Sisto: “Sono favorevole alla liberazione anticipata speciale, contrario a indulto e amnistia” firenzedintorni.it, 20 settembre 2026 “Abbiamo fatto una verifica, certamente il sovraffollamento delle carceri non deriva dai nuovi reati, non deriva sicuramente dall’inasprimento delle pene, è un problema atavico, il nesso di causalità è molto ridotto”. A dirlo, a margine di un convegno a Firenze promosso dall’Unione delle Camere penali, è il viceministro Francesco Paolo Sisto. “È necessaria per scontare la pena la misura cautelare in carcere? No, dipende dagli indizi, dai rischi” - ha aggiunto - “adesso abbiamo tante misure alternative, forme che non necessariamente portano al carcere”. “Del resto - ha ricordato Sisto - “l’articolo 27 della Costituzione parla di pene, quindi il carcere non è l’unica”. Il viceministro si è invece detto contrario a provvedimenti di amnistia o indulto. “È dimostrato che ogni forma di trattamento penitenziario comporta poi una recidiva assolutamente percepibile e percepita. Questo è un po’ il punto, quindi se oggi svuoto un istituto di pena con un indulto o peggio con amnistia estintiva del reato, l’effetto prodotto è un incremento della recidiva. Mettiamoci d’accordo: vogliamo un effetto analgesico o un effetto antibiotico? Io sono per gli antibiotici”. “Per esempio - ha concluso - sono favorevole alla liberazione anticipata speciale, meritata, all’ampliamento di questo istituto. A me sembra una cosa giusta, cioè tu esci dal carcere perché te lo meriti”, deve esserci “una sinergia di volontà tra chi offre e chi accetta e partecipa attivamente”. “Questo è un governo, forse il primo, che davvero del carcere si occupa. Poi si potrà dire di essere d’accordo, non essere d’accordo, ritenere che si poteva fare di più, si può sempre fare di più, ma andrebbero analizzati i fatti”. Così il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, a margine del convegno ‘Lo stato generale dell’esecuzione penale. Anatomia di un disastro. Analisi e proposte’, organizzato dall’Unione Camere penali. Per il problema dell’edilizia carceraria, “c’è un commissario che sta lavorando, si vedrà poi a consuntivo quello che sarà stato capace di realizzare, con un incremento di posti notevoli”, anche se “non è l’unica soluzione possibile”. Poi, ha ricordato, “c’è un imponente piano assunzionale per la polizia penitenziaria, che non è ovviamente secondario”. È però vero, ha quindi aggiunto Sisto, “che vi è la necessità di una ristrutturazione sotto il profilo della dignità” dei detenuti “perché si può perdere la libertà, ma non la dignità, per evitare due fenomeni che io trovo estremamente drammatici, lo sdegno e la depressione”. Lo sdegno, ha spiegato, “significa quando le condizioni logistiche non sono dignitose”, mentre la depressione “deriva dalla mancanza di prospettiva, la fiammella in fondo al tunnel”. Giachetti: “Liberazione anticipata speciale? È la soluzione, ma non ci sono i margini in campagna elettorale” firenzedintorni.it, 20 settembre 2026 “Non siamo in condizione di fare la liberazione anticipata speciale perché non ci sono i margini in campagna elettorale ma questa è la soluzione”. “So bene che non siamo in condizione di fare la liberazione anticipata speciale perché non ci sono i margini in campagna elettorale ma questa è la soluzione. Auspico che ci siano un’iniziativa da parte delle Camere penali o dell’Associazione Nessuno tocchi Caino durante la campagna elettorale”, che “lancino un appello trasversale” affinché “il problema del carcere venga affrontato e risolto”. Lo ha detto Roberto Giachetti, deputato di Italia Viva, al convegno organizzato a Firenze dall’Unione Camere penali dal titolo “Lo stato generale dell’esecuzione penale. Anatomia di un disastro. Analisi e proposte”. L’estinzione del reato precedente può impedire la sospensione condizionale di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 20 settembre 2026 Le cause di estinzione del reato, infatti, privano di efficacia penale la condotta illecita, ma non escludono la materialità del fatto, che ben può essere valutata in successivi giudizi come prognosi negativa. La recidiva, per quanto non sia ostativa ex se alla concessione della sospensione condizionale della pena, se viene meno per l’intervenuta estinzione del reato precedentemente commesso a seguito dell’esito positivo della messa alla prova, non impedisce che il giudice ne tenga conto per negare il beneficio. La Corte di cassazione penale - con la sentenza n. 33833/2026 - ha ribadito che se interviene l’estinzione di un precedente reato ciò non esclude la sua rilevanza nel giudizio prognostico che è chiamato a fare il giudice cui venga chiesta la condizionale. Infatti, per quanto sia intervenuta l’estinzione resta quale elemento di giudizio sulla personalità del reo il fatto commesso in precedenza da valutarsi nella sua materialità. Il caso - Nel caso concreto il giudice di appello riduceva la condanna al di sotto dei due anni, in quanto la recidiva considerata in primo grado era venuta meno per l’estinzione del reato e della pena precedentemente irrogata al ricorrente in ragione dell’esito positivo della messa alla prova. Il ricorrente aveva pertanto ritenuto illegittima la mancata concessione della sospensione condizionale della pena che rientrava nella soglia di ammissibilità per la fruizione del beneficio. Riteneva la difesa che il giudice di appello avrebbe errato dove aveva valorizzato un reato estinto al punto di escludere la condizionale in quanto emergeva la tendenza del ricorrente a ripetere la commissione di reati in materia di stupefacenti. Infatti, la previsione che chi ottiene la pena sospesa non commetterà ulteriori reati è uno dei pilastri del beneficio. Secondo la difesa ciò contrasterebbe con la pronuncia della Consulta 36/2026 che aveva ritenuto illegittima la mancata previsione di applicabilità della condizionale nel caso di riabilitazione rispetto a una condanna precedente a quella che per cui si richiede il beneficio. E quindi stesso ragionamento secondo il ricorso dovrebbe valere a maggior ragione nei casi di estinzione del reato. La rilevanza materiale del precedente - La Cassazione smentisce il ragionamento svolto de plano nel ricorso, secondo cui in caso di estinzione del reato e della pena non scattando la recidiva verrebbe meno tout court l’ostacolo del precedente alla concessione della condizionale. Infatti, ciò non esime il giudice - chiamato a decidere sulla concessione della sospensione condizionale della pena che rientri nel limite dei due anni - dal valutare comunque il fatto materiale per cui vi era stato processo o condanna. Ossia il fatto materiale pregresso commesso da chi richieda il beneficio anche se non fa scattare alcuna causa ostativa alla sua concessione può ugualmente impedirla per la sussistenza di elementi negativi relativi alla personalità e all’inclinazione a delinquere che determinano una prognosi negativa in ordine alla previsione della ricaduta nel reato. Le conclusioni finali della Cassazione sull’estinzione del reato - Conclude quindi la Cassazione facendo rilevare che diversamente da quanto sostenuto dalla difesa, non è stata ritenuta ostativa la precedente condanna, per reato successivamente dichiarato estinto, bensì è stata compiuta una valutazione eminentemente in fatto, volta a valorizzare l’obiettiva tendenza dell’imputato a essere coinvolto in traffici di stupefacenti. Ciò che è stato valorizzato, pertanto, non è il dato formale della precedente condanna per reato dichiarato estinto, bensì il fatto storico che, evidentemente, non costituisce certamente un effetto penale della condanna, bensì un dato obiettivo e liberamente valutabile dal giudice, sia pur incidentalmente, al fine di negare la sospensione condizionale della pena. Le cause di estinzione del reato, infatti, privano di efficacia penale diretta la condotta illecita, ma non escludono la materialità del fatto, che ben può essere valutata in successivi giudizi. Ciò che è vietato - come riconosciuto anche nella citata sentenza n.36 del 2026 della Corte costituzionale - è l’attribuzione di una valenza ostativa ex lege a un reato per il quale è intervenuta la riabilitazione o, come nel caso di specie, l’estinzione per positivo espletamento della messa alla prova. Firenze. Sollicciano, la scoperta 5 mesi dopo: non fu morte naturale, ma suicidio di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 20 settembre 2026 Il detenuto 37enne aveva già tentato di togliersi la vita e chiesto aiuto, la famiglia denuncia le condizioni del carcere. È stato un suicidio e non una morte naturale. A cinque mesi dal decesso di Alexandru Both nella sua cella a Sollicciano, viene appurata la verità sulle cause. È dunque il secondo suicidio del 2026 nel penitenziario fiorentino, dopo quello di un ragazzo di 29 anni a gennaio. L’uomo, rumeno di 37 anni arrivato in Italia quando era bambino, ha inalato gas dalla bomboletta della sua cella, mischiandolo a una serie di farmaci: non soltanto quelli che aveva in dotazione, ma anche altri farmaci arrivati da chissà dove. Quando gli agenti penitenziari sono arrivati per soccorrerlo, era ormai troppo tardi e non c’è stato più niente da fare. E adesso che le cause del decesso sono state accertate, i familiari del ragazzo sono ancora più sotto choc. La madre, tornata in Romania durante il Covid, è convinta che suo figlio “avrebbe potuto essere salvato se fosse stato attenzionato maggiormente dal personale del carcere”. E poi quel mix di farmaci, alcuni non in dotazione, che non sarebbero dovuti arrivare a lui. Il fratello Andrei, che vive e lavora in Toscana sin da quando era bambino, racconta gli ultimi mesi del fratello detenuto: “Si lamentava continuamente con mia madre durante le poche video chiamate che riusciva a fare dal carcere. Diceva che Sollicciano era invivibile, freddissimo d’inverno e caldissimo d’estate. Raccontava degli scarafaggi nelle celle. Del disagio quotidiano che viveva. Aveva già tentato due volte il suicidio e raccontava a mia madre che prima o poi ci avrebbe riprovato. Aveva chiesto aiuto al personale medico ma gli fu detto che c’era grande richiesta e che avrebbe dovuto attendere. Era arrivato al limite e quindi ha deciso di togliersi la vita”. Una storia tormentata, quella di Alexandru, arrestato per alcune rapine. È stata soprattutto la droga a portarlo sulla cattiva strada. “Quando assumeva sostanze stupefacenti, diventava un’altra persona”, ricorda tristemente Andrei, che ha condotto una vita opposta a quella del fratello. Alexandru infatti, arrivato in Italia quando aveva dieci anni, ha iniziato a frequentare compagnie sbagliate sin dall’adolescenza che l’hanno spinto a usare sostanze. “Ha condotto una vita difficile, ricordo che in casa arrivavano spesso i carabinieri”. Secondo i familiari, le condizioni delle carceri toscane hanno influito sulla fine che ha fatto Alexandru. “Sono veramente pessime - ha detto Andrei - Quando era rinchiuso nel penitenziario di Pisa ci ha detto che c’erano le docce intasate e che era costretto a fare la doccia calpestando l’acqua insaponata di altri detenuti; su Sollicciano ci disse una volta di aver mangiato cibo scaduto che puzzava. Nelle carceri in cui mio fratello ha vissuto, ma non soltanto in quelle purtroppo, non si può rieducare perché nessun recluso viene seguito come dovrebbe, a nessuno interessano i detenuti, il carcere in questo modo è soltanto punitivo, zero recupero, zero rieducazione, zero lavoro, i detenuti sono soltanto dei numeri che non contano nulla”. Un fenomeno, quello dei suicidi in carcere, che interessa tanti penitenziari italiani. Nel 2025 si sono registrati complessivamente 76 suicidi. A Sollicciano i suicidi sono stati 4, mentre sono stati 50 i tentativi di suicidio sventati e 640 gli episodi di autolesionismo. Firenze. Le lettere dei detenuti a San Miniato: “Viviamo aggrovigliati in celle-tomba” di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 20 settembre 2026 Sollicciano prende vita sotto forma di parole. Le parole dei detenuti, scritte nel corso di scrittura in carcere, e che adesso escono fuori, lette nel frantoio della basilica di San Miniato, nel silenzio maestoso di chi, seduto lassù sopra il piazzale Michelangelo, sente arrivare l’urlo di chi invece sta dall’altra parte di Firenze, nelle celle di periferia. “Sono piccoli insetti ovali e piatti, un mix tra piattole e zecche, che si nutrono di sangue umano, che sia dolce, amaro, infetto o quant’altro”. Così Antonio, che scrivendo trova un senso all’incubo che vive. “Dal primo giorno in accoglienza, dove la parola stessa dovrebbe rasserenarti e accoglierti, tra sudicio, topi e piccioni che entrano in cella, cominci subito a immaginare come potrà essere”. Scrive ancora lui: “L’aria è finita, saliamo in sezione, percorro il corridoio dalle sembianze di un serpente in fondo alla cui coda si trova la nostra tomba”. E poi il cibo: “Se per miracolo è buono tutti lo vogliono, ma allora non basta e il portavitto si trova in difficoltà: litighiamo pure per un po’ di pasta”. Antonio e tanti altri, detenuti scrittori grazie a Monica Sarsini che da anni tiene corsi di scrittura a Sollicciano. E che venerdì pomeriggio, insieme ad altri ospiti, ha portato la voce dei detenuti a San Miniato. C’è la voce di Zef, chiuso in celle sovraffollate ma che, guardando fuori, evade con l’immaginazione: “Attraverso le feritoie tra i pilastri entra il vento, mi carezza il viso e con lentezza trascina la mia mente”. Le celle, scrive Graziano, “sono strette come i corridoi e a nostra volta siamo aggrovigliati fra di noi cercando di scansarci”. Parole e scritti d’evasione, contenuti anche nel libro “Vie di uscita”, di Monica Sarsini ed edito dalla casa editrice “I libri di Mompracem”. Parole che sgorgano da sole, come fossero di liberazione. Ecco Angelo: “Tu scrivi, scrivi e poi scrivi, finché a un certo punto, senza che tu quasi te ne accorga, quelle parole prendono vita (…). Quando scrivi, le tue parole rompono l’automatismo che ti spinge a rivolgerti sempre al solito te, e ti liberano”. E poi Issam: “Tutto è iniziato alla tenera età di 11 anni, quando da solo sono scappato dalla mia terra e dalla mia casa lasciando tutta la mia famiglia, il Marocco. Insieme a me, stipati dentro un camion di frutta e di verdura, c’erano moltissimi miei paesani (...). Durante la fuga mi sono rotto una gamba: non si direbbe che abbia avuto un bell’inizio la mia avventura verso l’Europa, la mia anima è rimasta in Marocco. Ero solo come un cane, anzi, ero come un randagio, senza fissa dimora. Ho conosciuto fin da subito la crudeltà della vita, mi ha mangiato la testa: un bambino non merita tutto questo”. E ancora Giuseppe, la difficile convivenza con gli altri detenuti: “Dopo un po’ ecco gli altri che ritornano dal campo ed è finita la pace: urla, musica a tutto volume, battibecchi. Tutto ciò in un corridoio che non supera i due metri”. “Quando ho visitato Sollicciano - ha detto l’abate di San Miniato Bernardo Gianni aprendo l’incontro - mi sono reso conto di quanto qualsiasi attenzione che rivolgiamo a quelle persone costituisca un contributo che restituisce alla parola “umanesimo” una pregnanza che, altrimenti, rischia di ridursi a una delle tante etichette che ci appiccichiamo addosso”. Gorgona (Li). “Sovraffollato e con meno possibilità di lavoro, così stanno smontando il carcere-modello” di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 20 settembre 2026 Il sindaco Salvetti: si sta perdendo. Il garante: vogliono ridurlo a un carcere qualunque. Nordio: frottole. Il carcere della Gorgona non funziona più. Se prima era un istituto all’avanguardia con pochi detenuti lavoratori, oggi è sovraffollato e i detenuti lavorano molto meno rispetto a prima. Un modello sempre meno modello, come raccontato da Milena Gabanelli nell’inchiesta sul Corriere della Sera di venerdì. Il ministro alla Giustizia Carlo Nordio, sentendo parlare di chiusura e smantellamento della Gorgona, ha detto che si tratta di “una frottola colossale”. Non sarà una chiusura, ma uno smantellamento del modello questo sì, visto che se fino a qualche mese fa i reclusi erano una settantina, adesso sono oltre 120 (la capienza massima è 89). Per garantire a tutti un contratto, se prima si lavorava 6 ore al giorno per 6 giorni la settimana, ora si lavora 4 ore per 4-5 giorni a settimana. E quindi l’esempio virtuoso rischia inevitabilmente di sfaldarsi. Anzi, si sta già sfaldando. Tanto che il sindaco di Livorno Luca Salvetti, nei giorni scorsi, ha scritto una lettera al ministro della Giustizia. “Gorgona è un pezzo di Livorno che è stata protagonista di un’esperienza carceraria di grande livello e valore. L’esperienza non può essere destrutturata e, in qualche modo, distrutta” ha detto il primo cittadino della città labronica. Salvetti teme per il futuro del penitenziario dell’isola. “Quello che sto vedendo è un percorso di gestione che sta creando mille criticità, sia per il sovraffollamento sia per una linea di gestione di chi sta scontando la pena che non è più quella di una volta, quando c’erano componenti virtuose e che invece adesso si stanno perdendo”. Il sindaco recentemente ha tenuto un Consiglio comunale sull’isola. “Da parte mia c’è una richiesta al ministero della giustizia di non perdere questo patrimonio, attraverso un’oculata gestione delle presenze e del numero dei detenuti, che ora è sovradimensionato”. Ma la questione Gorgona, secondo Salvetti, “è l’esempio emblematico di come sia stato gestito in maniera non ideale il quadro delle strutture carcerarie in Italia. È un problema generale e in Toscana è evidente. A Livorno, alle Sughere, sono stati realizzati nuovi padiglioni ma sono stati aperti per portarci i detenuti di Sollicciano”. Sul tema si è espresso anche il garante dei detenuti di Livorno Marco Solimano: “A Gorgona il numero dei presenti è quasi raddoppiato, passando in otto mesi da 75 a 122. Se prima ogni recluso lavorava riempiendo la giornata e permettendo di mandare soldi alla famiglia, oggi questo è a rischio. È a rischio la dignità delle persone. Il Dap sta facendo passare il messaggio che Gorgona è un carcere come tutti gli altri, ma così non è. Sull’isola c’è soltanto una educatrice che adesso si vede raddoppiato il lavoro e che quindi non potrà avere gli effetti desiderati sui reclusi”. Nell’isola i reclusi sono liberi di muoversi e lavorano. Elettricisti, falegnami, cuochi, ma soprattutto da 15 anni è nato un progetto in collaborazione con il produttore di vini Lamberto Frescobaldi, presidente di Marchesi Frescobaldi, che sull’isola ha portato i suoi agronomi ed enologi per permettere agli ospiti di fare un’esperienza nella viticoltura. Un’esperienza, spiega Frescobaldi, che “rappresenta un’opportunità concreta per i detenuti coinvolti. Le persone che lavorano al progetto vengono assunte e percepiscono una retribuzione adeguata: un percorso che attribuisce valore al lavoro, alla responsabilizzazione e alla possibilità di costruire prospettive per il futuro”. Ecco perché, “è importante che il sistema sappia coniugare la certezza della pena con condizioni di detenzione dignitose e con percorsi concreti di lavoro e reinserimento”. Pisa. Nuova denuncia dal carcere: “Topi, muffa e sporcizia” di Ilaria Vallerini La Nazione, 20 settembre 2026 Lettera della sorella di una persona malata detenuta al centro clinico “In cella con tre persone tra cimici e rischio di infezioni”. “Topi, blatte e cimici nei letti. Pavimenti e docce non igienizzati. E wc posti vicino ai letti e al cucinotto nelle celle dove vengono preparati e consumati i pasti”. A denunciare le condizioni all’interno del centro clinico dell’istituto penitenziario Don Bosco è la sorella di un detenuto che ha un quadro clinico complesso. La donna ha inviato una lettera a La Nazione. “Secondo quanto riferito direttamente dai detenuti e dai familiari, e come documentato nei rapporti di Antigone sulle carceri toscane, oltre ad una diffusa infestazione di scarafaggi e ratti - spiega la sorella del detenuto - persisterebbero problemi di umidità, muffa e mancata manutenzione degli impianti idrici, con rischio di infezioni di Legionella. Condizioni che espongono tutti i detenuti del Don Bosco al rischio di contrarre malattie infettive, ma che diventano potenzialmente letali per soggetti fragili come mio fratello. Sono andata a fargli visita e ho pianto tutta la mattina, ma poi mi sono detta devi reagire e lo devi fare non solo per lui, ma per tutti quelli che stanno subendo questa situazione”. La donna ha fatto appello alla garante delle persone detenute, Valentina Abu Awwad, che in queste ore si è attivata. “Nonostante mio fratello sia stato assegnato al centro clinico del carcere Don Bosco, si trova in una cella con altre tre persone, ma secondo la valutazione clinica dovrebbe stare in una cella singola”, evidenzia la donna. Condizioni che inevitabilmente hanno già comportato ricadute dal punto di vista psicofisico sulla persona. “Da quanto sta male, mio fratello non vuole nemmeno alzarsi da letto per non vedere dove si trova”. Grosseto. Camera Penale: “Sovraffollamento in via Saffi e a Massa Marittima” di Matteo Alfieri La Nazione, 20 settembre 2026 Nell’ambito dell’iniziativa nazionale ‘Ristretti in agosto’, promossa dall’Osservatorio carcere dell’Unione delle Camere Penali Italiane, la Camera Penale di Grosseto ha visitato gli istituti penitenziari di Grosseto e Massa Marittima. L’iniziativa, giunta al terzo anno, nasce dalla volontà dell’Avvocatura penale di mantenere alta l’attenzione sulle condizioni della detenzione proprio nel periodo estivo, tradizionalmente tra i più difficili per chi vive e lavora all’interno degli istituti penitenziari, con particolare attenzione al sovraffollamento, all’assistenza sanitaria, ai rapporti con i familiari e con il mondo esterno e alla presenza della magistratura di sorveglianza. Il dato più immediato resta quello del sovraffollamento. A Grosseto, al momento dell’accesso, erano presenti 26 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di appena 15 posti, con un indice di affollamento di circa il 173 per cento. A Massa Marittima (foto) erano invece presenti 54 detenuti a fronte di 43 posti regolamentari, pari a circa il 126 per cento della capienza. Il problema assume dunque caratteristiche diverse nei due istituti, ma conferma una pressione complessiva. A Grosseto 17 dei 26 detenuti risultavano stranieri e sono state rilevate situazioni di tossicodipendenza e disagio psichiatrico. A Massa Marittima i detenuti stranieri risultavano 20 su 54; 48 detenuti erano indicati come comuni di media sicurezza e 48 risultavano con condanna definitiva. “Particolarmente significativa, a Massa Marittima, è anche la situazione del personale di Polizia penitenziaria - rilevano in una nota - a fronte di una pianta organica di 36 unità, risultano 23 agenti assegnati ed effettivamente in servizio, 5 dei quali impiegati nel comparto amministrativo. Le visite hanno tuttavia consentito di constatare un aspetto che merita di essere sottolineato con altrettanta forza: il grande lavoro svolto quotidianamente dalla Polizia penitenziaria e da tutti gli operatori degli istituti”. Massa Carrara. Casa di reclusione e sovraffollamento: “Serve un Garante per i detenuti” di Alfredo Marchetti La Nazione, 20 settembre 2026 L’intervento del vescovo Mario Vaccari insieme a don Michele Bigi e don Maurizio Manganelli. “Serve un garante per i diritti dei detenuti”. Questo, in estrema sintesi, il messaggio del vescovo Mario Vaccari, dopo il grido d’allarme lanciato dal Sappe per la polizia penitenziaria. Con il vescovo intervengono anche il cappellano don Michele Bigi e il direttore della Caritas diocesana don Maurizio Manganelli. “Nei giorni scorsi il sindacato della polizia penitenziaria ha riportato l’attenzione sulle condizioni della Casa di Reclusione di Massa: 309 persone detenute a fronte di 176 posti, un organico ridotto e in gran parte prossimo alla pensione. Sono numeri che pesano, sui detenuti, ma anche su chi ogni giorno lavora dentro quelle mura. Come Chiesa quel carcere lo frequentiamo: il cappellano e la Caritas diocesana ne conoscono i volti e le fatiche. Per questo non possiamo tacere. Il sovraffollamento non è soltanto un problema di spazi. Rende più gravoso il lavoro di tutti gli operatori e, come è già accaduto, impedisce di attivare quei percorsi - formazione, lavoro, relazione - che danno alla pena il suo senso: non solo punire, ma restituire a una persona la possibilità di ricominciare. Un carcere che non riesce a fare questo diventa un problema per tutti, perché rischia di riconsegnare alla città uomini più fragili di come li aveva ricevuti. Per questo guardiamo con speranza alle esperienze che, pur in mezzo alle difficoltà, continuano a costruire: il lanificio, la sartoria, le attività che offrono ai detenuti un mestiere e una dignità”. “Sono realtà da sostenere e da ampliare, non da lasciare sole - prosegue il Vescovo -. Da tempo, attraverso la Caritas, chiediamo l’istituzione di un Garante dei detenuti: una figura che possa collaborare con l’amministrazione penitenziaria e fare da ponte tra le istituzioni, soprattutto in una fase così delicata. Torniamo a proporlo - non come rivendicazione, ma come offerta di collaborazione - mettendo a disposizione ciò che la nostra comunità conosce e può fare. Non spetta a noi indicare le soluzioni tecniche. Spetta a tutti, però - a chi ha responsabilità politiche e amministrative, e a ciascuno di noi - non voltarsi dall’altra parte”. Sul tema interviene anche il consigliere di opposizione Ivo Zaccagna: “Ho letto con attenzione la nota diffusa dal Sappe per il tramite del suo rappresentante provinciale locale Pasquale Tutino sulle condizioni della Casa di reclusione di Massa e ritengo doveroso dare voce alle criticità sollevate dal sindacato. A loro voglio esprimere la mia solidarietà e la mia vicinanza incoraggiando il sindacato a continuare nel proprio lavoro di tutela e di denuncia delle criticità”. “Ritengo pertanto che ascoltare la voce della Polizia Penitenziaria significhi occuparsi concretamente anche di sicurezza. Non possiamo parlare di sicurezza soltanto attraverso gli annunci, servono organici adeguati, strutture sostenibili e condizioni di lavoro che consentano agli agenti di svolgere il proprio compito nel modo migliore. Su questo il Governo nazionale deve fare la propria parte. Non è possibile chiedere sempre più impegno alla Polizia Penitenziaria lasciando che il sovraffollamento e la carenza di personale diventino problemi strutturali”. “La sicurezza - conclude - si costruisce investendo sulle persone e sulla capacità del sistema di funzionare ogni giorno. Allo stesso tempo, credo sia importante non dimenticare che il carcere non è soltanto un luogo di custodia, è anche il luogo nel quale deve concretizzarsi il principio costituzionale della rieducazione e del reinserimento nella società. A tutto questo si deve far seguito anche a una questione che ritengo non più rinviabile, la mancanza della figura del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Non considero il Garante una figura contrapposta alla Polizia Penitenziaria o all’amministrazione. Al contrario, credo possa essere una figura di equilibrio e di supporto all’intero sistema, un vero e proprio punto di riferimento capace di favorire il dialogo, intercettare le criticità e contribuire a prevenire tensioni all’interno dell’istituto. E proprio per questo può essere utile anche agli stessi agenti”. Brescia. Ampliamento del carcere di Verziano, scintille tra Roma e la Loggia di Pietro Gorlani Corriere della Sera, 20 settembre 2026 Borghesi controreplica a Manzoni: “Pronto a fine 2027”. Il senatore leghista al vicesindaco: “Merito di questo governo se si amplia la struttura dopo anni di chiacchiere. Aree esterne? Paroli aveva trovato l’accordo. Se l’amministrazione non è d’accordo con questo progetto lo dica”. “Sulla tempistica dei lavori per l’ampliamento del carcere di Verziano il Provveditorato delle Opere pubbliche mi ha confermato la conclusione dei lavori per fine 2027”. Il senatore leghista Stefano Borghesi controreplica al vicesindaco Federico Manzoni, il quale ha sollevato dubbi sulla tempistica dei lavori, visto che quelli iniziati a settembre riguardano solo la realizzazione di un nuovo varco dove far passare ruspe e muratori, mentre per il nuovo padiglione interno da 348 posti “deve essere ancora effettuato l’appalto integrato che consta del progetto esecutivo e contestuali lavori (ad oggi c’è solo il progetto definitivo, ndr). Per fine 2027 forse vedremo l’inizio dei cantieri” aveva detto al Corriere. Per il parlamentare di Concesio, molto vicino al ministro Salvini, non è così: “I lavori sono già iniziati con le opere propedeutiche all’avvio dell’intervento principale e tra poche settimane partirà la bonifica del sito, un’operazione che da sola vale 3 milioni di euro. A seguire verrà appaltata la restante parte dell’intervento. È un dato incontrovertibile che sia stato il governo di centrodestra a finanziare l’opera da 39 milioni, dopo anni di proclami” aggiunge Borghesi, che entra nel merito dei campi agricoli esterni dove realizzare laboratori per il lavoro e spazi per lo sport: per la Loggia i ritardi nel non aver rilevato le aree sono da imputare al ministero mentre per il parlamentare leghista “Se dopo 13 anni di amministrazione con la stessa maggioranza le aree esterne non sono ancora state acquisite, non si può scaricare la responsabilità sul Governo” dice ricordando che “all’epoca della giunta Paroli si era arrivati ad un accordo con i proprietari per ottenere le aree”. Vero. Erano state promesse in cambio della possibilità di realizzare appartamenti e un supermercato al Villaggio Sereno, una triangolazione cancellata dal Pgt Del Bono-Tiboni del 2016 che aveva però pensato alla possibilità di averle in cambio di palazzo Bonoris in via Tosio, che nel 2019 è stato venduto all’asta per 3 milioni. Ultimo affondo di Borghesi: “La domanda è se il Comune voglia davvero l’opera. Questo progetto era stato condiviso durante le riunioni con l’allora ministra Cartabia, alla presenza di autorevoli rappresentanti del Pd bresciano. Se oggi il Comune ritiene che l’ampliamento di Verziano non sia la soluzione giusta, lo dica apertamente”. Per la Loggia, se si sacrificano gli spazi interni e non si trovano spazi esterni tali da poter prevedere la chiusura di Canton Mombello, è un ampliamento a metà. Meglio di niente, ovvio, ma non è quello che servirebbe. Lecco. Il Vice Capo Dap in visita al carcere: chiesti più agenti leccotoday.it, 20 settembre 2026 Massimo Parisi ha incontrato il personale della Casa Circondariale, tra le preoccupazioni condivise sulle difficoltà di organico e la richiesta di un rafforzamento ancora inascoltato. È una richiesta che a Lecco si ripete da anni, e che ieri, venerdì 18 settembre, è tornata sul tavolo di chi potrebbe soddisfarla davvero. Il Vice Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap), Massimo Parisi, ha visitato la Casa Circondariale di via Cesare Beccaria, a Pescarenico, incontrando il personale di Polizia Penitenziaria e del comparto Funzioni Centrali. Al centro del confronto, ancora una volta, il sottodimensionamento dell’organico. Parisi, accompagnato dalla Provveditore Regionale della Lombardia, Maria Milano, è stato ricevuto dalla direttrice dell’Istituto, Luisa Mattina, e dal Reparto di Polizia Penitenziaria. Nel corso dell’incontro il Vice Capo Dap ha illustrato al personale il programma dell’Amministrazione Centrale su arruolamenti e formazione degli agenti del Corpo, condividendo con il comparto Funzioni Centrali le preoccupazioni legate alle difficoltà di organico. Ha poi ascoltato le osservazioni di entrambi i comparti: in particolare quello della Polizia Penitenziaria, che per l’Istituto di Lecco ha auspicato un adeguato incremento della pianta organica. La visita si è conclusa con un giro della struttura. Presente all’incontro anche Umberto Di Stefano, Segretario Regionale Uspp Lombardia, che ha poi commentato la visita: “La richiesta di un’adeguata dotazione organica, emersa durante l’incontro, è da condividere poiché attenuerebbe quantomeno le criticità esistenti che oggi vengono gestite attraverso sacrifici e spirito di abnegazione da parte del personale di Polizia Penitenziaria effettivo”. Non è la prima volta che il nodo dell’organico finisce al centro dell’attenzione a Pescarenico. Lo scorso maggio era stata la senatrice Ilaria Cucchi, in visita alla Casa Circondariale, a richiamare le proteste sindacali sfociate in stati di agitazione per la carenza di personale; ad agosto il consigliere regionale Fragomeli aveva parlato di un sovraffollamento arrivato a 94 detenuti su 53 posti regolamentari, condizione che pesa proporzionalmente di più su un organico già ridotto. Un anno e mezzo fa, invece, l’arrivo di due nuovi agenti dal 184° Corso Allievi era stato salutato come un primo passo, che i fatti di ieri dimostrano non essere bastato. Dalla visita di ieri arrivano impegni sul fronte degli arruolamenti e della formazione, ma nessun numero concreto sui nuovi agenti destinati a Lecco. Per il personale della Casa Circondariale di Pescarenico, insomma, resta una questione aperta sul tavolo. Cremona. Penalisti in sciopero: “Difendiamo il diritto di difesa di ogni cittadino” di Sara Pizzorni Cremona Oggi, 20 settembre 2026 Astensione dal 23 al 29 settembre. A spiegarne le ragioni è la presidente della Camera Penale di Cremona e Crema, Marilena Gigliotti. Anche la Camera Penale di Cremona e Crema “Sandro Bocchi” aderisce all’astensione dalle attività giudiziarie indetta dall’Unione Camere Penali dal 23 al 29 settembre e proclamata per denunciare la violazione della riservatezza dei colloqui tra difensori e assistiti avvenuta presso il carcere di Perugia. “La Camera Penale di Cremona e Crema”, ha spiegato la neo eletta presidente, avvocato Marilena Gigliotti, “aderisce e sostiene con fermezza la delibera dell’Unione Camere Penali Italiane del 31 agosto che ha proclamato l’astensione collettiva degli avvocati penalisti dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale dal 23 al 29 settembre 2026. L’astensione è stata proclamata per denunciare la gravissima violazione del diritto di difesa e della segretezza dei colloqui tra detenuti e difensori, con particolare riferimento alla captazione protrattasi per circa sei mesi, dei colloqui tra i detenuti e i propri legali all’interno della Casa circondariale di Perugia ‘Capanne’, a fronte dell’assenza di risposte istituzionali adeguate e risolutive sugli accertamenti ispettivi richiesti”. La presidente della Camera Penale di Cremona e Crema evidenzia come quanto accaduto nella Casa circondariale di Perugia “rappresenti una gravissima violazione del diritto di difesa e della segretezza dei colloqui tra detenuti e difensori. Quanto emerso in merito alla dei colloqui difensivi all’interno della Casa circondariale di Perugia rappresenta un vulnus intollerabile per lo Stato di diritto, un attacco diretto ai principi costituzionali che garantiscono l’effettività del mandato difensivo e la libertà del cittadino ristretto, in contrasto con gli artt. 15 e 24 della Costituzione, con gli artt. 6 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e con l’art. 103 del codice di procedura penale, che impone l’immediata interruzione delle operazioni di intercettazione quando risulta che la conversazione rientra tra quelle di cui è vietato l’ascolto. L’astensione non è solo una protesta contro un episodio specifico, ma un grido d’allarme a difesa delle garanzie fondamentali di ogni cittadino, affinché sia ripristinata la piena intangibilità del rapporto fiduciario tra avvocato e assistito, presidio irrinunciabile di democrazia e giustizia”. “Oggetto di questa proclamata astensione”, ha aggiunto la presidente, “sono inoltre l’emergenza carceraria, le condizioni disumane di detenzione, l’arretramento generale delle garanzie e dello Stato di diritto con l’indebolimento del sistema delle garanzie costituzionali e il progressivo deterioramento del giusto processo. A fronte della perdurante assenza di risposte istituzionali adeguate sugli accertamenti ispettivi richiesti, l’avvocatura penalista non può e non vuole rimanere in silenzio poiché quando un potere pubblico viene esercitato al di fuori dei presupposti e dei limiti stabiliti dalla legge, lo Stato ha il dovere di accertare l’accaduto, spiegarlo ai cittadini e rimuovere le condizioni che lo hanno reso possibile”. Salerno. Tribunale di sorveglianza, dopo la protesta il confronto di Simona Cataldo liratv.it, 20 settembre 2026 Una delegazione di Nessuno tocchi Caino e dell’Associazione Radicale Provenza è stata ricevuta dalla presidente facente funzioni. Al centro del confronto la costituzione dei Consigli di Aiuto Sociale, ma anche la carenza di organico dell’Ufficio di Sorveglianza. Dopo la protesta, arriva il confronto con la Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Salerno. Una delegazione di Nessuno tocchi Caino e dell’Associazione Radicale Maurizio Provenza è stata ricevuta dalla presidente facente funzioni, la dottoressa Ventra. Un incontro che arriva dopo i 25 giorni di sciopero della fame a staffetta per accendere i riflettori sulle criticità della giustizia di sorveglianza e sulle difficoltà di chi, una volta fuori dal carcere, non trova una rete capace di accoglierlo. Al centro del confronto la costituzione dei Consigli di Aiuto Sociale, ma anche la carenza di organico dell’Ufficio di Sorveglianza: mancherebbero almeno due magistrati, mentre si registra una riduzione anche del personale amministrativo e dei cancellieri. Ma c’è soprattutto il problema del “dopo carcere”. Persone che avrebbero i requisiti per misure alternative o detenzione domiciliare, ma che non possono accedervi perché prive di un domicilio idoneo. Da qui la proposta di costruire una rete tra istituzioni, Comuni, associazioni e Terzo settore per individuare strutture e soluzioni abitative. La protesta, dunque, lascia spazio al dialogo. E sul Consiglio di Aiuto Sociale è già previsto un nuovo confronto con il sindaco di Salerno, mentre anche l’Arcivescovo ha dato disponibilità a collaborare. L’obiettivo dichiarato è trasformare le criticità denunciate in soluzioni concrete, perché il passaggio dal carcere alla libertà non si trasformi in un nuovo abbandono. Napoli. Il Comune sostiene e valorizza i percorsi educativi attivi nel carcere di Nisida reportweb.tv, 20 settembre 2026 Arrivato all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ottenendo un buon riscontro di pubblico e critica, il documentario “I Nisidiani”, scritto, diretto e prodotto, per la società PanamaFilm, da Riccardo Brun, diventa l’occasione per proseguire su questo percorso che, da dodici anni, porta all’interno del Carcere minorile di Nisida lo straordinario potere della scrittura. Il Comune di Napoli sostiene la capacità trasformativa della cultura ed è vicino all’impegno di quanti, negli anni, hanno operato all’interno del Carcere, nella speranza di offrire un’alternativa a chi, spesso, ritiene di avere una strada già tracciata. È per questo che, su impulso del Sindaco Gaetano Manfredi, il Carcere di Nisida ospiterà uno dei momenti di presentazione dell’America’s Cup insieme a tutte le Istituzioni presenti, una delle competizioni veliche più prestigiose al mondo. Il Carcere di Nisida, luogo di detenzione minorile, è un luogo in cui l’impegno sociale e didattico ha prodotto, negli anni, esperienze molto utili alla crescita e al reinserimento dei minori. Il laboratorio permanente di scrittura, sorto dalle spinte di un gruppo di autori napoletani dal 2010 al 2022, ne è un esempio concreto che ha dato vita al collettivo I Nisidiani. Per valorizzare iniziative di questo tipo, abbiamo scelto Nisida per la presentazione delle pre-regate di America’s Cup: un modo simbolico per ribadire che la competizione velica è anche un’occasione di partecipazione e inclusione sociale. È importante che storie di questo tipo vengano raccontate perché dimostrano che è possibile l’incontro e il confronto, la bellezza, l’ascolto, anche in contesti non sempre facili. Come Amministrazione comunale, insieme alla direzione dell’Istituto, siamo disponibili ad ogni forma di collaborazione.’’ così il Sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi. Il Comune di Napoli crede nel potere dell’arte come strumento di inclusione, trasformazione sociale ed emancipazione. L’esperienza de I Nisidiani ha dimostrato, negli anni, che anche da luoghi apparentemente difficili possono nascere grandi storie. Le istituzioni hanno il compito di supportare e accompagnare questi percorsi e il Comune di Napoli continuerà a lavorare facendo la propria parte, per non lasciare indietro chi vive ai margini e chi pensa di non avere un’alternativa. Noi dobbiamo fare in modo che i ragazzini nel carcere minorile di Nisida non ci arrivino. Ma se ci arrivano, quando ci arrivano, dobbiamo fornire loro degli strumenti che li aiutino a capire che la loro vita può cambiare, che il loro destino non è segnato, che hanno una reale possibilità di scegliere una vita diversa. Questo a Nisida si fa. Anche il laboratorio di cui racconto nel documentario, voluto dalla professoressa Maria Franco e dal direttore Gianluca Guida, va in questa direzione, provando a utilizzare il potere generativo della cultura e dell’immaginazione. Ma è importante che ci sia tutto un altro pezzo di lavoro che continua fuori dal carcere. Altrimenti le buone pratiche iniziate dentro rimangono un ponte che non porta da nessuna parte.’’ ha dichiarato il regista e produttore, Riccardo Brun. “Quello che non hai sentito”, storie dal carcere che cambiano (anche) chi sta fuori di Giorgio Paolucci ilsussidiario.net, 20 settembre 2026 Marco Erba, scrittore e insegnante, è autore de “Quello che non hai sentito”, raccolta di storie di rabbia, cambiamento e riscatto vissute dietro le sbarre. Mentre giornali, televisioni e social media continuano a mettere sotto i riflettori le storture del sistema carcerario italiano - peraltro innegabili, gravi, numerose e da troppo tempo irrisolte - sull’argomento arriva in libreria una narrazione “altra”. Non all’insegna di un negazionismo becero e poco sostenibile, ma nutrita dal desiderio di portare alla luce l’inesausto desiderio di felicità che abita il cuore di ogni persona. Anche dentro una cella. Anche quando la condanna è pesante, e la pena da scontare ancora lunga. Anche dentro una divisa, come quella che indossano gli agenti di polizia penitenziaria. Anche dentro una professione come quella del direttore, dell’educatore, dell’insegnante che per esercitare la sua professione ha preferito l’aula di un penitenziario a quella di una scuola. Arrivano da un carcere-modello (che rimane rigorosamente anonimo) le 18 storie potentemente evocative raccolte da Marco Erba - scrittore affermato, insegnante appassionato, collaboratore di Avvenire sulle cui pagine regala avvincenti affreschi del mondo giovanile - per raccontare al lettore Quello che non hai sentito, come recita il titolo del libro edito da Ares. “Ho voluto dare voce alle persone che ho incontrato - scrive l’autore -. Perché le loro voci, le loro storie, non le ascolta nessuno”. Lui l’ha fatto, trascorrendo una settimana in quel carcere e restituendoci il dolore, la rabbia, l’amara consapevolezza del male compiuto, e insieme la speranza, la voglia di ricominciare, e un grido che rimane sotteso a tutta la narrazione: nessuna persona è riducibile al reato che ha commesso. Erba ridona profondità umana a spacciatori, tossici, mafiosi, criminali di lungo corso, a chi - dai media, da certa politica, ma anche dal sentire comune - troppe volte viene assimilato a una sentenza. Non si cura (né avrebbe potuto farlo) della veridicità dei loro racconti, non indulge a conclusioni assolutorie, gli interessa portare a galla un desiderio di cambiamento che può nascere e crescere anche dal fango del male compiuto. “Non puoi conoscermi davvero se guardi solo la mia fedina penale. Per farlo, devi metterti le mie scarpe e camminare. Capire come sono arrivato qui”, dice Maurizio, uno dei protagonisti. Da giovane ha perso in nove mesi il padre per un’ischemia e la madre per un cancro fulminante, il dolore indicibile e il miraggio del guadagno facile l’hanno fatto precipitare nel gorgo dello spaccio. Oggi confessa: “La prigione mi è servita, tanto. Mi è servita a capire che quello che facevo era una follia. Ancora adesso mi chiedo cosa avessi in testa: ripenso a quel me stesso strafatto di soldi e mi viene da urlargli in faccia, da prenderlo a sberle. Si cambia un pezzettino ogni giorno, solo se trovi il posto giusto e le persone giuste”. Lui li ha trovati incontrando Marina, l’educatrice che l’ha accompagnato in un percorso di riscatto: “Il suo sguardo su di me mi ha spiazzato, mi ha subito guardato con fiducia, dal nostro primo incontro. Era come se vedesse in me qualcosa di buono, che io avevo dimenticato. Hai la possibilità di cambiare solo se incontri uno sguardo così, che ti dà la voglia di rimetterti in gioco. Io l’ho fatto. È grazie a questo posto che sono cresciuto: oggi mi sento diverso”. Ci vorrebbe un posto così per i tanti, troppi, che marciscono in carceri sovraffollate, dove la dignità umana viene offesa, dove il diritto si piega alla violenza, dove scuola, lavoro e attività educative sono merce rara, dove cellulari e droga entrano con troppa facilità. Per governare un carcere bisogna garantire sicurezza e nel contempo offrire opportunità perché la vita possa ripartire, argomenta Diana, la direttrice: “Non si cambia con pene più severe, con punizioni esemplari. Non si cambia perché si viene schiacciati. Si cambia perché si respira un clima positivo. Si cambia perché ci si sente accolti in una comunità”. Non ci sono automatismi, è sempre la responsabilità personale a farla da padrona. Ma un carcere che si riduce alla pura sottrazione della libertà ha fallito la sua missione. “E una pena che non lascia intravedere il futuro tradisce la sua ragion d’essere costituzionale”, ammonisce Marta Cartabia nella prefazione -. Il carcere, per rimanere fedele alla Costituzione e alla dignità della persona, dovrebbe essere proprio questo: non il luogo in cui il male viene nascosto allo sguardo di chi sta fuori, ma il luogo in cui una società intera osa ancora dire a chi ha sbagliato, senza mentire sul male e senza dimenticare chi lo ha subito: Tu puoi”. Puoi cambiare, puoi provare a ripartire. Perché, come scrive Erba al termine di un viaggio che ha purificato anche il suo sguardo su quel mondo, “la giustizia non è solo espiazione, è anche riparazione. È anche riscatto. La giustizia è una possibilità”. Morire inseguiti dalla polizia: il buco nero italiano di Luigi Manconi e Marica Fantauzzi Il Manifesto, 20 settembre 2026 Ramy Elgaml. A riaprire il dibattito in Italia è il video della Ong Index che ricostruisce le dinamiche dell’inseguimento da parte dell’auto dei carabinieri di Milano. Nel 1985 la Corte suprema degli Stati uniti per la prima volta non riconobbe quel principio di common law per il quale “tutti i sospettati di reato devono essere catturati”. Al contrario, secondo la Corte deve prevalere il diritto a sottrarsi alla cattura nel caso di rischio di rimanere uccisi. In sostanza, si affermava che l’uso della forza legale per fermare la fuga di un sospettato è costituzionalmente legittimo solo se necessario per tutelare l’incolumità degli agenti o della comunità. Quella sentenza, in molti casi, rimase lettera morta. A parte alcune eccezioni, la maggioranza degli Stati oggi adotta un cosiddetto “test di bilanciamento” tra rischi e vantaggi durante gli inseguimenti. Secondo uno studio recente, negli Usa tra il 2009 e il 2023 sono stati registrati 5.500 incidenti legati a inseguimenti che hanno provocato 6.400 morti. Per Andrew Hendrix, tra gli autori dell’indagine, l’unico modo per arginare questa tendenza è vietare categoricamente gli inseguimenti per reati minori. A riaprire il dibattito anche in Italia è il video della Ong Index che ricostruisce le dinamiche dell’inseguimento da parte dell’auto dei carabinieri di Milano del motorino su cui viaggiavano Ramy Elgaml e l’amico Fares Bouzidi, mostrato in anteprima su questo giornale. Dalla perizia di parte depositata dai legali si evince come nelle fasi finali dell’inseguimento l’auto operi due distinte deviazioni verso il motorino, provocando lo sbandamento e infine l’investimento di Elgaml. In Italia, la scarsità di dati a disposizione sulle morti causate da inseguimenti “non necessari”, unita alla colpevole resistenza del potere politico a condannare pratiche potenzialmente lesive della vita e della dignità umana quando a compierle sono uomini e donne in divisa, ci impone di compiere uno sforzo di ricerca e memoria. Per questo crediamo sia utile tornare agli Stati uniti, in particolare a una vicenda che richiama tristemente la morte di Ramy. Siamo anche qui nel 2024, in un quartiere di Boston. Su una macchina viaggiano quattro ragazzini tra i 14 e i 17 anni. Il conducente, sfiorato un posto di blocco, decide di proseguire. Gli agenti, sospettando si tratti di una macchina rubata, iniziano l’inseguimento. Dalla centrale operativa l’ufficiale superiore ordina di interrompere immediatamente l’operazione. Loro proseguono. La volante raggiunge la macchina dei ragazzi e ne provoca il ribaltamento. Moriranno sul colpo Kevin Lemus-Davila, Immanuel A. Brooks e Troy L. Winslow. Nonostante le indagini abbiano confermato le false dichiarazioni, la mancata attivazione della bodycam e l’omissione di soccorso, le conseguenze penali per gli agenti appaiono poco probabili. Intanto, però, si è aperto il procedimento civile, dove le tre famiglie coinvolte chiedono 30 milioni di dollari per morte ingiusta. Secondo i legali non vi erano le condizioni per l’inseguimento e gli agenti avrebbero fatto “valutazioni sugli occupanti basate sulla loro età, sul colore della pelle e sul quartiere in cui si trovavano”. Due dei tre agenti coinvolti sono stati licenziati o sospesi dal servizio. Quello che gli osservatori chiedono in casi simili è che la discrezionalità delle forze di polizia venga ridotta al minimo, evitando che la presunta pericolosità dei sospettati sia considerata sufficiente a giustificare un intervento violento. Servono procedure chiare, il dipartimento di New York, per esempio, prevede gli inseguimenti solo in caso di “reato violento grave” e li vieta in tutti gli altri casi. Da questo punto di vista, la situazione italiana è estremamente lacunosa, poiché mancano del tutto regole e protocolli che chiariscano in quali casi l’inseguimento debba essere interrotto. Inoltre, se negli Usa il principio (non vincolante) che si vorrebbe far valere è quello di evitare gli inseguimenti per fuga da un controllo di polizia o per guida pericolosa, la recente storia italiana va nella direzione opposta. Nel 2025, infatti, il sindacato dei carabinieri ha proposto di introdurre il reato di fuga pericolosa, poi recepito dal governo Meloni con il decreto-legge n. 23 del 2026, che prevede da 6 mesi a 5 anni di reclusione per chi non si ferma all’alt. Durante il funerale del figlio, Jessica Winslow ha raccontato che era solita chiamarlo my bugaboo, la mia piccola peste. Perché, ricordiamocelo, “erano dei bambini, solo dei bambini”. Venezia scende in piazza contro i picchiatori “anti degrado” di Riccardo Bottazzo Il Manifesto, 20 settembre 2026 Almeno quattromila persone hanno sfilato in corteo a Venezia. La manifestazione è stata promossa dal cso Morion e dall’Anpi per rispondere all’aggressione avvenuta una settimana fa ai piedi del ponte di Rialto con conseguente pestaggio di una decina di attiviste ed attivisti del centro sociale da parte di picchiatori riconducibili all’estrema destra che accompagnavano l’influencer bolognese Jolly Time in una delle sue performance “anti degrado”. La città lagunare ha voluto reagire così al pesante clima di scontro xenofobo innescato dalla richiesta della comunità bengalese di aprire una moschea a Mestre. “Non possiamo accettare che la nostra città diventi un palcoscenico internazionale per chi costruisce campagne di odio xenofobe e razziste. Non possiamo accettare che la destra al potere legittimi l’arrivo di questi influencer giustizieri che lucrano sui follower costruendo presunte campagne antidegrado ma evitando di sottolineare che il vero degrado di Venezia sono la turistificazione di massa, il proliferare incontrollato di B&B e alberghi, la mancanza di case e di servizi per i cittadini costretti a migrare in terraferma - spiega Stella Faye, portavoce del Morion -. Per questo vogliamo ribadire che Venezia, ieri come oggi, è antifascista e che sempre ai nostri posti ci troveranno”. I manifestati si sono ritrovati alle 17 nel piazzale della stazione per raggiungere in corteo il luogo dell’aggressione, campo San Bartolomeo, ed appendere uno striscione sul ponte di Rialto. All’iniziativa ha aderito l’intero arcipelago associazionistico veneziano, compresi e i partiti del centro sinistra, dal Pd ad Avs. Il sindaco Simone Venturini si è limitato a un comunicato di due righe in cui ha deprecato “chi ricorre alla violenza ed utilizza i social per alimentare tensioni”, senza ulteriori specificazioni. “Questa sorta di vigilantes che bizzarramente amano definirsi “influencer del decoro”, strumentalizzano il tema della sicurezza urbana, cercano lo scontro, lucrano visualizzazioni e monetizzano contenuti di stampo razzista - ha commentato la capogruppo di Avs alla Camera, Luana Zanella che a tale proposito ha inoltrato al ministro dell’Interno una formale interrogazione a risposta scritta - Non siamo di fronte a singole bravate ma ad una dinamica consolidata e pericolosa che fomenta odio e trasforma la fragilità sociale delle città in materiale da propaganda digitale xenofoba. Venezia, così come altre città italiane, non merita queste violente provocazioni da parte di soggetti riconducibili all’estrema destra”. Violenza che non ha risparmiato le scuole del veneziano, elementari comprese, che la notte scorsa sono state tappezzate di manifesti offensivi contro la religione islamica e striscioni che invocavano la “remigrazione”. Scritte simili sono apparse anche nel parco Piraghetto dove la comunità bangladese si ritrova a pregare il venerdì. La manifestazione di ieri ha voluto essere una risposta anche a questa violenza che dalle parole finisce per tradursi in fatti concreti e pestaggi come quello subito dai ragazzi del Morion. Social, adolescenti e coltelli: quando la violenza diventa un “contenuto” di Santino Gaudio* Il Domani, 20 settembre 2026 Non serve una nuova guerra contro i cellulari. Uno schermo può trasformare una persona in un’immagine; l’educazione deve compiere il percorso contrario, ricordando che dietro quell’immagine esiste un corpo che può essere ferito e una conseguenza che non scompare quando la diretta finisce. Un ragazzo di tredici anni entra a scuola con due coltelli e uno spray urticante. Prima dell’aggressione prepara anche un telefono per riprendere la scena. Poi entra in classe, spruzza lo spray sul volto della sua insegnante e la colpisce. A fermarlo è un compagno. È accaduto a Roma, in una scuola media di Centocelle. È proprio quel telefono, però, a rendere questa storia diversa da una semplice esplosione di violenza scolastica. Non basta chiedersi perché un tredicenne possa arrivare ad aggredire un’insegnante. Dobbiamo chiederci anche perché, nel momento in cui immagina un gesto del genere, possa immaginare che qualcuno lo guardi. Roma, studente di 13 anni accoltella l’insegnante in classe e tenta di filmare l’aggressione Questione di visibilità Per molto tempo abbiamo pensato ai social come al luogo nel quale raccontare ciò che accade nella vita reale. Oggi il confine è meno netto: qualcosa può essere fatto solo per può essere mostrato e condiviso. Non significa che i social producano automaticamente violenza. Sarebbe una conclusione semplice quanto scientificamente infondata. Significa piuttosto che visibilità, approvazione dei pari e ricerca di riconoscimento possono entrare nel modo in cui un comportamento viene immaginato e rappresentato. Sherman e colleghi (2016) hanno mostrato sperimentalmente quanto possa contare lo sguardo digitale degli altri durante l’adolescenza. I ragazzi erano più propensi ad apprezzare fotografie che apparivano già accompagnate da molti “like”, e questo effetto si osservava anche davanti a immagini che rappresentavano comportamenti rischiosi. Non significa, naturalmente, che un like possa trasformarsi in un’aggressione. Significa però che nell’adolescenza il giudizio dei pari può modificare il valore attribuito a ciò che si osserva e si fa. Una recente revisione di 44 studi condotti in 19 paesi, su oltre 90.000 adolescenti, invita infatti a evitare spiegazioni lineari. Il rapporto tra uso dei social e aggressività appare mediato da variabili differenti: uso problematico, ricerca di attenzione, comportamenti digitali a rischio, ma anche caratteristiche individuali, familiari e ambientali (Giannakopoulos & Prassou, 2025). Non esiste dunque una linea retta che dallo smartphone conduce alla violenza. Il punto è un altro. Nell’adolescenza contemporanea anche la trasgressione può diventare rappresentazione. Il gesto non deve soltanto accadere: può essere pensato per essere visto. E quando il pubblico, reale o immaginato, entra nella scena, alla domanda “che cosa sto facendo?” rischia di affiancarsene un’altra: “Chi mi sta guardando?” La scuola è un bersaglio. La violenza nichilista e la meccanica dell’emulazione Diagnosi diverse C’è poi un errore che dovremmo evitare. Trasformare un fatto di cronaca in una diagnosi a distanza. Di questo ragazzo conosciamo troppo poco per attribuirgli un disturbo psichiatrico o una particolare struttura di personalità. Un comportamento così grave richiede di conoscere la storia individuale, familiare, scolastica, relazionale e anche digitale. Spiegare non significa giustificare. Significa cercare quei passaggi che potrebbero consentirci di riconoscere prima il rischio e prevenire altri episodi. La scuola, peraltro, ci consegna in questa vicenda anche un’immagine opposta. Un compagno interviene e ferma l’aggressione. È un dettaglio importante: i pari non sono soltanto spettatori o possibili amplificatori di un comportamento. Possono essere anche un argine. Non serve allora una nuova guerra contro i cellulari. Uno schermo può trasformare una persona in un’immagine; l’educazione deve compiere il percorso contrario, ricordando che dietro quell’immagine esiste un corpo che può essere ferito e una conseguenza che non scompare quando la diretta finisce. Forse è questo l’aspetto più inquietante della vicenda: non soltanto che un tredicenne abbia portato dei coltelli a scuola, ma che la violenza possa essere immaginata anche come contenuto. Proteggere gli adolescenti significa allora insegnare non soltanto che non si colpisce l’altro. Significa anche insegnare che non tutto ciò che può essere mostrato può diventare spettacolo, anzi. *Psichiatra Le comunità True Crime e gli adepti adolescenti: le chat che trasformano i più fragili in violenti di Alfio Sciacca Corriere della Sera, 20 settembre 2026 Il capo della Polizia Postale: “Sono in prevalenza maschi con difficoltà a relazionarsi con i genitori e l’altro sesso”. I primi contatti sulle piattaforme di gaming poi la condivisione di video violenti su Telegram. Prima di Centocelle era successo a Trescore Balneario. E prima ancora a San Vito Lo Capo. Nord, Sud, Centro Italia, non fa differenza. Ad ogni latitudine ci sono giovanissimi che vivono in Rete intossicati da contenuti ad alto tasso di violenza. E qualcuno di loro all’improvviso esplode contro la prima figura che vede come l’istituzione: il prof. Se non siamo ancora ai massacri di Columbine o Sandy Hook forse è perché in Italia non è facile procurarsi un fucile d’assalto. Ma quelle stragi vengono costantemente evocate nei video che condividono in Rete. Tre casi analoghi in sei mesi non possono essere una casualità. Soprattutto per le modalità e i particolari che tornano: il casco, il selfie allo specchio, le scritte sulle magliette, il countdown che anticipa l’aggressione. E poi il cellulare per un’azione da condividere sui social. Troppo per parlare di semplice disagio giovanile. E infatti siamo di fronte a qualcosa di più allarmante. “L’Italia, come altri Paesi, è attraversata da un fenomeno che definiamo nichilismo violento in fase preadolescenziale - spiega il capo della Polizia Postale, Ivano Gabrielli -. Ragazzi dai 12 ai 16 anni che aderiscono a gruppi che esaltano la violenza e a volte la esercitano nell’ambiente primario a quell’età, la scuola”. Il tredicenne di Centocelle frequentava la True Crime Community. Come lui anche il ragazzino di San Vito Lo Capo. Si tratta di una misteriosa rete internazionale zeppa di contenuti violenti. Oltre a condividere l’aggressiome alla prof con un ristretto gruppo Telegram su TikTok aveva oltre 4.300 follower e ben 70 mila like. Ma la pagina è stata chiusa subito dopo l’aggressione. Non si può escludere che qualche chatbot avesse gonfiato la platea dei follower pronti a vederlo all’opera. Per il giovane di San Vito Lo Capo si parlò addirittura di una challenge (sfida in rete). “Su questo bisogna indagare - dice Gabrielli -, ma è certo che c’è una vasta comunità di voyeur che ama assistere allo spettacolo della violenza”. Giovani che da semplici guardoni si possono trasformare in violenti. “Sono soprattutto maschi che all’inizio si incontrano su piattaforme di gaming - spiega il capo della Postale -. Non si conoscono, legano in modo virtuale e si confrontano sulle reciproche sofferenze: spesso hanno difficoltà relazionali con i genitori e l’altro sesso”. La sentina dove cova la violenza non sono solo i social ma soprattutto Telegram. “Qui riescono a restare anonimi, usano nickname - spiega Gabrielli -. Quando le gesta violente arrivano su TikTok siamo già all’emerso, ma prima si può fare ben poco”. Un culto della violenza che può portare fino alla radicalizzazione. “Sugli utimi casi non posso dire nulla, ma non sembrano avere una connotazione politica - spiega Riccardo Perisi, direttore del Servizio antiterrorismo internazionale della Polizia -, ma la fascinazione per violenza e armi può portare a fenomeni di radicalizzazione di matrice islamista o suprematista”. Per questo l’intelligence cerca di “intercettare algoritmi creati ad arte per catturare giovani fragili e facili da indottrinare”. Insomma la violenza fine a se stessa può trasformarsi in bacino di pescaggio per altro. “Negli ultimi tre anni - spiega Perisi - abbiamo fatto 50 arresti di minori sotto i 16 anni avviati alla radicalizzazione e centinaia di perquisizioni”. Ma il convitato di pietra di questa emergenza sono le famiglie. Leonardo Mendolicchio, psichiatra che studia il mondo giovanile, prima di dire la sua si è messo all’ascolto. “Dopo quest’episodio ho parlato con mio figlio di 15 anni e i suoi compagni - spiega -. Ho chiesto: “Cosa ne pensate?”. E loro: “Ma tu sai cosa c’è su Telegram? C’è l’ira di Dio. Decine di canali che inneggiano alla guerra, alla violenza, ti spiegano come accoltellare una persona”. Una vera tempesta di violenza che investe i nostri ragazzi. Possiamo fare tutti i ragionamenti sull’educazione, ma qui c’è una voragine che sottovalutiamo”. Una zona franca che intercetta giovani con delle fragilità di base. Cosa si può fare? “Noi adulti - afferma - passiamo pochissimo tempo, vero, con i nostri figli. Mi rifiuto di pensare che questo ragazzo non avesse dato dei segnali che potevano essere intercettati, in famiglia o a scuola”. E poi perché stupirsi quando la fascinazione per la violenza tocca un po’ tutti. Si chiede Mendolicchio: “Come può un figlio ritenere dei modelli quei genitori che sono ormai irrimediabilmente dipendenti dai talk crime?”. Prof aggredita a scuola. Perdono subito? Ma non sia una scorciatoia di Elvira Serra Corriere della Sera, 20 settembre 2026 Siamo sicuri che sia giusto perdonare uno studente lo stesso giorno che ti ha accoltellato? Nella tragedia sfiorata a Centocelle, dopo l’ennesima aggressione a scuola di un’insegnante, colpisce la dichiarazione resa dalla professoressa accoltellata dal tredicenne che per tutta l’estate ha covato l’odio nei suoi confronti per due debiti in italiano e storia. Qual è il messaggio pedagogico di un perdono così repentino, senza che l’adolescente abbia ancora preso coscienza di quello che ha fatto, della gravità del gesto premeditato da settimane, dell’enormità del caschetto con la telecamera sulla testa, per scimmiottare gli stragisti americani nei campus? Deve pur esserci una via di mezzo tra la reazione di Isabella Marsilio, prossima alla pensione con i suoi 66 anni, già pronta a riabbracciare il suo mancato omicida, e le parole del marito, Pino Tersigni, che invece invoca il carcere per lo studente e i suoi genitori. Mi pare che in questa confusione di ruoli e di lezioni si perda di vista il fatto che ogni azione ha una conseguenza, di cui bisogna assumersi la responsabilità. A ogni età. Questa cosa si impara in famiglia e a scuola, dove l’architrave della convivenza si fonda su una equazione intramontabile: se sbaglio, chiedo scusa. E il perdono, certo, è la naturale conseguenza. Non scontata, però, perché attiene alla sensibilità e alla coscienza individuale. Il che non significa non avere il diritto di emendare un errore e di lasciarselo alle spalle, soprattutto se commesso in un’età così immatura e confusa come l’adolescenza. Ma la professoressa a favore della remigrazione (invero salvata da un allievo congolese che vive in una casa famiglia, da lei definito straordinario “nonostante il suo vissuto”) rischia, forse, di perdere l’opportunità di trasformare quello che è successo in una lezione non prevista dal programma, eppure non meno essenziale.