“Indulto responsabile”, l’appello trasversale contro il sovraffollamento di Valentina Stella Il Dubbio, 24 settembre 2026 La proposta per un “indulto responsabile” è stata presentata ieri, nel corso di una conferenza nella sala stampa di Montecitorio, alla presenza dei componenti del Comitato promotore Nicola Mazzamuto, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Palermo, il professor Bartolomeo Romano, il professor Mario Serio, componente del Collegio del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Un’iniziativa che nasce da una riflessione sui numeri e la situazione nei penitenziari e che può essere sottoscritta al sito www.indultum.it. Si tratta di un indulto preparato e accompagnato, con la previsione di una efficacia differita di tre/sei mesi. Per la presidente di “Nessuno Tocchi Caino” Rita Bernardini, tra l’altro moderatrice del panel, lo “stato di illegalità è certificato dallo Stato italiano quando, in 5mila casi, i magistrati di sorveglianza riconoscono ogni anno trattamenti inumani e degradanti. Ora ce ne vogliamo fare carico attraverso un impegno trasversale tra tutte le forze politiche”. Partiti però assenti ieri, nonostante i membri delle commissioni giustizia di Camera e Senato siano stati invitati. Presente solo il deputato di Iv Roberto Giachetti. “Sono 19.635 le persone detenute in più rispetto ai posti disponibili, - ha continuato la radicale -. Le persone detenute al 19 settembre sono 65.933, i posti regolamentari previsti sono 51.345, i posti inagibili sono 5.047 e i posti effettivamente disponibili sono 46.298”. Ma come replicare a chi sostiene che pochi mesi dopo un indulto tutti rientrano in carcere? “Uno studio condotto da Luigi Manconi ha fatto emergere che dopo l’indulto del 2006 si ebbe una recidiva del 40 per cento che è comunque meno di quella di chi sconta la pena in carcere che è vicina all’80 per cento. Ma appunto perché la nostra proposta è trasversale chiediamo l’indulto responsabile”, ci ha risposto. Mazzamuto ha sottolineato che “quando parliamo di sovraffollamento dobbiamo ragionare in termini di flussi. Nel 2025 i detenuti in ingresso sono stati pressoché il doppio dei detenuti in uscita quindi se non si adottano misure capaci di incidere sul dato sistemico, la situazione non può che peggiorare”. “La nostra non è una proposta normativa con un articolato, non vogliamo invadere la sfera della politica, la nostra è un’idea che vuole accendere una speranza, vuole provocare la politica affinché si assuma le proprie responsabilità”. Una proposta dal “carattere trasversale, che vuole unire e non dividere” e che “coniughi clemenza, speranza, sicurezza e prevenzione della recidiva”. Però il vice ministro Francesco Paolo Sisto, parlando sabato a Firenze al convegno delle Camere penali, ha detto che la magistratura “dovrebbe far ricorso a più misure alternative e pene sostitutive”. Il giudice ha così replicato: “Dare la colpa alla magistratura di sorveglianza che non contribuirebbe a risolvere il problema del sovraffollamento credo sia ingeneroso. Le misure alternative si concedono se c’è un progetto, una attività lavorativa, un domicilio. E non scordiamo lo stato in cui versano gli uffici di sorveglianza con carenza di personale, oberati di lavoro e con nuove competenze”. Romano ha sottolineato che “le battaglie si fanno anche quando sono impopolari, mettendole sotto la luce della Costituzione” e ricordato come “esiste una difficoltà nel proporre l’indulto perché nel 1992 la Costituzione è stata cambiata” a favore di una maggioranza dei due terzi e non semplice per ottenerlo. A lui, già consigliere del ministro Carlo Nordio, abbiamo chiesto cosa gli risponderebbe quando sostiene che “indulto e amnistia sono un fallimento dello Stato” anche se in passato si era detto d’accordo: “Si tratta di un argomento impopolare su cui si ha poi difficoltà a seguire magari anche delle antiche opinioni”. Per Serio, “il tema delle carceri non è più rinviabile”. “L’indulto non è la migliore delle misure - ha continuato - ma è l’unica reazione a uno Stato inerte e insensibile. Se lo Stato fosse capace di umanizzare il periodo dell’esecuzione penale, non parleremmo di indulto e forse nemmeno di amnistia”. Serio era presente ieri a titolo personale, ma ha ricordato che la proposta è stata sottoscritta anche dal presidente del Collegio Riccardo Turrina Vita ,ma non da Irma Conti . A portare un “convintissimo sostegno” all’iniziativa per fronteggiare il carcere divenuto “un inferno, una polveriera”, nonostante “lo Stato abbia il dovere costituzionale di rendere umana la pena”, è stato Andrea Vacca, presidente della Commissione di studio per il Diritto penitenziario dell’Anm. Gli abbiamo chiesto se, coerentemente con lo sciopero contro la riforma costituzionale Nordio, si farebbe portatore tra i colleghi di una proposta per una astensione in difesa dell’articolo 27 della Costituzione: “Assolutamente sì, lo farei però nella consapevolezza che è uno strumento, quello dello sciopero, da maneggiare con cura”. D’accordo sull’iniziativa anche Giulia Boccassi, vicepresidente dell’Ucpi che ha ricordato che i penalisti sono da sempre in prima linea sulla situazione dei penitenziari e al momento “sono in astensione anche per l’indecorosa situazione delle carceri”. L’iniziativa dell’indulto, secondo Boccassi, va accompagnata con “un adeguato finanziamento strutturale”. Indulto responsabile, l’ultima “crociata” contro l’emergenza carceri di Valentina Marsella L’Altravoce, 24 settembre 2026 Quasi 20mila detenuti oltre i posti effettivamente disponibili, sovraffollamento, suicidi e carenza di agenti. Alla Camera nasce il Comitato per l’”indulto responsabile”: “Non una proposta normativa, ma un’idea che vuole accendere una speranza”. L’ultima ‘crociata’ per contrastare l’emergenza carceri si chiama ‘indulto responsabile’: non è una proposta normativa che vuole sostituirsi alla politica, ma una dichiarazione di intenti per scuotere le coscienze e tenere accesa la speranza dove non sembra esserci più. Servono riforme strutturali per una situazione che è disastrosa, tra sovraffollamento alle stelle, suicidi e rivolte, e invece le timide proposte lanciate dalla politica sono rimaste finora disattese, nonostante i tanti appelli a fare presto, compreso quello accorato del Capo dello Stato ad una soluzione bipartisan. Così è nato il Comitato promotore di ‘Indulto responsabile’, composto da esponenti della società civile, Avvocatura, Magistratura e Accademia, la cui proposta è stata presentata ieri a Montecitorio. Un’iniziativa che nasce da una riflessione sui numeri e la situazione nei penitenziari. Quasi 20mila detenuti oltre i posti disponibili - “Siamo a contatto costante con le carceri e conosciamo la situazione” nei penitenziari, ha detto la presidente di ‘Nessuno Tocchi Caino’ Rita Bernardini, secondo la quale lo “stato di illegalità è quasi certificato dallo Stato italiano quando, in 5mila casi, i magistrati di sorveglianza riconoscono ogni anno trattamenti inumani e degradanti. Ce ne vogliamo fare carico attraverso un impegno trasversale tra tutte le forze politiche”. Bernardini ha anche aggiunto che sono 19.635 le persone detenute in più rispetto ai posti disponibili, quasi 20mila persone in più. I reclusi al 19 settembre sono 65.933, i posti regolamentari previsti sono 51.345, i posti inagibili sono 5.047 e i posti effettivamente disponibili sono 46.298. A fronte di questo si registra una “forte carenza di agenti penitenziari”, ha proseguito sottolineando che “l’aumento della popolazione detenuta si è registrato con qualsiasi governo abbiamo avuto in Italia e per questo è necessario intervenire”. “Una proposta che vuole accendere una speranza” - Nicola Mazzamuto, presidente del Comitato promotore, ha sottolineato che “quando parliamo di sovraffollamento dobbiamo ragionare in termini di flussi. Nel 2025 i detenuti in ingresso sono stati pressoché il doppio dei detenuti in uscita quindi se non si adottano misure capaci di incidere sul dato sistemico, la situazione non può che peggiorare”. Ed ha aggiunto che quella del Comitato “non è una proposta normativa con un articolato, non vogliamo invadere la sfera della politica, spetterà alla politica scegliere l’entità dell’indulto e selezionare le condizioni ostative, ma un’idea che vuole accendere una speranza”. Una proposta dal carattere “trasversale, che vuole unire” e che “coniughi clemenza, speranza, sicurezza e prevenzione della recidiva”. “Indulto, una parola diventata impronunciabile” - La vicepresidente dell’Unione delle Camere penali italiane Giulia Boccassi ha ricordato che i penalisti sono da sempre in prima linea su questo fronte e al momento “sono in astensione anche per l’indecorosa situazione delle carceri. Abbiamo sollecitato provvedimenti clemenziali - ha concluso - La giunta ha dato adesione alla proposta soprattutto perché si torna a parlare di indulto, una parola che era diventata improponibile e impronunciabile”. C’è anche una piattaforma per la petizione popolare, annunciata da Bartolomeo Romano, componente del Comitato: “sarà online un sito www.indultum.it tramite cui chiunque voglia potrà sottoscrivere e aderire a questa proposta”. “L’unica reazione a uno Stato inerte” - Presente anche Mario Serio, membro del comitato promotore e componente del collegio del Garante nazionale dei diritti dei detenuti, secondo cui quello delle carceri è un tema “non più rinviabile. L’indulto non è la migliore delle misure - ha continuato - ma è l’unica reazione a uno Stato inerte e insensibile. Se lo Stato fosse capace di umanizzare il periodo dell’esecuzione penale, non parleremmo di indulto e forse nemmeno di amnistia”. A portare un “convintissimo sostegno” all’iniziativa è stato Andrea Vacca, presidente della Commissione di studio per il Diritto penitenziario dell’Associazione nazionale magistrati. Vita nelle carceri, un mondo che non possiamo far finta di non vedere di Riccardo Ferrari* La Stampa, 24 settembre 2026 Non tramutiamo le persone nelle pene che devono scontare. Ieri con Connettio, il progetto di partecipazione giovanile in cui in queste settimane mi sto cimentando, ho avuto modo di partecipare a un incontro sul tema delle carceri. Un momento che mi ha fatto molto riflettere sull’entità di questi luoghi. Spesso tendiamo, o meglio cerchiamo, di vederli solo come distanti da noi e a evitare di renderci conto delle difficoltà che queste realtà portano e anche lo stigma sociale che chi è fuori gli attribuisce. Riteniamo questi luoghi come distanti da noi e proprio per questo non ce ne interessiamo abbastanza. Stare a contato con dati e riflessioni con persone che, più di tutti noi, conoscono questi posti mi ha permesso di addentrarmi in quello che è un mondo vastissimo e del quale dobbiamo necessariamente iniziare a preoccuparci e prenderci cura. Si tratta di società parallele alla nostra che vivono in un contesto che è tutto meno che libero e democratico. Questo perché giustamente la nostra società estrania in un unico luogo, con lo scopo di rieducare, le persone che possono essere lesive per la comunità. Se però queste persone sono messe tutte assieme al di sopra di etnia, cultura, religione, privandole della loro privacy, dei loro contatti con l’esterno e rendendole dipendenti da delle autorizzazioni, come se fossero bambini, dobbiamo domandarci se sia presente effettivamente questa rieducazione e non sia solo un luogo punitivo. Prendendo per esempio un carcere che segue la media nazionale, che quindi ha spazi per cento detenuti e ne ospita centoquaranta, ha circa due poliziotti penitenziari per ogni detenuto, ma un solo funzionario giuridico pedagogico per ogni settanta detenuti circa è evidente come l’intento di rieducazione passi in secondo piano rispetto a quello punitivo. Qui si perde completamente la possibilità di lavorare in maniera positiva per i detenuti rendendo così questi luoghi ancora più stigmatizzati e privi di umanità. Oltre a incentivare comportamenti, da parte del personale e dei detenuti, che sono violenti e quindi lesivi delle persone, della loro dignità e della loro qualità della vita. Sono numerosi i tassi di suicidio, di autolesionismo e di abuso di psicofarmaci. Questo succede proprio perché le figure educative, i funzionari pedagogico educativi, gli insegnanti, gli psicologi, gli psichiatri, sono troppo poco presenti. Si tratta di luoghi che dovrebbero rendere migliori le persone, ma che invece le fanno diventare dipendenti dagli eventi, le rendono vulnerabili e le privano della loro autonomia. Persone che invece che tramutare la loro pena in rinascita tramutano loro stessi nella pena. Vedere che spazi che dovrebbero essere positivi perché dovrebbero aiutare a costruire una società migliore diventano non luoghi e le persone che ci vivono perdono la loro personalità di dovrebbe far riflettere proprio sul perché la situazione non migliori. Non possiamo agire per evitare criminalità se la lotta principale al contrasto della criminalità, la detenzione, è disumanizzante e lesiva nei confronti della popolazione di chi dovrebbe essere rieducata. Noi giovani dobbiamo necessariamente informarci su questi temi, guardare in faccia alla realtà e alle difficoltà della nostra società. Per cambiare questi fenomeni dobbiamo essere il meno possibile passivi. Prendendo conoscenza di quelli che sono gli strumenti che possono agire concretamente sia per aiutare la comunità del carcere che per la diminuzione della criminalità. Cercare di attuarli è diventare noi stessi promotori di quello che può essere un processo di cambiamento sostanziale per la nostra società. Rendendo così contesti difficili e negativi in spazi di rinascita e ricostruzione. Non tramutando le persone in pene, ma facendo sbocciare le loro capacità. *Riccardo Ferrari, 16 anni, ha frequentato il 2° anno del liceo scienze umane al Cavalieri di Verbania Detenuti lavoranti: il terzo di stipendio in meno finisce davanti alla Consulta di Luca Rampazzo milanopost.info, 24 settembre 2026 Stesso lavoro, stessi doveri, un terzo di retribuzione in meno. È intorno a questa apparente contraddizione che ruota una questione destinata ad arrivare il prossimo 19 ottobre davanti alla Corte costituzionale. A sollevarla è stato il Tribunale di Roma, che con l’ordinanza n. 88 del 24 aprile 2026 ha rimesso alla Consulta la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 22 della legge sull’ordinamento penitenziario. La disposizione stabilisce che la remunerazione dei detenuti e degli internati che lavorano alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria sia determinata, in relazione alla quantità e alla qualità del lavoro prestato, “in misura pari ai due terzi del trattamento economico previsto dai contratti collettivi”. Una riduzione quindi non eventuale e neppure affidata alla valutazione delle caratteristiche della singola prestazione: è la legge stessa a fissarla. Ed è precisamente questo automatismo a essere finito sotto la lente del giudice del lavoro. Dal detenuto che lavora al lavoratore detenuto - Per comprendere la portata della questione bisogna partire dall’evoluzione che il lavoro penitenziario ha conosciuto negli ultimi decenni. Il punto centrale dell’ordinanza è infatti che il detenuto lavoratore di oggi non si trova più nella stessa condizione giuridica sulla quale la Corte costituzionale si pronunciò quasi quarant’anni fa. Nel 1988, con la sentenza n. 1087, la Consulta aveva già esaminato la disciplina della remunerazione del lavoro penitenziario, ritenendola compatibile con la Costituzione. Il quadro normativo, tuttavia, era profondamente diverso. Allora il lavoro dei condannati era obbligatorio; la mercede veniva determinata attraverso un’apposita commissione; soprattutto, la legge stabiliva che essa non potesse essere “inferiore ai due terzi” del trattamento previsto dai contratti collettivi. I due terzi rappresentavano quindi un limite minimo e non una misura inderogabilmente fissata dalla legge. La riforma del 2018 ha cambiato radicalmente questo quadro. Il lavoro penitenziario non è più obbligatorio, la commissione è stata abolita e la formulazione dell’articolo 22 è mutata: non più una remunerazione “non inferiore” ai due terzi, ma una remunerazione “pari” ai due terzi. Una differenza di poche parole che produce conseguenze giuridiche rilevanti. Il Tribunale di Roma osserva infatti che il legislatore ha trasformato quello che era un pavimento retributivo in un criterio rigido di quantificazione. Il giudice, di conseguenza, non dispone più dello spazio che consentiva di intervenire qualora la remunerazione risultasse inadeguata. Il nodo dell’articolo 36 - È qui che la vicenda incontra uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione. L’articolo 36 riconosce al lavoratore il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto e, in ogni caso, sufficiente ad assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La giurisprudenza ha progressivamente precisato che i minimi previsti dai contratti collettivi costituiscono un parametro fondamentale per valutare l’adeguatezza della retribuzione, ma non rappresentano un vincolo assoluto per il giudice. Quest’ultimo può verificare in concreto se il trattamento economico soddisfi davvero i requisiti costituzionali di proporzionalità e sufficienza e, motivandone le ragioni, utilizzare anche parametri differenti. Si determina così il paradosso sul quale insiste l’ordinanza romana. Di fronte alla retribuzione di un normale lavoratore subordinato, il giudice può verificare se essa sia conforme all’articolo 36 della Costituzione. Di fronte a quella del detenuto che lavora per l’amministrazione penitenziaria, invece, lo stesso giudice incontra una disposizione legislativa che gli impone esattamente i due terzi del trattamento economico previsto dal contratto collettivo. Non conta soltanto, dunque, che il detenuto riceva meno. Conta il fatto che quella differenza sia predeterminata esclusivamente in ragione della particolare condizione personale del lavoratore. Un lavoro sempre più simile a quello svolto fuori dal carcere - Nel frattempo anche la giurisprudenza ha progressivamente ridotto le distanze tra le due figure. L’ordinanza richiama espressamente la Cassazione n. 23588 del 2025, secondo la quale le peculiarità connesse all’ambiente carcerario non eliminano la natura del rapporto di lavoro subordinato intramurario né il nucleo essenziale dei diritti costituzionalmente riconosciuti al lavoratore. Il principio è particolarmente importante: la funzione rieducativa del lavoro penitenziario non ne cancella la dimensione economica e lavoristica. Al contrario, proprio la progressiva somiglianza tra il lavoro svolto dentro il carcere e quello svolto nella società libera dovrebbe favorire il reinserimento del detenuto una volta terminata la pena. Se questa è la direzione seguita dall’ordinamento, si pone inevitabilmente la domanda alla base del giudizio costituzionale: che cosa giustifica ancora una riduzione automatica di un terzo della retribuzione? Per il Tribunale di Roma una giustificazione ragionevole non è più individuabile. Da qui il possibile contrasto non soltanto con l’articolo 36, ma anche con il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 e con la tutela costituzionale del lavoro prevista dall’articolo 35. Quando a pagare meno è lo Stato - Nell’ordinanza compare poi un ulteriore argomento, particolarmente delicato. Molti dei detenuti alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria svolgono attività necessarie alla vita quotidiana degli istituti: dalla pulizia degli ambienti alla preparazione e distribuzione dei pasti. Si tratta di servizi che, in assenza del lavoro dei detenuti, l’amministrazione dovrebbe comunque garantire ricorrendo ad assunzioni o ad affidamenti esterni. Secondo il giudice rimettente, la disciplina vigente finisce pertanto per consentire all’amministrazione penitenziaria di ottenere indirettamente un risparmio sul costo del lavoro proprio grazie alla condizione di detenzione di chi presta quell’attività. Ed è un passaggio che sposta ulteriormente il problema. La differenza retributiva non riguarda un datore di lavoro privato che abbia negoziato condizioni differenti, ma deriva direttamente da una legge applicata dallo Stato, che riconosce un trattamento economico inferiore al lavoratore proprio perché detenuto. Per il Tribunale questo meccanismo investe anche la dignità della persona tutelata dall’articolo 2 della Costituzione: la detenzione limita la libertà personale, ma non cancella i bisogni del lavoratore, quelli della sua famiglia né gli eventuali obblighi di mantenimento. Il lavoro come parte della rieducazione - C’è infine un’ultima contraddizione. L’ordinamento attribuisce al lavoro un ruolo centrale nel percorso di reinserimento sociale del detenuto. Ma una remunerazione significativamente inferiore a quella riconosciuta all’esterno per attività comparabili può trasformarsi, secondo il giudice, in un disincentivo proprio verso quello strumento che dovrebbe contribuire alla funzione rieducativa della pena. Non è un argomento nuovo. Già nel 1988 la Corte costituzionale aveva osservato che una remunerazione eccessivamente distante da quella ordinaria rischierebbe di risultare diseducativa e controproducente, togliendo al detenuto interesse al lavoro e alla qualificazione professionale. Oggi, tuttavia, il contesto è cambiato. Il lavoro non è più obbligatorio, il rapporto è stato progressivamente avvicinato a quello subordinato ordinario e l’organizzazione del lavoro penitenziario deve riflettere, per espressa previsione legislativa, quella esistente nella società libera. È su questo nuovo equilibrio che la Corte costituzionale sarà chiamata a pronunciarsi. La questione sollevata dal Tribunale di Roma riguarda formalmente poche parole dell’articolo 22 dell’ordinamento penitenziario. Ma dietro quelle parole c’è una domanda assai più ampia: fino a che punto la condizione di detenuto può giustificare una compressione dei diritti che derivano non dalla libertà personale, ma dalla qualità di lavoratore? Il 19 ottobre la Consulta sarà chiamata a confrontarsi con questa domanda. E la risposta potrà incidere non soltanto sulla retribuzione del lavoro intramurario, ma sul significato stesso che l’ordinamento attribuisce al lavoro come strumento di dignità e reinserimento sociale. I jammer contro l’uso dei cellulari in carcere: “Esperimento riuscito a Secondigliano” di Luigi Sannino La Repubblica, 24 settembre 2026 I disturbatori e inibitori di frequenza utilizzati nella struttura napoletana, è la prima volta in Italia. L’annuncio del sottosegretario Balboni. Si è conclusa nel pomeriggio con successo la sperimentazione dei jammer, disturbatori e inibitori di frequenza, nel carcere di Secondigliano. Lo ha annunciato in serata il sottosegretario Alberto Balboni sul sito del quotidiano on line del Ministero di Grazia e Giustizia. “Da oggi”, ha affermato, “ i telefonini in carcere saranno del tutto inutili. La sperimentazione è riuscita alla perfezione. Si tratta del primo istituto penitenziario in Italia, ma presto ne seguiranno altri”. Tre giorni fa il procuratore di Napoli Nicola Gratteri aveva annunciato che era partita una sperimentazione, ma non aveva rivelato in quale delle carceri italiane in quanto ancora non si conoscevano i risultati. Il mistero è stato svelato dal sottosegretario alla Giustizia, senatore di Fratelli d’Italia. “Per i detenuti ora sarà impossibile trasmettere e ricevere attraverso qualsiasi dispositivo introdotto illegalmente. La data odierna sarà ricordata come il giorno in cui gli istituti penitenziari diventano impenetrabili alle comunicazioni illecite. Devo ringraziare il capo del Dap Stefano Carmine De Michele tutti coloro che in questi anni hanno lavorato in silenzio e nella più assoluta riservatezza per realizzare quest’importante progetto”. Dell’uso di jammer si parla da anni e lo stesso sindacato è intervenuto più volte per sollecitarlo, a condizioni naturalmente che il sistema anti-droni non nuocesse alla salute degli agenti e di coloro che lavorano all’interno delle carceri. Il procuratore aveva aggiunto giorni fa che interessate al progetto erano soprattutto le aree in cui ci sono i detenuti ad alta sicurezza. Ricorso alla CEDU contro l’ordinanza di revoca della semilibertà per Gilberto Cavallini Corriere di Bologna, 24 settembre 2026 Il difensore di Gilberto Cavallini, l’avvocato Alessio Pomponi, ha presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo dopo che la Cassazione, nel luglio scorso, ha respinto il ricorso dell’ex Nar contro la decisione del tribunale di Sorveglianza di Perugia di revoca della semilibertà dovuta alla applicazione della sanzione penale dell’isolamento diurno disposta a seguito della condanna ricevuta nell’ambito del procedimento per la strage di Bologna. Cavallini aveva ottenuto la semilibertà nel marzo del 2017 ma il beneficio era venuto meno dopo la condanna in via definitiva all’ergastolo nel gennaio 2025 per concorso nella strage del 2 agosto del 1980 e la seguente e contestata applicazione dell’isolamento diurno. “Davanti alla Corte di Strasburgo vengono denunciate, in particolare, la violazione degli articoli 3 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo - spiega Pomponi -. Il ricorso censura sia l’effetto automatico che ha interrotto un lungo e consolidato percorso trattamentale, sia le concrete condizioni di esecuzione dell’isolamento, che hanno determinato la sospensione delle attività rieducative, l’impossibilità di frequentare regolarmente la messa, le limitazioni nei colloqui spirituali e familiari e una compressione particolarmente grave della vita relazionale”. Nel ricorso si afferma, inoltre, che dopo il trasferimento nel carcere di Parma, il 19 luglio 2026, Cavallini si troverebbe “in condizioni ulteriormente aggravate, con forti limitazioni all’ora d’aria, assenza di attività trattamentali e significative difficoltà nei contatti con l’esterno”. L’arte di ricucire le vite frantumate di Valeria Vantaggi Vanity Fair, 24 settembre 2026 “Dalla cecchina in Ucraina al dialogo con gli ex militanti delle Brigate Rosse, così la Giustizia Riparativa disarma il dolore”. La pedagogista e mediatrice Anna Cattaneo racconta cos’è davvero la Giustizia Riparativa: “Non una punizione, ma un cammino per liberarsi dal virus dell’odio e riaprire il futuro”. Solo dopo averne uccisi 250, ha smesso di contarli. Non sa nemmeno più quanti ne ha ammazzati: tutti soldati russi, come quelli che l’hanno violentata, come quelli che hanno torturato la sua famiglia. E lei si è vendicata, diventando una delle cecchine più infallibili dell’Ucraina. Perché il male ha il potere di pervertici, di farci diventare chi non eravamo. Ed è su questo che lavorano i mediatori, che, impegnati nel rafforzare la cosiddetta giustizia riparativa, cercano di disarmare il dolore, sia di chi l’ha subìto sia di chi l’ha fatto. Anna Cattaneo, pedagogista, da vent’anni mette nella stessa stanza la vittima e chi ha commesso il reato. È presidente di InConTra ETS e coordina il Centro di Giustizia Riparativa di Bergamo, ed è tra le prime mediatrici italiane iscritte agli elenchi ministeriali della Giustizia Riparativa, a cui la riforma Cartabia del 2022 ha finalmente dato una cornice normativa. Questi incontri lavorano sulla responsabilità dell’autore di reato, la tutela della vittima, la ricomposizione del danno, fino ad arrivare alla ricostruzione delle relazioni, ma anche se non si arriva lì, il solo fatto di incontrarsi può essere un gesto trasformativo. Così è successo per esempio a Franco Bonisoli, ex militante delle Brigate Rosse, coinvolto nel rapimento di Aldo Moro e oggi, dopo aver scontato la sua pena, lui stesso impegnato in percorsi di giustizia riparativa. E sono loro, Anna Cattaneo e Franco Bonisoli, a spiegare che cosa vuol dire andare al di là del conflitto. L’appuntamento è il 26 settembre, a Bergamo Incontra, il Festival ideato dall’omonima Associazione con l’obiettivo di promuovere occasioni di dialogo. Ma cosa si intende per Giustizia Riparativa e cosa succede concretamente quando si fanno incontrare le persone per una riconciliazione? Qual è la prima reazione che vede nello sguardo di chi arriva da voi? “Intanto bisogna dire che la parola riconciliazione è da prendere un po’ con le pinze: è una possibilità, ma non è l’obiettivo della giustizia riparativa. Oggi siamo in una situazione storica molto difficile, con l’inasprimento delle pene, l’aumento delle fattispecie di reato e il sovraffollamento delle carceri. Si pensa che fare giustizia significhi concentrarsi esclusivamente sul reato e sulla punizione: come se si facesse maggiore giustizia se si infliggesse una maggiore punizione. Ma che cosa significa davvero “fare giustizia”? Adesso parliamo di giustizia riparativa, ma è quasi una ridondanza: fare giustizia dovrebbe già voler dire riparare, porsi delle domande: chi si occupa del danno? Delle conseguenze del reato? Del dolore della vittima e delle sue domande inevase? Chi si chiede qual è il ruolo della comunità in quello che è successo? La giustizia punitiva si concentra solo sul fatto accaduto e non su tutto il resto, ma le persone hanno bisogno di sentire che si può riaprire il futuro che già viene schiacciato da quell’evento. La giustizia riparativa è invece la giustizia dell’incontro, che vuole favorire una responsabilizzazione che passa attraverso il contatto con il dolore che si è causato. Se non incontro quel dolore, se non riesco a vedere che cosa ha significato quello che ho fatto nella vita della persona offesa, difficilmente riuscirò ad assumermi davvero la mia responsabilità. Si può capire meglio se si dà un volto, un nome e un cognome alla persona che ho ferito. Questo potrebbe portare a una riconciliazione o alla ricostruzione della relazione, ma è un esito solo possibile, non scontato; l’incontro potrebbe portare anche alla celebrazione del lutto di una relazione, ma comunque si smetterebbe di vedere l’altro solo come il mostro che mi sono prefigurato nella testa, perché lo incontro nella sua umanità, anche se poi gli dico: “Guarda, mi sono sentita capita da te, ho capito che tu hai compreso, però preferisco non vederti più perché questa relazione non ha più senso di esistere”. Vedo che alcune persone arrivano con un peso enorme sul cuore perché hanno già fatto, nei loro percorsi carcerari o personali, una riflessione matura e hanno davvero un sincero desiderio di incontrare l’altro per chiedere scusa. In questi casi vedo un timore e tremore, ovvero la paura di incontrare l’altro e il desiderio di essere il più delicati possibile per non far pensare che la propria presenza sia strumentale. Ci sono altre persone che vengono con molta meno consapevolezza, magari perché ne hanno sentito parlare ma non hanno capito bene di cosa si tratti, e lì serve un lavoro di ascolto nei colloqui preliminari per avviare un dialogo interiore che consenta loro di riscoprire piano piano la loro responsabilità. Va però detto che la proposta della giustizia riparativa scommette sul fatto che è nell’incontro con l’altro che avviene la crisi vera: è la forza dirompente dell’incontro con il volto che mi chiede conto e con il dolore dell’altro a provocarmi e a spalancare in quel preciso istante delle consapevolezze che prima non vedevo”. Ci può fare un esempio concreto? “Mi viene in mente un recente caso di reato minorile: un ragazzo che durante una rissa in un pub aveva colpito un coetaneo facendogli perdere non pochi denti. Entrambi avevano accettato di incontrarsi, la persona offesa desiderava guardare negli occhi chi l’aveva colpito per vedere se era maturato dopo il reato, mentre l’autore del reato era molto resistente e arrabbiato perché, a causa della denuncia, aveva avuto una serie di problemi legali e la messa alla prova. Quando ha incontrato il ragazzo che aveva colpito, vedendo la sua buona disponibilità nei suoi confronti, è rimasto disarmato, gli pareva impossibile che il suo altro difficile fosse così in ascolto delle sue fatiche e delle sue ragioni. Il riconoscimento ricevuto gli ha permesso di mettersi in ascolto e capire che cosa quell’altro ragazzo e la sua famiglia di immigrati avevano dovuto passare, anche economicamente, per pagare quelle cure mediche e rimettere a posto i denti. Entrambi hanno compreso le paure e le difficoltà dell’altro e hanno concluso l’incontro dicendo che era stato un privilegio potersi incontrare e che sarebbe stato bello rivedersi per mangiare una pizza insieme. Questo è un esempio semplice, ma nei casi più gravi è ancora più forte: è nell’incontro che si capisce come le vite possano frantumarsi quando succede un reato, sia quella di chi lo compie sia quella di chi lo subisce”. Questi incontri hanno solo una valenza pedagogica o hanno anche un valore legale? Chi partecipa ai percorsi con i mediatori ottiene dei vantaggi sulla pena? “Hanno assolutamente anche una valenza legale. La legge Cartabia (d.lgs. 150/22) prevede che, se il percorso riparativo ha un esito positivo, simbolico o materiale, (definito dalle stesse parti che dicono di essersi sentite riconosciute e riparate), il giudice è tenuto a considerarlo nelle sue valutazioni. A volte l’esito si traduce nelle scuse e basta, a volte nel fare qualcosa di materiale per l’altro, a volte in un risarcimento economico. L’elemento innovativo è che questa riparazione viene scelta e definita insieme dalle parti. I mediatori hanno il compito di riportare l’esito all’autorità giudiziaria senza condividere i contenuti dell’incontro che rimangono invece riservati. Spesso vox populi attribuisce alla giustizia riparativa il potere di ridurre drasticamente le pene, ma non è così, i benefici, per ora, sono ancora molto limitati. Tuttavia nei casi di reati procedibili a querela di parte, se c’è un esito riparativo, la querela decade ed è l’unico caso in cui il procedimento si estingue. Quando invece i casi sono procedibili d’ufficio e quindi si avvia in automatico il procedimento penale, il giudice può tenere conto dell’esito del percorso per fare valutazioni o riduzioni di pena, ma la cosa fondamentale è che può farlo solo in bonam partem, mai in modo peggiorativo: se le cose vanno male o se l’autore non vuole partecipare non è che venga per questo aggravata la sua posizione. Certo, la giustizia riparativa si può comprendere se davvero assumiamo l’idea che fare giustizia significhi riparare al danno, prendere coscienza del male fatto e impegnarsi affinché ciò che è accaduto non accada mai più. Purtroppo nella nostra cultura c’è una logica afflittiva a monte: non importa davvero che tu ti ravveda, importa che tu paghi. E su questo dovremmo lavorare per cambiare il punto di vista”. In questi anni c’è una storia in particolare che raccontate per far capire al meglio la potenza di questo approccio? “La storia che raccontiamo spesso è quella del “Gruppo dell’Incontro”, di cui ho fatto parte. È un percorso durato dal 2008 al 2015, avviato in modo informale prima della legge Cartabia da tre esperti di giustizia riparativa: il gesuito Guido Bertagna, la penalista Claudia Mazzuccato e il criminologo Adolfo Ceretti. Si tratta di un percorso di dialogo tra ex appartenenti alla lotta armata degli anni ‘70 e vittime o parenti delle vittime. Tra i testimoni presenti nel gruppo c’era anche Franco Bonisoli, che fece parte del commando delle Brigate Rosse che prelevò Aldo Moro e uccise la scorta. Per sette anni abbiamo fatto delle settimane residenziali insieme in una casa di caccia dei Gesuiti a San Giacomo di Entracque, in Piemonte. Eravamo lì insieme, senza nemmeno Internet funzionante: c’erano gli autori della lotta armata, persone offese e membri della comunità, perché anche la comunità è un attore fondamentale per favorire la trasformazione di quanto accaduto e interrogarsi su quali possano essere state le responsabilità, nell’ottica di scongiurare la possibilità di una ripetizione. La prima volta che ci siamo trovati l’aria si tagliava col coltello. C’era Giovanni Ricci, figlio di Domenico, che era nella scorta di Moro e che venne ucciso; c’era Agnese Moro, figlia di Aldo Moro; c’era Manlio Milani, che ha perso la moglie nella strage di Piazza della Loggia e tanti altri. Per queste persone sedersi di fianco a chi aveva ucciso e commesso reati gravissimi è stato immensamente faticoso. Ma il lavoro costante sull’incontro ha consentito di scoprire che l’altro era una persona capace di mettersi in discussione e mostrarsi nella sua umanità. È stato un incontro difficile, improbabile ma che si è rivelato tanto prezioso per sbloccare le vite di queste persone che finalmente sentivano di poter guardare al futuro e non solo al passato. In questo cammino abbiamo lavorato tantissimo nel trovare parole condivise: per esempio, la parola “terroristi” non era accettata da chi aveva fatto quelle azioni, mentre per le vittime era importante sottolineare che c’era stato del terrore; alla fine si è arrivati alla formula “autori della lotta armata”, su cui tutti convergevano. Ecco, questo è capirsi e venirsi incontro”. Franco Bonisoli. Che tipo di legame si è creato dopo un percorso così profondo tra vittime e responsabili? “Tra Agnese Moro e Franco Bonisoli oggi c’è un legame indissolubile. Agnese Moro non permetterebbe mai a nessuno di offendere Franco Bonisoli. Chi ti ha fatto del male è anche colui che ha la chiave per rimetterti in vita. Se il reato è un evento relazionale, la risposta deve essere relazionale. Agnese Moro durante uno di questi incontri chiese loro: “Ma come avete fatto ad avere la lucidità di mettere la sveglia la sera prima, come avete fatto a dormire, svegliarvi la mattina, fare colazione e andare a uccidere un uomo?”. Queste domande profonde di giustizia non trovano spazio in un’aula di tribunale, mentre in un percorso di giustizia riparativa l’autore di reato è chiamato a stare di fronte a quelle domande e a viverne tutto il tremore. Franco Bonisoli è fuori dal carcere da tanti anni e si prodiga infinitamente per contribuire a costruire un mondo migliore, in particolare lavora molto con i giovani per aiutarli a maturare un nuovo modo di stare nel conflitto. Questo suo impegno è un modo per riscattare sè stesso da quel male ed esprimere tutta la sua umanità. Nessuno potrà cancellare quella ferita - lui rimarrà in un certo senso sempre claudicante - ma una vita nuova è possibile”. Quanto incide il male subìto sulla vita delle vittime e perché la giustizia tradizionale spesso non basta a curarlo? “Il male ci colpisce sempre due volte: la prima volta quando fa irruzione nella nostra storia e la seconda volta quando sentiamo che ci ha cambiato. L’ingiustizia fa maturare in noi risentimento e rabbia che se non trovano uno spazio di accoglienza e trasformazione hanno il potere di trasformarci in persone capaci a nostra volta di fare del male. Ricordo un ragazzo che aveva subìto un’aggressione brutale a gola spiegata con una bottiglia rotta. Quando lo incontrai la prima volta mi disse: “Da quando è successo sento che ho dentro il virus del male. Sento un desiderio di vendetta che non avevo mai avuto in vita mia, sento che sono cambiato”. Si accorgeva che non era bene e sentiva il bisogno di guarigione. Se il male ha questo potere di pervertirci, il nostro compito di mediatori è disarmare il dolore. Se il dolore non si disarma, diventa ulteriore violenza. La giustizia a cui siamo abituati non funziona perché non disarma il dolore della vittima. Non è un caso che la giustizia riparativa abbatta quasi al 100% la recidiva, mentre le persone che escono dal carcere hanno un tasso di recidiva molto alto. Più il regime è duro, più le persone si incattiviscono, lo vediamo con chiarezza in carcere: i detenuti sono così concentrati a lottare contro lo Stato per la tutela dei loro diritti che si dimenticano persino del motivo per cui sono incarcerati. Bisogna necessariamente lavorare con pazienza e cura per garantire spazi di accoglienza e incontro capaci di avviare percorsi trasformativi che scommettano sul dialogo”. Cosa è cambiato concretamente da quando la giustizia riparativa è entrata nella legge italiana con la Riforma Cartabia nel 2022? “La possibilità di avere una disciplina organica sulla giustizia riparativa è stato un enorme passo avanti perché ha dato autorevolezza e legittimità ad un cambio culturale avviato negli ultimi decenni. Prima lavoravamo facendo riferimento solo a normative sovranazionali ora invece abbiamo una legge nazionale che è molto raffinata perché ha recepito anni di esperienza dal basso sui nostri territori. Oggi noi abbiamo dei Centri accreditati dal Ministero nelle diverse corti d’appello dove operano mediatori esperti iscritti all’elenco ministeriale. Questo significa che chiunque è coinvolto in un procedimento penale può richiedere di attivare gratuitamente un programma di giustizia riparativa. Detto ciò, la legge da sola non basta se non continuiamo a creare le condizioni perché cresca una cultura riparativa diffusa che passi dalle scuole, alle comunità civili, alle istituzioni. La giustizia riparativa non può essere soltanto un servizio a cui si accede quando un reato è già stato commesso: deve diventare progressivamente un modo diverso di guardare alle relazioni e ai conflitti, una cultura capace di interrogarsi non soltanto su chi ha torto e quale sanzione applicare, ma anche su chi è stato ferito, su quali responsabilità siano in gioco e come una comunità possa contribuire a ricostruire ciò che è stato spezzato. Oggi per esempio è necessario sensibilizzare gli operatori del diritto perché loro possono favorire e sostenere l’avvio di questi percorsi. Dobbiamo tenere insieme l’aspetto normativo e il lavoro sociale”. A proposito di cultura: come si insegna ai ragazzi nelle scuole a gestire i conflitti anziché cedere alla vendetta o al castigo? “Stiamo facendo un lavoro enorme con le scuole per creare una “scuola riparativa”. Anche in ambito educativo esistono tre modelli: il modello punitivo (ti sanziono e ti sospendo tre giorni), il modello rieducativo (ti faccio ridipingere la stanza) e il modello riparativo, che prevede di riunirsi con chi ha commesso il fatto, con chi l’ha subito e con l’intera classe per trovare una riparazione possibile. È un percorso, quest’ultimo, più lungo: la giustizia riparativa non è mai una scorciatoia, è sempre un’allungatoia, richiede energia e rende tutti protagonisti. Questo lavoro di dialogo richiede un impegno interiore notevole. Pensate che una volta il figlio di un mio collega di fronte all’ennesima proposta del padre di “fare giustizia riparativa” per attraversare dei conflitti in casa, rispose: “Papà puniscimi che è meglio! Toglimi la Play Station ma non chiedermi la fatica dell’incontro, di ascoltare le emozioni dell’altro”. Insegniamo ai ragazzi ad attraversare i conflitti attraverso attraverso l’ascolto non giudicante, il confronto, il dialogo e la capacità di dividere l’atto dalla persona: tu non coincidi con il tuo reato, non coincidi con il male che hai fatto, così come non coincidi con il bene che fai. Quello che facciamo ci definisce, ma non dice tutto di noi. La giustizia riparativa è una giustizia della doppia, tripla, settima chance. Scommettiamo sul fatto che la trasformazione è sempre possibile, perché come diceva il sociologo e poeta Danilo Dolci: “Cresciamo negli occhi dell’altro”. I penalisti italiani disertano le udienze ma il metodo fa piacere a chi non dovrebbe di Stefano Giordano* Il Riformista, 24 settembre 2026 Da oggi al 29 settembre i penalisti italiani disertano le udienze. Le ragioni meritano di essere sottoscritte senza riserve: i colloqui fra difensore e detenuto, che del processo dovrebbero essere il luogo più inviolabile, captati per mesi nel carcere di Perugia; le garanzie che arretrano; celle in cui la pena smette di essere pena e si fa supplizio. Le Camere penali vanno nella direzione giusta. Ci permettiamo, tuttavia, un’obiezione sullo strumento: è la forma della lotta, non la sua ragione, a non reggere. Paradossalmente, l’astensione è la protesta che fa più comodo a chi la subisce. Il processo si rinvia, il ruolo si alleggerisce, i tempi si dilatano; e il conto, come sempre, lo salda l’imputato. L’avvocato che non si presenta non fa rumore: fa una cortesia. E proprio di cortesie conviene parlare. Un tempo c’era lo sciopero bianco: si andava in cancelleria, ma senza fotocopie e senza favori. Il deposito telematico ha abolito le code, non le gentilezze. Le copie di cortesia che nessuna legge impone; e in aula il consenso all’acquisizione degli atti dell’accusa, la rinuncia a sentirne i testimoni, l’accordo sulle letture. Il processo penale si regge ogni giorno su ciò che la difesa concede senza esservi tenuta. Per una settimana, allora, né più né meno di quanto il codice prescrive. Nessuna aula vuota, nessun rinvio: soltanto il contraddittorio pieno che è l’anima del giusto processo. La giustizia non è una concessione dello Stato all’imputato, ma il punto d’equilibrio fra le esigenze dell’uno e i diritti dell’altro, e di chi lo difende. Se il processo funziona, funziona anche grazie al rispetto dei difensori. Si obietterà che i processi si allungheranno. Non si allungheranno: torneranno alla loro misura. Cicerone ci ha tramandato un proverbio già antico ai suoi tempi, summum ius, summa iniuria. Nelle nostre aule accadrebbe il contrario: il diritto preso alla lettera sarebbe l’unica protesta che nessuno può rinviare. *Studio Legale Giordano & Partners Codice rosso, applicabile allo stalker se l’ultima condotta è dopo l’8 agosto 2019 di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 24 settembre 2026 Non viola il principio del favor rei la rilevanza data alla condotta proseguita dopo l’entrata in vigore della legge 69/2019 in quanto il reato è abituale e si consuma solo con l’ultimo atto persecutorio. Rientra nel regime del cosiddetto “codice rosso” il reato di stalking se anche una sola frazione della condotta è stata realizzata quando la disciplina ad hoc contro la violenza di genere era già in vigore. Ciò si fonda sulla natura del reato che è connotato dall’abitualità. La Cassazione penale - con la sentenza n. 34300/2026 - ha affermato chiaramente che non si tratta di disapplicazione “illegittima” del principio penale cardine del favor rei in materia penale caso di successioni di norme penali. Principio che impone l’applicazione della legge più favorevole al reo. Nel ricorso l’imputato lamentava l’applicazione della legge cosiddetta del codice rosso che ha inaugurato per i reati di genere e che attingono la libertà personale e l’integrità fisica delle vittime un percorso di trattazione di urgenza della notizia di reato, protezione della vittima e nel caso di violenza di genere l’obbligo per il condannato di seguire un percorso riabilitativo con esito positivo. La difesa sosteneva che non fosse stata accertata una frazione della condotta imputata successivamente all’8 agosto 2019 data di entrata in vigore del nuovo regime sanzionatorio e riabilitativo. Contestando di fatto un’illegittima retroattività della nuova legge al proprio caso specifico. In primis, la Suprema Corte rigetta lo specifico motivo in quanto sollevato per la prima volta in sede di legittimità e non in appello avendo così determinato la realizzazione di cosa giudicata sul punto controverso non suscettibile di esame in Cassazione essendo giudizio di merito. Comunque lasciando in disparte la vicenda specifica il punto centrale della decisione è che se anche solo uno degli atti persecutori è stato realizzato dopo l’entrata in vigore del nuovo regime del codice rosso l’intera condotta è posta sub iudice ai sensi della legge del 2019. Quindi per la sussistenza degli atti persecutori accertati dal giudice di merito dopo il 9 agosto 2019 si applica all’intera contestazione penale la legge 19 luglio 2019 n. 69, che è intervenuta proprio sul reato di stalking previsto dall’articolo 612 bis del Codice penale modificando in peius la cornice edittale e la disciplina della sospensione condizionale. Come infatti già affermato da questa Corte, e come si ribadisce, il delitto di atti persecutori, in quanto reato abituale, si consuma nel momento in cui ha luogo l’ultima condotta attuata dall’agente, sicché le modifiche in peius del regime sanzionatorio, introdotte dalla legge 19 luglio 2019, n. 69, trovano applicazione anche se intervenute dopo l’inizio della consumazione, ma prima della cessazione della abitualità. Friuli Venezia Giulia. Università in carcere: già 34 matricole di Elisabetta Batic Il Gazzettino, 24 settembre 2026 Il diritto allo studio valica le mura delle carceri e si integra in una strategia di sviluppo regionale ampia e strutturata. Il diritto allo studio valica le mura delle carceri e si integra in una strategia di sviluppo regionale ampia e strutturata. Con l’avvio della fase operativa del progetto dedicato ai poli universitari penitenziari, il Friuli Venezia Giulia compie un passo fondamentale nell’offerta formativa rivolta alla popolazione reclusa. L’iniziativa si affianca ai percorsi di acquisizione di competenze professionali già finanziati dalla Regione tramite il Fondo sociale europeo con due milioni di euro. “Oggi offriamo un’ulteriore opportunità: la possibilità di conseguire una laurea. È un passo significativo, che amplia concretamente le possibilità di crescita, formazione e reinserimento delle persone recluse”, ha detto ieri a Trieste l’assessore regionale all’Istruzione Alessia Rosolen. I dati del monitoraggio regionale indicano che nei cinque istituti penitenziari del Friuli Venezia Giulia sono presenti oltre 150 detenuti in possesso di un titolo di studio idoneo all’immatricolazione universitaria, mentre 34 persone si sono dette pronte ad avviare immediatamente un percorso accademico in settori che spaziano dall’intelligenza artificiale all’economia, fino alle discipline umanistiche. L’allestimento di aule idonee e opportunamente attrezzate consentirà di convertire il tempo della detenzione in un’esperienza di responsabilizzazione, coniugando le irrinunciabili esigenze di sicurezza con la finalità rieducativa della pena sancita dalla Carta costituzionale. La partecipazione diretta della Regione in veste di parte firmataria assicura un ruolo di coordinamento strategico e un supporto finanziario determinanti per la riuscita dell’opera. Inoltre, l’accordo coinvolge in modo paritetico i due atenei regionali ed estende i propri benefici sia alle persone recluse nelle cinque case circondariali locali, sia a coloro che scontano la pena in misura alternativa al carcere nei territori del Friuli Venezia Giulia, del Veneto e delle Province autonome di Trento e Bolzano. Il percorso trova le sue fondamenta nella Convenzione quadro della durata di tre anni, sottoscritta lo scorso 25 giugno tra la Regione, l’Università degli Studi di Trieste, l’Università degli Studi di Udine, il Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria per il Triveneto e l’Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna. Come chiarito dall’assessore, l’obiettivo va ben oltre la semplice formalità amministrativa: “Non vogliamo limitarci a consentire l’iscrizione all’università. Intendiamo costruire attorno allo studente un vero percorso di accompagnamento, che parta dall’orientamento e arrivi al tirocinio e all’inserimento lavorativo”. La prima fase del piano operativo prevede un’accurata ricognizione che coinvolgerà i circa 700 detenuti presenti negli istituti penitenziari della regione, al fine di rilevarne requisiti di accesso, aspirazioni e bisogni formativi. A questo monitoraggio seguiranno la mappatura delle esigenze, la stesura di linee guida condivise e la verifica formale delle dotazioni tecnologiche presenti all’interno delle strutture. Un ruolo cruciale sarà affidato alla comunità accademica attraverso la selezione e la preparazione di studenti e neolaureati, destinati a svolgere attività di tutoraggio alla pari. Questo affiancamento costante non solo favorirà il rendimento negli studi degli studenti reclusi, ma contribuirà in modo decisivo al superamento dei pregiudizi e all’abbattimento delle distanze sociali. I numeri evidenziano un potenziale significativo e un forte interesse da parte della popolazione carceraria. “Con questo percorso - ha concluso Rosolen - Regione, Università e Amministrazione penitenziaria lavorano insieme perché una laurea possa diventare per una persona un punto di ripartenza”. Lombardia. L’educazione digitale come strumento di emancipazione di 210 detenuti italpress.com, 24 settembre 2026 Abbattere le barriere dell’esclusione sociale e lavorativa partendo dalle competenze digitali. Nasce con questo obiettivo il progetto “Futuro in Connessione: Digital Skills e Crescita Personale per un Nuovo Inizio”, un’iniziativa formativa all’avanguardia ideata per trasformare il tempo della pena in un’opportunità concreta di emancipazione e riscatto per ben 210 beneficiari, tra detenuti e giovani in carico all’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna (UEPE). Le prime attività di coinvolgimento e di formazione dei detenuti saranno avviate già a settembre. “Futuro in Connessione” è un progetto selezionato e sostenuto dal Fondo per la Repubblica Digitale Impresa sociale, promosso da Fondazione Triulza ETS, Spazio Aperto Servizi Società Cooperativa Sociale, Consorzio SIR, Factory Plus S.r.l. Società Benefit e A&I Società Cooperativa Sociale Onlus in collaborazione con 5 istituti penitenziari della Lombardia: CR Milano Bollate, CC Monza, Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna per la Lombardia - Milano, CC Milano S. Vittore “Francesco Di Cataldo” e CR Milano Opera. Il progetto parte dal presupposto che l’educazione digitale e la consapevolezza finanziaria non sono privilegi, ma diritti di cittadinanza essenziali per non rimanere ai margini della società e si distingue per un approccio concreto e di lungo periodo. Una delle principali novità riguarda le infrastrutture: tutti i computer utilizzati durante le attività formative saranno donati agli istituti penitenziari coinvolti, lasciando così un’eredità tecnologica permanente a disposizione delle strutture per le future attività didattiche dei ristretti. Il progetto mira a ridurre il forte divario digitale (digital divide) che spesso isola i detenuti dal mondo esterno e ostacola profondamente il loro reinserimento sociale e lavorativo. Attraverso corsi molto pratici, i partecipanti acquisiranno le competenze tecnologiche fondamentali richieste oggi dal mercato del lavoro e indispensabile anche per la gestione della vita quotidiana: dall’utilizzo degli strumenti informatici di base fino all’approccio consapevole delle nuove tecnologie e dell’Intelligenza Artificiale, dalla gestione dell’identità digitale (SPID/CIE) all’accesso ai servizi online della Pubblica Amministrazione. “L’obiettivo non è quello di insegnare solo a usare un computer ma costruire un ponte tra l’isolamento detentivo e il mercato del lavoro, riducendo il rischio di recidiva attraverso l’acquisizione di skill reali, certificabili e immediatamente spendibili. L’accesso alle tecnologie è un requisito imprescindibile per l’inclusione sociale, economica e lavorativa. Il mondo accelera tra servizi PA online, smart working e intelligenza artificiale. Attraverso l’inclusione digitale, il progetto trasforma il tempo della pena in tempo di riqualificazione”, sottolineano i promotori del percorso. Bologna. Sos carceri, lo sciopero della Camera penale di Chiara Marchetti Corriere di Bologna, 24 settembre 2026 “Sovraffollamento oltre i limiti”, i legali proclamano una settimana di astensione dalle udienze. Una settimana di astensione dalle udienze e dalle attività giudiziarie in ambito penale per accendere i riflettori sulle condizioni delle carceri italiane e sulla tutela della riservatezza nei rapporti tra avvocati e detenuti. È la mobilitazione promossa dall’Unione delle Camere penali italiane e rilanciata anche dalla Camera penale di Bologna “Franco Bricola”. Una protesta cominciata ieri e che terminerà martedì prossimo. “La situazione - ha commentato Nicola Mazzacuva, presidente della Camera penale di Bologna - è gravissima ed emergenziale. Ormai se ne parla a livello generale, ma non si fa assolutamente nulla in concreto. Il tasso di sovraffollamento carcerario è di oltre il 145% e siamo a livelli in contrasto con i principi costituzionali”. Alla Dozza sono presenti oltre 800 detenuti, a fronte di una capienza regolare che raggiunge a fatica quota 500. “Il tasso di sovraffollamento - ha spiegato Luca Sebastiani, responsabile dell’Osservatorio su diritti umani, carcere e altri luoghi di privazione della libertà della Camera penale di Bologna - è in continuo aumento ed è una situazione inaccettabile. Chi lavora in quelle condizioni, dalla direzione della struttura agli educatori passando per la polizia penitenziaria, è in sofferenza perché lavorare così è umanamente impossibile, figuriamoci viverci”. Tra i dati citati dagli avvocati c’è anche quello relativo ai tentati suicidi in carcere: alla Dozza se ne sono contati 47 dall’inizio dell’anno, mentre nel 2025 sono stati 70. Per Mazzacuva si tratta di una “morte per pena. Siamo in una situazione assolutamente in contrasto con uno Stato civile, di diritto, costituzionalmente orientato”. La Camera penale bolognese punta il dito anche contro le politiche adottate negli ultimi anni. “Rivolgiamo un’aperta critica - ha proseguito Sebastiani - nei confronti del legislatore, di tutti i colori: a Bologna, e in generale in Italia, stiamo tornando alla situazione della sentenza Torreggiani, con la quale nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia, anche con sanzioni economiche, per trattamenti inumani e degradanti” nei confronti della popolazione detenuta. Ciò significa che “chi ha governato dal 2013 fino a oggi lo ha fatto male e ha preso scelte sbagliate”, ha concluso l’avvocato. L’altra questione al centro della protesta è la riservatezza dei colloqui tra difensore e assistito, visto quanto accaduto nel carcere di Perugia dove “per sei mesi - ha ricordato Mazzacuva- sono stati registrati tutti i colloqui tra legali e detenuti, anche se l’intercettazione era stata autorizzata soltanto nei confronti di un legale e del suo assistito per ragioni legate ad un procedimento penale”. Alessandria. Il presidente della Camera penale: “Condizioni disumane in carcere” di Adelia Pantano La Stampa, 24 settembre 2026 Giuseppe Cormaio ha visitato la casa circondariale di Alessandria: “La pena eseguita così rischia di essere contraria al dettato della Costituzione”. “La pena detentiva eseguita in queste condizioni rischia di essere contraria al dettato della Costituzione. E il problema è che oggi il carcere non ha più, in molti casi, alcuna funzione rieducativa”. Giuseppe Cormaio, presidente della Camera Penale di Alessandria, fotografa così la situazione emersa dalla visita alla casa circondariale Cantiello e Gaeta. Alessandria presenta criticità meno drammatiche rispetto ad altre realtà italiane, ma anche qui il sovraffollamento pesa sulla vita quotidiana dei detenuti. Avvocato Cormaio, qual è l’immagine che vi portate a casa dopo questa visita? “Ad Alessandria la situazione è certamente meno drammatica rispetto ad altri istituti italiani, ma non per questo può essere considerata normale. Il dato che colpisce è il sovraffollamento: celle pensate per quattro persone arrivano a ospitarne sei. Significa che gli spazi individuali si riducono. Il problema di fondo resta comunque la funzione della pena: anche ad Alessandria il carcere deve riuscire a raggiungere una reale funzione rieducativa”. C’è stato qualche miglioramento rispetto alla visita del 2025? “Sì. La situazione degli organici della polizia penitenziaria è migliorata, grazie ai concorsi indetti dal ministero. È arrivata anche una mediatrice culturale, che l’anno scorso non c’era. Ma, finite queste buone notizie, restano molte criticità”. C’è poi la questione di San Michele, destinato a diventare un carcere di alta sicurezza. Che cosa comporterà questo cambiamento? “Ci preoccupa soprattutto il destino delle attività trattamentali che erano un vero fiore all’occhiello: il laboratorio di panificazione e pasticceria, gli orti, la coltivazione del luppoleto e della lavanda. Con detenuti ad alta sicurezza queste attività non potranno essere svolte nello stesso modo. Se non verrà trovata una soluzione, adesso rischiano seriamente di andare perdute”. Perché è così difficile far percepire all’esterno la gravità della situazione carceraria? “È un tema che nessuno vuole ascoltare e che molti fingono di dimenticare. Lo scorso fine settimana, insieme alla vicepresidente della Camera Penale Sara Ongaro, siamo stati a Firenze proprio per fare il punto con i colleghi arrivati da tutta Italia sull’emergenza carceri su scala nazionale. Ne è emerso un quadro generale molto grave. Il carcere dovrebbe avere una funzione rieducativa, ma in condizioni disumane questa funzione chiaramente viene meno. Il rischio è che una persona entri con una determinata capacità criminale e ne esca con una capacità criminale maggiore. Non è questo ciò che prevede la Costituzione e ciò che si aspettano i cittadini”. Che cosa può fare la Camera Penale per cambiare le cose? “Continuare a sensibilizzare le persone e fare visita periodicamente nelle carceri. E sarebbe importante permettere ai giornalisti di documentare direttamente le condizioni degli istituti. Le parole non bastano: le persone comprendono meglio quando vedono le immagini. Se vedessero una branda collocata a 25 centimetri dal soffitto, oppure celle del tutto prive di servizi igienici, entrambe situazioni per fortuna registrate in altre carceri del Paese e non nella casa circondariale di Alessandria, o sei persone in una cella pensata per quattro, forse inizierebbero a comprendere meglio la dimensione del problema”. Milano. Sciopero degli avvocati penalisti. “In gioco le garanzie della difesa” Corriere della Sera, 24 settembre 2026 Avvocati penalisti in sciopero, anche a Milano si fermano le udienze: “In gioco le garanzie della difesa”. L’astensione dei legali, cominciata mercoledì, andrà avanti fino al 29 settembre. Nei tribunali si tengono solo le udienze con imputati detenuti. La protesta dopo il caso delle intercettazioni dei colloqui tra difensori e detenuti nel carcere di Perugia. Gli avvocati penalisti incrociano le braccia, da oggi, mercoledì 23 settembre, fino a martedì 29. A Milano la Camera penale ha aderito all’astensione proclamata dall’Unione delle Camere penali italiane: per una settimana le udienze penali saranno rinviate, salvo le eccezioni previste dal codice di autoregolamentazione. La protesta nasce dalla vicenda dei colloqui tra avvocati e detenuti intercettati nel carcere di Perugia Capanne. Secondo quanto denunciato dall’Unione delle Camere penali, le registrazioni sarebbero andate avanti per circa sei mesi e avrebbero riguardato i colloqui di almeno 15 avvocati diversi dal difensore indicato nel provvedimento autorizzativo. Questione era già stata al centro dell’astensione proclamata a giugno. I penalisti contestano soprattutto la mancanza di risposte sugli accertamenti annunciati dal ministero della Giustizia dopo l’incontro del 4 giugno con una delegazione nazionale dei legali. A distanza di mesi, denunciano, non sono stati comunicati gli esiti delle verifiche né chiarite le modalità con cui le registrazioni sarebbero continuate così a lungo. A Milano la Camera penale parla di un’astensione “a difesa delle garanzie, per un processo giusto, contro gli interventi normativi di matrice illiberale” e denuncia anche le condizioni delle carceri italiane. “Non rappresenta una rivendicazione corporativa dell’avvocatura”, spiegano i penalisti milanesi, ma riguarda “l’essenza delle garanzie costituzionali che devono permeare la giustizia penale”. Per gli avvocati “intercettare le conversazioni tra avvocato e assistito - scrive la Camera penale di Milano - significa vanificare la premessa ineludibile, protetta dal segreto professionale, per il libero esercizio dell’attività difensiva”. L’astensione non comporta però il blocco di ogni udienza penale. Il codice di autoregolamentazione prevede infatti una serie di eccezioni, tra cui “i procedimenti con imputati detenuti che non prestino il consenso al rinvio e le udienze legate a scadenze o a situazioni nelle quali il differimento possa determinare un grave pregiudizio”. Per il resto, negli uffici giudiziari milanesi la settimana sarà segnata dai rinvii delle udienze interessate dall’astensione. La protesta si concluderà il 29 settembre, ma l’Unione delle Camere penali ha già annunciato che, senza risposte sulla vicenda di Perugia, “valuterà ulteriori iniziative”. Torino. Gaffoglio suicida in carcere, assolta la psichiatra di Nicolò Fagone La Zita Corriere di Torino, 24 settembre 2026 Il difensore: “Le criticità del sistema non ricadano su chi vi lavora”. Il papà: “Un dolore senza risposte”. “Non impugneremo la sentenza, il dolore è troppo grande. Oggi non c’era nulla da vincere, volevamo soltanto capire”. Sono queste le prime parole di Carlo Gaffoglio dopo la sentenza che ha assolto la psichiatra del carcere accusata di omicidio colposo per la morte di suo figlio Alessandro. La dottoressa, secondo la pm Rossella Salvati, avrebbe sottovalutato lo stato di salute del ragazzo, abbassando il livello di pericolo prima della tragedia. Per questo ieri il padre sperava in una risposta, prima di andare via con un’amara rassegnazione. Nessuno gli ha spiegato perché è stato impossibile evitare che un ragazzo di 24 anni si uccidesse in carcere nella notte tra il 14 e 15 agosto del 2022. La mamma, Monica, non era neanche in aula. “Sente troppo dolore - racconta il marito - ogni volta che leggiamo di casi simili, la ferita si riapre. Per questo sono in tribunale: ciò che è accaduto a nostro figlio non si ripeta”. Tuttavia, in Piemonte, sono già 7 gli episodi registrati nel 2026. L’ultimo due giorni fa, nel carcere di Ivrea. Alessandro invece era detenuto al Lorusso e Cutugno, a causa di due rapine. Incensurato, alla prima esperienza in carcere, aveva alle spalle una lunga storia di fragilità psichica e di abuso di sostanze. Dodici giorni dopo l’ingresso in carcere, si è tolto la vita soffocandosi con una busta di plastica. Quattro anni più tardi, invece, il processo si chiude con l’assoluzione della psichiatra “per non aver commesso il fatto”, in attesa delle motivazioni. Alessandro, pochi giorni dopo essere entrato in carcere, aveva già tentato di togliersi la vita. Per questo era stato trasferito nel reparto psichiatrico e sottoposto a una valutazione. Collocato in una cella singola, il suo rischio suicidario era stato classificato come “lieve”. Secondo l’accusa, quella valutazione avrebbe sottostimato la situazione, dove pesavano diversi elementi: il tentativo precedente, la giovane età, la prima detenzione, la fragilità psichica, il senso di colpa verso i genitori. “Alessandro era fragile e vulnerabile - racconta il padre - per questo avrei voluto vederlo, rassicurarlo. Ma ci è voluto troppo tempo: la visita era stata programmata 24 ore dopo la sua morte. E nessuno ci ha avvisato del suo primo tentativo di suicidio, come se si volesse nascondere. Lo abbiamo potuto vedere solo dentro la bara”. “Qualcuno ha delle responsabilità - sottolineano le avvocate di famiglia, Laura Spadaro e Maria Rosaria Scicchitano - invece si è scelto di non darle a nessuno. Ad ogni modo è il sistema che non funziona. La visita di uno psichiatra una volta alla settimana non basta”. Non solo: “Restano interrogativi sulla sorveglianza e sulla ricostruzione della morte. Non si è mai capito chi ha consegnato al ragazzo la busta, ed è assurdo che le telecamere non registrino”. Di segno opposto la posizione dell’avvocato difensore, Gian Maria Nicastro: “La mia assistita ha scelto di operare in carcere per stare vicino ai più deboli. Le criticità del sistema penitenziario non possono ricadere su chi, ogni giorno e in condizioni precarie, vi opera. È vicina alla famiglia, la perdita del paziente è stata una sofferenza anche per lei”. Milano. Da Nestlé a Nespresso a Redion, così Bocconi fa lavorare (e laureare) detenuti di Raffaella Calandra Il Sole 24 Ore, 24 settembre 2026 33 iscritti al progetto carcere dell’ateneo in dieci anni, sei hanno già un impiego. In alcune aziende, prima degli stage, sono state necessarie delle riunioni di tutto lo staff. Per superare i pregiudizi intorno al carcere e spiegare l’importanza di un percorso di reinserimento. Poi, una volta infranto il tabù, i nuovi arrivati sono diventati solo degli altri colleghi. Per di più boccononiani. E non più solo dei detenuti. Da Nespresso a Redion (gruppo Generali) a Nestlé le aziende cercano - e talora trovano - i profili giusti, anche tra chi sconta una pena. Anche grazie al progetto carceri dell’Università Bocconi; sei detenuti, o ormai ex, si sono laureati in economia aziendale e managment e hanno impieghi a tempo anche indeterminato; 17 stanno completando il ciclo di studi, 10 hanno invece rinunciato (a volte dovuto rinunciare) dopo il trasferimento in un penitenziario fuori Milano. Ma dopo dieci anni dall’avvio dell’iniziativa nell’ateneo milanese, un aspetto in particolare è evidente. Che “se nel curriculum di una persona ci sono non solo gli anni di reclusione, ma anche una laurea in Bocconi e un lavoro in un’importante azienda, cambiano non solo le competenze acquisite, ma la fiducia e la possibilità di abbattere i pregiudizi e la diffidenza”. Per Marta Cartabia, prorettrice all’Impegno sociale e agli affari istituzionali, a fare la differenza per uno studente detenuto è la garanzia che “Bocconi lo accompagna fino al primo lavoro, non solo alla laurea. Molti atenei hanno anche più studenti tra la popolazione detenuta, ma condurli fino all’ingresso nel mondo del lavoro è un valore aggiunto”. Come tutti gli altri iscritti alla Bocconi, anche i detenuti devono prima superare un test di ingresso (i vincitori godono di una borsa di studio); poi agli esami si preparano con libri e videoregistrazioni forniti dall’ateneo (non potendo partecipare alle lezioni in aula e non avendo accesso al web). E l’università invia i professori negli istituti di Opera o Bollate per le sessioni d’esame. “Dopo i primi esami passati avevo il sospetto che il percorso fosse facilitato per noi. Poi ho ripetuto cinque volte Storia economica e ho capito che non era così”, ammette Mattia oggi impiegato alla Nespresso, dopo uno stage in Nestlè. Sono quattro oggi i dipendenti Nespresso con un’esperienza di detenzione alle spalle: “Sono coffee specialist, addetti alle vendite, a Roma, Genova e Milano”, racconta Simona Liguoro, responsabile risorse umane dell’azienda. “Prima di inserire un nuovo collaboratore con questo tipo di profilo- prima con stage retribuito, poi eventualmente assunti - spieghiamo ai team il mondo del carcere, sconosciuto ai più. Con l’aiuto anche di operatori penitenziari cerchiamo di superare certe resistenze. Spieghiamo che queste persone, per lo più a fine pena, hanno già pagato il loro debito con lo Stato e cerchiamo di creare le condizioni migliori per accogliere il nuovo collega”. Una decina in totale quelle accolte da Nespresso negli ultimi 5 anni, non solo attraverso Bocconi ma anche mediante l’associazione Seconda Chance o propri accordi in particolare con l’istituto di Monza. Accedi e personalizza la tua esperienza - “Le persone che hanno affrontato percorsi complessi portano spesso una straordinaria capacità di adattamento, resilienza e determinazione, qualità che arricchiscono i team”, riflette Giacomo Piantoni, responsabile risorse umane del Gruppo Nestlé. “Coerentemente con l’impegno per lì’inclusione e la valorizzazione delle diversità - aggiunge - in Nestlé sosteniamo percorsi che favoriscono la ripartenza nel mondo del lavoro di persone che hanno esperienze di detenzione. L’inclusione è un percorso di arricchimento reciproco”. Tra le difficoltà segnalate da più aziende quelle di conciliare le necessità organizzative - “anche solo di preparare turni di lavoro”, raccontano - con quelle dell’amministrazione penitenziaria e con una certa imprevedibilità. Anche in Redion, ex Europ Assistance, gruppo Generali, prima di inserire il primo laureato-detenuto, è stato “fatto un percorso interno per creare l’ambiente giusto a comprendere gli aspetti positivi del progetto e superare delle perplessità relative alla sicurezza nella gestione dei dati”, ripercorre Giorgio Norza, Chief People Officer della società in Italia, 923 persone tra le sedi di Assago e Rende, e la missione “di prendersi cura, dei clienti e quindi ancor prima dei nostri dipendenti”. Ora sono due i laureati Bocconi del progetto carcere assunti: “Nessuna resistenza, ma il giusto approfondimento” all’interno del gruppo Generali, dove questi primi due casi “hanno suscitato interesse. Abbiamo fatto comprendere l’importanza, in un percorso di ritorno alla società, di un’occasione professionale. E di come questo fosse perfettamente in sintonia con i nostri valori, del prenderci cura”. Il lavoro da sempre è la strada maestra per evitare che torni a delinquere chi torna in libertà, come si ripete invece nella maggior parte dei casi. Ma nonostante gli sgravi della legge Smuraglia e agevolazioni introdotte anche in un recente decreto del Presidente della Repubblica, la collaborazione con il sistema penitenziario resta complessa: così continuano ad essere molto basse le percentuali di reclusi assunti da privati o comunque non al servizio della stessa amministrazione penitenziaria. “Avevo qualche perplessità di riuscire a far valere l’eventuale laurea una volta tornato in libertà”, confida Altin, ben consapevole di quale zavorra sia lo stigma del carcere. Ora, dopo un’esperienza di consulenza fiscale, ha una sua società di imprese edili. In Italia, su quasi 65mila detenuti sono 1.837 gli iscritti ai 47 atenei che compongono i poli universitari penitenziari, secondo gli ultimi dati della Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i Poli Universitari Penitenziari. “Solo facendo rete tra Università e tra aziende si può avere un impatto sistemico”, riflette Cartabia. Così la Bocconi, insieme agli altri atenei, sta lavorando per creare un polo universitario penitenziario che riunisca l’intera offerta formativa per i detenuti. In attesa che una maggiore conoscenza delle competenze e della formazione della popolazione reclusa - prospettata anche nel DPR di giugno - favorisca l’incontro tra le aziende, non di rado in difficoltà nel trovare manodopera, e persone in cerca di una nuova occasione di vita. Per il proprio futuro e quello delle intere comunità. Porto Azzurro (Li). I detenuti hanno bisogno di ascolto, comprensione e rispetto di Licia Baldi* elbapress.it, 24 settembre 2026 Leggo sui giornali che sabato scorso 19 settembre i Giovani democratici della Toscana hanno fatto visita al Carcere di Porto Azzurro. È buona cosa che il carcere si apra al mondo esterno, e ai giovani in particolare, e che si mostri per quello che è, perché si levi dal popolo. una voce forte e decisa di protesta per svegliare la coscienza di chi detiene il potere ed è tenuto a rispettare quel senso di umanità a cui si appella l’art. 27 della nostra Costituzione. Ma il carcere oggi offre possibilità di rieducazione, riabilitazione, di reinserimento sociale? La risposta unanime (vedi associazioni, sindacati, garanti, etc.) è no. E l’Istituto di Porto Azzurro non fa eccezione, non certo per responsabilità delle Istituzioni penitenziarie locali, impegnate quotidianamente a risolvere difficoltà di ogni tipo, come quelle sottolineate dai Giovani democratici nel loro resoconto, ma a causa di una politica carceraria nazionale miope e assolutamente inadeguata. Tante e gravi sono le criticità, che naturalmente non è stato possibile cogliere in maniera esaustiva in una visita, sia pure con l’esperta guida della Garante Raimonda Lobina. Ci saranno altre occasioni per approfondire l’analisi della situazione, magari anche la favorevole occasione di conoscere il volontariato penitenziario che con l’Associazione “Dialogo”, e con altre benefiche presenze, si impegna da oltre 30 anni a favore delle persone detenute, con diverse concrete misure di sostegno e con varie attività, specie culturali e ricreative. Dialogo, certamente con chi dirige il Carcere, quindi oggi con la direttrice Martina Carducci e con il comandante Luigi Bove, sempre in contatto con l’Area educativa, ma in primis con i detenuti, che di ascolto hanno bisogno, di comprensione e di rispetto. Per i familiari dei reclusi e per gli stessi nei periodi di permesso-premio l’Associazione “Dialogo” gestisce a Portoferraio una Casa di accoglienza, in locali concessi in comodato gratuito dalla Diocesi, sempre aperta all’ospitalità. È questa un’importante voce a favore delle famiglie che vengono all’Elba per un colloquio in Carcere e dei rari e commoventi ricongiungimenti familiari. Per amore di verità e di completezza e anche per meglio aprirci, e farci conoscere, al nostro territorio e particolarmente al mondo giovanile, ho scritto queste righe, nella speranza che ci sia un’occasione di incontro fra noi volontari e i giovani appunto. *Presidente dell’Associazione “Dialogo” Brescia. A Canton Mombello il fumetto traccia un “ponte” tra carcere e comunità di Marco Papetti Giornale di Brescia, 24 settembre 2026 Due corsi paralleli, organizzati con il sostegno di Bcc Agrobresciano nell’istituto penitenziario e nella biblioteca di Borgosatollo, coinvolgeranno rispettivamente i detenuti del Nerio Fischione e i residenti del paese. A tenerli Gigi Simeoni, autore di Dylan Dog. “Un ponte tra dentro e fuori”. Dove il “dentro” è il carcere e il fuori, di conseguenza, è il mondo “al di là delle sbarre”. Questo vorrebbe essere, nelle intenzioni dei suoi promotori, il senso dei corsi di fumetto “A mano libera”, organizzati dagli istituti penitenziari di Brescia e dal Comune di Borgosatollo con il sostegno di Bcc Agrobresciano. I corsi saranno due, entrambi tenuti dal fumettista bresciano Gigi Simeoni, noto per essere - tra le altre cose - uno degli autori di Dylan Dog. Le lezioni, cominciate la scorsa settimana, si tengono sia nel carcere di Canton Mombello, per i detenuti, sia nella biblioteca di Borgosatollo, per i residenti nel comune e i soci di Bcc Agrobresciano. I corsi, uno a settimana, continueranno fino a dicembre, poi i lavori verranno esposti in una mostra, in data ancora da stabilire. Il tema è lo stesso per entrambi i cicli di lezioni di fumetto: la libertà. “È interessante confrontare le idee sulla libertà di persone che sono in carcere e di persone che invece si definiscono liberi cittadini - spiega la direttrice degli Istituti penitenziari di Brescia, Paola Lucrezi. Ricevuta la proposta del corso, come direzione, abbiamo aderito con entusiasmo a una esperienza che crediamo possa consentire agli ospiti di questo istituto di poter esprimere le loro emozioni e riflettere sul tema della libertà attraverso uno strumento artistico coinvolgente come quello del fumetto”. Il progetto è sostenuto da Bcc Agrobresciano: “Il mondo della cooperazione vive esclusivamente per generare futuro e il futuro passa attraverso la dignità della persona, la quale, come ci ha ricordato più volte il presidente della Repubblica, passa anche dai diritti dei detenuti”, dice il vicedirettore generale vicario di Agrobresciano, Alessandro Comini. “La collaborazione con il Comune di Borgosatollo è stata quasi automatica, vista la sensibilità dell’amministrazione comunale, e quella con il carcere di Canton Mombello pure, perché anche qui abbiamo stretto relazioni nel tempo”. L’iniziativa ha il patrocinio del Comune di Borgosatollo: “Il comune, che è l’ente locale più vicino alla cittadinanza, ha il ruolo di sensibilizzazione nei confronti dei cittadini, facendoli interrogare su cosa pensano su questi temi e su cosa pensano sia più giusto”, spiega la sindaca Elisa Chiaf. Al corso di Borgosatollo gli iscritti sono 15, mentre a quello in carcere hanno aderito una decina di detenuti tra i 20 e i 60 anni. “È un numero che mi permette di personalizzare l’insegnamento sulle loro idiosincrasie”, racconta il fumettista Simeoni. Ciascun partecipante cercherà di ideare una storia a fumetti, a partire dalla propria idea di libertà. Un’idea che, per quanto riguarda i detenuti, è particolarmente intensa: “Ho sentito il bisogno di collegarmi con persone che devono trarre l’ispirazione interamente da dentro di loro”, racconta Simeoni. “Ho pensato che sarebbe stato uno scambio utile entrare in un’esperienza come quella carceraria”. Dalle lezioni emergono sprazzi della vita in carcere: “Uno dei partecipanti si è presentato a lezione senza gli occhiali, perché dice che glieli hanno rubati. Ma è commovente il modo in cui si impegna a disegnare”. Il senso di tutta l’iniziativa è proprio cercare di valorizzare le esperienze di chi è in carcere e di far dialogare questi vissuti con quelli di chi invece è in libertà. “Spero che sia l’occasione per creare un ponte tra dentro e fuori e che possano seguire altre edizioni in futuro - dice Arianna Carminati, garante dei detenuti di Brescia -. Ci sono anche dei privati che hanno finanziato l’iniziativa e restare anonimi, a testimonianza di una società civile generosa nel silenzio”. Al disbrigo delle pratiche amministrative ha aiutato l’Associazione carcere e territorio: “Lo abbiamo fatto con grande entusiasmo - racconta il presidente Carlo Alberto Romano -. Qui ci sono almeno un paio di valori che trovano un consolidamento. Uno è il rapporto con la comunità, che potrà generare anche degli scambi, rispetto alla realizzazione tecnica e alla condivisione dei contenuti. Mi piace poi sottolineare come esprimendosi in un corso di fumetto occorra schierarsi, rivedendo e mettendo in gioco la propria esperienza. E schierandosi si attua anche un percorso di responsabilizzazione: ci si chiede da che parte si vuole stare”. Secondo Romano, “non è un caso che Lucrezi abbia aderito all’iniziativa, perché ha una sensibilità radicata verso i temi della giustizia riparativa - e faremo anche dei percorsi di giustizia riparativa. E farlo in carcere ha un significato particolare”. Rovigo. Carcere e rieducazione, un confronto sulle esperienze dentro e fuori dagli istituti di pena rovigo.news, 24 settembre 2026 Martedì 29 settembre alla Gran Guardia il secondo incontro promosso dall’associazione culturale Nuovi Germogli. Interverranno i cappellani delle carceri di Rovigo e Tolmezzo e sarà proposta la testimonianza di un ex detenuto. Una città che ospita due istituti penitenziari torna a interrogarsi sul significato della pena e sulle esperienze di chi vive e lavora quotidianamente all’interno del carcere. L’Associazione culturale Nuovi Germogli, presieduta da Valeria Toso, organizza per martedì 29 settembre il convegno “Carcere e Carcerati: Esperienze dentro e fuori gli Istituti di Pena”, ospitato alla Sala della Gran Guardia di Rovigo. Si tratta del secondo appuntamento che l’associazione dedica alle tematiche legate agli istituti di pena presenti sul territorio rodigino. L’intenzione è proseguire il percorso con un terzo incontro, previsto prossimamente. Questa volta l’attenzione sarà rivolta soprattutto alle esperienze personali degli operatori e di chi ha vissuto la detenzione, cercando quindi di affrontare il tema non soltanto dal punto di vista teorico, ma attraverso testimonianze dirette. Tra i relatori figurano fra Marco Reginato, cappellano della Casa circondariale di Rovigo, e padre Claudio Santangelo, cappellano del carcere di Tolmezzo. È inoltre prevista un’intervista di Ezio Conchi a un ex detenuto, che porterà la propria esperienza personale. A moderare l’incontro sarà Antonio Gianni Saccardin. Il programma prevede alle 17.15 il saluto delle autorità, seguito dalle 17.30 alle 19.30 dalle relazioni e dagli interventi del pubblico, che potrà rivolgere domande ai relatori e condividere esperienze. L’iniziativa è aperta al pubblico e nasce, spiega la presidente Valeria Toso, dalla volontà di approfondire sotto differenti profili una realtà particolarmente significativa per Rovigo, proprio per la presenza in città della Casa circondariale e dell’Istituto penale per minorenni. Lavis (Tn). Sicurezza stradale, carcere, reinserimento: due serate per Settimana dell’Accoglienza Vita Trentina, 24 settembre 2026 Due serate all’Auditorium comunale di Lavis per parlare di sicurezza partendo da esperienze concrete: lunedì 28 settembre il racconto del carcere, del reinserimento e della possibilità di ricominciare, con la consegna del 17esimo Premio di Solidarietà. Mercoledì 30 settembre un grande incontro pubblico sulla sicurezza stradale, nel quale ai dati e alle possibili soluzioni si affiancheranno le testimonianze delle famiglie di Adele Cobelli, Sara Piffer e Matteo Lorenzi, tre giovanissimi ciclisti trentini morti negli ultimi anni mentre erano in bicicletta. Sono i due appuntamenti con cui Lavis partecipa alla dodicesima Settimana dell’Accoglienza, promossa dal Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti del Trentino-Alto Adige/Südtirol, in programma dal 25 settembre al 3 ottobre. Il titolo scelto per l’edizione 2026 è “Sicurezze: vivere la comunità”: un tema volutamente declinato al plurale, affrontato attraverso più di ottanta iniziative sul territorio. Particolare significato assume per Lavis l’appuntamento di mercoledì 30 settembre, dalle 20.30 alle 23, dal titolo “Strade in-sicure: per una cultura del rispetto”. Una serata dedicata alla sicurezza delle persone più vulnerabili sulla strada, in particolare ciclisti e pedoni, promossa dal Comune di Lavis con CNCA, FIAB e Federazione Ciclistica Italiana. Un tema che per la comunità lavisana ha assunto negli ultimi mesi un significato dolorosamente concreto. Il 20 giugno Adele Cobelli, 14 anni, atleta della Bike Movement Trentino Erbe e residente a Masi di Sorni, ha perso la vita a Pressano mentre si allenava sulle strade di casa. La sua morte ha colpito profondamente Lavis e l’intero movimento ciclistico trentino, arrivando dopo quelle di altri due giovani atleti trentini: Matteo Lorenzi, 16 anni, morto nel maggio 2024 a Civezzano mentre stava raggiungendo i compagni per un allenamento, e Sara Piffer, 19 anni, investita nel gennaio 2025 mentre si allenava con il fratello sulla strada tra Mezzocorona e Mezzolombardo. Proprio i genitori di Adele, Sara e Matteo saranno presenti a Lavis per portare la loro testimonianza. Con loro interverrà Marco Scarponi, fratello del campione Michele Scarponi, morto nel 2017 mentre si allenava in bicicletta e nel cui nome è nata una Fondazione impegnata nella promozione di una nuova cultura della mobilità e del rispetto sulla strada. La serata si aprirà con un intervento del Politecnico di Milano, che presenterà dati e strumenti di analisi dell’incidentalità stradale in Italia. L’ateneo milanese ha sviluppato anche un atlante nazionale degli incidenti ciclistici, basato sui dati Istat e, per gli anni più recenti, sulla loro geolocalizzazione, con l’obiettivo di individuare criticità e aiutare a comprendere dove e come si verificano gli incidenti. Seguirà il momento dedicato alle testimonianze. Nella seconda parte della serata una tavola rotonda metterà a confronto prospettive diverse: FIAB affronterà il tema della mobilità ciclabile e dolce, la Federazione Ciclistica Italiana quello del ciclismo sportivo, mentre la Polizia stradale interverrà su norme, controlli e comportamenti. Sarà presente anche Andrea Colombo, già assessore alla Mobilità del Comune di Bologna, per parlare dell’esperienza delle “Città 30”; il confronto si allargherà inoltre alle esperienze sviluppate in altri Paesi europei. A condurre sarà il giornalista di Radio Rai Manuel Codignoni. Il primo appuntamento lavisano della Settimana dell’Accoglienza sarà lunedì 28 settembre alle 20.30, sempre all’Auditorium comunale, con “Attraverso la mia ombra”, recital di Mattia Archinito con la regia di Serena Andreani. Archinito, detenuto nel carcere di Bollate e condannato all’ergastolo, porta sul palco la propria esperienza in un racconto che attraversa i temi della giustizia e della vendetta, della solitudine e della memoria, del senso della pena e del confine tra colpa, responsabilità e possibilità di cambiamento. L’appuntamento è promosso dal Comune di Lavis, con CNCA, Liberi da dentro, Cooperativa Sociale Arcobaleno, Comunità di Valle Alto Garda e Ledro, Fondazione Trentina per il Volontariato Sociale e circolo pensionati e anziani “La Madonina”. Durante la stessa serata Lavis ospiterà anche la consegna del 17° Premio di Solidarietà della Fondazione Trentina per il Volontariato Sociale, assegnato quest’anno al progetto “Una casa per ricominciare” di APAS, Associazione Provinciale di Aiuto Sociale. Il riconoscimento, del valore di 6 mila euro, è dedicato nel 2026 alle esperienze capaci di contrastare solitudine e povertà relazionale, rafforzando legami e comunità. Il progetto premiato accompagna le persone nel difficile passaggio dal carcere alla vita esterna. Tra il luglio 2023 e il giugno 2026 APAS ha messo a disposizione a Levico Terme un appartamento nel quale sono state accolte sette persone, per periodi compresi tra dodici e diciotto mesi, con l’obiettivo di raggiungere un’autonomia lavorativa e abitativa. Tutte e sette hanno ottenuto un lavoro a tempo indeterminato e successivamente una propria sistemazione abitativa. Il percorso ha coinvolto inoltre dodici volontari, impegnati nell’accompagnamento e nella costruzione di relazioni, oltre a due attività rivolte complessivamente a venti persone ancora detenute in vista del reinserimento. Busto Arsizio. Nell’aria un “Rock oltre i confini”. La musica in carcere per unire di Christian Sormani Il Giorno, 24 settembre 2026 La musica torna dietro le sbarre della Casa Circondariale di Busto Arsizio. Domani alle 18, il carcere di via per Cassano ospiterà “Rock oltre i confini”, appuntamento inserito nel calendario di BA Cultura per l’Estate e realizzato in collaborazione con l’Amministrazione comunale. Sono una cinquantina gli ospiti esterni che hanno effettuato la prenotazione per assistere al concerto insieme ai detenuti. Un appuntamento che Palazzo Gilardoni considera parte di quel percorso di collaborazione tra la città e la struttura penitenziaria, attraverso iniziative capaci di creare occasioni di incontro anche in un luogo caratterizzato inevitabilmente da forti separazioni. A esibirsi sarà la Staff Room, formazione composta dagli insegnanti del centro Musicale Concertare. Sul palco Andrea Natoli al pianoforte, Angelo Farolli alla batteria, Silvano Bertula al basso e Luca Musso alla chitarra. A completare la formazione saranno le voci di Anna Marcolongo e Demetra Gamberoni. Il repertorio accompagnerà il pubblico in un viaggio musicale dagli anni Settanta fino ai giorni nostri, con celebri brani riproposti attraverso arrangiamenti in chiave pop e rock. Un programma pensato per coinvolgere generazioni diverse e trasformare il concerto in un momento di condivisione. La serata sarà aperta ai detenuti e a un numero limitato di spettatori maggiorenni provenienti dall’esterno. Per entrare nella struttura era necessario effettuare la prenotazione entro il 15 settembre, attraverso una procedura specifica legata alle esigenze di sicurezza del carcere. Le richieste hanno raggiunto quota 44. L’appuntamento di domani si inserisce in un percorso già avviato negli ultimi anni dalla Casa Circondariale di Busto Arsizio. La struttura ha infatti ospitato diverse iniziative culturali, dalle presentazioni di libri alle mostre, fino agli spettacoli musicali inseriti anche nel calendario dei festival cittadini. Un dialogo tra carcere e città che prosegue dunque attraverso la musica. “Rock oltre i confini” punta infatti non soltanto sull’intrattenimento, ma sulla possibilità di creare un momento condiviso tra persone che vivono quotidianamente realtà profondamente diverse, facendo della cultura uno strumento di incontro. L’Ia divora libri (e menti): il “piacere del testo” è rimasto a pochi lettori di Raffaele Simone Il Domani, 24 settembre 2026 Oggi è facile accusare di tutto lo smartphone e i suoi compari digitali. Non c’è dubbio che l’enorme quantità di tempo che bambini, ragazzi, adolescenti e adulti passano sui piccoli schermi abbia contribuito a rimodellare il loro rapporto col leggere e il libro: si legge, ma in un modo diverso, con continui salti, interruzioni, interstizi e ogni altro tipo di rumore. Ma il declino della cultura del leggere è cominciato molti anni fa. Su Domani si è già discusso dei risultati della ricerca Ocse PISA 2025, che rileva ogni tre anni le competenze in matematica, scienze, lettura e altri ambiti di tre milioni di quindicenni in più di novanta paesi. Il punteggio medio di studenti e studentesse italiani è 474, poco al di sopra della media Ocse (fissata a 461 punti): ciò significa che non conoscono il significato delle parole, non sanno collegare le frasi, non vedono gli impliciti. Insomma, non capiscono o capiscono poco. È un risultato preoccupante, e consola poco il fatto che i giovani francesi riescano a far peggio, con 456 punti, scivolando al fondo della classifica europea. In Francia questi dati hanno creato il panico e stimolato l’appello a trovare soluzioni rapide. In Italia invece, lasciando da parte il ministro dell’Istruzione, per il quale il fatto di essere di qualche punto sopra la media Ocse dimostra quanto è solida la nostra scuola, il tono generale delle reazioni è stato speranzoso e leggermente autocompiaciuto: è vero che i giovani non sanno leggere, ma accompagnandoli nella lettura, scegliendo testi adatti ecc., sarà ben possibile recuperarli. Ma è davvero sostituendo i Promessi sposi con le graphic novel che si riscatta la capacità di lettura? Come crescere i lettori: l’importanza di insegnare Bassi livelli Il crollo della lettura non è un fatto di oggi, e neanche di ieri. I dati Ocse, e di altre ricerche, indicano da decenni che la qualità della lettura è in calo in Occidente, dall’Europa agli Usa. Il New York Times ha lanciato qualche mese fa un dibattito sotto l’insegna “Far tornare a leggere l’America”, partendo da un dato del rapporto 2023 del “National Assessment of Educational Progress”: la quota di tredicenni che leggono per svago quasi ogni giorno è scesa al 14 per cento, il livello più basso da quando nel 1984 si cominciò a indagare su questo tema. Oggi è facile accusare di tutto lo smartphone e i suoi compari digitali. Non c’è dubbio che l’enorme quantità di tempo che bambini, ragazzi, adolescenti e adulti passano sui piccoli schermi abbia contribuito a rimodellare il loro rapporto col leggere e il libro: si legge, ma in un modo diverso, con continui salti, interruzioni, interstizi e ogni altro tipo di rumore. Ma il declino della cultura del leggere e del libro era cominciato molti anni fa, in una fase che collocherei attorno agli anni Ottanta. In quel torno di tempo il mondo della cultura giovanile ricevette una scossa massiccia: viaggi facili, nuovi modelli di comportamento (dall’abbigliamento al linguaggio ai rapporti tra le persone), nuovi device (qualcuno ricorda il walkman, il discman, poi l’i-pod?), evoluzione travolgente dei rapporti tra i sessi (e dei rapporti sessuali) e cento altre inedite forme di attrazione e di distrazione. L’effetto complessivo di quella trasformazione fu il grave depotenziamento della capacità di presa della scuola. Proposi in quegli anni due termini ad hoc, per rendere evidente lo scontro: l’esopaideia (il potenziale formativo del mondo esterno) aveva prevalso sull’endopaideia (il potenziale del mondo della scuola). Oggi siamo al culmine di quel processo: Ia e media digitali diffusi attraggono ben più che libri da leggere, sia di carta che ebook. E certamente ci saranno altri sviluppi. La “rivoluzione culturale” di Valditara: una scuola a immagine del governo Divoratrice artificiale Una potente metafora di questa drammatica metamorfosi ci è offerta da un’incredibile iniziativa di Amazon. Nata come “la più grande libreria del mondo”, l’impresa che ha reso multimiliardario Jeff Bezos, ha cambiato natura. Nbc ha scoperto che da qualche mese in tutto il mondo le librerie d’occasione, a cui il sito Abebooks (di proprietà di Amazon) offriva un utile portale generale, ricevono ordini che si succedono a raffica, di decine, poi centinaia, poi migliaia di libri vecchi e antichi, di tutti i generi, per decine di migliaia di dollari, sempre dallo stesso committente, con indirizzo canadese. Un libraio statunitense, insospettito, ha inserito in un volume un localizzatore Gps scoprendo che dopo qualche settimana il libro non era in Canada ma nei dintorni di Las Vegas. Precisamente, in un enorme capannone Amazon indicato dalla sigla VGT3. Un dipendente ha raccontato a un media Usa che quei libri vengono usati per alimentare l’Ia di Amazon. In altri termini, dopo aver sfruttato tutto ciò che esiste online, ora l’Ia, per raffinare le sue basi di conoscenza, divora libri veri a migliaia. E li divora davvero: le copertine vengono asportate, i libri divisi in quinterni in modo da essere digitalizzati più facilmente, e alla fine distrutti. Ma i giovani sono davvero ignoranti? I dati dicono che i fragili sono gli adulti Ocse PISA 2025 lancia un segnale. Il “piacere del testo” (come lo chiamava Roland Barthes) appartiene ormai a gruppi sempre più ristretti, che leggono libri magari anche divorandoli (nel senso antico di questa parola). Dall’altra parte, li divora l’Ia: il capannone VGT3 di Las Vegas ha come logo un gran dinosauro che mastica libri. Scuola. Valditara tira dritto: oggi il decreto con il tetto agli studenti stranieri di Michele Gambirasi Il Manifesto, 24 settembre 2026 La Lega in ansia per i consensi si intesta la norma-bandiera. Per quest’anno riguarderà solo i nuovi ingressi nelle scuole. Il testo sotto la lente del Colle. Previste deroghe per non limitare il diritto allo studio. Alla fine la scelta è stata di tirare dritto: questo pomeriggio in consiglio dei ministri approderà il decreto che disciplina il tetto massimo di studenti stranieri non italofoni nelle classi, insieme al divieto di indossare burqa e niqab e l’obbligatorietà di corsi di italiano per i genitori degli studenti con difficoltà di apprendimento. DOPO GIORNI di tensione, dovuti al discorso tenuto lunedì dal capo dello Stato ad Amatrice e la virulenta replica di Meloni in televisione, l’impuntatura per andare avanti su un decreto è venuta in particolar modo da Valditara. Il timore era legato al non potersi intestare la crociata da parte del Carroccio: dopo lo scippo dell’annuncio ad opera di Meloni sul palco della giovanile di FdI, ripiegare su un disegno di legge sarebbe stata una debacle. A maggior ragione che a quel punto avrebbe avuto scarse probabilità di essere approvato entro la fine della legislatura, e avrebbe ricompreso le proposte di legge contro il “separatismo religioso” già depositate da FdI, oscurando ancora di più la stella leghista. Valditara ieri ha dato per primo l’annuncio del decreto, nel corso di una conferenza stampa organizzata ad hoc dalla Lega in mattinata. Il ministro si è collegato da New York (dove erano le cinque del mattino): “Sarà un decreto perché occorre intervenire subito. Quest’anno riguarderà i nuovi arrivi, non disarticoleremo le classi”, ha spiegato. Il testo è ancora in fase di limatura, mentre gli uffici del ministero e di palazzo Chigi proseguono le interlocuzioni con il Quirinale. L’escamotage dei “nuovi ingressi”, che saranno non più di qualche decina, è servito all’esecutivo per giustificare la “necessità e urgenza” che prescrive un decreto. Il Colle per parte sua non ha avuto da ridire sul veicolo legislativo, mentre ha continuato a vigilare sui contenuti del testo affinché venissero sempre rispettati i diritti fondamentali, la cosa che più interessava a Mattarella. A partire dal diritto allo studio, sancito all’articolo 34 della Carta. C’è attenzione anche sulla parte di decreto dedicata al divieto di burqa e niqab, che dovrà rispettare quanto sancito da una sentenza del Consiglio di stato del 2008 dove i motivi religiosi sono indicati come “giustificati motivi” che escludono le violazioni del divieto di mascheramento. Il contenuto del testo sarà ammorbidito. Il criterio sarà “esclusivamente linguistico” (quindi sarà escluso chi ha frequentato la scuola dell’infanzia o un numero sufficiente di anni di scuola) e saranno ammesse delle deroghe. “Dove non sarà materialmente possibile, saranno previste deroghe e un potenziamento dell’insegnamento dell’italiano” ha spiegato ieri Valditara. I fondi stanziati per il potenziamento, a dire il vero, sono pochini: 14 milioni. Le deroghe sono invece essenziali per evitare la dispersione scolastica in quei centri dove la concentrazione di studenti stranieri è particolarmente alta: ai leghisti sarà tornato in mente il caso di Monfalcone, dove la sindaca Anna Maria Cisint (oggi eurodeputata in prima linea contro “l’islamizzazione” dell’Italia e dell’Europa) varò un provvedimento simile mettendo in difficoltà le tante famiglie di lavoratori bangladesi in subappalto nelle commesse di Fincantieri. Valditara si è messo al riparo dalle parole del Colle, parlando di “tanta strumentalizzazione”. Il provvedimento sarebbe invece destinato “all’inclusione” ha spiegato nel suo intervento in cui ha cercato di tenere i toni il più basso possibili. Peccato stridessero con quelli del resto del suo partito che continuava a parlare di “contrasto all’integralismo islamico” e “zone franche”, rilanciando proposte contro la costruzione di nuove moschee e per restringere l’accesso alla cittadinanza. “Strumentali” sarebbero state anche le polemiche riguardo alle parole del cardinale Zuppi, presidente della Cei. Ieri Avvenire, il quotidiano dei vescovi, ha dedicato un approfondimento alle circolari firmate nell’89 da Mattarella e tirate in ballo dalla premier, sottolineando come erano dedicate all’”educazione interculturale” e alla “promozione dell’esercizio del diritto di studio”. Il segretario generale della Cei, Giuseppe Baturi, ieri ha esternato la “preoccupazione che gli slogan e le radicalizzazioni della campagna elettorale mettano a rischio la coesione sociale”. Non ha portato esempi specifici, ma ha nominato alcuni temi: “Sarebbe bella una convergenza sulla scuola e la lotta alla povertà”. La scuola e la finta emergenza: il tetto agli stranieri in un decreto legge di Giulia Merlo Il Domani, 24 settembre 2026 Il governo ha scelto il decreto legge come strumento per le norme che impongono il tetto del 30 per cento di alunni stranieri che non parlano italiano nelle classi e il divieto di indossare burqa e niqab. A confermarlo è stato il ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara. Il testo approderà oggi in Consiglio dei ministri ed entrerà immediatamente in vigore, “perché urge intervenire da quest’anno”, ha spiegato durante una conferenza stampa della Lega, in cui è stato presentato anche un pacchetto di proposte del partito “contro l’integralismo islamico”. Valditara e la fuga dei bianchi. La lingua razzista della destra - La giustificazione dello strumento giuridico, tuttavia, traballa: i requisiti tecnici del decreto legge sono di “necessità e urgenza”. Difficile rinvenirli in un testo talmente necessario e urgente da venire proposto dopo l’inizio ufficiale dell’anno scolastico. Entrando in vigore immediatamente varrà “per i nuovi arrivi” di studenti che non parlano italiano, ha spiegato Valditara, dunque teoricamente non scombinerà le classi già composte e che hanno iniziato le lezioni. Già questo potrebbe turbare l’iter del testo: la firma per l’emanazione spetta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, lo stesso che la premier Giorgia Meloni ha chiamato in causa creando un parallelismo sbilenco tra una circolare da lui approvata 37 anni fa da ministro e questo decreto. L’occhio attento del Quirinale dovrà valutare se effettivamente il provvedimento del governo ha i requisiti costituzionali di necessità e urgenza ed eventualmente esercitare la sua moral suasion, non solo sulla forma ma anche sul contenuto, che deve garantire il diritto all’istruzione e non essere discriminatorio, nemmeno rispetto all’identità religiosa. Negli ultimi giorni - da quando Meloni ha annunciato il decreto - l’interlocuzione per superare le criticità e far stare in piedi il testo del dl è in corso. Proprio per evitare macroscopici problemi di costituzionalità, Valditara ha fatto presente che la norma prevedrà di dare “poteri agli uffici scolastici provinciali per la distribuzione nelle scuole di vicinato e diamo anche la possibilità, laddove non sia possibile distribuire questi ragazzi, con un finanziamento di oltre 14 milioni, di un potenziamento personalizzato dei ragazzi della lingua italiana”. Insomma, ci sarà un margine di flessibilità proprio per garantire che il diritto allo studio sia garantito a tutti, anche se è improbabile che un mini-stanziamento da 14 milioni possa davvero bastare per mettere a terra misure con un minimo di incisività, ma la mancata uscita dalla procedura di infrazione - finita in secondo piano grazie al gran clamore sul decreto Scuola - è il vero macigno che grava sul governo e soprattutto sulla prossima Finanziaria. Mattarella: “La scuola è integrazione”. L’argine del Colle a Meloni Tuttavia, la questione politica rimane. Il decreto legge che contiene anche il divieto di burqa e niqab (nonostante una sentenza del 2008 del Consiglio di Stato abbia stabilito che indossare il velo integrale per motivi religiosi costituisca un “giustificato motivo” che esclude la violazione delle norme sul divieto di mascheramento) appare come uno dei passi decisi dal governo per mostrare il volto duro di un centrodestra anti immigrazione. L’Italia islamizzata - Il terreno è conteso. Il generale Roberto Vannacci - mani libere date grazie al suo essere all’opposizione ed espressione di un elettorato di riferimento molto estremo - lo ha scelto come tema di punta. I partiti di governo sono costretti a inseguire senza poter adoperare lo stesso armamentario retorico. Ci sta provando la Lega, che con Valditara e il vicepremier Matteo Salvini ha ripresentato alla Camera un pacchetto di proposte contro “l’Islam politico” che è “il nemico pubblico numero uno. Invece dell’islamofobia, bisogna preoccuparsi della cristiano-fobia”, ha spiegato il segretario, che ha invitato anche gli altri partiti a tirare fuori dai cassetti le loro proposte: “Abbiamo ancora un anno di legislatura”. La Lega dunque vorrebbe lanciare una crociata contro “l’Italia islamizzata” e contro “i tentativi di invasione e aggressione”, in un lessico militare molto simile a quello prediletto dal generale. Ma “è lui che insegue no”, ha detto Salvini. Quanto alle proposte: il registro nazionale delle confessioni religiose “prive di intesa con lo Stato”, il carcere per chi istiga “all’odio o promuova un approccio radicale o radicalizzato”, l’obbligo di trasparenza finanziaria per gli enti religiosi e i finanziamenti provenienti dall’estero, il registro nazionale dei ministri di culto, predicatori “radicalizzati”. In realtà, la spinta uguale e contraria del centrodestra nei confronti di Vannacci rischia solo di dargli ulteriore forza anche nel rimanere nel limbo. “Accettiamo con riserva il decreto legge che dovrebbe riguardare la scuola”, ha detto il deputato di Fn Rossano Sasso, “vogliamo vedere di cosa si tratta e se ci sono cose concrete o se è la solita fuffa del governo di destra finta”. Insomma, i deputati vannacciani si sono auto-investiti giudici del tasso di “destritudine” del decreto Scuola, di fatto però già bocciandolo: “Valditara ha parlato di deroghe, cioè ha ammesso che in alcune scuole lascerà esattamente le cose come stanno”. Deroghe necessarie e probabilmente frutto di una mediazione con il Colle, per rendere il dl meno utile alla propaganda ma più applicabile, oltre che costituzionale. L’anticipo del dibattito parlamentare per la conversione del testo, tuttavia, non lascia dubbi sul fatto che sarà una rincorsa all’estremo, su cui Futuro nazionale sta avendo gioco facile nel trascinare il centrodestra e soprattutto Lega e Fratelli d’Italia. I conti pubblici sono un flop. E Meloni attacca Mattarella sulla scuola. Migranti. Minori stranieri, è l’accoglienza il vero antidoto alla devianza di Simona Musco Il Dubbio, 24 settembre 2026 Presentato il report della Garante per l’Infanzia Marina terragni: per i minori soli serve prossimità, non respingimenti. E sul tetto agli stranieri in classe parla di “buonsenso”. Accogliere, non marginalizzare. È questo l’antidoto alla devianza dei minori stranieri non accompagnati. Una conclusione a cui giunge l’indagine promossa dall’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, che esplora le traiettorie dei giovani stranieri nel circuito della giustizia minorile in Italia. Il report - presentato nella sede dell’Autorità e approfondito oggi al centro congressi Cavour durante un incontro dedicato alla tutela volontaria e all’accoglienza familiare - ha offerto la base per affrontare con la Garante Marina Terragni anche il tema delle nuove norme per gli alunni stranieri. A partire dal tetto del 30% per classe: “Mi pare una proposta di perfetto buon senso, anche se la dialettica tra i partiti lo fa svanire”, ha dichiarato Terragni. “Il tema è la lingua, non l’etnia. Come indicano le ricerche che individuano nel 30% la quota ideale, con un limite le cose funzionano meglio sia per chi deve imparare l’italiano, sia per chi deve svolgere il programma. Resta il tema delle modalità di attuazione di quella che finora è stata solo una circolare e un auspicio di governi di ogni colore”. Nessun dubbio invece sul divieto di niqab e burqa a scuola, definito “uno strumento di tortura e di dominazione di un sesso sull’altro. L’anno scorso mi sono occupata di una scuola di Monfalcone dove un gruppo cospicuo di bambine entrava coperto, veniva identificato in un’aula riservata e poi si rimetteva il velo sul viso prima delle lezioni. Non può essere accettato: impedisce una corretta socializzazione e integrazione”. Tornando al report, la Garante ha spiegato la necessità di “analizzare la realtà”, evitando sia la “criminalizzazione” sia “l’angelicazione” dei minori non accompagnati. Sono 14.000 i ragazzi arrivati in Italia senza genitori, quasi tutti maschi. Tra questi, i comportamenti criminali si verificano tra il 10 e il 20% dei casi, per lo più tra egiziani e tunisini. “Una percentuale piuttosto significativa”, ha evidenziato Terragni che ha poi aggiunto un dettaglio importante: i tre quarti degli operatori individuano nella vulnerabilità e fragilità individuale (spesso legata a traumi del viaggio e uscite precoci dai percorsi di tutela) il fattore predisponente principale al reato. “Sono dei calvari”, ha evidenziato Terragni, che ha individuato un possibile effetto protettivo nel circuito Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) per minori, grazie a una presenza educativa più strutturata e alla vicinanza dei servizi territoriali rispetto alla prima accoglienza (Cas). Accogliere, dunque, è una soluzione, non un problema. Mentre, dicono ad esempio i dati di Antigone, la permanenza nel circuito della giustizia minorile, aggravata dal sovraffollamento e da norme punitive, rischia di spingere i giovani verso la criminalità. Oltre il 63% del campione transita da un Istituto penale per i minorenni (Ipm) e quasi il 50% vi entra già al primo reato: per un Msna il rischio di finire in Ipm alla prima infrazione è fino a 16 volte superiore a quello di un coetaneo italiano e quasi 6 volte superiore rispetto ad altri minori stranieri. Eppure, quando la magistratura concede la messa alla prova (misura a cui accede il 27,5% dei minori stranieri, in linea con la media nazionale), circa la metà dei ragazzi conclude con successo il percorso. “Quando si creano condizioni educative i risultati arrivano, altrimenti si aggravano le fragilità”, ha sottolineato Terragni, richiamando il ruolo decisivo degli enti locali nel coordinare le risorse. Interpellata sulla tendenza politica a equiparare il minore all’adulto o a invertire l’onere di dimostrare l’incapacità di stare in giudizio, la Garante ha replicato che “è un tema interessante che merita riflessione, ma non si sovrappone del tutto” al tema della ricerca. Il punto centrale resta rafforzare l’accoglienza di prossimità per abbassare quel 10% di devianza: “Le relazioni reali sono la chiave di tutto”. A mancare, però, sono proprio le reti di supporto: due ragazzi su tre non hanno contatti con la famiglia d’origine e il 93% affronta il processo senza un tutore volontario effettivo (assente, non attivo o nominato altrove), pur sapendo che nei pochi casi in cui il tutore c’è (7,5%), la tenuta educativa migliora drasticamente. Altra criticità riguarda l’accoglienza familiare, ferma al 4%, “un dato molto basso, anche se è evidente che quando un ragazzo viene accolto da una famiglia il suo percorso è sicuramente meno a rischio che in una comunità di accoglienza”. Senza reti stabili e tra continui trasferimenti logistici, il sistema resta schiacciato sull’urgenza e sul contenimento, trasformando il percorso penale in un fattore di ulteriore isolamento e marginalità. Un dato positivo c’è: il finanziamento, da parte del ministero dell’Interno, di ulteriori 3.202 posizioni nella rete Sai, di cui 500 a disposizione proprio per i minori stranieri non accompagnati. Ma sul fronte dell’accoglienza c’è ancora tanto da fare. Migranti. “Se vado nel Cpr mi uccido”. Per i pm questo è un ricatto di Mario Di Vito Il Manifesto, 24 settembre 2026 L’audio agli atti dell’inchiesta di Ravenna. I medici e il dilemma del “luogo patogeno”. Il colloquio tra un migrante e una dottoressa acquisito dal telefono di Cocco. “Se vado in quel Cpr mi ammazzo, ve lo dico già da adesso”. Lo dice, durante la sua visita per stabilire se sia o meno idoneo all’ingresso in un centro di permanenza per i rimpatri, un ragazzo migrante. L’audio era tra i messaggi di Whatsapp del telefono di Nicola Cocco, l’infettivologo indagato insieme a tre suoi colleghi dalla procura di Ravenna per associazione a delinquere finalizzata al falso ideologico, cioè alla produzione di finti certificati per bloccare l’accesso dei migranti nei Cpr. “Volete vedere un morto? So già come fare. Mi butto”. La dottoressa che ha registrato questi frangenti lo ha fatto proprio per illustrare il dilemma etico a cui si è trovata di fronte: come si può essere idonei a entrare in un luogo patogeno? Abbiamo una persona che minaccia di uccidersi e che forse, dunque, avrebbe bisogno di un trattamento diverso rispetto alla reclusione amministrativa, quella che si dà non per un reato ma soltanto perché non si hanno i documenti giusti. “È già successo in carcere che mi sono quasi ammazzato. Se io entro là dentro mi ammazzo. Non sto scherzando”. Chi parla ha dei piccoli precedenti, ma è a piede libero. Non c’è alcun motivo di ordine giudiziario per rinchiuderlo da qualche parte, non ha provvedimenti cautelari a suo carico. Può aspettare il procedimento che lo riguarda a casa sua, come del resto accade per tutte le altre persone nelle sue condizioni. Tutte le altre persone con un passaporto italiano, quantomeno. Per gli investigatori, però, questa disperata ammissione in sede di visita medica ha un valore diverso. Lo ha detto, durante le trentasei ore passate tra la questura di Milano e quella di Varese, un agente della squadra mobile a Cocco: quell’audio proverebbe che il migrante in questione stava cercando di “estorcere” un certificato di non idoneità per il Cpr. Da qui la sua acquisizione agli atti dell’indagine. Il fatto è che non c’è mai stato nulla di segreto in quello che faceva Cocco insieme alla rete “Mai più Lager - No ai Cpr”: da anni escono appelli pubblici contro questi luoghi e molti medici si sono trovati a sottoscriverli. Sempre alla luce del sole. Peraltro, alla qualificazione del reato associativo a scopo di falso ideologico manca un elemento importante: gli indagati non avrebbero avuto alcun vantaggio dai loro comportamenti. Che, anzi, mettono a rischio la loro reputazione e il loro posto di lavoro. Il problema, in tutto questo, resta l’esistenza stessa dei Cpr. Lo scorso 8 luglio, con una sentenza, il Consiglio di stato ha ordinato al ministero dell’Interno di condurre, entro sei mesi, una reale e approfondita istruttoria sulle condizioni di salute dei centri al fine di emanare un nuovo capitolato d’appalto. “L’istruttoria - fece sapere l’Asgi a margine il pronunciamento che aveva accolto proprio un suo ricorso - dovrà includere l’analisi dell’assistenza sanitaria, della carenza formativa del personale e degli episodi critici verificatisi nell’ultimo quinquennio, il tutto in stretta sinergia con il ministero della Salute e il Garante nazionale”. Se il Viminale si stia davvero occupando della faccenda, però, non si sa. “Il termine scadrà a gennaio ma di quell’istruttoria, ad oggi, non si sa nulla”, dice la deputata del Pd Rachele Scarpa, che ha depositato ai ministeri dell’Interno e della Salute un’interrogazione per sapere a che punto siano le cose. “Nell’interrogazione - prosegue la deputata - ho voluto anche raccogliere la richiesta giunta dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici, che ha proposto di estendere ai Cpr l’indagine conoscitiva sul sistema penitenziario, perché quando una persona è privata della libertà personale è dovere dello Stato assicurarsi delle condizioni nelle quali vive e garantire pienamente i suoi diritti fondamentali, a cominciare dalla salute”. Un lavoro del genere venne fatto tra il 2006 e il 2007 dalla cosiddetta Commissione De Mistura, istituita dall’allora ministro dell’Interno Giuliano Amato proprio per verificare la situazione di quelli che ai tempi si chiamavano Cpt. Venne fuori che, a fronte di costi esorbitanti, di rimpatri effettivi ne avvenivano pochissimi. E che c’era una grave compressione dei diritti delle persone recluse. Vent’anni dopo la situazione è sempre la stessa. Migranti. Mio padre marocchino che ha imparato l’italiano lavorando di Karima Moual La Stampa, 24 settembre 2026 “Che ore sono? Mi scusi, che ore sono?”. “Ma fhemtch! Shnu?”. “Papà, siamo a Casablanca e stai parlando in italiano!”. Risate. Non era la prima volta che assistevo a una scena del genere. Eppure, ogni volta, mi lascia profondamente colpita e mi ricorda il conto che si deve pagare con l’emigrazione. Mio padre si chiama Mohamed. Ha 75 anni, è pensionato e oggi è nonno. È marocchino, ha la faccia da marocchino e il suo italiano conserva una cadenza marocchina, anche se vive in Italia da 45 anni. Qui ha lavorato, cresciuto noi figli e visto nascere i suoi nipoti. È legatissimo a questo Paese, ne segue appassionatamente la politica, legge i giornali, anche se lentamente, commenta le notizie e discute di tutto. Eppure, quando parla italiano, si sente ancora che è straniero. Quando ero piccola lo trovavo buffo. Mi sentivo ormai abbastanza italiana da prenderlo in giro e lui sorrideva, sapendo che quella era la sua condanna. Oggi i miei figli fanno altrettanto: giocano con il suo accento e con il suo italiano particolare, altre volte lo correggono. Lui trascorre davvero molto tempo con loro. Quando mio figlio frequentava le elementari, aveva cominciato a pronunciare alcune parole proprio come il nonno. E noi ci ridevamo sopra. Oggi è il più piccolo, che ha sette anni, a correggerlo. La sua storia è quella di tanti genitori stranieri che oggi sono al centro dello scontro politico, perché considerati colpevoli di non conoscere e di non parlare abbastanza bene la lingua italiana. E allora non posso che provare un forte disagio, conoscendo da vicino che cosa significhi essere genitori stranieri ed essere figli di genitori stranieri. Io stessa sono arrivata in Italia all’età di nove anni, esattamente nel 1990. Erano gli anni dei numerosi ricongiungimenti familiari, quando già si cominciava a ragionare su una scuola capace di accogliere tutti. Solo chi non conosce le pene dei migranti adulti, e dunque anche dei genitori, e non conosce il loro vissuto può pensare che non siano disposti a integrarsi. Solo chi non conosce come è organizzato il nostro Paese in materia di integrazione può far passare il messaggio che vi siano mezzi, aule e personale in attesa di migranti da alfabetizzare. La realtà è ben altra ed è molto più complessa di un discorso da comizio elettorale. Mio padre Mohamed, come tanti migranti di oggi, è stato prima di tutto un lavoratore. Gente che faticava a mettere insieme il pranzo con la cena, ieri come oggi. Quando sento colpevolizzare i migranti perché poco integrati, perché parlano male la nostra lingua, mi chiedo se conosciamo davvero la loro vita. Quella che hanno lasciato alle spalle e quella che vivono nel nostro Paese. Pensiamo soltanto a una delle comunità che oggi è nell’occhio del ciclone: i bengalesi. Grandi lavoratori, certo. Ma provenienti da realtà così lontane e diverse dalle nostre. Diventati facili bersagli della propaganda dell’estrema destra. Persone che possono avere alle spalle contesti di povertà non soltanto economica, ma anche educativa e culturale. Mia madre, per esempio, era analfabeta. Sì, non sapeva né leggere né scrivere nella sua lingua madre, l’arabo. Mio padre aveva la quinta elementare. Nessuno dei due aveva frequentato un corso di italiano. La lingua l’avevano imparata lavorando, ascoltando i colleghi, parlando con le persone che incontravano ogni giorno. Il loro vocabolario aveva i confini geografici e sociali della loro esistenza. Era fatto delle parole necessarie per lavorare, fare la spesa, parlare con i vicini, sbrigare qualche pratica. Era l’italiano del piccolo paese nel quale vivevamo. Un italiano costruito sul tragitto tra casa e lavoro, ripetuto ogni giorno, per anni. Mi chiedo sempre se, quando si parla con violenza e senza pietà di questi uomini e di queste donne, si pensi anche alle storie che si portano dentro. Alla politica, invece di umiliarli e strumentalizzare le loro fragilità, pur sapendo quanto sia stata complicata la loro integrazione, e non certo per mancanza di volontà, vorrei chiedere soltanto un favore: lasciate almeno che i loro figli crescano sognando e possano diventare finalmente i nuovi italiani. Senza discriminazioni. Ma con amore, accoglienza e accompagnamento. Perché il tempo, per un bambino come lo sono stata io, c’è ancora. Quello dei genitori come mio padre Mohamed, invece, no. E non per questo lui è meno integrato o meno italiano.