Svuota-carceri? Senza fondi non si svuota nulla di Michele Rignanese* parmadaily.it, 27 settembre 2026 I numeri delle carceri italiane non lasciano spazio alle interpretazioni: al 31 agosto 2026 i detenuti sono arrivati a 65.661, a fronte di una capienza regolamentare di 51.220 posti. Significa che il sistema penitenziario continua a essere sottoposto a una pressione insostenibile, mentre il sovraffollamento produce conseguenze pesanti tanto per le persone detenute quanto per gli agenti della Polizia penitenziaria e per tutti gli operatori che lavorano quotidianamente negli istituti. E qui emerge il vero problema: senza soldi, qualsiasi provvedimento rischia di diventare soltanto un annuncio. La nuova disciplina che consente, in determinati casi, di scontare la pena ai domiciliari per i detenuti tossicodipendenti è stata approvata con una copertura finanziaria per il 2026 riferita a 500 persone. Cinquecento. Di fronte a un sistema che conta oltre 65 mila detenuti, è evidente la sproporzione tra la dimensione del problema e quella delle risorse messe concretamente a disposizione. Non basta approvare una legge se poi non si finanziano adeguatamente le comunità, i servizi territoriali, il personale, la sanità penitenziaria e i percorsi di reinserimento. Il problema non è soltanto quanti posti costruire, ma anche quanto si vuole investire in alternative al carcere quando queste sono previste dalla legge e possono essere applicate in condizioni di sicurezza e controllo. Anche in Emilia-Romagna la situazione è significativa: al 31 agosto risultavano 4.090 detenuti a fronte di 2.982 posti regolamentari. A Parma, già a giugno, risultavano 149 detenuti oltre la capienza regolamentare. Come PSI riteniamo che la questione carceraria non possa essere affrontata con slogan, emergenze periodiche o provvedimenti finanziati solo in minima parte. Se si ritiene che alcune persone possano scontare la pena in comunità o attraverso percorsi alternativi, bisogna finanziare realmente quei percorsi. Se si vuole garantire sicurezza, bisogna garantire anche condizioni di lavoro dignitose agli agenti e agli operatori penitenziari. Se si vuole ridurre la recidiva, bisogna investire nel reinserimento sociale e lavorativo. E se si vuole rispettare la Costituzione, bisogna ricordare che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Non esistono riforme a costo zero. Il carcere non può diventare il deposito delle nostre emergenze sociali. E non possiamo continuare a chiedere risultati al sistema penitenziario senza metterlo nelle condizioni di funzionare. *Segretario cittadino PSI Parma “Diritti, giustizia e sicurezza non sono alternativi. Il vero banco di prova è il giorno dopo” di Davide Varì Il Dubbio, 27 settembre 2026 La Garante regionale della Calabria: “Il dibattito sull’indulto responsabile sia l’occasione per affrontare strutturalmente il sovraffollamento. Ogni misura deve accompagnarsi a percorsi concreti di responsabilizzazione, reinserimento e soprattutto prevenzione e prevenzione della recidiva”. La proposta di un “indulto responsabile”, presentata alla Camera dei deputati e rilanciata in queste ore nel dibattito nazionale, riporta l’attenzione, mai abbandonata, sulla condizione delle carceri italiane e, in particolare, sul problema del sovraffollamento. Sul tema la Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale della Calabria, Giovanna Francesca Russo, richiama la necessità di affrontare la questione al di fuori di contrapposizioni ideologiche. “Il tema non può essere ridotto all’alternativa tra clemenza e rigore. Occorre partire dalla Costituzione e tenere insieme ciò che troppo spesso viene rappresentato come inconciliabile: diritti, giustizia e sicurezza. La finalità rieducativa della pena prevista dall’articolo 27 non indebolisce la sicurezza collettiva: se resa effettiva attraverso lavoro, formazione, cura e responsabilizzazione, contribuisce alla prevenzione della recidiva”. Secondo la Garante, un eventuale intervento deflattivo può incidere sulla pressione numerica degli istituti, ma non può sostituire una politica strutturale dell’esecuzione penale. “Occorre rafforzare la magistratura di sorveglianza e gli Uffici di esecuzione penale esterna, garantire una sanità penitenziaria realmente integrata con quella territoriale e costruire percorsi concreti di lavoro, formazione e reinserimento. Allo stesso tempo - sottolinea Russo - devono essere tutelate le condizioni di lavoro e la sicurezza della Polizia penitenziaria e di tutti gli operatori. Un carcere nel quale i diritti sono effettivi è anche un carcere più governabile e più sicuro”. Per la Garante, tuttavia, il punto decisivo è soprattutto un altro: “Dobbiamo cominciare a occuparci seriamente del giorno dopo”. “Quando una persona termina la pena o accede legittimamente a una misura alternativa, lo Stato non può considerare conclusa la propria responsabilità. Il ritorno nella società deve essere preparato prima dell’uscita attraverso continuità sanitaria, opportunità lavorative e formative, sostegno abitativo e presa in carico sociale. Diversamente rischiamo di intervenire sull’emergenza senza modificare le condizioni che possono favorire il ritorno nel circuito penale”. Da qui la necessità, secondo Russo, di costruire una responsabilità istituzionale condivisa tra amministrazione penitenziaria, magistratura, Regioni, enti locali, sanità, Terzo settore e mondo produttivo. “La discussione sull’indulto responsabile può diventare un’occasione per aprire un confronto più ampio sul modello di esecuzione penale che vogliamo costruire. Senza dimenticare la tutela delle vittime dei reati e le esigenze di sicurezza dei cittadini, dobbiamo avere la capacità di superare la logica dell’emergenza”. “La credibilità dello Stato - conclude la Garante - non si misura soltanto nella capacità di far eseguire una pena, ma anche nel modo in cui quella pena viene eseguita e nella capacità di preparare il ritorno della persona nella società. Non dobbiamo scegliere tra diritti e sicurezza: dobbiamo costruire un sistema capace di garantirli entrambi. Ridurre la recidiva significa tutelare la dignità della persona, rendere effettiva la Costituzione e produrre sicurezza per l’intera collettività”. Davvero pensiamo che chi “marcisce in carcere” poi ne esca redento? di Giulia Marro* giuliamarro.it, 27 settembre 2026 La rieducazione impone accompagnamento educativo, sanitario, sociale, giuridico. Altrimenti uno entra per un errore ed esce leone, pronto a continuare a rovinarsi la vita e quella degli altri. Istituti sovraffollati, che cadono a pezzi, senza abbastanza agenti, educatori, operatori sociali e sanitari. E cosa facciamo? Aumentiamo i reati e le possibilità di finire dentro. Continua poi a sconvolgermi un paradosso: il carcere, l’istituzione che più di tutte dovrebbe far rispettare le regole, è un luogo in cui le regole vengono continuamente derogate. Persone dove non potrebbero stare, situazioni che non potrebbero verificarsi. E si va avanti, deroga dopo deroga, emergenza dopo emergenza. Sono tornata al carcere di Cuneo un po’ a sorpresa. Volevo capire cosa stesse succedendo nella palazzina svuotata dai 41-bis. “Hanno messo i letti doppi in ogni stanza”, mi dicono. Dove stavano circa 60 persone potranno metterne 120. In un carcere che ne ha già quasi 400 e personale insufficiente. Gli agenti sono allo stremo. Se mancano loro, le attività non si fanno. Chi fa scendere i detenuti se a malapena c’è un agente per piano? Chi sta dietro alle questioni personali? Chi segue un percorso riabilitativo? Come funzioneranno assistenza sanitaria, educativa e lavoro? La parte nuova dovrebbe ospitare detenuti di Alta Sicurezza 2. Intanto arrivano agenti giovanissimi, con poca esperienza e una formazione che affronta poco comunicazione non violenta, migrazione, cultura, psicologia. Nel reparto accoglienza continuano a essere concentrate anche persone con disturbi psichiatrici. Ci sono tantissimi giovani adulti soli, spaventati, alcuni si autolesionano per ricevere attenzioni o chiedere più farmaci. Qualcosa resiste: la mediatrice, il laboratorio sulla genitorialità, quello di lettura, la formazione alberghiera, il corso per muratori. E fuori dal carcere continua a non esserci una fermata del bus comoda per i parenti. A volte mi viene lo sgomento e perdo le speranze. Altre le riacquisto: cambiare il carcere è importante per chi ci vive e per chi ci lavora. Ma quello di Cuneo sta per scoppiare. Un anno e mezzo fa si respirava tensione. Oggi si respira disperazione. E si respira anche squadra, tra detenuti e agenti. Sono tutti in difficoltà. Tutti, con ruoli e responsabilità diverse, sulla stessa barca. *Consigliera Regionale del Piemonte Tajani sulla sicurezza: “Colpirne uno per educarne cento” di Rinaldo Frignani Corriere della Sera, 27 settembre 2026 Critiche da avvocati e giudici: “È contro lo stato di diritto”. “Colpirne uno per educarne cento: credo che serva e che anche alcuni magistrati debbano mettersi la mano sulla coscienza”: sono parole pronunciata questa mattina dal vicepremier e ministro degli esteri Antonio Tajani a una iniziativa di Forza Italia a Roma. Tajani rispondeva a una domanda sul tema della sicurezza e delle presunte “scarcerazioni facili” di arrestati da parte dei giudici. Parole che però hanno suscitato la reazione del mondo giudiziario, tanto gli avvocati quanto la magistratura. Dal palco del “Villaggio della legalità” a Roma dove era in visita il ministro parlava dal palco, quando una donna tra il pubblico lo ha interrotto urlando: “Noi, nelle nostre borgate, abbiamo bisogno di più sicurezza”. Il ministro ha risposto sollecitando la magistratura ad una maggiore “rigidità”: “Se la polizia locale o la Guardia di Finanza arresta qualcuno, si devono fare un altro turno -ha evidenziato il ministro-. Se l'arresto ad esempio è a mezzanotte meno cinque, finiscono il turno ma devono stare tutta la notte in caserma a fare il verbale. La mattina dopo vanno in tribunale, il magistrato lo rimette in libertà e mentre loro, dopo aver fatto 24 ore continuamente, si vedono quello che gli sorride in faccia la mattina dopo se lo ritrovano di nuovo che spaccia. Questo non va bene, quindi credo che serva molta più rigidità da parte della magistratura”. “Noi siamo, in questo governo, dalla parte delle forze dell'ordine -ha proseguito-. Dico a tutti i magistrati che decidono sugli arresti che è vero che c'è un problema di carceri riempite ma dobbiamo anche dare dei segnali che garantiscano ai cittadini il fatto che i ceffi non possono agire impuniti”. Tajani ha poi concluso con la frase: “Colpirne uno per educarne cento: credo che serva e che anche alcuni magistrati debbano mettersi la mano sulla coscienza”. Poco dopo ecco arrivare la replica degli avvocati: “L'idea di pene esemplari non abbia casa nello stato di diritto”. “La giurisdizione non è e non può mai essere intesa come un arbitrario strumento di governo: il suo compito è quello di tutelare le garanzie e i diritti dei cittadini. Proprio perché la sicurezza è necessaria per ogni democrazia è anche necessario che sia perseguita nel rispetto dei principi della Costituzione”. Così si è espresso il presidente dell'Unione delle Camere penali italiane, Francesco Petrelli. Anche l'Anm, (associazione nazionale magistrati) ha stigmatizzato le affermazioni del ministro: “Le parole del vicepresidente del Consiglio lasciano esterrefatti perché danno spazio a una logica contraria a ogni Stato di diritto. I magistrati devono semplicemente applicare la legge. La sicurezza non si garantisce scaricandone la responsabilità sulla magistratura” scrive in una nota la Giunta esecutiva centrale dell'Anm in una nota. “La giustizia non è e non può essere uno strumento di intimidazione nei confronti di nessuno”, sottolinea il sindacato delle toghe. La polemica col passare delle ore monta e Tajani ribatte a sua volta all'Anm: “I cittadini hanno un sacrosanto diritto alla sicurezza. Come è successo a Torino, troppe persone arrestate in flagranza di reato vengono subito rimesse in libertà da magistrati perdonisti - scrive in un post su X. Questo crea allarme sociale e demotiva polizia e carabinieri. Non ho mai chiesto di disapplicare la legge, ma al contrario di applicarla in pieno. La percezione di impunità aiuta solo i malviventi. Invocare lo Stato di diritto con gli arrestati in flagranza è quindi strumentale. Lo Stato di diritto prevede che nessun innocente debba finire in carcere. Non che gli arrestati in flagranza possano tornare a delinquere il giorno dopo”. Lo scrive su X il vicepremier Antonio Tajani. Sicurezza, lite Tajani-Anm: “Le toghe siano più dure”, “Attacca lo Stato di diritto” di Conchita Sannino La Repubblica, 27 settembre 2026 La devianza difficile da arginare? La crisi sulla sicurezza? Colpa dei magistrati buonisti. E il putiferio è servito. “Lo so che ci sono le carceri riempite”, è la premessa del vicepremier Antonio Tajani, per intendere le celle sovraffollate al 160%, in spregio di norme e diritti inviolabili. “Ma troppi arrestati in flagranza vengono subito rimessi in libertà da giudici perdonisti. Questo crea allarme sociale e demotiva polizia e carabinieri”. Insomma: “Alcune toghe devono mettersi la mano sulla coscienza. Colpirne uno per educarne cento”, sentenzia. È la giustizia vista dal leader azzurro. Che, non nuovo a intemerate contro lo strapotere delle toghe, compatta giudici e avvocati. “Tajani contro lo Stato di diritto”, reagisce l’Anm. Parole “sbagliate e pericolose” anche per le Camere Penali. E stoccate dall’opposizione. “Il vicepremier rispolvera il lessico delle Br. Altro che destra moderata”, infilza Magi da +Europa. Frasi “demagogiche e populiste” anche per la dem Serracchiani. Tutto nasce dal contraddittorio con alcuni cittadini. Una donna interrompe l’intervento di Tajani al Villaggio della legalità di ieri a Roma. “Vogliamo più sicurezza”, l’sos riguarda le borgate. Il ministro sospira, srotola la sua ricetta: “Serve più rigidità da parte della magistratura. Se c’è un arrestato, ad esempio a tarda sera, le forze dell’ordine restano anche tutta la notte a verbalizzare. La mattina dopo, il magistrato lo rimette in libertà e loro, dopo aver fatto 24 ore ininterrottamente, si vedono quello che gli sorride in faccia, e lo ritrovano che spaccia”. Tajani alza le mani: “Non è che decidiamo noi su quello che fa la magistratura. Ma dico ai giudici: dobbiamo anche dare segnali”. Insomma: “colpirne uno per educarne cento”. “Esterrefatti” si dicono i magistrati, nella nota della giunta Anm. Perché “le parole del vicepremier danno spazio a una logica contraria a ogni Stato di diritto. I magistrati devono semplicemente applicare la legge. La sicurezza non si garantisce scaricandone la responsabilità sulla magistratura. La giustizia non è strumento di intimidazione”. E dice no anche l’avvocatura. “È sbagliato e pericoloso per la democrazia immaginare di poter chiedere al giudice provvedimenti esemplari anziché l’applicazione della legge - mette in chiaro Francesco Petrelli, a nome dei penalisti italiani - Il giudice è sottoposto solo alla legge, e non può piegarla a finalità politiche e a logiche simboliche e securitarie”. Non nasconde il disagio, il presidente delle Camere Penali. Lo stesso provato da Petrelli quando, tutti uniti sul palco della campagna referendaria per il sì, a gennaio, Tajani promise che avrebbero anche tolto “la polizia giudiziaria dalle mani dei pm”. Un vecchio pallino del leader azzurro. Che anche ieri sera torna su X e tiene il punto: “Non ho mai chiesto di disapplicare la legge, ma di applicarla in pieno. Lo Stato di diritto prevede che nessun innocente debba finire in carcere. Non che gli arrestati in flagranza possano tornare a delinquere il giorno dopo”. "Colpirne uno per educarne cento". Firmato Tajani di Giampaolo Cassitta* giampaolocassitta.it, 27 settembre 2026 Credo che la deriva sia cominciata da tempo e che tutti facciamo finta di ballare sul Titanic sul quale il centrodestra ci ha fatti salire. L’ultima sortita di Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, ha dell’incredibile. Soprattutto per quella frase agghiacciante, “colpirne uno per educarne cento”, che mi ha ricordato i proclami delle Brigate Rosse. Non so che cosa possa essere capitato a un uomo che, con la faccia un po’ così e l’espressione un po’ così, riesce a essere imbarazzante in ormai troppe occasioni. Stare dalla parte della polizia non significa assolutamente nulla. Un ministro e vicepresidente del Consiglio deve stare dalla parte dello Stato, che comprende certamente le forze di polizia, ma anche la magistratura. Come può un vicepresidente del Consiglio affermare che ci vuole maggiore rigidità da parte della magistratura, quando quest’ultima si limita, e deve limitarsi, ad applicare le norme che i legislatori - e quindi lui per primo - hanno scritto? E come può un vicepresidente del Consiglio aggiungere che comprende il problema delle carceri sovraffollate, ma che dobbiamo anche dare dei segnali per garantire ai cittadini che i delinquenti non possano agire impuniti? E quali sarebbero questi segnali? Arrestare tutti e lasciarli in carcere fino alla fine dei loro giorni? Credo che si debba davvero cominciare a discutere seriamente del problema della sicurezza, lasciando perdere questo modo rozzo, intriso di faciloneria e adatto alle discussioni da bar, ma non certo a quelle che ci si aspetterebbe da un vicepresidente del Consiglio. Io sono dalla parte dello Stato e sentire qualcuno che dice di voler colpirne uno per educarne cento mi spaventa. Mi riporta a quando, da adolescente, leggevo con ansia i comunicati delle Brigate Rosse. E non era una bella lettura. *Scrittore, editorialista. Si è occupato per 40 anni delle problematiche penitenziarie, prima come educatore in alcune carceri (Asinara, Alghero) e poi prima come dirigente del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria e poi come Dirigente del Dipartimento di Giustizia Minorile e di comunità. Ha scritto diversi romanzi sul carcere Tempi della giustizia civile e Pnrr: riduzione permanente o effetti del “rush finale”? di Pietro Tempesta La Repubblica, 27 settembre 2026 Tempi della giustizia civile e Pnrr: riduzione permanente o effetti del “rush finale”? L’obiettivo di riduzione della durata dei processi civili è stato ampiamente raggiunto. Questi risultati sono però stati raggiunti anche attraverso una accelerazione delle cause definite nel primo semestre del 2026. Resta quindi incerta la misura del miglioramento effettivamente sostenibile nel lungo periodo. Il 30 giugno 2026 è terminato il percorso di riduzione dei tempi della giustizia concordato con l’Unione Europea attraverso il Pnrr. I target prefissati per i processi civili sono stati ampiamente superati: l’obiettivo era quello di diminuire il Disposition Time (da qui DT), una misura della durata media dei processi, del 40%, ma questo si è dimezzato, passando da 2512 giorni nel 2019 a 1251 nel primo semestre del 2026. Si sono verificati netti miglioramenti in tutti e tre i gradi di giudizio: nei Tribunali il DT è passato da 556 a 291 giorni (con una riduzione del 47,6%), nelle Corti di Appello da 654 a 352 giorni (-46,2%) e in Corte di Cassazione da 1302 a 608 giorni (-53,3%). I dati aggregati, tuttavia, non consentono di capire se questi cambiamenti siano stati uniformi in tutta Italia, il tema di questa nota, né di identificare le diverse componenti nella riduzione del DT. In particolare, esistendo un unico terzo grado di giudizio (Corte di Cassazione a Roma), la nota considera, nello specifico, la performance dei 140 tribunali ordinari, ciascuno di essi appartenente ad uno dei 26 distretti di Corte d’Appello, che rappresentano il primo grado di giudizio; - 26 distretti di Corte d’Appello (a cui si aggiungono 3 sezioni distaccate), che si occupano del secondo grado di giudizio. Nel 2019, il DT era di 643 giorni al Meridione (Sud e isole), 511 al Centro e 409 al Nord. Questo ampio divario, cresciuto nel 2020 a causa della Pandemia, inizia a diminuire nel 2021, con miglioramenti più visibili nel Meridione, arrivando a una quasi totale convergenza nel primo semestre del 2026: 305 giorni al Nord, 299 al Centro e 282 al Sud. Il recupero del Meridione tra il 2019 e il 2026 è dovuto sia a un calo molto forte del numero delle cause pendenti, sia a un aumento delle cause definite. Il Meridione è la migliore area in entrambe queste dimensioni. Anche al Centro il miglioramento è dovuto sia al calo delle cause pendenti, sia all’aumento di quelle definite, seppure con variazioni inferiori a quelle del Meridione. Al Nord, invece, il miglioramento è dovuto solo all’aumento delle cause definite. Peraltro, una buona parte dell’aumento delle cause definite in tutte le aree (ma soprattutto al Meridione) è avvenuto nel primo semestre del 2026, un’accelerazione che probabilmente è stata imposta dalla necessità di rispettare i vincoli del Pnrr Resta da vedere se questi ritmi possono essere mantenuti in futuro, dopo il “rush finale”. Più graduale è stato, invece, il calo delle cause pendenti. Dietro la convergenza del DT nel 2026, inoltre, si nascondono numeratori e denominatori ben diversi nelle diverse aree: nel Meridione rimane alto sia il numero di pendenze (561.926) sia il numero di definizioni (726.255); questi numeri sono decisamente più bassi al Nord (rispettivamente 281.539 e 337.298) e ancora minori al Centro (207.281 e 253.042). Che ci sia stata comunque una riduzione delle disparità è confermato, però, anche dal calo della deviazione standard della distribuzione del DT tra tutti i tribunali d’Italia, un indice che misura quanto un insieme di dati sia disperso rispetto alla loro media. Qui, però, il miglioramento rispetto al 2019 è interamente dovuto al sopracitato “rush finale”, il che desta una certa preoccupazione. Sempre rispetto al 2019, non c’è stata invece una riduzione della dispersione nei DT all’interno di ogni area. Restano ancora differenze molto forti tra il più lento e il più rapido tribunale all’interno delle tre macroregioni. Nel Meridione la differenza è di 767 giorni (Vallo della Lucania - Locri). Nel Nord è di 433 giorni (Trieste - Rovigo). Nel Centro è di 443 giorni (Rieti - Siena). Corte di appello - Per le Corti di Appello, nel 2019 il Centro aveva il DT più elevato (833 giorni), il Meridione era in posizione intermedia (675 giorni) e, come per i tribunali, il Nord aveva il DT più basso (465 giorni). Nel 2026 le tre aree si sono riavvicinate, con Centro e Meridione su livelli simili e il Nord su livelli più bassi, ma comunque più vicini alle altre aree. Questi miglioramenti sono soprattutto dovuti alla riduzione nel corso del tempo, a un passo regolare, nel numero delle sentenze pendenti. Il numero delle cause definite è invece aumentato in modo apprezzabile solo al Centro, mentre è rimasto sostanzialmente stabile nel Meridione e si è ridotto al Nord. Tutte le aree avrebbero avuto un calo nelle cause risolte, non fosse stato per il rush finale verificatosi anche in questo caso nei primi sei mesi del 2026. Rispetto ai livelli finali, i valori simili del DT di Centro e Meridione nascondono realtà ben diverse: come per i tribunali, il Meridione presenta pendenze e definizioni molto maggiori del Centro (e anche del Nord). Il calo delle differenze nella durata dei processi in Corte d’Appello è confermato anche dalla riduzione della deviazione standard nella distribuzione geografica del DT, anche se in gran parte per il miglioramento osservato nel 2026, imputabile soprattutto al Centro e al Meridione. Campania. Cresce l’allarme nelle carceri minorili di Raffaele Bruno Il Roma, 27 settembre 2026 Se nel 2022 le carceri minorili in Campania ospitavano 381 persone, numero stabile da anni, a fine 2024 arrivano a 587 e nel 2025 a 596, pari a più 35 per cento. A crescere (del 21 per cento) sono stati poi anche gli ingressi nelle cosiddette “Comunità penali” e identico trend in crescita ha riguardato i Centri di Prima Accoglienza, con un aumento del 34%. Questi sono gli ultimi dati ufficiali sul triste fenomeno. La situazione si sta, purtroppo, aggravando sempre di più, sia nelle carceri degli adulti che in quelle minorili, che anzi stanno scoppiando: quanta possibilità di recupero ci sarà di questi minori in queste condizioni? Penso sia molto, troppo bassa. La già emergenziale situazione delle carceri campane si è ulteriormente aggravata negli anni, come dimostrano i dati citati. Questo coinvolgendo sempre più anche le realtà dei due istituti minorili di Nisida ed Airola, così come il centro di prima accoglienza dei Colli Aminei ed anche le strutture residenziali (come la Comunità di Salerno o quelle accreditate come Nuova Emmaus) che ospitano minori sottoposti a misure cautelari meno restrittive della detenzione. Un quadro nitido quanto purtroppo drammatico. Da tempo stanno dicendo gli addetti ai lavori del delicato settore, che il sovraffollamento è uno dei fattori di grande rischio, il peggiore per i giovani detenuti, perché non consente di mettere in campo attività di rieducazione e di reinserimento adeguati, non consente loro di vivere civilmente e dignitosamente e produce effetti devastanti sulla loro psiche e sul loro equilibrio generale. Noi abbiamo detto e scritto in più occasioni che se si sceglie il sistema carcero centrico soltanto, allora è indispensabile che questa strada venga perseguita fino in fondo e si proceda a realizzare subito nuove carceri civili e dignitose, perché altrimenti la pena diventa inutile e dannosa per i ragazzi e per tutta la società. Un giovane detenuto costretto a vivere in condizioni di inciviltà e scarsamente dignitose, è un cittadino che non amerà lo Stato ma lo odierà per sempre e quindi produrrà maggiori problemi ed insicurezza per tutta la società. La penalizzazione di una serie enorme di reati e l’aggravamento delle pene sta portando esattamente in questa direzione. Nel 2025 la realtà penitenziaria e dell’esecuzione penale si è confermata segnata, quindi, da difficili nodi strutturali che richiedono continuità di attenzione. La pressione numerica e le ricadute sul sovraffollamento, la qualità della vita detentiva e delle relazioni familiari, la tutela della salute fisica e mentale, la gestione degli eventi critici e dei decessi, il lavoro e la formazione come strumenti effettivi di reinserimento, il tema delle dipendenze e della presa in carico sanitaria, nonché la tenuta delle reti territoriali chiamate a rendere concrete le misure alternative e i percorsi di messa alla prova. Va detto però, che accanto a tali criticità, emergono, per fortuna, anche alcune esperienze positive e progetti che funzionano. Protocolli di collaborazione, iniziative culturali e di sensibilizzazione che meritano di essere valorizzati perché indicano direzioni possibili di reinserimento dei giovani detenuti. Negli istituti penali per minori di Nisida e Airola ci sono 159 ragazzi, 143 dei quali sono minorenni per i più svariati reati. Purtroppo va evidenziato il fatto che la devianza minorile cresce dove si indeboliscono le famiglie, dove la scuola perde capacità di educare e formare, dove i territori sono segnati da povertà educativa e da profonda marginalità. Serve, quindi, uno sforzo complessivo di tutta la società civile e di tutte le istituzioni per porre fine a questa ennesima e gravissima emergenza giovanile. Cagliari. Allarme sanitario nel carcere di Uta: “840 detenuti tra dipendenze e malattie croniche” di Paolo Rapeanu cagliarinews.it, 27 settembre 2026 Dietro le sbarre “poche cure”, l’sos: “Il 40% di reclusi è tossicodipendente, ci sono anche malati oncologici e depressi”. La sanità penitenziaria all’interno della Casa Circondariale Ettore Scalas di Cagliari-Uta si trova ad affrontare una situazione di profonda sofferenza gestionale. L’allarme è stato lanciato da Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione Socialismo Diritti Riforme, che ha raccolto le accorate segnalazioni provenienti dai familiari dei reclusi. Le testimonianze evidenziano ritardi preoccupanti e vistose carenze nella gestione quotidiana delle diverse patologie che colpiscono la popolazione carceraria. Secondo l’associazione, la tutela della salute all’interno dell’istituto sardo non può più essere gestita attraverso interventi provvisori o rinvii trimestrali. Il quadro operativo dell’istituto penitenziario si è ulteriormente complicato a seguito dell’arrivo dei detenuti sottoposti al regime di massima sicurezza. Questo recente trasferimento ha comportato un incremento rapido delle presenze complessive, facendo salire il numero dei reclusi da settecentocinquanta a oltre ottocento quaranta persone. L’improvviso aumento dell’affollamento ha generato criticità gestionali e organizzative che non possono più essere ignorate dalle istituzioni competenti. La struttura di Uta si configura oggi come un vero e proprio villaggio penitenziario, all’interno del quale convive un numero elevato di uomini e donne affetti da problematiche di salute complesse e differenziate. La composizione della popolazione detenuta presenta un quadro clinico particolarmente delicato. I soggetti affetti da tossicodipendenza e da doppia diagnosi rappresentano da soli circa il quaranta per cento delle persone ristrette. A questa fascia si aggiungono numerosi reclusi che manifestano gravi disturbi della sfera psichica e patologie della personalità, tra cui forme psicotiche, stati depressivi profondi, disturbi ossessivo-compulsivi e comportamenti autolesionistici con un elevato rischio suicidario. Parallelamente, la struttura ospita pazienti affetti da patologie organiche croniche e severe, come malattie oncologiche, disturbi cardiaci, insufficienze respiratorie, obesità e anoressia. La presenza concomitante di tutte queste condizioni sanitarie all'interno di un ambiente sovraffollato rende indispensabile un presidio medico costante e altamente specializzato. L'associazione Socialismo Diritti Riforme ribadisce da tempo la necessità di avviare una revisione globale della sanità penitenziaria nell'isola. Da quando la gestione dell'assistenza medica negli istituti di pena è passata sotto la responsabilità del servizio sanitario regionale, non sono state condotte verifiche approfondite sull'efficienza delle prestazioni erogate, né sono stati programmati interventi strutturali di miglioramento. Nella realtà operativa del carcere di Uta non appare più rinviabile un potenziamento delle cure di medicina generale. Un altro snodo cruciale riguarda la riorganizzazione dei rapporti con il Servizio per le Dipendenze. L'evoluzione delle problematiche legate alle dipendenze richiede un approccio moderno e flessibile, capace di affrontare non soltanto l'abuso di sostanze stupefacenti tradizionali, ma anche le nuove forme di dipendenza comportamentale. Il coordinamento tra le strutture sanitarie territoriali e la direzione dell'istituto penitenziario deve essere rafforzato per garantire percorsi terapeutici continui e personalizzati, capaci di accompagnare la persona anche durante il percorso di reinserimento. Il richiamo alle responsabilità istituzionali si fonda sui principi dettati dalla Carta Costituzionale. L'articolo trentadue della Costituzione italiana definisce la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, senza alcuna distinzione legata allo status giuridico della persona. La privazione della libertà personale non deve mai tradursi nella compromissione del diritto fondamentale a ricevere cure adeguate e tempestive. Le istituzioni preposte sono dunque chiamate a svolgere appieno il proprio ruolo di garanti della legalità e dei diritti umani all'interno dei luoghi di detenzione. L'auspicio delle associazioni e delle famiglie è che la Regione Sardegna e la dirigenza sanitaria coordinino al più presto un tavolo di confronto urgente per ridefinire l'assetto della sanità nel carcere di Cagliari-Uta. Viterbo. La madre di un detenuto: “Violenze e ritorsioni dopo l’incendio in cella” di Valeria Terranova Corriere di Viterbo, 27 settembre 2026 Una denuncia per segnalare presunte violenze ai danni di alcuni detenuti dopo l’incendio divampato il 19 settembre nel reparto di sorveglianza particolare del carcere di Mammagialla. A presentarla ai carabinieri di Lecce è stata la madre di un detenuto pugliese di 38 anni, assistita dall’avvocato Sebastiano Conte. Nella querela vengono prospettate, in via ipotetica, fattispecie che vanno dalle percosse e lesioni personali all’abuso di autorità contro arrestati o detenuti, fino alla tortura. Alla sua iniziativa hanno fatto seguito gli appelli di altri familiari al procuratore capo di Viterbo e ai garanti nazionale e regionale, con la richiesta di una visita ispettiva urgente per verificare quanto accaduto nell’istituto. Le famiglie hanno sollecitato anche l’acquisizione delle immagini delle telecamere presenti nelle sezioni. Vigevano (Pv). Il 41 bis cambia la città: più pattuglie e controlli lalomellina.it, 27 settembre 2026 Da quest’estate, nell’ambito dell’operazione “Argus”, sono stati trasferiti a Vigevano circa 128 detenuti sottoposti al regime di 41-bis, ma gli effetti della trasformazione di parte della casa di reclusione nella frazione Piccolini si fanno già sentire. Da più parti ci si lamenta della presenza, sempre più frequente, di volanti della Polizia penitenziaria che sfrecciano per le strade cittadine, soprattutto in direzione dell’ospedale, con a bordo, probabilmente, un detenuto accompagnato per visite mediche. È una delle conseguenze dell’introduzione del 41-bis, questione che il Pd aveva sollevato circa un anno fa, quando era trapelata l’indiscrezione sul cambiamento di destinazione del carcere. In una nota indirizzata alla precedente amministrazione, i consiglieri dem avevano espresso perplessità sulle ricadute logistiche, soprattutto per quanto riguarda il corpo di Polizia locale. L’allora sindaco Andrea Ceffa, nel tentativo di smorzare le polemiche, aveva minimizzato la questione, promettendo però di muoversi di conseguenza. Gli effetti del cambiamento, secondo alcuni, sarebbero tangibili anche sul fronte dell’attività di pattugliamento delle forze dell’ordine impegnate nel mantenimento della sicurezza pubblica in città. Una continua presenza sulle strade, ora della Polizia di Stato, ora dei Carabinieri, è ormai all’ordine del giorno. A riguardo, l’assessore alla Sicurezza Domenico Cassese precisa: “Le attività della Polizia penitenziaria e quelle delle altre forze dell’ordine sono separate l’una dall’altra - ha spiegato -. In compenso, voglio sottolineare come, da quando mi sono insediato, sto facendo muovere molto di più i nostri uomini del Comando. Grazie ai numerosi controlli, stiamo sgravando Polizia di Stato e Carabinieri da molte incombenze e stiamo facendo molto. Dal primo ottobre saranno in circolazione ben due pattuglie serali fino alle 24. Anzi, i comandanti dei rispettivi corpi si sono congratulati con noi per questo”. E sulle prossime azioni da intraprendere, Cassese annuncia: “Abbiamo partecipato a un bando di Regione Lombardia, ricevendo un contributo di circa 15mila euro, per un periodo di pattugliamento a piedi del cimitero, dei parchi e del centro storico, congiunto tra Polizia locale e Protezione civile. Attendiamo solo l’ok dalla Regione e poi potremo partire. Il progetto dovrebbe terminare intorno alle festività natalizie”. Nei prossimi mesi è inoltre previsto un rafforzamento dell’organico, con un nuovo ingresso entro la fine dell’anno. “Con l’anno nuovo, in base alle risorse disponibili, ne assumeremmo dai due ai quattro nuovi agenti - precisa l’assessore alla Polizia locale -. Sarà però difficile raggiungere il numero minimo previsto dall’obiettivo regionale, ovvero un agente ogni mille abitanti nel nostro caso. Il rafforzamento degli altri corpi, comunque, compensa in parte le nostre carenze”. Livorno. Sughere, assistenza sanitaria detenuti: tenuto tavolo in prefettura livorno24.com, 27 settembre 2026 Si è svolto in Prefettura un primo incontro del tavolo dedicato all’assistenza sanitaria nel carcere delle Sughere di Livorno. Alla riunione hanno partecipato rappresentanti della Polizia penitenziaria e la direttrice generale dell’ASL Toscana Nord Ovest, Maria Letizia Casani. L’iniziativa dà seguito all’impegno assunto dal Prefetto di Livorno di affrontare le gravi criticità sanitarie dell’istituto, già evidenziate, alcune settimane fa, anche dal Viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto nel corso della sua visita alle Sughere. Durante l’incontro il Prefetto ha chiesto di rafforzare l’assistenza infermieristica, oggi ridotta ai minimi termini e priva di un presidio notturno, insieme all’assistenza medica generale e specialistica. Per le specialità più necessarie ai detenuti è stata prospettata la possibilità di assicurare almeno due ore settimanali di presenza dei relativi medici. “Ringrazio il Viceministro Sisto per la visita alle Sughere e per aver richiamato l’attenzione su queste esigenze, così come ringrazio il Governo per l’impegno che sta dedicando, ad ampio spettro, alle diverse questioni che riguardano il sistema penitenziario italiano”, ha dichiarato il Prefetto. “La salute assume un valore ancora più profondo per chi è privato della libertà personale. Le persone detenute devono poter contare su un’assistenza adeguata e su risposte attente alle loro esigenze. Migliorare questo servizio significa tutelare la loro dignità e contribuire a prevenire tensioni all’interno dell’istituto. Nessuna criticità può giustificare comportamenti violenti, ma intervenire sulle cause del disagio è parte di un’efficace azione di prevenzione”. L’ASL Toscana Nord Ovest si è impegnata a seguire la situazione con continuità, anche attraverso visite frequenti presso il carcere. Gli approfondimenti sul posto serviranno a verificare le esigenze sanitarie dei detenuti e a individuare soluzioni organizzative capaci di rendere il servizio più efficiente. Parallelamente, l’Azienda sanitaria valuterà ogni iniziativa praticabile per rafforzare la presenza del personale infermieristico e medico, sia per l’assistenza generale sia per quella specialistica. Potrà essere valutato anche il coinvolgimento della Regione Toscana nel tavolo, per esaminare, nell’ambito delle rispettive competenze, se una diversa distribuzione del personale sanitario tra le aziende del territorio regionale possa contribuire a rispondere alle particolari esigenze delle Sughere. Il tavolo tornerà a riunirsi entro un massimo di due mesi per verificare gli interventi avviati e i risultati raggiunti. Salerno. Detenuto prende la scabbia, lo curano per una dermatite di Viviana De Vita Il Mattino, 27 settembre 2026 Era affetto da scabbia ma, in carcere, quella patologia sarebbe stata scambiata per una banale dermatite da stress e curata semplicemente con una crema. La diagnosi è arrivata soltanto pochi giorni fa quando l’uomo, un detenuto salernitano assistito dall’avvocato Stefania Pierro, ha lasciato il carcere di Fuorni dopo aver ottenuto gli arresti domiciliari in una comunità. I primi disturbi erano comparsi circa tre settimane prima, quando l’uomo aveva cominciato a lamentare problemi alla pelle; visitato per due volte dallo stesso medico, gli era stata diagnosticata una banale dermatite da stress. Nessun sospetto, dunque, che potesse trattarsi di una patologia contagiosa e nessuna delle precauzioni previste in questi casi. Una volta arrivato in comunità, però, il quadro ha destato immediatamente preoccupazione. Il medico della struttura, dopo averlo visitato, ha richiesto subito una consulenza specialistica dermatologica. Ed è stato proprio lo specialista a formulare una diagnosi completamente diversa: scabbia severa. A quel punto è scattato immediatamente il protocollo previsto per una patologia contagiosa. Il detenuto è stato posto in isolamento, da solo, all’interno della struttura che lo ospita, per evitare il rischio di ulteriori contagi. Misure che non sarebbero state adottate durante la sua permanenza a Fuorni proprio perché, nonostante i disturbi lamentati per circa venti giorni e le due visite effettuate, la scabbia non era stata diagnosticata. Ed è proprio questo uno degli aspetti più delicati della vicenda. Per quasi tre settimane l’uomo ha continuato a vivere all’interno del carcere, a contatto con gli altri detenuti e con il personale penitenziario, senza che venisse attivato alcun protocollo specifico. Soltanto dopo il trasferimento in comunità e la visita specialistica è emersa la natura della patologia. Livorno. Giovani Democratici e Italia Viva Giovani in visita al carcere Corriere Livornese, 27 settembre 2026 Lunedì 28 settembre i Giovani Democratici della Toscana entreranno nell’istituto penitenziario Le Sughere di Livorno, come nono appuntamento di un percorso di ascolto e confronto dal titolo: “Dimenticat3”, che attraversa le carceri della Toscana. Un viaggio dentro gli istituti penitenziari della regione, accanto alle associazioni, agli operatori, ai volontari e a tutte le realtà che ogni giorno vivono e lavorano nel sistema carcerario, con l’obiettivo di costruire una proposta per un nuovo modello penitenziario. Entrare in carcere significa, per i Giovani Democratici, scegliere di guardare da vicino una realtà che troppo spesso rimane ai margini del dibattito pubblico, ascoltando le voci di chi ogni giorno affronta le difficoltà di un sistema che oggi mostra profonde fragilità e che non riesce a garantire la dignità delle persone detenute, la tutela della salute, condizioni di vita adeguate e percorsi efficaci di reinserimento. Il percorso dei Gd Toscana nasce dalla consapevolezza che il carcere non può essere affrontato soltanto attraverso la logica dell’emergenza. Sovraffollamento, carenza di personale, difficoltà nell’accesso alle cure e ai percorsi di formazione e lavoro, insieme alla crescente attenzione necessaria sul tema della salute mentale, sono problemi strutturali che richiedono una visione nuova. Un sistema penitenziario efficace deve essere capace di tenere insieme sicurezza e dignità, responsabilità e rieducazione, pena e possibilità concreta di reinserimento nella società. Il percorso Dimenticat3 vede i Giovani Democratici della Toscana accompagnati, tappa dopo tappa, dalle altre forze politiche del centrosinistra, in un cammino condiviso di ascolto e proposta sul sistema penitenziario. Nella tappa livornese parteciperanno anche i Giovani di Italia Viva Toscana, a conferma di un impegno che unisce le diverse anime del centrosinistra. “Dimenticat?. Un percorso nelle carceri toscane per conoscere il sistema penitenziario e costruire una giustizia umana nasce dalla convinzione che per cambiare davvero il sistema sia necessario prima di tutto conoscerlo e ascoltare chi lo vive ogni giorno. Per questo abbiamo scelto di entrare negli istituti penitenziari della Toscana e confrontarci con le persone detenute, gli operatori, gli agenti della polizia penitenziaria, le associazioni e il volontariato, mettendo insieme esperienze e punti di vista diversi. Vogliamo riportare al centro del dibattito pubblico le persone detenute, troppo spesso dimenticate e relegate ai margini della società, perché una pena che esclude e rende invisibili non può dirsi davvero orientata al reinserimento. Il nostro obiettivo è costruire, tappa dopo tappa, una proposta politica per un nuovo modello carcerario, capace di superare un sistema oggi profondamente inadeguato e di dare piena attuazione alla funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione. Al termine del percorso raccoglieremo quanto emerso in un documento che sarà un contributo concreto e uno stimolo per le istituzioni regionali e nazionali. Mettendo a disposizione il lavoro svolto alla coalizione del centro sinistra, come dimostra la partecipazione di tutte le giovanili regionale alla campagna”, dichiara Bernardo Taddei, segretario regionale dei Giovani Democratici della Toscana. “Lunedì 28 settembre una delegazione dei Gd e dei Giovani di Italia Viva si recherà in visita al carcere di Livorno per verificare le condizioni dei detenuti e ascoltare gli agenti di polizia penitenziaria. Questa iniziativa, promossa dai Gd e allargata a Italia Viva, dimostra come anche nelle giovanili ci sia una forte collaborazione e confronto sul territorio, in attesa degli appuntamenti dell’anno prossimo”, afferma Giulio Luzzetti, coordinamento Italia Viva Giovani Toscana. A partecipare all’ingresso nell’istituto penitenziario Le Sughere di Livorno saranno Luca Salvetti, sindaco di Livorno; Alessandro Franchi, consigliere regionale; Mia Diop, vicepresidente della Regione; Bernardo Taddei, segretario regionale dei Gd Toscana; Giulio Luzzetti, coordinamento Italia Viva Giovani Toscana; Lorenzo Midili, consigliere comunale di Livorno; Madalina Golea e Chiara Macchi, segreteria regionale Gd Toscana; Livia Rocchi, studentessa delle scuole superiori. Quella di Livorno sarà la nona tappa di un percorso che proseguirà negli altri istituti penitenziari della Toscana. Un viaggio per conoscere da vicino il sistema, ascoltare chi lo attraversa e provare, insieme, a immaginare un modello diverso. Perché parlare di carcere significa parlare di sicurezza, di giustizia e, soprattutto, del tipo di società che vogliamo costruire. Matera. “Raccontami dentro”: il carcere tra dignità, perdono e possibilità di ricominciare di Erasmo Bitetti logosmatera.it, 27 settembre 2026 A Matera l’incontro con il cardinale Enrico Feroci e Zef Karaci. Al centro lo sguardo sulla persona, l’accoglienza di chi esce dal carcere e la forza di relazioni capaci di aprire una possibilità nuova. Non identificare una persona con il male che ha commesso. Conoscere prima di giudicare. Costruire relazioni capaci di accompagnare chi è detenuto e, più ancora, chi torna alla libertà. Sono alcuni dei temi emersi a Matera nell’incontro “Raccontami dentro”, aperto da fra Gianparide Nappi, cappellano della Casa circondariale di Matera, con gli interventi del cardinale Enrico Feroci e di Zef Karaci. Proprio fra Gianparide Nappi, introducendo la serata, ha spiegato il doppio significato racchiuso nel titolo: raccontare ciò che accade “dentro” il carcere, ma anche ciò che accade dentro di noi quando la storia di un’altra persona cambia il nostro modo di guardare la realtà. Feroci: “Se non si conosce non si ama e non si serve” - Il cardinale Feroci, per anni direttore della Caritas diocesana di Roma, ha indicato il criterio che ha maturato durante la sua esperienza pastorale: “Se non si conosce non si ama e non si serve”. Il carcere rischia infatti di rimanere una realtà lontana, sulla quale è facile esprimere giudizi senza conoscere le condizioni concrete delle persone che vi vivono. Feroci ha richiamato anche le difficoltà materiali vissute dai detenuti più poveri che, specie in mancanza di una rete familiare, restano poveri anche dentro il carcere, privi spesso degli indumenti e di altri beni essenziali. Da qui la necessità non solo di iniziative di aiuto, ma anche di una comunità capace di accorgersi di questi invisibili. Riprendendo le parole di Papa Francesco ai cappellani delle carceri, il cardinale ha ricordato che “nessuna cella è così isolata da escludere il Signore” e che il detenuto non può essere considerato una persona da scartare. Il perdono cristiano, ha aggiunto, non consiste nel fingere che il male non sia accaduto, ma nell’offrire una possibilità perché chi ha sbagliato possa riprendere a vivere. Una questione che diventa ancora più delicata al termine della pena, quando chi esce dal carcere può ritrovarsi senza relazioni, casa o punti di riferimento. Karaci: “Tu non sei il male che hai fatto” - La testimonianza di Zef Karaci, che ha trascorso oltre 17 anni in carcere, ha occupato la parte centrale dell’incontro con il racconto non tanto della propria vicenda giudiziaria quanto degli incontri che lo hanno portato a cambiare il modo di guardare sé stesso e gli altri. Uno di questi avvenne dopo un episodio di violenza. L’uomo che Karaci aveva picchiato tornò da lui non per vendicarsi, ma per abbracciarlo: “Tu non sei il male che hai fatto”. Karaci non accettò quell’abbraccio, ma da quel momento non riuscì più a dormire tranquillo. A poco a poco cominciò a interrogarsi su ciò che stava vivendo: “Il mio cuore non sono mai riuscito a corromperlo, non è mai sceso a patti con me”. Nel carcere di Como, altri incontri segnarono passaggi decisivi nel suo percorso. In un laboratorio di grafica pubblicitaria sperimentò la possibilità di essere accolto senza essere continuamente ricondotto al proprio passato: “Dopo pochi giorni mi sentivo voluto bene”. Fu lì che gli venne proposto Il senso religioso di don Luigi Giussani. Dopo un iniziale rifiuto, la lettura divenne occasione per interrogarsi sulla libertà, non più intesa semplicemente come possibilità di fare ciò che si vuole, ma come esperienza che può nascere dentro un rapporto vero. “È un rapporto ciò che libera”, ha sintetizzato. Don Roberto Malgesini e un perdono che non cancella il male - Decisiva fu l’amicizia con don Roberto Malgesini, sacerdote della diocesi di Como che operava anche in carcere. Karaci ne ha ricordato anzitutto la semplicità. Al loro primo incontro, essendosi presentato semplicemente come “Roberto”, lo aveva scambiato addirittura per un detenuto. Da allora nacque con lui un’amicizia destinata a segnare profondamente la sua vita. Karaci ha raccontato un episodio che gli fece comprendere fino in fondo cosa fosse il perdono. Durante una lite tra detenuti, don Roberto intervenne e venne colpito con un pugno. Avrebbe potuto denunciare l’aggressore, ma chiese invece di incontrarlo. Al giovane che, in lacrime, gli chiedeva perdono, don Roberto rispose con parole che Karaci non avrebbe più dimenticato: “Tutto quello che stai dicendo non è mai accaduto… non è neanche un sogno, è un incubo. Ma se non vuoi vivere l’incubo, svegliati”. Da quell’esperienza Karaci ha ricavato una formula diventata centrale nel suo racconto: “Per-dono: mi dono per non perdere. Vince chi abbraccia più forte”. Karaci ha ricordato un altro tratto di don Roberto: non trascinava nessuno, ma restava accanto alla persona rispettandone i tempi e la libertà. “Quando tu vuoi, ci alziamo insieme”, diceva. Don Roberto Malgesini fu ucciso a Como il 15 settembre 2020 da una delle persone senza fissa dimora che aiutava. Karaci lo aveva incontrato appena due giorni prima. Alla notizia della morte, Karaci racconta di aver protestato con Dio: perché lui, con tutto il male compiuto, era ancora vivo, mentre don Roberto, che aveva sempre cercato il bene degli altri, non c’era più? Negli anni successivi, raccontare quell’amicizia è diventato anche un modo per custodirne la memoria e riconoscerne i frutti. A don Roberto Karaci ha dedicato due libri: Don Roberto Malgesini. “Vai e prendi loro per mano” e Don Roberto Malgesini. Non c’è inizio senza perdono. Proprio attraverso il racconto di quella storia, Karaci ha detto di aver compreso più profondamente quanto una vita donata possa continuare a incidere anche dopo la morte. “I santi ce li abbiamo accanto”, ha osservato, ricordando quanto sia facile riconoscerne il valore solo quando non ci sono più. “Lì c’è un cuore che batte” - Nel dialogo con il pubblico è emersa la domanda su cosa possano fare concretamente le comunità. Karaci ha risposto tornando al punto essenziale: dietro ogni detenuto c’è una persona, con desideri, ferite e attese che non vengono cancellati dal reato commesso. “Lì c’è un cuore che batte”, ha detto, precisando che riconoscere questa umanità non significa assolvere né negare le responsabilità, ma accompagnare un cammino che richiede tempo. A confermare quanto il carcere resti poco conosciuto all’esterno è stato anche un ispettore della Polizia penitenziaria, forte di trent’anni di servizio che ha richiamato la necessità di persone disposte a entrare negli istituti e a costruire relazioni con chi ci vive. Riprendendo il suo intervento, Karaci ha ricordato che la realtà carceraria non riguarda soltanto i detenuti, ma anche gli agenti e quanti, a diverso titolo, ne condividono ogni giorno la vita. Proprio sul valore della relazione e della fiducia ha richiamato alcune esperienze carcerarie brasiliane fondate su un percorso educativo e prive di guardie armate. Ha raccontato di un detenuto, noto per essere evaso da numerosi istituti di massima sicurezza, che in una di queste strutture non tentò più la fuga. Alla domanda sul perché, rispose: “Dall’amore non si fugge”. Mons. Ambarus: tornare alle storie delle persone - Nell’intervento conclusivo mons. Benoni Ambarus ha invitato a riconoscere il rischio di una lettura della realtà costruita attraverso categorie che finiscono per sostituirsi alle persone: la povertà interpretata come colpa, il migrante soltanto come pericolo, il detenuto come individuo da scartare, la malattia come peso. Per Ambarus, il modo per sottrarsi a queste semplificazioni è tornare alle storie delle persone. Il racconto di una vita concreta, ha osservato, può fare breccia nelle letture ideologiche e costringere a guardare la realtà nella sua complessità. Infine, ha invitato a recuperare tempo per le relazioni e l’ascolto, sottraendolo anche al flusso continuo di messaggi, social e impegni che riempiono le giornate. Le testimonianze autentiche, ha aggiunto, possono essere uno di quei “cibi buoni” capaci di nutrire la vita e cambiare nel tempo il nostro sguardo sulla realtà. Pompei (Na). Il convegno: “Costruire insieme, nel carcere, la pedagogia della Carità” conferenzaepiscopalecampana.it, 27 settembre 2026 Si è svolto ieri mattina, 26 settembre, presso la Sala Anastasio Rossi di Pompei, il Convegno regionale del volontariato carcerario “Costruire insieme, nel carcere, la pedagogia della Carità”, promosso dalla Pastorale Penitenziaria della Campania, con la partecipazione di una delegazione della Caritas Campana. A introdurre e moderare i lavori è stato don Rosario Petrone, Incaricato regionale della Pastorale Carceraria della Conferenza Episcopale Campana. Il momento iniziale di preghiera e di ascolto della Parola, guidato da S.E. Mons. Pasquale Cascio, Arcivescovo di Sant’Angelo dei Lombardi-Conza-Nusco-Bisaccia, delegato per la pastorale carceraria, ha offerto la prospettiva nella quale si è sviluppata l’intera giornata: evangelizzazione e carità sono dimensioni inseparabili della missione della Chiesa. A partire dalla Parola di Dio (1Re 8,60-61), Mons. Cascio ha ricordato che il servizio ai fratelli e alle sorelle detenuti nasce anzitutto da un cuore aperto all’amore del Signore e capace, proprio per questo, di accompagnare l’altro all’incontro con Lui. Su questa stessa prospettiva si è inserita la riflessione di S.E. Mons. Antonio Di Donna, Vescovo di Acerra e Presidente della Conferenza Episcopale Campana, dedicata a “La pastorale penitenziaria nell’integrazione tra gli Uffici pastorali della C.E.C.”. Richiamando l’esperienza della prima comunità cristiana descritta negli Atti degli Apostoli, Mons. Di Donna ha sottolineato la necessità di una pastorale unitaria e integrata, nella quale ascolto della Parola, liturgia e carità si alimentino reciprocamente. Anche la pastorale penitenziaria è chiamata, dunque, a inserirsi pienamente nel cammino delle Chiese locali, in dialogo con la Caritas, gli altri ambiti pastorali e le comunità parrocchiali. Il tema della formazione è stato approfondito da S.E. Mons. Antonio De Luca, Vescovo di Teggiano-Policastro, delegato del Servizio della Carità, che ha indicato nella fiducia e nella centralità della persona due elementi fondamentali del servizio ecclesiale. Dietro il reato e la pena, ha ricordato, vi è sempre una persona da incontrare e accompagnare. Da qui la necessità di una formazione condivisa che unisca attenzione alla persona, competenze nell’ambito giuridico e della giustizia riparativa, capacità di relazione e animazione delle comunità. Mons. De Luca ha inoltre invitato a valorizzare l’esperienza della pastorale penitenziaria anche all’interno del Dossier regionale delle povertà, rendendo visibile il legame già esistente con l’azione delle Caritas diocesane. A completare il percorso di riflessione è stato don Marco Pagniello, Direttore di Caritas Italiana, che ha richiamato la comunità cristiana alla corresponsabilità nella custodia della dignità di ogni persona. La presenza accanto ai detenuti è chiamata a passare dalla semplice visita a un autentico accompagnamento, capace di coinvolgere anche le famiglie e di sostenere percorsi di formazione, reinserimento lavorativo e giustizia riparativa. In questa prospettiva diventa essenziale costruire ponti tra il “dentro” e il “fuori”, superando isolamento e stigma e creando reali possibilità di ricominciare. Al termine del suo intervento, don Pagniello ha indicato quattro piste concrete di lavoro: alleanze stabili, discernimento comune, opere-segno condivise e attenzione alla povertà culturale. Nelle conclusioni, Mons. Pasquale Cascio ha invitato a tradurre quanto emerso in un cammino condiviso, iniziando fin da subito a lavorare in maniera unitaria. Una Chiesa capace di entrare nelle fragilità, accompagnare le persone e aprire percorsi di speranza è chiamata, anche attraverso la presenza negli istituti penitenziari, non semplicemente ad adeguarsi alla storia, ma a contribuire a costruirla. Torino. Dal carcere minorile al borgo che rinasce: quando il cibo offre una seconda possibilità di Mariella Tanzarella La Repubblica, 27 settembre 2026 Ristoranti di comunità, conserve antispreco e laboratori per donne vittime di violenza: i progetti che trasformano cucina e agricoltura in inclusione. Servire pietanze, studiare ingredienti, preparare conserve, cucinare le specialità tradizionali di un territorio. Azioni che un gran numero di operatori del settore compie quotidianamente; ma per qualcuno di loro il significato va oltre, e arriva a permettere il recupero della serenità a persone che per vari motivi sono in difficoltà. A “Terra Madre” si possono trovare molti esempi. Molti quelli segnalati nello stand di Vetrina Toscana Toscana, che li riunisce sotto l’etichetta de “Il gusto giusto”. Le modalità e gli obiettivi sono i più diversi, ma il fine è uno solo, sostenere e migliorare le condizioni di vita di chi da solo magari non potrebbe farcela. Si parte da casi classici, ristoranti e osterie, luoghi perfetti di inclusione. Come Maccalè, ristorante di comunità che sul Monte Amiata, a San Giovanni delle Contee, riesce a restituire vivacità a un borgo che si stava spopolando. Lo preparando le ricette della zona e organizzando la consegna a domicilio della spesa a chi non è autonomo, e alla fine ha trasformato un luogo quasi abbandonato in una meta turistica molto apprezzata: via, la vita ricomincia. O come La Tana del Drago, che tra Castagneto Carducci e Bolgheri, luoghi cari alla letteratura, crea una rete in cui vengono coinvolti soggetti fragili a vario titolo, conquistando la clientela con pappa al pomodoro, sugo di funghi, ribollita e cinghiale. Impastare e cucinare i testaroli, preparare il pesto e altri sughi o altre specialità della Lunigiana è la patrtenza di un percorso verso la fine della pena per le ragazze dell’IPM Pontremoli, unico carcere minorile italiano interamente femminile. A disposizione delle detenute-cuoche c’è anche un orto dove possono coltivare molti ingredienti e assaporare in anteprima il gusto della libertà. Il progetto, in collaborazione con Slow Food Luni Apua, si chiama opportunamente Slow & Free. Ed ecco una diversa applicazione della pratica di non sprecare. Scelta virtuosa, ma ancora di più a Castiglion Fiorentino, dove le eccedenze agricole e quello che la Grande Distribuzione Organizzata scarta per motivi “estetici” vengono trasfornati da La Conserveria in ottime conserve biologiche, grazie ai membri di Ragazzi Speciali Onlus, giovani con autismo e altre disabilità intellettive, molto impegnati nel radunare la materia prima e lavorarla, dopo una corretta formazione, in prodotti buoni e portatori di un messaggio importante. Si va dai carciofi ai sughi, dal chutney, alle cipolle, dalle confetture ai succhi. È invece un olivo straordinario, che vegeta da mezzo millennio in località Montebenichi a Bucine, in provincia di Arezzo, lo strumento de L’Olivone, che ha creato un programma a favore dei bambini in cura all'ospedale pediatrico Meyer di Firenze: l’olio prodotto dall’olivo pare abbia un dna straordinario, viene perciò regalato all’ospedale e venduto a privati solo in cambio di donazioni per l’ospedale stesso. Tanti i progetti simili anche di altre regioni. Nello stand della Basilicata c’è PeperonAut, espositore che vende peperone crusco di Senise IGP, prodotto tipico di cui in anni recenti sono state fortemente rivalutate le proprietà, e impiega ragazzi con disabilità. Si tratta per lo più di soggetti autistici, che nel laboratorio preparano autentiche delizie, acquistabili anche online: peperone crusco croccante, da usare come condimento o ingrediente (intero, a scaglie o in polvere) o da friggere, o al cioccolato, o racchiuso in preziosi cioccolatini fondenti. In territorio laziale c’è Kore, che organizza corsi di agricoltura e la produzione di “tisane etiche” prodotte in nodo biologico ed ecosostenibile, per il reinserimento sociale e lavorativo di persone che hanno subito violenze o sfruttamento o che hanno altri tipi di problemi. E nella provincia di Ascoli Piceno, nelle Marche, Centimetro Zero offre lavoro e formazione a ragazzi disabili con una locanda, che presto sarà affiancata da un nuovo locale in un palazzo storico in ristrutturazione, e con una cioccolateria artigianale, Cioccole, che realizza diversi prodotti. Ma non è solo la solidarietà umana diretta quella che fa la differenza. Riva degli Etruschi amalgama ospitalità e ristorazione con agricoltura biologica, solidarietà e tutela della biodiversità, perché, come ben ha indicato Carlin Petrini, la biodiversità, tema di Terra Madre 2026, è la chiave del nostro futuro. Esempio: il recupero di varietà agricole a rischio (come il Carciofo Violetto della Val di Cornia). Ma ci sono anche due settimane l’anno in cui ospitano al mare bambini autistici o con problemi psichici e le loro famiglie, tramite Dynamo Camp e Terra Alta. La Spezia. Nel festival "Parole Liberate" i testi dei detenuti diventano canzoni lagazzettadimassaecarrara.net, 27 settembre 2026 Dopo Cuneo e prima di Cremona e Roma, “Parole Liberate” ritorna nel territorio di appartenenza con 2 appuntamenti nel Comune di Fosdinovo e nel Comune di Castelnuovo Magra che vedono, oltre ai musicisti, la presenza di operatori legati al mondo carcerario. “Parole Liberate” è un progetto musicale, culturale e sociale che parte con un bando, creato dall’omonima associazione di promozione sociale ed emanato dal Ministero della Giustizia: si propone ai detenuti di scrivere un testo che diventa canzone grazie al contributo di importanti musicisti della scena musicale italiana. I testi ricevuti vengono inviati ad una serie di artisti che li scelgono e adattano alla parte musicale, li interpretano e li registrano. I due album (2022 e 2024) hanno avuto molti riconoscimenti, vinto vari premi e si sono classificati al secondo e terzo posto alle Targhe Tenco 2022 e 2024. Il premio Tenco è la più importante manifestazione dedicata alla musica d’autore e le Targhe Tenco sono assegnate da una giuria di 300 giornalisti italiani. L’iniziativa non è limitata all’ambito discografico ma vede la partecipazione di molti artisti, sia del volume 1 che del volume 2, alle presentazioni e ai concerti che si svolgono dentro e fuori le carceri. Al centro Palomar a Caniparola di Fosdinovo (Ms), sabato alle ore 21:00, oltre a vari interventi, si esibiranno Teresa Plantamura, Alvise Nodale e Nicole Coceancig. Questi ultimi 2 artisti saranno presenti, insieme ai NuovoNormale, anche domenica a Castelnuovo Magra (Sp), in piazza Querciola, davanti al circolo Arci che cura la parte castelnovese. L’evento di Castelnuovo Magra avrà inizio alle 17:00 e prevede la partecipazione di Maria Cristina Bigi (direttrice del carcere della Spezia), di Alice Parodi ed Enrico Casale (progetto di teatro ‘Per Aspera ad Astra’), Stefania Novelli (presidente Arci Liguria) e Marco Pellegrini della cooperativa ‘Il Pungiglione’. Nunzio Festa, invece, presenterà il libro ‘A volte escono’. Le 2 serate sono patrocinate dai comuni di Fosdinovo e Castelnuovo Magra. Libere note per libera vita di Helmut Failoni La Lettura - Corriere della Sera, 27 settembre 2026 Quando Camea Ayewa (1981), meglio nota come Moor Mother - poetessa, musicista, attivista afro-americana, fondatrice del collettivo Black Quantum Futurism - è arrivata al carcere femminile Venezia Giudecca, per condurre un workshop con le detenute nell’ambito di una collaborazione tra Biennale College Musica e la Casa di reclusione, è stata avvicinata da una giovane donna. “Poteva passare per una di New York o del New Jersey - scrive Moor Mother nel catalogo della Biennale Musica di prossima uscita - anche se in realtà era veneziana. Mi ha detto: “Mi piacerebbe una poesia d’amore. Ne scriveresti qualcuna per me?”. Ho subito preso un foglio di carta e ho scritto tutte le poesie che avevo nel cuore. Quello che ho imparato fin dall’inizio del laboratorio è che in prigione l’amore è raro. Queste donne non riuscivano a trovarne nemmeno un briciolo, quindi chiedevano - o forse pretendevano - amore da chiunque varcasse la soglia”. Fanno venire i brividi queste parole. Ci aprono gli occhi. Moor Mother è stata chiamata da Caterina Barbieri, direttrice artistica della Biennale Musica di Venezia, a curare la realizzazione del progetto Musica Libera, nato e sviluppato all’interno del carcere, insieme ad Alif Hilal (1990) - vocamo list americana precedentemente nota come Lyra Pramuk - e Simone Trabucchi (1982) - noto anche come Still, che opera attraverso diversi ruoli e media, esplorando i confini tra arti visive, suono e produzione culturale ed è parte del duo Invernomuto - con la collaborazione dei giovani artisti e musicisti selezionati per la Biennale College (Wyldie Bracewell, Talullah Calderwood, Lara Dâmaso, Andrea La Pietra e alys(alys)alys). Un progetto che si concretizzerà in un’installazione sonora: verrà attivata da una performance dal vivo delle detenute stesse nel cortile del penitenziario il 18 e il 24 ottobre. Prima verrà diffuso un montaggio sonoro dei workshop realizzati nei mesi scorsi e poi... improvvisazione: Musica Libera, appunto. Nell’arco di tre sessioni laboratoriali - tra aprile e luglio - le donne dell’istituto penitenziario hanno infatti partecipato e contribuito con i curatori a diverse iniziative legate alla musica e al suo ascolto. Il primo workshop, Oral Present di Moor Mother, ha coinvolto le partecipanti e registrato le loro risposte attorno a tre domande sui concetti di memoria, tempo e trasmissione: sul tempo che si vive e sull’idea di parlare attraverso il tempo, con lo scopo di inviare un messaggio a sé stessi, alla propria famiglia o al mondo. Il secondo, condotto da Alif Hilal, ha creato invece gruppi di ascolto e discussione a partire dalle proposte musicali fatte dalle stesse partecipanti, in base alle loro predilezioni e al loro coinvolgimento emotivo, interrogandole sulle modalità del sentire e delle parole per dirle. Barbieri parla di questo progetto come di “un laboratorio all’insegna della musica, che ha l’obiettivo di aprire un dialogo con la città di Venezia e il suo tessuto sociale. L’iniziativa riflette un’idea di programmazione culturale tesa a valorizzare la musica nel suo potere terapeutico, concependo la creazione artistica non come semplice oggetto di fruizione passiva e consumo, ma come possibile canale di catarsi e trasformazione collettiva”. E aggiunge: “L’anima di Musica Libera risiede nella sua natura corale, fondata sull’ascolto, la vulnerabilità, l’urgenza espressiva e la co-creazione, più che su metodi compositivi prestabiliti”. “La Lettura” ha conversato sulla nascita di Musica Libera con Trabucchi che con il suo workshop Free Music ha portato all’interno del carcere un vero studio di registrazione per promuoverne l’uso condiviso secondo una concezione aperta della musica, un linguaggio capace di raccontare, evocare e trasformare. È lo strumento con cui si produrranno ambienti sonori utilizzati come materiale per la rielaborazione delle registrazioni realizzate anche negli altri due workshop. Racconta Trabucchi: “È un mondo, quello del carcere, di cui noi siadigiuni. È un mondo che chi è libero non può immaginare. È la prova di quanto abbiamo fallito come società e di cosa sia l’istituzione carcere al giorno d’oggi: un’istituzione punitiva, non un’istituzione di rieducazione. In carcere ci sono deprivazione del tempo e della privacy. Per questo Musica Libera è importante”. Gli chiediamo delle sue sensazioni al primo incontro: “La cosa bella è che le detenute avevano voglia di stare con noi, ma ammetto che all’inizio una mia grande paura era legata al fatto di essere uomo. Molte di loro, immagino, vengano da storie di violenza di genere, alle quali hanno reagito”. Con tre ore a disposizione al pomeriggio un paio di volte al mese, il progetto è stato lentamente costruito nel tempo. Specifica Trabucchi: “Siamo in una stanza che di solito viene adibita a varie attività, le più disparate, e lì all’interno abbiamo fondamentalmente preparato un tavolo con diversi strumenti, macchinari, ci sono una drum machine, diversi sintetizzatori, microfoni, effetti vari, una chitarra. Ciò che ci è servito per fare Musica Libera. Anche con il preziosissimo aiuto delle educatrici, persone che fondamentalmente si occupano della scuola all’interno del carcere”. Non tutte le detenute hanno potuto però partecipare, “per ragioni giudiziarie, perché ancora nel mezzo di un processo”. Età media? Si ferma un momento Trabucchi: “Difficilissimo dirlo, perché abbiamo incontrato donne dai 18 ai 70 anni. E poi, aggiungo, cosa non secondaria, che non sono state sempre le stesse persone quelle che abbiamo incontrato. Alcune cambiavano, ma c’è stato comunque un nucleo di persone che è rimasto. Mi sento di dire che tutte le persone che abbiamo incontrato hanno un rapporto vitale con la musica”. Che ha naturalmente un legame con qualcosa che sta al di là del muro, fuori dal carcere. “La musica per loro ha una memoria”. Essendo per sua stessa costituzione astratta, lascia anche spazio all’immaginazione. Aggiunge Trabucchi che “è stato importante chiedere loro di portare un brano, e parlarne”. Alif Hilal nel suo workshop ispirato al deep listening (ascolto profondo) ha creato uno spazio per esplorare e decodificare gli elementi musicali che ci emozionano e ispirano. “È stato anche molto toccante per loro parlare di tempo con Moor Mother, una questione così importante - aggiunge Trabucchi - così vincolante, così cruciale, per chi sta in carcere. Lì il tempo ovviamente assume una dimensione completamente diversa rispetto alla nostra “normalità”. E poi ancora: “Ha funzionato particolarmente benissimo pure il lavoro di Alif, perché ogni detenuta ha selezionato una traccia. Il suono è stato il terreno di incontro”. Brani scelti? “Di tutto, tanta musica italiana, Vasco Rossi, Laura Pausini, Rap anni ‘90, Eric Clapton, Pink Floyd. Non voglio generalizzare, ma molte di loro hanno un rapporto importante con la scrittura, che rappresenta il momento in cui scavano nel loro passato, verbalizzano pensieri, rabbie, memorie, ma anche dei desideri”. Il progetto si aggiunge a Rinasco con l’arte, iniziativa promossa dalla Biennale di Venezia, fortemente voluta dal suo presidente Pietrangelo Buttafuoco, e intesa a far crescere i rapporti con gli istituti penitenziari. La finalità: un reinserimento lavorativo temporaneo delle detenute e dei detenuti degli istituti penitenziari della città. La democrazia punitiva di Elia Libertini osservatoriorepressione.info, 27 settembre 2026 "Stato penale, crisi del welfare e governo del conflitto": il libro di Italo Di Sabato indaga come sicurezza, controllo e punizione siano diventati strumenti sempre più centrali nella gestione delle contraddizioni sociali. C’è un modo rassicurante di raccontare l’espansione delle politiche repressive che attraversa l’Italia e, più in generale, le democrazie contemporanee. Consiste nel considerare ogni nuovo reato, ogni aumento delle pene, ogni ampliamento dei poteri di polizia e ogni restrizione del diritto di manifestare come la risposta contingente a un’emergenza altrettanto contingente. Prima il terrorismo, poi l’immigrazione, il degrado urbano, le occupazioni, i rave, le proteste, i blocchi stradali, le rivolte nelle carceri. Cambia di volta in volta il soggetto indicato come pericolo, ma rimane immutato il dispositivo: davanti a un problema sociale, la risposta politica assume sempre più frequentemente la forma della proibizione, del controllo e della pena. È questa lettura episodica che La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione antropologica e consenso reazionario, di Italo Di Sabato, pubblicato da Momo Edizioni, prova a rovesciare. Il punto di partenza del libro è che non siamo davanti a una semplice successione di emergenze, e neppure soltanto a una deriva repressiva imputabile a questo o quel governo. Siamo di fronte a una trasformazione più profonda delle modalità attraverso cui viene esercitato il potere nelle società contemporanee. Il sistema penale non può più essere considerato soltanto come l’apparato destinato a intervenire davanti alla commissione di un reato: diventa una vera e propria tecnologia politica di governo, attraverso la quale vengono amministrate contraddizioni sociali che la politica non vuole o non riesce più a risolvere. Nelle conclusioni del volume il punto viene formulato con nettezza: “La repressione non interviene quando la politica fallisce: ne prende il posto”. Il concetto di “democrazia punitiva” non indica dunque semplicemente uno Stato che punisce di più. Indica una democrazia nella quale pena, controllo e sicurezza acquistano una funzione politica crescente proprio mentre si indeboliscono gli strumenti attraverso cui il conflitto sociale veniva mediato. Il passaggio decisivo è quello dallo Stato sociale allo Stato penale. Precarizzazione del lavoro, impoverimento, indebolimento dei corpi intermedi, arretramento del welfare e aumento delle disuguaglianze non producono automaticamente politiche repressive, ma costituiscono il terreno sul quale la questione sociale può essere progressivamente tradotta in questione di ordine pubblico. Quando diminuisce la capacità dello Stato di garantire sicurezza sociale, aumenta così la promessa di garantire sicurezza penale. Non si interviene prioritariamente sulle cause che producono marginalità, precarietà o conflitto, ma sui soggetti che ne rendono visibili gli effetti. Il povero diventa problema di decoro, il migrante problema di sicurezza, il detenuto corpo da neutralizzare, il manifestante problema di ordine pubblico, l’occupante abusivo problema penale. La politica smette progressivamente di chiedersi quali rapporti sociali producano un determinato conflitto e comincia a domandarsi attraverso quali strumenti quel conflitto possa essere contenuto. Il carcere, in questa prospettiva, non costituisce un elemento marginale: diventa una delle istituzioni attraverso le quali una società decide quali contraddizioni rendere invisibili. Nel libro viene descritto non tanto come risposta al crimine quanto come strumento di gestione della marginalità e del conflitto potenziale, destinato a contenere e neutralizzare ciò che eccede l’ordine sociale. È all’interno di questa trasformazione che va letta anche la funzione della polizia. La questione non riguarda soltanto gli abusi compiuti da singoli appartenenti alle forze dell’ordine. Fermarsi alla categoria della “mela marcia” significa personalizzare ciò che deve invece essere interrogato sul piano istituzionale. Il problema posto dal libro è la funzione attribuita alla polizia in società attraversate da crescenti disuguaglianze e dalla riduzione degli spazi di mediazione politica del conflitto. Il potere coercitivo tende sempre più a spostarsi prima della commissione del reato: controllo, identificazione, sorveglianza, interdizione, prevenzione. Il bersaglio non è più soltanto ciò che un individuo ha fatto, ma ciò che potrebbe fare, il luogo nel quale si trova, il gruppo al quale viene associato, il conflitto del quale potrebbe diventare parte. La repressione assume così una funzione preventiva e disciplinare: non parla soltanto a chi viene direttamente colpito, ma comunica all’intero corpo sociale il possibile prezzo della disobbedienza. La piazza cessa allora progressivamente di essere considerata uno spazio fisiologico della democrazia e viene trattata come uno spazio potenzialmente pericoloso da amministrare. È un passaggio fondamentale perché mostra come la repressione contemporanea non debba necessariamente assumere la forma eccezionale della sospensione manifesta delle libertà. Può procedere attraverso la loro erosione graduale, attraverso norme amministrative, dispositivi preventivi, divieti territoriali, aumento della discrezionalità delle autorità di pubblica sicurezza e anticipazione continua della soglia dell’intervento statale. L’ordine pubblico non interviene più soltanto quando il conflitto oltrepassa determinati limiti: tende a stabilire preventivamente quali forme di conflitto possano essere considerate legittime. Uno dei meriti del libro è però quello di non ricostruire questa trasformazione come una semplice storia dell’autoritarismo delle destre. La democrazia punitiva ha una genealogia più lunga e politicamente trasversale. Il volume torna per questo su Tangentopoli, sul populismo giudiziario, sul giustizialismo, sulla retorica della legalità e sulla progressiva sostituzione del conflitto politico con la contrapposizione morale tra onesti e disonesti. A essere messa in discussione non è la legalità come limite al potere, elemento essenziale di qualsiasi ordinamento democratico, ma la sua trasformazione in ideologia della legalità, nella quale il rispetto della norma finisce per essere identificato automaticamente con la giustizia. È qui che il discorso diventa particolarmente scomodo anche per una parte della sinistra. La costruzione dello Stato penale italiano non comincia con l’attuale stagione politica. La cultura dell’emergenza, l’inasprimento penale, la criminalizzazione delle marginalità, la retorica del decoro, il giustizialismo e l’idea secondo cui problemi politici e sociali possano essere affrontati attraverso il codice penale hanno attraversato schieramenti differenti. La destra radicalizza questa grammatica, ma non l’ha inventata. Ed è proprio questa continuità a spiegare perché le politiche sicuritarie riescano a sedimentarsi così facilmente. Ogni emergenza lascia dietro di sé nuovi poteri, nuove norme e nuovi dispositivi che raramente scompaiono quando l’emergenza finisce. L’eccezione non sospende più temporaneamente la normalità: tende a diventare essa stessa una modalità ordinaria di governo. La democrazia punitiva, tuttavia, non è soltanto un libro sulla repressione. La crescita dello Stato penale viene messa in relazione con la crisi della rappresentanza politica. La trasformazione istituzionale iniziata negli anni Novanta, l’affermazione del maggioritario, la personalizzazione della politica, il progressivo rafforzamento degli esecutivi e la centralità assunta dalla governabilità vengono interpretati come parti di una trasformazione più ampia. Non perché maggioritario e repressione siano fenomeni sovrapponibili, ma perché entrambi possono inserirsi in una concezione della politica che considera il conflitto sempre meno come elemento costitutivo della democrazia e sempre più come ostacolo alla decisione. Non casualmente il volume dedica una parte specifica alla crisi della rappresentanza e alla svolta maggioritaria, collegandole alla successiva moralizzazione dello spazio sociale. Se la società è attraversata da interessi differenti e conflittuali, rappresentare significa consentire a quel conflitto di entrare nelle istituzioni. Se invece il valore dominante diventa la capacità di decidere rapidamente, la pluralità tende ad apparire come intralcio. La decisione prende il posto della mediazione, la governabilità della rappresentanza, l’ordine del conflitto. È in questo passaggio che il paradigma punitivo supera i confini del diritto penale: diventa un modo di pensare la società, le istituzioni e perfino il cittadino. Ed è proprio questo spostamento a condurre verso una delle questioni più interessanti affrontate nel volume: nessun sistema repressivo potrebbe consolidarsi facendo affidamento esclusivamente sulla coercizione. Lo Stato penale ha bisogno di consenso. La cronaca nera, i social network, la costruzione mediatica del nemico, la paura, la giustizia emotiva, la retorica anticasta e la moralizzazione contribuiscono a costruire un cittadino che interpreta sempre più frequentemente i problemi sociali attraverso categorie penali: colpevole e innocente, vittima e carnefice, ordine e disordine. La domanda diventa allora più difficile: perché una società attraversata da precarietà e perdita di diritti può arrivare a chiedere più punizione anziché più diritti? Il libro individua nella sicurezza una possibile compensazione simbolica alla perdita di sicurezza materiale. Quando diminuisce la capacità di controllare il proprio lavoro, il reddito, la casa o il futuro, acquista forza politica la promessa di controllare qualcun altro. Il migrante, il povero, il detenuto, il manifestante, il giovane considerato deviante possono così diventare figure sulle quali trasferire paure e insicurezze che hanno origini differenti. La sicurezza diventa il linguaggio attraverso il quale una parte della società interpreta condizioni che nascono altrove, mentre la richiesta di protezione può trasformarsi in domanda di punizione. Per questo il passaggio dal welfare al penale non può essere spiegato soltanto attraverso le istituzioni. Lo Stato penale si stabilizza quando diventa senso comune, quando una parte della società comincia a identificare l’ordine con la sicurezza e la sicurezza con la punizione. Il libro insiste proprio su questo punto: “Lo Stato penale non si è imposto contro la società: si è costruito dentro di essa, fino a diventare senso comune”. La questione non è dunque soltanto smontare gli apparati repressivi, ma comprendere e mettere in discussione le soggettività che finiscono per considerarli necessari e desiderabili. È in questa prospettiva che assume significato anche l’orizzonte abolizionista presente nelle pagine dedicate al carcere. Non come promessa ingenua di una società improvvisamente priva di violenza e conflitti, ma come rovesciamento della domanda. Se il sistema penale svolge una funzione strutturale nel governo delle disuguaglianze, non basta chiedere semplicemente che funzioni meglio. Occorre interrogare la funzione stessa della punizione. Il libro formula la questione partendo dal carcere: non domandarsi soltanto come punire meglio, ma se una società fondata sulla punizione possa considerarsi giusta. Ne deriva anche una diversa concezione della sicurezza. Non quella prodotta dalla moltiplicazione di polizia, carcere, sorveglianza e divieti, ma quella costruita attraverso diritti sociali, reddito, casa, salute, istruzione, relazioni e possibilità collettive di affrontare il conflitto. In questo senso l’abolizionismo non rappresenta soltanto una teoria sul carcere: diventa una critica più generale all’idea che la società possa essere governata selezionando, isolando e neutralizzando continuamente soggetti considerati pericolosi. È probabilmente qui che si trova il nucleo più radicale di La democrazia punitiva. La repressione non è semplicemente ciò che accade quando la democrazia viene sospesa. Può diventare uno dei modi attraverso cui una democrazia continua formalmente a funzionare mentre modifica profondamente il proprio rapporto con il conflitto, i diritti e la cittadinanza. Il problema non è dunque soltanto quanto uno Stato punisca, ma che cosa una società decide di non trasformare nel momento in cui sceglie di punire. Ed è questa, alla fine, la domanda che il libro lascia aperta: quali condizioni sociali producono ciò che continuiamo a pretendere di risolvere attraverso la repressione? La tattica dello spavento di Beppe Severgnini Corriere della Sera, 27 settembre 2026 Gli studenti coinvolti dalle nuove regole sul tetto del 30 per cento degli stranieri potrebbero essere meno di 300. Perché allora tutta questa urgenza, quest’improvvisa passione governativa per la questione? Risposta facile: Giorgia Meloni prova a scavare trincee per rallentare l’avanzata di Roberto Vannacci. “Ma se il decreto-scuola riguarda poche centinaia di alunni!”, direte voi. Beh, questo lo sa chi s’informa. E non tutti s’informano. Notate bene: la nostra premier avrebbe potuto dire, legittimamente, d’aver rispettato i conti pubblici; d’aver fatto registrare una piccola crescita economica; d’aver tenuto testa a Trump e tenuto lontano Putin, che pure ha amici nel governo; d’aver operato con lealtà nell’Unione Europea. Ma queste cose non portano voti. Parlano alla testa, non alla pancia. Ed è con la pancia che oggi si vincono le elezioni. Tetto del 30% per gli stranieri: secondo lo studio del Politecnico di Milano, gli studenti coinvolti potrebbero essere meno di 300. Questo il sommario dell’analisi del Corriere, firmata da Gianna Fregonara e Orsola Riva, che aggiungono: “Anche nella relazione tecnica, il governo continua a non fornire i dati sulle reali dimensioni del fenomeno”. Sorpresi? No. Bastava ragionare. La nuova norma non riguarda infatti le seconde generazioni, cioè i bambini e i ragazzi nati in Italia, la stragrande maggioranza. Non riguarda le classi già formate, ma solo le prime. Non riguarda i nuovi arrivati che conoscono l’italiano. Cito le colleghe: “In sostanza dovranno essere riorganizzate soltanto quelle classi prime (elementari, medie e superiori) nelle quali si trova almeno un terzo di studenti stranieri che sono arrivati nel nostro Paese negli ultimi due o tre anni. Una casistica piuttosto rara”. Le proposte di Vannacci sono di questo tenore. Prese una a una, appaiono surreali quanto il suo taglio di capelli: ma agitano, provocano, turbano. Il leader di Futuro Nazionale ha capito il trucco di Brexit, di Trump, dell’ultradestra tedesca: spaventare l’elettore, convincerlo di non aver nulla da perdere, spingerlo alla scommessa estremista.?Ecco, in poche parole, il dramma delle democrazie. I voti, ormai, non si conquistano con i fatti, ma con lo spavento, l’allarme, l’esagerazione. Ecco il motivo di un decreto-scuola che non serve, invece di una politica sui salari che servirebbe moltissimo. L’importanza di insegnare l’italiano, soprattutto agli italiani di Simone Giusti Il Domani, 27 settembre 2026 Quando si parla di difficoltà linguistiche e scolastiche, lo sguardo si posa con particolare insistenza sulle famiglie straniere. Ma uno dei problemi strutturali del paese riguarda quell’area di fragilità che possiamo chiamare illetteratismo. Se il rendimento scolastico è indizio delle carenze linguistiche della famiglia, cosa succede quando questa famiglia è italiana? Quando un ragazzo o una ragazza di origine straniera “non va bene a scuola”, il ministro Valditara vorrebbe obbligare i genitori a studiare l’italiano. L’idea è che ciò che si impara a scuola debba trovare un sostegno anche in famiglia. Prendiamo sul serio questa convinzione e allarghiamo lo sguardo: quali competenze linguistiche hanno gli adulti che vivono in Italia? L’ultima indagine Ocse-Piaac offre una risposta poco rassicurante. In Italia il 35 per cento delle persone tra i 16 e i 65 anni si colloca al livello 1 o inferiore nelle prove di literacy: riesce a orientarsi soprattutto in testi brevi e semplici, quando le informazioni sono esplicite. Solo il 5 per cento raggiunge i livelli più alti. Non è una novità: già nell’indagine del 2011-12 l’Italia si collocava tra i paesi con i risultati più bassi. A distanza di un decennio la media nazionale è rimasta pressoché invariata, mentre è cresciuta la quota delle persone più in difficoltà e si è allargata la distanza tra i due estremi. È questa vasta area di fragilità che possiamo chiamare illetteratismo. Una questione strutturale del paese, che riguarda la possibilità di comprendere un contratto o un’informazione sanitaria, orientarsi tra notizie contrastanti, continuare a imparare, partecipare alla vita pubblica. Riguarda anche la possibilità di accompagnare figlie e figli nel percorso scolastico. Da decenni sappiamo che il titolo di studio dei genitori, le risorse culturali della famiglia e le condizioni socioeconomiche sono associati ai risultati scolastici. L’origine familiare influenza i percorsi e gli apprendimenti ben prima della scelta della scuola secondaria superiore. È una relazione statistica che non determina il destino di nessuno, ma è abbastanza persistente da chiamare in causa la responsabilità della scuola. Eppure, quando si parla di difficoltà linguistiche e scolastiche, lo sguardo si posa con particolare insistenza sulle famiglie straniere. Valditara ha evocato anche il white flight, la “fuga dei bianchi” dalle scuole con un’alta presenza di alunni stranieri. Il fenomeno esiste ed è documentato anche in Italia, ma nasce dall’intreccio tra distribuzione della popolazione sul territorio, regole del sistema scolastico e scelte delle famiglie. Sono soprattutto quelle dotate di maggiori risorse culturali, sociali ed economiche a potersi sottrarre alle scuole considerate troppo eterogenee, contribuendo così ad aumentare la segregazione. La ricerca mette in luce anche il ruolo delle rappresentazioni che accompagnano queste scelte. La fuga è alimentata dall’idea che la composizione sociale ed etnica di una scuola sia un buon indicatore della qualità dell’istruzione. È qui che la segregazione incontra il pregiudizio: l’origine delle persone diventa un indicatore della qualità della scuola. Presentare ripetutamente la presenza straniera come un problema rischia allora di rafforzare proprio la paura che alimenta la fuga. Una politica che intenda contrastare il white flight dovrebbe preoccuparsi anche di non alimentarne le rappresentazioni. L’apprendimento dell’italiano come seconda lingua è una necessità reale. Per chi arriva in Italia, conoscere la lingua significa poter lavorare, accedere ai servizi, partecipare alla vita sociale, parlare con la scuola dei propri figli. Servono corsi accessibili, insegnamento qualificato, mediazione linguistica, occasioni per usare la lingua. Imparare l’italiano dovrebbe essere anzitutto un diritto, e perché un diritto sia effettivo occorre creare le condizioni per esercitarlo. La proposta di Valditara compie invece un curioso rovesciamento: trasforma un diritto in un obbligo e l’apprendimento in una punizione. Il corso di italiano scatterebbe infatti quando una figlia o un figlio “non va bene a scuola”. Il rendimento scolastico diventerebbe così un indizio delle carenze linguistiche della famiglia e l’educazione dei genitori la risposta a una mancanza attribuita loro. E quando la stessa difficoltà si presenta in una famiglia italiana? Quando i genitori parlano italiano da sempre, ma faticano a comprendere un testo, a seguire un ragionamento, a orientarsi tra le informazioni? La cittadinanza italiana non mette al riparo dall’illetteratismo. E il titolo di studio dei genitori, come le condizioni economiche della famiglia, non dovrebbe decidere quali possibilità di apprendimento avranno i figli. È proprio questa la ragione per cui esiste la scuola pubblica: offrire libri, tempo per leggere, occasioni di studio e di confronto anche a chi non può trovarli in casa. Ma conta anche come studenti e studentesse vengono distribuiti tra le scuole. Se le famiglie con maggiori risorse possono sottrarsi alle scuole considerate svantaggiate, mentre in quelle stesse scuole si concentrano difficoltà sociali e instabilità del personale, il sistema finisce per riprodurre le disuguaglianze che dovrebbe contribuire a ridurre. Se ci preoccupa il rapporto tra le risorse culturali delle famiglie e gli apprendimenti scolastici, dobbiamo occuparci anche dell’educazione degli adulti. I Centri provinciali per l’istruzione degli adulti svolgono un lavoro essenziale nell’alfabetizzazione, nell’insegnamento dell’italiano come seconda lingua e nel conseguimento dei titoli di studio. Ma i dati dell’Ocse mostrano una domanda di educazione permanente molto più ampia, alla quale dovrebbero rispondere le politiche pubbliche. L’italiano va insegnato a chi non lo conosce, mettendo a disposizione corsi, insegnanti e servizi adeguati. E a chi già lo parla va data la possibilità di continuare a leggerlo, scriverlo e comprenderlo. Il problema linguistico del paese non viene da fuori. È già dentro le nostre scuole, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle disuguaglianze che si trasmettono da una generazione all’altra. AI e armi: i mercati e la paura di Ferruccio de Bortoli Corriere della Sera, 27 settembre 2026 La spesa complessiva nell’Intelligenza artificiale (AI) è stimata quest’anno (fonte Gartner) in 2,67 trilioni di dollari. Quella militare mondiale ufficiale avrebbe raggiunto nel 2025, secondo Sipri, i 2,8 trilioni di dollari. Sono ordini di grandezza che sfuggono all’immediata comprensione. Cifre che ci appaiono fantascientifiche, avveniristiche, non raramente distopiche. Distanti dalla nostra vita comune. In realtà in quella grande massa di investimenti vi sono anche i risparmi delle famiglie e delle imprese, raccolti sui mercati, fondi pubblici costituiti grazie alle tasse o semplice indebitamento che graverà sulle prossime generazioni. Sono soldi anche nostri di cui abbiamo perso le tracce. Finiti anche là dove non vorremmo che producessero un’umanità controllata dalle macchine o distrutta dalle armi. Ignari? Non del tutto. I paradossi e le contraddizioni si sprecano. Quando assistiamo alle discussioni infinite sul futuro dell’AI, ci comportiamo come gli spettatori di una fiction. Attendiamo il colpo di scena e resteremmo delusi se non ci fosse. Ci troviamo invece nella condizione, quella di investitori seppur indiretti, oltre che di cittadini, di sperare che tutto vada bene. Di trovare conferma di quello che dicono i vari Amodei (Anthropic), Altman (OpenAI), Huang (Nvidia). Oracoli contemporanei. Ovvero che gli stratosferici guadagni di produttività siano in grado di creare un mondo migliore. Salvo poi domandarci se, nella temuta strage di posti di lavoro, non vi sia anche la nostra occupazione o quella dei nostri figli. In realtà, a giorni alterni, i vari guru dell’AI passano da uno scenario estremo all’altro. Dall’Arcadia tecnologica all’Apocalisse. Dall’entusiasmo sfrenato alla catastrofe definitiva. Entrambe le ipotesi, altro paradosso, non dispiacciono (per ora) alle Borse. Stefano Quintarelli, nel suo libro appena pubblicato per Bollati Boringhieri (La bolla dell’Intelligenza artificiale), scritto con Emil Abirascid, si domanda provocatoriamente se non sia in atto una sorta di commedia. La trama di una fiction. Quando gli stessi grandi dell’AI ipotizzano una maggiore regolazione o addirittura un accordo per rallentare la ricerca, nascondono la preoccupazione di andare presto con le gambe all’aria? Il dubbio di uno dei maggiori esperti italiani è inquietante. Nel libro poi si spiega quanta intelligenza artificiale faccia ormai parte delle nostre vite (senza che ce ne accorgiamo) e quanta positiva produttività si realizzi in uno scenario moderato e ragionevole. Ma - ed è questo un punto importante della nostra attualità - l’economia, la finanza, la società e la stessa politica, tendono a non credere più negli scenari moderati. Si impongono orizzonti estremi. Attraenti e promettenti sotto il profilo dei ritorni degli investimenti. Tutto si polarizza. Anche le nostre opinioni? Il nostro modo di essere e ragionare? La trappola mentale dell’estremismo è premiata dagli algoritmi e favorita dall’inciviltà soggettiva dei social network. Con l’aggravante che la dimensione del gioco, del gaming (Nvidia viene da lì, dai videogiochi) sembra essersi impossessata di molte delle attività non solo economiche e finanziarie. E chi fa previsioni, e disegna scenari, ne soddisfa la domanda. Passiamo alla Difesa. Investimenti indispensabili, d’accordo. Ma quello che colpisce alcuni osservatori è che, in alcuni casi, i valori delle società coinvolte incorporino già, non solo le guerre in corso, ma anche quelle prevedibili o immaginarie. Questo avviene, per esempio, nel considerare strutturale la domanda di prodotti cosiddetti consumabili (missili, propellenti, esplosivi, ecc.). Simone Strocchi, presidente e managing partner di Electa Ventures, ed ex ufficiale della Marina militare, nota che l’interesse degli investitori in grandi produttori di “consumabili” - come per esempio Rheinmetall, Saab e Chemring - iniziato con l’invasione russa in Ucraina e ulteriormente alimentato dal riarmo europeo rischia di incorporare nei valori di Borsa una singolare aspettativa, ovvero che nel cosiddetto terminal value di certe aziende finisca per entrare anche la durata della minaccia. Un mondo sempre più a corto di munizioni. E si stupisce che ciò rientri nella normalità di molti scenari. A questo punto tutt’altro che estremi e improbabili. Dovremmo augurarci, come cittadini, che la bolla degli investimenti nella Difesa, pur necessari per garantire la sicurezza, prima o poi però esploda, cioè che le armi diventino meno richieste. Ma sono in molti, consapevoli o no, a puntare i propri capitali affinché ciò non avvenga. Fine vita, l’impugnazione è politica di Paolo Trande Il Manifesto, 27 settembre 2026 L’autore è medico e consigliere regionale Avs Emilia-Romagna. Il governo ha scelto di opporsi solo alla legge regionale sul suicidio medicalmente assistito dell’Emilia Romagna, non a quello largamente sovrapponibile del Veneto. L’impugnazione da parte del governo della legge dell’Emilia-Romagna sul suicidio medicalmente assistito, e non di quella veneta, è un fatto istituzionalmente e politicamente grave. Lo è per la materia, per la delicatezza delle condizioni dei pazienti coinvolti e per la natura degli argomenti utilizzati, ma anche perché conferma la prevalenza dello scontro politico sul principio di leale collaborazione tra le diverse articolazioni della Repubblica. La Regione ha legiferato su aspetti organizzativi e procedurali sulla base di un quadro costituzionale ormai definito dalle sentenze della Corte costituzionale: la 204/2025 sulla legge toscana e la 148/2026 sulla legge sarda. In questo contesto, impugnare la norma regionale significa scegliere lo scontro invece dell’interlocuzione istituzionale, anche sotto la pressione di movimenti integralisti che nelle scorse settimane hanno contestato duramente il governo e minacciato di spostare il proprio consenso verso il movimento di Vannacci. La materia avrebbe richiesto cautela e sensibilità: parliamo di cittadini e pazienti con “gravi patologie irreversibili fonte di sofferenze fisiche o psichiche ritenute intollerabili”. La Regione ha cercato di rendere equo, trasparente e omogeneo l’accesso al suicidio medicalmente assistito, evitando che la tutela di un diritto dipendesse ogni volta dal ricorso ai giudici ordinari. L’impugnazione, che non produce effetti sospensivi immediati, interviene peraltro su aspetti di dettaglio della legge e non sull’impianto complessivo della norma. È una scelta che, da un lato, conferma la possibilità di una legislazione regionale sulla materia e, dall’altro, appare come l’ennesimo episodio di una contrapposizione politica nei confronti dell’Emilia-Romagna. È particolarmente grave che questo scontro venga portato avanti non su una materia ordinaria di governo, ma sulla sofferenza di persone che si trovano ad affrontare la fase finale della propria esistenza e chiedono di poterlo fare secondo criteri chiari, uniformi e rispettosi della propria dignità. In questo caso emerge con particolare chiarezza quanto la lotta politica possa arrivare a mettere in discussione principi fondamentali del funzionamento delle istituzioni: la leale collaborazione tra Stato e Regioni e l’autonomia organizzativa in una materia, come la tutela della salute, di competenza concorrente. La continua ricerca dello scontro, la sovrapposizione tra Stato e partito della premier e quella che Berlinguer avrebbe definito “occupazione del potere” sembrano ormai caratterizzare la cultura politica di Fratelli d’Italia. Un’impostazione che, nel corso di questi quattro anni di governo, abbiamo visto riflettersi nel familismo, nell’occupazione dei livelli apicali e del sottogoverno, nelle norme bandiera e in una comunicazione politica fortemente concentrata sui temi più adatti alla propaganda e al vittimismo. Il risultato è una progressiva sovrapposizione tra il potere delle istituzioni e quello della parte politica che oggi governa il Paese. Palazzo Chigi è diventato la dépendance di via della Scrofa. Anche l’impugnazione della legge dell’Emilia-Romagna nasce da una cultura politica che affonda le radici nelle stanze che furono del Msi, poi di Alleanza nazionale e oggi di Fratelli d’Italia. La conferma della natura politica dell’impugnazione sta anche nella mancata impugnazione della legge veneta, largamente sovrapponibile a quella emiliano-romagnola, ma evidentemente off-limits per la propaganda meloniana di palazzo Chigi. Resta da vedere se quella legge continuerà a essere risparmiata, anche alla luce del malcelato interesse di Salvini a colpire l’avversario interno Zaia: una contrapposizione tra nazionalismo e autonomismo che ha trovato un punto di convergenza proprio nel voto del Consiglio regionale veneto, sostenuto anche dal centrosinistra. Non c’è da preoccuparsi, infine, del destino della legge dell’Emilia-Romagna. È pienamente funzionante ed è destinata a superare anche il vaglio della Corte costituzionale, perché è stata scritta - dal sottoscritto come primo firmatario, insieme ai colleghi di maggioranza del Pd, del M5S e dei Civici - con equilibrio e nel pieno rispetto dei principi fissati dalla Corte.