Intorno al tavolo di Ristretti Orizzonti. “Con i soldi credevo di comprarmi tutto, ma ho potuto comprarmi solo tanta galera” di Salvatore Fani Ristretti Orizzonti, 21 settembre 2026 Sono un uomo del sud Italia, sono nato e cresciuto nei Quartieri Spagnoli di Napoli, mi chiamo Salvatore e ho 44 anni. Nascere nei Quartieri Spagnoli significa spesso crescere con una mentalità che ti condiziona la vita, noi che siamo nati lì in tanti ci portiamo dentro un odio per la cultura, un odio per le istituzioni, per la divisa, per tutti i servitori dello Stato. Ho un lungo fine pena per reati di rapina che ho commesso senza paura e senza pensare che forse stavo sbagliando. Oggi a differenza del passato penso prima di parlare, cercando di non usare violenza mai, né nelle mie azioni né nelle cose che dico, Credo che questo sia l’inizio di un percorso soprattutto di responsabilità, che io faccio cercando di dare un senso positivo a questa mia carcerazione. Nel mio percorso sono accompagnato dall’impegno costante nella redazione di Ristretti Orizzonti, a cui mi dedico quasi a tempo pieno, e anche dalla scuola che mi dà un’istruzione e tiene molto occupata la mia mente. Nel mio passato ci sono molte ombre, molte cose brutte e tanta galera, come se la galera facesse parte inevitabilmente della mia vita. Oggi so che nel mio quartiere tutto ha inizio da bambini: nella nostra adolescenza ci costruiamo il nostro futuro, dai primi problemi che ci tocca risolvere da soli, per la vergogna di chiedere aiuto, per paura di essere visti come deboli. Un bambino però dovrebbe pensare ad altro, a quella età non dovrebbe pensare che l’unica strada per lui è il carcere: ma noi, nati e cresciuti nei vicoli di Napoli, non abbiamo futuro, per questo diventiamo un problema per la società e un pericolo per noi stessi. Se oggi però io sono consapevole di essere anche i miei sbagli, i miei errori, le mie idee e sarò anche le mie scelte di cambiamento, lo devo al progetto di confronto fra noi detenuti e le scuole che entrano in carcere che mi permette di avere una continuità di rieducazione e non mi fa sentire mai solo, mai abbandonato, perché proprio questo è stato il problema di tanti quartieri del sud Italia: l’abbandono, il male che genera solo altro male. Per anni c’è stata “l’emergenza Napoli” con i suoi giovani i suoi scugnizzi, ma non è mai importato a nessuno, l’importante per buona parte della società è che quelli come me se ne stiano a casa loro, nei loro vicoli disagiati dove non entra nemmeno il sole Nessuno si è mai impegnato veramente per cambiare questa brutta realtà, per dare un sogno a tanti ragazzi. Io so bene di cosa parlo, la strada mi ha rubato l’infanzia, la strada mi ha illuso, volevo comprarmi la vita che non ho avuto, e mi fa male vedere in carcere giovanissimi senza sogni, senza niente da perdere, anime spente nell’età più bella della loro vita. Oggi i giovani per qualcuno sono diventati un grosso problema a livello nazionale, non più gli scugnizzi di Napoli ma vere bande, veri nemici da combattere con l’unica soluzione del carcere e delle pene sempre più severe. In ogni epoca ci sono stati dei problemi legati ai giovani e ci sono anche oggi. Solo che oggi la chiamano emergenza di livello nazionale: mi viene da piangere, perché una emergenza c’è ma è quella di rieducare i grandi, rieducare chi propone soluzioni che sono una follia, sono un suicidio. Proporre il carcere come unica via di uscita… non riesco nemmeno a pensare alle conseguenze, al danno che provocherebbero queste scelte, ripetere l’errore fatto al sud, quello di far crescere i giovani senza avere niente da perdere, uccidendo la loro anima, togliendogli l’infanzia Io non ho scelto di nascere nei Quartieri Spagnoli di Napoli. Io non ho avuto da bambino la possibilità di scegliere, per me era normale fare quella vita, che mi ha portato da grande a essere responsabile delle mie azioni, io ho tradito la fiducia di mia mamma, ho calpestato il suo duro lavoro le ho lasciato il rimorso di non capire dove ha sbagliato. Forse saranno coincidenze, ma quando ho iniziato a seguire le orme di mio padre, che faceva il contrabbandiere, tutti mi dicevano che ero nato per quello, elogiando le mie gesta, io che a soli 15 anni guidavo barche velocissime da 20 metri nel contrabbando di sigarette. Ho iniziato a provare il piacere del successo, dell’importanza di cui già godeva mio padre, mi sentivo un eroe, ho iniziato a prendere iniziative, mi sono spinto sempre più avanti, fino a finire in giovane età in un carcere estero. Niente mi poteva fermare. Dopo poco sono diventato uno spietato rapinatore e ho raggiunto grandi traguardi ed enormi guadagni. Ma non sono mai stato felice, non sono stato capace di vivere, oggi credo che queste siano le conseguenze di non aver avuto un’infanzia facile e non avere avuto niente da perdere. Poi il destino mi ha portato a Padova, in un carcere dove si cerca di dare un senso alla carcerazione, e sono deluso che solo oggi capisco che i sogni non si possono comprare con i soldi. Avere un sogno, costruendolo passo dopo passo con i sacrifici, ti dà una motivazione per vivere. Io credevo che con i soldi mi compravo tutto e tutti, ma non ho potuto comprarmi un sogno, solo tanta galera. Oggi non ho la soluzione, ma ho un vissuto da raccontare: e sono proprio le nostre narrazioni che possono aiutare tanti ragazzi a non rovinarsi la vita come abbiamo fatto noi. Mi è stato chiesto anche cos’è per me la Giustizia. La Giustizia però per me è una grande ingiustizia finché non si impegnerà seriamente a rieducare i detenuti e ad offrigli una carcerazione dignitosa. Se non cambierà il modo di considerare il carcere, la rieducazione rimarrà una grande menzogna, ma noi questo non lo vogliamo più, per questo facciamo di tutto oggi per dare un senso al nostro tempo, alle nostre vite. Il carcere che produce insicurezza di Francesco Iacopino* La Nuova Calabria, 21 settembre 2026 Se non possiamo fare a meno del carcere, abbiamo certamente il dovere di fare a meno di “questo” carcere. È la consapevolezza che ieri, a Firenze, ha accomunato le diverse voci intervenute nella giornata dedicata a “lo stato generale dell’esecuzione penale”, seconda tappa del programma promosso dall’Unione delle Camere Penali Italiane per riportare al centro del dibattito pubblico l’emergenza carceraria. Rappresentanti del Governo e del Parlamento, magistrati, avvocati, professori universitari, operatori penitenziari e garanti dei detenuti si sono confrontati da prospettive diverse, ma attorno a una domanda comune: il sistema che abbiamo costruito produce davvero la sicurezza che promette? Per rispondere abbiamo guardato ai numeri, perché i numeri sono testardi: non barano, fotografano la realtà e ci dicono se la direzione intrapresa è quella giusta. Le rilevazioni richiamate nel dibattito mostrano, negli ultimi decenni, un trend costante e una distanza enorme tra chi sconta la pena interamente in carcere e chi viene inserito in percorsi di esecuzione penale esterna, soprattutto attraverso il lavoro: oltre il 70% nel primo caso, circa il 5% nel secondo. Una differenza troppo grande per essere archiviata come una semplice variazione statistica. Se la recidiva è uno degli indicatori più concreti della sicurezza futura, quei numeri ci dicono che dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione il modello che li produce. “Buttare via la chiave” può essere una formula capace di raccogliere consenso, ma non può diventare il criterio di una politica criminale. Governare i fenomeni significa conoscerli, misurarne gli effetti e avere il coraggio di correggere le proprie scelte quando i risultati indicano una strada diversa. La risposta penale è diventata troppo spesso un ansiolitico sociale: a ogni emergenza un nuovo reato, a ogni allarme una nuova pena, a ogni domanda di sicurezza un nuovo pacchetto di misure. Così il carcere finisce per raccogliere anche ciò non può risolvere: malattia, dipendenze, povertà, marginalità, solitudini. Fragilità sociali che troppo spesso arrivano alla soglia penale perché non siamo stati capaci di intercettarle per tempo. E allora occorre cambiare rotta. Non servono altri pacchetti sicurezza. Non serve altra edilizia penitenziaria. Servono riforme sociali, culturali, lavorative, relazionali e familiari, capaci di intervenire prima che la fragilità sociale diventi fragilità penale. E quando questo è già accaduto, occorre utilizzare fino in fondo gli strumenti dell’esecuzione penale esterna, allargandone i presupposti applicativi a una fascia maggiore di reati di bassa e media gravità: messa alla prova, lavori di pubblica utilità, affidamento in prova al servizio sociale, detenzione domiciliare, comunità per le persone con dipendenze o disturbi psichiatrici. Quando la natura del reato e la condizione della persona lo consentono, dobbiamo avere il coraggio di “punire in libertà” piuttosto che “punire in cattività”. Sono queste le principali proposte emerse ieri da Firenze. Non è buonismo. È politica criminale. È scegliere la risposta più coerente con la domanda di sicurezza. Anche i numeri della spesa dovrebbero far riflettere. Dei circa quattro miliardi destinati all’esecuzione penale, secondo la ripartizione richiamata nel dibattito, circa tre miliardi e mezzo sono assorbiti dal sistema carcerario, mentre circa cinquecento milioni sono destinati all’esecuzione penale esterna. È una scelta culturale prima ancora che finanziaria. Una scelta che ci dice che continuiamo a investire nel farmaco sbagliato: il carcere. Una terapia che non solo non guarisce la patologia, ma rischia di alimentarla, producendo effetti tossici. Sappiamo che l’esecuzione penale esterna, quando costruita su programmi seri e individualizzati, può favorire il reinserimento e ridurre il rischio di recidiva. Eppure continuiamo a privilegiare la dimensione custodiale. È questo il paradosso dell’inganno securitario: per ottenere più sicurezza continuiamo a puntare, in larga misura, sullo strumento che può produrre nuova insicurezza. La questione, allora, non è scegliere tra umanità e sicurezza. I due valori non sono in conflitto. La sicurezza passa anche dalla capacità di ridurre la recidiva, prevenire nuovi reati e restituire alla società persone capaci di ricominciare. Come ha ricordato Francesco Petrelli, richiamando Gustav Radbruch, pensare di rieducare una persona soltanto dentro il carcere è come illudersi di insegnare a un bambino a nuotare fuori dall’acqua. La rieducazione ha bisogno della società. Di lavoro, relazioni, responsabilità. Di un futuro. Al netto degli slogan e delle parole d’ordine utili a riscuotere consenso al casello elettorale, resta dunque la domanda essenziale: quale sistema di esecuzione della pena rende davvero la società più sicura? Non basta contare quanti sono in carcere. Bisogna contare anche quanti, una volta usciti, non vi ritornano. È questa una delle misure più concrete della sicurezza. Certo, non siamo ingenui. Sappiamo che la politica si nutre di consenso. Proprio per questo avvertiamo ancora più forte la necessità di una chiamata collettiva alle armi del pensiero, per riallineare il sentire sociale ai valori costituzionali. Perché una società matura deve essere capace di orientare il proprio cammino verso ciò che rende più forte, e non più fragile, il patto costituzionale. Dobbiamo allora avere la forza di continuare a camminare controcorrente, anche quando ci viene detto che stiamo inseguendo un’utopia. Galeano racconta l’utopia come l’orizzonte: “mi avvicino di due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi e l’orizzonte si sposta dieci passi più in là”. E proprio perché si allontana mentre camminiamo, l’utopia non è arrivare all’orizzonte. È sapere in quale direzione camminare. E forse è proprio questa la consapevolezza più importante che ci portiamo da Firenze: una strada diversa esiste già. È indicata dalla Costituzione, sostenuta dall’esperienza e resa possibile dalle tante persone che ogni giorno lavorano perché la pena non sia soltanto espiazione, ma anche responsabilità e cambiamento. Perché dietro ogni numero, ogni reato, ogni condanna, c’è una persona. Una persona che ha sbagliato, ma che non può essere ridotta per sempre al proprio errore. È qui che si misura la forza di uno Stato: nella capacità di punire senza smarrire l’umanità, di rieducare senza escludere, di restituire alla comunità chi ha sbagliato. Perché la pena può finire. La persona deve poter ricominciare. Sempre. *Presidente della Camera Penale di Catanzaro “Alfredo Cantàfora” Sposati in carcere. Per stare soli dovevano provare di aver vissuto insieme prima di Dario Sorbo* Ristretti Orizzonti, 21 settembre 2026 All’Uccella, durante la Clinica Legale, ho visto un carcere da dentro. A Secondigliano sono entrato due volte. In carcere anche un incontro dipende da permessi, orari, stanze. Poi ho letto una sentenza su due sposi che non ho mai incontrato: si sposano in carcere e, per restare soli, a lui viene chiesto di provare che convivevano prima. Cominciamo dai fatti. Il 24 marzo 2026 il Tribunale di Locri respinge la richiesta di un detenuto: vorrebbe incontrare la moglie senza il controllo a vista di un agente. Ha condanne definitive per associazione mafiosa e per omicidi, tentati e consumati; è imputato in un altro processo per omicidio aggravato. Sono fatti gravissimi. Il Tribunale li richiama per giudicarlo pericoloso. Poi aggiunge che i due si sono sposati in carcere e che non è stata provata una convivenza precedente. Eccolo, il paradosso: il matrimonio esiste, ma si pretende la prova di una convivenza richiesta per i legami non formalizzati. Si dirà: con quei precedenti, la sicurezza viene prima. Va presa sul serio. Proprio per questo il rischio non può essere dedotto dalla sola lista dei reati. La Cassazione, il 23 giugno 2026, annulla il diniego e rimanda gli atti a Locri. Non concede direttamente il colloquio. Chiede al Tribunale di spiegare quale rischio concreto comporterebbe quell’incontro, valutando anche il comportamento dell’uomo in istituto e il processo pendente. Quanto al matrimonio, chiarisce che la prova di una relazione stabile riguarda i legami non formalizzati. Ai coniugi non si può opporre, per questo solo motivo, l’assenza di una convivenza anteriore. La Corte costituzionale lo aveva già detto nel 2024, eliminando il divieto assoluto dei colloqui senza controllo a vista con il coniuge, la parte dell’unione civile o la persona stabilmente convivente. Si può autorizzare un matrimonio durante la detenzione e poi impedire, senza una ragione sufficiente, che quei due sposi vivano un momento di intimità? La Consulta ha risposto di no. Restano possibili dinieghi motivati da esigenze concrete di sicurezza, ordine e disciplina e, per gli imputati, da ragioni giudiziarie. La sentenza non riguarda il 41-bis né la sorveglianza particolare. Difendere quel diritto non significa fingere che questi limiti non esistano. Durante la Clinica Legale ho esaminato fascicoli e osservato il lavoro della magistratura di sorveglianza. Nei fascicoli si leggono parole ordinate: istanza, diniego, riesame. Ho imparato a chiedermi che cosa vogliano dire per chi aspetta una risposta dall’altra parte di una porta. Non ho parlato con questi coniugi e non so se il colloquio sia poi avvenuto. Immagino però quanto pesi leggere che il matrimonio celebrato in carcere non basta neppure a provare di essere una coppia. E lei non sta scontando le condanne di lui. Resta la domanda materiale: dove avviene un colloquio autorizzato? A Secondigliano sono entrato due volte. La vicenda della stanza per gli incontri riservati, invece, la conosco dal rapporto di Antigone: non ero con i suoi visitatori. Alla fine di dicembre 2025, riferisce l’associazione, la stanza era allestita ma ancora inutilizzata. Durante quella visita non si riuscì nemmeno ad aprirla: non si trovavano le chiavi. Sembra il dettaglio di una commedia burocratica. Fa meno ridere se si pensa al tempo che due persone chiedono di passare insieme. Non so se oggi quella stanza sia in uso. Altrove si è cominciato. Secondo il rapporto di Antigone, a Terni una stanza è utilizzabile dal lunedì al sabato, con due incontri al giorno di due ore. A Padova lo spazio è disponibile il lunedì, fino a tre incontri. I giorni, gli orari, il numero delle stanze: ecco il vocabolario poco sentimentale da cui dipende un momento d’intimità. Chi non ha mai atteso un colloquio può trovarlo prosaico. Chi deve chiedere un permesso, attendere una risposta e trovare una porta aperta sa che la differenza è tutta lì. Per gli sposi di Locri il procedimento continua. Il Tribunale potrà ancora negare la richiesta, se individuerà ragioni concrete previste dalla legge; non potrà usare la mancanza di convivenza precedente per svuotare il loro matrimonio. Non chiedo di ignorare la storia penale di quell’uomo. Chiedo che, se lo Stato decide di impedirgli un incontro con la moglie, dica quale pericolo comporta oggi proprio quell’incontro. E se dice di sì, che la porta si apra davvero. *L’autore è laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, con una tesi in Diritto penitenziario sul trattamento dei detenuti. Ha frequentato per un anno accademico la Clinica Legale in esecuzione penale e ha visitato il carcere Uccella e, in due occasioni, quello di Napoli Secondigliano. Fonti: Cass. pen., sez. IV, sent. n. 23129/2026; Corte cost., sent. n. 10/2024; Antigone, XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione, “Sessualità in carcere” (2026). Carceri, indagine parlamentare: sovraffollamento ed edilizia fatiscente, soluzioni cercansi di Teresa Olivieri Italia Oggi, 21 settembre 2026 Il via libera dalla Commissione giustizia della Camera su input dei deputati di Forza Italia. La Commissione Giustizia della Camera (la II Commissione permanente) ha deliberato il via libera ufficiale a un’ampia indagine conoscitiva sulle condizioni del sistema penitenziario. Una decisione che nasce da una proposta avanzata da Forza Italia, in particolare dai deputati Enrico Costa, Davide Bellomo, Tommaso Calderone e Pietro Pittalis, ma che si è sbloccata definitivamente dopo l’allarmante relazione annuale del Garante nazionale dei detenuti della libertà personale relativa al 2024, depositata in Parlamento nel giugno scorso. All’interno di queste mura, evidenziano gli osservatori, la convivenza forzata si traduce in una sistematica lesione della dignità. Nel 44% degli istituti che sono stati monitorati, lo spazio calpestabile a disposizione del singolo detenuto è inferiore ai 3 metri quadrati, la soglia minima inderogabile che è stata stabilita dalla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) per non incorrere nel reato di trattamento inumano o degradante. Non è un caso che i reclami presentati e accolti dalla magistratura di sorveglianza per violazione dei diritti fondamentali abbiano registrato un incremento verticale, superando i 6.500 casi all’anno, segno che il sovraffollamento non è più una contingenza logistica, ma una violazione strutturale dello Stato di diritto. Niente lettore di cd al 41 bis: troppi oneri per le verifiche dell’apparecchio elettronico di Anna Grippo casertanews.it, 21 settembre 2026 La prima sezione della Corte di Cassazione, presieduta da Giacomo Rocchi si è pronunciata sul ricorso proposto dal Ministero della Giustizia Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Casa Circondariale di Sassari nel procedimento nei confronti di Domenico Belforte avverso l’ordinanza del tribunale di sorveglianza di Sassari. La prima sezione penale della Suprema Corte ha accolto il ricorso presentato dal Ministero della Giustizia e dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, annullando senza rinvio i precedenti provvedimenti della magistratura di Sorveglianza di Sassari che avevano dato ragione al detenuto. Era stato proprio Belforte a presentare reclamo. Il magistrato di Sorveglianza aveva inizialmente disposto che l’amministrazione carceraria gli permettesse di acquistare, attraverso l’impresa di mantenimento dell’istituto, un lettore cd e tre compact disc. Il dispositivo avrebbe potuto essere utilizzato nella camera di pernottamento senza particolari limiti, anche durante le ore notturne. La decisione era stata successivamente confermata dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari. Nell’ordinanza del febbraio 2026 veniva evidenziato come nel carcere fossero già 31 i detenuti autorizzati a possedere complessivamente 123 compact disc. Secondo i giudici sardi, le esigenze di sicurezza avrebbero potuto essere garantite attraverso controlli e limitazioni sul numero e sui tempi di consegna dei supporti. Ministero e Dap hanno però impugnato il provvedimento. Tra le questioni sollevate, il peso delle verifiche necessarie per escludere eventuali manomissioni degli apparecchi elettronici e le maggiori criticità legate all’utilizzo durante la notte, quando la vigilanza all’interno dell’istituto è ridotta. La Cassazione ha accolto questa impostazione. Per i giudici, l’amministrazione penitenziaria può impedire l’acquisto e la detenzione di lettori e supporti musicali quando i controlli necessari comportano un impiego eccessivo delle risorse disponibili. Una linea particolarmente rigorosa nel regime del 41 bis, dove le misure di sicurezza sono finalizzate anche a impedire che dispositivi apparentemente innocui possano essere modificati o utilizzati per comunicazioni non consentite. Milano. Gli avvocati chiedono interventi sulle carceri varesenews.it, 21 settembre 2026 “Non possono essere i luoghi dove si consuma la parte più fragile della società”. Un documento firmato dai presidenti delle camere penali del distretto di Milano chiede alle istituzioni interventi sulla condizione dei detenuti. La proposta: differire l’esecuzione della pena quando la detenzione è incompatibile con il nucleo essenziale dei diritti fondamentali. Il 19 settembre, a Firenze, l’unione delle Camere Penali Italiane ha promosso una giornata di lavoro per elaborare proposte da sottoporre al Parlamento e al Governo circa la grave crisi dell’esecuzione penale. Da quella necessità di confronto nasce anche questo documento, che le Camere Penali del Distretto della Corte d’Appello di Milano rivolgono alle cittadine e ai cittadini, alle istituzioni, alla società civile. Il sistema carcerario vive una profonda crisi: non è un’emergenza ma una situazione inaccettabilmente stabilizzatasi da molti anni. Non è una formula astratta: lo raccontano le celle sovraffollate, la carenza di personale, i suicidi e gli atti di autolesionismo, le condizioni di vita che non rispettano la dignità delle persone detenute. Una crisi di valori che riguarda tutti noi. Un Paese che accetta che il carcere diventi luogo di abbandono, di malattia, di disperazione è un Paese che indebolisce sé stesso, la propria sicurezza, la fiducia nella giustizia. La Costituzione non si ferma ai cancelli degli istituti penitenziari. Chi entra in carcere perde la libertà, ma non perde la dignità, il diritto alla salute, il diritto a non essere schiacciato in condizioni disumane. Quando una persona è rinchiusa in una cella troppo piccola, senza cure adeguate, senza ascolto, senza prospettiva, non è “solo” un problema organizzativo: è un problema che riguarda il cuore del nostro patto costituzionale. I numeri dei suicidi e degli atti di autolesionismo non sono statistiche: sono vite spezzate, spesso annunciate da segnali ignorati. Il sovraffollamento non è una cifra da rapporto ministeriale: è il corpo di tre, quattro persone costrette a dividere lo spazio pensato per una sola. Dietro ogni numero c’è un volto, una storia, una famiglia. E c’è anche una domanda che riguarda tutti noi: che cosa stiamo facendo delle persone che lo Stato decide di privare della libertà? Le stiamo annientando o le stiamo mettendo in condizione di cambiare? Il 22 settembre prossimo la Corte costituzionale discuterà un tema che tocca il cuore di questa crisi: se sia possibile differire l’esecuzione della pena quando la detenzione è incompatibile con il nucleo essenziale dei diritti fondamentali. Se lo Stato possa continuare a tenere in carcere, nelle condizioni date, chi è così fragile - fisicamente o psichicamente - da non poter sopportare quella detenzione senza esserne annientato. Non è una questione per “tecnici del diritto”. È una domanda che riguarda il tipo di Paese che vogliamo essere: uno Stato che si limita a punire, o uno Stato che, anche nel punire, non rinuncia mai all’umanità? Come avvocate e avvocati penalisti vediamo ogni giorno ciò che troppo spesso resta nascosto: le celle sovraffollate, i corridoi dei reparti psichiatrici, le attese infinite per una visita medica, le storie di chi non ce l’ha fatta. Per questo, insieme alle altre Camere Penali italiane riunite a Firenze il 19 settembre, sentiamo il dovere di dire con chiarezza che il carcere non può essere il luogo dove si consuma la parte più fragile della società; la pena non può trasformarsi in una condanna alla malattia, alla perdita di sé, alla morte; la sicurezza dei cittadini non si costruisce sulla sofferenza disumana, ma su percorsi di responsabilità, cura, reinserimento. In questa oscurità c’è un seme di speranza che non possiamo abbandonare, quella di una seconda possibilità per chiunque: in gioco non è solo la dignità del singolo detenuto, ma anche quella di un Paese e dei suoi valori fondamentali. Un’opportunità per dare valore alla dignità, ovvero al rispetto che ogni individuo merita semplicemente per il fatto di essere umano, indipendentemente dalle sue azioni. Concludiamo con una promessa semplice e impegnativa. Finché una sola cella offenderà la dignità di chi vi è rinchiuso nessuno potrà dirsi davvero libero fuori da quelle mura. Continueremo a dirlo, con la forza del diritto, con la tenacia dell’impegno quotidiano e con la voce di chi non accetta che il carcere resti il luogo dove la Costituzione si ferma sulla soglia. I Presidenti delle Camere penali del Distretto di Milano: Avv. Elisabetta Bertani (Camera penale di Varese) Avv. Stefano Di Pasquale (Camera penale di Sondrio) Avv. Davide Giudici (Camera penale di Como e Lecco) Avv. Eleonora Grossi (Camera penale di Pavia) Avv. Tiberio Massironi (Camera penale di Busto Arsizio) Avv. Marco Negrini (Camera penale di Monza) Avv. Federico Papa (Camera penale di Milano) Torino. Carcere sovraffollato e pericoloso: da mercoledì avvocati in sciopero di Nicolò Fagone La Zita Corriere Torino, 21 settembre 2026 “Diritti fondamentali non garantiti”. Una “lista d’attesa” per entrare in carcere quando i posti non bastano e le condizioni di detenzione non garantiscono i diritti fondamentali. È la proposta rilanciata dalla Camera Penale del Piemonte e della Valle d’Aosta, alla vigilia del 22 settembre, quando la Corte costituzionale discuterà la questione sollevata dal Tribunale di sorveglianza di Firenze sulla possibilità di differire la pena se la detenzione comporta condizioni contrarie al senso di umanità. “Oggi le norme prevedono il rinvio facoltativo, ma solo in casi espressamente contemplati”, ha spiegato Roberto Capra, presidente della Camera Penale. “Questo strumento dovrebbe invece essere allargato e applicato anche quando la struttura penitenziaria è chiaramente inadeguata”. Nella prospettiva dei penalisti non si tratta di cancellare una condanna, ma di rinviarla in attesa che possa essere scontata in modalità compatibili con i diritti della persona. La Corte Costituzionale aveva già affrontato il tema nel 2013 (sentenza 279), quando il sovraffollamento iniziava a violare il principio di umanità della pena (Articolo 27). Tuttavia la Consulta dichiarò la questione “inammissibile”. Stabilì che non spettava ai giudici, ma al Parlamento, varare riforme sistemiche. La Corte lanciò comunque un durissimo monito al legislatore, accertando lo stato d’illegalità e imponendo interventi urgenti. Ma la situazione, a distanza di 13 anni, risulta ulteriormente peggiorata, come dimostra il contesto del Lorusso e Cutugno. L’istituto torinese ha una capienza di 1119 posti, ma oggi ospita 1556 detenuti. “In nessuna struttura si aggiungono persone se lo spazio è insufficiente - osserva l’avvocato Maurizio Basile - il numero chiuso deve valere anche per le carceri”. Alle condizioni di sovraffollamento si aggiungono le denunce dell’osapp. Il sindacato parla di “allarme totale”, tra problemi igienici e tensione crescente. “Siamo alla deriva, non c’è più spazio e gli odori sono ormai nauseabondi”, ha dichiarato il segretario generale Leo Beneduci, chiedendo “ispezioni immediate”. L’osapp aggiunge che dall’inizio dell’anno si sono già registrate circa 60 aggressioni e denuncia carenze di lenzuola e arredi essenziali. Per questo si chiedono verifiche dirette su igiene, sicurezza, infestazioni e spazi disponibili. “Non possiamo aspettare che accada qualcosa di grave prima che qualcuno decida di intervenire”, è l’appello di Beneduci. Nel frattempo i penalisti hanno annunciato una nuova astensione dalle udienze dal 23 al 29 settembre. La mobilitazione si colloca dunque tra due date: il 22 settembre l’udienza della Consulta e, dal giorno successivo, lo sciopero. Il tema è lo stesso: che cosa accade quando l’esecuzione di una pena entra in conflitto con le condizioni concrete della detenzione. Sassari. Il carcere di Bancali scoppia: rinchiusi 155 detenuti in più dei posti disponibili sassaritoday.it, 21 settembre 2026 Secondo i dati del ministero della Giustizia, al 19 settembre 2026, nell’istituto carcerario di Sassari c’è un sovraffollamento di detenuti del 134%, mentre alla polizia penitenziaria mancano 86 effettivi. Il carcere-polveriera di Bancali è sempre più pieno. Oltre i limiti. Nella casa circondariale “Giovanni Bacchiddu” di Sassari, sono rinchiusi 610 detenuti (29 sono donne, 197 gli stranieri). Solo che i posti regolamentari disponibili sono 455 (più tre non disponibili). Dati del ministero della Giustizia, aggiornati a ieri, 19 settembre 2026. Polizia penitenziaria sottodimensionata: mancano 86 agenti - Un sovraffollamento di detenuti pari al 134% della capienza disponibile. Tutto questo a fronte di una cronica carenza di poliziotti penitenziari. Nella struttura di Bancali gli agenti effettivi in servizio sono 298. Le schede ministeriali prevedono che ci siano 384 agenti penitenziari a vigilare sui detenuti. Quindi mancano all’appello ben 86 poliziotti. Una situazione esplosiva, sempre più difficile da gestire per la polizia penitenziaria, costretta a lavorare in continua emergenza e a fronteggiare episodi sempre più frequenti di mini rivolte, aggressioni agli agenti, risse fra reclusi. Come denunciato ormai quasi quotidianamente dalle varie sigle sindacali. Carceri piene anche ad Alghero, Tempio e Cagliari - Il caso Sassari è tutt’altro che unico in Sardegna: il sovraffollamento e la carenza di polizia penitenziaria sono una costante anche in altre carceri dell’isola. A Cagliari l’indice di sovraffollamento è del 132%, con 858 detenuti con 652 posti disponibili; gli agenti sono 330 (438 previsti). Ad Alghero sono presenti 159 reclusi a fronte di 156 posti regolamentari; i poliziotti sono 70 (86 previsti). A Tempio Pausania i carcerati sono 180 con 163 posti regolamentari; gli agenti in servizio sono 107 (previsti 158). Rimini. In carcere troppi detenuti: sessanta oltre la capienza di Lorenzo Muccioli Il Resto del Carlino, 21 settembre 2026 Circa 180 detenuti per 118 posti regolamentari. Tradotto: una sessantina di persone in più rispetto alla capienza prevista. È il conto aggiornato del carcere dei Casetti di Rimini, dove al problema del sovraffollamento si aggiunge quello della carenza di personale della polizia penitenziaria. A fare il punto è Gioacchino De Pasquale, segretario provinciale del Sappe, il Sindacato autonomo polizia penitenziaria. La carenza più pesante riguarda soprattutto il ruolo degli agenti-assistenti, cioè il personale impegnato direttamente nei servizi all’interno delle sezioni. “Ogni ruolo ha il suo compito e le mansioni esecutive spettano agli agenti-assistenti: è quella la carenza di cui l’istituto soffre maggiormente”. Poi ci sono i numeri dei detenuti. “Attualmente a Rimini ci sono più di 180 detenuti, mentre la capienza è intorno ai 118 posti”, sottolinea il segretario provinciale del Sappe. Un sovraffollamento che, secondo il sindacato, finisce inevitabilmente per pesare anche sul lavoro quotidiano degli agenti. “Se una sezione ha una capienza, per fare un esempio, di 30 detenuti e un agente dovrebbe gestirne 30, quando invece ne deve gestire 50 la situazione si ripercuote su tutto il sistema. L’agente ha più difficoltà e i detenuti, invece di stare in due o tre, possono trovarsi anche in cinque”. Più persone negli stessi spazi significa anche una convivenza più complicata. “Si creano tensioni. Bisogna considerare che ci sono detenuti di religioni, etnie e culture differenti. Si cerca, per quanto possibile, di sistemare insieme persone compatibili, ma non può essere sempre così”, aggiunge De Pasquale. Uno dei nodi principali resta la prima sezione, già finita sotto la lente per le condizioni strutturali e igienico-sanitarie. Il quadro indicato dal Sappe si affianca a quello tracciato nei giorni scorsi dalla Camera penale di Rimini, che dopo la visita ai Casetti nell’ambito dell’iniziativa “Ristretti in agosto” aveva parlato di “criticità che richiedono interventi a livello nazionale non più rinviabili”. I penalisti avevano inoltre chiesto di valutare, quando ne ricorrano i presupposti, misure alternative alla detenzione durante i lavori, così da limitare trasferimenti generalizzati verso istituti lontani da Rimini e dalle famiglie. “In questa fase dovrebbe essere valutata, ove ne ricorrano i presupposti, la possibilità di ricorrere a misure alternative alla detenzione, evitando trasferimenti generalizzati e lontani dai legami familiari e affettivi”, aveva sottolineato la Camera penale. Avellino. A Tufo a confronto su carcere, territorio e percorsi di reinserimento Corriere dell’Irpinia, 21 settembre 2026 Riflettere sul significato della libertà, sulle esperienze di reclusione e sulla possibilità di immaginare un “oltre” anche nelle condizioni più difficili. È questo il tema dell’incontro “Re-immaginarsi da condizioni di reclusione - Esperienze a confronto”, in programma lunedì 21 settembre alle ore 18, al Centro Polifunzionale “Sandro Pertini” di via Santa Lucia, nel complesso municipale di Tufo. L’iniziativa, patrocinata dal Comune di Tufo, nasce con l’obiettivo di riportare l’attenzione sul rapporto tra carcere, territorio e percorsi di reinserimento, attraverso le testimonianze e le esperienze di chi, negli anni, ha lavorato a contatto con il mondo penitenziario. Al centro dell’incontro anche la figura di Sandor Luongo, ricordato per il suo impegno e per la sensibilità con cui ha accompagnato il progetto di liberazione della Comunità di Servizio Sociale dei Detenuti (Cssd), nato tra le celle del carcere avellinese e il territorio di Tufo tra gli anni Ottanta e Novanta. Un’esperienza che, spiegano gli organizzatori, merita di essere riletta attraverso le storie di reclusi e recluse che, anche in contesti e momenti diversi, hanno saputo “re-immaginarsi”, collettivamente e individualmente, nonostante la condizione di detenzione. Il filo conduttore dell’iniziativa parte da una riflessione sul concetto stesso di ostacolo e sui modi con cui l’essere umano riesce a trasformare questa condizione. Dalle pitture rupestri ai manicomi, fino alle carceri e ai grandi luoghi di produzione, l’uomo ha lasciato simboli e tracce capaci di rappresentare il desiderio di un “oltre”, di un “altrove”. Una capacità creativa che, come ricordava Franco Basaglia, può contribuire a trasformare l’impossibile in possibile. Ad aprire l’appuntamento saranno i saluti istituzionali del sindaco di Tufo, Nunzio Donnarumma. A moderare il confronto sarà Carlo Mele, garante provinciale delle persone private della libertà personale. Nicola Valentino, curatore della Casa dell’arte ir-ritata della cooperativa “Sensibili alle foglie”, proporrà una riflessione sul tema “I sogni dei reclusi del carcere di Palmi, 1984”. Seguirà l’intervento di Imma Carpintello, presidente della cooperativa “Le Lazzarelle”, dedicato alla nascita nel carcere femminile di Pozzuoli della realtà che coinvolse le prime donne torrefattrici di caffè. A portare la propria esperienza sarà anche Beppe Battaglia, volontario penitenziario e già componente della ex CSSD, con l’intervento dal titolo “La libertà è un organismo vivente”. Le conclusioni saranno affidate a Stefano Anastasia, garante della Regione Lazio, professore di Filosofia e Sociologia del diritto presso Unitelma Sapienza e presidente onorario di Antigone, che affronterà il tema “Liberarsi dalla necessità del carcere”. L’appuntamento di Tufo si propone dunque come un momento di confronto non soltanto sul sistema penitenziario, ma soprattutto sulle possibilità di cambiamento che possono nascere quando le esperienze di reclusione vengono messe in relazione con il territorio, la comunità e i percorsi di reinserimento sociale. Assisi (Pg). “Il carcere visto da dentro”: docufilm e reading, ma niente spettacolo con i detenuti umbriadomani.it, 21 settembre 2026 Doveva essere uno spettacolo teatrale con la presenza dei detenuti della Compagnia #SIneNOmine del Carcere di Spoleto. Le autorizzazioni alla loro partecipazione non sono state concesse e “Occhi & Gabbie. La cella che chiude, la cella che salva” ha cambiato forma, non perdendo la sua ragione più profonda: portare fuori dal carcere uno sguardo che normalmente rimane dentro. Un successo dell’iniziativa, che causa maltempo si è svolta nella Sala della Pace del Sacro Convento ad Assisi e non davanti alla Basilica Superiore di San Francesco, che non cancella l’amarezza per la mancata autorizzazione. La serata del 18 settembre, anteprima del festival Eco Sanfra realizzata in collaborazione con il Cortile di Francesco e il supporto del Rotary Club di Assisi, è diventata così un incontro tra cinema, teatro e testimonianza attraverso due docufilm realizzati all’interno e intorno all’esperienza della Casa di Reclusione di Spoleto-Maiano, accompagnati da alcuni passaggi del testo originale di “Occhi & Gabbie” restituiti in forma di reading. Il primo è stato “Lo Cunto dei ristretti”, regia di Alberto Mascia, sviluppa dal finanziamento Monitor 440, sezione Visioni Fuori Luogo, attraverso l’Accordo di rete tra venti istituti scolastici con sezioni di istruzione in carcere, con scuola capofila l’IIS Sansi-Leonardi-Volta di Spoleto. Il progetto, ideato da Giorgio Flamini (regista anche dello spettacolo non andato in scena) e coordinato da Anna Grazia Stammati, nasce dal lavoro della Rete delle scuole ristrette e da un percorso didattico e teatrale costruito a partire da “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile. Il docu-film intreccia tre linee narrative: il carcere, la scuola in carcere e il dopo carcere. Girato tra Roma, Napoli e la Casa di Reclusione di Spoleto-Maiano, raccoglie le voci e le esperienze dei detenuti in un percorso di conoscenza, scrittura e rappresentazione del sé, mostrando come istruzione, cultura e teatro possano diventare strumenti fondamentali nei percorsi di crescita e trasformazione. Il film è stato presentato a Matera Capitale Europea della Cultura 2019 e a Venezia nell’ambito di DestinIncrociati rassegna di teatro diretta dal Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere. “Tempo Libero” invece, regia di Daniele Biggiero, realizzato dalla Direzione Contenuti Digitali della Rai per la Sostenibilità-ESG e disponibile su RaiPlay, racconta invece il lavoro della compagnia #SIneNOmine e il percorso che ha portato alla realizzazione dello spettacolo presentato al 65° Festival dei Due Mondi di Spoleto. Partendo da un classico di Italo Calvino, il documentario entra nel castello immaginario per raccontare emozioni, impegno e passione dei detenuti della media e alta sicurezza che, insieme ad artisti e professionisti dello spettacolo, hanno costruito un’opera originale e coinvolgente. Due film diversi per linguaggio, uniti dalla stessa possibilità: guardare il carcere da dentro, attraverso le voci, i volti e le relazioni di chi vive quotidianamente quello spazio. Le proiezioni sono state accompagnate dal reading di alcuni brani di “Occhi & Gabbie. La cella che chiude, la cella che salva”, con la partecipazione di una voce della compagnia e dell’attore Mirko Peruzzi. L’assenza fisica degli attori detenuti è diventata così parte della narrazione, creando un dialogo tra immagini, parole e memoria. “Un ringraziamento particolare - afferma Giorgio Flamini - va al direttore di Rai Umbria Giovanni Parapini e a RaiPlay per aver concesso la proiezione di “Tempo Libero” nell’ambito di Eco Sanfra e del Cortile di Francesco, ai Frati del Sacro Convento per l’accoglienza e per aver nuovamente inserito nei programmi dei due appuntamenti la presenza della compagnia #SIneNOmine. La compagnia auspica di poter portare presto in scena Occhi & Gabbie nella sua forma originaria, con la presenza degli attori detenuti protagonisti del progetto”. Dopo l’anteprima ad Assisi c’è attesa quindi per la terza edizione di Eco Sanfra, festival dedicato alla sostenibilità economica, sociale e ambientale in programma a Perugia dal 24 al 27 settembre. Eco Sanfra è un evento promosso da associazione Eterìa Ets realizzato in compartecipazione con la Camera di Commercio dell’Umbria, Fattoria Creativa e Regusto e in collaborazione con Rai Umbria. Il festival è patrocinato da Parlamento Europeo, Unesco Wwap - World water assessment programme, Ispra, Regione Umbria, Comune di Perugia, Comune di Terni, Comune di Assisi, Comune di Spoleto, Sacro Convento di Assisi, Università degli studi di Perugia e Università per Stranieri di Perugia, Pefc Italia, Auri, Arpa, Fondazione Perugia. Numerosi i partner e le aziende private che hanno contribuito alla realizzazione del festival. Tutto il programma del festival sul sito ufficiale: www.ecosanfra.it Alba (Cn). Le Acli in piazza accanto alla realtà carceraria: “Ripartiamo dalla piazza” di Agata Pagani La Fedeltà, 21 settembre 2026 Il 26 settembre ad Alba un pomeriggio dedicato a inclusione, risocializzazione e lavoro. Parlare di carcere andando oltre gli stereotipi, raccontando soprattutto le possibilità di inclusione, risocializzazione, lavoro e reinserimento. È questo l’obiettivo di “Ripartiamo dalla piazza”, l’iniziativa in programma sabato 26 settembre, dalle 16 alle 19, in piazza Ferrero ad Alba, alla quale parteciperanno anche le Acli provinciali Cuneesi insieme alle Acli zonali di Alba. L’appuntamento è organizzato dalla Cooperativa sociale Motiva, dal Tavolo Carcere della città di Alba e dal Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale Emilio De Vitto, nell’ambito della Settimana Europea della Mobilità, in collaborazione con l’Assessorato alla mobilità urbana e ai trasporti pubblici. L’iniziativa rientra nel progetto “Ripartenze”, finanziato dalla Fondazione CRC, e nasce con l’intento di creare uno spazio di confronto sul mondo carcerario, favorendo una conoscenza più diretta di una realtà che può generare paura e distanza, ma che può diventare, attraverso il contributo della comunità, un’occasione di promozione umana e sociale. Le Acli raccontano l’esperienza nel carcere di Alba - In piazza Ferrero le Acli Cuneesi avranno uno spazio dedicato nel quale presenteranno le attività e i servizi dell’associazione, insieme all’esperienza maturata nel percorso di accompagnamento delle persone detenute presso la Casa di reclusione di Alba. La presenza dei volontari Acli all’interno del carcere albese nasce dalla volontà di offrire alle persone detenute non soltanto un supporto concreto nell’affrontare alcune necessità quotidiane, ma anche un luogo di ascolto, orientamento e relazione con il mondo esterno. A raccontare questa esperienza è Piergiorgio Previotto, membro del Consiglio di presidenza delle Acli provinciali cuneesi e della Presidenza regionale Acli Piemonte, consigliere nazionale Acli e consigliere di amministrazione dell’Enaip regionale. Da alcuni anni svolge attività di volontariato Acli sia nel carcere di Alba sia in quello di Saluzzo. “Quando entri nel mondo carcerario trovi una realtà che dall’esterno non è facile capire”, spiega Previotto, ricordando come anche le persone detenute debbano affrontare numerosi adempimenti e necessità amministrative, dal rinnovo della carta d’identità agli stati di famiglia e alle certificazioni attraverso Patronato e Caf. Il volontariato, aggiunge, rappresenta anche un’esperienza umana significativa, capace di mettere in luce quanto la condizione di trovarsi oltre le sbarre possa riguardare, per motivi diversi, qualsiasi persona. “Accompagnare significa offrire una seconda possibilità” - Sul valore del percorso interviene anche il presidente provinciale delle Acli Cuneesi, Elio Lingua, secondo cui il risultato più importante non consiste soltanto nell’aiutare a risolvere difficoltà pratiche. “La possibilità di restituire alla persona fiducia nelle proprie capacità e consapevolezza di poter contribuire, attraverso scelte positive, alla costruzione del proprio futuro”, sottolinea Lingua, ribadendo che per le Acli “accompagnare” significa offrire una seconda possibilità, attraverso ascolto, prossimità e attenzione alla dignità di ogni persona. Biciclette, arte, volontariato e musica in piazza - Durante il pomeriggio del 26 settembre saranno numerose le attività proposte ai partecipanti. Ci sarà un laboratorio di autoriparazione di biciclette curato da Ciclopop, pensato per coinvolgere la cittadinanza e le persone attualmente private della libertà personale presso la Casa di Reclusione “G. Montalto” di Alba. L’obiettivo sarà anche quello di trasmettere competenze manuali legate all’utilizzo della bicicletta come mezzo di spostamento e trasporto, in vista di possibili attività rieducative e lavorative. Gli studenti del Liceo Artistico di Alba presenteranno invece l’opera tridimensionale performativa “Valelapena”, dedicata alla promozione dell’economia penitenziaria attraverso una maggiore consapevolezza. Sarà inoltre possibile conoscere il Tavolo Carcere di Alba, incontrare gli enti che ne fanno parte, rivolgere domande e prendere contatti. Il CSV Società Solidale ETS curerà uno spazio dedicato alla promozione del volontariato, mentre una mostra di storie di successo raccoglierà le testimonianze di chi ha lavorato in carcere. A completare il pomeriggio sarà la musica e l’animazione dell’organizzazione teatrale Incantastorie, per un appuntamento che vuole unire informazione, partecipazione e convivialità. L’iniziativa si propone così di portare il tema del carcere fuori dalle mura, direttamente nel cuore della città, creando un’occasione di incontro tra persone, associazioni e istituzioni. Torino. “Giornate della legalità”, la quarta edizione dall’8 all’11 ottobre Il Torinese, 21 settembre 2026 La presentazione della quarta edizione delle Giornate della Legalità - Spazi aperti in luoghi chiusi, in programma a Torino da giovedì 8 a domenica 11 ottobre 2026, si apre con l’annuncio del conferimento della Medaglia del Presidente della Repubblica, destinata dal Capo dello Stato alla manifestazione quale premio di rappresentanza. Un riconoscimento di particolare prestigio, che sottolinea il valore di un’iniziativa dedicata alla diffusione della cultura della legalità e alla costruzione di una società fondata sulla responsabilità condivisa, sulla partecipazione e sulla cura del bene comune. Sono questi i princìpi racchiusi in “Una società si-cura”, il tema scelto per questa edizione. Un semplice trattino cambia prospettiva: “sicura” diventa “si-cura”, trasformando la sicurezza da richiesta di protezione a responsabilità condivisa. Il tema arriva in un momento in cui la parola sicurezza occupa il dibattito pubblico quasi esclusivamente nel lessico della difesa e della paura. Le Giornate provano a rovesciare questa visione: prendersi cura delle fragilità di una società diventa un gesto pubblico, fondato sulla responsabilità e sulla relazione tra le persone. Da qui la scelta di portare il confronto nei luoghi in cui la legalità si esercita concretamente, aprendoli alla cittadinanza: per quattro giorni, oltre 80 ospiti saranno protagonisti di oltre 45 appuntamenti nei tribunali, nelle caserme, nelle carceri, nelle università, nelle sedi delle istituzioni e nei luoghi della cultura cittadini. “Le Giornate della Legalità - dichiara l’assessore alla Legalità Marco Porcedda - tornano quest’anno con un tema che parla a ciascuno di noi: prendersi cura. Parlare di sicurezza significa troppo spesso parlare di paura e di difesa; questa edizione propone invece di guardare alla legalità come a una responsabilità reciproca, che si costruisce nelle relazioni, nel rispetto delle regole e nell’attenzione verso chi è più fragile. Aprire tribunali, caserme, carceri e uffici pubblici alla cittadinanza significa dire che le istituzioni non sono un mondo separato: sono un bene comune di cui tutte e tutti possiamo prenderci cura”. “Anche quest’anno la cultura si conferma strumento di crescita civile e democratica - dichiara l’assessora alla Cultura Rosanna Purchia - aprendo spazi di confronto e di libertà e rafforzando il senso di comunità. Con Portici della Legalità, realizzati in concomitanza con Portici di Carta, la riflessione sulla legalità arriva in piazza, tra i libri e le persone, restituendole la sua dimensione più autentica: quella di un bene comune che appartiene a tutte e tutti e che ognuno di noi è chiamato a custodire e a praticare”. “All’inizio del mandato, per dare forma alla delega alla Legalità, abbiamo fortemente voluto le “Giornate della Legalità” - afferma la vicesindaca Michela Favaro -. L’onorificenza con cui il Capo dello Stato ha voluto onorare la Città di Torino e la manifestazione è per noi motivo di grande orgoglio e, allo stesso tempo, uno stimolo a proseguire l’impegno in tutti i campi su questi temi. È questo il senso di iniziative come questa: trasformare la legalità da principio astratto in una pratica quotidiana e collettiva”. Giornate della Legalità è un progetto della Città di Torino, realizzato da Fondazione per la Cultura Torino, con il sostegno di Fondazione CRT e Camera di commercio di Torino, sponsor Gruppo Iren, Nova Coop, Studio Legale Jacobacci e Associati, Consorzio Tutela dell’Asti DOCG, Banca Etica, con il patrocinio dell’Università di Torino e del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino, in collaborazione con Biennale Democrazia, Torino Futura - Generazione di cultura e Turismo Torino e Provincia. Il palinsesto 2026 coinvolgerà oltre 80 ospiti, tra cui il fondatore di Libera Luigi Ciotti, la Direttrice del Salone Internazionale del Libro Annalena Benini, lo storico del diritto Pietro Costa, il Presidente emerito della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky, il giudice della Corte costituzionale Francesco Viganò, il filosofo del diritto Tommaso Greco, l’economista Elsa Fornero, la storica Anna Foa, le scrittrici Elena Loewenthal e Igiaba Scego, il giornalista Carlo Bonini, l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, la giornalista e scrittrice Marianna Aprile, il sociologo Rocco Sciarrone, la presidente di Antigone Lombardia Valeria Verdolini, il garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Milano Luigi Pagano, lo scrittore e insegnante Christian Raimo, l’economista della cultura Pier Luigi Sacco, l’ex Rettore Guido Saracco, la storica Marcella Filippa, la filosofa Giorgia Serughetti, i giornalisti Simonetta Sciandivasci e Alessandro Trocino, l’attrice e stand-up comedian Monir Ghassem, la garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Città di Torino Diletta Berardinelli, la psicologa, psicoterapeuta e specialista in Psicologia clinica Maria Serena Schiva e molti altri ancora. “Quest’anno il punto di osservazione sarà la cura - dichiara Valeria Marcenò, Direttrice del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino e Curatrice scientifica della manifestazione -. Dopo aver affrontato il tema delle regole e dell’importanza del loro rispetto (A che cosa serve?), aver legato il diritto e le regole alle emozioni (D(i)ritto al cuore) e aver demolito gli stereotipi tipici della legalità (Contro i luoghi comuni), guardiamo ora alla legalità come al prendersi cura della società di cui si è parte. Prendersi cura non è una parola “femminile”. È una parola sociale, che consente di guardare alla società da una prospettiva diversa. Mi piace dire che, nel contesto in cui viviamo, può diventare una parola eversiva: significa accogliere l’idea che le fragilità e le vulnerabilità di una società non sono rischi da neutralizzare, ma condizioni ontologicamente presenti nella nostra esistenza. Anche per questo si sposa bene come contrapposizione alla retorica attuale sulla sicurezza”. Ad aprire la rassegna sarà l’inaugurazione pubblica di giovedì 8 ottobre alle 17.30 nell’Aula Magna del Campus Luigi Einaudi, con la lectio Democrazia e cura dello storico del diritto Pietro Costa, sul rapporto tra istituzioni e società e sulle responsabilità individuali e collettive. Introduce Valeria Marcenò; precedono l’incontro i saluti della Rettrice dell’Università di Torino Cristina Prandi, degli assessori e dei sostenitori della manifestazione. La stessa giornata si apre alle ore 10 nell’Aula Magna del Palazzo di Giustizia con Le parole non sono pietre, una seconda inaugurazione di Legalità Futura riservata alle classi delle scuole secondarie di secondo grado. Protagonisti Luigi Ciotti e la Direttrice del Salone Internazionale del Libro Annalena Benini, in dialogo con Tiziana Francesca Vaccaro. Portano i saluti Lucia Musti, Procuratore Generale di Torino, e Alessandra Bassi, Presidente della Corte d’Appello - le due cariche apicali degli uffici giudiziari torinesi - insieme al sindaco Stefano Lo Russo e alla Curatrice scientifica Valeria Marcenò. Il tema è il linguaggio: quello che crea e rafforza ingiustizie, consolida stereotipi e legittima pregiudizi, ma anche quello che può cambiare la società quando alcune parole smettono di fare paura e cominciano a farci compagnia. L’appuntamento è realizzato nell’ambito di Torino Futura - Generazione di cultura, in collaborazione con Libera Piemonte. Il programma attraversa in particolare tre grandi nuclei: il carcere e la pena; la sicurezza intesa come questione sociale; le parole, la memoria e la cittadinanza. Tre prospettive diverse, unite dall’idea che una società diventi più sicura quando sceglie di prendersi cura delle proprie fragilità. Tra gli appuntamenti di maggiore rilievo figurano la lectio di Gustavo Zagrebelsky all’Agenzia delle Entrate; Prendersi cura del carcere, la lectio di Francesco Viganò riservata alle persone detenute nella Casa Circondariale Lorusso e Cutugno; Rivoluzionare la pena, con Diletta Berardinelli, Antonio Genovese e Luigi Pagano; Per una sicurezza sociale, con Elsa Fornero e Pier Luigi Sacco; Non dare nulla per scontato, con Anna Foa, Elena Loewenthal e Igiaba Scego; Contro la paura, il dialogo tra Carlo Bonini e Franco Gabrielli; e Curare l’adolescenza, con Christian Raimo e Maria Serena Schiva. Completano il programma open house nei luoghi delle istituzioni, incontri dedicati al contrasto alle mafie, al welfare, all’intelligenza artificiale e alla finanza etica, presentazioni di libri e visite guidate. Un’attenzione particolare è dedicata a scuole, bambine e bambini, famiglie e giovani attraverso Legalità Futura, il percorso per le nuove generazioni nell’ambito di Torino Futura - Generazione di cultura. Il programma comprende la Visita al Laboratorio chimico dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, sulle attività di analisi, certificazione e contrasto alle frodi, seguita da Il gusto per la cura, realizzato con il Consorzio Tutela dell’Asti DOCG e dedicato a trasparenza, etica e responsabilità nel settore agroalimentare. Una società si-cura, il nostro con-tributo, con l’Agenzia delle Entrate, coinvolgerà ragazze e ragazzi sulla legalità fiscale e sulla cura del bene comune. Completano il percorso Educazione alla legalità economica, con l’apertura alle scuole primarie della caserma della Guardia di Finanza, e Sicurezza, prevenzione e soccorso, al Comando dei Vigili del Fuoco per conoscere da vicino le attività di prevenzione e protezione della cittadinanza. Le Giornate affrontano anche il tema della partecipazione politica e della cittadinanza delle nuove generazioni, collaborando insieme a Biennale Democrazia all’organizzazione del primo evento pubblico del progetto della Città di Torino La prima volta - Un anno di incontri, percorsi ed eventi fino al tuo primo voto, sostenuto da Fondazione Compagnia di San Paolo nell’ambito del Bando “Feste del Primo Voto”, e in collaborazione con numerosi partner del territorio. Giornate della Legalità ospitano l’evento di apertura venerdì 9 ottobre dalle 17 fra Piazza Palazzo di Città e Palazzo Civico La Prima Volta a Palazzo, una festa prodotta da Fondazione Club Silencio ETS dedicata a chi voterà per la prima volta alle prossime elezioni: visite guidate alla Sala Rossa, talk e incontri con esperti, musica, quiz a tema e presentazione dei laboratori di cittadinanza. La serata si apre con Siamo tutti politici, curato da Giornate della Legalità, alle 17 in Sala Rossa, il dialogo con Marianna Aprile e Giorgia Serughetti sul valore della partecipazione alla vita sociale e politica. Sul rapporto tra istituzioni e cittadinanza torna, per il quarto anno consecutivo, anche la Giornata della Trasparenza - Una cura per la pubblica amministrazione, organizzata in collaborazione con la Segretaria Generale della Città di Torino, un’occasione di formazione per i dipendenti comunali e di confronto sul valore della trasparenza nell’azione amministrativa. Anche quest’anno la rassegna si svolgerà in concomitanza con Portici di Carta e ospiterà Portici della Legalità, spazio di incontro con autrici, autori e libri: La promessa di Marianna Aprile; Oriana Fallaci. Punto e basta di Simonetta Sciandivasci e Alessandro Trocino; Il direttore. Quarant’anni di lavoro in carcere di Luigi Pagano; Abolire l’impossibile di Valeria Verdolini; La riparazione. Donne che rammendano il mondo di Marcella Filippa; Alleati digitali. La nostra IA personale di Guido Saracco; Per la libertà di tutti di Tommaso Greco e Alessio Lo Giudice. Sotto i portici troveranno spazio anche Il carcere all’aperto, esposizione dell’economia carceraria organizzata in collaborazione con il Servizio lavoro, rapporti sistema carcerario, LPU, PUC e cantieri di lavoro della Città di Torino. Arricchisce il palinsesto un evento proposto e curato da Iveco Group e anche quest’anno sarà inoltre possibile consultare e prendere in prestito volumi tematici dalla Biblioteca della Legalità BILL, ospitata dal Bibliobus delle Biblioteche Civiche Torinesi. L’edizione 2026 è realizzata grazie agli sponsor Gruppo Iren, Nova Coop, Studio Legale Jacobacci e Associati, Consorzio Tutela dell’Asti DOCG, Banca Etica, si svolge con il sostegno di Fondazione CRT e Camera di commercio Torino, al fianco della Città di Torino nell’impegno per la legalità e la cittadinanza attiva. Gruppo Iren parteciperà con Respiriamo, dunque viviamo, con Eleonora Bechis, Cristina Poncibò e interventi di Gruppo Iren ed Eduiren, preceduto da una visita a The Heat Garden - Sistema di accumulo San Salvario. Banca Etica e Valori.it proporranno La finanza che ci riguarda: scegliere, vivere, prendersi cura; Studio Legale Jacobacci e Associati collaborerà a Curare la società con arte; il Consorzio Tutela dell’Asti DOCG a Il gusto per la cura. La rassegna sarà ancora una volta l’occasione per creare nuovi “spazi aperti in luoghi chiusi”, trasformando luoghi normalmente inaccessibili in spazi di dialogo: il Palazzo di Giustizia, la Curia Maxima, la Casa Circondariale Lorusso e Cutugno, le caserme dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, i Comandi dei Vigili del Fuoco e dell’Esercito, l’Agenzia delle Entrate, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, la Corte dei Conti del Piemonte, la Fondazione dell’Avvocatura torinese Fulvio Croce, Palazzo Civico e l’impianto The Heat Garden - Sistema di accumulo San Salvario. Aprono le porte anche la Polizia Scientifica e la Polizia a Cavallo. In collaborazione con Torino 2033 - Capitale Europea della Cultura - Città candidata, sono proposti Per una sicurezza sociale, con Elsa Fornero e Pier Luigi Sacco, e Alleati digitali. La nostra IA personale, con Guido Saracco. La manifestazione si arricchisce inoltre con Legalità IN+, che valorizza i progetti curati dalle realtà del territorio e diffusi sullo stesso. Tra i vari eventi, Legalità IN+ dà spazio in particolare agli enti vincitori della quarta edizione del Bando Bruno Caccia, dedicato alla promozione della legalità, della responsabilità etica e civica tra le giovani generazioni: Aics Torino, Associazione Asai, Associazione Almateatro, Associazione Libera Piemonte, Un sogno per tutti, Anima Giovane Scis, Orme aps, Invasioni Creative Aps, Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri Ets, Associazione Enchiridion, Associazione Familis, Associazione Culturale Hòferlab. Arricchiscono il palinsesto eventi pensati ad hoc curati da Fondazione Mamre e Iveco Group. A chiudere la serata di sabato 10 ottobre all’OFF TOPIC sarà Una serata si-cura, una co-produzione con il Festival La Guerra del Mondo, che si articolerà in tre momenti: lo spettacolo il Corpo della donna, seguito dalla stand-up comedy di Monir Ghassem e da un dj set. Oltre agli sponsor - Gruppo Iren, Nova Coop, Studio Legale Jacobacci e Associati, Consorzio Tutela dell’Asti DOCG, Banca Etica,- e a Camera di commercio di Torino e Fondazione CRT, che sostengono la manifestazione dalla prima edizione, alla realizzazione del programma collaborano numerosi soggetti del territorio tra cui: Agenzia delle Dogane e dei Monopoli - Direzione Territoriale Piemonte e Valle d’Aosta, Agenzia delle Entrate - Direzione regionale Piemonte, Biennale Democrazia, Casa Circondariale Lorusso e Cutugno, Comando dei Vigili del Fuoco di Torino, Carabinieri - Comando legione Piemonte e Valle d’Aosta, Corte dei Conti del Piemonte, Dipartimento di Giurisprudenza, Festival La Guerra del Mondo, Fondazione dell’Avvocatura Torinese Fulvio Croce, Fondazione Filippo Burzio Torino, Fondazione Mamre, Guardia di Finanza - Comando regionale Piemonte e Valle d’Aosta, Libera Piemonte, Laboratorio Zanzara, Ordine degli Avvocati di Torino, Palazzo di Giustizia Bruno Caccia, Polizia di Stato, Studio Legale Jacobacci e Associati, Torino 2033 - Capitale Europea della Cultura - Città Candidata, Torino Futura - Generazione di cultura, Torino Giovani, Turismo Torino e Provincia, Università degli Studi di Torino e Valori.it. La curatela scientifica della manifestazione è affidata alla prof.ssa Valeria Marcenò (Università degli Studi di Torino); il coordinamento scientifico-organizzativo alla dott.ssa Lucilla G. Moliterno (Biennale Democrazia). Giornate della Legalità è anche online, attraverso due canali di comunicazione: il sito www.giornatedellalegalita.it con il programma completo e tutte le novità dell’edizione 2026 e la pagina Instagram @giornate_della_legalita. In_out. libertà aumentata riparte tra carcere, scuola e realtà virtuale unicaradio.it, 21 settembre 2026 Nelle carceri di Potenza, Trani, Bari e Brindisi i detenuti potranno accedere a contenuti a 360°, visite virtuali a musei e spettacoli grazie ai visori VR. Il laboratorio “linguaggi del contemporaneo” combina teatro e danza, favorendo l’espressione creativa in un contesto di riabilitazione. La library immersiva si arricchisce di opere digitali, video?danza e tour virtuali, offrendo nuove opportunità culturali. Dal 1?settembre la Compagnia Teatrale Petra avvia nuovamente i laboratori nei penitenziari di Basilicata e Puglia, sostenuti dal Ministero della Cultura. L’iniziativa prevede teatro, danza e percorsi formativi che si estendono alle scuole e alla sperimentazione della realtà virtuale, con una library immersiva in crescita. Le attività si svolgeranno fino a dicembre, con una restituzione pubblica prevista tra il 30?novembre e il 4?dicembre. Parallelamente, le scuole di Potenza - Liceo delle Scienze Umane “Rosa?Gianturco”, Istituto Alberghiero Umberto?Di?Pasca e Liceo Statale “Walter?Gropius” - si uniranno al percorso. A partire da settembre, gli studenti parteciperanno a incontri sul Articolo?27 della Costituzione, analizzando temi di responsabilità, diritti e reinserimento sociale. Il progetto si estenderà all’Istituto Omnicomprensivo di Marsicovetere - Villa d’Agri, creando un dialogo tra scuola e sistema penitenziario. Ottobre segna l’introduzione del video immersivo HUMANA, diretto da Matteo?Maffesanti. Gli studenti sperimenteranno la narrazione attraverso i visori, esplorando le potenzialità della realtà virtuale come strumento di inclusione culturale. Il video coinvolge le persone detenute, che recitano e co?creano contenuti, dimostrando come la tecnologia possa superare barriere strutturali. La call nazionale per ampliare la library è ancora aperta. Musei, archivi, università e centri di ricerca sono invitati a contribuire con video a 360°, tour virtuali e modelli 3D. Il MArTA - Museo Archeologico Nazionale di Taranto ha già aderito, insieme ad altri poli museali in via di conferma. Per maggiori dettagli consultare il sito ufficiale del museo: MArTA. Il podcast narrativo Scàuza, curato da Theatron?2.0, è disponibile sulle principali piattaforme di ascolto. La fiction segue Angela, operatrice teatrale che collega Potenza alla Casa Circondariale, intrecciando storie di libertà e creatività. Gli ascoltatori possono seguirlo qui: Scàuza su Spotify. Il progetto continua a promuovere il teatro in carcere, creando spazi di ascolto e relazione. Paure, armi e difesa al confine col diritto di vivere di Andrea Rossi La Stampa, 21 settembre 2026 La pistola è diventata una risposta plausibile. Alla paura, all’impotenza, alla sensazione che lo Stato non basti, alla convinzione che dentro casa propria possa valere una legge diversa da quella che vige fuori. Un cortocircuito che torna prepotentemente a galla nel giorno in cui a Baldissero d’Alba un uomo rovescia un intero caricatore addosso a una banda di ladri uccidendone uno. Per i magistrati della procura di Asti è omicidio volontario. Chi ha sparato non è stato aggredito né minacciato, i ladri stavano scappando. L’arma è regolarmente detenuta ma non avrebbe dovuto trovarsi in quel cascinale. Da questi elementi - in buona parte ancora da accertare - dovrebbe cominciare la discussione, non finire chiusa da due parole lapidarie: legittima difesa. Dove si trovavano le persone, quanto grave il pericolo, se fosse ancora attuale, quanti colpi siano stati sparati e in quale direzione, se esistesse un’alternativa, quale fosse l’intenzione di chi ha premuto il grilletto. Dettagli? Per niente, lì si gioca la differenza tra una reazione consentita dalla legge e un omicidio. Invece una parte del Paese, della sua classe politica, e peggio ancora delle istituzioni sembra avere già emesso la sentenza. Innocente, comunque vada. Vittima, comunque siano andate le cose. C’è un ladro, c’è un proprietario, c’è una pistola: il proprietario ha sempre ragione, se spara e uccide la responsabilità morale è di chi ne ha violato la proprietà, senza valutare l’eventuale sproporzione tra azione e reazione. Baldissero d’Alba dista poco più di 20 chilometri da Grinzane Cavour, là dove il 28 aprile 2021 il gioielliere Mario Roggero reagì a una rapina inseguendo tre uomini in fuga, sparando e uccidendone due. La Cassazione l’ha condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per omicidio volontario. Una parte della classe politica ne ha fatto la vittima di uno Stato che non sa difendere i propri cittadini e finisce pure per punirli quando si fanno giustizia da sé. Eppure quella sera i banditi stavano scappando: Roggero, la sua famiglia, il suo negozio, non erano più in pericolo. Stabilire se Roberto Mollo lo fosse sarà compito dei giudici. Definire i capisaldi del diritto alla sicurezza e soprattutto i confini del diritto all’autodifesa spetta invece al Parlamento e alle classi dirigenti, se non fossero troppo impegnate ad avvelenare il dibattito pubblico a colpi di slogan. Il Paese vive una contraddizione che meriterebbe meno parole d’ordine e più numeri. Nel primo semestre di quest’anno i reati denunciati sono diminuiti del 10% rispetto allo stesso periodo del 2025. I furti dell’11,4%, le rapine del 12,3. Eppure la spirale della paura - o la sua percezione - non sembra seguire la stessa curva. Secondo il Censis tre italiani su quattro pensano che negli ultimi cinque anni sia diventato più pericoloso girare per strada, quattro su dieci dichiarano di aver rinunciato almeno una volta a uscire per timore di essere aggrediti. Questa paura non è inventata. Per chi li subisce, un furto, una rapina, un’aggressione non sono statistiche. Sono traumi. Ma proprio perché la paura è reale il discorso pubblico non può trasformarla in una generalizzata licenza di difendersi da sé. La domanda forse non è se bisogna stare con il proprietario o con il ladro, piuttosto che cosa succede in una società sempre più impaurita e arrabbiata, alla ricerca di colpevoli cui addossare la responsabilità della propria condizione - economica o sociale - e nella quale milioni di persone detengono legalmente un’arma. Possedere un’arma, o autorizzare qualcuno a tenerla in casa, significa mettere in conto che possa essere usata. Per questo tra “sparare è sempre giusto” e “chi spara è sempre colpevole” ci dev’essere lo Stato di diritto. Che non nega la paura, non condanna chi la prova ma non consegna nemmeno a nessuno il diritto di trasformarla in una sentenza. Scuola delle discipline e scuola del disciplinamento di Giuseppe Bagni volerelaluna.it, 21 settembre 2026 Estraneo ed esterno sono vocaboli che derivano dal latino “extraneus” che è la base etimologica di “straniero”. E in effetti gli adolescenti sono vissuti da un mondo adulto accecato dalla paura come “stranieri”, ancora più pericolosi perché non si accalcano alle frontiere e non si possono far andare alla deriva (quando va bene) in mare, sono gli “stranieri interni”, quelli che non arrivano oggi e domani vanno altrove, ma “che oggi vengono e domani rimangono” (Georg Simmel). Se la politica sceglie di trasmettere questa visione, non stupisce che l’adolescenza sia giudicata una minaccia per la conservazione del sistema così com’è. Si capisce anche perché l’abbia colpita attraverso nuove norme penali. L’anno scorso mentre ero sul tram per tornare a casa sono saliti accanto a me cinque ragazzi in età da scuola superiore. Parlavano a voce alta fregandosene beatamente dei presenti accanto a loro. Il vocabolario era un turpiloquio all’ennesima potenza, in piena coerenza con la volgarità delle frasi sulla t-shirt di uno di loro che elencava le cinque ragioni per cui una birra gelata è meglio di una ragazza. Gli sguardi che gli adulti gli lanciavano erano la condanna senza attenuanti di quella gioventù oggettivamente fastidiosa e maleducata. La tolleranza nei loro confronti derivava solo dalla certezza che a breve sarebbero scesi e tornati invisibili, estranei ed esterni al mondo in cui viviamo. Col decreto Caivano sono intervenuti 14 nuovi reati e 20 nuove circostanze aggravanti: la conseguenza è che oggi è prevista la custodia cautelare negli istituti penali minorili (IPM) per reati che precedentemente erano gestibili con la “messa alla prova” (che prevedeva la frequenza obbligatoria della scuola), una soluzione normativa che ha rappresentato un motivo di orgoglio in tutto il mondo per il nostro sistema minorile. Oggi il 68,5% dei minori negli IPM è detenuto in attesa di giudizio. È la conseguenza della narrazione falsa di una delinquenza minorile in crescita esponenziale, come se le baby gang fossero un problema nazionale, mentre i dati pubblicati nell’VIII rapporto di Antigone ci dicono che i reati commessi da giovani sono in calo da anni e che l’Italia ha un tasso di criminalità minorile che è quasi la metà della media europea. Eppure alla fine del 2025, grazie al decreto Caivano, i minori reclusi negli IPM erano in crescita del 35% senza che nessuno si sia posto la domanda se siano davvero cresciuti i reati oppure solo le denunce, sotto la pressione mediatica di una delinquenza crescente: una ricerca del Ministero dell’ottobre 2022 ha rivelato che gli articoli sulle gang giovanili sulla stampa italiana nel 2017 erano 612, mentre nel 2022 sono saliti a 1.909. L’adolescenza va tenuta sotto controllo, resa compatibile con le condizioni del presente, normalizzata più che educata, ma è un obiettivo difficile da raggiungere: i ragazzi oscillano costantemente e naturalmente sulle linee di confine, per conoscere il valore del limite devono sperimentare il suo superamento. E soprattutto sono impregnati di futuro: il presente per loro è solo il tempo della rincorsa per il salto in ciò che sarà. Per loro stessa natura incarnano una domanda di cambiamento che spaventa, e quindi, a maggior ragione spaventa una scuola che li affianchi e sostenga nella rincorsa invece di frenarla. Per questo la scuola sta diventando il campo d’eccellenza dove il governo applica i due segni maggiormente distintivi della sua politica: la retrotopia (termine coniato da Bauman) e la repressione. La retrotopia rappresenta l’utopia di un passato glorioso a cui si vorrebbe tornare, all’Italia, popolo di santi, di navigatori, di eroi, quella da Film Luce e della memoria luminosa dei sussidiari del primo dopoguerra. Di retrotopia sono intrise le “Indicazione 2025”, soprattutto, ma non solo, nei redivivi “programmi” di storia. Ed era largamente prevedibile che la scuola non restasse esente dai provvedimenti repressivi che si sono succeduti in questi anni di governo della destra. Non bisogna scordarsi che il primo decreto sicurezza ha colpito i rave, eventi musicali destinati ai giovani, nonostante l’assenza di reati connessi minimamente rilevanti. Tutto deve essere messo a norma, ogni devianza e diversità va colpita, e quale luogo è più adatto a questa operazione di controllo della scuola? La scuola decide cosa e come si deve studiare; i professori al vertice del ministero hanno parlato senza alcuna remora del valore pedagogico ed educativo della coercizione, eppure per la Treccani significa “obbligare a fare o non fare una cosa, usando la forza o minacciando di usarla”; il vocabolario De Mauro aggiunge “costringere […] contro la propria volontà”. Quindi la repressione non si è espressa solo fuori delle aule, andando a colpire il diritto costituzionale di manifestare e protestare pacificamente di ogni cittadini di ogni età, ma anche nella forma di scuola che si vuole si svolga in aula, con la restaurazione dell’autorità del magis a prescindere dalla sua autorevolezza. D’altra parte nelle Indicazioni recenti per il primo ciclo la radice “rispett-” (rispetto, rispettoso, rispettare, rispettato ecc.) ricorre 123 volte (da notare per comprendere l’impronta complessiva del documento che invece “pace” ricorre una sola volta, come componente della parola “ca-pace”). È chiaro che la volontà repressiva è stata messa in azione ad ogni livello, per trasformare la scuola delle discipline in quella del disciplinamento e a questo scopo si è dato nuovo risalto alla valutazione del comportamento degli studenti con il voto di condotta che farà media con gli apprendimenti e il cinque sarà bocciatura a prescindere. Gli episodi di violenza a scuola non vanno minimizzati, sono un campanello d’allarme di un malessere che cresce. Ma dietro ogni atto, da punire senza se e senza ma, c’è un ragazzo o una ragazza che hanno una famiglia che non ha fatto attenzione, amici sbagliati ma da cui è difficile staccarsi pena essere esclusi, un paese o una città che non offre risorse. Non significa minimizzare le responsabilità individuali, è riconoscere sempre accanto ad esse le nostre. Questa non è più la scuola della Costituzione, non è più lo strumento per superare gli ostacoli ma un ostacolo in più da superare per costruire la propria identità. L’istruzione democratica è quella che garantisce il tempo e l’aiuto necessario perché ciascuno trovi la sua strada. Un alunno nel laboratorio di chimica aveva scritto sul bancone di porcellana “ogni bambino nasce gemello, quello che è e quello che vuole essere”. La scuola democratica deve far sedere ai banchi entrambi, prendersi cura del bambino che è e insieme far crescere nei dettagli quello che vuole essere, perché sarà lui che trainerà la crescita. L’apprendimento non è un’impresa individuale ma un’avventura collettiva: l’io si definisce se c’è un noi più grande a cui si appartiene. È in fondo, la stessa necessità che spinge il bambino piccolo a toccarsi il naso per identificarsi nel gruppo dei compagni. Oggi, nel dilagare delle connessioni, la scuola ha quasi l’esclusiva di un contatto quotidiano che coinvolge più generazioni. È una possibilità straordinaria che resta e anche una enorme responsabilità. Certo è curioso che le competenze chiave europee siano declinate in termini di autonomia e responsabilità, mentre a scuola per gli studenti sono pratiche entrambe proibite. Non hanno nessuna responsabilità, se non quella di seguire le indicazioni e nessuno spazio di autonomia, se non quello conquistato contro le regole, occupando o autogestendo. Da qui si dovrebbe ripartire. La democrazia si apprende solo sperimentando nel quotidiano forme concrete di democrazia, ha scritto Dewey. Allora occorre ripensare la scuola creando spazi all’interno dei curricoli a libera scelta degli studenti; attività che vedano loro protagonisti nei quali gli insegnanti siano solo la guida adulta indispensabile (lo è sempre). La valutazione preziosa e fondamentale è quella che si fa autovalutazione: conoscenza dei propri punti di forza e di debolezza e orientamento alle scelte future. Praticare democratica quotidiana significa che gli studenti devono avere voce, non solo alla lavagna. Si scopre un universo quando ci si mette in loro ascolto. Sanno pensare in grande anche se lo fanno usando parole semplici. Una quindicenne ha definito la scuola come “una prigione in cui si insegna la libertà”; gli studenti di un professionale hanno scritto ai professori un volantino che diceva “Voi dateci la cultura che il lavoro ce lo scegliamo da soli”. Nonostante siano capaci di fare cose sbagliate, hanno un senso quasi naturale di ciò che è giusto e di ciò che è ingiusto. Quando prendono il coraggio di parlare liberamente (quasi sempre fuori dell’aula) fanno capire che se anche studiano poco le materie studiano molto gli insegnanti che hanno davanti. Ma non sono loro a dover trovare il coraggio di parlare, è la scuola che deve avere quello di ascoltarli. Tetto agli stranieri e stop al burqa a scuola: la nuova mossa di Meloni con vista sulle elezioni di Simone Canettieri Corriere della Sera, 21 settembre 2026 L’asse con Valditara e l’allarme islamizzazione dietro alla decisione. Le norme nel decreto Scuola in arrivo a giorni. “Giuseppe, questa norma va valorizzata e la voglio condividere e lanciare come si deve”. Nell’ultimo Consiglio dei ministri, quello della sospensione del bollo, Giorgia Meloni ha chiesto a Valditara (che conosce da 20 anni, da quando l’attuale leghista era responsabile scuola di An) di temporeggiare. Per capitalizzare al meglio la notizia. Questione di dove, come e quando: abc della comunicazione politica. Così la premier ha dato l’annuncio alla festa di Fenix, la costola giovanile del suo partito (30 mila iscritti dichiarati) composta da tantissimi ragazzi che sono appena tornati a scuola. Il tutto mentre Roberto Vannacci chiudeva la sua kermesse a Orvieto e Matteo Salvini, dal pratone di Pontida, era il regista di uno show contro le donne in burqa. Risultato: tutti spiazzati. L’allarme islamizzazione dell’Italia è il tormentone di Futuro nazionale (collegato alla remigrazione). Su questo argomento i colonnelli del generale lo scorso 4 settembre hanno tappezzato Bari di manifesti, come benvenuto alla premier, scesa in Puglia per festeggiare il record di longevità del suo governo. E sempre Vannacci sui social, a partire da TikTok, non fa che parlare d’altro, con un importante seguito soprattutto tra i giovanissimi. Dettagli noti. Domanda retorica: questa nuova crociata è frutto del fastidio a destra provocato da Vannacci? È questa la differenza di cui parla spesso Meloni tra l’annunciare e il fare? Da Palazzo Chigi negano qualsiasi correlazione con l’avanzata nei sondaggi dei futuristi. O, forse, dissimulano. Da Fratelli d’Italia aggiungono che l’argomento fa parte del programma del partito. Tanto che nell’ottobre 2025 il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami e i deputati Sara Kelany e Francesco Filini presentarono, con una conferenza stampa, la proposta di legge che vieta il velo integrale in tutti i luoghi pubblici, non solo nelle scuole, che prevede un regolamento ferreo sul finanziamento alle moschee e pene più severe per il reato di induzione al matrimonio. Norme contenute in un ddl “contro il separatismo islamico”. Che ora la premier punta a vedere approvate dal Parlamento il prima possibile affinché diventino legge prima delle urne. Nell’agendina di Bignami il dossier è segnato alla voce “priorità”. Da portare a casa appena sarà approvata la legge elettorale i primi di ottobre. Il divieto di burqa e niqab in classe e il tetto agli stranieri faranno parte dunque del decreto Scuola che sarà varato nel Cdm tra giovedì e venerdì in compagnia di altre norme (come i finanziamenti per insegnare l’italiano agli studenti immigrati, ma anche la nuova denominazione dei licei e la semplificazione). L’effetto sorpasso a destra nei confronti di Vannacci, per quanto respinto con forza nel governo per non legittimare l’avversario, appare chiaro quando il leader di FnV è costretto a dirsi “assolutamente d’accordo” con Meloni. Salvo aggiungere che “questi provvedimenti dovevano arrivare prima”. Tra bollo e burqa, tra sgravi per i cittadini e mosse identitarie, la premier continua la marcia verso le elezioni. Chi le sta vicino assicura che i conigli nel cilindro non sono finiti: “D’altronde il governo sta qui per fare le cose, no?”. Meloni fa la cattivista con i ragazzi. Ma i numeri delle classi la smentiscono di Giulia Merlo Il Domani, 21 settembre 2026 La circolare Gelmini già del 2010 aveva introdotto il limite del 30 per cento, ma la distribuzione sul territorio non è omogenea. I non italiani sono solo l’11 per cento del totale, le classi con più del 20 per cento sono al Nord. I problemi a scuola sono altri. La premier Giorgia Meloni ha scelto la platea dei giovani del suo partito durante Fenix, l’evento di Gioventù nazionale, per lanciare il secondo annuncio di settimana, dopo l’esenzione del bollo auto e in mezzo a qualche frecciata alla segretaria del Pd, Elly Schlein. E questa volta la proposta è in pieno stile vannacciano. Non un caso, ma il segno di una pressione crescente che la leader avverte rispetto alla concorrenza di Futuro nazionale. Così rivolgendosi ai ragazzi, ha detto che “se in una classe la maggioranza dei bambini non capisce l’italiano, non è integrazione, è abbandono” e “non esiste che gli italiani siano la minoranza”. Il motto è altrettanto minaccioso: “Chi viene in Italia deve integrarsi, conoscere la nostra lingua, rispettare le nostre regole”. Nulla di nuovo: un ritornello ripetuto spesso e non da oggi anche dai palchi leghisti. Meloni però ha fatto seguire l’annuncio che “in cdm vareremo in provvedimento che introduce per legge il numero massimo di studenti stranieri per classe”, “l’obbligo per i genitori di studenti stranieri con problemi gravi di inserimento scolastico di imparare l’italiano” e “il divieto di burqa e niqab” perché “a scuola si va a viso aperto”. La premier ha scelto di mettere il cappello su misure che in verità sono da tempo al vaglio del ministero dell’Istruzione di Giuseppe Valditara, che la settimana scorsa ha risposto a un’interrogazione del deputato Rossano Sasso, di Futuro Nazionale, proprio sull’inclusione nel sistema scolastico. Il partito di Vannacci - che teorizza classi differenziate per i disabili - è diventato il bastione da superare a destra negli annunci e la premier ha voluto tornare a mostrare il volto duro del governo non solo nei confronti dei migranti che arrivano, ma anche dei minori in età scolastica che già sono qui. Tuttavia, tra i dire e il fare come sempre rischia di esserci nel mezzo la complessità di un sistema che non consente di ragionare per assoluti. L’annuncio di Meloni è rimasto piuttosto vago, riferendosi a un imprecisato “numero massimo” di studenti per classe. Ad oggi, è già in vigore la circolare approvata nel 2010 dalla ministra Mariastella Gelmini, che fissa al 30 per cento il tetto degli stranieri per classe. Il ministro Valditara, nel 2024, ha fissato una quota del 20 per cento di studenti neoarrivati per classe, oltre la quale la scuola deve assicurare un docente in più per colmare il gap linguistico. Dunque un tetto sulla carta esiste già, anche se non è previsto per legge. Tuttavia la circolare Gelmini è rimasta inapplicata, perché impossibile da mettere in pratica. I numeri calcolati dalla fondazione Ismu su dati Istat del 2025 sono di 931.323 (l’11 per cento) studenti con background straniero nelle scuole italiane, che sono frequentate da circa 8 milioni di alunni. Già qui si incaglia l’annuncio di Meloni: il tetto varrà per chi non parla l’italiano oppure basta un passaporto diverso per finire nella quota straniera? La questione è centrale, visto che circa due terzi del quasi milione di stranieri sono bambini e ragazzi di seconda generazione, quindi nati in Italia e in teoria senza problemi linguistici. Non solo: il 44 per cento viene da paesi dell’Unione europea e le regole comunitarie impediscono di considerarli “diversi”. Sorge poi un problema pratico. Le classi con molti alunni stranieri e con difficoltà nella lingua non è omogeneo: è maggiore nelle scuole delle periferie soprattutto delle grandi città del nord (il 65 per cento degli alunni stranieri si trova in Lombardia, seguita da Emilia Romagna e Veneto). Dunque sorge una domanda: dove mandare gli studenti in eccesso? In altre scuole distanti magari chilometri da casa, mettendo in seria discussione il diritto all’istruzione? Prendendo in considerazione solo le classi elementari, circa un quarto delle scuole primarie italiane ha una sola sezione per anno. “Se in un determinato quartiere la presenza di famiglie straniere è maggioritaria, come si può rispettare un limite percentuale?”, ha spiegato Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, “Non possiamo certo mandare via i ragazzi”. Anche l’annuncio sul divieto di burqa e niqab a scuola si presta a controindicazioni. Molti regolamenti d’istituto già prevedono la limitazione della copertura del volto alle studentesse, per esempio in caso di esami. Tuttavia è emerso come la flessibilità delle regole (che un decreto legge eliminerebbe) è uno strumento fondamentale in particolare per prevenire l’abbandono della scuola da parte delle studentesse di fede mussulmana. L’interrogativo, allora, è quale risultato Meloni punti a raggiungere con il suo annuncio a Fenix: solleticare da leader l’elettorato più estremo e arrabbiato oppure garantire da premier le migliori condizioni di apprendimento possibile a tutti gli studenti. Droghe. “L’ONU torna a mettere sotto accusa il modello punitivo italiano” fuoriluogo.it, 21 settembre 2026 Il nuovo rapporto del Meccanismo indipendente delle Nazioni Unite sulla giustizia razziale richiama il caso italiano: le politiche sulle droghe colpiscono in modo sproporzionato africani e persone di origine africana. Forum Droghe: “Non basta spiegare il fenomeno con la marginalità dei migranti: è il sistema repressivo a produrre e amplificare la discriminazione”. Le Nazioni Unite tornano a richiamare l’Italia sull’impatto discriminatorio delle politiche sulle droghe. Il nuovo rapporto dell’International Independent Expert Mechanism to Advance Racial Justice and Equality in Law Enforcement, presentato alla 63ª sessione del Consiglio dei diritti umani, affronta il rapporto tra razzismo sistemico e applicazione delle leggi sulle droghe e richiama espressamente quanto già riscontrato durante la missione svolta in Italia nel maggio 2024. Il rapporto tematico 2026 affronta, tra gli altri, racial profiling, sovraincarcerazione, arresti e detenzioni arbitrarie e disparità nell’applicazione delle norme sulle droghe. Nel rapporto sulla visita in Italia del 2024, il Meccanismo ONU aveva già concluso che “l’approccio punitivo adottato dall’Italia nell’applicazione delle leggi sulle droghe solleva significative preoccupazioni in materia di diritti umani e colpisce in maniera sproporzionata gli africani e le persone di origine africana”. Aveva inoltre riferito di aver ricevuto informazioni secondo le quali la profilazione razziale nell’enforcement delle leggi sulle droghe era diffusa in Italia. Una parte delle informazioni utilizzate dalle Nazioni Unite proveniva dalla submission presentata nell’aprile precedente da Forum Droghe, Harm Reduction International e La Società della Ragione in preparazione della missione ONU in Italia. Il documento denunciava l’impatto delle politiche sulle droghe sulle comunità marginalizzate e sulla sovraincarcerazione, richiamando espressamente la discriminazione razziale nell’applicazione della legislazione. Oggi gli esperti dell’ONU, nel documento depositato a Ginevra, ribadiscono che “in Italia, il Meccanismo ha riscontrato che l’approccio punitivo adottato nella lotta contro il traffico di droga solleva gravi preoccupazioni in materia di diritti umani e colpisce in modo sproporzionato gli africani e le persone di origine africana”. “A due anni di distanza - dichiara Leonardo Fiorentini, segretario nazionale di Forum Droghe - non siamo più soltanto di fronte alla denuncia delle organizzazioni della società civile. Il Meccanismo indipendente delle Nazioni Unite ha fatto propria una questione che avevamo posto durante la sua missione in Italia e oggi la richiama nuovamente in un rapporto dedicato al rapporto strutturale tra politiche sulle droghe e discriminazione razziale. È un problema che il Governo non può liquidare come una somma di singoli episodi, o spiegare - come ha fatto - con la condizione di irregolarità e marginalità di molti migranti, senza trarne le conseguenze”. Già nel rapporto sulla missione del 2024 l’ONU aveva individuato un punto particolarmente delicato della legislazione italiana: la distinzione spesso incerta tra detenzione per uso personale e detenzione finalizzata allo spaccio, che secondo il Meccanismo determina frequenti arresti e criminalizzazione delle persone che usano droghe. “È precisamente uno dei meccanismi che avevamo denunciato nella submission delle associazioni” sottolinea Fiorentini. Quantità di sostanza, denaro contante, bilancini o suddivisione in dosi possono concorrere a trasformare una detenzione in un’accusa di spaccio; inoltre, la qualificazione del fatto come ipotesi ordinaria o di lieve entità può variare sensibilmente sulla base delle circostanze e dell’interpretazione giudiziaria. Una ricerca della Corte di Cassazione mostrava casi nei quali 11,85 grammi di hashish erano stati sufficienti per una condanna per l’ipotesi ordinaria, mentre in altri procedimenti quantitativi enormemente superiori erano stati ricondotti alla lieve entità. “È qui che la risposta del Governo Meloni mostra tutta la sua debolezza”, prosegue Fiorentini. “Richiamare la condizione di irregolarità e marginalità di molti migranti per spiegare la loro sovrarappresentazione rischia di rovesciare il problema: proprio chi vive in condizioni di maggiore precarietà è più esposto ai controlli di polizia, dispone spesso di una difesa più fragile ed è più facilmente intercettato nei segmenti più visibili e marginali del mercato illegale. Se a questo aggiungiamo una legislazione nella quale il confine fra consumo, piccolo spaccio e fattispecie più grave è estremamente sottile, la marginalità sociale può trasformarsi in maggiore esposizione al sistema penale e quindi al razzismo istituzionale”. “È proprio il combinato disposto di una politica migratoria restrittiva e di un’applicazione punitiva delle norme sulle droghe che spinge le persone straniere verso condizioni di clandestinità e marginalità, rendendole più esposte ai controlli, soprattutto nei luoghi dello spaccio di strada” ribadisce il segretario di Forum Droghe. I numeri mostrano la centralità delle droghe nel sistema penale italiano. Il Libro Bianco sulle droghe 2026 registra 21.562 persone detenute per violazione del DPR 309/90, pari al 33,9% dei detenuti, mentre 10.784 dei 42.005 ingressi in carcere nell’anno sono avvenuti per l’articolo 73. Gran parte dell’attività giudiziaria si concentra dunque sull’articolo che punisce detenzione e cessione illecite, non sui vertici delle organizzazioni criminali. “Se vogliamo contrastare davvero la discriminazione - conclude Fiorentini - dobbiamo ridurre gli spazi nei quali povertà, origine e colore della pelle possono trasformarsi in una maggiore probabilità di essere controllati, arrestati e condannati. Significa raccogliere finalmente dati adeguati sul racial profiling, ma significa anche cambiare la legge sulle droghe: depenalizzare realmente l’uso, ridurre drasticamente il ricorso al carcere e costruire una distinzione chiara e proporzionata tra piccolo spaccio e traffico organizzato. Continuare a chiamare “lotta alla droga” un sistema che concentra la repressione sugli ultimi anelli della catena significa continuare a produrre le disuguaglianze che oggi anche le Nazioni Unite ci chiedono di affrontare”. Regole per l’IA? Le chiede anche il mercato. Ora tocca alla politica di Agostino Giovagnoli Avvenire, 21 settembre 2026 A parlare di un necessario rallentamento nello sviluppo dell’Intelligenza artificiale sono gli stessi leader delle big tech che detengono il potere della nuova rivoluzione tecnologica. Ma a chi spetta la responsabilità di dettare limiti (globali) validi per tutti? Rallentare l’Intelligenza artificiale? Lo ha scritto l’enciclica Magnifica humanitas: “Chiedere prudenza, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’IA non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana”. Lo propongono oggi Dario Amodei di Anthropic, Sam Altman di OpenAI e, con meno forza, Elon Musk, peraltro tutti coprotagonisti del rapidissimo sviluppo della IA negli ultimi anni. Preoccupazioni ha espresso anche Bill Gates, mentre più sfumate sono le posizioni di Mark Zuckerberg (Meta) e di Huang Jensen (Nvidia). La velocità dell’innovazione rischia di creare un’IA capace di autogenerarsi fino a procedere fuori dal controllo di chi l’ha creata? Negli ultimi mesi sono accaduti incidenti inquietanti: “fughe” dalla sandbox (l’ambiente isolato in cui l’IA opera senza avere accesso al sistema reale circostante), “collaborazioni” tra diverse IA per nascondere parte della loro attività e dei loro errori a chi le gestisce. Da ultimo, un giovane ricercatore di Anthropic, Jacob Coxon, si è dimesso affermando che a breve l’IA potrà sterminare l’intera umanità, e la sua azienda non lo ha smentito. Ci si chiede quali siano le vere motivazioni della proposta di rallentare lo sviluppo dell’IA da parte di ceo di queste grandi imprese. È solo l’ennesima operazione di marketing per enfatizzarne le enormi potenzialità dell’IA e far crescere il valore delle loro aziende? Amodei e Altman però sembrano fare sul serio: si sono detti disponibili al controllo, da parte di enti indipendenti, di un’eventuale moderazione dell’IA e dei loro standard di sicurezza. Ma allora perché non realizzano essi stessi tale rallentamento invece di chiedere ad altri di imporre un freno? Probabilmente il motivo principale è che se lo facessero mentre i concorrenti continuano come prima sarebbe per loro economicamente rovinoso. Se anche Amodei e Altman pensano anzitutto ai propri interessi, tuttavia, non vuol dire che il loro allarme sia infondato. Ed è comunque un’importante novità che grandi poteri economici, finanziari e tecnologici ritengano dannoso anche per i loro interessi l’attuale ritmo di innovazione dell’IA tanto da chiederne una regolamentazione. Generalmente, infatti, chi produce è allergico a regole sui suoi modi di produrre e sul prodotto che immette sul mercato. Stavolta, invece, la richiesta di regole viene proprio da parte degli imprenditori dell’IA. “Non può essere un piccolo numero di aziende - ha detto Altman - a prendere decisioni che dovrebbe prendere il mondo”. Sembrano rovesciarsi le parti. Veniamo da tanti anni di prevalenza incontrastata dello slogan “meno Stato e più mercato”, mentre adesso è come se fosse lo stesso mercato a chiedere più Stato. Sembra andare in questo senso anche Alex Karp, socio di Peter Thiel in Palantir. La parola, dunque, passa alla politica. Come ha scritto Leone XIV, “serve una politica più presente, capace di rallentare dove tutto accelera e di proteggere gli spazi in cui le comunità [umane] possono ancora partecipare e interrogarsi” anche su come indirizzare l’IA. Ma decenni di “meno Stato e più mercato” non sono passati senza danni. Meno in Europa, dove da tempo l’UE cerca di regolamentare l’IA, malgrado sia stata molto criticata per questo, anche in Italia. Diverso è invece il caso degli Stati Uniti, dove una prolungata egemonia neoliberalista da anni ha piegato la politica agli interessi dei grandi gruppi economico-finanziari. Non a caso, Trump si è schierato con quanti respingono l’idea di regolamentare l’IA. A spingerlo in questo senso è anche la convinzione che la velocità di innovazione dell’IA è un elemento decisivo della potenza economica americana e, quindi, un aspetto cruciale pure della sua sicurezza, specie nella concorrenza con la Cina. La posizione del governo cinese è speculare: ha anch’esso respinto infatti l’allarme per un’innovazione dell’IA troppo veloce. Come in Occidente, però, anche in Cina - dove l’enciclica di Leone XIV è stata molto apprezzata - non mancano voci preoccupate, come ha riportato China Files. La Cyberspace Administration of China ha riconosciuto che “i rischi estremi di perdita di controllo dell’IA sono già visibili”, mentre secondo Zheng Yongnian c’è il rischio non tanto che l’IA distrugga gli esseri umani ma che ridefinisca il significato stesso di “essere umano” e di identità umana. Insomma, al di là delle prime reazioni, essenzialmente difensive, della politica, il problema è troppo serio per sbarazzarsene facilmente. Non a caso, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent - pur ribadendo che gli Stati Uniti non rallenteranno il proprio sviluppo nell’AI - ha affermato che Washington avrebbe sollevato il problema durante gli incontri con i cinesi a New York durante questo fine settimana. Il dibattito, insomma, è aperto. Ed è cruciale anche per quanto riguarda la democrazia: gli Stati riprenderanno a difendere i loro cittadini davanti ai grandi monopoli economici, finanziari e tecnologici? Dagli anni Settanta del secolo scorso la politica è diventata sempre più subalterna all’economia, alla finanza e alla tecnologia: intorno all’IA può cominciare un’inversione di tendenza? Perché si realizzi è necessario passare anche attraverso accordi internazionali, come ha sottolineato il presidente Mattarella con cui concorda il cardinale Pietro Parolin. In primis, è impossibile che gli Stati Uniti rallentino la corsa dell’IA se non lo fa anche la Cina, e viceversa. Questione di democrazia, dunque, ma anche di cooperazione internazionale e, perciò, di pace. Come ammonisce la Magnifica humanitas, occorre “disarmare l’IA” in tutti i sensi, sottraendola “alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma [anche] economica e cognitiva”.