Sessantaseimila persone in carcere, il mito della sicurezza genera solo sovraffollamento e paura di Andrea Oleandri* lavialibera.it, 26 settembre 2026 L’idea che a ogni problema sociale si risponde con una norma penale ha generato un record di presenze in carcere. Tra queste anche 37 bambini. A fronte di reati diminuiti. Durante l’estate, è stato lo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi a parlare dell’Italia “come uno dei luoghi più sicuri al mondo”. Ci sono numeri che raccontano una direzione, come è quello delle persone detenute presenti nelle carceri italiane. A quattro anni di distanza da quando è entrato in carica il governo guidato da Giorgia Meloni, attraverso i dati del sistema penitenziario è possibile tirare le somme di un approccio capace di avvicinarlo al baratro che si dovrebbe evitare. In questi giorni abbiamo con ogni probabilità superato quota 66 mila presenze, con un’estate che ha dato un’accelerata impressionante a questi numeri. Al 31 luglio in carcere c’erano 64.793 persone, al 19 settembre (ultima data in cui sono state aggiornate le statistiche del ministero della Giustizia) invece ve ne erano 65.933. Quindi 1.140 in più in poco meno di due mesi, con una crescita esponenziale ad agosto quando in un mese le presenze erano crescite di 868 unità. La capienza regolamentare è di 51.345 posti, ma quelli realmente disponibili sono appena 46.298. Il tasso di affollamento effettivo ha raggiunto così il 142,4 per cento. Non si tratta solamente di un numero altissimo, ma di un numero che ci riporta indietro. Il picco più alto mai raggiunto dalle carceri italiane fu di 68.258 persone detenute nella stagione che portò alla condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu). Era il periodo tra il 2010 e il 2013, quello dell’emergenza sovraffollamento e dei trattamenti inumani o degradanti generalizzati che portarono la Corte di Strasburgo alla sentenza Torreggiani, con cui fu accertata la violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea. Oggi stiamo spingendo il piede sull’acceleratore in quella stessa direzione. E in alcune parti dell’Italia le cose vanno già molto male, come in Puglia, dove il tasso di affollamento medio ha raggiunto il 183,8 per cento, in Basilicata il 168,1, in Molise il 161,6 e in Lombardia il 160,2. In oltre 80 istituti sui 189 italiani si supera il 150 per cento. A Lucca si arriva al 251,4 per cento, a Milano San Vittore al 225,8, a Foggia al 224,2, a Latina al 215,6. Seguono Brescia Canton Mombello, Lodi, Altamura e Taranto, tutti oltre il 200 per cento. Ma c’è un altro dato che ben racconta l’emergenza in corso, quello dei bambini in carcere. A fine agosto erano 37, insieme alle loro 32 madri. Alla fine del 2024 erano 10. In meno di due anni sono quindi più che triplicati, complice la modifica normativa approvata nel 2025 con il decreto sicurezza, all’interno del quale era prevista l’eliminazione dell’obbligatorietà del differimento della pena prevista. Anche in questo caso si tratta di un passo indietro che ci riporta a prima del Covid e agli anni della condanna della CEDU. In quel periodo i bambini erano sempre tra i 40 e i 50, dal 2020 in poi erano scesi, tanto da far pensare che questo potesse essere un problema del passato e, invece, anche in questo caso è tornata ad essere una questione del presente, che fa emergere con decisione anche i mancati finanziamenti alle case famiglia protette che, secondo la legge Siani, dovrebbero accogliere queste madri con i loro bambini. Nei giorni scorsi la commissione giustizia della Camera dei deputati ha promosso un’indagine conoscitiva sulle carceri, durante la quale diverse realtà saranno ascoltate. Nonostante del sistema penitenziario si sappia ormai molto, se questa indagine sarebbe utile se servisse a rendere evidenti anche ai decisori politici molte delle problematiche che lo affliggono, e ad agire di conseguenza. Soprattutto se partisse dai luoghi in cui la crisi è più evidente, come è ad esempio il carcere di Sollicciano, dove sette sezioni sono state poste sotto sequestro preventivo. E se, oltre al dove, approfondisse anche il come della vita quotidiana. Negli ultimi anni si è progressivamente affermata una gestione della pena nella quale per una parte significativa dei detenuti la permanenza in cella può arrivare fino a venti ore al giorno. Una scelta spesso giustificata con esigenze di sicurezza interna. Ma che, numeri alla mano (quelli di aggressioni, suicidi, atti di autolesionismo, proteste) sembra aver creato l’effetto opposto. Dovrebbe poi indagare, oltre al degrado, le cause e le responsabilità. Il sovraffollamento penitenziario non è un evento improvviso e imprevedibile. E, a differenza di ciò che in molti pensano, non ha neanche un diretto collegamento con i tassi di criminalità. Del resto, durante l’estate, è stato lo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi a parlare di un’Italia che “si conferma come uno dei luoghi più sicuri al mondo”. Lo ha fatto presentando il consueto dossier di ferragosto del ministero dell’Interno. Nel primo semestre del 2026 i reati registrati sono stati 1.068.240, contro 1.186.268 nello stesso periodo del 2025: il 10 per cento in meno. Sono diminuiti gli omicidi volontari, passati da 163 a 138 (-15,3 per cento), i furti, da 493.975 a 437.800 (-11,4 per cento), le rapine, da 14.275 a 12.515 (-12,3 per cento), le violenze sessuali, da 3.384 a 3.142 (-7,1 per cento), e le truffe e frodi informatiche, da 152.012 a 137.529 (-9,5 per cento). Negli anni delle stragi di mafia, ad inizio anni Novanta, gli omicidi in Italia erano oltre 1.000 ogni anno, oggi sono circa 300. E allora come si può spiegare questa crescita delle presenze in carcere? Per lo più in termini di risposta penale. Il governo Meloni, in particolare, dal 2022 ad oggi ha dimostrato di voler rispondere a qualsiasi fenomeno sociale e politico con nuovi reati e ad aumenti di pene. Il primo atto del suo governo fu il decreto anti-rave, accompagnato negli anni, solo per citarne alcuni, dal decreto Caivano, il decreto “anti-maranza”, due decreti sicurezza. Negli anni delle stragi di mafia, ad inizio anni Novanta, gli omicidi in Italia erano oltre 1.000 ogni anno, oggi sono circa 300. E allora come si può spiegare questa crescita delle presenze in carcere? Il numero di persone in carcere, infatti, non cresce soltanto se crescono i reati. Può aumentare anche perché cambiano le leggi, aumentano le fattispecie di reato, si innalzano le pene, si restringono le possibilità di accesso alle misure alternative e si interviene sull’area della detenzione cautelare. Ed è proprio ciò che è avvenuto in questi anni recenti. Del resto, per il governo, sarebbe un difficile equilibrio quello di raccontare un aumento dell’insicurezza, essendo questo uno dei temi fondativi. Ed infatti, guardando la serie ufficiale del Ministero/Sistan, dal 2022 quando è entrato in carica il governo Meloni al 2024, i reati denunciati in Italia sono aumentati del 5,53 per cento. Da ottobre 2022 a fine 2024, invece, le persone detenute sono andate aumentando di oltre il 12 per cento. Il carcere, in poche parole, è diventato il luogo nel quale si sono accumulate, una dopo l’altra, le conseguenze di politiche dell’idea che a ogni problema sociale debba rispondere una nuova norma penale. Un approccio che, mentre ci sarebbe bisogno di riforme che possano alleggerire il sistema penitenziario, prosegue anche in vista di questo autunno elettorale. Prima dell’estate governo e maggioranza hanno continuato a presentare proposte che rischiano di aumentare ulteriormente la pressione sul sistema penitenziario: due sulla legittima difesa e un nuovo decreto sicurezza. Oggi siamo a 66mila persone presenti. Il record di 68.258 non è più un ricordo lontano, ma appare una soglia che, senza interventi immediati, rischia di tornare presto davanti a noi. Chiunque si troverà a governare il Paese dopo le elezioni del 2027 rischia di ricevere in eredità un sistema penitenziario in condizioni drammatiche. Ma il problema non appartiene al prossimo governo. Appartiene a quello di oggi. *Responsabile comunicazione di Antigone Nessuno tocchi Caino, la battaglia di Rita Bernardini nelle carceri sovraffollate di Sara Sonnessa torinocronaca.it, 26 settembre 2026 Oltre 65 mila detenuti per poco più di 51 mila posti. Mentre il sovraffollamento continua a pesare sul sistema penitenziario italiano, Nessuno tocchi Caino porta avanti visite negli istituti e iniziative per il diritto alla salute e il reinserimento. Al centro dell’attività dell’associazione c’è Rita Bernardini, affiancata da una squadra che oggi comprende anche l’imprenditore Alberto Genovese. Il carcere torna al centro dell’attenzione di Nessuno tocchi Caino. Nelle ultime settimane l’associazione guidata da Rita Bernardini è intervenuta ancora una volta sulle condizioni di chi vive negli istituti penitenziari italiani, tra sovraffollamento, problemi sanitari e difficoltà nei percorsi di reinserimento. Uno degli ultimi casi è quello di Giuseppe “Pippo” Scuderi, detenuto a Regina Coeli con gravi problemi di salute. Il 4 settembre sua madre, Angela Scuderi, si è incatenata davanti al Tribunale di Sorveglianza di Roma per chiedere attenzione sulle condizioni del figlio. Sul posto sono arrivati Bernardini, il segretario di Nessuno tocchi Caino Sergio D’Elia e la tesoriera Elisabetta Zamparutti. Secondo quanto riferito dall’ANSA, Bernardini ha ricordato anche un’interrogazione parlamentare presentata nei mesi precedenti sul caso. È uno degli episodi attraverso i quali l’associazione cerca di riportare all’esterno ciò che accade dietro le mura degli istituti. I numeri del sovraffollamento - Il quadro nazionale resta difficile. Secondo gli ultimi dati disponibili del Ministero della Giustizia, aggiornati al 31 agosto 2026, nelle 189 strutture penitenziarie italiane erano presenti 65.661 detenuti, mentre la capienza regolamentare complessiva era di 51.220 posti. In alcune regioni la distanza tra posti disponibili e presenze è particolarmente marcata. In Lombardia, per esempio, risultavano 9.260 detenuti per 6.072 posti regolamentari; in Puglia 4.788 per 2.941. Numeri che spiegano perché per Nessuno tocchi Caino il carcere sia diventato, insieme alla storica battaglia contro la pena di morte, uno dei principali terreni di intervento. Bernardini porta avanti da anni una linea fondata sulla presenza diretta negli istituti: entrare nelle carceri, incontrare detenuti, agenti, operatori e dirigenti, raccogliere testimonianze e segnalare situazioni considerate critiche. Non soltanto celle e spazi insufficienti. Al centro ci sono anche il diritto alla salute, il lavoro, la formazione e soprattutto la possibilità di costruire un percorso che non termini con la semplice espiazione della pena. Da oltre trent’anni contro una pena senza futuro - Nessuno tocchi Caino nasce nel 1993 come associazione radicale, nonviolenta e transnazionale. La battaglia originaria è quella per l’abolizione della pena di morte, ma nel corso degli anni l’attività si è progressivamente estesa alla condizione delle persone detenute e a ciò che l’associazione definisce il “diritto alla speranza”. È proprio il nome a riassumerne la filosofia. Caino è colpevole dell’uccisione di Abele, ma nel racconto biblico viene comunque protetto da una nuova violenza. Il principio rivendicato dall’associazione è che la responsabilità per un reato e la dignità della persona possano continuare a esistere contemporaneamente. Oggi la presidente è Rita Bernardini, affiancata dal segretario Sergio D’Elia e dalla tesoriera Elisabetta Zamparutti. Nel comitato direttivo siede anche l’imprenditore Alberto Genovese, che all’interno dell’associazione segue la raccolta fondi destinata a sostenere le attività, dalle visite negli istituti penitenziari ai progetti legati alla pena di morte e ai diritti dei detenuti. Una composizione che riflette il carattere dell’associazione: esperienze e percorsi diversi riuniti attorno a una battaglia comune, quella per una pena che non perda la propria dimensione umana. Il carcere come questione pubblica - La battaglia di Bernardini e di Nessuno tocchi Caino parte da una convinzione: ciò che accade in carcere non riguarda soltanto chi è detenuto. Il problema è anche quello di capire quale persona debba tornare nella società dopo aver terminato la pena. Senza lavoro, assistenza sanitaria, formazione e rapporti con l’esterno, il rischio è che il carcere diventi soltanto un luogo di attesa. È qui che il concetto di “diritto alla speranza” assume il suo significato più concreto. Non significa cancellare ciò che è stato commesso né confondere responsabilità e perdono. Significa sostenere che la pena abbia un limite e una prospettiva. A più di trent’anni dalla nascita di Nessuno tocchi Caino, la domanda resta quindi aperta: come si può punire un reato senza rinunciare alla possibilità che una persona cambi? Per Rita Bernardini la risposta continua a passare anche dalle porte delle carceri italiane, attraversate una dopo l’altra per riportare fuori una realtà che, troppo spesso, torna visibile soltanto quando diventa emergenza. “Indulto responsabile”: la clemenza prova a non essere una scorciatoia di Filippo Marra L’Opinione, 26 settembre 2026 Sovraffollamento, diritti dei detenuti e reinserimento: la proposta presentata a Montecitorio da giuristi, avvocati e magistrati prova a rimettere il carcere al centro del dibattito, immaginando un indulto diverso da quelli del passato. Le carceri italiane tornano a bussare alla porta della politica. E lo fanno con un tema che, periodicamente, riemerge quando i numeri e le condizioni degli istituti penitenziari rendono sempre più difficile far finta che il problema possa essere rinviato: il sovraffollamento. A Montecitorio, il 23 settembre, è stata presentata la proposta di un “indulto responsabile”, un’iniziativa promossa da esponenti della società civile, del mondo accademico, della magistratura e dell’avvocatura e sostenuta, tra gli altri, da Rita Bernardini, storica esponente radicale impegnata sul fronte dei diritti dei detenuti. Le carceri non possono essere soltanto una questione di posti letto - Il punto da cui parte la proposta è difficile da eludere: quella delle carceri italiane non viene descritta dai promotori come un’emergenza passeggera, ma come una crisi strutturale. Sovraffollamento e condizioni di detenzione sono da anni oggetto di critiche anche sotto il profilo della tutela dei diritti fondamentali, mentre il sistema penitenziario continua a confrontarsi con la necessità di rendere effettivo quel percorso di rieducazione che dovrebbe essere parte integrante della pena. È proprio qui che l’idea dell’indulto torna sul tavolo. Una parola che in Italia, però, porta con sé un carico politico e culturale non indifferente. L’indulto, infatti, è un provvedimento di clemenza generale che riduce o estingue, in tutto o in parte, la pena senza cancellare il reato. Per essere approvato richiede una legge votata con la maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, sia articolo per articolo sia nella votazione finale, secondo quanto stabilito dall’articolo 79 della Costituzione. Ed è la storia di questo strumento a spiegare perché ogni volta che se ne parla il confronto si accenda rapidamente. Da una parte c’è la possibilità di intervenire in tempi relativamente brevi sulla pressione esercitata dal sovraffollamento; dall’altra, il rischio che un provvedimento di questo tipo venga letto come una soluzione temporanea, destinata a lasciare intatti i problemi che hanno reso necessario ricorrervi. La proposta - La proposta dell’”indulto responsabile” nasce, almeno nelle intenzioni dei promotori, proprio dal tentativo di evitare questa contrapposizione. L’idea è infatti quella di non immaginare un indulto “secco”, automatico e indistinto, ma un beneficio inserito all’interno di un percorso. La riduzione della pena sarebbe collegata al cammino rieducativo della persona detenuta, verificato nel tempo, e potrebbe essere subordinata a condizioni precise, dalla buona condotta all’assenza di recidiva. Il percorso, inoltre, non dovrebbe necessariamente interrompersi nel momento in cui si aprono le porte del carcere: l’ipotesi comprende anche forme di accompagnamento successive alla scarcerazione. In questa prospettiva, l’indulto smetterebbe di essere soltanto il momento in cui una pena viene accorciata e diventerebbe, nelle intenzioni di chi sostiene la proposta, una possibile tappa conclusiva di un percorso di reinserimento. Non è un dettaglio secondario. Perché il vero interrogativo, quando si parla di uscita anticipata dal carcere, non è soltanto quante persone possano essere liberate, ma anche che cosa accada loro dopo. Come ricordava Nelson Mandela: “Nessuno conosce davvero una nazione finché non è entrato nelle sue prigioni”. È una frase che, al di là delle diverse letture che può suscitare, obbliga almeno a considerare il carcere non come uno spazio separato dal resto della società, ma come uno dei luoghi nei quali si misura concretamente la qualità delle istituzioni e della loro capacità di trasformare la pena in un percorso che abbia un punto d’arrivo. Indulto differito, cos’è? È su questo terreno che si colloca anche il cosiddetto “indulto differito”, elaborazione alla quale la proposta si collega. In questo modello, la riduzione della pena non diventerebbe immediatamente efficace, ma entrerebbe in vigore dopo un periodo di preparazione. Una finestra temporale che, secondo i promotori, permetterebbe di organizzare il reinserimento, coinvolgere i servizi territoriali e garantire una maggiore continuità del percorso trattamentale anche fuori dall’istituto. Una proposta già descritta come un indulto “preparato e accompagnato”, con efficacia differita di tre-sei mesi. Il ragionamento è abbastanza semplice: se la scarcerazione è improvvisa e non accompagnata da alcun progetto, il rischio è che la persona si ritrovi nuovamente ai margini, senza strumenti e senza una rete di sostegno. E proprio quella marginalità potrebbe trasformarsi in un fattore di nuova criminalità. L’obiettivo dichiarato, dunque, è provare a collegare la risposta al sovraffollamento con una strategia di reinserimento. Non si tratta, però, soltanto di una discussione confinata al mondo politico. Uno degli aspetti più significativi dell’iniziativa è infatti la sua dimensione trasversale. Alla presentazione di Montecitorio hanno partecipato esponenti dell’Accademia, della magistratura e dell’avvocatura: tra gli altri, Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle Camere penali italiane, e Andrea Vacca, presidente della Commissione di studio per il diritto penitenziario dell’Associazione nazionale magistrati, mentre Rita Bernardini ha introdotto e moderato l’incontro. Anche l’adesione dell’ANM alla proposta, formalizzata nei giorni precedenti la conferenza, è stata accompagnata da condizioni precise: tra queste, il potenziamento straordinario delle risorse umane e materiali destinate agli Uffici di esecuzione penale esterna e alla magistratura di sorveglianza, oltre alla previsione che il beneficio possa essere collegato all’esito positivo del percorso rieducativo, con la possibilità di revoca in caso di esito negativo o di commissione di un nuovo reato nel periodo previsto. Servono anche interventi strutturali - Insomma, la parola “responsabile” non è soltanto un’etichetta. Nella proposta vuole indicare precisamente l’idea di un indulto preparato, condizionato e accompagnato. Ma anche questo, evidentemente, non basterebbe da solo. Lo stesso impianto della proposta partedalla necessità di affiancare all’eventuale provvedimento di clemenza interventi strutturali: il potenziamento delle misure alternative alla detenzione, una maggiore attenzione all’edilizia penitenziaria e una diffusione più ampia della giustizia riparativa. Il punto, del resto, è proprio evitare che il problema si ripresenti ciclicamente: svuotare le carceri oggi, per ritrovarle nuovamente sovraffollate domani, difficilmente potrebbe essere considerato una strategia di lungo periodo. Ed è qui che la proposta incontra il suo passaggio più delicato. Un conto è riconoscere l’urgenza del problema carcerario; un altro è trasformare una proposta di clemenza in una misura legislativa capace di tenere insieme esigenze diverse e talvolta difficili da conciliare: sicurezza, legalità, diritti fondamentali e reinserimento sociale. Resta, soprattutto, la questione politica. Un indulto richiede una maggioranza parlamentare molto ampia e, proprio per la sua natura, un consenso pubblico tutt’altro che scontato. La strada per trasformare l’idea in una legge è dunque lunga. L’”indulto responsabile” prova a inserirsi esattamente in quello spazio, proponendo di non scegliere tra emergenza e riforma, ma di legare l’una all’altra. Se questa impostazione riuscirà a tradursi in un’iniziativa legislativa concreta dipenderà dalla capacità dei suoi sostenitori di portare il tema fuori dal recinto degli addetti ai lavori e dentro un confronto politico più ampio. Perché il punto, alla fine, non è soltanto decidere se concedere o meno una riduzione della pena. È stabilire che cosa si vuole ottenere da quella scelta e, soprattutto, che cosa si è disposti a costruire dopo. Servizio Civile Universale, da oggi 33 volontari operano in 11 carceri di Viola Mancuso gnewsonline.it, 26 settembre 2026 Da oggi, 25 settembre, per la prima volta il Servizio Civile Universale entra stabilmente negli istituti penitenziari italiani. Sono trentatré i giovani volontari che hanno preso servizio in 11 carceri distribuite sul territorio nazionale, nell’ambito del progetto del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Ri-educare dentro il cambiamento. È una novità per il sistema penitenziario italiano, ma anche un esperimento destinato a mettere in relazione più stretta il carcere con la società esterna. Il progetto, inserito nel programma dell’ente capofila OPES Aps “Percorsi inclusivi: un impegno collettivo per il cambiamento”, nasce infatti con l’obiettivo di sostenere i percorsi di reinserimento sociale delle persone detenute e di rafforzare le attività trattamentali e di inclusione. L’iniziativa è stata fortemente voluta da Massimo Parisi, vicecapo del Dipartimento, che ha creato una struttura composta da dirigenti e funzionari che dalla sede centrale coordinano la gestione dei 33 operatori impegnati per un anno nelle Case di reclusione di Alghero, Aversa, Massa, Milano Bollate e Palermo Ucciardone e nelle Case circondariali di Bologna, Brindisi, Catanzaro, Cuneo, Roma Regina Coeli e Vicenza. In ognuno di questi istituti, tre operatori volontari oggi hanno firmato i contratti e svolgeranno le attività, affiancando il personale educativo e della segreteria amministrativa e ricevendo una retribuzione mensile. I ragazzi saranno chiamati a svolgere un insieme di interventi che vanno dal supporto organizzativo delle riunioni, alla collaborazione nella realizzazione di eventi e di offerte formative coerenti con le potenzialità delle persone detenute. Una parte significativa del progetto riguarda, inoltre, il rapporto tra istituto e territorio. I giovani, infatti, saranno chiamati a contribuire alla mappatura delle collaborazioni già esistenti e dei possibili nuovi rapporti con associazioni, scuole, università, enti locali, cooperative, aziende e altri soggetti esterni. Un lavoro che punta a rendere più strutturata quella rete di relazioni che può diventare decisiva quando la persona detenuta deve prepararsi al ritorno nella comunità. L’idea è utilizzare il Servizio Civile come uno strumento di collegamento: tra le attività dell’area educativa e la comunità esterna, tra il carcere ed i servizi del territorio. Il conseguimento dell’attestato finale costituirà titolo di riserva per i concorsi pubblici. Il progetto nasce per ora come una sperimentazione circoscritta a 11 istituti, ma è in cantiere la nuova progettazione di una seconda edizione estesa a 24 istituti penitenziari. Per i 33 operatori volontari, l’ingresso in carcere rappresenta anche un percorso formativo e civico che li porterà a confrontarsi con la complessità dell’esecuzione penale e con il lavoro quotidiano degli operatori penitenziari, fatto di responsabilità, soddisfazioni e difficoltà. “No al catastrofismo: l’AI può migliorare la giustizia”. Parla la giudice Fernanda Iannone di Ermes Antonucci Il Foglio, 26 settembre 2026 La consigliera della Corte d’Appello di Napoli ed esperta di digitale a livello europeo: “L’intelligenza artificiale è uno strumento ineludibile. Il compito ora è preparare i magistrati che dovranno utilizzarla. Dobbiamo comprenderla fino in fondo, altrimenti non potremo governarla”. “Sono un’indomabile ottimista dell’intelligenza artificiale e dei valori che può portare nel mondo della giustizia”. Fernanda Iannone, giudice della Corte d’Appello di Napoli, digital ambassador dell’European Judicial Training Network (la rete europea per la formazione giudiziaria) e candidata alle prossime elezioni del Csm, non appartiene al partito degli apocalittici dell’algoritmo. “L’uso corretto dell’AI può anche migliorare l’igiene decisionale del giudice”, dice. Per igiene decisionale si intende la qualità del percorso con cui il magistrato forma autonomamente il proprio convincimento, al riparo da condizionamenti esterni. Il punto fermo, per lei, è che sia sempre il magistrato a governare la macchina, e non il contrario. La questione, dunque, non è se l’AI entrerà nel lavoro giudiziario, ma a quali condizioni: può aiutare a leggere meglio gli atti e a verificare le ipotesi, purché non sostituisca il percorso autonomo della decisione. “Immaginiamo che il giudice chieda a un sistema generativo di analizzare un fascicolo e riceva una risposta ben strutturata, con ricostruzione dei fatti, argomenti a favore e contro e una conclusione suggerita”, dice Iannone. A quel punto l’output può produrre un “ancoraggio”: orientare l’attenzione del giudice, facendo apparire centrali alcuni fatti e marginali altri. Da qui discendono quattro rischi. Il primo è la “reinterpretazione”: l’AI non restituisce semplicemente i dati, ma li seleziona, li ordina, li gerarchizza e li collega. Il secondo è l’”ancoraggio algoritmico”: la macchina prospetta una soluzione prima che il giudice abbia formato autonomamente la propria ipotesi. Il terzo è la “delega cognitiva”: “Il magistrato continua a firmare e a motivare, ma delega alla macchina la selezione delle questioni e la ricerca delle alternative”. Il quarto è “l’illusione del controllo umano”: il giudice interviene solo alla fine, per correggere o scegliere tra soluzioni costruite dalla macchina. Per ridurre questi rischi, secondo Iannone, “serve un controllo continuo: verificare le fonti, confrontare ipotesi alternative e distinguere tra acquisizione delle informazioni e loro valutazione. L’obiettivo è evitare che l’output diventi una scorciatoia cognitiva e preservare l’autonomia del convincimento del magistrato”. Questa distinzione tra uso analitico e uso decisorio è anche la linea su cui si gioca il nuovo equilibrio delle regole. Con la delibera del 22 luglio il Csm ha aggiornato le raccomandazioni sull’AI e ampliato l’uso di Microsoft 365 Copilot: lo strumento può essere impiegato anche su atti giudiziari, purché resti nella fase analitica e ricostruttiva. Può classificare atti, sintetizzare documenti e ricostruire le posizioni delle parti. Restano escluse la valutazione delle prove, la redazione dei provvedimenti e la formazione del convincimento. Iannone giudica quello di luglio un cambio di passo: da una disciplina “prevalentemente prudenziale” si passa a una regolazione che “concede un po’ di spazio in più ai magistrati”. Ma l’apertura non è stata ancora accompagnata da una formazione uniforme. “Siamo a settembre e molti non hanno ancora letto la delibera di luglio, altri non hanno avuto formazione. C’è ancora un po’ di confusione”, dice. Insomma, la cassetta degli attrezzi c’è, ma non tutti sanno usarla. Per Iannone non basta la formazione teorica. Servono training on the job, laboratori ed esercitazioni concrete: “È l’unico modo per consentire al collega, mentre sta usando l’intelligenza artificiale, di capire perché quel tipo di prompt va bene e l’altro no, quale condiziona l’igiene decisionale e quale no”. E la giustizia predittiva? “L’espressione evoca un giudice sostituito da un algoritmo ed è un’immagine fuorviante. La statistica dei precedenti descrive il passato, non decide il caso concreto: è un dato di contesto, mai un criterio di giudizio”. Il nodo, per Iannone, sono i dati. “Dagli archivi dei provvedimenti si possono inferire stili decisionali e orientamenti del singolo magistrato: una profilazione incompatibile con l’indipendenza. E anonimizzare non significa solo cancellare un nome: anche dati anonimizzati possono essere reidentificati incrociandoli con altre fonti”. L’uso più promettente è un altro: “Quando il giudice ha già formato autonomamente la propria ipotesi, può chiedere al sistema quali elementi degli atti la contraddicono. La macchina non suggerisce la decisione, la costringe a reggere l’obiezione”. Rossomando: “Giustizia, si riparte. Noi del Pd pronti alle vere riforme” di Errico Novi Il Dubbio, 26 settembre 2026 La vicepresidente del Senato, tra gli ideatori della festa dem di Scandicci: “Pronti a discutere di un nuovo programma con avvocati e magistrati. Convintamente favorevole all’avvocato in Costituzione”. Nel 2021 il Pd non aveva una rappresentanza parlamentare debordante. Eppure fu decisivo. Lo fu, durante il mandato di Draghi, soprattutto quando si trovò a mediare con stoica perseveranza, innanzitutto sulla giustizia, fra l’ala moderata delle larghe intese e gli alleati 5 Stelle. Da ieri è come se i dem avessero rimesso le mani sul volante della politica giudiziaria, con la “Festa nazionale” dedicata proprio ai temi della pena, del processo, del carcere, all’avvocatura e alla magistratura, in corso a Scandicci, presso la Casa del popolo “Rita Atria”. Fitto programma di dibattiti su tutti i diversi dossier: “Un lavoro impegnativo, è chiaro, come sempre in politica, di qualsiasi materia si tratti”, fa notare la vicepresidente dem del Senato Anna Rossomando, fra i principali promotori, insieme con la responsabile di dipartimento Debora Serracchiani, dell’evento che si concluderà domani mattina, con una “plenaria” in cui si confronteranno anche il presidente del Cnf Francesco Greco e il leader dell’Anm Giuseppe Tango. Un “concorso di idee” per definire il programma del Pd sulla giustizia nella prossima legislatura? Certamente il senso dell’iniziativa riguarda gli interventi da mettere in campo in un ambito così delicato, nel quale la maggioranza uscente ha fallito, si è limitata a misure spot, attribuibili al Viminale assai più che a via Arenula, senza alcun vero disegno riformatore. È la pars destruens dei vostri tavoli a Scandicci. Da dove pensate di ricostruire, però? Guardi, già nella giornata di apertura, e ancora in questi altri due giorni, c’è la critica per l’inconcludente azione dell’attuale governo, ma c’è anche la proposta. Con il referendum gli elettori hanno bocciato una riforma della magistratura dietro cui c’era l’idea di un potere politico incontrollato e senza contrappesi, ora i problemi andranno affrontati seriamente. Noi ne eravamo consapevoli, lo siamo stati durante le stagioni riformatrici di Orlando e Cartabia, abbandonate dal centrodestra per lasciare spazio a inasprimenti delle pene, aggravanti, all’ossessione della sicurezza. Uno stravolgimento della politica giudiziaria al quale intendiamo mettere mano. Dietro la separazione delle carriere c’era l’obiettivo di emancipare il giudice dallo strapotere politico-associativo del pm: davvero ritenete insignificante tale squilibrio, anche in relazione al rapporto fra politica e magistratura? Innanzitutto noi abbiamo già pronti diversi disegni di legge che intervengono anche sulle garanzie nel processo, e accolgono dunque le esigenze emerse dal dibattito pre-referendario, a cui il governo ha risposto in modo fallimentare. Ciò detto, mi pare che nel rapporto fra magistratura e politica oggi il vero problema sia la pretesa sovranista e suprematista, italiana e non solo, di poter insorgere contro qualsiasi controllo, anche giudiziario, e di ridurre la magistratura a una funzione ancillare, addirittura servente. Durante il governo Draghi è stata ammirevole la vostra perseveranza nel mediare con gli alleati 5 Stelle, a partire dalla prescrizione. Vi preparate a un’altra stagione del genere? La politica è mediazione. È capacita, pazienza e impegno nel trovare i punti di caduta. Se si perseguono obiettivi con onestà intellettuale, alla fine i risultati arrivano e i meriti vengono riconosciuti, come è avvenuto, sulla giustizia, anche durante l’esecutivo Draghi. Orlando e Serracchiani, dopo la vittoria del No, hanno firmato un intervento sul Sole-24 Ore in cui hanno scritto: “Sbaglierebbe la magistratura se vedesse nel risultato referendario un’automatica rilegittimazione del suo ruolo”. Un’altra riforma dell’ordine giudiziario è davvero possibile? Intanto anche nella magistratura è avviato un dibattito consapevole sui vizi del correntismo, su un nuovo assetto da dare al Csm. Noi interverremo con le nostre proposte, ma non troveremo una pagina bianca. Uno dei veri nodi, legati al correntismo, è l’approccio carrieristico che negli anni è prevalso in una parte dell’ordine giudiziario. Va superato, ed è possibile farlo anche con una più efficace attuazione di riforme già operanti, ma di cui l’attuale governo non ha monitorato gli effetti. Penso al riequilibrio dei Consigli giudiziari come a proposte sulle quali vorremmo accelerare, come il superamento di una certa autoreferenzialità, anche attraverso percorsi formativi comuni tra magistratura e avvocatura. Però credo che nell’analisi sulle toghe si debba tener conto anche dell’evidenza offerta dalla cronaca giudiziaria. A cosa si riferisce? Alla presunta debolezza dei gip rispetto al cosiddetto strapotere delle Procure, che alcune recenti decisioni hanno smentito, anche in procedimenti relativi alla politica e all’amministrazione pubblica. Pensa alle inchieste sull’urbanistica a Milano? Ci sono diversi esempi. Non neghiamo che persista ancora la distorsione mediatica, lo stigma inflitto agli indagati, presunti innocenti, ben prima che inizi il processo. Sulle garanzie si può e si deve intervenire, in particolare nella fase preliminare dei procedimenti. Sul carcere si rischia di ripartire da zero... Le condizioni del carcere rappresentano una tragedia. Il governo ha badato solo a una politica carcerocentrica, all’ossessione per le aggravanti, con un cinismo raggelante di fronte alla sequenza dei suicidi, che riguarda anche gli agenti. È l’Esecutivo più longevo della Repubblica, tengono a rivendicare, eppure in materia penitenziaria sono riusciti a non realizzare nulla. C’è da riannodare i fili sulla liberazione anticipata, sui domiciliari inaccessibili ai detenuti privi di un alloggio, sull’affettività dietro le sbarre, sulle misure alternative che sono il vero argine alla recidiva e una reale garanzia per la sicurezza. Sul carcere e non solo, il vero dato di questo quadriennio è la mancanza di un’idea di giustizia, di una vera visione che non fosse quella di una magistratura come fastidioso ostacolo, Corte dei Conti inclusa. Un’idea che in realtà colpisce la funzione stessa della giustizia, quindi i cittadini. La festa è partita con un panel sugli abusi di potere... Abolire l’abuso d’ufficio è stata una scelta incomprensibile, che ha indebolito la tutela del cittadino dall’arroganza di chi detiene qualsiasi potere, piuttosto che tutelare i sindaci. Però quel reato è spesso servito da pretesto per avviare indagini che puntavano alla politica sulla base di un pregiudizio... Ma già le precedenti modifiche, fino a quella realizzata durante il mandato di Cartabia, avevano circoscritto l’abuso d’ufficio e affrontato le eventuali forzature di cui lei parla. Con l’abolizione voluta da Nordio, si sono solo ridotte le tutele per i cittadini. Ma di insofferenza del potere ai bilanciamenti parliamo anche con il tavolo dedicato, nella nostra festa, alle Corti internazionali, a loro volta sotto l’attacco dei sovranisti. Ma una via alternativa alla riforma della magistratura potrebbe consistere nel rafforzamento costituzionale dell’avvocato? All’avvocato in Costituzione sono convintamente favorevole. È stato doveroso difendere l’autonomia dei magistrati, bisogna affermare con forza anche l’autonomia e indipedenza degli avvocati, senza i quali neppure si potrebbero emanare sentenze in nome del popolo italiano: si rende giustizia nel momento in cui è stato garantito il diritto di difesa. Il ruolo sociale e costituzionale dell’avvocatura va preservato, a maggior ragione in una fase di grandi trasformazioni tecnologiche come questa. Lo abbiamo fatto con la prima legge sull’equo compenso firmata da Orlando, vogliamo continuare a farlo con una nuova stagione della giustizia. Stalking, le condotte riparatorie non estinguono il reato Il Sole 24 Ore, 26 settembre 2026 La Consulta, sentenza numero 154, ha stabilito che non è irragionevole escludere gli atti persecutori dal novero dei reati per i quali, in assenza di remissione della querela, è possibile l’estinzione. La Corte costituzionale, con la sentenza numero 154, depositata oggi, ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale - sollevate dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Reggio Emilia - dell’articolo 162-ter, quarto comma, del codice penale (Estinzione del reato per condotte riparatorie), sollevate in riferimento all’articolo 3 della Costituzione. La Corte ha ritenuto che, per il delitto di atti persecutori di cui all’articolo 612-bis del codice penale, non è irragionevole la scelta legislativa di escludere che, in assenza della remissione della querela, la condotta riparatoria dello stalker possa estinguere il reato. Si tratta, infatti, di un reato grave che cagiona alla vittima uno stato di paura, di ansia, di timore per l’incolumità propria o dei propri cari, o un mutamento delle sue abitudini di vita. La Corte ha osservato, inoltre, che la tutela contro gli atti persecutori è coerente con la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (c.d. Convenzione di Istanbul), che impegna gli Stati firmatari ad adottare le misure necessarie per penalizzare il comportamento intenzionalmente e ripetutamente minaccioso nei confronti di un’altra persona, portandola a temere per la propria incolumità. Perquisizioni nello studio, garanzie anche se l’avvocato è indagato di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 26 settembre 2026 Le Sezioni Unite risolvono il contrasto sull’articolo 103 c.p.p. La decisione è per ora nota soltanto in via provvisoria. “Le garanzie previste dall’art. 103 cod. proc. pen. per le ispezioni, le perquisizioni e i sequestri negli uffici dei difensori si applicano anche nel caso in cui il difensore sia la persona sottoposta a indagine”. Lo hanno stabilito le Sezioni Unite penali della Cassazione, all’udienza del 24 settembre, risolvendo la questione rimessa con l’ordinanza n. 22178/2026. La decisione per ora è nota soltanto in via provvisoria. La vicenda nasce dal ricorso di un avvocato, indagato per frode nell’esecuzione di un contratto di locazione immobiliare nella sua qualità di co-amministratore di fatto di una società, contro il decreto di perquisizione e sequestro disposto nei suoi confronti. Il professionista aveva lamentato la mancata osservanza delle garanzie dell’articolo 103, mentre il Tribunale del riesame aveva respinto la richiesta. La VI Sezione penale aveva rimesso al Massimo consesso il seguente quesito: “Se le garanzie previste dall’art.103 cod. proc. pen. per le ispezioni, le perquisizioni e i sequestri negli uffici dei difensori si applicano anche nel caso in cui il difensore sia sottoposto ad indagine o sono limitate al solo difensore dell’indagato o dell’imputato nel procedimento in cui sorge la necessità di procedere all’atto di ricerca della prova o comunque soltanto al professionista che abbia assunto la difesa di un assistito, pur se fuori procedimento in cui l’attività di ricerca della prova viene compiuta”. Nella giurisprudenza di legittimità si registrava un contrasto. Secondo un primo indirizzo, le garanzie dell’articolo 103 c.p.p. sono collegate alla funzione difensiva in generale e devono essere osservate ogni volta che l’attività di ricerca della prova è svolta nell’ufficio di un avvocato che abbia assunto la difesa di assistiti, anche in procedimenti diversi. Esse tutelano infatti il libero esercizio della difesa e il segreto professionale, garantiti dall’articolo 24 della Costituzione. Un diverso orientamento, invece, escludeva tali garanzie quando la perquisizione o il sequestro riguardino un reato attribuito allo stesso avvocato: in questo caso, infatti, non sarebbe in gioco la funzione difensiva, ma il professionista nella sua qualità di persona sottoposta a indagine. Chiusa dunque la questione di principio, restano ora da attendere le motivazioni per conoscere il percorso argomentativo seguito dalle Sezioni Unite e l’esatta portata delle garanzie riconosciute al difensore indagato. Toscana. “Il sistema non regge più, in cella lezione di dignità” di Libero Red Dolce Il Tirreno, 26 settembre 2026 Entrare in un carcere significa vedere una realtà che normalmente resta fuori dallo sguardo. È quello che ha fatto l’assessora regionale Alessandra Nardini, con delega alle Carceri, che ha visitato quasi tutti gli istituti penitenziari toscani e concluderà nelle prossime settimane il suo giro. Ha visto celle sovraffollate, cimici, spazi degradati e personale costretto a lavorare in condizioni difficili. Ma anche esperienze contrastanti: a Firenze ha incontrato un ragazzo che, dopo un corso da gelataio, oggi lavora in una gelateria nelle ore in cui può uscire dal carcere; a Pontremoli, invece, ha incontrato una minorenne detenuta insieme ai suoi due bambini, di sei mesi e un anno e mezzo. Due immagini opposte dello stesso sistema, raccontate da chi lo sta attraversando. Qual è la cosa che più l’ha colpita? “Vedo un sistema che in alcuni luoghi non riesce più a reggere. Quando sono state sequestrate le sette sezioni di Sollicciano, circa 220 detenuti sono stati trasferiti negli altri istituti toscani, già sovraffollati. Così il problema si è spostato. Sollicciano aveva i problemi strutturali più evidenti, ma il carcere dove ho percepito maggiore tensione è Prato. La situazione è insostenibile per il sovraffollamento: al momento della mia visita era al 160 per cento, con celle pensate per due persone che ne ospitavano quattro”. A Sollicciano e Pisa cosa ha visto? “Mi hanno raccontato in molti che a Sollicciano preferiscono dormire per terra, con il materasso e a volte persino con un telo, perché nei letti a castello più alti, nelle celle piccolissime, manca l’aria. Il ventilatore è spesso l’unico refrigerio. Alcuni lo fanno anche per evitare le cimici. A Pisa alcuni detenuti mi hanno mostrato la schiena tappezzata dai segni delle cimici. La direzione ha cercato di intervenire, ma il sovraffollamento rende difficile una vera disinfestazione: bisognerebbe svuotare interi reparti”. Anche a Livorno ha trovato condizioni pesanti... “La media sicurezza al momento della mia visita era in condizioni inaccettabili. Ci sono celle piccolissime dove invece di due detenuti ce ne sono tre. E c’è una cosa che trovo terribile: il bagno e lo spazio dove si cucina sono attaccati, senza una porta, senza una vera divisione. Si cucina e si va in bagno nello stesso spazio”. Quanto pesa la carenza di personale? “Pesa tantissimo, ovunque, mancano educatori, mediatori culturali, personale sanitario e polizia penitenziaria. A Prato gli agenti sono sotto organico e costretti a turni insostenibili. Anche a Porto Azzurro il problema della mancanza di personale è gravissimo non credo certo che la soluzione non può essere tornare indietro rispetto al modello aperto che ha fatto di Porto Azzurro un’esperienza virtuosa”. Ha visto anche esperienze che funzionano... “Sì. A Massa i detenuti lavorano producendo lenzuola e coperte per le carceri italiane. A San Gimignano molti frequentano il Polo universitario penitenziario. A Volterra c’è il teatro di Armando Punzo, un’esperienza straordinaria, a Siena hanno costituito un gruppo musicale”. C’è poi il tema dell’affettività. Quanto è ancora lontano il diritto a viverla in carcere? “Molto. Pochissimi istituti hanno spazi adeguati. A Gorgona era stato individuato un luogo idoneo, ma poi tutto si è fermato. A Siena il luogo c’è, ma mancano i soldi per sistemarlo e arredarlo, lo stesso a Sollicciano. A Volterra c’è una soluzione provvisoria, già utilizzata, in attesa di quella definitiva”. Che cosa significa concretamente garantire questo diritto? “Non significa mettere a disposizione solo un letto e un bagno. Deve essere uno spazio dignitoso dove una persona possa stare con i propri affetti. Anche con i figli. Un tavolino, un bollitore per il tè fanno la differenza. A Volterra mi hanno colpita un cuore dipinto sul muro, ripreso anche sulla tenda. Dettagli che dicono che quello spazio è pensato per una relazione”. Lei ha visitato anche i due istituti minorili. Che cosa ha trovato? “A Pontremoli ho incontrato una ragazza minorenne che aveva con sé due bambini, uno di sei mesi e uno di un anno e mezzo. La direttrice si stava attivando per farle ottenere una misura alternativa. A Firenze mi ha colpita l’esperienza di un corso per gelataio. Un ragazzo oggi lavora in una gelateria nelle ore in cui può uscire dal carcere. A Ferragosto hanno portato gelato per tutti”. E sulla giustizia minorile? “Un minorenne non è un adulto in miniatura, la proposta del Governo è irricevibile, pura propaganda. Tra i 14 e i 18 anni bisogna considerare storia personale, famiglia, contesto sociale ed educativo, fragilità e possibilità di cambiamento. Non per giustificare i reati, ma per responsabilizzare davvero. La giustizia minorile è nata per recuperare, non per arrendersi”. Dopo aver visto queste realtà, cosa resta più forte? “A Lucca un detenuto mi è venuto incontro per parlarmi delle condizioni di vita. Nella sua cella aveva appeso un calendario e accanto alla data del giorno aveva scritto “Visita assessora”. Aveva sentito alla televisione che sarei andata e con gli altri aveva deciso di parlarmi a nome della sezione, visto che non hanno un Garante. Quando sono uscita dalla cella e ho guardato gli altri, nei loro occhi ho letto la stessa richiesta: rispetto. Mi hanno ringraziata, ma sono io a ringraziare loro per la lezione di dignità che mi hanno dato”. Piemonte. In soli 9 mesi eguagliato il record di suicidi in carcere del 2024 di Andrea Scutellà La Sentinella del Canavese, 26 settembre 2026 L’ultimo in ordine di tempo è quello del 42enne che si è tolto la vita a Ivrea. Era un malato psichiatrico, con la semi infermità mentale, in custodia cautelare. Sette suicidi in carcere poco più di 9 mesi. Il caso di Ivrea porta il Piemonte ad eguagliare il record del 2024, con un’escalation dal 30 agosto al 21 settembre, quando i gesti anti conservativi che hanno portato al decesso di detenuti sono stati 4: a Biella, Verbania, Torino e infine a a Ivrea. Gli altri tre si sono verificati sempre nel penitenziario del capoluogo. Così il consigliere del Pd Alberto Avetta ha deciso di interrogare la giunta regionale per capire “con quali strumenti concreti e con quali tempistiche, anche avvalendosi delle informazioni riportate nella relazione annuale del Garante, intenda intervenire per scongiurare altri episodi suicidari nelle carceri piemontesi migliorando sia la condizione di vita dei detenuti sia le condizioni di lavoro degli operatori”. D’altronde l’aumento è innegabile: si è passati dai 3 del 2021, ai 5 dell’anno successivo, fino ai 7 del 2024 e al dato inquietate del 2026. Un trend che si rispecchia in quello nazionale: casi moltiplicati dal 2022 in poi, anno che si è concluso con 84 suicidi. Da allora è stabile, con il picco di 91 del 2024. Quello di Ivrea è il 46° del 2026. Il 42enne che si è tolto la vita nel penitenziario eporediese era un malato psichiatrico in custodia cautelare, a cui era stata riconosciuta la semi infermità mentale. La procura di Ivrea ha aperto un fascicolo d’indagine per valutare soprattutto la continuità nelle terapie e presto disporrà l’autopsia. Sulla vicenda è intervenuta anche Antigone Piemonte: “Da tempo la situazione del carcere di Ivrea è sotto i riflettori, anche a seguito delle numerose segnalazioni relative alle condizioni detentive e alle criticità presenti all’interno dell’istituto. Il suicidio avvenuto impone di riportare l’attenzione, ancora una volta, sulla capacità del sistema penitenziario di intercettare tempestivamente le situazioni di maggiore vulnerabilità. Ogni morte in carcere interroga infatti non soltanto sulle circostanze specifiche in cui è avvenuta, ma più in generale sulle condizioni nelle quali le persone vivono la detenzione. Uno dei rischi più gravi è che la sofferenza resti invisibile, che le persone più fragili finiscano per scomparire dentro la quotidianità dell’istituzione, soprattutto nei contesti segnati da sovraffollamento, carenza di personale o da difficoltà nell’accesso ai servizi di cura. Per questo è necessario rafforzare gli strumenti di osservazione e prevenzione, garantendo una presenza effettiva dei servizi sanitari, psicologici ed educativi e condizioni che consentano di evitare che l’isolamento diventi non soltanto materiale, ma anche relazionale e istituzionale”. Trento. Il progetto della Casa per i detenuti dell’Apas si aggiudica il “Premio di solidarietà” Corriere del Trentino, 26 settembre 2026 In tre anni l’iniziativa dell’associazione ha permesso a sette persone di reinserirsi nella società. A colpire la commissione di valutazione è stato “il duplice valore” del progetto. Da un lato l’impegno a “prevenire l’isolamento nel passaggio alla vita fuori dal carcere”, dall’altro lo sforzo di “strutturare un’esperienza di volontariato formativa e continuativa”. Per questo Fondazione trentina per il volontariato sociale ha deciso di assegnare ad Apas (l’associazione provinciale di aiuto sociale per i detenuti, per gli ex detenuti e le loro famiglie) e al suo progetto “Una casa per ricominciare” il Premio di solidarietà, arrivato alla diciassettesima edizione. La consegna del premio è in agenda lunedì sera, alle 20.30, all’auditorium comunali di Lavis, nel corso dello spettacolo teatrale “Attraverso la mia ombra” di Mattia Archinito, inserito nel programma della dodicesima Settimana dell’accoglienza. Nel dettaglio, il progetto - durato tra luglio 2023 a giugno 2026 - ha messo a disposizione un appartamento a Levico per persone uscite dal carcere, seguite quotidianamente da volontari dell’associazione. Sette sono le persone che sono state accolte nei tre anni di attivazione del progetto, per soggiorni variabili dai 12 ai 18 mesi. Alla base dell’iniziativa, due obiettivi: l’inserimento stabile nel mondo del lavoro e la ricerca di una nuova casa al termine del percorso. Un modo, di fatto, per permettere alle persone di tornare a condurre una vita normale dopo l’esperienza del carcere. Un progetto che ha avuto successo: tutte le persone che sono state accolte nell’appartamento di Levico, infatti, hanno trovato un lavoro a tempo indeterminato, hanno raggiunto un’autonomia economica e hanno trovato una casa, anche grazie ai contatti di Apas e alle relazioni costruite sul posto di lavoro. Per rendere possibile questi risultati, l’associazione si è avvalsa dell’impegno di dodici volontari, con un turnover naturale nel corso del triennio: i volontari hanno lavorato in particolare nel fine settimana in attività di socialità, ma anche in momenti di ascolto per accompagnare e rendere meno complessi i passaggi più difficili del reinserimento. Massa Carrara. Garante dei detenuti, disco verde della Provincia: lunedì voto in Consiglio di Alfredo Marchetti La Nazione, 26 settembre 2026 L’assise darà mandato sulla nomina al presidente Roberto Valettini. Esultano i consiglieri del centrosinistra: “Siamo a un passo avanti decisivo”. L’avviso sarà effettivo solo dopo l’adeguamento del regolamento sul tema. Garante detenuti: dalla Provincia arriva l’ok, lunedì in Consiglio una mozione per dare mandato di nomina al Presidente. Lo annunciano i consiglieri e le consigliere provinciali Matteo Bartolini, Dina Dell’Ertole, Giuliana Filippi, Grazia Lombardi e Nicola Marchetti. “Come consiglieri di centrosinistra siamo felici di poter informare la popolazione carceraria, gli operatori del diritto, le associazioni laiche e religiose e tutti i cittadini sensibili al tema che sul “Garante delle persone private della libertà” siamo ad un passo avanti decisivo. All’inizio dell’estate la nostra mozione proposta dal consigliere Bartolini e sostenuta da noi colleghi Dell’Ertole, Filippi, Lombardi e Marchetti aveva visto una levata di scudi del centrodestra che obbligò il presidente Valettini a soprassedere alla nostra richiesta, nonostante il suo personale favore sul tema espresso in aula consigliare. Considerata l’importanza del tema e la necessità della figura abbiamo insistito nei confronti dei colleghi di centrodestra, accogliendo la loro richiesta di rivedere il regolamento per la nomina e le funzioni del Garante, purché si arrivasse ad una votazione condivisa utile al Presidente della Provincia di poter procedere ad un nuovo avviso per scegliere la figura di garanzia”. Lunedì in Consiglio provinciale “la mozione firmata da tutti e 10 i consiglieri provinciali verrà approvata - proseguono -, prevedendo l’emanazione dell’Avviso per la nomina del Garante subito dopo l’adeguamento del Regolamento alle nuove norme sul tema. Avremmo avuto piacere che anche il regolamento, che ad oggi non abbiamo potuto ancora visionare, arrivasse già al voto lunedì, ma i consiglieri di centrodestra e il presidente Valettini ci hanno detto di non essere ancora pronti e hanno assicurato la votazione al prossimo consiglio utile. Abbiamo ritenuto il tema troppo importante per anteporre le polemiche sui tempi e i distinguo su un testo, che non è ovviamente espressione della nostra sensibilità sul tema”. “Ciò che conta - proseguono - e che oggi festeggiamo è che dopo molto tempo e molte autorevoli prese di posizione ci sia in un ente locale del nostro territorio un pronunciamento formale per la nomina di questa figura. Speriamo ed opereremo affinché si possa arrivare nei tempi più rapidi all’avviso e alla nomina in Provincia e che anche i Comuni di Massa e Pontremoli, seguendo le indicazioni di Anci possano procedere con la creazione delle figure e le successive nomine. Respingiamo fin d’ora eventuali obiezioni su sovrapposizioni e conflitti, tanto più che nella mozione provinciale il coordinamento è uno specifico obiettivo. Per la nostra cultura le figure di garanzia dei diritti, tanto più se operanti con puro spirito di servizio per la comunità e senza alcun compenso, non possono che portare del bene alle persone che ascoltano e alla comunità tutta”. Sul tema, in particolar modo sulle parole del sindaco Persiani, interviene anche Il segretario provinciale Alessio Fatticcioni, dei Giovani Democratici provinciale. “Noto con stupore che finalmente il sindaco Persiani si sia risvegliato dal “letargo” e si sia accorto delle criticità della struttura penitenziaria di Massa. Altrettanto stupore suscita il suo dichiararsi favorevole all’istituzione del Garante, una figura che manca da tanti anni. Dopo anni di segnalazioni, appelli e richieste provenienti dalle realtà che operano dentro e attorno alla Casa di Reclusione di Massa, il sindaco Francesco Persiani sembra essersi finalmente accorto che il tema del Garante dei detenuti esiste. Peccato che questo “risveglio” sia arrivato solo recentemente e, soprattutto, in risposta all’intervento dell’assessora regionale Alessandra Nardini, che ha giustamente chiesto all’amministrazione comunale di procedere con la sua istituzione. Persiani afferma di conoscere “molto bene” la situazione del carcere, anche in virtù della sua esperienza professionale da avvocato. Ne prendiamo atto. Ma viene spontanea una domanda: com’è possibile che l’avvocato Persiani conosca così bene la realtà carceraria, mentre il sindaco Persiani sembri essersene accorto soltanto adesso?”. “Sembrano - prosegue - quasi due persone diverse: da una parte l’avvocato che rivendica una conoscenza approfondita del mondo carcerario, dall’altra il sindaco che, dopo anni di segnalazioni, non ha ancora portato a compimento l’istituzione del Garante. Istituire il Garante non è soltanto una scelta amministrativa: è una scelta politica. Significa decidere se il Comune vuole assumersi la responsabilità di creare uno strumento di tutela, ascolto e raccordo istituzionale per le persone private della libertà personale. Il sindaco Persiani ha inoltre dichiarato che non ci sarebbero sensibilità politiche univoche sul tema. Massa aspetta da anni. E di questo “risveglio” del sindaco avremmo fatto volentieri a meno, se non fosse accompagnato finalmente dai fatti”. Pordenone. Istituzione del Garante dei detenuti. “Dal centrodestra solo rinvii e annunci” pordenonetoday.it, 26 settembre 2026 L’intervento del consigliere regionale Nicola Conficoni (Pd) dopo la visita del capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale Andrea Cabibbo alla casa circondariale di Pordenone. “Mentre il carcere di Pordenone è alle prese con gravi criticità che riguardano il sovraffollamento in una struttura decisamente vetusta e la carenza di personale, gli annunci di chi governa testimoniano i ritardi nell’istituzione del garante comunale delle persone private della libertà”. A dirlo è il consigliere regionale Nicola Conficoni (Pd) intervenendo sul carcere di Pordenone. “Dato per fatto due anni fa da Forza Italia e poi abbandonato in attesa dell’apertura della nuova casa circondariale di San Vito al Tagliamento, ora ritorna attuale dopo la morte di un detenuto e la mozione presentata in municipio dal gruppo consiliare del Partito democratico a prima firma del segretario provinciale Fausto Tomasello”. La visita in carcere - Lo scorso 23 settembre si è tenuta la vista del capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale Andrea Cabibbo insieme all’assessore comunale Guglielmina Cucci e al dirigente comunale alle politiche sociali, Simone Zanin. “Nell’incontro con il direttore dell’istituto penitenziario della Destra Tagliamento, Leandro Salvatore Lamonaca, che da alcuni mesi è stato incaricato di seguire anche la casa circondariale di Treviso - afferma Cabibbo -, sono stati affrontati diversi temi sulla situazione attualmente esistente a Pordenone. Il problema principale continua ad essere il sovraffollamento del carcere, una questione nazionale, considerato che sono 20mila i detenuti in più rispetto alla capienza degli istituti”. Nel caso di Pordenone “ci sono attualmente 54 detenuti a fronte dei 34 regolamentari, mentre persistono i problemi di sottodimensionamento della polizia penitenziaria con gli agenti costretti a turni massacranti”. La replica di Conficoni - Cabibbo parla “dell’imminente avvio da parte del Comune di Pordenone dell’iter per l’istituzione e la nomina del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale”. Su questo punto, però, Conficoni sostiene di essere ancora “in attesa da oltre un anno di ricevere una risposta” all’interrogazione depositata nell’agosto 2025 a Trieste. “Mentre sul fronte regionale il capogruppo di Fi, Cabibbo due anni fa aveva assicurato che l’iter era in fase avanzata, lo scorso marzo a livello comunale l’assessore Cucci aveva comunicato l’accantonamento dell’obiettivo. Ora la questione viene rimessa sul piatto. Purtroppo, però, affinché qualcosa si muovesse si sono dovuti registrare fatti estremamente gravi che non avremmo mai voluto vedere, senza dimenticare l’azione del Pd che, tanto a Trieste quanto a Pordenone, ha incalzato il centrodestra per favorire un ripensamento. Fino a quando gli impegni non saranno mantenuti - conclude - non abbasseremo l’attenzione e vigileremo sul rispetto dei tempi, anche quelli del nuovo carcere a San Vito al Tagliamento”. Lucca. Visita a sorpresa della senatrice Cucchi nel carcere: “Celle in condizioni pessime” di Maurizio Matteo Guccione La Nazione, 26 settembre 2026 La parlamentare di Avs ha evidenziato il degrado in cui versano le aree destinate ai detenuti “Il personale della Penitenziaria, operatori e volontari danno il massimo, ma il Ministero resta assente”. Visita a sorpresa ieri mattina alla Casa Circondariale San Giorgio di Lucca della senatrice del Gruppo Misto - AVS, in quota Sinistra Italiana, Ilaria Cucchi. La parlamentare, intorno alle 10, accompagnata dalla responsabile della segreteria politica regionale Toscana del partito Anna Piu e dal fumettista lucchese David Bigotti, in arte “Bigo”, ha suonato il citofono del carcere lucchese per effettuare un sopralluogo non programmato. La casa detentiva lucchese, secondo l’ultimo rapporto semestrale del luglio 2026 dell’associazione Antigone, risulta tristemente al primo posto in Italia, tra gli istituti dove i ristretti superano del doppio i posti disponibili con una percentuale rilevata del 256,8%. Oltre due ore il colloquio tra Ilaria Cucchi e il personale della polizia penitenziaria, il medico presente e il personale educativo, assente invece la direttrice. “Quanto ho riscontrato è lo specchio del nostro Paese - afferma la senatrice - partendo dal sovraffollamento, perché in questo Istituto sono detenute il doppio delle persone rispetto a quelle che potrebbe contenere; ho visto celle minuscole per una persona dove invece convivono in tre a fronte del sottodimensionamento del personale”. Prosegue Cucchi: “Una cosa che mi sta a cuore è la presenza di un numero importante di detenuti affetti da problemi di tipo psichiatrico, in mancanza di una preparazione e formazione di persone che non sono addette a quei ruoli, cioè gli agenti di polizia penitenziaria e gli stessi medici; questo va a gravare oltre che sulla persona sofferente anche sui compagni di cella”. Ma Ilaria Cucchi punta il dito sulla politica: “La questione delle carceri - dice - è drammatica e questo avviene nel disinteresse generale; quello che ho visto a Lucca l’ho riscontrato in altri luoghi detentivi e voglio sottolineare l’impegno e la buona volontà di tutti gli operatori, degli agenti di polizia penitenziaria, malgrado il disinteresse del Ministero della Giustizia che non mette queste persone nelle condizioni di svolgere bene il loro lavoro”. La senatrice sottolinea come “a Lucca, a fronte delle dimensioni contenute, quanto rilevato fa ancora più effetto; ho notato come viene considerato il detenuto: gli ambienti destinati alle attività dove hanno accesso le associazioni sono stati ristrutturati da poco, mentre i luoghi dove trascorrono la loro giornata hanno un aspetto manutentivo ben peggiore e questo la dice lunga su quanto nel nostro Paese conta più l’apparenza della sostanza”. E sull’assenza della nomina del Garante dei detenuti, Ilaria Cucchi sollecita il Comune “a provvedere subito”. Poi vi è il tema delle cure. “Qui dentro c’è un problema di sofferenza enorme - prosegue - proprio oggi il referente medico lamentava di non poter svolgere adeguatamente l’attività sanitaria; tra la polizia penitenziaria, gli educatori e i medici, ho trovato il desiderio di lavorare con impegno ma sappiamo come il Ministero della giustizia non metta loro a disposizione i fondi necessari”. Bergamo. L’ex detenuto laureato: “Cerco un lavoro stabile, ma nessuno mi offre fiducia” di Paola Abrate L’Eco di Bergamo, 26 settembre 2026 Laurea in Economia e Commercio, 48 anni, un debito saldato fino all’ultimo giorno con la giustizia. Sulla carta, Fabio (nome di fantasia) avrebbe tutte le carte in regola per stare sul mercato del lavoro. Nella realtà della provincia bergamasca - dove la disoccupazione quasi non esiste - per lui una seconda possibilità non c’è. Tra pochi giorni scadrà il suo contratto a tempo determinato con una cooperativa sociale e, per la prima volta da quando è tornato un cittadino libero, la paura di precipitare di nuovo nel baratro si fa concreta. E così l’ombra della recidiva torna a incombere. In una terra dove la domanda di manodopera è costante e le aziende lamentano continuamente la mancanza di personale, chi esce dal circuito penitenziario trova la strada sbarrata. Tutti a caccia di tirocinanti a basso costo da formare, nessuno disposto a investire su un uomo adulto che ha riconosciuto i propri sbagli e chiede soltanto di poter lavorare per non tornare a sbagliare. In Italia, chi sconta la pena senza un reale inserimento lavorativo torna a delinquere nel 70% dei casi. Una percentuale che crolla sotto il 2% per chi viene inserito in contesti lavorativi stabili o in percorsi di misura alternativa. Il lavoro, dunque, non è un semplice stipendio: è l’unico vero argine alla recidiva. Eppure, il reinserimento rischia di fermarsi alla soglia del no profit. Finita la parentesi protetta all’interno delle cooperative sociali, il mercato aziendale ordinario si ritira. Trovare un’occupazione da ex detenuto diventa un’impresa persino più dura del carcere stesso. A sostenere Fabio di fronte a un futuro del tutto incerto restano oggi soltanto i suoi genitori, unica rete d’affetto e di protezione. Il rischio è che il riscatto personale rimanga un’illusione teorica, lasciando chi ha già pagato il proprio conto con la giustizia condannato a un’eterna pena accessoria: l’esclusione. Milano. Nel carcere di Bollate “Vite in campo”: la partita tra detenuti e dipendenti di Fiera di Simone Bianchin La Repubblica, 26 settembre 2026 L’amichevole per “stare insieme, rispettare le regole, giocare in squadra, assumersi responsabilità e costruire relazioni, attraverso il linguaggio universale dello sport”. È finita 5-3 per i detenuti, con un 3-1 nel primo tempo, la partita amichevole di calcio tra la squadra dei detenuti del carcere di Bollate e la squadra ospite, una rappresentativa dei dipendenti di Fiera Milano. Con l’iniziativa “Vite in Campo - La Partita” Fiera Milano è tornata alla Casa di reclusione di Milano-Bollate, già visitata da alcuni atleti che in occasione dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina avevano portato testimonianze per condividere i valori dello sport. Un’iniziativa in continuità con il percorso del progetto che promuove lo sport come occasione di incontro, relazione e crescita. E la sfida sul campo da calcio dell’istituto è stata vissuta come “un momento di confronto e condivisione nel quale il risultato sportivo ha lasciato spazio al significato più profondo dell’iniziativa: stare insieme, rispettare le regole, giocare in squadra, assumersi responsabilità e costruire relazioni, attraverso il linguaggio universale dello sport”. Per il presidente di Fiera Milano, Carlo Bonomi, “essere stati sede e partner dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026 ci ha consegnato una responsabilità: fare in modo che l’eredità di un evento di questa portata non si esaurisse all’interno dei nostri padiglioni, ma diventasse un patrimonio per Milano, la Lombardia e l’intero Paese con un percorso che mette al centro le persone e le relazioni”. Volterra, nel manicomio di quelle vite spezzate di Carlo Crosato Il Manifesto, 26 settembre 2026 “Perché gli ulivi sono storti”, di Luisa Pessina per minimum fax. In una lingua che si attorciglia attorno al dialetto toscano, nel romanzo di Luisa Pessina (Perché gli ulivi sono storti, minimum fax, pp. 147, euro 17) personaggi storti raccontano la loro vita in un manicomio di Volterra, in un’epoca sospesa tra il Secondo dopoguerra e il boom economico. Nel più grande manicomio d’Italia, i metodi lombrosiani intrappolano i soggetti più vari, inghiottendo la malattia, il crimine, la sregolatezza, lo scandalo morale. Perfino i giovani sputati dal fronte di guerra finiscono in quell’angolo, con tutto ciò che i normali non sanno più spiegare. E così ciascuna delle figure che galleggiano nel romanzo di Pessina è presa a chiedere, di sé e degli altri fantasmi attorno, se sono nati pazzi o se lo sono diventati lì dentro. “La differenza è insignificante”, se l’obiettivo è la costruzione di un mondo altro, i cui confini sono sorvegliati tanto quanto lo sono i segmenti che ne organizzano la precisa tassonomia interna. Il “compasso a branche curve” e il “goniometro di Broca” sembrano offrire la risposta definitiva, più simile a una condanna senza appello. Così nel labirinto dei padiglioni risuonano le voci delle donne urlanti, scorre la saliva dei “cretini”, mentre i castigamatti ruotano e spaccano ossa e i barattoli custodiscono feti abortiti estratti da corpi freddi su tavoli autoptici. Minuto dopo minuto, la vita è spezzata, ridefinita, ammutolita perché la voce del potente sapere parli per lei. Ma la vita, seppure storta, continua ostinata a darsi una forma, del tutto nuova, irriconoscibile, minuscola ma proprio per questo difficile da catturare. Il merito di Pessina è quello di introdurci non solo in un luogo di esclusione e disciplina, bensì nello spazio in cui la tensione della vita si fa irresistibile. Il tono che ci accompagna è poetico senza cedere ad alcun romanticismo; è l’incanto favolistico a tratteggiare in piena coerenza esistenze separate e senza salvezza. Esistenze che, anzi, convertono in redenzione proprio la loro separazione. A differenza di medici e infermieri, i folli non hanno nomi se non l’attributo che li intrappola: Franco è il Citrullo, ex paziente ora tuttofare che con la sua tenerezza ci fa da tramite attraverso le mura del manicomio; Guglielmo è lo Storto, teorico della corrente artistica del “residualismo”, dentro perché ha squarciato una tela di Raffaello; la Tosca, che una volta era Giovine mentre ora è solo una Strega, è un’anziana che interpreta i movimenti dei polli, i loro fegati, e che prevede una fuga estatica lungo la via Cava. Non si smette di oscillare tra l’incanto e la tragedia e quando le mura del manicomio si aprono, nell’ultimo capitolo, incontriamo Vira, la donna amata da uno degli infermieri. Donna emancipata, che occupa uno spazio non suo, quello dell’arte e dell’espressione creativa. Nella mano del controllo sociale che si allunga sul suo desiderio di libertà, il libro ci suggerisce una nuova definizione della malattia: la presunzione e il potere sfrenato del sapere psichiatrico, il moralismo religioso, la violenta cecità del maschilismo. Se la politica ha paura dei bambini di Maurizio De Giovanni La Stampa, 26 settembre 2026 Apprendiamo con soddisfazione che alcuni agenti in borghese della Digos, com’è noto da sempre attenti a salvaguardare la nostra sicurezza alla quale attentano continuamente pericolosi sovversivi e jihadisti, hanno provveduto a rimuovere immediatamente uno striscione esposto a Genova. Siamo particolarmente sollevati, perché sullo striscione era scritto “Qui nessuno è straniero”. Una comunicazione, ammetterete, dal significato preoccupante e che incute un giusto timore circa le basi e le fondamenta del nostro patriottismo. Come sarebbe, qui nessuno è straniero? Gli stranieri sono necessari, altrimenti di chi dovremmo aver paura? Come riusciremmo a individuare il nemico? E poi, dove sarebbe questo qui? Certamente un luogo dove si coltivano di nascosto, e in maniera segreta, trame ribelli e rivoluzionarie, e per fortuna che c’è la Digos a vegliare. In effetti, il luogo dov’è stato esposto lo striscione è una scuola primaria, per gli anziani come il sottoscritto una scuola elementare. La pericolosa affermazione è stata concepita e disegnata da bambini, pur sempre studenti e quindi pericolosi intellettuali, da tenere d’occhio e controllare a vista. Sono loro, i bambini, a pensare che in una scuola primaria non esistono stranieri, e che l’uso corretto della lingua italiana sia in quel luogo un punto d’arrivo e non una barriera in partenza. Ma non è del principio che ci va di discutere, né del decreto legislativo col quale il governo di questo Paese identifica nel tetto di studenti di origine straniera nelle classi elementari un’assoluta priorità (anzi, questo ci conforta non poco: noi pensavamo che le priorità fossero il prezzo della benzina e il carrello della spesa, ottusi e miopi che siamo!). Quello che ci va di esaminare non è la scritta, ma lo striscione in sé. C’è stato un tempo, non lontano, che la libera espressione di un gruppo sociale, quale che fosse, poteva estrinsecarsi appunto con uno striscione. Certo, non doveva recare offese; non doveva essere lesivo della reputazione altrui, e neanche incitare all’odio. Si ricorreva allo striscione negli stadi, con innocenti sfottò, o nelle manifestazioni pacifiche, per declinare i principi che si volevano affermare. A volte erano firmati, a volte no: ma non facevano del male, esprimevano un’idea, qualcosa di condiviso con la quale si poteva o non si poteva essere d’accordo, ma li si leggeva. E, magari, si rifletteva. Una bacheca social è un fatto solitario, individuale. Può essere vista nella penombra di una stanza, e rileva se rileva chi l’ha scritta. Uno striscione lo si incontra, ci si imbatte. È un’esigenza di comunicare qualcosa a tutti, non solo a qualcuno, e in quanto tale è sicuramente da salvaguardare. Non è accettabile che finisca l’epoca degli striscioni. Significherebbe che è finita l’epoca della libera espressione, educata e non violenta. Crediamo che lo abbia ben presente la (il, chiediamo scusa) presidente del Consiglio, che quando faceva parte della minoranza utilizzava largamente, col suo partito, gli striscioni per riuscire a comunicare le proprie idee, dato il limitato accesso che all’epoca era consentito ai media nazionali. Ricordiamo un “Blocco navale subito” e un “L’Italia agli italiani”, proposti in manifestazioni in cui si affermava un principio ben diverso da quello che i bambini di Genova avevano pensato di mettere sul loro striscione, attaccato al muro della scuola. Non vogliamo credere che a fare la differenza sia il contenuto. Perché quello dei piccoli studenti genovesi è lo stesso principio affermato da un pericoloso criminale palestinese, che infatti finì piuttosto male. Un paio di migliaia di anni fa. Ci fossero stati gli striscioni, magari sarebbe finita meglio. Chi lo sa. Piantedosi settimo atto, nuova stretta securitaria di Giuliano Santoro Il Manifesto, 26 settembre 2026 Forzatura in commissione affari costituzionali sul ddl che consente fermi preventivi e divieto di assembramento per i minori. De Cristofaro (Avs): “La destra continua con la propaganda infame sulla pelle della gente”. C’è un’ulteriore tassello della guerra ai minorenni del governo Meloni in nome della sicurezza. Il disegno di legge 1990, presentato a luglio scorso a firma Matteo Piantedosi e altri ministri, è incardinato da pochi giorni alla commissione affari costituzionali del senato. Introduce rafforzamenti per il fermo preventivo e la sua estensione ai minori e divieti di assembramento con parametri discrezionali. Le Opposizioni pongono innanzitutto una questione procedurale che entra direttamente nel merito della faccenda: il testo contiene modifiche al codice penale, dunque dovrebbe passare anche dall’approvazione della commissione giustizia. Eppure, la presidenza del senato ha disposto diversamente, abbreviando di fatto l’iter parlamentare e compiendo l’ennesima forzatura della maggioranza. “Siamo di fronte all’ennesimo delirio securitario portato avanti da questa destra - sostiene Peppe De Cristofaro, capogruppo di Alleanza Verdi Sinistra a Palazzo Madama - Dovrebbero fare un bilancio dei provvedimenti in materia. Questo sarebbe almeno il settimo di questo genere, ma la maggioranza e il governo insistono senza rendersi conto che non hanno risolto nessuno dei problemi che dicevano di volere affrontare. Invece perseguono sulla strada della propaganda infame sulla pelle delle persone”. La legge prevede che si ampli la possibilità per le forze dell’ordine di identificare sul posto e procedere trattenendo in caserma dei giovani per accertamenti, estendendo formalmente le maglie della polizia preventiva anche ai soggetti minorenni. Peggio ancora se ci si muove in gruppo. Nella relazione tecnica che presenta l’ennesimo pacchetto sicurezza si parla di “una nuova e specifica ipotesi di avviso orale con divieto di radunarsi in determinati luoghi pubblici o aperti al pubblico, al fine di rafforzare gli strumenti di prevenzione nei confronti di condotte plurisoggettive, in particolare ‘di gruppo’, in contesti di aggregazione pubblica, caratterizzate da intimidazione, grave molestia o violenza su persone o cose”, circostanze “in grado di perturbare la libera e pacifica fruibilità dei predetti luoghi e di determinare una situazione di concreto pericolo per la sicurezza, al contempo incidendo anche sul livello di insicurezza percepita”. Ecco così che la fantomatica categoria della “sicurezza percepita”, utilizzata per giustificare emergenze non giustificate da circostanze reali, entra a pieno titolo nel dibattito parlamentare. A questo proposito, in base alla legge, inoltre, il questore avrà la possibilità di spiccare un “avviso orale” che contiene il divieto di radunarsi in luoghi pubblici o aperti al pubblico qualora un gruppo di cinque o più persone adotti condotte caratterizzate da intimidazioni, molestie o violenze. Il pericolo viene dalle periferie, dice il testo: “La percentuale maggiore dei giovani che si uniscono in vere e proprie ‘bande criminali’ provengono dalle zone più periferiche e degradate delle grandi aree metropolitane. Il degrado urbano, infatti, genera alienazione, perdita di punti di riferimento, senso di abbandono nei giovani, diventando così, per quest’ultimi, un incentivo per intraprendere veri e propri percorsi criminali”. Da qui allora l’ennesimo inasprimento delle pene per reati di gruppo. Accade nel paese la cui giustizia minorile era considerata un modello proprio per la sua attenzione alle condizioni dei giovani e il basso tasso di ricorso alla detenzione. Il testo del ddl 1990, invece, introduce una modifica al codice antimafia e prevede sanzioni pesantissime per i reati commessi in gruppo, come la reclusione fino a 5 anni e multe fino a 15.000 euro in caso di danneggiamenti aggravati commessi da più persone. “Sbaglieremmo a non dare il giusto peso politico a provvedimenti come questo - afferma Gianluca Peciola, responsabile diritti umani di Sinistra italiana - Bisogna riprendere l’iniziativa di mobilitazione, siamo di fronte a un altro scatto della svolta autoritaria”. Politica e migranti: sui Centri in Albania i conti non tornano di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 26 settembre 2026 Seicento ottantacinque persone portate a Gjadër, centouno rimpatriate. Sono i numeri del Viminale aggiornati al 14 luglio 2026 e ora finiscono dentro un’interrogazione a risposta scritta rivolta al ministro dell’Interno. L’ha depositata alla Camera il deputato di Azione Fabrizio Benzoni. La richiesta è semplice: capire quanto funziona davvero, e quanto ci costa, il Centro italiano costruito nel nord dell’Albania. E i conti non tornano. Il testo riparte dall’inizio. C’è il Protocollo firmato con Tirana il 6 novembre 2023 e ratificato con la legge n. 14 del 2024, che prevedeva strutture italiane in territorio albanese per trattenere stranieri sottoposti alle procedure di frontiera e di rimpatrio. Poi c’è la riconversione, con Gjadër diventato soprattutto il luogo dove finiscono stranieri che si trovano già in Italia e aspettano di essere rimandati nel loro Paese. La svolta porta la firma del decreto-legge n. 37 del 28 marzo 2025, convertito con la legge n. 75 dello stesso anno, che ha permesso di spostare oltre l’Adriatico persone già chiuse nei Cpr italiani. Benzoni mette in fila le cifre. Il Protocollo era stato pensato per numeri molto più grandi, con previsioni che parlavano di circa 36.000 persone trasferite ogni anno. Al 14 luglio i rimpatriati erano 101 su 685, il 14,7 per cento. Nel solo 2025, sempre secondo il Ministero, la gestione delle strutture albanesi sarebbe costata circa 50 milioni di euro. Se si divide quella somma per i 101 rimpatri si arriva a circa 495.000 euro a persona. Il deputato avverte che non è il costo reale del singolo rimpatrio, perché le spese di gestione corrono comunque, che gli aerei partano o no. Resta un indicatore. E fa impressione. Ci sono poi i conti di lungo periodo. Le relazioni tecniche fissano in 671,6 milioni la spesa prevista fino al 2028, mentre gli appalti per gestire i centri valgono circa 133 milioni. L’interrogazione segnala dati che non sempre coincidono da una comunicazione ministeriale all’altra, e la difficoltà di verificare come si vive dentro il centro. Sulle uscite il Viminale indica, accanto ai rimpatriati, 42 persone portate fuori per motivi sanitari e 30 liberate perché il giudice di pace non ha prorogato il trattenimento; altre sono state riportate in Italia o spostate in altri Cpr. La somma, osserva Benzoni, non sembra corrispondere ai 685 arrivi. Da qui nascono le domande. Il deputato vuole sapere quante persone sono passate da Gjadër dall’apertura, quante vi sono state trattenute, quante riportate in Italia e quante rimpatriate davvero. Chiede il costo sostenuto finora dallo Stato, diviso tra costruzione, gestione, sicurezza, trasferimenti, assistenza sanitaria e personale, insieme al costo medio effettivo di ogni rimpatrio. Domanda perché le amministrazioni abbiano diffuso numeri diversi. E quali obiettivi e quali tempi il governo intenda darsi per capire se il modello regge. Quello che raccontano le carte - Qualche risposta si trova già nei documenti. In una delle comunicazioni del Viminale, resa nota dal Fatto Quotidiano, gli esiti dei trasferimenti vengono scomposti: 379 persone lasciate libere perché il giudice non ha convalidato il trattenimento, mentre 82 si trovavano ancora nel centro. Più della metà di chi è stato portato in Albania è stato rimesso in libertà per decisione di un magistrato. Anche le presenze oscillano. Il 22 luglio, rispondendo all’eurodeputata Cecilia Strada, il Ministero ha scritto che al 29 giugno nel centro c’erano 26 persone; sei giorni dopo un’altra comunicazione dello stesso Ministero ne indicava 83. Il confronto con l’Italia aiuta a misurare la distanza. Secondo la piattaforma Trattenuti di ActionAid e dell’Università di Bari, nel 2024 dai Cpr italiani è stato rimpatriato il 41,8 per cento delle persone entrate, il valore più basso dal 2014. Gjadër si ferma a meno della metà. Sui soldi, il quadro voce per voce che Benzoni chiede non è mai stato reso pubblico. ActionAid, con richieste di accesso civico al ministero della Difesa, è riuscita a ricostruire solo il capitolo dei lavori: 74,2 milioni contrattualizzati, 61,3 milioni fatturati a marzo 2025. La gestione è andata a Medihospes con una procedura negoziata senza bando, nella quale l’offerta presentata è stata una sola, e a novembre 2025 il contratto risultava ancora non stipulato. L’associazione ha inviato una segnalazione all’Anac e un esposto alla Procura regionale della Corte dei conti del Lazio. Ha anche ricordato che un decreto del ministero dell’Economia del dicembre 2024 ha aperto il fondo di gestione del Viminale a finalità più generali di politica migratoria, e così la spesa per l’Albania diventa difficile da isolare. Dentro le recinzioni il quadro descritto dalle fonti istituzionali è netto. I Garanti dei detenuti del Lazio e di Roma Capitale, nella visita del 29 e 30 luglio 2025, trovarono 28 e poi 27 persone in una struttura da 144 posti e giudicarono il trasferimento non giustificato, con posti liberi nei Cpr italiani. ActionAid ha contato 95 atti di autolesionismo tra la fine di marzo e la fine di ottobre 2025. Il 19 maggio di quell’anno Hamid Badoui, marocchino di 42 anni che aveva passato oltre un mese a Gjadër, si è tolto la vita nel carcere di Torino, e la Procura ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio. Il 10 febbraio 2026 il Tribunale di Roma ha condannato il Ministero a risarcire un uomo trasferito dal Cpr di Gradisca in Albania senza un provvedimento. Il 29 giugno scorso a Strada e a Cristina Guarda, di Avs, è stato impedito di entrare nelle aree dove vivono i trattenuti. C’è poi un vuoto che nessuna tabella riempie. Con la sentenza n. 96 del 2025 la Corte costituzionale ha rilevato la violazione della riserva di legge sui modi del trattenimento nei Cpr, cioè sulle regole concrete della vita di chi è rinchiuso. In una lettera del 5 agosto 2026 al Garante nazionale, il Dipartimento per le libertà civili del Viminale scrive di essere “in attesa del completamento dell’iter parlamentare avviato per disciplinare i “modi del trattenimento” alla luce della recente pronuncia della Corte costituzionale n. 96/2025”. Solo dopo metterà mano ai criteri di gestione dei centri. A più di un anno dalla sentenza la legge non c’è, e Gjadër funziona dentro quello stesso vuoto. Nella stessa lettera il Dipartimento cita una collaborazione con l’Inmp, l’istituto pubblico che si occupa della salute dei migranti, sull’assistenza sanitaria nei Cpr, costruita “sulla base dell’esperienza maturata in occasione dell’avvio dell’operatività del CPR di Gjader”. È un dettaglio che tocca da vicino la voce sanitaria chiesta da Benzoni. Anche a Lussemburgo il tema è sul tavolo. L’11 giugno 2026, nelle cause C-706/25 e C-707/25 nate da rinvii della Corte d’appello di Roma, l’avvocata generale Medina ha ammesso che uno Stato possa collocare centri fuori dall’Unione. Ha osservato però che il Protocollo e le norme di attuazione “non sembrano contenere norme chiare e precise” su diritti della difesa, vita privata e familiare, rilascio immediato alla scadenza della convalida. Le conclusioni non vincolano la Corte. L’interrogazione di Benzoni arriva su un terreno già segnato da giudici, garanti e associazioni. Ora tocca al Viminale. L’augurio è che la risposta sia completa: numeri che tornino, spese divise voce per voce, ragioni delle cessazioni, tempi e obiettivi dichiarati. Non un’altra cifra isolata da aggiungere alla collezione. È il minimo che si deve al Parlamento, e alle persone che lo Stato priva della libertà lontano da casa, dai familiari e dagli avvocati. Stranieri, il decreto flussi non funziona. Serve una riforma di Jacopo Storni Corriere della Sera, 26 settembre 2026 Grazie alla sanatoria del 2020, 131 mila stranieri hanno ottenuto un permesso di soggiorno. Ma 340 mila sono irregolari e lavorano in nero. Rigettata metà delle 200 mila domande ma l’Italia ha bisogno del loro lavoro, colf e badanti ma non solo. La regolarizzazione di molti irregolari porterebbe nelle casse dello Stato 140 milioni di euro “Urge meccanismo sempre accessibile”. Sono 131 mila gli stranieri - soprattutto colf e badanti - che hanno ottenuto un permesso di soggiorno in Italia grazie alla sanatoria realizzata dal Governo nel 2020, diventando di fatto regolari nel nostro Paese dopo un periodo di irregolarità e lavoro nero. Persone che sono emerse dalla “clandestinità” e diventate lavoratori e lavoratrici contrattualizzate. A rendere noti i numeri, elaborati dopo l’accesso ai dossier dei ministeri dell’Interno, del Lavoro e degli Esteri, è stata la campagna Ero Straniero lanciata nel 2017 dalla storica leader radicale recentemente scomparsa Emma Bonino. Nell’ambito della sanatoria furono presentate complessivamente 207.542 domande, di cui meno della metà sono state rigettate. I due canali della regolarizzazione - La regolarizzazione degli stranieri prevedeva due canali: il primo attraverso la domanda del datore di lavoro, con controlli, pareri amministrativi, convocazione in Prefettura, firma del contratto di soggiorno e rilascio del permesso; il secondo tramite domanda individuale del lavoratore o della lavoratrice, riservata a chi poteva dimostrare un’esperienza lavorativa regolare nei settori previsti e un precedente soggiorno regolare, con una procedura più rapida. La maggior parte dei permessi rilasciati (52%) ha una durata di due anni, i restanti soltanto un anno o meno di un anno. E nella stragrande maggioranza dei casi, come detto, si tratta di persone - spesso indispensabili - che lavorano nell’assistenza domestica degli italiani. La campagna Ero straniero - il cui punto di partenza è l’esigenza, non più rinviabile, di ridurre il bacino di persone in condizione irregolare favorendo l’ingresso o il ritorno di lavoratori nel mercato del lavoro regolare - ha inoltre calcolato le entrate per lo Stato derivanti dal pagamento dei contributi necessari per la presentazione della domanda e dagli oneri amministrativi, che ammontano a oltre 140 milioni. Lavoratori con contratti in nero - Un’esigenza, quella di ridurre gli immigrati irregolari, dettata anche dall’alto numero di persone che vivono in Italia senza permesso di soggiorno, che a fine 2025 raggiungevano i 340 mila, nella maggior parte dei casi lavoratori e lavoratrici che però hanno un contratto in nero. Partendo dal presupposto del calo demografico italiano e dal conseguente bisogno di forza lavoro, l’analisi della campagna mostra che non può essere un nuovo intervento di emersione, straordinario e limitato come la sanatoria (per altro adottata negli ultimi 25 anni sia da governi di sinistra che di destra), la soluzione per avere più stranieri lavoratori: “Serve introdurre un meccanismo su base individuale, sempre accessibile, organico alla normativa che disciplina l’ingresso e il soggiorno delle persone straniere, con requisiti precisi (disponibilità di un lavoro, legami familiari, radicamento nel territorio), verificabile e sottoposto a controlli”. I problemi aperti del decreto flussi - Ci sarebbe il decreto flussi, l’atto con cui il Governo italiano stabilisce ogni anno il numero massimo di cittadini stranieri extracomunitari che possono entrare in Italia per motivi di lavoro subordinato, stagionale o autonomo. “Ma non funziona” è stato spiegato nel dossier, perché “il numero di quote di ingresso previste si converte in permessi di soggiorno per lavoro solo in minima parte”. Relativamente ai flussi 2024 sono 24.858 i permessi di soggiorno in via di rilascio dalle Prefetture su 146.850 quote fissate, mentre per i flussi 2025 sono 14.349 i permessi su 181.450 quote stabilite dal governo per gli ingressi. Il rapporto resta 16,9% per i flussi 2024 e 7,9% per il 2025. Pochi lavoratori per la forza lavoro che invece servirebbe all’Italia. Una politica, quella del decreto flussi, che non funziona perché troppo burocratica e perché obbliga le aziende italiane ad assumere a distanza lavoratori stranieri che spesso non hanno mai incontrato. I rimpatri - Il rapporto si sofferma anche sulla soluzione dei rimpatri per combattere l’irregolarità. Uno strumento inefficace, secondo la campagna Ero straniero. Anche in questo caso parlano i numeri. Nel quinquennio 2020-2024 sono stati adottati 141.675 provvedimenti di espulsione dal territorio nazionale. Nello stesso periodo 28.709 ingressi hanno interessato i Cpr (centri per il rimpatrio), il 20,3% dei decreti di espulsione, ma di questi sono stati solo 13.491 i rimpatri effettivi (il 9,5% del totale dei decreti di espulsione). Un esito negativo legato soprattutto alle difficoltà del rimpatrio a causa delle criticità nella cooperazione del Paese di origine. Di fatto, si spiega nel rapporto, ricorrendo agli strumenti privilegiati finora per contrastare l’irregolarità, se si volessero rimpatriare le 340 mila persone stimate in condizione irregolare al primo gennaio 2025 in Italia, al ritmo dei 6.772 rimpatri complessivi del 2025, occorrerebbero oltre 50 anni. Fine vita. L’Emilia Romagna non ci sta: “Andremo avanti” di Mauro Bazzucchi Il Dubbio, 26 settembre 2026 L’impugnazione della legge dell’Emilia-Romagna sul fine vita riapre una ferita che il Parlamento trascina da anni senza mai riuscire a rimarginarla. E trasforma in scontro politico e istituzionale la decisione del Consiglio dei ministri di portare davanti alla Consulta la norma regionale sul suicidio medicalmente assistito. Una scelta che Michele de Pascale non ha esitato a definire politica, accusando il governo di fare campagna elettorale “sulla pelle delle persone fragili”. Il governatore rivendica di essersi mosso nel perimetro indicato dalla Corte costituzionale, limitandosi a disciplinare gli aspetti organizzativi delle procedure. Palazzo Chigi contesta invece alcune disposizioni che invaderebbero competenze riservate allo Stato, oltre alle garanzie sulla disponibilità di cure palliative e altre forme di sostegno. De Pascale replica che la Regione era disponibile a “microcorrezioni”, ma che alla fine avrebbe prevalso la volontà dello scontro. E annuncia battaglia davanti alla Consulta. Una contraddizione che l’assessore regionale alla Sanità Massimo Fabi riassume così: da quattro anni le Regioni chiedono una legge nazionale, mentre governo e maggioranza non sono riusciti ad approvarla, costringendo i territori a muoversi autonomamente. L’Emilia-Romagna, dunque, “andrà per la propria strada”, mentre de Pascale si dice convinto che la normativa del Veneto non sarà impugnata. Lo scontro si allarga alla politica. Il primo firmatario della legge regionale, Paolo Trande di Avs, contesta l’iniziativa dell’esecutivo, mentre il segretario di +Europa Riccardo Magi accusa il governo di non dare una risposta nazionale e ostacolare le Regioni. Di segno opposto Pro Vita & Famiglia, che applaude alla scelta del Cdm e considera la norma emiliana incostituzionale, chiedendo alla maggioranza di abbandonare il testo all’esame del Senato. Il fine vita è uno di quei temi sui quali il Parlamento discute da legislature senza trovare un punto di caduta. Le sentenze della Consulta hanno delimitato il terreno, le Regioni hanno cominciato a occuparlo, ma una cornice legislativa nazionale continua a mancare. E con l’avvicinarsi della fine della legislatura diventa sempre più difficile immaginare che una materia capace di dividere gli stessi schieramenti possa trovare una soluzione prima delle prossime elezioni. Da Parigi, poi, è giunta la voce di Leone XIV. Nel discorso alle autorità francesi, il Papa ha ribadito che “la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano”, invitando ad accompagnare la fragilità e chi non si sente sufficientemente sostenuto. Poi il passaggio destinato a entrare nel dibattito italiano: scienza e tecnologia, se non guidate dalla coscienza, possono produrre derive che arrivano fino all’“offerta di una morte programmata”. Parole che confermano quanto sarà difficile, per la politica, trovare quella sintesi che da anni continua a rinviare. La guerra alla droga e il mercato che resiste di Raffaella Stacciarini Il Manifesto, 26 settembre 2026 Si continua a inseguire il movimento della merce senza interrogarsi abbastanza su ciò che quella merce, una volta trasformata in ricchezza, è capace di costruire. Il narcotraffico ha imparato a perdere: un carico, un intermediario, una rotta. Può perdere perfino metà della merce spedita, e al contempo continuare a funzionare perfettamente. Difficile da digerire, se si guarda al narcotraffico con le lenti della repressione, non è tanto la sua invulnerabilità - nulla - quanto la capacità di adattarsi, quasi darwiniana. La scorsa settimana nelle sale del Senato si è tenuto “Capire e combattere la criminalità organizzata: dialoghi sulle politiche”, convegno promosso dalla senatrice Cecilia D’Elia con la partecipazione di Forum Droghe. Nel panel dedicato al narcotraffico, due ricerche sul viaggio della cocaina tra i poli opposti della filiera, dai paesi di transito dell’America centrale alle reti della ‘ndrangheta, ovvero trasporto e approdo in Europa. Emilia Ziosi, post-dottoranda a Oxford, ha osservato e raccontato la trasformazione, in Honduras, di quei gruppi criminali nati come semplici trasportatori della cocaina diretta verso il Nord America e diventati nel tempo attori capaci di controllare porzioni di territorio, acquistare centinaia di ettari di terra, costruire imprese e, in alcuni casi, infiltrare la politica locale. Ecco come la ricchezza del narcotraffico spesso si trasforma in qualcosa di più pervasivo della semplice disponibilità di denaro: dove lo Stato è debole e le comunità sono isolate, il narcotrafficante diventa datore di lavoro, finanziatore di opere pubbliche, benefattore e persino amministratore locale. La violenza non scompare, naturalmente, ma resta sullo sfondo della vita quotidiana, quotidianità in cui il consenso viene costruito attraverso una forma di dipendenza economica che rende difficile distinguere ciò che appartiene all’economia legale da ciò che proviene dal mercato illegale. In Europa cambia il meccanismo ma resta la stessa logica. Francesca De Paris, sociologa e ricercatrice sociale, partendo dalla base dati del processo Eureka ci restituisce una ‘Ndrangheta che, nei rapporti transnazionali, si comporta come un’impresa piuttosto che come una organizzazione criminale vecchio stampo. La violenza è ormai un rischio, perché può attirare le indagini o compromettere la fiducia, e i broker sudamericani, esterni all’organizzazione, sono figure difficilmente sostituibili: conoscono i fornitori e garantiscono le relazioni - rappresentano insomma il collante umano di una filiera che attraversa continenti. Quando un carico di stupefacenti viene sequestrato, nella maggior parte dei casi non si scatena una faida interna: si negozia, talvolta si rimborsa e sempre si riparte. Che cosa significa, dunque, dire che la guerra alla droga funziona? Se il parametro sono i chili sequestrati, gli arresti, le operazioni, la risposta è relativamente semplice e altrettanto parziale; se guardiamo invece alla capacità del mercato di continuare a rifornire la domanda, accumulare profitto e trasformarlo in potere economico e sociale, risposta e quadro cambiano radicalmente. Leonardo Fiorentini, segretario di Forum Droghe, rovescia proprio questa prospettiva: dopo decenni di proibizionismo, osserva, riusciamo a contare soprattutto ciò che la repressione intercetta, molto meno ciò che non riesce a fermare o a modificare (la disponibilità delle sostanze, la domanda, i danni alla salute, il potere criminale, il riciclaggio). Non significa che sequestri e indagini siano inutili, ma che non bastano ad arginare il fenomeno né a misurare il successo di una politica. Lo Stato insegue le rotte e il mercato cambia strada: mentre la cocaina attraversa l’Atlantico, i suoi profitti si tramutano in terreni, imprese, posti di lavoro e consenso politico. La guerra alla droga continua a inseguire il movimento della merce senza interrogarsi abbastanza su ciò che quella merce, una volta trasformata in ricchezza, è capace di costruire e permeare. E forse è proprio per questa sua miopia che è destinata a fallire.