Carceri al collasso, la Camera apre un’indagine sul sovraffollamento di Teresa Olivieri Italia Oggi, 23 settembre 2026 La Commissione Giustizia convoca i vertici dell’amministrazione penitenziaria dopo l’allarme del Garante. I posti realmente disponibili sono poco più di 46mila a fronte di oltre 65mila detenuti. La Commissione Giustizia della Camera (la II Commissione permanente) ha deliberato il via libera ufficiale a un’ampia indagine conoscitiva sulle condizioni del sistema penitenziario. Una decisione che nasce da una proposta avanzata da Forza Italia, in particolare dai deputati Enrico Costa, Davide Bellomo, Tommaso Calderone e Pietro Pittalis, ma che si è sbloccata definitivamente dopo l’allarmante relazione annuale del Garante nazionale dei detenuti della libertà personale relativa al 2024, depositata in Parlamento nel giugno scorso. La situazione nelle carceri - Secondo i dati restituiti in Commissione, la “sovrabbondante popolazione carceraria ha raggiunto a giugno le 64.773 unità” e “le condizioni oggettive di detenzione, dovute alla ristrettezza degli spazi disponibili e alla fatiscenza di parte degli istituti, con un tasso di sovraffollamento pari al 139,5%, rischia di contraddire la finalità rieducativa della pena costituzionalmente prevista, nonché la disciplina e la giurisprudenza eurounitaria in materia”. La Commissione Giustizia convocherà a Roma i principali attori della filiera: i vertici del Ministero della Giustizia, il capo del DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria), i responsabili della giustizia minorile, l’Ufficio centrale di statistica e il Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria. L’obiettivo finale sarà sintetizzare i dati in una relazione programmatica da tradurre in riforme urgenti. Gli scogli dell’indagine - Il primo scoglio con cui l’indagine parlamentare dovrà fare i conti è matematico, ma si traduce in una crisi umanitaria. I dati aggiornati del portale “Sovraffollamento Carcerario” evidenziano come l’indice di densità reale a livello nazionale abbia sfondato la soglia critica del 142%, registrando un massimo storico. Sulla carta, i dati ufficiali del Ministero della Giustizia indicano una capienza regolamentare complessiva di circa 51.200 posti. Si tratta però di un numero puramente teorico: le ispezioni rivelano che le carenze strutturali e la manutenzione mancata sottraggono costantemente al sistema oltre 4.500 posti letto, facendo crollare i posti realmente disponibili a poco più di 46.300. Di contro, la popolazione detenuta continua a crescere senza sosta, superando stabilmente le 65.600 presenze effettive. Quasi 20 mila in eccedenza - Questo scarto genera un’eccedenza cronica di quasi 20.000 persone, ma è l’analisi delle singole realtà territoriali a svelare la gravità della situazione. Come documentato nel rapporto dell’Associazione Antigone, la media nazionale è solo la facciata di una mappa a macchie di leopardo dominata da picchi insostenibili. Intere regioni viaggiano su medie drammatiche, come la Puglia al 180% o il Lazio al 151%, mentre alcuni istituti storici sono ormai al collasso: la Casa Circondariale di Lucca registra un tasso record del 256%, seguita dal Milano San Vittore al 223% e da Latina al 220%. Spazio calpestabile sotto i 3 mq - All’interno di queste mura, evidenziano gli osservatori, la convivenza forzata si traduce in una sistematica lesione della dignità. Nel 44% degli istituti che sono stati monitorati, lo spazio calpestabile a disposizione del singolo detenuto è inferiore ai 3 metri quadrati, la soglia minima inderogabile che è stata stabilita dalla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) per non incorrere nel reato di trattamento inumano o degradante. Non è un caso che i reclami presentati e accolti dalla magistratura di sorveglianza per violazione dei diritti fondamentali abbiano registrato un incremento verticale, superando i 6.500 casi all’anno, segno che il sovraffollamento non è più una contingenza logistica, ma una violazione strutturale dello Stato di diritto. Il tema dell’edilizia carceraria - Resta poi il tema dell’edilizia carceraria. Per sbloccare lo stallo burocratico che da anni paralizza le ristrutturazioni, il governo ha istituito la figura del Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, ruolo affidato a Marco Doglio. Il focus dell’indagine conoscitiva della Camera punta i riflettori su un paradosso strutturale: la forte discrepanza tra i grandi piani di stanziamento economico e l’effettiva velocità di apertura dei cantieri. La pena può violare la Costituzione? Il caso Sollicciano alla Consulta di Valentina Stella Il Dubbio, 23 settembre 2026 “Lo Stato può consentire l’esecuzione di una pena che la stessa Costituzione vieta?”: è la domanda retorica con cui l’avvocato Nicola Muncibì ha iniziato ieri la sua discussione dinanzi ai giudici della Corte costituzionale. Oggetto dell’udienza: l’ordinanza con cui il Tribunale di Sorveglianza di Firenze (Marcello Bortolato estensore) ha sollevato questione di legittimità costituzionale degli articoli 147 e 47-ter comma 1-ter op nella parte in cui non prevedono, oltre ai casi espressamente contemplati, l’ipotesi di rinvio facoltativo dell’esecuzione quando la pena debba svolgersi in condizioni contrarie al senso di umanità. Muncibì, insieme all’avvocato Mimmo Passione, assiste un detenuto condannato a 22 anni e impossibilitato ad avere la detenzione domiciliare sia per la natura del reato (omicidio) che del fine pena (2042) ma comunque in una situazione di espiazione pena inumana e degradante nel carcere fiorentino di Sollicciano dove infiltrazioni, muffe, umidità, cimici del letto, topi, blatte e fatiscenza strutturale compongono un quadro incompatibile con la dignità umana, il cui rispetto “non ammette dilazioni”, ha proseguito Muncibì. L’avvocatura dello Stato ha invece addotto delle motivazioni a favore del rigetto, dell’inammissibilità o del rinvio al giudice a quo che lasciano davvero perplessi. La prima: Sollicciano sarà sottoposto a lavori di ammodernamento che elimineranno tutte le criticità delle celle. Peccato che ammettono che sarà fatto in 365 giorni, per quel che riguarda le sezioni in sequestro, per il resto, occorrerebbero 55 mesi. E inoltre stiamo parlando della stessa avvocatura dello Stato che si è opposta al sequestro delle sezioni di Sollicciano e il cui ricorso è stato respinto dal Riesame. Seconda: il Piano straordinario per l’edilizia penitenziaria testimonia concretamente il serio impegno del governo e del legislatore, volto al miglioramento delle condizioni di vita carceraria. In più ad agosto è stata approvata la norma per la detenzione in comunità dei tossicodipendenti. Ma i risultati chissà quando si vedranno. Terza: bastava nominare un Commissario ad acta che avrebbe potuto assumere decisioni specifiche ritagliate sul singolo detenuto e risolutive della situazione in cui lo stesso versa. Su questo punto ha chiesto lumi il giudice Viganò (relatore della causa): in pratica cosa intendete? Risposta dell’avvocato dello Stato: spostare il detenuto in altro braccio o in altro carcere. Infine per l’avvocatura tutte le norme che si sono susseguite dal 2013 dimostrano la volontà del legislatore di attuare l’articolo 27 della Costituzione. Il riferimento è all’anno della nota sentenza Torreggiani e dell’altra decisione della Consulta (279/2013) che chiamata a pronunciarsi sulla stessa questione dichiarò inammissibili le questioni di legittimità ma invitò la politica a non rimanere inerte e a risolvere il problema. Solo che è palese, tranne per la Presidenza del Consiglio, che la situazione carceraria è drammatica. L’avvocato Passione aveva, dopo Muncibì, smontato la tesi dell’avvocatura dello Stato: non può certo bastare una professione di intenti (abbiamo fatto, stiamo facendo, faremo) a superare il quadro drammatico e documentato dal Tribunale. Il trasferimento del recluso presso un’altra cella (da escludere a Sollicciano) avrebbe comportato la disumanità dell’esecuzione per un altro detenuto che sarebbe stato posto in quella del ricorrente. Così come il trasferimento in altro carcere non servirebbe a nulla, anzi creerebbe altri problemi: equivarrebbe, ad esempio, ad allontanare il detenuto dai suoi affetti e rischierebbe di risolversi non già nella rimozione della lesione, ma nella sua mera delocalizzazione. E poi si è chiesto Passione: il commissario ad acta che, tra l’altro, non ha il potere di disporre trasferimento (quello ad oggi non spetta neanche al giudice) quali disfunzioni avrebbe potuto rimuovere per migliorare la reclusione del detenuto? Nessuna. In ogni caso, il difensore ha ricordato come, per “monolitica giurisprudenza costituzionale” (da ultimo, sentenza numero 149/2026), “il giudizio incidentale di legittimità costituzionale non risente delle vicende di fatto successive all’ordinanza di rimessione, sicché la rilevanza delle questioni deve essere vagliata ex ante, con riferimento al tempo della prospettazione”. Citando Calamandrei, nel suo famosissimo discorso agli studenti milanesi del 1955, l’avvocato Passione ha affermato in proposito che “la Costituzione è una polemica contro il presente”. Presenti in udienza Patrizio Gonnella e Susanna Marietti (presidente e coordinatrice nazionale di Antigone), Samuele Ciambriello (portavoce dei garanti territoriali) e le Garanti di Brescia e di Parma, Arianna Carminati e Veronica Valenti. Insieme a Ucpi, all’Associazione italiana dei professori di Diritto penale, alla Società della Ragione, all’Associazione “Passione civile con Valerio Onida” hanno presentato ciascuno un amicus curiae in chiave adesiva all’ordinanza del Tribunale di Firenze. Ora la Corte sarà chiamata a prendere una decisione complessa. Qualora ritenesse la norma incostituzionale e propendesse per pronuncia manipolativa di tipo additivo, dovrebbe solo stare attenta a veicolarla al pubblico per evitare strali su stessa da parte della destra in Parlamento. La decisione non dovrebbe essere interpretata come uno svuotacarceri indiscriminato bensì come un rimedio individuale e temporaneo, attraverso il quale il giudice opererebbe un bilanciamento tra la dignità del recluso e la sicurezza pubblica. Lo Stato non rinuncerebbe alla pena ma sceglierebbe di non infliggerla illegalmente. Il Governo difende le cimici in carcere di Patrizio Gonnella Il Manifesto, 23 settembre 2026 A Sollicciano i detenuti sono costretti a vivere in celle fetide e indecenti. Non è un caso che qualche mese addietro sia intervenuta la magistratura per mettere sotto sequestro parte della struttura. È ammissibile tenere una persona in una cella sovraffollata tra le cimici e l’acqua putrida oppure lo Stato deve differire l’esecuzione della pena? A doversi esprimere è la Corte costituzionale, sollecitata dal Tribunale di sorveglianza di Firenze in un caso dall’enorme rilevanza. Ieri, alla presenza delle parti, si è tenuta l’udienza pubblica. Il carcere da cui è partita la questione è quello fiorentino di Sollicciano, dove i detenuti sono tutt’oggi costretti a vivere in celle fetide e indecenti. Non è un caso che qualche mese addietro sia intervenuta la magistratura di Firenze per mettere sotto sequestro parte della struttura. A tale sequestro il Governo si è sempre opposto in sede giudiziaria, anche di recente, e nulla ha fatto per rimediare a una situazione drammatica e indegna. La questione sollevata dal presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze, e ben argomentata dall’avvocato Michele Passione, parte dunque da Sollicciano, dove Antigone e Magistratura democratica al termine di una visita congiunta avevano affermato che è “impossibile riportare con le parole quello che gli occhi vedono”. La scorsa settimana ci è tornata una delegazione di Antigone, per riscontrare come anche nelle sezioni non sequestrate i detenuti continuino a vivere tra le cimici e l’acqua putrida. Sarebbe stato ben utile se fossero andati a Sollicciano tutti quei deputati o ministri che si sono invece precipitati a visitare Bollate per incontrare il gioielliere Mario Roggero. Se lo avessero fatto forse avrebbero dato altre indicazioni all’Avvocatura dello Stato che ieri, a nome del governo, si è fieramente opposta all’accoglimento della questione, usando argomenti che lasciano basiti. L’Avvocatura - risalendo indietro fino al 2013, anno della condanna europea nel caso Torreggiani e di una precedente sentenza monito della Corte costituzionale - ha sostenuto che molto in questi anni è stato fatto per migliorare la situazione delle carceri, citando in particolare la recente legge sulla detenzione domiciliare per tossicodipendenti nonché il piano di edilizia penitenziaria. Peccato però che i posti letto regolamentari nell’ultimo anno siano addirittura diminuiti e che quella legge, oltre ai suoi tanti limiti, non abbia adeguata copertura finanziaria, per cui usciranno ben pochi detenuti. Non di certo gli ottomila evocati dal ministro Nordio e dall’Avvocato di Stato davanti alla Consulta Al momento in Italia la popolazione carceraria sfiora le 66mila unità, con un tasso di affollamento medio del 142,4%. In alcune galere il numero dei detenuti è doppio rispetto alla capienza regolamentare. L’altro argomento dell’Avvocatura è ugualmente inaccettabile. Secondo il governo, il sequestro di Sollicciano sarebbe prova del fatto che il sistema ha gli anticorpi per prevedere una pena rispettosa dell’articolo 27 della Costituzione. È bizzarro che lo sostenga, posto che si è opposto in tutti i modi al sequestro stesso. Ma l’argomento più incredibile è stato usato in conclusione, quando l’Avvocatura ha richiamato la pratica dei trasferimenti sostenendo che sia sufficiente spostare un detenuto da un carcere all’altro per rimediare al sovraffollamento o alle condizioni degradate di vita interna. Eh no, non è così. Il degrado delle strutture non riguarda solo Sollicciano ma tantissimi altri posti in giro per l’Italia come, per non fare che degli esempi, Pisa, Lucca, Torino, Bologna, Milano San Vittore, Roma Regina Coeli, Augusta. Nessun trasferimento porta fuori da questo sfacelo. Basta leggere l’ultimo rapporto di Antigone per capire come il disastro sia generalizzato. Un disastro determinato anche dalla scelta infausta di tenere gran parte dei detenuti chiusi in cella sino a venti ore al giorno. Se non ci fosse una condizione di degrado generalizzato la camera dei deputati non avrebbe certo votato l’istituzione di una Commissione di indagine sul sistema penitenziario. Partendo dalle celle putride di Sollicciano, la Consulta dovrà sciogliere un nodo che è giuridico, etico e filosofico: la dignità umana è o meno un confine insuperabile anche per chi detiene il potere di punire? L’arbitrio punitivo dell’amministrazione penitenziaria può spingersi fino a degradare la persona a oggetto? Università e carcere, in sette anni gli iscritti sono più che raddoppiati di Ilaria Dioguardi vita.it, 23 settembre 2026 Tra le persone detenute, nell’anno scolastico 2025/26 ce n’erano 1.978 iscritte all’università: nel 2020 si fermavano a 970. Vita anticipa i dati del “Rapporto 2026” della Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari, presieduta da Giancarlo Monina: “Sono 47 gli atenei che hanno un polo universitario attivo nelle carceri”. Le esperienze della Bocconi (Milano) e Tor Vergata (Roma), nelle parole di Marta Cartabia e Marina Formica. E un convegno in Bocconi per il decennale del “Progetto Carceri”. Mille novecento settantotto è il numero degli iscritti all’università in carcere, nell’anno scolastico 2025/2026: 1874 uomini e 104 donne. “Nel 2018/2019 erano 768, nel 2020/2021 il numero era salito a 970, nel 2023/2024 erano 1636. Nel 2025 i laureati nei penitenziari italiani, tra triennali e magistrali, sono stati 57, nel 2020 erano stati 27”. A darci un’anticipazione dei dati del Rapporto della Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari-Cnupp 2026 è Giancarlo Monina, presidente della Cnupp. “La presentazione pubblica del Rapporto è prevista in occasione dell’Assemblea della Conferenza dei rettori delle università italiane-Crui nel prossimo autunno”. Lombardia, Lazio e Toscana le regioni con più iscritti - “Sono 57 le università italiane associate alla Cnupp, che si è costituita nel 2018. Non tutte sono già operative all’interno del carcere, alcune si stanno attrezzando per esserlo. Sono 47 gli atenei che hanno un polo universitario attivo all’interno delle carceri, operativi in 120 istituti di pena su tutto il territorio nazionale”, prosegue Monina. L’indirizzo politico-sociale il più scelto, con il 24% di iscritti, seguito da quello letterario-linguistico-artistico (16%) e da quello psico-socio-pedagogico (15%). Lombardia (365), Lazio (321) e Toscana (252) sono le regioni con il maggior numero di iscritti. Trentino-Alto Adige (1), Umbria (19) e Marche (43) sono quelle con il minor numero di studenti. “Il processo rieducativo in carcere e il reinserimento sociale sono i nostri obiettivi, però la maggior parte dei nostri laureati rimane negli istituti per molto tempo, devono scontare pene lunghissime. Il loro problema è anche quello della qualità della vita in carcere. E studiare durante la detenzione alza il livello di qualità, di dignità della pena. La percentuale di laureati che esce è abbastanza bassa”, continua il presidente della Cnupp. “Non abbiamo ancora dati su quanti dei laureati lavorano. Nella fase di fine pena, che spesso ha un periodo di regime alternativo, è alto il rischio di perdere il contatto diretto con le persone. Per la nostra esperienza, i laureati usciti dal carcere trovano sempre lavoro, ovviamente non sempre si tratta di impeghi attinenti al loro percorso di studi. Sicuramente lo studio accademico aumenta le capacità di relazioni sociali e di capacità lavorativa in generale”. Quanto lo studio cambia le prospettive delle persone detenute? - Studiare in carcere “cambia completamente le prospettive delle persone ristrette. Noi vediamo cambiamenti sui processi di trasformazione, dal punto di vista caratteriale, culturale, della costruzione delle relazioni, del rapporto con se stessi. Forse è questo l’elemento più entusiasmante del nostro lavoro, più che vedere che un detenuto superare un esame. E nelle loro situazioni ogni esame è un’impresa titanica, è molto di più di quanto si possa immaginare”, continua Monina, “per le condizioni di studio, perché spesso riprendono a studiare dopo anni e anni di inattività, inoltre arrivano da percorsi scolastici molto fragili e sono in condizioni di fragilità psicologiche. Lo studio in carcere è veramente trasformativo”. Le difficoltà dello studio negli istituti di pena - “Manca un pieno riconoscimento da parte dell’amministrazione penitenziaria dell’università come istituzione. Ci sono enormi difficoltà di tipo logistico. Quando in un istituto c’è un’aula studio spesso gli studenti hanno pochissimo tempo a disposizione, ci possono andare un’ora al giorno. Spesso non è consentito portare il computer portatile in cella, anche senza collegamenti on line chiaramente”, dice Monina. “Il carcere è un’emergenza umanitaria che il Paese non vuole riconoscere. Con un sovraffollamento di oltre il 140% è chiaro che il diritto allo studio, quando non vengono curate le persone che hanno gli accessi ai denti o con malattie gravi, che vivono in sei in una cella e devono raggiungere il quarto piano di un letto a castello, sembra meno importante. Per noi è fondamentale”, continua, “la battaglia di civiltà per i diritti perché se no non ci sono le condizioni per studiare. La logica securitaria, comprensibile all’interno del carcere, non può diventare un alibi per non aprire gli spazi agli interventi istituzionali di altre istituzioni della Repubblica come l’università”. Da 20 anni Tor Vergata è a Rebibbia - “Dal 2018 ad oggi sono stati 11 i laureati in carcere con il nostro ateneo”, dice Marina Formica, delegata del rettore dell’Università Tor Vergata di Roma per le attività universitarie presso gli istituti penitenziari. Nell’anno scolastico 2025/26 sono stati 68 gli iscritti del secondo ateneo romano. “Iniziammo vent’anni fa a lavorare dentro Rebibbia Nuovo Complesso, siamo stati la prima università del Lazio ad entrare in carcere. Spesso, come capita per tanti laureati, una volta uscite le persone lavorano ma non in maniera coerente col proprio titolo di studio. Cerchiamo di seguire gli studenti il più possibile, una volta fuori. Si creano dei rapporti di conoscenza, che ci piace continuare. Tra tutti gli ex studenti che incontro e sento, nessuno è stato colto per una recidiva”, prosegue Formica. “A mio avviso, il punto principale è il rapporto personale che si deve instaurare tra docente e detenuto. Il valore dello studio (e questo vale per tutti) non è solo nell’acquisizione di un titolo, che ovviamente è importantissimo anche a fini lavorativi, ma è nel fatto che lo studio deve aiutare a fare anche un atto di autocritica, di conoscenza del sé, di progettazione del futuro”. Il problema degli spazi - “Lo studio in carcere aiuta veramente le persone a cambiare perché fa assumere prospettive diverse. Le persone con cui sono rimasta più in contatto hanno ora una visione del sé e del nucleo familiare molto diversa rispetto ad anni fa, con una concezione della persona, dei concetti del valore e della libertà che prima non c’erano”, continua Formica. “A volte mi dicono, ridendo: “Lei ci ha complicato la vita. Prima di studiare tanti problemi non ce li ponevamo, adesso è diverso”. Formica conferma che “c’è veramente una situazione drammatica nelle carceri per il problema degli spazi, anche per quanto riguarda lo studio. I detenuti non possono muoversi da un reparto a un altro, quindi ogni reparto dovrebbe avere la propria biblioteca, il proprio spazio dedito allo studio. Chi è iscritto ad una facoltà a volte si trova in cella con sei-sette persone, tra chi accende la radio, chi la televisione, chi chiacchiera studiare diventa veramente complicato”. La valenza dello studio dal punto di vista personale - “Non c’è strumento migliore per attuare i valori costituzionali sull’esecuzione della pena, volti a dare sempre una seconda chance ai detenuti, che quella di offrire loro una possibilità reale di cambiare vita attraverso lo studio e l’inserimento nel mondo del lavoro”, dice Marta Cartabia, prorettrice all’Impegno sociale e agli Affari istituzionali in Bocconi, sottolineando lo spirito che da dieci anni anima l’iniziativa Progetto Carceri dell’ateneo milanese. “Come università il nostro obiettivo è sempre quello di mettere gli studenti nelle migliori condizioni per arrivare al traguardo della laurea. Credo, però, che, anche quando questo non accade, perché magari interviene un trasferimento o un detenuto deve lavorare per mantenersi in carcere o contribuire al mantenimento della famiglia, il tempo trascorso a studiare assume una valenza molto importante dal punto di vista personale”, prosegue Cartabia. Il corso “consente a queste persone di mettersi alla prova in un contesto per molti insolito e scoprire o riscoprire attitudini nascoste. Una delle difficoltà maggiori per noi è convincere i ragazzi ad accogliere questa possibilità perché loro non credono in sé stessi. Anzi, occorrerebbe irrobustire il lavoro di sensibilizzazione per convincere un numero maggiore di detenuti a darsi una possibilità nello studio”. Un incontro per il decennale del Progetto Bocconi - Un’opportunità che trasforma le vite. 2016-2026: 10 anni del Progetto Carceri Bocconi è l’incontro che si svolge il 22 settembre alle ore 17 all’Aula Manfredini dell’Università Bocconi, a Milano. Dopo i saluti istituzionali del rettore Francesco Billari, intervengono Giancarlo Monina, presidente Cnupp, Pietro Bianchi Fedrigoni, direttore del corso di laurea in Economia aziendale e management Università Bocconi. Seguiranno gli interventi di Salvio Vicari, professore emerito di Tecnologia e gestione dell’innovazione Università Bocconi, Giacinto Siciliano, provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria per il Lazio, l’Abruzzo e il Molise, Elisabetta Genovese, responsabile amministrativa Progetto Carceri Bocconi. Le testimonianze di studenti/laureati saranno seguite dalle relazioni di Carlo Salvato, direttore della Scuola Superiore Universitaria Bocconi, Giorgio Leggieri, direttore della casa di reclusione di Bollate, Rosalia Marino, direttrice della casa di reclusione di Opera, Melissa Miedico, professoressa di Diritto penale e responsabile Legal Clinics, Università Bocconi. Concluderà Marta Cartabia. Penalisti, una settimana di sciopero per la violazione del diritto di difesa di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 23 settembre 2026 L’astensione dalle udienze dal 23 al 29 settembre è stata proclamata dall’Ucpi dopo il caso dei colloqui tra detenuti e difensori captati nel carcere di Perugia e per la mancata risposta sugli accertamenti ispettivi. Da domani, mercoledì 23 settembre, e fino al 29 settembre i penalisti si asterranno dalle udienze e da ogni altra attività giudiziaria nel settore penale. La protesta, proclamata dall’Unione delle Camere penali italiane, nasce dalla mancata risposta delle istituzioni sulla captazione dei colloqui riservati tra detenuti e difensori nel carcere di Perugia “Capanne”, ma investe più in generale quello che l’UCPI definisce un “arretramento delle garanzie” e l’emergenza penitenziaria. Numerose le adesioni sul territorio. Da ultima è arrivata ieri anche la Camera Penale di Isernia. Anche in questo caso i penalisti denunciano una “grave violazione del diritto di difesa e della segretezza dei colloqui tra detenuti e difensori” e lamentano l’assenza di risposte istituzionali ritenute adeguate sugli accertamenti ispettivi richiesti. Nella delibera, l’Unione delle camere penali sottolinea l’inerzia del ministero della Giustizia, nonostante l’impegno assunto dal Ministro della giustizia il 4 giugno scorso di avviare accertamenti tramite l’Ispettorato generale. Al contrario, non è stata fornita alcuna informazione, né dal Ministro né dal Procuratore generale di Perugia, sollecitati con ripetute richieste. A questa vicenda i penalisti aggiungono lo stallo della riforma sul sequestro di dispositivi digitali, i tentativi di ampliare l’uso delle intercettazioni, l’estensione dei poteri preventivi di polizia anche verso i minori, la proposta di modifica dell’imputabilità minorile e la persistente emergenza da sovraffollamento carcerario (139,5% di capienza reale, 33 suicidi nel 2026). All’astensione hanno già comunicato formalmente l’adesione o adottato proprie comunicazioni di astensione numerose Camere territoriali, tra cui Isernia, Monza, Verbania, Belluno, Pordenone, Napoli Nord, Modena, Bolzano, La Spezia, Trani, Nocera Inferiore, Messina, Latina, Reggio Emilia, Bergamo, Siracusa e la Camera Penale Regione Ligure. La mobilitazione è stata inoltre rilanciata dalle Camere penali di Torino, Bologna, Bari, Trento e Imperia-Sanremo e Milano. L’astensione avrà effetti anche su alcuni procedimenti di forte richiamo mediatico proprio a Milano. Non prenderà il via l’udienza preliminare sulla morte di Ramy Elgaml, fissata a Milano per il 24 settembre, che vede imputati l’amico Fares Bouzidi e sette carabinieri. Slitta inoltre ancora una volta la testimonianza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, prevista per il 28 settembre nel processo in cui è parte civile contro Fabrizio Corona, imputato per diffamazione. L’astensione inciderà anche su un’udienza del processo Visibilia, che vede tra gli imputati l’ex ministra Daniela Santanchè. Giustizia riparativa negata al boss Falsone, la difesa contesta la norma sul 41 bis di Gerlando Cardinale agrigentonotizie.it, 23 settembre 2026 La corte rigetta la richiesta ma si riserva sulla questione di legittimità costituzionale. Il 30 ottobre la decisione sull’eventuale invio degli atti alla Consulta e la sentenza. Niente accesso alla giustizia riparativa per il boss agrigentino Giuseppe Falsone, detenuto al 41 bis e condannato in primo grado a 22 anni nel processo Xydi. La corte di appello di Palermo ha rigettato l’istanza presentata dalla difesa. La richiesta puntava a consentire al capomafia di intraprendere un percorso volontario di confronto sulle conseguenze dei reati commessi, senza alcuna cancellazione della condanna o riduzione automatica della pena. La partita, però, non è chiusa: l’avvocato Barbara Garascia ha sollevato una questione di legittimità costituzionale sulla norma che impedisce in maniera assoluta ai detenuti sottoposti al carcere duro di partecipare a questi programmi. Il divieto è stato introdotto nel 2024 con una modifica dell’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Secondo la difesa, la preclusione automatica contrasterebbe con la funzione rieducativa della pena e con il principio di uguaglianza perché non consente al giudice di valutare il percorso del singolo detenuto e la compatibilità con le esigenze di sicurezza. Nell’atto viene richiamata anche la riforma Cartabia, che aveva previsto l’accesso alla giustizia riparativa indipendentemente dal tipo e dalla gravità del reato. Per la difesa, il successivo divieto imposto ai detenuti al 41 bis avrebbe creato “una disparità irragionevole e trasformato la restrizione in una misura esclusivamente afflittiva”. La corte si è riservata di decidere se la questione debba essere trasmessa alla Corte costituzionale. Il processo di appello scaturisce dall’inchiesta Xydi sulla riorganizzazione del mandamento mafioso di Canicattì, sui rapporti fra Cosa nostra e Stidda e sui contatti con l’allora latitante Matteo Messina Denaro. In primo grado Falsone è stato condannato a 22 anni, mentre ad Antonino Chiazza ne sono stati inflitti 29. L’udienza è stata rinviata al 30 ottobre. In quella data i giudici scioglieranno la riserva sulla questione costituzionale e, salvo un eventuale invio degli atti alla Consulta, emetteranno la sentenza. Ivrea. Si suicida in carcere, era un malato psichiatrico di Andrea Scutellà La Sentinella del Canavese, 23 settembre 2026 Era in carcere in custodia cautelare, seppur fosse semi infermo mentalmente. Condizione dovuta a una patologia psichiatrica riconosciuta nell’ambito di due diversi procedimenti penali a suo carico. Lunedì 21 alle ore 23 gli agenti della polizia penitenziaria di Ivrea lo hanno trovato senza vita all’interno della sua cella. Ora la procura di Ivrea ha aperto un fascicolo per chiarire i contorni della sua morte, in particolare il tipo di trattamento a cui era sottoposto e se riuscisse a seguirlo. Il pm Ludovico Bosso, nelle prossime ore, disporrà l’esame autoptico. Prima la struttura, poi il carcere - La vicenda giudiziaria del 42enne originario di Venaria Reale ha inizio nel 2023, quando viene condannato per stalking ai danni di un vicino di casa. La pena viene però sospesa per la semi infermità, appunto, e come misura di sicurezza l’uomo viene messo all’interno di una struttura. Fino a quando, nel 2025, non dà in escandescenze spaccando anche la struttura. È accusato di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Il processo era attualmente in corso e all’uomo era già stata riconosciuta la semi infermità mentale. Era in carcere, appunto, in custodia cautelare perché all’interno della struttura non sarebbe potuto tornare. L’udienza del 24 settembre - La prossima udienza sarebbe stata il 24 settembre. Il suo avvocato, Mario Benedetto, spiega: “Lo avevo visto recentemente e non mi sembrava stesse particolarmente male rispetto alla sua solita condizione. A posteriori però è sempre difficile parlare. Sicuramente ci troviamo di fronte al caso di una persona fragile che purtroppo ha deciso di togliersi la vita, spero vengano fatti accertamenti sulla continuità nel seguire la terapia e se in effetti era controllato”. Quattro suicidi in un carcere piemontese in un mese - Nell’ultimo mese è il quarto suicidio in un carcere piemontese. Gli altri tre a Biella, Verbania e Torino. Tanto che la consigliera di Avs, Alice Ravinale, aveva presentato un’interrogazione: “perché la Garante Regionale di presenti la relazione annuale che il suo ruolo prevede e che ad oggi non è ancora stata depositata, nonostante sia passato più di un anno dalla sua nomina: che venga a riferire in Consiglio una verifica sull’effettiva applicazione dei protocolli contro il rischio suicidario. Occorre affrontare insieme salute, sovraffollamento, personale e condizioni di detenzione”. La garante Monica Formaiano è poi intervenuta sulla vicenda di Ivrea, spiegando che “la sequenza ravvicinata di suicidi rappresenta l’ennesimo campanello d’allarme che non può più essere ignorato perché dietro ogni morte c’è una persona con le proprie sofferenze, il proprio vissuto e una responsabilità collettiva. Come comunità civile - ha aggiunto - non è più sufficiente indignarsi: s’impone una risposta immediata sul fronte della prevenzione e sulla situazione complessiva degli Istituti penitenziari piemontesi. Prevenire queste tragedie significa investire nell’adeguatezza dei servizi sanitari penitenziari come la salute mentale e il sostegno psicologico e nella costruzione di percorsi individuali rivolti soprattutto alle persone più fragili e vulnerabili”. Il sindacato Osapp aveva denunciato per primo l’accaduto precisando che si trattava di “quanto avevamo già preannunciato dopo Biella e Verbania. Con il 30% di polizia penitenziaria in meno negli istituti continueremo ad assistere a drammi inaccettabili. Le carceri italiane sono ormai al completo sfascio e nella più totale disorganizzazione: servono interventi immediati senza ulteriori ritardi”. Augusta (Sr). Interrogazione parlamentare sulla morte in carcere di Francesco Aliseo augustanews.it, 23 settembre 2026 “C’è una famiglia che il 15 gennaio 2026 aveva parlato con il proprio parente detenuto nel carcere di Augusta senza che nulla suscitasse preoccupazione, poi il 21 gennaio la stessa famiglia è stata travolta dalla notizia della sua morte. È sacrosanto che chieda un accertamento della verità, i familiari vogliono sapere cosa è successo in quei pochi giorni. Dalle informazioni apprese dai familiari Francesco Aliseo sarebbe morto dopo giorni di dolori al petto e un ricovero d’urgenza all’ospedale di Siracusa. I familiari sostengono inoltre che non sarebbero stati effettuati accertamenti diagnostici approfonditi”. Lo ha detto in aula alla Camera la deputata palermitana del M5S Valentina D’Orso, capogruppo in commissione Giustizia a Montecitorio. “Oggi il governo, rispondendo a questa mia interrogazione, di fatto conferma che già il 17 gennaio ci sia stato un intervento sanitario perché il detenuto stava male - sottolinea - La risposta del governo è troppo debole, è suo dovere fare tutto il possibile per dare ai familiari le risposte che chiedono. Io oggi in quest’aula porto la voce della famiglia e di una comunità che aspetta delle risposte. Ricordo che altri due decessi dai contorni non ancora chiari sono avvenuti nello stesso carcere di Augusta e che sempre lì, pochi giorni fa, un detenuto in alta sicurezza è fuggito, per poi essere nuovamente fermato. Tutto questo dimostra il tragico affanno in cui si trova la struttura penitenziaria di Augusta così come tante carceri italiane, a partire da quelle siciliane. Dobbiamo renderci conto che nelle carceri si muore anche per cause nebulose e per suicidi. Questo avviene anche perché lì dentro si vive in condizioni disumane e lo Stato non garantisce piena assistenza sanitaria e psicologica e neppure una vera e continua sorveglianza”. Venezia. Infestazione di cimici nel carcere, trasferiti a Padova decine di detenuti di Adamo Chiesa lapiazzaweb.it, 23 settembre 2026 L’infestazione mette ancora sotto pressione Santa Maria Maggiore, già alle prese con sovraffollamento e carenza di personale. I sindacati: “Non entra più nessuno almeno fino alla fine dell’estate”. Cimici sui letti e nelle celle, detenuti trasferiti a Padova e nuovi ingressi bloccati. Il carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia è alle prese con un problema che, soprattutto nei mesi estivi, torna ciclicamente a creare disagi, aggravando una situazione già segnata dal sovraffollamento e dalla cronica carenza di personale. Questa volta, però, le conseguenze sono particolarmente pesanti. Nel giro di pochi mesi, a partire dal primo allarme lanciato dalla struttura a luglio, l’emergenza si è trasformata in una situazione che coinvolge anche il carcere Due Palazzi di Padova, dove vengono accolti i nuovi detenuti destinati all’istituto veneziano. Una situazione che si è intrecciata anche con l’evasione, avvenuta mercoledì pomeriggio, di Baeram Florim, detenuto romeno di 33 anni. Tra gli ultimi casi ci sono Noemi Karibba ed Eric Macaj, arrestati domenica a Mirano con l’accusa di detenzione di circa un chilo di droga. I due ieri sono stati portati nel carcere di Padova. Il loro è uno degli ultimi ingressi “delocalizzati”, conseguenza della decisione di non accogliere nuovi detenuti a Venezia. A confermare le difficoltà sono i sindacati della polizia penitenziaria. Le cimici hanno aggravato una situazione già complicata, caratterizzata da un numero di detenuti superiore alla capacità della struttura e dalla mancanza di personale. Secondo le stime, sarebbero circa cinquanta i detenuti trasferiti in breve tempo con i mezzi della polizia penitenziaria verso Padova. “Santa Maria Maggiore è un carcere stretto, piccolo, diventa un inferno quando si è in troppi e ora abbiamo dovuto chiudere. Basta, non entra più nessuno almeno fino alla fine dell’estate”, spiega il garante dei detenuti di Venezia, Ferdinando Ciardiello. Il periodo estivo, inoltre, coincide con un aumento degli arresti. “Tra maggio e fine settembre aumentano i reati, ospitiamo gli arrestati che arrivano da tutto il litorale veneziano, dove lo spaccio è all’ordine del giorno. In carcere in questo periodo possono arrivare anche dieci persone in poche ore. Insostenibile. Noi letteralmente non abbiamo più letti, non abbiamo le strutture”, aggiunge Ciardiello. Il problema, però, non resta confinato a Venezia. A Padova il trasferimento dei detenuti comporta nuove difficoltà per una struttura che aveva iniziato a ridimensionare, almeno in parte, le proprie criticità. “Il Due Palazzi aveva finalmente cominciato a stabilizzarsi”, spiega il garante Antonio Bincoletto. “I numeri dei detenuti, sebbene comunque superiori a quelli pensati per la struttura, si erano leggermente ridimensionati, il personale riusciva a sostenere i turni senza creare situazioni di insicurezza”. Poi l’emergenza veneziana ha cambiato nuovamente il quadro. “Venezia subisce il sovraffollamento estivo, manca il personale e alla fine sono arrivate anche le cimici. Così molti arrivano da noi”. I numeri indicati dal garante fotografano una situazione già oltre la capienza prevista: nella casa circondariale di Padova ci sono 260 uomini a fronte dei 180 previsti, mentre nella casa di reclusione sono 670, contro una previsione di 480. “Le conseguenze sono pesanti e riguardano il sistema intero, nel suo complesso”, continua Bincoletto. “A farne le spese è la popolazione carceraria. Detenuti veneziani che lamentano la lontananza dai familiari, soprattutto. Ma non solo, il peso ovviamente ricade sulla polizia penitenziaria che deve garantire la sicurezza e anche sui magistrati di sorveglianza, costretti a prendere in considerazione fascicoli di detenuti che molto probabilmente ad un certo punto dovranno essere nuovamente sradicati dal sistema padovano per ritornare, non si sa quando, a Venezia”. Proprio nei giorni della disinfestazione dalle cimici si è verificata anche l’evasione di Baeram Florim. Secondo una prima ricostruzione, il detenuto sarebbe sceso nell’area esterna comune, aggregandosi al gruppo che attendeva la pulizia di un piano. Avrebbe quindi sfruttato quel momento per riuscire a fuggire. Del detenuto, al momento, non ci sarebbe ancora traccia e, secondo quanto riportato nel testo, avrebbe raggiunto la Romania. L’evasione rappresenta così un’ulteriore conseguenza delle difficoltà che da tempo interessano l’istituto veneziano, tra la presenza ciclica degli insetti, il numero di detenuti superiore alla capacità della struttura e un organico della polizia penitenziaria ritenuto insufficiente. Alessandria. Gli avvocati visitano il carcere Don Soria: celle sovraffollate e tensioni quotidiane di Adelia Pantano La Stampa, 23 settembre 2026 Pronto il dossier della Camera Penale dopo la visita alla casa circondariale: “Manca il 30 per cento degli agenti, fra i detenuti c’è clima di insofferenza”. Sei persone in una cella pensata per quattro. Droga e telefonini lanciati dall’esterno, proteste collettive e un clima di tensione crescente. È la fotografia della casa circondariale Cantiello e Gaeta di Alessandria in piazza Don Soria tracciata dalla Camera Penale dopo la visita organizzata nell’ambito dell’iniziativa “Ristretti in agosto” promossa dall’Unione delle Camere Penali Italiane. Ad accompagnare il presidente della Camera Penale, l’avvocato Giuseppe Cormaio, c’erano i colleghi e componenti del direttivo Elisabetta Angeleri, Daniele Amapane e Davide Daghino, che hanno incontrato la vice direttrice Claudia Bono, il comandante della polizia penitenziaria Stefano Bruzzone e il personale dell’istituto. Il dato più immediato è quello del sovraffollamento: 254 detenuti presenti a fronte di una capienza massima di 233. Gli italiani sono 114, circa il 44%, mentre la maggioranza è straniera, con una presenza significativa di cittadini marocchini. Solo il 20 per cento è in attesa di giudizio, mentre gli altri hanno una sentenza irrevocabile. La situazione di difficoltà emerge anche dalla visita nelle sezioni: l celle sono normalmente organizzate per quattro posti letto, ma la Camera Penale ha riscontrato stanze occupate da sei detenuti, nonostante il limite previsto sia di quattro persone. Una condizione che si inserisce in una struttura realizzata nel 1845 e che presenta, secondo la relazione, problemi strutturali e spazi limitati per le attività all’aperto. A pesare sulla gestione quotidiana sono anche le carenze di organico. Nei ruoli degli ispettori e dei sovrintendenti della polizia penitenziaria viene segnalata una scopertura di circa il 30 per cento, mentre gli educatori sono 7 sui 10 previsti. La relazione parla quindi di una “importante scopertura di organico della polizia penitenziaria”, con ricadute sulle prestazioni degli agenti e sulla gestione delle richieste dei detenuti. Criticità anche sul fronte sanitario. Il numero dei detenuti che richiedono assistenza psichiatrica o per problemi di dipendenza “è assai superiore rispetto alle possibilità di gestione concreta”. L’assistenza è garantita dal Servizio sanitario nazionale, con la presenza regolare del SerD e dello psichiatra. Non mancano però le attività per la formazione e il reinserimento: corsi per falegnami, elettricisti, cuochi e muratori, oltre all’alfabetizzazione, rivolta soprattutto agli stranieri. Nel giugno scorso è stato inoltre riutilizzato il teatro circolare interno per uno spettacolo realizzato interamente in carcere. Il capitolo più delicato riguarda la sicurezza. Negli ultimi mesi gli agenti hanno intercettato numerosi “lanci” dall’esterno, con stupefacenti e telefoni. I tentativi, riferisce la relazione, sono avvenuti anche “più volte al giorno”. Si sono inoltre verificati “plurimi episodi di proteste collettive”, con lesioni a danno sia del personale sia dei detenuti. La Camera Penale segnala quindi “una crescente tensione e insofferenza” nei rapporti all’interno dell’istituto. Accanto alle criticità c’è anche il lavoro per il reinserimento. Dal 2020 opera la cooperativa sociale Idee in fuga, impegnata nella ristorazione, nel catering e nella commercializzazione di prodotti realizzati anche con il contributo dei detenuti. Coinvolge inoltre persone ammesse al lavoro all’esterno attraverso l’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario e, come viene riportato nella relazione, ha conquistato negli ultimi tempi “una ampia visibilità”. Alessandria. Slitta la fine dei lavori nel carcere di San Michele, destinato al 41 bis di Adelia Pantano La Stampa, 23 settembre 2026 L’estate è passata e la struttura non è ancora pronta: i tempi sono destinati a slittare di qualche mese. È passato più o meno un anno da quando sono cominciate a circolare le prime voci sulla trasformazione del carcere di San Michele in una struttura destinata a ospitare detenuti sottoposti al 41 bis, il cosiddetto “carcere duro”, applicato in prevalenza a condannati per criminalità organizzata o terrorismo. Un cambiamento già visibile dall’esterno, con la comparsa delle nuove grate alle finestre. Poco dopo si era parlato di febbraio come possibile data per l’arrivo dei primi detenuti. Poi, a fine marzo, era stato Mario Antonio Galati (provveditore dell’Amministrazione penitenziaria di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta) ad annunciare che “l’attivazione è ormai imminente e dovrebbe completarsi entro l’estate”. L’estate, però, è passata e San Michele non è ancora pronto. I tempi sono destinati a slittare di qualche mese, senza una nuova data. Alessandria sarà uno dei sette “hub” nazionali per i detenuti al 41 bis, con una capienza prevista di circa duecento persone. Il progetto rientra nel piano del Governo per concentrare questa popolazione detenuta in strutture dedicate. I primi trasferimenti sono già avvenuti in Sardegna: a inizio settembre circa un centinaio di detenuti sono arrivati nella nuova sezione del carcere di Uta, vicino a Cagliari. Al San Michele sono invece ancora in corso gli interventi di adeguamento e ristrutturazione. La trasformazione richiede standard di sicurezza e soluzioni strutturali più specifiche rispetto a una sezione ordinaria e, durante le verifiche, sarebbero emerse lavorazioni da rivedere, con conseguenze sui tempi. Resta aperto anche il capitolo delle attività che per anni hanno caratterizzato il San Michele: pasticceria, panificazione, cucina gestita dai detenuti, orti, luppoleto per la produzione della birra e coltivazione della lavanda. La Camera Penale le ha definite un “fiore all’occhiello” dell’istituto. Proprio i penalisti alessandrini, nell’ambito di “Ristretti in agosto”, avevano chiesto di visitare anche il carcere di San Michele, ma il Dap ha rigettato la richiesta, spiegando che “sono in corso interventi di adeguamento strutturale e funzionale e non sono presenti detenuti”. Siena. Il caso Ranza davanti alle Sezioni Unite, la sentenza sulla tortura può fare storia di Claudio Coli Corriere di Siena, 23 settembre 2026 Il 26 novembre è una data destinata a fare la storia, in un senso o nell’altro: la Cassazione ha fissato l’udienza delle Sezioni Unite su un rilevante profilo interpretativo della fattispecie di tortura commessa dal pubblico ufficiale, in relazione alla nota vicenda avvenuta nel carcere di Ranza, nel 2018. Se per i dieci agenti di Polizia Penitenziaria imputati dell’abbreviato, dopo l’annullamento del reato di tortura, si torna in Corte di Appello per le sole lesioni, si attende il verdetto finale per i cinque andati nell’ordinario. Sarà stabilito se la tortura dovrà essere considerata reato autonomo o una circostanza aggravante. Intanto sette agenti, finora sospesi in via cautelativa, sono stati reintegrati a lavoro, dopo ben otto anni. “Il reato di tortura deve restare uno strumento efficace contro ogni abuso, ma deve avere confini chiari e rigorosi. Chi lavora nelle sezioni detentive deve poter intervenire per garantire sicurezza e incolumità senza trovarsi successivamente esposto al rischio che un intervento necessario venga trasformato in una gravissima contestazione penale” afferma in vista dell’appuntamento in aula il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE), rilanciando l’analisi di Giovanni Battista de Blasis, pubblicata sul blog della Polizia Penitenziaria, sulla necessità di riscrivere l’articolo 613-bis del Codice penale. “La vicenda di Ranza - sottolinea il SAPPE - riporta al centro il delicatissimo confine tra uso legittimo della forza, eventuale eccesso e tortura”. “Da anni denunciamo che il reato di tortura, se non definito con maggiore precisione, potrà esporre tutti i poliziotti penitenziari a denunce strumentali da parte di delinquenti senza scrupoli, professionisti del disordine e criminali incalliti. Non è una preoccupazione teorica: nelle nostre carceri già oggi sono decine e decine i detenuti che riferiscono presunte violenze, spesso senza prove, esponendo al pubblico ludibrio l’onorabilità istituzionale e personale di Agenti, Assistenti, Sovrintendenti, Ispettori, Funzionari e Dirigenti della Polizia Penitenziaria”. “Ogni abuso reale deve essere accertato e perseguito - precisa il Sindacato - ma una denuncia non può diventare automaticamente una condanna mediatica dell’operatore. La responsabilità deve essere personale e fondata su fatti e prove”. Il Sappe ricorda inoltre che la Polizia Penitenziaria opera in un sistema penitenziario tra i più avanzati sul piano della legislazione trattamentale e rieducativa, svolgendo un compito “prezioso, difficile e delicato”. “Quando in una sezione scoppia una colluttazione, un detenuto aggredisce qualcuno, tenta di farsi del male o oppone una violenta resistenza, il poliziotto deve decidere in pochi secondi. Intervenire può richiedere l’uso della forza; non intervenire può aggravare il pericolo. Non si può chiedere a chi garantisce la sicurezza di lavorare nel timore di dover poi indovinare i confini del reato”. Per il Sappe serve quindi una revisione dell’articolo 613-bis che renda più leggibile la distinzione tra forza necessaria e proporzionata, eccesso illecito e tortura, chiarendo anche il rapporto tra responsabilità individuale e condotte realizzate durante interventi collettivi. “Il legislatore non può lasciare sulle spalle dei singoli operatori l’incertezza della norma. Chiediamo al Governo e al Parlamento di aprire un confronto concreto per riscrivere l’articolo 613-bis, senza abrogare il reato e senza creare zone franche per gli abusi, ma garantendo certezza del diritto a chi ogni giorno entra nelle sezioni per garantire sicurezza, ordine e tutela delle persone”. Trento. Al progetto di APAS “Una casa per ricominciare” il Premio di Solidarietà vitatrentina.it, 23 settembre 2026 È il progetto “Una casa per ricominciare” di A.P.A.S. - Associazione Provinciale di Aiuto Sociale per i detenuti, per i dimessi dagli istituti di pena e per le loro famiglie, a vincere il diciassettesimo Premio di Solidarietà assegnato dalla Fondazione Trentina per il Volontariato Sociale. La consegna del premio è in programma lunedì 28 settembre alle 20.30 all’Auditorium Comunale di Lavis, durante lo spettacolo teatrale “Attraverso la mia ombra” di Mattia Archinito, nell’ambito della dodicesima Settimana dell’accoglienza promossa da CNCA. Nella motivazione, la Fondazione Trentina per il Volontariato Sociale ha sottolineato il duplice valore dell’iniziativa: prevenire l’isolamento nel passaggio alla vita fuori dal carcere e strutturare un’esperienza di volontariato formativa e continuativa. La Commissione di valutazione ha inoltre evidenziato le ricadute positive non solo sulle persone coinvolte, ma sull’intera comunità, con nuove occasioni di relazione, inclusione e partecipazione. Il progetto premiato, durato tre anni tra luglio 2023 e giugno 2026, ha messo a disposizione un appartamento a Levico Terme per persone dimesse dal carcere, seguite quotidianamente da volontari. Vi sono state accolte sette persone, per soggiorni tra i 12 e i 18 mesi. Gli obiettivi erano due: un inserimento lavorativo stabile e la ricerca di una nuova casa al termine del percorso. Tutti e sette hanno trovato un impiego a tempo indeterminato, raggiungendo un’autonomia economica che ha permesso loro di trovare un’abitazione, grazie ai contatti di A.P.A.S. o alle relazioni costruite sul lavoro. Al progetto hanno partecipato 12 volontari, con un turnover naturale nel corso del triennio, impegnati soprattutto nei fine settimana in attività di socialità ma anche di ascolto nei momenti più difficili del reinserimento. Per molte delle persone accolte sono diventati punti di riferimento stabili, in alcuni casi in sostituzione di legami familiari compromessi. Il gruppo di volontari ha infatti seguito un percorso di formazione continua per tutta la durata del progetto. Accanto all’accoglienza abitativa, A.P.A.S. ha realizzato due percorsi rivolti a 20 persone detenute in vista del reinserimento: un laboratorio di teatro sociale in carcere, condotto con un’associazione partner esperta nel settore, e un ciclo di incontri per raccogliere i bisogni dei dimittendi (le persone in uscita dalla detenzione per fine pena), realizzato in collaborazione con l’area trattamentale dell’istituto penitenziario. Attiva in Trentino dal 1985, A.P.A.S. lavora sia con le persone detenute, attraverso ascolto, sostegno e attività lavorative, sia con chi è uscito dal carcere, accompagnandolo nel reinserimento sociale con un’offerta che va oltre l’alloggio e comprende relazioni e opportunità concrete. Roma. Domiciliari per i tossicodipendenti, oggi un confronto sulla nuova normativa agensir.it, 23 settembre 2026 Squillaci (Fict), “il punto centrale della legge 140 non è il diritto alle misure alternative, ma alla cura”. “Dalla pena alla cura. Un’opportunità di recupero, responsabilizzazione, reinserimento per le persone detenute. Strategie, strumenti e proposte operative per una piena ed efficace attuazione della legge n. 140/2026”. È il tema della giornata organizzata oggi dal Centro italiano di solidarietà don Mario Picchi Ets (Ceis di Roma), nella Capitale, in cui comunità terapeutiche, istituzioni e servizi si sono messi a confronto sull’attuazione della nuova normativa. “Adesso si tratta di far funzionare questa legge”. È il messaggio lanciato da Alfredo Mantovano, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Mantovano ha ripercorso il percorso di elaborazione della normativa, dal lavoro degli uffici legislativi all’iter parlamentare, sottolineando il confronto che ha accompagnato la costruzione del provvedimento. Ora, ha evidenziato, la sfida è passare dalla legge alla sua concreta attuazione, attraverso strumenti capaci di produrre effetti reali nei percorsi di recupero. Punto centrale della giornata la tavola rotonda “Il punto di vista delle comunità terapeutiche - Esperienze, criticità e proposte per l’attuazione della nuova normativa”. La tavola rotonda è stata introdotta e moderata da Giovanni Serpelloni e ha visto gli interventi di Luciano Squillaci (Fict), Francesco Vismara (Comunità San Patrignano), Patrizia Saraceno (Centro italiano di solidarietà don Mario Picchi Ets), Biagio Sciortino (Intercear), Gianpaolo Nicolasi (Comunità Incontro Ets) e Luigi Maccaro (Exodus). Le conclusioni e le prospettive sono state affidate ad Andrea Fantoma. Pescara. “Recidiva zero”: la sfida per le imprese è trasformare l’inclusione in una opportunità abruzzopopolare.com, 23 settembre 2026 Il lavoro come strumento concreto di reinserimento sociale, ma anche come leva di responsabilità per le imprese. È questo il tema al centro di “Recidiva Zero. Oltre lo Stigma: l’inclusione lavorativa dei detenuti”, il seminario in programma mercoledì 23 settembre alle ore 17 alla Camera di Commercio di Pescara, nella sala “E. Camplone” di via Conte di Ruvo 2. L’iniziativa è promossa dalla Fondazione AIDP Lavoro e Sostenibilità e dal Cnel, in collaborazione con AIDP Abruzzo e Molise, e sarà possibile seguirla anche in streaming. Il tema assume una particolare rilevanza anche alla luce della situazione del sistema penitenziario regionale. Secondo gli ultimi dati del Ministero della Giustizia, aggiornati al 31 agosto 2026, in Abruzzo sono presenti 2.337 detenuti in otto istituti, a fronte di una capienza regolamentare di 1.821 posti. La situazione riguarda direttamente anche Pescara, dove al 19 settembre risultano 403 detenuti a fronte di 276 posti regolamentari, con 33 posti indicati come non disponibili. In questo scenario, il lavoro rappresenta uno degli strumenti attraverso cui costruire un ponte tra carcere e società. Il programma “Recidiva Zero” del CNEL, sviluppato insieme al ministero della Giustizia, pone infatti studio, formazione e lavoro al centro delle politiche di reinserimento. Secondo i dati presentati dal CNEL, la recidiva generale è intorno al 70%, mentre per i detenuti che lavorano il dato può scendere fino al 2%. Il CNEL evidenzia tuttavia anche la distanza ancora esistente tra il numero complessivo delle persone detenute e quelle effettivamente coinvolte in percorsi lavorativi presso imprese e cooperative. “L’inclusione lavorativa delle persone detenute non può essere considerata soltanto una questione legata al carcere, ma deve diventare una responsabilità condivisa tra istituzioni, imprese e mondo del lavoro - dichiara Isabella Covili Faggioli, Presidente della Fondazione AIDP Lavoro e Sostenibilità-. Per un’impresa, offrire un’opportunità professionale a una persona che ha scontato o sta scontando una pena significa certamente contribuire a un percorso di reinserimento, ma significa anche misurarsi con una delle grandi sfide sociali del nostro tempo: costruire una società nella quale il lavoro sia realmente uno strumento di autonomia, responsabilità e dignità. Le competenze non devono essere cancellate dallo stigma e il passato di una persona non può diventare automaticamente una barriera permanente all’ingresso nel mondo del lavoro. Anche per questo il ruolo dei responsabili delle Risorse Umane è decisivo: possono trasformare l’inclusione da principio astratto a percorso concreto, con strumenti, regole e professionalità adeguate”. Il seminario nasce proprio con l’obiettivo di fornire ai responsabili delle Risorse Umane informazioni, strumenti e percorsi operativi per valutare l’inserimento lavorativo di persone detenute o provenienti da percorsi detentivi. Non soltanto quindi il “perché” dell’inclusione, ma soprattutto il come: dalla selezione all’accoglienza, dall’integrazione nel contesto aziendale ai rapporti con gli istituti penitenziari, fino agli accordi e alle convenzioni. La giornata sarà aperta, tra gli altri, da Isabella Covili Faggioli, presidente della Fondazione AIDP Lavoro e Sostenibilità, Emilio Minunzio, Segretariato per l’inclusione economica, sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale del CNEL, Domenico Giangiulio, presidente AIDP Abruzzo & Molise, Monia Scalera, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, e Roberto Santangelo, assessore al Sociale, Cultura e Formazione della Regione Abruzzo. Nel corso dell’incontro interverranno Filippo Giordano, Professore di Economia aziendale all’università LUMSA, che affronterà gli aspetti sociali ed economici della recidiva e dell’inclusione lavorativa; Giuseppe La Pietra, esperto di orientamento, formazione e inclusione dei lavoratori detenuti, che illustrerà gli strumenti operativi per le Risorse Umane; Francesco Lo Piccolo, giornalista e direttore di “Voci di dentro”, con una testimonianza di imprenditoria in carcere; Luca Mariantoni, docente di Diritto costituzionale alla Sapienza Università di Roma, che approfondirà il quadro normativo e contrattuale, dalla Legge Smuraglia al lavoro intramurario e all’articolo 21 dell’Ordinamento penitenziario. A portare una testimonianza concreta sarà inoltre Giacinto Tenaglia, HR Manager di Geldi S.p.A., con l’illustrazione di un caso aziendale di successo. L’incontro sarà moderato da Rossella Seragnoli, segretario generale della fondazione AIDP. Il tema del lavoro dei detenuti è peraltro al centro di un più ampio percorso istituzionale. Nel giugno 2026 il CNEL ha approvato un parere sulle modifiche alla disciplina dell’organizzazione del lavoro penitenziario, indicando tra le direttrici fondamentali la centralità del lavoro come diritto e strumento di inclusione, l’orientamento ai risultati occupazionali, il collegamento con il mercato del lavoro e la continuità tra il percorso in carcere e il reinserimento all’esterno. L’appuntamento di Pescara, dunque, porta sul territorio abruzzese una questione che riguarda direttamente anche il mondo delle imprese: come trasformare il lavoro da semplice opportunità occupazionale in uno strumento capace di ricostruire autonomia, competenze e relazioni sociali, contribuendo concretamente alla riduzione della recidiva. Pisa. Università e carcere, domani l’incontro “Conoscenza che cura” pisanews.net, 23 settembre 2026 Il Polo Universitario Penitenziario dell’Università di Pisa e la Scuola Superiore Sant’Anna partecipano alle iniziative promosse dalla Cnupp - Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i Poli Universitari Penitenziari nell’ambito della European Researchers’ Night 2026. L’appuntamento pisano, intitolato “Conoscenza che cura: salute, diritti e percorsi universitari in carcere”, si terrà giovedì 24 settembre, a partire dalle 9.30, nell’Aula Magna del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, in via Serafini 3. La giornata rientra nel programma nazionale “Avere cura attraverso la conoscenza”, che metterà in collegamento università e istituti penitenziari di diverse città italiane. Protagonisti dell’iniziativa saranno gli studenti universitari delle Case circondariali di Pisa e Livorno, che condivideranno le proprie esperienze con docenti, rappresentanti dei Poli universitari penitenziari, delle istituzioni e del mondo della ricerca. L’incontro intende sottolineare come i Poli universitari penitenziari non siano soltanto luoghi di formazione, ma anche contesti nei quali produrre conoscenze sulle condizioni di accesso allo studio, sulla salute e sulla vita negli istituti, valorizzando il contributo diretto delle persone detenute. Questa impostazione trova applicazione nel progetto europeo Partner - Participatory Approach for Training, Empowerment, and Health Education Resources in Prisons, coordinato dall’Università di Pisa sotto la guida scientifica di Lara Tavoschi. Il progetto, dedicato all’educazione alla salute e alla costruzione partecipata di strumenti formativi, ha coinvolto anche gli studenti del Polo penitenziario come partecipanti attivi alla produzione di conoscenza. Durante la mattinata interverranno, per l’Università di Pisa, Andrea Borghini, delegato del rettore per il Polo Universitario Penitenziario; Erica De Vita, referente del progetto Partner; Renata Leardi; Tiziano Marzo, referente PUP del Dipartimento di Farmacia; e Gerardo Pastore, delegato PUP del Dipartimento di Scienze Politiche e referente di Partner. Per la Scuola Superiore Sant’Anna sarà presente Emanuele Rossi, delegato per il Polo Universitario Penitenziario. Parteciperà inoltre Alice Lazzarotto, direttrice della Casa circondariale di Pisa. Il programma inizierà alle 9.30 con l’accoglienza dei partecipanti e proseguirà con il collegamento nazionale della CNUPP. Dalle 11.00 alle 12.30 si svolgerà la sessione locale, dedicata alle testimonianze degli studenti di Pisa e Livorno e al confronto tra università, istituzioni e ricerca. Velletri (Rm). Seconda edizione del Got Prison Talent in carcere di Luciano Sciurba Il Messaggero, 23 settembre 2026 Presso la Casa Circondariale di via Cisternense, ieri mattina, da un’idea condivisa tra la direzione del carcere, il servizio giuiridico pedagogico, alcuni artisti dei Castelli Romani, si è tenuto con grande entusiasmo e divertimento la seconda edizione del “Got Prison Talent” in una giornata molto intensa dal punto di vista emozionale, ma molto profittevole e utile per la condivisione e la socialità, al fine del recupero alla vita normale e al rispetto delle regole per i detenuti. Lo spettacolo, a cui hanno partecipato 15 detenuti come cantanti, poeti, attori, ballerini è stato presentato dalla speaker radiofonica Tiziana Mammucari e da Roberto M., uno dei detenuti del carcere. Un programma di apertura al mondo esterno partito da alcuni anni con varie iniziative culturali, sociali, sportive, di spettacolo, grazie al gran lavoro illuminato e costante della direttrice del Carcere dei Castelli Romani, Anna Rita Gentile, agli Educatori della struttura detentiva, diretti dalla dottoressa Sabrina Falcone e degli agenti della Polizia Penitenziaria, in collaborazione con il Ministero della Giustizia, il Provveditorato dell’Amministrazione Penitenziaria , il Tribunale di Sorveglianza di Roma, presieduto dal magistrato Marina Finiti e molte associazioni di volontariato e scuole del territorio. A decretare il vincitore, con premi anche ad altri partecipanti, sono stati i giurati: i cantautori Luca Guadagnini e Lavinia Fiorani, la presentatrice speaker radiofonica Tiziana Mammucari, il maestro musicista Mauro Ingafù, il produttore musicale Fabrizio Brocchieri, i giornalisti Luciano Sciurba e Raffaella Tallarico, collaboratrice del Ministero della Giustizia. Nella foto sopra il vincitore Alessandro R. di Rocca di Papa, con la coppa realizzata dalla direzione carceraria, che ha interpretato “Margini” un suo riflessivo brano rap molto bello ed emozionante che parla della dura vita detentiva e del desiderio di riprendere una vita normale con la propria famiglia. Busto Arsizio. “Rock oltre i confini”, la musica torna in carcere, per unire di Alessandro Mammone malpensa24.it, 23 settembre 2026 Ci sono ben 44 ospiti esterni prenotati per il nuovo appuntamento culturale alla Casa Circondariale di Busto Arsizio, in programma venerdì 25 settembre alle 18. Dietro i cancelli del carcere di via per Cassano andrà in scena “Rock oltre i confini”, un concerto inserito nel calendario di BA Cultura per l’Estate, organizzato in collaborazione con l’amministrazione comunale. Un’iniziativa che, per palazzo Gilardoni, dimostra ancora una volta quanto sia forte il legame tra la struttura penitenziaria e il Comune di Busto Arsizio. Il carcere, infatti, si trasformerà in un autentico palcoscenico, pronto a ospitare un momento di cultura e condivisione a suon di Rock. Lo spettacolo sarà a cura della Staff Room, band composta dagli insegnanti del centro Musicale Concertare. A salire sul palco saliranno Andrea Natoli al pianoforte, Angelo Farolli alla batteria, Silvano Bertula al basso e Luca Musso alla chitarra, accompagnati dalle voci di Anna Marcolongo e Demetra Gamberoni. Il programma promette un vero e proprio viaggio attraverso la musica degli ultimi decenni, con brani dagli anni Settanta fino ai giorni nostri, riletti in chiave pop e rock. Un repertorio pensato per coinvolgere il pubblico e accompagnare una serata che, oltre alla dimensione musicale, si inserisce in un progetto più ampio di apertura della struttura alla città. Lo spettacolo sarà infatti riservato, oltre che ai detenuti, ad un pubblico maggiorenne. Date le caratteristiche del luogo, infatti, la partecipazione richiedeva una procedura specifica che prevedeva la prenotazione del posto entro il 15 settembre tramite mail all’ufficio cultura del Comune. Hanno risposto in 44. Non è la prima volta che la Casa Circondariale bustocca apre le proprie porte a iniziative culturali. Nel recente passato gli spazi della struttura hanno infatti ospitato presentazioni di libri, mostre e concerti, inseriti anche all’interno dei festival cittadini e accolti con apprezzamento sia dai detenuti sia dai visitatori. Un percorso che prosegue ora con un nuovo appuntamento musicale, pensato per portare all’interno del carcere un repertorio capace di attraversare diverse generazioni. Umbria da fuoriclasse: l’educazione digitale come strumento di emancipazione per i detenuti di Luca Verdolini Ristretti Orizzonti, 23 settembre 2026 Il progetto nato nell’ambito del bando Fondo per la Repubblica Digitale. Favorire il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti e delle persone in regime di esecuzione penale esterna attraverso percorsi di formazione digitale: è questo il progetto “Umbria da Fuoriclasse: competenze digitali e reinserimento lavorativo per detenuti o affidati nella Regione Umbria”, promosso e sostenuto dal Fondo per la Repubblica digitale, in collaborazione con il Cnel e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia e realizzato dalle cooperative sociali Frontiera Lavoro di Perugia, Il Cerchio di Spoleto, ACTL di Terni e Quadrifoglio di Orvieto. Saranno 320 le persone che potranno beneficiare gratuitamente delle azioni previste dall’intervento progettuale con l’obiettivo di ridurre il rischio di recidiva tra i detenuti. In Italia, dove la popolazione degli istituti penitenziari ha superato le 63mila unità nel 2025, soltanto il 30% dei detenuti è coinvolto in percorsi formativi, mentre la formazione professionale interessa una quota ancora più limitata, intorno al 7%, per non parlare poi dell’offerta legata alle competenze digitali. È in questo scenario che si inserisce il progetto “Umbria da fuoriclasse”, che evidenzia l’urgenza di portare l’alfabetizzazione digitale all’interno delle strutture penitenziarie regionali, offrendo ai detenuti e alle persone in esecuzione esterna gli strumenti oggi più richiesti dal mercato del lavoro. Insegnare alle persone in carcere i mestieri del digitale può essere un’opportunità di riscatto personale: un passaggio che punta sulle competenze come porta di accesso alle opportunità di lavoro. L’intervento progettuale, che avrà una durata di 24 mesi, si sviluppa a partire dall’analisi dei bisogni formativi e lavorativi delle persone in esecuzione penale, evidenziandone la necessità di sviluppare competenze per il loro reinserimento sociale e lavorativo attraverso una prima azione che prevede colloqui individuali con i beneficiari. Successivamente i partecipanti avranno l’opportunità di partecipare a percorsi formativi riguardanti laboratori teorici e pratici per l’acquisizione di competenze utili per gestire la propria identità digitale e accedere ai servizi on line oppure a laboratori di genitorialità al fine di promuovere l’uso consapevole della tecnologia e la sensibilizzazione sui rischi connessi all’utilizzo del web da parte dei minori, entrambi i laboratori avranno una durata di 10 ore ciascuno. Un ulteriore percorso, della durata di 88 ore, riguarderà la formazione digitale professionalizzante con successiva esperienza presso le aziende del territorio regionale che hanno aderito al progetto relativamente ai seguenti ambiti professionali: macchine a controllo numerico, competenze digitali per la logistica, domotica e installazione, competenze digitali per l’agricoltura. L’attività di mediazione aziendale, al termine dei percorsi formativi, sarà finalizzata a favorire il reinserimento sociale e lavorativo dei partecipanti attraverso l’individuazione di opportunità lavorative coerenti con le competenze acquisite e promuovendo l’incontro tra le esigenze delle imprese e le potenzialità dei partecipanti. Una persona non è definita una volta per tutte dai propri errori. Vi è sempre un’opportunità di riscatto se si incontra qualcuno che ti guarda con uno sguardo diverso e ti offre una nuova possibilità. Certamente, poi sta alla persona, al detenuto, approfittare delle opportunità. In questa prospettiva il digitale è un facilitatore per diversi motivi: sono mestieri del presente e del futuro e rappresentano delle professionalità di cui avremo sempre più bisogno, in questa nostra era digitale. “Oggi le competenze digitali rappresentano una leva fondamentale per il reinserimento sociale e lavorativo, ma risultano ancora poco diffuse nei percorsi disponibili - spiega Roberta Veltrini, presidente di Frontiera Lavoro. Con il progetto ‘Umbria da Fuoriclasse’ vogliamo contribuire al mandato rieducativo costituzionale ampliando in modo concreto le opportunità di accesso alla formazione e a percorsi di riabilitazione, sostenendo azioni formative capaci di generare impatto reale dentro e fuori gli istituti penitenziari”. Migranti. Il soccorso negato diventa segreto militare di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 23 settembre 2026 Tra poche settimane il giudice amministrativo di Roma discuterà un ricorso destinato a misurarsi con una forma di segreto di Stato. Lo hanno presentato i familiari di oltre settanta persone scomparse nel Mediterraneo centrale, assistiti da ASGI Medea, dopo due dinieghi opposti dalla centrale nazionale che coordina il soccorso in mare: il comando romano della Guardia costiera, indicato negli atti internazionali con la sigla Imrcc. Le famiglie volevano sapere una cosa sola: che cosa è stato fatto dopo la segnalazione di un’imbarcazione in pericolo. La risposta è stata che quei documenti riguardano pianificazione, programmazione, condotta e analisi di attività operative, e che mostrarli potrebbe danneggiare la sicurezza nazionale e le relazioni internazionali. Quella formula non nasce per l’occasione. Per comprendere il comunicato delle famiglie, di ASGI Medea e di Alarm Phone, bisogna fare riferimento all’articolo 1048 del dpr 90 del 2010, il regolamento che raccoglie le norme sull’ordinamento militare. Alla lettera q di quell’elenco compaiono “programmazione, pianificazione, condotta e analisi di attività operative-esercitazioni NATO e nazionali”: documenti che restano invisibili fino a cinquant’anni, in nome della sicurezza, della difesa nazionale e dei rapporti con gli altri Stati. Mezzo secolo di attesa, per chi cerca un figlio adesso, equivale, di fatto, a un no definitivo. I fatti stanno in poche righe. E nessuno li contesta. La sera del 26 agosto 2025 da Zuwara, in Libia, parte un’imbarcazione. L’ultimo contatto è della mattina dopo, quando un parente riceve la posizione: 64 miglia nautiche a nord di Zuwara, 95 a sud-ovest di Lampedusa. A bordo ci sono soprattutto persone somale, poi egiziane, eritree, pachistane e bangladesi. Nella notte fra il 27 e il 28 agosto Alarm Phone viene avvertita che i contatti sono saltati e allerta le autorità competenti. Poi il silenzio. Nessuno l’ha soccorsa e nessuno l’ha fermata in mare: né i libici, né i tunisini, né gli italiani, né i maltesi. Anche le organizzazioni non governative che in quei giorni navigavano in quel tratto di mare hanno fatto sapere di non aver mai incontrato quella barca. Nei mesi successivi i parenti si sono rivolti uno a uno ad Alarm Phone e ad ASGI Medea. Da quelle segnalazioni è uscito un elenco di 73 nomi. Un dettaglio va riportato per quello che è, visto che non è possibile verificarne l’autenticità: alcuni familiari hanno ricevuto telefonate da numeri europei non identificabili e, in un caso, una persona ha detto di trovarsi detenuta in un carcere italiano su un’isola. ASGI scrive che non è stato possibile verificarla né collegarla con certezza all’imbarcazione. Resta il fatto che una famiglia, per sapere se il figlio è vivo, è costretta a inseguire una chiamata anonima. La prima richiesta di accesso agli atti è del 4 febbraio 2026, la seconda di maggio. Chiedevano una cosa precisa: che cosa hanno fatto le autorità italiane nelle ore successive all’allarme lanciato da quella barca. Non i piani di pattugliamento del canale di Sicilia. Non gli accordi con Tripoli. Le telefonate, gli orari, le decisioni di quelle ore. Entrambe le richieste sono state respinte con la stessa motivazione, e il secondo diniego è finito davanti al giudice amministrativo. Un corpo militare per una funzione civile - Le famiglie hanno usato lo strumento che la legge chiama accesso difensivo: l’articolo 24, comma 7, della legge 241 del 1990 dice che un documento va mostrato quando serve a chi lo chiede per difendere un proprio diritto. All’udienza si deciderà se un elenco di categorie riservate, scritto in un regolamento, possa avere la meglio su una richiesta di questo tipo. Qui la faccenda diventa tecnica, ma fa comprendere il meccanismo. Il Corpo delle capitanerie di porto è un corpo specialistico della Marina militare, ma il soccorso in mare non è un’attività militare: dipende dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, indicato come autorità nazionale responsabile dal dpr 662 del 1994, cioè il regolamento con cui l’Italia ha dato attuazione alla convenzione di Amburgo del 1979 sulla ricerca e il salvataggio in mare, ratificata con la legge 147 del 1989. Lo stesso decreto affida al Comando generale delle capitanerie il coordinamento generale dei servizi di soccorso. Ricevere la telefonata di chi sta affondando, dichiarare lo stato di emergenza, chiedere alle navi vicine dove si trovano: sono atti di un servizio civile di salvataggio, annotati su registri, brogliacci e tracciati radar. Chiamarli pianificazione operativa di un reparto militare li sposta in un’altra casella giuridica. Quella dove la trasparenza si ferma. Contro questa lettura le famiglie hanno costruito il ricorso su un principio mai usato prima in Italia per un caso simile: il diritto alla verità, cioè il diritto dei parenti di sapere che fine hanno fatto i loro congiunti e in quali circostanze. Non è un’invenzione. L’articolo 32 del Primo Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra riconosce alle famiglie il diritto di conoscere la sorte dei dispersi. La Corte interamericana dei diritti umani lo ha ampliato lavorando sulle sparizioni forzate in America Latina, da Barrios Altos contro Perù del 2001 fino a González e altre contro Messico del 2009, dove viene affermato l’obbligo degli Stati di indagare. La Corte europea dei diritti dell’uomo lo ha riconosciuto nei casi dei prigionieri consegnati alla Cia, Abu Zubaydah contro Lituania e Al Nashiri contro Romania, entrambi del 2018: la verità sulle violazioni gravi non riguarda solo le vittime, ma l’intera collettività. In Italia lo hanno applicato i giudici civili nelle cause sul disastro di Ustica. Quando le carte si ottengono - Cosa succede quando i documenti si ottengono lo si è visto una volta sola. L’11 ottobre 2013 un peschereccio partito anch’esso da Zuwara affondò a sud di Lampedusa: 268 morti, decine di bambini. Il Comitato per i diritti umani dell’Onu, il 27 gennaio 2021, ha stabilito che l’Italia aveva violato il diritto alla vita non rispondendo con prontezza alle chiamate di soccorso. Nel processo davanti al Tribunale di Roma i reati sono caduti in prescrizione, ma i giudici hanno scritto nero su bianco che la nave militare Libra poteva muoversi ore prima. Il 24 giugno 2024 la Corte d’appello ha confermato quella ricostruzione, respingendo le richieste di assoluzione dei due ufficiali imputati. Si è arrivati lì perché un pubblico ministero aveva potuto sequestrare i registri della sala operativa, i fax, le comunicazioni radio. Documenti dello stesso tipo di quelli che oggi, davanti a una richiesta amministrativa, vengono definiti materia operativa e ricoperta dal segreto. Intanto, il mare continua a restituire quello che nessuno va a prendere. Dal 14 agosto gli aerei di Sos Méditerranée e Sea-Watch e la barca a vela di Resqship hanno contato una ventina di corpi alla deriva a una cinquantina di miglia da Zuwara, e la Guardia costiera italiana ha spiegato al quotidiano Domani di avere girato la segnalazione ai libici, non essendo competente su quell’area. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, dall’inizio del 2026 nel Mediterraneo centrale si contano almeno 872 morti o dispersi, il 24 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2025, quando erano stati 702. Il ricorso non chiede di riscrivere le politiche migratorie. Chiede un orario, una registrazione, la prova che quella notte qualcuno abbia guardato lo schermo. Una madre, nel documento delle famiglie, scrive di suo figlio Ayuub e ripete due volte la stessa domanda: dov’è, che cosa gli è successo. Lo Stato italiano finora non ha detto nemmeno se possiede o no un documento su quella barca. Il 7 ottobre si vedrà se il segreto militare regge davanti a un giudice. Migranti. La propaganda che nega la cura di Maria Stagnitta Il Manifesto, 23 settembre 2026 La vicenda dei ventitré medici sottoposti a perquisizioni nell’inchiesta sulle certificazioni sanitarie per persone migranti destinate ai Centri di permanenza per i rimpatri (CPR) solleva una questione che va oltre la piena solidarietà ai medici. Quanto è libera una valutazione clinica quando il suo esito può fermare un trattenimento? E che cosa accade se la tutela della salute viene percepita come un intralcio all’esecuzione delle politiche migratorie del Governo e alla sua propaganda? La risposta deve essere inequivocabile. Il medico non è un ingranaggio delle politiche migratorie, né un ausiliario dell’apparato di sicurezza. Il suo compito è valutare le condizioni di salute della persona che ha davanti e agire secondo scienza, coscienza e responsabilità professionale. Se una persona è malata o se il trattenimento può aggravare le sue condizioni, il medico deve poterlo certificare senza essere trasformato in un ostacolo alle politiche del potere. I CPR sono luoghi nei quali la tutela della salute e della dignità della persona entra in conflitto con la logica stessa del trattenimento. La detenzione amministrativa di persone che non hanno commesso un reato sembra essere diventata una zona franca nella quale i diritti fondamentali vengono compressi in nome dell’efficienza delle espulsioni. Le condizioni al loro interno, le difficoltà nell’accesso alle cure e le conseguenze sulla salute fisica e mentale delle persone trattenute sono state denunciate da anni da organizzazioni del volontariato, organismi di tutela e comunità medico-sanitarie. Di fronte a tutto questo, la risposta non può consistere nel criminalizzare chi quelle condizioni le vede e le certifica. La risposta deve essere mettere in discussione il sistema dei CPR, e superarlo. La privazione della libertà non può essere la risposta ordinaria alla condizione amministrativa di una persona. La dignità non può essere sospesa all’ingresso di un centro di permanenza, né l’esigenza di espellere una persona può prevalere sul suo diritto fondamentale alla salute. La politica può decidere le proprie leggi. La magistratura deve accertare eventuali responsabilità. Ma la medicina deve rimanere libera di fare il proprio mestiere. Rifiutiamo ogni tentativo di trasformare i medici che tutelano i propri pazienti in protagonisti di una presunta “associazione a delinquere”. È impossibile non pensare, davanti a questa vicenda, a Victor Hugo e a I miserabili. Hugo raccontò una società nella quale la legge, quando perde di vista la persona, può diventare uno strumento di esclusione e persecuzione. Raccontò quanto sia facile per un sistema trasformare gli esseri umani in categorie e identità amministrative, dimenticando ciò che viene prima di tutto: la loro umanità. È una lezione che conserva tutta la sua forza. Le persone rinchiuse nei CPR non cessano di essere persone perché prive di un titolo di soggiorno. Non cessano di avere diritti perché lo Stato ha deciso di trattenerle. Non cessano di avere diritto alla salute perché la loro presenza sul territorio è considerata irregolare, e i medici che le curano non diventano complici di qualcosa di illegale, semplicemente perché esercitano fino in fondo la propria professione rispettando il Giuramento di Ippocrate. Per questo bisogna essere al fianco dei ventitré medici, della loro autonomia professionale e del diritto di ogni persona, indipendentemente dalla nazionalità e dalla condizione amministrativa, a ricevere cure adeguate e vedere rispettata la propria dignità. Se oggi un professionista rischia di diventare un criminale perché certifica la malattia di una persona che lo Stato vuole espellere, allora il problema non è quel medico. È un sistema crudele che pretende di mettere la salute dopo la detenzione, la persona dopo la procedura e i diritti dopo l’espulsione. È quel sistema che deve essere cambiato. Migranti. Io, magistrato, dico: “Onorevole Cucchi, i reati a fin di bene non esistono” di Alessandro Riello* Il Dubbio, 23 settembre 2026 La parlamentare Ilaria Cucchi ha contestato l’operato dei pubblici ministeri di Ravenna impegnati nell’indagine sui presunti falsi certificati per impedire il trasferimento dei migranti nei CPR, affermando di “percepire” la loro attività inquirente, asseritamente in contrasto con la Costituzione, come un’intimidazione, e che comunque questa non la fermerà nella sua azione politica contro i Centri di Rimpatrio. A fronte di chi ha definito inaccettabili le sue dichiarazioni, rimarcando come l’attività dei magistrati non possa essere piegata a letture o interpretazioni in chiave di contrapposizione politica, la stessa ha affermato di essere d’accordo “in linea di principio”. Nel compiere una lettura attenta del pensiero della senatrice, verrebbe da dire che il diavolo si nasconde nei dettagli. Il riferimento al “percepire” come intimidatorio lo svolgimento di attività giudiziaria e di dolersene pubblicamente presuppongono - spiace dirlo - una concezione decisamente invadente ed autoreferenziale della propria attività politica. Sembra che Cucchi non accetti alcuna intromissione di sorta dell’Autorità Giudiziaria nell’accertamento di possibili reati, quando questi sono volti a realizzare scopi che ella ritiene giusti in base alla propria visione politica. Una rivisitazione in chiave moderna del machiavellico “il fine giustifica i mezzi”. Anziché, magari, rimarcare che la lotta contro i CPR deve essere condotta nei modi e nelle sedi opportune, e che non avrebbe tollerato azioni di chicchessia volte a perseguire con mezzi illeciti le finalità auspicate, la Cucchi pare essersi rifugiata nella confortevole quanto aberrante categoria dei reati a fin di bene. Parimenti inquietante è la condivisione delle affermazioni a tutela dell’operato della magistratura solo “in linea di principio”. Tale precisazione preoccupa fortemente, perché pare essere frutto di un’idea distorta della democrazia e del rapporto fra poteri dello Stato. L’azione dei magistrati viene evidentemente ritenuta legittima fin tanto che conviene. Un revirement non da poco rispetto alle plurime dichiarazioni della stessa parlamentare nel corso degli anni e, in particolare, nella recente campagna referendaria contro la riforma costituzionale della giustizia. Attenderemo fiduciosi i risultati del lavoro della procura di Ravenna, quale che ne sia l’esito. E delle parole di Ilaria Cucchi ci dimenticheremo presto. Ma diffidiamo, noi magistrati, dai tanti, troppi tifosi interessati ad intermittenza al nostro lavoro, pronti ad andarsene sbattendo la porta quando cambia il vento. *Magistrato Dda Catanzaro Migranti. Il giudice Riello vede il “diavolo” in chi tutela i diritti ma non l’inferno dentro i Cpr di Ilaria Cucchi* Il Dubbio, 23 settembre 2026 Mi sono ripromessa di non intervenire più sull’inchiesta di Ravenna ma l’autorevolezza del vibrante, a tratti livoroso, attacco politico che mi rivolge il dottor Riello per la funzione che ricopre, che rispetto profondamente, mi costringe a fare qualche precisazione. Tutti siamo soggetti al diritto di critica per le funzioni pubbliche che svolgiamo e per i ruoli che ricopriamo. Nessuno escluso. L’alto magistrato dice di aver letto attentamente il mio pensiero e di avervi scorto “il Diavolo” di una “invadente ed autoreferenziale attività politica”. Mi accusa di non voler accettare alcuna intromissione da parte della magistratura “nell’accertamento di possibili reati quando essi sono volti a realizzare scopi che ella ritiene giusti in base alla propria visione politica”. Io avrei “una visione distorta del rapporto tra i poteri dello Stato”. Riterrei l’azione dei magistrati legittima fintanto che mi conviene. Secondo lui avrei compiuto “un revirement” rispetto alle mie posizioni prese durante la campagna referendaria contro la riforma costituzionale. “Noi magistrati diffidiamo - conclude - dai tanti tifosi interessati ad intermittenza al nostro lavoro, pronti ad andarsene sbattendo la porta quando cambia il vento”. Sulla inchiesta di Ravenna ho già detto tutto. Non volevo mancare di rispetto a nessuno. Tanto meno ai magistrati ma ho semplicemente descritto il mio stato d’animo nell’esercitare il mio diritto di critica per il mancato rispetto dell’art 68 della Costituzione. Mi scuso se ho urtato la sensibilità di qualcuno, ma credo fermamente nel rispetto della Costituzione che ho difeso tanto nel referendum quanto in questa occasione secondo scienza e coscienza. Il dottor Riello, attento a cercare il diavolo che ci sarebbe in me, non si è accorto che non solo ho dichiarato di rinunciare alle mie prerogative mettendomi a disposizione della procura, ma ho pure consentito la pubblicazione della mia chat. Questo e solo questo. Rispetto all’idea distorta che avrei della democrazia e del fatto che riterrei legittima l’azione della magistratura fin tanto che mi conviene, francamente non capisco cosa sottende a questa grave accusa. Mi chiedo se abbia mai visitato un Cpr per vedere in quali condizioni vi vivono essere umani come noi, privati di ogni diritto e dignità, spesso senza nemmeno aver commesso alcun reato. Ne ho visitati tanti e l’angoscia che mi ha afflitto è stata insopportabile. Spesso ne ho pianto. Posto che mai e poi mai mi sognerei di violare la legge per difendere i diritti violati, mi chiedo quale sarebbe la mia convenienza nell’ostacolare l’azione dei magistrati. Sono autoreferenziale? Mio fratello è morto di giustizia. I miei genitori sono morti consumati da centinaia di udienze molte delle quali sono letteralmente stati vittime di torture psicologiche. Anni di processi sbagliati nei quali mai abbiamo perso fiducia nella Giustizia e nella magistratura. Fiducia nelle istituzioni e nella stessa arma dei carabinieri che alla fine abbiamo vista costituirsi parte civile affianco a noi. Noi, solo pochi giorni dopo aver visto il cadavere di Stefano morto in quelle terribili condizioni, lo abbiamo denunciato alla magistratura per la droga che abbiamo trovato a casa sua. Noi siamo quelli. Per lei questa è autoreferenzialità? Il mio lavoro in Parlamento è sotto gli occhi di tutti. Compreso quello all’interno della Giunta delle autorizzazioni a procedere. Lei parlando a nome di tutti i magistrati, dichiara di diffidare di me. Dice che è cambiato il vento. Sono parole forti. Saprà quel che dice. *Senatrice di Avs Migranti. La lezione dello Zio Sam e gli scolari “stranieri” di Gian Antonio Stella Corriere della Sera, 23 settembre 2026 Le scelte americane all’inizio del secolo scorso per “integrare”. Problemi? Certo. Ma l’idea di fondo era chiara: l’immigrazione doveva essere regolata, ma non chiusa. “Quanti sono da voi gli immigrati d’origine italiana?”. “Spiacenti. Noi siamo del parere che in questo paese tutti sono Americani, e non desideriamo incoraggiare alcuna ricerca tendente a differenziare gli Americani di una discendenza dagli Americani di discendenza diversa”, rispose secco il soprintendente scolastico di Boston a Amy Bernardy. Non bastasse, ricorda Maddalena Tirabassi che dedicò il libro Ripensare la patria grande alla straordinaria giornalista italo-americana che lasciò pagine bellissime sui nostri immigrati negli Usa, l’autorità scolastica aggiunse: “Conseguentemente, la School Committee non possiede le informazioni che formano oggetto della vostra ricerca. Né desideriamo che i soprintendenti delle scuole raccolgano statistiche o forniscano informazioni sul tema”. Ovvio: l’obiettivo dello zio Sam era usare la scuola per integrare gli immigrati. Punto. Era il 1909. Dalla fine della Guerra civile (1866) gli Usa che avevano allora 35 milioni di abitanti, accolsero fino all’inizio della I Guerra Mondiale, 26,2 milioni di immigrati che parlavano una infinità di lingue diverse. Non avevano paura dei nuovi arrivati? Certo. E non mancarono ostilità, argini legislativi, odii xenofobi, linciaggi. Di base, però, lo zio Sam, quale che fosse il presidente, aveva una idea fissa: l’immigrazione doveva essere regolata, ma non chiusa. E i bimbi nati negli States (dunque americani alla nascita) diventavano in automatico americani, senza manco fare la domanda, con la naturalizzazione dei genitori, in genere dopo 5 anni. Fa effetto, oggi, leggere l’insistenza con cui tanti parlano di alunni “stranieri” nelle nostre scuole a fronte di numeri ufficiali secondo cui il 65,4%, cioè due su tre, è nato in Italia. Quanto allo slogan anti-vannacciano “non più del 30% per classe”, citiamo Tuttoscuola: “Sono 1.523 le scuole che ospitano le classi oltre lo standard fissato nel 2010 da una Circolare del ministro Gelmini, che il Governo Meloni intende ora far valere per legge. 7 su 10 sono al nord, 363 si trovano in Lombardia. E, tra queste, sono ben 420 le scuole dell’infanzia dove si va ben oltre il tetto del 30%, e nelle quali i bambini italiani sono in minoranza”. Auguri. Speriamo che l’equilibrio sia trovato. La lezione americana però è un’altra: per integrare e crescere dei buoni cittadini occorre considerarli, davvero, dei con-cittadini. Così che possano sentirsi tali.