La situazione delle carceri italiane tradisce il volere dei Padri costituenti di Flavia Palomba Il Fatto Quotidiano, 22 settembre 2026 La situazione delle carceri italiane è ormai al collasso, nel chiuso di una cella le parole della Costituzione italiana si scontrano con una dura realtà, l’art. 27 terzo comma stabilisce con assoluta chiarezza che: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” , eppure la cronaca recente ci racconta una storia diversa, la piaga dei suicidi in carcere non si attenua, e questo rappresenta una sconfitta per uno stato democratico. I numeri parlano chiaro: 82 detenuti si sono tolti la vita nel 2025, l’anno in corso ha confermato questo tragico trend, infatti si registrano ulteriori vittime già dai primi mesi, ed un numero elevatissimo di episodi di autolesionismo, a testimoniare come molti carcerati abbiano individuato nella morte l’unica via di fuga. Un aumento drammatico che impone una doverosa riflessione sulle condizioni della vita detentiva, sul supporto sanitario e psicologico e sulla tenuta del sistema penitenziario nel suo complesso. Una sequenza di morti che si consuma nel silenzio, e che rappresenta una sconfitta delle istituzioni. La privazione della libertà personale, la lontananza dagli affetti, lo stravolgimento della propria quotidianità sono elementi che incidono duramente sul piano emotivo e psicologico del detenuto. Vi sono delle responsabilità delle istituzioni in questa crisi? Sicuramente le condizioni materiali e psicologiche in cui il sistema penitenziario versa da anni, in primo luogo il sovraffollamento, gli istituti italiani hanno ormai superato il 142% della capienza effettiva, costringendo più persone in spazi angusti, privi di una vivibilità elementare. Per tale motivo l’Italia fu già condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), con una sentenza dell’8 gennaio del 2013. La Corte aveva analizzato le condizioni di vita nelle celle italiane e stabilito parametri quantitativi e qualitativi molto rigidi. A distanza di anni da quella storica condanna l’Italia è ricaduta nei medesimi indici di sovraffollamento. A questo si aggiunge la carenza di personale specializzato (psicologi, mediatori culturali, assistenti sociali) e non viene garantito l’ascolto, il supporto, per persone in uno stato di fragilità. In quest’ottica la pena ha una funzione meramente punitiva, che neutralizza l’essere umano, dimenticando quanto sancito dai padri costituenti, che auspicavano un percorso di riabilitazione sociale. Ma quando si azzera la speranza di un futuro, e si è condannati in uno spazio senza tempo, la pena diventa disumana. La punizione non deve fondarsi sull’odio e sul supplizio ma sulla ragione e sulla misura, un ambiente degradante, violento e disumano non rieduca, anzi desensibilizza, porta all’odio ed al rancore. L’individuo che ha commesso un reato non è un soggetto perduto ed irrecuperabile, il termine rieducazione crede nella perfettibilità dell’essere umano, e nella sua capacità di cambiare. La rieducazione offre istruzione, lavoro, relazioni, affinché l’individuo possa comprendere il disvalore sociale della propria azione e ricostruire il patto di cittadinanza con la società. Da agosto è in vigore il decreto “svuota carceri”, che dovrebbe alleggerire la pressione sugli istituti di pena, stabilendo per chi sta scontando una pena per dipendenza da droga o alcol il diritto a curarsi in una comunità terapeutica. Ma il percorso è ancora in salita, sarà necessario potenziare le strutture alternative al carcere (comunità di accoglienza) ed investire sul personale specializzato. Il provvedimento non riduce nell’immediato la popolazione carceraria, vi sono dei limiti legati alla copertura economica, pertanto la situazione resta ancora drammatica. Senza riforme strutturali l’emergenza suicidi continuerà a consumarsi nell’indifferenza, smarrendo del tutto il senso di umanità e di rieducazione imposto dalla Costituzione. Carcere, i penalisti: “Disastro che mina la democrazia” di Valentina Stella Il Dubbio, 22 settembre 2026 “Fate attenzione ché se vince il Campo Largo avrete Nicola Gratteri come ministro della Giustizia”: a lanciare l’allarme è stato il vice ministro Francesco Paolo Sisto durante il convegno “Lo stato generale dell’esecuzione penale. Anatomia di un disastro. Analisi e proposte”, organizzato dall’Ucpi sabato a Firenze, scelta non a caso per avere uno dei peggiori carceri d’Italia, quello di Sollicciano. Un incontro tra avvocati, accademici come Gian Luigi Gatta, Roberto Bartoli, Davide Bertaccini, esperti come Lucia Castellano, politici, Garanti chiamati a proporre soluzioni. “È necessario che ciascuno, nel proprio ambito, faccia del carcere una testimonianza di civiltà”, ha proseguito Sisto per cui “necessitiamo di un gioco di squadra: il problema non può essere risolto solamente da una norma, ma ogni professionista del settore dovrebbe contribuire a risolverlo”, compresa la magistratura “che dovrebbe far ricorso a più misure alternative e pene sostitutive”. In tema di sovraffollamento ha ricordato l’investimento di 900 milioni per il Piano di edilizia penitenziaria che ha permesso di recuperare, a oggi, 700 posti detentivi, tra manutenzione e interventi strutturali. Ha ribadito il suo no ad amnistia e indulto: “Si corre il rischio di essere diseducativi. Ben venga, invece, la liberazione anticipata”. Peccato che quando c’era da votarla FI ha scelto di non rompere il patto di maggioranza. Tutti sabato, nella sala dell’Hotel Adriatico, erano consapevoli della drammaticità della situazione carceraria: “La fase descrittiva è finita” ha ribadito l’ex garante Nazionale Mauro Palma, puntando il dito contro il Dap “privo di cultura penitenziaria”. “Al sovraffollamento umano nelle prigioni si accosta quello delle cimici del letto”, ha detto con black humor l’avvocato Giampaolo Catanzariti. “A Rebibbia le cassette della frutta erano messe fuori dalla cella per evitare che topi e blatte entrassero” ha raccontato la legale Maria Brucale. “È impensabile che uno vada in carcere già sapendo di essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti” ha evidenziato il professore Glauco Giostra. Perché, come ha detto nel suo messaggio alla platea Augusto Barbera, già presidente della Corte costituzionale, “il detenuto non è solo un colpevole che ha un debito da pagare ma è soprattutto una persona, scontata la pena, da restituire alla società, nel pieno rispetto della sua riconquistata e ricostituita dignità”. Ma allora che fare dinanzi a tale “degrado della democrazia” (cit. Rita Bernardini) in attesa che si costruiscano nuovi posti? In questo ultimo anno di legislatura è impensabile che si possano mettere in campo soluzioni che affrontino l’emergenza qui ed ora. Però cosa aspettarsi dalla imminente campagna elettorale? “Amnistia o indulto sono gli unici provvedimenti in grado di affrontare complessivamente due questioni strettamente legate: carcere e giustizia. Auspico che ci siano un’iniziativa da parte delle Camere penali o dell’associazione Nessuno tocchi Caino durante la campagna elettorale”, che “lancino un appello trasversale” affinché “il problema del carcere venga affrontato e risolto” ha detto Roberto Giachetti, deputato di Iv. Federico Gianassi, capogruppo dem in commissione giustizia della Camera, auspicando nella prossima campagna elettorale “un patto tra le forze politiche anche di orientamento diverso” sul carcere ha sottolineato i profili di incoerenza del pensiero di Nordio: “In passato ebbe a dichiarare che l’errore, l’equivoco della destra, è quello di pensare di garantire la sicurezza attraverso l’inasprimento delle pene, la creazione di nuovi reati e magari con un sistema carcerario come quello che abbiamo che diventa criminogeno. Ora si è sconfessato da solo”. Per Riccardo Magi, deputato di +Europa, “non possiamo accettare che il disastro dell’esecuzione penale e del carcere in Italia venga ridotto alla soluzione dell’edilizia carceraria: è ovvio che se si realizzano altri 10.000 posti, quei posti saranno riempiti in un attimo. L’obiettivo deve essere quello di dimezzare le presenze in carcere portandole a circa 30.000 persone, ampliando l’accesso alle misure alternative per reati meno gravi”. Per Samuele Ciambriello, portavoce dei garanti territoriali, “a dirigere il Dap non mettiamo sempre magistrati e magistrati antimafia, ma mettiamoci i provveditori, i direttori delle carceri, qualcuno che conosce”. Le conclusioni le ha svolte il presidente dell’Ucpi, Francesco Petrelli, avanzando due proposte: “Intanto, sottrarre il problema carcere alla contesa elettorale, qualcuno ha parlato di de-elettoralizzazione del problema carcerario, farne oggetto di ragionamenti condivisi e deideologizzati nella speranza che ci siano volenterosi” propensi a “risolvere quella che è divenuta un’emergenza sociale”. Ma “se ciò non fosse possibile, ciascun partito dichiari in maniera trasparente il proprio progetto per risolvere questa emergenza. Non può essere una soluzione tampone. Il carcere ha bisogno di una complessiva rivisitazione culturale e questo significa svelare la truffa delle etichette e quindi la formula populista secondo cui carcere significa più sicurezza”. Intanto pare che l’ufficio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale sia “inidoneo” a ospitare gli uffici e in più da due mesi il ministero della Giustizia non provvede a riparare l’ascensore rendendo di fatto impossibile alle persone in primis disabili di accedere ai piani superiori. Altro che “estrema”, la cella in Italia è la “prima ratio” di Antonio Mazzocchi* Il Dubbio, 22 settembre 2026 Il sistema carcerario italiano si trova da tempo in uno stato di perenne emergenza. Le cronache quotidiane restituiscono l’immagine di istituti al collasso, dove l’indice di affollamento supera stabilmente i limiti della dignità umana. Di fronte a questa realtà drammatica, la risposta della politica oscilla spesso verso una soluzione apparentemente pragmatica ma storicamente fallimentare: l’edilizia penitenziaria. Costruire nuove carceri o ampliare i padiglioni esistenti viene presentato come il rimedio definitivo per decongestionare le celle. Si tratta, tuttavia, di un miraggio. La storia recente dimostra che l’aumento dei posti letto non fa altro che generare un effetto moltiplicatore, una sorta di “legge di indotto” per cui i nuovi spazi vengono rapidamente riempiti dall’incessante automatismo della macchina giudiziaria. La risposta all’emergenza non si trova nel cemento ma nel codice. Per risolvere strutturalmente il sovraffollamento è necessario agire sulle cause anziché sugli effetti, operando una decisa e coraggiosa deflazione penale. Il nostro ordinamento soffre di un’ipertrofia legislativa, che ha trasformato il diritto penale nella prima e non nell’estrema risposta ai conflitti sociali. Negli anni si è assistito a una proliferazione di nuove fattispecie di reato, spesso dettate dall’onda emotiva del momento, che hanno intasato i tribunali, e, di conseguenza, le carceri. È tempo di invertire la rotta attraverso una drastica depenalizzazione dei reati minori e di quegli illeciti che non colpiscono beni giuridici primari. Sfoltire il codice penale significa sottrarre al circuito carcerario una massa di micro-conflittualità che potrebbero essere gestite, più efficacemente, attraverso sanzioni amministrative, pecuniarie e civili. Accanto alla depenalizzazione, la deflazione penale deve realizzarsi attraverso il potenziamento strutturale delle misure alternative alla detenzione e la valorizzazione della giustizia riparativa. Il carcere non può rimanere l’unica soluzione immaginabile nell’orizzonte culturale del Paese. Affidamento in prova ai servizi sociali, detenzione domiciliare, lavori di pubblica utilità non devono essere considerati “sconti di pena” o concessioni eccezionali, bensì pilastri fondamentali di un sistema sanzionatorio moderno e diversificato. I dati, del resto, parlano chiaro: la percentuale di recidiva crolla drasticamente tra coloro che scontano la pena sul territorio rispetto a chi subisce detenzione tradizionale. Scommettere sulle misure alternative non significa essere indulgenti, ma essere efficaci, garantendo una maggiore sicurezza collettiva attraverso un reale reinserimento sociale, come prescritto dall’articolo 27 della nostra Costituzione. Focalizzare il dibattito sulla riforma del codice e sulla deflazione significa anche operare una razionalizzazione delle risorse pubbliche. Costruire e mantenere nuove strutture carcerarie richiede investimenti miliardari e tempi burocratici incompatibili con la tempestività richiesta dall’emergenza attuale. Al contrario, finanziare gli uffici di esecuzione penale esterna, la magistratura di sorveglianza e i servizi sociali sul territorio rappresenta un investimento ad alto rendimento sociale ed economico. L’illusione che il problema del sovraffollamento si risolva con una cazzuola e un po’ di mattoni deve essere definitivamente superata. La vera sfida non è creare più spazio per punire, ma ripensare il modo in cui lo Stato esercita la sua pretesa punitiva. Solo attraverso una profonda riforma del codice, che metta al centro la deflazione penale e restituisca alla detenzione il ruolo di extrema ratio, sarà possibile sanare la ferita delle nostre carceri, trasformandole da luoghi di mera sofferenza a spazi di legalità e rinascita. *Avvocato La salute dietro le sbarre non ha bisogno di burocrati di Mauro Palma Il Manifesto, 22 settembre 2026 Di fronte a una richiesta di autorizzazione per la privazione della libertà di una persona, chi deve esprimere il parere deve valutare dove e come sarà trattenuta e tenere conto della soggettività della persona stessa, con le sue eventuali fragilità, anche di carattere sanitario. Una quindicina di anni fa, a proposito del trasferimento in un altro Stato di persone private della libertà, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha affermato che quando risulta violato l’obbligo del rispetto della loro dignità deve risponderne non solo chi accoglie la persona ristretta nelle proprie strutture in condizioni inaccettabili, ma anche di chi ha deciso di inviarvela malgrado tutto. Da allora questa via della giurisprudenza si è consolidata e quel principio si deve riflettere anche nelle decisioni all’interno di ciascun paese che fa parte della Convenzione europea. Di fronte a una richiesta di autorizzazione per la privazione della libertà di una persona, chi deve esprimere il parere deve valutare dove e come sarà trattenuta e tenere conto della soggettività della persona stessa, con le sue eventuali fragilità, anche di carattere sanitario. Particolarmente difficile, quindi, il compito di autorizzare o meno il trattenimento di una persona straniera formalmente irregolare in un Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr), sulla base delle sue condizioni di salute: non basta il fondamento legale della richiesta, perché intervengono molti fattori che solo un accertamento accurato può fare emergere e che sono difficilmente riassumibili in quella crocetta che si vede nei moduli prestampati utilizzati a tal fine da molte aziende sanitarie. Vi si intravede spesso una formalità burocratica e non un accertamento individuale specifico; non per scarsa etica professionale di chi opera, ma per la difficoltà della considerazione di molti parametri in poco tempo. Eppure su quella decisione pesa una doppia responsabilità. In primo luogo perché non può esserci un parametro astratto a cui riferirsi, avulso dal dove avverrà quel trattenimento - eufemismo utilizzato per non dire che si tratta di detenzione - e da come il luogo e le sue regole influiranno sulle condizioni della persona che sta per esservi ristretta. Inoltre, perché la persona giudicata idonea, vedrà da quel momento in poi la sua salute affidata a un circuito del tutto esterno a quello della collettività. Entrambi questi aspetti entrano in campo quando un medico è chiamato a autorizzare il trattenimento in un Cpr. Non serve aggiungere altre descrizioni di questi luoghi a quanto gli organi di garanzia hanno più volte segnalato, circa l’assoluto vuoto di tempo, l’assenza di una qualsiasi caratterizzazione degli spazi, vuoti anch’essi perché destinati al nulla, e di una minima attenzione alle fragilità delle persone che vi sono ristrette. Ne è sorta anche un’azione popolare promossa da un nutrito numero di docenti delle università romane, in sostituzione del sindaco di Roma e con l’intervento anche di tredici associazioni che operano in questo ambito, contro il ministero dell’interno per le condizioni strutturalmente inumane e degradanti, riscontrate e documentate, in questo caso nel Cpr di Roma, chiedendone la chiusura. Analoga questione si è posta a Bari, dove è un altro Cpr, mentre organizzazioni della società civile si muovono lungo la stessa via in altre città. Proprio la tutela della salute è punto rilevante di queste valutazioni: va ricordato, per esempio, che le condizioni del cosiddetto “Ospedaletto” del Cpr di Torino, che nulla avevano che potesse far pensare a un ambiente di tutela della salute e dove un giovane in difficoltà si suicidò dopo giorni di abbandono, vennero denunciate in procura dall’Autorità di garanzia che allora presiedevo, che sono state conseguentemente oggetto di condanna penale e che il Centro stesso è stato chiuso per un buon periodo di tempo. Può, quindi, una valutazione medica, nell’esprimere il parere sull’idoneità di una persona a essere trattenuta in un Cpr prescindere da ciò che su di essi è documentato, noto, limitandosi a considerare parametri psico-fisici in modo astratto e non connettendoli alla tipicità del luogo di destinazione? La risposta è ovvia ed è ancor più sostenuta dal fatto che, come già accennato, a una positiva valutazione non segue alcunché. Perché il diritto alla salute - che, ricordiamo, la Costituzione definisce “fondamentale”, ed è l’unica volta che utilizza tale aggettivo - non si esprime in questi casi nella completezza che tale tutela richiede: il servizio medico nei Cpr non è parte del servizio sanitario nazionale e, quindi, risponde all’Ente privato che ha avuto la gestione del centro e che ha pur sempre vincoli e logica di carattere interno. D’altra parte la debolezza di tale tutela si unisce a quella analoga della tutela giurisdizionale perché non esiste una norma di carattere primario - cioè una legge - che stabilisca le regole del trattenimento in tali Centri: manca l’aderenza all’obbligo costituzionale espresso dall’articolo 13 della Carta che pone la limitazione della libertà personale sotto la duplice riserva di una decisione giudiziaria adottata sulla base di una legge che non solo ne preveda i casi, ma anche stabilisca i modi della sua attuazione. La Corte Costituzionale si è espressa in merito all’assenza di una legge che definisca, appunto, i modi di questa privazione della libertà personale, nello scorso anno, con la sentenza numero 96, e ha riconosciuto che tale assenza costituisce un grave vulnus alla riserva assoluta di legge per tutto ciò che concerne la libertà personale, pur non giungendo tuttavia alla dichiarazione di totale illegittimità costituzionale di tale privazione della libertà, forse nella speranza che il legislatore sani questa falla quanto prima. Ma, nel frattempo, occorre che chi ha la responsabilità di dare il parere favorevole a inviare una persona in un Cpr sia ben accorto, attento alla soggettività delle persone, alle loro debolezze e anche alle condizioni del luogo dove la persona sarà inviata. Un’accortezza che riguarda il giudice di pace per il proprio parere sul piano giuridico e il medico dell’azienda sanitaria territoriale per quello sanitario. Per questo è giusto diffondere informazioni, costruire una competenza, attivare una rete di esperienze e segnalare quelle attenzioni mediche che in una visita sanitaria spesso fatta sotto l’implicita pressione di chi deve compiere l’operazione del trattenimento, potrebbero essere scarsamente prese in considerazione. Così come è importante far conoscere a colleghi, che forse non sanno, quali siano le caratteristiche dei luoghi verso cui stanno confermando l’invio delle persone e come essi siano al centro di carenze e critiche. Per questo, pur in attesa degli esiti che le autorità di giustizia stanno conseguendo, l’azione informativa e di diffusione di conoscenza del dottor Nicola Cocco è encomiabile e tale è stato il suo apporto come esperto del Garante nazionale, nelle visite, nei seminari di riflessione, nella conoscenza diretta di questi luoghi. Il rischio recidiva non basta per il carcere alla madre incinta di Patrizia Maciocchi Il Sole 24 Ore, 22 settembre 2026 Malgrado la stretta messa in atto con il decreto sicurezza 2025, non è possibile negare la sospensione della pena per la donna con un figlio minore. Il generico rischio di recidiva non basta per negare la sospensione della pena alla madre incinta con un figlio minore di tre anni. La Corte di cassazione ha così accolto il ricorso di una donna di origine rom, che aveva al suo attivo una serie notevole di furti, contro la decisione Tribunale di Sorveglianza di Roma, di disporre, dopo la sua condanna, l’esecuzione della pena presso un Istituto di custodia attenuata per detenute madri. I giudici avevano, infatti, respinto la domanda di differimento della pena, chiesta dalla ricorrente per lo stato di gravidanza e per essere madre di prole inferiore a tre anni. Il motivo del no stava nel “particolare livello di pericolosità sociale della donna (numerosi precedenti per reati predatori commessi per lungo tempo e sino ad epoca recente)”. Un “curriculum” che rendeva non applicabile il differimento, neppure nella forma della detenzione domiciliare, perché la misura non garantiva un controllo costante della condannata. La stretta dal nuovo decreto sicurezza - La difesa della donna trova, però, la chiave per vincere il ricorso proprio nella norma, decisamente peggiorativa, per le detenute madri, introdotta dal Dl 48 del 2025, il cosiddetto decreto sicurezza, che ha reso facoltativo e non più obbligatorio il differimento della pena per le detenute madri con figli sotto i tre anni. Una stretta che impone, però, al Tribunale di Sorveglianza, in caso di diniego del differimento, di indicare “una situazione di pericolo, di eccezionale rilevanza, della commissione di altri delitti”. E per la Suprema corte la generica indicazione di pericolo di recidiva non rientra nella nozione della “eccezionale rilevanza” del rischio che vengano commessi nuovi delitti. L’eccezionale rilevanza del rischio - La Cassazione chiarisce, infatti, che “con tale espressione il legislatore ha realizzato un complesso bilanciamento tra le esigenze di tutela della donna in gravidanza, del nascituro e della prima infanzia (da un lato) e quelle della collettività (dall’altro), imponendo - scrivono i giudici - al giudice di sorveglianza, in caso di diniego del differimento (anche nelle forme della detenzione domiciliare) una motivazione “rafforzata” rispetto all’ordinario pericolo di reiterazione di condotte devianti”. Se, in generale, l’esistenza di una condizione di pericolosità soggettiva si può desumere dalla semplice constatazione della “serialità” di condotte illecite, nel caso della donna incinta con un figlio molto piccolo non basta. Il giudice che nega il differimento, in questa particolare condizione, deve, infatti, motivare in modo specifico circa una elevatissima probabilità di riproduzione della condotta illecita, pure in un contesto caratterizzato da profili di evidente fragilità della donna. La decisione è, dunque, annullata con rinvio per un nuovo giudizio. Firenze. Sollicciano, se il carcere viola i residui di libertà dei detenuti di Andrea Pugiotto Il Domani, 22 settembre 2026 Nella struttura penitenziaria fiorentina infiltrazioni, muffe, umidità, cimici, roditori e fatiscenza strutturale compongono un quadro incompatibile con la dignità umana. Non è una generica denuncia politica: la magistratura ha accertato le violazioni e impartito ordini all’amministrazione, eppure la detenzione illegale è proseguita. Davanti a tutto ciò cosa può fare un giudice? Può lo Stato, punendo chi ha violato la legge, violare le proprie leggi? Può continuare a detenere una persona in condizioni inumane e degradanti, vietate dalla Costituzione, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dall’ordinamento penitenziario? È l’interrogativo, semplice ma terribile, cui oggi la Corte costituzionale dovrà rispondere. Una domanda che nasce dal carcere fiorentino di Sollicciano, dove infiltrazioni, muffe, umidità, cimici, roditori e fatiscenza strutturale compongono - da anni - un quadro incompatibile con la dignità umana. Non è una generica denuncia politica. Il tribunale di sorveglianza di Firenze muove dal caso incarnato di un detenuto che ha attivato tutti i ricorsi disponibili. La magistratura ha accertato le violazioni e impartito ordini all’amministrazione; eppure la detenzione illegale è proseguita. Quando tutti i rimedi falliscono, che cosa può fare un giudice? Oggi, nulla di risolutivo. Da qui la quaestio che investe il codice penale (art. 147) e l’ordinamento penitenziario (art. 47-ter). Il giudice fiorentino chiede una sentenza additiva che consenta - come ultima istanza - il differimento facoltativo della pena quando essa debba svolgersi in condizioni inumane e degradanti, eventualmente eseguendola ai domiciliari. Non una liberazione automatica. Non un condono mascherato. Non uno strumento per svuotare indiscriminatamente le carceri. Si tratterebbe di un rimedio individuale, temporaneo e residuale, affidato al prudente bilanciamento del giudice tra dignità del detenuto e sicurezza collettiva. Lo Stato non rinuncerebbe alla pena: rinuncerebbe soltanto a infliggerla illegalmente. La dialettica processuale si è arricchita alla vigilia dell’udienza. Il Governo insiste per l’inammissibilità o il rigetto della quaestio. Nonostante il caso in esame dimostri l’opposto, sostiene che l’ordinamento già offra una pluralità di tutele e che la scelta di un ulteriore rimedio spetti al legislatore. Invoca inoltre fatti sopravvenuti: il trasferimento del detenuto a Porto Azzurro, il sequestro preventivo di sette sezioni di Sollicciano, il loro sgombero e i lavori programmati. Proprio questi fatti, in realtà, provano il contrario. Se è stato necessario sequestrare e svuotare interi reparti, ciò conferma il degrado denunciato. E un trasferimento amministrativo, possibile solo se altrove c’è posto, non è il rimedio giurisdizionale che manca: sposta la violazione da un detenuto a un altro, da un carcere all’altro. La difesa dell’interessato ricorda poi un principio assodato: la rilevanza processuale della quaestio si valuta quando è sollevata e non viene cancellata da successive vicende di fatto. Non meno eloquente è la partecipazione di sei amici curiae: l’Associazione dei professori di diritto penale, l’Unione Camere penali, Antigone, Società della Ragione, Garanti territoriali e Associazione “Passione Civile con Valerio Onida”. Nei loro interventi convergono su un punto: i rimedi oggi esistenti non bastano quando l’amministrazione non riesce a far cessare la violazione in tempo. Occorre un fusibile al sistema, per evitarne il cortocircuito incostituzionale. La Corte lo sa da tredici anni. Nella sentenza numero 279/2013 riconobbe la necessità di assicurare la “fuoriuscita dal circuito carcerario” del detenuto sottoposto a condizioni contrarie al senso di umanità. Dichiarò tuttavia inammissibile la quaestio allora sollevata perché, tra le molte soluzioni possibili, la scelta spettava al Parlamento. Ma aggiunse che non sarebbe stato tollerabile il protrarsi dell’inerzia legislativa riservandosi, in un successivo giudizio, di adottare le decisioni necessarie. Quel giudizio ora è arrivato. Nel frattempo il legislatore ha introdotto rimedi utili, ma incapaci di interrompere davvero, nel caso estremo, una pena inumana già accertata. Ed è cambiata anche la giurisprudenza costituzionale: quando è in gioco un diritto fondamentale, il rispetto della discrezionalità legislativa non è più un dogma. La Corte può scegliere - tra opzioni già presenti nell’ordinamento - una soluzione costituzionalmente adeguata, lasciando poi libero il Parlamento di sostituirla con un’altra. L’udienza di oggi, dunque, riguarda ben più di Sollicciano e di un solo detenuto. Sono in gioco la legalità dell’esecuzione penale e l’affidabilità della parola della Corte. Tredici anni dopo il suo monito, il silenzio del legislatore non può diventare l’alibi per un nuovo silenzio dei giudici costituzionali. Milano. Le lauree e i master da detenuti: le vite ripartite di Denis e Mattia di Giorgio Paolucci Avvenire, 22 settembre 2026 Da 10 anni l’università Bocconi ha avviato borse studio e video lezioni per chi si è macchiato di un reato. La prorettrice Marta Cartabia: “Li accompagniamo fino al lavoro superando pregiudizi e diffidenze”. Due giovani finiti in carcere con pesanti condanne. Due vite che sembravano essere arrivate troppo presto al capolinea. E che invece sono ripartite, portando con sé un messaggio che parla alle istituzioni e alla società: un uomo non deve essere identificato con il reato che ha commesso e la detenzione può diventare un’occasione di riscatto. Denis viene da una famiglia “regolare”, a scuola andava bene, ma il fascino della droga ha finito per prevalere sullo studio, e così la vita ha preso un’altra direzione: discoteche, ristoranti, auto potenti, donne, sempre a caccia del rischio e dell’adrenalina. Nel 2018, dopo vari arresti per reati legati al traffico di stupefacenti, la condanna a 11 anni. Nel carcere di Opera, nel Milanese, c’è tanto tempo a disposizione, “dipende da te l’uso che vuoi farne: puoi stare in branda, sudare in palestra, giocare a carte tutto il giorno. Io ho scelto di rimettermi a studiare e dopo tre anni ho preso il diploma alberghiero, poi è arrivata la sorpresa che non mi aspettavo: un bando per iscriversi al corso di laurea triennale in Economia aziendale e Management alla Bocconi, con l’iscrizione e le tasse pagate, grande opportunità per costruire un futuro diverso dal passato in cui mi ero perso”. Denis ha fatto la maggior parte del suo percorso seguendo le video lezioni messe a disposizione dall’ateneo e sostenendo gli esami in carcere, dopo la laurea ha trovato lavoro grazie a un servizio messo a disposizione dall’ateneo. Ora è in affidamento sul territorio, esce di casa alle 7 e rientra alle 23, a febbraio 2027 il fine pena. Mattia in carcere era entrato pochi mesi dopo avere compiuto 18 anni, sulle spalle una condanna a trent’anni per omicidio. Mamma Giuseppina, straziata dal dolore, gli strappa una promessa: continuare gli studi, prendere il diploma. Promessa mantenuta, e anche per lui la sorpresa di poter partecipare al bando della Bocconi riservato ai detenuti. “A scuola mi accontentavo di galleggiare, lo studio non è mai stato una priorità. Ma volevo mettermi alla prova anche se, conoscendo le mie capacità, le probabilità di superare il test di ammissione erano poche. E invece, con mia grande sorpresa, ce l’ho fatta”. Dal fronte giudiziario arrivano buone notizie: al processo in appello la condanna scende da 30 a 14 anni, il traguardo del fine pena si fa più vicino, si ravviva la speranza di una vita diversa. Mattia supera gli esami studiando in carcere, si laurea, poi accede al master in Marketing e Comunicazione usufruendo dell’articolo 21 dell’Ordinamento penitenziario che consente la frequenza dei corsi universitari. E così, dopo 8 anni di detenzione, torna ad assaggiare il sapore della libertà. La cerimonia di proclamazione del master è il coronamento di un sogno, seguono uno stage e l’assunzione presso una multinazionale. “Studio e lavoro, due trampolini per tornare da protagonista nella società. La mia vita è ripartita”. Martedì 22 settembre Denis e Mattia racconteranno la loro storia nel corso di un evento organizzato nella sede dell’ateneo per celebrare i 10 anni del Progetto Carceri Bocconi, attivo a Opera e dal 2023 anche a Bollate. Gli studenti che partecipano al progetto sono 15, 6 sono già laureati e lavorano. Vengono offerti l’iscrizione al triennio con contributi a carico dell’ateneo, i libri di testo, dispense e materiale in formato elettronico, computer (senza accesso a internet) con le videoregistrazioni degli insegnamenti obbligatori, una tutorship didattica. “La Bocconi è nota come luogo di formazione di eccellenza, meno nota è l’attenzione alla dimensione sociale - spiega la professoressa Marta Cartabia, prorettrice con delega all’impegno sociale e agli affari istituzionali -. Un elemento che ci caratterizza è l’accompagnamento che arriva fino al posto di lavoro, un passaggio delicatissimo per chi deve fare i conti con pregiudizi e diffidenze. Questo progetto permette di scoprire e valorizzare i talenti che sono presenti anche in carcere, e contribuisce a fare rinascere la speranza. Accompagnare un detenuto a cambiare strada è un contributo alla prevenzione e ad aumentare la sicurezza, un tema che non può essere gestito solo in termini repressivi. Come recita il titolo dell’evento che promuoviamo, l’inclusione educativa è un’opportunità che cambia la vita”. L’università fa bene al carcere, ma è vero anche il contrario: “Ascoltare i giovani detenuti raccontare la loro storia, il valore aggiunto portato dallo studio al percorso di rigenerazione umana, diventa qualcosa di molto motivante per tutti gli studenti. È un guadagno per tutti”. Milano. “Per loro lo studio rappresenta un mezzo di riscatto personale” di Giorgio Paolucci Avvenire, 22 settembre 2026 Parla il presidente della Conferenza dei Poli universitari penitenziari. Sono 1.978 le persone detenute o in regime alternativo al carcere iscritte all’università, con un trend in aumento: 104 sono donne, il 5 per cento della popolazione femminile detenuta; tra i maschi la percentuale è di poco inferiore al 3 per cento. Sono in tutto 124 gli istituti penitenziari interessati, 57 le università che fanno parte della Conferenza nazionale dei Poli universitari, con una partecipazione crescente di atenei privati, tra i quali la Bocconi. L’88 per cento è iscritto a corsi di laurea triennali, il 12 per cento alla magistrale. “E l’anno scorso abbiamo registrato un nuovo, significativo traguardo - racconta il professor Giancarlo Monina, presidente della Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i Poli universitari penitenziari. Una persona detenuta nel carcere di Parma ha conseguito il dottorato”. Gli indirizzi più frequentati sono quelli umanistici: scienze politiche, scienze della comunicazione, lettere, lingue, giurisprudenza. Solo il 6 per cento è iscritto al circuito Stem (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica). La frequenza ai corsi di carattere tecnico-scientifico è penalizzata dall’impossibilità di accedere a laboratori e alla strumentazione necessaria. “Lo studio in carcere è una grande opportunità di riscatto personale e in molti casi diventa un trampolino per tornare da protagonisti nella società - dice Monina. Purtroppo ci sono ancora molti ostacoli da superare per garantire un adeguato accesso. Mancano aule studio e collegamenti elettronici protetti, chi studia in cella deve fare i conti con il sovraffollamento che è un male endemico. Per favorire un salto di qualità sarebbe necessario attivare una efficace didattica a distanza, anche se questa naturalmente non deve sostituire il rapporto umano che rimane un elemento fondamentale. Il Dipartimento per l’innovazione tecnologica che fa capo al Ministero della Giustizia dovrebbe attivarsi per favorire questa dinamica”. L’età media degli studenti è alta, 47 anni, per molti la scelta dell’università non ricopre anzitutto una finalità professionale ma è la dimostrazione del proprio valore di fronte a se stessi e agli altri, in particolare i familiari. “Su 65mila detenuti, almeno 15mila sono in prigione da decenni, e lo studio - anche quello universitario - rappresenta per loro una grande occasione di riscatto personale. Il 15 per cento della popolazione detenuta vive in reparti di alta sicurezza, ma rappresenta ben il 45 per cento degli iscritti all’università. In quei reparti si concentrano le pene più lunghe, spesso l’ergastolo, e per loro lo studio assume il valore di una gratificazione personale, è l’affermazione della propria dignità. Purtroppo le restrizioni imposte soprattutto nell’area dell’alta sicurezza e i recenti provvedimenti ispirati a una logica securitaria stanno penalizzando anche gli spazi per lo studio e pregiudicano esperienze di grande valore educativo come le aule miste che danno la possibilità ai giovani di frequentare alcuni corsi in carcere insieme ai detenuti iscritti all’università. L’apertura alla società è vitale perché la detenzione diventi davvero uno strumento per la ripartenza di chi lo abita e per abbattere i pregiudizi in circolazione, frutto spesso di ignoranza”. Spoleto (Pg). “Le politiche di reinserimento riguardano tutta la comunità” di Rosella Solfaroli Corriere dell’Umbria, 22 settembre 2026 Un momento di confronto per elaborare forme di collaborazione con l’obiettivo di rafforzare l’attenzione sui percorsi sociali, formativi e lavorativi rivolti alle persone private della libertà. Nei giorni scorsi l’assessora alle Politiche sociali Luigina Renzi ha incontrato l’avvocato Andrea Pensi, Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale. L’incontro, a Palazzo comunale, ha rappresentato un momento di confronto sulla realtà penitenziaria di Spoleto e sulle politiche di inclusione e di reinserimento rivolte alle persone detenute. In particolare, sono state approfondite le possibili forme di collaborazione tra il Comune, il Garante e le altre istituzioni coinvolte. “L’incontro con il Garante Andrea Pensi è stato un’occasione importante per confrontarci sulla realtà del carcere di Spoleto e sul ruolo che anche l’amministrazione comunale può svolgere - spiega Renzi - il carcere non è una realtà separata dalla città e le politiche di inclusione, formazione e reinserimento riguardano l’intera comunità. Per questo è importante mantenere aperto il dialogo tra istituzioni e costruire, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze, percorsi capaci di accompagnare le persone durante e dopo la detenzione”. Il Garante regionale ha tra i propri compiti quello di tutelare i diritti delle persone sottoposte a limitazioni della libertà personale, raccogliere eventuali segnalazioni, dialogare con le autorità competenti e collaborare con le istituzioni per migliorare la qualità della vita carceraria e favorire percorsi di reinserimento lavorativo e sociale. Andrea Pensi, nominato a luglio dall’Assemblea legislativa dell’Umbria, è avvocato cassazionista e dal 2020 direttore dell’Ufficio legale nazionale di Ali - Autonomie locali italiane. Nel corso della presentazione del nuovo incarico, Pensi aveva indicato tra le priorità del suo mandato il monitoraggio delle condizioni all’interno degli istituti penitenziari, la promozione di un confronto pubblico sul ruolo delle carceri e la necessità di dare voce alle persone detenute. Tra gli ambiti di attenzione anche l’accessibilità, intesa non soltanto come superamento delle barriere architettoniche, ma anche comunicative e informative. “Il confronto con il Garante proseguirà anche su questi temi - conclude Renzi - nella convinzione che il rispetto dei diritti e la possibilità di ricostruire un percorso di vita siano elementi fondamentali di una comunità”. Genova. Sayf porta il cielo in una cella. Il documentario girato nel carcere di Chiavari di Guglielmina Aureo Il Secolo XIX, 22 settembre 2026 Esce il 7 ottobre il progetto di Claudio Cabona con regia di Yuri Dellacasa. È difficile immaginare il cielo da una cella. Chi è dentro ne vede piccole porzioni. Ma la musica riesce nelle imprese più ardite, fa scomparire i soffitti viola e, ora, le sbarre. Esce mercoledì 7 ottobre il documentario, girato nel carcere di Chiavari, “Il cielo in una stanza”. Un viaggio dentro le mura, con l’obiettivo di raccontare quanto l’ascolto della musica, in quegli spazi, non sia “una concessione, ma un’opportunità”. Una necessità per immaginare e costruire un futuro diverso, dare nuova direzione a una vita deragliata. È questo il tema del progetto, che nel titolo omaggia Gino Paoli, realizzato nella Casa di Reclusione di Chiavari con un protagonista d’eccezione: Sayf, il rapper genovese che ha conquistato pubblico e critica, dialoga con i detenuti della struttura con sincera semplicità. Scritto da Claudio Cabona, genovese, autore, giornalista musicale di Rockol e collaboratore del Secolo XIX, e diretto dal regista genovese Yuri Dellacasa, il documentario sarà disponibile sul canale YouTube di Sayf dal 7 ottobre. Cabona e Dellacasa non sono nuovi a stimolanti collaborazioni, basti citare il docufilm “La nuova scuola genovese” che mette a confronto il grande cantautorato ligure con il rap contemporaneo. E, anche qui, il parallelismo trova la sua valenza. A impreziosire l’opera realizzata fra i detenuti, infatti, c’è un tributo speciale a Gino Paoli (che ci ha lasciati lo scorso marzo), autore di uno dei brani simbolo della musica italiana, che dà il titolo al documentario, tracciando il filo conduttore dell’intero racconto. L’anticipazione della cover de “Il cielo in una stanza” è stata offerta da Sayf durante l’ultima edizione del SantissimaFest al Porto Antico di Genova. Il brano torna anche nel finale del documentario, quando Sayf ne offre una personale interpretazione, accompagnato dalla tromba, in un momento carico di emozione che chiude il racconto nel segno di un omaggio a uno dei grandi classici della musica italiana. Sebbene l’accesso alla musica negli istituti penitenziari non sia sempre immediato, agevole e scontato, il carcere di Chiavari, grazie a un’amministrazione illuminata rappresenta un’eccezione, ospita da tempo laboratori volti alla promozione della musica anche come forma di terapia e di arricchimento culturale, nella biblioteca della struttura è possibile ascoltare musica. Il progetto di Cabona ha preso forma dopo anni di questi incontri: “Era importante - spiega - che i detenuti potessero far ascoltare a un artista i loro scritti, le poesie, gli affidassero i pensieri. Nel documentario c’è anche un ragazzo che rappa. Sayf era la persona giusta per questo: è molto amato dai giovani e, avendo un’origine mista, parla anche arabo. È stato molto emozionante osservare lo scambio”. Infatti, Sayf nel documentario riflette con i detenuti sul concetto di libertà, ascolta i loro brani rap e porta le loro parole oltre le sbarre, “liberandole” simbolicamente verso una nuova vita. In un contesto come quello carcerario, la musica può diventare uno strumento capace di far riflettere sul proprio vissuto, creare empatia, far viaggiare la mente e costruire connessioni con gli altri. “La musica non salva nessuno ma può diventare una mano che aiuta” sottolinea Cabona. È proprio partendo da questa riflessione che “Il cielo in una stanza” offre uno sguardo profondo sulla vita detentiva, dimostrando come l’ascolto e la pratica musicale non rappresentino un mero svago, ma un potente strumento educativo e riabilitativo. Il progetto è stato realizzato grazie al sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo e si inserisce nell’ambito delle attività dell’associazione “Il Cuore di Federico”. Perugia. La Settimana della custodia anche a Capanne dove i detenuti aderiscono convintamente di Sandro Allegrini Giornale dell’Umbria, 22 settembre 2026 Non sembri un gioco di parole… di cattivo gusto. La custodia e la cura come strumento di recupero. La Settimana della Custodia 2026, promossa dal Comune di Perugia e dalla Fondazione Brunello e Federica Cucinelli, ha fatto tappa nella Casa Circondariale di Capanne. “I Care” vale anche per i detenuti. Anche a Capanne è arrivato lo spirito che anima l’iniziativa: ovvero l’imperativo categorico di prendersi cura dei luoghi della comunità attraverso interventi di manutenzione, decoro, valorizzazione e rigenerazione condivisa. Lontano dagli occhi, vicino al cuore. La manifestazione ha pertanto acceso i riflettori su un luogo spesso lontano dagli occhi della collettività, ma parte integrante del tessuto sociale perugino. Riqualificare il luogo di pena. Nello specifico, i detenuti nella sezione maschile sono stati coinvolti nella tinteggiatura e nella riqualificazione di un’area interna del carcere: un intervento che contribuirà a rendere più decorosi e accoglienti gli spazi che vivono quotidianamente. Autorità in visita. La sindaca di Perugia Vittoria Ferdinandi, l’assessore Andrea Stafisso e Carolina Cucinelli sono stati accolti dalla direttrice Antonella Grella, che ha inteso ringraziarli per il loro impegno, nello stimolare e assecondare lo spirito di conservazione e l’esigenza di pulizia anche del luogo di pena. Una visita alla sezione femminile. I visitatori si sono poi spostati nella sezione femminile per salutare le partecipanti a un laboratorio di mosaico. Presente anche Cristiana Bartolucci, direttrice di Formedil Perugia, ente di formazione professionale senza fini di lucro del settore edile, amministrato pariteticamente dalle organizzazioni degli imprenditori e dei lavoratori delle costruzioni. Uno sponsor attivo nella formazione. L’iniziativa è stata resa possibile proprio grazie all’impegno di Formedil, che da anni opera all’interno degli istituti penitenziari di Perugia e Spoleto con percorsi formativi, finalizzati all’inserimento lavorativo dei detenuti, promuovendo opportunità concrete di reinserimento sociale attraverso l’acquisizione di competenze professionali. Dopo il saluto della politica, anche Carolina Cucinelli ha dichiarato: “La partecipazione dei detenuti e delle detenute alla Settimana della Custodia ha dato vita al senso di comunità che è ancora più importante in contesti come quello della Casa Circondariale di Capanne, a testimonianza del fatto che l’inclusione e la collaborazione animano azioni di alto valore. Prendersi cura dei luoghi che ci ospitano è un atto di responsabilità civile che rafforza l’idea di come il singolo possa sentirsi custode in nome del bene comune”. Como. Il mestiere di vivere riscoperto in carcere di Martina Toppi La Provincia di Como, 22 settembre 2026 Un’esperienza aperta a tutti i cittadini, per riflettere insieme ai detenuti sul significato del lavoro. Il minuto mantenimento è l’insieme di quei piccoli lavori di riparazione utili a prolungare la vita di un oggetto di uso quotidiano. Lavori che, in carcere, dove gli oggetti sono pochi e il tempo li usura con costanza inesorabile, il minuto mantenimento è anche uno spazio di dignità. L’oggetto di cui si chiede di aver cura nel workshop “Minuto mantenimento” alla casa circondariale Il Bassone - un progetto della Fondazione Como Arte Ets sostenuto dal Comune, dalla Regione, dalla Fondazione provinciale della Comunità Comasca e da Soroptimist - è la tuta del mestiere di vivere. Una tuta disegnata su un foglio bianco, da personalizzare passo a passo, ma che di primo impatto assomiglia alle tute degli astronauti della Nasa negli anni 70. Un’impressione non casuale, dal momento che, spiegano gli organizzatori, “rivestite delle storie dei partecipanti le tute raccontano non di un allunaggio, ma di un atterraggio in un nuovo pianeta in cui per sentirsi a casa ovunque occorre equipaggarsi”. Accompagnati dai detenuti che hanno preso parte al progetto, lungo un anno e che ha coinvolto 15 persone di tutte e tre le sezioni del carcere, uomini, donne e persone trans, i partecipanti attraversano un corridoio in cui dal soffitto pendono strisce di tessuto, in quello che sembra l’atterraggio in un posto sconosciuto. Su ciascuna delle strisce compare una parola o un’espressione: rancore, rivoluzione sferica, rialzarsi sempre, profumo di donna, rosso. Sono solo alcune delle idee e sensazioni sperimentate dai quindici detenuti che per un anno hanno riflettuto sul tema del lavoro: come ci definisce, come ci ingabbia, ma anche come ci permette di esprimerci e a volte persino come ci salva e ci unisce. Domande a cui viene chiesto ai partecipanti di rispondere disegnando. Ma il laboratorio, ideato da un’artista, Marzia Migliora, e da una filosofa, Elisa Fulco, ha visto come primi partecipanti attivi proprio loro, i detenuti. Anche loro hanno risposto a quelle stesse domande che a metà settembre sono state poste a un gruppo di “sperimentatori” del progetto, composto dalle autorità in rappresentanza del Comune, della Regione e della Questura, e dai giornalisti. Domande semplici, come “che mestiere volevi fare da piccolo?” e altre che costringono a sforzi di introspezione più complessi, come “C’è un oggetto che ti ha aiutato nei momenti difficili?” o ancora “Come immagini una tuta per il mestiere di vivere?”. Nove quesiti in totale, penne, pastelli e pennarelli per rispondere. Vale tutto: scrivere, disegnare oppure limitarsi a colorare. Un modello di workshop già sperimentato da Fulco e Migliora con il gruppo interdistrettuale dell’Esecuzione penale esterna di Palermo, che ha riunito persone con sanzioni penali e misure alternative da scontare fuori da un carcere. Un gruppo eterogeneo, al pari di quello che ha partecipato al progetto al Bassone, su cui però il tema del lavoro ha funzionato da collante, proprio come è avvenuto nella prima messa in pratica con il pubblico del workshop, tra politici e giornalisti. Disegnando la propria tuta, le persone finiscono per raccontarsi. E così mentre un detenuto rivela di aver sempre desiderato di fare il meccanico e di averlo effettivamente fatto, un’altra rivela di aver sognato di diventare una veterinaria ma di aver svolto intanto ogni genere di mestiere, dalla lavapiatti alla barista, cercando via via di realizzare il proprio sogno. Che è la stessa parabola emersa dalle tute del gruppo di autorità e giornalisti. “È la capacità dell’arte di leggere la complessità e di creare alleanze e strategie intersettoriali” spiega Fulco nel libretto di presentazione del progetto consegnato a tutti i partecipanti. Sul libretto compaiono anche le tute realizzate dai detenuti: su una nulla più di un rosario, che spunta da una tasca, un’altra invece è ricca di parole, forme, disegni e sul retro ha persino un paio di ali. La stessa differenza che emerge, durante il workshop: vite ricche di esperienze e delusioni miste a soddisfazioni, altre invece più lineari ma non per questo emotivamente meno profonde. Disegnando, una dei detenuti, fa notare che sulla tuta del vivere non ci sono solo gli errori commessi, mentre un’altra rivela come il “minuto mantenimento” sia diventato per il gruppo un momento per emergere dal tempo lento e apparentemente fermo del carcere e tornare a pensare in termini di presente e di futuro. Le tute acquistano significato soprattutto nel dialogo reciproco che al Bassone diventa dialogo tra mondi e vite lontane, separate dalle mura del carcere che pure, come hanno ricordato Chiara Anzani e Paola Re di Como Arte alla prima prova del workshop, è parte integrante della città e della collettività di Como. “Non c’è vita senza collettività, è cosa risaputa: qui ne hai la controprova, non c’è vita senza lo specchio degli altri” si legge nel libro che ha fatto da guida per tutto l’anno al gruppo di detenuti, “L’università di Rebibbia” di Goliarda Sapienza. Nella collettività si costruisce anche la propria tuta del vivere. Per partecipare al workshop di sabato 26 settembre alle 10 è necessario prenotarsi scrivendo a info@comoarte.org. Teramo. Progetto sperimentale nel carcere: la “rinascita” dei detenuti ora passa per i videogiochi Il Centro, 22 settembre 2026 La sfida di Gabriele Moretti e Pierapaolo D’Ambrosio, i due ideatori di Abruzzo Esports, il progetto innovativo che porta il mondo del gaming e dello sport all’interno degli istituti penitenziari. Un videogioco può diventare molto più di un passatempo. Può insegnare a perdere senza arrendersi, a rispettare le regole, a controllare la rabbia, a fidarsi di una squadra, a creare legami. E, in un ambiente come il carcere, può addirittura diventare uno strumento per prepararsi a tornare nella società. Questa è la sfida di Gabriele Moretti e Pierapaolo D’Ambrosio, i due ideatori di Abruzzo Esports, il progetto innovativo che porta il mondo del gaming e dello sport all’interno degli istituti penitenziari e degli istituti penali minorili italiani. “Ma stiamo lavorando anche per uscire dal paese”, racconta Moretti, “siamo in contatto con gli Stati Uniti, la California”. Ricostruire comunità, ritrovare connessione, uscire dalla routine totalizzante dell’istituzione. È in questo spazio che si inserisce Esports per Tutti, progetto sperimentale avviato nel carcere di Castrogno, a Teramo, da Abruzzo Esports, con il sostegno di una fondazione locale e della direzione dell’istituto. Un percorso che mette insieme competenze digitali, attività sportiva, formazione, supporto psicologico e ricerca scientifica, con un obiettivo preciso: trasformare il tempo della detenzione in un’occasione concreta di crescita e di rinascita. L’idea nasce nel 2020, durante i mesi più complicati della pandemia Covid19. La domanda dalla quale tutto è iniziato è stata: come può uno strumento quotidiano come il videogioco diventare un mezzo di riscatto? “Formazione, digitale e sport: è un modello inclusivo e accessibile a tutti”, spiega Moretti, “l’obiettivo non è sostituire i percorsi educativi tradizionali, ma ampliarli perché succede che si limitino allo studio o a mestieri classici come imparare a fare il pizzaiolo, per offrire strade nuove e competenze spendibili nel mondo di oggi. Il mondo sta cambiando”. Il riscontro è arrivato rapidamente, il programma ha coinvolto 16 detenuti per sei mesi, alternando tre componenti: formazione motivazionale, attività sportive reali e tornei digitali. Al centro ci sono le cosiddette soft skills: rispetto delle regole, capacità di lavorare in gruppo, gestione delle relazioni e, soprattutto, controllo delle emozioni davanti alla sconfitta. “Durante il percorso proponiamo sedute di self-talk e lavoriamo sugli aspetti motivazionali”, prosegue Gabriele, “nelle prime fasi capita che qualcuno si arrabbi ed esca di getto per andare a fumare. È un ambiente complesso, ma le reazioni si possono trasformare se l’ambiente diventa stimolante”. La struttura delle sessioni è pensata proprio per questo: una parte formativa, didattica ed educativa, seguita dalla pratica e dall’attività video-ludica. Anche l’auto-arbitraggio diventa rieducazione emotiva, con il supporto degli psicologi, Stefano Carinci ed Enza Dimilta. “Fino a oggi, non si è mai verificato un singolo incidente”, ci tiene a sottolineare Gabriele. Pur vivendo in un ambiente saturo di norme, i detenuti percepiscono le regole del gioco come una liberazione perché sono volontarie, reciproche e trasparenti. “Fuori si sente spesso dire che bisogna buttare la chiave”, conclude, -”ma c’è tanta ignoranza. Qui dentro ci sono ragazzi finiti nei guai per piccoli reati o spaccio che spesso non sono mai stati ascoltati da nessuno”. “Santiago” ci ricorda che un’alternativa al carcere giovanile è possibile di Lorenzo Pedrazzi screenweek.it, 22 settembre 2026 Per quanto patinato, il film di Yann Samuell ha il merito di raccontare un’iniziativa di grande valore per il reinserimento dei giovani. Nella sua pagina di presentazione, l’associazione Seuil riporta che il 70% dei minori soggetti a incarcerazione in Francia commette nuovamente reati a due anni dal rilascio. In Italia i numeri sono simili: in assenza di un progetto di reinserimento, il tasso di recidiva tra i minori è del 63%, mentre cala al 22% quando viene offerto loro un percorso alternativo al carcere. Il lavoro di Seuil, che troviamo al centro di Santiago - Un cammino per ricominciare, si presenta come un’iniziativa davvero illuminata, forse poco nota al di fuori della Francia ma meritevole di attenzione internazionale. Ogni anno, l’associazione accoglie circa trenta ragazze o ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni, affidati ai servizi sociali per la tutela dei minori o al servizio di protezione giudiziaria minorile; e propone loro - al posto del carcere - di trascorrere tre mesi sul cammino di Santiago, accompagnati da un educatore adulto. Non si tratta però di una pratica di gruppo: ogni ragazzo parte con un singolo educatore, pur restando in contatto con un team di esperti via telefono, e deve compilare un diario in cui racconta il suo viaggio. Il film di Yann Samuell è tratto dal romanzo Marche et invente ta vie di Bernard Ollivier, ispirato alle vere storie di chi ha vissuto questa esperienza; narra quindi una vicenda originale, ma fondata su basi concrete. La protagonista è Fred (Alexandra Lamy), insegnante delle superiori che viene sospesa dal servizio per aver dato uno schiaffo a una studentessa. Anche la sua vita privata non è idilliaca: il marito sta frequentando un’altra donna, mentre la figlia è in perenne conflitto con lei, e presto lascerà Parigi per frequentare l’università in Canada. Su consiglio dell’amica Nadège (Mélanie Doutey), che lavora per l’associazione, Fred si candida come educatrice, e viene assunta nonostante i dubbi di Paul (Eric Metayer) circa la sua condotta passata. Fred dovrà accompagnare Adam (Julien Le Berre), un ragazzo quasi diciottenne su cui pesano diverse condanne per rapina e atti violenti. Collerico e insofferente, Adam parte controvoglia, e il suo rapporto con Fred comincia nel peggiore dei modi. Trattandosi però di un percorso formativo, non è difficile immaginare la direzione del film: i due si avvicineranno per gradi, scoprendosi pian piano, e il cammino di Santiago diverrà un nuovo inizio per entrambi. Malgrado la prevedibilità dell’impostazione, Samuell (anche sceneggiatore) consente a questo rapporto di evolversi con i tempi giusti, in un tira e molla caratteriale dove ogni minimo passo rischia di essere vanificato subito dopo. Non è impeccabile: alcune reazioni di Adam - come l’aggressività verso Estella (Maëlle Vidou), l’adorabile pellegrina con cui stringe un legame speciale - suonano fuori luogo all’interno di quel percorso, come se fossero puri espedienti drammatici. Del resto, il ragazzo non fa nulla per accattivarsi le simpatie del pubblico, soprattutto all’inizio, e l’empatia si dirige tutta verso Fred. Naturalmente in lui c’è molto più che un “teppista”, e Santiago mira proprio a cambiare la percezione della delinquenza giovanile. Lo scopo del cammino è esattamente questo: calare i ragazzi in una situazione diversa, che rompe i soliti schemi comportamentali, stimola l’indipendenza (ad esempio, i partecipanti si alternano all’educatore per cucinare) e li mette in contatto con persone scevre da pregiudizi. Fare il cammino, infatti, significa incontrare altri pellegrini lungo il sentiero, in un clima solidale che è l’opposto rispetto a quello di casa; e Adam se ne rende conto di tappa in tappa, non solo con Estelle, ma anche con un allevatore che ospita lui e Fred, con un gruppo di musicisti di strada, e poi con i frati di un monastero che offre loro rifugio per la notte. È in queste situazioni che emerge l’anima creativa del protagonista, aspirante rapper di talento, in un paese dove la musica rap ha un grande valore sociale. Le scene in cui Adam recita i suoi testi sono le migliori del film, soprattutto quando canta una personale Ave Maria laica nel monastero: un momento toccante, dove la poeticità dei versi è impreziosita dal loro significato intimo, tutto dedicato alla madre (che lo ha avuto da giovane, e ora lo rifiuta perché spaventata da lui). È un figlio in cerca di una madre, insomma, mentre Fred - sentendo di aver fallito con la figlia - ha bisogno di legittimarsi come genitore, vuole sentirsi utile in quanto educatrice. Di conseguenza, i due capitano l’uno nella vita dell’altra proprio al momento giusto. Julien Le Berre peraltro è bravissimo a sciogliere la rabbia di Adam nel canto, e riesce a esprimere quell’amalgama di fragilità, ostilità e sarcasmo che caratterizza un personaggio del genere; Alexandra Lamy, da parte sua, conferma quella propensione alla commedia che abbiamo visto nel recente Fammi il piacere, accompagnata da notevoli sfumature introspettive. I loro talenti si integrano alla perfezione. Sia chiaro, Santiago è anche un film patinato, con la sua fotografia luminosa (di Vincent Gallot) e il ricorso a droni per riprese spettacolari sui panorami del cammino; inoltre, certe soluzioni narrative appaiono un po’ semplicistiche, in particolare nell’epilogo. Si avverte tuttavia una grande sincerità di fondo, valorizzata non solo dall’attaccamento del regista ai personaggi, ma anche dal suo desiderio di omaggiare il lavoro di SEUIL: una visione laica del cammino, lontana dal proselitismo, ma focalizzata sull’esperienza umana. Attraverso una lettura drammatica, Samuell ci ricorda che le alternative al carcere esistono, e funzionano meglio della detenzione. Santiago - Un cammino per ricominciare uscirà il 24 settembre nelle sale italiane. La disuguaglianza è una nostra scelta di Joseph E. Stiglitz Avvenire, 22 settembre 2026 La disuguaglianza è la conseguenza diretta di scelte politiche in materia di tassazione, mercato del lavoro, investimenti pubblici e regole che governano le nostre economie. Serve una risposta politica globale. Ci siamo abituati a pensare alla disuguaglianza estrema come a una caratteristica spiacevole ma inevitabile delle economie moderne, nonché come a un necessario compromesso per ottenere buone performance economiche. Non è né l’una né l’altra cosa. La disuguaglianza è la conseguenza diretta di scelte politiche in materia di tassazione, mercato del lavoro, investimenti pubblici e regole che governano le nostre economie. Negli ultimi decenni molte di queste scelte hanno ridotto il potere del lavoro rispetto al capitale, consentito alle imprese e ai super-ricchi di sfruttare scappatoie fiscali e indebolito gli investimenti pubblici. In qualità di presidente del Comitato straordinario di esperti indipendenti sulla disuguaglianza globale del G20, istituito dalla Presidenza sudafricana del G20, ho trascorso l’ultimo anno insieme a economisti ed esperti di primo piano ad analizzare lo stato della disuguaglianza nel mondo. I nostri risultati mostrano una crisi ampia nelle sue dimensioni e preoccupante nella sua traiettoria. Per questo motivo il Comitato propone formalmente la creazione di un International panel on inequality (Ipi), un organismo globale ispirato in parte all’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc). L’Ipi produrrebbe valutazioni periodiche, scientificamente rigorose, sui livelli e la dinamica della disuguaglianza, sulle sue cause e conseguenze, nonché sui successi e fallimenti delle politiche adottate per contrastarla nel mondo. Alcuni dati aiutano a comprendere la situazione. Di tutta la ricchezza creata dal 2000, il 41% è andato all’1% più ricco della popolazione mondiale. Alla metà più povera dell’umanità è andato appena l’1%. Così, mentre alcune fortune individuali si misurano in centinaia di miliardi, dall’altra parte 2,3 miliardi di persone, una persona su quattro, saltano regolarmente i pasti. In alcuni Paesi esistono forti evidenze dell’erosione della classe media, con un numero crescente di persone che, pur lavorando duramente ogni giorno, non riescono a permettersi medicine o il riscaldamento della propria casa. I cittadini sono giustamente frustrati da un sistema economico che genera tanta ricchezza ma lascia così tante persone in difficoltà. La disuguaglianza non danneggia soltanto la performance economica; rappresenta anche una minaccia diretta e profonda per la democrazia. Un miliardario può acquistare uno yacht o un jet privato, ma il bene più influente che può comprare è il potere di condizionare in modo sproporzionato le decisioni pubbliche e orientare le agende politiche. In tutto il mondo, grandi imprese ed élite economiche esercitano un’influenza eccessiva, plasmando leggi, regolamenti e politiche monetarie e fiscali a proprio vantaggio. Altrettanto importante è il modo in cui la concentrazione della ricchezza si traduce nel controllo dei canali attraverso cui comprendiamo il mondo. Sei ultraricchi controllano nove delle dieci maggiori piattaforme social del pianeta, mentre metà del panorama mediatico globale è di proprietà di miliardari. La piazza pubblica del XXI secolo non appartiene più ai cittadini, ma a un ristretto gruppo di uomini. Questo indebolisce le nostre società e corrode la nostra politica. Eppure la disuguaglianza estrema non è inevitabile. È il risultato di scelte politiche deliberate. E poiché queste disuguaglianze sono create dalle politiche pubbliche, possono essere smantellate attraverso nuove politiche. Il primo passo consiste nel monitorare la crisi della disuguaglianza con rigore scientifico ed è esattamente ciò che farebbe l’Ipi. Un passo fondamentale perché, nonostante il lavoro straordinario svolto da ricercatori e ricercatrici in tutto il mondo, manca ancora un consenso condiviso su come la disuguaglianza, sia all’interno dei Paesi sia tra Paesi, stia evolvendo, quali siano i fattori che la determinano e quali conseguenze produca. Manca inoltre una visione comune su come la disuguaglianza si manifesti attraverso le dimensioni della razza, della classe sociale e del genere e su quali politiche siano più efficaci per ridurla. Questo è importante perché politiche diverse possono produrre effetti distributivi molto differenti. Una riforma fiscale può ridurre la disuguaglianza in un ambito e aumentarla in un altro. Un accordo commerciale può generare benefici aggregati ma ridurre il reddito reale dei lavoratori. I progressi tecnologici possono aumentare la produttività ma compromettere la sostenibilità ambientale. I governi devono conoscere queste conseguenze prima di prendere decisioni, non decenni dopo. È in questo contesto che Paesi come l’Italia possono e devono assumere un ruolo di primo piano. L’Italia resta uno dei Paesi più diseguali d’Europa. La concentrazione della ricchezza al vertice della distribuzione continua ad aumentare, mentre la quota detenuta dalla metà più povera della popolazione è in calo da anni. Il 5% più ricco dei nuclei familiari italiani, titolare di metà della ricchezza nazionale, possiede da solo quasi il 17% di ricchezza in più rispetto a quella detenuta complessivamente dal 90% più povero delle famiglie. Nell’ultimo anno il nostro Comitato ha lavorato a stretto contatto con i governi di Brasile, Sudafrica, Spagna e Norvegia per definire una roadmap concreta per l’Ipi, un’iniziativa che sta ottenendo un forte sostegno da parte di governi, organizzazioni internazionali e del Segretario Generale delle Nazioni Unite. I quattro governi fondatori riuniranno i leader mondiali in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite di questo mese per discutere l’istituzione dell’Ipi. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha oggi l’opportunità di supportare tale proposta, dando un significativo impulso alla lotta alla disuguaglianza estrema. Confidiamo nel suo sostegno e in quello dell’Italia. La proposta di istituzione dell’IPI è stata avanzata lo scorso anno nell’ambito del lavoro condotto dall’Extraordinary Committee of Independent Experts on Global Inequality, istituito su mandato della Presidenza sudafricana del G20 e presieduto dal Premio Nobel per l’Economia Joseph E. Stiglitz. Oltre 1.400 economisti a livello globale, di cui quasi 140 italiani hanno sottoscritto un appello ai leader mondiali a sostegno dell’iniziativa. A questo link la lettera inviata da Oxfam Italia e dal Forum Disuguaglianze e Diversità alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Migranti. Nei Cpr il garantismo è a targhe alterne di Simona Musco Il Dubbio, 22 settembre 2026 Dalla denuncia della senatrice Avs per le chat acquisite ai laici di centrodestra pro-pm, mentre l’Anm tace: tocca ai penalisti e a Costa difendere lo Stato di diritto. Dimmi che inchiesta commenti e ti dirò che garantista sei. L’indagine sui presunti falsi certificati medici per evitare ai migranti la detenzione amministrativa nei famigerati Cpr italiani, definiti dal Comitato anti tortura luoghi dove vengono meno le regole dello Stato di diritto, si rivela l’ennesima formidabile cartina di tornasole della politica e della magistratura italiana. A dare la stura alla polemica - parallela a quella dei giornali di destra contro i camici bianchi, trattati alla stregua di terroristi - la scoperta, da parte della senatrice di Avs Ilaria Cucchi, dell’acquisizione delle sue chat con l’infettivologo Nicola Cocco. Cucchi non è la sola: anche Francesca Ghirra, deputata del medesimo gruppo, è finita nella rete della magistratura. Sui social Cucchi parla apertamente di “intimidazione”: la procura avrebbe dovuto fermarsi e chiedere l’autorizzazione al Parlamento, come stabilito dall’articolo 68 della Costituzione. Si è trattato di una “pesca automatica” eseguita da un algoritmo sulla base di parole chiave come lager, Cpr e certificati, replica la procura. Eppure, nota Cucchi, anche altri parlamentari hanno interagito con lo stesso medico sui medesimi temi, ma nei fascicoli sono entrate solo le comunicazioni delle due politiche di Avs. Ciononostante, la senatrice ha chiarito che non si avvarrà dell’immunità parlamentare, marcando una precisa distanza dalla destra dell’affaire Delmastro. L’accusa di Cucchi ha generato una nuova geografia di garantismo e giustizialismo. Da un lato ci sono i laici di centrodestra del Csm, tra i quali è tornata l’armonia dopo le divisioni degli ultimi plenum, ma solo in difesa di chi indaga “contro” i migranti. I laici di maggioranza hanno espresso “disapprovazione” sia contro le parole di Cucchi sia contro quelle del vicecapogruppo di Avs alla Camera, Marco Grimaldi, che ha parlato di “spedizione punitiva” della procura contro i medici indagati o perquisiti. Va bene la critica, sostengono i laici, ma non le accuse esplicite (che invece non erano state condannate quando si trattava di Iolanda Apostolico, la giudice finita nel mirino per aver disapplicato il decreto Cutro). Solidarietà alle toghe, dunque, e perplessità per il silenzio dell’Anm che, ad eccezione della sezione Emilia Romagna e del solo gruppo di Magistratura indipendente, non è scesa come di consueto in campo a difendere i propri colleghi dagli attacchi politici. Un’anomalia che svela le diverse anime (politiche) della magistratura associata: la sensibilità delle correnti progressiste per il tema dell’immigrazione frena la solidarietà corporativa, mentre la corrente conservatrice (e spesso accusata di vicinanza col governo) non perde l’occasione per difendere i pm. “Non sembra una svista - scrivono in una nota i laici -. È la conferma di una difesa della magistratura selettiva, che si attiva o si spegne a seconda del colore politico di chi attacca. Quando l’indipendenza viene invocata a intermittenza, cessa di essere una garanzia per tutti e diventa strumento di parte”. Ma la contraddizione non riguarda solo le toghe: vale per una politica pronta a chiedere ispezioni se c’è “troppo garantismo” verso uno straniero, salvo poi accettare il pugno duro se asseconda i desiderata del proprio partito. Spariti dal radar, in questo valzer di dichiarazioni, i diritti dei migranti. E allora ecco ancora Cucchi, che sui social pubblica il video di una sua visita in un Cpr, dove viene ammesso l’abuso di calmanti per tenere a bada i migranti. “Basta ipocrisia - scrive la senatrice di Avs -. I Cpr sono gabbie dove chiudiamo esseri umani che nella stragrande maggioranza dei casi non hanno commesso alcun reato grave, a volte nessuno. E dentro quelle gabbie la disperazione va gestita. Come? Con gli psicofarmaci. L’idea che una persona, per il solo fatto di non avere un documento, valga meno di un’altra, è inaccettabile”. In questo quadro di garantismo a geometria variabile, sono due le voci testardamente coerenti. La prima è quella del capogruppo di Forza Italia alla Camera, Enrico Costa, che ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia Carlo Nordio sull’acquisizione delle chat di Cucchi e Ghirra. “Quando sono in gioco principi e prerogative fondamentali, non possono esserci distinzioni di appartenenza politica”, ha dichiarato l’azzurro, che ha ricordato le norme in gioco. “Se tali violazioni fossero confermate saremmo in presenza di un grave illecito disciplinare”, ha evidenziato. La seconda voce è quella dell’Unione delle Camere penali che mette il dito nella piaga contestando l’ipotesi di reato “perfino” - l’avverbio è emblematico - di associazione a delinquere. Nicola Cocco, ricordano i penalisti, oltre ad essere tra i massimi esperti nazionali di medicina detentiva ed esponente della Società italiana di medicina delle migrazioni, ha condotto negli anni una campagna di sensibilizzazione sulla trasparenza dei certificati d’idoneità: una battaglia trasparente e pubblica che “non è possibile svilire al rango di proselitismo criminale”. La legge richiede che l’idoneità al trattenimento nei Cpr presupponga l’assenza di patologie infettive, disturbi psichiatrici, condizioni cronico-degenerative o specifiche vulnerabilità (come l’essere stati vittime di tratta, torture o violenze). Requisiti che “ben difficilmente possono essere accertati in base ad una semplice visita ambulatoriale”, senza esami clinici, anamnesi né mediatori culturali. In tali condizioni, la certificazione rischia di trasformarsi in “un puro atto di fede o di compiacenza verso la funzione di ordine pubblico”, riducendo a simulazione formale il controllo medico e violando il giuramento di Ippocrate. L’invito di Cocco a rifiutare certificazioni approssimative non è dunque una disapplicazione ideologica della norma, ma la richiesta di applicarla con rigore scientifico e costituzionale. Nei Cpr, evidenziano i penalisti, si registra già una massiccia presenza di persone con gravi problematiche psichiatriche, confermata dall’uso sistematico di psicofarmaci e da continui episodi di autolesionismo. Trasformare il rigore diagnostico dei medici in un indizio di reato rischia di produrre un effetto devastante: quale sarà domani lo stato d’animo dei sanitari chiamati a certificare l’idoneità dei trattenuti? Il pericolo concreto è che, pur di non finire sotto indagine, la classe medica rinunci alla propria funzione di presidio di civiltà, piegando il diritto alla salute alle sole esigenze di polizia. Dove il garantismo, si sa, finisce per essere un inutile orpello. Migranti. Tetto agli stranieri, Mattarella: “La scuola è aperta a tutti” di Giacomo Puletti Il Dubbio, 22 settembre 2026 E Zuppi: “In classe nessuno deve sentirsi escluso”. L’altolà del Capo dello Stato e del presidente della Cei alle norme in arrivo. Dati e analisi: per riportare tutte le classi sotto il 30% andrebbero spostati 76 mila alunni. È previsto giovedì alle 16:30 il Consiglio dei ministri che conterrà il provvedimento per limitare al 30% il numero degli alunni stranieri per classe e vietare burqa e niqab nelle aule. La norma, ancora da decidere se contenuta in un dl in un ddl, era già stata annunciata ad agosto dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, il quale in alcune interviste era intervenuto sulle criticità applicative dicendo che gli uffici scolastici territoriali dovrebbero svolgere un’azione di coordinamento “al fine di distribuire gli studenti stranieri nelle varie classi e nelle scuole di vicinato per cercare di evitare un’eccessiva concentrazione”. A questo piano, secondo Valditara, dovrebbero anche collaborare gli enti locali, affinché adeguate politiche residenziali evitino il proliferare di “quartieri ghetto”: “È ovvio che non possiamo mandare uno studente a studiare a diversi chilometri di distanza”, aveva spiegato il ministro. Meloni è poi tornata alla carica dalla festa di Fenix, la giovanile di FdI, spiegando che “se in una classe c’è un solo bambino che non capisce l’italiano, probabilmente riuscirà a imparare la lingua, a integrarsi velocemente, ma se i bambini che non capiscono la lingua diventano molti o addirittura la maggioranza, quella non è più integrazione, quello è abbandono e l’unica cosa che quei bambini rischiano di imparare è l’emarginazione”. E aggiungendo poi che “non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza: non si può fare”. Ma il testo fa già discutere. Sul tema è intervenuto il capo dello Stato, Sergio Mattarella, in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico nell’istituto omnicomprensivo “Sergio Marchionne” di Amatrice. “La scuola è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia che sono figli di emigrati - ha spiegato Mattarella - La scuola prepara tutti. “È aperta a tutti”: così dispone l’articolo 34 della Costituzione. Deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità”. Per il Colle “la scuola è chiamata a produrre coesione sociale”, un richiamo visto anche il recente accoltellamento di un’insegnante per mano di un alunno. A dire la sua anche il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, secondo il quale “non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo” perché “una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace”. Dalle bozze del provvedimento circolate finora sembra che la norma non riguarderà tutti gli alunni classificati come studenti con “background migratorio”: saranno infatti esclusi quelli con passaporto europeo, perché tutelati dal diritto Ue, e quelli di seconda generazione se hanno una buona conoscenza della lingua italiana, anche se resta da capire in che modo il governo intenderà valutare la competenza linguistica. Ma di quali numeri stiamo parlando? Nelle nostre scuole italiane, dall’asilo alle superiori, gli alunni stranieri sono l’11,6% del totale. Secondo uno studio di Idos, negli ultimi 11 anni la presenza di alunni con cittadinanza straniera è cresciuta del 16% a fronte di un calo del 12,5% degli italiani, arginando oltretutto l’emorragia, legata al calo demografico, che ha portato il totale di alunni dai quasi nove milioni del 2014 ai circa otto milioni di oggi. Secondo i dati dell’ultimo rapporto Ismu, Iniziative e Studi sulla Mobilità Umana, più di un quarto degli studenti stranieri si trova in Lombardia, seguita da Emilia-Romagna, Veneto, Lazio e Piemonte. Dal punto di vista delle città, quella con più studenti non italiani è Milano, seguita da Roma, Torino e Brescia. L’analista Lorenzo Ruffino spiega che le scuole in cui il numero di studenti stranieri supera il 30% sono 4.333 su 48.247, cioè una su dieci. Esse sono quasi tutte al Centro-Nord. A Prato la soglia è superata dal 42% delle scuole, a Mantova da quasi il 30%, a Parma dal 27%. A Milano sono 420 scuole, il 22% del totale. “Il punto vero è un altro - spiega Ruffino - Nessuna provincia arriva al 30% di alunni stranieri, nemmeno Prato che è la più alta con il 29%. Eppure una scuola su dieci quella soglia la supera”. Di conseguenza “la concentrazione nasce dentro il territorio, nel modo in cui gli alunni si distribuiscono tra le scuole”. Per Ruffino per riportare tutte le scuole sotto il 30% andrebbero spostati 76 mila alunni stranieri, uno su dodici, scambiandoli con altrettanti italiani e obbligandoli quindi a iscriversi in determinate scuole. “Basterebbe spostarli dentro il loro comune? - si chiede l’analista - Per quattro su cinque sì. Per gli altri 17 mila no, perché è il comune stesso a stare sopra il 30% e bisogna uscirne”. Ma se per il presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, Antonello Giannelli, la questione del numero massimo di alunni stranieri nelle classi è “fondata e condivisibile” dal punto di vista didattico, ma di difficile soluzione concreta, diverse critiche stanno arrivando dalle Regioni. Per la giunta pentastellata di Alessandra Todde in Sardegna “l’annuncio del governo sul limite del 30% di alunni immigrati per classe non è altro che propaganda ideologica che indirizza la rabbia delle famiglie contro un capro espiatorio, senza risolvere alcunché”, mentre per il presidente della Toscana, Eugenio Giani, “si continua su quella china di demagogia che poi non trova riscontro nella realtà e trasmette valori negativi”. Le baby gang non esistono di Vincenzo Scalia Il Manifesto, 22 settembre 2026 Anche l’aggressione all’insegnante di Roma dimostra che la correlazione lineare tra criminalità minorile e maranza che anima la narrazione dominante si regge su uno stereotipo falso. L’accoltellamento subito da un’insegnante ad opera di un suo studente tredicenne, avvenuto nel quartiere romano di Centocelle, finirà per scatenare gli aedi del securitarismo, in particolare rispetto alla rappresentazione dei giovani come categoria sociale problematica. Caivano e i decreti anti-maranza non bastano, evidentemente. Si proverà a proporre l’abbassamento a 12 anni della soglia di imputabilità, mentre al momento vige l’ammonizione. In realtà, se analizziamo le dinamiche dell’evento, ci accorgiamo che la rappresentazione della criminalità minorile che predomina almeno dagli ultimi cinque anni risulta totalmente confutata. I minori problematici vengono di solito etichettati dalla definizione di maranza, con la quale ci si riferisce ai giovani delle periferie, preferibilmente migranti, con situazioni socio-familiari multiproblematiche. A Centocelle è andato in scena un copione diverso. Il giovane è un italiano, che non appartiene alla fascia di età compresa tra i 14 e i 18 anni. Soprattutto, proviene da una famiglia che rientra appieno nelle categorie degli scherani del family day. Figlio unico, genitori che dispongono di un’occupazione regolare, frequenta la scuola, è iscritto a una palestra di karatè. Insomma, il classico ragazzo della porta accanto. Niente a che vedere con la gioventù problematica che ci propinano i talk show e le fiction. Il fronte securitario potrebbe leggere questi dati come la dimostrazione del fatto che i minori costituiscano una categoria sociale problematica. La situazione è più complessa di così. Intanto, perché i problemi non investono un gruppo specifico, ma attraversano trasversalmente lo spettro sociale. Gli omicidi, i fatti violenti, la criminalità, non sono funzione dell’età, della classe sociale, della situazione familiare. Inoltre, nelle classifiche della criminalità, vi sono aspetti problematici, per esempio la violazione delle norme ambientali e della sicurezza sul lavoro, che vengono puntualmente omessi. Rispetto ai fatti di Centocelle, vale però la pena di sottolineare un altro aspetto. La correlazione lineare tra criminalità minorile e maranza che anima la narrazione dominante, si regge su di un altro stereotipo, quello delle baby gang. La pericolosità dei giovani è direttamente proporzionale al loro fare parte di gruppi più o meno organizzati. Le baby gangs, come mostrano studiosi come Franco Prina, non esistono. Centocelle ne costituisce un’ulteriore dimostrazione. Il giovane che ha accoltellato la sua insegnante ha acquistato i coltelli online, ha appreso il modus operandi da siti a cui si era collegato appositamente, pare sia un fan dell’estrema destra, per quanto il credo politico possa valere nel caso un ragazzino preadolescente. La criminalità, ci dice l’episodio di Centocelle assieme ad altri, non è ascrivibile a fenomeni sociali, per quanto disfunzionali. Siamo di fronte a singolarità sempre più disorientate, per le quali la sfera virtuale rappresenta l’interfaccia col mondo, che i social costruiscono a misura di sensazionalismo, di gesti ad effetto, di identità tanto posticce quanto pericolose. Anche in questo caso, non si tratta di adottare misure repressive, come la limitazione dell’uso di cellulari e PC. Bisogna semmai lavorare per ricostruire il sociale, un’appartenenza collettiva fondata sulla progettualità e non sull’odio e l’intolleranza. Caivano, le prigioni piene, i decreti sicurezza, non aiutano di certo in questa direzione. Dulcis in fundo, l’insegnante, è stata soccorsa da uno studente di origine congolese. Anche la rappresentazione dominante dei migranti va in frantumi. I numeri chiusi nelle scuole sono del tutto inappropriati. Altrimenti, la prossima volta, potrebbe non esserci chi salva la professoressa. È ora di cambiare rotta. Come potrà essere fatto rispettare davvero il divieto dei social agli under 13? di Alessandro Tolomelli* Il Fatto Quotidiano, 22 settembre 2026 I minori sono gli unici sui quali possiamo esercitare un controllo diretto. Ma non sono gli unici a subire i danni di questi dispositivi. La Commissione europea, con la proposta presentata da Ursula von der Leyen, indica una soglia netta: niente social per gli under 13, dai 13 ai 15 anni accesso soltanto attraverso account limitati e vigilati, autonomia piena dai 15. È una risposta che intercetta una preoccupazione reale. Sappiamo quanto l’uso dei social possa pesare sugli adolescenti, nella fase delicata in cui si formano l’immagine di sé, le relazioni, il rapporto con il corpo e con il giudizio degli altri. La domanda che mi faccio è però come può una norma, per essere efficace educativamente, essere fatta rispettare davvero e non solo evocata come proclama. Esistono già limiti di età per il porno, per l’alcol, per le sigarette. Nessuno pensa che siano inutili in assoluto. Ma sappiamo anche quanto siano facilmente aggirabili e quanto poco basti una dichiarazione di età inserita in una schermata per trasformare un confine formale in una protezione effettiva. Con i social il rischio è di replicare questa distanza fra il dichiarato e l’agito. Il legislatore alza una barriera, le piattaforme chiedono un clic, i ragazzi trovano un modo per passare e gli adulti, spesso stanchi o impreparati, restano soli a gestire ciò che la norma ha promesso. Per un adolescente la coerenza adulta conta molto più di quanto si creda. Una regola continuamente disattesa non insegna la responsabilità, insegna che le regole sono parole da aggirare e che l’autorità degli adulti è soprattutto paternalismo. Non serve quindi contrapporre il divieto alla libertà come se si dovesse scegliere tra permissivismo e repressione. Serve chiedersi se il paradigma sia quello dell’obbedienza o quello della responsabilità. Il primo concentra l’attenzione sul comportamento del più giovane e pone vincoli a priori. Il secondo chiama in causa prima di tutto gli adulti, le istituzioni e le imprese che hanno costruito un ambiente capace di monetizzare l’attenzione, la fragilità e il desiderio di socialità. Per anni abbiamo lasciato sviluppare piattaforme governate esclusivamente da interessi commerciali. Algoritmi, pubblicità, contenuti e modalità di relazione sono stati disegnati per aumentare il tempo trascorso online, non per accompagnare un processo di crescita. Il web e i social sono divenuti un nuovo settore di business talmente redditizio che da lì vengono gli uomini più ricchi del mondo. L’essere connessi e interfacciati con gli altri tramite le tecnologie è diventato un elemento imprescindibile del nostro stile di vita. Poi, quando vediamo gli effetti di questo modello, individuiamo nei ragazzi l’anello più debole della catena e su di loro facciamo ricadere il peso della repressione. È un meccanismo comodo: i minori sono gli unici sui quali possiamo esercitare un controllo diretto. Ma non sono gli unici a subire i danni di questi dispositivi. Anche gli adulti ne sono immersi, spesso senza strumenti critici. La proposta europea contiene però un elemento che merita attenzione: non parla soltanto di età, ma impone alle piattaforme di dimostrare che i servizi siano sicuri fin dalla progettazione. Limiti allo scrolling infinito, alle notifiche notturne, alla profilazione e ai contatti indesiderati indicano una direzione più seria. La responsabilità non può essere affidata soltanto al genitore che controlla lo smartphone: deve riguardare chi costruisce il prodotto e chi trae profitto dall’uso dei minori. Ma questa parte non può diventare un dettaglio oscurato dall’annuncio del divieto. C’è poi un dato che gli adulti devono smettere di eludere. Per i nativi digitali la loro esperienza di vita è già “onlife”. Per loro non esistono due mondi separati, quello vero e quello virtuale, ma una continuità fra presenza fisica e simulacri di identità e relazioni virtuali. Lo abbiamo visto anche durante la pandemia, quando proprio l’online ha permesso di mantenere legami che altrimenti sarebbero stati interrotti. Demonizzare in blocco i social è dunque un errore speculare alla loro celebrazione acritica. Il punto è la qualità degli ambienti che offriamo. Un divieto, se isolato, può perfino accrescere il fascino di ciò che rende proibito. È la logica elementare della trasgressione. Per questo occorrono alternative che fino ad oggi non sono state costruite lasciando libero spazio al mercato che, come abbiamo visto, ha prodotto luoghi pericolosi che hanno l’unico obiettivo di moltiplicare i profitti dei proprietari. Viceversa, una responsabilità educativa sugli spazi virtuali dovrebbe condurre verso piattaforme con regole trasparenti, contenuti controllati, funzioni relazionali e formative. Perché il divieto è sempre qualche cosa di estremo, ma se non ci sono alternative è un po’ come per la questione della dell’educazione sesso-affettiva. Se l’unico canale di comunicazione sulla sessualità è il porno commerciale che troviamo in rete e non ci sono alternative, è chiaro che gli adolescenti si rivolgeranno a quell’unico canale d’informazione che, guarda a caso, anch’esso risponde all’unica regola del fare soldi. A questi spazi virtuali dannosi, mancano anche alternative concrete. Luoghi, cioè, in cui gli adolescenti possano incontrarsi, creare, discutere e farsi ascoltare. Nelle nostre città gli spazi di socialità libera per i ragazzi diminuiscono, mentre aumentano gli sguardi che li giudicano e li colpevolizzano. Non possiamo sottrarre luoghi in presenza e poi stupirci se il virtuale diventa l’unico spazio disponibile. Proteggere non significa rinchiudere. Significa costruire condizioni nelle quali i ragazzi possano diventare gradualmente autonomi, senza essere lasciati soli davanti a un mercato che li considera consumatori e dati da estrarre. Se l’Eu Kids Act servirà a rendere responsabili le piattaforme e a creare alternative credibili, sarà un passo utile. Se resterà soltanto un cartello con scritto ‘vietato ai minori di 13 anni’ rischierà di rassicurare la coscienza delle istituzioni, e la falsa coscienza di qualche esperto paternalista, senza cambiare la vita degli adolescenti. *Docente di Pedagogia generale, sociale e della devianza, UniBO