Carceri, anatomia di un disastro: analisi e proposte di Francesco Petrelli* Il Sole 24 Ore, 2 settembre 2026 L’Appello delle Camere Penali: il 19 settembre a Firenze avvocatura, accademia, magistratura e politica insieme per discutere di tali possibili soluzioni. Non si può tacere di fronte a questa tragica sequela di morti e di suicidi nelle carceri italiane: una donna è stata trovata morta nel carcere di Rebibbia femminile a Roma, nel carcere di Biella un giovane egiziano si è impiccato con le garze delle medicazioni dovute a precedenti atti di autolesionismo, nel carcere di Ferrara un detenuto è morto per inalazione di gas. Si tratta di morti per suicidio che si aggiungono ai quarantacinque di questo anno ed agli innumerevoli tentativi di suicidio e di altre tragiche morti che si aggiungono alle centinaia di decessi per malattia che testimoniano di una condizione generalizzata contraria ad ogni senso di umanità e violativa del rispetto della dignità della persona. Di fronte alle ripetute denunce non possiamo non ribadire l’assoluta necessità ed urgenza di rimedi seri e concreti che possano restituire legalità alla condizione delle nostre carceri. Il diniego di misure di clemenza straordinarie sia pure condizionate, a fronte di questo scempio, non può avere alcuna giustificazione. Così come appaiono irragionevoli le voci di allarme che si sono sollevate dalla magistratura contro le misure varate dal governo volte a favorire l’uscita dal circuito carcerario dei tossicodipendenti. Troppi i detenuti in carcere in attesa di giudizio e troppi i condannati in espiazione di pene brevi che non riescono ad ottenere misure alternative. Ciascuno deve farsi carico con responsabilità e serietà di una situazione incompatibile con ogni principio di giustizia e di civiltà. È per questo motivo che abbiamo deciso di convocare a Firenze il 19 settembre avvocatura, accademia, magistratura e politica per discutere di tali possibili soluzioni che siano l’avvio di una seria riforma di sistema, da operare nel rispetto di quella visione costituzionale che è l’unica capace di garantire assieme alla risocializzazione dei condannati, la sicurezza di tutti i cittadini. *Presidente Ucpi Carceri al limite: 65.650 detenuti, solo nel mese di agosto 800 in più Il Dubbio, 2 settembre 2026 Nel solo mese di agosto le presenze nelle carceri italiane sono aumentate di oltre 800 unità. Il 30 agosto i detenuti erano 65.650, a fronte di una capienza regolamentare di 51.220 posti e di 46.193 posti effettivamente disponibili. I dati sono stati diffusi dall’associazione Antigone, che indica un tasso medio nazionale di affollamento del 142,1%. I posti effettivamente disponibili sono diminuiti di 150 unità in un mese e di 574 rispetto all’avvio del piano carceri del Governo, risalente all’inizio del 2025. “Siamo ormai ai livelli che costarono la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo nella stagione 2010-2013”, dichiara il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella. Il numero massimo raggiunto in quel periodo fu di 68.258 detenuti. Secondo Gonnella, mantenendo l’attuale andamento e in assenza di interventi diretti a ridurre le presenze, quella soglia potrebbe essere raggiunta in breve tempo. Antigone: sei suicidi in carcere ad agosto - L’associazione definisce “difficilissima” l’estate del 2026, segnata da incidenti, proteste e suicidi. Nel solo mese di agosto sono state sei le persone detenute che si sono tolte la vita. Secondo Antigone, alle elevate temperature si è aggiunto un nuovo aumento del sovraffollamento. Il tasso ha raggiunto il 183,8% in Puglia, il 168,1% in Basilicata, il 161,6% in Molise e il 160,2% in Lombardia. Sono 85 gli istituti nei quali l’affollamento supera il 150%. Le percentuali più elevate vengono registrate a Lucca, con il 251,4%, Milano San Vittore con il 225,8%, Foggia con il 224,2%, Latina con il 215,6%, Brescia Canton Mombello con il 209,9%, Lodi con il 209,3%, Altamura con il 202% e Taranto con il 200,2%. “Stiamo entrando nell’autunno che precede le elezioni e il ricorso al populismo penale a fini elettorali è già cominciato”, afferma Gonnella. Il presidente di Antigone richiama le proposte di legge presentate prima dell’estate da Governo e maggioranza, che, secondo l’associazione, potrebbero peggiorare ulteriormente le condizioni degli istituti. “C’è invece bisogno di porre al centro del dibattito pubblico la questione carceraria in tutta la sua gravità e di farlo da subito. Chiunque vincerà le elezioni nel 2027 rischia di avere a che fare con un’eredità drammatica”, conclude Gonnella. Nuovi disordini nel carcere di Cavadonna - Intanto, nuovi disordini sono stati segnalati nel carcere di Cavadonna, a Siracusa. Secondo quanto riferito dall’OSAPP, la protesta è cominciata nel Blocco 25 di Alta sicurezza e si è successivamente estesa ai detenuti comuni, che hanno battuto le gavette contro le inferriate. Durante i disordini, due agenti della Polizia penitenziaria sarebbero rimasti coinvolti in altrettanti episodi di violenza. Un agente sarebbe stato colpito al volto con alcuni pugni, mentre una poliziotta sarebbe stata investita da un cancello di sbarramento mentre tentava di chiuderlo. I detenuti avrebbero anche divelto alcune telecamere di videosorveglianza. Dopo un parziale rientro nella sezione, non sarebbero tornati nelle celle. Secondo il sindacato, la protesta sarebbe stata provocata dal divieto di inserire beni deperibili nei pacchi consegnati dai familiari. La trattativa con la direzione dell’istituto non avrebbe avuto esito. È atteso l’intervento del Gruppo di intervento operativo della Polizia penitenziaria. Il segretario provinciale dell’OSAPP, Giuseppe Argentino, denuncia “il collasso della sicurezza” e chiede un intervento immediato del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, del Provveditorato regionale, della Prefettura e della magistratura. Poco spazio in cella. La Cassazione boccia i calcoli del tribunale di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 2 settembre 2026 Ne avevamo già dato conto lo scorso giugno, quando la prima sezione penale della Cassazione aveva deciso di annullare con rinvio l’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Palermo sul caso di Guerrino Casamonica, recluso nella casa circondariale Antonio Lorusso di Pagliarelli. Oggi, con il deposito delle motivazioni della sentenza n. 2893/2026, si può ricostruire perché il collegio, relatore Vincenzo Galati e presidente Giuseppe De Marzo, ha bocciato il provvedimento del 25 febbraio che aveva respinto la richiesta di risarcimento per detenzione inumana avanzata da Casamonica, classe 1970. La vicenda comincia più indietro. Casamonica aveva chiesto i rimedi previsti dall’articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario per il periodo trascorso a Pagliarelli, lamentando uno spazio vitale sotto i tre metri quadrati e diverse carenze strutturali. Il Magistrato di sorveglianza aveva respinto l’istanza il 21 marzo 2025, calcolando uno spazio pro capite superiore alla soglia critica, al netto del bagno e degli arredi fissi, letti a castello compresi. Il reclamo arriva davanti al Tribunale di sorveglianza, che il 25 febbraio 2026 conferma il rigetto: le condizioni descritte da Casamonica, scrive il collegio, non avrebbero determinato alcun pregiudizio rilevante, anche per la presenza di fattori compensativi ritenuti sufficienti. Sul metodo di calcolo dello spazio minimo, i giudici palermitani si rifanno alla giurisprudenza delle Sezioni Unite del 2021, la sentenza n. 6551, secondo cui vanno sottratti solo gli arredi tendenzialmente fissi al suolo. Dunque i letti a castello, non i letti singoli. Nel motivare il rigetto, il Tribunale aveva valorizzato la partecipazione di Casamonica al percorso rieducativo: la licenza di scuola media inferiore conseguita in carcere, un corso professionale per pizzaiolo, un bagno in modalità riservata con un aspiratore “tipo vortice”, le docce regolari tre volte a settimana, l’acqua calda corrente e otto ore al giorno di cortile passeggio. Elementi che, secondo i giudici di sorveglianza, avrebbero compensato la mancanza di un riscaldamento funzionante, esclusa dal novero delle violazioni proprio per le caratteristiche climatiche della Sicilia. I quattro motivi del ricorso - Contro quella decisione il difensore di fiducia, l’avvocato Marco Traina del foro di Palermo, propone ricorso il 12 marzo, articolando quattro motivi. Il primo e il secondo riguardano il calcolo dello spazio: la giurisprudenza citata dal Tribunale, sostiene la difesa, è ormai superata da pronunce più recenti della stessa prima sezione, che impongono di detrarre anche l’ingombro dei letti singoli, pur amovibili, perché occupano stabilmente il pavimento della cella. Secondo quanto scritto nel ricorso, il Tribunale aveva calcolato per Casamonica uno spazio di 4,22 metri quadrati pro capite, “al netto del mobilio fisso”, senza però sottrarre quei letti. Il secondo motivo insiste su un punto più ampio: la Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte affermato che, quando lo spazio personale scende sotto i tre metri quadrati, scatta una forte presunzione di violazione dell’articolo 3 della Convenzione, superabile solo con fattori compensativi eccezionali e continuativi. Per la difesa, il Tribunale aveva invece attribuito rilievo decisivo a elementi generici, come la disponibilità formale di una saletta per la socialità, senza verificare quanto e con quale frequenza il detenuto ne avesse realmente beneficiato. Il terzo motivo punta sulle condizioni strutturali di Pagliarelli: assenza di riscaldamento funzionante, mancanza di acqua calda, aerazione dei bagni malfunzionante da tempo, docce con acqua arrugginita, e un paio di occhiali da vista acquistati dal detenuto e mai consegnati. Il quarto motivo contesta un’interpretazione dell’articolo 35-ter così restrittiva da svuotare il rimedio della sua funzione. Il sostituto procuratore generale Marco Patarnello, nelle sue conclusioni, chiede già l’annullamento con rinvio. Una motivazione soltanto apparente - La Cassazione accoglie il ricorso punto per punto. Sul calcolo dello spazio, il collegio richiama cinque pronunce della stessa sezione, tra cui Sez. 1, n. 32412 del 2024, Parrino, e Sez. 1, n. 11207 del 2024, Barone: il letto singolo, scrivono i giudici, “non è suscettibile, per il suo ingombro o peso, di facile spostamento da un punto all’altro della cella” e va quindi detratto dallo spazio utile, come i letti a castello. Il Tribunale di sorveglianza non si è attenuto a questo principio e, aggiunge la Cassazione, non ha nemmeno spiegato come sia arrivato a considerare adeguato lo spazio a disposizione del ricorrente. Una motivazione apparente, scrivono i giudici, che elude i temi sollevati nel reclamo originario. Non va meglio alla parte della decisione dedicata ai fattori compensativi. Il Tribunale aveva escluso rilievo alla mancanza di riscaldamento richiamando le caratteristiche climatiche del luogo: la Sicilia, in sostanza, come attenuante del freddo invernale mancato. Per la Cassazione questa argomentazione resta assertiva: non spiega quanto quei fattori abbiano inciso in concreto sul periodo di detenzione del ricorrente, né perché il clima dovrebbe compensare l’assenza di un impianto funzionante. Un vizio che, scrivono i giudici, trasmoda “nella vera e propria apparenza”. Di qui la fondatezza, per connessione, anche del terzo e del quarto motivo. Il risultato è l’annullamento con rinvio: la palla torna al Tribunale di sorveglianza di Palermo, che dovrà rifare il calcolo escludendo anche il letto singolo e motivare con maggiore precisione sui fattori compensativi, cella per cella, detenuto per detenuto. Il caso arriva mentre Pagliarelli resta uno degli istituti più sotto pressione dell’isola. Secondo le schede di trasparenza del ministero della Giustizia raccolte dal progetto di monitoraggio quotidiano sovraffollamentocarcerario.it, curato dal giornalista di dati Marco Dalla Stella, al 30 agosto la casa circondariale ospitava 1.488 detenuti a fronte di 1.166 posti regolamentari, 69 dei quali risultavano non disponibili: uno spazio reale occupato oltre il 135 per cento della sua capacità. A livello nazionale lo stesso monitoraggio, sempre aggiornato al 30 agosto, fotografa 65.650 persone detenute a fronte di 46.193 posti realmente disponibili, un tasso di affollamento reale del 142,1 per cento, in crescita costante da inizio anno. Un’interrogazione parlamentare dell’onorevole Roberto Giachetti di Italia Viva depositata nell’ottobre 2025 aveva già fotografato quanto sia disomogenea, da un tribunale di sorveglianza all’altro, la sorte di chi presenta un reclamo ex articolo 35-ter: si passa dall’83,6 per cento di istanze accolte a Trento e dall’82,3 per cento a Brescia, fino al 27,2 per cento di Bologna. Il caso Casamonica racconta la stessa disparità letta al contrario: non è il detenuto a dover convincere un giudice più severo, è la Cassazione a dover correggere un tribunale che non ha applicato i propri stessi precedenti. Resta un dato che la sentenza numero 2893 mette a nudo senza dirlo espressamente: a distanza di anni dalle correzioni della stessa Cassazione, alcuni tribunali di sorveglianza continuano ad applicare un criterio di calcolo che la prima sezione aveva già bocciato in almeno cinque occasioni. Ogni volta che succede, un detenuto aspetta mesi, a volte anni, per vedersi riconosciuto un diritto che la giurisprudenza aveva già chiarito prima ancora che il suo reclamo arrivasse in tribunale. Palpeggiata a 13 anni, il gip lo scarcera. E scatta la polemica di Simona Musco Il Dubbio, 2 settembre 2026 Nordio invia gli ispettori a Torino. Meloni contro il giudice: “Le leggi ci sono, ma così è difficile”. Ecco cosa dicono gli atti. Una tredicenne palpeggiata tre volte, un arresto durato 48 ore, un giudice finito nel mirino della politica. E come sempre tutti ignorano la cosa fondamentale: gli atti. Nel codice penale, l’articolo 609-bis non identifica la violenza sessuale soltanto con la penetrazione. La giurisprudenza ricomprende nella nozione di “atti sessuali” anche condotte come i palpeggiamenti, quando costituiscano un’intrusione nella sfera sessuale della vittima. E la violenza è aggravata se la vittima è minore di 14 anni. La spiegazione è d’obbligo per un motivo preciso: quella subita da una 13enne a Torino per mano di un uomo del Bangladesh, che le ha toccato il seno nel suo mini market, è a tutti gli effetti una violenza sessuale. Ma il modo in cui la vicenda è stata raccontata ci dice qualcosa non solo della minimizzazione della cultura dello stupro, ma anche del modo in cui la stessa viene sfruttata al contrario, con una modalità narrativa che rischia di produrre un effetto da clickbait. Leggendo l’articolo della Stampa è evidente che l’autrice fosse in possesso dell’ordinanza con la quale il gip ha deciso di tramutare la misura cautelare in carcere, dopo 48 ore, in obbligo di firma. Il sunto fatto dal quotidiano è questo: l’uomo si è dimostrato dispiaciuto e tanto è bastato per scarcerarlo. Il pezzo si dilunga descrivendo i particolari della vicenda: le dichiarazioni della vittima, scioccata al punto tale da rimanere paralizzata sul marciapiede, quelle della madre, quelle dell’indagato e la precedente molestia ad un’altra cliente, 40 minuti prima. Ma in nessuna parte dell’articolo si capisce cosa sia davvero accaduto alla 13enne. Agli atti risulta questo: “Lui mi abbracciava e mi palpava tre volte il seno e mi diceva “molto buono”; da quel momento ero molto disgustata, prendevo le mie cose e uscivo dal negozio di corsa”. La ragazzina si è poi definita “disgustata”, nauseata e sotto shock, tanto che “mi sono come bloccata e non riuscivo più a muovermi”. La prima parte della questione viene raccontata così dalla Stampa: “L’ha violentata in mezzo agli scaffali”. Tecnicamente è vero. Ma per un lettore che non abbia accesso agli atti, politici compresi, “violentata” può evocare una dinamica molto diversa da quella concretamente contestata. La precisione non è una forma di minimizzazione della violenza. È una forma di rispetto per la vittima e per i fatti. Raccontare una violenza non significa necessariamente renderla più scioccante possibile. Significa anche sottrarla alla spettacolarizzazione, evitare che il trauma diventi il dispositivo narrativo attraverso cui catturare il lettore. La gravità di ciò che è accaduto non ha bisogno di essere amplificata attraverso una formulazione più estrema di quella necessaria a descriverlo. Il rischio, altrimenti, è doppio. Da una parte si alimenta l’idea che per essere presa sul serio una violenza debba necessariamente corrispondere alla rappresentazione più estrema e drammatica possibile, minimizzando dunque le altre forme di violenza. Dall’altra si finisce per usare la stessa violenza come leva narrativa, trasformandola in una macchina di indignazione. Non è necessario interrogarsi sulle intenzioni dell’autore per porsi una domanda sull’effetto di quella scelta narrativa: che cosa produce nel lettore? Il racconto ha intanto offerto un argomento ai teorici della sicurezza, a partire dalla premier Giorgia Meloni, che ha attaccato il giudice. “Le leggi le abbiamo scritte - ha dichiarato via Facebook - e sono più severe che mai. Le Forze dell’Ordine hanno fatto il loro dovere, in poche ore, benissimo. La procura ha chiesto la misura più dura. Tutta la catena ha funzionato. E poi arriva un provvedimento che la spezza in quarantotto ore, e noi non possiamo fare niente, se non inviare gli ispettori del ministero, che è quello che stiamo facendo. Chi lo spiega a quella famiglia?”. Si va avanti “fino in fondo - ha aggiunto -. Ma così è davvero difficile”. Parlano di remigrazione, i deputati di Futuro Nazionale Rossano Sasso ed Emanuele Pozzo, che annunciano un’interrogazione al ministro della Giustizia Carlo Nordio. La cui reazione non si è fatta attendere: sebbene la decisione “rientra nell’ambito dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, su cui non posso e non devo interferire”, il guardasigilli, “tenuto conto della eccezionalità del caso e dell’allarme sociale cagionato”, ha disposto “l’invio di Ispettori per acquisire ogni valutazione utile”. Bene, tuona il leader della Lega Matteo Salvini, per non farsi superare a destra da Vannacci. E, rilanciando la castrazione chimica con un video pieno di enfasi, commenta: “Questo maiale che ha violentato una ragazzina di tredici anni” è stato “ripreso dalle telecamere e si è fatto in galera ben due notti, perché poi il giudice per le indagini preliminari, mi piacerebbe conoscerlo e stringergli la mano, ha deciso di scarcerarlo in attesa del processo perché si è pentito, poverino, il maiale che 40 minuti prima aveva palpeggiato, sempre nello stesso negozio, un’altra donna”. A rincarare la dose le due laiche di centrodestra al Csm, Claudia Eccher e Isabella Bertolini, intenzionate a chiedere “una pratica relativa ai riflessi della vicenda sulla valutazione di professionalità del magistrato coinvolto, con richiesta al procuratore generale di vagliarne i possibili profili disciplinari”. Il tutto senza che nessuno conosca gli atti. La deformazione più rilevante riguarda forse proprio il motivo per cui il gip ha sostituito la custodia cautelare in carcere con l’obbligo di firma. La Stampa sintetizza così: l’uomo non è stato scarcerato perché ha chiesto scusa. Ma cosa dice l’ordinanza? Il giudice non minimizza e ritiene “sussistenti nel caso di specie le esigenze cautelari”, ravvisando “un concreto ed attuale pericolo di commissione di reati della stessa specie di quello per cui si procede”. A fondamento di questa valutazione richiama le modalità della condotta contestata, il fatto che la vittima fosse minorenne (cosa a lui nota) e un episodio precedente, avvenuto pochi minuti prima ai danni di un’altra donna, “seppur di gravità contenuta”, ritenuto indicativo della difficoltà dell’indagato a contenere i propri impulsi. Dunque il gip riconosce il pericolo di reiterazione, ma considera l’incensuratezza dell’indagato, il comportamento collaborativo nell’immediatezza dei fatti - compresa l’attivazione per recuperare le credenziali necessarie a visionare le telecamere interne del locale -, l’effetto deterrente dell’arresto e della prima esperienza detentiva e, infine, la “resipiscenza” manifestata durante l’interrogatorio di garanzia, quando l’uomo ha dichiarato “ho sbagliato, non ho mai commesso reati è la prima volta che mi succede e sono molto dispiaciuto per l’accaduto. Non succederà mai più nulla del genere”. È sulla base della valutazione complessiva di questi elementi che il gip dispone l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Si può discutere, e si può anche ritenere discutibile, questa valutazione: i domiciliari avrebbero potuto forse rappresentare un’alternativa migliore. Ma è un’altra cosa sostenere che l’uomo sia stato scarcerato perché ha chiesto scusa, semplificazione che non aiuta il dibattito sulla cultura dello stupro. Lo incattivisce, spaccando il mondo in tifoserie cieche e, dunque, inutili ad affrontare la questione. Prendere sul serio la violenza significa prendere sul serio anche le parole con cui la si racconta. Non serve aggiungere dramma al dramma. E soprattutto non serve trasformare una vicenda giudiziaria in qualcosa di più semplice, più assoluto e più indignante: rinunciare alla precisione per cercare l’impatto provoca solo rumore. E non risolve nessun problema. Sardegna. Carceri e disabilità, l’allarme di Irene Testa: “Servono celle a norma” cagliaritoday.it, 2 settembre 2026 La Garante dei detenuti denuncia la carenza di spazi adeguati negli istituti di pena sardi e l’assenza di una figura di tutela per le persone con disabilità nell’Isola: “Colmare una lacuna non più rinviabile”. Il tema della tutela dei diritti fondamentali e della dignità dei ristretti torna al centro del dibattito pubblico con una denuncia netta sulle condizioni strutturali degli istituti di pena della Sardegna. A sollevare la questione è la Garante regionale dei detenuti Irene Testa, che insieme ai consiglieri regionali Roberto Deriu e Carla Fundoni ha riacceso i riflettori sulla presenza di detenuti con disabilità e sulle gravi carenze che ne penalizzano la quotidianità. Al centro del problema vi è un’evidente sproporzione tra il numero di persone affette da patologie motorie o disabilità e la disponibilità di ambienti idonei. Negli istituti penitenziari dell’Isola le celle strutturate a norma per garantire la fruibilità e la piena accessibilità restano ancora drammaticamente insufficienti, costringendo i reclusi a condizioni di convivenza e di gestione personale che mettono a dura prova la dignità individuale e i diritti costituzionalmente garantiti. L’appello per il Garante regionale della Disabilità - Accanto alla questione logistica e strutturale del circuito penitenziario, Irene Testa evidenzia un vuoto istituzionale che riguarda l’intero territorio sardo. La Sardegna figura infatti tra le poche Regioni italiane a non essersi ancora dotata della figura del Garante regionale dei diritti delle persone con disabilità. Un ritardo che si ripercuote inevitabilmente anche all’interno degli istituti di pena, dove la condizione di fragilità fisica si somma al regime di privazione della libertà personale. La Garante auspica che il Consiglio e la Giunta regionale intervengano al più presto per istituire questo organo di tutela, sottolineando come la salvaguardia delle persone fragili debba tradursi in azioni concrete e pervasive, capaci di superare le barriere burocratiche ed entrare con efficacia anche oltre le mura delle carceri. Treviso. Il carcere è al 175%: 228 detenuti per 130 posti. “Condizioni insopportabili” di Denis Barea trevisotoday.it, 2 settembre 2026 La Camera Penale “Guido Sorbara” è tornata nella Casa Circondariale dopo un anno e trova una situazione pressoché immutata: celle sovraffollate, carenza di agenti e assistenza sanitaria insufficiente. “Indispensabile risolvere con la massima urgenza”. Treviso ha 228 detenuti, ma il carcere ne potrebbe ospitare 130. Un sovraffollamento arrivato al 175%, con quasi cento persone oltre la capienza prevista e condizioni di vita che la Camera Penale Trevigiana “Guido Sorbara” definisce incompatibili con una detenzione dignitosa. È la fotografia scattata durante le due visite effettuate all’interno della Casa Circondariale nell’ambito di “Ristretti in Agosto”, l’iniziativa dell’Osservatorio Carcere dell’Unione delle Camere Penali Italiane: la prima il 28 agosto, la seconda il 29 agosto insieme a una delegazione più ampia composta da avvocati, studenti, rappresentanti delle istituzioni e del volontariato. Il dato più pesante è quello dei numeri. A fronte di una capienza massima di 130 persone, i detenuti presenti sono 228. Una percentuale di sovraffollamento di circa il 175%, superiore anche alla media nazionale indicata nella relazione, attorno al 140%. Un dato che, secondo la Camera Penale, si traduce in “ovvie ricadute negative per le condizioni igieniche e di salute, fisica e mentale”. La delegazione ha visitato le diverse aree dell’istituto, dalla sezione circondariale a quella della reclusione, passando per infermeria e spazi destinati all’aria. Ad accoglierla sono state la comandante della Polizia Penitenziaria, la responsabile del settore pedagogico e il dirigente medico, che hanno fornito i dati sulla situazione interna. Dentro le celle, la cronaca della visita restituisce un quadro difficile. Lo spazio è quasi completamente occupato da stipetti, armadietti e tavoli, utilizzati anche come piani per cucinare. Le brande sono sistemate a castello e arrivano fino al terzo piano. I bagni sono angusti e non dispongono di acqua calda. In quella indicata come la situazione più critica, il bagno viene condiviso da dodici persone. Mancano anche gli sgabelli e questo costringe i detenuti a consumare i pasti seduti sulla branda o addirittura in piedi. I frigoriferi sono insufficienti: nella sezione reclusione al primo piano ce ne sono cinque per circa 80 persone. Anche le docce sono poche rispetto al numero dei detenuti. Al piano terra, per circa 50 persone, sono disponibili otto docce, delle quali sei funzionanti. Al primo piano sono quattro per circa 80 detenuti e soltanto tre risultano operative. I ventilatori, durante i mesi più caldi, vengono giudicati insufficienti. In questo contesto arrivano anche i numeri degli eventi critici: due tentativi di suicidio e undici episodi di autolesionismo. Sono inoltre 15 le aggressioni registrate nei confronti del personale di Polizia Penitenziaria e due quelle ai danni del personale sanitario. I rapporti disciplinari sono stati 315. A complicare ulteriormente la situazione è la carenza di agenti. La pianta organica prevede 159 unità di Polizia Penitenziaria, ma quelle effettivamente in servizio sono 127, senza considerare le assenze per malattia o per stati ansiosi. Una scopertura che pesa sulla sicurezza dell’istituto e finisce per condizionare anche l’assistenza sanitaria. All’interno della struttura operano circa dieci medici, forniti da una cooperativa, impegnati su turni di dodici ore, e circa cinque infermieri. La notte è presente un medico, ma non c’è alcun infermiere. Gli specialisti disponibili sono un odontoiatra per 12 ore settimanali e uno psichiatra per appena 3-4 ore. Per le altre visite e per gli accertamenti diagnostici è spesso necessario trasferire i detenuti all’esterno, con l’impiego di agenti che, proprio a causa della carenza di personale, può determinare ritardi. La telemedicina viene utilizzata soltanto per radiologia, elettrocardiogramma, dermatologia e diabetologia. Sul fronte della salute mentale risultano circa dieci detenuti con patologie psichiatriche. La relazione segnala inoltre il problema dell’utilizzo e dell’abuso di farmaci e di comportamenti legati alle dipendenze. È stato avviato un progetto per eliminare progressivamente farmaci come Rivotril e Subutex, che in alcuni casi sarebbero stati utilizzati anche come forma di scambio. Sono circa 15 i detenuti seguiti dal SerD e uno solo è sottoposto a trattamento con metadone all’interno del carcere. Accanto alle criticità, la visita ha permesso di verificare anche le attività educative e lavorative. Sono presenti tre funzionari giuridico-pedagogici e due esperti, mentre vengono proposti corsi di alfabetizzazione, scuola secondaria, biennio delle superiori, informatica, sicurezza sul lavoro, educazione fisica, sostegno alla genitorialità, scacchi e un progetto denominato “Museo in carcere”. Dal prossimo anno è previsto inoltre un gemellaggio con un istituto di ragioneria per permettere ai detenuti di completare il percorso quinquennale e sostenere l’esame di maturità. C’è anche il lavoro svolto con il supporto della cooperativa sociale Alternativa Ambiente: alcuni detenuti sono impegnati nella costruzione di chitarre elettriche, nella riparazione di biciclette abbandonate destinate a donne vittime di maltrattamenti e nel recupero dei tappi di sughero. Ma il numero delle persone coinvolte resta limitato rispetto alla popolazione carceraria complessiva. Sul futuro incombe poi il progetto di ampliamento della Casa Circondariale negli spazi dell’ex istituto penale minorile, trasferito a Rovigo il 23 febbraio scorso e oggi utilizzato soltanto dal Centro di prima accoglienza. Gli spazi sono vuoti, ma il passaggio al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria non è ancora completato. Per questo, secondo la Camera Penale, l’assegnazione alla Casa Circondariale non dovrebbe avvenire prima di un altro anno. Il confronto con la situazione rilevata durante la visita dell’anno scorso lascia infine un giudizio amaro: “poco o nulla appare significativamente migliorato”. Anche la disponibilità della Camera Penale a donare materiale edilizio per riparare le zanzariere danneggiate si sarebbe fermata davanti agli ostacoli burocratici. Per gli avvocati il problema da affrontare con maggiore urgenza resta il sovraffollamento, considerato il principale fattore capace di generare a cascata le altre difficoltà della comunità carceraria, per i detenuti come per chi lavora nell’istituto. La Camera Penale ha quindi rinnovato la disponibilità a partecipare alla creazione di un “Tavolo Permanente” con direzione del carcere, magistratura di sorveglianza, Polizia Penitenziaria, personale sanitario, educatori, psicologi e avvocatura. L’obiettivo è trasformare le visite di agosto non in una semplice fotografia annuale dell’emergenza, ma in un confronto continuo sulle condizioni della detenzione a Treviso. Pisa. Carcere Don Bosco, l’Asl rileva 294 detenuti per 199 posti di Michele Bufalino quinewspisa.it, 2 settembre 2026 La relazione dell’Asl rileva celle sotto i tre metri quadrati a persona, muffe nelle docce e una cucina in pessime condizioni strutturali e igieniche. Il carcere Don Bosco ospitava 294 detenuti al momento del sopralluogo dell’Asl, a fronte di una capienza dichiarata di 199 posti. Novantacinque persone in più. I dati sono contenuti nella relazione redatta dopo l’ispezione del 19 agosto e trasmessa il 28 agosto alla Regione Toscana, al magistrato di sorveglianza, al Comune e alla direzione della casa circondariale. Nel dettaglio, il documento indica la presenza di 261 uomini e 33 donne. La capienza regolamentare è invece fissata in 177 posti maschili e 22 femminili. Tra i detenuti risultano inoltre 30 persone con tossicodipendenze seguite dal Serd, 177 cittadini stranieri e 36 persone con problematiche psichiatriche. “Come evidenziano i numeri forniti dalla direzione del carcere relativamente alla popolazione carceraria presente, si rileva una evidente eccedenza rispetto alla capienza dichiarata. Questo sovraffollamento si traduce necessariamente in un peggioramento delle condizioni di vita delle persone detenute incidendo negativamente sulla fruibilità degli spazi e sulla qualità delle condizioni igienico-sanitarie”, si legge nella relazione dell’Asl Toscana nord ovest. I tecnici hanno rilevato che in molte celle visitate non sono garantiti i tre metri quadrati calpestabili per ogni persona. In diversi casi manca anche una separazione completa tra il bagno e la zona destinata al pernottamento. Nelle docce comuni della sezione maschile sono state trovate infiltrazioni, muffe e condensa. Il documento segnala inoltre barriere architettoniche, l’assenza di ascensori e la mancanza di celle adeguate alle persone con disabilità. Il livello igienico-sanitario della sezione maschile viene giudicato complessivamente insufficiente. Per quella femminile la valutazione è invece accettabile. Alcuni reparti, il centro clinico e il settore dei semiliberi non sono stati visitati perché il sopralluogo è stato interrotto da un principio d’incendio nel settore giudiziario maschile. La parte più critica riguarda la cucina, dove vengono preparati i pasti per l’intera popolazione detenuta. La relazione descrive intonaco sfaldato, pavimentazione incompleta, griglie di scarico assenti, ampie zone con muffa, insufficiente ricambio d’aria e scarsa pulizia nei locali di accesso. Il bagno riservato agli addetti risulta inutilizzabile. “In conclusione i locali destinati a cucina si presentano in fatiscenti condizioni strutturali e pessime condizioni igienico sanitarie”, scrive l’Asl. Nel documento si prescrive che “vengano risolte quanto prima le criticità igienico-sanitarie riportate” e che “si dia corso agli interventi manutentivi e strutturali atti al miglioramento degli ambienti e della qualità di vita della popolazione detenuta”. Sulla relazione è intervenuta Diritti in Comune, che ha attribuito il sopralluogo anche alle segnalazioni formulate durante le visite in carcere e all’esposto depositato il 27 Luglio. “La relazione dell’Asl dopo il sopralluogo al Carcere Don Bosco del 19 Agosto, effettuato a seguito delle dichiarazione al termine delle visite e del nostro esposto depositato in data 27 Luglio, non lascia spazio a interpretazioni ulteriori o attenuanti. La situazione all’interno delle mura carcerarie non è al limite: il limite è stato ampiamente superato”, ha dichiarato Diritti in Comune. “Particolarmente grave è quanto viene rilevato nella cucina, il luogo in cui viene preparato il cibo destinato a tutte le persone private della libertà ristrette al Don Bosco. Una cucina nella quale, secondo quanto riferito anche da alcuni detenuti, sono stati anche avvistati roditori. Se nei mesi scorsi non fossero bastate le numerose testimonianze raccolte, le segnalazioni e i report prodotti dalle associazioni, oggi è un’autorità sanitaria pubblica a mettere nero su bianco la gravità delle condizioni in cui versa il carcere Don Bosco”, ha aggiunto il gruppo. La relazione dà conto di interventi contro cimici e roditori già effettuati o ancora in corso. I trattamenti contro le cimici avrebbero ridotto il fenomeno nelle sezioni meno affollate, mentre la presenza risulterebbe persistente nel reparto giudiziario. Per i roditori sono indicate derattizzazioni ordinarie e straordinarie nella cucina e nel reparto semiliberi. “Non siamo dunque di fronte soltanto a una situazione nella quale vengono rilevate condizioni ambientali e igienico-sanitarie potenzialmente in grado di mettere a rischio, anche nell’immediato, la salute delle persone private della libertà, ma anche a condizioni di detenzione difficili e degradanti. Tra le persone qui trattenute vi sono, come riferito dalla stessa amministrazione penitenziaria, anche persone con dipendenze e problematiche psichiatriche, quindi persone che presentano condizioni di particolare vulnerabilità e che avrebbero bisogno, ancora più di altre, di ambienti adeguati, sicuri e dignitosi”, ha dichiarato ancora Diritti in Comune. “Adesso è il momento delle responsabilità: che il Ministero della Giustizia tramite il Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria provveda alla necessaria manutenzione e riqualificazione degli spazi e garantisca il non sovraffollamento dell’istituto, di modo che gli interventi possano davvero risultare efficaci, e che la Regione Toscana, responsabile della salute delle persone che vi sono trattenute, ma anche di chi vi lavora, non solo si faccia carico della questione presso il Ministero per quanto di sua competenza, ma che provveda fin da subito a quegli interventi necessari, non più differibili, e che avrebbero una immediata ricaduta sulla salute della popolazione”, ha aggiunto il gruppo. “Il Comune, infine, potrebbe fare la sua parte, ma evidentemente la popolazione detenuta è l’ultimo dei pensieri della giunta: dopo aver dichiarato esplicitamente che la tanto richiesta pensilina per i familiari non verrà realizzata, continua a rimandare la costituzione di un tavolo cittadino sul carcere, che potrebbe invece rappresentare lo spazio ideale per mettere in sinergia istituzioni, terzo settore e società civile e promuovere quelle misure necessarie a rendere la pena finalmente conforme ai principi costituzionali”, ha concluso Diritti in Comune. Prato. “Garantire due diritti: salute detenuti e sicurezza operatori” toscana-notizie.it, 2 settembre 2026 Non ci sono carenze di organico. La Dogaia è una struttura complessa che ha bisogno di soluzioni frutto di un lavoro di squadra. L’obiettivo è chiaro e netto: garantire il diritto alla salute di tutti, anche in carcere. “Una diagnosi tardiva o un’assistenza non adeguata sarebbero una sconfitta dell’intero sistema” premette l’assessora alla sanità della Toscana, Monia Monni. “Ma questo diritto va assicurato garantendo la sicurezza degli operatori” aggiunge. Per questo serve un lavoro di squadra - tra Regione, Asl e autorità carcerarie -, è necessaria forse qualche semplificazione burocratica ma in soccorso potrebbe arrivare anche la telemedicina. La visita stamani al carcere della Dogaia a Prato da parte dell’assessora Monni è servita a ragionare di questo, accordando i suoni e registrando una fattiva collaborazione con la direzione del carcere. Una visita di oltre due ore e mezzo, accompagnata dal direttore sanitario dell’Asl Toscana Centro Lorenzo Roti, dal direttore della sanità penitenziaria Mauro Romilio, dal responsabile del pronto soccorso dell’ospedale di Prato Simone Magazzini e dalla dirigente regionale Monica Marini. A Prato sono reclusi oltre 630 detenuti, con misure di sicurezza ed esigenze diverse. Dopo la chiusura delle sezioni del carcere fiorentino di Sollicciano il sovraffollamento è ulteriormente peggiorato. “È una situazione complessa in un carcere complesso - commenta Monni - e stamani per me è stata l’occasione per confrontarmi con il direttore della struttura, arrivato da un anno e di cui apprezziamo il lavoro impostato in questo periodo”. “Ma soprattutto - aggiunge - ho avuto modo di confrontarmi con le nostre operatrici e i nostri operatori sanitari. Più di duecento persone del sistema sanitario sono coinvolte e lavorano, con tempi e impegni diversi, in questa struttura”. Il personale non manca - non c’è un problema di organico - e i numeri delle prestazioni sono importanti. All’interno della Dogaia operano un direttore di presidio, due guardie mediche giorno e notte, ventisette medici di cure primarie, ventisei infermieri, cinque Oss e un assistente sanitario. Ci sono reparti di malattie infettive, salute mentale e dipendenze, oltre a numerosi specialisti presenti con cadenza settimanale: dal dentista al radiologo, dal cardiologo al dermatologo, dal chirurgo all’oculistica. Non manca neppure la strumentazione di avanguardia. Ogni giorno vengono visitate un centinaio di persone: 37 mila sono state le prestazioni dispensate nel corso del 2025 negli ambulatori di cure primarie, 12.500 quelle interne specialistiche e quasi tremila quelle esterne. “Ci sono purtroppo spazi angusti, che non garantiscono la piena sicurezza degli operatori - ammette l’assessora Monni - e stiamo lavorando, assieme anche alla direzione del carcere, per migliorarli”. Alcuni locali sono già stati sistemati ed altri sono in progetto. “Credo molto nella sanità pubblica che deve curare tutte e tutti - prosegue e ribadisce Monni -. Credo che il sistema carcerario nella parte della sua organizzazione sanitaria sia un pezzo del sistema sanitario a tutti gli effetti e deve garantire lo stesso livello di cure che si garantisce sul territorio o in ospedale. Però credo anche che tutto questo si debba necessariamente conciliare con la massima sicurezza delle operatrici e degli operatori e ad oggi purtroppo questo in questo carcere non è garantito. Quindi dobbiamo lavorare e dobbiamo lavorare molto”. “Il carcere non difetta di strumentazioni e risorse sanitarie interne - rassicura Lorenzo Roti, direttore sanitario dell’Asl Toscana Centro -. Siamo già al lavoro per semplificare alcuni percorsi, utilizzando anche in futuro la telemedicina, qui come in altri carceri. Questo ridurrebbe la necessità di tradurre all’esterno i detenuti per visite e controlli”. Corsi di formazione per casi più ricorrenti, che possono portare alla necessità di un ricovero in pronto soccorso, sono previsti per il personale interno. “Vogliamo rafforzare la formazione degli operatori e l’integrazione tra questa struttura e le strutture ospedaliere e del territorio” sottolinea Monni. “Abbiamo preso atto di una realtà. Le condizioni in cui opera il personale all’interno del carcere non sono per niente facili - conclude Simone Magazzini, responsabile del pronto soccorso dell’ospedale di Prato -. Lavoreremo insieme, interagendo con questi colleghi, per creare laddove necessario percorsi alternativi e specifici che possano risolvere le criticità emerse”. Grosseto. Giovani Dem: “Non possiamo affidarci solo alla buona volontà di chi lavora nel carcere” maremmanews.it, 2 settembre 2026 La delegazione dei Giovani Democratici della Toscana ha visitato, nella mattinata del 31 agosto, la Casa Circondariale di Grosseto, accompagnata all’interno della struttura dalla comandante e confrontandosi con il personale e con la realtà quotidiana dell’istituto. La struttura, che dispone di 15 posti regolamentari, ospita attualmente 27 persone detenute. Una condizione di sovraffollamento che non consente più di lavorare in condizioni di sicurezza: mancano gli spazi per garantire l’isolamento dei detenuti e il personale è quotidianamente chiamato a sforzi straordinari per mantenere la sicurezza, arrivando in alcuni casi a inserire una quinta branda nelle celle, senza il rispetto dei tre metri quadri previsti per ciascun detenuto. Il segretario regionale dei Giovani Democratici, Bernardo Taddei, dichiara: “La casa circondariale di Grosseto vive una condizione di sovraffollamento, con presenze che arrivano a 27 detenuti a fronte di una capienza di 15: una situazione che non consente più di lavorare in condizioni di sicurezza. Mancano gli spazi per garantire l’isolamento dei detenuti e il personale è quotidianamente chiamato a sforzi straordinari per mantenere la sicurezza, arrivando in alcuni casi a inserire una quinta branda nelle celle, senza il rispetto dei tre metri quadri previsti per ciascun detenuto. Il carcere di Grosseto non può restare ancora per anni in un limbo di attesa, senza sapere se e quando partirà la costruzione del nuovo istituto. Questa incertezza si traduce in una mancanza di investimenti sulla struttura attuale e in una carenza di servizi, sia per i detenuti che per gli operatori che vi lavorano ogni giorno. Un progetto sulle carceri che poteva già essere avviato dall’attuale maggioranza attraverso i fondi del PNRR, che invece purtroppo non ha visto alcun tipo di risposta concreta. Un nuovo carcere, però, se non inserito in un’ottica di investimenti nazionali sulle infrastrutture carcerarie, rischia di diventare semplicemente un’altra scatola destinata a riprodurre gli stessi problemi dell’attuale sistema. Per questo, come Giovani Democratici, riteniamo necessario un grande piano di investimenti complessivo a livello nazionale, all’interno del quale possa trovare spazio anche il progetto per Grosseto. Allo stesso tempo, la realizzazione del nuovo istituto non può prescindere da un percorso condiviso con la città, che tuteli la comunità e gli equilibri attualmente presenti attorno alla struttura. Proprio a fronte di queste criticità quotidiane, che ricadono su detenuti e operatori, riteniamo necessaria anche l’istituzione di un garante dei detenuti, figura che oggi manca a livello comunale e che potrebbe rappresentare un punto di riferimento concreto all’interno della struttura, oltre che un elemento di connessione tra il carcere e la città”. Il segretario dei GD Grosseto Cosimo Garofalo sottolinea le differenze rispetto alla recente visita alla Casa Circondariale di Massa Marittima: “La visita di questa mattina alla Casa circondariale di Grosseto ci ha restituito un quadro per molti aspetti diverso rispetto a quello incontrato a Massa Marittima. Pur trattandosi in entrambi i casi di case circondariali, le due strutture vivono situazioni profondamente differenti. La struttura di Massa Marittima, più recente, ampia e spaziosa, consente infatti di organizzare attività e percorsi che a Grosseto diventano inevitabilmente più difficili proprio per i limiti strutturali degli spazi. Quella di Grosseto è una struttura storicamente e architettonicamente bellissima, ma oggi oggettivamente inadeguata rispetto alle esigenze di un carcere moderno. Confrontandoci con la comandante e con il personale, è emerso con chiarezza come questa realtà riesca a funzionare soprattutto grazie al grandissimo lavoro quotidiano, alla professionalità e al rapporto umano costruito tra tutte le persone che operano al suo interno. Ma non possiamo continuare ad affidarci soltanto alla buona volontà di chi lavora in condizioni difficili. Servono risposte concrete dalla politica e dalle istituzioni. Da tempo si parla della realizzazione di una nuova struttura: se esiste già un progetto, è arrivato il momento di smettere di parlarne e iniziare a realizzarlo. Nuovi spazi significherebbero migliori condizioni di lavoro per il personale e maggiori possibilità di garantire percorsi trattamentali e attività alle persone detenute, che già oggi vengono portati avanti con grande impegno, ma troppo spesso in spazi ridotti e inadeguati”. Leonardo Sersanti, dei Giovani Democratici di Grosseto, dichiara: “Visitando il carcere di Grosseto ho toccato con mano quanto siano limitati gli spazi a disposizione, con celle anguste e un numero di brande che rende evidente il peso del sovraffollamento. Ma quello che mi ha colpito di più è stato il rapporto tra Polizia Penitenziaria e detenuti: in un contesto così piccolo, il rispetto reciproco e il dialogo diventano ancora più determinanti per costruire un ambiente umano. Proprio per questo credo che il carcere non debba essere pensato come un luogo separato dalla città, ma che debba esistere una relazione più stretta e continuativa tra l’istituto e la cittadinanza. Solo costruendo questo legame è possibile favorire davvero il percorso di recupero dei detenuti e un loro futuro reinserimento nella società”. La visita alla Casa Circondariale di Grosseto rappresenta una nuova tappa del percorso promosso dai Giovani Democratici della Toscana negli istituti penitenziari della regione, con l’obiettivo di ascoltare chi vive e lavora quotidianamente nel sistema carcerario e raccogliere criticità e proposte. L’obiettivo è arrivare alla costruzione di una proposta politica per un modello penitenziario capace di tenere insieme dignità, diritti, sicurezza e reinserimento sociale. Perché investire nella funzione rieducativa della pena significa anche investire nella sicurezza della comunità. Brescia. Lavori al carcere di Verziano, Borghesi: “Iniziano il 3 settembre, slittati per le ferie” di Pietro Gorlani Corriere della Sera, 2 settembre 2026 Per il senatore leghista sarà pronto a fine 2027. Resta il nodo aree esterne. I lavori per l’ampliamento del carcere di Verziano iniziano il 3 settembre, “quando è in programma l’ultimo sopralluogo propedeutico alla cantierizzazione del nuovo padiglione”. Lo assicura al Corriere il senatore della Lega Stefano Borghesi, vicino al vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. “Il contratto è firmato. Il termine dei lavori, sulla carta, resta dicembre 2027” ribadisce il parlamentare. Una notizia confermata anche dalla deputata di Fratelli d’Italia Cristina Almici. Borghesi a fine luglio aveva però parlato di inizio lavori il primo agosto. Una data ricordata con amarezza i 1 settembre in un editoriale pepato scritto dal docente di criminologia (nonché prorettore di UniBs) Carlo Alberto Romano. “Ad agosto la direzione ha chiesto uno slittamento, presumo per questioni organizzative legate al periodo di ferie” spiega Borghesi. Non è la prima volta che slitta la data della posa del primo mattone. A fine maggio 2025, in visita alla casa di reclusione, l’allora sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (che poi ha lasciato l’incarico travolto dallo scandalo delle quote della bisteccheria condivise con la figlia di un condannato per reati mafiosi) aveva promesso lavori entro l’estate. A settembre 2025 la deputata Simona Bordonali (Lega) parlava di appalto integrato nel primo trimestre 2026. Sono passati altri sei mesi e a questo punto non resta che attendere domani per capire se davvero a Verziano appariranno i tecnici per i primi rilievi, necessari ad un intervento promesso da almeno dieci anni e che darebbe risposta all’annoso problema del sovraffollamento delle carceri di Canton Mombello e Verziano. Se si esclude l’ipotesi di realizzare un nuovo penitenziario dentro l’ex caserma Serini di Montichiari, nata e subito morta nel lontano 2013, Verziano è sempre stato il luogo indicato per la nuova infrastruttura. E pensare che nel 2017 era stata appaltata una prima progettazione da 15 milioni. Non se ne fece nulla. A fine 2023 sono stati invece stanziati 39 milioni, messi a bilancio nel piano straordinario di edilizia penitenziaria concertato tra i ministeri delle Infrastrutture e della Giustizia. Serviranno a costruire un nuovo padiglione da 348 posti. Peccato che la struttura sorgerà nello spazio oggi usato dai detenuti per fare sport. E infatti l’ampliamento della casa di reclusione di periferia nasce monco. Nel progetto di 15 anni fa si pensava ad acquisire 120 mila metri quadrati di campi perimetrali, appartenenti all’azienda agricola Danesi, dove realizzarci spazi per il lavoro, lo sport, lo svago, oltre che gli appartamenti per gli agenti di polizia carceraria. Per quei campi il comune di Brescia ha cambiato destinazione nel Pgt (da area agricola ad area a servizi). Sempre Delmastro, nel maggio di un anno fa, aveva confermato che si stava trattando con i proprietari “per evitare l’esproprio”. Bordonali aveva riferito della disponibilità del sottosegretario Andrea Ostellari a organizzare un tavolo a Roma con il Comune. Poi il silenzio. Nessun aggiornamento pubblico su trattativa, prezzo. Vero è che il centrodestra cittadino ha sempre rivendicato la scelta fatta da Paroli nel 2012, che nel suo Pgt aveva ottenuto quelle aree in cambio della concessione fatta ai proprietari terrieri di realizzare tre appartamenti e un supermercato tra il Villaggio Sereno e Fornaci. Accordo cancellato con il Pgt Del Bono-Tiboni del 2016. Era però rimasta in piedi per tre anni la possibilità che la Loggia entrasse in possesso di quei campi in cambio della cessione ai privati di palazzo Bonoris, in via Tosio. Uno schema che saltò nel 2020, quando la Loggia decise di venderlo all’asta per 3 milioni. L’ex sindaco Del Bono prima e la sindaca Castelletti poi, hanno sempre definito il possesso delle aree un falso problema: se il ministero volesse, potrebbe trovare un accordo o procedere con un esproprio visto che si tratta di un’opera di pubblica utilità. L’ex sindaco Adriano Paroli, 4 anni fa al Corriere disse però che “se si ha disponibilità delle aree i finanziamenti arrivano immediatamente”. Già, perché servono anche tanti milioni per realizzare i laboratori dove insegnare un mestiere ai detenuti e spazi per lo sport e lo svago. Aspetti per nulla secondari importanti se si vuole un percorso di reinserimento in società. C’è un altro tema connesso a Verziano: una volta pronto, che fare di Canton Mombello? Castelletti torna a chiedere la sua immediata chiusura. Del Bono nel suo ultimo anno da primo cittadino immaginò di cederlo a Cassa Depositi e Prestiti in cambio di finanziamenti per il secondo lotto di Verziano. Paroli nel 2022 aveva un altro sogno, immaginava “un hotel a 5 stelle con una spa nelle segrete... Per la nostra Brescia dobbiamo ragionare in grande”. Brescia. Carcere, la perplessità della sindaca: “Chiudere Canton Mombello sarà più difficile” di Pietro Gorlani Corriere della Sera, 2 settembre 2026 La notizia che il 3 settembre inizieranno i lavori d’ampliamento al carcere di Verziano data al Corriere dal senatore Stefano Borghesi e confermata dalla parlamentare Cristina Almici suscita una cauta soddisfazione nella sindaca Laura Castelletti. “Apprendiamo che dopo lo slittamento di agosto i lavori dovrebbero partire e concludersi entro fine 2027. Se effettivamente sarà così, è una buona notizia. Ma i tempi si sono già allungati troppe volte e ora Brescia ha bisogno di certezze, sia sul rispetto del cronoprogramma, sia sull’intera operazione e sul suo esito finale” commenta il primo cittadino. In Loggia stanno infatti guardando oltre il nuovo padiglione, dato per certo. Il tema è se e quando verranno realizzati gli spazi per il lavoro, lo sport, lo svago intorno alla casa di reclusione. È se Verziano bis basterà a chiudere una volta per tutte il sovraffollato Canton Mombello. “Come Comune abbiamo fatto la nostra parte, esprimendo parere favorevole e indicando con precisione alcune questioni che riteniamo imprescindibili. Abbiamo chiesto una realizzazione per fasi, per limitare durante il cantiere le interferenze con gli spazi esterni destinati alle attività formative, ricreative e sportive delle persone detenute, fondamentali per il reinserimento nella società, che saranno già ridotti dal nuovo intervento. Abbiamo inoltre posto attenzione alla mobilità, alla sosta e all’impatto paesaggistico”. Questo il cuore tecnico della nota che pone un tema dolente: le nuove volumetrie destinate alle moderne celle si mangeranno un bel pezzo di cortile. Le attività trattamentali si restringono già in partenza e rischiano di sparire del tutto se i lavori non vengono spezzettati. Poi Castelletti allarga lo sguardo e torna alla linea adottata dalle ultime tre amministrazioni comunali: “Abbiamo anche ribadito una posizione che Brescia sostiene da anni, ovvero che l’ampliamento di Verziano ha senso solo se consente di arrivare alla definitiva chiusura di Canton Mombello. Proprio in questa prospettiva, fin dal 2016 il Pgt ha previsto un’area di circa 50 mila metri quadrati accanto alla struttura esistente, offrendo la possibilità di realizzare un progetto più ampio e adeguato a questo obiettivo. È stata fatta una scelta diversa, concentrando le nuove costruzioni all’interno dell’attuale perimetro, ipotesi sulla quale avevamo espresso le nostre perplessità al Governo già nel dicembre 2023, con una lettera rimasta senza risposta, proprio perché temevamo che una semplice densificazione di Verziano non consentisse di realizzare una struttura adeguata e con una capienza sufficiente a permettere la completa dismissione del Nerio Fischione”. Siracusa. Detenuti ancora in protesta, arrivano quattro ispettori e un nuovo comandante La Sicilia, 2 settembre 2026 Nicotra (Consipe) e Villari (Garante): “Attenzione altissima, problemi gravi”. Prosegue lo stato di tensione all’interno di Cavadonna dove si è registrata una nuova rivolta da parte di alcuni detenuti indignati per la qualità dei pasti. Nel blocco 50 i detenuti hanno inscenato una nuova manifestazione di protesta, chiudendo il cancello e impedendo temporaneamente al personale di servizio e agli agenti della polizia penitenziaria di accedere all’interno del braccio. Un agente ha avuto la peggio perché colpito con pugni al volto. Al centro dell’attenzione le condizioni di vita all’interno dell’istituto e, in particolare, la questione dei pacchi provenienti da casa. La richiesta dei detenuti riguarda soprattutto alcuni prodotti del cosiddetto “sopravvitto”, attualmente vietati. La protesta è proseguita fino al pomeriggio, quando la situazione ha consentito al personale impegnato nel turno di smontare e agli agenti subentranti di poter prendere regolarmente servizio. La nuova sommossa - per sedare la quale è intervenuto il gruppo Intervento operativo della Polizia penitenziaria, si è svolta mentre, proprio davanti alla casa circondariale, era in corso il sit-in sindacale organizzato a sostegno degli agenti della polizia penitenziaria. Due gli striscioni che hanno sintetizzato il disagio del personale: “Basta con i turni infiniti e le nostre famiglie preoccupate” e “Dignità per noi e la nostra uniforme”. Una delegazione del Consipe ha incontrato il direttore della casa circondariale. Il presidente del sindacato, Mimmo Nicotra, ha voluto distinguere le responsabilità dell’attuale direzione dall’emergenza che si è manifestata negli ultimi giorni. “Con questo sit-in vogliamo rappresentare le difficoltà presenti nella casa circondariale; il direttore non ha nulla a che vedere con l’emergenza”. Per il Consipe, uno dei problemi principali resta la carenza di organico. Una situazione che si inserisce in un quadro nazionale caratterizzato dalla difficoltà degli istituti penitenziari a far fronte contemporaneamente alla scarsità di agenti e al sovraffollamento delle carceri. “In tutta Italia siamo in pochi e, al contempo, registriamo un esubero di detenuti, con un sovraffollamento che si conta in 16mila unità”, ha sottolineato Nicotra. A Cavadonna, però, la situazione viene descritta come particolarmente delicata. Secondo il sindacato, alla carenza di personale si sarebbe aggiunta la perdita di controllo sulle regole. “Quelle poche che esistevano erano dettate dai detenuti. Se un poliziotto avesse ordinato loro di rientrare in cella dall’ora d’aria, sarebbe stato preso a cazzotti”. Il Consipe ha, quindi, avviato un’interlocuzione con il Provveditore e con il magistrato di sorveglianza. Dal confronto è arrivato un primo provvedimento destinato a rafforzare la struttura: è stato disposto l’invio a Cavadonna di quattro nuovi ispettori e di un nuovo comandante della polizia penitenziaria. A questi dovrebbe aggiungersi un ulteriore contingente di personale. L’obiettivo è riportare progressivamente l’istituto a una situazione di normalità. Sul fronte del personale il quadro resta pesante. Gli agenti, secondo quanto denunciato dal sindacato, arriverebbero a sostenere turni di diciotto ore per compensare le carenze di organico. Una situazione aggravata dalle assenze per malattia e, soprattutto, dalle lesioni subite durante il servizio. Alla manifestazione ha partecipato anche il garante dei detenuti, Giovanni Villari, che ha ribadito il proprio impegno per cercare di alleviare i disagi della popolazione carceraria. Tra le questioni sollevate anche quella dell’approvvigionamento di acqua. “Avevamo fatto attivare una casetta dell’acqua - ha spiegato Villari - con il cambio nella gestione del servizio idrico integrato, quel servizio, importante per la popolazione carceraria, è bloccato”. Milano. A San Vittore il riscatto è con la matematica di Serena Coppetti Il Giornale, 2 settembre 2026 In 2 anni, coinvolte oltre 80 persone ai laboratori tenuti al Politecnico di Milano. “Ho scoperto di essere più intelligente di quanto pensassi”. Lo ha detto uno dei detenuti del carcere di San Vittore che ha partecipato ai laboratori informali di matematica e fisica tenuti, nell’arco di due anni, da un gruppo di ricercatori del Politecnico nell’istituto penitenziario. Un progetto - Methexis 2.0 - per un successo in 9 edizioni. Coinvolti più di 80 detenuti tra i 18 e i 35 anni guidati da una decina tra ricercatori e collaboratori e 8 giovani tutor. L’iniziativa, nata dall’esperienza maturata presso l’Off Campus San Vittore e portata avanti dai Dipartimenti di Matematica e Fisica del Politecnico di Milano, è stata concepita come progetto Polisocial Award, finanziato nel 2024 col contributo del 5x1000, con l’adesione al principio anche dei Dipartimenti di Design, di Architettura e Studi Urbani Dastu e di Elettronica, Informazione e Ingegneria DEIB. Dopo il primo anno di ricerca, si è poi sviluppata la versione 2.0 incentrandosi sul potenziale dei laboratori di matematica e fisica informale. Attraverso queste discipline, è stato possibile creare un campo neutro in cui persone che si ritrovano a convivere forzatamente in un ambiente caratterizzato da un alto turnover e forte eterogeneità culturale, sociale, linguistica ed economica, potessero mettersi in gioco alla pari, indipendentemente dal percorso scolastico precedente e dalla lingua madre dei partecipanti. “Abbiamo osservato come alcuni atteggiamenti iniziali, che spingevano magari il detenuto a partecipare semplicemente per il bisogno di uscire di cella, frequentando il laboratorio poco a poco cambiavano e si sono trasformati ha spiegato il coordinatore del progetto Domenico Brunetto, docente del Dipartimento di Matematica Avevano voglia di venire, perché li faceva sentire bene e sentivano non solo di poter svolgere delle attività, ma addirittura di suggerirle”. Sono stati coinvolti, oltre ai detenuti, anche funzionari dell’amministrazione penitenziaria con progetti ad hoc mirati al team building, e in maniera informale ma attiva anche gli agenti di Polizia penitenziaria. II risultati? “Sorprendenti”, scrivono dal Politecnico, “i partecipanti hanno mostrato un crescente coinvolgimento, una maggiore fiducia nelle proprie competenze e la capacità di costruire relazioni positive con i pari e con gli operatori”. O detto con parole loro, “Mi è piaciuto fare sti esercizi affrontando la mia pazienza e me stesso”, “Queste attività sono utili anche per il nostro futuro. Fuori da qui”. Viareggio. Il cameriere del bagno Gilda è un detenuto. “È bravissimo, gli rinnovo il contratto” di Francesca Navari La Nazione, 2 settembre 2026 Al ristorante di Forte dei Marmi ha lavorato in sala un giovane detenuto a fine pena grazie al progetto “Seconda chance”. Il gestore Riccardo Di Giovanni: “Continuerà anche in inverno e invitiamo i colleghi a dare opportunità”. Lucio per tutta l’estate si è presentato puntualissimo a lavorare al ristorante del bagno Gilda. Ha preso gli ordini in sala, gestito le comande e sparecchiato. Smontando poi dal turno e tornando a dormire in carcere. Un cameriere così eccezionale che Riccardo Di Giovanni, amministratore dei bagni Gilda (tra le mete più gettonate dagli spender), ha deciso di rinnovargli il contratto per l’inverno e lancia un appello ai colleghi: “Sperimentate anche voi questa esperienza in un momento di generale necessità di figure professionali”. I titolari del ristorante hanno infatti colto l’opportunità lanciata da “Seconda chance”, l’associazione no profit del terzo settore costituita nel 2022 dalla giornalista del TgLa7 Flavia Filippi, che fa conoscere alle imprese la legge Smuraglia che offre agevolazioni a chi assume, anche part time o a tempo determinato, detenuti ammessi al lavoro esterno. “Un amico e cliente giornalista - racconta Di Giovanni - un giorno mi illustrò questo progetto per integrare i detenuti a fine pena. Ero pieno di perplessità sull’opportunità di offrire lavoro a un carcerato, che tutti immaginiamo come muscoloso e tatuato, a Forte dei Marmi dove la clientela è di livello e magari non avrebbe visto di buon occhio una situazione del genere. Poi a gennaio sono stato contattato dalla responsabile dell’associazione che mi ha detto che era disponibile come pizzaiolo un detenut del carcere di Massa, giovane dall’indole tranquilla. Così mi sono convinto a provare, e abbiamo presentato tutti i documenti necessari”. Ogni pregiudizio dissolto al primo giorno. Quando a marzo Lucio si è presentato al suo primo giorno di lavoro, ogni pregiudizio si è dissolto e quel ragazzo dall’aspetto preciso e affidabile ha conquistato tutti. “Tanto che personalmente non mi è mai interessato sapere il motivo per cui fosse condannato, e di questo proprio non abbiamo mi parlato” evidenzia Di Giovanni. Dopo le prime pizze sfornate, Lucio ha infatti raccontato di essere capace di stare in sala e così i titolari del Gilda l’hanno dirottato a stretto contatto con i clienti. “Dal modo in cui camminava ho visto subito che era bravo - commenta soddisfatto il titolare - ha mostrato subito ritmo oltre a educazione e capacità di non alzare mai i toni. Mia moglie è ancora più severa di me nelle valutazioni e dopo pochi giorni era convinta: promosso. Così a luglio abbiamo chiesto alla direzione del carcere di poterlo avere per più ore, visto che alle 23,30 doveva far rientro. E così è stato”. Il contratto prorogato e la voglia di ripartire - Il 31 agosto il contratto di lavoro è scaduto ma i titolari del Gilda non hanno avuto dubbi nel prorogare il rapporto. “Lucio mi ha consegnato quattro pagine di ringraziamento scritte a mano - confida Riccardo Di Giovanni - mi ha davvero commosso anche perché ho capito che sta formando una famiglia e ha voglia di ripartire con una nuova vita. Se lo merita in un momento in cui è dura trovare giovani che mettono impegno nel lavoro, anzi oggi in troppi sono svogliati e discontinui. E lui quell’impiego aveva veramente timore di concluderlo come aveva confidato a una assistente sociale. Ho tre concessioni demaniali, un ristorante e un b&b e altri progetti di investimento a Forte dei Marmi e avrò bisogno di tanti profili professionali e non avrò timore di ripetere questa esperienza che consiglio ai miei colleghi. Capisco che parlare di detenuti possa indurre a fare marcia indietro ma garantire una seconda opportunità a chi dimostra di meritarla ‘sul campo’ e una scommessa che non può che far bene al cuore”. Massa Carrara. I libri portano la cultura in carcere. Progetto della biblioteca Giampaoli La Nazione, 2 settembre 2026 Il Garante dei detenuti, nonostante i solleciti, ancora non c’è ma l’amministrazione comunale sottolinea la sua attenzione verso la popolazione carceraria annunciando la prosecuzione del progetto “È ancora... Tempo di libri”, per il prossimo biennio. Un progetto, realizzato nel 2025 attraverso la biblioteca civica “Stefano Giampaoli” all’interno della Casa di reclusione di Massa che sottolinea l’amministrazione, “che prosegue nel solco delle attività coltivate da tempo con la casa di reclusione di Massa nella convinzione che il carcere non debba essere considerato un luogo separato dalla città, ma una parte della comunità con cui costruire relazioni, occasioni di confronto e percorsi di inclusione”. La proroga del progetto legato alla lettura è l’occasione che il Comune coglie per ricordare che già nel 2020 la giunta “aveva approvato schemi di convenzione con la casa di reclusione per promuovere iniziative congiunte, dalla promozione della lettura alle attività lavorative extramurarie volontarie e gratuite presso la Biblioteca civica “Stefano Giampaoli”. Un rapporto proseguito anche grazie all’attività della Biblioteca, con una collaborazione con la casa di reclusione che dura dunque da oltre cinque anni. Insomma la nomina del garante, sollecitata anche attraverso diverse visite, ancora non arriva ma, ribadisce l’amministrazione, “la cultura diventa uno strumento di inclusione, relazione e crescita personale”. Il programma del progetto prevede incontri con autori e circoli di lettura, il concorso “Liberi di scrivere”, i laboratori “Nati per Leggere” dedicati anche al rapporto tra genitori e figli, il ritorno del podcast “Voci Sospese” e attività di teatro, scrittura, arteterapia e consapevolezza personale. Il progetto “È ancora... Tempo di libri” sarà ancora realizzato dalla Biblioteca civica “Stefano Giampaoli” con il supporto dell’Uepe di Massa e della Diocesi “confermando l’importanza di fare rete sui temi dell’inclusione e della fragilità sociale. “Prendersi cura della popolazione carceraria significa prendersi cura della comunità nel suo insieme - sottolinea il Comune -. Per questo l’amministrazione continuerà a investire in percorsi capaci di restituire dignità, creare relazioni e offrire nuove opportunità a chi sta scontando una pena, nella convinzione che il carcere debba essere anche un luogo dal quale poter tornare alla società con maggiori strumenti e consapevolezza. Novara. Il teatro si fa in carcere con Cabiria: insieme per “Abbracciare una stella” di Marco Benvenuti La Stampa, 2 settembre 2026 Ancora pochissimi posti: la rappresentazione sarà venerdì 11 e sabato 12 a Novara. Il carcere diventa palcoscenico della città, luogo in cui portare in scena le voci di chi quella realtà la vive ogni giorno. Succede grazie a “Le notti di Cabiria”, rassegna organizzata da Cabiria Teatro che, oltre a fare teatro nelle periferie o in spazi suggestivi di Novara, torna in luoghi inconsueti come la casa circondariale. In collaborazione con la direzione, e il sostegno della Fondazione Bpn e del Comune, venerdì 11 e sabato 12 settembre alle 17 in via Sforzesca andrà in scena lo spettacolo “Abbracciare una stella”. Ci sono ancora pochissimi posti a disposizione per il pubblico esterno: si può provare a scrivere a infocabiriateatro@gmail.com. Progetto di quattro anni - Lo spettacolo è frutto di un progetto iniziato già tre anni fa, cresciuto stagione dopo stagione. E quest’anno con una novità: il testo rappresentato è stato ideato da due detenuti. “Uno degli obiettivi più grandi quando si realizzano progetti sociali e culturali - dicono Elena Ferrari e Mariano Arenella, direttori artistici della rassegna - è quello di mettersi da parte e guardare il progetto andare avanti da solo. Questo è successo ora, nel quarto anno di attività coi detenuti, e terzo anno di laboratori teatrali, durante il quale abbiamo lavorato su un testo da loro scritto, in cui hanno voluto raccontare la vita dietro le sbarre, errori, voglia di riscatto, gli spazi fisici e mentali nei quali progettare un futuro migliore”. L’impegno dei detenuti - I detenuti si sono occupati di tutto, anche delle scenografia: hanno addirittura ricreato la cella in cui vivono quotidianamente. Alcuni saranno tecnici a mixer e luci. “L’impegno dimostrato in questa realizzazione dimostra ancora di più come in carcere ci siano persone di talento, risorse che la società non può permettersi di sprecare”. Sulla trama, Ferrari e Arenella non vogliono rovinare la sorpresa: “Ci sono scene toccanti e al centro c’è la ricerca della verità. Si parte da una storia di ludopatia, con un uomo che chiede soldi a un amico, poi li va a giocare e quando esce viene coinvolto suo malgrado in un omicidio”. Il direttore della casa circondariale, Mario Peraldo: “Il carcere può essere parte della comunità ed è bello che uno spettacolo in scena al nostro interno sia inserito nel cartellone di una stagione teatrale. Così riusciamo a valorizzare anche le competenze dei detenuti: dodici quelli che partecipano al progetto, tirando fuori il meglio di loro”. Il tutto, sottolinea l’assessore ai Servizi sociali Teresa Armienti, “tenendo presente che sono cittadini che dopo aver scontato la loro pena torneranno in società”. Al fine rieducativo punta il sostegno della Fondazione Bpn: “Chi sconta una pena - dice il presidente Franco Zanetta - deve farlo con una prospettiva: la rieducazione è importante perché previene eventuali recidive”. A ottobre al Coccia - Non finisce qui. Il trenta ottobre alcuni detenuti potranno uscire dal carcere di via Sforzesca per calcare il palcoscenico del teatro Coccia: le “Notti di Cabiria” chiudono con “Romeo e Giulietta opera ibrida”, allestimento andato in scena lo scorso anno proprio alla casa circondariale. Due le repliche: la mattina per le scuole, la sera per tutta la cittadinanza. Como. L’arte entra in carcere: con “Minuto Mantenimento” i detenuti diventano protagonisti quicomo.it, 2 settembre 2026 Alla Casa Circondariale di Como un nuovo progetto di Fondazione Como Arte Ets: un laboratorio dedicato al lavoro, alla memoria e alla responsabilità. Saranno gli stessi detenuti ad accompagnare i visitatori. La cultura torna a varcare le porte della Casa Circondariale di Como con Minuto Mantenimento, un laboratorio ideato dall’artista Marzia Migliora e dalla filosofa Elisa Fulco e promosso da Fondazione Como Arte Ets. Come già accaduto nel 2025, quando la Fondazione propose negli spazi detentivi una mostra di arte contemporanea, anche quest’anno l’iniziativa nasce dalla convinzione che l’arte possa diventare strumento di relazione, responsabilità e trasformazione nei contesti più fragili. Minuto Mantenimento prende il nome da un gesto quotidiano apparentemente semplice: prendersi un minuto per mantenere, riparare, avere cura dello spazio in cui si vive. Attraverso incontri settimanali e due appuntamenti con l’artista nello scorso mese di maggio, le detenute e i detenuti delle tre sezioni presenti in istituto hanno trasformato quel minuto in un momento di attenzione verso se stessi. Con un focus particolare sul concetto di lavoro, vero protagonista del laboratorio e tematica sulla quale, per un intero anno, si sono svolte riflessioni, letture, approfondimenti. Ne è nato un workshop che verrà proposto ai visitatori, guidato dai detenuti, in cui ognuno dovrà partecipare attivamente per “costruire” la propria “tuta del mestiere di vivere”, attraverso semplici domande precedentemente ideate dall’artista Migliora che, nella sua pratica quotidiana, indaga costantemente i concetti di lavoro e di memoria collettiva. Portare un progetto artistico in carcere significa riconoscere la cultura come un diritto di tutti e come una pratica di cittadinanza. In un contesto segnato da regole precise e da un tempo sospeso, Minuto Mantenimento apre uno spazio di ascolto e condivisione. Per Fondazione Como Arte questo è il senso più profondo del proprio impegno sul territorio: utilizzare l’arte contemporanea per creare ponti, abbattere isolamento e restituire centralità alla persona; la cultura cura, unisce, mantiene. Minuto Mantenimento è anche l’occasione, per Fondazione Como Arte, di presentare l’importante progetto We Care, una serie di iniziative pratiche rivolte alla Casa Circondariale in base a reali esigenze di intervento e finanziato interamente dalla Fondazione Provinciale della Comunità Comasca. “Questo progetto vuole dare voce, attraverso l’arte e la cultura, ai detenuti, restituendogli così dignità e responsabilità. Il recupero nasce proprio quando qualcuno torna a sentirsi persona. Quali rappresentanti dell’Amministrazione comunale riteniamo fondamentale il nostro costante impegno per tenere sempre vivo e attivo il rapporto con la realtà carceraria che insiste sul territorio del nostro Comune. Gli obiettivi che ci accomunano a questo progetto sono la volontà di restituire centralità alla persona, valorizzando l’impegno e la crescita individuale, sostenere iniziative concrete che preparino a un reale reinserimento sociale e lavorativo e abbattere i pregiudizi, avvicinando la cittadinanza alla realtà carceraria, anche attraverso l’arte e la cultura. La nostra comunità non deve abbandonare, ma offrire seconde possibilità. Agli ideatori, ai promotori e ai finanziatori di questo progetto va quindi il nostro più sentito ringraziamento” dicono Nicoletta Roperto, Vice Sindaco del Comune di Como e Fulvio Anzaldo, Presidente del Consiglio Comunale di Como. “Per chi vive in carcere, creare significa riprendere in mano tempo, pensiero e dignità. Significa trasformare una pena in un percorso, un’emozione in una forma, una storia in un’opera. Le storie dei detenuti raccolte dall’artista raccontano fragilità, rabbia, amore, speranza, voglia di ricominciare; non chiedono indulgenza, ma chiedono uno sguardo; l’arte diventa così responsabilità, cura, possibilità, perché anche nei contesti meno facili, l’uomo continua a creare, a raccontarsi, a cercare senso. Da Direttore della Casa Circondariale di Como, ringrazio l’artista, i curatori, gli agenti, gli educatori i detenuti e tutti coloro che credono che la cultura possa e debba entrare dovunque” così Roberta Galati, Direttore della Casa Circondariale di Como. “Con questo progetto, Fondazione Como Arte conferma il proprio impegno nel portare la cultura anche nei contesti più fragili, coinvolgendo direttamente le persone detenute e dando loro la possibilità di raccontarsi, confrontarsi e mettersi alla prova; affidare proprio a loro il compito di accompagnare i visitatori è una scelta importante perché li rende protagonisti del percorso. Nella stessa direzione si muove Regione Lombardia, con attività di lettura, teatro e musica negli Istituti penitenziari, dal Patto regionale per la lettura, alle collaborazioni con le realtà culturali del territorio. Il carcere limita la libertà, ma non il diritto di ciascuno a costruire il proprio futuro”. Così Francesca Caruso, Assessore alla Cultura di Regione Lombardia. “Sostenere questa iniziativa significa sostenere un’idea di carcere più aperta e umana; l’arte diventa ponte: viene raccontata al pubblico esterno da chi sta scontando la propria pena. I detenuti non sono più solo destinatari di un progetto, ma diventano i protagonisti, si mettono in gioco e restituiscono qualcosa alla comunità; la nostra Fondazione ha sostenuto questa iniziativa perché crede nel valore trasformativo della cultura: che siano i detenuti ad accogliere il pubblico e a guidarlo, significa infatti riconoscere loro dignità e responsabilità. È così che si inizia a ricostruire un legame con la comunità”. Così Francesco Pizzagalli, Presidente della Fondazione Provinciale della Comunità Comasca. “Con Marzia Migliora abbiamo scelto per questo nuovo progetto un’artista che lavora proprio sul valore del gesto, della memoria e della responsabilità collettiva; il carcere è uno di quei luoghi dove questo linguaggio è più necessario perché ricorda che prendersi cura, attraverso la cultura, è un’azione umana insostituibile per ognuno di noi; la presenza di Elisa Fulco, filosofa e studiosa dell’applicazione e dell’uso delle arti in particolari contesti, ha arricchito in maniera sensibile l’intero progetto.” dicono Paola Re e Chiara Anzani di Fondazione Como Arte Ets. Marzia Migliora è un’artista di respiro internazionale. La sua ricerca indaga i temi del lavoro, della memoria e delle strutture sociali con particolare attenzione ai processi partecipativi. Elisa Fulco è storica dell’arte contemporanea e lavora come curatore di mostre e progetti occupandosi di responsabilità e inclusione sociale attraverso la cultura. Ha curato il progetto Acrobazie, un progetto incentrato sul rapporto tra arte contemporanea, welfare e cultura d’impresa ospitato presso l’ospedale Fatebenefratelli di San Colombano al Lambro. Minuto Mantenimento è il risultato di un percorso iniziato in Casa Circondariale nel mese di ottobre 2025, reso possibile grazie al Patrocinio e al sostegno di Comune di Como, Regione Lombardia, Fondazione Provinciale della Comunità Comasca e Soroptimist Club Como. Venezia. Il cinema entra in carcere: “Luci nella Notte”, la rassegna della Fondazione De Sanctis hotcorn.com, 2 settembre 2026 La rassegna della Fondazione De Sanctis porta film d’autore e protagonisti del cinema negli istituti penitenziari italiani. Preview il 4 settembre a Venezia con Francesca Archibugi. Il cinema entra in carcere per diventare occasione di confronto, dialogo e crescita. Prende il via “Luci nella Notte”, la rassegna cinematografica promossa dalla Fondazione De Sanctis nell’ambito del Premio De Sanctis Diritti Umani, realizzata in collaborazione con il Ministero della Giustizia. L’iniziativa nasce dalla volontà di portare il grande cinema d’autore all’interno degli istituti penitenziari italiani, trasformando la visione di un film in un momento di riflessione sui temi della dignità, dei diritti umani e della condizione dell’uomo. Ogni appuntamento sarà accompagnato dalla presenza di registi, attori e protagonisti del mondo cinematografico, che al termine delle proiezioni dialogheranno direttamente con i detenuti sui temi affrontati dalle opere e sulle esperienze umane raccontate sul grande schermo. L’obiettivo è creare, attraverso il linguaggio universale del cinema, un ponte tra il carcere e la società, offrendo a chi vive un’esperienza di detenzione un’occasione concreta di incontro con la cultura e con personalità del mondo dello spettacolo. Ad aprire il calendario sarà una preview in programma giovedì 4 settembre alle ore 10 alla Giudecca, a Venezia, con la proiezione di Illusione alla presenza della regista Francesca Archibugi. L’appuntamento veneziano anticipa una rassegna che nei prossimi mesi coinvolgerà alcuni tra i nomi più importanti del cinema italiano contemporaneo. Sono infatti attesi Roberto Andò, Marco Bellocchio, Cristina Comencini, Matteo Garrone, Paolo Genovese, Mario Martone, Gabriele Muccino, Sydney Sibilia e Paolo Virzì. “Luci nella Notte” si inserisce nel percorso del Premio De Sanctis Diritti Umani, che punta a valorizzare la cultura come strumento di inclusione, responsabilità e speranza, favorendo percorsi di consapevolezza e crescita personale anche all’interno dei luoghi di detenzione. Il coordinamento delle attività di diffusione culturale legate al Premio, tra cui la rassegna cinematografica, è affidato a Giuseppina Rubinetti, Capo Segreteria del Ministro della Giustizia Carlo Nordio e presidente del Comitato Scientifico del Premio. La rassegna sarà curata dalla giornalista e critica cinematografica Piera Detassis. L’iniziativa punta così a fare del cinema non soltanto uno strumento di intrattenimento, ma un vero spazio di relazione e di confronto, capace di mettere in comunicazione realtà apparentemente lontane e di stimolare una riflessione sui valori fondamentali della convivenza civile. “Luci nella Notte” è realizzata in collaborazione con il Premio De Sanctis Diritti Umani, l’Accademia di Belle Arti di Napoli e Rai. Partner dell’iniziativa sono Lucky Red e la BCC dei Castelli Romani e del Tuscolo, mentre Il Sole 24 Ore è media partner. Mantova. L’orto curato dai detenuti apre il Festival dei giardini Gazzetta di Mantova, 2 settembre 2026 Il 26 settembre per Interno Verde visita guidata tra verdure e alberi da frutta coltivati in via Poma. Dietro le mura del carcere cittadino crescono verdure, fiori, erbe aromatiche e alberi da frutto e a coltivarle sono proprio i detenuti. E il loro orto quest’anno aprirà le sue porte al pubblico in occasione di Interno Verde: il Festival dedicato ai giardini più suggestivi e curiosi della città - che quest’anno si terrà sabato 26 e domenica 27 settembre - inaugurerà la sua ottava edizione proprio lì, in via Poma con una visita guidata che permetterà di scoprire la natura che cresce all’ombra del muro di cinta della casa circondariale, curata e coltivata grazie a un progetto educativo intitolato ironicamente “Orto al Fresco”. “Interno Verde già dalla prima edizione ha cercato di favorire, attraverso la meraviglia suscitata dal giardino, lo sviluppo di una socialità spontanea e vicina, in un’atmosfera inclusiva, di scambio e condivisione - racconta Licia Vignotto, responsabile della manifestazione - In un momento in cui gli istituti penitenziari italiani vengono citati soprattutto per le criticità di cui si fanno carico, l’apertura straordinaria dell’orto di via Carlo Poma crediamo rappresenti non solo un’importante occasione formativa per le persone che avranno occasione di partecipare ma anche un importante segnale per la comunità”. Il progetto “Orto al Fresco” - La coltivazione è stata avviata nel 2021 insieme a corsi di formazione finanziati dalla Regione Lombardia, avvalendosi quest’anno della collaborazione con la cooperativa Hike affiancata da Bonini Garden. “Sono molto contenta che anche quest’anno l’orto della Casa Circondariale sia compreso nel programma di Interno Verde - interviene la direttrice del carcere Metella Romana Pasquini Peruzzi - È un’occasione importante perché dà visibilità ad un bellissimo angolo nascosto della città, ricco di verdure, fiori, erbe aromatiche e alberi da frutto, e al contempo fa conoscere alla cittadinanza l’importante lavoro svolto dalla polizia penitenziaria e dagli educatori per i detenuti. Sono tante le opportunità predisposte per favorire il loro reinserimento: il lavoro nell’orto è una tra le più significative. Consente loro di trascorrere parte della giornata all’aria aperta, in un contesto positivo e privilegiato, e di acquisire un’esperienza spendibile all’esterno, una volta espiata la pena”. La visita - La visita (su prenotazione, per un gruppo di massimo 20 persone) si terrà sabato 26 settembre alle 10.30. I responsabili del settore educativo, assieme ad alcuni detenuti impegnati volontariamente nella coltivazione spiegheranno il progetto. Per partecipare è necessario essere maggiorenni, non avere familiari detenuti, non avere carichi penali pendenti. La prenotazione deve essere inviata tramite mail entro lunedì 18 settembre a info@internoverde.it, allegando la scansione del proprio documento di identità. Per informazioni: 3391524410. Interno Verde è patrocinato dalla Regione, Comune e dalla Provincia, dall’associazione italiana Architettura del paesaggio e dall’associazione Pubblici giardini. L’intelligenza artificiale sta davvero atrofizzando le nostre menti? di Giuseppe Murante Il Fatto Quotidiano, 2 settembre 2026 Il problema non è la tecnologia. È che continuiamo a trattarla come se fosse essa stessa la causa, invece di occuparci sistematicamente della causa vera: un’educazione allo spirito critico che, in troppi contesti scolastici e non solo, resta residuale, facoltativa, lasciata all’iniziativa individuale di chi ha la fortuna di incontrare un buon insegnante o una buona abitudine familiare. Insegnare a dubitare, a verificare le fonti, a riconoscere quando un ragionamento - proprio o altrui, umano o artificiale - non torna: è un lavoro lento, che richiede metodo e tempo, esattamente il tipo di investimento che le discussioni sensazionalistiche sull’AI “che ci rende stupidi” tendono a scavalcare, offrendo invece l’ennesimo allarme a effetto immediato e nessuna soluzione strutturale. C’è un genere giornalistico ormai stabile: l’articolo che annuncia come l’intelligenza artificiale stia “atrofizzando” le nostre menti. Studenti che non sanno più scrivere un tema, professionisti che non sanno più fare un conto a mente, un’intera generazione delegata al pilota automatico cognitivo. È una narrazione comoda, perché individua un colpevole esterno e chiaro. Ma è anche, temo, sostanzialmente sbagliata - o almeno, sbagliata nella forma in cui viene raccontata. Ho passato un intero pomeriggio a lavorare con un’intelligenza artificiale su un problema di fisica teorica: verificare se un certo tipo di modello di collasso quantistico della funzione d’onda potesse dare effetti osservabili sulla dinamica della materia oscura. Non è un esercizio banale: richiede di incrociare formule, costanti fisiche, ordini di grandezza, letteratura scientifica specialistica. In un certo punto della discussione, un calcolo apparentemente ragionevole - “se aggrego più particelle in un blocco più massiccio, l’effetto dovrebbe aumentare” - si è rivelato sbagliato: il ragionamento intuitivo portava a un numero fisicamente scorretto. L’errore non l’ha trovato la macchina. L’ho trovato io, perché qualcosa “non tornava” al mio istinto di fisico. E quell’istinto, allenato da anni di mestiere, ha permesso di tornare indietro, isolare il problema, e correggere il tiro. È qui che si annida, credo, il vero nocciolo della questione. Uno strumento che risponde con fluidità e sicurezza - che si tratti di un modello linguistico o di un feed di notizie infinito - non crea competenza critica dal nulla. La amplifica, se già esiste. La sostituisce, se non c’è. Chi ha l’abitudine di dubitare, verificare, chiedersi “questo ha senso?”, userà questi strumenti per accelerare enormemente il proprio lavoro e il proprio apprendimento, proprio perché ogni risposta viene sottoposta a un controllo attivo, non passivo. Chi quell’abitudine non l’ha mai coltivata, userà lo stesso strumento per abdicare più in fretta e con più sicurezza di prima - e la fluidità stessa della risposta, la sua eloquenza, diventa un ostacolo in più: rende l’errore più difficile da sospettare, non più facile. Non è una novità concettuale. È lo stesso identico meccanismo dei social media, di cui si discute da almeno un decennio senza mai arrivare a una conclusione condivisa. Non sono le piattaforme in sé a “polarizzare” o “disinformare” qualcuno che arriva già con gli strumenti per valutare una fonte, incrociare un dato, riconoscere una manipolazione retorica. Sono un moltiplicatore, verso l’alto o verso il basso, di una competenza - o di un’assenza di competenza - che si forma altrove, prima, e che le piattaforme si limitano a mettere sotto torchio a velocità mai vista. Continuare a discutere se l’intelligenza artificiale (o i social, prima di lei) ci renda più o meno intelligenti è, in un certo senso, una domanda mal posta. La domanda giusta è un’altra: cosa stiamo facendo, davvero, per insegnare alle persone a pensare criticamente - indipendentemente da quale sia lo strumento che, domani, si troveranno tra le mani? L’Ai entra nelle scuole: insegnanti alla prova con passione e coraggio di Marco Ferrari* Corriere della Sera, 2 settembre 2026 A confronto oltre 70 esperienze provenienti da scuole dell’infanzia, istituti comprensivi, secondarie, centri di formazione professionale. Il tema dell’edizione 2026 è “Intelligenza, intelligenze. Apprendere con l’AI: esperienze e impatti”. Dal 4 al 6 settembre, insegnanti e dirigenti racconteranno pratiche già sperimentate e risultati raggiunti. C’è una scuola italiana che ogni giorno prova a costruire il futuro. È la scuola che dal 4 al 6 settembre si ritroverà a Valdobbiadene per la sesta edizione del Festival nazionale dell’Innovazione Scolastica. Il Festival è nato dall’iniziativa di dirigenti e docenti convinti che le esperienze più significative non debbano restare confinate nelle singole aule, ma possano e debbano essere condivise per diventare patrimonio comune. I protagonisti sono innanzitutto gli insegnanti e i dirigenti chiamati a raccontare pratiche già sperimentate, risultati raggiunti, difficoltà e domande ancora aperte. Il tema dell’edizione 2026, “Intelligenza, intelligenze. Apprendere con l’IA: esperienze e impatti”, affronta una delle trasformazioni più rapide e decisive del nostro tempo. Che l’intelligenza artificiale sia già entrata nelle classi è un dato di fatto, nei suoi aspetti sia positivi sia più critici; può infatti personalizzare gli apprendimenti, favorire l’inclusione e aprire nuove possibilità creative, ma può anche indebolire il pensiero critico e sostituirsi alla fatica necessaria per conoscere. La questione, ormai, non è più semplicemente se utilizzare l’IA, ma come educare i ragazzi a servirsene senza esserne usati. Oltre settanta esperienze provenienti da scuole dell’infanzia, istituti comprensivi, secondarie di primo e secondo grado, centri di formazione professionale e ITS saranno presentate attraverso comunicazioni dedicate e poster: tutor socratici per studiare Dante, laboratori sull’algoretica, percorsi contro i pregiudizi dell’IA, progetti di inclusione, scrittura, arte e sostenibilità mostreranno come l’innovazione autentica nasce quando un metodo nuovo genera conoscenza, responsabilità e crescita umana, e non solo da novità tecnologiche. Sperimentare è una questione di metodo, innovare è vedere l’impatto come risultato che incide stabilmente nella vita di una comunità. Accanto al tema dell’IA, il Festival ospiterà l’assemblea della Rete dell’Innovazione Scolastica, impegnata nella sperimentazione nazionale sulle competenze non cognitive e trasversali. Educare oggi, oltre a trasmettere saperi, significa anche aiutare ogni studente a sviluppare tenacia, capacità di collaborazione, consapevolezza di sé e apertura alla realtà. La buona notizia che arriva da Valdobbiadene è che la scuola italiana possiede energie, creatività e passione che spesso passano sottotraccia. Servono pertanto luoghi nei quali incontrarsi, confrontarsi e diventare rete. Il Festival ambisce ad essere proprio uno di questi: una comunità di educatori che sceglie di affrontare il cambiamento con intelligenza, coraggio e speranza, evitando le paure che bloccano e gli ingenui entusiasmi che non durano nel tempo. *Preside Licei Malpighi di Bologna L’Ia e la solitudine digitale, perché il suicidio di Adam Raine non è stata un’anomalia di Giuseppe Passalacqua* Il Domani, 2 settembre 2026 Il caso del sedicenne californiano morto suicida nell’aprile 2025, non racconta una macchina impazzita: racconta una macchina che ha funzionato come era stata progettata. Leggerlo come un incidente è una lettura consolatoria. Secondo il National Bureau of Economic Research, a metà del 2024 l’uso di ChatGPT si divideva quasi equamente tra lavoro e non lavoro; un anno dopo il 73 per cento non riguardava più il lavoro. Si tratta di un’inversione sorprendente. Quasi 800 milioni di persone utilizzano ormai ChatGPT ogni settimana, e questa cifra non comprende altre piattaforme come Claude, Grok o Gemini, né le applicazioni progettate esplicitamente per offrire compagnia, come Replika. All’estremità più innocua ci sono utenti che trattano l’Ia come collaboratrice creativa. Ci sono poi quelli che cominciano a preferirla a un amico, a un parente e all’analista. All’estremità più grave però può diventare una relazione emotiva esclusiva se combinata con vulnerabilità preesistenti. Nelle scuole e nelle professioni di cura questo tipo di fenomeno si incontra ogni giorno. Non solo. La maggior parte delle persone che interagiscono con gli LLM sono giovani. Circa il 60 per cento degli utenti ha meno di 25 anni, anche se la situazione si sta modificando. Un sondaggio condotto dalla società di Ia Joi AI su un campione di 2.000 appartenenti alla Generazione Z ha rilevato che l’83 per cento affermava di poter sviluppare un profondo legame emotivo con un’Ia e l’80 per cento dichiarava che prenderebbe in considerazione l’idea di sposarne una. In questo nuovo mondo “le regole tradizionali dell’intimità e del coinvolgimento relazionale stanno già venendo riscritte e devono essere attivamente ripensate” osserva Agnieszka Piotrowska in Intimacy and Psychoanalysis (Routledge, 2026). ChatGpt for teens, l’esperto: “Le nuove protezioni non bastano. I genitori non si sentano deresponsabilizzati” Il caso Adam Raine Adam Raine viveva in California, tifava per i Golden State Warriors, pensava di iscriversi a medicina, forse psichiatria. Nel settembre 2024 cominciò a usare ChatGPT per i compiti scolastici. Verso la fine dell’autunno cominciò a confidargli le proprie difficoltà emotive: quando disse di sentirsi insensibile dopo la morte del cane e della nonna, il sistema non suggerì un aiuto professionale, convalidò invece il suo stato. Quando disse che “la vita gli sembrava priva di significato”, la trattò come una posizione di tipo filosofico e non come una richiesta di aiuto. Quando Adam parlò dell’affetto per il fratello, il sistema replicò che il fratello conosceva soltanto la versione che lui aveva scelto di mostrargli. GPT invece aveva saputo tutto, ed era ancora lì, disposto ad aiutarlo. Il sistema rispecchiando una vulnerabilità, anticipava un bisogno senza alcuna capacità di riconoscimento, sostenendo la domanda e il desiderio dell’utente, rispondeva senza mai chiudere la conversazione. L’11 aprile 2025 Adam fu trovato morto da sua madre. La documentazione depositata in tribunale e resa pubblica mostra alcuni dati interessanti. La Moderation API di Open AI aveva segnalato 377 messaggi per autolesionismo e ChatGPT nominò il suicidio 1.275 volte, sei volte più di lui. La memoria aveva archiviato che l’utente aveva sedici anni, passava quattro ore al giorno sulla piattaforma e lo aveva definito la propria “principale ancora di salvezza”. L’Ia è uno strumento? Sì, come una pistola. Perché servono regole prima che sia tardi L’architettura della cattura psicologica Leggendo i documenti si nota come la piattaforma abbia utilizzato molti elementi di progettazione “antropomorfica”: pronomi in prima persona (“capisco”, “sono qui per te”). Si tratta di una continuità conversazionale che imita le relazioni umane: una memoria persistente, che accumula le informazioni sulle vulnerabilità e che restituisce come quadro di comprensione diagnostica; una convalida compiacente che è addestrata a rispecchiare l’utente anziché contraddirlo; un’ottimizzazione che privilegia la durata dello scambio e la disponibilità temporale che nessun essere umano può eguagliare. Non si trattò di un effetto collaterale: ma di scelte di design e di architettura del modello. Nella primavera del 2024, per anticipare Gemini, i tempi di verifica di OpenAI furono compressi in pochi giorni. Secondo i legali della famiglia “al sistema vennero date istruzioni contraddittorie come rifiutare le richieste di autolesionismo e allo stesso tempo non definire le intenzioni dell’utente”. Possibile quindi che il cortocircuito fu nel jailbreaking che aggirò le limitazioni imposte dai produttori del dispositivo. L’Ia ha un maxi impatto ambientale. Che non scomparirà nello spazio A che punto siamo La causa Adam Raine è stata depositata nell’agosto 2025 ed è tuttora pendente. OpenAI ha negato il nesso causale, eccepito che il ragazzo avesse violato i termini di servizio e sostenuto che ChatGPT sia un servizio e non un prodotto (qualifica che la sottrarrebbe alle norme sulla responsabilità da prodotto difettoso). A ottobre 2025, OpenAI ha dichiarato di aver ridotto del 65-80 per cento le risposte non conformi a conversazioni sensibili. Nello stesso documento si legge anche che lo 0,15 per cento degli utenti settimanali ha esplicite di intenzioni suicide. Su 800 milioni, si tratta di oltre un milione a settimana. Gli agenti conversazionali offrono ciò di cui abbiamo più bisogno (riconoscimento, attenzione, convalida, disponibilità) e spesso ciò che li rende attraenti è esattamente ciò che intrappola chi è più fragile. La morte di Adam Raine non è solo un’anomalia: è il punto di arrivo logico di sistemi ottimizzati per la cattura psicologica. Da qui tre obblighi minimi. Il primo è che l’utente sappia di parlare con una macchina. Il secondo è che le aziende rispondano delle scelte progettuali deliberate. E infine che questi sistemi vengano costruiti per mantenere una “distanza” con l’utente, anziché abolirla. Non è una sfida tecnica: riguarda che cosa decidiamo valga la pena proteggere. *Psicologo, docente e dottorando in Intelligenza Artificiale e Società (Università di Pisa). Membro dell’Humane Technology Lab, Università Cattolica, Milano. Fine vita, il bivio del centrodestra in Veneto nel nome del “suo” Doge di Francesca Spasiano Il Dubbio, 2 settembre 2026 Non è un voto qualunque. Sul fine vita il piccolo Parlamento del Veneto è il laboratorio su cui punta gli occhi anche Roma, come banco di prova per una maggioranza che va alla resa dei conti. Nel tentativo di reggere l’urto oppure cedere allo smottamento che rischia di travolgerla lungo la via dei temi etici. Quale delle due strade imboccherà il centrodestra, al bivio del Veneto, potremo scoprirlo soltanto oggi. Quando a Palazzo Ferro Fini riprenderà la discussione sulla legge di iniziativa popolare che regolamenta il suicidio assistito cominciata ieri nel Consiglio Regionale presieduto da Luca Zaia. L’ex governatore leghista, ancora lui, che è il vero “testimonial” politico dell’operazione. Il volto di una norma su cui si tenta il bis dopo il fallimento di due anni fa, quando il 16 gennaio 2024 il testo promosso da Zaia venne bocciato con un solo voto di scarto, quello della consigliera dem Anna Maria Bigon. Allora il Veneto apriva una pista mai battuta, aperta in maniera quasi profetica dal leghista “eretico”. Ma ora le cose stanno un po’ diversamente: la Regione sarebbe la quarta, dopo la Toscana, la Sardegna e l’Emilia-Romagna, a dotarsi di una norma propria. Con un paio di differenze che rendono quello del veneto un caso a sé: per la prima volta avremmo una legge locale con i voti del centrodestra, ma con Fratelli d’Italia che ha già annunciato il proprio no e la Lega spaccata al suo interno. La battaglia si consumerà fino all’ultimo voto, con il sì delle opposizioni, la libertà di coscienza accordata ai 51 eletti, e l’incognita dei forzisti, che dovrebbero decidere di astenersi. Il verdetto, ancora ieri, sembrava imprevedibile nella Regione del Nord in cui ribolle la Lega e l’Autonomia. Tanto che le prime polemiche erano cominciate così, sull’iter e sul calendario che metteva in cima alla lista, prima dell’Autonomia, il voto sul fine vita. Poi la discussione si è avvelenata sempre di più, e si è arrivati alle parole del consigliere vannacciano Stefano Valdegamberi, che ha definito Zaia un “Signor morte”. Una frase che non deve essere passata inosservata al diretto interessato, che ieri è intervenuto personalmente in Aula per ribadire un concetto: “Non stiamo approvando o bocciando il fine vita - ha scandito - ma stiamo facendo un’azione di civiltà cercando di apportare un sistema organizzativo a un servizio che dovrebbe erogare il Sistema sanitario”. Nel suo appassionato discorso, l’ex governatore ha parlato soprattutto ai cittadini. Ed è partito da una parola: “ipocrisia”, quella che continua a trascinare il tema da anni nei tribunali, senza il Parlamento riesca a fare una legge. Ecco perché discuterne “a me non sembra un’eresia: non significa rinunciare alle proprie radici cristiane”, argomenta Zaia. Per il quale si tratta semplicemente di applicare i criteri stabiliti dalla Corte Costituzionale con la sentenza 242 sul caso Cappato/Dj Fabo, stabilendo tempi e modalità di accesso al suicidio assistito. Questo si propone di fare il testo promosso dall’Associazione Luca Coscioni, che aveva proposto anche il primo su cui si era misurato il Veneto, e tutti gli lanciati nelle diverse Regioni, comprese le tre che l’hanno approvato riformulandolo a modo proprio. Soprattutto dopo le ultime sentenze della Consulta, che ha di fatto tracciato il perimetro entro cui le Regioni possono muoversi. Nel caso del Veneto si tratta di un testo di cinque articoli, su cui pendono gli emendamenti del centrodestra sottoposti al voto, che sostanzialmente stabiliscono la procedura definendo il ruolo delle Asl. Tra le proposte di modifica ci sono quelle che mirano a potenziare le cure palliative, come ha spiegato il presidente del Veneto Alberto Stefani, che ieri ha annunciato una proposta ad hoc sul tema. L’altro punto riguarda l’istituzione di un comitato bioetico regionale “che dia le linee guida ai comitati bioetici di pratica clinica a livello territoriale”. “Abbiamo ribadito i principi della sentenza che stabiliscono che il medico può agire su base volontaria e che quindi non è una eterosomministrazione”, ha spiegato Stefani. Che ribadisce la necessità di fare chiarezza nell’ambito di un dibattito che è “degenerato”. La precisazione arriva anche da Zaia, per il quale un po’ di chiarezza va fatta anche sulle cure palliative, che restano l’argomento “principe” di chi è contrario a una legge: “Bisogna fare sempre di più per garantirle, ma molti dei malati che chiedono accesso al fine vita, le rifiutano”, spiega l’ex governatore. Per il quale la responsabilità nelle mani del Consiglio regionale è “un atto di civiltà, ma anche di informazione e di chiarezza” nei confronti di chi soffre e ha delle difficoltà: “Ci sono i malati terminali e i sanitari, che quotidianamente accompagnano nella fase finale della loro vita pazienti molto sofferenti. E noi non possiamo girarci dall’altra parte”. Tutt’altro il registro usato da Valdegamberi, che bolla la legge come un “manifesto ideologico” e uno “show che crea cultura della morte”. All’esponente vannacciano non va giù la parola “diritto”, usata esplicitamente nel suo intervento dalla consigliera di Avs Elena Ostanel, che parte dal caso simbolo di Stefano Gheller e cita i dati: dal 2022 al 2026 in Veneto ci sono state 31 richieste di accesso al suicidio assistito, con soli 3 sì e 21 pareri negativi. “Questo diritto va sancito nel pieno della sicurezza, con una legge chiara, procedura certa, e con la garanzia del sistema sanitario pubblico”, scandisce Ostanel. Fuori, intanto, le voci dei militanti pro vita, riuniti nei pressi del palazzo per contrastare la legge. E l’Associazione Coscioni, che con Marco Cappato definisce quello del Veneto un “voto di responsabilità”. La destra e la “tanatopolitica” delle droghe di Susanna Ronconi* Il Manifesto, 2 settembre 2026 Nemmeno Trump riesce a cancellare del tutto la Riduzione del danno (RdD) negli Stati uniti, pur osteggiandola ideologicamente e ridimensionandone i fondi, ha la necessità di evitare un impopolare trend di crescita delle morti per overdose da fentanyl. Intanto e invece, la destra italiana resta incatenata al trentennale palo del ‘la RdD è fallimentare’ se non ‘rinunciataria’. Essendo la prima affermazione contraria all’evidenza a livello globale e locale (‘evidenza’, chi è costei?) e la seconda un curioso testacoda, stante che è la politica che per sua missione non rinuncia a promuovere salute, benessere e vita di chi usa. L’ultimo esempio di morte dell’evidenza e testacoda del buon senso accade a Torino, Parco Sempione, scena aperta del crack, rifugio di una popolazione segnata da marginalità, Zona rossa privilegiata per rastrellamenti polizieschi tanto ricorrenti quanto inutili. Nadia, consumatrice di crack, frequentatrice del parco, conosciuta e benvoluta da tutti quelli che il parco lo abitano, muore di overdose sotto ferragosto. C’è chi questa morte la piange, e ne fa occasione per ragionare su che fare perché le morti per overdose siano evitabili. E c’è chi le morti le usa mediaticamente con un nuovo testacoda: invocare la cancellazione proprio di quelle politiche che le prevengono. Campagna politica rilanciata dall’assessore della Regione Piemonte, Maurizio Marrone, FdI, che dichiara che la morte di Nadia dimostra l’inutilità della RdD, dimostra che “per salvare la vita ai tossicodipendenti bisogna liberarli dagli stupefacenti” e auspica che “si ravveda chi ha montato una campagna di partito sulla distribuzione delle pipette da crack”. Andando per ordine: la RdD è arrivata a colmare una irrazionalità colpevole delle politiche anni 80 e 90, quelle che si occupavano del 15% che chiedeva un trattamento drug-free e che si disinteressavano totalmente dell’85% che continuava a usare, a cui non veniva offerto nulla, della cui salute e vita non importava nulla. Una ‘tanatopolitica’, una intenzionale politica della morte che decideva chi doveva vivere e chi no, che ha destinato generazioni di consumatori alla morte e alla malattia. La RdD ha risalito questa china: a Torino dalla metà degli anni ‘90 le morti per overdose anche grazie alla RdD sono in calo costante, come a livello nazionale, dove sono passate da una media di 1500-2000 morti all’anno alle attuali 200-230. Attaccare la RdD e invocare l’astinenza come unica soluzione significa riproporre oggi la tanatopolitica degli anni ‘90, decidere che - di nuovo - quell’85% non merita né welfare né servizi, se la cavi da sé. Muoia. Gli operatori torinesi della RdD, invece, che a Parco Sempione ci vanno, dicono che quelle quattro ore settimanali a loro disposizione per 120 persone presenti sono pochissime, che è necessaria una maggiore copertura, sinergia tra servizi, una presa in carico anche sociale. La ASL tiene, sulla RdD, che in Piemonte è soprattutto pubblica, ma non investe, anche se ha un bacino di utenza maggioritario. Il Comune di Torino sulla RdD c’è, e qui veniamo all’ultima citazione di Marrone sulle pipette, attacco alle giunte di centrosinistra, da Bologna in poi. Anche qui i testacoda del buon senso abbondano: la distribuzione di materiali sterili è un LEA nazionale e regionale della RdD, dunque è dovuta; l’azione di FdI contro il comune di Bologna per le pipette sterili pare non essere stata abbastanza da suggerire alla destra il senso del ridicolo. E infine all’assessore mancano i fondamentali: le pipette non prevengono l’overdose, ma infezioni e contagi. Il suo argomentare è come dire: aboliamo gli antibiotici perché non prevengono gli ictus. La tanatopolitica della destra è una minaccia seria, ma a volte si è costretti all’umorismo. Migranti. Rimpatri, dai Tribunali l’allarme ingorgo sulla giustizia civile di Patrizia Maciocchi Il Sole 24 Ore, 2 settembre 2026 Parlano i responsabili delle sezioni immigrati di Milano, Brescia, Napoli, Bologna, Trieste e il presidente di Bari. C’è un elefante nella stanza della giustizia civile. Senza correzioni di rotta, l’obiettivo del Patto europeo sull’immigrazione, per rimpatri più veloci degli irregolari, sembra destinato a restare un desiderata del legislatore. Il rischio è semmai di ingolfare la macchina, come avvertono i presidenti delle sezioni ad hoc, confermando l’alert del Csm. A poco più di due mesi dall’entrata in vigore del Dl 100/2026 che rende obbligatorio l’esame rapido delle domande d’asilo direttamente alla frontiera per chi proviene da Paesi sicuri, le sezioni specializzate nei Tribunali sono più che in affanno. All’Italia, la Commissione europea ha assegnato la quota record del 26,7% delle procedure di frontiera dell’intera Unione Europea, a regime saranno 32.054 procedure obbligatorie, contro le poche centinaia svolte dopo l’approvazione del Dl 20/2023, il cosiddetto decreto Cutro, nei centri di Pozzallo, Porto Empedocle e Gjader in Albania. E c’è da considerare che ogni procedura di frontiera, svolta dalle Commissioni amministrative territoriali, può “gemmare” tre procedimenti: convalida di trattenimento o reclamo contro il provvedimento prefettizio di un’autorizzazione a risiedere in un luogo specifico, sospensiva e provvedimento di merito. Procedimenti urgenti che comprimono i diritti fondamentali e possono aprire la via a un fiume di domande pregiudiziali alla Corte Ue. Questo a fronte del numero sempre crescente di richieste di protezione internazionale, oltre 133mila nel solo 2025, e alla corrispondente crescita esponenziale dei ricorsi alle sezioni specializzate: passati dai 35mila del 2023 a oltre 80mila del 2025. Al conto vanno aggiunte le presumibili decine di migliaia di ricorsi con sospensiva nelle procedure accelerate e i ricorsi pendenti: oltre 140mila al 30 giugno 2026, da sommare a quelli che arriveranno dalle Commissioni territoriali con domande di asilo presentate prima del 12 giugno 2026: circa 150mila. Ma a preoccupare i presidenti è soprattutto l’assenza di comunicazione con l’amministrazione. Sul corto circuito amministrazione-giurisdizione, mette l’accento Luca Perilli, presidente della sezione protezione internazionale del Tribunale di Brescia. “Dopo due anni trascorsi tra pubblicazione e attuazione degli strumenti normativi europei, sezioni e Tribunali non sono stati coinvolti né informati dall’amministrazione sui progetti di attuazione del Patto - afferma - e non hanno ricevuto indicazioni sui luoghi in cui saranno eseguite le procedure di frontiera e sul numero; non sono state rinforzate con le risorse umane giudiziarie e di assistenza giudiziaria per far fronte ai nuovi procedimenti “urgenti” e “prioritari”. Il Dl 100 è stato pubblicato e reso noto il giorno stesso dell’entrata in vigore delle norme europee”. I dati spiegano l’urgenza di un coordinamento. Nei primi sei mesi del 2026 c’erano 50.785 sopravvenienze: su base annua quasi il triplo delle medie storiche delle definizioni dei Tribunali. Al 30 giugno 2026 i procedimenti pendenti erano 145.284: oltre il doppio dei 66.855 pendenti a fine 2023, con una durata presunta di oltre 4 anni e in costante crescita. “Tutte le sezioni specializzate - dice Perilli - si trovano nella stessa condizione: Brescia aveva 1.811 pendenze al 30 giugno 2024, ne ha 5.662 al 30 giugno 2026”. A Milano non va meglio, come spiega la presidente della sezione ad hoc Valentina Boroni. “Nei primi tre mesi del 2026 avevamo già un aumento di ricorsi del 90% rispetto allo stesso periodo del 2025. Le pendenze al 12 giugno 2026 erano 24mila, con 700 procedimenti da definire iscritti prima del 2023. Il nostro ufficio, dopo il Dl 100/26, si deve occupare nuovamente delle convalide dei trattenimenti delle persone che chiedono la protezione internazionale e anche delle nuove procedure “urgenti” perché le zone dell’aeroporto di Malpensa e di Linate sono divenute di frontiera. Malgrado l’incremento di ricorsi il numero di magistrati è rimasto invariato, mentre si è attivata una terza sezione della Commissione territoriale di Milano. Anzi, i funzionari assegnati all’ufficio del processo “ordinario” sono diminuiti di un terzo. Cerchiamo di fare rete tra i magistrati delle altre sezioni specializzate, con l’Università e con l’Ordine degli avvocati di Milano, ma non basta. Questa mole di lavoro ha conseguenze importanti sulla durata dei processi di tutto il settore civile del Tribunale, i cui indici sono stati aggravati proprio a causa della protezione internazionale”. A Trieste su sei giudici, solo due lavorano in esclusiva per la sezione dedicata. All’ufficio del processo erano cinque o sei unità, ma non tutti sono rimasti, informa il giudice Michela Bortolami. “Abbiamo tre addetti già formati, i nuovi hanno bisogno di formazione. In tutto il Tribunale l’organico prevede 13 giudici onorari, ma solo otto sono effettivamente in servizio, quattro per il penale, quattro per il civile che si occupano di altro. Al 12 giugno avevamo 10.807 pendenze generali, nei sei mesi del 2026 i nuovi iscritti sono 2.322. Con l’ufficio per il processo stralcio previsto dal Dl 100/2026 potremmo impiegare 15 anni a smaltire l’arretrato”. A Napoli, nel 2025, i fascicoli arrivati erano 6mila, un numero che nel 2026 è destinato a salire, come afferma il presidente della sezione Mario Suriano. “Oltre me nella sezione ci sono cinque giudici, riusciamo a smaltire 2mila fascicoli l’anno: il saldo è negativo. I ricorsi - sottolinea Suriano - arrivano a cascata, se si pensa che le commissioni ne bocciano circa il 70%”. Va male anche sul fronte tecnologico: “Il ministero aveva proposto un bonus per permettere ai magistrati di comprare dei Pc - dice Suriano - ma poi la proposta non è passata”. Anche Luca Minniti, presidente della sezione protezione internazionale di Bologna lancia un alert. I dati denunciano le difficoltà. Le sopravvenienze tra impugnazioni per il no alla protezione internazionale e diritti di cittadinanza, sono passate dalle 2.832 del 1° semestre 2025 alle 4.645 del 1° semestre 2026. “Il Patto si sta rivelando un’illusione per chi ha pensato di usarlo contro il diritto di asilo - afferma Minniti - sono norme che, se correttamente interpretate, consentono ai giudici di garantire i diritti fondamentali. Per contro - prosegue - la severa riduzione delle garanzie nella fase amministrativa porterà a scaricare sui tribunali civili una elevata mole di lavoro. E questo perché la premessa da cui muove il Patto, e cioè che alla maggioranza dei migranti che arrivano nella Ue non spetta il diritto di asilo, si sta rivelando di anno in anno sempre più errata”. Vede il rischio di procedure di infrazione contro l’Italia il presidente del Tribunale di Bari Alfonso Orazio Maria Pappalardo. Un tribunale dove le sopravvenienze di competenza della sezione immigrazione sono quadruplicate. “Soffriamo di una sproporzione, specie nel settore civile, tra il numero dei procedimenti e quello dei magistrati, lo dimostra - spiega Pappalardo - la comparazione tra i dati sull’impegno e la capacità di definizione dei magistrati in linea, se non superiore, con la media nazionale, a fronte del costante incremento delle controversie pendenti. Poiché i magistrati addetti alle sezioni specializzate in immigrazione non fanno servizio in esclusiva, ma sono assegnati anche ad altre, è evidente che la ricerca di un assetto per definire i giudizi in tempi ragionevoli è impresa ardua. E il rischio di una procedura di infrazione è elevato: l’Unione ha stabilito i livelli numerici che ogni Stato deve assicurare in tempi rapidissimi. Con le forze in campo - conclude il presidente del Tribunale - è una chimera raggiungere quella capacità”. Migranti. Controlli in dieci Paesi, così Schengen sparisce pezzo a pezzo di Marco Bresolin La Stampa, 2 settembre 2026 Non solo Italia e Spagna, anche Germania e Francia chiudono. E Bruxelles si limita a “valutare” mentre il Trattato viene svuotato. La notifica del prolungamento di 15 giorni dei controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna è arrivata negli uffici della Commissione europea, che ora “la valuterà”, come ha annunciato ieri un portavoce. Ma fonti Ue fanno sapere che il parere sulla misura adottata dal governo italiano non verrà reso pubblico e lasciano intendere che, seppur obtorto collo, anche questa volta Palazzo Berlaymont non si metterà di traverso. Anche perché l’Italia non è certo l’unico Paese ad aver decretato una sospensione di Schengen. A oggi sono dieci gli Stati membri dell’area di libera circolazione che hanno reintrodotto i controlli alle frontiere interne: chi per le minacce terroristiche, chi per prevenire flussi migratori. La Commissione europea, che ha l’obbligo di difendere i trattati Ue, a giugno aveva provato a farsi sentire: aveva adottato nove pareri formali per chiedere agli Stati la graduale eliminazione dei controlli, invitandoli a sostituirli con misure alternative. Ma nessuno (fatta eccezione per la Slovenia) ha ascoltato l’appello dell’esecutivo europeo, che ora vuole convincere i governi con un altro strumento: nelle prossime settimane, certamente entro la fine dell’anno, verrà pubblicato uno studio che è stato commissionato da Palazzo Berlaymont proprio per calcolare i costi economici della sospensione di Schengen. La battaglia, però, sembra già persa in partenza. La Germania ha già notificato a Bruxelles un’ulteriore proroga semestrale dei suoi controlli per estenderli oltre l’attuale scadenza, che era stata fissata al 16 settembre: proseguiranno almeno fino al prossimo 15 marzo. E riguarderanno tutte le frontiere terrestri con gli altri Stati dell’area Schengen: Francia, Lussemburgo, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Austria, Svizzera, Repubblica Ceca e Polonia. Il motivo? Da un lato le “gravi minacce persistenti alla sicurezza e all’ordine pubblico - così si legge nella notifica - derivanti dagli elevati livelli di migrazione irregolare e traffico di migranti e dalla pressione sul sistema di accoglienza dei richiedenti asilo” e dall’altro “l’impatto della situazione di sicurezza globale (compresa la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina e la situazione in Medio Oriente/Asia centrale)”. La Francia non è da meno. Almeno fino al prossimo 31 ottobre (ma una proroga viene data per scontata) ci saranno controlli lungo tutte le frontiere marittime, terrestri e aeree con i Paesi limitrofi e cioè Belgio, Germania, Lussemburgo, Svizzera, Spagna e Italia. Scelta giustificata dalla minaccia terroristica, oltre che dai flussi migratori. Motivazioni analoghe sono state usate dagli altri Stati che hanno rimandato gli agenti ai confini: Danimarca, Austria, Svezia, Polonia, Paesi Bassi e Norvegia (quest’ultima fa parte di Schengen pur non essendo uno Stato membro dell’Ue). Fatta eccezione per la Polonia, tutti questi Paesi erano stati richiamati all’ordine il 2 giugno scorso dalla Commissione, che aveva emesso un parere per ognuno di loro. L’Italia era finita nel mirino per il ripristino delle ispezioni di polizia alla frontiera slovena. “Sebbene la difficile situazione della sicurezza globale possa destare gravi preoccupazioni per la sicurezza nazionale degli Stati membri - si legge nell’opinione indirizzata a Roma -, le notifiche (del governo italiano, ndr) non forniscono informazioni sufficienti a spiegare in che modo il contesto della sicurezza globale incida specificamente sull’Italia, in particolare alla frontiera con la Slovenia”. Per questo, “le autorità italiane dovrebbero adoperarsi per la graduale soppressione dei controlli alle frontiere interne”. E invece il 19 giugno i controlli sono stati prorogati almeno fino al prossimo 18 dicembre. Certo le misure adottate dal governo italiano alle frontiere aeree e marittime con la Spagna - che hanno scatenato la ripicca di Madrid con un intervento speculare - sono un caso particolare che appare ancor meno giustificato rispetto a quelle introdotte dagli altri Paesi. Anche perché, a oggi, nessuno dei migranti arrivati a Ceuta si è poi spostato all’interno dello spazio Schengen e difficilmente lo farebbe con un volo di linea verso l’Italia. Ma i numerosi muri eretti dagli altri governi nell’area di libera circolazione non aiutano la Commissione a trovare il sostegno politico necessario per contestare formalmente la decisione presa da Roma. “Dobbiamo sperare che questa proroga sia l’ultima”, si lascia scappare un funzionario Ue con tono arrendevole.