Indulto “responsabile”, al via una petizione popolare di Ilaria Dioguardi vita.it, 25 settembre 2026 Non un indulto secco, ma responsabile, differito nel tempo, preparato e accompagnato. La proposta è stata presentata alla Camera dei Deputati dal Comitato promotore e si può aderire online dalla piattaforma Indultum. Nicola Mazzamuto, presidente del Comitato promotore: “Se continua così, nel 2027 avremo 70mila detenuti per 46mila posti disponibili”. Per Mario Serio, del Collegio del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, “l’indulto non è la migliore delle misure, ma è l’unica reazione a uno Stato inerte e insensibile”. Vuole coniugare responsabilità, sicurezza, speranza, clemenza e prevenzione la proposta di indulto “responsabile” presentata con una conferenza stampa alla Camera dei Deputati. La drammaticità della situazione carceraria “impone soluzioni nuove, originali e realistiche, raccogliendo gli appelli accorati di Papa Francesco, di Papa Leone, del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed il grido di dolore del mondo penitenziario”, affermano i promotori. “La proposta di un indulto “differito” è maturata in seno al convegno Il diritto alla speranza nel cinquantennale dell’Ordinamento penitenziario, nell’anno del Giubileo della Speranza e nel triduo del Giubileo dei Detenuti dello scorso dicembre. Nel 2025 il flusso dei detenuti in ingresso è stato circa il doppio di quelli in uscita”, ha affermato Nicola Mazzamuto, presidente del Comitato promotore “Indulto responsabile” e presidente del Tribunale di Sorveglianza di Palermo. Su indultum.it è possibile aderire alla proposta. “Se si continua così, nel 2027 arriveremo a 70mila detenuti per 46mila posti disponibili. La natura della nostra proposta è il carattere trasversale: i 103 sottoscrittori appartengono a vari mondi. Abbiamo la lucidità politica sul fatto che occorre il quorum, è una proposta di unità nazionale. Ovviamente, occorre accompagnare l’indulto “responsabile” con riforme strutturali”. Mazzamuto ha sottolineato: “La nostra proposta ha l’obiettivo di dare consapevolezza nell’opinione pubblica della situazione delle carceri italiane”. Ogni anno 5mila casi riconosciuti di trattamenti “inumani e degradanti” - “Lo stato di illegalità delle carceri italiane è quasi certificato dallo Stato italiano, che ci mette la firma”, ha detto Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino. “Infatti, sono 5mila i casi ogni anno in cui i Tribunali di Sorveglianza riconoscono i trattamenti “inumani e degradanti” subiti dalle persone detenute. Oggi sono quasi 20mila le persone in più negli istituti di pena italiani rispetto ai posti disponibili, precisamente 19.365. Al 19 settembre 2026 erano 65.933 le persone detenute, i posti regolamentari previsti sono 51.345 e quelli inagibili 5.047, quindi i posti effettivamente disponibili sono 46.298. Sono state 9.708 le persone in più nelle carceri, in questi ultimi quattro anni di legislatura. Nelle celle vediamo letti a castello fino a tre piani”. Bernardini ha spiegato: “Chiederemo delle risorse economiche, ad esempio ci sono beni pubblici che non sono utilizzati e che possono essere utilizzati per un’esecuzione penale che sia corrispondente a quello che prevede la nostra legge”. Mario Serio: “L’indulto è l’unica reazione a uno Stato inerte e insensibile - “Qualunque forma di afflizione aggiuntiva rispetto alla forma della privazione della libertà è una forma afflittiva non soltanto estranea alla sanzione penale, ma contraria allo stesso contenuto della sanzione penale. Noi siamo ormai abituati al fatto che non ci siano acqua calda e aria condizionata nelle carceri. queste sono condizioni di disumanità”, ha detto Mario Serio, componente del Collegio del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. “L’indulto non è la migliore delle misure, ma è l’unica reazione a uno Stato inerte e insensibile”. In un’ottica di giustizia di comunità - “Un indulto “secco” rischia di non risolvere i problemi ed aumentare le criticità, laddove un indulto “preparato ed accompagnato”, con la previsione di una efficacia differita di tre/sei mesi, consentirebbe l’attuazione del trattamento penitenziario del dimittendo e dell’assistenza post-penitenziaria”, spiegano i promotori. “È fondamentale dare continuità e consolidare il percorso riabilitativo avviato in carcere con la presa in carico fuori dal carcere da parte del servizio sociale dell’Ufficio di esecuzione penale esterna-Uepe e l’inserimento nel circuito istituzionale del Consiglio di aiuto sociale, del Comitato per l’occupazione e degli Istituti di giustizia riparativa, con il coinvolgimento delle competenze istituzionali e finanziarie degli enti pubblici territoriali, della Cassa delle Ammende e delle risorse aggiuntive del Terzo settore, attraverso l’offerta di posti di lavoro, di borse-lavoro, di corsi di formazione professionale, di progetti di serio volontariato, di percorsi di riparazione, mediazione e riconciliazione, in un’ottica di giustizia di comunità”. L’indulto “differito”, in quanto “preparato ed accompagnato”, è rinunciabile da parte dell’interessato, secondo il principio generale ed al fine di evitare la brusca interruzione di percorsi penitenziari e/o di esecuzione penale esterna, con la previsione di reati ostativi e della clausola di ostatività della sottoposizione a misure di sicurezza detentive. Alla proposta di indulto responsabile ha aderito anche il Comitato direttivo centrale dell’Associazione nazionale magistrati. È l’ora dell’indulto responsabile (e delle riforme strutturali) di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 25 settembre 2026 E se la soluzione per risolvere il sovraffollamento delle carceri fosse l’indulto? L’ultimo risale a venti anni fa, ministro della Giustizia era Clemente Mastella. La proposta per un indulto “responsabile” è stata presentata questa settimana a Montecitorio. L’iniziativa è promossa dal comitato “Indulto responsabile”. “Siamo a contatto costante con le carceri e conosciamo la situazione nei penitenziari”, ha detto Rita Bernardini, presidente di “Nessuno Tocchi Caino” e promotrice del comitato, secondo la quale lo “stato di illegalità è quasi certificato dallo Stato italiano quando, in 5mila casi, i magistrati di sorveglianza riconoscono ogni anno trattamenti inumani e degradanti”. “Ce ne vogliamo fare carico - ha aggiunto - attraverso un impegno trasversale tra tutte le forze politiche”. Sono 19.635 le persone detenute in più rispetto ai posti disponibili, quasi 20mila persone in più. Le persone detenute al 19 settembre erano 65.933, i posti regolamentari previsti 51.345, i posti inagibili 5.047 e i posti effettivamente disponibili 46.298. A fronte di questo si registra “una forte carenza”, ha proseguito Bernardini, degli “agenti penitenziari”. “L’aumento della popolazione detenuta si è registrato con qualsiasi governo abbiamo avuto in Italia”, ha quindi aggiunto Bernardini. Nicola Mazzamuto, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Palermo e presidente del comitato, ha sottolineato che “quando parliamo di sovraffollamento dobbiamo ragionare in termini di flussi. Nel 2025 i detenuti in ingresso sono stati pressoché il doppio dei detenuti in uscita, quindi se non si adottano misure capaci di incidere sul dato sistemico, la situazione non può che peggiorare”. “La nostra non è una proposta normativa con un articolato, non vogliamo invadere la sfera della politica, spetterà alla politica scegliere l’entità dell’indulto e selezionare le condizioni ostative - ha osservato - la nostra è un’idea che vuole accendere una speranza”. Una proposta dal “carattere trasversale, che vuole unire e non dividere” e che “coniughi clemenza, speranza, sicurezza e prevenzione della recidiva”. L’indulto, secondo i promotori, va però accompagnato con “riforme strutturali”. “Si tratta di una proposta che vuole scuotere le coscienze - ha osservato Mazzamuto - provocare la politica perché si assuma le sue responsabilità”. Bartolomeo Romano, ordinario di diritto penale a Palermo e già componente del Comitato Cittadini per il Sì nell’ultima campagna referendaria, ha ricordato che sarà presto attivo il sito indultum.it tramite cui “chiunque voglia potrà sottoscrivere e aderire a questa proposta”. Presente anche Mario Serio, componente del collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, secondo il quale quello delle carceri è “un tema non più rinviabile”. “L’indulto non è la migliore delle misure - ha continuato - ma è l’unica reazione a uno Stato inerte e insensibile. Se lo Stato fosse capace di umanizzare il periodo dell’esecuzione penale, non parleremmo di indulto e forse nemmeno di amnistia”. L’iniziativa è sostenuta dall’Associazione nazionale magistrati e dall’Unione delle Camere penali. Pacchetto giustizia, ok dal Consiglio dei ministri di Michele Damiani Italia Oggi, 25 settembre 2026 Formazione dei magistrati, proroga di tre mesi per gli addetti all’Ufficio per il processo, poteri della Direzione Nazionale Antimafia estesi ai procedimenti penali minorili nel dl varato dall’Esecutivo. Formazione dei magistrati, si cambia. Mentre arriva una nuova proroga di tre mesi per gli addetti all’Ufficio per il processo rimasti fuori dalle stabilizzazioni estive, 1.257 persone, che continueranno a lavorare fino a dicembre 2026, in attesa della stabilizzazione che il ministero della giustizia punta a finanziare con la prossima manovra. Lo prevede un decreto legge approvato ieri dal Consiglio dei ministri. Il decreto legge interviene sulla formazione dei magistrati e il contrasto alla criminalità organizzata minorile. Riforma del tirocinio per i magistrati - L’art. 2 (Tirocinio magistrati) sostituisce l’art. 21, c. 1, del D.Lgs. 26/2006. Rispetto al passato (in cui la sessione si articolava in tre periodi), la riforma stabilisce quattro periodi di tirocinio per complessivi 12 mesi: 3 mesi al tribunale (collegiale e monocratico) per una formazione a largo spettro; 2 mesi alla corte d’appello incentrati sulla redazione dei provvedimenti; 2 mesi alla procura presso il tribunale per l’attività inquirente; infine, ben 5 mesi presso un ufficio analogo a quello di prima destinazione del magistrato. Estensione dei poteri della Direzione Nazionale Antimafia - L’art. 3 invece estende i poteri della Direzione Nazionale Antimafia ai procedimenti penali minorili. 371-bis c.p.p. viene aggiunto il comma 4-ter. Finora, le funzioni di coordinamento investigativo e impulso del Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo (PNAA) si applicavano solo agli adulti. La novità estende tali poteri ai procedimenti a carico di minorenni, esercitandoli nei confronti del Procuratore presso il Tribunale per i minorenni. Con una modifica all’art. 105 del D.Lgs. 159/2011 (Codice Antimafia), coerentemente, le prerogative e i flussi di informazioni del PNAA si applicano ora esplicitamente “anche quando riguardano minorenni”. L’obbligo di coordinamento, prima limitato alle procure distrettuali, viene così esteso anche alle procure minorili. Ufficio per il processo - Il provvedimento sugli addetti era stato anticipato dal ministro della giustizia Carlo Nordio, che aveva annunciato la proroga “in attesa della stabilizzazione con la prossima legge di bilancio”. La prosecuzione dei contratti sarà finanziata “utilizzando le residuali risorse apportate dal Piano nazionale di ripresa e resilienza e quelle ulteriori che il ministro ha deciso di destinare a questo scopo”, ha fatto sapere via Arenula. In primavera si sono svolte le procedure per la stabilizzazione del personale precario della giustizia assunto nell’ambito del Pnrr, non soltanto degli addetti Upp ma anche dei profili tecnici e amministrativi: oltre 9.300 lavoratori. Introdotto in Italia con l’art. 16-octies del dl 179/2012, l’Ufficio per il processo prevede uno staff di supporto ai giudici, con l’obiettivo di agevolarne il lavoro e contribuire alla riduzione dell’arretrato. Rimasto per anni uno strumento sostanzialmente marginale, è stato rilanciato con il Pnrr, che lo ha individuato come uno degli strumenti centrali per accelerare i tempi della giustizia. Il Piano ha quindi previsto il reclutamento a tempo determinato di un contingente massimo di 16.500 addetti. Il progetto originario prevedeva dunque assunzioni a termine. Già dopo i primi reclutamenti, però, è iniziato il confronto sulla possibilità di stabilizzare il personale, in un percorso che ha visto anche momenti di tensione tra ministero e sindacati. Reati dei minori, poteri al Procuratore nazionale antimafia di Conchita Sannino La Repubblica, 25 settembre 2026 La novità in un decreto legge approvato in Cdm: “È urgente intervenire”. Non solo il fenomeno dei ragazzini reclutati dalle mafie, sfruttati sulle piazze di droga, usati per la manovalanza o “promossi” al ruolo di piccoli boss. Fenomeni sui quali, di fatto, la Procura nazionale antimafia aveva sempre svolto il suo ruolo in raccordo con gli uffici delle Procure per i minori. Oggi emerge un fenomeno nuovo cui far fronte: quello dei giovanissimi attratti dalla violenza del suprematismo on line, oppure radicalizzati da cellule terroristiche. Ed è su questo terreno, in particolare, che interviene ieri la nuova norma varata in Cdm, che consolida prassi già in uso tra gli uffici. Il decreto legge appena approvato concede infatti alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, ovvero al procuratore Giovanni Melillo, di esercitare i propri poteri - come, di fatto, avveniva - anche nei procedimenti a carico di imputati minorenni. Dal governo viene evidenziata la “straordinaria necessità e urgenza di intervenire per confermare e esplicitare i poteri del procuratore nazionale”, vista la sempre maggior rilevanza che assume “il coinvolgimento di minori in fenomeni di criminalità grave”. Non solo i clan di camorra o ‘ndrangheta che li usano, bruciando giovani vite. Ma l’azione di contrasto a una forma subdola e nuova di affiliazione: quella che si consuma via tablet, nel silenzio, fino a casi eclatanti. Uno dei casi recentissimi: il 16enne dellaBrianza che aveva in casa armi e vessilli con simbologia suprematista. L’intervento normativo mira a consentire l’impiego, nei casi di procedimenti di particolare complessità, “di professionalità e strumenti”, specialmente di poter contare sull’apporto di magistrati appartenenti alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, o di pm esperti presso le distrettuali. “È evidente - si legge nella relazione- “che, ragionando diversamente, si perverrebbe all’effetto paradossale di impedire l’operare di utili strumenti di coordinamento, impulso e collaborazione esclusivamente in ragione del fatto che l’indagato o uno degli indagati è minorenne”. L’antimafia a misura di minori di Mario Di Vito Il Manifesto, 25 settembre 2026 Le funzioni della superprocura estese anche ai casi che riguardano chi ha meno di 18 anni. Per via Arenula sono stati accontentati i pm, ma ci sono dubbi di costituzionalità. Così la direzione voluta da Falcone cambia volto: sarà una specie di reparto d’élite. Nel decreto giustizia approvato dal Consiglio dei ministri di ieri, “attesa la sempre maggior rilevanza che assume oggi il coinvolgimento di minori in fenomeni di criminalità grave”, è contenuta una novità solo all’apparenza banalmente organizzativa e legata alla necessità di avere maggiore coordinamento investigativo tra gli uffici: al procuratore nazionale antimafia vengono attribuite funzioni anche nei confronti dei tribunali per i minorenni. Non molto tempo fa, avevano provato a fare la stessa cosa alcuni parlamentari della maggioranza attraverso un emendamento (bocciato) al decreto sulla pubblica amministrazione. Adesso l’idea è tornata di moda su impulso del sottosegretario Alfredo Mantovano. Per capire di cosa stiamo parlando bisogna ricordare che lo scorso luglio il governo ha licenziato una norma che invertiva la presunzione relativa della capacità di intendere e di volere per gli imputati tra i 14 e i 18 anni: in pratica, quando il parlamento licenzierà definitivamente la legge, in tribunale non si potrà più partire dal fatto che il minore non ha capacità giuridica, ma dall’esatto contrario. Si tratterebbe, secondo il ministro Carlo Nordio, dell’ultimo tassello di un grande piano cominciato con il famigerato decreto Caivano. E ora si aggiunge un altro pezzo ancora. Quello che cambierà sarà soprattutto la parte legata alle indagini della procura dei minori: la finalità educativa, sancita dalla Costituzione e dal codice penale, verrà in molti casi sostituita dalla logica tipica dell’antimafia e dell’antiterrorismo, che si basa per lo più su un lavoro di intelligence e di contrasto preventivo. E sono cose molto diverse. Il punto costituzionale della storia, poi, è il possibile contrasto tra la funzione di coordinamento della Dna con il principio dell’interesse superiore del minorenne. La direttiva 800 del 2016, all’articolo 7, poi, prevede valutazioni individuali dei casi e, soprattutto, adeguatezza delle misure destinate a chi ha meno di 18 anni. Per il governo, in ogni caso, è un successo. La versione che discende dal ministero di via Arenula è che così si è risolto un nodo che andava avanti da anni, visto che tanti pm antimafia in passato hanno lamentato la difficoltà di includere nelle loro inchieste anche i minorenni legati alla criminalità organizzata. Adesso, dicono, il vulnus si sana: la linea d’intervento è definita e non ci sono più zone d’incertezza. Di più, aggiungono, in fondo il sentiero era già tracciato dalla legge nota con il nome di “Liberi di scegliere”, approvata all’unanimità dal parlamento un paio di mesi fa, che prevede l’introduzione di un sistema organico di protezione e di assistenza per i minorenni che vogliono sottrarsi ai contesti di mafia. Un collegamento tra le due leggi si vede solo in controluce, in realtà, e forse il vero punto politico della vicenda riguarda il rapporto ormai eccellente che si è instaurato tra palazzo Chigi e il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo. Dopo le tensioni sul referendum costituzionale sulla magistratura, lo scorso maggio, Melillo aveva scritto una lettera ai ministri Nordio e Piantedosi e alla presidente della commissione antimafia Colosimo lamentando il fatto che i limiti del 2023 sull’utilizzabilità delle intercettazioni in “procedimenti diversi” stavano indebolendo le indagini su mafia, terrorismo e colletti bianchi. La questione non è rimasta lettera morta: in estate da Fratelli d’Italia sono arrivati diversi emendamenti - detti, per l’appunto, “emendamenti Melillo” - per permettere nuovamente di ampliare la circolazione delle intercettazioni, soprattutto per i reati di competenza delle Dda. La mossa non è stata di poco conto per gli equilibri della maggioranza, e infatti Forza Italia sta facendo le barricate contro il ritorno delle intercettazioni “a strascico”. Poi c’è un ultimo dettaglio, pure non insignificante. Con questa nuova norma la Dna allarga ulteriormente le sue competenze, entrando in un tribunale in cui mai prima aveva messo piede. È una mutazione genetica: nata come strumento di coordinamento in relazione ai delitti di criminalità organizzata, la direzione inventata da Giovanni Falcone si propone sempre più come una sorta di élite requirente. Un reparto speciale della magistratura italiana. Formazione dei magistrati in quattro fasi di Michele Damiani Italia Oggi, 25 settembre 2026 Formazione dei magistrati, si cambia. Mentre arriva una nuova proroga di tre mesi per gli addetti all’Ufficio per il processo rimasti fuori dalle stabilizzazioni estive, 1.257 persone, che continueranno a lavorare fino a dicembre 2026, in attesa della stabilizzazione che il ministero della giustizia punta a finanziare con la prossima manovra. Lo prevede un decreto legge approvato ieri dal Consiglio dei ministri. Il decreto legge interviene sulla formazione dei magistrati e il contrasto alla criminalità organizzata minorile. L’art. 2 (Tirocinio magistrati) sostituisce l’art. 21, c. 1, del D.Lgs. 26/2006. Rispetto al passato (in cui la sessione si articolava in tre periodi), la riforma stabilisce quattro periodi di tirocinio per complessivi 12 mesi: 3 mesi al tribunale (collegiale e monocratico) per una formazione a largo spettro; 2 mesi alla corte d’appello incentrati sulla redazione dei provvedimenti; 2 mesi alla procura presso il tribunale per l’attività inquirente; infine, ben 5 mesi presso un ufficio analogo a quello di prima destinazione del magistrato. L’art. 3 invece estende i poteri della Direzione Nazionale Antimafia ai procedimenti penali minorili. Con una modifica all’art. 371-bis c.p.p. viene aggiunto il comma 4-ter. Finora, le funzioni di coordinamento investigativo e impulso del Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo (PNAA) si applicavano solo agli adulti. La novità estende tali poteri ai procedimenti a carico di minorenni, esercitandoli nei confronti del Procuratore presso il Tribunale per i minorenni. Con una modifica all’art. 105 del D.Lgs. 159/2011 (Codice Antimafia), coerentemente, le prerogative e i flussi di informazioni del PNAA si applicano ora esplicitamente “anche quando riguardano minorenni”. L’obbligo di coordinamento, prima limitato alle procure distrettuali, viene così esteso anche alle procure minorili. Ufficio per il processo. Il provvedimento sugli addetti era stato anticipato dal ministro della giustizia Carlo Nordio, che aveva annunciato la proroga “in attesa della stabilizzazione con la prossima legge di bilancio”. La prosecuzione dei contratti sarà finanziata “utilizzando le residuali risorse apportate dal Piano nazionale di ripresa e resilienza e quelle ulteriori che il ministro ha deciso di destinare a questo scopo”, ha fatto sapere via Arenula. In primavera si sono svolte le procedure per la stabilizzazione del personale precario della giustizia assunto nell’ambito del Pnrr, non soltanto degli addetti Upp ma anche dei profili tecnici e amministrativi: oltre 9.300 lavoratori. Introdotto in Italia con l’art. 16-octies del dl 179/2012, l’Ufficio per il processo prevede uno staff di supporto ai giudici, con l’obiettivo di agevolarne il lavoro e contribuire alla riduzione dell’arretrato. Rimasto per anni uno strumento sostanzialmente marginale, è stato rilanciato con il Pnrr, che lo ha individuato come uno degli strumenti centrali per accelerare i tempi della giustizia. Il Piano ha quindi previsto il reclutamento a tempo determinato di un contingente massimo di 16.500 addetti. Il progetto originario prevedeva dunque assunzioni a termine. Già dopo i primi reclutamenti, però, è iniziato il confronto sulla possibilità di stabilizzare il personale, in un percorso che ha visto anche momenti di tensione tra ministero e sindacati. Legittima difesa, prima audizione: “Chi usa la forza deve accollarsene il costo” di Valentina Stella Il Dubbio, 25 settembre 2026 Iniziato ieri in Commissione giustizia del Senato il ciclo di audizioni sui tre disegni di legge presentati dal centrodestra in materia di legittima difesa. Come raccontato nei giorni precedenti, l’obiettivo che li unisce è quello di rafforzare la tutela di chi si difende da un’aggressione e ridurre il rischio che sia l’aggredito a finire sotto accusa o a pagare le conseguenze della propria reazione. Il primo ad essere ascoltato è stato il professore avvocato Andrea Sereni, ordinario di Diritto penale all’Università di Perugia, già magistrato. Oggetto della prima parte della discussione il ddl n. 167, (primo firmatario Maurizio Gasparri di Forza Italia). Presentato nel 2022, prevede che anche in caso di condanna per rapina (e non solo per furto), la sospensione condizionale sia subordinata al pagamento integrale del risarcimento dovuto alla persona offesa. In secondo luogo, il ddl provvede sull’altra questione posta dalla lettera del Presidente della Repubblica, estendendo a tutti i procedimenti penali nei quali venga riconosciuta una legittima difesa la norma che pone le spese di giudizio a carico dello Stato, eliminando quindi l’attuale limitazione alla sola difesa domiciliare. Per Sereni “la modifica è importante perché indica, anche in una prospettiva futuribile più ampia, la necessità di limitare il più possibile il ricorso a trattamenti penali differenziati, e di farlo solo sulla base di una solida giustificazione”. Rispetto al ddl 1532 (primo firmatario Raffaele Speranzon di FdI) che si muove sul terreno della responsabilità civile e per cui in caso di eccesso colposo di legittima difesa “non sia dovuto alcun risarcimento qualora il danneggiato abbia agito, consapevolmente, con violenza non lieve alla persona o al patrimonio o con minaccia di armi o di altri mezzi di coazione fisica”, Sereni lo interpreta come la “necessità di contenere il più possibile il dilagare di fenomeni di violenza: si vuole che chi assume colpevolmente rischi con modalità violente se ne accolla il “costo” perdendo il diritto al risarcimento, limitatamente peraltro all’eccesso colposo. Ciò rispecchia una concezione liberale dell’istituto, giacché in una società aperta, in cui lo Stato non può certo controllare né reprimere tutte le fonti di rischio, la libertà che l’individuo ha riconosciuta può legittimamente implicare maggior responsabilità, almeno sul piano civile, quando si vìola il patto fondamentale della non violenza”. Non sembra, ha aggiunto nella sua memoria, che il provvedimento sia passibile di rilievi di legittimità costituzionale. “La riforma proposta non tocca, lasciandola impregiudicata, la responsabilità penale dell’autore dell’eccesso colposo di cui al primo comma dell’art. 55 c.p.”. Infine, deve escludersi un’efficacia retroattiva delle norme sopra esaminate. Ha poi esaminato il ddl n. 1972 (a prima firma Claudio Borghi della Lega), quello politicamente e tecnicamente più complesso e soggetto a polemiche. La proposta aggiunge un quinto comma all’articolo 52 del codice e introduce una nuova ipotesi di non punibilità, la cosiddetta “ipotesi Roggero”: in caso di aggressione a mano armata in casa o sul luogo di lavoro, afferma il testo, non sarebbe punibile qualsiasi reazione posta in essere nell’immediatezza del fatto da chi subisce l’aggressione. Sereni propone una riscrittura dell’articolo: “In caso di aggressione a mano armata all’interno del proprio domicilio o del proprio esercizio commerciale, professionale o imprenditoriale, non è punibile la reazione posta in essere in stato di grave turbamento, nell’immediatezza del fatto, da chi subisce l’aggressione, indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta”. Quella precisazione nasce secondo il giurista dalla necessità di spiegare in maniera tassativa la ragione per la quale non si punisce pur in situazioni di sostanziale travalicamento dei limiti legittimi della reazione. “Si tratterebbe, in altre parole, di puntare a introdurre una scusante analoga a quella tedesca di cui al § 33 del codice penale, laddove si dà spazio all’anormalità del processo motivazionale (turbamento, paura, o panico), al di là della distinzione tra dolo e colpa”, si legge nella relazione di Sereni. La “norma Roggero” rischia di creare una zona d’ombra costituzionale di Alessandro Parrotta* Il Dubbio, 25 settembre 2026 Il caso Roggero ha riportato la legittima difesa in Commissione Giustizia del Senato, dove sono all’esame congiunto i disegni di legge AS 167, 1532 e 1972. Accanto a essi si colloca il ddl Borghi, depositato a luglio e del quale si è già parlato su queste pagine, che è l’iniziativa destinata a spostare davvero i confini dell’istituto. Le proposte muovono da premesse e strumenti profondamente diversi e vanno distinte prima ancora che valutate, anche perché non raccolgono un consenso omogeneo neppure all’interno della maggioranza. Il più risalente, l’AS 167, presentato nella seduta inaugurale della legislatura, non tocca l’art. 52 c.p. ma ne presidia le ricadute: interviene sull’art. 165 c.p., in materia di sospensione condizionale e risarcimento e sull’art. 115-bis del testo unico sulle spese di giustizia, che pone a carico dello Stato gli onorari di chi sia archiviato o prosciolto per legittima difesa. È la linea di minore impatto sistematico ma anche la più concreta: agisce sul costo del processo, non sulla struttura della scriminante. L’AS 1532 (Speranzon e altri) opera sul piano civilistico. Novella l’art. 2044 c.c. prevedendo che, nell’eccesso colposo di cui all’art. 55, primo comma, c.p., il risarcimento sia ridotto secondo il concorso di colpa dell’art. 1227 c.c. ed escluso quando il danneggiato abbia agito consapevolmente con violenza non lieve o con minaccia di armi; estende l’esclusione all’indennità prevista per il grave turbamento e coordina l’art. 185 c.p. con le nuove eccezioni. L’impianto non altera la responsabilità penale, lascia intatto il principio di proporzionalità e trova aggancio nella teoria dell’assunzione del rischio. Restano due nodi: la riduzione ex art. 1227 è già ricavabile dai principi generali, sicché la norma è in parte ricognitiva; l’esclusione integrale del ristoro, priva di graduazione, dovrà superare il vaglio di ragionevolezza ex art. 3 Cost., soprattutto quando l’eccesso abbia leso la vita. Sulla stessa linea si muovono il ddl presentato dalla Lega a inizio luglio e l’emendamento della maggioranza al ddl sicurezza: è il terreno di più ampia convergenza politica. Di ben altra portata è il ddl Borghi che aggiunge all’art. 52 c.p. un comma per cui, in caso di aggressione a mano armata nel domicilio o nel luogo di lavoro, qualsiasi reazione posta in essere nell’immediatezza è non punibile, indipendentemente da proporzionalità, persistenza del pericolo e natura difensiva della condotta. La relazione lo rivendica apertamente, escludendo ogni verifica ex post della proporzione. Non si tratta più di una presunzione, come quella della legge n. 36 del 2019, ma dell’eliminazione dei requisiti costitutivi della scriminante: cade l’attualità del pericolo, che distingue la difesa dalla ritorsione, e cade la stessa finalità difensiva. Una causa di non punibilità che copre anche la condotta non difensiva: cessa di essere legittima difesa e diventa un’area di impunità. I profili critici sono evidenti. L’automatismo sottrae al giudice ogni bilanciamento tra beni, in tensione con gli artt. 2, 3 e 27 Cost. e con l’obbligo di tutela penale della vita derivante dall’art. 2 Cedu. Il testo sconta poi un paradosso: i requisiti dell’aggressione all’interno dei luoghi e dell’immediatezza rischiano di escludere proprio la vicenda da cui nasce, in cui i colpi sono stati esplosi all’esterno, all’inseguimento degli autori in fuga. L’efficacia retroattiva ex art. 2 c.p., annunciata dal proponente, resta perciò tutta da dimostrare. Infine, nessuna norma sostanziale può sopprimere l’accertamento del fatto: il processo resterebbe necessario per verificare proprio i presupposti. Già all’indomani del Decreto sicurezza, su queste colonne, avevo sostenuto che la difesa legittima non può diventare un principio assoluto, né essere ancorata alla sola percezione soggettiva del pericolo. La riforma del 2019 aveva spostato l’asse dal profilo oggettivo a quello psicologico; il ddl Borghi porterebbe quella traiettoria al suo esito estremo. Serve un riordino sistematico che restituisca centralità al pericolo attuale e alla necessità della reazione, non un’altra riforma episodica dettata dalla cronaca. Il confronto con gli ordinamenti più evoluti lo conferma. La Germania (§ 32 StGB) esige un’aggressione attuale e una difesa necessaria, senza proporzione in senso stretto; il § 33 esclude la pena per l’eccesso dovuto a turbamento, paura o spavento, ma la giurisprudenza prevalente non lo estende alla reazione successiva alla cessazione dell’aggressione. La Svizzera (art. 16 Cp) esclude la colpevolezza per l’eccesso dovuto a scusabile eccitazione o sbigottimento. La Francia (art. 122-6 code pénal) presume la legittima difesa contro l’intrusione notturna nei luoghi abitati, ma la Cassazione la qualifica come presunzione semplice. La Spagna (art. 20 Cp) richiede la necessità razionale del mezzo impiegato. L’Inghilterra, dopo il Crime and Courts Act 2013, nei householder cases esclude solo la forza grossolanamente sproporzionata, ma i giudici hanno chiarito che la forza sproporzionata resta soggetta al vaglio di ragionevolezza. Solo alcuni Stati americani, con le leggi stand your ground, si avvicinano al modello Borghi, pur passando per un’udienza preliminare davanti al giudice; e le rassegne della Rand Corporation ne associano l’adozione a un aumento degli omicidi. Nessuna democrazia europea conosce una reazione non punibile indipendentemente dalla sua natura difensiva: secca ripeterlo ma qui è necessario perché la modernità di un ordinamento si misura sulla qualità del limite e non sulla sua assenza. *Avvocato, direttore Ispeg Caso Cavallini: il governo tira dritto, Giachetti attacca di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 25 settembre 2026 Il governo ha risposto a Roberto Giachetti di Italia viva sul caso di Gilberto Cavallini e la sua risposta si chiude con una data: 5 novembre 2028. Fino a quel giorno l’ex Nar, condannato in via definitiva per la strage di Bologna, resterà in isolamento diurno. Lo ha messo a verbale mercoledì scorso, in commissione Giustizia della Camera, il sottosegretario agli Affari esteri Massimo Dell’Utri, chiamato a rispondere per l’esecutivo all’interrogazione del deputato di Italia viva. Pochi minuti dopo Giachetti si è dichiarato non soddisfatto. E ha aggiunto un fatto che nella risposta non compare: nel frattempo Cavallini è stato trasferito da Rebibbia al carcere di Parma, dove, racconta il deputato, ad agosto gli veniva negata persino l’ora d’aria. Il sottosegretario ha scelto una linea netta. La vicenda, ha detto, “è stata oggetto di vaglio giurisdizionale” e “ogni profilo controverso è stato esaminato e risolto nelle sedi competenti”. Il provvedimento definitivo stabilisce che l’isolamento, cominciato il 6 novembre 2025 nella casa di reclusione di Roma Rebibbia, terminerà il 5 novembre 2028. Tre anni tondi. “Questa è la decisione passata al vaglio dell’autorità giudiziaria e questa decisione deve essere eseguita”. Il vaglio a cui si richiama il governo ha una sequenza nota. Il 15 gennaio 2025 la condanna per la strage di Bologna passa in giudicato. La legge, per chi riporta più ergastoli, prevede come sanzione accessoria l’isolamento diurno fino a tre anni, misura incompatibile con la semilibertà. Il giudice di sorveglianza di Perugia riconosce il percorso rieducativo di Cavallini, ma revoca la semilibertà e dispone l’isolamento. La difesa, affidata all’avvocato Gabriele Bordoni, ricorre in Cassazione: il 19 marzo il ricorso viene respinto. Su questa catena di decisioni il governo costruisce la propria risposta, senza aggiungere altro. Per capire cosa manca in queste righe bisogna tornare alle domande di partenza. L’interrogazione, depositata il 3 giugno, nasceva da un paradosso che Il Dubbio aveva raccontato fin dall’inizio. Cavallini era in semilibertà dal 2017 e nel corso della lunga detenzione aveva ottenuto numerosi permessi premio. Le regole penitenziarie però non consentono di concedere benefici a chi non abbia già scontato l’isolamento diurno. Delle due l’una. Se l’isolamento era stato eseguito, come sostiene la difesa indicando il carcere di Opera, applicarlo di nuovo è un errore; se invece non lo era mai stato, qualcuno ha concesso i benefici senza rispettare le norme. Giachetti chiedeva al ministro della Giustizia se fosse vero che Cavallini non aveva mai scontato la sanzione, per quale ragione il Dap non l’avesse applicata nonostante la circolare del 14 maggio 2002 che ne sollecitava l’esecuzione, se si intendessero avviare verifiche disciplinari e se fossero stati sanzionati i magistrati che avevano concesso i benefici. Voleva sapere anche come venisse eseguito, in concreto, l’isolamento. Su tutto questo la risposta tace. Riafferma un principio: “La giurisprudenza è consolidata: l’isolamento diurno, quale sanzione aggiuntiva all’ergastolo, è incompatibile con la semilibertà”, e lo difende sul terreno dei valori. “Affermarlo non significa negare la funzione rieducativa della pena”, ci tiene a sottolineare. “Significa, al contrario, tenere insieme umanità del trattamento, responsabilità individuale e certezza della sanzione”. Sulle modalità di esecuzione, Dell’Utri ricorda che anche durante l’isolamento l’ordinamento garantisce l’accesso al lavoro, all’istruzione, alla formazione e alle funzioni religiose. È quanto prevede il comma 4 dell’articolo 73 del regolamento penitenziario, il Dpr 230 del 2000, che Giachetti aveva citato proprio per chiedere come venisse applicato a Cavallini. Del carcere di Opera, della circolare del 2002, di eventuali responsabilità dell’amministrazione penitenziaria o dei magistrati di sorveglianza non c’è una parola. L’ultima frase è un impegno: l’amministrazione, nel rispetto della legge e dei provvedimenti giurisdizionali, “garantirà l’esecuzione della pena e la relativa funzione rieducativa”. Parma, l’ora d’aria negata - Il regolamento della Camera concede all’interrogante cinque minuti per dire se è soddisfatto. Giachetti li usa per contestare la risposta riga per riga. Il sottosegretario, a suo giudizio, si è limitato ad attingere alla normativa vigente, non ha risposto agli interrogativi posti e non ha considerato ciò che è accaduto dopo il deposito dell’atto. Un fatto, per il deputato, è inconfutabile: dal 6 novembre 2025 lo Stato tiene in completo isolamento un uomo di 73 anni, che ne ha trascorsi 43 in carcere e che la magistratura di sorveglianza aveva ritenuto riabilitato, tanto da concedergli nove anni fa la semilibertà. Un regime che Cavallini ha rispettato alla lettera, dedicandosi anche all’assistenza di un ragazzo straniero con disabilità. Poi Giachetti entra nel cuore della questione. Per riportarlo in cella dopo la condanna per la strage di Bologna, arrivata 45 anni dopo i fatti, pubblici ministeri e giudici hanno stabilito che Cavallini non aveva ancora scontato i tre anni di isolamento previsti. Conclusione che il deputato considera del tutto opinabile e spiega perché. Se davvero fosse così, i magistrati non avrebbero potuto concedergli alcun beneficio fin dal 1995. Lo hanno fatto. I permessi premio, la semilibertà del 2017: tutto concesso da giudici che, se la ricostruzione di oggi fosse esatta, avrebbero dovuto dire di no. C’è poi la faccenda dei diari: per negligenza, accusa Giachetti, l’amministrazione penitenziaria non ha conservato i registri in cui erano annotate le modalità di esecuzione della pena nei diversi istituti dove Cavallini è stato recluso nel corso dei decenni. E l’isolamento diurno va scontato all’inizio della pena. Perché mai il Dap non glielo avrebbe fatto scontare a suo tempo? Quella in corso su un uomo ormai anziano e pienamente riabilitato è, nelle sue parole, una “vergognosa regressione trattamentale”, vietata dalle nostre leggi e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Arrivano quindi gli sviluppi che la risposta ignora. Dopo il deposito dell’interrogazione e dopo la mobilitazione in suo favore, culminata in una maratona oratoria, Cavallini è stato spostato da Rebibbia al carcere di Parma. Lì l’isolamento totale è proseguito. Ad agosto, riferisce Giachetti, gli veniva negata perfino l’ora d’aria, e per porre fine a quella che il deputato definisce un’ulteriore e gratuita violazione dei diritti umani è servito l’intervento di Rita Bernardini e dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”. La chiusura è un’allusione. Giachetti dice di sapere che tra i sottosegretari del ministero della Giustizia c’è chi ha mostrato apertamente di essere insensibile al miglioramento del trattamento dei detenuti, arrivando a fare riferimento alla mancanza d’aria durante i trasferimenti. Il riferimento, anche se non fa nomi, è chiaramente all’ex segretario Andrea Delmastro. Rivendica il diritto di respirare e di vedere almeno uno spicchio di cielo come una garanzia che uno Stato democratico deve assicurare. Il presidente della commissione, Ciro Maschio, dichiara concluse le interrogazioni. Resta la data scritta nella risposta del governo. Restano, senza replica, le domande su Opera, sui diari che nessuno ha conservato e su come sia stato possibile concedere per decenni benefici a un uomo che, secondo pm e giudici, l’isolamento non l’aveva mai scontato. Particolare tenuità, l’assoluzione si può impugnare in Cassazione di Anna Marino Il Sole 24 Ore, 25 settembre 2026 La Corte chiarisce che chi viene prosciolto per particolare tenuità del fatto conserva l’interesse a ricorrere in Cassazione per ottenere una formula assolutoria più favorevole come unico mezzo di impugnazione esperibile dopo il giudizio abbreviato. L’imputato prosciolto per particolare tenuità del fatto all’esito del giudizio abbreviato ha interesse a impugnare la decisione per ottenere una formula più favorevole, considerate le conseguenze extra-penali della pronuncia. Non essendo ammesso l’appello, per impugnare il proscioglimento può proporre ricorso per Cassazione anche per vizi della prova e della motivazione indicati dalla disciplina generale del ricorso. È quanto chiarisce la Corte di Cassazione, Quarta Sezione Penale, con sentenza 34308 del 2026, poiché la decisione può produrre conseguenze nei giudizi civili, amministrativi e disciplinari, comporta l’iscrizione nel casellario e può incidere sulla futura applicazione della stessa causa di non punibilità. La particolare tenuità non equivale a una piena assoluzione “innocua”. La Cassazione sottolinea che la pronuncia accerta il fatto, la sua illiceità penale e la sua commissione da parte dell’imputato. La Corte dichiara espressamente di condividere un orientamento già presente nella giurisprudenza di legittimità e lo ricollega alle Sezioni Unite n. 40049/2008, Guerra, sull’interesse dell’imputato a ottenere una formula di proscioglimento più favorevole. La Cassazione richiama sul punto, tra gli altri, precedenti del 2024 e 2025 che riconoscono la ricorribilità per Cassazione contro il proscioglimento per particolare tenuità; viene inoltre ricordata, nel percorso argomentativo, la legge Pecorella (legge n. 46/2006) come precedente storico per spiegare la legittimità della limitazione dell’appello nell’abbreviato. La vicenda? - All’esito di un giudizio abbreviato, l’imputato era stato prosciolto da un’accusa relativa alla detenzione di sostanza stupefacente perché il fatto era stato ritenuto di particolare tenuità. La difesa ha impugnato comunque la decisione, sostenendo che gli elementi raccolti non dimostravano la destinazione della sostanza a un uso diverso da quello personale. In particolare, contestava che il giudice avesse trascurato elementi documentali relativi alla capacità economica dell’imputato e ai prelievi di denaro, indicati come elementi a discarico. La sentenza della Cassazione - La Cassazione ha preliminarmente riconosciuto l’interesse dell’imputato a contestare una pronuncia di particolare tenuità per ottenere una formula liberatoria più favorevole. Ha però chiarito che, trattandosi di proscioglimento pronunciato all’esito del giudizio abbreviato, non è ammesso l’appello dell’imputato ma resta esperibile il ricorso per Cassazione. Nel merito ha riscontrato una mancanza di motivazione sulla documentazione difensiva e ha annullato la decisione con rinvio per un nuovo giudizio. Catanzaro. Detenuto morto in carcere, la madre di Ivan Lauria ora si rivolge a Nordio di Simona Berterame fanpage.it, 25 settembre 2026 “Ho il diritto di sapere cos’è successo”. Domenico Ivan Lauria è deceduto il 15 novembre 2024 in una cella di isolamento del carcere di Catanzaro. A un anno di distanza, la perizia del medico legale disposta dalla Procura ha stabilito che la causa della morte è stata un arresto cardiocircolatorio. Il ragazzo, che aveva solo 28 anni, era in stato di intossicazione acuta da metadone, somministrato la mattina del decesso. Non è ancora chiaro perché gli sarebbe stato somministrato perché questo farmaco non risulterebbe presente nel piano terapeutico del detenuto. Domenico Ivan era soggetto tossicodipendente, invalido civile al 75 % con gravi problemi di salute mentale accertati anche da consulenti d’ufficio nominati nei vari procedimenti penali. “Era in carcere da ormai due anni nonostante le sue condizioni di salute non lo rendevano compatibile con la detenzione - racconta Michela, la mamma del ragazzo - eppure non c’era mai un posto libero nelle Rems per farlo trasferire ed è stato invece trasferito in penitenziari sempre più lontani da me”. Il 2 novembre Domenico Ivan viene trasferito dal carcere di Rossano a quello di Catanzaro dove morirà appena 13 giorni dopo. La madre non era mai stata informata di questo trasferimento ma alle 23 del 15 novembre riceve una telefonata dove le comunicano che il figlio era deceduto in carcere. “Perché nessuno mi ha avvertita del trasferimento? E che cosa è successo in quelle quasi due settimane in carcere per arrivare a somministrargli quel farmaco?” si chiede Michela. Le indagini ancora aperte - Nel frattempo la procura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, al momento senza nessuno iscritto al registro degli indagati. In una prima fase i familiari di Ivan avevano sottolineato la presenza di lividi e ematomi sul corpo del giovane, chiedendo di fare chiarezza su questo elemento inquietante. Il sospetto che potesse essere stato picchiato è stato però smentito dal fatto che Ivan era ad altissimo rischio suicidio e aveva già in passato compiuto atti autolesionistici. “Secondo noi non si muore per caso in carcere, soprattutto se sei un sorvegliato speciale non sei morto per caso” ci dice senza troppi giri di parole l’avvocato Pietro Ruggeri, legale della famiglia Lauria. Tre interrogazioni parlamentari - Sono trascorsi quasi due anni dal decesso di Ivan e nel frattempo la storia è arrivata fino in Parlamento. Tre le interrogazioni parlamentari presentate, a firma di Debora Serracchiani, Ilaria Cucchi e Riccardo Magi. A luglio il ministro della giustizia Carlo Nordio ha risposto al deputato di +Europa, annunciando che il ministero ha acquisito una approfondita relazione sulla vicenda ma ovviamente deve attendere l’esito delle indagini condotte dalla procura. Nel frattempo, parallelamente all’inchiesta giudiziaria, l’Amministrazione penitenziaria sta conducendo i propri accertamenti interni. Come chiarito proprio dalla risposta del ministro Nordio, le verifiche del DAP sono iniziate il 21 novembre 2024, ma dipendono strettamente dal lavoro dei magistrati. Lo scorso 24 luglio, infatti, le autorità carcerarie hanno chiesto alla Procura competente gli esiti dell’autopsia e aggiornamenti sulle indagini. Attualmente il Ministero della Giustizia è in attesa proprio di questi risultati per dichiarare conclusa la propria ispezione interna e prendere eventuali provvedimenti di competenza. E Laura rivolge un appello proprio al ministro Nordio: “Ho il diritto di sapere cosa è successo a mio figlio. Chiedo quindi al ministro di continuare ad osservare questa vicenda per accelerare i tempi. Abbiamo bisogno di sapere la verità e per farlo serve che si chiudano le indagini e inizi un processo”. Viterbo. Quando ciò che accade dietro il muro del carcere torna a bussare fuori di Pietro Giordano lafune.eu, 25 settembre 2026 Nel carcere di Viterbo vivono 624 detenuti, mentre gli agenti in servizio sono 292 contro i 350 previsti. È una comunità grande quanto un piccolo comune della Tuscia, stipata in una struttura che dispone di 440 posti regolamentari e che la città quasi non vede, se non quando scoppia un incendio o accade qualcosa di grave. Mammagialla torna sui giornali quando brucia qualcosa, quando un agente viene aggredito, quando un detenuto protesta, quando arriva un’ambulanza; poi le porte si richiudono, le notizie scompaiono e quella parte di Viterbo torna a essere invisibile, come se dietro quelle mura non continuassero a vivere centinaia di persone e a lavorarne altre centinaia ogni giorno. Il nuovo incendio del 19 settembre nel reparto di isolamento ha riportato per qualche ora l’attenzione sul carcere Nicandro Izzo, ma i numeri raccontano una situazione che dovrebbe interessare la città anche quando non accade nulla. Al 19 settembre i detenuti erano 624 a fronte di 440 posti regolamentari, dei quali 53 risultavano peraltro non disponibili, mentre gli agenti di Polizia penitenziaria effettivamente presenti erano 292 rispetto ai 350 previsti. Facciamo allora un esercizio semplice: immaginiamo che quelle 624 persone non siano dentro un carcere ma abitino in uno dei tanti piccoli centri della provincia; avremmo un paese vero, con più residenti di alcuni comuni della Tuscia, e nessuno penserebbe che la sua amministrazione, la sua sicurezza, la salute dei suoi abitanti, il lavoro e la qualità della convivenza siano questioni marginali. Dietro il muro, invece, cambia tutto: non si tratta di dimenticare perché quelle persone siano lì, né di trasformare chi ha commesso un reato in una vittima, perché una pena esiste e deve essere eseguita, ma la Costituzione stabilisce anche che debba tendere alla rieducazione. E allora la domanda diventa inevitabile: che cosa può produrre un carcere sovraffollato nel quale mancano contemporaneamente spazi e personale? Il sovraffollamento non riguarda soltanto chi è detenuto, riguarda anche chi deve garantire sicurezza, accompagnamenti, controlli, attività, colloqui e gestione quotidiana di una struttura complessa. Se mancano 58 agenti rispetto alla pianta organica, ogni emergenza pesa su un sistema già sotto pressione, e quando il personale viene assorbito quasi interamente dalla necessità di tenere insieme la giornata, diventa inevitabilmente più difficile costruire tutto ciò che dovrebbe impedire al carcere di trasformarsi in un semplice deposito di persone. Ciononostante, dentro Mammagialla qualcosa esiste: ci sono scuola, laboratori, biblioteca, attività formative, officine e percorsi di lavoro. Mentre il Ministero indica decine di detenuti impiegati nei servizi interni e negli anni sono state avviate lavorazioni e corsi professionali, il problema è capire quanti riescano realmente ad accedervi. Perché 624 detenuti significano 624 persone che prima o poi, salvo pene definitive molto lunghe, torneranno fuori, e la questione più concreta non è quanto vogliamo essere severi mentre sono dentro, ma come vogliamo che escano: con una competenza professionale, una possibilità di lavoro e una rete capace di accompagnarli, oppure più soli, più arrabbiati e più lontani dalla società di quanto fossero quando sono entrati. Anche questo è sicurezza. Probabilmente molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. C’è poi un altro dato che racconta la complessità del carcere viterbese: il Garante regionale registrava a luglio 676 detenuti, tra comuni, alta sicurezza, sex offender e altri circuiti, con 248 stranieri, mentre la struttura comprende sezioni detentive, infermeria, scuola, teatro, cappella e spazi per lavorazioni. Non è quindi soltanto un edificio nel quale vengono chiuse delle celle, è una piccola società con problemi sanitari, psicologici, educativi, culturali e linguistici, tanto che nel 2026 è stato previsto anche un progetto di mediazione culturale e sostegno rivolto in particolare ai detenuti stranieri e alla prevenzione del disagio psichico. Allora forse anche Viterbo dovrebbe cominciare a considerare Mammagialla un pezzo della città. Università, imprese, cooperative, associazioni, artigiani potrebbero entrare molto di più nei percorsi di formazione e lavoro, perché imparare un mestiere dietro quelle mura non è buonismo, significa aumentare la possibilità che una persona, una volta uscita, viva del proprio lavoro invece di tornare a delinquere. La stessa città dovrebbe sapere quanti detenuti lavorano realmente, quanti frequentano corsi, quanti terminano un percorso scolastico, quanti riescono a entrare in un progetto professionale e quanti trascorrono invece gran parte della giornata senza prospettive. Sono questi i numeri che dovremmo chiedere insieme a quelli sulle celle e sugli agenti, perché possiamo continuare ad accorgerci del carcere soltanto quando vediamo il fumo salire sopra Mammagialla, oppure possiamo capire finalmente che ciò che accade dietro quel muro prima o poi torna comunque dentro la città. Milano. “Connessione” in carcere: formazione e lavoro digitale per oltre 200 detenuti di Paola D’Amico Corriere della Sera, 25 settembre 2026 Abbattere le barriere dell’esclusione sociale e lavorativa partendo dalle competenze digitali: è il progetto “Futuro in Connessione” che diventa opportunità per 210 tra detenuti delle carceri lombarde di Opera, Bollate, San Vittore, Monza e giovani in Esecuzione penale esterna. Il progetto, promosso da Fondazione Triulza con una cordata di Terzo settore, è sostenuto dal Fondo per la repubblica digitale. Abbattere le barriere dell’esclusione sociale e lavorativa partendo dalle competenze digitali. Nasce con questo obiettivo il progetto “Futuro in Connessione: Digital Skills e Crescita Personale per un Nuovo Inizio”, un’iniziativa formativa all’avanguardia ideata per trasformare il tempo della pena in un’opportunità concreta di emancipazione e riscatto per 210 beneficiari, tra detenuti e giovani in carico all’Ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe). ““Futuro in Connessione” è un progetto selezionato e sostenuto dal Fondo per la Repubblica digitale impresa sociale, promosso da Fondazione Triulza Ets con la cooperativa sociale Spazio aperto servizi, il consorzio Sis, la Società benefit Factory Plus e l’altra cooperativa sociale A&I in collaborazione con le carceri lombarde di Milano Bollate, Milano Opera, Milano san Vittore, Monza, più l’Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna per la Lombardia. Il progetto parte dal presupposto che l’educazione digitale e la consapevolezza finanziaria non sono privilegi, ma diritti di cittadinanza essenziali per non rimanere ai margini della società e si distingue per un approccio concreto e di lungo periodo. Una delle principali novità riguarda le infrastrutture: tutti i computer utilizzati durante le attività formative saranno donati agli istituti penitenziari coinvolti, lasciando così un’eredità tecnologica permanente a disposizione delle strutture per le future attività didattiche dei ristretti. Il progetto mira a ridurre il forte divario digitale (digital divide) che spesso isola i detenuti dal mondo esterno e ostacola profondamente il loro reinserimento sociale e lavorativo. Attraverso corsi molto pratici, i partecipanti acquisiranno le competenze tecnologiche fondamentali richieste oggi dal mercato del lavoro e indispensabile anche per la gestione della vita quotidiana: dall’utilizzo degli strumenti informatici di base fino all’approccio consapevole delle nuove tecnologie e dell’Intelligenza Artificiale, dalla gestione dell’identità digitale (Spid/Cie) all’accesso ai servizi online della Pubblica Amministrazione. “L’obiettivo - sottolineano i promotori - non è solo quello di insegnare a usare un computer. Il punto è costruire un ponte tra l’isolamento detentivo e il mercato del lavoro, riducendo il rischio di recidiva attraverso l’acquisizione di skill reali, certificabili e immediatamente spendibili. L’accesso alle tecnologie è un requisito imprescindibile per l’inclusione sociale, economica e lavorativa. Il mondo accelera tra servizi PA online, smart working e intelligenza artificiale. Attraverso l’inclusione digitale, il progetto trasforma il tempo della pena in tempo di riqualificazione”. La formazione del progetto si articola in quattro pilastri integrati. “Alfabetizzazione Digitale” introduce la cittadinanza digitale, sicurezza online e prime applicazioni dell’AI, con l’obiettivo di favorire autonomia quotidiana attraverso strumenti come home banking, Spid, Fse e l’uso di soluzioni di AI di base come Chatgpt e DeepL. “Digitalizzazione Avanzata” sostiene la riqualificazione professionale tramite software per produttività e creatività digitale e l’impiego di AI generativa con rilascio di certificazioni come Ecdl e Google IT Support. “Life Skills” sviluppa competenze trasversali essenziali: educazione finanziaria, comunicazione assertiva, gestione dello stress, pensiero critico supportato dall’AI e capacità di gestione dei conflitti. I moduli dedicati alla cultura finanziaria, essenziali per una gestione economica autonoma, legale e consapevole una volta terminata la pena, saranno sviluppati in collaborazione con Intesa Sanpaolo. Chiude il percorso “Accelerazione e Lavoro” con laboratori di autoimprenditorialità, design thinking, simulazioni di colloqui e attività di matching con aziende del distretto Mind, includendo l’uso dell’AI per l’ottimizzazione del CV e la definizione di modelli di business concreti. Prato. La biblioteca entra in carcere: e-reader per gli studenti della Dogaia di Elettra Gullè La Nazione, 25 settembre 2026 Consegnati i primi due dispositivi agli universitari detenuti della casa circondariale di Prato. Sono già caricati con i testi necessari per preparare gli esami. Il progetto sarà esteso ad altri studenti. Una biblioteca universitaria dentro un e-reader, per rendere più semplice e accessibile lo studio anche dietro le mura del carcere. L’Università di Firenze ha consegnato i primi due dispositivi destinati agli studenti detenuti della casa circondariale di Prato, nell’ambito del progetto “Oltre i confini: una biblioteca digitale per il diritto alla conoscenza”. Gli e-reader sono stati consegnati al direttore della Dogaia, Luca Cicerelli, nel corso di un incontro al Campus di Novoli. I primi due dispositivi - I due e-reader, il cui utilizzo è stato autorizzato dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, sono stati caricati dall’Ateneo con i testi necessari ai due studenti per la preparazione dei prossimi esami. La consegna rappresenta la prima fase di un progetto che Unifi intende estendere progressivamente agli altri studenti del Polo universitario penitenziario. L’iniziativa rientra nel programma nazionale “Avere cura attraverso la conoscenza”, promosso dalla Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari in occasione della Notte europea delle ricercatrici e dei ricercatori 2026. Università e istituti penitenziari di diversi territori italiani sono coinvolti in un percorso dedicato allo studio, ai diritti e alla salute nel contesto carcerario. Una biblioteca digitale per lo studio - L’obiettivo è affrontare alcune delle difficoltà concrete che possono accompagnare il percorso universitario in carcere. Un singolo dispositivo consente infatti di avere a disposizione più testi, di leggere anche in condizioni di illuminazione non ottimali e, per i contenuti compatibili, di utilizzare funzioni di lettura vocale e altri strumenti per facilitare la fruizione dei materiali. Il progetto si inserisce nelle attività del Polo universitario penitenziario di Unifi, che nell’anno accademico 2025/2026 conta 81 studenti iscritti. L’Ateneo affianca alla disponibilità dei materiali didattici anche un sistema di accompagnamento allo studio e alla carriera universitaria attraverso i tutor per l’inclusione. “Abbiamo consegnato i primi due dispositivi, con l’obiettivo di estendere progressivamente il progetto - spiega la rettrice dell’Università di Firenze, Alessandra Petrucci -. È un intervento che risponde a esigenze molto concrete: disporre dei testi necessari alla preparazione degli esami e poterli consultare con maggiore flessibilità. Accanto agli strumenti digitali resta centrale il supporto delle persone, attraverso i tutor per l’inclusione”. Il diritto allo studio - Per Maria Paola Monaco, delegata della rettrice all’inclusione e alla diversità, con delega specifica al Polo universitario penitenziario di Firenze, è proprio l’integrazione tra tecnologia e accompagnamento a rendere più concreto il diritto allo studio. “È questa combinazione tra strumenti e accompagnamento che può rendere effettivo il diritto allo studio - sottolinea -. ‘Avere cura attraverso la conoscenza’ significa anche questo: creare le condizioni perché l’accesso al sapere sia concreto anche nel contesto penitenziario e possa aprire nuove possibilità per il percorso formativo e per il futuro di questi studenti”. La collaborazione con la Dogaia - La consegna dei dispositivi rappresenta anche un ulteriore sviluppo della collaborazione tra l’Università di Firenze e la casa circondariale di Prato. “Favorire condizioni che consentano agli studenti detenuti di proseguire con continuità il proprio percorso universitario, in linea con la nostra Costituzione, significa ampliare concretamente le opportunità formative presenti all’interno dell’Istituto”, afferma il direttore della casa circondariale di Prato, Luca Cicerelli. All’incontro, che si è svolto al Campus di Novoli presso la sede di Unifi Include, erano presenti, oltre a Cicerelli e Monaco, Valentina Papa, dirigente dell’area servizi alla didattica di Unifi, e Raffaello Speciale, funzionario giuridico-pedagogico della casa circondariale di Prato. L’iniziativa fiorentina fa inoltre parte del calendario di Bright-Night 2026, la manifestazione toscana collegata alla Notte europea delle ricercatrici e dei ricercatori, che Unifi propone dal 22 al 27 settembre con incontri e attività dedicate alla ricerca e al suo rapporto con la società. Varese. “Quando ho visto un mio studente dietro le sbarre mi si è stretto il cuore” varesenews.it, 25 settembre 2026 Maria Greco racconta il suo impegno in carcere a Varese. Dalla carenza di spazi e personale alle difficoltà del reinserimento lavorativo e abitativo: la testimonianza della presidente dell’Associazione Assistenti Carcerari San Vittore Martire impegnata da anni accanto alle persone detenute. Una struttura vecchia e sovraffollata, spazi insufficienti per le attività, ma anche volontari che ogni settimana entrano in carcere per ascoltare, organizzare laboratori e offrire un collegamento con il mondo esterno. Maria Greco, presidente dell’Associazione Assistenti Carcerari San Vittore Martire, è stata ospite di Orlando Mastrillo a Soci All Time su Radio Materia per raccontare la realtà della casa circondariale di Varese e il lavoro dell’associazione. Greco conosce il carcere quasi per caso. Insegnante all’istituto Newton, entra per la prima volta nella struttura varesina per sostituire una collega impegnata in un progetto sulla legalità. L’impatto è forte - Le chiavi, le porte che si chiudono una dopo l’altra, le sbarre alle finestre le provocano inizialmente una sensazione di soffocamento. Poi l’incontro con i detenuti cambia completamente la prospettiva. “Quando sono tornata a casa ho detto a mio marito che, se un giorno avessi fatto volontariato, lo avrei fatto in carcere - racconta Maria Greco, presidente dell’Associazione Assistenti Carcerari San Vittore Martire -. Mi ha risposto: “Sei matta?”“. A colpirla sono soprattutto la fragilità e l’incertezza delle persone incontrate, molto diverse dall’immagine che si era costruita prima di entrare. Intorno al 2015 Greco entra nell’associazione e alcuni anni più tardi ne diventa presidente. L’incontro in carcere con un suo ex studente - Tra gli episodi che più le sono rimasti impressi c’è quello di un ragazzo che conosceva molto bene. Camminando nel corridoio del carcere, Greco si trova davanti un suo ex alunno, appena diciottenne, finito in carcere per spaccio. Il giovane presenta successivamente una “domandina”, la richiesta utilizzata dai detenuti per accedere alle attività, per partecipare al laboratorio del cappellano e avere così la possibilità di parlare con la sua ex insegnante. Da quell’incontro arriva anche un messaggio che il ragazzo chiede a Greco di riportare agli studenti rimasti a scuola: non credere all’illusione che tanto “non ti prendono mai”. Una “finestra di libertà” dentro il carcere - L’Associazione Assistenti Carcerari San Vittore Martire opera da circa vent’anni ed è formata da volontari. Il loro compito non è quello degli agenti di polizia penitenziaria, ma offrire ascolto, attività e una presenza esterna che non parta dal giudizio sulla persona. Per i detenuti, spiega Greco, l’incontro con i volontari può diventare una piccola “finestra di libertà”. Le attività sono diverse. Ci sono laboratori manuali e artistici, dalla pittura alla costruzione di modellini in legno con materiali compatibili con le regole di sicurezza del carcere. Vengono organizzati corsi di chitarra e incontri di catechesi in collaborazione con il cappellano. L’associazione gestisce inoltre un servizio guardaroba e distribuisce prodotti per l’igiene personale. In alcuni casi il sostegno riguarda necessità ancora più immediate: tra i detenuti ci sono giovani e stranieri che arrivano senza denaro e senza una rete familiare vicina, per i quali anche poter telefonare a casa può diventare un problema. Sovraffollamento e spazi: le difficoltà del carcere di Varese - Il racconto di Maria Greco mette però in evidenza anche numerosi problemi della struttura varesina. Secondo quanto riferito dalla presidente durante la trasmissione, il carcere si trova ad affrontare una situazione di sovraffollamento, insieme alla vetustà degli edifici e degli impianti. Greco descrive celle con più detenuti, servizi igienici inadeguati e docce per le quali gli interventi di manutenzione possono richiedere tempi molto lunghi. Anche gli spazi destinati alle attività rappresentano un problema. La cappella, racconta Greco, è inutilizzabile da anni a causa di una crepa e la messa domenicale viene quindi celebrata nella sala colloqui. Ci sarebbero poi ambienti che potrebbero ospitare nuove attività, ma che non possono essere utilizzati anche per le difficoltà organizzative e la carenza di personale necessario a garantire la sorveglianza. Il lavoro dei volontari e quello della polizia penitenziaria - La mancanza di personale della polizia penitenziaria, sottolinea Greco, ha conseguenze anche sulle possibilità di organizzare laboratori e iniziative. Ogni spostamento all’interno del carcere richiede infatti procedure e personale. Aumentare le attività significa quindi aumentare anche le necessità sul fronte della sorveglianza, in una struttura che già deve fare i conti con organici limitati. A cambiare, secondo l’esperienza raccontata dalla presidente, è anche la popolazione detenuta. L’associazione incontra giovani stranieri privi di una rete familiare sul territorio, persone con dipendenze e detenuti con fragilità psicologiche e psichiatriche. Situazioni differenti che rendono ancora più complesso costruire percorsi individuali. La difficoltà più grande può cominciare quando si esce - C’è poi tutto ciò che accade oltre il cancello. Il reinserimento, soprattutto per chi non ha una famiglia, una casa o un lavoro, è uno dei nodi sui quali l’associazione vorrebbe intervenire maggiormente. Tra le esperienze di lavoro esterno citate durante la trasmissione ci sono quelle realizzate con il Comune di Varese attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento penitenziario, con detenuti impegnati nella manutenzione del verde e di spazi comunali. Resta però la difficoltà di trovare aziende disponibili a offrire opportunità e di costruire una rete che accompagni le persone una volta terminata la pena. Per chi esce senza una casa e senza qualcuno ad aspettarlo, la libertà rischia infatti di coincidere con l’inizio di una nuova situazione di precarietà. Il progetto: appartamenti per chi ricomincia dopo il carcere - Da qui nasce uno degli obiettivi per il futuro dell’Associazione Assistenti Carcerari San Vittore Martire: trovare una sede stabile e, soprattutto, riuscire a creare appartamenti di prima accoglienza. L’idea è offrire un alloggio temporaneo a chi termina la pena senza avere una casa o risorse economiche sufficienti, accompagnando il ritorno alla vita fuori dal carcere. Un progetto che completa idealmente il lavoro svolto dai volontari all’interno della casa circondariale: non soltanto creare occasioni di socialità durante la detenzione, ma provare a costruire le condizioni perché, una volta fuori, sia possibile trovare un punto dal quale ricominciare. Milano. I rapper entrano a Bollate e “battezzano” l’album registrato e prodotto dai detenuti di Elisabetta Andreis Corriere della Sera, 25 settembre 2026 Il disco “30 OP” contiene 13 brani inediti nati nel reparto “giovani adulti”. Il rapper Ensi: “C’è stato mio padre, in cella. Vedere la felicità dei ragazzi è esattamente quello che cercavo. “Potevo essere anch’io dietro alle sbarre”. Il rapper Nitro parla della fortuna, di certe ruote che hanno girato nel verso giusto spingendolo “verso la musica e cose positive, invece che dentro una cella”. È la seconda volta che viene al carcere di Bollate. Ha un milione di follower sui social, ma ammette: “Sono più teso oggi che in un normale concerto”. Accanto a lui ci sono Ensi e Nerone, osannati dai giovani. Sono venuti a sentire un gruppo di detenuti che canta e a sostenerli mentre presentano un disco scritto, registrato e prodotto in carcere, nello studio musicale avviato nel 2022 e rimesso a nuovo grazie al laboratorio rap. L’album si chiama “30 OP”: il titolo richiama l’articolo 30 dell’ordinamento penitenziario, relativo ai permessi accordati in momenti gravi o eccezionali; le lettere OP diventano “opportunità”. Dentro le tracce ci sono le conseguenze delle scelte, la solitudine, le difficoltà che possono restare anche dopo il fine pena. Sono tredici brani inediti nati nel reparto “giovani adulti” e portati sul palco, nell’area esterna dell’istituto. A sorpresa al concerto, insieme ai tre rapper, partecipa anche il re delle freestyle-battle, Mic Tyson. I ragazzi tra il pubblico sono entusiasti. Nitro spiega perché ha accettato l’invito: “Siamo al servizio dei giovani, avvicinarsi a realtà come queste è dovere”. E aggiunge: “Per me è un tesoro essere qua”. Ensi conosce il carcere anche dalla propria storia familiare. “C’è stato mio padre, in cella”. Ricordi mescolati al presente. “Quando ero in visita a San Vittore mi chiedevo come sarebbe stato portare dentro ciò che facciamo ogni settimana sui palchi di tutta Italia”. Gli bastano pochi minuti con i ragazzi: “Vedere la loro felicità è esattamente quello che cercavo”. Vuole dire che “c’è un mondo là fuori che va avanti”, a restituire un po’ di quell’aria che a chi è detenuto può sembrare perduta. Pensa alle parole delle sue canzoni, a come possano essere ascoltate qui, all’effetto che possono avere su chi sta scontando una pena. “Quando ti mancano le cose, poi ti rendi conto davvero di che cos’è avere un attimo di libertà, di normalità”. Nerone è alla prima esperienza di questo genere. “È il mio primo anniversario di matrimonio, con il placet di mia moglie ho scelto di essere qui”. Molti amici hanno conosciuto la detenzione, anche se breve lascia il segno. Il pensiero dei tre rapper va agli istituti dove manca uno studio di registrazione: “Avere sbagliato e scontare i propri errori, la propria pena, non vuol dire essere privato di umanità”. Chiedono che i laboratori diventino una possibilità per tutti: “La libertà di esprimersi con la musica per i ragazzi è terapia”. In squadra per l’album si sono mossi musicisti, videomaker, fotografi e professionisti della comunicazione. “Il carcere non è un gioco e il mito del gangster non coincide con la realtà della detenzione”, ricorda Stefano Aschieri, produttore esecutivo supportato dalla cooperativa Articolo 3. Chiude Nitro: “Scrivere un disco significa anche assumersi la responsabilità di un’opera collettiva”. Ensi e Nerone tornano alla domanda che li ha portati qui: “A che cosa ci serve la musica, se non a creare questo tipo di contatto?”. La platea di detenuti si accende in applauso. Monza. Free For Music, dare luce oltre le sbarre: il ruolo delle note nella vita carceraria di Luca Trambusti Il Manifesto, 25 settembre 2026 Un progetto educativo nel penitenziario di Monza. Strumentazioni, tecnici per produzioni firmate dagli stessi detenuti. Carcere e rock spesso hanno camminato fianco a fianco, e non solo per le vicissitudini giudiziarie di alcuni protagonisti: dalla festa in cella narrata in Jailhouse Rock (1957) al leggendario concerto di Johnny Cash registrato al Folsom Prison (1968). In più occasioni la musica è stata indicata come elemento salvifico contro la tendenza a delinquere o come occasione di riscatto (basti pensare ai Blues Brothers o, tra gli altri, a Chuck Berry). La musica in carcere può quindi diventare un elemento familiare e di interesse: lo dimostra un’iniziativa tenutasi nel cortile del carcere di Monza, dove live, progetti educativi e storie si sono uniti sotto il segno della musica per dare luce ai detenuti e raccontare il ruolo delle note nella vita carceraria. Voluta dalla direttrice Cosima Buccoliero, all’interno della struttura si sta realizzando un progetto gestito da Orangle Records che mette a disposizione dei detenuti giovani producer, strumentazione e competenze per completare produzioni firmate dagli stessi detenuti. Il progetto “Free For Music” ha già prodotto due Ep; un terzo uscirà a breve. “C’è un buon numero di partecipanti - dicono i giovani della Orangle coinvolti in questo e in altri progetti nelle carceri -. Ci vediamo due volte alla settimana e, insieme ai detenuti-artisti, realizziamo brani. Nei loro testi c’è tutto il loro vissuto, il loro presente, ma anche dolore, consapevolezza e voglia di redenzione. Alcuni di questi - concludono -, una volta scontata la pena, sono venuti a lavorare con noi come tecnici o producer”. Il progetto musicale in carcere prevede anche l’aspetto live: dopo altre performance, a entrare nella struttura è stato il pop rock dei milanesi Motelnoire, gruppo che dal 1999 racconta le periferie della città, il disagio e le storie marginali. Lo scorso maggio la band ha pubblicato MalaMilano, un disco che “non cerca redenzione né colpevoli, racconta la realtà così com’è, senza filtri. C’è la sofferenza di chi è cresciuto troppo in fretta. C’è rabbia, nostalgia, gratitudine e disillusione. C’è la voglia di sparire e quella di restare, di cambiare pelle senza perdere l’anima. MalaMilano è il nostro modo di raccontare da dove veniamo e quello che siamo diventati” - spiegano i Motelnoire. “È un disco nato per strada, tra la nebbia, i bar vuoti, le notti insonni e le domande senza risposta per le strade di Milano”. Chi ha vissuto ai margini è anche protagonista del video della title track (con un feat. di Jack La Furia) e ispiratore dell’intera opera: Tino Stefanini, con cinquanta anni di galera sulle spalle per rapine e sparatorie, ex membro della “banda della Comasina” guidata da Renato Vallanzasca. “Ascoltare Tino raccontare la sua vita - dice Domenico ‘Nik’ Castaldi (voce e chitarra) - è come vedere un film. È stato lui a volere che raccontassi la sua storia e che parlassi a chi ascolta”. Ma è lo stesso Stefanini a rivolgersi direttamente ai giovani carcerati presenti, accolto da grandi applausi: “Non fate questo percorso - dice -. Restatene fuori. In questi anni ho potuto riflettere e mi sono reso conto di quanto dolore ho provocato a me stesso, agli altri, ai miei familiari. È un percorso sbagliato”. Durante l’incontro è risuonato più volte il concetto della musica come elemento salvifico: un’idea forse retorica, ma in un contesto carcerario nulla è mai banale. Sulle stesse considerazioni sono intervenute anche le educatrici del carcere: “Non è la musica di per sé ad essere salvifica. È la bellezza, la cultura, ma soprattutto la volontà di intraprendere un percorso, di desiderare la redenzione e di trovare altri stimoli nella propria vita. Alla base deve esserci questo”. Bologna. Un murale per unire la città e i detenuti del carcere della Dozza Il Resto del Carlino, 25 settembre 2026 “Un muro può separare le persone, ma un murales può unirle”. È l’idea attorno alla quale lo street artist Fabieke ha immaginato il grande disegno, sei metri per tre, che apparirà a Bologna sotto il cavalcavia di via Ferrarese: a realizzarlo con lui saranno dieci detenuti della Dozza grazie al progetto Un ponte di colore tra carcere e città. E proprio un ponte, impreziosito dall’intreccio di due mani che si stringono, è il soggetto dell’opera: da un lato le mura grige di un penitenziario, dall’altro scene di vita libera. L’iniziativa è promossa dall’Associazione volontari carcere (Avoc) con Quartiere Navile, Cassa delle ammende dell’Emilia-Romagna, Comune e Asp. Si prevede un laboratorio “con incontri teorici e pratici in carcere. I detenuti saranno formati sull’utilizzo della bomboletta affinché poi una volta fuori, sul muro - spiega Fabieke - abbiano la capacità di collaborare con me nella realizzazione del lavoro”. Il laboratorio durerà due settimane, per realizzare il murales ci vorranno tre o quattro giorni. Al Navile “stiamo lavorando da anni per far sì che la comunità si accorga del carcere e che le persone detenute sentano di avere, quando termineranno la loro pena, un tessuto sociale pronto ad accoglierle”, sottolinea la presidente del Quartiere, Federica Mazzoni. È stato anche aperto un crowdfunding su Ginger attivo fino a lunedì. Informazione. Con Autistici/Inventati, la battaglia scende in piazza di Andrea Capocci Il Manifesto, 25 settembre 2026 Oggi sit-in a Roma e Firenze contro le sanzioni di Washington che hanno soffocato il collettivo. La chiusura del collettivo Autistici/Inventati dopo le sanzioni statunitensi non ha segnato la fine della battaglia a loro difesa. Oggi pomeriggio si scenderà in piazza a Roma e Firenze contro i provvedimenti di Washington che hanno soffocato a distanza il collettivo. Dopo la “designazione speciale come terroristi globali” e l’emanazione dei provvedimenti, Autistici/Inventati si è trovato privo di risorse materiali - con le donazioni congelate da Banca Etica per timore di sanzioni secondarie - e soprattutto senza copertura politica. Dal governo non è arrivato infatti alcun sostegno a un’associazione italiana colpita da uno stato estero senza che su di essa pesasse alcuna denuncia penale. Persino per la Sumud Flotilla il governo sovranista non aveva potuto girarsi dall’altra parte, e aveva dovuto almeno promettere una tutela marittima (poi mai arrivata). Stavolta neanche quello. Chi scende in piazza oggi chiede alle istituzioni diplomatiche, politiche e finanziarie se davvero ogni garanzia è saltata. A Firenze il sit-in si svolgerà al consolato statunitense, simbolo della rottura della legalità internazionale. A Roma, previa trattativa con la questura, alla fine la scelta è caduta sulla classica e centrale piazza Santi Apostoli, che si trova a due passi dalla sede di rappresentanza della Commissione Europea di Palazzo Campanari. L’Europa, insieme al governo Meloni, è l’altro convitato di pietra nella guerra mossa da Washington contro Autistici/Inventati. Non saranno solo sit-in. “Performance, rappresentazioni e giochi di piazza metteranno in scena i nodi principali della vicenda” racconta al manifesto Graffio, membro dello storico collettivo AvANa (sigla di “Avvisi Ai Naviganti”, attivisti sulla rete sin dall’epoca delle Bbs) e uno degli organizzatori della manifestazione romana. “Si proverà a spiegare così questioni apparentemente tecniche ma cariche di significato politico, vista l’evoluzione odierna della rete”. Ci sarà spazio anche per una discussione collettiva su cosa accadrà dopo i primi venticinque anni di Autistici/Inventati, quell’”invito a lanciare 10, 100, 1000 server autogestiti” che il collettivo ha affidato alla rete prima di sparire. Più facile a dirsi che a farsi, ma le competenze e l’interesse ci sono a giudicare dalle partecipatissime assemblee e incontri che hanno preceduto il presidio. Si muove anche la politica di palazzo, sia pure solo sul lato dell’opposizione. Alleanza Verdi Sinistra ha depositato un’interrogazione parlamentare a firma di Elisabetta Piccolotti sulle azioni che il governo (non) intraprenderà in sede nazionale ed europea “per garantire la piena sovranità, nazionale ed europea, dei servizi digitali, bancari e relativi ai sistemi di pagamento digitali” e “siano rese inoffensive le sanzioni secondarie”. Poi c’è il piano continentale, forse persino più pertinente. Lo spiegano le deputate europee Ilaria Salis e Benedetta Scuderi (Avs), che hanno presentato un’interrogazione a Bruxelles. “Abbiamo chiesto alla Commissione - spiegano le parlamentari - come intende tutelare chi viene colpito da sanzioni finanziarie di soggetti terzi, come garantirà che i servizi di comunicazione digitale gestiti legalmente nell’Ue rimangano disciplinati dal diritto dell’Unione e tutelati dalle sanzioni esterne”. L’Europa qualche arma legislativa l’avrebbe pure. Molti esperti del settore guardano al “Regolamento di blocco”, una norma introdotta dall’Unione Europea nel 1996 per proteggere enti e cittadini europei da misure punitive extra-territoriali. Neutralizza l’effetto di decisioni straniere e prevede indennizzi per chi ne sia oggetto, nel caso in cui svolgano attività ritenute legittime dall’Unione ma sanzionate da stati stranieri. “È una norma risalente al 1996 ed è efficace contro gli effetti in Europa delle decisioni statunitensi contro Cuba e Iran” spiega Pietro Gianelli, avvocato che difende Autistici/Inventati e la relatrice Onu Francesca Albanese finita nello stesso ingranaggio per aver documentato le responsabilità dei massacri a Gaza. “Si potrebbe estenderne l’applicazione anche ai casi di oggi”. Da tempo si parla di un allargamento, se fosse arrivato in tempo forse la vicenda avrebbe preso un’altra piega. Lo chiedono anche 30 associazioni olandesi che hanno rivolto un appello in questa direzione al loro governo. D’altronde Autistici/Inventati non è l’unica vittima e potrebbe non essere l’ultima da questa parte dell’Atlantico. Nei Paesi Bassi lo sanno bene perché anche i magistrati della Corte Penale Internazionale che ha sede all’Aia sono finiti nella lista nera di Washington. Migranti. Scuola e stranieri, tutte le misure del decreto di Gianna Fregonara e Orsola Riva Corriere della Sera, 25 settembre 2026 Corsi di italiano e sanzioni per i genitori, no al burqa, spostamenti ma “con giudizio”. Che cosa contiene il provvedimento approvato dal consiglio dei ministri sulla presenza degli stranieri nelle scuole italiane. Sono due gli articoli del decreto-scuola che introducono le nuove regole restrittive per la presenza di studenti stranieri nelle classi, il divieto di frequentare portando il burqa o il niqab e l’obbligo per i genitori di seguire corsi di alfabetizzazione di italiano. Sono previste sanzioni e multe e il coordinamento dei presidi con i provveditori e i servizi sociali. Nel provvedimento ci sono anche le norme che definiscono i dettagli dei corsi di latino alle medie e quelle che riguardano gli istituti tecnici: oltre ad una marcia indietro sulle ultime riforme, cambia il loro nome. Saranno chiamati “licei tecnici”. Il tetto per gli stranieri che non parlano italiano - Il nuovo limite del 30 per cento di alunni stranieri per classe, pena lo smistamento ad altra scuola, andrà in vigore a partire dall’anno scolastico 2027-28 e riguarderà le classi prime delle elementari, delle medie e delle superiori. Le classi intermedie già formate non saranno toccate. Da subito si applica ai nuovi arrivati nel nostro Paese che si iscrivono in corso d’anno. È confermato che dal conto saranno esclusi sia gli alunni nati in Italia sia chi, pur essendo arrivato dopo, ha già frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia nel caso dei più piccoli, oppure tre di scuola dell’obbligo per i più grandicelli. Purché “con esito positivo”. Cioè senza bocciature, che come si sa alle elementari non esistono. È importante il cappello che è stato inserito nell’articolo 12 del decreto che spiega quale debba essere il criterio che guida i presidi nelle scelte: non l’esclusione degli studenti ma l’esigenza di “garantire un’equilibrata composizione delle classi, funzionale alla qualità dell’azione educativa e didattica, alla piena fruizione del diritto allo studio e alla integrazione degli studenti stranieri”. A quante classi si applicheranno queste norme, è difficile da dire, perché i dati non sono stati resi noti dal ministero. Valditara ha parlato di 34 mila scuole con oltre il 30 per cento di studenti non italiani, ma senza dire quanti sono quelli nati qui. Le scuole con più del 20 per cento di nuovi arrivati sono un migliaio. Il nodo dei trasferimenti e della residenza - In caso di superamento del tetto del 30 per cento di alunni di prima generazione che non abbiano frequentato due anni di scuola dell’infanzia o tre delle elementari e medie, i presidi dovranno rivolgersi agli uffici scolastici territoriali che sono incaricati di adottare “le misure organizzative necessarie a garantire una presenza equilibrata di tali alunni e studenti tra le istituzioni scolastiche viciniori”, in parole più chiare di spostare gli studenti. Il punto è, quanto lontano dalla residenza? Il testo insiste sul fatto che debba essere rispettato il “principio di prossimità” al domicilio dell’alunno, ma non specifica un raggio massimo di applicazione. Sono anche previste deroghe in caso di “particolari esigenze familiari connesse alla necessità di assistenza a persone con disabilità grave e di altre eccezionali e documentate esigenze, valutate dagli uffici territoriali medesimi, che rendono impossibili soluzioni alternative”. Ma in realtà il testo del decreto sembra aver recepito, almeno in parte, le obiezioni del presidente della Repubblica e dei presidi: è previsto che “per gli istituti in cui il superamento del tetto risulterà inevitabile”, invece dello smistamento, si attivino dei corsi di potenziamento della lingua italiana. Una misura alternativa, e una via di fuga da un rebus altrimenti insolubile, che è già stata anche finanziata: 3,4 milioni di euro nel 2027 e 14,1 milioni di euro annui a decorrere dal 2028. Divieto di andare a scuola a volto coperto, no a burqa e a niqab - Alla fine dell’articolo 11, il decreto scuola prevede il divieto di “partecipare alle attività curriculari ed extracurriculari delle istituzioni scolastiche con il volto coperto o con qualsiasi altra modalità atta a non consentire il riconoscimento del volto”. Senza citare mai espressamente burqa o niqab, anzi nella relazione tecnica si citano i caschi, questo comma è la norma annunciata nei giorni scorsi che introduce uno specifico divieto di entrare a scuola coperti. Chi arriva in classe con il velo integrale dovrà pagare una “sanzione amministrativa pecuniaria da 200 euro a 1.000 euro”, che nel caso di minori ricade sui genitori. Tutto questo, a meno che il fatto non costituisca reato. Tocca ora alle scuole adeguare i loro regolamenti d’istituto, ma toccherà comunque al preside segnalare la violazione al prefetto, che provvederà a riscuotere la sanzione. Presentarsi in luogo pubblico, qual è la scuola, a volto coperto rendendosi irriconoscibili è già vietato, ma alcune scuole del Nord Est si erano trovate di fronte al dilemma se segnalare le studentesse o cercare di tenerle comunque a scuola per evitare che “scomparissero” in casa o fossero rimandate nel Paese di origine. Il ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara ha precisato che, grazie al decreto Caivano, i genitori che tengono a casa i figli da scuola possono essere puniti e anche perdere la potestà genitoriale. Corsi di italiano e sanzioni per i genitori - Il decreto prevede corsi di alfabetizzazione in italiano obbligatori per i genitori che non conoscono la nostra lingua, se questo, a giudizio dei professori e dei presidi, ha un’influenza negativa sui figli e sul loro percorso scolastico. Le scuole sono tenute infatti a segnalare d’ora in poi tutti “i casi in cui persistenti barriere linguistiche dei genitori ostacolano l’integrazione scolastica e il percorso educativo o incidono sul comportamento del minore a scuola” ai servizi sociali, che definiscono “un percorso gratuito di alfabetizzazione e di apprendimento della lingua italiana” per i genitori affinché arrivino almeno ad un livello A2, lo stesso che è richiesto per ottenere il permesso di soggiorno. I corsi sono quelli gestiti dai Cpia, i centri provinciali per l’istruzione degli adulti, e sono obbligatori, se la famiglia è stata segnalata ai servizi sociali. I genitori che si rifiutano di frequentare, dopo un richiamo (diffida) dello stesso Cpia, sono puniti dal prefetto con una sanzione amministrativa che va da 200 euro a 1.000 euro. In una prima bozza del decreto, che era stata preparata nei giorni scorsi ed è poi stata modificata, era prevista persino la possibilità di procedere all’allontanamento del minore dalla famiglia nei casi di rifiuto dei genitori di frequentare i corsi di italiano. La norma è stata poi rivista ed è rimasta la multa in denaro. I licei tecnici e il latino - Tra le altre misure previste dal decreto, anche il cambio di denominazione degli istituti tecnici e professionali, che d’ora in poi si chiameranno licei, proprio come il classico e lo scientifico. La misura risponde all’esigenza di evitare che queste scuole possano essere percepite come di “serie B”. Si spiega così anche la marcia indietro sui nuovi quadri orari varati in fretta e furia l’anno scorso, a iscrizioni già chiuse. In teoria dovevano entrare in vigore a partire da settembre, ma il governo ha deciso di mandare la riforma in soffitta prima ancora di metterla alla prova. Addio ai curriculum su misura delle aziende locali, che dovevano essere il fiore all’occhiello dei nuovi percorsi, ma rischiavano di tradursi in un taglio drammatico di ore in materie fondamentali come la chimica, la fisica, la geografia e le lingue straniere. Dopo un lungo braccio di ferro con i sindacati che temevano, insieme all’impoverimento del curriculum, anche il rischio di un taglio di posti, l’esecutivo ci ha ripensato. Si torna ai fondamentali. Confermata invece l’introduzione, a partire dal prossimo anno scolastico, del latino facoltativo fin dalla seconda media: un’ora alla settimana per un totale di 33 all’anno. L’insegnamento potrà essere assegnato agli stessi docenti di italiano, storia e geografia della scuola, purché abbiano sostenuto almeno un esame annuale o due semestrali di lingua o letteratura latina. Migranti. Tetto agli stranieri ma con deroghe: il governo “sgonfia” il decreto scuola di Mauro Bazzucchi Il Dubbio, 25 settembre 2026 Via libera al provvedimento che vieta il burqa e niqab negli istituti e introduce corsi di italiano per i genitori. Approvato anche il dl sulla giustizia in merito ai procedimenti connessi alla criminalità organizzata che coinvolgono minorenni. Alla fine il tetto sugli stranieri è arrivato, ma con una serie di valvole di sicurezza che rendono il provvedimento assai meno granitico di come Giorgia Meloni lo aveva presentato domenica dal palco di Fenix. Il Consiglio dei ministri ha approvato il dl sulla scuola che fissa al 30 per cento il limite degli studenti stranieri con difficoltà linguistiche nelle classi iniziali, vieta burqa e niqab negli istituti e introduce corsi di italiano per i genitori. Ma il testo uscito da Palazzo Chigi porta anche il segno delle interlocuzioni degli ultimi giorni con il Quirinale: il limite non sarà assoluto, non riguarderà indistintamente tutti gli alunni con cittadinanza non italiana e, soprattutto, potrà essere derogato quando la realtà del territorio renda impossibile rispettarlo senza comprimere il diritto allo studio. E’ questo il punto politicamente più significativo dopo una settimana segnata dallo scontro tra la premier e Sergio Mattarella. Domenica Meloni aveva annunciato una norma sul “numero massimo di studenti stranieri in classe”, sostenendo che “i bambini italiani non possono sentirsi minoranza”. Il giorno dopo, inaugurando l’anno scolastico ad Amatrice, il capo dello Stato aveva ricordato l’articolo 34 della Costituzione - “La scuola è aperta a tutti” - e indicato nell’istruzione la leva più efficace per integrare chi arriva da altri Paesi. Parole che, dopo l’annuncio di Fenix, erano inevitabilmente suonate come un paletto. Una correzione sostanziale, dunque, rispetto alla durezza dell’annuncio. Meloni aveva reagito rivendicando la propria scelta e chiamando direttamente in causa Mattarella: quando era ministro dell’Istruzione, tra il 1989 e il 1990, aveva firmato circolari che invitavano a evitare la concentrazione degli studenti stranieri nelle stesse classi. Le opposizioni avevano parlato di “provocazione”. Il Quirinale non aveva replicato, ma nel frattempo tra gli uffici del Colle, Palazzo Chigi e il ministero dell’Istruzione è proseguito il lavoro sul decreto. Con una bussola: costruire norme applicabili e compatibili con il diritto costituzionale all’istruzione. Il risultato si vede nella formulazione approvata. Dal prossimo anno scolastico, nelle prime classi della primaria non potranno superare il 30 per cento gli alunni con cittadinanza non italiana che non siano nati in Italia o non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Alle medie e alle superiori il limite riguarderà invece gli studenti con cittadinanza non italiana che non abbiano frequentato con esito positivo per almeno tre anni il sistema nazionale di istruzione. Dunque non basta il passaporto straniero per rientrare nel conteggio: il criterio punta a individuare chi non abbia ancora maturato una sufficiente integrazione linguistica. E soprattutto il 30 per cento non funzionerà come una tagliola. Se il numero delle iscrizioni renderà impossibile rispettarlo, gli uffici scolastici territoriali, d’intesa con i dirigenti, dovranno tentare una distribuzione più equilibrata tra gli istituti vicini. Ma dovranno farlo rispettando il principio di prossimità, il domicilio dello studente e le esigenze familiari. Dove neppure questa redistribuzione sarà praticabile scatteranno le deroghe. È, in sostanza, quell’”ove possibile” che ha accompagnato le interlocuzioni con il Colle e che impedisce alla soglia numerica di trasformarsi in un ostacolo all’accesso alla scuola. Il governo affianca al meccanismo un potenziamento dell’insegnamento dell’italiano, con oltre 14 milioni destinati a corsi personalizzati. Previsti anche corsi di lingua per i genitori di studenti stranieri che presentino particolari difficoltà di apprendimento o di comportamento. E proprio su questo punto c’è stato un piccolo giallo, perché in una bozza circolata prima della riunione dell’esecutivo si prevedeva anche l’allontanamento dei minori dai genitori che avessero rifiutato di imparare l’italiano. Ipotesi smentita in conferenza stampa dal ministro, che ha parlato solo di multe. Resta poi il divieto di indossare a scuola burqa e niqab. Il dl introduce dunque criteri selettivi, eccezioni, prossimità territoriale. Non cancella la stretta voluta dalla premier, ma la incardina dentro una rete di garanzie che rende assai più difficile applicarla come automatismo. Ed è proprio su questo terreno che il richiamo di Mattarella a una scuola ha finito per pesare nella scrittura finale, anche si sui social Meloni ha rivendicato il merito di aver approvato un provvedimento che aiuta a “integrare davvero” e a non creare “classi ghetto”, replicando indirettamente al capo dello Stato. Nella stessa riunione il Consiglio dei ministri ha approvato anche il decreto legge sulla giustizia che interviene sui procedimenti connessi alla criminalità organizzata che coinvolgono minorenni. La novità consente al procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo di esercitare le proprie prerogative di impulso e coordinamento anche quando le indagini riguardano minori, rafforzando il raccordo tra la Direzione nazionale antimafia, le procure distrettuali e gli uffici giudiziari minorili. Un intervento che punta a evitare zone d’ombra nei procedimenti in cui la tutela del ragazzo si intreccia con la necessità di ricostruire condizionamenti delle organizzazioni criminali. Anche questo provvedimento non mancherà di suscitare un dibattito, perché a detta di alcuni giuristi se la norma, da sola, non equipara i ragazzi ai mafiosi, letta insieme al decreto Caivano e al ddl sull’imputabilità dei minori, confermerebbe però uno spostamento del baricentro della giustizia minorile dall’educazione alla repressione. Fine vita. Il Consiglio dei ministri impugna la legge dell’Emilia-Romagna di Daniela Corneo Corriere della Sera, 25 settembre 2026 Il presidente della Regione de Pascale: “Vogliono lo scontro istituzionale”. Per il Consiglio dei ministri “la legge ha violato una serie di profili di competenza esclusiva dello Stato” e “non garantisce un effettivo percorso di cure palliative”. Il governatore: “Un ricorso sui dettagli, li affronteremo”. Il Consiglio dei ministri ha deliberato l’impugnazione, di fronte alla Corte costituzionale, della legge regionale dell’Emilia-Romagna sul fine vita, approvata, dopo una lunghissima gestazione del testo, il 28 luglio scorso, nemmeno due mesi fa. Lo hanno riferito in serata fonti di Palazzo Chigi spiegando che il Consiglio dei ministri “ha rilevato che la legge ha violato una serie di profili di competenza esclusiva dello Stato, demandando alle linee guida regionali la definizione di una serie di requisiti, con ciò eludendo i vincoli posti sul punto dalla Consulta”. Il nodo delle cure palliative - Il Consiglio dei ministri, spiegano le fonti di Palazzo Chigi, “ha rilevato che la normativa regionale si pone in contrasto con gli articoli 2, 32 e 117 (secondo comma, lettera l), in materia di ordinamento civile e penale, e 117 (terzo comma) della Costituzione, in materia di tutela della salute”. Insomma, per il Consiglio dei ministri l’Emilia-Romagna avrebbe invaso il campo d’azione dello Stato e avrebbe violato i principi costituzionali che riguardano il bilanciamento tra la tutela della vita umana e l’autonomia del paziente, così come l’articolo 32 in materia di tutela della salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività. “Nonostante le proposte di impegno alla modifica assunte dalla Regione, l’impianto della legge - rimarcano fonti di Palazzo Chigi - non garantisce in modo adeguato e concreto la previa effettiva messa a disposizione di un percorso personalizzato di cure palliative e altri sistemi di supporto per evitare il ricorso al suicidio”. A questo ultimo riguardo, aggiungono le stesse fonti, “è il caso di ricordare come, a fronte degli importanti stanziamenti effettuati da questo governo, che hanno incrementato di 40 milioni di euro i fondi per le cure palliative, portandoli complessivamente a 140 milioni, molte Regioni siano ancora lontane dal conseguire gli obiettivi di utilizzo sul territorio delle risorse ricevute in quota parte”. La replica della Regione - Il tema delle cure palliative era stato posto con forza nell’Aula di viale Aldo Moro, durante la discussione del testo di legge quest’estate, dalle forze di centrodestra che da tempo chiedono alla Regione di premere l’acceleratore su quel tasto, nell’ambito del dibattito sul fine vita. Il presidente Michele de Pascale, che ha sempre chiesto a gran voce al governo Meloni di assumersi la responsabilità di legiferare su un tema così delicato, a legge appena approvata, a fine luglio, in serata ha commentato a caldo la decisione del governo: “Per la prima volta il governo riconosce la titolarità delle Regioni a legiferare sul tema del suicido medicalmente assistito e questo è un fatto importante. Riconoscendo la titolarità delle Regioni ammette indirettamente la gravissima carenza della maggioranza parlamentare nel non fare una legge nazionale. In questi giorni avevamo dato massima disponibilità ad affrontare alcuni elementi di dettaglio che venivano posti dal governo, sebbene non li condividessimo fino in fondo nel merito. Ma è prevalsa la volontà di avere uno scontro istituzionale, arrivando a fare un’impugnativa su elementi di assoluto dettaglio giuridico, che non toccano in nessun modo la sostanza della tutela dei diritti e della persona”. Poi la difesa a grano voce del sistema sanitario emiliano-romagnolo: “Fonti non firmate da Palazzo Chigi - ha detto de Pascale - hanno messo anche in discussione la qualità del sistema di cure palliative dell’Emilia-Romagna, offendendo professioniste e professionisti che tutti i giorni sono impegnati sul campo. Sul nostro sistema sanitario sono pronto in qualunque momento a un confronto diretto con la presidente del Consiglio per mostrarle cosa avviene e come vengono attivate le cure palliative. Abbiamo addirittura superato il target Pnrr, attivando anche le cure palliative pediatriche. Droghe. Repressione stupefacente di Francesca Lequaglie Il Manifesto, 25 settembre 2026 Merce sequestrata e poi restituita, ricorsi in tribunale, alla Consulta e alle Corti Ue. È il risultato della crociata antiscientifica contro la cannabis light sferrata con il decreto sicurezza. “L’articolo 18 del decreto sicurezza si regge in piedi con uno sputo e una patacca”. Dario Proietti, imprenditore agricolo e coltivatore di cannabis light, lo dice senza alzare la voce, ma con l’amarezza di chi ha visto la propria vita e la propria azienda congelate da un giorno all’altro da una decina di mezzi blindati e dalle sirene spiegate dei carabinieri. Nelle campagne tra Roma e Aprilia, quello che avrebbe dovuto essere l’inizio di un normale ciclo agricolo estivo si è trasformato in un procedimento giudiziario. Alle 7:40 dell’11 agosto, mentre alcuni coltivatori erano già al lavoro e altri stavano arrivando in azienda, gli agenti del Nucleo Operativo Radiomobile di Castel Gandolfo hanno fatto irruzione, sequestrando campi, serre e magazzini. Per Proietti e altri due imprenditori si sono aperte le porte del carcere con l’accusa prevista dall’articolo 73 del Testo unico sugli stupefacenti, che punisce chiunque coltiva, produce, trasporta, cede, detiene mette in vendita senza autorizzazione sostanze droganti, aggravata dall’ipotesi dell’ingente quantità. Ma il procedimento ha preso presto un’altra direzione. Il giudice non ha convalidato gli arresti e i tre sono stati scarcerati. Nell’ordinanza, il Gip di Latina Giuseppe Cario rileva che la presunta natura stupefacente del materiale risulta “documentata dal solo verbale di narcotest”. Quest’ultimo ha valenza preliminare e, dunque, può indicare la presenza di cannabinoidi, ma non misura da solo la percentuale di Thc (il principio attivo), né stabilisce quantitativamente la capacità psicoattiva del materiale. Le successive verifiche di laboratorio, secondo la documentazione richiamata dalla difesa, non confermano una capacità drogante del materiale sequestrato. “I carabinieri hanno agito con approssimazione: i contratti, le fatture e le analisi di laboratorio consegnate durante il controllo non sono state nemmeno messe a verbale”, sostiene Proietti. Nel giro di alcune settimane sono poi arrivati il dissequestro e la restituzione delle coltivazioni e dei materiali di produzione. Ma il tempo trascorso non torna indietro: la raccolta ha una stagionalità, i terreni hanno un ciclo, i contratti hanno scadenze. Proietti calcola una perdita superiore ai 150 mila euro. Ora annuncia una richiesta di risarcimento e, insieme ad altri produttori, l’intenzione di promuovere un’azione collettiva. La vicenda rappresenta una lente attraverso cui guardare l’articolo 18 del decreto-legge 48/2025, poi convertito nella legge 80. La norma ha introdotto un divieto generalizzato sulle infiorescenze della canapa industriale (escludendole, dunque, dall’applicazione della legge quadro 242/2016 cui sottostà il resto della pianta) e sui prodotti che ne derivano, a prescindere dalla loro capacità drogante. Le sanzioni previste per la lavorazione, la distribuzione e la vendita vengono fatte ricadere sul Testo unico sugli stupefacenti, generando un cortocircuito normativo. Il Testo, infatti, punisce solamente in caso di efficacia drogante dei prodotti, secondo il cosiddetto principio di offensività. È proprio su questo terreno che diversi giudici hanno cominciato a interrogare la nuova disciplina, portando il contenzioso davanti alla Corte costituzionale. I tribunali di Brindisi, Trani e Brescia hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale sull’articolo 18. Le prime due saranno discusse dalla Consulta nell’udienza pubblica del 21 ottobre 2026. Tra i dubbi sollevati dai giudici ci sono la mancanza dei presupposti di necessità e urgenza per il ricorso al decreto-legge, il rispetto del principio di offensività e la compatibilità della disciplina con il diritto dell’Unione europea. Il Tribunale di Brescia ha inoltre posto esplicitamente il problema dell’applicazione delle sanzioni anche a infiorescenze e prodotti privi di efficacia drogante o psicotropa. Quello di Aprilia non è un caso isolato. I dati raccolti dall’Osservatorio di Canapa Sativa Italia indicano 34 procedimenti monitorati in 13 regioni, con 22 restituzioni documentate e sei archiviazioni. In diversi procedimenti, infatti, i giudici hanno ritenuto insufficienti gli accertamenti disponibili per giustificare le misure richieste. Ad agosto, a Bari, è stato disposto il dissequestro di 824 confezioni di infiorescenze; a Velletri e a Latina sono stati adottati provvedimenti favorevoli agli operatori; a Modena la Cassazione è intervenuta sul tema della restituzione di materiale sequestrato, richiamando il principio di offensività. I dibattimenti non sono limitati ai confini nazionali: è pendente davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea la causa C-716/25, Società Agricola Jure. Il procedimento nasce da un rinvio del Consiglio di Stato e riguarda la compatibilità della disciplina italiana della cannabis a basso contenuto di Thc con diverse norme del diritto dell’Unione, comprese quelle relative alla politica agricola e alla libera circolazione delle merci. Un pronunciamento favorevole avrebbe conseguenze economiche rilevanti: uno studio di MPG Consulting stima che, prima della stretta normativa, il valore della filiera italiana della canapa era di 1,94 miliardi di euro, con oltre 22 mila occupati e 364 milioni di euro di gettito fiscale. Il quadro, dunque, resta aperto su più fronti: da una parte i procedimenti penali e i sequestri che coinvolgono le singole aziende; dall’altra le questioni di legittimità costituzionale e il contenzioso europeo che potrebbero incidere sull’interpretazione e sulla tenuta della nuova disciplina. “Gli operatori non hanno continuato a lavorare perché disprezzano lo Stato, ma per il motivo opposto: perché credono nello Stato di diritto e nella Costituzione”, sostiene Mattia Cusani, presidente di Canapa Sativa Italia. “Nessuno chiede che si rinunci ai controlli, ma chiediamo che siano intelligenti”.