“Il sovraffollamento non è una calamità naturale, ma risponde a precise scelte politiche” antigone.it, 28 settembre 2026 Patrizio Gonnella: “L’indagine conoscitiva sulle carceri deve servire a svelare anche le responsabilità del degrado attuale a partire da chiusure, tensioni e condizioni di illegalità diffuse”. Del carcere molte cose già le conosciamo, sappiamo che le condizioni di vita sono drammatiche, con sacche di violazioni dei diritti fondamentali e un gap intollerabile tra pratiche e norme. Sappiamo anche che il sovraffollamento è totalmente fuori controllo e che il numero di condanne dello Stato italiano, comminate da parte dei Tribunali di Sorveglianza per il verificarsi di condizioni di detenzione inumane o degradanti, sono in crescita di anno in anno e, solo nel 2025, sono state oltre 6.500. Nonostante questo, se l’indagine conoscitiva deliberata dalla Commissione giustizia della Camera dei Deputati, servisse a rendere evidenti anche ai decisori politici molte di queste problematiche, ben venga. Antigone metterà a disposizione i suoi rapporti, le sue analisi e le sue proposte. Iniziando da un consiglio: partire dal carcere di Sollicciano, dove sette sezioni sono state poste sotto sequestro preventivo e le altre ancora oggi aperte versano in condizioni drammatiche, per rendersi conto di cosa significa oggi il degrado penitenziario. Affinché l’indagine abbia senso è necessario che si interroghi su cosa produce l’affollamento di massa, poiché il sovraffollamento non è una calamità naturale, ma risponde a precise scelte politiche in ambito penale. Sovraffollamento che ormai non riguarda più solo l’universo detentivo degli adulti, ma anche quello dei minorenni. Inoltre dovrebbe mettere sotto inchiesta le modalità di gestione della pena, visto che oggi la maggioranza dei detenuti è tornata a rimanere chiusa nelle celle fino a 20 ore al giorno come regola. Una scelta dettata dalla sicurezza interna, quando i dati ci dicono invece che tensione e aggressioni sono cresciute con queste politiche. Dovrebbe inoltre andare al cuore delle cause della violenza istituzionale, stigmatizzando ogni uso ingiustificato della forza, ancor di più all’indomani dei procedimenti aperti per presunte violenze e torture nelle carceri minorili di Roma e Milano. Analizzando lo stato del personale, sarebbe utile occuparsi non solo degli agenti penitenziari, ma anche degli educatori, dei direttori, di psicologi e psichiatri, dei medici, del personale amministrativo e di chiunque operi in carcere. Si tratta di figure tutte in sotto organico e in grande sofferenza. L’assenza dei medici poi mette a rischio anche la tutela della salute, problema su cui già il Presidente della Repubblica Mattarella si è più volte espresso. Andrebbe inoltre indagato come si prevengono i suicidi e le ragioni per cui, dopo il Covid, il numero delle telefonate è tornato ad essere totalmente insufficiente per garantire un legame con i propri affetti fuori dal carcere. E anche perché, a distanza di oltre un anno e mezzo dalla pronuncia della Corte costituzionale, il diritto all’affettività sia garantito solo in una minoranza degli istituti. Dovrebbe guardare inoltre all’uso e abuso dell’isolamento che è una pratica disumana, con problematiche a lungo termine per chi lo subisce. Questi sono alcuni dei temi che vanno approfonditi affinché un’indagine conoscitiva non diventi un’occasione persa”. Detenuti adulti, dal Ministero l’elenco di strutture residenziali di reinserimento di Teresa Olivieri Italia Oggi, 28 settembre 2026 È stato pubblicato sul sito del Ministero l’Elenco delle strutture residenziali per l’accoglienza e il reinserimento sociale delle persone detenute adulte, tenuto dal Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità. L’elenco è stato formato sulla base delle istanze presentate dal 30 marzo al 30 maggio 2026. Con la piena operatività dell’articolo 8 del Decreto-Legge 4 luglio 2024, n. 92 (convertito con modificazioni dalla Legge 8 agosto 2024, n. 112) e il successivo Decreto Ministeriale n. 128/2025, il ministero della Giustizia prova a spezzare il circolo vizioso per cui la condizione di marginalità economico-sociale trasforma la povertà in una causa di permanenza forzata in cella. Spesso le persone ammesse dal Magistrato di Sorveglianza all’affidamento in prova o ad altre misure alternative e penali di comunità in questo anni non hanno potuto accedere a tali benefici per l’assenza di una casa o di una rete familiare di supporto. L’impianto normativo è disegnato per garantire un passaggio graduale e sostenibile dal carcere alla vita civile, facendo perno su alcuni articoli chiave del provvedimento. La norma chiave è l’articolo 8 del dl 4 luglio 2024, n. 92 (decreto Carceri), convertito in Legge 8 agosto 2024, n. 112. L’articolo 8, già con il comma 1, istituisce presso il Ministero della Giustizia un elenco articolato in sezioni regionali, affidandone la tenuta e il monitoraggio al Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità (Dgmc). Il meccanismo normativo istituisce un sistema di accoglienza diffuso e accreditato, pensato prioritariamente per chi non dispone di risorse socio-economiche sufficienti o di una dimora adeguata, inclusi i soggetti con problematiche legate a dipendenze o a forme di disagio psichico che non richiedano interventi in strutture terapeutiche ad alta intensità. Gli oneri relativi alle rette e ai percorsi individualizzati di reinserimento sono sostenuti direttamente dall’Amministrazione della Giustizia per un periodo massimo di 8 mesi a persona. Si tratta di una tempistica calcolata per consentire la costruzione di un ponte effettivo verso la società: in questo lasso di tempo, l’ospite viene accompagnato nella ricerca di un’occupazione e nell’acquisizione di una prima autonomia abitativa. Gli attori chiave di questo sistema sono gli Enti del Terzo Settore (ETS), gli enti locali, i soggetti del Servizio Sanitario Nazionale e le ONLUS le cui finalità statutarie prevedano l’alloggio sociale e il reinserimento socio-lavorativo. Gli enti gestori possono accreditarsi mediante finestre temporali definite: le istanze inviate entro il 30 giugno vengono valutate entro il 30 ottobre, mentre quelle presentate entro il 30 dicembre trovano esito entro il 30 aprile dell’anno successivo. L’Elenco ministeriale viene così costantemente aggiornato con cadenza almeno semestrale. Qui è consultabile l’elenco delle strutture: https://www.giustizia.it/giustizia/page/it/elenco_aperto_residenze_detenuti_adulti Il confine sottile tra una vita normale e il carcere: quando la rabbia fa precipitare tutto L’Unione Sarda, 28 settembre 2026 Il racconto della Garante dei detenuti Irene Testa: anziani e famiglie travolti dalla perdita della casa all’asta. Bastano la disperazione e una serie di scelte sbagliate per trasformare cittadini incensurati in carcerati. Storie di anziani e famiglie travolti dalla perdita della casa all’asta. Bastano la disperazione e una serie di scelte sbagliate per trasformare cittadini incensurati in detenuti. Lo racconta Irene Testa, garante dei detenuti, in un post su Facebook: “Negli ultimi tempi mi è capitato due volte di incontrare in carcere persone che, fino a poco prima, conducevano una vita normale”, spiega Testa, “una coppia di circa 80 anni, lui in carcere, lei a vivere in un garage. Poi una madre e un figlio. In entrambi i casi c’erano di mezzo beni finiti all’asta, tensioni con i nuovi acquirenti, litigi, dispetti e comportamenti che hanno avuto conseguenze penali”. La garante ricorda che si trattava di persone incensurate. “A volte bastano una situazione che precipita, la perdita di ciò che si considera proprio, la rabbia, l’incapacità di accettare quanto sta accadendo e una serie di scelte sbagliate”, aggiunge Irene Testa, “il confine tra una vita normale e una situazione drammatica, qualche volta, è molto meno distante di quanto immaginiamo. Per questo nessuno dovrebbe sentirsi così lontano da questa realtà da poter dire: “A me non potrebbe mai capitare”. Giustizia, Nordio rassicura le toghe: “L’Ispettorato non è solo controllo, ma collaborazione” di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 28 settembre 2026 “Non abbiate paura: è un ufficio di collaborazione, consultazione e di risoluzione, ove possibile, dei problemi e delle criticità”. Riprendendo le parole di San Giovanni Paolo II, il ministro Carlo Nordio ha voluto questa settimana rasserenare le toghe sull’attività, temutissima ai fini disciplinari, dell’Ispettorato generale di via Arenula. Per agevolare il lavoro negli uffici giudiziari, senza aspettare che arrivi l’ispezione per scoprire che qualcosa non funziona, è stata presentata “Help Ispettorato”, la nuova piattaforma digitale del Ministero della giustizia che mette a disposizione di tribunali e procure il patrimonio di esperienze raccolto dall’Ispettorato generale. Non un nuovo strumento di controllo, dunque, ma una sorta di cassetta degli attrezzi che gli uffici potranno utilizzare per individuare le criticità, correggere le procedure e organizzare meglio il lavoro. La piattaforma, accessibile attraverso la intranet dell’Amministrazione, contiene schede operative, modelli gestionali, strumenti di analisi e indicazioni ricavate dall’attività ispettiva. L’obiettivo dichiarato è intervenire prima che le disfunzioni diventino problemi, riducendo così anche il peso che ricade quotidianamente su magistrati e personale amministrativo. “Una innovazione straordinaria che messa a regime abbrevierà di molto non solo i tempi dei processi ma anche le fatiche sia dei magistrati sia dei collaboratori amministrativi”, ha detto Nordio. Ma il vero cambio di prospettiva riguarda il ruolo dell’Ispettorato. La struttura non vuole essere soltanto quella che arriva negli uffici per verificare cosa non va, puntando a rendere disponibile per gli stessi uffici le soluzioni che ha imparato a conoscere proprio attraverso le ispezioni. “La nostra attività ispettiva è un patrimonio che può e deve essere restituito al sistema giudiziario”, ha spiegato Monica Sarti, capa dell’Ispettorato, che in questi anni ha impresso un forte cambio di passo al modo di concepire l’attività ispettiva del Ministero. L’idea, ha raccontato Sarti, è nata anche dalle richieste di alcuni dirigenti alle prese con la riorganizzazione dei servizi. Dopo aver sperimentato forme di collaborazione che avevano prodotto risultati positivi, è emersa la possibilità di trasformare quell’esperienza in uno strumento utilizzabile da tutti gli uffici giudiziari. Il punto, insiste Sarti, è “non aspettare necessariamente le disfunzioni degli uffici giudiziari ma anticiparle”. I capi degli uffici potranno quindi utilizzare gli strumenti della piattaforma per verificare autonomamente come funziona la propria organizzazione, individuare eventuali problemi e valutare possibili interventi. Le best practice dell’Ispettorato sono state raccolte anche un in volume, stampato all’interno della prigione di Sant’Angelo dei Lombardi. Intercettati colloqui tra avvocati e detenuti, Nordio: “Vicenda grave, verificare le responsabilità” Il Dubbio, 28 settembre 2026 Le captazioni nel carcere di Perugia non sarebbero state utilizzate né trascritte. Il procuratore generale ha aperto un fascicolo autonomo. “La segretezza del colloquio tra difensore e assistito è connotata dalla stessa sacralità della confessione religiosa”. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio interviene sulle intercettazioni eseguite nelle sale riservate agli incontri tra detenuti e avvocati all’interno del carcere di Perugia “Capanne”. Il Guardasigilli ha risposto a due interrogazioni scritte presentate dal deputato di Più Europa Riccardo Magi e dal senatore di Forza Italia Pierantonio Zanettin. Dalle relazioni acquisite risulta che le conversazioni estranee all’indagine non sarebbero state utilizzate, trascritte o riassunte. Per Nordio, tuttavia, questa circostanza non riduce la gravità dell’accaduto. L’indagine su una professionista forense - Le attività di intercettazione erano state autorizzate nell’ambito di un procedimento penale riguardante un’avvocata indagata per gravi ipotesi di reato. Il provvedimento consentiva di captare i colloqui tra la professionista e un detenuto da lei assistito nella casa circondariale perugina. Durante la predisposizione dell’attività investigativa era emersa la presenza di quattro sale destinate agli incontri tra detenuti e difensori. Non essendo possibile sapere anticipatamente quale ambiente sarebbe stato utilizzato per il colloquio oggetto dell’indagine, senza compromettere la segretezza dell’operazione, le apparecchiature furono attivate in tutte e quattro le stanze. Questa scelta avrebbe determinato la possibile registrazione anche di conversazioni tra altri avvocati e i rispettivi assistiti, del tutto estranei al procedimento. Non è noto il numero dei colloqui registrati - La documentazione trasmessa al ministero non consente, allo stato, di stabilire con precisione quanti colloqui diversi da quello autorizzato siano stati effettivamente captati. Secondo le relazioni dell’autorità giudiziaria, i contenuti estranei non sono stati impiegati né nell’attività investigativa né nel procedimento penale. Non risultano trascrizioni, sintesi o riferimenti a quelle conversazioni negli atti d’indagine. Lo stesso procuratore competente ha escluso che siano stati adottati provvedimenti giudiziari sulla base delle informazioni eventualmente acquisite attraverso le registrazioni non pertinenti. Nordio: “Non potevano essere ascoltati” - Per il ministro, la mancata utilizzazione processuale non è sufficiente a superare il problema. “Le conversazioni di un difensore terzo rispetto a un procedimento non possono essere ascoltate”, sottolinea Nordio, ricordando che la loro utilizzabilità è comunque esclusa dal codice. Il nodo, quindi, non riguarda soltanto il possibile impiego delle registrazioni in un processo. Investe la tutela della riservatezza del rapporto tra difensore e assistito, considerata una componente essenziale del diritto di difesa. Il Guardasigilli ritiene necessario ricostruire integralmente la vicenda, verificare se l’attività degli uffici e degli organi delegati sia stata conforme alla normativa e accertare l’esistenza di eventuali responsabilità. Aperto un fascicolo autonomo - Il procuratore generale ha disposto l’iscrizione di un fascicolo autonomo ai sensi dell’articolo 17 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale, con l’obiettivo di approfondire le questioni emerse. Ha inoltre incontrato il presidente della Camera penale di Perugia e quello del locale Ordine degli avvocati, assicurando la massima attenzione istituzionale su fatti ancora in fase di verifica. Anche l’amministrazione della Giustizia ha disposto specifici approfondimenti, attualmente in corso. Se dovessero emergere condotte disciplinarmente rilevanti attribuibili ai magistrati coinvolti, il ministero valuterà le iniziative conseguenti. Omicidio Regeni, il processo a ostacoli tra assenze e depistaggi di Giovanni Bianconi Corriere della Sera, 28 settembre 2026 Giulio Regeni, 28 anni, venne fermato illegalmente al Cairo il 25 gennaio 2016. Fu trovato morto sul ciglio di una strada il 3 febbraio. Sul cadavere, svestito, varie fratture ed evidenti segni di tortura. Le autorità egiziane hanno sempre negato la collaborazione; il 25 maggio 2021 sono stati rinviati a giudizio quattro ufficiali della Sicurezza nazionale egiziana. Il generale Tareq Sabir, il più alto in grado, è accusato di avere prima disposto e poi seguito personalmente il “monitoraggio” di Giulio Regeni; il colonnello Husam Helmy, invece, è indicato come il regista delle perquisizioni a casa di Giulio che hanno preceduto e seguito il rapimento, nonché il responsabile della cancellazione delle immagini registrate alla stazione della metropolitana dove il ricercatore sparì la sera del 25 gennaio 2016, mentre il suo pari grado e collaboratore Ather Kamal è considerato l’anello di collegamento con il sindacalista Said Abdallah, il “traditore” di Regeni; il maggiore Ibrahim Sharif, infine, è stato visto nel commissariato del Cairo dove Giulio fu portato dopo il “fermo non ufficiale”, e ritenuto presente alla detenzione e alle torture, fino alla “confessione” ascoltata casualmente da un testimone, quando disse “We crashed him”, gli abbiamo dato il colpo di grazia. Le condanne richieste - Sono i quattro ufficiali del Dipartimento della National security egiziana dedicato al controllo delle associazioni sovversive e dei sindacati indipendenti, imputati per il sequestro (tutti), le torture e l’omicidio (il solo Sharif) di Giulio Regeni, il ventottenne friulano arrestato illegalmente quella sera di gennaio di dieci anni fa e ritrovato cadavere sul ciglio di una strada, svestito e con le ossa rotte, il successivo 3 febbraio. Per i primi tre la Procura di Roma ha chiesto 17 anni e mezzo di carcere, per il quarto l’ergastolo. Lunedì 28 settembre arriverà il verdetto della corte d’assise, che sancirà se per la giustizia italiana sono davvero loro i responsabili di quel crimine. Nessuno, nei due anni e mezzo di un processo a ostacoli, li ha mai visti in aula; né prima, durante le indagini. Sono circolate alcune foto pubblicate su qualche canale social; quattro nomi e quattro volti giudicati in contumacia senza che sia stato possibile notificargli un solo atto processuale, grazie a una sentenza della Corte costituzionale. E poi a un’altra, che a dibattimento in corso ha eliminato un ulteriore intralcio. Le protezioni del regime - Un record, per un giudizio apparentemente simbolico ma che simbolico non è, perché ha affermato il principio che un crimine tanto grave non può restare impunito, almeno sulla carta; se avverrà sarà perché una corte avrà ritenuto insufficienti le prove portate dall’accusa, ma senza che le protezioni e i depistaggi attivati da un altro Stato abbiano impedito il dibattimento. Certamente l’Egitto l’ha reso più difficile e traballante, e oltre a tenere nascosti quattro imputati ha occultato altre responsabilità; ma nonostante ciò la magistratura italiana è riuscita a scoprire una trama che resterà svelata, qualunque sarà la sentenza. A cominciare dalle false verità distillate dalle autorità dei Cairo sulla morte di Giulio: un incidente stradale, un festino a sfondo sessuale finito male, una lite, fino alla falsa attribuzione del crimine a una banda di rapinatori locali preventivamente uccisi dalle forze di sicurezza. Un inquinamento dietro l’altro, che non è servito a celare le responsabilità di un regime che ha già pronunciato la sua assoluzione, senza aspettare il verdetto di Roma. “Questo è stato un processo contro la menzogna e le ricostruzioni artificiose”, ha detto nella requisitoria il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, che per oltre un decennio ha seguito le tracce del rapimento e del delitto, insieme ai tre procuratori che si sono succeduti nel tempo: Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino, Francesco Lo Voi. “A voi - ha concluso rivolgendosi ai giudici - spetta dire davanti alla comunità nazionale e al consorzio umano se la dignità della persona possa davvero essere calpestata senza conseguenze quando a violarla siano i regimi e i loro apparati; se esistano zone franche dell’impunità sottratte alla forza del diritto, se la tortura possa ancora nascondersi dietro il paravento della sovranità”. “Oltre quest’aula” - Lunedì quei giudici si pronunceranno, con una sentenza che - ha spiegato ancora il pm Colaiocco - sarà letta “ben oltre quest’aula, da chi, in ogni parte del mondo, conosce il peso dell’oppressione”. Compresa “quella parte sana del popolo egiziano che guarda a questa corte come a un luogo in cui il diritto può ancora pronunciare parole che altrove non possono essere dette”. In aula sono sfilati testimoni oculari, investigatori e dirigenti dei servizi segreti, diplomatici e uomini di governo; sempre sotto l’occhio attonito e attento di Paola e Claudio Regeni, i genitori della vittima che insieme alla sorella Irene e all’avvocata Alessandra Ballerini non hanno smesso di chiedere “non vendetta ma verità e giustizia”, cercando risposte a “tutto il male del mondo” visto nel cadavere martoriato di Giulio. E trovandole, seppure parzialmente, nella ricostruzione dell’accusa: Regeni è stato avvolto da una ragnatela tessuta dalle forze di sicurezza egiziane che erroneamente sospettavano fosse inserito in una attività di intelligence ostile al governo. Che lo ha stretto e strangolato come fa con i propri oppositori. Tesi respinta dagli avvocati d’ufficio degli imputati, che hanno assolto al mandato di una difesa tecnica e concluso chiedendo l’assoluzione dei quattro militari alla sbarra per insufficienza di indizi e prove. Arrivando a ipotizzare piste alternative e immaginarie, come quella di gruppi terroristici contrari al regime egiziano: l’imputato ombra di un processo inimmaginabile dieci anni fa, ma che lunedì giunge al capolinea. Massa Carrara. Garante dei detenuti, in Provincia la revisione del vecchio regolamento di Daniele Rosi La Nazione, 28 settembre 2026 Oggi in consiglio l’aggiornamento della normativa di riferimento per poi procedere alla nomina. La maggioranza replica alle polemiche. Il carcere di Massa sarà dotato del Garante dei detenuti. Una figura che manca da 14 anni e che per essere nominata ha bisogno di un regolamento di riferimento aggiornato Provincia: dopo 14 anni arriva il Garante dei detenuti. Oggi il voto in consiglio provinciale sulla mozione unitaria, mentre la maggioranza replica alle polemiche: “Senza la preventiva revisione della Regolamento, l’atto sarebbe stato viziato da un’anomalia procedurale. Niente scorciatoie: prima la legge, poi le nomine”. La proposta originaria presentata dai gruppi di minoranza prevedeva l’approvazione di un atto di indirizzo contenente il mandato per l’immediata emanazione dell’avviso esplorativo per la selezione del Garante. Tale impianto presentava un’evidente anomalia procedurale: l’avvio di una procedura pubblica non può prescindere dalla preventiva e necessaria revisione del regolamento provinciale di riferimento. “Un passaggio che, dal punto di vista del diritto amministrativo - dichiarano i gruppi della maggioranza - avrebbe esposto l’ente ad un vizio di legittimità procedurale. L’avviso pubblico si sarebbe basato su un regolamento provinciale risalente al 2012 e mai applicato: una disciplina datata, vecchia di 14 anni e del tutto superata, non essendo mai stata adeguata ai mutamenti normativi dell’ultimo decennio, dalla Riforma Delrio alle successive evoluzioni”. L’approccio della maggioranza è stato guidato dal rispetto della trasparenza e della regolarità amministrativa: istituire una figura di garanzia senza aver prima aggiornato le regole del gioco e il quadro normativo avrebbe esposto l’intero impianto a difetti di legittimità procedurale. “Dispiace constatare come la nostra apertura sia stata materia di strumentalizzazione politica - dichiara il vicepresidente Sergio Bordigoni - con il precedente consiglio che è stato sospeso proprio per consentire a tutti di convergere verso la correttezza formale. Invece di cogliere il valore di un testo unitario, si preferisce la corsa alla primogenitura”. Sulla stessa linea il consigliere Alberto Tarabella: “Se avessimo voluto procedere a muro contro muro, avremmo portato in aula entrambe le mozioni. Quella dell’opposizione sarebbe stata bocciata per vizi procedurali, facendo perdere ulteriore tempo. Abbiamo scelto la strada della responsabilità per arrivare in maniera corretta alla sostanza e dar gambe ad un regolamento mai applicato in 14 anni. È paradossale osservare oggi frette da parte di chi, per oltre un decennio, non ha mai sollevato il tema. Il nuovo regolamento è pronto e verrà discusso dopo l’approvazione dell’atto di indirizzo”. Domani l’aula voterà l’atto di indirizzo unitario, che formalizza la necessità della preventiva modifica regolamentare. Subito dopo, il testo già pronto, verrà portato in consiglio per l’approvazione, aprendo la strada all’avviso pubblico e alla nomina del garante in conformità con le leggi. Torino. Cpr, la visita degli avvocati finisce alle recinzioni: “Non ci hanno fatto entrare” di Marta Mastrocinque torinocronaca.it, 28 settembre 2026 La delegazione della Camera penale “Vittorio Chiusano” del Piemonte Occidentale e Valle d’Aosta denuncia una limitazione all’accesso durante la visita al Cpr di Torino. Gli avvocati Roberto Capra, Emilia Rossi, Matteo Ferrione, Elisa Costanzo e Benedetta Perego, componenti della Commissione Carcere e Sorveglianza, hanno potuto accedere soltanto agli spazi esterni ai moduli abitativi, senza entrare nelle aree in cui le persone trattenute trascorrono la giornata. Secondo quanto riferito dai penalisti, la Prefettura di Torino avrebbe autorizzato la visita esclusivamente agli “spazi comuni”, sulla base di una direttiva del Ministero dell’Interno. L’interpretazione adottata avrebbe però escluso gli ambienti interni ai moduli: la delegazione ha potuto transitare lungo le recinzioni perimetrali, ma non accedere, per esempio, alla mensa o ai cortili compresi tra le recinzioni e gli edifici. La Camera penale definisce il limite inedito rispetto alle visite effettuate negli ultimi vent’anni. Il riferimento è anche al sopralluogo del 19 luglio 2025, quando gli avvocati avevano potuto visitare gli spazi di trattenimento e raccogliere elementi sulle condizioni della struttura. Il Cpr di corso Brunelleschi, riaperto il 24 marzo 2025 dopo circa due anni di chiusura, disponeva all’epoca di una capienza autorizzata di 70 posti, mentre erano presenti 60 persone. La relazione successiva alla visita aveva registrato alcuni miglioramenti, tra cui il rafforzamento del servizio psicologico, una nuova stanza sanitaria, una piccola biblioteca e una maggiore presenza dei difensori. Erano però emerse anche criticità relative a acqua calda, igiene, materassi, pulizia degli spazi comuni e attività disponibili. Secondo i penalisti, la nuova modalità di accesso impedisce di verificare direttamente proprio quelle condizioni materiali. “Non poter entrare negli ambienti in cui svolge la vita in comune delle persone trattenute”, sostengono, significa limitare il controllo sulle condizioni del trattenimento. La Commissione ha annunciato che chiederà chiarimenti al Dipartimento competente del Ministero dell’Interno, per conoscere la direttiva richiamata dalla Prefettura e i limiti previsti per le visite. Al centro della contestazione c’è quindi anche la definizione di “spazio comune” all’interno di un Cpr e, più in generale, le modalità con cui gli organismi esterni possono esercitare le proprie funzioni di vigilanza. Pisa. Un cortile rinnovato per il carcere don Bosco quinewspisa.it, 28 settembre 2026 L’Ordine degli architetti di Pisa si propone per ripensare lo spazio interno all’istituto, con l’obiettivo di dargli una nuova funzione. Ripensare il cortile interno del carcere “don Bosco” per riqualificare non solo uno spazio fisico, ma anche le relazioni familiari, soprattutto i più piccoli e anche gli animali domestici. È questo l’obiettivo del progetto “Il giardino dell’incontro”, pensato su impulso della Camera Penale di Pisa e della sua presidente, l’avvocata Serena Caputo, ed elaborato dal Consiglio dell’Ordine degli architetti di Pisa e dal suo presidente Leonardo Germani, con l’obiettivo appunto di ripensare radicalmente questo luogo. “Pensare un progetto architettonico all’interno di un istituto penitenziario non significa soltanto riqualificare uno spazio fisico, ma ripensare il tempo e la qualità delle relazioni umane - ha spiegato Germani - questo spazio non è stato pensato come un semplice abbellimento estetico, ma come uno strumento di sostenibilità sociale. Auspichiamo che possa davvero diventare un’isola dove, anche per la durata di un breve incontro, il carcere smetta di essere solo un luogo di reclusione e diventi un luogo di semina per il futuro”. Per garantire un’immediata fattibilità, la massima sicurezza logistica e un uso oculato delle risorse, la realizzazione dell’opera si articolerà in tre fasi. Con la prima si punta a risolvere la criticità dell’attuale pavimentazione in cemento che, generando un forte effetto “isola di calore”, rende il cortile poco fruibile nei mesi estivi. È prevista infatti la posa di una pavimentazione flottante in doghe di legno di recupero, sulle quali verranno dipinti giochi a terra affinché i più piccoli possano trovare un ambiente accogliente e familiare. Nella seconda fase, il cortile diventerà un vero e proprio herbarium grazie all’integrazione con il laboratorio di orticoltura sociale già attivo all’interno dell’istituto penitenziario. Verranno installate vasche dedicate agli “orti in cassetta”, affidate alla cura diretta dei detenuti. Quindi, nella fase finale ci sarà l’ampliamento delle vasche di coltivazione e la piantumazione di alberi di agrumi, che garantiscono un’ombreggiatura naturale. All’iniziativa hanno già aderito il Rotary Club di Pisa Galilei sotto la presidenza dell’annata 2025/2026 della dottoressa Cornelia Laino Mori, del Lions Club Pisa Host sotto la presidenza dell’annata 2025/2026 dell’avvocato Marzio Piselli e dell’azienda Sto, con sede italiana in Empoli. “Trasformare uno spazio intercluso in un’oasi di incontro e dignità, capace di ridefinire il tempo e la qualità delle relazioni umane all’interno delle mura carcerarie è indubbiamente il cuore di questo progetto - ha concluso Germani - in tal senso è assolutamente gradita e importante la partecipazione di altri soggetti a sostegno delle spese, già preventivate, e dell’implementazione dell’intervento che verrà realizzato nei prossimi mesi” Roma. “Restart”, maratona di letture e performance per accompagnare la rinascita delle ex detenute caritasroma.it, 28 settembre 2026 Lunedì 19 ottobre, dalle 18.30 alle 21.30, il Teatro Porta Portese ospita “Restart - Ripartire”, la maratona promossa dall’Opera Ronconi-Pennesi, in collaborazione con la Caritas diocesana di Roma attraverso il Servizio per la Pastorale Carceraria. Una serata di letture, musica e testimonianze per sostenere i percorsi di reinserimento e autonomia delle donne che hanno vissuto l’esperienza della detenzione. L’ingresso è gratuito. Ripartire dopo il carcere significa ricostruire relazioni, ritrovare fiducia e creare le condizioni per una reale autonomia. È da questo impegno che nasce “Restart - Ripartire”, l’iniziativa promossa dall’Opera Ronconi-Pennesi, in collaborazione con la Caritas diocesana di Roma attraverso il Servizio per la Pastorale Carceraria, in programma lunedì 19 ottobre 2026, dalle 18.30 alle 21.30, al Teatro Porta Portese, in via Portuense 102. Una vera e propria maratona di letture, musica e testimonianze, pensata per sensibilizzare sul reinserimento delle donne provenienti da esperienze di detenzione e raccogliere risorse per accompagnarle concretamente nel percorso verso una nuova autonomia. Ripartire dopo il carcere - L’Opera Ronconi-Pennesi, ente ecclesiastico civilmente riconosciuto della Diocesi di Roma, accoglie donne in misura alternativa al carcere o che hanno già scontato la pena, sostenendole in un percorso di rinascita personale. Un impegno basato prevalentemente sul volontariato, che punta ad accompagnare le donne verso una progressiva autonomia, anche lavorativa. Il progetto “Restart - Ripartire” nasce proprio per dare forza a questi percorsi, attraverso iniziative di sensibilizzazione e di raccolta di risorse capaci di coinvolgere artisti, scrittori, giornalisti, operatori e persone del mondo della cultura. Le voci della maratona - Numerose le adesioni alla serata. Tra gli artisti, scrittori e protagonisti del mondo della cultura che hanno dato la propria disponibilità figurano Marisa Laurito, Moni Ovadia, Rocco Papaleo, Peppe Servillo, Kento, Roberto Monteforte, Giulia Merenda, Maria Grazia Calandrone, Igiaba Scego, Mario Martone e Leonardo Di Costanzo. Particolare spazio sarà dato alle parole delle donne detenute: alcuni loro testi saranno affidati alle voci di attrici tra cui Elisabetta Pozzi, Cristina Donadio, Daniela Poggi, Maddalena Crippa, Consuelo Ciatti, Tiziana Bagatella, Valentina Lodovini e Lucianna De Falco. Musica, cinema e testimonianze - Nel corso della serata, condotta dalla giornalista Federica Manzitti e dalla scrittrice Maria Grazia Calandrone, letture e testimonianze si alterneranno alla musica, con la partecipazione, tra gli altri, di Rocco De Rosa, Maria Pia De Vito, Stefano Saletti e Andrea Satta. La maratona sarà introdotta da un breve filmato dedicato all’Opera Ronconi-Pennesi, realizzato per l’occasione dal regista Fabrizio Bancale, e da un video-saluto di Armando Punzo, fondatore della Compagnia della Fortezza, protagonista da oltre trent’anni di una delle più significative esperienze italiane di teatro in carcere. In apertura sono previsti gli interventi di Erica Battaglia, presidente della Commissione VI Cultura di Roma Capitale, e di Elio Tomassetti, presidente del Municipio XII. Un’occasione per sostenere nuovi inizi - “Restart - Ripartire” vuole portare all’attenzione della città le difficoltà che non terminano con la fine della detenzione. Ritrovare un lavoro, un luogo in cui vivere, relazioni e fiducia può rappresentare una parte decisiva del percorso per ricominciare. In questo cammino si inserisce anche la collaborazione della Caritas diocesana di Roma, attraverso il Servizio per la Pastorale Carceraria, accanto all’Opera Ronconi-Pennesi nell’attenzione e nell’accompagnamento delle persone che vivono o hanno vissuto l’esperienza del carcere. L’evento è patrocinato dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e sostenuto dalla Commissione Cultura, Politiche Giovanili e Lavoro. Roma. Musica oltre le sbarre: il concerto dei detenuti a Rebibbia di Vincenzo Schirripa newsistruzione.it, 28 settembre 2026 La musica come ponte, capace di abbattere, almeno per qualche ora, le mura di un istituto penitenziario. Si è concluso nella giornata di ieri, domenica 27 settembre 2026, il percorso formativo e artistico che ha visto un docente di musica di un istituto superiore romano impegnato all’interno della sezione giovanile del carcere di Rebibbia. Il progetto, durato sei mesi, è culminato in un concerto finale che ha rappresentato il punto di arrivo di un intenso lavoro di collaborazione. Sul palco, o meglio, nello spazio dedicato all’esibizione all’interno della struttura, si sono esibiti insieme studenti e giovani detenuti, in una performance corale che ha saputo unire mondi spesso percepiti come distanti. L’iniziativa, realizzata nell’ambito del protocollo d’intesa siglato tra il Ministero dell’Istruzione e del Merito e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria per il potenziamento dell’offerta formativa negli istituti di pena, ha offerto ai partecipanti non solo l’opportunità di confrontarsi con lo studio di uno strumento o della teoria musicale, ma ha rappresentato un vero e proprio esercizio di cittadinanza attiva e inclusione. La musica, in questo contesto, è diventata uno strumento pedagogico fondamentale, capace di favorire il dialogo e la riflessione in un ambiente complesso come quello carcerario. L’attività è stata coordinata e monitorata dall’Ufficio Scolastico Regionale per il Lazio, che gestisce le sezioni carcerarie attraverso specifici piani di offerta formativa, garantendo il diritto allo studio anche in contesti di restrizione della libertà personale. L’esibizione ha commosso il personale penitenziario e i docenti presenti, testimoni di un momento in cui le differenze di vissuto sono state temporaneamente sospese in favore dell’armonia. Il concerto ha messo in luce il valore della scuola “fuori dalle aule”, capace di raggiungere luoghi dove l’istruzione e la cultura possono agire come leve di riscatto e crescita personale. Per molti dei ragazzi coinvolti, sia gli studenti che i detenuti, questa esperienza ha segnato una tappa significativa nel percorso di crescita umana. Il lavoro svolto dal docente, in stretto coordinamento con gli educatori della struttura, dimostra come la scuola possa essere un volano di cambiamento sociale anche in contesti di detenzione, offrendo ai giovani strumenti espressivi che vanno oltre il semplice nozionismo scolastico. L’evento non è che l’ultimo atto di un impegno che vede la scuola romana sempre più attenta a progetti di inclusione territoriale. Il successo dell’iniziativa conferma l’importanza di investire in percorsi educativi che sappiano intercettare i bisogni di chi vive situazioni di marginalità, trasformando l’istruzione in un’opportunità concreta di confronto e apertura verso il futuro. Monza. In carcere la musica diventa una seconda possibilità di Filippo Rizzardi Famiglia Cristiana, 28 settembre 2026 A Monza i detenuti partecipano a laboratori musicali con Orangle Records. I MotelNoire portano in carcere canzoni e storie per mostrare che cambiare strada è possibile. Per alcuni dei detenuti della Casa circondariale di Monza, la mattinata di mercoledì 23 settembre è stata l’occasione per uscire dalla routine logorante della quotidianità grazie a un’arte che riesce a scavalcare qualsiasi barriera: la musica. A far loro visita sono stati i MotelNoire, storica band milanese che fin dagli albori della carriera ha cercato di dare voce alle problematiche delle periferie della città meneghina. I detenuti hanno da tempo la possibilità di partecipare a laboratori di musica, grazie all’impegno dell’etichetta Orangle Records, che mette a disposizione all’interno del carcere tutti gli strumenti necessari per produrre canzoni. I primi risultati del progetto “Free For Music” sono concreti: i pensieri diventano testi e le melodie canticchiate in testa si trasformano in musica reale, come nell’EP Free For Music Vol. 1, pubblicato lo scorso marzo. I brani si ascoltano facilmente su tutte le piattaforme digitali, ad esempio su Spotify, cercando il nome del progetto, che concretamente sta provando a dare una svolta alla vita di questi ragazzi, offrendo loro una possibilità. Come raccontano Tiffany, giovane educatrice presente all’interno del carcere, e Kaiki, che cura il lato più tecnico della produzione, i ragazzi vengono seguiti per tutto il percorso: c’è chi compone, chi canta, chi scrive. Anche dopo aver lasciato la struttura, chi vuole proseguire su questa strada non si ritrova mai solo: chi lavora al progetto sa perfettamente che la vita fuori può presentare parecchie difficoltà, e continua quindi a sostenere gli ex detenuti anche dopo la fine della pena. Lo dimostra il caso di un ex partecipante che, una volta uscito, continua a lavorare con l’etichetta in studio, come ha raccontato in passato il fondatore di Orangle, Christian Cambareri. Il carcere che uccide: 106 suicidi in un anno e mezzo, 64mila detenuti, zero futuro - Ciò che si augurano i MotelNoire, dopo aver regalato ai detenuti una mattina di svago, musica e riflessioni, è che anche chi non si era mai interessato più di tanto a questa opportunità la riconsideri. Perché, come hanno spiegato, la musica oltre che una passione può essere un deterrente e può salvarti in un momento in cui non riesci a vedere la luce, offrendoti un’alternativa. La band ha suonato gran parte dei brani del suo ultimo progetto, Malamilano, un album in cui si ritrovano le sensazioni di chi ha vissuto una vita in cui il confine tra legalità e illegalità si fa sottilissimo. Un confine che Tino Stefanini, figura di spicco di quella che fu la malavita milanese, ha attraversato in prima persona: ad accompagnare la band c’era proprio lui, e i suoi pensieri e racconti sono stati messi in musica nella canzone che dà il nome all’album. Durante il suo intervento Stefanini ha riflettuto sugli errori commessi nella propria vita, passata per gran tempo proprio in cella, invitando i detenuti a riflettere sul dolore causato con le loro azioni, anche alle persone vicine, e a non cadere nella trappola dei soldi “facili”, che da sempre può abbindolare chi vive in situazioni di difficoltà. Una mattina non cambia una vita. Ma una canzone, a volte, può indicare un’alternativa: basta che qualcuno, nel momento in cui non riesce a vedere la luce, scelga di ascoltarla. Benevento. “Social Film Festival ArTelesia”, il cinema entra in carcere e abbatte le barriere Ristretti Orizzonti, 28 settembre 2026 Dal 7 all’11 ottobre a Benevento la XVIII edizione del Social Film Festival ArTelesia. Cinema e audiovisivo come strumenti di inclusione, partecipazione e confronto: dal progetto Cortincarcere alle opere realizzate con persone con disabilità, fino agli studenti chiamati a diventare giurati. Portare il cinema dove può diventare strumento di partecipazione, confronto e inclusione. Dentro una scuola, in un carcere, accanto alle persone con disabilità. E soprattutto trasformare chi normalmente è considerato soltanto spettatore in parte attiva del processo culturale. È questa una delle anime della XVIII edizione del Benevento Social Film Festival ArTelesia, in programma dal 7 all’11 ottobre 2026, che torna a utilizzare il linguaggio cinematografico per affrontare questioni sociali e creare occasioni concrete di incontro tra persone ed esperienze differenti. Il tema scelto per il 2026 è “Eroi”, ma gli eroi raccontati dal Festival non sono necessariamente quelli della narrazione tradizionale: sono anche persone che affrontano quotidianamente barriere, marginalità, fragilità e stereotipi e che, attraverso il cinema, possono trovare uno spazio di espressione e rappresentazione. Il cinema entra nella Casa Circondariale di Benevento. Tra i progetti che meglio raccontano questa vocazione c’è Cortincarcere, percorso che porta il cinema all’interno della Casa Circondariale di Benevento. Venerdì 9 ottobre, alle ore 14, sarà proiettato nel carcere il lungometraggio “Macbeth - Black Heart” di Paola Beatrice Ortolani. Non una semplice proiezione: la regista incontrerà direttamente i detenuti, creando un momento di confronto sull’opera e sui temi affrontati dal film. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con la Camera Penale di Benevento nell’ambito del progetto Cortincarcere. Portare un film all’interno di un istituto penitenziario significa in questo caso riconoscere alla cultura una funzione che supera l’intrattenimento: il cinema diventa occasione di relazione, riflessione e accesso alla vita culturale anche in un luogo di restrizione della libertà. Disabilità: da destinatari a protagonisti del racconto. L’inclusione delle persone con disabilità rappresenta un altro asse centrale del Festival. Nel pomeriggio del 9 ottobre il Teatro Comunale Vittorio Emmanuele ospiterà infatti l’anteprima del cortometraggio “Iva inclusa”, diretto da Marianna Sartore e prodotto dall’Associazione culturale Libero Teatro in collaborazione con l’Associazione Italiana Persone Down. Nella stessa sezione sarà presentato anche “Confianza”, docuspot diretto da Pierluigi Porta e prodotto da Teatro Para Todos e Associazione Culturale Libero Teatro nell’ambito di Open Stage Inclusion - Erasmus+ Agenzia Italiana per la Gioventù. Due esperienze che spostano l’attenzione dal semplice “raccontare la disabilità” alla possibilità di costruire percorsi culturali nei quali inclusione e partecipazione entrano direttamente nei processi creativi. Studenti non spettatori, ma giurati C’è poi un altro elemento che caratterizza da anni ArTelesia: il rapporto con le nuove generazioni. Con Back to School, ragazze e ragazzi delle scuole e delle università non vengono invitati semplicemente ad assistere alle proiezioni. Diventano giurati. Sono chiamati a vedere i cortometraggi finalisti, confrontarsi con le opere e partecipare al processo di valutazione. Il 7 ottobre saranno coinvolti gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado e delle università, che al termine delle proiezioni incontreranno Andrea Pisani. L’8 ottobre toccherà agli alunni della scuola primaria e secondaria di primo grado, mentre il 9 ottobre gli studenti delle superiori e delle università incontreranno Stefano Fresi. Un modo per lavorare sull’educazione all’immagine, ma anche per riconoscere ai più giovani un ruolo attivo nella costruzione di uno sguardo critico sulla realtà. Il cinema sociale come spazio di confronto. ArTelesia nasce proprio attorno a questa idea: utilizzare l’audiovisivo per dare spazio a storie, persone e questioni che spesso faticano a trovare rappresentazione. La XVIII edizione mette in relazione cinema, scuola, carcere, disabilità, inclusione culturale e formazione, facendo dialogare opere italiane e internazionali con pubblici molto differenti. Anche l’anteprima mondiale di “A Million Yard Stare” di Ravi Gautam, in programma l’8 ottobre al Teatro Comunale di Benevento, sarà seguita da un incontro con il regista e con membri della comunità ucraina. Il film diventa così il punto di partenza per aprire un confronto che esce dallo schermo e coinvolge direttamente chi porta con sé esperienze legate alle questioni affrontate dall’opera. Cultura accessibile significa cultura partecipata. Il Festival proseguirà fino all’11 ottobre con proiezioni, incontri, masterclass e appuntamenti diffusi. Accanto agli eventi cinematografici saranno presenti personalità del cinema e dello spettacolo come Andrea Pisani, Stefano Fresi, Alessandro Preziosi, Carolina Rey e Antonio Catania, ma il cuore sociale di ArTelesia rimane nella relazione tra il cinema e le persone. La manifestazione si concluderà domenica 11 ottobre con il concerto del Laboratorio musicale didattico e inclusivo della cooperativa sociale iCare di Cerreto Sannita, diretto dal Maestro Marco Rosiello. Dalla scuola al carcere, dalla disabilità alle nuove generazioni, la XVIII edizione prova così a ribadire un principio semplice: la cultura diventa realmente inclusiva quando le persone non sono soltanto il pubblico a cui ci si rivolge, ma possono prendere parte all’esperienza, al racconto e alla sua costruzione. Info e prenotazione tickets: https://www.socialfilmfestivalartelesia.it L’ex bandito Annino Mele si racconta: i rapimenti, la latitanza, i 30 anni di carcere, i libri e la libertà ritrovata di Massimo Sechi La Nuova Sardegna, 28 settembre 2026 “A 4 anni vidi mio padre in manette. Le scelte che feci dopo furono obbligate”. “Non penso che le scelte del mio passato siano state giuste, ma io le ho vissute come obbligate. Oggi la mia vita è un’altra: ho 75 anni, faccio il pensionato, curo un orticello e aiuto qualche amico con il bestiame per non restare fermo”. Annino Mele, mamoiadino, ex primula rossa dell’anonima sarda, ha affidato alla scrittura il racconto della sua vita: i rapimenti, la latitanza, la cattura, gli oltre 30 anni di carcere, la maggior parte dei quali in isolamento, i libri e poi la libertà condizionata nel 2018. L’ultimo suo libro è “Il bandito e il santo. Contos de vivos e de mortos”, scritto insieme a giornalista austriaco Karl-Peter Schwarz che sarà presentato domani, 29 settembre, alle 18.30 alla Biblioteca di Santa Maria di Betlem, a Sassari, nell’ambito del Festival culturale e letterario City&City Off. Il bandito del titolo del libro è lei, chi è il santo? “È uno dei santi Cosma e Damiano del santuario di Mamoiada (nel settembre del 1955, tre uomini appena usciti dal santuario furono uccisi per errore e del fatto furono accusati il padre di Annino Mele, suo zio e suo cugino ndr). Quel luogo per me è importante perché lì, in qualche modo, è partito tutto. Avevo quattro anni e mezzo quando assistetti all’arresto di mio padre per la strage di San Cosimo. Poi furono tutti assolti, ma quella vicenda mi rimase dentro. In paese c’era chi mi indicava come il figlio dell’assassino. Vedevo mia madre piangere quando tornava a casa dopo le visite a mio padre. Tutto questo è cresciuto insieme a me, il rancore, il senso di un’ingiustizia a cui ribellarsi”. Per questo considera inevitabili le scelte successive? “Non dico che fossero giuste. Per me, allora, furono obbligate. Le vivevo come la prosecuzione naturale di quello che era accaduto. Anche la latitanza diventò una conseguenza. La prima, per la rapina al furgone postale, nacque da una vicenda nella quale pensavo mi stessero facendo una trappola. Dopo un anno, fui assolto. Per San Cosimo andò ancora peggio: accuse completamente false che hanno messo sottosopra un paese, con gente intimorita, imprigionata e famiglie distrutte. Per quelle ingiustizie gravi non ha pagato mai nessuno”. Come si vive da latitante? “È una vita dura. Giorni e notti in campagna, il freddo, il caldo, le intemperie e il pericolo delle battute. Conoscere la campagna aiuta a nascondersi e ripararsi, ma resta durissima. E una latitanza va sostenuta: costa tutto, costa anche la vita. Il giorno dell’arresto avevo la febbre e sete, scesi per bere e fu un’imprudenza. C’era nebbia, poi si alzò. Vedevo una camionetta, ma ne avevo un’altra alle spalle. Mi circondarono. Mi trovai due carabinieri davanti con le armi puntate e non ebbi alcuna reazione”. Poi oltre trent’anni di carcere, quasi tutti in isolamento... “La latitanza e il carcere sono due sofferenze diverse. Fuori l’attenzione è sulle tracce, su una frasca rotta, su un sentiero con orme strane. Dentro serve una corazza che protegga il fisico e la mente: non quella della rassegnazione, ma del sacrificio e della durezza. Sapevo che sarebbe stata lunga. È stato lì che, lentamente, ho iniziato a studiare le leggi, ad aiutare gli altri detenuti nelle istanze e a scrivere. La scrittura mi è servita per incamminarmi con me stesso e rivivere le diverse fasi della mia vita”. Lei è sempre stato molto critico sul carcere e sulla giustizia riparativa. “Oggi il carcere non ha niente da riparare. È sbagliato guardare alla prigione come se fosse il baluardo della salvezza. Il carcere non ripara, non rieduca, non crea coscienza. Io ho avuto molti problemi perché il sistema lo combattevo anche con la penna: censura, perquisizioni, isolamento, rapporti difficili con le guardie. Ma non mi reputo una persona innocente. Dico che servirebbe una giustizia più attenta”. In uno dei suoi libri ha parlato della giustizia dei “probi homines”, quello è un tipo di giusti? “Sì. Erano persone sagge del paese che si prendevano carico di ciò che era successo e ne discutevano fino ad arrivare a una soluzione. Oggi si potrebbe recuperare quella saggezza con un sociologo, un giudice, un avvocato: una sorta di filtro prima della carcerazione. La giustizia dovrebbe riuscire a valutare meglio i fatti prima che tutto si trasformi in un arresto”. Come ha vissuto il ritorno alla libertà? “Quando uscii fui catapultato a Milano e non capivo quasi nulla. Ero come un bambino che inizia a camminare. Dopo tanti anni dentro, ritrovarmi tra macchine, rumori e gente che camminava parlando con gli auricolari era qualcosa che non riuscivo a capire, mi sembrava di esser circondato da gente matta che parlava da sola. Poi ho fatto un anno di volontariato in una comunità per tossicodipendenti e alcolisti in provincia di Lecco. Tornato in Sardegna, ho scelto la provincia di Cagliari e ho lavorato in campagna in cambio di ospitalità per altri quattro anni”. A Mamoiada ritorna spesso? “Non è il luogo dove vivo ma ogni tanto ritorno. È cambiata molto. Mi piace quello che hanno fatto i giovani: vigne, cantine, valorizzazione dei prodotti e attività culturali. Il paese ha fatto un bel passo avanti. Anche il banditismo di una volta è finito: le campagne sono abbandonate, sono cambiati i tempi e i tipi di reato. Quel bandito non tornerà più. Oggi c’è la droga, che coinvolge intere generazioni. Il rapimento era gestito da piccoli gruppi, la droga ha un coinvolgimento totale, da organizzazioni”. Come nasce “Il bandito e il santo”? “Da un colloquio con Karl-Peter Schwarz, che conobbi nel 1990-91 a Nuoro. Mi spedì una macchina da scrivere in carcere a Badu ‘e Carros e da lì iniziai a scrivere. Anni dopo ci siamo ritrovati grazie ad una trasmissione Rai e abbiamo deciso di scrivere insieme questo libro. Si parla della strage di San Cosimo e di tanti altri fatti: si raccontano i vivi e vengono ricordati i morti. Nella versione italiana ho aggiunto una poesia di 91 ottave in sardo, tradotta in italiano, scritta da mio cugino Giovanni Serritu mentre era in carcere per la strage. Ci sono cose che vengono dimenticate o non si sanno: era il momento di riportarle in vita e di farle conoscere”. La violenza in Rete e l’urgenza di agire di Giusi Fasano Corriere della Sera, 28 settembre 2026 Bisogna iniziare a fare qualcosa per tutelare i nostri figli. Per cominciare, sarebbe necessaria “una campagna nazionale - una chat o un profilo dedicati - per parlare a chi è finito in una di queste trappole, ha paura di uscirne o pensa di essere indagato. È urgente”. Cos’altro deve accadere per agire, finalmente, sul tema della violenza in Rete? Aspettiamo che il prossimo ragazzino riesca a uccidere la sua prof in diretta su qualche oscuro gruppo online? Dovrebbe essere chiaro a tutti, si spera, che non è più tempo di rimanere immobili alla finestra a guardare adolescenti che si fanno (e fanno) del male dopo essere finiti preda di adescatori, manipolatori e ricattatori del Web. Chat deliranti, piattaforme che nemmeno fingono di imporre il benché minimo controllo, gruppi (quasi sempre internazionali) che definire criminali è un eufemismo. È come se un ragazzino/a camminasse da solo di notte lungo una strada buia e piena di pericoli di ogni genere. Se fosse vostro figlio lo lascereste andare? Il più delle volte lui (o lei che sia) è vulnerabile, con fragilità psicologiche e con una compagna di vita ingombrante: la solitudine. Spesso si comincia dai videogiochi: da questa parte c’è quel ragazzino/a che ha imboccato la strada buia; dall’altra c’è qualcuno che si finge coetaneo, gioca, offre amicizia, chiede informazioni, guadagna confidenze e fiducia. Fino a chiedere più intimità su altri canali, diversi dal videogioco. Basta accettare e si entra in un mondo di sabbie mobili. Ogni scroll si affonda un po’ di più verso la dipendenza, a volte ottenuta con i ricatti, altre volte con la manipolazione. Parliamo di richieste di video a sfondo sessuale, di atti di autolesionismo; di filmati violentissimi, di radicalizzazione per aspiranti assassini, di contenuti suprematisti, nazisti, di manuali per costruire armi, di consigli per il suicidio, di stragisti celebrati come eroi… Parliamo di telefonino inondato di immagini pedopornografiche e “se non fai quello che ti chiedo mando tutto alla tua famiglia o alla polizia”. Trappole per ragazzetti/e che si isolano sempre più nelle loro stanze a chattare o a preparare azioni violente da esibire in diretta, com’è successo con i due tredicenni che hanno accoltellato le loro professoresse. Ha ragione Serena Mazzini, scrittrice nonché una delle più grandi esperte, in Italia, di mass media e linguaggi dei nuovi media. Alla nostra Francesca Angeleri spiegava che davanti a tutto ciò, per cominciare, sarebbe necessaria “una campagna nazionale - una chat o un profilo dedicati - per parlare a chi è finito in una di queste trappole, ha paura di uscirne o pensa di essere indagato. È urgente”, diceva. Molto urgente, aggiungiamo noi. Migranti. Il vescovo di Massa dice no ai Cpr: “Sono luoghi contro la dignità della persona” di Giuseppe Muolo Avvenire, 28 settembre 2026 Monsignor Mario Vaccari si unisce alle proteste del territorio: “Nei centri si crea una sacca di persone che non hanno possibilità di inserirsi”. Il decreto scuola? “Scelte ideologiche in vista delle elezioni”. Non si sono spente le luci (e le polemiche) sul nuovo Centro di permanenza per il rimpatrio che il Governo vorrebbe costruire a Pallerone, nel comune di Aulla, in Lunigiana. Dopo lo scontro tra il governatore toscano Eugenio Giani (fortemente contrario) e il responsabile dell’organizzazione di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli - che un mese fa aveva annunciato: “Faremo i Cpr pure dove le Regioni non vogliono” - anche il presule del territorio, il vescovo di Massa Carrara-Pontremoli, Mario Vaccari, dice no al progetto. E accende i riflettori sulle condizioni umanitarie di questi luoghi, “dove la dignità delle persone non viene rispettata per niente”. Una posizione che arriva proprio nelle stesse ore in cui è iniziato un presidio permanente di cittadini e associazioni davanti all’area indicata, con l’obiettivo di mantenere alta l’attenzione sul piano dell’esecutivo e sulle sue possibili ricadute. Eccellenza, di che territorio si tratta? Pallerone è un piccolo paese al confine con i monti della Lunigiana. Ma ha una certa rilevanza perché si trova in fondo a una vallata. È un’ex zona commerciale. Ci sono dei negozi, dei supermercati. È un’area abitata e viva anche dal punto di vista ecclesiale. La comunità cristiana è una delle più vitali. Come sostiene il sindaco Valettini, non è adatta all’installazione di un Cpr. E secondo lei? Oltre all’aspetto territoriale, come Chiesa siamo contrari a prescindere dal luogo. È una posizione che condivido con l’Ufficio Migrantes, con la Pastorale sociale del lavoro e con la Caritas diocesana. Siamo di fronte a una detenzione amministrativa, che quindi spesso riguarda persone che non hanno commesso alcun reato. Una realtà più dura del carcere, perché priva di molte tutele. Il Governo la associa però alla sicurezza nazionale... Non mi sembra così efficace, viste le basse percentuali di rimpatrio effettivo dei trattenuti (solo il 41,8% degli ospiti transitati nei Cpr italiani è stato rimpatriato dal 2014 al 2024, secondo i dati del Tavolo Asilo e immigrazione, ndr). È una misura che non aiuta a governare le migrazioni, ma crea una “sacca” di persone che non hanno la possibilità di reinserirsi e integrarsi, finendo poi in pasto alla delinquenza. La contrarietà ai Cpr l’aveva già espressa lo scorso febbraio insieme all’arcivescovo di Firenze, Gherardo Gambelli, durante la presentazione del Rapporto immigrazione... L’ho risentito recentemente proprio su questi argomenti. E concordiamo su tutto. Ma anche gli altri vescovi toscani sono d’accordo. Sono della stessa idea i presuli di diocesi dove i Cpr sono già attivi, ma anche quelli di territori individuati per costruirne di nuovi, come i vescovi campani, che si sono schierati contro il progetto a Castel Volturno... L’aspetto dirimente è la dignità della persona, che non viene rispettata per niente. Come ha raccontato per esempio il vescovo di Civitavecchia-Tarquinia e di Porto-Santa Rufina, Gianrico Ruzza, nel Cpr di Ponte Galeria “non c’è una condizione di vivibilità, le celle sono gabbie…”. Mi sembra che si vada in quelle zone d’ombra del nostro Stato in cui non sono più rispettati i diritti delle persone e si cerchi di silenziare tutte le evidenze e non renderle pubbliche. Negli ultimi giorni, la Procura di Ravenna sta indagando su una presunta rete di sanitari che avrebbe messo in atto iniziative per contrastare il trasferimento di migranti irregolari nei Cpr, attraverso falsi certificati di non idoneità... I giudici faranno luce sulla vicenda, come è giusto che sia. Tuttavia, penso che abbiano agito in buona fede, ragionando da medici e attenendosi al loro codice deontologico per salvaguardare la salute della persona, e non in maniera ideologica o politica. Proprio perché la detenzione è dura, oppressiva e senza sfogo. E non può essere sopportata da chi per esempio ha problemi psichiatrici. Nella sua diocesi che strade alternative, di accoglienza, state portando avanti? Ci sono dei Centri di Accoglienza Straordinaria (Cas) di varie cooperative, tra cui molte di ispirazione cristiana. Il nostro ufficio Migrantes lavora bene. Abbiamo un buon osservatorio e delle buone pratiche. Ma c’è molto da fare. In alcuni territori come Villafranca in Lunigiana, c’è una grandissima concentrazione di migranti che piano piano dobbiamo aiutare a integrarsi attraverso negozi, piccole imprese. In Italia però si sente parlare di “remigrazione”. Per Leone XIV non è “una risposta cristiana”... Sono contrario assolutamente. La considero una chiusura a un mondo che sta cambiando e non vuole raccogliere questo segno dei tempi che sono le immigrazioni. Attraverso le quali il Signore forse ci sta dicendo che le nostre società sono troppo chiuse, troppo ricche. Ricordo anche le parole di papa Francesco, che diceva: “Non fate figli? Che si facciano entrare i migranti”. Che cosa diventerà l’Europa? Una gerontocrazia? Questo vale anche per le diocesi e gli istituti religiosi: se non si accoglie il nuovo, ci si spegne. Certo, l’invasione di Ceuta non va bene. Bisogna governare il fenomeno, ma rispettando sempre la dignità delle persone. E lavorando sull’integrazione. A proposito di integrazione, che ne pensa del Decreto scuola approvato dal Consiglio dei ministri? Credo che in questo momento molte scelte siano ideologiche in vista delle elezioni. Perché, purtroppo, l’argomento degli stranieri è un nervo scoperto per tante persone preoccupate da un’invasione che in realtà non c’è. Tra l’altro, proprio dalla Lunigiana in passato sono emigrati tantissimi italiani. Le seconde, terze e quarte generazioni hanno conservato la casa dei padri e adesso tornano in estate con macchine olandesi, inglesi. Una memoria che purtroppo si è persa. L’Onu e il valore fragile del dialogo di Mauro Magatti Avvenire, 28 settembre 2026 Tra guerre, veti e riarmo globale, l’assemblea delle Nazioni Unite resta uno spazio indispensabile di confronto da cui può sempre nascere una prospettiva condivisa. L’intervento del presidente dell’Iran Masoud Pezeshkian all’81ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (Onu) presso la sede centrale a New York, il 23 settembre 2026. Negli ultimi anni la fragilità delle Nazioni Unite è stata drammaticamente evidente. Paralizzata dai veti incrociati del Consiglio di Sicurezza, l’Onu è stato sostanzialmente irrilevante nei principali teatri di guerra che insanguinano il mondo: Ucraina, Medio Oriente, Sudan. Messo in difficoltà dal taglio delle risorse economiche e sistematicamente scavalcato dal prevalere della logica del bilateralismo e del fatto compiuto, l’Onu rischia di apparire un “relitto” del passato che resiste per inerzia in un mondo ormai profondamente trasformato. In questo clima, la riunione dell’assemblea generale tenutasi in questi giorni a New York si è aperta senza grandi aspettative. Quasi un rituale dovuto. E persino la discussione sulla successione ad António Guterres, il cui mandato scade alla fine del 2026, non ha interessato granché. Consumata più nei calcoli delle cancellerie che in un confronto aperto su che cosa l’organizzazione debba diventare. Eppure, proprio dentro questo quadro disincantato, l’incontro di New York è stata anche l’occasione per tornare a riflettere sull’importanza delle istituzioni internazionali. Persino al di là di ciò che esse riescono a fare (spesso ben poco). In un mondo diviso in blocchi contrapposti, in sfere di influenza, in nazionalismi di ritorno, l’Assemblea generale resta infatti l’unico luogo in cui 193 Paesi si trovano nella stessa sala, sotto lo stesso tetto, obbligati - almeno per qualche giorno - a guardarsi negli occhi. Il semplice fatto di ritrovarsi, ovviamente non basta. Anzi, durante i lavori, le divisioni si sono manifestate in modo evidente. E tuttavia l’assemblea è stata l’occasione per aprire qualche spiraglio: a partire dall’incontro denso di ambiguità ma sostanzialmente positivo tra Trump e Xi. E in tempi come quello che stiamo vivendo non è poco. C’è qui qualcosa che la cultura contemporanea, così attenta all’efficacia e al risultato immediato, fatica a comprendere. Le istituzioni non sono macchine da giudicare solo in base alle loro prestazioni. Sono piuttosto sedimentazioni storiche, forme che custodiscono una memoria. Le Nazioni Unite, in particolare - nate dalle macerie del 1945 e dalla consapevolezza che senza un luogo condiviso, la competizione tra le potenze scivola inevitabilmente verso la catastrofe - custodiscono una eredita preziosa. E la ritualità tipica di queste istituzioni, per quanto ampollosa e in buona parte svuotata, conserva una sua precisa funzione: tenere in piedi una forma anche quando i rapporti e i contenuti vacillano. Persino al di la delle inadeguatezze di alcuni dei principali protagonisti, ciò che é accaduto in questi giorni a New York ha mostrato il valore - fragile ma insostituibile - della parola e del dialogo. Fragile perché la parola, oggi, è svalutata: ridotta a slogan, a propaganda, a minaccia. E perché il dialogo presuppone qualcosa che nessuna procedura può imporre: il desiderio di ascoltarsi, la disponibilità a riconoscere che l’altro - anche l’avversario - ha qualcosa da dire che ci riguarda. Senza questo desiderio, le parole rimbalzano le une contro le altre senza incontrarsi. Insostituibile perché senza parole e senza dialogo non ci sono prospettive, se non quella della guerra. E la corsa al riarmo, che attraversa oggi quasi tutti i continenti, mostra chiaramente dove conduce la strada quando si smette di credere che, parlandosi, ci si possa intendere. Nessuna illusione, certo. È evidente che una settimana di discorsi non ha sciolto i nodi profondi che lacerano il mondo, né ha accelerato la riforma delle Nazioni Unite, invocata da decenni e mai realizzata. Il realismo è d’obbligo. Ma il realismo non coincide con il cinismo. Riconoscere i limiti di un’istituzione non significa rassegnarsi alla sua irrilevanza; significa, semmai, assumersi la responsabilità di ciò che essa ancora può consentire. Questa è, in fondo, la questione. Ciò che alcuni considerano un relitto della storia può diventare il germoglio di qualcosa di nuovo? La storia umana insegna che il nuovo raramente sorge dalla tabula rasa. Più spesso nasce da ciò che resta, da forme ereditate che vengono riprese, reinterpretate, rimesse in movimento da chi ha il coraggio di abitarle in modo diverso. Generare non è creare dal nulla: è far rinascere da ciò che c’è. Anche da un’istituzione stanca. Anche da un rituale che sembra aver perso l’anima. L’Assemblea generale di quest’anno non passerà certo alla storia. Ma la scelta del prossimo segretario generale, la riattivazione del multilateralismo, la possibilità stessa di un ordine internazionale fondato sul diritto e non sulla forza dipendono anche da come si guarderà a questo luogo imperfetto. Possiamo liquidarlo come un relitto del Novecento. Oppure possiamo riconoscervi una speranza di futuro, per quanto fragile, parziale ed esposta al fallimento. Che pero non va lasciata sfuggire. Perché quando si smette di parlarsi, restano soltanto le armi.