Domiciliari ai reclusi senza dimora: ecco le case, ancora poche di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 30 settembre 2026 Quattordici indirizzi. Tanti ne conta, per ora, l’elenco nazionale delle strutture che possono accogliere i detenuti adulti rimasti senza una casa dove scontare una misura alternativa. Il dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità lo ha pubblicato sul sito del ministero della Giustizia, con un avviso firmato dal capo dipartimento Antonio Sangermano. È il primo passo concreto di una norma che prova a compensare una delle ingiustizie più silenziose del nostro sistema: chi è povero resta in cella anche quando il giudice potrebbe mandarlo fuori. Una scelta giusta, attesa da anni. Resta da capire se i numeri reggono il peso del problema. Tutto parte dall’articolo 8 del decreto legge 4 luglio 2024, n. 92, il decreto Carceri, convertito dalla legge 8 agosto 2024, n. 112. Il primo comma istituisce presso il ministero un elenco delle strutture residenziali idonee all’accoglienza e al reinserimento sociale dei detenuti adulti, diviso in sezioni regionali e tenuto dal citato dipartimento per il minorile e, appunto, la “giustizia di comunità” (Dgmc). Il secondo affida a un decreto del ministro le regole di dettaglio. Il terzo stabilisce che queste strutture devono offrire alloggio, assistenza, riqualificazione professionale e inserimento lavorativo anche a chi ha problemi di dipendenza o disagio psichico, purché non serva una comunità terapeutica. Con il quarto, le residenze disponibili ad accogliere persone in detenzione domiciliare valgono come privata dimora ai fini dell’articolo 284 del codice di procedura penale. Il sesto mette i soldi: 7 milioni di euro l’anno dal 2024, a carico del bilancio della Cassa delle ammende. Il regolamento doveva arrivare entro sei mesi. È il decreto ministeriale 24 luglio 2025, n. 128, finito in Gazzetta il 15 settembre ed entrato in vigore il 30 settembre 2025. Per l’avviso pubblico si è dovuto aspettare il 30 marzo 2026, con le domande aperte fino al 30 maggio. Al 18 maggio, scrive lo stesso dipartimento nella scheda di sintesi, le manifestazioni di interesse arrivate erano sette. Vediamo come funziona. Servono quattro condizioni, tutte insieme: avere i requisiti per una misura penale di comunità, non disporre di un domicilio idoneo, avere un reddito entro la soglia del patrocinio a spese dello Stato, non essere colpiti da un’espulsione disposta dal giudice o da un decreto amministrativo divenuto esecutivo. Il detenuto presenta istanza alla direzione del carcere, da solo o tramite l’avvocato. Il direttore controlla i requisiti, si appoggia alla relazione dell’équipe di osservazione e trattamento, e trasmette la richiesta all’Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna. L’équipe deve verificare che non ci siano sanzioni disciplinari oltre l’ammonizione né episodi di aggressività, e pesare le capacità lavorative e la partecipazione ai percorsi trattamentali. Se c’è un posto e c’è la copertura finanziaria, l’Uepe rilascia un’attestazione che arriva al magistrato di sorveglianza. Il posto resta bloccato per due mesi. Qui sta la novità. Il giudice non avrà più davanti un’istanza da respingere perché manca un indirizzo. L’amministrazione paga retta e percorso per otto mesi al massimo, il tempo che secondo il dipartimento basta per trovare un lavoro e una casa propria. La retta si versa solo per i giorni di presenza effettiva. Quanto valga non si sa: le Faq del ministero rinviano alle convenzioni che gli Uepe firmeranno con gli enti. E c’è un aspetto poco raccontato. L’articolo 14 del decreto prevede che, a misura conclusa, le spese di permanenza vengano recuperate secondo il Testo unico sulle spese di giustizia, come accade per il mantenimento in carcere. A maggio il dipartimento spiegava che le modalità di questo recupero erano ancora da definire. Poveri, quindi reclusi - La questione non è di lana caprina. Nel nostro ordinamento una misura alternativa presuppone un posto dove vivere. Chi ha una famiglia o un contratto d’affitto può uscire; chi l’ha perso, o non l’ha mai avuto, rischia di restare dentro fino all’ultimo giorno, anche per una pena breve. Il ministero lo sa da tempo. Nel 2020 la direzione generale per l’Esecuzione penale esterna e di messa alla prova aveva avviato progetti di inclusione per persone senza fissa dimora in misura alternativa, sostenuti dalla Cassa delle ammende e dalle Regioni: in Abruzzo, per esempio, 100mila euro per accogliere 20 detenuti. Esperienze locali, a macchia di leopardo. Quanti sono oggi i reclusi poveri e senza casa che potrebbero uscire? Un censimento ufficiale non c’è. Dato non presente. Si può guardare però al bacino da cui arrivano. Al 30 giugno 2026, secondo le tabelle semestrali del Dap, i condannati con una pena residua fino a un anno erano 8.303; allargando fino a tre anni si arriva a 25.088. Non tutti hanno i requisiti per una misura di comunità, non tutti sono indigenti. Ma è dentro questa cifra che si nascondono le persone rimaste in cella solo perché fuori non hanno una porta da aprire. E in cella si sta sempre più stretti. Il monitoraggio quotidiano delle schede di trasparenza del ministero, curato da Marco Dalla Stella su sovraffollamentocarcerario.it, registrava al 19 settembre 65.933 detenuti per 46.298 posti realmente disponibili. Affollamento al 142,4%. Ora le residenze. Le quattordici strutture fanno capo a undici enti, quasi tutti del Terzo settore, e si trovano in nove regioni. Tre in Emilia-Romagna, con i due gruppi appartamento dell’Ovile a Reggio Emilia e Casa Corticella a Bologna. Due a testa in Veneto, Liguria e Campania, una sola in Lazio, Lombardia, Puglia, Sicilia e Sardegna. Undici regioni restano scoperte, tra cui Piemonte, Toscana, Calabria e Abruzzo. La Lombardia, prima per numero di reclusi con 9.260 presenze al 31 agosto, ha una struttura a Bergamo. Il Lazio, 6.999 detenuti, ne ha una a Licenza, in provincia di Roma. Quanti posti ci sono? Il ministero non lo scrive. Sette strutture sono di tipo comunitario, e per loro vale il tetto di 7 posti letto richiamato dalle Faq: 49 al massimo, sommandole tutte. Per le altre sette residenze temporanee, la capienza non è pubblicata, e il numero di letti riservati all’amministrazione lo decideranno le convenzioni. Informazione non verificabile, allo stato. Poi c’è il vincolo del bilancio. I 7 milioni vengono ripartiti ogni anno tra gli Uepe interdistrettuali in proporzione ai detenuti presenti nei loro territori, e gli uffici devono rendicontare la spesa ogni trimestre. Quando dal monitoraggio emerge, anche solo in prospettiva, che il tetto sta per essere toccato, la direzione generale ordina di non accogliere altre domande. Sulle strutture vigileranno i Nuclei di polizia penitenziaria degli stessi uffici, con visite periodiche. Il confronto resta impari anche senza la cifra esatta. Da una parte oltre ottomila persone a meno di un anno dal fine pena. Dall’altra una manciata di indirizzi, concentrati in poche province e assenti proprio in regioni con istituti in grande sofferenza. Al ministero va riconosciuto di aver messo in moto un meccanismo corretto: tolto l’alibi della casa, il magistrato di sorveglianza potrà valutare la persona e non il suo reddito. Ma di strutture ne servono molte di più, distribuite dove i detenuti ci sono davvero, e servono enti locali e aziende sanitarie che entrino in partita, come la legge consente. L’elenco è aperto. Le domande arrivate entro il 30 giugno vanno esaminate entro il 30 ottobre, quelle presentate entro il 30 dicembre entro il 30 aprile dell’anno dopo, e alcune pratiche della prima tornata attendono ancora l’esito. Il prossimo aggiornamento dirà se questi quattordici indirizzi erano l’inizio di una rete o il suo confine. Decessi in carcere: pubblicato il Report del Garante Nazionale aggiornato al 31 agosto 2026 Ristretti Orizzonti, 30 settembre 2026 Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (Gnpl) pubblica il Report sui decessi in carcere riferito ai primi otto mesi del 2026, aggiornato al 31 agosto. Il Report segue quelli pubblicati a cadenza periodica e offre un’analisi sistematica del fenomeno, a partire dai dati tratti dagli applicativi del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (Dap). I decessi sono distinti in cinque categorie principali: suicidi, decessi per cause naturali, decessi per cause da accertare, decessi accidentali e omicidi. Questa distinzione rende conto delle specificità che il fenomeno dei decessi in carcere porta con sé, in particolare nel caso dei suicidi, i quali toccano aspetti delicati e che richiedono un’attenzione costante alla persona e alle sue fragilità. Per interpretare correttamente i dati sui decessi, il Report considera anche l’andamento della popolazione carceraria nel periodo di riferimento. La presenza media di persone detenute è passata da 53.758 unità nel 2021 a 64.489 nel 2026, con un incremento del 20%. Questo aumento conseguenza di flussi di ingresso e uscita dal circuito penitenziario e l’applicazione di misure alternative alla detenzione, è un dato essenziale per contestualizzare l’evoluzione del numero di decessi e valutare l’incidenza del fenomeno sulla popolazione detenuta. Tra il 1° gennaio e il 31 agosto 2026 il DAP ha registrato 184 decessi, in aumento rispetto ai 167 dello stesso periodo del 2025, con una incidenza rispetto alla popolazione carceraria che passa dallo 0,27% allo 0,29%. Diminuiscono i suicidi: erano 53 nei primi otto mesi del 2025, sono 49 quest’anno. Aumentano invece i decessi per cause naturali, saliti da 76 a 88, e quelli accidentali, passati da 2 a 8. Nello stesso periodo sono stati registrati anche 2 omicidi, contro nessuno nel 2025. I decessi per cause da accertare sono 37, uno in più dello scorso anno, il valore più alto della serie storica 2021-2026. Rientrano in questa categoria i casi per i quali, al momento della rilevazione statistica, la causa del decesso non è ancora stata determinata con certezza, a motivo ad esempio della necessità di accertamenti medico-legali approfonditi oppure di indagini giudiziarie ancora in corso. Quando gli accertamenti si concludono in maniera ufficiale, la distribuzione fra le categorie può quindi cambiare. Come per i precedenti Report, l’analisi vuole contribuire ad un dialogo informato sulle condizioni di vita nelle carceri italiane, e si collega alla Relazione al Parlamento 2025 che sarà presentata il prossimo 23 ottobre alle ore 16,00 presso la Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani (Senato della Repubblica) a Roma. Il testo completo del Report è scaricabile sul sito del Gnpl. Carceri italiane: 184 detenuti morti nei primi 8 mesi del 2026, a fronte dei 167 di un anno fa di Nicola Scuderi La Notizia, 30 settembre 2026 Carceri italiane, è ancora emergenza: 184 detenuti morti nei primi 8 mesi del 2026, a fronte dei 167 di un anno fa. Se ne parla poco, ma l’emergenza nelle carceri italiane non è affatto superata. Secondo l’ultimo rapporto del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, tra il 1° gennaio e il 31 agosto 2026 i decessi negli istituti penitenziari sono stati 184, contro i 167 registrati nello stesso periodo del 2025. Dai dati emerge che sono aumentati i decessi per cause naturali, passati da 76 a 88, e anche quelli per cause accidentali, saliti da 2 a 8. Secondo l’organismo indipendente istituito nel 2014 con il compito di vigilare sul rispetto dei diritti delle persone private della libertà personale, sono invece diminuiti i suicidi. Nel periodo preso in considerazione, infatti, i detenuti che si sono tolti la vita sono stati 49, a fronte dei 53 registrati nello stesso periodo dell’anno scorso. Ma non è tutto. Nel periodo preso in esame sono stati registrati anche due omicidi, contro nessuno nei primi otto mesi dello scorso anno. Quel che è certo è che l’incidenza dei decessi sulla popolazione detenuta sarebbe salita dallo 0,27% allo 0,29%, secondo i dati riportati nel rapporto. Come se non bastasse, il report mette in risalto il fatto che per 37 decessi non è stato ancora possibile individuare con certezza le cause, contro i 36 casi rimasti irrisolti nel 2025. Il Garante, sempre nel rapporto, segnala anche l’aumento della popolazione carceraria. La presenza media dei detenuti sarebbe passata dalle 53.758 unità del 2021 alle 64.489 del 2026, con un incremento di circa il 20%. Suicidi in carcere, il 55% sono under 40 di Ilaria Dioguardi vita.it, 30 settembre 2026 Nei primi otto mesi del 2026 i decessi tra le persone detenute sono stati 184, in aumento rispetto ai 167 dello stesso periodo del 2025. Di questi, sono stati 49 i suicidi, il 55,1% di chi si è tolto la vita aveva tra i 25 e i 39 anni. Sono i dati dell’ultimo Report del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Tra il 1° gennaio e il 31 agosto 2026 il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria-Dap ha registrato 184 decessi, in aumento rispetto ai 167 dello stesso periodo del 2025, con una incidenza rispetto alla popolazione carceraria che passa dallo 0,27% allo 0,29%. A dirlo sono i dati del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale-Gnpl, che ha pubblicato il Report sui decessi in carcere riferito ai primi otto mesi del 2026, aggiornato al 31 agosto. Il rapporto offre un’analisi sistematica del fenomeno, a partire dai dati tratti dagli applicativi del Dap. “Per interpretare correttamente i dati sui decessi, il report considera anche l’andamento della popolazione carceraria nel periodo di riferimento”, si legge. La presenza media di persone detenute è passata da 53.758 unità nel 2021 a 64.489 nel 2026, con un incremento del 20%. “Questo aumento, conseguenza di flussi di ingresso e uscita dal circuito penitenziario e l’applicazione di misure alternative alla detenzione, è un dato essenziale per contestualizzare l’evoluzione del numero di decessi e valutare l’incidenza del fenomeno sulla popolazione detenuta”. Il numero dei suicidi è leggermente calato: erano 53 nei primi otto mesi del 2025, sono 49 quest’anno. Il numero più elevato di eventi si registra nella fascia di età 30-34 anni, con 11 casi (22,44% del totale), seguono le fasce 25-29 anni e 35-39 anni, entrambe con otto casi: queste tre fasce d’età rappresentano il 55,1% di tutti gli eventi registrati. Tasso più alto di suicidi tra le donne e le persone straniere - Delle 49 persone che si sono tolte la vita fino al 31 agosto 2026, 46 erano uomini e tre erano donne. Considerando una popolazione detenuta mediamente presente pari a circa 64.489 uomini e 2.855 donne, il fenomeno suicidario presenta un’incidenza dello 0,07% nella popolazione maschile e dello 0,11% in quella femminile. In particolare, l’incidenza tra le donne è pari a circa 1,6 volte quella registrata negli uomini, evidenziando una maggiore esposizione relativa al rischio suicidario. I decessi nei primi otto mesi dell’anno, dal 2021 al 2026 (dal Report sui decessi in carcere del Gnpl) - Sono 27 le persone italiane che si sono tolte la vita e 22 quelle straniere. Rapportando tali dati alla popolazione detenuta mediamente presente, pari a 51.264 cittadini italiani e 20.341 cittadini stranieri, emerge che il fenomeno suicidario presenta un’incidenza proporzionalmente più elevata tra gli stranieri. In particolare, il tasso di incidenza risulta pari allo 0,11% nella popolazione straniera e allo 0,05% in quella italiana. Quasi la metà delle persone che si sono suicidate (44,90%) risultava avere una condanna definitiva. Si riconferma particolarmente alto l’indice di persone “in attesa di primo giudizio”, corrispondenti al 32,65% del totale. In aumento i decessi per cause naturali, accidentali e da accertare - Dai dati del report emerge che, rispetto agli stessi mesi del 2025, aumentano i decessi per cause naturali, saliti da 76 a 88, e quelli accidentali, passati da due a otto. Nello stesso periodo sono stati registrati anche due omicidi, contro nessuno nel 2025. I decessi per cause da accertare sono 37, uno in più dello scorso anno, il valore più alto della serie storica 2021-2026. Rientrano in questa categoria i casi per i quali, al momento della rilevazione statistica, la causa del decesso non è ancora stata determinata con certezza, a motivo ad esempio della necessità di accertamenti medico-legali approfonditi oppure di indagini giudiziarie ancora in corso. Quando gli accertamenti si concludono in maniera ufficiale, la distribuzione fra le categorie può, quindi, cambiare. Questo report si collega alla Relazione al Parlamento 2025 che sarà presentata il prossimo 23 ottobre a Palazzo Giustiniani (Senato della Repubblica) a Roma. Bibliotecari di frontiera. Una breccia nel carcere di Adriano Rizzi* Il Domani, 30 settembre 2026 Portare i libri nei penitenziari significa portare dentro un luogo chiuso qualcosa che, per sua natura, tende ad aprire: uno spazio, un tempo, una possibilità. Ed è questo che CoopCulture ha fatto dal 2012 con il progetto sperimentale “Sistema Biblioteche Carcerarie Regione Marche”. Un progetto che è anche un modello di professionalità. Entrare in carcere con un libro significa portare dentro un luogo chiuso qualcosa che, per sua natura, tende ad aprire: uno spazio, un tempo, una possibilità. Ed è questo che CoopCulture ha fatto dal 2012 con il progetto sperimentale “Sistema Biblioteche Carcerarie Regione Marche”, trasformandolo in un servizio strutturato, garantendo coordinamento, bibliotecari qualificati e continuità gestionale. La lettura in carcere non è soltanto un’attività culturale, è uno strumento attraverso il quale il detenuto può mantenere una dimensione di autonomia, relazione e partecipazione. In un ambiente nel quale tempi, spazi e comportamenti sono regolati, scegliere un libro significa esercitare una possibilità di scelta. Significa poter decidere quali storie incontrare, quali conoscenze approfondire, quali domande porsi. È anche per questo che la biblioteca rappresenta un servizio particolarmente significativo all’interno degli istituti penitenziari. Uno spazio capace di restituire centralità alla persona e di creare connessioni tra il dentro e il fuori. Grazie alla L.R. 28 del 2008 e al successivo protocollo d’intesa, il progetto è diventato un sistema attivo nelle sei strutture penitenziarie marchigiane. Nel tempo il patrimonio ha raggiunto circa 36mila volumi, i prestiti sono diventati migliaia ogni anno e circa ottanta persone detenute sono state formate per collaborare alla gestione delle biblioteche. Per alcune si sono aperte ulteriori opportunità attraverso tirocini e borse lavoro. Numeri che raccontano la dimensione del servizio, ma non ne restituiscono completamente il valore. Per comprendere il valore della lettura in carcere occorre guardare alle relazioni e alle esperienze che possono nascere intorno ai libri. La lettura consente innanzitutto di attraversare, almeno con la mente, i confini fisici del luogo in cui ci si trova. Un romanzo permette di entrare in una storia diversa dalla propria; un saggio offre nuove conoscenze; la poesia può dare forma a emozioni difficili da esprimere. Il libro diventa uno spazio nel quale continuare a conoscere il mondo, ma la lettura può essere anche un terreno comune, capace di mettere in relazione persone diverse. A Fossombrone, detenuti, studenti e magistrati si sono ritrovati nella stessa stanza intorno a un libro. Non più ruoli contrapposti, ma persone chiamate a leggere, ascoltare e confrontarsi. La presenza di chi rappresentava la giustizia accanto a chi stava scontando una pena ha contribuito ad abbattere distanze e pregiudizi, aprendo una breccia nel muro costruito dalla paura e dal giudizio. Un’altra dimensione fondamentale è quella familiare. Con “Liberi di leggere” e “Nati per Leggere in carcere”, il libro è diventato uno strumento per sostenere la relazione tra genitori detenuti e figli. Tra il 2019 e il 2023, nella Casa circondariale di Pesaro, gli incontri hanno coinvolto 184 bambini e 322 adulti. Seduti insieme su tappeti e coperte, genitori e figli hanno condiviso storie, parole e gesti di normalità. Portare una biblioteca all’interno di un istituto penitenziario significa progettare un servizio capace di confrontarsi con un ambiente complesso. Alle competenze biblioteconomiche devono affiancarsi capacità relazionali, conoscenza delle procedure, attenzione alla sicurezza e capacità di lavorare in rete. La biblioteca diventa così parte di un sistema più ampio nel quale collaborano direzioni degli istituti, educatori, agenti di polizia penitenziaria, istituzioni, biblioteche del territorio, volontari e operatori culturali. La collaborazione con la regione Marche e con l’Amministrazione penitenziaria è stata determinante. Direttori, educatori e agenti hanno contribuito alla realizzazione delle attività, permettendo alla biblioteca di entrare nella quotidianità degli istituti e di diventare parte dei percorsi educativi e di relazione. La lettura non cancella la condizione detentiva, però può aprire spazi di pensiero, relazione e scelta, contribuendo a restituire alla persona una dimensione che il contesto carcerario rischia di comprimere: quella della propria individualità. La biblioteca in carcere diventa quindi uno spazio nel quale continuare a scegliere, conoscere, immaginare e incontrare gli altri. In questa prospettiva, CoopCulture continua a portare la cultura nei contesti di frontiera, mettendo competenze e professionalità al servizio delle persone, costruendo occasioni di accesso, relazione e partecipazione anche dove le barriere sono più forti. E ogni volta che un libro attraversa il cancello di un carcere, quella frontiera diventa un po’ più permeabile. Il progetto è anche un modello di professionalità ed è in questo senso che assume forte significato l’espressione “bibliotecari di frontiera”. Come ben sottolinea Lorenzo Sabbatini, bibliotecario e collaboratore di CoopCulture, che ha seguito l’iniziativa sin dalle origini, la frontiera non è soltanto un confine difficile, ma un punto di osservazione privilegiato dal quale guardare oltre le barriere e intravedere possibilità dove altri vedono soltanto limiti. Per CoopCulture, presente con le sue attività in oltre 200 biblioteche in tutta Italia, questo percorso è stato l’esempio concreto di come la lettura possa raggiungere contesti non convenzionali e contribuire a costruire opportunità di partecipazione, apprendimento e inclusione. Con l’obiettivo e l’auspicio che questa esperienza sia in tanti luoghi sempre più praticata. *Presidente di CoopCulture Lecce. Muore a 26 anni in carcere. Il legale: “Abbandonato e lasciato morire” di Gaetano Gorgoni Corriere Salentino, 30 settembre 2026 Aperta inchiesta per omicidio colposo. “Lasciato morire in una cella senza ricevere cure e assistenze”. Adelin Stanciu aveva soltanto 26 anni, compiuti il 5 agosto. Origini rumene viveva da tempo in Salento. “Un ragazzo sano e che non assumeva neppure un farmaco”. Poi il tracollo fisico. Improvviso e inatteso. Fino al decesso. Su questa tragedia avvenuta nel carcere di Lecce (uno dei penitenziari più affollati d’Italia) si addensano innumerevoli ombre. Il giovane dormiva, almeno così credevano gli agenti della polizia penitenziaria quando si sono affacciati nella sua cella nella mattinata del 23 settembre scorso. Ore dopo, a un secondo giro, gli agenti si sono accorti che il giovane non respirava più. Usava una stuoia per dormire. Non aveva neppure un letto e, quando è stato ritrovato ormai morto nella cella, era completamente nudo. Immediata la segnalazione alla Direzione carceraria e un’informativa di routine è stata inoltrata in procura ma sulla morte del detenuto il suo avvocato, il legale Luigi Pennetta, vuole vederci chiaro. “L’ho visto per l’ultima volta una settimana prima del suo decesso - spiega al Corriere Salentino che svela i dettagli dell’inchiesta in anteprima - era denutrito e deperito. Non riusciva a deambulare ed è stato accompagnato in bagno con una sedia a rotelle. Era irriconoscibile rispetto alla persona che avevo visto a fine luglio quando avevo avuto un precedente colloquio. È stato abbandonato - è lo sfogo dell’avvocato - lasciato morire. Ora vogliamo sapere perché. Era un ragazzo sano. Non aveva problemi. Ma quando l’ho visto per l’ultima volta sembrava un morto che camminava. Non riuscivo neppure a parlargli. Sembrava completamente assente. Mi è stato detto che non si alimentava neanche più regolarmente. È morto di inedia, di trascuratezza, di mancata assistenza. Perché? Come tutti i detenuti aveva una sola ossessione: quella di uscire dal carcere”. La procura, con la pm Rosaria Petrolo, ha aperto un fascicolo d’indagine con l’accusa di omicidio colposo e disposto l’autopsia sul corpo del giovane che verrà eseguita nelle prossime ore dal medico legale Roberto Vaglio. Vogliono sapere anche la verità la mamma e la sorella di Stanciu che rimangono in costante contatto con l’avvocato direttamente dalla Romania dove vivono. Stanciu, invece, si era stabilizzato da tempo in Salento. Il suo nome è noto agli archivi delle forze dell’ordine e dei giornali. Di lui si è parlato perché autore di un grave fatto di sangue: il 13 giugno 2025 ferì la compagna a colpi di forbice - dopo la decisione della donna di troncare la relazione - e la suocera. Finì dietro le sbarre ma prima di entrare in carcere fu costretto al ricovero di qualche giorno: dopo l’aggressione scivolò nel tentativo di scavalcare il balcone e, dopo un volo di diversi metri, rimase ferito. In ospedale venne raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere con l’accusa di maltrattamenti in famiglia aggravati. Mesi dopo, il carico delle imputazioni si arricchì di un altro reato: tentato omicidio così come emerso da una consulenza del medico legale Alberto Tortorella eseguita sulle ferite riportate dalla compagna. Per questo episodio - il 18 giugno - è stato condannato a 9 anni e 8 mesi di reclusione dal gup Marcello Rizzo al termine del processo in abbreviato. celebratosi. Per un periodo il giovane aveva ottenuto i domiciliari in una Comunità di Casarano “dove - ricostruisce il suo avvocato - avrebbe iniziato a comportarsi in modo strano perché, da quel che mi hanno raccontato gli operatori, rimaneva sotto il sole per ore. Agli inizi di luglio, poi, si è allontanato dalla struttura senza autorizzazione per raggiungere il pronto soccorso ritardando il rientro in comunità”. E a quel punto per il giovane si sono riaperte le porte del carcere dove è morto in modi e tempi su cui la magistratura ha deciso di accendere un faro. Padova. Stop al Garante comunale dei detenuti, l’ex Bincoletto: “Non è stato un bel segnale” di Davide D’Attino Corriere del Veneto, 30 settembre 2026 “Tra coloro che sono stati eletti per rappresentare i cittadini padovani, alcuni forse non hanno capito oppure non vogliono capire e antepongono gli interessi di parte ad un’opera di comune utilità sociale”. È una nota molto dura quella diffusa ieri mattina dal garante dei detenuti Antonio Bincoletto, il cui mandato è scaduto ad aprile scorso, per commentare quanto successo l’altra sera in consiglio comunale, dove la nomina del suo successore, l’ex magistrato Paola Cameran unica candidata, è stata stoppata dal centrodestra. Per la designazione, infatti, era necessario il voto favorevole dei due terzi dei componenti dell’aula. E l’opposizione, con in testa il capogruppo di FDI, Matteo Cavatton, lamentando di non essere stata coinvolta, ha appunto messo i bastoni tra le ruote alla maggioranza. Tanto che, per l’insediamento di Cameran, bisognerà aspettare la prossima seduta, quando comunque servirà la maggioranza assoluta dei consiglieri comunali. “Qualcuno - ha scandito ieri Bincoletto - continua ad usare la nomina del garante come strumento di lotta politica, senza considerare il ruolo super partes che spetta a tale figura e in spregio all’impegnativa funzione che esercita, peraltro a titolo gratuito. Non è un bel segnale per le istituzioni né un esempio di sensibilità e civismo per i cittadini”. Massa Carrara. Istituzione del Garante provinciale dei detenuti: via libera all’unanimità di Michele Scuto La Nazione, 30 settembre 2026 Se ne parla, si torna a chiederlo, si ribadisce che quella figura può essere utile. Il Garante dei detenuti a Massa ancora non c’è, ma il Consiglio provinciale ha approvato all’unanimità la mozione per riavviare il percorso verso il Garante provinciale. La questione è tornata al centro del confronto politico dopo l’intervento del vescovo Vaccari sulle condizioni della Casa di reclusione di Massa e le parole del sindaco Francesco Persiani, che si è detto favorevole alla figura di garanzia ma non convinto sul fatto che possa risolvere i problemi strutturali delle carceri. Il Consiglio provinciale ha votato all’unanimità. Tutti d’accordo: destra, sinistra e centro. Il percorso avviato prevede ora l’aggiornamento del regolamento del 2012, quindi il bando e la successiva nomina. “Fa riflettere - ha detto la consigliera provinciale di Centrosinistra per la Provincia, Dina Dell’Ertole - che proprio la città capoluogo sia ancora sprovvista di questa figura, mentre a livello provinciale maggioranza e minoranza hanno trovato un accordo. Mi chiedo perché Massa non abbia ancora proceduto alla nomina e quali siano le ragioni di questo ritardo”. Sul fronte comunale, il Pd torna a sollecitare l’amministrazione. “Dopo l’intervento della Diocesi - dichiara il vice segretario Ergest Cobaj - il sindaco è finalmente intervenuto sulla mancata nomina del Garante dei detenuti, ma senza assumere ancora una posizione chiara. Dice di essere d’accordo, come sindaco, avvocato e cittadino, sull’importanza di questa figura, ma ad oggi, nonostante le numerose sollecitazioni, non si è ancora arrivati alla nomina”. Cobaj ricorda anche la visita in carcere effettuata poco più di un mese fa dal Pd e dai Giovani Democratici. “Abbiamo posto più volte questa questione perché riteniamo che il Garante rappresenti una figura importante per assicurare attenzione alle condizioni delle persone detenute e per favorire il rapporto tra il carcere, le istituzioni e la comunità. A questo punto ci chiediamo perché si continui a rimandare. Qual è il motivo di questa inerzia?”. Sulla stessa linea il consigliere comunale Daniele Tarantino: “Abbiamo discusso in diverse occasioni della necessità di arrivare alla nomina del Garante e ancora oggi non abbiamo ricevuto una risposta chiara. Come gruppo consiliare e personalmente come consigliere ho preso a cuore questa battaglia per l’importanza che riveste”. “Non stiamo parlando di una figura meramente simbolica - prosegue Tarantino - ma di uno strumento che può contribuire a mantenere un rapporto costante tra il carcere, l’amministrazione comunale, le istituzioni e il territorio. Il Garante può svolgere un ruolo di ascolto, monitoraggio e raccordo, portando all’attenzione delle istituzioni le problematiche che riguardano la vita all’interno dell’istituto penitenziario e il reinserimento delle persone detenute. Per questo riteniamo che non ci siano più ragioni per continuare a rinviare”. Siracusa. La pena non cancella la dignità: al carcere di Cavadonna criticità sanitarie di Laura Valvo La Sicilia, 30 settembre 2026 Il garante Villari: “Un detenuto, solo dopo due anni di attesa è stato operato di ernia”. Dopo settimane di tensione e violenza, il carcere di Cavadonna prova a tornare verso la normalità. L’emergenza che ha messo sotto pressione la struttura e, soprattutto il lavoro degli agenti di polizia penitenziaria sembra avviarsi verso una fase di maggiore stabilità. Restano però le criticità che hanno alimentato l’allarme: la carenza di personale, le difficoltà nella gestione dei detenuti e le condizioni di lavoro degli agenti. La normalizzazione, dunque, non può significare abbassare la guardia. Al contrario, deve rappresentare l’occasione per affrontare le fragilità strutturali della casa circon- dariale e garantire sicurezza, regole e condizioni di lavoro adeguate. Intanto si è registrato un cambio al vertice di Cavadonna, al posto di Giuseppe Russo, arriverà un nuovo direttore e sono già operativi 7 sottufficiali. Giovanni Villari, garante dei detenuti di Cavadonna, mostra un cauto ottimismo: “Ho notato che c’è un ridimensionamento delle instabilità. Il nuovo comandante e i sette sottufficiali stanno lavorando senza sosta e l’atteggiamento dei detenuti è cambiato perché le richieste di ascolto vengono assecondate”. Resta critica l’area sanitaria. Secondo la testimonianza di Giovanni Villari, un detenuto è stato trovato con un taglio alla gola. “Per questo caso è stata avviata una indagine. Dall’ospedale di Siracusa è stato spostato in un ospedale di Catania. Ma l’area sanitaria resta oberata di richiesta e ci sono casi in cui non si riesce a smaltire le emergenze. A un detenuto solo dopo due anni si è riusciti a sottoporlo a intervento per un’ernia, mentre proprio ieri un detenuto anziano è stato lasciato per un intero giorno a digiuno perché doveva sottoporsi a un intervento, che poi non è stato eseguito. La rabbia dei detenuti - circostanza riferita anche al prefetto e al questore - è legata a tante situazioni negative sfociate poi nella violenza”. La sicurezza del carcere, fa notare Villari, non può mai essere separata dal rispetto della dignità umana. Anche chi sta scontando una pena resta una persona e, come tale, ha diritto a condizioni di vita dignitose, a cure adeguate e al rispetto dei diritti fondamentali. Il carcere non può diventare un luogo di umiliazione o di abbandono. La pena deve essere certa, ma anche rispettosa della persona e finalizzata al recupero e al reinserimento sociale. Garantire condizioni dignitose ai detenuti - aggiunge Villari - non significa essere indulgenti, significa affermare il principio di legalità e il valore dello stato di diritto”. Una società civile si misura anche dalla capacità di garantire dignità a chi ha sbagliato, senza dimenticare le vittime e senza mettere in discussione la sicurezza. Bari. 29enne detenuto da otto mesi nel Cpr di Palese. La moglie: “Sta male, fatelo uscire” di Raffaele Caruso quintopotere.it, 30 settembre 2026 Ha interrotto lo sciopero della fame e della sete dopo averlo iniziato giovedì. Gourrida Wadhah, 29enne tunisino, è trattenuto da gennaio nel Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Bari Palese, dove dovrà restare almeno fino a novembre in seguito a un’ulteriore proroga disposta dal giudice. A raccontare la sua vicenda è la moglie 23enne, che ha rilasciato un’intervista a La Repubblica di Bari dopo aver lanciato un appello attraverso la rete Mai più lager - No ai Cpr. La donna, che ha scelto di mantenere l’anonimato, descrive una situazione familiare sempre più difficile e condizioni di forte sofferenza psicologica per il marito, che avrebbe anche tentato di togliersi la vita. Wadhah sarebbe entrato nel circuito dei Cpr lo scorso gennaio, venendo inizialmente trasferito a Potenza e successivamente a Bari. Il fermo è avvenuto a Padova, mentre viaggiava in auto con un amico: secondo il racconto della moglie, i due sarebbero entrati involontariamente in una zona pedonale, non conoscendo la città. L’uomo sarebbe stato fermato mentre era in stato di ebbrezza. In quel periodo la famiglia, con due figli di quattro anni e due anni e mezzo, viveva in una cooperativa a Verona e stava valutando un trasferimento a Roma, dove il 29enne aveva trovato lavoro come cameriere. La permanenza nel Cpr è stata ulteriormente prorogata fino a novembre. Una decisione contestata dalla famiglia, mentre l’avvocato Sasha Neglieri si prepara a presentare ricorso per ottenere il rilascio di un permesso di soggiorno, facendo leva anche sul percorso di integrazione dei figli, iscritti all’asilo. Nell’intervista la moglie riferisce che il marito sarebbe in condizioni psicologiche molto difficili, avrebbe perso peso rapidamente durante lo sciopero della fame e della sete e non vorrebbe più parlare con nessuno, nemmeno con lei. La donna sostiene inoltre che non riceverebbe un adeguato supporto psicologico e riferisce l’assunzione di farmaci per calmare il suo stato di agitazione. Riporta anche le sue lamentele sulla qualità del cibo e sulla pulizia dei bagni. A pesare è anche la separazione dai figli. “Nostro figlio di quattro anni quando va all’asilo piange”, racconta la donna, spiegando che il bambino non comprende il motivo dell’assenza del padre e teme di essere stato abbandonato. La moglie descrive infine le difficoltà economiche affrontate quotidianamente: non ha ancora trovato lavoro e fatica a sostenere le spese dell’affitto e della famiglia. “Sono troppo stanca”, afferma, chiedendo che il marito possa uscire dal centro. La vicenda riporta l’attenzione sulle condizioni di trattenimento nei Cpr e sulle conseguenze della detenzione amministrativa per le persone coinvolte e per i loro familiari. Le circostanze riferite dalla moglie e le contestazioni sulle condizioni della struttura restano dichiarazioni da verificare attraverso ulteriori riscontri. Torino. Al Cpr due atti di autolesionismo ogni tre giorni, visite mediche “sommarie” e cure negate di Paolo Valenti lavialibera.it, 30 settembre 2026 La relazione del Garante che ha visitato il centro per il rimpatrio di Corso Brunelleschi racconta l’inferno dei migranti rinchiusi. Alcune segnalazioni di presunti maltrattamenti sono state inoltrate alle autorità giudiziarie. Dormiva nella mensa, su un materasso poggiato per terra, accanto ad avanzi di cibo “risalenti a diversi giorni prima”. M. D., cittadino del Mali, non avrebbe dovuto trovarsi nel centro di permanenza per il rimpatrio (cpr): secondo la psichiatra che lo ha visitato, era “inidoneo poiché soffre di uno stato di psicosi cronico che necessita di cure ospedaliere”, ma l’ospedale di riferimento “non si è reso disponibile a ricoverarlo per mancanza di posti letto”. Così, “a causa della sua incompatibilità con la convivenza nel settore abitativo”, è stato isolato nel locale destinato alla consumazione dei pasti, che è diventato quindi inutilizzabile, senza accesso immediato ai servizi igienici. Mentre continua l’inchiesta giudiziaria - e il parallelo processo mediatico e politico - nei confronti dei medici accusati di falso e associazione a delinquere per aver certificato l’inidoneità sanitaria di alcuni cittadini stranieri all’ingresso nei cpr, la relazione del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale a seguito della visita del 26 marzo scorso nel centro di Torino, pubblicata il 24 settembre, racconta cosa succede a chi, invece, è ritenuto “idoneo”: cure e visite negate, malattie trascurate, atti di autolesionismo quasi quotidiani, segnalazioni di maltrattamenti, condizioni di detenzione che potrebbero configurare “un trattamento inumano e degradante”. Partiamo dai numeri: al momento della visita, si legge nella relazione, nel cpr erano presenti 49 persone tra i 18 ai 63 anni, a fronte di una capienza di 66 posti. I più numerosi erano i cittadini tunisini, seguiti da marocchini, gambiani e peruviani. Una persona risultava trattenuta da cinque mesi. Nell’anno trascorso dalla riapertura del centro - rimasto chiuso per due anni per ristrutturazioni in seguito a gravi danneggiamenti - il 24 marzo 2025, al giorno della visita, risultano transitate 681 persone, di cui 190 provenienti da istituti penitenziari. Solo 94, il 13,8 per cento, sono state rimpatriate. Le restanti 587 sono uscite per mancata convalida dell’autorità giudiziaria (212), per trasferimento verso altri Cpr (119), compreso quello albanese di Gjadër, o per altri motivi, tra cui la rivalutazione sanitaria. Nello stesso periodo, il registro degli eventi critici, consultato dalla delegazione che ha effettuato la visita, ha riportato 138 episodi di autolesionismo o tentativi di gesti anticonservativi, più di uno ogni tre giorni, 66 dei quali hanno portato all’ospedalizzazione. Nei primi tre mesi del 2026, gli episodi di questo tipo sono stati 56, due ogni tre giorni. Eppure “non è presente alcun protocollo operativo per la prevenzione e gestione del rischio autolesivo e suicidario”. La maggior parte degli episodi risulta “determinata da un diniego di farmaci”, soprattutto Lyrica e Rivotril, di cui molte persone trattenute nei Cpr sono dipendenti. Risultano poi “nove episodi significativi di turbativa dell’ordine pubblico all’interno del centro”, con 16 arresti. Nella relazione, il Garante evidenzia le carenze del registro, costituito da “un quaderno compilato a mano privo dei requisiti di inalterabilità, precisione e accuratezza nella compilazione”, in cui spesso “non vi è una descrizione esauriente del fatto, né indicazione dell’identità del compilatore e della fonte”. Gran parte delle osservazioni mosse dal garante riguardano il diritto alla salute, a partire dalle visite di idoneità oggi al centro del dibattito politico e mediatico. “È stata rilevata, come altre volte, la sommarietà delle certificazioni sanitarie di ingresso che si rivelano non conformi o comunque non accurate rispetto alle effettive condizioni di salute dei cittadini stranieri assegnati al Cpr”, si legge nella relazione. La vice-direttrice del centro di Corso Brunelleschi ha riferito alla delegazione in visita che “le persone che provengono dal circuito penitenziario giungono senza la relativa documentazione medica, foglio terapia e indicazioni dei trattamenti farmacologici in corso”. Ancora più carente risulta la rivalutazione sanitaria dopo il primo ingresso. La delegazione racconta di aver ha incontrato B. R. M., che pochi giorni prima della visita era rimasto vittima di un infortunio da caduta: “Indossava un busto ortopedico applicato al torace a protezione delle vertebre ed appariva fortemente limitato nei movimenti - si legge nella relazione - Riferiva alla delegazione di avere bisogno del supporto fisico dei propri compagni di modulo per fruire della toilette e della doccia”. Eppure, all’atto delle dimissioni dall’ospedale, “non era stata considerata la compatibilità delle sue condizioni di salute con il reingresso nella struttura di trattenimento; il gestore aveva pertanto chiesto la rivalutazione sanitaria, ma la struttura di via Farinelli - l’ambulatorio incaricato delle visite di idoneità al primo ingresso, ndr - aveva dichiarato la propria incompetenza ritenendosi responsabile del solo esame delle condizioni di salute dei cittadini stranieri in ingresso e non di quelli già trattenuti”. C’è poi il “grave problema della mancata accoglienza, da parte delle strutture territoriali, delle persone che presentano vulnerabilità psichiatriche”, di cui la storia di M. D., raccontata in introduzione, è emblematica. “La struttura ospedaliera di riferimento per il Cpr è l’ospedale Martini che, tuttavia, secondo quanto riferito, non riesce a reggere il ritmo degli invii e delle richieste provenienti dalla struttura, sicché si determinano omissioni e ritardi nella presa in carico di persone che versano anche in particolare condizioni di vulnerabilità”. La relazione racconta ancora il caso di S. M., entrato nel Cpr il 19 marzo 2026: “Malgrado avesse dichiarato nella visita di screening in ingresso il consumo di eroina/cocaina/hashish, la condizione di dipendenza è stata accertata solo il 24 marzo, dopo plurimi trasferimenti in ospedale per crisi gastrointestinali e respiratorie, mentre la somministrazione della terapia sostitutiva ha avuto inizio il 25 marzo”. Negli otto giorni dall’ingresso alla visita del Garante, S. M. ha vissuto isolato nella stanza di osservazione sanitaria. Isolati per giorni Proprio sull’utilizzo della stanza di osservazione sanitaria si concentrano alcune delle osservazioni del Garante. Il locale “non è dotato di campanello di chiamata per le urgenze” e “al momento della visita il lavandino era fuori uso poiché sommerso dal cibo evidentemente rigettato dalla persona che occupava in quel momento la stanza”. Le annotazioni sul registro di entrata e uscita risultano inoltre “incomplete” e “dalla descrizione di alcuni eventi parrebbe che in qualche caso il locale di osservazione sia usato per finalità diverse da quelle di natura sanitaria”. Vengono citati gli esempi di persone poste in isolamento per “condotte aggressive”, “stato di agitazione”, “tensione fra ospiti a motivo dell’uso del telecomando” o non meglio specificati “gesti dimostrativi”. Rispondendo per iscritto alle osservazioni, l’ente gestore, la cooperativa Sanitalia, ha assicurato che “l’accesso alla sala di osservazione avviene esclusivamente per motivazioni di carattere sanitario” o “nei casi di comportamento aggressivo o di grave agitazione psicomotoria, esclusivamente quale misura di protezione della vita e dell’incolumità del paziente stesso, degli altri ospiti e degli operatori sanitari, e mai con finalità disciplinari o di isolamento non giustificate da esigenze sanitarie”. Sanitalia ha inoltre comunicato di aver adottato “misure correttive” per rendere la compilazione del registro “più dettagliata e completa”. La questione riporta alla mente la morte di Moussa Balde, giovane guineano che si è tolto la vita il 23 maggio del 2021 proprio mentre era sottoposto a isolamento sanitario nell’area del cpr di Corso Brunelleschi chiamata “ospedaletto”, oggi chiusa. Lo scorso 11 febbraio, il tribunale di Torino ha condannato l’allora direttrice della struttura Annalisa Spataro a un anno di reclusione per omicidio colposo, assolvendo invece il responsabile sanitario. Diverse delle persone trattenute con cui la delegazione del Garante ha parlato hanno lamentato un “atteggiamento costantemente intimidatorio da parte delle forze dell’ordine, anche in risposta a un mero dissenso verbale”. L’analisi del registro degli eventi critici solleva poi dubbi sulla legittimità e la proporzionalità nell’uso della forza: “Talune registrazioni relative a episodi di arresto, prive di riferimento a comportamenti violenti posti in essere dalla persona, sollevano interrogativi”, si legge nella relazione. Si citano, per esempio, casi di arresto per “litigi” o “intemperanza”. Alcune persone trattenute hanno inoltre raccontato di aver subito all’ingresso “un controllo di sicurezza molto intrusivo con la richiesta di denudamento totale e l’esecuzione di piegamenti”, ma la Questura ha negato. La delegazione del Garante racconta poi di aver ricevuto segnalazioni di possibili maltrattamenti “meritevoli di approfondimento sotto il profilo della possibile rilevanza penale”, riportati alle autorità giudiziarie. Attualmente, il direttore del Cpr di Corso Brunelleschi Vincenzo Salvo è sospeso dall’incarico e affronta un processo per minacce e percosse ai danni di una persona trattenuta. Il questore di Torino Massimo Gambino e il capo della Polizia Vittorio Pisani hanno risposto alle osservazioni assicurando che l’operato degli agenti è sempre improntato “alla mediazione e al dialogo”. Al centro dell’attenzione del Garante ci sono anche le condizioni materiali degli spazi, in particolare i bagni. La relazione segnala che “il vano che ospita la toilette alla turca in qualche caso è completamente aperto, mentre in altri casi lo spazio è parzialmente protetto da un muretto” e “non risulta installata una porta nemmeno tra il locale bagno e il dormitorio”, il che permette “la propagazione degli odori e delle esalazioni” fino ai letti, distanti solo 4 metri dal wc. In uno dei bagni, “l’acqua esondava dalla toilette alla turca allagando tutto il vano”. “La situazione riscontrata - si legge nella relazione - viola canoni di salubrità degli ambienti di vita, della protezione della riservatezza e della vita privata” ed è “potenzialmente idonea a configurare un trattamento inumano e degradante”. La Prefettura di Torino ha risposto negativamente alla raccomandazione di installare porte o tende nei bagni, ritenute “controindicate sotto il profilo della sicurezza, anche al fine di prevenire il compimento di gesti anticonservativi”. Respinta anche la richiesta di installare campanelli di chiamata in caso di necessità - ritenuta “superflua e sconsigliata per il possibile uso pretestuoso che ne farebbero i trattenuti” -, di permettere l’apertura delle finestre - che resteranno sigillate “per impedire un uso improprio da parte degli stranieri” -, di un sistema autonomo di accensione e spegnimento della luce nei moduli abitativi - “per prevenire possibili usi impropri dei tasti di accensione” -, e di installare panchine e sedie: per la Prefettura è “incompatibile con gli spazi a disposizione, con esigenze di sicurezza (le sedute mobili potrebbero essere utilizzate come oggetti contundenti) e con la natura dei locali in argomento, aventi funzione di dormitorio”. Esclusa anche la possibilità di concedere alle persone trattenute l’utilizzo di telefoni con telecamera per le videochiamate, “sempre per ragioni di ordine e sicurezza pubblica”. Roma. Sbatteranno lo Sportello in faccia ai detenuti tossicodipendenti di Rebibbia di Fabio Falbo huffingtonpost.it, 30 settembre 2026 Era nato grazie a un gruppo di volontari, poi sostenuto dall’Asl. Che però ora ha rescisso il contratto. Il rischio che i detenuti più fragili perdano l’ultimo supporto: “Quando si chiudono le porte della cura, si spalancano quelle della sofferenza, dell’abbandono e della recidiva”. Mentre si annunciano trasferimenti impossibili verso le comunità terapeutiche, a dicembre 2026 chiuderà a Rebibbia uno dei pochi servizi che da tredici anni intercetta il disagio sommerso delle dipendenze: lo Sportello conosciuto come “Una porta aperta in un mondo di porte chiuse”. In questa storia c’è il teatro dell’assurdo della giustizia italiana che continua a produrre numeri destinati a rimanere numeri. Da mesi viene riproposta come soluzione al sovraffollamento carcerario l’ipotesi del trasferimento di 10.000 persone detenute con problematiche di dipendenza patologica nelle comunità terapeutiche esterne. È un annuncio di grande impatto mediatico, che tuttavia si scontra con una realtà difficilmente aggirabile visto che i posti realmente disponibili nelle comunità sono una minima frazione di quelli evocati nel dibattito pubblico (molto sotto delle mille unità) e risultano già in larga parte occupati. La questione assume contorni ancora più paradossali se si considera ciò che accade dentro gli istituti penitenziari. Da tempo sostengo che i numeri ufficiali sulle dipendenze rappresentino soltanto una porzione del fenomeno, perché migliaia di persone entrano in carcere senza essere mai state formalmente prese in carico dai servizi territoriali. Molte di loro presentano storie di abuso, fragilità e necessità di interventi specialistici, ma restano invisibili alle statistiche. Oggi non conosciamo con precisione la consistenza reale del problema, appare difficile immaginare soluzioni costruite su numeri che non trovano corrispondenza né nei posti disponibili né nelle risorse effettivamente esistenti. Nel frattempo, mentre si progettano trasferimenti teorici, a Rebibbia Nuovo Complesso chiuderà per sempre una delle poche esperienze che negli ultimi anni ha svolto un lavoro quotidiano di intercettazione del disagio nascosto. Lo sportello “Una porta aperta in un mondo di porte chiuse” nasce nel 2013 grazie all’impegno di volontari, tirocinanti e giovani del servizio civile che, in assenza di strumenti adeguati, decisero di intervenire direttamente per dare ascolto a una sofferenza che nessuno riusciva più a contenere. Nel 2016 quel gruppo si è strutturato associativamente per garantire continuità al progetto, soltanto dopo sono arrivati i primi strumenti amministrativi che ne hanno consentito il consolidamento attraverso il sistema sanitario territoriale. Oggi questa esperienza garantisce la presenza di 10 professionisti specializzati che operano a supporto delle attività del Ser.D. interno all’istituto, il dato assume una rilevanza enorme se confrontato con quello relativo all’organico strutturato del servizio pubblico: gli operatori del Ser.D. interno sono infatti appena 9. Una parte significativa del lavoro di ascolto, orientamento e sostegno si regge proprio su quella rete costruita negli anni grazie alla collaborazione tra Sanità pubblica e Terzo Settore. Il problema è che il progetto si avvia verso la conclusione e in assenza di nuovi interventi, la soppressione definitiva è prevista entro dicembre 2026. La conseguenza non sarà soltanto la perdita di dieci professionalità che per oltre un decennio hanno operato dentro il carcere. A scomparire sarà soprattutto un presidio capace di raggiungere quelle persone che non compaiono nelle statistiche, che spesso non si rivolgono spontaneamente ai servizi e che vivono condizioni di fragilità profonda aggravate dalla detenzione. La funzione di questo sportello non è mai stata quella di produrre numeri o riempire moduli, il suo valore è sempre stato quello di intercettare il sommerso attraverso gruppi di parola, attività di ascolto e percorsi relazionali. Molte persone hanno trovato uno spazio dove smettere, almeno per qualche ora, di essere definite esclusivamente dal proprio reato, dalla propria dipendenza o dalla propria posizione giuridica. Alcuni hanno riscoperto competenze, passioni e interessi dimenticati; altri hanno trovato nell’ironia e nel confronto collettivo una difesa contro l’angoscia e la disperazione; altri ancora hanno potuto condividere esperienze traumatiche che diversamente sarebbero rimaste sepolte nel silenzio della cella. In un sistema penitenziario in cui il disagio psicologico cresce insieme al sovraffollamento, la parola e la relazione costituiscono spesso l’ultimo punto di contatto con la possibilità di non arrendersi. Eliminare questi spazi significherebbe aumentare ulteriormente il peso che grava su strutture già in affanno e privare molte persone di uno dei pochi strumenti di sostegno concretamente accessibili. Il rischio chiusura dello sportello non può essere considerata una questione marginale o esclusivamente amministrativa. Mentre si discute di migliaia di trasferimenti difficilmente realizzabili, si rischia di smantellare uno dei pochi presidi che già oggi opera concretamente sul terreno delle fragilità, delle dipendenze e della prevenzione del disagio. In questo contesto appare doveroso riconoscere l’attenzione che il Presidente della Regione Lazio ha sempre dimostrato verso le problematiche del mondo penitenziario. Negli anni non sono mancate presenza, sensibilità istituzionale e disponibilità al confronto con chi opera quotidianamente negli istituti. Proprio per questo c’è la fiducia che una realtà tanto importante non venga lasciata nell’indifferenza e che si individuino rapidamente le soluzioni necessarie per garantirne la prosecuzione. Una possibilità esiste ed è concreta: consentire ai Ser.D. territoriali di sviluppare nuove forme di collaborazione strutturata con il Terzo Settore, assicurando continuità ai progetti che hanno dimostrato efficacia e preservando un patrimonio di esperienza costruito in anni di lavoro. La vera domanda allora non riguarda i 10.000 posti annunciati, riguarda le dieci persone che oggi lavorano dentro il carcere e che rischiano di non esserci più domani. Perché dobbiamo ricordare che le dipendenze patologiche sono malattie croniche e recidivanti che non si curano dietro una porta blindata né attraverso la sola somministrazione di farmaci. Chiudere quello sportello significherebbe privare il carcere di uno degli ultimi strumenti capaci di intercettare la sofferenza sommersa, di mantenere vivo il legame umano e di costruire un ponte verso i futuri percorsi terapeutici esterni. Se quella porta dovesse chiudersi davvero, non assisteremmo soltanto alla fine di un progetto, assisteremmo alla perdita di una delle poche reti che impediscono a molte persone di sprofondare nell’isolamento, nella disperazione e nell’abbandono. Prima ancora che una questione politica, è una questione di legalità costituzionale. Per tale ragione, il primo appello deve essere rivolto alla Magistratura di Sorveglianza, cui l’ordinamento affida il compito di vigilare affinché l’esecuzione della pena si svolga nel rispetto della dignità della persona e della finalità rieducativa sancita dall’articolo 27 della Costituzione. La soppressione dello sportello “Una porta aperta in un mondo di porte chiuse” e la perdita di dieci professionisti specializzati non rappresentano soltanto una riduzione di servizi. Significano nella pratica quotidiana, meno colloqui, meno osservazione scientifica della personalità, meno segnalazioni al Ser.D., meno relazioni socio-sanitarie, meno programmi terapeutici, meno sostegno nella predisposizione di percorsi individualizzati. Significano inevitabilmente un rallentamento, e in molti casi un vero e proprio arresto, delle pratiche necessarie per l’accesso ai percorsi di cura e alle misure alternative. Quando vengono meno le figure che intercettano il disagio, orientano le persone detenute e costruiscono il ponte tra il carcere e il territorio, non si interrompe soltanto un servizio, si interrompe la possibilità concreta di trasformare una fragilità in un progetto di recupero. Per questo motivo chiediamo alla Magistratura di Sorveglianza di verificare attentamente gli effetti che questa scelta produrrà sulla popolazione detenuta e sui percorsi trattamentali in essere. L’appello è rivolto anche al Ministro della Giustizia Carlo Nordio, se l’obiettivo dichiarato è quello di favorire percorsi terapeutici esterni per migliaia di persone con dipendenze patologiche, occorre innanzitutto impedire che vengano smantellate proprio quelle strutture umane e professionali che rendono possibile l’individuazione dei soggetti fragili e la costruzione dei programmi di recupero. Allo stesso modo, rivolgiamo un appello al Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, affinché valuti personalmente le conseguenze della soppressione di questo presidio: non una scelta puramente amministrativa, ma qualcosa che incide direttamente sulla salute mentale, sulla prevenzione del suicidio, sul contrasto alle dipendenze e sulla sicurezza collettiva. Se davvero si intende ridurre la recidiva e dare attuazione ai principi costituzionali, non è questo il momento di sottrarre risorse umane al carcere, è il momento di rafforzarle. Perché ogni professionista che viene allontanato da Rebibbia è una possibilità di recupero che viene sottratta a una persona detenuta. E quando si chiudono le porte della cura, inevitabilmente si spalancano quelle della sofferenza, dell’abbandono e della recidiva. Salerno. Nuova ispezione in carcere: 600 detenuti per 358 posti di Simona Cataldo liratv.it, 30 settembre 2026 Le donne chiedono una stanza per l’affettività, soprattutto per consentire alle madri di incontrare i propri figli in un ambiente familiare. A quasi quattro mesi dalla precedente visita, ieri sono tornati nella casa circondariale di Salerno l’Osservatorio Carceri dell’Unione Camere Penali Italiane, la Camera Penale salernitana e le associazioni Maurizio Provenza, Nessuno Tocchi Caino e Ottanta-quattrocento per verificare cosa sia cambiato dopo una lunga estate di caldo e umidità. Il dato più pesante è il sovraffollamento: circa 600 detenuti a fronte di 370 posti regolamentari. Dodici posti sono però inutilizzabili perché interessati da lavori: quelli realmente disponibili sono dunque 358. Nella sezione femminile resta forte la richiesta di una stanza per l’affettività, soprattutto per consentire alle madri di incontrare i propri figli in un ambiente familiare. La direzione avrebbe già individuato gli spazi, ma servono le risorse per realizzarla. Nella prima sezione, quella di media sicurezza, le condizioni strutturali restano critiche: muri impregnati di umidità, degrado e impianti da risanare. È previsto un finanziamento di quattro milioni e mezzo di euro. Problemi anche per l’acqua calda, disponibile nelle docce comuni ma non nelle stanze e che spesso non basta per tutti. Sul fronte sanitario, l’emergenza riguarda soprattutto le patologie psichiatriche, a fronte di appena otto posti disponibili, oltre a tossicodipendenze, cardiopatie e diabete. Nell’alta sicurezza il sovraffollamento è minore, ma la socialità è ridotta per esigenze organizzative e di sicurezza, mentre alcuni servizi arrivano con ritardo. Infine le biblioteche: presenti, ma poco utilizzate, anche perché molti libri devono essere catalogati. Il quadro, dunque, resta sostanzialmente invariato. La battaglia delle associazioni e dei giuristi prosegue per trasformare le criticità rilevate in interventi concreti. Foggia. “Inseguivo i soldi facili, ora aiuto i detenuti: so quanto sia importante avere qualcuno” di Michela Anna Magnifico La Repubblica, 30 settembre 2026 La storia di Giuseppe, 47 anni, che a Cerignola lavora dal 2012 su un bene confiscato alla mafia: dopo momenti al limite della legalità è andato in una comunità, poi ha ritrovato l’amico di infanzia Pietro che lo ha aiutato a rimettersi in piedi. “La sua storia è l’emblema di chi si è saputo mettere in gioco”. Una vita difficile, costellata di cadute, momenti bui ed infine anni di comunità. Fino al tentativo di trovare lavoro ma sempre con un’etichetta negativa che gli altri gli avevano cucito addosso. Fino all’incontro, anzi al ritrovato rapporto, con l’amico di infanzia che, nel frattempo, aveva messo su una cooperativa sociale che operava già da diversi anni su un bene confiscato alla mafia. Siamo a Cerignola, comune in provincia di Foggia, dove i beni confiscati alle mafie danno lavoro ed integrazione sociale, salvano dalla strada e dalle situazioni complesse. Giuseppe ha 47 anni e dal 2012 la sua vita ha preso una strada diversa. La retta via. Non ama raccontarsi. Lo ha fatto per tanti anni, anche nelle scuole, come esempio di chi, dopo tante difficoltà e cadute, si è saputo rimettere in gioco. Reinventarsi. Raccontarsi a se stesso e agli altri. “Mi piaceva uno stile di vita alterato, soldi facili e sono caduto in un vortice che mi ha portato a peregrinare in varie comunità, fino ad incontrare una comunità di recupero a Foggia. È lì che è iniziata la svolta. Una volta terminato il percorso e rientrato a Cerignola, c’era il vuoto attorno a me. Solo la mia compagna mi era vicina. Lo è sempre stata nei momenti brutti ed in quelli belli. Fino all’incontro con Pietro (Fragasso, presidente della cooperativa Pietra di Scarto) con cui ci conosciamo da bambini. Abitavamo nello stesso stabile e siamo cresciuti insieme. Poi abbiamo preso strade diverse”. Dal 2012 Giuseppe è stato prima vice presidente della cooperativa, poi nel cda. Attualmente ha un ruolo importante e delicato al tempo stesso. È coordinatore dei ragazzi in esecuzione penale esterna. Detenuti che di mattina si recano al lavoro sui terreni facenti parte del bene confiscato e la sera rientrano nel carcere. “Dal 2012 la mia vita è totalmente cambiata. Un nuovo percorso, nuovi stimoli. Ho iniziato con la raccolta delle olive (la Bella di Cerignola), abbiamo costruito tassello dopo tassello tanti progetti. Non avevamo nulla. Un capannone dove all’interno c’era soltanto un neon ed una vigna. Abbiamo dato vita a tante raccolte, pomodori, olive e ci occupiamo anche della trasformazione”. Tre anni fa Giuseppe ha vinto un’altra sfida. Questa volta giocata con suo figlio di appena 10 anni. “Vuoi vedere che mi diplomo”? - gli ho detto un giorno. “L’ho fatto per dargli un esempio. Trascorreva troppe ore a giocare a calcio, mentre io cercavo di fargli comprendere l’importanza dello studio. Mi sono diplomato perito agrario frequentando la scuola serale. Mio figlio ha capito e ha studiato, non tralasciando chiaramente la sua passione per il calcio”. Quest’anno la cooperativa Pietra di Scarto compie 30 anni e dal 1 al 3 ottobre terrà la prima edizione del Festival dei Banditi. Bandito non è soltanto chi delinque, ma chi viene messo ai margini, al bando dalla società. “La storia di Giuseppe rappresenta l’emblema di chi era stato messo al bando e attraverso un bene confiscato si è rimesso in gioco divenendo punto di riferimento di tantissimi giovani che ogni anno passano da qui - ha spiegato Fragasso - È l’esempio concreto di come un bene confiscato possa rappresentare per una comunità non solo un simbolo ma uno spazio concreto di vita”. La sfida di Giuseppe ora è una. “Aiutare chi è in difficoltà. Non bisogna mai giudicare, ma tendere la mano”. Rovigo. Carcere, carcerati e dintorni un momento per riflettere di Mattia Tridello lavoce-nuova.it, 30 settembre 2026 Carcere, carcerati ma soprattutto la visione di chi vi opera all’interno e di chi vi ha trascorso parte del proprio cammino. Sono state una sessantina le persone che hanno partecipato alla serata del convegno organizzato ieri dall’associazione “Nuovi germogli”, con il patrocinio della Fondazione Rovigo Cultura, per poter ascoltare testimonianze che sono diventate pennellate sicure e vive di una condizione umana che a Rovigo trova spazio nell’istituto penale ai margini della città e in quello minorile per il triveneto inaugurato nel dicembre scorso. “Il carcere è un luogo di sofferenza, questo sia chiaro, è un luogo in cui però c’è tanta possibilità di operare in sinergia tra Stato, enti locali e volontariato” ha spiegato fra Marco Reginato, cappellano del carcere circondariale rodigino, della fraternità cappuccina di Lendinara, aggiungendo: “Molto dipende ovviamente sempre dal direttore, dei rispettivi direttori. Sono loro che dettano i tempi, le modalità e la possibilità di operare concretamente” e molto fa anche lo sguardo della solidarietà che a Rovigo, ha concluso, non manca. Si tratta si cambiare visione e aprirsi a una conoscenza vera della persona che esula dall’indifferenza per approdare invece nella comprensione senza giudizio ma con apertura, ascolto e dialogo ha poi annotato padre Claudio Santangelo, cappellano del carcere di Tolmezzo. Spazio poi alla voce di Flavio Tromboni, ex detenuto, intervistato dall’avvocato e neo assessore Ezio Conchi, dopo i saluti della presidente dell’associazione, Valeria Toso, e di Gianna Previato, Fondazione Rovigo cultura. Padova. Un rifugio felino nel carcere, ecco come i detenuti si occuperanno dei gatti in difficoltà di Marianna Rotella La Stampa, 30 settembre 2026 Un rifugio nel carcere di Padova: ecco come i detenuti si occuperanno dei gatti in difficoltà. Si tratta di un progetto pilota, quello portato avanti dall’assessora del Comune di Padova, Margherita Colonnello e l’associazione di volontariato “Granello di Senape”, con il penitenziario “Due Palazzi”; così La Stampa ha avuto il piacere d’intervistare chi si sta occupando di questa nuova esperienza di dialogo, dove detenuti e gatti riscrivono insieme il concetto di libertà, in ogni sua sfaccettatura. Francesca Rapanà, volontaria dell’associazione Granello di Senape e l’assessora Colonnello raccontano di un sogno concreto che prende forma giorno dopo giorno, delineando una realtà competente e strutturata, di un’Italia finalmente pronta per abbracciare una visione delle problematiche territoriali, maggiormente avanguardista e aperta ai cambiamenti. Due esigenze che si incontrano - Quando abbiamo domandato a Colonnello se l’idea fosse stata studiata sulla base delle necessità penitenziarie, comunali oppure del randagismo, è emerso chiaramente come la politica del Comune di Padova abbia saputo accogliere i differenti piani di lettura, creando una sinergia istituzionale e gestendo le esigenze come un unico nucleo di pensiero. “Il progetto è concreto ed è stato finanziato nella sua parte infrastrutturale, mentre quella gestionale va totalmente immaginata, ma bisogna dare priorità all’infrastruttura, ovviamente; anche se, come tanti progetti, è partito da una visione gestionale. Da qui, il collegamento con il carcere, il punto di partenza è il seguente: a Padova c’è bisogno di un gattile, perché abbiamo numerose colonie feline, tantissime volontarie che se ne occupano e che ringraziamo, ma un problema rilevante è relativo ai gatti che si ammalano, che non possono stare all’aria aperta e per i quali, però, giustamente non possiamo chiedere alle volontarie di portarsi a casa e di accudire a proprie spese, anche se, di fatto, al momento è ciò che avviene”. Francesca Rapanà, mentre si trova in carcere per gestire le attività dei detenuti, sfama i vari gatti situati in loco: “A Padova ci sono due istituti penitenziari e in entrambi sono presenti delle colonie feline; abbiamo notato che alcune persone detenute hanno mostrato una certa predisposizione alla cura di questi gatti”. Chi si occupa di colonie feline e randagismo, sa bene, però, che la dinamica è molto più complessa rispetto a ciò che si possa immaginare e, se giacigli per la notte e punti pappa, sono indispensabili; tuttavia non risultano sufficienti nei momenti di criticità, come sottolinea la Colonnello: “Manca un luogo dove portare questi animali nel momento in cui si presenta del malessere, così come manca un luogo per i cuccioli orfani e per quegli improvvisi sequestri di animali che avvengono nel caso di fermi sociali per accumulazione seriale. Perciò, che il Comune avesse bisogno di questo tipo di presidio, era scritto da tempo”. Francesca sottopone la situazione a una questione etologica fondamentale, però, non dimenticando la natura di alcuni felini, da sempre abituati alla libertà e poco al contatto umano: “I gatti, tutto sommato, stanno abbastanza bene dove sono. Dunque l’idea non è quella di rinchiuderli ma nasce proprio dal pensiero che questi mici si ammalano e lì viene meno la necessità immediata di libertà. Una volta curati, poi, potranno tornare sul loro territorio. Chiaramente si tratterà di uno spazio transitorio, dove non vi dovrà essere un accumulo, bensì ci si dovrà basare su un buon turnover. L’idea è quella di inserire soggetti che siano adottabili, come gatti molto anziani o cuccioli”. Se Margherita e Francesca sembrano essere affiatate e avere una visione comune e lineare; entrambe cercano comunque di creare una rete di consapevolezze e aiuti indispensabili attorno al progetto embrionale. Etica umana ed etologia felina - Francesca è molto chiara riguardo questo aspetto e tiene a precisare che l’associazione Granello di Senape si occupa di sostegno ai percorsi di reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute, ma non ha esperienza rispetto al connubio “animali-detenuti”: “Il mio sogno sarebbe farlo diventare uno spazio innovativo, che possa basarsi anche su delle metodologie, come tutto ciò che riguarda l’etologia felina e a Padova abbiamo delle risorse, tra la Facoltà di Medicina Veterinaria e cliniche molto valide, con dottori altrettanto competenti. Non vogliamo creare il solito gattile con le gabbie, vorremo aiutare questi gatti a verticalizzare, a trovare poi casa, utilizzando in modo proficuo i social network, ad esempio”. Nulla è lasciato al caso, insomma, eppure, spiega Margherita: “L’innesco con il carcere è avvenuto per una serie di casualità, come spesso nella vita. Dal sogno, si è passati alla parte più pratica, perché i sogni bisogna destrutturarli e ripartire da zero e, quindi, adesso siamo alla parte infrastrutturale; perché, in collaborazione con l’Usl, abbiamo ponderato un’ipotesi riguardo quale tipo di spazio serva a livello di metratura e di servizi presenti. L’amministrazione comunale ha reperito le risorse, ora siamo nella fase di individuazione dell’area. Una volta fatto questo, si potrà passare alla parte dell’edificazione della struttura, ma ci vorrà un po’ di tempo. Questo tempo ce lo diamo per comprenderne la gestione, nel senso che va trovato un soggetto che conduca il tutto, un accordo con le associazioni di volontariato, con il carcere e così via. Il pretesto è stato il fatto che il carcere spesso è un luogo dove capitano invasioni di gatti e dunque le esigenze si sono semplicemente venute incontro”. Le idee sono limpide e verranno portate avanti con meticolosità; questo è lampante anche quando domandiamo a Francesca quali saranno i detenuti che entreranno nel rifugio: “Detenuti sia di reati minori che con pene più importanti, basta che venga reputato che in quel momento siano pronti per iniziare a misurarsi gradualmente con l’esterno. Perciò non c’è una valutazione sulla pericolosità del reato, bensì sulla pericolosità attuale, anche perché il luogo individuato è molto vicino al carcere, ma comunque fuori dal muro di cinta; quindi si qualificherebbe come lavoro all’esterno e si dovrà trattare di persone affidabili, anche rispetto alla cura dell’animale. Naturalmente, non verranno mai lasciati da soli, anzi l’ipotesi è che possano accedere anche un percorso di formazione”. Si tratterà, insomma, di uno scambio di competenze tra varie realtà, tutte fortemente motivate e moralmente solide e consolidate, che plasmeranno un modello a cui speriamo si potranno ispirare anche altri Comuni. Il concetto di libertà - I gatti sono gli animali liberi, indipendenti, autonomi e, al contempo, che detestano le regole, per eccellenza. Spesso si racconta ironicamente di come a dettare legge in casa, non siano gli umani, bensì proprio i felini. L’innesco con un luogo che da sempre è simbolo di deprivazione di libertà e diritti umani, appunto per una pregressa trasgressione delle norme; appare come un paradosso sociale, eppure è proprio dalla libertà che si possono riscrivere le regole per il rientro in società. Ricordiamo, infatti, che i penitenziari non nascono come strumento meramente punitivo, ma al fine di reintegrare i soggetti detenuti, all’interno di un contesto sociale; soprattutto negli ultimi anni, attraverso i nascenti percorsi di giustizia riparativa. Tuttavia, l’esistenza in carcere riscrive storie, capacità ed emozioni di chi lo abita, tanto che spesso molti detenuti, una volta usciti, non possiedono gli strumenti necessari, al fine di ricostruire una vita al di fuori e il lavoro, sotto questo punto di vista, è un punto di partenza fondamentale. Margherita pone l’accento proprio su quest’ultimo aspetto: “È emersa da parte del carcere e dei volontari, non soltanto una competenza in quest’ambito, ma anche il suggerimento di provare a ipotizzare uno spazio dove far lavorare i detenuti che fanno fatica a prendere subito un’occupazione, un lavoro vero e proprio. Una sorta di occupazione intermedia, in una struttura del Comune, con animali comunque di facile gestione e ci è sembrata una buona ipotesi”. Eppure, se l’idea appare semplice ed efficace, è la prima volta che qualcuno immagina un simile scenario in Italia, come racconta Francesca: “Avevamo studiato una mappatura in giro per l’Italia, nei vari istituti penitenziari e non avevamo trovato niente del genere, abbiamo notato solo molte colonie feline, ma non un’attività così strutturata che si potesse configurare con un rifugio che dialoga con l’esterno”. Quando accenniamo ad alcune realtà americane, ormai consolidate da tempo, Francesca, spiega subito la netta differenza con i progetti oltreoceano, toccando uno dei concetti chiave dell’universo penitenziario: “Non opereremo come in America, perché i gatti non entreranno nelle celle del carcere, non sarebbe fare il loro bene. Lo scopo, anzi, è anche quello di avvicinare il carcere alla città; poiché il carcere a Padova, come spesso accade, è periferico, quindi magari persone a cui del carcere importa poco, potrebbero, invece, avvicinarsi al volontariato animalista e, di conseguenza, anche al mondo dei detenuti e scoprire che non si tratta proprio di una bolla”. Il randagismo, come il mondo penitenziario, sembra risultare una dinamica sociale di fronte alla quale restare ciechi e da cui prendere le distanze, tuttavia, questo non cancella due universi tanto dissimili quanto uguali. Francesca termina l’intervista con una riflessione significativa: “La cura dell’altro è una competenza, un passaggio importante per persone che nella vita hanno dato priorità a sé stesse, dunque curare questi gatti, avrà sicuramente un impatto empatico positivo”. Auguriamo a questo sogno di diventare presto realtà e di poterne ancora scrivere e parlare a lungo. Brindisi. Danza e teatro in carcere: “Dico grazie a chi investe nel cambiamento” brindisireport.it, 30 settembre 2026 Lo spettacolo “Oltre i confini indoor” è l’occasione per una riflessione di Valentina Farina, garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Provincia di Brindisi. Ieri mattina i cancelli della casa circondariale di Brindisi si sono aperti per accogliere istituzioni e stampa. Per me, che ogni giorno lavoro per la tutela dei diritti di chi vive la detenzione, è stato un momento di grande significato. Aprire le porte di un istituto di pena vuol dire mostrare ciò che accade “dentro”, perché solo una comunità che conosce e ascolta può prevenire il disagio e accompagnare davvero i percorsi di reinserimento. L’evento rientra nella campagna nazionale “Chi ben comincia. La comunità che previene”, promossa da Fondazione Puglia con Acri dal 24 settembre al 1° ottobre. Il riconoscimento a Brindisi conferma che il nostro territorio sa produrre modelli virtuosi di giustizia riparativa e di reinserimento sociale. Non è un caso isolato: è il frutto di anni di lavoro condiviso tra istituzione penitenziaria, enti regionali e terzo settore, che ci rende oggi un punto di riferimento per le buone pratiche nell’esecuzione penale. Protagonista della mattinata è stato “Oltre i confini indoor - Da detenuti a danzatori professionisti”, laboratorio permanente di teatro-danza ideato e condotto dalla Compagnia d’Arte Dinamica AlphaZtl, con il coreografo Vito Alfarano e il drammaturgo Marcello Biscosi. Le coreografie sono state realizzate con il contributo di Daniele Corsa e Saul Daniele Ardillo. Sul palco, i detenuti Pasquale Camposeo e Roberto Ronzini con la danzatrice professionista Francesca De Giorgi. Dopo la proiezione del documentario “Gabbie: dentro e fuori lo sguardo” è andata in scena la performance dal vivo “Gabbie”, risultato concreto di un percorso che, attraverso il corpo e il movimento, restituisce dignità, disciplina e prospettiva. Un plauso a chi investe nel cambiamento. Voglio dire con chiarezza il mio apprezzamento per le opportunità promosse da soggetti privati e del terzo settore. Realtà come la Compagnia AlphaZtl e Fondazione Puglia non si limitano a sostenere un progetto: mettono a disposizione competenze, professionalità, tempo e passione, e portano dentro le mura il talento e la cura che servono per costruire percorsi veri di crescita. Sono energie che integrano l’azione pubblica e la rendono più efficace. Il loro lavoro dimostra che il reinserimento non si realizza solo con le norme, ma con persone e organizzazioni che credono nel valore di ogni individuo e scelgono di scommettere su di lui. A loro va la mia più sincera gratitudine, con l’auspicio che questo esempio sia seguito da altre realtà del nostro territorio. Il carcere non può essere il luogo dove finiscono tutte le fragilità. Sono convinta che il carcere sia l’unica istituzione dello Stato che non può dire di no a nessuno. Per questo ci arriva chi è passato per tutti gli altri servizi senza trovare risposte: persone senza dimora, persone con disagio psichico, persone con dipendenze. Quando povertà, marginalità e sofferenza non vengono intercettate sul territorio, la detenzione diventa la risposta a problemi che non le appartengono. Per questo dobbiamo rafforzare gli interventi sociali, sanitari e di accoglienza fuori dalle mura, così che il carcere possa svolgere meglio la sua funzione di trattamento e reinserimento. Cultura, salute e diritti vanno insieme. Credo profondamente che giustizia e salute pubblica camminino fianco a fianco. Un’attività significativa dentro gli istituti, resa possibile dal terzo settore, è un investimento sul benessere psicofisico delle persone detenute e sulla prevenzione del disagio. La salute in carcere è un tema su cui è necessario investire, perché anche le persone detenute hanno diritto a un’assistenza sanitaria adeguata. Un carcere che promuove salute attraverso la cultura e il movimento restituisce alla società persone più consapevoli e più pronte a ricostruire la propria vita. Il mio ringraziamento va a Piero Rossi, Garante regionale, per il sostegno espresso al progetto, e a tutti i presenti: l’assessora regionale alla Cultura Silvia Miglietta, il presidente di Fondazione Puglia Antonio Castorani, la direttrice Valentina Meo Evoli, la responsabile dell’Area Educativa Mariella Ruggero, i rappresentanti delle Aree Sicurezza e Trattamentale e della polizia penitenziaria. Un grazie sincero anche agli operatori della stampa. L’attività del Garante non si esaurisce nella vigilanza sui diritti: è promozione, ricerca di opportunità, costruzione di ponti tra carcere e territorio. Continuerò a sostenere questo lavoro, convinta che investire nella dignità delle persone detenute significhi investire nella salute e nella sicurezza di tutta la comunità. Venezia. Teatro in carcere: Cyranò in scena due volte di Joy Bongiovanni gnewsonline.it, 30 settembre 2026 A Venezia due appuntamenti per testimoniare il valore del teatro in carcere. Oggi, martedì 29 settembre, nella casa circondariale Santa Maria Maggiore e domani nella casa di reclusione femminile di Giudecca, i detenuti del circuito maschile porteranno in scena Cyranò. Il progetto teatrale Passi Sospesi di Balamòs è tratto dall’omonima opera di Edmond Rostand e diretto da Michalis Traitsis in collaborazione con Patrizia Ninu. Cyrano è la storia di un uomo che cammina nel mondo con un cuore smisurato e un naso troppo visibile per i suoi sogni. Poeta, spadaccino, spirito libero e indomabile, affronta un mondo di pregiudizi e meschinità con il coraggio della sua voce e con la fedeltà a sé stesso. All’interno dell’istituto penitenziario questa storia assume un valore particolare perché nelle carceri il teatro diventa spazio di ascolto. Due uomini detenuti si esibiscono davanti a un pubblico femminile, uno racconterà la vicenda, intrecciando la propria voce con le parole luminose e ironiche della riscrittura di Stefano Benni, e l’altro dipingerà in scena, improvvisando tratti, colori e memorie. “Cyrano tornerà a vivere non come un eroe lontano ma come un compagno di strada - spiegano da Balamòs -. Col suo pennacchio ostinato, diventa il simbolo di chi non rinuncia alla propria voce, di chi continua a scegliere la verità anche quando costa, di chi sa amare senza possedere”. La scelta dell’opera è etica. “Portare in carcere la storia di un uomo che continua a camminare dritto anche quando il contesto lo spingerebbe a piegarsi - sottolineano i responsabili del progetto - per i detenuti diventa uno specchio e una sfida: un modo per interrogare la propria posizione, la propria voce, la propria possibilità di restare integri dentro un contesto che spesso impone maschere”. Verona. A Montorio il calcio mette in campo anche il carcere di Francesca Romana Riello L’Adige, 30 settembre 2026 A Montorio il calcio mette in campo anche il carcere: polizia penitenziaria, carabinieri, avvocati, tifosi dell’Hellas, ragazzi delle comunità terapeutiche e volontari. Sabato 3 ottobre giocheranno sullo stesso campo, quello del Montorio Calcio in via dei Cedri, per il terzo Trofeo Liberi Liberi Art. 27. Si parte alle 9. Chiuse le partite, si parlerà di carcere: delle condizioni degli istituti penitenziari e, in particolare, di quello di Montorio. La manifestazione, promossa dall’associazione Liberi Liberi Art. 27 con Progetto Serena Aps, è anche il terzo Memorial Matteo Concetti ed è dedicata alle persone morte in carcere. Sei le formazioni in gara. Una mette insieme le forze dell’ordine, con Polizia penitenziaria, carabinieri e Gianpaolo Trevisi. Poi l’AC Forense Verona, la squadra di Liberi Liberi Art. 27 e Progetto Serena, i tifosi dell’Hellas Verona, le Comunità terapeutiche veronesi e la squadra di AttiviAmo Verona e Cascina Clarabella. Tra i giocatori ci saranno ragazzi delle comunità e richiedenti asilo inseriti in percorsi di integrazione. Annunciate anche le calciatrici Rebecca Perfetti, Gaia Datres e Maddalena Totolo. Presenta Gigi Vesentini. “Vogliamo ricordare chi non c’è più e, allo stesso tempo, creare uno spazio di incontro nel quale persone con storie e percorsi diversi possano stare insieme”, spiega Michele Nardi, presidente di Liberi Liberi Art. 27. “Lo sport ci permette di abbattere barriere e di parlare di carcere senza etichette, mettendo al centro le persone, la dignità, i diritti e la possibilità di costruire percorsi di cambiamento”. Previsti i saluti della consigliera regionale Anna Leso, del consigliere regionale Gianpaolo Trevisi, dell’avvocato Federico Lugoboni, di Marco Rigo della Pro Loco Verona, del presidente di Opes Verona Alessandro Boggian e del presidente del Coni Verona Stefano Gnesato. Dopo il fischio finale ci si sposta sul dibattito “Per un carcere conforme alla Costituzione”. Si partirà dalla situazione degli istituti penitenziari, con un passaggio sulle condizioni di lavoro della Polizia penitenziaria a Montorio. Interverranno Domenico Mastrulli, sostituto commissario, segretario generale nazionale e presidente del Coordinamento sindacale penitenziario; Camillo Smacchia, direttore del SerD; l’avvocato Federico Lugoboni e Stefano Grigoletti, presidente di AttiviAmo Verona. Modera Michele Nardi. Agenti, operatori delle dipendenze, avvocati e associazioni che lavorano sul reinserimento: di solito guardano il carcere da punti diversi, sabato lo faranno dallo stesso tavolo. Si parlerà di chi è detenuto, ma anche di chi negli istituti ci lavora ogni giorno. Dal torneo al confronto - Il nome dell’associazione viene dall’articolo 27 della Costituzione, secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. È il principio attorno al quale è stata costruita la giornata di sabato, dal memorial al confronto che seguirà le partite. Per gli organizzatori, far giocare nello stesso torneo agenti, avvocati, volontari, tifosi, ragazzi delle comunità e richiedenti asilo è un modo per portare il tema del carcere fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori. La giornata si chiude con una risottata. I premi del torneo sono offerti da Opes Verona. La partecipazione è aperta anche ai cittadini. Il carcere non sia una clava elettorale: la lezione del romanzo di Giostra di Walter Verini Il Dubbio, 30 settembre 2026 Glauco Giostra ha compiuto un piccolo miracolo: è riuscito a far fiorire le spine. Non lo ha fatto, come in tutta la sua vita, tenendo lezioni all’Università, parlando a un congresso di penalisti, in audizioni parlamentari, tenendo conferenze, con saggi e libri, articoli e interviste. O in Commissioni ministeriali di altissimo profilo. Anche lì, molto spesso, era riuscito a far fiorire spine, attraverso proposte, indicazioni, che sono servite a rendere migliori la Procedura Penale, la produzione legislativa. O a suscitare grandi speranze, come quando coordinò la straordinaria esperienza degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale voluti dall’allora Ministro Orlando. Questa volta è riuscito nell’impresa attraverso un romanzo, che porta proprio questo titolo (“Se fioriscono le spine”, Edizioni Menabò). Non spetta certamente a me formulare giudizi estetico-letterari. Ma essendomi capitato di leggere il libro e di presentarlo - grazie all’invito di Rita Bernardini e Giordano Fatali della Fondazione Campus Montecitorio - insieme a Fabio Pinelli, Francesco Petrelli, Roberto Giachetti e Gianni Alemanno, sento di poter dire che si tratta di un bellissimo romanzo. Di ambiente carcerario. Realistico, crudo, vero. Ma anche ricco di umanità, amore, dolcezza. C’è tutto in quelle pagine. Violenza in famiglia, disgregazione sociale, spesso terreno fertile di coltura per devianze e comportamenti criminali. La sconvolgente realtà del sistema carcerario con la sua violenza, le sue “regole”. L’impatto con il primo ingresso dentro quelle mura, la spoliazione della persona “nuova giunta”, i conti con una polizia penitenziaria nella quale convivono grande professionalità e umanità con singoli comportamenti arroganti e vessatori. Con corpi costretti a vivere in uno spazio drammaticamente chiuso. in un “buco nero”, per dirla con Zagrebelsky. E poi lo “slang” carcerario, le difficili ore d’aria, lavoro durante la pena e direttrici illuminate. E poi l’uscita, le ricadute, ma anche le seconde chances che - se offerte - vengono colte. La presenza, poi, di figure-chiave del romanzo, come Aurora, che - anche in conflitto con il marito - coglie tutta la bellezza e l’intensità di un percorso interiore di riscatto compiuto da Antonio, il protagonista del romanzo. Che riesce ad uscire da quel “carcere interiore” che prima di quello reale abita troppo spesso le vite. Sì, davvero un bel romanzo che trasuda umanità e che, a giudizio di chi scrive, sarebbe già una sceneggiatura cinematografica. E lo dico perché la lettura di “Se fioriscono le spine” ed una eventuale trasposizione in linguaggio cinematografico o televisivo sono e sarebbero efficacissime nella battaglia e nella sensibilizzazione collettiva per carceri umane, per il rispetto dell’articolo 27 della Costituzione, per la pena come rieducazione e reinserimento. Naturalmente la presentazione del libro ha offerto lo spunto per una riflessione a tutto campo, con spunti di grande valore sulla situazione drammatica ed attuale delle carceri italiane, in troppi casi vere e proprie “discariche sociali”, scuole di specializzazione di criminalità. Tutti i protagonisti, a partire da Giostra, ovviamente, nei loro diversi ruoli conoscono alla perfezione questa situazione e si battono per contrastarla, attenuarla, superarla. Con tenacia, mista a scetticismo, per il prevalere di logiche securitarie, per l’istituzione di decine di nuovi reati che aumentano le carcerazioni. L’impressione suscitata in chi scrive da questo rilevante confronto è stata di un elevato livello di consapevolezza della drammaticità della situazione, di proposte e indirizzi di grande saggezza ed efficacia. I lettori di questo giornale li conoscono, proprio perché lettori di un quotidiano che questi temi li affronta con grande costanza. Ma, al tempo stesso, si é avuta anche la amara sensazione di una sorta di impotenza. Perché la consapevolezza si scontra con la sordità del Governo, che in questi anni ha obiettivamente aggravato la situazione carceraria. Le proposte si scontrano con una filosofia dominante della pena (in carcere) come vendetta, di trattamenti solo afflittivi. Di una dilatazione di populismo penale, istituzione di nuovi reati modulati sui palinsesti mediatici. È, andando verso il voto, è facile pensare che il clima peggiorerà. Ecco perché, a un certo punto del dibattito abbiamo formulato una proposta, che ha avuto accoglienza favorevole: prima delle elezioni lanciare un appello multipartisan, contenente alcune proposte precise, promosso anche da soggetti associativi e sociali, non solo politici. Il senso è: chiedere di non usare il tema carcerario e le logiche “securitarie” come clava per fare campagna elettorale, speculando su paure e insicurezze. E, dopo le elezioni, impegnarsi perché il nuovo Parlamento possa impegnarsi in una sessione specifica sull’emergenza carceraria. Non so se riusciremo a concretizzare questa proposta e a farla camminare. Ma il libro di Glauco Giostra ha anche questo merito: creare un clima collaborativo su questioni di grande rilievo per il Paese. La dignità di nascere e morire di Walter Veltroni Corriere della Sera, 30 settembre 2026 Il Parlamento si occupi dell’intero arco della vita e quindi anche della sua fine. Servono nuove leggi. La società italiana, per paradosso, si trova di fronte a nodi della sua vita civile per i quali sta maturando in profondità una coscienza molto più avanzata della sua rappresentazione mediatica e politica. Sarebbe bello che, in un soprassalto di responsabilità nazionale, le forze politiche di maggioranza e di opposizione, pur nell’avvicinarsi prematuro dei toni da campagna elettorale, trovassero il modo di dialogare e scrivere insieme norme fondamentali su due materie che riguardano l’esistenza degli italiani di oggi e di domani. Sto parlando del tema più importante che si possa immaginare: l’inizio e la fine della vita. Il silenzio del Parlamento, più volte sollecitato a legiferare sui due temi con ripetute sentenze della Corte Costituzionale, ha lasciato il campo, ad esempio sul fine vita, a disposizioni coraggiose di singole regioni che però sollecitano un intervento unificante. Il governo non può limitarsi a impugnare le decisioni delle regioni in nome del condivisibile principio della necessità di un indirizzo valido per tutti gli italiani. Deve accompagnare e sollecitare il Parlamento a votare presto una normativa che si muova all’interno dei quattro bastioni fissati dalla Corte: che il malato sia senza speranza di guarigione, che le sue sofferenze siano divenute intollerabili, che sia nella piena facoltà di decidere in piena autonomia, che sia dipendente da macchine o trattamenti farmacologici. Non dovrebbe essere dunque difficile, entro questi confini, definire una normativa universale che abbia un corretto e lineare percorso medico ed etico ma sia anche sottratta al rischio della burocratizzazione. Stiamo parlando di esseri umani che vogliono smettere di soffrire, visto che ciò che del loro tempo resta è solo dolore. La scelta di interrompere la sofferenza, spesso indicibile, non è un atto di egoismo. Al contrario è una scelta di relazione. Perché quando la vita è preclusa definitivamente dalla malattia, la sofferenza non è solo quella del paziente ma, spietatamente, essa si estende ai familiari, devastando anche la loro esistenza. Questa è la verità, inoppugnabile. Lo Stato deve mostrare umanità, fiducia nei cittadini, deve essere compassionevole, non legittimare lo strazio di corpi, di menti e di cuori. Si trovino mediazioni alte tra i punti di vista, ma si eviti di ricorrere al vecchio difetto di complicare, dilazionare, burocratizzare, politicizzare. Stiamo parlando di sofferenza, di pena fisica e psicologica, del momento ultimo. Grazie alle battaglie dell’associazione Coscioni, di Marco Cappato e di tante persone, e loro familiari, travolte da vere malattie inguaribili, la normativa ha fatto qualche progresso, almeno verso l’abbandono dell’accanimento terapeutico. Ma ora bisogna fare il passo decisivo, in nome proprio del principio di umanità. Allo stesso modo dovrebbe essere affrontato il tema della natalità. In Italia l’anno scorso si è toccato il punto più basso di nascite, con un calo del 4% sull’anno precedente. In meno di venti anni si sono perse più di 220.000 culle, quattro su dieci. Il numero medio di figli per donna è sceso all’1,14. Basti ricordare che l’indice di sostituzione tra morti e nati dovrebbe essere del 2,1, per mantenere i livelli di popolazione. Bisogna fare della natalità un obiettivo del Paese. Per questo è necessaria una visione unitaria, perché si tratta di agire su molti fronti. A cominciare dalla rimozione di un atteggiamento di legittima ritrosia tra i giovani a mettere al mondo un figlio. La situazione globale, la preoccupazione che sia un peso economico non sopportabile, la paura di una solitudine sociale, a cominciare dalla penuria di asili nido, tutto frena l’impulso a procreare. Sia chiaro che la scelta di non farlo, se frutto di una autonoma decisione, è del tutto comprensibile e legittima. Diverso è se sono le condizioni generali, sociali, a sussurrare a una donna o a una coppia: “Ma chi te lo fa fare?”. Ma oltre questa dimensione d’insieme, è anche necessario far cadere le barriere, spesso ipocrite, che impediscono a coppie o a singole di realizzare il desiderio di maternità. Dalla preservazione della fertilità fino alla procreazione assistita, oggi consentita solo a coppie conviventi o coniugate di sesso diverso, è necessaria una svolta. Come scrive correttamente il manifesto per la fertilità 2030 redatto dall’Associazione Italiana Fertilità: “La società italiana è profondamente cambiata in questi vent’anni, e il diritto non può restare immobile mentre la realtà che è chiamato a regolare si trasforma sotto i nostri occhi. Il superamento dell’infertilità sociale è la sfida che abbiamo davanti: per molte donne single, l’impossibilità di procreare non deriva da una patologia medica ma da una condizione sociale - la mancanza di un partner, la fine di una relazione, l’instabilità affettiva - che il nostro ordinamento trasforma in una barriera insormontabile. Equiparare l’infertilità sociale a quella medica, consentendo anche alle persone singole di accedere alle tecniche di Pma, significherebbe rispondere a un desiderio di maternità che oggi viene frustrato da norme che non trovano più una giustificazione convincente”. Sono stato figlio di una donna, vedova, che mi ha cresciuto da sola. Non mi sono mai sentito un figlio sbagliato per questo. Invece di costringere le donne italiane a girare il mondo per poter fare una figlia o un figlio, determinando anche disumane barriere di censo, facciamo come in Francia. Aiutiamo, non solo consentiamo che ciascuna donna e ciascuna coppia, alla stessa stregua, possano, se lo decidono, regalare vita, dare speranza a sé e alla collettività. Un buon Paese lo si giudica anche da questo: da come si muore, da come si nasce. Da quanto le istituzioni, in definitiva, hanno fiducia nella capacità di scelta dei loro cittadini. Il problema non è lo straniero. La scuola non colma il divario tra sfavoriti e avvantaggiati di Sara Amighetti Il Domani, 30 settembre 2026 Distribuire diversamente gli studenti cambia la composizione delle classi; non cambia, da solo, le condizioni che rendono difficile imparare. Il decreto legge approvato giovedì scorso in Consiglio dei ministri introduce, dal 2027-28, un tetto del 30 per cento nelle classi prime per gli alunni stranieri non nati in Italia e privi di un percorso scolastico italiano. Il governo presenta la misura come uno strumento per l’apprendimento e l’integrazione. Non è un’idea nuova: il tetto esisteva già dal 2010, con una circolare della ministra Gelmini, e ora diventa obbligo di legge. Che imparare in una lingua che non si padroneggia sia difficile, e che la segregazione scolastica non favorisca l’integrazione, è evidente. Ma riconoscere una difficoltà non significa averne individuato la causa, e tanto meno aver trovato la soluzione giusta. I risultati dell’indagine Pisa 2025, pubblicati dall’Ocse poche settimane fa, invitano a guardare la scuola italiana con altri occhi. Il problema più profondo non è quanti studenti stranieri siedano in una classe. È quanto la scuola riesca ancora a fare ciò che una scuola pubblica dovrebbe fare: fornire a tutti gli strumenti e le competenze per partecipare pienamente alla vita sociale e impedire che le condizioni in cui si nasce determinino quelle della vita adulta. I dati non sono rassicuranti. In Italia gli studenti del quarto socioeconomicamente più avvantaggiato ottengono in scienze 80 punti in più di quelli del quarto più svantaggiato. Per avere un termine di paragone, l’Ocse stima intorno ai 20 punti il progresso medio di un anno scolastico per i quindicenni. Solo il 12 per cento degli studenti svantaggiati arriva nel quarto dei migliori, contro il 25 per cento che ci si aspetterebbe se i risultati fossero indipendenti dall’origine socioeconomica. Questo è il dato preoccupante: nell’ultimo decennio, il divario nei risultati tra gli studenti più e meno avvantaggiati non si è ridotto. È qui che il dibattito sugli stranieri rischia di portarci fuori strada. Nel confronto internazionale, Pisa non trova evidenze che una maggiore presenza di studenti con background migratorio peggiori i risultati dei paesi che li accolgono. “Straniero” non è una spiegazione: è una categoria dentro la quale si sovrappongono condizioni molto diverse. Nell’Ocse è svantaggiato il 41 per cento degli studenti immigrati, contro il 21 per cento degli altri, e in Italia lo scarto è tra i più ampi. Il rischio è scambiare la concentrazione dello svantaggio per l’effetto della concentrazione degli stranieri. Lo stesso decreto, distinguendo in base alla nascita e alla scolarizzazione precedente, riconosce implicitamente che non tutti gli studenti stranieri si trovano nelle stesse condizioni. Ma allora perché non valutare direttamente le competenze linguistiche? Distribuire diversamente gli studenti cambia la composizione delle classi; non cambia, da solo, le condizioni che rendono difficile imparare. C’è poi un dato di cui si discute molto meno e che riguarda tutti. In Italia, gli studenti dichiarano di usare a scuola dispositivi digitali per svago un’ora e mezza al giorno. Il 37 per cento riferisce distrazioni legate all’uso di risorse digitali durante le lezioni di scienze, contro il 28 per cento nella media Ocse. Gli studenti che riportano queste distrazioni ottengono 13 punti in meno in scienze rispetto a chi non le riporta, anche tenendo conto delle condizioni socioeconomiche. Il potere degli adulti a scuola: strumento di segregazione o motore del cambiamento? Futuro da scrivere Pisa non dimostra che sia la tecnologia a causare risultati peggiori, ma mostra un’associazione tra distrazione digitale e competenze più basse che non si spiega con il diverso background socioeconomico degli studenti. Sono due problemi distinti, ma entrambi riguardano la promessa della scuola pubblica: garantire un ambiente favorevole all’apprendimento, in cui tutti possano acquisire competenze solide, e fare in modo che i risultati dipendano il meno possibile dalle condizioni familiari di partenza. Pisa ci invita a guardare a entrambi. È con questo metro che andrebbero giudicate le politiche scolastiche. La domanda non è quale sia il numero ideale di stranieri per classe, ma quali risorse servano alle scuole con molti studenti che non parlano bene l’italiano, come evitare che la segregazione residenziale diventi scolastica, come portare insegnanti esperti nelle scuole più difficili. Altrimenti, mentre discutiamo di come distribuire gli stranieri tra le classi, rischiamo di non vedere una trasformazione ben più importante: quella di una scuola che, anziché favorire la mobilità sociale, finisce per registrare, certificare e cristallizzare le disuguaglianze con cui i bambini vi entrano. “Altro che ghetto, qui nessuno è straniero”. Migranti. Non chiamateli scafisti di Letizia Lo Giudice Il Manifesto, 30 settembre 2026 Dieci anni fa un peschereccio con a bordo 348 persone venne soccorso nel Mediterraneo. Al timone un ragazzo egiziano: non ha organizzato il viaggio né incassato un euro. I trafficanti libici lo lasciarono lì dopo quattro ore, andando via su una moto d’acqua. Lui rimase seduto, motore acceso, ad aspettare i soccorsi. Fu condannato a sette anni e 8.700.000 euro di multa: 25.000 euro per ogni passeggero. Sono centinaia le storie come questa. La gente li chiama tutti “scafisti”. Ma con quella parola si assimilano e si giudicano, anche moralmente, due figure del tutto diverse: il trafficante, quello che organizza il viaggio, incassa il biglietto e rimane a terra, e il migrante messo al timone per paura, sotto minaccia o per uno sconto sulla traversata. Per la legge italiana sono tutti uguali. L’articolo 12 del Testo unico immigrazione non fa prigionieri. Punisce chiunque compia “atti diretti” a procurare l’ingresso irregolare: non serve che il viaggio arrivi a destinazione, né che ci sia un guadagno. Il profitto, che il diritto internazionale pone al centro del traffico di migranti, da noi è solo un’aggravante. Alcune sentenze individuano il profitto, “anche indiretto”, finanche nello sconto sul biglietto. Praticamente ricorre sempre. Dopo il naufragio di Cutro le pene sono aumentate ancora: da sei a sedici anni per le ipotesi aggravate, fino a trent’anni con il nuovo reato di morte o lesioni. A scontarle, però, sono soprattutto i passeggeri al timone, perché i banchi dei trafficanti in aula sono sempre deserti. Nell’applicazione concreta, la trappola di una norma dalle maglie così larghe perpetua l’ingiustizia. Le accuse si fondano sulle dichiarazioni raccolte dagli altri passeggeri, nell’immediatezza dello sbarco; poi spariscono. Con una forzatura interpretativa queste vengono acquisite in dibattimento in quanto irripetibili, anche se si sapeva già che sarebbero spariti. Le ricognizioni si svolgono talvolta comparando l’indagato a persone del tutto diverse da lui, rendendo più facile ai testimoni credere di individuare proprio l’accusato. Lo stato di necessità viene negato perché il pericolo sarebbe stato “scelto” salendo sulla barca. Un passeggero senegalese, rivelatosi incapace di guidare il gommone, è stato condannato; il ragazzo che lo aveva sostituito al timone, processato da un altro giudice per lo stesso fatto, è stato assolto proprio per stato di necessità. I trafficanti abbandonano i barconi in acque internazionali ponendo in pericolo vite umane, ma quando viene arrestato il passeggero che hanno posto al timone, lo si processa e condanna asserendo che quel pericolo ha concorso a realizzarlo lui. È di qualche mese fa la scarcerazione di Alaa Faraj per l’apertura del giudizio di revisione della sua condanna a trent’anni per essere stato ritenuto responsabile della “strage di Ferragosto”. Ha già scontato dieci anni in carcere da innocente e come lui ce ne sono tanti altri seppelliti tra le celle sovraffollate delle carceri italiane. Non conosciamo i loro nomi, ma stanno pagando con la negazione della libertà e del proprio futuro il prezzo di una lotta al traffico internazionale di esseri umani che lo Stato si affanna a declamare e rivendicare, senza preoccuparsi di renderla effettiva. Anche un solo innocente in carcere è un fallimento per lo Stato di diritto. Arrestare le persone sbagliate e lasciare i veri colpevoli fuori, liberi di rifarlo ancora, non è forse la più grande ingiustizia che un sistema possa infliggere alle persone e ai cittadini che invece dovrebbe proteggere? Per questo il contrasto alle migrazioni irregolari va ripensato e riscritto, guardando al fenomeno senza il paraocchi propagandistico del contrasto a chiunque purché sia straniero, recuperando le distinzioni tra gli esseri umani, tra i passeggeri e gli scafisti, perché quel nome odioso non ricorra più a sproposito. Migranti. Flai, il premio Jerry Masslo contro razzismo e rimpatri di Luciana Cimino Il Manifesto, 30 settembre 2026 Tre giorni di incontri, riflessioni, testimonianze e memoria civile per ribadire l’impegno contro il caporalato, lo sfruttamento lavorativo e il razzismo. A trentasette anni dall’uccisione di Jerry Essan Masslo, rifugiato sudafricano e bracciante agricolo assassinato nelle campagne di Villa Literno nell’agosto del 1989, la Flai Cgil torna con il premio a lui dedicato. La VII edizione si terrà da domani al 3 ottobre tra Caserta e villa Literno. “Tre giorni di incontri, riflessioni, testimonianze e memoria civile per ribadire l’impegno contro il caporalato, lo sfruttamento lavorativo e il razzismo - ha spiegato il sindacato degli agricoltori - la figura di Jerry Masslo è diventata nel corso degli anni un simbolo nazionale della lotta contro lo sfruttamento e per il riconoscimento dei diritti delle persone migranti”. L’assassinio del bracciante contribuì ad aprire in Italia una prima riflessione collettiva sul diritto d’asilo, sul lavoro agricolo e sulla tutela dei lavoratori stranieri, dando impulso a importanti cambiamenti normativi e a una nuova stagione di mobilitazione civile contro il razzismo. “L’edizione 2026 del premio - hanno detto gli organizzatori - si inserisce in un contesto europeo e internazionale segnato da un acceso dibattito sulle politiche migratorie, sui diritti fondamentali e sulle nuove forme di marginalizzazione sociale, non a caso la cornice tematica scelta per quest’anno richiama il passaggio dall’Europa dei diritti a quella dei rimpatri, interrogandosi sul futuro dell’accoglienza e della convivenza democratica”. “Nella simbologia della nostra organizzazione Masslo è il capostipite dei migranti in agricoltura, un volto prezioso per quanto riguarda il contrasto allo sfruttamento e al caporalato perché venne respinto nella sua istanza di richiedente e trovò la morte nella sua dimensione di attivista che rivendicava maggiore rispetto e dignità per quelle donne, quei uomini che insieme a lui lavoravano in agricoltura”, ha commentato Jean-René Bilongo, responsabile delle politiche migratorie della Flai e coordinatore dell’Osservatorio Placido Rizzotto. Stati Uniti. L’Ice fa sparire migliaia di persone e ingaggia cani robot per le retate di Emilio Minervini Il Dubbio, 30 settembre 2026 L’Ice fa sparire migliaia di persone detenute nei suoi centri sparsi per gli Stati Uniti, senza che né i loro avvocati né i loro familiari possano sapere dove si trovano. Mentre l’arsenale tecnologico dell’agenzia federale cresce e, dopo i guanti folgoranti, si arricchisce di cani robot da sguinzagliare nei rastrellamenti. A partire dallo scorso 15 settembre l’Ice ha smesso di registrare le persone soggette a ordini di espulsione definitivi - anche se con ricorsi pendenti o con altre basi legali per rimanere negli Usa - che entrano nei centri detentivi nell’Online Detainee Locator System, e secondo quanto riportato dal Washington Post al personale dell’Ice è stato dato ordine di non fornire agli avvocati e alle famiglie informazioni riguardo la posizione dei detenuti. L’agenzia non ha dato alcuna notizia del cambio delle proprie politiche. L’Online detainee locator system - sito web in cui inserendo le informazioni di una persona, come la data e il luogo di nascita, si può sapere in quale centro è detenuta - è stato introdotto dall’amministrazione Obama. In precedenza avvocati e familiari dovevano chiamare l’ufficio locale dell’Ice per trovare i loro assistiti o familiari. Opzione che però non è più praticabile a seguito della decisione dell’agenzia di non fornire più quest’informazione. La decisione impatta sulla vita di decine di migliaia di detenuti ed è aggravata dal fatto che il sistema di detenzione dell’Ice dal ritorno di Trump alla Casa Bianca nel gennaio del 2025 ha conosciuto un’espansione esplosiva tradotta in un aumento del 91% dei centri. A quest’incremento della capacità detentiva è seguita l’accelerazione dei trasferimenti rapidi, con più di una persona ogni dieci che viene trasferita fuori dallo Stato di residenza entro 24 ore dall’arresto. Come sottolineato dall’American Immigration Council, l’Ice negli ultimi mesi ha iniziato a concentrarsi sulle persone già destinatarie di un ordine di espulsione. Negli Stati Uniti vivono 1.4 milioni di persone su cui pende un ordine di espulsione che in molti casi del passato è stato emesso per la mancata comparizione ad un’udienza, spesso non volontaria. Secondo quanto riportato dalla Cbs, infatti, già in passato l’agenzia avrebbe intimato a centinaia di persone di presentarsi in tribunale, pena la deportazione, comunicando però date diverse da quelle delle udienze. In questo modo si incrementa con facilità il numero di espulsioni da poter effettuare. Dato che, nonostante l’incredibile espansione del numero dei centri di detenzione, non esiste un sistema unico, ogni centro ha le proprie regole e procedure per visite e contatti con le persone detenute all’interno. In questo modo avvocati e familiari non hanno altra scelta che aspettare di essere contattati dalla persona detenuta. Attesa che può rischiare di essere vana dato che l’Ice per decenni ha posto limiti severi all’accesso al telefono per chi si trova all’interno dei centri. Questo si traduce in un ritardo che compromette seriamente le capacità difensive di una persona e la raccolta di prove. E per le persone su cui pende un ordine di espulsione definitivo, anche un ritardo di poche ore può fare la differenza tra un’espulsione e un ricorso capace di evitarla, o quanto meno ritardarla. Anche se potrebbe non essere sufficiente, dall’inizio del 2025 infatti sarebbero già 170 le deportazioni illegali effettuate in violazione di un ordine del tribunale. Gli sforzi dell’agenzia federale però non si concentrano solo nelle detenzioni e nelle deportazioni ma anche nel reperire gli strumenti per rendere più efficaci i propri rastrellamenti. L’Ice infatti spenderà circa 2 milioni di dollari per l’acquisto di cani robot i Boston Dynamic Spot Robots - che, secondo la nota emessa dall’ufficio acquisti dell’agenzia, contribuiranno a “supportare la sicurezza pubblica e le operazioni delle forze dell’ordine fornendo una valutazione dei pericoli in ambienti che potrebbero rappresentare rischi per il personale”. I cani robot sono dotati di telecamere a 360’, oltre ad essere in grado di aprire porte e compiere altre azioni complesse grazie a un braccio estensibile montato sulla schiena. Insomma una creatura simile al Segugio di Fahrenheit 451. Questa innovazione arriva dopo i circa 17 milioni di dollari spesi dall’Ice per comprare 6mila paia di guanti in grado di dare la scossa che, secondo l’agenzia, aiuterà gli agenti a controllare la resistenza dei detenuti ed evitare l’uso di armi più gravi o letali. La Tunisia ha sete, anche di diritti di Matteo Garavoglia Il Manifesto, 30 settembre 2026 Quindici anni dopo la Rivoluzione che cacciò Ben Ali, il Paese ostaggio di Kais Saied scende in piazza per l’acqua potabile. Giornalisti e attivisti filopalestinesi in galera. Migranti all’inferno. Un fiume in piena che si fa rigagnolo. Le rivendicazioni di ieri che lasciano posto alla rassegnazione di oggi e una semplice domanda: com’è stato possibile? Negli ultimi anni la Tunisia ha conosciuto diversi scossoni politici e istituzionali. Il colpo di mano del 25 luglio 2021 ha consegnato i pieni poteri al presidente della Repubblica Kais Saied; un referendum costituzionale nel 2022 ha di fatto interrotto definitivamente il processo di transizione democratica iniziato con la Rivoluzione della dignità e della libertà del 2011; la promulgazione di una serie di decreti presidenziali ha svuotato le competenze della giustizia e criminalizzato società civile, partiti politici, giornalisti e oppositori. Tutto ciò non basta a spiegare ciò che nella coscienza collettiva viene visto come un collasso nazionale. È l’estate del 2026 a presentare il conto definitivo a un paese dove l’assenza si è fatta Stato. Si parte da avenue Bourguiba, il lungo viale alberato nel pieno centro di Tunisi che poco più di quindici anni fa è stato attraversato da centinaia di migliaia di persone per chiedere e ottenere la cacciata dell’autocrate Zine El Abidine Ben Ali. Nelle scorse settimane, con numeri ridotti a poche centinaia di presenze, le rivendicazioni che si sono fatte largo negli anni successivi alla Rivoluzione non hanno più riguardato maggiori diritti politici, economici, civili e sociali: si sono concentrate su acqua potabile e luce, venute a mancare in maniera totalmente discrezionale. Le ondate di calore che hanno attraversato il paese per tutto il periodo estivo raccontano solo in parte le difficoltà dello Stato nel rispondere alle emergenze. L’aumento della domanda di acqua ed elettricità ha rivelato l’assenza di una politica pubblica capace di intervenire in caso di crisi ed emergenze nazionali, lasciando al singolo la responsabilità di trovare una soluzione. I centri commerciali si sono così riempiti di persone alla ricerca di acqua potabile introvabile, mentre le piazze e le spiagge della Tunisia sono diventate luoghi di ritrovo collettivo quando le case diventavano spazi invivibili in mancanza di corrente elettrica. Lo stupore di scendere per strada per chiedere condizioni di vita basilari è diventato sgomento quando lo Stato ha deciso di criminalizzare uno degli ultimi legami che unisce il paese: la solidarietà per la causa palestinese. Se poco più di un anno fa Tunisi è stata attraversata da innumerevoli bandiere della Palestina per accogliere la delegazione internazionale della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza e rompere l’assedio israeliano, oggi il mondo sembra capovolto. Quattro dei leader della componente tunisina - Wael Naouar, Ghassen Henchiri, Nabil Chennoufi e Ghassen Boughdiri - si trovano in carcere da qualche mese con accuse definite poco chiare da diversi analisti. Dopo avere intrapreso uno sciopero della fame all’interno della prigione di Mornaguia che sta portando a un deterioramento preoccupante delle condizioni di salute dei quattro, in particolare di Naouar, sabato 19 settembre è stata convocata una manifestazione di solidarietà. Il corteo è partito dalla sede del Sindacato nazionale dei giornalisti tunisini (Snjt) e si è poi diretto verso quell’avenue Bourguiba diventata celebre durante la Rivoluzione. Quello che doveva essere un gesto naturale e senza conseguenze si è poi trasformato in un incubo nella notte tra domenica e lunedì. Almeno diciannove persone sono state arrestate attraverso retate nelle abitazioni e per strada per avere preso parte alla mobilitazione. Il giorno dopo, di fronte alla redazione di Nawaat, uno degli ultimi giornali indipendenti rimasti nel paese, un uomo che si è presentato come corriere ha fatto uscire con una scusa i giornalisti presenti. Sono stati poi prelevati da una vettura di poliziotti in borghese e portati in una caserma alle porte di Tunisi, dove hanno subito aggressioni verbali e minacce per la copertura della manifestazione. Il Sindacato nazionale dei giornalisti tunisini ha denunciato “una violazione flagrante della legge” e chiesto l’apertura di un’inchiesta giudiziaria per accertare le responsabilità. Un atto dovuto che, probabilmente, rimarrà lettera morta. Tuttavia è necessario guardare ancora oltre per cercare di capire il deterioramento politico e sociale che sta vivendo oggi la Tunisia. Ci sono medici, ingegneri, infermieri, ricercatori e lavoratori specializzati che stanno lasciando il paese per condizioni di vita migliori. C’è chi rimane nonostante tutto e un tasso di disoccupazione nazionale del 15%; c’è chi, invece, impossibilitato a lasciare legalmente il paese, lo fa comunque, andando incontro a un destino tragico. Come nel caso di quattordici dei quindici giovani, di età compresa tra i 16 e i 25 anni, partiti da Ben Gardane, nel profondo sud della Tunisia, in direzione Lampedusa lo scorso 19 agosto e morti a causa di un naufragio. Sette di loro facevano parte dello stesso nucleo familiare. C’è la costa lungo Sfax, uno dei punti nevralgici della rotta migratoria del Mediterraneo centrale, piena di carcasse di imbarcazioni di metallo arrugginito utilizzate per le partenze, principalmente da uomini e donne di origine subsahariana, e schiacciate come lattine. Sono il segno evidente di una violenza di Stato che dal 2023 ha visto vere e proprie deportazioni di massa lungo i confini con Algeria e Libia. Una violenza che è anche figlia indiretta delle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere, dove la Tunisia gioca un ruolo di fondamentale importanza nel contenimento delle partenze. Negli stessi giorni in cui prendevano forma abusi di ogni tipo nei confronti dei migranti lungo le strade del paese, veniva firmato un Memorandum of Understanding tra Tunisi e Bruxelles che poneva al centro della cooperazione bilaterale proprio il controllo delle frontiere. Ci sono le carceri, luoghi bui e ormai inaccessibili, che negli ultimi anni si sono riempite di oppositori politici, membri della società civile e giornalisti. In quegli stessi luoghi, tra maggio 2025 e aprile 2026, l’Organizzazione mondiale contro la tortura ha contato tredici decessi sospetti, senza contare quelli avvenuti quest’estate a causa delle ondate di calore. Casi che difficilmente troveranno una verità giudiziaria e che si aggiungono alle decine di familiari che stanno cercando verità per i loro cari. A Sfax, poco lontano da dove la violenza di Stato sta colpendo i migranti di origine subsahariana, la madre di Abdelsalem Zayen sta ancora lottando per ottenere verità e giustizia per suo figlio, morto in prigione durante la pandemia di Covid-19: “Era malato di diabete e nessuno si è preso cura di lui. È morto perché gli hanno dato una medicina sbagliata in quanto viviamo in un paese senza diritti. Io non ce la faccio a sopravvivere ma non voglio piangere, voglio restare forte davanti alla mia famiglia però non ce la faccio a vivere”. Ci sono le condanne arbitrarie e i processi iniqui. Il caso più noto riguarda Sihem Bensedrine, che negli anni successivi alla Rivoluzione del 2011 ha guidato l’Istanza per la Verità e la Dignità, chiamata a fare luce sugli anni bui della dittatura, ed è stata condannata a 25 anni di carcere: “Ho l’impressione che, per l’attuale regime, imprigionare le persone considerate scomode sia diventato una sorta di lettre de cachet regia: ti rinchiudono e non esci più”, sono state le sue parole a il manifesto poco prima della condanna. Rassegnazione, disillusione e speranza in un futuro migliore. Questi sono, in sintesi, i sentimenti che stanno accompagnando il paese negli ultimi anni. Se le strade si sono svuotate di persone e rivendicazioni, sono i muri della capitale e non solo che hanno ripreso a parlare: “La Tunisia è un cimitero dove metà dei suoi figli sono in carcere, l’altra metà se l’è mangiata il mare”.