Carcere, 1.413 giorni di illegalità di Stefano Arduini vita.it, 4 settembre 2026 Mentre il governo festeggia il record di durata, il sovraffollamento nelle carceri italiane tocca il 142,1%, il livello più alto mai registrato. La legge sulla detenzione in comunità per i tossicodipendenti resta sottofinanziata, e il numero dei bambini reclusi insieme alle madri è più che raddoppiato in un anno. Il governo Meloni ha appena stabilito il record di durata della storia repubblicana: 1.413 giorni in carica, un traguardo che il centrodestra rivendica come segno di stabilità. C’è un terreno, però, su cui questa stabilità diventa indigesta: quello della legalità nelle carceri italiane. E qui i numeri raccontano una storia diversa da quella che il governo racconta di sé. Al 31 agosto 2026 i detenuti nelle carceri italiane erano 65.661, 868 in più rispetto a luglio. Il sovraffollamento ha toccato il 142,1%, il livello più alto mai registrato. Da quando si è insediato il governo Meloni, il 22 ottobre 2022, le persone recluse sono passate da 56.225 a 65.661: 9.436 in più. Nello stesso periodo i posti regolamentari sono cresciuti di appena 46 unità, da 51.174 a 51.220. I posti effettivamente disponibili, invece, sono diminuiti: da 47.474 a 46.181, 1.293 in meno. Sono numeri, non opinioni, e dicono che mentre la popolazione carceraria saliva il sistema che dovrebbe contenerla restava fermo, tragicamente stabile. Le conseguenze si vedono istituto per istituto. Sono 85 le carceri con un tasso di affollamento superiore al 150%. Le regioni più colpite sono Puglia (183,8%), Basilicata (168,1%), Molise (161,6%) e Lombardia (160,2%). A Milano San Vittore il sovraffollamento arriva al 225,8%, con due reparti chiusi dal 2006: quasi vent’anni di posti sottratti mentre le presenze crescevano. Dall’inizio dell’anno si contano 42 suicidi in carcere, sei soltanto nel mese di agosto. A pagare il sovraffollamento sono anche i più piccoli: secondo i dati del ministero della Giustizia, al 31 agosto 2026 erano 37 i bambini presenti negli istituti penitenziari insieme alle madri detenute, 32 in tutto (18 italiane e 14 straniere). Il 31 luglio erano 34, il 30 giugno 30. Il numero è in costante aumento: alla fine del 2025 i bambini in carcere erano 26, più del doppio rispetto ai 10 di fine 2024. Il 5 agosto è entrata in vigore la legge 140, che consente ai detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti di scontare la pena in comunità terapeutica anziché in cella. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio l’ha definita un provvedimento epocale. I numeri, però, ridimensionano l’enfasi: lo stesso ministero ha ammesso che le risorse stanziate per il 2026 permetteranno di trasferire circa 500 persone, a fronte di oltre 20mila soggetti che avrebbero i requisiti per beneficiarne. I posti disponibili nelle comunità sono 13mila, quasi tutti già occupati da chi sta seguendo un percorso terapeutico. La commissione ministeriale che dovrebbe certificare il nesso tra dipendenza e reato commesso, passaggio necessario per applicare la legge, non è stata ancora istituita. Una misura pensata per svuotare le carceri rischia così di restare sulla carta, mentre il sovraffollamento continua a crescere di circa 28 ingressi netti al giorno. È in questo contesto che va letta la vicenda di Torino. Un uomo di 42 anni, arrestato per aver abusato in meno di 40 minuti di due donne, una delle quali tredicenne, è stato scarcerato dal gip dopo due notti al Lorusso e Cutugno e sottoposto all’obbligo di firma. Il pubblico ministero aveva chiesto la custodia cautelare in carcere. Il ministro della Giustizia Nordio ha disposto l’invio di ispettori ministeriali per acquisire elementi sulla decisione del giudice, pur riconoscendo che la valutazione spetta all’autonomia della magistratura. Ma è proprio quel carcere, il Lorusso e Cutugno, a mostrare il paradosso di questa richiesta. Secondo il sopralluogo del sindaco di Torino Stefano Lo Russo, a metà agosto l’istituto contava 400 detenuti oltre la capienza, con altri 180-200 ingressi ogni mese. Il dato è confermato da altre rilevazioni, che indicano presenze vicine alle 1.500 unità a fronte di una capienza regolamentare di poco superiore ai 1.100 posti: uno scarto di circa 400 detenuti, lo stesso segnalato dal sindaco. Chiedere che un uomo finisca in un carcere già oltre ogni soglia di legalità, mentre lo stesso governo non trova le risorse per rendere applicabile la legge che dovrebbe alleggerire quella pressione, non è una contraddizione marginale, ma la fotografia di un metodo. La legalità, per essere un principio, dovrebbe valere allo stesso modo quando si tratta di mandare qualcuno in cella e quando si tratta di garantire che quella cella non violi i diritti di chi già ci vive. Il governo più longevo della storia repubblicana non ha trovato, in 1.413 giorni, il modo di tenere insieme le due cose. Ha imparato invece a usare la parola legalità come una clava, da brandire quando l’opinione pubblica si indigna e da riporre quando servirebbero investimenti, personale, strutture. Tossicodipendenti ai domiciliari. Una mistificazione di Franco Corleone L’Espresso, 4 settembre 2026 L’entrata in vigore il 21 agosto della legge 140/2026, sulla introduzione della misura alternativa della detenzione domiciliare per condannati tossicodipendenti o alcoldipendenti, è stata l’occasione per una orgia di articoli e commenti come se si trattasse di una misura di umanità e di liberazione di tante persone deboli e fragili dall’inferno del carcere sovraffollato. Si tratta invece di una mistificazione. Pochi hanno capito il tassello di una originale operazione della macchina della propaganda di stile “goebbelsiano” del governo. Il problema del carcere è rappresentato dalla presenza di troppe pene brevi e dalla detenzione sociale senza prospettive, invece il governo, usando demagogia buonista, ha inventato una legge per persone con condanne pesanti e pene alte (addirittura fino a otto anni di pena residua) per i cosiddetti detenuti tossicodipendenti. La falsificazione inizia dal titolo, infatti non si è condannati da un giudice in un processo perché tossicodipendenti, ma nella fattispecie, come autori di reati predatori come furti, scippi, rapine che sono utilizzati per seminare paura e alimentare misure per la sicurezza. L’aggravamento delle pene per il furto e i fatti di lieve entità per la detenzione o la cessione di sostanze stupefacenti, contrasta con la scelta di premiare alcuni detenuti inchiodati dallo stigma di malati da curare e salvare. Si crea un doppio binario tra detenuti che possono accedere a misure alternative con difficoltà e altri con un trattamento di favore. È evidente che molti cercheranno di avere la “patente” di stampo pirandelliano. La seconda anomalia è legata al fatto che il testo unico sulle droghe, il famigerato Dpr 309/90, prevede già all’art. 94 l’affidamento in prova “terapeutico” per detenuti tossicodipendenti con pena residua fino a sei anni; la nuova legge stabilisce che “quando non ricorrono i presupposti per l’affidamento in prova”, allora viene attivata la detenzione domiciliare in una struttura residenziale o semiresidenziale, pubblica o privata, per un programma terapeutico socio-riabilitativo. Il testo non spiega perché non esistono i presupposti per quella misura alternativa, ma inventa una misura nuova che desta preoccupazioni per possibili usi strumentali e consente su richiesta dell’interessato anche il trasferimento presso un’altra struttura “idonea”; la concessione è legata a una certificazione della correlazione tra la tossicodipendenza e il reato compiuto e alla effettiva e attuale condizione di tossicodipendenza. Siamo di fronte a una inedita versione della incapacità di intendere e volere per i malati di mente che determina il proscioglimento e una volta l’internamento in Opg e ora l’inserimento in Rems per la pericolosità sociale. Per fortuna la sentenza n. 21/2026 della Corte costituzionale sul punto ha fatto chiarezza e non può essere violata. Invece di far prevalere la responsabilità dei propri atti si incolpa la sostanza stupefacente del furto, dello scippo o della rapina e di altri reati anche gravi. Chi determinerà le condizioni previste in barba alla scienza? La legge affida il compito ai Serd che si avvarranno delle linee guida elaborate da una Commissione istituita presso la presidenza del Consiglio e la cui composizione sarà da monitorare riguardo alla indipendenza. Bisognerà verificare le caratteristiche dei beneficiari per scongiurare affari e speculazioni. Insomma, un ennesimo pasticciaccio brutto sull’altare della spregiudicatezza. Ergastolo ostativo: Italia condannata, riforma promossa di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 4 settembre 2026 L’Italia ha violato l’articolo 3 e l’articolo 7 della Convenzione per tutto il periodo antecedente alla riforma dell’ergastolo ostativo, entrata in vigore il 31 ottobre 2022. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha depositato ieri la sentenza che riguarda quattro ergastolani italiani, tutti reclusi da oltre trent’anni per reati di mafia commessi tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta. La causa si chiama Asciutto e altri contro l’Italia e riunisce quattro ricorsi presentati tra il 2016 e il 2020. La Prima Sezione di Strasburgo, presieduta da Ivana Jeli?, ha deciso all’unanimità. Dopo il 31 ottobre 2022, invece, la violazione dell’articolo 3 cessa. Tra i quattro c’è anche S. Araniti, seguito dall’avvocata Giovanna Beatrice Araniti, la cui vicenda giudiziaria segue un percorso leggermente diverso da quello degli altri tre. I quattro uomini sono Asciutto, Araniti, Cavallo e Conte. Asciutto era al vertice del clan “Asciutto Neri Grimaldi” e sta scontando la pena a Secondigliano dal 29 giugno 1992. Araniti ha guidato l’omonimo clan attivo nella provincia di Reggio Calabria ed è recluso a Sulmona dal 23 maggio 1994. Cavallo, condannato anche per stragi commesse tra il 1981 e il 1991, si trova nel carcere di Parma dal 6 febbraio di quell’anno. Conte è detenuto anch’egli a Parma, dal 22 dicembre 1989. Le loro storie processuali si intrecciano attorno a un unico meccanismo giuridico: l’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, che trae origine dalla legge 354 del 1975 e introdotto dal decreto-legge 306 del 1992. Quella norma - irrigidita rispetto al decreto scritto da Falcone - vietava la liberazione condizionale e ogni beneficio penitenziario a chi non collaborasse con la giustizia, presumendo in modo assoluto la sua pericolosità sociale. Il nodo, per tutti e quattro, riguarda il momento in cui i loro delitti sono stati commessi. Gli omicidi per cui scontano l’ergastolo risalgono infatti a prima dell’entrata in vigore del 4 bis, quando la norma, nella sua versione originaria, consentiva comunque la liberazione condizionale una volta escluso il perdurare di legami con la criminalità organizzata. Solo negli anni successivi, in fase di esecuzione della pena, i giudici di sorveglianza hanno riletto le vecchie sentenze di condanna e vi hanno riconosciuto, pur senza che fosse mai stata formalmente contestata, l’aggravante del “metodo mafioso”. Il risultato è stato lo stesso per tutti: una pena nata senza preclusioni assolute si è trasformata, anni dopo, in un ergastolo ostativo. Dalla sentenza Viola alla riforma del 2022 - La Corte richiama qui il precedente Marcello Viola contro Italia n. 2, deciso il 13 giugno 2019, con cui aveva già giudicato l’ergastolo ostativo incompatibile con l’articolo 3 della Convenzione. La sola assenza di collaborazione con la giustizia, spiegano i giudici, non può fondare una presunzione assoluta di pericolosità che ignori ogni percorso di cambiamento della persona. Da quella sentenza sono nate la pronuncia della Corte costituzionale n. 253 del 2019, sui permessi premio, e la n. 32 del 2020, che ha stabilito come le modifiche peggiorative al 4 bis non possano essere applicate ai fatti commessi prima della loro entrata in vigore. Il legislatore italiano è arrivato solo dopo, con il decreto-legge 162 del 2022 elaborato dal Governo Meloni, convertito con modifiche nella legge 199 del 30 dicembre di quell’anno: da quel momento - come richiesto dalla Corte costituzionale - anche i condannati che non collaborano possono chiedere permessi, misure alternative e liberazione condizionale, purché dimostrino l’assenza di legami attuali con la criminalità organizzata. Per Strasburgo questa riforma ha finalmente restituito ai quattro ricorrenti una prospettiva reale di scarcerazione, tanto da escludere la violazione dell’articolo 3 per il periodo successivo al 31 ottobre 2022. Resta un’ombra sul nuovo termine minimo di trent’anni di pena da scontare prima di poter chiedere la liberazione condizionale, superiore ai venticinque anni indicati dalla stessa giurisprudenza della Corte nel caso Vinter contro Regno Unito. I giudici però non si pronunciano su questo punto, perché nessuno dei ricorrenti ha ancora presentato domanda dopo l’entrata in vigore della riforma. Il caso di Araniti si stacca dagli altri tre proprio su questo fronte. Il tribunale di sorveglianza dell’Aquila, il 10 maggio 2022, applicando i principi della sentenza costituzionale n. 32 del 2020, aveva già riconosciuto che l’omicidio per cui l’uomo sconta l’ergastolo era stato commesso prima dell’entrata in vigore del 4 bis inasprito e non poteva quindi rientrarvi. La domanda di liberazione condizionale fu dichiarata ammissibile, anche se poi respinta nel merito per la sua limitata partecipazione al percorso di rieducazione, dovuta in parte all’età avanzata. Per la Corte europea è comunque quella decisione, e non la riforma legislativa, ad aver posto fine alla violazione nel suo caso: dal 10 maggio 2022 il suo regime è tornato a essere un ergastolo non ostativo, con la possibilità di chiedere la condizionale dopo ventisei anni di carcere. Sul fronte dell’articolo 7 della Convenzione, che vieta di applicare una pena più severa di quella prevista al momento del reato, la Corte arriva alla stessa conclusione per tutti e quattro, sia pure seguendo percorsi diversi. Per Asciutto, Araniti e Cavallo gli omicidi restano precedenti al giugno 1992: al momento del fatto la legge prevedeva una pena “ordinaria”, e solo l’interpretazione successiva dei giudici dell’esecuzione, sviluppatasi secondo la sentenza soltanto a partire dal 2001, ha trasformato quella pena “irriducibile”. Una trasformazione, scrivono i giudici di Strasburgo, che i quattro non potevano in alcun modo prevedere quando commisero i reati. Il caso di Conte segue una strada ancora diversa. Uno degli omicidi per cui è stato condannato risale al 2 luglio 1992, poco dopo l’entrata in vigore del decreto-legge 306. Il giudice penale aveva però escluso espressamente, in sentenza, l’aggravante del metodo mafioso, perché quel delitto era già punito con l’ergastolo e l’articolo 7 del decreto-legge 152 del 1991 vietava di applicare l’aggravante ai reati puniti con la pena massima. Nonostante questa esclusione esplicita, in fase di esecuzione i giudici di sorveglianza hanno ugualmente ricondotto l’omicidio al metodo mafioso e applicato il 4 bis. Per la Corte si tratta ancora una volta di un mutamento imprevedibile della pena, deciso anni dopo la condanna definitiva. Sul piano dei risarcimenti, la Corte ha ritenuto sufficiente, per la violazione dell’articolo 3, la sola dichiarazione di illegittimità, come già stabilito nel caso Marcello Viola. Per l’articolo 7 ha invece riconosciuto a ciascuno dei quattro ricorrenti 2.400 euro per danno non patrimoniale, oltre a 3.000 euro di spese legali per Asciutto e 2.800 euro per Conte. Respinta invece la richiesta di risarcimento patrimoniale avanzata da Asciutto, che chiedeva la restituzione di un’ammenda legata a una precedente decisione di inammissibilità della Cassazione: per i giudici non esiste un nesso causale sufficientemente diretto. Alle osservazioni delle parti si è aggiunto anche l’intervento dell’associazione Antigone, ammessa a partecipare al procedimento come terzo interveniente. Lo Stato italiano dovrà pagare entro tre mesi dal momento in cui la sentenza diventerà definitiva. “Il sovraffollamento genera attese, abbandono, rabbia” di Luca Cereda Famiglia Cristiana, 4 settembre 2026 Don David Riboldi, cappellano a Busto Arsizio, racconta cosa accade dietro le sbarre e perché lavoro, relazioni e dignità sono anche strumenti di sicurezza. C’è un momento, entrando in un carcere, in cui il numero smette di essere un numero. Non sono più 65.661 detenuti, come quelli presenti nelle carceri italiane al 31 agosto. Non sono più il 142,1 per cento di sovraffollamento, né i 19.468 posti che mancano rispetto alla capienza effettivamente disponibile. Diventano persone. Volti. Attese. Richieste rimaste senza risposta. Famiglie che aspettano una telefonata. Agenti che fanno doppi turni. Educatori che devono dividere il proprio tempo tra centinaia di detenuti. È questa la realtà che racconta don David Maria Riboldi, 44 anni, cappellano della Casa circondariale di Busto Arsizio. Da otto anni entra quasi ogni giorno nel carcere. Ma non si limita a entrarci: con la cooperativa sociale La Valle di Ezechiele, nata nel 2019 proprio da una sua intuizione, prova a costruire fuori dalle sbarre ciò che dentro rischia di andare perduto: relazioni, lavoro, responsabilità, futuro. Perché il carcere, dice, non è soltanto il luogo in cui una persona sconta una pena. È anche il luogo in cui lo Stato dovrebbe prepararla a tornare cittadina. E oggi, invece, quella macchina sembra inceppata. La fabbrica dell’attesa - I numeri fotografano un’emergenza che non è più soltanto emergenza. Al 31 agosto nelle carceri italiane c’erano 65.661 detenuti, 868 in più rispetto a luglio. La capienza effettivamente disponibile nei 189 istituti penitenziari era di 46.193 posti: quasi ventimila persone oltre la disponibilità reale. Il tasso medio di sovraffollamento è arrivato al 142,1 per cento, il livello più alto mai raggiunto. In 85 istituti supera il 150 per cento; in alcuni, come Lucca, San Vittore a Milano e Foggia, supera il 220 per cento. Non è soltanto una questione di letti, celle e metri quadrati. È una questione di tempo. “Il sovraffollamento diventa un ostacolo per il personale stesso a gestire ciò che dovrebbe essere un normale accompagnamento delle persone”, racconta don David. A Busto Arsizio, spiega, circa 440 detenuti devono essere seguiti da appena quattro educatrici. Il risultato è una lenta trasformazione del carcere in una fabbrica dell’attesa: una richiesta, una domanda, un documento possono rimanere sospesi per settimane. Non necessariamente perché qualcuno abbia deciso di ignorarli, ma perché il sistema non riesce più a stare dietro a tutto. E quando una persona è già abituata, prima ancora di entrare in carcere, a sentirsi abbandonata, quell’attesa può assumere un significato devastante. “Le persone che già vengono da un vissuto di abbandono extra murario” finiscono per sentirsi confermare, dice don David, di essere “un continente per nessuno”. È forse qui che il sovraffollamento rivela il suo volto meno visibile. Non soltanto corpi stipati nello stesso spazio, ma diritti che rallentano, relazioni che si consumano, operatori costretti a rincorrere l’emergenza invece di accompagnare le persone. Nel secondo semestre del 2025, racconta il cappellano, nel carcere di Busto Arsizio si sono registrati 1.155 episodi critici: risse, aggressioni, autolesionismo, incendi, insulti agli agenti. Una media di circa sei episodi al giorno. “Lo straordinario è diventato l’ordinarietà”. Don David racconta la storia di un detenuto che aveva chiesto per mesi di essere avvicinato alla propria famiglia, che viveva nel Bresciano. Voleva rendere più facile alla moglie portare la figlia piccola a trovarlo. La richiesta era stata respinta. Ma nessuno glielo aveva comunicato. Poi una sera il ragazzo diede fuoco alla sezione. Il giorno dopo, chiamato a rispondere di ciò che aveva fatto, pose una domanda semplice: perché nessuno gli aveva detto che quella richiesta era stata respinta? Non è un’assoluzione. Non lo deve essere. Ma è un racconto che mostra un’altra faccia della detenzione: il punto in cui una procedura amministrativa, una risposta che tarda, una comunicazione che non arriva diventano materia umana. Prima la “sicurezza”, garantismo a sprazzi: i 4 anni della giustizia di Errico Novi Il Dubbio, 4 settembre 2026 Persino il più rigorista dei “giudiziari” di governo, Andrea Delmastro, fissò una priorità, nelle interviste pre-elettorali del 2022: il “ritorno alla prescrizione sostanziale”, perché “non è più tollerabile il paradigma dell’imputato in servizio permanente effettivo”. Era il preambolo di un piano giustizia che, per la maggioranza di centrodestra, avrebbe dovuto coniugare certezza della pena e garanzie nel processo, ma senza che le seconde si riducessero a un optional. Poi le cose sono andate un po’ diversamente. Non un tradimento assoluto delle intenzioni anche buone inserite nel programma, questo no: sarebbe oggettivamente falso. Ma certo, la costante dei quattro anni di governo Meloni si può sintetizzare, sul versante giustizia, in modo piuttosto semplice: concretezza e pragmatismo sui provvedimenti “rigoristi”, sugli innumerevoli decreti e ddl sicurezza che hanno scandito i semestri della legislatura, a fronte di una notevole maggior fatica nel portare a casa le misure garantiste, con una seconda parte del quadriennio straziata dai rinvii e dall’inconcludenza, soprattutto su alcune leggi che sembravano già in tasca. E sì, il bilancio della giustizia, per il primo Esecutivo di destra nella storia repubblicana, è in chiaroscuro e soffre il senso di incompiutezza. Con alcuni epicentri molto problematici. Il carcere innanzitutto. Diversamente dal resto, l’inefficacia e persino il cinismo su detenzione e sovraffollamento assumono un carattere di gravità assoluta. Nell’estate del 2024 il Parlamento ha convertito in legge un decreto “carcere sicuro” (il Dl 92) che brilla soprattutto per un’assenza: il mancato ritocco alla liberazione anticipata ordinaria, leva semplicissima che avrebbe consentito di alleggerire le prigioni di almeno 5.000 reclusi l’anno. La proposta originaria, firmata da Roberto Giachetti di Italia Viva e costruita con la presidente di Nessuno tocchi Caino Rita Bernardini, resta come un’occasione assurdamente persa. Avrebbe soffiato un vento di speranza, di sollievo tra le celle anguste e arroventate delle ultime estati. Ma ha prevalso la dottrina proclamata (non è chiaro con quanta intima convinzione) dal guardasigilli Carlo Nordio : uno sconto di pena, ha ripetuto all’infinito il ministro, rappresenta un segnale di debolezza dello Stato, trasferisce un messaggio pericoloso. Tesi fragile, molto, visto che l’istituto della liberazione anticipata esiste dal 2013 e che si sarebbe trattato semplicemente di ampliarne di trenta giorni l’anno la riduzione di pena già vigente. Sono rimaste colpevolmente sulla carta valide intuizioni come il trasferimento in comunità dei detenuti con tossicodipendenze: l’aveva lanciata sempre Delmastro, l’alfiere dell’anima più intransigente della destra di governo, nell’ormai lontano 2023. Solo poche settimane fa il Parlamento ha tradotto il proposito in legge. Un progresso solo teorico, perché ancora non sono state attivate le strutture presso cui indirizzare i reclusi con problemi di droga. Tutto fermo, sul piano attuativo, come per il progetto dei domiciliari collettivi, rivolto a un target di alcune migliaia di carcerati, in particolare stranieri che avrebbero diritto alla detenzione domestica ma che non vi accedono perché privi di alloggio. A ottobre, forse, entreranno in funzione le prime case, con qualche decina di condannati che potranno prendervi posto. Naturalmente nel giudizio sul carcere e sulle riforme in ambito processuale non si può prescindere dalla figura di Nordio, un ministro della Giustizia di grandissima cultura, intellettuale raffinato e dotato di visione, ma costretto progressivamente a soffocare le proprie idee nell’angusta prospettiva del consenso. Il che, come detto all’inizio, non può corrispondere a un giudizio totalmente negativo: Nordio ha comunque portato a casa, nell’agosto del 2024, una riforma penale di notevole valore, la legge 114. Una bandiera spicca sulle altre, l’abolizione del reato di abuso d’ufficio, difesa, in seguito, nelle trattative con l’Ue. Ma altre misure importanti hanno trovato posto nella riforma approvata due estati fa: la stretta sulle intercettazioni dei colloqui difensore-assistito, che pure alcuni pm continuano a violare, come avvenuto di recente nelle Procure di Perugia e Milano, ma con conseguenze mediatiche decisamente più sfavorevoli. E ancora: la maggior tutela dei terzi intercettati ed estranei all’inchiesta, l’interrogatorio di garanzia, che ha scongiurato l’ingresso in carcere per gli indagati in grado di chiarire subito i propri argomenti difensivi, il divieto, per il pm, di impugnare in appello le assoluzioni nei processi (almeno in quelli!) per i reati a citazione diretta. Non un pacchetto insignificante, dunque. Frutto di un’intesa, di una sintesi che Nordio è riuscito a costruire non solo con il viceministro Francesco Paolo Sisto, forzista con il quale l’accordo è sempre stato a portata di mano, ma anche con due interlocutori dal diverso approccio politico-culturale, come i sottosegretari Andrea Ostellari, della Lega, e appunto Andrea Delmastro di FdI. Sempre sulle intercettazioni, poco prima che il ddl penale venisse approvato in via definitiva, la componente più garantista della maggioranza, Forza Italia, era riuscita strappare un faticoso sì su alcune norme inserite nel decreto 105 del 2023, convertito con la legge 137 approvata a ottobre di quell’anno: il divieto, per la polizia giudiziaria, di annotare “maliziosamente” intercettazioni che contenessero esclusivamente fatti privati, magari pruriginosi ma irrilevanti, l’obbligo per il gip di motivare i decreti autorizzativi in modo “non fotostatico” rispetto alla richiesta della Procura e la famosa norma che limita ai reati da 416 bis le intercettazioni a strascico, cioè utilizzabili anche in procedimenti diversi da quello per il quale l’ascolto era stato concesso. È la misura che nello scorso mese di aprile il capo della Dna Gianni Melillo ha contestato con una lettera a Nordio, al capo del Viminale Matteo Piantedosi e alla presidente della bicamerale Antimafia Chiara Colosimo, e che resta il più delicato punto di tensione tra Forza Italia e il resto della maggioranza. Come divisiva ma doverosa va ricordata la norma, voluta dall’allora deputato di Azione Enrico Costa, oggi presidente dei deputati di FI, che da fine 2024 vieta ai media di riportare testualmente le ordinanze cautelari. Tra le poche occasioni di ampia convergenza in ambito giudiziario va annoverata la riforma forense. Un piccolo miracolo parlamentare: nessun voto contrario e astensione dei soli 5 Stelle per una legge delega che ristruttura l’ordinamento degli avvocati, ma che, proprio per il largo accordo politico suscitato, riconosce di fatto anche il rilievo sociale e costituzionale della professione forense nel sistema democratico. Si diceva che il finale della giustizia è stato tutt’altro che in crescendo. Ed è qui che si arriva al grande black hole della legislatura: la separazione delle carriere. Una riforma che, se convalidata dal referendum, avrebbe conferito all’opera dell’Esecutivo e della destra di governo tutt’altro sigillo. Intanto, in nome della campagna per il sì alla riforma, già dal 2025 erano finiti in freezer alcuni provvedimenti pur approvati in un ramo del Parlamento, dalla prescrizione alla legge Zanettin sul sequestro degli smartphone. Ma soprattutto, la sconfitta sul “divorzio” tra giudici e pm ha indotto un mood da ritirata strategica, sul garantismo, che non solo tiene tuttora in fresco le leggi già sacrificate per non disturbare l’elettorato referendario, ma aggrava pure la frattura tra il partito della premier e Forza Italia. Al punto che nella campagna per le prossime Politiche ciascuno finirà per avere un proprio programma sulla giustizia. Pesa l’equivoco sulla vittoria del No: la quota di elettori di destra che ha votato contro la modifica costituzionale sembra aver convinto Palazzo Chigi che il garantismo è sostanzialmente indigesto all’intero elettorato conservatore. In realtà Meloni, Nordio e il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano sembrano sottovalutare l’uragano qualunquista scatenatosi attorno alla presunta difesa della magistratura, preservata dal No, in realtà, solo nella propria autocrazia correntocratica. Un fenomeno contro il quale la politica dovrebbe battersi con convinzione bipartisan, anziché intimidirsi. Ma i tempi stretti e l’avanzata vannacciana hanno diradato un po’ la pazienza dell’analisi, e rinviato, probabilmente di lustri, il riequilibrio fra i poteri della Repubblica. Le sentenze, la piazza e la giustizia in nome del popolo di Glauco Giostra Avvenire, 4 settembre 2026 Commentare un provvedimento giudiziario senza conoscere gli atti che l’hanno preceduto e la sua integrale motivazione è un esercizio di supponenza sempre; uno sbinariamento dalle rotaie costituzionali quando è opera di un esponente delle istituzioni. Ha giustamente turbato l’opinione pubblica la deprecabile vicenda che ha visto un uomo palpeggiare una ragazzina in un minimarket della periferia torinese. Ma a suscitare ancor più indignazione è stato il provvedimento con cui il gip, dopo 48 ore di detenzione, ha disposto la scarcerazione con obbligo di firma del reo confesso. Come sempre, quando il giornalista o il politico sa di poter incontrare o di poter suscitare l’indignazione popolare, si sono scatenati i titoli a caratteri cubitali tipo “I giudici liberano chi stupra” o “L’Italia paradiso degli stupratori”. Sono anacronisticamente convinto che commentare un provvedimento giudiziario senza conoscere gli atti che l’hanno preceduto e la sua integrale motivazione sia un esercizio di supponenza sempre; uno sbinariamento dalle rotaie costituzionali quando è opera di un esponente delle istituzioni. Fisiologico e doveroso sarà invece il sindacato sul provvedimento da parte del Tribunale del riesame. Si può soltanto precisare che, contrariamente a quanto certi titoli lasciano intendere, non si ha a che fare, in questo caso, con una ipotesi di stupro, almeno nel senso in cui lo intende la pubblica opinione e il dizionario Treccani: cioè, un atto di congiungimento carnale imposto con la violenza. La vicenda torinese, invece, riguarda un reiterato, squallido palpeggiamento. Sia ben chiaro: una simile condotta resta grave e imperdonabile, tanto più perché tenuta a carico di una tredicenne, circostanza che giustamente il Codice penale connota come una aggravante che determina un aumento della metà della pena (mentre ancora non è prevista, come alcuni forse auspicherebbero, l’aggravante costituita dal fatto di essere il reo, come in questo caso, uno straniero). Non ha mancato di far sentire la sua voce anche la Presidente del Consiglio: “Le leggi le abbiamo scritte, più severe. Le forze dell’ordine hanno fatto il loro dovere. La Procura ha chiesto la misura più dura. La catena ha funzionato, poi arriva il provvedimento che la spezza in 48 ore, e non possiamo fare niente, se non inviare gli ispettori del Ministero”. E il ministro Nordio ha ritenuto di dar seguito, pur ribadendo a parole l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. L’idea sottesa a questa e alle tante analoghe prese di posizione è che i rappresentanti del popolo sappiano quando un provvedimento giudiziario sia sbagliato e come avrebbe dovuto essere. Mi è tornato alla mente, al riguardo, un bell’articolo in tema appunto di mancata carcerazione, pubblicato sul Corriere della Sera poco più di vent’anni fa, da un grande processualpenalista: il professor Vittorio Grevi. Nel caso di specie si trattava di un giovane albanese arrestato per una grave resistenza a pubblico ufficiale dopo un tentativo di furto, nei cui confronti il magistrato inquirente aveva ritenuto sproporzionata la custodia carceraria. Si erano subito “scatenate le proteste e le invettive da parte di diversi esponenti politici (per lo più di provenienza leghista, ma non solo) contro quei magistrati che continuano a non ascoltare la voce dei cittadini ma (...) si richiamano alla rigorosa applicazione della norma”. E su tutte si era levata la voce dell’allora Guardasigilli “vòlta a ricordare che la giustizia è amministrata in nome del popolo, sicché chi giudica deve tener presente il comune senso di giustizia avvertito dal popolo”. Venne chiesto l’invio degli ispettori ministeriali. “Ancora una volta - fu lo sconsolato commento del notissimo giurista - siamo in piena confusione delle lingue. I nostri uomini politici (o almeno alcuni di essi, ivi compreso però il Ministro della Giustizia) mostrano infatti di non aver ancora capito il significato essenziale del principio costituzionale della divisione dei poteri: in un moderno Stato di diritto, qual è il nostro, la giustizia è certo amministrata “in nome del popolo”, ma non “dal popolo”. O dai suoi rappresentanti. Non sembra, purtroppo, che l’autorevole memento abbia perso di attualità. Dimenticavo: il magistrato che aveva ritenuto il carcere non necessario, e che era stato “difeso” dalle perentorie parole del professor Grevi, era il pubblico ministero veneziano Carlo Nordio. A Torino caccia all’uomo dopo la violenza. La polizia: “Faremo più controlli” di Elisa Sola La Stampa, 4 settembre 2026 Il Riesame fissa l’udienza per valutare il carcere. La paura nel quartiere. Minacce all’avvocata dell’indagato. Il giorno dopo il tentativo di spedizione punitiva da parte di un branco di sconosciuti, Jalal Uddin riceve i clienti con aria tesa. È mattina. Dà il resto a un uomo che paga una Corona mentre fissa il telefonino. C’è un ragazzino che su TikTok si finge giornalista e mostra le immagini del suo negozio. Dice che quello è il locale dove una ragazza di 13 anni è stata abusata. “Come si fa a fargli togliere quei video? Non sono io quell’uomo. Io ho solo la sfortuna di avere un minimarket a fianco di quello di cui parlano tutti”. La follia dei social sparge odio e informazioni false. E Jalal quell’odio lo sente sulla pelle. Tre sera fa, mentre stava chiudendo la bottega, in dodici hanno fatto irruzione nel suo negozio: “Tu, sei quello finito sui giornali”. Erano giovani. Italiani. Venuti da chissà dove. Cercavano l’uomo che sabato è stato fermato per violenza sessuale su una tredicenne, e che lunedì è stato scarcerato dal gip. Un uomo che è sparito, e che rischia il linciaggio. Un uomo che adesso molti confondono con Jalal Uddin. Ed è per questo che lui ieri, esasperato dalla spazzatura dei social, e temendo rappresaglie, ha preso un foglio bianco e un pennarello rosso e ha scritto: “Non sono io l’uomo indagato per le violenze”. Ha appeso il cartello in centro alla vetrina. Hanno paura i commessi dei minimarket di questo scampolo di via, nella periferia Nord di Torino. E ha paura chi vive qui da decenni. Residenti figli di operai. Pensionati emigrati dal Sud Italia nel secolo scorso, uomini accolti. Che a loro volta hanno accolto chi è arrivato dall’Asia e dall’Africa. “Non vogliamo che si scateni una caccia all’uomo, quello che è successo non deve essere strumentalizzato da certi partiti a caccia di voti”, dice Giovanni Scolaro, edicolante di zona. Nadia Conticelli, consigliera regionale del Pd che vive poco distante, si chiede: “Perché quando si tratta di violenza di genere il tema viene sempre focalizzato su altro? Qui ci sono due violenze sessuali. Ma il focus si sposta sui minimarket”. “Chiediamo a prefetto e questore di intervenire”, è l’appello di Claudio Cerrato, capogruppo Pd del consiglio comunale torinese. “Si evitino degenerazioni violente e forme di giustizia fai da te, serve evitare che una vicenda gravissima finisca per alimentare una spirale di rabbia”. Per arginare la deriva delle rappresaglie, la questura ha aumentato i controlli. Ci sono più volanti che girano per strada, soprattutto nel tratto dove ci sono i negozietti dove lavorano uomini bengalesi, pakistani, nigeriani, indiani. Sono tutti potenziali vittime della follia di questi giorni. Non solo. Ieri gli agenti hanno sentito, come persona offesa, proprio Jalal, per quell’agguato non degenerato. Hanno preso i filmati delle telecamere. Cercano di capire chi siano i membri del branco. La polizia è pronta a indagare anche su chi ha scritto “pedofilo infame” sulla saracinesca del minimarket dove sono stati commessi i reati. Serve la denuncia del proprietario, che è all’estero. La serranda resta giù da giorni. Davanti ci sono i cavalletti fissi delle tv che fanno le dirette da cinque giorni. C’è sempre un capannello di passanti, curiosi, residenti che scendono di corsa in ciabatte quando captano che sta per capitare qualcosa. Persone che vogliono vedere. Cercano giustizia. Persone che sperano che non accada nulla di violento, ancora, in un quartiere che resiste. Alla crisi, ai mali di oggi, alle fabbriche svuotate e oggi deserte, diventate epicentri di tossic park che si moltiplicano. “No alla giustizia fai da te”, è il mantra che ora tutti ripetono. Ma l’odio ha forme più subdole per infiltrarsi. I social, il web, sono pieni di insulti e minacce vergognose nei confronti del gip che ha scarcerato l’uomo. Un rappresentante dello Stato che ha fatto il suo lavoro. L’avvocata dell’indagato, Francesca D’Urzo, sta subendo lo stesso trattamento solo perché esercita la sua professione: insulti sui social e persino al telefono da uomini sconosciuti. Intanto, in questo clima di livore senza senso, gli inquirenti proseguono nel loro lavoro. La polizia sta unendo i tasselli per identificare la donna che nel video che ha ripreso la violenza sulla tredicenne compare 40 minuti prima. Anche lei ha subito violenza sessuale. E anche se non denuncerà il commerciante, i pm - Dionigi Tibone, aggiunto ed Eleonora Sciorella - possono procedere d’ufficio inglobando il caso nell’inchiesta. Ieri, accogliendo il ricorso della procura guidata da Giovanni Bombardieri, che ha chiesto il carcere per l’indagato, il tribunale del Riesame ha fissato la data dell’udienza: 14 settembre. Al di là del procedimento sulle misure cautelari, l’inchiesta potrebbe essere chiusa velocemente. Per i pm i fatti sono evidenti e le responsabilità penali anche. “Il caso di Torino ci ricorda che il giudice serve a evitare i linciaggi” di Valentina Stella Il Dubbio, 4 settembre 2026 Il ministro Carlo Nordio ha disposto l’invio di ispettori dopo che una gip di Torino non ha confermato il fermo di polizia per un uomo accusato di aver palpeggiato il seno di una minorenne. Ne parliamo con Raffaele Piccirillo, sostituto procuratore generale in Cassazione e già capo di Gabinetto con due predecessori di Nordio a via Arenula, Alfonso Bonafede e Marta Cartabia. In cosa consiste l’invio degli Ispettori? Potrebbe consistere nella semplice acquisizione del provvedimento per una prima valutazione della sua eventuale abnormità. In tal caso l’espressione utilizzata avrebbe un significato sostanziale meno preoccupante di quello che sembra. Lo stesso comunicato ministeriale manifesta consapevolezza dei limiti della valutazione disciplinare, che non può spingersi al sindacato del merito del provvedimento per espresso divieto legale. Conoscendo la competenza e la prudenza degli attuali vertici ministeriali, tendo a escludere che detti limiti saranno violati. Ci spieghi meglio: quando davvero occorre inviare gli ispettori? Mah, al di là dell’uso improprio che si è fatto di questo strumento in passato, e non mi riferisco esclusivamente a questo governo, il vero e proprio invio degli ispettori si dispone quando ci sono da verificare peculiari situazioni ambientali, rapporti spuri, commistioni improprie, magari acquisendo il contributo conoscitivo di più soggetti (avvocati, colleghi del magistrato oggetto d’interesse, capi degli uffici) o procedendo ad un’acquisizione significativa di atti. Non è lo strumento tipico della verifica di eventuale abnormità del provvedimento, possibile attraverso la semplice acquisizione del provvedimento e del fascicolo. La convince la motivazione con cui il ministro ha spiegato l’iniziativa? Credo che lo sconcerto manifestato da alcuni settori dell’opinione pubblica per il provvedimento torinese scaturisca da un lato dal suo fraintendimento, dall’altro dalla non chiara conoscenza della funzione propria delle misure cautelari personali, che non è quella di consacrare la gravità del fatto e sanzionarlo ma di prevenire la pericolosità espressa dal soggetto gravemente indiziato di aver commesso un reato. Naturalmente, nulla toglie che il provvedimento, già impugnato dal pm, possa essere emendato dal Riesame o dalla Cassazione nel binario delle previste impugnazioni. Tra queste, però, e grazie a Dio, non c’è l’impugnazione a mezzo social o a mezzo stampa. La stessa iniziativa ministeriale non può atteggiarsi come impugnazione impropria, e mi pare che lo stesso ministro lo abbia escluso. Popolo contro il gip, come la politica, da destra a sinistra... Colgo un fraintendimento del rapporto tra il giudice e la sovranità popolare, un rapporto mediato dalla legge che il giudice è chiamato ad applicare, tenendo conto esclusivamente dei dati tecnici e dell’approfondita conoscenza del fatto governata dalla razionalità esibita nella motivazione. Il fatto che la giustizia debba essere amministrata in nome del popolo non significa che il giudice debba decidere come deciderebbe il popolo. Non è questa l’opzione liberale e costituzionale. Non condivido neppure la prospettiva di chi, nel rimarcare la possibile fondatezza del provvedimento cautelare, segnala la possibilità o addirittura auspica che l’interessato sia condannato al massimo della pena. Quasi che si debba compensare in sede sanzionatoria quel deficit di afflittività che si è ritenuto di registrare nella fase cautelare. È vero che questo può accadere perché un fatto anche grave può essere commesso da un soggetto non talmente pericoloso da necessitare dell’applicazione del carcere cautelare, concepito come extrema ratio, ma non è necessariamente desiderabile se la massima pena dovesse risultare sproporzionata. I giornali hanno gridato allo scandalo: liberato un violentatore! Affermare che il palpeggiamento è già violenza sessuale e che essa può produrre gravi effetti sulla minore è certamente corretto, ma lo ammette anche il giudice, che infatti non esclude la rilevanza penale del fatto, né dubita della sua qualificazione giuridica, e comunque questo dato non esclude graduazioni di gravità legate alla dimensione concreta del fatto che il giudice è chiamato a valutare. Le massime di esperienza sono importanti per guidare la ricostruzione del fatto. Il giudice amministra la giustizia sulla base del buon senso, categoria razionale diversa dal senso comune, che può essere, invece, dominato da ragioni viscerali ed emotive. Sia il gip che il difensore dell’indagato sono sotto linciaggio... Al primo si è chiesto se l’esito sarebbe stato lo stesso qualora si fosse trattato di sua figlia. Il secondo è stato indicato in un post per nome e cognome con la domanda se volesse essere ricordato come difensore del fermato. Oltre che beceri e potenzialmente istigativi di un linciaggio, questi attacchi sottendono una profonda ignoranza delle regole basilari della civiltà giuridica, per le quali: a) il coinvolgimento diretto nella vicenda è contemplato in apposite cause di incompatibilità del giudice proprio per prevenire decisioni emotive e non razionali; b) l’eventuale indisponibilità dell’avvocato avrebbe impedito la celebrazione dell’udienza di convalida; c) un avvocato accondiscendente non giova alla bontà dell’accertamento e alla sana dialettica processuale, alla quale ogni soggetto sottoposto alla macchina della giustizia ha diritto. Il processo mediatico vince su quello penale? Il processo mediatico va respinto senza riserve. La sua esistenza si pone in insanabile contrasto con la civiltà giuridica. Il processo e il diritto penale nascono per sottrarre l’accusato al linciaggio e alla vendetta privata. Non possono essere trasformati in occasioni per favorire questi esiti. Vale in questo caso ma vale anche in alcune vicende del passato. Penso al caso di Bibbiano e agli indecorosi lanci di monetine dell’epoca di Mani pulite, dei quali si resero protagonisti soggetti agilmente saltati dal servo encomio al codardo oltraggio (così, tanto per ribadire quanto sia indispensabile lo studio di Manzoni). Una ultima considerazione: ho sentito rispolverare per l’occasione la proposta di castrazione chimica, che reputo una grave regressione di civiltà. Spaccio: col Dl Sicurezza “non occasionalità” e “abitualità” su piani distinti di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 4 settembre 2026 La Cassazione, sentenza n. 32649/2026, chiarisce che la non occasionalità si colloca su un piano intermedio e non basta, da sola, a integrare l’abitualità che a sua volta non può derivare da un criterio meramente quantitativo. In tema di spaccio, la nozione di abitualità della condotta quale causa ostativa al riconoscimento della lieve entità del fatto, postula una serialità di azioni tale da evidenziare una stabile propensione all’attività criminosa e si colloca su un piano distinto dalla non occasionalità, che presuppone una condotta non meramente episodica, pur senza raggiungere quel grado di reiterazione e stabilità che connota l’abitualità. È questo il chiarimento fornito dalla Sesta Sezione penale, sentenza n. 32649/2026, che analizza l’impatto del “Decreto Sicurezza” (convertito dalla legge 24 aprile 2026 n. 54), sul Testo unico stupefacenti (art. 73, co. 5, Dpr 9 ottobre 1990, n. 309). Il caso nasce dall’arresto di un uomo per detenzione di cocaina a fini di spaccio. Nell’auto sulla quale viaggiava erano state trovate 15 dosi termosaldate, mentre nella sua abitazione erano stati sequestrati 213 grammi di cocaina ancora in pietra, oltre a bilancini di precisione. L’indagato aveva inoltre ammesso di cedere stupefacenti a un ristretto numero di clienti abituali e di aver svolto la stessa attività anche in passato. Il Tribunale di Caltanissetta, in sede di riesame, aveva confermato la custodia cautelare in carcere ed escluso la fattispecie di lieve entità prevista dall’articolo 73, comma 5. La difesa ha impugnato l’ordinanza sostenendo che il giudice avesse dato eccessivo peso alla quantità della droga senza compiere una valutazione complessiva delle circostanze del fatto. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo corretta l’esclusione della lieve entità anche alla luce della nuova disciplina entrata in vigore nel febbraio 2026. Per la Corte, l’assenza di reddito, il quantitativo acquistato, i bilancini, i precedenti specifici e soprattutto l’ammissione di precedenti cessioni a clienti abituali indicavano un’attività stabilmente inserita nella filiera dello spaccio, non episodica né occasionale. La VI Sezione penale osserva che la configurabilità della fattispecie lieve “deve essere a maggior ragione esclusa se si considera che il fatto è successivo all’entrata in vigore del d.l. 24 febbraio 2026, n. 23 (25/02/2026) che ha riformulato l’art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309 del 1990, con l’inserimento della previsione che “il fatto non si considera di lieve entità quando, per l’allestimento di mezzi o di strumenti ovvero per le modalità dell’azione, le condotte di cui al comma 1 risultano poste in essere in modo continuativo e abituale”. Per effetto dell’interpolazione, quindi - spiega la decisione -, la disposizione disciplina due distinte ipotesi: a) la fattispecie lieve “per i mezzi, la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze”, punita con la reclusione da sei mesi a cinque anni e con la multa da euro 1.032 a euro 10.329; b) la fattispecie lieve punita più gravemente, con la pena della reclusione da diciotto mesi a cinque anni e della multa da euro 2.500 a euro 10.329, quando la condotta, pur essendo di lieve entità, assume caratteri di non occasionalità. La norma esclude, invece, la ricorrenza della lieve entità quando la condotta è posta in essere in modo continuativo e abituale. Dal sistema dunque, prosegue la Corte, “si evince una progressione dell’apparato sanzionatorio, che va dal fatto lieve occasionale, al fatto lieve aggravato perché non occasionale, al fatto non lieve (e, dunque, “ordinario”) perché continuativo e abituale”. In questo senso, la presenza di “elementi sintomatici della continuità e dell’abitualità dell’attività illecita assume un peso tale da prevalere sugli altri criteri di giudizio”. Elemento che dunque “possono rendere recessivi, nell’ambito della valutazione unitaria del fatto, eventuali parametri che, considerati isolatamente, potrebbero orientare verso il riconoscimento della fattispecie di lieve entità”. Per il Collegio la distinzione tra fatto lieve occasionale, fatto lieve non occasionale e fatto caratterizzato da abitualità non può essere ricostruita sulla base di un criterio meramente quantitativo. Se è vero che la reiterazione delle condotte costituisce un indice rilevante, è altrettanto vero che le diverse nozioni richiamate dal legislatore si collocano su piani distinti e richiedono un apprezzamento complessivo del caso concreto. Il fatto lieve occasionale si caratterizza per il suo carattere episodico ed estemporaneo, essendo riconducibile a circostanze contingenti e non inserito in un’attività stabilmente orientata allo spaccio. Diversa è la nozione di fatto lieve non occasionale, che presuppone una condotta non meramente episodica, pur senza raggiungere quel grado di reiterazione e stabilità che connota l’abitualità. Essa si colloca su un piano intermedio. Ancora diverso è il concetto di abitualità, che postula un grado di reiterazione più intenso e una serialità delle condotte tale da evidenziare una stabile propensione all’attività criminosa. E allora tornando all’ordinanza impugnata, il ricorrente - conclude la Corte - deve ritenersi “fattivamente inserito nella filiera dello spaccio, in modo non episodico e non occasionale” considerati: l’assenza di reddito, che induce a ritenere che il considerevole quantitativo di stupefacente fosse stato verosimilmente acquistato con i proventi di precedenti cessioni; il precedente specifico; e l’ammissione di aver ceduto e di cedere stupefacente a un limitato numero di clienti abituali. Parma. Suicidio in carcere. “Non più garantiti gli standard minimi di tutela della dignità umana” di Christian Donelli parmatoday.it, 4 settembre 2026 La denuncia della Garante dei detenuti, Veronica Valenti. Ben Assen Adnan. È questo il nome del detenuto di 46 anni di origine tunisina morto all’Ospedale Maggiore di Parma dopo essersi impiccato nella sua cella in isolamento all’interno del carcere di via Burla di Parma. Nella giornata di giovedì 27 agosto aveva tentato il suicidio. Era stato trasportato nel reparto di Rianimazione dell’Ospedale Maggiore ma non ce l’ha fatta. È deceduto nella giornata di martedì 1° settembre. Ed è la quarta morte nelle carceri dell’Emilia-Romagna dall’inizio dell’anno. Un conteggio atroce, una vita spezzata nell’indifferenza generale. Anzi. I commenti che arrivano ad articoli di questo tipo sono sempre più violenti. Impensabili in una comunità civile. Abbiamo parlato dell’ennesimo suicidio nel carcere di via Burla con la Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Parma Veronica Valenti. “L’ennesimo dramma che si è consumato in via Burla - sottolinea Veronica Valenti, Garante dei detenuti del Comune di Parma a Parmatoday - preceduto da diverse aggressioni ad agenti di Polizia penitenziaria, in un contesto penitenziario in cui è cresciuto repentinamente il livello di sovraffollamento (nel solo Istituto di Parma che può ospitare circa 650 persone, vi sono 800 persone detenute) e in cui è cronico ormai il sottorganico del personale di polizia penitenziario (si registra la mancanza di più di 100 unità) e di altre figure professionali, dimostra ormai tutta l’insostenibilità della politica penitenziaria e il fallimento di quella visione carcero-centrica, su cui si è voluto costruire il modello di esecuzione delle pene, che ha trasformato la realtà penitenziaria in un luogo che non è più in grado di garantire standard minimi di tutela della dignità umana, di rieducare né di garantire ai tanti professionisti che ci lavorano (che siano agenti di polizia penitenziaria, funzionari dell’area giuridico pedagogica, medici, infermieri, assistenti sociali, psicologi) di svolgere le proprie mansioni, con serenità e in sicurezza”. Poi sui tanti commenti violenti Veronica Valenti prova a spiegarne le ragioni. “La situazione appare ancor più grave se si ascolta una certa parte dell’opinione pubblica che, alla notizia di persone che in carcere (e di carcere) perdono la vita, commentano in modo molto violento. Commenti del genere dimostrano, a mio giudizio, che non abbiamo ben compreso che ciò che succede in carcere ha che fare con una politica pubblica importantissima per tutti noi, di fronte alla quale è inutile la distinzione tra noi e loro o tra dentro e fuori. E il fallimento di questa politica deve interrogare tutti noi, come Comunità. Ha che fare con la nostra capacità di investire in coesione sociale, nella solidarietà, nel sapere essere all’altezza di quel modello di società che, da mandato costituzionale, pone al centro la persona umana e crede in politiche serie, in grado di valorizzare la dignità umana di tutti e valorizzare il lavoro, preziosissimo, che seri professionisti quotidianamente svolgono in carcere”. Sulmona (Aq). Morte in carcere, disposto l’incidente probatorio sulla documentazione sanitaria Il Germe, 4 settembre 2026 Potrebbe essere una svolta giudiziaria a portare alla riesumazione della salma di Pietro Guccione, il detenuto di 62 anni deceduto nel carcere di massima sicurezza di Sulmona. Il giudice per le udienze preliminari Irene Giamminonni ha infatti disposto l’incidente probatorio sulla documentazione sanitaria dell’uomo, fissando la data della super perizia per il 17 novembre. Il provvedimento accoglie l’istanza avanzata dal legale della difesa, l’avvocato Alessandro Margiotta, per un accurato riesame clinico che, trattandosi di accertamenti irripetibili, potrebbe rendere necessaria l’esumazione del corpo. Il procedimento, scaturito dalla richiesta di rinvio a giudizio presentata dal sostituto procuratore Stefano Iafolla, vede attualmente indagati tre medici in servizio presso la struttura penitenziaria peligna. La vicenda risale a dicembre 2022, quando Guccione aveva iniziato a manifestare un malessere generale all’interno dell’istituto penitenziario. Sebbene una prima visita medica avesse riscontrato parametri vitali nella norma, il quadro clinico suggeriva l’opportunità di svolgere un approfondimento cardiologico. Nei giorni successivi l’uomo era stato sottoposto a ulteriori controlli interni, durante i quali - secondo quanto emerge dagli atti giudiziari - non sarebbero mai stati eseguiti né annotati accertamenti specialistici mirati, come un elettrocardiogramma o altre indagini diagnostiche fondamentali in presenza dei sintomi riferiti e del profilo di rischio del paziente. Le condizioni del detenuto si sono poi rapidamente aggravate fino al decesso. La causa del decesso è stata individuata in un tamponamento cardiaco subacuto, conseguenza della lenta fuoriuscita di sangue nella cavità pericardica causata dalla lacerazione della parete del ventricolo sinistro, a sua volta provocata da un infarto miocardico. Secondo l’impianto accusatorio della Procura, un intervento diagnostico tempestivo e completo - basato su visita cardiologica specialistica, elettrocardiogramma ed ecocardiogramma - avrebbe consentito al personale sanitario di individuare in tempo i segnali dell’infarto in corso e di attivare i soccorsi necessari per evitare la tragedia. Firenze. Incinta al settimo mese dentro una cella a Sollicciano di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 4 settembre 2026 La storia della 19enne riapre la questione della struttura per madri detenute promessa e mai realizzata. Diciannove anni, incinta al settimo mese, detenuta in cella nel carcere di Sollicciano da quasi dieci giorni. È la vicenda di una ragazza rumena che nei giorni scorsi è stata arrestata per un furto d’auto. Da quanto risulta, si trova in Italia con il compagno che vive in zona Carrara, non parla praticamente una parola d’italiano e vive di stenti. È rimasta incinta sette mesi fa e non avrebbe alcun aiuto per portare avanti la gravidanza, motivo per cui si sarebbe ritrovata a compiere un furto insieme al compagno. Arrestata dagli agenti in Versilia, è stata condotta nel di Sollicciano anche a causa della mancanza di strutture adeguate per le donne in stato di gravidanza che si macchiano di reati. È una storia vecchia e mai risolta quella dell’Icam, l’istituto a custodia attenuata per le detenute madri. Firenze aveva provato a fare da apripista già nel 2010, con un protocollo tra ministero della Giustizia, Regione, tribunale di Sorveglianza, Istituto degli Innocenti e Madonnina del Grappa, che aveva messo a disposizione una palazzina in via Fanfani. La Regione aveva stanziato 400 mila euro, ma tredici anni dopo il progetto era ancora fermo. Nel 2022 l’assessora Sara Funaro ha annunciato l’avvio dei lavori entro settembre, ma la gara d’appalto è andata deserta. La ristrutturazione è stata quindi affidata all’Asl. Nel 2024 poi è stato annunciato l’avvio e la fine dei lavori, ma anche quella scadenza è passata e oggi tra annunci, rinvii e scaricabarile, l’Icam ancora non c’è. E probabilmente non ci sarà, visti quelli che sono stati negli ultimi mesi gli orientamenti politici sul tema. La ragazza rumena intanto è in attesa di giudizio e ha contatti con una mediatrice culturale. Sempre sul fronte Sollicciano, arriva una denuncia dal sindacato della polizia penitenziaria Osapp, secondo cui “un detenuto collaboratore, arrivato da poco nel carcere, avrebbe trascorso la notte non in cella ma in un ufficio destinato al personale”. Secondo quanto riferito, “sarebbe un ex boss della camorra, con una condanna ultracarcere trentennale in parte già scontata e altri dieci anni da espiare”. Se confermato, aggiungono dal sindacato, “il fatto fotografa una gestione che ha ormai superato il confine dell’improvvisazione”, visto che anche “altri detenuti in situazioni di incollocabilità vengono sistemati nelle camere di sicurezza, con materassi a terra e senza servizi igienici. Un ufficio della polizia penitenziaria o di altri operatori non può diventare una cella perché l’Amministrazione non sa dove collocare un detenuto”. Pistoia. I problemi della Casa circondariale: “Manca ancora il medico di notte” di Corrado Ciampi La Nazione, 4 settembre 2026 Il vicepresidente della Commissione sanità ieri nel carcere di Santa Caterina per verificare le criticità “La struttura è sana, pulita e dignitosa, ma resta aperta anche a Pistoia la questione del sovraffollamento”. Ha toccato anche il carcere di Santa Caterina a Pistoia il percorso di ricognizione e vigilanza organizzato dal vicepresidente della Commissione Sanità del Consiglio Regionale della Toscana Federico Eligi per raccogliere i dati e aprire l’iter per l’aggiornamento della legge regionale per la tutela del diritto alla salute delle persone detenute, ferma al testo del 2005. Il consigliere regionale ha fatto visita alla Casa Circondariale di via dei Macelli di fatto promuovendo lo stato dell’edificio, a fronte comunque dei problemi che permangono: “L’infrastruttura è sana, pulita, dignitosa e ben tenuta e non ha bisogno di grandi interventi, un’eccezione rispetto al quadro toscano. La struttura garantisce il rispetto della dignità di chi ci lavora e di chi lì si trova per scontare la pena”. Per Santa Caterina, però, sia luci che ombre. Se la presenza di un mediatore linguistico è strumento preziosissimo per riuscire ad instaurare un dialogo con i detenuti di origine straniera, l’assenza di un medico nell’orario notturno è una criticità da non sottovalutare. Rimane, però, il problema urgente del sovraffollamento: “Qui siamo al massimo, con novanta detenuti a fronte di una capienza molto minore. Anche se la struttura è spaziosa, con questi numeri diventa difficile la rieducazione della persona che sconta la pena”. Sovraffollamento che si traduce quindi in un indebolimento dei percorsi di reinserimento una volta usciti dal carcere: “Se chi entra qua dentro non fa un percorso, quando esce rischia di commettere nuovamente un reato. Qui - aggiunge parlando di Pistoia - si parla di pene da uno o tre anni, massimo cinque. Quando le persone escono, poi, che fanno?” Dal lato sanitario, Eligi sottolinea che le esigenze e i bisogni dei detenuti sono molto cambiati, perché “adesso, rispetto al passato, ci sono molti giovani, con tutte le problematiche e le conseguenze che ne derivano”. Un tema centrale, di importanza assoluta, è rivestito dalle dipendenze: “Si pensa sempre alle droghe, ma il problema è vasto e arriva fino alla ludopatia. Se vogliamo rimettere queste persone in società c’è bisogno che questi problemi vengano superati”. Ma, aggiunge Eligi, “il polo sanitario c’è ed è ben tenuto, ha spazi non molto grandi ma ci sono”. Dal lato del personale la situazione è positiva: “Qui si trovano dipendenti di esperienza, la polizia penitenziaria è attrezzata al meglio per gestire con autorevolezza la situazione della struttura. Accanto a queste figure autorevoli ci sono diversi agenti di giovane età - spiega Eligi, che si sofferma sull’occupazione femminile nel settore, specificando che ad oggi - ci sono molte donne alla guida delle carceri”. Perugia. Carcere di Capanne, con l’ampliamento si potrebbe arrivare a 800 detenuti di Daniele Bovi umbria24.it, 4 settembre 2026 Nel penitenziario si lavora ai due nuovi padiglioni che aggiungeranno 200 posti. Tra caldo e sovraffollamento, tanti i problemi discussi nella visita organizzata dalla Camera penale di Perugia. Con un tasso di sovraffollamento simile a quello attuale, il carcere di media sicurezza di Perugia Capanne potrebbe toccare in un futuro non troppo lontano i 750-800 detenuti; scenario che porterebbe con sé, ovviamente, problemi di notevole importanza. Anche di questi numeri si è discusso giovedì in occasione di “Ristretti in agosto”, l’iniziativa della Camera penale di Perugia che ha organizzato una visita all’interno del penitenziario, alla quale hanno partecipato anche i vertici di diverse istituzioni. I numeri Il dato parte da una situazione già critica. Secondo i dati del ministero della Giustizia aggiornati al 31 agosto, Capanne conta 488 detenuti (277 dei quali stranieri) a fronte di una capienza regolamentare di 363 posti; 54 di questi, però, sempre secondo quanto riportato sul sito del Ministero, non sono disponibili, per cui i posti effettivamente utilizzabili sono 309. Il rapporto tra presenze e capienza regolamentare è quindi superiore al 130 per cento, mentre rispetto ai posti realmente disponibili la pressione sulla struttura è ancora maggiore. L’ampliamento È in questo contesto che si inserisce l’ampliamento del carcere. Gli interventi sono due e, complessivamente, prevedono circa 200 nuovi posti. Il primo risale al Piano nazionale per gli investimenti complementari al Pnrr: si tratta di un nuovo padiglione da 80 posti, per il quale il progetto è stato affidato per poco meno di 12 milioni e il cantiere è in fase di realizzazione. Il secondo intervento compare invece nel programma nazionale di edilizia penitenziaria 2025-2027: per Perugia è previsto un ulteriore nuovo padiglione da 120 posti, con un investimento indicato in 15 milioni di euro. Sommando i due progetti, l’incremento documentato è dunque di 200 posti. È proprio questo passaggio a rendere più complessa la questione del futuro di Capanne. Se ai 363 posti regolamentari attuali si aggiungessero i 200 previsti dai due interventi, la capienza teorica salirebbe a 563 posti. Ma, mantenendo lo stesso rapporto tra detenuti e capienza che si registra oggi, una popolazione di 563 posti potrebbe corrispondere a circa 750-800 detenuti. La delegazione in visita sabato a Capanne - Riflessione condivisa Numeri che ovviamente sono fonte di preoccupazione tanto che l’assessore regionale al Welfare Fabio Barcaioli, durante la visita, ha parlato di un intervento destinato al “raddoppio dei posti detentivi”, sottolineando la necessità di una “riflessione condivisa” tra le istituzioni sulle conseguenze che una struttura molto più grande avrebbe per l’organizzazione del carcere e per la città. L’ampliamento, inoltre, non riguarda soltanto il numero delle celle. Il primo nuovo padiglione è progettato con spazi destinati anche alle attività trattamentali e di riabilitazione. È un aspetto centrale perché l’aumento dei posti comporterà la necessità di ampliare parallelamente i servizi e il personale che devono occuparsi della vita quotidiana dei detenuti, dalla sicurezza alle attività formative, lavorative e sportive. Carenza di personale - Ed è proprio la carenza di personale una delle principali criticità emerse durante la visita. Agenti di polizia penitenziaria, direzione e funzionari dell’area trattamentale lavorano con organici insufficienti; secondo quanto riferito a margine della visita dal presidente della Camera penale di Perugia, Luca Gentili, questo “limita fortemente la possibilità di organizzare attività assistenziali, sportive, formative e lavorative, nonostante la volontà del personale di ampliare i servizi offerti”. Alla visita, oltre ai rappresentanti della Camera penale e a Barcaioli, hanno partecipato il consigliere regionale Andrea Romizi, il vicesindaco di Perugia Marco Pierini e diversi consiglieri provinciali e comunali. Era presente anche una studentessa laureanda in Giurisprudenza, impegnata in una tesi sulla condizione delle donne in carcere. L’affettività - Tra le questioni affrontate c’è stata anche quella degli spazi per l’affettività dei detenuti, dopo il riconoscimento di questo diritto da parte della Corte costituzionale. La direzione di Capanne ha già individuato una stanza da destinare a questo uso ma, per renderla disponibile, bisogna eliminare un bagno e acquistare gli arredi per una spesa stimata di circa 5 mila euro. “Parliamo di una spesa di appena 5 mila euro - ha sottolineato Gentili - eppure le risorse non ci sono”. Secondo il presidente della Camera penale, si tratta quindi di un intervento economicamente limitato ma necessario per rendere concreto un diritto già riconosciuto. Le difficoltà - Durante l’incontro sono emerse anche alcune delle difficoltà più elementari della vita quotidiana. Alcuni detenuti hanno riferito di non avere neppure uno sgabello per consumare i pasti. Dalla direzione è arrivata, però, una spiegazione altrettanto problematica: diversi arredi non possono essere sostituiti perché vengono ripetutamente danneggiati o distrutti. Sono stati segnalati infissi in ferro divelti e dati alle fiamme, oltre ad aggressioni nei confronti del personale. Il caldo di questa estate da record ha aggiunto poi un’ulteriore difficoltà a una situazione già segnata dal sovraffollamento. Gentili ha sottolineato che “le temperature di questi giorni restituiscono pienamente il senso dell’iniziativa” e, riferendosi alle condizioni all’interno dell’istituto, ha aggiunto: “Se il caldo è difficile da sopportare per chi vive all’esterno ed è libero, possiamo immaginare che cosa accada dentro un istituto penitenziario, dove si raggiungono temperature inaccettabili e condizioni di vita spesso invivibili”. Il problema, secondo la Camera penale, riguarda entrambe le componenti della struttura. “È una situazione drammatica da entrambe le parti - ha detto Gentili - sia per coloro che sono detenuti sia per chi ha il compito di garantire la sicurezza e il funzionamento dell’istituto”. Reinserimento - Sul fronte del reinserimento, la Regione ha annunciato una dotazione di 462mila euro per il periodo 2026-2028. Le risorse, provenienti da fondi europei, serviranno a finanziare percorsi di formazione, riqualificazione professionale e inclusione attiva per adulti che si trovano a Capanne, Spoleto e Orvieto. Sono previste attività in aula e laboratorio, orientamento, tutoraggio e accompagnamento, sulla base delle esigenze formative rilevate negli istituti. Per Barcaioli, il reinserimento deve essere considerato insieme alle condizioni in cui viene scontata la pena: “Il reinserimento sociale passa dalla possibilità di arrivare alla fine della pena con strumenti diversi da quelli con cui la si è iniziata”. Una questione che, con l’eventuale crescita della capienza di Capanne, assume un peso ancora maggiore: l’ampliamento degli spazi dovrà infatti essere accompagnato dalla capacità di garantire personale, servizi e percorsi per un numero di detenuti potenzialmente molto superiore a quello attuale. Nuovo direttore - Tutti problemi che saranno “ereditati” dal nuovo direttore di Capanne. L’attuale infatti, Antonella Grella, giovedì ha spiegato che fra pochi giorni si concluderà il suo mandato: Barcaioli l’ha ringraziata “per il lavoro svolto in questi anni e per l’impegno e la serietà con cui ha seguito la vita dell’istituto”. Lucca. “Nel carcere di San Giorgio situazione drammatica, la politica intervenga” di Giulia Prete La Nazione, 4 settembre 2026 Flaviano Dal Lago, presidente dell’ordine degli avvocati di Lucca: “Il tema delle strutture di detenzione non è mai stato davvero affrontato. La digitalizzazione? Bene, purché non sia fatta a metà”. Giustizia, carcere, digitalizzazione e intelligenza artificiale: temi caldi, sfide concrete e uno sguardo rivolto al futuro. A parlarne con noi è stato l’avvocato Flaviano Dal Lago, venuto a trovarci in redazione per fare il punto sull’attività dell’Ordine degli Avvocati di Lucca e sui grandi nodi che riguardano la giustizia, dal Tribunale al carcere di San Giorgio. Ma anche sulle nuove tecnologie e sulla professione dell’avvocato che cambia, senza perdere - come sottolinea Dal Lago - il suo legame più profondo con le persone e le loro emozioni. Quali sono le principali attività dell’Ordine degli Avvocati? “Tra i vari compiti ci sono la tenuta e l’aggiornamento dell’albo, ma anche importanti funzioni nei rapporti con i cittadini. Abbiamo poi compiti di vigilanza e disciplina nei confronti degli iscritti e, inoltre, un Organismo di mediazione forense che funziona molto bene e rappresenta una valida alternativa al ricorso alla giustizia civile ordinaria. È uno dei nostri fiori all’occhiello”. In che stato di salute si trova oggi il Tribunale di Lucca? “In questi anni la collaborazione tra l’Ordine degli Avvocati e il Tribunale è stata ottima. La situazione, negli ultimi anni, è sicuramente migliorata per quanto riguarda i tempi di attesa delle sentenze. La telematica ha dato un contributo importante. Naturalmente si può e si deve sempre migliorare. Negli ultimi mesi sono arrivati anche nuovi giudici, sia nel settore civile sia in quello penale. Anche sul fronte amministrativo ci sono stati nuovi inserimenti. Nuove figure che stanno contribuendo a una ripresa del Tribunale. La strada è ancora lunga, ma il miglioramento c’è”. Qual è invece la vostra valutazione sulla situazione del carcere San Giorgio? “È un tema che sta molto a cuore all’Avvocatura. La situazione del carcere è purtroppo molto grave, direi drammatica, così come quella di molte altre carceri toscane. Il problema è semplice: nel nostro Paese il tema delle carceri non è mai stato affrontato fino in fondo. Bisogna fare una scelta politica. O si punta maggiormente sulle misure alternative alla detenzione, ripensando il sistema, oppure bisogna costruire nuove strutture o migliorare quelle esistenti. Quando in Italia c’è la volontà di trovare i finanziamenti, i finanziamenti si trovano. La civiltà di un Paese si misura anche da come vengono trattate le persone detenute. E se questo è il parametro, dobbiamo certamente migliorare”. Per velocizzare la giustizia si punta sempre più sulla digitalizzazione. Sta funzionando? “È un processo avviato ormai da molti anni. Nel civile è ormai molto avanzata e anche i fascicoli più vecchi sono stati digitalizzati. Nel penale, invece, il passaggio è stato più recente e ha creato notevoli difficoltà. La digitalizzazione è inevitabile. Andiamo verso un mondo sempre più digitale e sarebbe inutile negarlo. Bisogna però fare in modo che gli strumenti funzionino concretamente. Quando si realizza un software per il sistema giudiziario, sarebbe utile coinvolgere tutte le figure interessate: magistrati, personale amministrativo e avvocati. Solo così si può comprendere davvero il percorso che un applicativo deve seguire. Oggi siamo ancora, in parte, in una digitalizzazione ‘a metà’”. E l’intelligenza artificiale? “È una sfida enorme. Può commettere errori e produrre informazioni non corrette e, alla fine, la responsabilità resta dell’avvocato. Non credo che l’intelligenza artificiale potrà mai sostituire completamente l’essere umano, perché l’avvocato svolge un’attività che riguarda anche aspetti profondamente umani. Il segreto è cercare di governare il cambiamento. Su questo tema siamo già molto attivi. Lo scorso ottobre abbiamo organizzato a Lucca un importante congresso internazionale sull’intelligenza artificiale. È stato un appuntamento multidisciplinare, con la partecipazione non solo di avvocati, ma anche di economisti, imprenditori e ingegneri. L’Ordine degli Avvocati di Lucca è inoltre molto attento alla formazione e continuerà a occuparsi di intelligenza artificiale anche sotto questo profilo”. Che cosa consiglierebbe a un giovane che oggi vuole intraprendere la professione di avvocato? “Direi che deve avere un occhio rivolto al futuro e uno al passato. Guardare al futuro significa specializzarsi e non avere paura della tecnologia. Ma per fare l’avvocato significa navigare nel mondo reale: quello delle famiglie, delle persone e delle emozioni. Sono aspetti che nessuna intelligenza artificiale potrà cancellare. Quando parlo ai giovani che iniziano il loro percorso professionale, dico sempre che la nostra è una straordinaria avventura nel mondo delle emozioni. Noi avvocati ci innamoriamo della differenza tra il fatto e la fattispecie: la fattispecie è ciò che la norma prevede, il fatto è ciò che è realmente accaduto. E tra queste due dimensioni c’è sempre una differenza. Ed è proprio quella differenza che, a mio avviso, deve far innamorare un avvocato della propria professione”. Brescia. Carcere di Verziano, si è concluso anche l’ultimo sopralluogo, ora il cantiere è aperto di Luca Goffi Corriere della Sera, 4 settembre 2026 Nel quartiere di Fornaci si respira ancora un’atmosfera estiva: il caldo, i campi di granturco non ancora raccolto e il via-vai tranquillo dei trattori che transitano in via delle Case sparse. Attraversando il quadrante sud della città, ci si immerge nel paesaggio rurale, assai distante dal moto caotico di un centro votato al lavoro terziario. Qui ci si imbatte addirittura in due striscioni fai da te - con la scritta in spray rosso “Pericolo manza libera” - posti in corrispondenza della strada d’accesso a un cascinale. Ma, è sufficiente percorrere poche centinaia di metri dagli striscioni che, quando meno ce la si aspetta, nel contesto “ameno” svetta la Casa di reclusione di Verziano, oggetto di un intervento di ampliamento. Dall’esterno non si ha percezione dell’avvio della cantierizzazione annunciata nei giorni scorsi dal senatore della Lega, Stefano Borghesi, ma tecnici e operai sono già al lavoro. La spiegazione è presto trovata. Contrariamente a quanto auspicato dall’amministrazione cittadina, i lavori interessano soltanto le aree all’interno del carcere, quelle utilizzate per le attività di lavoro e per lo sport dei detenuti. “Confermo personalmente che questa mattina (ieri, ndr) erano presenti architetti, ingegneri e tecnici per l’ultimo sopralluogo e si sta procedendo con l’apertura del cantiere”, dichiara Antonio Fellone, il segretario generale aggiunto del sindacato di polizia penitenziaria (Sinappe). Nella mattinata di ieri i tecnici hanno fatto il proprio sopralluogo nella struttura e hanno avviato le operazioni preliminari per l’avvio della cantierizzazione. Certo, i cittadini curiosi che dall’esterno intendono scorgere dei segnali visivi di questo importante intervento di ampliamento del penitenziario, dovranno attendere qualche giorno, “giusto il tempo di montare la gru”, rassicura Fellone. Si tratta di un’opera attesa da decenni che, di concerto con l’ammodernamento di Canton Mombello, ambisce a incrementare la capienza delle strutture di reclusione in provincia di Brescia e offrire migliori condizioni per i detenuti e per il personale nei due siti. Il cronoprogramma scandisce nel dicembre 2027 il termine dei lavori di ampliamento a Verziano. Per il momento prevale la soddisfazione dagli agenti del sindacato per l’avvio di un intervento atteso da tempo. Nel silenzio del suo intorno, il manufatto, collocato tra i campi agricoli, cambierà definitivamente pelle. Mentre si percorrono a piedi le poche centinaia di metri dalla casa di reclusione al parcheggio vicino a una cascina, si è accompagnati da un piacevole profumo di mais e dal moto un tantino flemmatico - forse ancora vacanziero - dei veicoli che scorrono lungo via Flero. Una lentezza esteriore che non pervade la struttura penitenziaria della zona sud della città in cui il lavorio è incessante anche se al momento impercettibile all’esterno. Porto Azzurro (Li). Detenuti e agenti formati all’uso del defibrillatore di Valerie Pizzera iltelegrafolivorno.it, 4 settembre 2026 L’iniziativa guidata dal cardiologo Fabio Costantino con la direttrice del penitenziario Martina Carducci. L’obiettivo è formare agenti e reclusi alle tecniche di primo soccorso. Quando il cuore si ferma, la tempestività è tutto. Un soccorso entro i primi 5 minuti può salvarti la vita senza danni cerebrali permanenti. I numeri fanno impressione: in Italia muore una persona ogni 8 minuti, 180 al giorno, 60 mila all’anno. La probabilità di sopravvivenza extraospedaliera è del 6%. Dopo Montecitorio e la consegna di un defibrillatore nelle mani di Papa Leone XIV in Vaticano, il progetto nazionale Cardio Security - che punta a formare 30 milioni di cittadini rendendo obbligatori i corsi (BLS-D) di rianimazione polmonare e l’uso del defibrillatore (DAE) per il rilascio o il rinnovo della patente di guida (attività per le quali si affida a Coparca srls)- sbarca al penitenziario di Porto Azzurro per declinarsi in altre diramazioni, come quella dell’esperienza pilota “Carceri Cardiosicure”. Al timone c’è il dottor Fabio Costantino, cardiologo massese e presidente di ‘Cardiosecurity Italia’. L’obiettivo è quello di formare agenti e detenuti alle tecniche di primo soccorso e all’uso del defibrillatore. Perno strategico la direttrice del penitenziario Martina Carducci, impegnata in prima persona per la riuscita del progetto sotto l’egida del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) e del Ministero della Giustizia, senza costi aggiuntivi. La formazione verrà fornita gratuitamente da Cardio Security con il supporto delle Misericordie di Portoferraio e di Massa. È già arrivata la donazione di due defibrillatori da parte di Panathlon Italia e altri due sono in arrivo grazie a Banca dell’Elba. I primi ad essere formati saranno i 20 detenuti della sezione Sembolello, che vivono e lavorano a Pianosa, nella sezione agricola e lavorativa all’aperto dell’ex colonia penale (articolo 21 dell’ordinamento penitenziario). La splendida isola dell’arcipelago toscano durante la stagione estiva può contare sul supporto della Croce Rossa, mentre in inverno resta senza assistenza sanitaria in loco. Prioritaria anche la formazione agli agenti del Servizio Navale, la motovedetta peraltro è già dotata di un defibrillatore a bordo. Poi la volontà sarebbe quella di allargare il più possibile il progetto a tutto il penitenziario, fa sapere la direttrice del carcere elbano. Per poi passare ad altre realtà come San Vittore e Rebibbia precisa Costantino. Intanto il 4 settembre il cardiologo Costantino presenterà il progetto di fronte a istituzioni e forze dell’ordine. Lo affiancheranno Giorgio Costa, presidente Panathlon Italia; Elena Giovanna Bignami, presidente di SIAARTI e Maurizio Mancianti; presidente Commissione Sanità Panathlon Italia. La direttrice Carducci ha voluto ringraziare tutti, compreso il sindaco di Portoferraio Tiziano Nocentini per l’offerta del buffet a titolo personale. Firenze. Promosso dall’Ucpi un confronto nazionale sulla crisi dell’esecuzione penale firenzedintorni.it, 4 settembre 2026 Il 19 settembre l’iniziativa dell’Unione delle Camere penali italiane con accademia, avvocatura, magistratura e politica. L’Unione delle Camere penali italiane promuove a Firenze, il prossimo 19 settembre, una giornata di confronto dal titolo “Lo Stato generale dell’esecuzione penale - anatomia di un disastro e possibili soluzioni”. Al centro dell’incontro le condizioni delle persone detenute, il sovraffollamento, la carenza di personale e di spazi, oltre all’aumento di suicidi, atti di autolesionismo e tensioni negli istituti. Secondo la giunta dell’Unione, il sistema avrebbe compromesso la propria funzione rieducativa e non garantirebbe più condizioni rispettose della dignità umana. Particolarmente allarmante il dato dei suicidi nelle carceri italiane, pari a circa il doppio della media europea. La crisi dell’esecuzione penale investe le fondamenta dello Stato di diritto. Le condizioni inumane e degradanti nelle quali vivono le persone detenute impongono una risposta collettiva, capace di restituire effettività ai diritti garantiti dagli articoli 2, 3, 13 e 27 della Costituzione e dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Con questo obiettivo, l’Unione delle Camere Penali Italiane promuove a Firenze, il prossimo 19 settembre, una giornata di confronto tra Accademia, Avvocatura, Magistratura e Politica dal titolo “Lo Stato generale dell’esecuzione penale - anatomia di un disastro e possibili soluzioni”. L’aumento costante delle presenze, il sovraffollamento strutturale, la carenza di personale e di spazi per il trattamento, i suicidi, gli atti di autolesionismo e le tensioni quotidiane negli istituti descrivono un sistema che ha compromesso la propria funzione rieducativa e non assicura neppure le condizioni minime di rispetto della persona. Il raffronto europeo rende questa realtà ancora più drammatica: l’Italia presenta uno dei tassi di suicidio più bassi nella popolazione generale, mentre nelle carceri il dato raggiunge circa il doppio della media europea. Una distanza che rivela il fallimento strutturale dell’esecuzione penale e l’incapacità dello Stato di garantire condizioni detentive rispettose della dignità umana. Il confronto si terrà a pochi giorni dall’udienza del 22 settembre davanti alla Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi sulla possibilità di differire l’esecuzione della pena quando la detenzione risulti incompatibile con il nucleo essenziale dei diritti fondamentali. L’Unione parteciperà al giudizio quale amicus curiae: indipendentemente dal suo esito, sarà un passaggio decisivo per misurare l’adeguatezza degli strumenti di cui l’ordinamento dispone per impedire l’esecuzione di pene contrarie al senso di umanità. La scelta di Firenze richiama una vicenda emblematica delle distorsioni del sistema. La nota del Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria, successiva al sequestro giudiziario di alcuni locali del carcere di Sollicciano, esprime un rovesciamento dell’ordine dei valori che deve orientare l’azione pubblica: le esigenze organizzative dell’Amministrazione non possono prevalere sulla salute, sulla legalità della pena e sull’obbligo di assicurare condizioni di detenzione conformi alla Costituzione e alla Convenzione europea. La violazione dei diritti in carcere non può essere accettata come ordinaria amministrazione. La dignità umana segna un confine che il potere punitivo dello Stato non può oltrepassare: ogni cedimento compromette, insieme ai diritti delle persone detenute, la qualità democratica dell’intero ordinamento. La giornata fiorentina intende tradurre questa consapevolezza in proposte concrete. Il contributo della scienza giuridica, dell’esperienza giudiziaria e della cultura dell’Avvocatura penalista confluirà in un documento programmatico da sottoporre al Parlamento e al Governo per ricondurre l’esecuzione penale entro i limiti della legalità costituzionale. In questa prospettiva, UCPI valuta positivamente la recente approvazione della disciplina che amplia l’accesso alla detenzione domiciliare nei casi particolari per le persone tossicodipendenti e alcoldipendenti, estendendolo alle pene detentive non superiori a otto anni, anche residue e congiunte a pena pecuniaria. La valorizzazione dei percorsi terapeutici restituisce rilievo alla finalità rieducativa, ma richiede investimenti adeguati nelle comunità, il potenziamento della magistratura di sorveglianza e un’applicazione giudiziaria che non ne vanifichi la portata attraverso formalismi e interpretazioni restrittive. Senza misure strutturali contro il sovraffollamento e il superamento delle politiche esclusivamente carcerocentriche, anche le riforme condivisibili rischiano di produrre effetti insufficienti. L’iniziativa dà continuità all’impegno di sensibilizzazione sul dramma delle carceri profuso da sempre dall’Unione a sostegno degli ultimi, dei più fragili e dimenticati tra le persone che compongono la nostra società. Le Camere Penali territoriali sono state chiamate a raccogliere contributi e proposte per i lavori del 19 settembre. Bolzano. Il teatro abbraccia il carcere: le attività dello Stabile che coinvolgono i detenuti di Silvia M.C. Senette Corriere dell’Alto Adige, 4 settembre 2026 Previsti un corso, quattro spettacoli e confronti con grandi attori. “Un’iniezione di energia positiva in un ambiente che ha bisogno di respirare e pensare in positivo”. È con questo spirito che la casa circondariale di Bolzano e il Teatro Stabile tracciano la rotta per la stagione 2026-27, rafforzando un’intesa che unisce rieducazione, arte e sicurezza. Un’apertura verso l’esterno che consolida il percorso formativo e sociale dei ristretti. “Il nostro obiettivo è dare continuità e ampiezza all’offerta trattamentale per la popolazione detenuta - spiega il direttore del carcere, Giovangiuseppe Monti - Il teatro impatta sul buon esito del percorso rieducativo. Più ampliamo queste occasioni, più rispondiamo a un bisogno di partecipazione e responsabilità. È un lavoro di costruzione di fiducia, spesso complesso ma fondamentale per offrire prospettive concrete”. Un impegno condiviso dal neo direttore del Teatro Stabile, Andrea Cerri, che sottolinea il valore strategico dell’iniziativa. “Crediamo fortemente in questo progetto, che per noi ha la stessa dignità delle grandi produzioni. Più è alta e profonda la qualità artistica proposta, maggiori sono i risultati in termini sociali e di consapevolezza individuale”. Tre i pilastri della programmazione: il laboratorio settimanale interno curato da Chiara Visca e arricchito da nuovi docenti, con una restituzione finale; una vera stagione teatrale in carcere con quattro spettacoli di rilevanza nazionale tra cui De Summa, Stivalaccio Teatro e Pescio; infine i confronti diretti con i grandi nomi della scena, come Luca Zingaretti, Luca Marinelli e Rocco Papaleo. Questi grandi attori saranno anche in scena al teatro stabile con dei loro spettacoli: Zingaretti dal 15 al 20 dicembre mentre Papaleo e Marinelli rispettivamente dal 3 al 7 e dal 10 al 14 febbraio (una buona idea per san Valentino). Parallelamente proseguirà la possibilità, per una selezione di detenuti meritevoli, di assistere agli spettacoli in sala con permessi premio. L’attività laboratoriale rappresenta un tassello cruciale. “Il laboratorio permette di passare dal sentire la cultura come distante al farla propria - evidenzia la responsabile Chiara Visca - È uno strumento per trovare le parole e comunicare vissuti complessi, esponendosi anche alla bellezza”. Una collaborazione resa possibile dall’impegno dell’area educativa e dal presidio della polizia penitenziaria. “Crediamo nel valore del teatro come risocializzazione e rieducazione”, afferma la responsabile dell’area educativa, Eleonora Sartori. “Garantiremo il massimo supporto operativo per consentire lo svolgimento di ogni attività in totale sicurezza”, aggiunge il comandante pro tempore Emanuele Bleve. Mentre il carcere consolida i suoi progetti culturali, si attende la prossima settimana il primo ingresso istituzionale della nuova garante dei detenuti pronta a prendere visione della struttura e incontrare il personale e la popolazione reclusa. Narrare il carcere, per liberarsene di Paolo Vernaglione Berardi Il Manifesto, 4 settembre 2026 Una riflessione intorno all’esperienza della newsletter “Fratture”: nata tre anni fa, è attiva su Substack e Telegram, sul mondo penitenziario ha realizzato due libri. Fratture è una newsletter indipendente sul carcere e sulla sua abolizione, nata tre anni fa e attiva sulla piattaforma Substack con più di 25 approfondimenti, e su Telegram dove pubblica ogni settimana una rassegna di notizie ed eventi sul mondo penitenziario. Il gruppo che la costituisce si presenta oggi con due libretti cartacei, Abolire il carcere è una pratica collettiva e Abbiamo bisogno della polizia? che rilanciano in maniera critica e intelligente la secolare questione della detenzione alla luce della intensa recrudescenza di società punitive post-liberali i cui devastanti effetti sociali sono sotto gli occhi di tutti. L’iniziativa editoriale è un esempio significativo nel panorama dell’editoria indipendente, frutto della sinergia del gruppo Robin Book che da circa due anni pubblica documenti e testi, tra i quali No Spiritual Surrender del nativo diné Klee Benalli e della rinomata piattaforma di crowdfunding “Produzioni dal basso”. Il testo raccoglie la lucida prefazione di Fratture, tre interviste, ed è chiuso da una ricca bibliografia sul tema, con una prefazione di Perla Allegri, assegnista e docente di Philosophy of Law all’Università di Torino e membro dell’associazione Antigone, che definisce in maniera chiara la cornice concettuale del tema abolizionista. La prospettiva della fine dell’istituzione detentiva è stata largamente equivocata come un’”utopia sovversiva” da distruggere, specie in tempi di pericolosi e dannosi interventi di natura “law and order”. Abolizionismo invece significa intraprendere un metodo di indagine critico-genealogico dei rapporti tra penalità, detenzione e condizioni sociali in cui vige il carcere come già Michel Foucault aveva indicato nella prima metà degli scorsi anni Settanta. Dal momento che la detenzione non c’è sempre stata, che non è un fatto naturale e che il carcere ha una storia che risale agli inizi del XVIII secolo con la connessione di “penale” e “punitivo”, si tratta di adottare una prospettiva di lungo raggio che circoscrive l’annosa domanda: “perché la punizione del reato è quella di rinchiudere?”. Un filo rosso lega i tre interventi di Giulia De Rocco, ricercatrice presso il Dipartimento di scienze dell’educazione dell’Università di Bologna, autrice di Aboliamo il carcere, Carmine Ferrara, sociologo e attivista trans e Despina, attivista della Maison du Conflit di Bruxelles: la giustizia trasformativa e i “cerchi riparativi” costituiscono un’alternativa alla detenzione che comporta un insieme di processi all’interno e all’esterno del carcere, rapporti con le istituzioni e una trasformazione della soggettività con la progressiva dissolvenza delle figure della “vittima” e dell’”autore” di violenza. La pratica, che ha come base le forme di giustizia riparative con cui non coincide, proviene dalle comunità e dalle associazioni di tutela giuridica e sociale statunitensi, la cui esperienza dalla metà degli scorsi anni Ottanta è delimitata dai critical legal studies e dalle trasformazioni della penalità nel campo della “sicurezza”, oggi ancora più flagrante con le operazioni omicide dell’Ice. Perciò è necessario elaborare un sapere comune che attraverso la prevenzione e non la punizione, investa la soggettività e incarichi le comunità e gli ambienti dei danni commessi e degli errori possibili. Si tratta di creare spazi collettivi, dice Giulia De Rocco, in cui, seguendo la geografa abolizionista Ruthie Gilmore, emerga l’unità strutturale delle lotte, per la casa, per il reddito, per la distribuzione delle risorse e contro la violenza di genere. Se queste istanze di giustizia sociale fossero risolte o comunque “permettessero alle persone di stare bene, non ci sarebbe più bisogno del carcere”. È importante rendere poroso il confine tra esterno ed interno, ma come? Entrando in relazione con le persone detenute, creando un tessuto di socialità in cui volontari, associazioni e, aggiungiamo, artiste, filosofe, scrittori, alimentino relazioni con le persone detenute e alimentino il dibattito pubblico sulle condizioni di invivibilità del carcere. Il rapporto di Antigone (in download dal sito web dell’associazione) rileva dall’inizio dell’anno ad oggi 139 persone morte, di cui 40 per suicidio, sovraffollamento e condizioni detentive disumane e degradanti. Nell’estate più calda del secolo gli atti di autolesionismo sono all’ordine del giorno in tutti i luoghi di detenzione, Cpr, hub di deportazione dei migranti, carceri minorili. Raccontare il carcere e fare storie, scritture e immaginario in carcere provvede a creare uno strumento forte di liberazione che rende materiali i corpi e lo sguardo per lo più “scorporato” dei progetti politici e delle opzioni teoriche. Si tratta, dice Carmine Ferraro, di rendere visibili i bisogni e di immaginare un mondo senza giustizia punitiva. La sua storia di “abusato” e di “abusante” è esemplare: come “vittima” all’interno di un ambiente familiare violento, ha avuto accesso ad un centro antiviolenza e ad assistenza legale “in quanto risulto femmina all’anagrafe”; in quanto “abuser” invece è stato difficilissimo accedere ai servizi per “uomini maltrattanti” perché “ero considerato femmina e quindi non potevo essere violento. Il caso dimostra che la cosiddetta pedagogia rieducativa, quando le persone sono inviate da tribunali, assistenti sociali e forze dell’ordine, fallisce. Chi è obbligato, quanto sarà disposto a “lavorare su di sé in un’ottica trasformativa?”. C’è molta misoginia interiorizzata e molto binarismo anche negli ambienti di attivismo, prosegue Carmine e nell’attivismo “social” c’è molta aggressività nei confronti di chi commette il minimo errore. Despina, fondatrice del centro Maison du Conflit a Bruxelles illustra alcuni modi per gestire situazioni di violenza. La Maison è un organo autonomo locale che interviene nei gruppi in difficoltà anche con corsi di formazione: “l’arte del conflitto” e “fare giustizia senza punire”. Sono pratiche non prescrittive che interpellano le forze in gioco nei quartieri e producono un sapere comune che non è riservato ai professionisti. “Le persone trovano soluzioni sulla base delle loro norme sociali, del loro modo di vedere e vivere le cose”. Discussioni di quartiere in situazioni difficili con associazioni, comitati di quartiere, spazi per i giovani sono le iniziative che trasformano le persone in processi lunghi in cui si affrontano cause e sintomi della vita locale. È l’inizio di un processo che è anche “un percorso di autoformazione degli abitanti”. È un esempio non un modello, come è un esempio quello dei “cerchi riparativi”. Nelle scuole ci sono pratiche che possono trasformare: tutti siedono in cerchio, ci sono coloro che hanno subito il torto e quelli che lo hanno causato; ci sono i parenti, le persone di riferimento e i rappresentati d’istituto. Le domande snodano il filo della discussione e si finisce per “stringere una sorta di patto”. Le istituzioni penali non sono al corrente di queste pratiche. D’altra parte, come sostiene Gwenda Ricordeau che ha contribuito a rivitalizzare l’abolizionismo penale in Francia, si tratta di risoluzioni di conflitti e di violenze che avvengono da sempre già fuori dal sistema penale. Salvo Fleres “rompe” le grate delle carceri di Laura Distefano La Sicilia, 4 settembre 2026 Il carcere è un luogo dove la libertà diventa il sogno. L’obiettivo. Il traguardo anelato da ogni detenuto. La galera come il Purgatorio dantesco è il luogo dove si scontano le colpe (i reati commessi, ndr) per poter riacquistare il diritto a essere un uomo libero. Dovrebbe essere - per principio costituzionale - un percorso di educazione e di reinserimento sociale, ma la realtà è diversa. La prigione, tranne rare eccezioni, è semplicemente un inferno. Non solo per i reclusi, ma anche per la polizia penitenziaria non messa nelle condizioni di poter operare in sicurezza. Salvo Fleres, giornalista, saggista e politico, ha deciso di aprire un varco nel mondo blindato delle carceri. E ha deciso di farlo senza alcun filtro, denunciando e criticando aspramente le falle del sistema. “L’alfabeto delle carceri “spes contra spem”“ è il titolo del libro di Fleres, che diversi anni fa ha ricoperto l’incarico di garante dei detenuti di Catania. Un ruolo che lo ha portato a guardare da vicino la vita dei galeotti. Lo scrittore ha voluto che la prefazione e la postfazione fossero scritte da chi il carcere lo ha respirato e lo ha sentito sulla pelle. Totò Cuffaro (condannato per favoreggiamento) e Gianni Alemanno (condannato per traffico di influenze) sono le voci che aprono e chiudono un saggio coraggioso nella sua drammatica verità con dati, statistiche e storie. Nelle carceri italiane ci sono detenuti che rinunciano al sogno della libertà e decidono di togliersi la vita. I suicidi dietro le sbarre sono solo la manifestazione di una malattia che è diventata incurabile. Incurabile non perché non esista la medicina o il vaccino, ma per la cecità di chi amministra il sistema penitenziario. Inerzia. Un’altra malattia, stavolta istituzionale. Fleres rompe il silenzio su quello che esiste superando i cancelli delle case circondariali. Lo stile è diretto e tagliente. Ma allo stesso tempo è delicato e fortemente umano. L’autore chiede al lettore di cambiare prospettiva e di guardare il carcere non dallo spioncino della serratura ma direttamente dall’interno. Ed è per questo che lo scrittore ha deciso di pubblicare un alfabeto (dalla A alla Z) che permetta di conoscere il linguaggio usato dai detenuti. Dallo slang del galeotto ai termini tecnico-giuridici da Tribunale. Un dizionario che contribuisce a rompere del tutto le grate della prigione per immergersi nel paludoso cosmo delle carceri. Fra le pieghe del libro arrivano i freddi numeri della malagiustizia. Gli errori giudiziari e le ingiuste detenzioni che pesano nel bilancio pubblico. Un report, quello sviscerato da Salvo Fleres in questa pubblicazione, che serve a far comprendere che dietro le sbarre possono finirci anche gli innocenti e non solo i colpevoli. Il carcere non è solo affar loro, ma affare di tutti. Tutti, anche per errore, potremmo varcare le porte di una cella. Garantire un sistema carcerario dove regnano diritti e umanità è uno dei segnali dello stato di civiltà di un Paese. Considerando le numerose condanne inflitte all’Italia proprio per le condizioni in cui vive la popolazione carceraria è facile trarre le conclusioni su quale sia il livello di civiltà di questo Paese. Le voci dietro le sbarre, in mostra scene di speranza di Vito Salinaro Avvenire, 4 settembre 2026 La Caritas di Potenza, assieme all’Istituto penale per i minorenni e ai Servizi sociali del capoluogo, propone la rassegna fotografica “Con i nostri occhi”. Scorci di vita, urla trasformate in poesia, fragilità spogliate di ogni difesa ma anche raggi di speranza oltre le sbarre del carcere, a cementare una voglia disperata di ricominciare. Sono tante le suggestioni in foto, lettere, disegni, nati dalla domanda senza filtri “Riuscite a vedere quello che vediamo noi?”, che ha accompagnato la presentazione della mostra fotografica “Con i nostri occhi”, allestita nel Centro Caritas “A Casa di Leo”, nel quartiere Bucaletto, a Potenza. L’iniziativa, promossa dalla Caritas diocesana di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo, assieme all’Istituto penale per i minorenni (Ipm) e all’Ufficio Servizi sociali minorenni (Ussm) del capoluogo, si inserisce nel progetto nazionale “Jobel”. Un cammino, spiega una nota della Caritas, reso possibile dal lavoro appassionato di Giorgia Russo e Irene Morlino, con la luce degli scatti di Andrea Mattiacci, i testi di Dino De Angelis e la veste grafica di Giovanni Langerame. “Attraverso la scrittura, la lettura e la pittura, i ragazzi dell’Ipm hanno ribaltato ogni prospettiva, trasformando il silenzio e l’errore in un linguaggio universale”. Siamo abituati a guardare questi ragazzi attraverso il reato commesso, dice il vicario episcopale, don Antonio Savone. “Più raramente - aggiunge - lasciamo che siano loro a guardare il mondo e a raccontarci ciò che vedono. Questa mostra offre loro la possibilità di dirsi senza essere spiegati da qualcun altro, facendo ricomparire dietro l’etichetta un ragazzo con le sue responsabilità, ma anche con desideri e speranze che nessuna sentenza può contenere. Il momento più forte è stato l’ascolto di uno di loro che, grazie a Jobel, svolge volontariato in Caritas e ha scelto di iscriversi all’università. Ci ha ricordato quanto pesino i pregiudizi: quando gli altri ti guardano solo attraverso il tuo errore, finisci per far diventare quel pregiudizio il nemico più difficile da vincere dentro te stesso”. Un appello alla comunità cittadina è stato espresso dalla direttrice della Caritas diocesana, Marina Buoncristiano: “Questa mostra non è solo una sequenza di immagini, ma una vera e propria crepa salutare e dirompente nel muro dei pregiudizi. Guardare negli occhi questi ragazzi significa risvegliare le coscienze assopite di una società troppo spesso miope. Come Caritas avvertiamo il dovere morale e il privilegio immenso di camminare al loro fianco: l’errore commesso non può e non deve mai essere la parola fine, ma l’inizio audace di una storia completamente nuova”. Dal canto suo, lo Stato vuol fare la sua parte. Per il prefetto di Potenza, Michele Campanaro, “il terzo comma dell’Articolo 27 della Costituzione rappresenta il baluardo di un Paese civile: la pena deve tendere alla rieducazione, alla dignità e alla possibilità di riscatto. In questa mostra, con i ragazzi dell’Ipm di Potenza, quel principio fondamentale prende vita. Le istituzioni hanno il dovere di essere presenti e di accompagnare percorsi capaci di restituire un futuro a questi giovani”. La mostra “Con i nostri occhi” è liberamente fruibile nel Centro Caritas “A Casa di Leo” (quartiere Bucaletto, Potenza) fino al 13 settembre (dal lunedì al venerdì, dalle 10,30 alle 12,30 e dalle 16,30 alle 19). Autistici/Inventati, gli effetti delle sanzioni Usa arrivano in Ue di Emanuela Del Frate e Chiara Sgreccia Il Domani, 4 settembre 2026 Dopo il blocco del dominio, di PayPal e la sospensione conto del Collettivo italiano su Banca Etica, l’eurodeputato Benifei porta il caso alla Commissione. Pounds, intanto, che lavora per il ministero della Difesa americano, con gli oltre 7mila blog ospitati dalla piattaforma gestita dagli hacker ha creato i TrumpBlogs. In che modo l’Unione europea intende salvaguardare la sua autonomia normativa? E come tutela chi utilizza le sue infrastrutture digitali? Sono queste le domande che gli europarlamentari dell’alleanza progressista dei Socialisti e Democratici, S&D, guidati dall’eurodeputato del Pd Brando Benifei, porteranno giovedì 3 settembre al Parlamento Ue. Un’interrogazione a risposta scritta per chiedere alla Commissione conto delle conseguenze che la designazione statunitense del collettivo italiano Autistici/Inventati (A/I) come entità terroristica sta avendo su di loro e sui servizi che forniscono agli utenti, senza che né le autorità Ue né quelle italiane abbiano fatto accertamenti o riscontrato illeciti. Come sottolineano gli eurodeputati, la designazione Usa colpisce un’infrastruttura per presunte condotte poste in essere dai suoi utenti, senza che siano state rese pubbliche le prove del fatto che A/I abbia consapevolmente agevolato attività terroristiche. E “questa sovrapposizione solleva preoccupazioni in materia di garanzie procedurali e libertà di espressione, nel contesto della più ampia offensiva dell’amministrazione Trump contro i movimenti dell’estrema sinistra, e appare in contrasto con i principi dell’Unione europea in materia di responsabilità degli intermediari e Stato di diritto”. La designazione Usa resa pubblica dal dipartimento di Stato e del Tesoro americano lo scorso 26 agosto, infatti, inserisce A/I nella lista dei soggetti sottoposti a sanzioni non per aver compiuto materialmente attentati, ma per aver fornito “un’ampia gamma di servizi”, come chat, e-mail, hosting web, strumenti per videoconferenze e streaming “a gruppi marxisti, anarchici e ad altre organizzazioni estremiste di sinistra in Europa e altrove”. Secondo gli Stati Uniti, quindi, il gruppo farebbe parte di una campagna transnazionale per destabilizzare il paese perché ha fornito le infrastrutture digitali “a cellule antifa e ad altri estremisti violenti di sinistra, inclusa un’organizzazione terroristica straniera” (riconosciuta nel Pkk). Ma per supportare questa tesi non è stata fornita alcuna prova e in corso pare non esserci alcuna indagine. “In Europa un provider risponde solo se sa di contenuti illegali e non interviene, non per chi sono i suoi utenti. Qui invece viene colpito l’intermediario in quanto tale: un’associazione di volontari che da vent’anni offre gratuitamente email e hosting per proteggere la privacy degli utenti, alla luce del sole. Nessun ordine di rimozione, nessun giudice, nessun accertamento di un’autorità italiana o europea. Accostare chi fornisce un servizio digitale a chi, usandolo, avrebbe commesso reati è privo di fondamento giuridico: con lo stesso criterio andrebbe incriminato ogni operatore di posta elettronica al mondo”, commenta a Domani l’economista dell’innovazione ed esperta di politiche digitali Francesca Bria. Come evidenzia, in due giorni sito, email e conto di A/I sono spariti non per la forza del caso giuridico, che nessun tribunale ha verificato, “ma per dipendenza: il dominio è gestito da un registro americano, la banca e il circuito di pagamento temono le sanzioni americane. Può succedere a qualsiasi fornitore europeo di comunicazioni sicure”. Subito dopo la designazione Usa, infatti, il sito autistici.org è diventato inutilizzabile, in quanto la no profit che gestisce il dominio .org è statunitense. L’account PayPal del collettivo è stato bloccato e anche Banca Etica, con sede in Italia, ha dovuto sospendere l’operatività del conto di A/I e ha fatto sapere che per il rischio di sanzioni secondarie “è purtroppo probabile che sarà costretta alla sua successiva chiusura”, si legge nel documento in cui chiede alle associazioni di categoria e al ministero dell’Economia supporto per una soluzione che permetta di mantenere il conto operativo senza mettere a repentaglio gli account degli altri utenti. I soci di Banca Etica hanno anche lanciato una petizione per evitare la chiusura del conto di A/I e che delle norme anti-terrorismo vengano utilizzate contro il dissenso. Il fatto che Banca Etica abbia sospeso il conto per Bria chiama in causa l’Europa. “È una questione di sovranità digitale: un governo straniero non può decidere quali organizzazioni europee restano online. Gli strumenti ci sono, dal regolamento contro le leggi extraterritoriali alla sentenza della Corte di giustizia per cui una lista di sanzioni americana non basta a chiudere un conto. Vanno usati adesso. Sovranità digitale significa controllare democraticamente le infrastrutture critiche da cui dipendiamo”. A esprimere forte preoccupazione per la decisione dell’amministrazione Trump su A/I c’è anche Stefania Bonaldi, responsabile Innovazione del Pd: “È l’ennesimo atto unilaterale deciso a Washington, senza processo e senza contraddittorio, che produce effetti immediati in Italia. Agiremo in tutte le sedi competenti per contrastare questo provvedimento e tutelare i cittadini europei da uno schema già visto, come avvenne con le sanzioni ai giudici della Corte Penale Internazionale. Nessun potere extraeuropeo può stabilire chi ha diritto ad avere un conto, un’email o un’identità digitale in Europa”. Secondo Bonaldi, la destra sta strumentalizzando una decisione presa all’estero per fare polemica interna, tirando in ballo Paolo De Rosa, che in questi giorni è stato attaccato dai giornali di destra, in quanto legato ad AI ODV, l’organizzazione che gestisce legalmente l’infrastruttura di A/I. De Rosa, informatico, oggi funzionario della Commissione europea ed ex dirigente della trasformazione digitale di Palazzo Chigi (dal 2018 alla fine del 2022, quindi per un paio di mesi anche per il governo Meloni) è “un professionista di alto profilo a cui va la nostra totale solidarietà”, commenta Bonaldi. Che, però, “non ha, né ha mai avuto, rapporti di collaborazione o incarichi nel Pd come numerosi altri esperti, ha semplicemente offerto il suo contributo tecnico, ove richiesto, sulle politiche digitali, materia oscura al Governo Meloni. Che si proclama “patriota” e non ha invece speso una parola, di fronte a un governo straniero che spegne infrastrutture in Italia”. Ma non c’è soltanto l’impatto extraterritoriale della designazione statunitense del collettivo A/I come entità terroristica che dovrebbe destare l’attenzione delle autorità locali. Anche il collegamento - almeno temporale - tra l’inserimento degli hacker nella black list del segretario di Stato americano e la pubblicazione di un dossier online sugli oltre 7mila blog ospitati da NoBlogs, la piattaforma di blogging gestita da A/I, merita attenzione. Il 31 agosto, infatti, su DataRepublican, la piattaforma gestita dalla data analyst americana Jennica Pounds, conosciuta online con lo stesso nome del sito (DataRepublican, appunto), sono apparsi i TrumpBlogs (“precedentemente noti come NoBlogs”, si legge ironicamente accanto al nome). Una mappa interattiva che indicizza e mette in relazione le migliaia di blog ospitati sulla piattaforma NoBlogs con l’obiettivo di identificare, classificare e rendere navigabile quella che Pounds considera una rete internazionale dell’estrema sinistra militante. La data analyst, che da luglio 2026 lavora per il dipartimento della Difesa Usa - anche se non è chiaro con quale mansione - già conosciuta per la sua vicinanza al Doge di Elon Musk, nel post con cui ha lanciato i TrumpBlogs ha spiegato di averlo fatto senza che nessuno l’avesse commissionato, gratuitamente, nel tempo libero. In successive dichiarazioni ha però specificato di aver “segnalato alle autorità tutti i nomi che ha individuato”. Qualche giorno prima della pubblicazione dei TrumpBlogs, il collettivo A/I aveva denunciato pubblicamente una violazione di NoBlogs, senza poter escludere l’accesso al database degli utenti: “Un soggetto non identificato ha ottenuto per circa due ore accesso privilegiato a NoBlogs sfruttando una vulnerabilità software, modificando la homepage”. Il 28 agosto Pounds aveva pubblicato, sempre su DataRepublican, Dsa Explorer. Una mappa interattiva di persone, organizzazioni e progetti collegati ai Democratic Socialists of America e “a una più ampia rete di solidarietà anti-imperialista”, nella quale si può cliccare su un’organizzazione, una persona o un progetto e seguirne i collegamenti. Fine vita, il muro di Meloni: no a una legge prima del voto. Ma Forza Italia va in pressing di Giulia Ricci La Stampa, 4 settembre 2026 Il governo non si opporrà all’iniziativa veneta, ma il partito di Meloni teme un effetto boomerang alle urne. La linea comune di Cirio e del leghista Fontana: “Serve un provvedimento del Parlamento”. Il salto in avanti del Veneto, prima Regione di centrodestra ad approvare una legge sul suicidio medicalmente assistito, non sarà la miccia per una svolta a livello nazionale. Al microfono nessun alto dirigente di Fratelli d’Italia e del governo ha voglia di parlare, tanto più alla vigilia dei grandi festeggiamenti della premier Giorgia Meloni per il record di longevità del suo mandato. Ma da via della Scrofa arriva una linea chiara: niente norma, non c’è più tempo, rischiamo che diventi una bandierina elettorale, il tema è troppo delicato. Anche se i più maligni tengono a sottolineare come l’appoggio non sarebbe arrivato comunque (e nemmeno prima, in effetti, è mai arrivato). E anche se l’esecutivo non pare intenzionato ad impugnare la legge tanto voluta da Luca Zaia (almeno a oggi), le altre Regioni di centrodestra non seguiranno il suo esempio: “Serve un provvedimento nazionale”, affermano i presidenti del Piemonte, Alberto Cirio (Forza Italia), e della Lombardia, Attilio Fontana (Lega). Era il 2017. Marco Cappato accompagnò dj Fabo in Svizzera, poi si autodenunciò. Nel 2019 arrivò la sentenza della Corte costituzionale, cui ne sono seguite altre sette, che chiese al Parlamento di intervenire. Oggi, siamo ancora all’anno zero. L’ultimo atto si è consumato il 3 giugno, quando il disegno di legge Bazoli (che era il più avanti nell’iter parlamentare tra le varie proposte) è stato rimandato all’esame delle commissioni riunite Giustizia e Sanità di Palazzo Madama, lì dove “giace” anche quello Zullo-Zanettin, del centrodestra. A proporre la questione sospensiva fu Fratelli d’Italia. Ed è proprio il partito della premier il maggiore oppositore ad una legge che regoli il suicidio medicalmente assistito, dove sarebbe il sottosegretario Alfredo Mantovano a giocare il ruolo principale del “sabotatore”. Ora, con la campagna elettorale già in corso e le Politiche sempre più vicine, FdI può continuare a dire “no” e rimandare la discussione alla prossima legislatura. Il presidente della commissione Affari sociali e sanità di Palazzo Madama, Francesco Zaffini, ieri ha sottolineato come il nodo sia “prettamente tecnico, non politico. Se riesco martedì pomeriggio convoco” una seduta. ‘altronde esporsi su un tema così delicato, che rischia di far perdere un pezzo di elettorato, diventa sempre più difficile per tutti. Nonostante l’anno scorso un sondaggio di Alessandra Ghisleri su La Stampa evidenziasse come tre italiani su 4 sarebbero stati favorevoli all’eutanasia, che rispetto al suicidio medicalmente assistito fa addirittura un salto in avanti, legalizzando che la somministrazione del farmaco letale sia fatta da un medico e non dal paziente stesso. L’unico partito a fare pressing è Forza Italia, spinto soprattutto dalla presidente di Fininvest Marina Berlusconi, che in questi mesi ha più volte sostenuto la necessità per gli azzurri di distinguersi dagli alleati sul tema dei diritti. Suicidio medicalmente assistito compreso. Tanto che prima dell’estate era nell’aria un grande dibattito sul tema, a Milano, con ospiti politici, società civile, professionisti. Il governatore del Piemonte Alberto Cirio, vicesegretario azzurro e molto vicino alla figlia del fondatore del partito, non intende seguire l’esempio del Veneto: “Sono un grande sostenitore dell’autonomia e ho grande rispetto per le leggi che i Consigli regionali intendono proporre ed approvare, ma continuo ad essere convinto che su un tema così delicato non possano esserci normative diverse a seconda delle Regioni in cui ci si trova”. Per il presidente azzurro “l’idea di un’Italia in cui il tema della vita e della morte siano disciplinate in modo diverso a seconda dei territori, con norme diverse a seconda che ci si trovi ad Alessandria, a Pavia o a Savona, per fare solo degli esempi, credo proprio sia un’assurdità da evitare in ogni modo”. Ma poi arriva il pressing su Roma: “Da tempo quindi non solo auspico, ma chiedo a gran voce un intervento del Parlamento per arrivare a una legge nazionale chiara che nel merito ricalchi i paletti della Corte costituzionale, perché, se da cristiano voglio difendere la vita, dall’altro lato è evidente che non posso restare sordo di fronte alla sofferenza delle persone ed alla loro grido di libertà di poter porre fine al loro dolore”. Gli fa eco il governatore lombardo Attilio Fontana: “Noi abbiamo già delle indicazioni funzionali, efficienti ed efficaci sul suicidio medicalmente assistito. Serve una norma nazionale”. In Piemonte a novembre l’associazione Luca Coscioni depositerà per la seconda volta la legge di iniziativa popolare, per la quale ha già raccolto oltre 12 mila firme. E il Consiglio regionale dovrà decidere. Lì, il capogruppo della Lega Fabrizio Ricca ha dichiarato che voterebbe “sì, ma aspettiamo di vedere se il governo impugnerà la norma veneta”. Un’iniziativa che, per ora, la premier Meloni non intenderebbe prendere. Un po’ per non aprire una faglia con territorio di centrodestra, un po’ per non sentirsi ribadire dalla Corte costituzionale quanto già detto sul ricorso alla Toscana: le Regioni possono legiferare. Lager per migranti alla frontiera del Continente di Diletta Belotti L’Espresso, 4 settembre 2026 La storia delle carceri ci insegna che il corpo è sempre l’ultima frontiera della battaglia”, ha scritto il Collettivo rotte balcaniche, assieme a “No Borders Bulgaria” che da Sofia si impegna contro la violenza delle frontiere bulgare. Si riferiscono ai tentativi di suicidio, la notte del 21 agosto, da parte di due ragazzi di 17 anni reclusi nel centro di detenzione di Pastrogor. Hanno provato a togliersi la vita ingerendo prodotti chimici per le pulizie e lamette da barba. Erano lì da diverse settimane come richiedenti asilo, nonostante fossero minorenni, dopo essere stati trasferiti dal centro di detenzione di Busmantsi, a Sofia. In seguito hanno subito violenti maltrattamenti sia da parte della polizia che dei medici. Uno dei due ragazzi è stato ricoverato all’ospedale di Svilengrad solo per poche ore, mentre l’altro è rimasto lì per tre giorni, in stato di incoscienza, prima di essere nuovamente rinchiuso nello stesso centro di detenzione. Alle persone solidali che si sono recate all’ospedale di Svilengrad, durante il normale orario di visita, è stato impedito di vedere i due ragazzi. Sono state anche fermate dalla polizia, perquisite e hanno ricevuto divieti di entrare nell’ospedale e nella città di Pastrogor, adducendo motivi di ordine pubblico. “Non si tratta di incidenti, ma del risultato delle politiche europee in materia di frontiere e reclusione, sistematicamente concepite per generare disperazione, sottomissione e morte”, hanno scritto i due collettivi nei giorni seguenti ai tentativi di suicidio. Grazie alla presenza delle realtà politiche no borders sul campo è possibile monitorare le violazioni di diritti umani nei centri sulle frontiere. Strutture pensate o modificate secondo la procedura accelerata lungo il corridoio bulgaro-turco, come previsto dal Nuovo patto dell’Unione europea su migrazione e asilo. Infatti, il Centro di transito di Pastrogor in Bulgaria, situato a circa 28 chilometri dal confine turco, è stato ufficialmente trasformato, a dicembre 2025, da campo di accoglienza aperto a struttura di detenzione di tipo chiuso sotto la giurisdizione dell’Agenzia statale bulgara per i rifugiati (Sar). È una struttura di alta sicurezza per trattenere, dai 7 giorni alle 12 settimane, le persone che attraversano irregolarmente il confine. Il centro è stato recentemente oggetto di segnalazioni e scrutinio internazionale a causa di una serie di gravi violazioni e abusi. Infatti da quando la popolazione di Pastrogor è aumentata rapidamente i reclusi hanno organizzato scioperi della fame all’interno del campo per protestare contro il deterioramento delle condizioni di vita, chiedendo più tempo all’aperto, un trattamento migliore e cibo di qualità superiore. Lo scorso 26 luglio, a seguito della fuga di due persone, le forze di sicurezza hanno inflitto violenze fisiche indiscriminate alle persone ancora in detenzione. Organizzazioni come il Ballan investigative reporting network (Birn) hanno ottenuto prove video e fotografiche che documentano almeno otto persone con gravi traumi. I detenuti hanno anche riferito che la polizia ha sistematicamente distrutto i telefoni cellulari per impedire la diffusione di prove. È corretta l’analisi che fanno le realtà attive sul territorio: i confini europei stanno assumendo sempre più la forma di campi di concentramento di massa, ma “la solidarietà è l’arma che non possono piegare”.