Intorno al tavolo di Ristretti. Sono stato capace di rovinare la mia vita e quella di chi amo di Salvatore Fani Ristretti Orizzonti, 29 settembre 2026 Ho fatto un po’ di carcere in epoche differenti, risalenti anche a quasi 26 anni fa. Non ho un ricordo preciso, ma so che avevo poche emozioni. Entravo in carcere con la consapevolezza di quello che facevo e di quello che dovevo affrontare. Per me era tutto “normale”, e lo è stato fino al 2022, data del mio ultimo arresto. Guardavo fuori dalla finestra della mia cella, ero molto nervoso. Erano giorni che non dormivo, perché aspettavo il colloquio, il mio primo colloquio con mia moglie, mia mamma e mio figlio. Il mio nervosismo era dovuto al mio bambino, mi tormentava il fatto di non sapere come l’avrebbe presa. Avevo dato appuntamento a mia moglie, che sarebbe passata fuori dal carcere, dalla mia cella si vedeva fuori e ci si poteva addirittura parlare. Appena li vedo da lontano le gambe cominciano a tremarmi, mio figlio corre verso di me, mi riconosce. “Babbo Babbo” mi urla, “Ma sei proprio tu?”. Non sono riuscito a parlare, l’ho solo salutato. All’una vado giù, entro nella sala colloqui; c’erano mia mamma e mia moglie, mio figlio si era nascosto perché voleva farmi una sorpresa. Esce da sotto il tavolo e mi abbraccia. Ricordo quell’abbraccio ancora oggi. L’ho riempito di baci, erano mesi che non lo vedevo ed ero triste, stavo male. Ricordo che mio figlio mi ha chiesto di andare in bagno, non per caso. Ogni volta che viene da me, l’emozione gli fa questo effetto, è strano e nervoso. I giorni dopo i colloqui i maestri chiamano mia moglie chiedendole se Raffaele è andato da qualche parte. Mia moglie risponde che è andato dal papà. “Ma perché ci ha raccontato tutto per filo e per segno? Forse perché questo distacco a Raffaele fa male. Lui vuole il papà, ci chiede perché non può stare con lui, perché non gioca con lui e quando ritorna dal colloquio Raffaele è nervoso e aggressivo. Strano, perché di solito lui è molto buono”. Tutto questo ha un impatto emotivo troppo forte anche su di me, mi fa troppo male sentire che per colpa mia mio figlio soffre. In quattro anni più due di latitanza l’ho visto meno di dieci volte. I colloqui sono diventati il mio peggiore incubo, l’ultimo è stato il 18 dicembre. L’ho lasciato che a stento comunicava; nell’ultimo colloquio invece quasi non riuscivo a tenerlo in braccio da quanto si è fatto grande. Ma perché mi sono perso tutto questo? Perché sei diventato grande? Perché non so niente di te? Perché non so cosa mangi, cosa bevi, se stai male, se ridi? Perché ad ogni colloquio si presenta da me sempre un bambino nuovo? Perché non riesco a superare tutto questo? Perché sei la cosa più bella della mia vita e allo stesso tempo il mio più grande dolore? Perché mi sono perso la bellezza di poterti crescere? Perché non posso venire a prenderti a scuola? Tu non hai scelto di essere il figlio di un detenuto e mi fa male che paghi le mie scelte sbagliate. Il mio primo colloquio ho incontrato il mio bambino piccolo che non capiva niente, oggi è cresciuto, si fa delle domande ma forse non capisce ancora il perché di tante cose. Tutto questo è frutto dei miei errori, sono stato capace di rovinare la mia vita e quella di chi amo. Mi addosso tutte le colpe e le scelte che ho fatto, ne sento il peso. Questa è la vita da “eroe” che mi sono scelto. Queste sono le conseguenze di una vita vissuta nel crimine. Questa è la mia incapacità di vivere. Le conseguenze del mio vissuto sono che riesco solo a rovinare tutto, trasformando un bel giorno come il colloquio con i miei cari in un giorno negativo. Carceri fuori controllo, la sinistra scelga il garantismo di Matteo Renzi* Il Dubbio, 29 settembre 2026 “Al 30 giugno 2026 nelle carceri italiane c’erano 64.773 persone, con un affollamento del 126,5 per cento per il Ministero della Giustizia e del 139,1 per cento per Antigone, che esclude i posti inutilizzabili: il più alto dell’ultimo decennio. Si sono registrati ottantadue suicidi nel 2025, più del doppio di dieci anni fa. Le aggressioni tra detenuti sono cresciute del 73 per cento in quattro anni. Lavora un detenuto su tre: il 29,3 per cento per l’amministrazione penitenziaria e solo il 4,9 per cento per datori esterni. E circa il 60 per cento di chi esce torna in carcere, mentre tra i detenuti che hanno un contratto di lavoro la recidiva scende drasticamente intorno al 10 per cento. Far lavorare i detenuti è un dovere. Tanti Procuratori capo, a cominciare da quello di Napoli Gratteri e quello di Palermo De Lucia, hanno lanciato inascoltati un allarme nei mesi scorsi. Più c’è caos nelle prigioni, più la criminalità organizzata controlla le carceri e irrobustisce la sua struttura. Facendo soldi e facendo proseliti. Se nel luogo dove lo Stato toglie la libertà ai cittadini, la criminalità toglie il controllo allo Stato, siamo in presenza di una débâcle delle istituzioni. Da sempre la criminalità organizzata prova a controllare le carceri. Da qualche anno ci riesce in scioltezza. Significa che in molti istituti di correzione italiani il ragazzo di vent’anni che entra per spaccio di droga, anziché trovare un percorso di rieducazione, trova la Camorra che lo arruola. Servono carceri nuove, dignitose e non sovraffollate. Carceri che rappresentino lo Stato. Un carcere sovraffollato è un carcere in cui la criminalità ha vinto e l’istituzione ha perso. Un detenuto che non lavora è un cittadino che ragionevolmente potrà commettere un nuovo reato danneggiando persone innocenti. Quando c’era lei la gestione delle carceri era nelle mani di una persona come l’onorevole Del Mastro delle Vedove, già sottosegretario alla Giustizia e attualmente implicato in una brutta vicenda legata a un’attività imprenditoriale organizzata assieme a prestanome della Camorra. Prima o poi qualcuno racconterà la vera storia di Del Mastro da Biella a Roma e ci sarà da divertirsi. O meglio, ci sarà poco da divertirsi. Resta il fatto che Del Mastro non mi interessa tanto per i suoi procedimenti penali: mi sconvolge per come ha interpretato il suo ruolo facendo di parte della Polizia Penitenziaria la sua milizia ed esprimendo frasi atroci nei confronti dei detenuti. La destra di Giorgia è una destra giustizialista, come abbiamo visto a Bibbiano e nelle vicende che hanno riguardato gli avversari politici. È la destra che ha pensato di lucrare consenso con le politiche penitenziarie ed è arrivata al paradosso di regalare le carceri alla criminalità con il più basso tasso di controllo sociale dello Stato da anni a questa parte. È la destra che si riempie la bocca con il nome di Paolo Borsellino ma che poi ha un proprio sottosegretario e i suoi fedelissimi piemontesi che fanno affari persino nella ristorazione con personaggi legati alla criminalità organizzata. Con questa destra, l’alternativa deve abbandonare i toni giustizialisti della sinistra giudiziaria e giocare la carta del garantismo, del riformismo, della serietà. Siamo la terra del Beccaria, non di Del Mastro. E anche per questo intendiamo portare nel dibattito interno alle primarie del centrosinistra - e poi nella campagna elettorale - una voce diversa da quella di chi ha strumentalizzato la paura degli italiani, a destra, ma anche di chi ha pedissequamente inseguito una sinistra giudiziaria fallimentare. Una giustizia giusta è la giustizia che dà certezze dei tempi ai cittadini indagati, che non fa fallire le aziende per i ritardi nei procedimenti penali o civili che le riguardano, che assicura efficienza e rispetto delle regole. Essere la terra del Beccaria significa non cedere alla cultura dello show e della spettacolarizzazione che ha portato alcuni magistrati a costruirsi una carriera mediatica come, ad esempio, l’ex giudice Davigo che utilizzava frasi vergognose sulla presunzione di innocenza, che mi attaccava costantemente in televisione e che - contrappasso dantesco - è finito condannato con sentenza passata in giudicato, ma continua a pontificare a destra e manca. Quando vedo ex pm come Ingroia, protagonisti di fallimenti conclamati in diversi procedimenti giudiziari, tornare in prima linea in politica giocando la carta del nuovismo e del civismo, dico che sono fiero di appartenere a un’altra storia, a un’altra cultura, a un’altra idea di giustizia. E comunque la sinistra deve imparare a metabolizzare sul serio il fatto che le vittime dell’insicurezza sono soprattutto i comuni cittadini, non i privilegiati. Intendiamoci, vanno comunque difesi dalla criminalità anche coloro che stanno bene. Ma per mille motivi è più facile garantire la sicurezza a chi sta bene, rispetto agli ultimi e ai penultimi. Rivendicare la sicurezza come diritto dei più deboli è qualcosa profondamente di sinistra.Se ci mostriamo insensibili rispetto a questi temi lasciamo vivere intere fasce di popolazione nella paura. E dove vince la paura, arriva il messaggio della remigrazione, del populismo di destra, dello scambio di cui parlavamo all’inizio: rinunciate alla libertà in cambio della sicurezza. Che è il tipico scambio delle dittature”. *Senatore di Italia Viva Blengino (Radicali): “Sui dati delle carceri muro di silenzio inaccettabile” targatocn.it, 29 settembre 2026 Il segretario denuncia la mancata risposta o il negato accesso agli atti delle strutture penitenziarie. “In queste settimane Radicali Italiani ha presentato decine di istanze di accesso agli atti per ottenere dati sulle condizioni degli istituti penitenziari visitati durante la nostra mobilitazione nazionale. La risposta, spesso, è stata il silenzio o il diniego. Abbiamo dovuto presentare numerose istanze di riesame: quelle definite fino a oggi sono state tutte accolte - lo dichiara Filippo Blengino, Segretario di Radicali Italiani. “È semplicemente vergognoso che per conoscere dati pubblici sulle carceri si debba ingaggiare ogni volta una vera e propria battaglia amministrativa. La trasparenza non è una concessione e, cosa più importante, il carcere non può essere una zona franca sottratta al controllo pubblico. Per questo proseguirà la nostra operazione trasparenza: continueremo a chiedere e a rendere pubblici, istituto per istituto, tutti i dati che vengono spesso negati e a contestare ogni diniego illegittimo. Non accetteremo più muri di gomma” - conclude. Gli istituti che non hanno risposto o hanno negato l’accesso - si legge ancora nella nota - sono: Roma Regina Coeli, Prato, Napoli Poggioreale, Cuneo, Bari, Aosta, Trani, Vercelli, Bologna, Roma Rebibbia Nuovo Complesso, Trento e Firenze Sollicciano. L’Intelligenza artificiale entra in sentenza: ora dobbiamo sapere chi decide davvero di Antonello Talerico* Il Dubbio, 29 settembre 2026 A Palermo la prova nero su bianco. E la Cassazione citata al contrario, proprio nel passaggio riscritto dalla macchina. C’è una sentenza in cui, a un certo punto, non parla più il giudice. Parla la macchina. Nella sentenza n. 981/2026 della Corte di giustizia tributaria di primo grado di Palermo, depositata il 17 febbraio scorso, tra lo svolgimento del processo e i motivi della decisione c’è un paragrafo che nessun giudice ha scritto. Comincia con “Perfetto”, spiega che sono state eliminate le duplicazioni e snellite le parti ridondanti e si congeda annunciando il testo riorganizzato, “pronto per essere inserito in sentenza”. È la risposta di un assistente di intelligenza artificiale, rimasta lì insieme al resto e finita in banca dati sotto lo stemma della Repubblica. Chi fa il mio mestiere conosce bene la scena a parti invertite. In questi mesi più di un tribunale ha censurato atti di parte pieni di precedenti inesistenti e massime inventate, con richiami severi e, in qualche caso, condanne per responsabilità aggravata. L’avvocatura ha preso atto delle critiche e ha aperto una riflessione seria, anche sul piano deontologico. Era doveroso. Palermo però ci dice che l’errore non veste una toga sola. Voglio essere chiaro, perché su questi temi si fa presto a diventare ingiusti. Non sappiamo quale strumento sia stato usato né in che modo e quel frammento lascia pensare che il relatore avesse già scritto una propria bozza. Eppure il timore che circola tra gli avvocati e arriva ai cittadini è proprio questo: che a decidere le cause non sia più il giudice ma un sistema che genera testo. Non nasce dal nulla. Capita sempre più spesso di leggere sentenze con passaggi che lo fanno ipotizzare: motivazioni costruite su formule che andrebbero bene per qualunque fascicolo, precedenti richiamati per un principio diverso da quello che affermano, argomenti che scorrono accanto ai motivi di ricorso senza mai toccarli. Sono indizi, non prove. Ma la fiducia nella giustizia vive anche di percezioni e un processo in cui la parte si domanda chi abbia davvero scritto la decisione ha già perso qualcosa. Così ho voluto fare una prova. Ho giocato anch’io con l’intelligenza artificiale e le ho chiesto di analizzare quella sentenza. L’esito è istruttivo: la AI mi ha confermato cosa è successo in quella sentenza che dichiara di aver “accorpato” i passaggi sulla natura cautelare del fermo e sulla proporzionalità e di aver “sistemato la parte finale” in coerenza con la compensazione delle spese. Non un ritocco di forma, dunque, ma un intervento sul cuore del ragionamento. Ed è proprio lì che cade l’errore più serio. Nessuna sentenza inventata: i precedenti esistono tutti. La decisione però attribuisce alla Cassazione (ord. n. 32062/2024) il principio dell’irrilevanza della sproporzione fra debito e valore del bene, che quell’ordinanza riporta soltanto per superarlo: una premessa interlocutoria trasformata in ratio decidendi. Subito dopo ricopia la sequenza di fonti con cui la stessa Cassazione arriva alla soluzione opposta (Corte cost. n. 467/1991, art. 5 TUE, Corte di giustizia C-205/20, art. 10-ter dello Statuto del contribuente). Tiene la premessa e la conclusione, ma perde il passaggio logico che le separa. È l’impronta tipica di una sintesi automatica, o comunque di un taglia e cuci, che nessuno ha verificato. A questo si aggiunge una motivazione sulla prescrizione estesa a cartelle cui gli atti interruttivi non si riferiscono. Non posso affermare che la causa l’abbia decisa un algoritmo. Posso dire che la macchina ha messo mano al ragionamento e che nessuno, dopo, lo ha riletto davvero. Il problema è il contesto. La sentenza è stata deliberata il 13 febbraio 2026. La legge n. 132 del 2025 già riservava al magistrato, all’art. 15, ogni decisione sull’interpretazione e sull’applicazione della legge, sulla valutazione dei fatti e delle prove e sull’adozione dei provvedimenti. Il Consiglio superiore della magistratura, con le raccomandazioni dell’8 ottobre 2025, aveva escluso per i giudici ordinari l’uso di sistemi generativi non autorizzati nell’attività giudiziaria in senso stretto. Per la giustizia tributaria le prime linee guida sono arrivate solo con la delibera n. 275 del 3 marzo 2026 del Consiglio di presidenza. Palermo cade in quella terra di mezzo: principi generali, nessun protocollo, strumenti commerciali a portata di clic. È un ambiente pericoloso proprio perché nessuno lo presidia. Restano domande che meritano risposta. Se il testo è passato da un servizio commerciale, dove sono finiti i dati delle parti e i numeri delle cartelle? E il contribuente che ha perso la causa ha o no il diritto di sapere se e quanto la macchina abbia inciso sulla motivazione che dovrà impugnare? Non si tratta di puntare il dito contro i giudici. Si tratta di pretendere che avvocati e magistrati stiano dentro le stesse regole. All’avvocato la legge 132 impone di informare il cliente sui sistemi di intelligenza artificiale utilizzati. Al giudice non chiede nulla di analogo verso le parti. Se al difensore si domanda trasparenza, alla giurisdizione si deve chiedere almeno di non lasciare tracce che la smentiscono. Servono strumenti forniti dall’amministrazione in ambiente protetto, tracciabilità del loro impiego, formazione comune fra magistratura e avvocatura, un controllo finale che resti umano e vero. Come Consiglio nazionale forense abbiamo interesse a costruire queste regole insieme ai giudici e non contro di loro, perché un processo credibile conviene a tutti. *Consigliere Nazionale forense e Componente Fiif (Fondazione italiana per l’Innovazione forense) Alcol in cella, il no definitivo della Cassazione di Michela Cuccu La Nuova Sardegna, 29 settembre 2026 Bere vino o birra in carcere non è un diritto fondamentale, ma una concessione che spetta solo all’amministrazione penitenziaria. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, chiudendo un duro braccio di ferro nato dietro le sbarre della Casa di reclusione di Oristano. Con le sentenze gemelle della Prima sezione penale, i giudici hanno annullato i provvedimenti con cui la magistratura cagliaritana aveva concesso l’alcol a due detenuti di alta sicurezza. I due detenuti, ristretti nel circuito di alta sicurezza del carcere di Massama, avevano chiesto di acquistare modiche quantità di alcolici allo spaccio interno. Contro il no della Direzione, si erano rivolti al magistrato di sorveglianza di Cagliari, che nel 2025 aveva accolto il reclamo. Da Oristano era partito subito un ricorso, ma la linea iniziale del giudice era stata poi confermata anche dal Tribunale di Sorveglianza. I giudici cagliaritani avevano definito il divieto “generalizzato e sproporzionato”: non si poteva vietare l’alcol in automatico solo per l’alta sicurezza senza una reale pericolosità concreta dei soggetti. Secondo la Cassazione, per evitare traffici in cella sarebbero bastate “soluzioni organizzative banali”, come la registrazione dei consumi. Contro i brindisi in cella è sceso in campo il ministero della Giustizia con il DAP, portando il caso a Roma tramite i legali dell’Avvocatura dello Stato. La tesi del ricorso indicava come l’alcol alteri lo stato psicofisico e aumentai il rischio di violenze e suicidi in prigione, impedendo controlli puntuali nelle celle dove si consumano i pasti. Nelle loro requisitorie scritte, i sostituti procuratori generali Valentina Manuali e Marco Paternello, hanno chiesto l’annullamento dei provvedimenti dei giudici di sorveglianza. La Cassazione ha dato ragione allo Stato, rilevando un difetto di potere dei magistrati sardi. Il collegio, presieduto da Monica Boni con il consigliere relatore Massimiliano Micali, ha chiarito che la Sorveglianza interviene solo se viene leso un diritto soggettivo. Comprare vino o birra, scrive la Suprema Corte, non ha caratteri di necessità: è una “mera aspirazione a un bene della vita”. Di conseguenza, la scelta rientra esclusivamente nelle valutazioni discrezionali della Direzione del carcere. I decreti sono stati annullati senza rinvio: le bottiglie restano fuori. Campania. Biblioteche nelle carceri, c’è l’accordo: “La cultura sarà strumento di riscatto” di Veronica Riefolo Il Mattino, 29 settembre 2026 Tra le iniziative in programma, formazione per imparare a conoscere saggi e volumi. Non solo libri sugli scaffali, ma biblioteche inserite nei percorsi di formazione e reinserimento, collegate con quelle pubbliche e affidate, nella gestione quotidiana, anche a detenuti appositamente formati. Riparte da qui il progetto delle biblioteche negli istituti penitenziari della Campania. Nella Sala Caduti di Nassirya del Consiglio regionale, al Centro Direzionale di Napoli, è stato rinnovato il Protocollo d’intesa per la promozione e la gestione dei servizi bibliotecari nelle carceri, che coinvolge quattordici istituti per adulti, due istituti penali minorili e il carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. L’accordo punta alla nascita del Polo delle Biblioteche Carcerarie Campane, al rinnovamento del patrimonio librario e al prestito interbibliotecario. Tra le iniziative anche lo “scaffale circolare”, con i libri direttamente nelle celle. “Il carcere è, per sua natura, un luogo di separazione. La biblioteca può diventare invece un luogo di connessione con la conoscenza, il territorio, le famiglie e la società nella quale la persona detenuta dovrà tornare”, sottolinea Massimiliano Manfredi, presidente del Consiglio regionale della Campania. “È importante che il Protocollo non si limiti alla gestione dei libri, ma costruisca una rete con le biblioteche del territorio. Investire nella cultura significa investire nelle persone”. Il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello richiama un dato: in Campania ci sono 301 detenuti analfabeti. “Il tema centrale è implementare quanto già fatto attraverso nuovi scaffali e corsi di formazione”. A Secondigliano, ricorda, è già attivo un polo universitario: “Ci sono 54 detenuti di alta sicurezza e 28 di media sicurezza impegnati in sette corsi dell’Università Federico II. Ma occorre incrementare i corsi di alfabetizzazione e quelli della scuola media”. Il lavoro riparte dall’esperienza avviata nel 2021: corsi di formazione per bibliotecari, il progetto “Parole in circolazione. Liberiamo la cultura” e il contest “Cacciatori di libri”, che ha coinvolto trenta detenuti. La ricognizione ha però evidenziato la necessità di rinnovare parte delle raccolte. “Con il nuovo protocollo cambia soprattutto l’approccio alla gestione delle biblioteche carcerarie”, spiega Maria Pia Cacace, presidente dell’Aib Campania. “La prima mappatura ha evidenziato un patrimonio librario in gran parte obsoleto. Ora vogliamo rafforzare le attività legate alla lettura: partirà la seconda edizione di “Cacciatori di libri”, dedicata alle emozioni”. Un’attenzione particolare sarà riservata alle madri con figli negli Icam, con programmi di lettura da zero a sei anni. “Le biblioteche carcerarie devono essere considerate veri presìdi di benessere, al pari di quelle pubbliche”. Una funzione che riguarda anche il carcere militare. “La biblioteca per noi è una livella, ma una livella verso l’alto: davanti a un libro non esistono ceti, livelli o differenze, siamo tutti uguali”, osserva Giancarlo Sciascia, comandante dell’Organizzazione penitenziaria militare. “Grazie al supporto dell’Aib siamo riusciti a strutturare una biblioteca che già esisteva e ad affiancare alla lettura corsi di formazione”. Negli ultimi anni alcuni ristretti hanno partecipato anche a concorsi letterari ottenendo riconoscimenti. Il protocollo avrà durata annuale e prevede il coinvolgimento delle biblioteche pubbliche e degli enti del territorio. Il Consiglio regionale e il Garante finanzieranno con 4mila euro una parte delle attività affidate all’Aib Campania. Padova. L’ex pm Cameran Garante dei detenuti, ma il centrodestra blocca la nomina di Davide D’Attino Corriere del Veneto, 29 settembre 2026 L’opposizione contesta l’iter: “Una sola candidatura per un ruolo così importante”. Unica candidata ad aver risposto all’avviso pubblico di Palazzo Moroni, scaduto l’8 luglio scorso, avrebbe dovuto essere ufficialmente eletta ieri sera. Ma Paola Cameran, 68 anni, magistrato padovano in pensione, già sostituto procuratore generale prima a Trieste e dopo a Venezia, nota soprattutto per le inchieste sulle malattie da amianto legate alle ex Officine Meccaniche Stanga, sulle cosiddette valvole killer impiantate all’ospedale di via Giustiniani e sul doping nel ciclismo, dovrà pazientare ancora qualche settimana prima di diventare, a meno di improbabili (ed eventualmente clamorosi) dietrofront, il nuovo garante cittadino dei detenuti. La sua nomina, che era appunto in programma ieri sera in consiglio comunale, è infatti stata stoppata (poi si vedrà se temporaneamente o meno) dagli esponenti del centrodestra che, alcuni astenendosi, altri invece uscendo dall’aula, hanno reso impossibile il raggiungimento del voto favorevole da parte dei due terzi dei componenti della stessa aula. Un criterio, questo, stabilito dall’apposito regolamento modificato appena 7 mesi fa. Tutto, dunque, rimandato alla prossima seduta, quando comunque servirà la maggioranza assoluta. Altrimenti, bisognerà aspettare quella successiva, nella quale basterà la maggioranza semplice, cioè calcolata esclusivamente sui consiglieri presenti. Ma perché l’opposizione ha deciso di mettere i bastoni tra le ruote alla designazione di Cameran? Non tanto, par di capire, per motivi ideologici (il magistrato ha fatto campagna per il No al referendum sulla giustizia dello scorso marzo), quanto piuttosto per ragioni di merito. “Tale è la sicumera che quello che stabilisce la maggioranza debba sempre essere approvato senza alcuna discussione - ha infatti attaccato il capogruppo di FDI, Matteo Cavatton - che il soggetto di cui stiamo parlando già figura, con il titolo di garante dei detenuti del Comune, tra i relatori di un convegno organizzato il prossimo 2 ottobre al Circolo ufficiali di Prato della Valle (Cameran, venerdì pomeriggio, assieme al presidente dell’ordine degli avvocati, Francesco Rossi, prenderà effettivamente parte alla presentazione del libro “Caro parlamento” scritto dall’ex Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, ndr). Peccato però che, nella migliore delle ipotesi, la sua elezione arriverà soltanto tra un mese”. “Detto questo - ha poi aggiunto l’esponente meloniano - mi chiedo perché, per ricoprire un ruolo così importante, sia giunta solo una candidatura. È forse stata data poca pubblicità all’avviso? E per quale motivo non si è deciso di riaprire i termini e consentire una più ampia partecipazione?”. Interrogativi, quelli di Cavatton, rivolti in primis all’assessora al Sociale, Margherita Colonnello, proponente della delibera in questione. Da registrare, a margine, un vivace scontro verbale tra Elena Cappellini (FDI) e Chiara Gallani (Coalizione civica) sull’eventuale costruzione di una grande moschea in città. Cosa che ha costretto il presidente Antonio Foresta ad interrompere la seduta per 10 minuti. Viterbo. Detenuti all’ex 41 bis dopo l’incendio, interrogazione al guardasigilli di Silvana Cortignani tusciaweb.eu, 29 settembre 2026 Presunte violenze e trasferimenti all’ex sezione 41 bis dopo l’incendio di sabato 19 settembre al Nicandro Izzo, pronta un’interrogazione parlamentare. Si allarga e si fa sempre più delicata la vicenda legata ai disordini e al rogo divampati nella serata di sabato 19 settembre all’interno della casa circondariale di Viterbo. Dopo le denunce e le richieste di accertamenti presentate nei giorni scorsi dai familiari dei detenuti tramite l’associazione Liberi Liberi Art. 27, il caso approda in parlamento con un’interrogazione urgente rivolta al ministro della giustizia dal deputato Devis Dori. Tutto ha origine dagli eventi dello scorso 19 settembre. A seguito del fumo e delle proteste scoppiate nella sezione 14-bis (sorveglianza particolare) dell’istituto penitenziario di Mammagialla, i familiari di diversi reclusi si sono rivolti alla procura della repubblica di Viterbo e alle autorità di garanzia per chiedere un’ispezione urgente, la tutela della salute dei propri cari e il sequestro cautelare dei filmati di videosorveglianza prima che vengano sovrascritti. L’associazione Liberi Liberi Art. 27 rende noto di aver raccolto ulteriori testimonianze concordanti che delineerebbero un quadro grave. Circa dieci detenuti non sottoposti a regime di carcere duro, a seguito dei disordini, sarebbero stati immobilizzati e condotti in un’area priva di telecamere (la cosiddetta “stanza buia”), per poi essere trasferiti nelle celle della sezione 41 bis, fino a quel momento svuotata e chiusa. I parenti riferiscono di presunte percosse con calci e pugni inferte da agenti con il volto coperto, seguite da una drastica carenza di assistenza sanitaria e dalla privazione di beni di prima necessità come abiti e materassi. Da qui la richiesta pressante agli inquirenti di acquisire subito i registri di movimentazione, i fogli di servizio del personale e di disporre tempestivi accertamenti medico-legali sulle lesioni patite dai ristretti. Alla luce dei nuovi elementi emersi, il deputato Devis Dori ha depositato un’interrogazione a risposta scritta rivolta al guardasigilli per sollecitare verifiche immediate sulla gestione della struttura di Mammagialla. Nell’atto parlamentare si chiedono, in particolare, verifiche ispettive ed eventuali responsabilità, se il ministero sia al corrente di quanto accaduto e quali iniziative sanzionatorie o disciplinari intenda promuovere nonché accertamenti in merito a un presunto uso improprio del 41 bis e in base a quali autorizzazioni o disposizioni normative siano stati impiegati i locali del braccio ad alta sicurezza per allocare reclusi appartenenti a regimi detentivi ordinari, quali garanzie sanitarie e condizioni di vivibilità vengano assicurate nell’istituto. Riguardo, infine, alla conservazione delle prove, il sequestro immediato delle registrazioni audio-video, dei fogli di servizio, dei diari di sezione e delle certificazioni mediche relative alla serata del 19 settembre, in nome della “trasparenza e rispetto dei diritti costituzionali”. “Non intendiamo sostituirci alla magistratura né emettere sentenze anticipate”, chiariscono dall’associazione Liberi Liberi Art. 27. “Chiediamo - sottolineano - che ogni denuncia venga vagliata con rigore, che l’autorità giudiziaria faccia piena luce e che sia garantita la massima trasparenza. La privazione della libertà personale non deve mai coincidere con la perdita dei diritti fondamentali”. Una posizione condivisa da Dori, il quale rimarca come la gravità delle segnalazioni giunte da Viterbo imponga accertamenti istituzionali tempestivi e trasparenti, lasciando al contempo pieno corso alle indagini della magistratura. Viterbo. Le presunte violenze sui detenuti approdano in Parlamento di Valeria Terranova Corriere di Viterbo, 29 settembre 2026 Il deputato Dori chiede al ministro della Giustizia verifiche e filmati dopo le denunce delle famiglie. Un’interrogazione urgente al ministro della Giustizia per fare luce su presunte violenze il 19 settembre nel carcere di Mammagialla. A presentarla è stato il deputato Devis Dori, che ha chiesto verifiche, l’accertamento di eventuali responsabilità e l’acquisizione dei filmati della videosorveglianza, dei registri di movimentazione e dei fogli di servizio. L’iniziativa arriva dopo nuove segnalazioni raccolte dall’associazione Liberi Liberi Art. 27. Alla prima querela presentata da una madre di un detenuto pugliese se ne sarebbero aggiunte altre due, presentate da altrettante famiglie, che avrebbero riferito episodi analoghi a quelli segnalati. Stando al racconto dei familiari, una decina di detenuti sarebbero stati aggrediti dopo un incendio divampato nella sezione di isolamento per poi essere collocati nelle celle in quella che fino a qualche settimana fa era la sezione 41-bis. I familiari hanno denunciato presunte percosse da parte di agenti con il volto coperto, seguite da carenze nell’assistenza sanitaria e dalla privazione di beni essenziali, tra cui materassi e indumenti. Accuse che dovranno essere accertate dagli organi competenti. Nell’interrogazione Dori chiede anche chiarimenti sulle autorizzazioni che avrebbero consentito l’utilizzo degli spazi del 41-bis e misure per garantire salute e dignità dei detenuti. L’associazione Liberi Liberi Art. 27 invece precisa di non voler anticipare responsabilità, ma sollecita accertamenti rapidi e trasparenti sui fatti denunciati. Napoli. Dopo i jammer al carcere, disagi per i residenti: “Bloccati anche i nostri telefonini” di Pierluigi Frattasi fanpage.it, 29 settembre 2026 Dopo l’installazione dei jammer al carcere di Secondigliano per bloccare le chiamate illegali dei detenuti, i cittadini che abitano nelle zone vicine segnalano disservizi e interruzioni di rete. “Telefonini senza linea e malfunzionamenti per gli antifurti delle auto”. Dopo l’installazione dei jammer al carcere di Secondigliano la settimana scorsa per schermare le telefonate illegali dei detenuti - progetto fondamentale per la sicurezza - i residenti delle strade circostanti, però, hanno iniziato a segnalare disagi e interruzioni di rete. Nella zona di via Attilio Micheluzzi, via Andrea Pazienza e via Hugo Pratt, scrivono, “si stanno avendo problemi con le linee dei telefoni mobili di tutte le compagnie telefoniche, lasciando isolate le persone che non hanno rete fissa”. La vicenda è stata segnalata con una pec anche al consigliere regionale Salvatore Flocco, presidente della commissione Protezione Civile: “Se il cellulare non funziona a tanti utenti - dice Flocco - è possibile che ci sia un problema. L’installazione dei jammer in carcere è una iniziativa positiva per la sicurezza, ma va accertata la causa di questi malfunzionamenti per i cittadini che abitano nelle zone circostanti e nel caso risolta”. I jammer installati per bloccare le chiamate illegali - Il collegamento con i jammer non è accertato, ma i disservizi sulla rete telefonica, documentati in alcuni video registrati dagli utenti, sarebbero partiti proprio dopo l’installazione di questi dispositivi. Il carcere di Secondigliano è stato il primo in Italia ad avviare il progetto pilota, disposto dal ministero della Giustizia per bloccare le chiamate illegali da parte dei detenuti dall’interno dell’istituto di pena. Spesso i video registrati all’interno delle carceri finivano poi addirittura sui social. Nei primi giorni di attività sono state schermate oltre 24mila telefonate abusive. Ma negli ultimi giorni, gli abitanti delle palazzine circostanti il carcere segnalano disagi anche per le abitazioni private. “I telefonini sembrano morti - affermano i residenti - non c’è campo. Siamo isolati”. In una lettera firmata da Nunzio Marigliano, a nome del comitato di quartiere e inviata al consiglio regionale, si legge: “Si stanno verificando gravissime interferenze che scaturiscono nei seguenti problemi per la comunità. Si riscontrano continue e prolungate interruzioni delle linee di telefonia mobile per tutte le compagnie telefoniche. Tale disservizio lascia completamente isolate moltissime famiglie e persone che non dispongono di una linea di rete fissa. Negli ultimi giorni si stanno verificando malfunzionamenti anche sui sistemi antifurto satellitari dei veicoli, lasciando i cittadini esposti a un elevato rischio di furti d’auto. Si registrano malfunzionamenti e frequenti blocchi di macchinari sanitari salvavita domiciliari a causa delle forti interferenze elettroniche”. “Sono stato contattato in questi giorni da numerosi residenti del territorio - spiega Flocco - che mi hanno segnalato problemi legati alla rete di telefonia mobile e, in alcuni casi, il malfunzionamento di sistemi collegati alla rete, compresi dispositivi di allarme e servizi che possono avere una funzione importante per la sicurezza delle persone. Mi sono state inviate anche diverse testimonianze e video da parte di cittadini e, in particolare, da una rete di residenti costituitasi in forma associativa sul territorio, che ha voluto rappresentarmi concretamente le difficoltà riscontrate. Parto però da un punto fermo: l’utilizzo dei jammer all’interno degli istituti penitenziari è uno strumento che considero sacrosanto quando serve a impedire l’utilizzo illecito dei telefoni cellulari e a contrastare traffici e comunicazioni criminali all’interno delle carceri. Condivido pienamente la linea di contrasto alla criminalità e, in particolare, l’impostazione del procuratore Nicola Gratteri e le iniziative che vanno nella direzione di rendere le carceri luoghi nei quali chi sta scontando una pena non possa continuare a gestire attività criminali attraverso strumenti di comunicazione illegali”. Ma, aggiunge, “è necessario intervenire per verificare tecnicamente il problema e trovare una soluzione. Non si tratta di mettere in discussione i jammer, né tantomeno di indebolire l’azione di contrasto alla criminalità. Al contrario: si tratta di renderla più precisa ed efficace, facendo in modo che la schermatura colpisca ciò che deve colpire e non finisca per coinvolgere indiscriminatamente chi vive e lavora all’esterno dell’istituto penitenziario. Per questo ritengo necessario che le autorità competenti, insieme ai gestori delle reti e agli organismi tecnici preposti, effettuino tutte le verifiche necessarie per individuare eventuali interferenze e adottare gli eventuali correttivi”. Napoli. Il Garante regionale dei detenuti: “Numeri sui jammer? Spot pubblicitario” di Raffaele Accetta alanews.it, 29 settembre 2026 “I numeri sui jammer sono uno spot pubblicitario”. È la posizione del Garante campano dei detenuti, Samuele Ciambriello, sul nuovo sistema anti-telefonino installato nel carcere di Secondigliano, a Napoli. Secondo il governo, il dispositivo avrebbe impedito oltre 24mila tentativi di accesso alla rete. Ciambriello contesta però quei dati e riferisce che, nel giorno dell’attivazione, le interferenze avrebbero coinvolto anche persone all’esterno dell’istituto. “Quando lo hanno acceso - ha spiegato - sia i poliziotti che stavano dentro sia tutti i cittadini della zona hanno avuto problemi: non erano i detenuti, eravamo noi”. Per il garante, il contrasto all’introduzione e all’uso dei cellulari in carcere deve procedere insieme alla tutela dei diritti dei detenuti. “Accanto alla custodia verifichiamo anche di mettere in campo dei diritti”, ha detto, richiamando in particolare il tema dell’affettività e dei rapporti familiari. Ciambriello ha citato anche il carcere di Airola, nel Beneventano, dove, secondo quanto riferito, i detenuti possono telefonare ogni giorno a casa. “Lì non è stato mai trovato un cellulare”, ha sottolineato. Infine, il garante ha richiamato la situazione europea: in 26 Paesi, ha osservato, ai detenuti è consentito telefonare quotidianamente a numeri fissi o cellulari, per preservare le relazioni familiari e affettive. Palermo. “Rigenerazioni” compie dieci anni: dal carcere minorile a una rete di imprese sociali palermotoday.it, 29 settembre 2026 Due eventi celebrativi il 1° e il 2 ottobre a Palermo: circa 500 persone seguite in dieci anni, con il 77% che completa i percorsi di inserimento. La cooperativa sociale Rigenerazioni festeggia dieci anni di attività con due appuntamenti pubblici a Palermo, giovedì 1 ottobre all’interno dell’Istituto penale per i minorenni Malaspina e venerdì 2 ottobre a Casa San Francesco, i luoghi simbolo di una storia nata nel 2016 da un laboratorio di prodotti da forno dentro il carcere minorile. Tutto è cominciato con il progetto Cotti in Fragranza, frutto della collaborazione tra l’Istituto penale per i minorenni, Opera Don Calabria, Associazione nazionale magistrati e Fondazione San Zeno. L’idea era semplice e concreta: usare il lavoro come strumento di crescita, autonomia e reinserimento per i giovani coinvolti nel circuito penale. Da quella prima esperienza, la cooperativa è cresciuta fino a diventare oggi il braccio operativo della Fondazione Don Calabria per il Sociale per i progetti di impresa sociale e inserimento socio-lavorativo. Un percorso costruito anno dopo anno - Nel 2018 viene avviato un secondo nucleo operativo a Casa San Francesco, dove alla produzione si affiancano il catering, la preparazione di cibi freschi e altri servizi. L’anno successivo nasce Al Fresco, il giardino bistrot nel centro storico di Palermo. Negli anni successivi arrivano nuovi progetti di formazione, agricoltura sociale e accoglienza, costruendo una rete che mette in relazione sistema penitenziario, imprese, istituzioni e territorio. Tra le realtà attive oggi figurano anche la Fattoria didattica e sociale Sant’Onofrio e i progetti Svolta all’Albergheria e Jail to Job. I numeri raccontano un bilancio significativo. “In questi dieci anni abbiamo costruito un ponte tra carcere, comunità e imprese, perché accompagnare le persone verso una piena autonomia significa restituire opportunità e diritti di cittadinanza. Attraverso Cotti in Fragranza, Casa San Francesco e progetti come Svolta all’Albergheria e Jail to Job, abbiamo preso in carico circa 500 persone, supportandole nella costruzione di percorsi di autonomia lavorativa, anche attraverso tirocini e inserimenti nel mondo del lavoro. Attorno ai nostri progetti c’è circolarità, professionalità, generosità e umanità: è questa rete che ci permette di riconoscere, prima del reato, la persona, le sue competenze e le sue possibilità”, racconta Nadia Lodato, socia fondatrice della cooperativa Rigenerazioni Onlus. I festeggiamenti e i numeri del decennale - Il primo appuntamento del decennale si terrà giovedì 1 ottobre all’Istituto penale per i minorenni Malaspina: un incontro istituzionale dedicato al ruolo che lavoro, formazione e impresa possono assumere nei percorsi dei giovani dell’area penale. Il secondo, venerdì 2 ottobre alle 16.30 a Casa San Francesco, è aperto alla stampa e prevede un confronto con partner e stakeholder sui temi dell’inclusione, del lavoro e dell’autonomia. “Il 77% dei giovani che seguiamo completa positivamente i percorsi di autonomia e inserimento socio-lavorativo. Oggi questo modello continua a crescere: da Palermo è arrivato a Casal di Principe dove lo scorso anno è stato aperto un altro laboratorio Cotti in Fragranza e presto a Ferrara con un bar bistrot, costruendo nuove opportunità per giovani a rischio di marginalità”, sottolinea Lucia Lauro, socia fondatrice della cooperativa. “Dieci anni fa Rigenerazioni nasceva da un’esperienza molto concreta, dentro l’Ipm Malaspina, e dalla convinzione che il lavoro potesse essere uno strumento reale di autonomia e di cambiamento - afferma Alessandro Padovani, presidente della cooperativa sociale Rigenerazioni Onlus -. In questi anni siamo cresciuti senza perdere quel punto di partenza”. Ferrara. Inaugurata “Kum”, la struttura che dà possibilità di riscatto ai detenuti di Tommaso Piacentini estense.com, 29 settembre 2026 È stata battezzata con l’imperativo evangelico Kum, ossia “Àlzati”. È l’espressione del desiderio di rialzarsi, di mettere un punto e di ripartire per tutti quei ragazzi sottoposti a misure restrittive che saranno ospitati nella struttura completamente rinnovata delle ex casermette della comunità Pratolungo a Cona, inaugurata ieri (domenica 27 settembre) da Domenico Bedin, presidente di Viale K. Immerse nella pianura ferrarese, tra un bosco di trenta ettari e i vasti campi coltivati, le ex casermette erano una struttura militare ai piedi di una grande torre metallica - tuttora presente - che serviva per le comunicazioni radio dell’esercito. Successivamente abbandonate, Bedin ha incaricato i due artefici del restauro, Giulio e Paolo, di dare loro nuova vita. Tra giugno e agosto, durante quella che sarà ricordata come una delle estati più torride della storia, Giulio e Paolo si sono rimboccati le maniche e hanno trasformato una struttura fatiscente in un alloggio per otto persone, comprensivo di camere per gli ospiti, un bagno, una cucina e un salotto. “Un luogo stupendo che abbiamo in concessione dal Comune di Ferrara” come ha spiegato Bedin in un discorso inframezzato dalle note dell’orchestra a plettro “Gino Neri”, un posto dove il riscatto non sia solamente utopia, ma un obiettivo, come quello prefissatosi da colui che ha reso possibile la ristrutturazione: “Voglio ringraziare Giulio, una persona che la legge ha condannato a 10 anni e 8 mesi di carcere, ma che io ritengo innocente, perché coinvolto dalla sua famiglia in faccende di droga”. “Lui sta scontando la sua pena con il desiderio non solo di finire e andarsene, ma è nata una tale sintonia tra me e lui, e tra lui e questo ambiente, che il suo progetto è quello di restare per poter continuare un servizio a favore della libertà delle persone che, dopo e durante la detenzione, possono usufruire di misure alternative e dare così loro una prospettiva”. Una lezione di ospitalità che non è semplice accoglienza, ma è comprensione dell’altro. Comprensione come quella che Giulio e Domenico Bedin hanno avuto per un altro ospite di Kum, Ryan: “Ero in carcere e un’educatrice mi dice che hanno un ragazzino un po’ vispo e particolare”. Ryan appare a Bedin come un ragazzo incompatibile con una realtà come quella futura di Kum, ma il destino ha altri piani: “Mi presentano un altro, un ragazzo africano giovane, simpatico. Questo mi sembra più adatto. Il terzo giorno faccio la dichiarazione di ospitalità con il suo nome, poi dopo tre giorni mi chiamano dall’ufficio matricola per andarlo a prendere. Quando arrivo, mi hanno presentato l’altro, perché per errore avevo dato la disponibilità a Ryan”. Un errore sulla carta che tuttavia si trasforma in un insegnamento di vita: “Se c’è un ragazzo educato e che è stato una scoperta è Ryan. Ingiudicato, al magistrato ho chiesto se mentre era qui potesse andare a lavorare e a giocare a calcio, ma il magistrato gli ha concesso solo di andare a lavorare”. “L’altro giorno è andato a lavorare e, appena tornato, mi ha dato i soldi che aveva guadagnato. Questi sono i miracoli che succedono qui. Il miracolo più grande è quello che si ottiene con la pazienza”. La pazienza che hanno impiegato Giulio e Paolo nel ristrutturare le ex casermette è la stessa che ci insegna a “essere più tolleranti nel giudizio verso gli altri”, come Bedin ha detto di aver fatto con Ryan. Il presidente di viale K ha poi spiegato che la struttura “non è finanziata da enti pubblici”, ma che si sostiene grazie ai contributi della cooperativa Meeting Point Ets e a quelli di alcuni carcerati che usufruiscono di un dividendo mensile grazie al progetto regionale “Territori per il reinserimento”. “È un miracolo, come ne ho visti tanti nella mia vita e il lavoro delle persone che sono qui ci permette di fare cose così belle” ha concluso Domenico Bedin. Un modo per rinascere, per riscattarsi, per rialzarsi. In una parola: Kum. Novara. Un incontro su pena, diritti e condizioni dei detenuti Corriere di Novara, 29 settembre 2026 Martedì 29 settembre alla Sala dell’Ordine degli Avvocati l’incontro promosso dalla Camera Penale. In mattinata Marco Sorbara incontra gli studenti del liceo Carlo Alberto. A confrontarsi sul tema saranno Marco Sorbara, consigliere regionale della Valle d’Aosta e ideatore del progetto “La Gabbia - 4 Passi per 2”, Nathalie Pisano, garante dei detenuti del Comune di Novara e della Casa circondariale di Novara, e Bruno Mellano, già garante regionale dei detenuti. L’incontro sarà introdotto da Alessandro Brustia, ex presidente della Camera Penale di Novara. Al centro del pomeriggio ci saranno il senso dell’esecuzione della pena, le condizioni degli istituti penitenziari e il tema dell’umanità nei luoghi di detenzione. L’appuntamento è aperto a tutti: la prenotazione è richiesta agli avvocati esclusivamente per il riconoscimento dei crediti formativi. “Io auspico davvero una partecipazione ampia della società civile per ragionare tutti insieme sul senso dell’esecuzione della pena e sull’umanità dei luoghi di esecuzione della pena”, sottolinea il presidente Federico Celano. L’incontro con gli studenti - Nella stessa mattinata Marco Sorbara sarà invece al liceo classico e linguistico Carlo Alberto di Novara per incontrare gli studenti, già coinvolti in passato in iniziative analoghe. Sorbara, attuale consigliere regionale in Valle d’Aosta, ha vissuto in prima persona un’esperienza carceraria dopo essere stato arrestato e successivamente assolto. La Camera Penale sottolinea come abbia trascorso oltre 900 giorni in carcere prima dell’assoluzione e come oggi racconti quella vicenda in diverse parti d’Italia, affrontando i temi della presunzione di innocenza, delle condizioni carcerarie, della rieducazione e dell’umanità della pena. L’incontro con i ragazzi sarà introdotto da Alessandro Brustia e offrirà l’occasione per riflettere sul rapporto tra giustizia, libertà e principi costituzionali. Vita in carcere tra speranze e prove d’umanità di Dario Del Porto La Repubblica, 29 settembre 2026 Antonio, meccanico di vent’anni iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, condannato con l’accusa di aver ucciso il padre, entra in carcere e trova, come compagno di cella, Angelo, un omaccione che legge la Divina Commedia e tutti chiamano “il Muto” perché, semplicemente, non parla. Intorno a questi due personaggi si dipana la storia raccontata in “Se fioriscono le spine”, il romanzo edito da “Menabò” scritto da Glauco Giostra, professore emerito di Procedura penale, già consigliere del Csm e presidente, nel 2017, della commissione per la riforma dell’ordinamento penitenziario. Non è un racconto “sul carcere”, come si potrebbe pensare, ma una storia di errori, amicizia, scelte, tradimenti e amore. Proprio dietro le sbarre, in quel mondo troppo spesso rimosso dall’opinione pubblica e dalla politica, Antonio e Angelo detto Il Muto finiscono per trovare il coraggio per affrontare i momenti più dolorosi della loro esistenza. Ma tra le righe traspare anche la denuncia per le condizioni dei nostri penitenziari, dove l’umanità dei singoli riesce solo in parte a compensare le lacune del sistema. In cella, i giorni di Antonio “si susseguivano inesorabilmente uguali, anche nelle voci, nella luce smorta e fredda, nei colori, nei rumori”. Il giovane detenuto al quale la condanna aveva strappato la speranza “si sentiva segregato in una realtà priva di senso e di speranza, come se si trovasse chiuso in una sala di attesa, in attesa di niente. Il tempo, una clessidra senza sabbia”, scrive Giostra. Ma poi, se “in galera non era passato giorno senza che avesse pensato a quanto sarebbe stato inebriante sentirsi nuovamente un uomo libero”, una volta fuori Antonio “si sentiva un disadattato” ed è questo, forse, il monito più profondo che il giurista, con le pagine del suo romanzo, rivolge a chi, fuori dalle sbarre, non vede o non vuole capire quello che accade lì dentro. Giostra discuterà del libro domani alle 16 con i detenuti del carcere di Poggioreale e con un parterre di addetti ai lavori: l’avvocato Gianpaolo Catanzariti, presidente dell’osservatorio dell’Unione camere penali; Antonio Mattone, scrittore e volontario per la comunità di Sant’Egidio; Mauro Palma, dal 2016 al 2024 presidente dell’Autorità Garante dei diritti dei detenuti e la magistrata Gemma Tuccillo, già capodipartimento per la giustizia minorile. Accanto a loro, la direttrice dell’istituto Giulia Russo, il provveditore regionale Carlo Berdini, i garanti comunale e regionale don Tonino Palmese e Samuele Ciambriello. Sarà un confronto sulle storie di due compagni di cella che, insieme, sono riusciti a trovare un senso alle loro vite. Perché alla fine, tra le spine di tanta sofferenza, può ancora fiorire il seme per un po’ di speranza. Il difficile diritto di lasciare liberi di Gerardo Villanacci Corriere della Sera, 29 settembre 2026 Quando l’autodeterminazione dell’altro fa paura. La sfida che abbiamo di fronte investe ora il modo in cui l’indipendenza viene accolta dentro i legami umani. “Che cosa faremmo se non avessimo paura” non è soltanto il tema scelto quest’anno per il tredicesimo festival “Il Tempo delle Donne” che si è concluso una decina di giorni fa, ma una domanda che sposta l’attenzione da quanto ci è consentito fare a ciò che siamo davvero nelle condizioni di scegliere. È in questa proposizione che si coglie il merito culturale molto interessante dell’iniziativa, volta a portare nel dibattito pubblico ciò che tende a rimanere confinato nell’esperienza individuale. Ma anche a dare un nome ai timori che attraversano poteri, denaro e affetti, trasformandoli in materia di confronto. Una libertà diventa pienamente effettiva quando il suo esercizio cessa di essere condizionato dalla preoccupazione della reazione altrui. Le società, d’altro canto, riescono spesso a modificare le proprie leggi prima di riuscire ad adattarle culturalmente alle relazioni umane. È in questo lasso temporale, più che nel numero dei diritti riconosciuti, che si misura una parte decisiva dell’emancipazione femminile. La norma può mutare il confine del possibile, ma alla società resta il compito, più lento e complesso, di proporre una diversa prospettiva affinché il nuovo principio legislativo diventi cultura, comportamento e sensibilità condivisa. La scomparsa di Emma Bonino, proprio nei giorni in cui il festival si interroga sulla paura, consegna al dibattito una biografia che dà forma concreta a quella domanda. Il suo lascito, infatti, non coincide soltanto con le battaglie combattute, ma con l’avere sottratto questioni decisive alla dimensione esclusivamente privata, portandole al centro del confronto collettivo. È su queste argomentazioni che il discorso incontra inevitabilmente il tema del potere che, come teorizzato da Michel Foucault, diventa tanto più pervasivo quanto più riesce a sottrarsi alla forma esplicita del comando, facendosi abitudine, controllo interiorizzato, normalità. Una suggestione che conserva forza anche nella dimensione affettiva, dove il possesso difficilmente si presenta con il proprio nome e può assumere le sembianze della protezione, della dedizione, della gelosia o perfino dell’amore. La vera distanza emerge tra i principi che affermiamo di condividere e la disponibilità a rispettarli quando entrano in contrasto con ciò che desideriamo. Riferita a noi stessi, l’autodeterminazione appare come una conquista, mentre se riconosciuta agli altri viene percepita come una sottrazione. È proprio nello scarto tra adesione astratta e accettazione concreta che la risposta normativa incontra il proprio limite. Il ricorso allo strumento penale deve assumere un significato che oltrepassi la sola repressione. Qualificare con maggiore precisione una condotta e sottrarla all’ambiguità della sfera privata permette di renderne riconoscibile il disvalore e, talvolta, di anticipare un mutamento che la coscienza collettiva non ha ancora pienamente compiuto. Al diritto spetta fissare il confine dell’illecito, ma più difficile è attribuirgli anche il compito di formare le categorie culturali necessarie a riconoscerlo. Nessuna norma, infatti, trasforma per decreto il modo in cui vengono vissuti un rifiuto, una separazione o la perdita di un legame. La fase più delicata di questo percorso non consiste tanto nel riconoscere nuovi diritti, quanto nel fare in modo che quelli già acquisiti incidano concretamente nelle relazioni. Una prima stagione ha ridefinito la posizione della donna davanti alla legge. La sfida che abbiamo di fronte investe ora il modo in cui l’indipendenza viene accolta dentro i legami umani. Una conquista diventa davvero matura quando la scelta dell’altro cessa di essere percepita come una diminuzione della propria e la norma può tornare alla funzione che le appartiene, ovvero quella di garanzia contro le violazioni. “Salute mentale, la patologia è politica. Regioni allo sbaraglio” di Eleonora Martini Il Manifesto, 29 settembre 2026 Presentato alla Camera il Rapporto Siep 2026. Intervista al presidente Fabrizio Starace. “La quota di popolazione adulta trattata varia di quasi 4 volte fra le Marche e la Liguria; la dotazione di psicologi di 20 volte fra la Basilicata e la Valle d’Aosta: l’offerta, in larga parte, disegna la domanda”. Godere di una buona salute mentale in Italia è anche - e forse soprattutto - questione politica. Lo spiega bene il presidente della Siep (Società italiana di epidemiologia psichiatrica) Fabrizio Starace che ieri ha presentato alla Camera l’ultimo rapporto pubblicato dall’organizzazione per mettere a confronto le Regioni, la loro capacità di gestire servizi e di offrire cure. “La quota di popolazione adulta trattata varia di quasi 4 volte fra le Marche e la Liguria; la dotazione di psicologi di 20 volte fra la Basilicata e la Valle d’Aosta; la quota di spesa territoriale assorbita dalla residenzialità va dall’11% della Provincia di Trento all’81% della Basilicata. La probabilità di essere visti da uno psichiatra entro 2 settimane dalla dimissione è del 15% nel Lazio e dell’80% nella Provincia di Bolzano; il ricorso al Tso varia di decine di volte. Differenze di questa ampiezza dipendono da scelte organizzative più che dall’epidemiologia: l’offerta, in larga parte, disegna la domanda”. Professore, qual è la prevalenza in Italia dei disturbi psichici? Secondo l’ultimo rapporto del Global Burden of Disease stilato dall’Università di Washington, in Italia il 17% della popolazione presenta nel corso di un anno un problema di salute mentale. Nella maggioranza dei casi si tratta fortunatamente di disturbi psichici comuni come ansia, depressione, attacchi di panico. A fronte di questo 17%, i servizi trattano solo l’1,7% della popolazione. Cosa avete analizzato per stilare il Rapporto Siep 2026? Ci siamo mossi su tre livelli perché valutare le Regioni con un unico indicatore, come si fa nel nuovo sistema di garanzia dei Lea, non rende la complessità delle attività per la salute mentale e crea errori sistematici di valutazione che alterano poi le politiche di governo sulla sanità pubblica. Le regioni possono per esempio tenere sotto controllo alcuni indicatori, che sanno essere presi in considerazione, e trascurarne altri che non rientrano nel sistema di garanzia dei Lea. Allora abbiamo elaborato un indice sintetico che confronta tutte le 21 regioni e le province autonome su 14 indicatori chiave, dai posti letto al personale, dai ricoveri al Tso. Lo abbiamo poi messo in relazione con il punteggio Lea, e infine abbiamo analizzato i punti di forza e di debolezza di ciascuna regione. Utilizzando i dati ministeriali del 2024. Cosa ne emerge? Del tutto inaspettatamente abbiamo trovato che regioni come il Veneto, primo su tutte le macro aree dei Lea, nell’indice salute mentale si colloca invece al 14° posto. Viceversa, regioni come la Calabria, dove la sanità pubblica è carente, hanno però messo in campo risorse per la salute mentale. Il rischio, in questi casi, è che lo sforzo venga vanificato per la desertificazione generale. È un’Italia parcellizzata che non risponde del tutto alla classica divisione tra nord e sud. Nella classifica generale comunque ai primi posti ci sono Bolzano, la Liguria, il Friuli Venezia Giulia e Trento, e agli ultimi Sardegna, Molise e Abruzzo. Anche se quest’ultimo si distingue soprattutto per le lacune dei dati trasmessi al ministero. Ed è un problema, perché si possono governare i fenomeni solo se i dati arrivano completi, tempestivi e possibilmente disaggregati per Asl, non per regione. Quali interventi occorrono allora per affrontare quella che rischia di trasformarsi in un’emergenza sanitaria? Manca una visione di governo complessiva e un coordinamento, perché la salute mentale a differenza di tutte le altre branche della medicina è in stretta relazione con altre attività dell’amministrazione pubblica: le politiche sociali, del lavoro, della giustizia e della scuola. Occorre un’attività di governance che tenga dentro tutti questi attori, un’azione forte di indirizzo con specifiche priorità a livello centrale e un attento monitoraggio che faccia corrispondere a ciascuna azione un indicatore e una responsabilità, in modo da poter intervenire immediatamente. Oggi invece c’è una sorta di tacito patto tra governo nazionale e Regioni, per cui l’esecutivo dà meno soldi di quanti occorrerebbero e le Regioni fanno meno di quanto dovrebbero. Nessuno interpella la responsabilità dell’altro, salvo poi fare a scarica barile quando la salute mentale arriva agli onori della cronaca per fatti drammatici. Il potenziamento umano, il progresso tecnologico e l’accantonamento della corporeità umana di Lorenzo D’Avack Il Dubbio, 29 settembre 2026 In una società tecnologicamente avanzata, ossessionata dalla “salute perfetta” nel suo più ampio significato, non stupisce che si avverta un forte interesse per l’uso delle tecnologie finalizzate a potenziare le capacità fisiche, mentali ed emotive ‘oltre’ la condizione della salute normale (human enhancement). La possibilità di trasformare le caratteristiche fisiche e le capacità mentali dell’uomo non appartiene più al mondo della mera fantascienza. Ne consegue che alla società e alla comunità scientifica si pone la questione etica se nell’incessante ricerca di miglioramento umano ci si debba limitare ai metodi tradizionali o non vada di contro fatto uso estremo della tecno-scienza capace di potenziare più efficacemente le nostre facoltà fisiche e mentali al di sopra di quello che è lo standard naturale della specie. Il termine ‘potenziamento’ risale agli anni 70, negli anni 80 la produzione di articoli sull’argomento si intensifica. e dopo il 2000 il tema del potenziamento umano acquisisce un ruolo importante nel dibattito bioetico a livello internazionale. Definire, comunque, il termine ‘potenziamente umano’ è compito non facile a causa delle molteplici ed eterogenee accezioni con cui esso viene connotato nella letteratura specialistica. Non mancano correnti di pensiero che mettono in dubbio lo stesso significato ‘potenziarsi’ in assenza di una cornice di riferimento esterna da tutti condivisa su cosa significa ‘essere umani’. Possiamo tentare di dare un significato o di ricomprendere in questo diverse situazioni. Possiamo parlare di ‘potenziamento genetico’ con riferimento alla modalità di intervento per migliorare il genoma, con interventi su gameti, embrioni (gene- editing), ma anche neonati, bambini adulti; o di ‘potenziamento biologico’ con interventi sui meccanismi dell’invecchiamento fisico e psichico, fino all’utopistico progetto di una sorta di ‘immortalità terrena’; ancora di ‘potenziamento neurocognitivo’, finalizzato al miglioramento delle prestazioni mentali ed emotive, grazie ai recenti sviluppi delle neuroscienze e neurotecnologie sulle funzioni cognitive (con uso di psicocfarmaci, tecnologie di ‘neuro-imaging’, impianti cerebrali e interfaccia cervello-computer). Più di recente si sente discutere anche di potenziamento morale che consiste nell’uso di farmaci e tecnologie su soggetti sani per migliorare le disposizioni e capacità morali qual è il senso di giustizia, simpatia, empatia, altruismo, solidarietà, attenuando aggressività, conflittualità e odio. Si tratta, dunque, di diverse modalità d’ intervento sul corpo più o meno invasive, che pur nella differenza hanno in comune la finalità di aumentare (potenziare) le capacità umane. Quindi, tecnologie che generalmente non sono destinate a curare chi è malato, ma ad aumentare le potenzialità di chi è sano. Tuttavia, la linea di demarcazione tra il normale e il patologico è particolarmente incerta. Basti pensare alla definizione della salute come ‘pieno benessere fisico, psichico e sociale’, data dall’OMS che non equivale ad ‘assenza di malattia’, dato che quella parola ‘pieno benessere’ introduce la categoria della soggettività, togliendo alla definizione il carattere oggettivo. Proprio dagli studi di ricerca cognitiva presso soggetti sani, un miglioramento di certi parametri di funzioni psico-cognitive è stato osservato, ma questo miglioramento è incostante, modesto, parcellizzato e specifico. A fronte di questi interessanti linee di sviluppo tecnologico si delineano scenari di una vera e propria trasformazione dell’uomo e della specie umana che lascia spazi all’invadenza tecnologica sul corpo e nel corpo. A fronte di potenziali benefici, ma anche di incertezze e rischi per la salute, per l’identità umana e la stessa relazione sociale, appare necessario lo sforzo di immaginare in anticipo l’evoluzione tecnologica e riflettere in modo critico, iniziando a pensare alle nuove sfide che si stanno presentando anche rispetto al nostro modo di concepire il corpo di fronte all’ibridazione uomo-macchina (cyborg), all’artificializzazione parziale o completa dell’umano, all’antropoformazione della tecnologia. Si delineano orizzonti in cui l’artificiale diviene sempre più simile al naturale, annullando la differenza tra uomo e macchina, tra natura e tecnologia. È la concezione delle ‘post-umanesimo’: una linea di riflessione sul corpo che comprende una molteplicità di correnti di pensiero che condividono la caduta, l’inevitabilità, il superamento dell’uomo nel ‘super umano’. Si aprono nuove profezie del ‘trans-umanesimo’ che si avvia con entusiasmo e ottimismo ad un’alterazione radicale della natura dell’uomo. Il naturale è percepito e concepito come un limite: la tecnologia come l’unico modo per superare il limite, svuotare l’uomo del suo corpo che lo imprigiona e liberarlo in un orizzonte dove l’unica cosa che davvero conta è la funzionalità, il controllo, la perfezione della macchina. Il vero grande pericolo, come sottolinea Francis Fukuyama, è la disumanizzazione con la produzione di un ‘robot biotecnologico’ non più umano. Immigrazione, la cultura che serve di Dacia Maraini Corriere della Sera, 29 settembre 2026 l fatto è che noi siamo stati bravissimi a creare una cultura della emigrazione ma ancora non abbiamo saputo creare una cultura della immigrazione. Che andrebbe affrontata non a base di prese di posizione ideologiche o di fanatismi pseudo religiosi ma con ragionevole umanità. Mi sembra una pessima idea quella di introdurre il tetto del 30 per cento per gli studenti stranieri nelle classi scolastiche. Non è con l’esclusione e le forzature che si risolvono i problemi che andrebbe presi al contrario con una intelligente, capillare e una umana politica di integrazione. Ma la domanda di fondo è chiara: come fare convivere il bisogno di manodopera con la paura di un’invasione di usi e costumi che potrebbero intaccare la nostra identità? È vero che abbiamo bisogno di manodopera e siccome gli italiani molti lavori non li vogliono fare, e inoltre la popolazione è molto invecchiata, dobbiamo per forza rivolgerci agli stranieri che gli industriali, le aziende, i mercati cercano di utilizzare pagandoli il meno possibile. Dall’altra parte ci sono persone che messe di fronte alla sempre più frequente presenza di stranieri con costumi, idee e abitudini che spesso contrastano con le nostre, diventano insofferenti e vorrebbero chiudere a tutti coloro che entrano nel Paese. Per costoro la soluzione sta nello sprangare le frontiere, cacciare in mare gli indesiderati, proibire ogni ingresso. Salvo poi sfruttare alcuni giovani sani e robusti per i lavori più pesanti, ma senza permesso di soggiorno, senza diritti, praticamente trattandoli come schiavi. E qui si complicano le posizioni della politica che cerca, contorcendosi, di accontentare sia coloro che li vogliono cacciare via, sia coloro che li vorrebbero aiutare visto che vengono da terre in guerra o rese invivibili per siccità e povertà. Il fatto è che noi siamo stati bravissimi a creare una cultura della emigrazione ma ancora non abbiamo saputo creare una cultura della immigrazione. Che andrebbe affrontata non a base di prese di posizione ideologiche o di fanatismi pseudo religiosi ma con ragionevole umanità. Non è facile, lo so, ma tutti i problemi nuovi sono difficili da affrontare. Se invece di colpevolizzare sempre l’avversario perdendo energie e intelligenza ci mettessimo insieme a riflettere su come affrontare questo dilemma forse potremmo trovare una soluzione. Migranti. Cpr Torino, accesso limitato agli avvocati “È la prima volta” di Simona Musco Il Dubbio, 29 settembre 2026 Entrare sì, ma solo fino a un certo punto. A pochi giorni dall’inchiesta sui certificati medici, i Cpr tornano al centro della scena. Ma il tema, questa volta, è chi può entrare nei centri e, soprattutto, quanto può vedere. Al Cpr di Torino gli avvocati delle Camere penali sono stati autorizzati a visitare la struttura, ma non a entrare nei luoghi in cui le persone trattenute trascorrono la loro giornata: niente mensa, niente cortile interno, niente aree comprese nei moduli abitativi. Una limitazione che la Prefettura ha ricondotto a una non meglio specificata direttiva del ministero dell’Interno, della quale la stessa Camera penale chiede ora di conoscere l’esatto fondamento normativo. Per la prima volta, dunque, gli avvocati hanno potuto solo camminare lungo le recinzioni, senza entrare negli spazi in cui le persone trattenute vivono quotidianamente. Un cambio di passo significativo rispetto alla visita di luglio dello scorso anno, quando la delegazione aveva potuto visitare l’intera struttura e parlare liberamente con le persone trattenute. Tra gli atti ministeriali reperibili e pertinenti alla materia c’è la nota ministeriale del 18 aprile del 2025, dunque precedente alla scorsa visita. Una nota che richiama espressamente la Direttiva Lamorgese del 19 maggio 2022 e la precedente nota dipartimentale del 15 giugno 2022 interpretandole in senso restrittivo: le ispezioni sono riservate ai Garanti, mentre le altre figure autorizzate - tra le quali non compaiono avvocati, giornalisti, esperti indipendenti e associazioni - potranno effettuare visite. Tutti gli altri dovranno essere funzionalmente incardinati nell’ufficio della personalità accompagnata, documentando tale qualità. Le visite, inoltre, non devono interferire con i compiti degli operatori e spetta al responsabile del servizio di vigilanza la valutazione sulla possibilità di svolgere colloqui con le persone trattenute, in caso di loro disponibilità o richiesta. Misure che rischiano di rendere i Cpr luoghi ancora più invisibili agli sguardi esterni. La denuncia della Camera penale è chiara: “Si è trattato di un vero e proprio divieto d’accesso agli ambienti e ai locali nei quali si svolge la vita dei cittadini stranieri trattenuti per il rimpatrio; un divieto mai opposto in vent’anni”, si legge nella nota. Una limitazione, continuano i penalisti, che impedirebbe “il controllo proprio delle condizioni materiali e personali del trattenimento. Significa voler mantenere nell’opacità luoghi, fatti e dati che a norma di legge devono essere sottoposti al controllo e alla vigilanza di autorità indipendenti e soggetti che svolgono funzioni di tutela dei diritti delle persone quali sono innanzitutto, in ogni ordinamento democratico, gli avvocati”. Il limite contrasterebbe “con le norme che garantiscono diritti e libertà delle persone trattenute e con quelle che disciplinano l’accesso ai centri per il rimpatrio”, compresa la “Direttiva Lamorgese” del 19 maggio 2022. La Commissione ha annunciato di voler chiedere chiarimenti al Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Viminale, “nel frattempo, si vuole rendere pubblica la straordinarietà del fatto - scrive la Camera penale - un apparato amministrativo dello Stato che impedisce ad avvocati, cioè ai tutori della legalità e dei diritti di tutti, di rivolgere lo sguardo lì dove lo Stato esercita la sua forza restrittiva, come se la trasparenza fosse un ostacolo alla sicurezza, anziché una garanzia di democrazia. Di una democrazia in salute, che non ha timore di una pluralità di sguardi, anche sui suoi lati più oscuri”. A spiegare al Dubbio la situazione è l’avvocata Emilia Rossi, che ha tentato la visita insieme ai colleghi Roberto Capra, Matteo Ferrione, Elisa Costanzo e Benedetta Perego. “Non basta una circolare per stabilire chi può entrare e come. Servono ancoraggi normativi. O c’è un divieto o non si comprende la natura di questa decisione - spiega Rossi -. Noi siamo avvocati: chi più di noi deve verificare se in determinati luoghi i diritti, a cominciare da quelli di difesa, sono rispettati o no?”. Riferimenti normativi veri e propri, afferma Rossi, non ce ne sono, perché nonostante le insistenze delle associazioni, nonché del Garante nazionale, affinché si adottasse la disciplina dei Cpr con una norma di rango primario ciò non è mai avvenuto. Quindi a valere, al momento, è la Direttiva Lamorgese, alla quale Rossi ha contribuito, all’epoca, quale membro dell’Ufficio del Garante, e “nella quale non c’è niente che legittimi questo tipo di restrizioni. C’è scritto che, per i soggetti che non sono automaticamente autorizzati, deve essere chiesta l’autorizzazione, spiegandone i motivi: tutte cose che noi abbiamo fatto. Non c’è scritto, in ogni caso, che il ministero stabilirà fino a dove possono arrivare”. Il paradosso è che negli istituti penitenziari l’attività di controllo delle Camere penali consente l’accesso alle sezioni detentive, fin dentro le celle. “Com’è possibile che io possa visitare le celle dei detenuti e non posso entrare nel cortile del Cpr?”, continua Rossi. La stessa cosa, aggiunge la legale, è successa con l’Istituto penitenziario minorile: anche lì l’ingresso alle aree detentive “ci è stato impedito, in quel caso per ragioni di privacy dei giovani detenuti”. Anche i colloqui con i migranti sono soggetti a consenso. Ma “noi non facciamo interviste - spiega ancora Rossi -, veniamo circondati dalle persone, ognuna delle quali ha qualcosa da raccontarci, senza nemmeno fargli domande. E per quanti limiti possa mettere un’autorità amministrativa in un sistema democratico, non ci sarà niente che impedirà a un avvocato di ascoltare una persona”. Il problema è che non esiste un’interpretazione autentica di cosa siano gli “spazi comuni”. E nonostante la direzione del Cpr abbia riferito di una serie di attività all’interno del Centro, “noi non l’abbiamo potuto verificare”. Nel Cpr di Torino, continua Rossi, “ci sono cinque persone in questo momento con patologie neurologiche ed epilessia. E una di queste noi l’abbiamo incontrata e ci ha raccontato di sua spontanea volontà che aveva due ferite sulla testa perché, naturalmente, quando hanno le crisi cadono”. E queste persone sono state dichiarate idonee a stare in un Cpr. “Quando vengono toccate le libertà degli avvocati - conclude Rossi - non è mai un buon segno”. Abbiamo provato a contattare il Viminale per una replica, ma al momento di andare in stampa non abbiamo ricevuto risposta. La chiamano remigrazione solo perché “deportazione” la renderebbe immediatamente inaccettabile di Rossella Dotta Il Fatto Quotidiano, 29 settembre 2026 Il termine nasce neutro in sociologia per indicare il rientro volontario di un migrante nel proprio paese d’origine. La destra identitaria europea lo ha risemantizzato in un’accezione molto più radicale, emersa in Francia, Germania e ora anche in Italia. Nella sua versione identitaria è l’espulsione forzata o assistita delle persone, sulla base dell’origine etnica/culturale, includendo, nei casi documentati all’estero, cittadini naturalizzati e titolari di permesso di soggiorno regolare. Si distingue dal rimpatrio degli irregolari (già previsto dall’ordinamento) perché il criterio selettivo non è il rispetto della legge, ma l’appartenenza etnico-culturale. Giuridicamente, per il diritto internazionale è un’espulsione collettiva su base etnica, vietata dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla Cedu ratificato dall’Italia; le espulsioni collettive di stranieri sono in contrasto anche con l’art. 3 della Costituzione italiana. Parliamo di persone che, nei casi più estesi discussi a livello europeo, sono nate o cresciute nel paese ospitante, con figli che non parlano altre lingue, vite costruite lì da decenni, allontanate sulla base della sola origine. Umanamente, occorre ricordare che le classi miste, quando l’integrazione funziona, non producono effetti solo sul bambino straniero: la ricerca sui modelli scandinavi mostra benefici anche per i bambini nativi in termini di competenze interculturali, empatia e flessibilità cognitiva. È il motivo per cui quei sistemi investono deliberatamente su classi eterogenee invece di separarle. Un allontanamento improvviso sarebbe incomprensibile come legittimo per un bambino italiano se l’amico non ha fatto nulla di sbagliato; rischierebbe di trasmettere il messaggio (pericoloso) che l’appartenenza a un gruppo dipende da un tratto immutabile (l’origine) e non dal comportamento. L’opposto di ciò che la pedagogia consiglia di insegnare ai bambini sulle relazioni sociali. Il danno oltrepassa le prospettive giuridica e umana per arrivare a quella fiscale: gli immigrati regolari e integrati (che lavorano, pagano contributi, consumano, hanno figli iscritti a scuola) sono il segmento di popolazione che la versione identitaria della remigrazione colpirebbe per primo, perché più visibili, radicati, riconoscibili come target. Dal punto di vista di un bilancio pubblico è una misura che massimizzerebbe la perdita. In Italia, il 30 gennaio 2026 si è tenuta a Montecitorio la conferenza di presentazione della proposta di legge di iniziativa popolare “Remigrazione e Riconquista”, promossa dal “Comitato Remigrazione e Riconquista” (CasaPound, Veneto Fronte Skinheads, un ex responsabile di Forza Nuova, Rete dei Patrioti). La sala era stata prenotata da un deputato allora leghista, vicino a Vannacci; il presidente della Camera Fontana ha preso pubblicamente le distanze definendo l’iniziativa inopportuna - un dettaglio che mostra concretamente il canale attraverso cui una proposta extraparlamentare è arrivata dentro le istituzioni. Il 30 giugno 2026 il comitato ha depositato 150.000 firme per la proposta, che prevede tra l’altro l’istituzione dell’”istituto della remigrazione”, un “Fondo nazionale per la remigrazione”, l’abolizione del decreto flussi e un “Fondo per la natalità italiana”. Resta da vedere l’iter parlamentare: una proposta di iniziativa popolare richiede comunque l’esame delle Camere, e i vincoli costituzionali e Cedu resterebbero un ostacolo enorme alla sua reale attuazione se contenesse, come sembra dai punti resi noti, misure rivolte anche a stranieri regolarmente presenti. La storia mostra che i linguaggi eufemistici “remigrazione” anziché “deportazione” sono il primo passo per rendere discutibile ciò che altrimenti sarebbe immediatamente riconosciuto come inaccettabile. Noi non dimentichiamo la storia per ignoranza, ma perché viene tenuta a distanza di sicurezza con un vocabolario nuovo - almeno finché quel vocabolario non smette di sembrare abbastanza nuovo da giustificare la distanza. L’ex capo della Polizia Gabrielli: “La paura porta voti, non sicurezza” di Diego Motta Avvenire, 29 settembre 2026 I bimbi stranieri? “Decisivi per tenere aperte le classi: come si farà adesso col 30%? Il decreto “maranza”, solo per il nome, è stato un insulto. In politica, guardo con interesse al progetto di Ruffini”. Franco Gabrielli è insolitamente preoccupato. “Ci sono rischi altissimi per la coesione sociale” ammette a un certo punto, durante l’intervista pubblica andata in scena al Festival del Buon Vivere di Forlì sabato scorso. L’ex capo della Polizia è come al solito equilibrato e pacato, ma questo non vuol dire che da “persona informata sui fatti” non stia assistendo stupito al dibattito in corso sulla sicurezza, tema principe di questo avvio di campagna elettorale. “La paura è un format che funziona benissimo - spiega -. Semplifica fenomeni complessi, individua rapidamente un colpevole e promette soluzioni immediate. Il problema è che la paura può conquistare il consenso, ma non produce sicurezza”. Quel che turba l’uomo delle istituzioni che ha lavorato con presidenti del Consiglio diversi, da Silvio Berlusconi a Mario Draghi, e che adesso guarda con grande interesse al progetto politico di Ernesto Ruffini nel centrosinistra, è l’aver messo da parte il buon senso per inseguire il senso comune, sintetizzerebbe il Manzoni. “I pozzi sono stati avvelenati da tempo e pensare a una bonifica di successo in tempi brevi è difficile. Guardate alle nuove generazioni di stranieri per cui non è previsto alcun percorso di integrazione, ad esempio. Anche l’ultimo decreto sul “tetto” agli stranieri e sul burqa segue cliché consolidati: non è con le percentuali imposte che si aiuta la scuola ad affrontare i problemi. Al contrario, servono investimenti seri e consolidati. Voglio proprio vedere come si calcolerà il 30% sui bambini immigrati, in quei piccoli paesi in cui la loro presenza è stata fondamentale per tenere aperti gli istituti” spiega. Gabrielli è pragmatico ed è ben consapevole che “dire che gli omicidi diminuiscono, non basta a rassicurare chi non prende più l’autobus la sera o teme di rientrare a casa”. Aspetta di vedere senza alcun pregiudizio gli effetti delle misure adottate dal governo. Riconosce la bontà dell’”insegnamento della lingua italiana” nelle classi contenuto nell’ultimo provvedimento, ribadisce la necessità dei Centri per i rimpatri nelle regioni, “ma dobbiamo intenderci su quale tipo di Cpr parliamo”. Solidarizza con i medici presenti in platea che aiutano i migranti e che sono stati coinvolti nell’ultima inchiesta che ha avuto per epicentro la vicina Ravenna. Cita papa Leone XIV e il suo invito agli stranieri a imparare la lingua e a non costruire comunità alternative. Ma è la cornice complessiva che disegna, quella di un’Italia che ha smarrito il volto dell’accoglienza e di un esecutivo che pare strumentalizzare ogni fatto di cronaca per alimentare insicurezza, a essere al centro della sua riflessione. “Per la maggioranza degli italiani, i migranti non sono solo un problema ma addirittura una minaccia” osserva Gabrielli. Eppure la sicurezza non dovrebbe essere solo una questione di ordine pubblico. È un tema che riguarda innanzitutto il futuro delle nostre comunità. Come si ricostituisce un patrimonio di fiducia che pare non esserci più, perché sta prevalendo la logica della paura? La sicurezza non è il diritto più importante, ma è la condizione concreta che permette a tutti, soprattutto ai più fragili, di esercitare gli altri diritti. La paura ha da sempre bisogno di una rappresentazione: da anni ha preso le forme del diverso da noi, dello straniero. Dobbiamo evitare due errori opposti. Il primo è alimentare ogni episodio come prova di un’emergenza permanente. Il secondo è liquidare le inquietudini delle persone come semplice “percezione”. La percezione è un fatto reale, perché determina comportamenti reali: modifica il modo in cui si vive una strada, si prende un mezzo pubblico, si guarda chi è diverso da noi. Quelle paure vanno ascoltate e governate, non irrise né sfruttate. La fiducia si ricostruisce quando le istituzioni sono presenti, competenti e riconoscibili; quando spiegano ciò che fanno, si assumono responsabilità e restituiscono periodicamente ai cittadini i risultati ottenuti. Questa restituzione non è propaganda: è una forma adulta di responsabilità pubblica. Dalla tragedia di Cutro al caso di Caivano, dai “rave party” ai cosiddetti “maranza”, non c’è però vicenda che non solletichi l’elettore e che non sia diventata oggetto di un intervento esecutivo, nell’ultima legislatura. Ciò detto, la percezione di insicurezza non è diminuita... Non so che effetti produrranno questi interventi. Non direi però che i decreti sicurezza producano automaticamente maggiore insicurezza. Direi che la continua produzione di decreti, quando sostituisce una politica pubblica organica, crea l’illusione dell’intervento senza incidere sulle cause dei fenomeni. Quanto ai provvedimenti citati, Cutro ad esempio ha mostrato qualcosa di più grave di un singolo errore: la frammentazione delle responsabilità e la difficoltà delle istituzioni di assumere una visione comune. Quando accade una tragedia di questa portata, la risposta non può esaurirsi in un solo provvedimento. Non vorrei poi parlare del cosiddetto “decreto maranza”, perché denominare un decreto legge con un insulto dà l’idea della degenerazione e del degrado raggiunto dal sistema. Ed è stato solo l’ultimo caso, dopo i i decreti per i “rave”, per la diffusione dei coltelli e per i cortei di Askatasuna. Temo ne vedremo ancora, di mosse del genere, da qui al voto. Ha detto che non siamo ancora arrivati alle “banlieue” francesi, ma potremmo arrivarci. Perché? Non siamo alle “banlieue” francesi e sarebbe sbagliato sovrapporre realtà storiche e sociali differenti. Ma proprio per questo dobbiamo osservare per tempo alcuni segnali. Il problema non è l’origine straniera in sé. Il problema nasce quando concentriamo persone in quartieri poveri, con scuole fragili, servizi insufficienti, lavoro precario e scarse possibilità di mobilità sociale. Se a questo aggiungiamo le barriere linguistiche e culturali, l’assenza di politiche serie d’integrazione e la sensazione di essere cittadini solo formalmente, costruiamo le condizioni per una distanza crescente dalle istituzioni. Le seconde e terze generazioni possono vivere una frustrazione persino maggiore rispetto a quella dei loro genitori. Se si sentono italiani nelle aspettative ma estranei nelle opportunità, può maturare un conflitto identitario e sociale. Vede dei rischi per la coesione sociale del Paese? Sì. I rischi sono altissimi. C’è un’ostilità verso le forze dell’ordine che, quando emerge, è spesso l’espressione visibile di una frattura più profonda con l’intero sistema istituzionale. La risposta non può essere né indulgente né esclusivamente repressiva. Chi viola la legge deve risponderne, indipendentemente dalla provenienza. Ma limitarsi alla repressione significa intervenire quando il fallimento si è già prodotto. Occorrono presidio del territorio, scuola, mediazione, lavoro, politiche abitative e una cittadinanza esigente, fondata insieme su diritti e doveri. L’integrazione non è buonismo: è una politica di sicurezza lungimirante. Crede anche lei, come Luigi Manconi, che il sistema carcere in Italia dovrebbe portare i libri in tribunale? No. Il carcere non è inutile in sé. È indispensabile per chi rappresenta un pericolo concreto e attuale e per i reati più gravi. Ma un sistema che ricorre alla detenzione senza distinguere adeguatamente le persone e i percorsi finisce per essere insieme meno umano e meno sicuro. Questo è un Paese nel quale la giustizia non funziona, perché l’esecuzione della pena è al collasso e intanto ci sono 90mila “liberi sospesi”, persone con una condanna sotto i quattro anni che restano in attesa di capire come dovranno scontare questo periodo. La pena, secondo la Costituzione, deve tendere alla rieducazione. Non significa cancellare la responsabilità o negare la sofferenza delle vittime. Tra due settimane, parteciperà con Ernesto Ruffini al lancio di un nuovo progetto politico ,”Più Uno”. Nostalgia dei tempi in cui c’era la Dc? Tutt’altro. Il cattolicesimo democratico non dovrebbe essere una corrente nostalgica o una riserva identitaria. Può offrire alla politica una concezione della persona che non sia ridotta né a individuo isolato né a membro indistinto di una collettività. La Costituzione è nata anche dall’incontro tra cultura cattolico-democratica, cultura socialista e cultura liberale. Quel dialogo non cancellò le differenze, ma produsse un terreno comune fondato sulla dignità della persona, sull’uguaglianza sostanziale e sui limiti posti al potere. Il progetto di Ruffini con “Più Uno”, cui guardo con grande interesse, può essere utile se contribuisce a ricostruire questo spazio politico e culturale, senza trasformarsi nell’ennesimo contenitore personale o nell’aggiunta di una sigla. Il problema non è occupare una casella tra centro e sinistra, ma offrire una visione riconoscibile del Paese: la Costituzione come metodo, l’uguaglianza come traguardo, la responsabilità come criterio dell’azione pubblica. Meraviglia e dolore della meglio gioventù odiata dai regimi di Luigi Manconi La Repubblica, 29 settembre 2026 Sia reso onore ai giovani. Le istituzioni italiane non sono state in grado di esercitare la giusta pressione sulla dittatura che ha annichilito Giulio Regeni. Nel 1954 un friulano intelligente e curioso del mondo, Pier Paolo Pasolini, titolava “La meglio gioventù” una sua raccolta di versi. Da quel che sappiamo, nessuna affinità culturale e politica tra Pasolini e un altro friulano intelligente e curioso del mondo, Giulio Regeni, unito al primo dalla comune origine geografica e da una fine straziante. Eppure quel titolo sollecita suggestioni e suggerisce associazioni mentali. La meglio gioventù, come racconta il canto degli alpini da cui è tratta, è quella che “la va soto tera”. Non è una dichiarazione di orgoglio, bensì una constatazione asciutta e sconsolata: così come quel “meglio” non allude a una superiorità intellettuale o morale, ma evoca una sorta di irriducibile vitalismo (ancora Pasolini: “Una disperata vitalità”, 1964). A partire dagli anni ‘90, nel nostro continente si sono formate generazioni che è possibile definire come “la nuova gioventù europea”. Fu quella la prima a superare di slancio la frattura est-ovest, a imparare le lingue con felice rapidità, ad attraversare i confini e i fusi orari, a ignorare le dogane e le feste nazionali. La prima a iscriversi a un master alla School of Oriental and African Studies di Londra dopo aver lavorato come volontario, per diciotto mesi, nei campi profughi del Sud Sudan. È la generazione Erasmus, inaugurata non certo per caso nel 1987; e sono i “ragazzi dell’Europa” (Gianna Nannini), tra Colonia e Varsavia, tra Valencia e Malmö, dall’aria precaria e che non piantano mai bandiera. In questo flusso generazionale disordinato e impaziente si trovano i dissidenti e gli obiettori di coscienza, gli ecologisti di Vilnius e quelli di Bilbao, i collettivi di musica elettronica di Berlino e gli scrittori delle fanzine transnazionali, fino agli studenti di Belgrado che da un anno e mezzo contestano Aleksandar Vucic. Si trovano anche meraviglia (molta meraviglia) e dolore (molto dolore): Valeria Solesin e Antonio Megalizzi, vittime del terrorismo islamista a Parigi e a Strasburgo, ma anche il fotografo Andy Rocchelli, ucciso poco più che trentenne nel Donbass. E Patrick Zaky, giovane egiziano di religione cristiana copta, studente all’Università di Bologna e detenuto a lungo nel proprio paese. Questo movimento è nato e si è sviluppato, spesso sotterraneamente, come alternativa in primo luogo culturale rispetto al sistema di valori e ai meccanismi di riproduzione sociale del mondo occidentale, per come si andava stabilizzando dopo la crisi dell’Unione Sovietica. Era inevitabile che quel movimento incontrasse diffidenza e resistenza nei paesi democratici e avversione e ostilità in quelli autocratici. Per tornare a noi, era fatale che Giulio Regeni, giovane e bello, libero e poliglotta, rappresentando tutto quanto ripugna alle autocrazie, diventasse immediatamente sospetto agli occhi del regime paranoide di Abdel Fattah al-Sisi. Le dittature odiano la gioventù, la libertà dei corpi e delle menti, il movimento e l’imprevisto, il piacere dell’altro e la scoperta dell’altrove. Tanto bastava a rendere Regeni un nemico da annichilire. Sì, annichilire, in quanto non bastava metterlo in condizioni di non nuocere: servivano le sevizie, i trattamenti inumani e degradanti e serviva la tortura per cancellarne non solo il corpo ma anche la personalità, sfigurarne la memoria e sfregiarne l’identità. La tortura ha un effetto abrasivo, e per due ragioni: perché scortica, scarnifica, incide, erode; e perché cercando “l’anima a forza di botte” eradica il fondamento dell’umano. La vicenda di Giulio Regeni ha un potente effetto evocativo per un’altra ragione ancora. Richiama la riflessione di Hannah Arendt su “i crimini che gli uomini non possono né punire né perdonare”. Nel caso concreto del processo di Roma, la difficoltà nell’individuazione dei colpevoli e l’impossibilità dell’esecuzione della pena si devono agli enormi ostacoli frapposti dal regime egiziano e alla condizione di contumacia dei condannati. Ma il ragionamento di Arendt va oltre, argomentando come sia l’enormità del crimine stesso a rendere talmente smisurata la colpa da non consentire una equa sanzione: “quando l’impossibile è stato reso possibile, è diventato il male assoluto”. Vengono alla mente le parole di Paola Deffendi, quando disse di aver visto sul volto tumefatto del figlio “tutto il male del mondo”. Di tutto questo la sentenza del processo di Roma dà conto solo in parte, e forse non poteva essere altrimenti. Ma è il verdetto garantista di uno Stato di diritto. Resta il dato politico incancellabile che chiama in causa le istituzioni italiane, mai capaci di esercitare una adeguata pressione nei confronti del regime egiziano per ottenere almeno uno straccio di cooperazione giudiziaria. La straordinaria attività del procuratore Sergio Colaiocco non è stata assecondata e tantomeno rafforzata dai comportamenti dei successivi governi italiani, tutti votati all’inerzia nei confronti del “governo amico” di Al Sisi. Il che contribuisce a spiegare perché mai la ricerca della verità e della giustizia si presentasse, in quei giorni di fine inverno del 2016 e per il decennio successivo, un’impresa pressoché impossibile. È stata la meglio gioventù delle ragazze e dei ragazzi con i bracciali gialli a far intendere che non tutto era perduto. Sia reso loro onore. Caso Regeni, ora il diritto prevalga sugli interessi di Chiara Cruciati Il Manifesto, 29 settembre 2026 La domanda più pesante di tutte resta: Giulio - e con lui il popolo egiziano - hanno ottenuto giustizia? La risposta sta nelle cariche che gli imputati ricoprivano in quei giorni di agonia. Ieri, poco dopo le 18, si è chiuso il caso Regeni. O meglio, il suo lato giudiziario. La condanna a dieci anni di tre dei quattro imputati per il sequestro, le brutali torture e l’omicidio del giovane ricercatore è frutto di indagini complesse e di un muro di gomma di Stato. Un muro eretto dai depistaggi e dall’assenza di cooperazione del Cairo, da una parte, e dalla mancanza imbarazzante di pressioni politiche dei governi italiani di ogni colore, dall’altro. Il lato politico, però, non viene meno e la domanda più pesante di tutte resta: Giulio - e con lui il popolo egiziano - hanno ottenuto giustizia? La risposta sta nelle cariche che gli imputati ricoprivano in quei giorni di agonia: agenti dell’Nsa, la feroce agenzia di sicurezza interna, erede del Ssis di Mubarak che di quella macchina repressiva e di controllo capillare ha replicato pratiche e obiettivi. Non lupi solitari, o mele marce diremmo a queste latitudini, ma ingranaggi di un sistema di sorveglianza e oppressione che arruola 1,5 milioni di persone tra poliziotti, agenti e informatori e che discende direttamente dai vertici del regime. La procura di Roma e la famiglia di Giulio Regeni, che non ha mai arretrato di un passo nella ricerca della verità, sono riusciti a portare davanti a una corte i responsabili materiali, o per lo meno i loro nomi. Manca il mandante: il regime di Abdel Fattah al-Sisi. Non perché abbia personalmente ordinato l’omicidio, ma perché è e resta il primo responsabile di un sistema che detiene decine di migliaia di prigionieri politici in celle dove la dignità umana non ha spazio e costringe un intero paese in un clima di paura, miseria e sogni infranti. Le sentenze di ieri, dunque, non facciano seppellire la richiesta più profonda di giustizia che il “popolo giallo” ha costruito: la politica estera deve essere guidata da principi di democrazia, libertà e uguaglianza, chiunque sia l’interlocutore, perché il diritto vale per tutti e non solo per i regimi nemici. Gli ultimi dieci anni hanno detto altro, tra arrampicate sugli specchi e sventolii di realpolitik di tutti i leader che si sono susseguiti a palazzo Chigi e alla Farnesina dal 3 febbraio 2016. Nessuna interruzione delle relazioni politiche, commerciali, energetiche e militari: da Renzi a Meloni l’Egitto è partner inscalfibile per fermare i migranti, estrarre gas dai mega giacimenti sottomarini, vendere fregate e pistole, proprio quelle usate nelle strade egiziane a far massacri di manifestanti. Abbiamo sentito un ministro degli esteri dire che “Al Sisi è un interlocutore appassionato nella ricerca della verità…l’Egitto è partner ineludibile” (Angelino Alfano, novembre 2017); un altro fare altrettanto perché gli affari sono affari e “possiamo creare nuove occasioni non solo per le aziende di stato ma anche per le piccole e medie imprese” (Luigi Di Maio, agosto 2018); un altro ancora ribadire la linea tenuta dagli esecutivi precedenti, “continueremo a insistere con l’Egitto…ma dobbiamo parlare con l’Egitto su altri temi perché abbiamo il dovere di garantire la stabilità del Nord Africa” (Antonio Tajani, gennaio 2023). L’elenco può continuare, e sarebbe troppo lungo da riassumere il via vai di ministri e presidenti del consiglio dal palazzo presidenziale del Cairo. Ne riemergono sempre con l’identica formula: una richiesta molto poco minacciosa di collaborazione, che dura il tempo di un minuto, e poi business as usual. Giulio e l’Egitto non hanno ancora avuto giustizia. Tre agenti egiziani condannati per l’uccisione di Regeni. Ma la verità è un’altra cosa di Ermes Antonucci Il Foglio, 29 settembre 2026 La magistratura italiana ha cercato in tutti i modi di arrivare a una sentenza, forzando le regole del processo pur di celebrarlo. Si è così assistito a un processo del tutto anomalo, tra imputati assenti (non si sa se vivi o morti), testimonianze surreali e diritto di difesa compromesso. La condanna a dieci anni di tre agenti dei servizi segreti egiziani per l’uccisione di Giulio Regeni (Uhsam Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif) e l’assoluzione del quarto imputato, il generale Tariq Sabir, chiudono un processo nel quale, fin dall’inizio, la magistratura italiana ha cercato in tutti i modi di arrivare a una sentenza, forzando progressivamente le regole del processo pur di celebrarlo. Resta da capire quale “verità” possa consegnare un processo costruito in questo modo. I quattro imputati non erano presenti, non avevano nominato avvocati di fiducia e non era stato possibile notificare loro gli atti. Per consentire che il processo cominciasse è stata necessaria una sentenza della Corte costituzionale dal contenuto piuttosto discutibile. Da allora si è sviluppato un dibattimento che ha ben poco di ordinario. I quattro imputati non sono mai comparsi davanti alla Corte, non si sa neppure se siano vivi, dove si trovino e se abbiano mai ricevuto notizia del processo. I testimoni sono stati protetti e indicati con lettere dell’alfabeto greco (Alfa, Beta, Gamma, Delta) e in gran parte dei casi si sono rifiutati di venire in aula a riferire, adducendo rischi per la propria sicurezza. I difensori d’ufficio sono stati costretti a difendere persone che non hanno mai potuto incontrare, non hanno potuto citare testimoni, svolgere effettivi controesami, produrre altri verbali che non fossero già contenuti nel fascicolo della procura. Ma è il castello accusatorio, basato sulle dichiarazioni di testimoni di dubbia credibilità, a mostrare i punti più fragili. Per esempio il teste Delta, uno dei pochi ad avere deposto direttamente in aula, ha raccontato di essere stato arrestato il 25 gennaio 2016, di avere incontrato Regeni al commissariato di Dokki e di averlo poi sentito mentre veniva torturato. Delta ha sostenuto di essere stato messo in macchina insieme a Regeni nel primo pomeriggio, ma secondo tutte le ricostruzioni il ricercatore italiano scomparve invece nel tardo pomeriggio. Delta ha anche detto di essere passato per piazza Tahrir quella mattina e di averla trovata in condizioni normali, quando però all’epoca la piazza era blindata con imponenti schieramenti dell’esercito per impedire proteste. Poi c’è Gamma, testimone sul quale l’accusa ha costruito uno dei passaggi più importanti della propria ricostruzione: la presunta confessione di Sharif. La circostanza in cui avrebbe raccolto quella confessione è già di per sé surreale: nel 2017, in un ristorante di Nairobi, Gamma avrebbe ascoltato per caso una conversazione proveniente dal tavolo di Sharif, senza parteciparvi e senza registrarla. Eppure, secondo il suo racconto, da quella conversazione avrebbe ricavato una serie di frasi precisissime sulla sorte di Regeni: “Lo abbiamo fatto a pezzi”, “lo abbiamo distrutto”. Ci sono poi i due ex detenuti palestinesi, presentati come testimoni oculari delle torture subite da Regeni. Anche qui, però, il processo assume contorni discutibili. I due non sono mai comparsi davanti alla Corte e non sono mai stati interrogati dai difensori: a parlare al posto loro sono stati due video, estratti da un documentario di Al Jazeera e proiettati in aula nel novembre 2024. Nei filmati raccontano di avere visto Giulio bendato e ammanettato, sfinito dopo gli interrogatori e portato in cella a spalla dai carcerieri. Ma la Corte non ha mai potuto rivolgere loro una sola domanda, né la difesa ha potuto contestare una sola delle loro risposte. Le loro dichiarazioni sono così entrate nel processo già confezionate. Stessa sorte per il teste Z, che ha riferito di una conversazione dalla quale sarebbe emerso il presunto depistaggio sul passaporto di Regeni: i documenti di Giulio sarebbero stati portati nella casa degli uomini uccisi il 24 marzo 2016 per far ricadere su di loro la responsabilità del sequestro e dell’omicidio. Anche il teste Z non ha deposto in udienza, affermando di avere timore per la propria incolumità. Anche in questo caso i giudici hanno ammesso l’acquisizione delle sue dichiarazioni rese in fase d’indagine. Insomma, si è assistito a un processo straordinario, non perché straordinario sia l’esito del procedimento, ma perché straordinario è il modo in cui si è arrivati al giudizio. La morte di Giulio Regeni esige chiarezza, ma una sentenza non coincide con la verità soltanto perché arriva dopo undici anni di indagini. La condanna dei tre agenti egiziani non basta a trasformare in verità una ricostruzione che questo processo ha costruito pezzo dopo pezzo, superando l’assenza degli imputati, aggirando l’impossibilità di ascoltare alcuni testimoni e affidandosi, in passaggi decisivi, a testimonianze tutt’altro che solide. La magistratura italiana voleva arrivare a una sentenza e ci è arrivata. Il problema è capire se, insieme alla sentenza, sia arrivata anche la verità. Dubitarne è lecito.