellaggio diretto proprio con l’AS Roma. Nella fattispecie significa che 64 detenuti hanno iniziato a seguire dei percorsi modulari di 12 settimane per apprendere quelle soft skills che si imparano attorno a un pallone, ma che possono poi rivelarsi preziose ben oltre il calcio. Preparandosi di nuovo a una vita altrove: le persone coinvolte sono in particolare coloro che stanno scontando gli ultimi due anni di pena, proprio per prepararle in modo ludico e interattivo al progressivo rientro in società. Un passaggio complesso, spesso sottovalutato, e che questo tipo di collaborazione cerca di rendere più accessibile - fornendo metodo, competenze e atteggiamenti fondamentali per potersi riproporre nel mondo del lavoro. Ecco allora che Enel Cuore, l’Ente Filantropico del Gruppo Enel, ha scelto di sostenere il Twinning Project coprendo integralmente i costi del programma in diverse città e carceri d’Italia - anche oltre Roma, anche oltre Rebibbia, dunque. Si tratta di un impegno importante al servizio di un’idea precisa: lo sport diventa codice condiviso e strumento di riabilitazione verso un pieno reinserimento sociale. Grazie al supporto di Enel, il progetto punta a espandersi continuando a favorire il binomio vincente fra istituti penitenziari e top club professionistici: si registra già l’interesse dell’Inter a Milano - in collaborazione con la Comunità Educativa Kayros, che accoglie minori con procedimenti penali - e della Juventus a Torino - insieme all’Istituto Penale per Minorenni “Ferrante Aporti”. Nei prossimi 12 mesi, si prevede che le nuove fasi del programma possano coinvolgere oltre 200 persone. “Il calcio è la cosa più importante fra le cose meno importanti”, recita una celebre massima di Arrigo Sacchi. E si capisce proprio in contesti come questo, dove i detenuti sono spesso giovani, senza speranze e con identità smarrite. Riescono a ritrovarle non soltanto grazie al piacere del gioco e alle sue parabole di socialità, ma a questo punto riscontrando una partecipazione attiva, strutturata: sapere che dietro le tue partite nella polvere c’è in qualche modo l’Inter, la Roma o la Juventus diventa una fonte di motivazione, è inevitabile. È un qualcosa che ristabilisce punti di riferimento laddove non ce ne sono. L’obiettivo di Twinning Project, oltre ad alleviare il regime di vita durante la pena, è soprattutto quello di fornire competenze reali che incidano sulle possibilità di un cambiamento reale una volta riacquisita la libertà. In fondo, a pensarci bene, poche cose al mondo abbattono le barriere come il calcio - e la forza intrinseca degli ultimi Mondiali, più profonda di tutte le polemiche che ci sono state, l’ha dimostrato ancora una volta. Il Twinning Project cerca di sfruttare la sua incomparabile leva sociale ed emotiva per estendere i confini dell’inclusione. In questo scenario, Enel Cuore fornisce i mezzi necessari per riuscirci. Insieme, a Rebibbia, il pallone si sta già muovendo veloce. Presto inizierà a correre anche in altri penitenziari d’Italia. E pazienza per l’assenza di infrastrutture all’ultimo grido: talvolta non servono le luci, per fare San Siro. Slogan, capri espiatori e paura: ecco i 4 passi della propaganda che ci manipola di Rossella Dotta Il Fatto Quotidiano, 5 settembre 2026 Come difendersi? Solo col dubbio metodico, che si pone domande prima di reagire. È un meccanismo molto semplice, ben collaudato, che funziona a dovere e abusato al punto di essere diventato immediatamente smascherabile. Il modus operandi si concretizza in quattro step che agiscono in sinergia: 1) semplificazione estrema di problemi complessi in slogan dotati di immediatezza e facile comprensione, “è colpa loro”, “la soluzione è una sola”; 2) individuazione di un nemico comune, il capro espiatorio su cui convogliare la buona dose di frustrazione di cui ciascuno é provvisto; 3) ripetizione dello stesso messaggio come un mantra, ovunque, fino a renderlo “senso comune”, indipendentemente dalla sua veridicità; 4) appello emotivo a emozioni come la paura, che richiede una spinta immediata a reagire, senza considerare dati e argomentazioni. Si costruisce un’identità offrendo un senso di appartenenza (“noi” vs “loro”) più che un programma, promettendo un ritorno a un passato idealizzato e mai davvero esistito. A veicolare questa realtà alternativa non potrà che essere l’informazione, la cui manipolazione seleziona solo i fatti che confermano la narrazione. Come difendersi, dunque? Solo col dubbio metodico, che si pone domande prima di reagire. Se la propaganda ha bisogno di un salto immediato tra stimolo emotivo e reazione (rabbia - condivisione - voto), il dubbio inserisce uno spazio in quel salto interrompendo l’automatismo. Sarebbe utile chiedersi “chi me lo sta dicendo?”, “cosa ci guadagna?”, “c’è qualcuno che dice il contrario?”. Volendo scavare più in profondità occorre avere contezza di come nasce il dubbio in una persona qualunque, indipendentemente dal suo livello culturale. Ebbene, non origina da un ragionamento, ma da una sensazione di incoerenza se quello che mi dicono non combacia con quello che vedo, vivo o ricordo. Anche dal sospetto: quando qualcosa è troppo comodo e lineare, a nostro favore, psicologicamente siamo programmati per sospettare. È un riflesso istintivo, simile al fiuto per una truffa. La crisi economica, però, gioca a sfavore del dubbio, che richiede tempo e sicurezza psicologica, perché “farsi domande” è un lusso cognitivo: chi vive nell’ansia di arrivare a fine mese ha un’attenzione consumata da necessità di sopravvivenza immediate. Chi dipende economicamente da qualcuno (che sia un datore di lavoro, un sistema di sussidi o un partito che promette un posto) ha più incentivo a non vedere, a non farsi troppe domande. Sarebbero scomode. Il dubbio ha indubbiamente un costo. Quindi? Che si fa? Si vive in un’altra realtà? Fine vita, una domanda a chi ha paura di una legge di Ferruccio de Bortoli Corriere della Sera, 5 settembre 2026 Al legislatore riluttante vorremmo chiedere se sia accettabile, in un Paese o in una nazione civile, un federalismo del fine vita. La Chiesa italiana, va riconosciuto, è stata più coraggiosa del Parlamento. Dopo l’approvazione della coraggiosa legge regionale del Veneto, prima regione di centrodestra a intervenire in materia, crescono le pressioni per una normativa nazionale sul fine vita. Molto probabilmente non se ne farà nulla. Chi si oppone o soprattutto chi non ha semplicemente voglia di affrontare una materia così complessa che interroga anche - e non può essere altrimenti - la propria coscienza, la propria fede, troverà tante scuse per lasciare l’incombenza alla prossima legislatura. Al di sotto della questione legale vi è una dimensione umana, un universo di sofferenze che ci si ostina a non guardare. Questa voluta disattenzione ha in sé qualcosa di crudele. Perché è come se i malati inguaribili fossero ostaggio di una contrapposizione ideologica che ne trascura il dolore profondo. Al legislatore riluttante vorremmo porre una sola domanda e chiedergli se sia accettabile in un Paese o in una nazione civile, un federalismo del fine vita. Il rispetto per i malati in condizioni terminali e della loro volontà che dipende dai confini regionali è legato - come in Lombardia per esempio, dove di fatto il suicidio assistito c’è - solo a burocratiche e asettiche linee guida. Come per dire: si fa ma non si dice. La Chiesa italiana, va riconosciuto, è stata più coraggiosa del Parlamento italiano. Ha mutato nel tempo, pur nel rispetto della sacralità della vita, le proprie posizioni ascoltando la sofferenza dei malati, rifiutando l’accanimento terapeutico, comprendendo, assistendo, promuovendo le cure palliative. Una legge che accolga le condizioni di non punibilità previste per il suicidio medicalmente assistito dalle sentenze della Corte Costituzionale, non è l’anticamera di una deriva eutanasica. Ascolta la voce e la volontà dei malati, ne rispetta la dignità. Li considera cittadini nella pienezza dei loro diritti. Fino alla fine. Non se li dimentica nel momento in cui non hanno più speranze di vita. Fine vita, l’apertura della Chiesa: ecco cosa sta per dire l’Accademia per la Vita di Giacomo Galeazzi La Stampa, 5 settembre 2026 Nelle prossime ore si pronuncerà la Pontificia accademia per la Vita. No all’accanimento terapeutico, ma cure palliative e obiezione di coscienza. Su un punto la Chiesa è compatta: è inaccettabile che una materia eticamente sensibile come il “fine vita” venga lasciata alla libera iniziativa delle Regioni. Perciò in maniera compatta, in Vaticano come in Cei, definiscono “totalmente inopportuno” che la questione più delicata (la sacralità della vita fino al suo termine naturale) sia spezzettata a seconda delle latitudini. “Così si mettono in discussione le fondamenta dell’unità di un popolo”. In attesa che nelle prossime ore si pronunci l’autorità ecclesiale preposta, ossia l’arcivescovo Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, nei sacri palazzi si concorda sul fatto che, tra tutte le diverse proposte, la norma varata in Veneto è la meno distante dalle posizioni della Chiesa. Con varie sfumature e tonalità. “Si tratta di una legge restrittiva, non il via libera all’eutanasia” evidenziano i presuli più impegnati a scongiurare “il fai da te degli enti locali” nella convinzione che debba essere lo Stato a regolamentare materie che per Benedetto XIV erano “valori non negoziabili”. Già un mese fa di fronte alla decisione dell’Emilia-Romagna sul fine vita, il cardinale Matteo Zuppi, leader dei vescovi italiani, aveva avvertito: “Dobbiamo umanizzare il morire, togliere il dolore. Possibile che non garantiamo ancora cure palliative sufficienti? La vita non si difende mai con la morte e quando la vita può essere tolta si restringe la cultura della vita per l’intera comunità”. E di fronte al rischio di essere tacciata di ingerenza, la Cei, per bocca del suo capo, cita Paolo VI: “La Chiesa e il Papa parlano come esperti di umanità” e “il bene comune delle nostre comunità ci riguardano e ci interpellano”. No a una gestione in ordine sparso, come anche il vescovo Francesco Savino, vicepresidente della Cei e pioniere degli hospice per malati terminali, aveva aperto: “Sul fine vita è Far West, servono regole chiare, basta con il fai da te delle Regioni. C’è un pericoloso vuoto normativo, il caos danneggia pazienti e familiari”. Intanto in Segreteria di Stato esperti di bioetica hanno indicato i contorni di interventi normativi in linea con il Magistero. Un punto particolarmente importante che viene sottolineano in Vaticano riguarda le cure palliative sulle quali la Pontificia Accademia per la Vita da anni richiama l’attenzione. Nel Lessico di fine vita curato dall’arcivescovo Vincenzo Paglia si richiamano linee pastorali utili anche in questo momento. “La legge veneta richiama l’importanza delle cure palliative. E in Italia la legge è buona”. Ma il problema è che è poco finanziata. Mancano i luoghi di cura nel 70% del territorio nazionale. “Non è più possibile essere latitanti su questo” . In Curia è una delle esortazioni più insistenti. “Non è che la gente voglia morire - puntualizza un prelato bieticista -. In realtà non vuole soffrire e non vuole rimanere sola. Di qui l’urgenza che le cure palliative siano a disposizione di tutti. Ma è proprio giusto spendere soldi per le armi e dimenticare questo dovere verso la difesa della vita?”. E si fa notare che purtroppo la maggioranza dei malati gravi è abbandonata a se stessa. Il tema della solitudine e dell’abbandono, che “non si risolve per legge”, dovrebbe scuotere maggiormente sia la cultura che la politica. Con l’approvazione in Veneto della legge regionale sul suicidio medicalmente assistito “non ha vinto o perso qualcuno”. Il patriarca di Venezia Francesco Moraglia mette però in guardia da “modelli culturali e di sanità che possano portare ad una deriva difficilmente controllabile”. La preoccupazione resta per “le persone fragili e sole”, ossia “che affrontano la vecchiaia e il suo epilogo non potendo contare su un effettivo accompagnamento e supporto umano e affettivo”. Situazioni che tenderanno a moltiplicarsi. I dubbi riguardano “un soggettivismo interpretativo per cui è logico domandarsi quali saranno i criteri effettivamente utilizzati per definire e valutare oggettivamente di volta in volta una sofferenza come insopportabile”. Da qui il richiamo ad un impegno condiviso tra istituzioni civili e religiose per “promuovere di più e meglio una cultura di prossimità, specialmente nei momenti in cui la vita diventa difficile e fortemente compromessa”. E anche l’appello ad “accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre”. Unanime nelle gerarchie ecclesiastiche è la richiesta di regole chiare su tutto il territorio. Nessuno, in Vaticano come nelle diocesi, avalla alcuna forma di accanimento terapeutico ma piuttosto vengono sollecitate cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore, assieme ad una “obiezione di coscienza garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari”. In più occasioni, incontrando delegazioni del governo, il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin ha definito la mancanza di una legge nazionale chiara sul fine vita un problema, criticando il fatto che le regioni debbano supplire a tale vuoto normativo, come appunto è avvenuto in Veneto: “Abbiamo constatato come le Regioni stiano provvedendo a colmare la mancanza di legislazione da parte italiana, con tutte le problematiche che ciò comporta”. Il contesto Ue allarma: il Papa interverrà nell’imminente viaggio in Francia. E proprio l’arcivescovo Pegoraro (le cui dichiarazioni sulla legge veneta sono attese per domenica) ha segnalato “un rischio reale e documentato, dai dati provenienti da Belgio e Paesi Bassi: quello del cosiddetto pendio scivoloso”, cioè una progressiva estensione dell’applicazione eutanasica che arriva a includere minori, malati psichiatrici e persone con sofferenze esistenziali, arrivando persino a ipotizzare l’eutanasia non volontaria per chi non è in grado di esprimersi. “Il controllo sulle procedure appare problematico e insufficiente, trasformando una scelta estrema in una pratica burocratizzata. Il legislatore dovrebbe quindi evitare di creare norme basandosi esclusivamente sui casi pietosi ed emotivi” avverte il ministro vaticano della bioetica, ponte di dialogo trasversale tra governo e Parlamento. Droghe. Sonia, nella trappola del “Bosco di Rogoredo” di Elisabetta Andreis e Gianni Santucci Corriere della Sera, 5 settembre 2026 “Per me è casa. Solo la morte mi farà smettere”. Ha iniziato con l’eroina a 14 anni, ora ne ha 50: “Sono invalida al 99%, ma non posso farne a meno. Nel bosco c’è di tutto: chi studia, chi lavora, chi si droga da 30 anni, chi ti aiuta e poi magari ti deruba”. A quattordici anni Sonia decise di provare l’eroina. A cinquanta sa che cosa la droga le ha fatto. Cosa continuerà a farle. “L’unica cosa che mi farà smettere sarà la morte. Sono stata anche mesi in ospedale: esco e vado a rifarmi”. In mezzo ci sono quasi quarant’anni di dipendenza, un pezzo di storia della droga a Milano, da Quarto Oggiaro a Rogoredo. Oggi Sonia sta leggendo “Nel bosco di Rogoredo”, il libro di Simone Feder uscito da pochi giorni (Zolfo Editore). Il bosco raccontato da chi ogni settimana entra per aiutare, visto questa volta da chi sta dall’altra parte. Sonia, qual è la cosa più sbagliata che si pensa dall’esterno sulla dipendenza? “Che siamo sempre fatti. La droga è una trappola a tempo pieno. Passi la giornata a procurarti i soldi, cercare la roba, aspettare chi te la deve portare, comprarla. Ti fai e cominci a pensare alla prossima. Più che cercare lo sballo, a un certo punto cerchi di non stare male, devi restare lucido”. Comprende le conseguenze di non smettere? “Capisco benissimo. So che cosa mi sto facendo. Quarant’anni di sostanze mi hanno portato all’invalidità al 99 per cento, con disturbi che farebbe schifo anche a me elencare. Ma non riesco a smettere. E allora continuo”. Da quanto? “Da quando avevo 14 anni”. Ricorda la prima volta? “Tutto. Ero a Quarto Oggiaro. Volevo bucarmi e ho avvicinato un ragazzo che vedevo in giro. Gli ho chiesto se mi aiutava. Siamo andati al Fleming, ho comprato l’eroina e lui mi ha fatto il primo buco. Si chiamava Marco. Poi è morto”. Aveva solo 14 anni. “Ero come tante altre”. Continuava la scuola? “Sì. Una scuola di grafica pubblicitaria al Giambellino. Ho cominciato a rubare qualcosa in casa, le collanine d’oro. Falsificai anche la firma di mio padre su un assegno e la mia famiglia mi scoprì, ma le comunità con me non sono servite”. E allora sono arrivati i reati, una rapina a mano armata, San Vittore. Una condanna. I domiciliari. La perdita del padre quando aveva 19 anni, il matrimonio con un uomo di vent’anni più grande, anche lui una storia di tossicodipendenza, ma risolta. La droga di oggi è quella dei suoi 14 anni? “Ho iniziato con l’eroina, che uso anche oggi. E anche ketamina, sintetiche. Ho vuoti di memoria. Però tutto per me è cominciato con il buco, non sono stata graduale. Quello è un amo terribile: ti fa sentire in paradiso e non ti accorgi che ti ha già preso. Tutto il resto diventa niente, non esiste più amore per nessuno. L’eroina va sopra a tutto”. Che genere di persone ci sono a Rogoredo? “Da fuori non si comprende. Dentro c’è di tutto. C’è chi studia, chi lavora, chi ha una casa e chi dorme fuori. Quello appena arrivato e quello che si droga da trent’anni. Non esiste la categoria omogenea, “il tossico”. C’è solidarietà nel bosco? “Certo. Se qualcuno sta male c’è gente che se ne accorge, che interviene. Ci aiutiamo. Dividiamo il cibo, i vestiti, a volte anche la roba”. Sembra quasi una comunità. “Sì, ma non facciamola bella. Puoi aiutare qualcuno che cinque minuti dopo ti frega qualcosa. Succedono entrambe le cose”. Il suo fidanzato è uno spacciatore di Rogoredo. “Da due settimane. Gli chiedo, e ho tutto quello che voglio. Non devo più passare la giornata a chiedermi come procurarmela”. Da fuori uno spacciatore è quello che alimenta la sua dipendenza. “Si. Mi uccide, ma anche mi protegge”. Sta leggendo il libro di Simone Feder su Rogoredo. Si riconosce? “In tante cose sì, lui è sempre al nostro fianco. Ma c’è uno scarto tra chi torna sempre, e chi in realtà vive fuori”. Se domani le dicessero: il bosco non esiste più, sarebbe contenta? “No”. Perché? “Perché il problema non sparisce”. Alcuni considerano Rogoredo un problema da eliminare. “Per voi è il problema. Per noi tante volte è la soluzione”. Una soluzione che distrugge le persone. “Certo lo so. È una soluzione mortifera, ma immediata: lì trovi droga con le monete, la senti come casa, un posto dove stare, protezione, forse qualcuno che non ti giudica. Se togli il bosco senza togliere il bisogno che ti porta lì, dove vai?”. Migranti. Return hub, si parte: cinque paesi Ue per spedire i migranti in “paesi terzi” di Andrea Valdambrini Il Manifesto, 5 settembre 2026 L’idea dei Centri di rimpatrio per migranti in Paesi terzi entra nella fase operativa. Danimarca, insieme a Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia, riuniti nel Gruppo dei Cinque, hanno concordato ieri a Copenaghen i passi concreti verso il primo accordo con uno Stato extra-Ue. L’idea dei centri di rimpatrio per migranti in paesi terzi entra nella fase operativa. Danimarca, insieme a Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia, riuniti nel Gruppo dei Cinque, hanno concordato ieri a Copenaghen i passi concreti verso il primo accordo con uno Stato extra-Ue. La Danimarca prevede di essere pronta a inviare i primi stranieri senza diritto di soggiorno in un paese partner entro la fine del 2027. “Abbiamo fatto molta strada nel lavoro per la creazione di un centro di rimpatrio al di fuori dell’Ue e ora siamo più vicini che mai”, ha dichiarato il ministro danese dell’immigrazione Morten Bødskov. Quello di ieri è il primo incontro formale del gruppo. I ministri hanno concordato tre principi guida: il modello dovrà ridurre l’immigrazione irregolare, essere conforme al diritto Ue e internazionale (o forse ad una sua interpretazione formale) e soprattutto fondarsi su partenariati definiti paritari e reciprocamente vantaggiosi con i paesi extra-Ue. Ora potranno partire i contatti con i possibili paesi partner, per verificarne gli standard e la sostenibilità dell’intesa. Bødskov non ha ancora indicato il possibile paese ospitante. Tra le ipotesi ci sarebbero Uganda e Ruanda. Un paese che ritorna, quest’ultimo, già scelto dal Regno Unito nel 2023. Il progetto britannico fu però dichiarato illegale dalla Corte Suprema nel novembre di quello stesso anno. La Danimarca è da tempo alla guida delle iniziative per una stretta sulla politica migratoria europea. L’asse con Roma si era rafforzato dopo la crisi di Ceuta. Ad agosto Meloni e Frederiksen avevano promosso una lettera sottoscritta da 22 paesi Ue per chiedere a Bruxelles di rafforzare le frontiere esterne, contrastare l’immigrazione irregolare e rendere più efficaci i rimpatri. La premier socialdemocratica e quella italiana avevano poi rilanciato la richiesta di creare centri di rimpatrio in paesi terzi. L’Italia però non siede al tavolo: ha imboccato una strada propria con i centri in Albania, le strutture italiane sono gestite da Roma nell’ambito dell’accordo con Tirana. La Commissione Ue ha già dato la sua benedizione, sostenendo che il nuovo quadro normativo offre una base legale per la creazione dei centri. Il commissario all’immigrazione Magnus Brunner ha spiegato che le basi giuridiche ci sono e che tocca agli stati membri negoziare gli accordi. È proprio qui che si apre il fronte più controverso. L’accelerazione dei cinque rende concreta l’ipotesi dei centri esterni, ma mostra anche che sull’idea non esiste una posizione uniforme tra i 27. Mentre le organizzazioni per i diritti dei migranti denunciano rischi seri. “Inviare le persone nei centri di deportazione fuori dall’Ue significa sradicare bambini, adulti e famiglie dalle vite che hanno costruito in Europa”, ha detto Michele LeVoy, direttrice dell’ong Picum di Bruxelles. Il trasferimento, ha aggiunto, rischia di sottoporre le persone a una detenzione prolungata in luoghi che non conoscono e nei quali sarebbe difficile controllare ciò che accade. Per LeVoy, la vera innovazione sarebbe invece creare canali sicuri e regolari verso l’Europa. Di sicuro i promotori dell’iniziativa hanno fretta. Il prossimo appuntamento del Gruppo dei Cinque è previsto a fine settembre a Monaco di Baviera. L’obiettivo è arrivare entro la fine dell’anno a una prima intesa con un paese extra Ue.