Dietro le sbarre mai così tanti detenuti. E il piano “svuota-carceri” non parte di Fulvio Fulvi Avvenire, 3 settembre 2026 Ad agosto in cella superata quota 65mila persone, con un incremento di 868 persone rispetto a luglio. Sovraffollamento in diversi istituti ormai oltre il 200%. Nel mese scorso altri 7 suicidi. Le risorse per trasferire i reclusi nelle comunità non ci sono: eppure sarebbero 20mila i soggetti che potrebbero beneficiarne. Situazione sempre più critica nelle carceri italiane, dove nell’ultimo mese il sovraffollamento è cresciuto fino a raggiungere il 142,1%: percentuale mai così alta. In particolare, secondo i dati diffusi dal ministero della Giustizia, i detenuti presenti al 31 agosto erano 65.661, con un aumento di 868 rispetto a luglio. Con questa cifra, oltre alla soglia dei 65mila è stata superata anche la media di incremento mensile delle presenze, che negli ultimi anni si è attestata su circa 300 unità. Numeri sempre in costante, e preoccupante, salita e condizioni di vita insopportabili dietro le sbarre. Aumentano i gesti di rivolta, le aggressioni e gli atti di autolesionismo. Va tenuto conto, infatti, che la capienza regolamentare nei 189 istituti di pena italiani è di 51.220 posti mentre quella effettiva (al netto cioè delle brande soppresse momentaneamente per lavori nelle strutture edilizie o a causa di riorganizzazioni logistiche) ammonta a 46.193 (150 in meno rispetto al precedente rilevamento): sono 19.468, dunque, i reclusi che oggi eccedono la disponibilità reale dei posti. Nel totale dei detenuti presenti, gli stranieri sono 20.674 (371 in più rispetto a luglio) mentre i condannati definitivi risultano invece 49.698 (tutti gli altri sono in attesa ancora di una sentenza o dell’esito di un ricorso). “Siamo ormai ai livelli che costarono all’Italia la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo nella stagione 2010-2013. Il tetto massimo all’epoca fu di 68.258 presenze a cui, a questi ritmi e senza interventi realmente decongestionanti, si arriverà presumibilmente a breve”, commenta Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. E, purtroppo, l’allarme riguarda anche i suicidi: solo in agosto ce sono stati 7 (gli ultimi due domenica scorsa, uno a Parma, dove un tunisino ha tentato il suicidio ed è morto qualche giorno dopo, e uno nella Casa circondariale di Biella dove un egiziano di 23 anni si è impiccato con le garze che gli erano state applicate per medicare delle ferite). Il totale dei detenuti che si sono tolti la vita dall’inizio dell’anno è di 42 (dati Ristretti Orizzonti), 106 quelli morti per altre cause, la maggior parte delle quali, da accertare. In Puglia, la regione in testa alla graduatoria del sovraffollamento, il tasso attuale è del 183,8%. E sono arrivati a 85 i penitenziari con un indice superiore al 150%, tra questi figurano Lucca (251,4%), Milano San Vittore (225,8%), Foggia (224,2%), Latina (215,6%), Brescia Canton Mombello (209,9%), Lodi (209,3%), Altamura (202%), Taranto (200,2%). Il 21 agosto scorso è entrata in vigore la legge cosiddetta “svuota-carceri” che prevede, per chi sta scontando una pena legata alla propria condizione di dipendenza da droga o alcol, il diritto a curarsi, agli arresti domiciliari o in una comunità terapeutica anziché in una cella. Ma non ci sono ancora provvedimenti concreti, investimenti mirati, rivolti al potenziamento delle strutture alternative al carcere, del personale specializzato, all’assunzione di psicologi e assistenti sociali, educatori, medici e di altri operatori sanitari. Lo stesso ministero di via Arenula ha ammesso che le risorse stanziate per il 2026 serviranno a “spostare” dalle prigioni ai centri di accoglienza circa 500 persone detenute: ma sono oltre 20.000 i soggetti fragili che dovrebbero usufruire del provvedimento. I posti disponibili nelle comunità a tutt’oggi sono 13.000, quasi tutti già occupati da chi sta seguendo un percorso di disintossicazione e reinserimento sociale. E gli altri? Così non si incide nella riduzione del sovraffollamento. Intanto le carceri italiane rimangono una polveriera pronta ad esplodere. Carceri, 28 detenuti in più al giorno e il sovraffollamento raggiunge il 142,1% di Ilaria Dioguardi vita.it, 3 settembre 2026 Sono 65.661 le persone detenute nelle carceri italiane, nel solo mese di agosto sono aumentate di quasi 900 unità. Se gli ingressi dovessero continuare mantenendo questa media, con 28 ristretti in più al giorno, si supererebbero entro il 31 dicembre 2026 le 69mila unità. I commenti di Patrizio Gonnella (Antigone), Rita Bernardini (Nessuno tocchi Caino) e Luigi Pagano, garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Milano. Secondo i dati del ministero della Giustizia, sono 65.661 le persone detenute al 31 agosto 2026, un mese prima erano 64.793: in 31 giorni sono aumentate di 868 unità. Le celle hanno raggiunto un sovraffollamento del 142,1%. “La capienza regolamentare negli istituti di pena è di 51.220 posti, con un totale di 46.193 posti effettivamente disponibili: 150 in meno in solo un mese, 574 in meno da quando è partito il piano carceri del Governo ad inizio 2025”, dice Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. Le celle più sovraffollate in Puglia, Basilicata, Molise e Lombardia - “Siamo ormai ai livelli che costarono la condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nella stagione 2010-2013. Il tetto massimo all’epoca fu di 68.258 presenze a cui, a questi ritmi e senza interventi realmente decongestionanti, si arriverà presumibilmente entro breve”, continua Gonnella. Abbiamo fatto i conti, è proprio così: se gli ingressi in carcere dovessero continuare mantenendo la media di agosto, con 28 ristretti in più al giorno, si supererebbero entro il 31 dicembre 2026 le 69mila unità. “Le celle più sovraffollate sono in Puglia (183,8%), Basilicata (168,1%), Molise (161,6%) e Lombardia (160,2%)”, prosegue. Sono diventati 85 gli istituti con un affollamento superiore al 150%, “tra cui spiccano Lucca (251,4%), Milano San Vittore (225,8%), Foggia (224,2%), Latina (215,6%), Brescia Canton Monbello (209,9%), Lodi (209,3%), Altamura (202%), Taranto (200,2%)”. “Porre al centro del dibattito pubblico la questione carceraria” - Gonnella sottolinea: “C’è bisogno di porre al centro del dibattito pubblico la questione carceraria in tutta la sua gravità e di farlo da subito. Chiunque vincerà le elezioni nel 2027 rischia di avere a che fare con un’eredità drammatica”. Da quando si è insediato il Governo Meloni, le persone detenute sono passate da 56.225 del 31 ottobre 2022 a 65.661 del 31 agosto 2026: 9.436 in più. “I numeri sono in crescita, i posti sono fermi. E le istituzioni politiche, tutte, insieme alla Magistratura, continuano a non occuparsene” dice Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino. Nello stesso periodo, i posti regolamentari sono passati da 51.174 a 51.220: appena 46 posti in più. Ancora più grave: i posti regolamentari effettivamente agibili sono scesi da 47.474 a 46.181, cioè 1.293 in meno. “Il sovraffollamento effettivo è passato dal 118,4% a 142,1%. Non è un’emergenza improvvisa, è una crescita documentata e ignorata”, sottolinea Bernardini. Pagano: “Non c’è una strategia di fondo” - “Non ci sono più parole. Se qualche mese fa la situazione dei penitenziari era drammatica, oggi il dramma è aumentato notevolmente”. Così commenta i nuovi dati del sovraffollamento carcerario Luigi Pagano, garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Milano. “Tutto sommato, mi sembra che le carceri, a parte qualche fenomeno, abbiano reagito abbastanza bene al grande caldo, forse perché oramai ci si adatta a tutto. Non vedo una strategia di fondo rispetto al problema penitenziario. Non c’è un progetto che tenga conto di tutte le componenti”, sottolinea. “La Corte costituzionale ha ripetuto tantissime volte che, se si creano nuove fattispecie penali e si aumenta il numero delle persone detenute, bisogna pensare che poi bisogna viverci nei penitenziari. E ci sono anche gli imputati, circa un terzo della popolazione, che vivono nelle carceri pur con un reato non verificato, senza una condanna, in attesa di giudizio, presunti non colpevoli costretti a vivere in una dimensione in cui il sovraffollamento è soffocante e in costante aumento”. Milano San Vittore: sovraffollato al 225,8% con due reparti chiusi da 20 anni - È il secondo istituto di pena più gremito d’Italia: San Vittore, sovraffollato al 225,8% ma con due reparti chiusi da 20 anni. “È un paradosso. A San Vittore ci sono due reparti chiusi dal 2006, l’ho fatto presente tante volte, prima da direttore, poi da provveditore e anche da vicecapo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, che non potevamo permetterci una situazione del genere, con le carceri sovraffollate”, dice il garante. “La sofferenza delle carceri ricade sugli operatori e sul personale di polizia penitenziaria, che sono esposti alle tensioni”. Ad agosto sei suicidi in carcere, 42 dall’inizio dell’anno - Secondo il dossier “Morire di carcere” di Ristretti orizzonti, sono 42 i suicidi tra le persone detenute dall’inizio dell’anno, sei nel mese di agosto. “Sicuramente un aumento dei suicidi è colpa del carcere, ma a volte c’è chi tende a leggere una diminuzione del numero di chi sceglie di togliersi la vita in cella come merito di un trattamento specifico: non è così”, sottolinea Pagano. “Il carcere è sempre carcere. Anche in una condizione ottimale, si potrebbe pensare a Bollate, se si aggiunge il sovraffollamento non c’è più una visione. Il carcere di Bollate era riuscito a mantenere una media di 1300 detenuti, ora ne conta 1620 (a fronte di 1267 posti regolamentari, ndr). E la sezione femminile è stata raddoppiata perché si è chiusa quella del carcere di Vigevano”. La legge per la detenzione in comunità - Il 5 agosto 2026 è stata approvata la legge n. 140 che consente alle persone detenute tossicodipendenti o alcoldipendenti di scontare la pena in comunità. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, durante il question time a Montecitorio, l’ha definito un “provvedimento epocale”. “Innanzitutto, la legge prevede l’istituzione di una specifica Commissione ministeriale che ha il compito di definire i criteri uniformi per certificare il nesso patologico tra la dipendenza e il reato commesso. E questa Commissione non c’è ancora. Poi ci devono essere le strutture. Prima di presentare una misura del genere come risolutiva, bisogna prima mettere le strutture nelle giuste condizioni. Con un aumento costante di persone detenute, non può essere solo questa la soluzione”, puntualizza Pagano. “Moltissimi familiari mi chiamano per cercare di sapere come sta il loro figlio, marito, fratello. Mi dicono spesso che i loro parenti reclusi hanno problemi di natura psichiatrica. Il carcere è molto più complesso di queste norme, che vanno benissimo. Ma le misure alternative già ci stanno, bisogna creare le condizioni. E andavano create prima”. Tossicodipendenze, la nuova legge parte con il freno: fondi per 500 detenuti su oltre 20mila di Antonella Ambrosio videonola.tv, 3 settembre 2026 Cinquecento possibili percorsi terapeutici aggiuntivi davanti a una platea che supera le ventimila persone detenute con problemi di dipendenza: è dentro questa distanza, molto più che nelle definizioni politiche che hanno accompagnato l’approvazione della norma, che si misura il primo limite della nuova legge sui tossicodipendenti in carcere, entrata in vigore il 21 agosto e destinata a introdurre nuove possibilità di accesso alla detenzione domiciliare per chi viene inserito in programmi terapeutici e socio-riabilitativi. A riportare il provvedimento alla dimensione dei numeri è Samuele Ciambriello, Garante campano delle persone private della libertà personale e portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali, secondo il quale i 19,4 milioni di euro previsti per il 2026 permetteranno di finanziare circa 500 posti aggiuntivi, una quota che supera di poco il 2 per cento rispetto all’intera popolazione carceraria interessata da problemi di tossicodipendenza o alcoldipendenza. Un dato che, per Ciambriello, ridimensiona anche la rappresentazione della legge come una sorta di misura generalizzata di alleggerimento delle carceri: “Altro che indulto mascherato”, osserva il Garante, ricordando che l’accesso ai nuovi percorsi non sarà automatico e continuerà a passare attraverso la valutazione della magistratura, oltre che dalla presenza di un programma terapeutico concreto e verificabile. La legge 5 agosto 2026, numero 140, costruisce infatti un percorso alternativo alla permanenza ordinaria in carcere per persone tossicodipendenti o alcoldipendenti, prevedendo programmi residenziali o semiresidenziali che potranno svolgersi anche attraverso i SerD e le comunità accreditate, con l’obiettivo di affiancare alla pena un trattamento capace di incidere sulle cause della dipendenza e sul rischio di una successiva ricaduta nel circuito criminale. È proprio questo, secondo Ciambriello, l’elemento più significativo della riforma, perché sposta l’attenzione dalla dipendenza considerata esclusivamente come comportamento individuale alla dipendenza riconosciuta come patologia, senza per questo cancellare la responsabilità penale di chi ha commesso un reato. La nuova normativa, dunque, apre una strada che fino a oggi è rimasta troppo stretta, ma il rischio è che la distanza tra ciò che la legge promette e ciò che le risorse permettono effettivamente di realizzare finisca per lasciare fuori proprio la parte più consistente delle persone alle quali la riforma dovrebbe rivolgersi. Carcere: il pm “vede”, e poi? di Valter Vecellio L’Opinione, 3 settembre 2026 Il quotidiano bolognese Il Resto del Carlino, un paio di giorni fa ha pubblicato una significativa intervista a un magistrato, il pubblico ministero Marco Imperato. Il titolo dell’intervista, curata da Chiara Gabrielli, è già un programma: Viaggio alla Dozza, il pm: “In carcere non si respira”. Imperato il 24 agosto scorso ha fatto parte della delegazione che ha visitato il carcere bolognese della Dozza. Al termine ha dichiarato: “Lì non si respira, non mi aspettavo nulla di diverso. Ma un conto è conoscere un problema in modo astratto, altro conto è toccarlo con mano. Vedi queste persone sedute, immobili, lo sguardo nel vuoto. È qualcosa che distrugge. Possibile, viene da chiedersi, non ci sia un modo migliore di impiegare il tempo? Il tutto in un contesto di sovraffollamento e degrado. Se lo scenario è questo, come possiamo pensare che, quando i detenuti finiscono di scontare la pena, possano uscirne migliorati e poi reinserirsi nella società, come ci chiede l’articolo 27 della Costituzione? Chiunque uscirebbe prostrato da una simile esperienza”. In buona sostanza, il magistrato ha preso atto di condizioni di diffusa e radicata illegalità, una palese, non episodica, violazione dell’articolo 27 della Costituzione e delle più elementari norme sulla dignità e incolumità della persona. Una situazione che, chi ha un po’ di conoscenza del mondo carcerario, che non è solo esclusiva del carcere della Dozza. Ma visitando il carcere della Dozza il dottor Imperato ha preso atto, di “un problema non in modo astratto, ma toccandolo con mano”. A questo punto: dopo averlo fatto, dopo aver toccato con mano questa illegalità diffusa e radicata, dopo averne dato conto al Resto del Carlino, che è accaduto? Si va dal capo della procura per sollecitare un’indagine che accerti le responsabilità, dolo e colpa per quello che accade? In questo caso, non scatta l’obbligatorietà dell’azione penale? Ad ogni modo, è lodevole che un magistrato sia andato in visita in un carcere; c’è da augurarsi che l’esempio del pubblico ministero Imperato sia seguito da tanti altri suoi colleghi. Perché è vero: un conto è conoscere un problema in modo astratto, altro toccarlo con mano. Vittime di malagiustizia rimborsate dallo Stato: l’alternativa di Forza Italia alla responsabilità civile di Errico Novi Il Dubbio, 3 settembre 2026 La strada è aperta e Forza Italia intende percorrerla in ogni caso. La proposta sui risarcimenti alle vittime di malagiustizia sarà presentata dagli azzurri, come disegno di legge, alla riapertura dei lavori di Montecitorio. Primo firmatario dovrebbe essere il presidente dei deputati di FI, Enrico Costa. È un’idea dal potenziale spiazzante, per gli alleati prima ancora che per l’opposizione. Innanzitutto perché ripropone sotto altra veste il nodo degli errori giudiziari e, soprattutto, della responsabilità civile dei magistrati: se un cittadino ha diritto a vedersi ricompensato anche il mero indebito coinvolgimento in un processo penale, viene abbattuto il principio, caro a una parte dell’Anm, per cui l’errore giudiziario sarebbe “un fisiologico effetto collaterale della giurisdizione”. A ricordare che spesso la magistratura associata liquida così le sofferenze patite da un cittadino innocente sottoposto a un processo è stato proprio Costa in una dichiarazione rilasciata due giorni fa al Dubbio. Alcuni giudici penali e alcuni pm rifiutano l’idea per cui una persona debba essere protetta, ed eventualmente ristorata, dal “fisiologico dispiegarsi della macchina giudiziaria”. Ma questa pretesa di ineluttabilità della disavventura penale è discutibile: sembra piuttosto da Stato paternalistico, se non autoritario. Non a caso la stessa Anm si era opposta, con fermezza, persino alla legge Tortora, che se approvata in via definitiva al Senato istituirebbe la “Giornata per le vittime degli errori giudiziari”. Con l’idea di Costa si va anche oltre il memento: si toccano le casse dello Stato. E di fatto si ripropone l’idea di una responsabilità più stringente per la magistratura, seppure in forma diversa: non sono più il giudice o il pm a pagare in modo più o meno immediato per le colpe gravi o le negligenze, ma la collettività. Il che però amplifica la la percezione dell’errore giudiziario. Gli conferisce corporeità, lo rende tangibile. Ed è chiaro che un magistrato non resterebbe del tutto indifferente all’idea che i cittadini pagherebbero di tasca loro, se lui valutasse in modo clamorosamente travisato un fatto o un’ipotesi penale. È evidente la ragione per cui la proposta è politicamente spiazzante per il centrodestra: fa rientrare dalla porta l’irrigidimento della responsabilità civile di cui il governo si era felpatamente sbarazzato dalla finestra. Al momento, all’iniziativa dei berlusconiani non corrispondono reazioni da parte delle altre forze di centrodestra. D’altronde, dalle parti di Tajani escludono che i risarcimenti agli imputati poi assolti (e anche a chi sia stato ingiustamente inibito dall’esercizio di una professione, o a chi abbia visto la propria azienda depauperata dopo un sequestro) possa suscitare grandi entusiasmi, fra gli alleati. Né i forzisti immaginano che i risarcimenti possano diventare magari una contropartita concessa da Fratelli d’Italia per ottenere il ritorno delle intercettazioni a strascico, cioè la cosiddetta norma Melillo. All’unico vertice in cui si era tentato di mediare sugli “ascolti”, la premier Giorgia Meloni aveva provato, in effetti, a prefigurare con Tajani un “piano finale” sulla giustizia che comprendesse sia la modifica invocata dal procuratore nazionale Antimafia sia un ampliamento della colpa grave per i magistrati, poi non se n’è fatto nulla. In ogni caso l’idea di risarcimenti estesi oltre il tradizionale confine dell’irragionevole durata del processo (che vale ovviamente anche per le cause civili) e dell’ingiusta detenzione difficilmente troverà accoglienza da parte di Fratelli d’Italia e Lega anche considerate le settimane residue di legislatura, ornai prossime a contarsi sulle dita delle mani. FI però ne farà comunque una battaglia. Esattamente come insisterà sul ritorno alla prescrizione sostanziale e sui limiti ai pm nel sequestro degli smartphone. Saranno bandiere di una campagna elettorale liberale e libertaria a cui i berlusconiani già si preparano. Nello specifico, i risarcimenti per le vittime di malagiustizia potranno partire da una pur limitata base normativa già vigente, vale a dire il rimborso per le spese legali agli “assolti con formula ampiamente liberatoria”. Il fondo che assicura un recupero almeno parziale degli esborsi sostenuti dagli innocenti per la propria difesa penale esiste dal 2021, grazie a un’iniziativa, guarda caso, dello stesso Enrico Costa. Ha avuto un rodaggio faticoso, ma dopo un paio di annualità in cui le domande di rimborso e le risorse erogate da via Arenula erano rimaste incagliate a un livello molto basso, nel 2024 e nel 2025 il dicastero guidato da Carlo Nordio ha potuto conseguire una maggiore adesione al beneficio. Certo, la possibilità di vedersi ristorate non solo le spese legali in senso stretto ma la pena stessa sofferta per la condizione di imputato innocente ha tutte le carte in regola per raggiungere, tra i potenziali beneficiari, un successo assai maggiore. Sempre che nella prossima legislatura FI non si trovi davvero sola a predicare nel deserto del garantismo. Sul caso Torino penalisti e Anm contro Nordio: “Ispezione spot” di Valentina Stella Il Dubbio, 3 settembre 2026 Giù le mani dall’indipendenza del giudice: è il messaggio lanciato da magistratura e avvocatura contro la decisione di due giorni fa del ministro della Giustizia Carlo Nordio di inviare gli ispettori al Tribunale di Torino. Nell’ufficio del capoluogo piemontese, una gip ha disposto l’obbligo di firma, non convalidando il fermo di polizia, per un cittadino accusato di aver palpeggiato i seni di una tredicenne. “Sono stati diversi gli attacchi scomposti da parte di autorevoli esponenti del governo, che sono andati oltre la critica”, ha dichiarato Giuseppe Tango, presidente dell’Anm. “Ed è questo che stigmatizziamo con forza, così come riteniamo del tutto non ortodosso l’invio degli ispettori, che non hanno il compito di valutare il merito dei singoli procedimenti”, ha proseguito il magistrato. “Il ruolo della giurisdizione - ha scritto pure l’Anm locale del Piemonte - non è coadiuvare il governo nella sua azione, bensì quello di applicare la legge senza inseguire consensi”. “Ancora una volta, il solito schema”, ha aggiunto Giovanni Zaccaro, segretario della corrente AreaDg: “Una decisione non gradita, sicuramente criticabile, un poco di putiferio mediatico e subito il ministro annuncia ispezioni, che fra qualche settimana finiranno senza esito nel silenzio generale. Da tempo si discute di riformare il giudizio di appello, abbiamo capito che il ministro Nordio vuole introdurre un nuovo mezzo di impugnazione: l’ispezione ministeriale”, ha concluso la toga progressista. Due giorni fa erano andati all’attacco della gip sia la premier Giorgia Meloni che il leader della Lega Matteo Salvini. Ma critiche erano giunte persino dal Partito democratico, che aveva annunciato una interrogazione parlamentare rivolta proprio al guardasigilli rispetto a un fatto ritenuto “molto grave”. Comunque, anche per la giunta dell’Unione Camere Penali Italiane “appare del tutto privo di giustificazione e rischia di tradursi in un’indebita pressione sull’autonomia del potere giudiziario” l’atto di via Arenula. “Gli ispettori vengano mandati dove occorre accertare abusi e responsabilità, non dove possono servire a raccogliere consenso elettorale”. Aggiunge al Dubbio il presidente dell’Ucpi Francesco Petrelli: “È inutile declamare l’indipendenza della giurisdizione se poi, ogni volta che non si è d’accordo con la decisione di un giudice, la collettività insorge e si mandano gli ispettori. Un Paese che ha saldi i principi del processo accusatorio sa che il giudice non è esecutore della volontà del pubblico ministero e che quando valuta erroneamente un fatto è il codice stesso a offrire un rimedio attraverso le impugnazioni. Al contrario ogni vicenda giudiziaria in questo Paese diviene occasione di propaganda e di inutile strumentalizzazione politica”. Insomma, la vicenda torinese riesce a ricompattare magistrati e avvocati dopo le asprezze referendarie, e lo fa proprio in difesa dell’autonomia e dell’indipendenza dei giudici che ciascuno, ma su fronti opposti, aveva cercato di difendere in vista del voto del 22 e 23 marzo. Adesso le toghe tutte si uniscono contro l’iniziativa di Nordio, che pare indirizzata più a compiacere il sentimento forcaiolo del popolo che a difendere i principi dello Stato di Diritto, come consentono invece le impugnazioni. E infatti la Procura di Torino ha deciso di rivolgersi al Tribunale del Riesame contro il provvedimento della gip, la quale, pur ritenendo sussistenti i gravi indizi di colpevolezza e un concreto e attuale pericolo di reiterazione, ha valutato sufficiente una misura meno afflittiva del carcere, valorizzando l’incensuratezza, il comportamento collaborativo e la resipiscenza dell’indagato. Tutto fisiologico nei corridoi dei tribunali, meno in quelli della politica. Politica, sia di maggioranza che di opposizione, che va completamente in tilt dinanzi a fatti riguardanti la violenza di genere. Per mesi la destra ha sponsorizzato il Sì alla separazione delle carriere per ottenere la vera indipendenza del giudice dal pm poliziotto. Ora che un gip contraddice un requirente, viene massacrato perché la sua decisione non piace. La sinistra da par suo negli stessi mesi ha difeso, con in mano la Costituzione, l’autonomia della magistratura contro i tentativi di asservimento del potere giudiziario a quello politico. E ora si dimentica tutto e si appella proprio al guardasigilli per far luce sulla decisione della giudice torinese. Quale migliore cortocircuito! Intanto “Pedofilo infame, in mano al popolo” è la scritta con vernice spray verde comparsa ieri sulle serrande abbassate del minimarket di Torino dove lavora(va) l’uomo accusato dalla ragazzina. Contro la decisione della gip, anche Prince Howlader, portavoce della comunità bengalese e presidente dell’associazione islamica Giovani per l’Umanità: “Quanto accaduto a Torino è una cosa molto grave, non capiamo come mai una persona che commette un reato del genere possa essere rilasciato immediatamente”. E a tuonare, quasi con riflesso pavloviano, contro l’Anm ci ha pensato il solito senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri: “Diciamo alla Anm nazionale e alla Anm locale che non c’è il dovere di sbagliare come regola permanente. Dalla standing ovation per Ranucci si può passare a qualche condotta migliore, ammettendo che la valutazione fatta a Torino è stata gravemente sbagliata e inopportuna. Sono queste decisioni errate che poi alimentano tensioni sociali che vanno contrastate e, soprattutto, prevenute”. Forse non si è accorto che l’avvocatura la pensa come l’Anm. Il Gip collegiale serve eccome, l’assedio alla magistrata torinese è l’ultima prova di Tiziana Maiolo Il Dubbio, 3 settembre 2026 Ci sono situazioni di palese pericolosità per l’incolumità degli altri, ma fuori dai casi limite tutto il resto è interpretazione e spesso questione di sensibilità dello stesso giudice. La custodia cautelare in carcere andrebbe limitata al massimo. E soprattutto, come prescrive una norma voluta dallo stesso ministro Carlo Nordio, a decidere di privare della libertà un cittadino prima del processo, dovrebbe essere un organo collegiale e non un giudice monocratico. Ci sono situazioni di palese pericolosità per l’incolumità degli altri, caso tipico quello di chi si metta all’improvviso a sparare sulla folla, in cui è evidente la necessità di isolare il comportamento violento. Ma, fuori dai casi limite, tutto il resto è interpretazione e spesso questione di sensibilità dello stesso giudice. Il caso del cittadino di nazionalità bengalese residente a Torino, accusato di aver molestato, con modalità che sia il codice penale che la giurisprudenza qualificano come violenza sessuale, una ragazzina di tredici anni, è di quelli da esaminare con cura. C’è prima di tutto un aspetto di vera violenza mediatica, che andrebbe corretto, come ha già rilevato Simona Musco. Perché titolare “ragazzina stuprata, il giudice assolve il violentatore”, è aggiungere olio al fuoco. Sostanzialmente dice il falso. E vincola la stessa vittima a un marchio che lei stessa farebbe fatica a comprendere. Il reato c’è ed è dimostrato, come scrive la stessa giudice, di cui per fortuna, visti i tempi di gogne feroci, nell’ordinanza diffusa alla stampa è stato oscurato il nome. L’indagato, un quarantenne nato in Bangladesh e residente a Torino, è commesso in un minimarket, dove la ragazzina va a comprare dei succhi di frutta per i fratelli. L’approccio ha poco di innocente, lui le chiede l’età, quindi sa di avere a che fare con una ragazza poco più che bambina. Non occorre conoscere il codice penale e neppure essere italiani di nascita per immaginare che l’approccio di un adulto nei confronti di un’adolescente ha qualcosa di poco sano. Ma si va oltre all’avvicinamento verbale e a un abbraccio, c’è quella mano sul seno che non può essere contrabbandata per gesto innocente. Il quadro, dopo lo choc della ragazza e la denuncia della madre, è chiaro. Lo è soprattutto nelle parole della vittima, che la giudice riporta testualmente nell’ordinanza. “Mi sono sentita disgustata e avevo sensi di nausea, pertanto ho chiamato subito mia madre e l’ho informata di questo e a un certo punto dallo shock mi sono come bloccata e non riuscivo più a muovermi”. Sulla sua deposizione non ci sono dubbi, né il suo racconto presenta ambiguità o incertezze. Non siamo per fortuna di fronte a uno di quei casi in cui il primo esercizio, a volte anche giornalistico, è quello di mettere in discussione la parola della donna. Infatti è la stessa giudice a scrivere che “le dichiarazioni rese dalla persona offesa risultano intrinsecamente credibili, giacché logiche, precise e non contraddittorie”. Del resto lo stesso molestatore non potrà negare, dal momento che ogni attimo del suo sgradito approccio è registrato dalle telecamere del minimarket, che anzi segnalano come, poco prima di esercitare violenza sulla ragazzina, lo stesso commesso avesse insidiato un’altra acquirente, una signora sui quarant’anni, che si era subito allontanata dal negozio. “Quadro gravemente indiziario”, dunque. E nessun dubbio sulla qualificazione del reato. È violenza sessuale. Il problema è nato, a quanto pare, nell’interpretazione data dalla giudice sulla misura cautelare da applicare nei confronti dell’indagato. Il quale deve essere apparso, dopo l’indimenticabile esperienza di due giorni di carcere (che possono sembrare poca roba solo a chi non li ha mai vissuti), come sufficientemente traumatizzato. E, in difesa della giudice, che naturalmente è già stata sufficientemente bastonata non solo dalle belve da tastiera ma dall’intero mondo politico senza differenza di colore, possiamo solo chiederci quanta sia l’utilità del carcere in questo caso. L’indagato è parso affranto, per quanto, non dimentichiamolo, recidivo nell’arco di pochi minuti. “Ho sbagliato - ha detto alla gip - non ho mai commesso reati, è la prima volta che mi succede e sono molto dispiaciuto per l’accaduto. Non succederà mai più nulla del genere”. Affermazione ardita, quanto meno. Ha comunque fatto scandalo la decisione della giudice di tramutare la custodia in carcere nell’obbligo di firma. Nella speranza, dice il provvedimento, che “un contatto diretto con le istituzioni” sia “suscettibile di sensibilizzare l’indagato in merito alle violazioni delle norme commesse”. Escluso, rispetto al commesso, il pericolo di fuga - perché si nota giustamente che dovrebbe essere concreto e attuale, saltato il rischio di inquinamento delle prove - forse perché le registrazioni parlano chiarissimo - resta, tra le previsioni dell’articolo 274 del codice di procedura penale, il punto dolente della reiterazione del reato. La giudice sottolinea la gravità della vicenda, visto il comportamento ripetuto e la minore età della ragazzina, e conclude che il quadro “evidenzia la difficoltà dell’indagato a contenere i propri impulsi”. Però. C’è un però grande come un grattacielo, su cui riflettere. Tutti, magistrati, politici, giornalisti e anche gli ispettori mandati dal ministro Nordio. La giudice indica quattro ragioni che l’hanno decisa a derubricare la custodia in carcere e sostituirla con una semplice firma: l’indagato è incensurato, ha collaborato a mostrare le registrazioni, è stato già traumatizzato da un arresto che potrebbe avere effetto deterrente, e ha mostrato resipiscenza rispetto al proprio comportamento. Comprensibile il ragionamento e anche la decisione della gip, per molti di noi. Ma prima di poterla condividere, due interrogativi rimangono. Il primo: siamo sicuri che sia sufficiente frequentare un commissariato di polizia per capire il danno fatto e rompere i contatti mentali e comportamentali con una sub-cultura che ha radici lontane? Ma, d’altro canto, ecco il secondo interrogativo: è proprio il carcere lo strumento più adatto per il cambiamento di cultura e di certe abitudini? Parma. Tragedia in via Burla, detenuto 46enne si impicca in cella e muore all’Ospedale Maggiore parmatoday.it, 3 settembre 2026 Il decesso è avvenuto nella giornata di martedì 1° settembre. La vittima è Ben Assen Adnane. Suicidio nel carcere di Parma. È deceduto martedì 1° settembre, all’Ospedale Maggiore di Parma un detenuto di 46 anni di origine tunisina che si è impiccato nel carcere di via Burla di Parma nella giornata di giovedì 27 agosto. L’uomo, trasportato in gravissime condizioni di salute nel reparto di Rianimazione, non ce l’ha fatta. L’uomo si trovava in una sezione di isolamento. I suicidi accertati da inizio anno in regione sono quattro, più altre quattro morti da verificare. “Preoccupa che i suicidi in Emilia-Romagna riguardino frequentemente persone straniere, giovani e collocate in sezioni sanitarie oppure di isolamento, ovvero in luoghi dove la sofferenza derivata dalla detenzione amplifica i suoi effetti”, commenta il garante regionale per i detenuti, Roberto Cavalieri. Pordenone. Detenuto 19enne morto in carcere. Il messaggio sul muro: “Tito vive x sempre”. di Olivia Bonetti Il Gazzettino, 3 settembre 2026 Karam Mohamed Mamdouh Khodar è deceduto il 17 agosto dopo aver appiccato il fuoco nella sua cella. Cinque agenti penitenziari sono indagati. È comparsa ieri, sul muro di cinta del carcere di Pordenone, proprio sotto le finestre della cella dove si è spento a soli 19 anni Karam Mohamed Mamdouh Khodar. Una frase breve, scritta con la vernice nera: “Tito vive x sempre”. E una firma “4L”. “Tito” era il nome con cui era conosciuto il giovane detenuto egiziano del carcere Castello morto la sera del 17 agosto scorso per il fumo scatenato dall’aver appiccato il fuoco a un materasso della cella e aver rifiutato i soccorsi barricandosi in bagno. Questi sono giorni di lutto, dopo il nulla osta alla sepoltura, arrivato giovedì scorso, dopo la preghiera e il lavaggio del corpo previsto dalla cerimonia della tradizione islamica con l’imam che si è svolta sabato alla cella mortuaria di Pordenone. Poi il rimpatrio della salma del 19enne arrivata a casa, in Egitto, martedì. Ieri la cerimonia con la famiglia nel paese d’origine, nel governatorato di Sharqia. Forse proprio queste ore di cordoglio hanno spinto alcuni amici a dar sfogo al dolore e al ricordo con quella scritta. Un filone che si affianca a quello dell’inchiesta principale in cui sono indagati 5 agenti di polizia penitenziaria per l’ipotesi di cooperazione in omicidio colposo omissivo. L’indagine potrebbe allargarsi, alla luce degli accertamenti ancora in corso. Gli inquirenti stanno procedendo con l’acquisizione e l’analisi delle immagini delle telecamere, dei telefoni e di altro materiale utile a ricostruire le ultime ore di “Tito”, oltre ai rilievi tecnici e agli esami disposti nell’ambito dell’indagine. L’autopsia ha fornito i primi elementi agli inquirenti, che dovranno ora integrarli con gli altri accertamenti. Nel mirino anche chi fosse tenuto a garantire che materiali e dotazioni a disposizione fossero idonei e conformi agli obblighi previsti. La responsabilità dell’amministrazione penitenziaria riguarda infatti anche la custodia e la tutela delle persone detenute. Per questo gli accertamenti potrebbero estendersi, qualora emergessero elementi in tal senso e i materassi risultassero inidonei, anche ad altre posizioni e livelli di responsabilità. La famiglia del ragazzo deceduto si è affidata all’avvocato Martino Benzoni. Karam Mohamed Mamdouh Khodar era nato il 4 giugno 2007 in Egitto. Le sue origini erano nel governatorato di Sharqia, nella parte nord-orientale del Paese, nato a Belbeis. Era residente a Menyat Salmant, un villaggio appartenente al Centro di Belbeis. Per la madre, che vive in Egitto, era semplicemente “Tito”. Lo chiamava così durante le lunghe videochiamate, cercando di mantenere un filo con il figlio nonostante la distanza. Il muro, con quella scritta comparsa ieri, racconta ora una parte di questa storia. Tito vive, dice la vernice. E quel nome continua a parlare proprio nel luogo in cui il ragazzo ha trascorso i suoi ultimi giorni. Siracusa. Carcere di Cavadonna, lo scontro diventa politico di Francesco Nania La Sicilia, 3 settembre 2026 All’interrogazione di Nicita (Pd) rispondono i parlamentari Cannata e Sallemi (Fdi): il sottosegretario pronto a visitare il carcere e il governo ha già preso visione delle numerose emergenze. L’ennesima rivolta all’interno di Cavadonna riaccende i riflettori sulle condizioni del carcere siracusano e apre un nuovo fronte di dibattito politico. Da una parte l’interrogazione presentata al ministro della Giustizia dal senatore del Pd Antonio Nicita, dall’altra la replica dei parlamentari di FDI Salvo Sallemi e Luca Cannata, che rivendicano l’attenzione del Governo Meloni e annunciano a breve la visita a Siracusa del sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni. Al centro dell’interrogazione di Nicita ci sono le principali criticità che da tempo interessano l’istituto penitenziario: il sovraffollamento, la carenza di personale della Polizia penitenziaria e il mancato completamento delle funzioni gerarchiche della struttura. Il senatore Dem ha chiesto al Governo di riferire sui dati aggiornati relativi alle presenze dei detenuti, alla capienza effettiva dell’istituto e alla consistenza degli organici, ma anche sui tempi necessari per completare l’assetto gerarchico della casa circondariale. Nell’interrogazione vengono, inoltre, richieste informazioni sullo stato degli interventi di manutenzione straordinaria, sul potenziamento dell’assistenza sanitaria e psichiatrica e sulle iniziative che il Dipartimento dell’amministrazione Penitenziaria intende adottare per migliorare la qualità del vitto e regolamentare i criteri del sopravvitto, anche attraverso il raccordo con la Regione per quanto riguarda l’ingresso dei generi alimentari. La replica di Fratelli d’italia. “Sulla situazione di Cavadonna l’attenzione del Governo è massima”, sottolineano Sallemi e Cannata. I due parlamentari assicurano che il Dap ha già attivato “misure organiche, sinergiche ed efficaci” e annunciano una linea di fermezza nei confronti dei responsabili dei disordini: “Contro chi ha fomentato la rivolta vi sarà la massima severità e tolleranza zero”. Sul tema interviene anche il deputato regionale di Forza Italia, Riccardo Gennuso, che pone l’accento soprattutto sulle condizioni in cui opera la Polizia penitenziaria. “L’ennesima rivolta all’interno del carcere di Cavadonna dimostra quanto sia delicata e preoccupante la situazione”. Per il parlamentare regionale, gli ultimi disordini non possono essere considerati un episodio isolato, ma rappresentano “l’ennesima situazione di forte tensione che coinvolge il carcere di Cavadonna”. Ma l’emergenza sicurezza non riguarda soltanto gli agenti. Il clima di tensione e i continui disordini vengono vissuti con forte disagio anche dal personale sanitario che presta servizio all’interno dell’istituto. La Funzione Pubblica della Cgil, già diversi mesi fa, aveva chiesto un incontro alla Direzione del carcere, senza però ricevere risposta. Nella nota erano state evidenziate carenze strutturali e di organico che, secondo il sindacato, si trascinano da tempo: dagli ascensori non funzionanti ai problemi organizzativi, passando per il sovraffollamento che costringe spesso infermieri e altro personale sanitario a lavorare in condizioni di disagio e senza un’adeguata sorveglianza da parte del personale di sicurezza. A rendere ancora più difficile il quadro, negli ultimi mesi, sono intervenuti anche problemi agli impianti di climatizzazione, risultati insufficienti o non funzionanti, insieme all’esasperazione dei detenuti e a quelle che il sindacato definisce carenze nelle misure organizzative. “Il personale medico e infermieristico - spiega Sabina Zuccaro - subisce oggi un forte disagio dovuto non solo alle già segnalate, ma mai affrontate, carenze di organico, ma anche alle ulteriori assenze per malattia del personale coinvolto nei disordini”. Nonostante le difficoltà, l’attività sanitaria non si è mai fermata. Treviso. Il carcere è sovraffollato ma la burocrazia frena: ecco il piano di ampliamento di Rossana Santolin La Tribuna, 3 settembre 2026 Il progetto per utilizzare gli spazi dell’ex Istituto penale minorile non partirà prima della fine del 2027. A Santa Bona il sovraffollamento sfiora il 175% e mancano anche agenti di polizia penitenziaria. La burocrazia frena il progetto di ampliamento del carcere di Treviso. Prima di poter usufruire degli spazi dell’ex Istituto penale minorile (Ipm) potrebbe volerci un anno. I detenuti a Santa Bona sono attualmente 228, a fronte di una capienza massima di 130 unità. L’indice di sovraffollamento, come evidenziato nella relazione diffusa dalla Camera penale trevigiana “Guido Sorbara”, sfiora il 175%, posizionandosi al di sopra della media nazionale del 140%. La situazione rende ancora più urgente la realizzazione del progetto di espansione della casa circondariale sfruttando gli spazi dell’ex Ipm rimasti vuoti dopo il trasferimento a Rovigo a febbraio. Questioni meramente formali stanno frenando il progetto che non vedrà la luce prima della fine del 2027. Fino ad allora i detenuti rimarranno stipati nelle celle, con tre docce per 80 persone come accade al primo piano del reparto circondariale. L’affollamento da un lato, il vuoto imposto dalle carte dall’altro. Manca il via libera - All’atto del trasferimento l’immobile infatti è stato assegnato al Demanio, allungando i tempi di consegna al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Per un via libera all’allargamento bisognerà attendere l’atto formale di assegnazione dell’ex Ipm alla casa circondariale di Treviso. Nel frattempo il vecchio Istituto penale per minorenni si presenta come una scatola vuota, ad eccezione della parte adibita a Centro di prima accoglienza. La struttura, concentrata in una piccola porzione dell’edificio, è destinata a minorenni che vengono arrestati o posti in stato di fermo fino all’udienza di convalida. La situazione è così da febbraio quando dopo anni di annunci e progetti, il trasferimento del carcere minorile a Rovigo è diventato realtà. Le ricadute sul personale - Il sovraffollamento e l’assenza di spazi idonei ha ricadute tanto sui detenuti quanto sul personale della casa circondariale. A pieno regime il personale di polizia penitenziaria nel carcere di Treviso prevedrebbe 159 unità. Attualmente gli agenti in servizio a Santa Bona sono 127, una trentina in meno rispetto al dovuto. Viene a crearsi così l’ennesima fonte di criticità e disagio. Gestire un numero di detenuti di quasi il doppio rispetto alla capienza massima rende complesse anche le operazioni di routine. Sovraccarico di lavoro e una difficoltà cronica nel coprire ferie e assenze per malattia sono all’ordine del giorno a Santa Bona. Turni pesanti e un contatto continuo con la sofferenza hanno un impatto forte sulla sfera psicologica degli operatori tra cui si moltiplicano le assenze per stati ansiosi. Le aggressioni al personale - Chi lavora a stretto contatto con i detenuti deve anche fare i conti con il rischio di subire violenze fisiche. Il fenomeno è un altro dei tanti punti critici evidenziati nella relazione della Camera penale trevigiana “Guido Sorbara” impegnati nei giorni scorsi in una doppia visita del carcere di Santa Bona, la seconda con i rappresentanti dell’associazione Nessuno Tocchi Caino. Guardando ai dati più recenti si contano 15 episodi di aggressione al personale di polizia penitenziaria, e due a quello sanitario. Come riportato dai penalisti trevigiani l’assistenza è garantita da dieci medici che coprono turni di 12 ore affiancati da cinque infermieri, due al mattino e due al pomeriggio mentre il presidio notturno è affidato ad un medico. La presenza notturna di un infermiere non è prevista. Unici gli specialisti presenti: un odontoiatra (12 ore a settimana) e uno psichiatra presente per tre ore a settimana. Curare il disagio mentale - Il disagio psichico è una delle piaghe che affliggono la popolazione carceraria. I detenuti con patologie psichiatriche conclamate sono una decina ma i numeri potrebbero essere molto più elevati. Chiedere aiuto medico di fronte a disturbi d’ansia e depressione non è un’azione automatica per i carcerati. Quando il problema si manifesta è troppo tardi. La relazione dei penalisti trevigiani fa riferimento a due tentativi di suicidio e undici casi di autolesionismo. Gli avvocati segnalano in aggiunta il l’abuso di farmaci, nonché di comportamenti forieri di dipendenza. Per contrastare questo problema il carcere ha avviato un progetto per l’eliminazione di farmaci quali Rivotril e Subutex - utilizzati in alcuni casi dai detenuti come moneta di scambio - con risultati positivi. “Ci siamo trovati davanti a un cimitero dei vivi” commenta senza mezzi termini il presidente della Camera penale trevigiana, Simone Guglielmin. “È il momento di ripensare l’essenza stessa del carcere che non è più adeguata agli standard culturali e sociali della nostra società”. La “Guido Sorbara” ha proposto la creazione di un tavolo permanente con le istituzioni per affrontare le criticità delle carceri. Pordenone. 51 detenuti per 37 posti: “Da un anno nessuna risposta dalla Giunta” di Filippo Tomei diariofvg.it, 3 settembre 2026 Carcere di Pordenone, Conficoni chiede alla Giunta risposte su sovraffollamento, garante dei detenuti e nuova struttura di San Vito. A un anno dal deposito dell’interrogazione sulla situazione del carcere di Pordenone, il consigliere regionale Nicola Conficoni (Pd) torna a chiedere risposte alla Giunta. Secondo l’esponente dem, il recente decesso di un detenuto rende ancora più urgente fare chiarezza sulle criticità della struttura di piazza della Motta, sui tempi del nuovo carcere di San Vito al Tagliamento e sulla nomina del garante dei detenuti. “Interrogazione ancora senza risposta” - Conficoni segnala che l’interrogazione, depositata nel 2025, risulta ancora in sospeso. “Restano irrisolti - afferma - i nodi relativi alla nomina del garante dei detenuti, ai tempi di realizzazione della nuova casa circondariale di San Vito al Tagliamento e alla procedura di sdemanializzazione del Castello di Pordenone”. Su quest’ultimo punto il consigliere ricorda anche la petizione assegnata alla commissione competente nel febbraio 2024 e, secondo quanto riferito, mai trattata. Una situazione che Conficoni considera in contrasto con il regolamento consiliare. I dubbi sui tempi del nuovo carcere - Il consigliere regionale richiama inoltre le dichiarazioni sul futuro carcere di San Vito al Tagliamento. Il ministro Ciriani, ricorda Conficoni, aveva ipotizzato la conclusione dei lavori entro il 2026 e l’entrata in funzione nel 2027. Successivamente il viceministro della Giustizia avrebbe indicato la primavera del 2027 come termine per la chiusura del cantiere. Secondo Conficoni, tuttavia, lo stato di avanzamento dell’opera continua a delineare “un quadro di incertezza” che penalizza il territorio. Sovraffollamento e carenza di agenti - Nel frattempo resta critica, secondo il consigliere dem, la situazione della casa circondariale di piazza della Motta. Conficoni ricorda che già lo scorso anno erano presenti 51 detenuti a fronte di una capienza di 37 posti, oltre a una significativa carenza di agenti, condizioni rilevate anche durante un sopralluogo dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”. Il consigliere sottolinea inoltre come non sia stato ancora perfezionato l’iter per la nomina di un garante dedicato alle persone recluse a Pordenone. Conficoni: “Servono dignità, sicurezza e trasparenza” - Resta aperta anche la questione della petizione per la sdemanializzazione del Castello, sottoscritta da mille cittadini e, secondo Conficoni, ancora non calendarizzata. “È indispensabile - conclude il consigliere regionale - che la Giunta risponda all’interrogazione e chiarisca quali iniziative intenda assumere per garantire dignità, sicurezza e trasparenza su un tema che riguarda l’intera comunità”. Prato. Ciisa: “Sicurezza e sanità penitenziaria devono procedere insieme” firenzedintorni.it, 3 settembre 2026 “Sicurezza e sanità penitenziaria devono procedere insieme”. Così, in una nota, la Federazione Ciisa Penitenziari secondo cui: “Le criticità emerse durante la visita istituzionale dell’assessora regionale alla sanità Monia Monni presso la casa circondariale di Prato - Dogaia riportano al centro dell’attenzione un tema che la Federazione Ciisa Penitenziari ritiene prioritario: la sicurezza connessa all’assistenza sanitaria delle persone detenute e ai trasferimenti presso le strutture ospedaliere”. Durante la visita è stata evidenziata la complessità della situazione della Dogaia, dove sono presenti circa 630 detenuti e oltre 200 operatori del sistema sanitario. Sono state inoltre evidenziate criticità relative agli spazi sanitari e alla sicurezza degli operatori, mentre la Regione ha indicato nella formazione, nella telemedicina e nel potenziamento delle prestazioni sanitarie interne alcuni degli strumenti per ridurre, quando possibile, gli accessi al pronto soccorso - prosegue la Federazione. La media indicata è di circa un trasferimento al giorno”. La Ciisa Penitenziari “pur non avendo partecipato alla visita istituzionale, ritiene importante che queste problematiche siano state portate all’attenzione pubblica e istituzionale”. “È positivo che venga riconosciuta la necessità di conciliare il diritto alla salute dei detenuti con la sicurezza degli operatori - dichiara il segretario generale della Federazione Ciisa Penitenziari, Romeo Chierchia. Ma adesso occorre trasformare questa consapevolezza in interventi concreti e strutturali”. “Quando un detenuto deve essere accompagnato in ospedale - prosegue Chierchia - non siamo più soltanto nell’ambito di una prestazione sanitaria. Entrano contemporaneamente in gioco la sicurezza del detenuto, degli operatori sanitari, degli appartenenti alla polizia penitenziaria, degli altri pazienti e di tutte le persone presenti nella struttura ospedaliera. Per questo è necessario intervenire prima che la situazione diventi emergenziale”. La Federazione “ritiene quindi necessario un confronto istituzionale finalizzato alla definizione di protocolli uniformi e realmente operativi per la gestione dei trasferimenti sanitari dei detenuti”. Novara. Il carcere apre le porte alla città: i detenuti salgono sul palco con Cabiria Teatro di Cecilia Colli lavocedinovara.com, 3 settembre 2026 Il carcere apre le porte alla città e affida ai detenuti il compito di raccontare ciò che accade dietro le sbarre, senza finzioni né sconti. Venerdì 11 e sabato 12 settembre, alle 17, nella Casa circondariale di Novara, andrà in scena “Abbracciare una stella”, spettacolo scritto e interpretato dai detenuti al termine del laboratorio teatrale condotto da Elena Ferrari e Mariano Arenella di Cabiria Teatro. È uno dei momenti più attesi dell’edizione 2026 delle “Notti di Cabiria”: un viaggio tra il peso delle scelte, il rapporto con la giustizia e la possibilità del riscatto, costruito attraverso le voci autentiche di chi il carcere lo vive ogni giorno. Sul palco le parole diventano pietre e i silenzi pesano come catene, ma anche nei luoghi più chiusi resta spazio per una luce fragile e ostinata. Lo spettacolo, realizzato con il contributo della Fondazione Banca Popolare di Novara e della Regione Piemonte, vedrà impegnati quindici detenuti, non soltanto come attori ma anche nella gestione del suono, delle luci e delle attività dietro le quinte. “Per la prima volta il laboratorio teatrale comprende anche figure che lavorano dietro le quinte e che hanno acquisito competenze spendibili una volta terminata la detenzione”, ha spiegato il direttore della Casa circondariale Mario Pieraldo, che ha raccolto un progetto avviato prima del suo arrivo. Il testo porta la firma di due detenuti. “Quando lo abbiamo letto era ancora un po’ acerbo, ma la struttura c’era già - hanno raccontato Ferrari e Arenella -. Abbiamo dovuto soltanto aggiungere alcuni passaggi. Siamo rimasti sorpresi dal livello professionale della scrittura e dalla passione con cui tutti hanno lavorato”. La vicenda ruota intorno a un uomo che chiede denaro a un amico, facendogli credere che serva per la figlia, mentre in realtà è destinato al gioco. Da quella menzogna prende forma una storia nella quale si intreccia anche un omicidio. Il resto, sottolineano i registi, dovrà essere scoperto dal pubblico durante lo spettacolo. Per Franco Zanetta, presidente della Fondazione Banca Popolare di Novara, il progetto affronta “un tema etico fondamentale, quello della rieducazione”. “Non c’è niente di meglio, per i detenuti, di un’attività capace di stimolare la creatività - ha osservato -. Esiste anche un tema di sicurezza: chi partecipa a questi percorsi ha meno probabilità di ricadere nelle stesse dinamiche. È inoltre un esempio concreto di sinergia tra pubblico e privato”. Anche il Comune sostiene l’iniziativa. “Il Comune c’è perché anche i detenuti sono cittadini e queste attività restituiscono loro pienamente la dimensione di persone - ha affermato l’assessora ai Servizi sociali Teresa Armienti -. Dobbiamo provare a eliminare il pregiudizio: è necessario un lungo percorso di rieducazione non soltanto per chi si trova in carcere, ma anche per i cittadini nei suoi confronti”. Il progetto non si fermerà alle due rappresentazioni di settembre. Alcuni detenuti parteciperanno anche a “Romeo e Giulietta opera ibrida” di Cabiria Teatro, già rappresentato lo scorso anno all’interno della Casa circondariale e in programma il 30 ottobre al Teatro Coccia. Sono previste due repliche: una al mattino, destinata alle scuole, e una serale aperta al pubblico. L’iniziativa rientra nel programma del Centro per la giustizia riparativa. Sul palco del Coccia saliranno anche due ex detenuti attualmente impegnati in un percorso di messa alla prova, che hanno scelto di continuare a far parte del progetto. La rappresentazione dell’11 settembre è già esaurita, mentre per quella di sabato 12 rimangono ancora alcuni posti. Per accedere alla Casa circondariale è obbligatorio inviare preventivamente una copia della carta d’identità all’indirizzo infocabiriateatro@gmail.com. San Vittore sul grande schermo: al Festival di Venezia un film interpretato da detenuti e agenti di Elisabetta Andreis Corriere della Sera, 3 settembre 2026 Protagoniste Lella Costa e Fiorella Mannoia. S’intitola “Caffè nero bollente”, come la canzone di Mannoia, il cortometraggio di Cinzia Pedrizzetti che sarà presentato al Lido. È stato girato interamente in un raggio abbandonato del penitenziario. A San Vittore persino innamorarsi è un lavoro da inventori. Niente cellulari, messaggi, fotografie da spedire. Uomini e donne non possono incontrarsi né sfiorarsi. Restano i muri, le sbarre e qualche codice clandestino da costruire. È dentro questo vuoto che nasce “Caffè nero bollente”, il cortometraggio di Cinzia Pedrizzetti che il 4 settembre, uscirà dal carcere per arrivare al Festival di Venezia, dove sarà proiettato all’Excelsior. Diciotto minuti girati interamente a San Vittore, in un raggio abbandonato che detenuti e troupe hanno ripulito, sistemato e trasformato in set. Per una settimana, davanti e dietro la macchina da presa, agenti di polizia penitenziaria e reclusi hanno lavorato fianco a fianco. Gli altri detenuti osservavano le luci e il viavai delle attrezzature. Alcuni si sono offerti di trasportare materiali, montare, aggiustare. Il titolo arriva dalla canzone di Fiorella Mannoia che Pedrizzetti ascoltava in continuazione da bambina. La cantante è entrata nel raggio per interpretare una detenuta; Lella Costa veste i panni dell’avvocata. Ma tolte loro e i due protagonisti, gli interpreti sono persone realmente detenute e agenti. Per la prima volta è una storia di San Vittore recitata e girata a San Vittore, con il carcere che non presta soltanto le mura ma anche voci, corpi, facce, memoria. La fotografia è di Luca Bigazzi, storico collaboratore di Paolo Sorrentino e, a Milano, spesso presente all’iniziativa “Scendi, c’è il cinema” al Giambellino. “Scenografi, fotografi e operatori hanno voluto lavorare tutti gratuitamente”, racconta la regista. Il primo ciak, in realtà, risale a sette anni fa ed era uno scatto fotografico. Pedrizzetti era entrata nel reparto femminile per seguire il backstage di uno spettacolo ispirato ai diari di Frida Kahlo. Poi aveva convinto l’allora direttore Giacinto Siciliano a lasciarla fotografare otto donne nelle loro celle. Abiti di ogni giorno e lampi di colore violentissimi: il carcere trasformato per tre giorni in un palcoscenico. Quei ritratti erano diventati una mostra in Triennale. Su suggerimento del fotografo Ferdinando Scianna, era poi tornata dalle detenute per insegnare loro a usare la macchina fotografica. La storia del corto si è infilata proprio lì, tra una fotografia e chi la guardava. Sono arrivati i casting e le interviste. “Ho incontrato personalità fortissime. Avevo già cominciato a scrivere e temevo di avere immaginato vicende troppo violente. I loro racconti mi hanno fatto capire che non lo erano affatto”. La protagonista, Giovanna, è il punto d’incontro di molte di quelle vite: una giovane donna cresciuta nella violenza, abituata a usarla come unica lingua possibile. In cella si aggrappa a Diego, un amore quasi immateriale. Non può incontrarlo, stringergli la mano, controllare sul telefono se sia connesso. Deve immaginare un linguaggio nuovo. E proprio nel luogo che le toglie il contatto scopre la tenerezza. Prima di festival e giurie, il corto è stato mostrato a chi lo aveva reso possibile. I detenuti si sono riconosciuti, qualcuno si è commosso. Poi hanno consegnato alla regista una recensione di quattro parole: “Ci hai un po’ cambiati”. Domani Caffè nero bollente attraverserà il cancello. Loro resteranno dentro, ma la storia che hanno costruito arriverà fino a Venezia. La compassione, per un diritto che non escluda di Niccolò Nisivoccia Corriere della Sera, 3 settembre 2026 La misericordia può rappresentare a sua volta un elemento fondativo del senso della responsabilità, inteso come apertura a riconoscere nell’altro da noi e nella sua sofferenza un appello etico che non può non riguardarci e coinvolgerci. Carità, compassione, misericordia: sono parole che siamo abituati ad associare al lessico religioso. Ma chi lo dice che non possano contribuire a comporre anche quello politico, che non possano assurgere a categorie anche laiche e giuridiche? “Se la cultura cattolica propone il “realismo della misericordia” - osservava Ferruccio de Bortoli parlando dell’intervento del Papa al Meeting di Rimini - tutto il mondo laico dovrebbe sentire, fortissimo, il dovere civico della responsabilità”. E la stessa misericordia può rappresentare a sua volta un elemento fondativo del senso della responsabilità, inteso come apertura a riconoscere nell’altro da noi e nella sua sofferenza un appello etico che non può non riguardarci e coinvolgerci. Certo, religione e politica attengono a piani diversi dell’esistenza: perché la religione è un territorio intimo, e contiene verità cui non per forza si debba avere accesso; mentre la politica è uno spazio pubblico e condiviso, e comporta l’esplorazione continua di territori nei quali si misura la nostra appartenenza al mondo, oltre che a noi stessi. Ma qualunque pensiero può assumere connotati politici, quando si traduca in esperienza pratica e relazionale. Non può essere forse per questo che Pasolini definiva la carità come “rapporto concreto, vivente e realistico con la storia”? E non è forse questa la dimensione di nobiltà che la compassione e la misericordia possono conferire anche alla politica, alle sue leggi? Come premessa per poter concepire il diritto quale luogo al quale ciascuno possa sentirsi di appartenere ma senza escludere gli altri. Come un tenersi insieme, ma senza strangolarsi: ciò che il diritto dovrebbe essere, e che troppo spesso non è. Pensiamo ad esempio ai fatti di Ceuta, che la politica sta interpretando come una questione contabile da risolvere anziché come una tragedia umana da prendere in carico. Oppure pensiamo alle troppe leggi che il disagio lo criminalizzano, anziché curarlo e tutelarlo. Il diritto dovrebbe promettere la felicità, è stato scritto, o almeno consentire di immaginarla: ma non solo quella di alcuni. Quella di tutti. Fine vita, ora serve una norma nazionale di Massimo Cacciari La Stampa, 3 settembre 2026 Era da aspettarselo che, di fronte a un Parlamento che non legifera (quanti sono i Disegni di legge in materia che attendono di essere discussi?) e allo sfascio di ogni cultura amministrativa, ci fossero Regioni che pretendono di “fare da sé”, come si trattasse di cucina regionale. Mi riferisco ai problemi delicatissimi del fine vita, ovvero del problema-cardine: quello della morte volontaria medicalmente assistita. È un diritto? Come regolarlo? Il Parlamento tace, la Corte costituzionale supplisce finora come può. Ed ecco il glorioso Veneto che in forza della competenza legislativa in materia sanitaria vuole regolare sul proprio territorio la materia! Non esiste un ufficio legislativo in codesta Regione che faccia leggere l’art.117, comma 2, ai nostri intrepidi legislatori: lo Stato (per quanto fatto a pezzi dalle dilettantesche riforme che hanno portato vent’anni fa alla revisione del Titolo V) ha esclusiva competenza in materia di “giurisdizione e norme processuali; ordinamento civile e penale; giustizia amministrativa”? Ora è appunto palese che qualsiasi ordinamento sul fine vita ha precisamente a che vedere con questioni e norme civili, penali e processuali. Lasciamo perdere - sperando che qualcuno si avveda dell’assoluta anti-costituzionalità di qualsiasi legge il Veneto promulghi - i deliri dei “costituzionalisti” regionali, e veniamo al merito della questione. Quali sono i nodi che andrebbero sciolti attraverso un’autentica discussione parlamentare? La legge auspicata (e fino a quando non l’avremo anche su questa materia regnerà la disuguaglianza di classe, per cui chi ha soldi si arrangia come vuole all’estero) dovrebbe trattare con chiarezza le diverse fattispecie. Sul diritto a non farsi curare, fino al rifiuto di qualsiasi trattamento, anche di assumere cibo, non dovrebbero esservi dubbi. Ma accanto a questo diritto deve essere ribadito anche quello che garantisce la cura palliativa; chi decide di cessare ogni terapia non può essere abbandonato alla sofferenza. Ammesso che si sia d’accordo su questo principio, il vero problema emerge difronte alla richiesta di suicidio medicalmente assistito (con relativa spesa per la sanità pubblica). Bisogna riconoscere alla persona il diritto di terminare la propria vita in ogni situazione di sofferenza intollerabile? E come è possibile distinguere sofferenza fisica da psicologica? Dunque il diritto, se riconosciuto, va riconosciuto per ogni forma di sofferenza. E chi ne può decidere la presenza? è evidente soltanto la persona sofferente. In base al primato costituzionale della persona non sembra si possa ragionare diversamente. Qualunque altro principio sancirebbe la sudditanza della persona a regole o vincoli comunitari e sociali (il suicidio come lesione del “vincolo di solidarietà”, ecc.). Ammesso che sia possibile un accordo politico su questa base (e ne dubito altamente), allora si potranno affrontare problemi più di ordine procedimentale. Anzitutto, l’accertamento della chiara volontà del richiedente, l’accertamento, cioè, che nulla lo ha condizionato in qualsiasi modo nella sua decisione - non solo condizionamenti da parte di altri, ma anche derivanti dalle sue condizioni economiche, ecc., ovvero da qualsiasi causa possa essere ritenuta amministrativamente superabile. Questo accertamento, che riterrei necessario, può essere svolto soltanto da un giudice terzo. Il suo intervento non può avere alcuna natura di tipo etico, deve semplicemente accertare la piena volontà del soggetto, la sua capacità di intendere e volere. E dovrà farlo in tempi rapidissimi, da fissare per legge. E da parte del medico o della struttura sanitaria? Se ci si fonda sul principio, difficilmente negabile in sede etico-filosofica, che la sofferenza è soltanto quella che io sento, e che la vita mi può risultare intollerabile anche senza essere massacrato nel mio fisico, il ruolo del medico non può che risolversi nell’accertamento della mia volontà e relativa richiesta al giudice di compiere gli accertamenti di cui sopra onde procedere. Trovare un giusto equilibrio tra questa posizione estrema e una che metta in mano, alla fine, al medico se acconsentire o no al suicidio assistito, è molto arduo. Tuttavia, se la persona lo richiede - e cioè non si limita a rifiutare ogni cura - e questa richiesta deve essere soddisfatta dal servizio pubblico (credo che solo la sanità pubblica dovrebbe essere responsabile di questa procedura) - è evidente che questa persona entra in un rapporto col medico, non può trattarlo da semplice mezzo esecutore. Il medico deve dunque accertare la natura di questa sofferenza, esporre le eventuali possibilità di cura per quanto dolorose e lunghe, discutere col soggetto le diverse alternative, se vi sono. Questa relazione sarà sottoposta all’attenzione del giudice, che però svolgerà autonomamente la propria indagine. Una procedura di questo tipo, o qualsiasi altra, non evita la questione: se medico o giudice, o medico e giudice insieme, non credono sussistano le condizioni per procedere nel suicidio assistito, la volontà del soggetto sofferente va rigettata (magari invitandolo, se ne ha i mezzi, a emigrare in Svizzera?)? Una procedura implica comunque un giudizio, che non può essere quello del diretto interessato. Se vi è una procedura, non può esservi automatismo che preveda la pura esecuzione della volontà della persona. A me quella indicata pare la più ragionevole. Rimangono questioni aperte sulla possibilità di fondarsi anche su chiare testimonianze pregresse della volontà del soggetto a fronte di condizioni terminali. E difficile sempre resterà il problema dell’obiezione di coscienza, Ma fino a quando non vi sarà accordo sui principi fondamentali non si giungerà a alcuna regolamentazione e le Regioni, punctum dolens da tutto taciuto del nostro assetto istituzionale, faranno a pezzettini anche questo spicchio di Stato. Il modello anti-Schengen impera. “Una legge di civiltà”. Sul fine vita c’è il sì (da destra) del Veneto di Francesca Spasiano Il Dubbio, 3 settembre 2026 Il consiglio regionale approva la norma che regola il suicidio assistito: la battaglia di Luca Zaia ora mette all’angolo la maggioranza che guarda da Roma. Buona la seconda. Al suo tentativo bis il Veneto riesce nell’impresa: da oggi è la prima Regione governata dal centrodestra a dotarsi di una legge propria sul fine vita. La quarta, in Italia, dopo la Toscana, la Sardegna e l’Emilia-Romagna, le cui norme sono state liquidate fino ad ora dalla maggioranza come “fughe in avanti” delle roccaforti “rosse”. Adesso la musica cambia, per Roma, che dovrà per forza guardare al parlamentino del Veneto per studiare l’esperimento. E semmai allargarlo al Paese, senza che si possa tornare più indietro: la nuova legge regionale traccia una linea chiara sul suicidio assistito e anche sul ruolo delle Asl, poste a garanzia dei pazienti, e quindi della sanità pubblica. Che Fratelli d’Italia vorrebbe invece escludere nella versione nazionale del testo firmata da Pierantonio Zanettin (FI) e Ignazio Zullo (FdI), ponendo di fatto il vero ostacolo sulla norma che langue al Senato. Lì dove, auspica ora l’azzurro, si può ancora “trovare un punto di equilibrio” dietro la spinta del Veneto. Certo, anche nella Regione del Nord non sono mancate le divisioni, dentro la maggioranza, ma il lungo lavoro di mediazione nel quale si è speso in prima persona lo stesso governatore Alberto Stefani ha portato il Consiglio regionale ad approvare la legge con una larga maggioranza, ovvero con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astenuti. Per arrivarci c’è voluta una discussione fiume durata due giorni a Palazzo Ferro Fini, dalla mattina di martedì fino al pomeriggio di oggi. Ma soprattutto ci sono voluti oltre due anni, da quando nel gennaio 2024 l’allora governatore Luca Zaia aveva tentato per la prima volta la volata, fallita per un solo voto di scarto della consigliera dem Anna Maria Bigon. All’epoca il Doge era ancora il leghista “eretico” che tentava l’impresa etica impronunciabile per gran parte del centrodestra e persino per il resto delle Regioni, che restavano in attesa di una legge nazionale. Ma ora Zaia, nella sua nuova veste di presidente del Consiglio, è soprattutto lo “sponsor” politico di una operazione politica attesa, l’emblema di una cultura che cambia come cambia la società, anche negli ambienti di destra e nel mondo cattolico. “L’approvazione della legge sul fine vita rappresenta un risultato importante e un atto di responsabilità del Consiglio regionale del Veneto. È stata una discussione complessa e profonda, che ha coinvolto le coscienze prima ancora delle appartenenze politiche. Oggi il Parlamento dei veneti ha scelto di non voltarsi dall’altra parte e di dare una risposta concreta a persone che vivono condizioni di sofferenza estrema. Personalmente sono orgoglioso di una politica regionale che, su un tema così delicato, ha saputo mostrare il volto migliore delle istituzioni: ascoltare, approfondire, confrontarsi con serietà e, infine, assumersi fino in fondo la responsabilità di decidere e di indicare una strada”, scandisce l’ex governatore dopo il voto. Precisando, ancora una volta, quale sia l’unico scopo di questa legge: non certo introdurre un “nuovo diritto”, che resta una parola indigesta al centrodestra, ma stabilire tempi e modalità certe di applicazione dei requisiti di accesso al suicidio assistito stabiliti dalla Corte Costituzionale con la sentenza 242 del 2019 sul caso Cappato Dj/Fabo. Un risultato di cui è soddisfatta anche l’Associazione Luca Coscioni, che aveva promosso la legge di iniziativa popolare arrivata sul tavolo del Consiglio veneto e rimodulata dalla giunta nella versione approvata oggi, sotto i colpi degli emendamenti voluti dal centrodestra. “Dal Veneto - dicono Marco Cappato e Filomena Gallo, tesoriere e segretaria nazionale dell’Associazione - arriva finalmente una scelta rispettosa dei diritti e delle libertà di chi soffre. L’approvazione della legge in Veneto conferma che “Liberi Subito” (da cui partono anche le leggi delle altre Regioni, ndr) è una proposta che non appartiene a un partito o a uno schieramento, proprio perché è fondata sulla Costituzione, ed è di fondamentale importanza per dare concreta attuazione al diritto all’aiuto medico alla morte volontaria, già riconosciuto dalla Corte costituzionale grazie alle nostre azioni di disobbedienza civile”. Sul dettaglio delle modifiche si esprime lo stesso Stefani, il quale spiega che gli emendamenti concordati con le forze di maggioranza hanno cambiato il testo iniziale “nel senso del favor vitae” e “nel quadro delle sentenze della Corte Costituzionale”, rafforzando soprattutto il ruolo delle cure palliative, su cui potrebbe arrivare anche una legge ad hoc. I cinque articoli del testo approvato invece prevedono l’Istituzione di Commissioni mediche multidisciplinari permanenti per la verifica dei requisiti e stabiliscono che l’intera procedura debba “avvenire senza ingiustificati ritardi e, in ogni caso, secondo una tempistica compatibile con le condizioni cliniche e le esigenze della persona malata che ne ha fatto richiesta”. L’assistenza è prestata dal personale sanitario dell’Azienda territorialmente competente, su base volontaria, ed è del tutto gratuita. Per il resto, “gli emendamenti prevedono l’introduzione del parere rafforzato del palliativista in seno alla Commissione” e “l’istituzione di un Comitato Bioetico Regionale, nominato dalla Giunta, che darà le linee ai comitati bioetici di pratica clinica territoriale nel dirimere le valutazioni”, spiega ancora Stefani. Che puntava a convincere i più reticenti, tra le file di FdI e della Lega, e l’operazione, pure con il successo di oggi, gli sembra riuscita solo in parte. Almeno a sentire le parole dello scettico Riccardo Barbisan, capogruppo del Carroccio in Veneto, o gli anatemi dei militanti di Pro vita e Famiglia. Che a fine giornata parlano esplicitamente di “gravissimo tradimento politico”. Fai da te regionale sui diritti, ma il Parlamento resta immobile di Paolo Russo La Stampa, 3 settembre 2026 In Italia sono 18 le persone che hanno avuto il via libera al suicidio assistito. Dopo tre Regioni guidate dal centrosinistra - Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna - con il Veneto arriva la prima amministrata dal centrodestra a legiferare sul fine vita, in una Babele regionale figlia dell’immobilismo del Parlamento e delle resistenze della stessa maggioranza. Tanto che sette anni dopo la sentenza 242 del 2019, con la quale la Consulta ha aperto al suicidio medicalmente assistito sollecitando le Camere, una legge nazionale non c’è ancora. Il fronte locale continua intanto ad allargarsi. Il confronto è aperto nelle Province autonome di Trento e Bolzano e in Umbria. Proposte sono state depositate, o sono prossime all’avvio dell’iter, in Liguria, Molise, Marche, Sicilia e Puglia. In Lombardia il nuovo testo di iniziativa popolare promosso dall’Associazione Coscioni, sostenuto da 15 mila firme, sarà depositato il 15 settembre, mentre in Lazio e Campania è in corso la raccolta delle sottoscrizioni. In Calabria si stanno raccogliendo le firme necessarie. Abruzzo, Basilicata, Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta restano invece ferme al palo: qui le iniziative si sono arenate, sono state respinte o dovranno ripartire da zero dopo il cambio di legislatura. Il caso piemontese racconta bene l’altalena del diritto al fine vita. A febbraio, dopo che un quarantenne dell’Asl To4 aveva ottenuto il riconoscimento dei requisiti ma non farmaco e dispositivi, la Regione ha inviato alle aziende sanitarie una circolare applicativa delle sentenze costituzionali. Il documento chiarisce che sono le Asl a dover fornire quanto occorre e organizzare un’équipe con medici e infermieri, ma la giunta Cirio ha precisato che non si tratta né di linee guida né di una regolamentazione. Intanto il confronto politico è congelato e l’Associazione Coscioni ha riavviato la raccolta delle 8 mila firme necessarie a ripresentare la legge “Liberi subito”. Proprio in Piemonte una persona ha finora ottenuto il via libera alla procedura. Ma questo non significa che basti il diritto sancito dalla Consulta. Lo dimostra la vicenda di Domenico Zuccarella, 59 anni, affetto da sclerosi multipla progressiva, morto il 25 agosto in Lombardia. Per la prima volta il servizio sanitario regionale ha gestito tutta la fase attuativa, mettendo a disposizione personale, farmaco, macchinario e luogo. Ma dalla domanda alla procedura sono trascorsi 290 giorni, più di nove mesi e quasi il doppio dei 145 previsti dalle indicazioni regionali. La legge veneta prova proprio a impedire attese senza fine. Ricalcando le norme già approvate altrove, recepisce i quattro requisiti fissati dalla Consulta: patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e capacità di decidere liberamente e consapevolmente. Ogni azienda sanitaria dovrà istituire una commissione multidisciplinare; verifica e parere del comitato etico dovranno concludersi entro 20 giorni e, in caso di esito positivo, la prestazione essere assicurata entro i sette successivi. Farmaco, dispositivo e assistenza saranno gratuiti e a carico del servizio sanitario; la procedura potrà svolgersi in ospedale, hospice o a domicilio. Il malato potrà rinviarla o rinunciarvi in qualsiasi momento. Gli emendamenti approvati ribadiscono inoltre l’accesso alle cure palliative e la volontarietà della partecipazione del personale sanitario. La legge regionale non introduce però eutanasia né nuovi diritti: organizza l’applicazione della sentenza della Consulta, che esclude la punibilità di chi aiuta il paziente ad autosomministrarsi il farmaco quando ricorrono tutte le condizioni. Un chiarimento necessario mentre le richieste aumentano. All’Associazione Luca Coscioni ne arrivano sette al giorno, ma finora appena 18 persone hanno ottenuto il via libera al suicidio assistito, di cui tre in Veneto e una in Piemonte. Il divario tra domande e autorizzazioni misura il prezzo della geografia dei diritti: tempi e possibilità cambiano ancora a seconda del luogo in cui si vive.