Dietro le torture sui ragazzini a Casal del Marmo una responsabilità politica e istituzionale di Susanna Marietti* Il Fatto Quotidiano, 1 settembre 2026 Era il luglio 2025 quando mandammo alla Procura di Roma il nostro esposto che parlava di presunte gravissime violenze avvenute ai danni di ragazzini reclusi nel carcere minorile romano di Casal del Marmo. Antigone era stata raggiunta da varie segnalazioni che andavano tutte nella medesima direzione: dietro quelle mura l’abuso di potere e la violenza erano strumenti di cui si serviva con regolarità un gruppo di poliziotti penitenziari nell’esercizio delle proprie funzioni. Inviammo la medesima nota anche ai vertici del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, che su questa base presentò a propria volta una denuncia. Le dodici giovanissime presunte vittime sono tutte straniere, e questo non è un caso. La parte più debole delle nostre galere, quasi sempre minori stranieri non accompagnati. Dieci agenti sono accusati di tortura nei loro confronti. Tre di loro sono stati sospesi dal servizio per un anno. Il giudice per le indagini preliminari ha basato la propria decisione su una serie di testimonianze che restituiscono il quadro dello schifo di cui stiamo parlando, quello ad esempio di persone adulte, pubblici funzionari, intente a minacciare con le forbici le parti intime di bambini o poco più, mentre questi piangono e pregano di fermarsi. Il Dipartimento ha dunque unito la propria voce alla nostra denuncia. E un altro esposto è partito dalla Garante comunale, che ha giocato un ruolo fondamentale. Ma la vicenda di Casal del Marmo, che segue quella relativa all’Ipm Beccaria di Milano, non può essere affrontata solamente come una vicenda giudiziaria. C’è di più, molto di più. C’è un problema culturale profondo quando chi dovrebbe agire nel nome della collettività si sente legittimato a calpestare la dignità di ragazzini già provati da esperienze tragiche di vita, segnati da percorsi migratori difficili, da abbandono e torture nel paese di origine. C’è una responsabilità politica e istituzionale che ha portato alla situazione attuale e che deve essere affrontata, certamente, intervenendo sulle condizioni di lavoro degli operatori, sulla formazione, sui meccanismi di controllo, ma prima di tutto sulla cultura della pena che, a partire dalle riforme introdotto dal governo Meloni, ha trasformato la giustizia minorile in un sistema carcerocentrico, vendicativo e repressivo. Antigone si costituirà parte civile nel procedimento penale. Auspichiamo che lo facciano anche il Governo, il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, quello per l’infanzia e l’adolescenza, il Sindaco di Roma. Auspichiamo inoltre che le forze di opposizione vogliano smarcarsi con forza dalla retorica che, in assenza di seri supporti statistici, sempre più ha preso piede negli ultimi anni sull’emergenza degli adolescenti criminali. Retorica che nasconde uno dei tanti diversivi utilizzati per distrarre dai veri problemi del paese e giustificare strette illiberali. Ben lo hanno compreso i circa 500 esperti - tra magistrati minorili, avvocati, operatori, assistenti sociali, educatori, accademici, ricercatori, organizzazioni di società civile - che sono accorsi per partecipare agli Stati Generali della Giustizia Minorile promossi da Antigone insieme a Defence for Children Italia e Libera. Una voce forte, che con forza sta esprimendo la propria preoccupazione su una giustizia in crisi di identità. Gli Stati Generali rappresentano oggi un patrimonio di analisi e proposte che non può essere ignorato. Il 26 novembre, a Roma, presenteremo i risultati di questa grande elaborazione collettiva, che ci auguriamo diventino prospettiva di governo. Li metteremo a disposizione di un percorso riformatore che, come i fatti di Casal del Marmo ci mostrano potentemente, non è più rimandabile. Se il procedimento confermerà quanto ipotizzato dalla Procura, stiamo parlando - diciamolo ancora una volta per ricordarlo a noi stessi, con tutta la fatica di superare lo stupore - di torture subite dai corpi e le anime di ragazzini adolescenti. *Coordinatrice dell’Associazione Antigone Legge dipendenze, Ciambriello: “Servono subito strumenti, servizi e risorse” garantedetenutilazio.it, 1 settembre 2026 I 19,4 milioni di euro annui stanziati per il 2026 finanziano circa 500 posti: una platea pari a poco più del 2% dei detenuti con problemi di dipendenza. “È entrata in vigore il 21 agosto la nuova legge sui tossicodipendenti in carcere, presentata dal Governo come un “provvedimento epocale”. Ma, così com’è finanziata per il 2026, potrà riguardare circa 500 persone, a fronte di una popolazione detenuta con problemi di dipendenza che supera le 20mila unità. Siamo quindi poco sopra il 2%. Altro che indulto mascherato”. È quanto afferma Samuele Ciambriello, Garante campano delle persone private della libertà personale e portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali, commentando l’entrata in vigore della legge 5 agosto 2026, n. 140, che introduce una nuova forma di detenzione domiciliare per persone tossicodipendenti o alcoldipendenti inserite in programmi terapeutici e socio-riabilitativi. “Su questo tema - sottolinea Ciambriello - non bisogna essere né apocalittici né integrati, ma realisti. Non è una misura clemenziale e non è un indulto mascherato: le misure alternative per le persone con dipendenze esistono già da decenni e, fortunatamente, vengono già applicate. L’ammissione al beneficio è preceduta da una rigorosa istruttoria da parte della magistratura competente e presuppone un vero percorso terapeutico e riabilitativo, che può essere realizzato anche sul territorio, attraverso i SerD e le comunità accreditate”. “Avevo già espresso in senso positivo - continua Ciambriello - il principio alla base della riforma: riconoscere la tossicodipendenza come una malattia e non come un vizio è un fatto importante, civile e condivisibile. Curare una persona con una dipendenza non significa cancellarne la responsabilità penale, ma significa affrontare la causa del disagio e creare condizioni concrete per ridurre il rischio di recidiva e favorire il reinserimento sociale”. Il problema, ora, è l’attuazione: “La legge è entrata in vigore, ma non può funzionare senza gli strumenti organizzativi necessari. Bisogna costituire rapidamente la Commissione nazionale prevista dalla normativa, definire le linee guida, procedere con gli accreditamenti delle comunità e stabilire concretamente come distribuire e utilizzare i 19,4 milioni di euro stanziati. La stessa relazione tecnica considera, per il 2026, circa 500 posti aggiuntivi finanziabili. È una prima risposta, ma certamente non è sufficiente rispetto alla dimensione del fenomeno”. “Per questo - aggiunge il Portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali- mi auguro che da gennaio del prossimo anno si possa verificare in modo concreto, controllato e trasparente l’efficacia della misura. Ma per farlo è indispensabile il coinvolgimento dei servizi pubblici, delle Regioni, dei SerD e delle realtà private accreditate, che devono avere competenze, personale e risorse adeguate per costruire percorsi terapeutici realmente efficaci”. Samuele Ciambriello richiama quindi l’attenzione su ciò che già oggi funziona. “Meno male che questa dimensione alternativa esiste già. Circa 4.400 persone sono oggi in affidamento terapeutico e molte di loro, grazie ai finanziamenti regionali, ai SerD e alla collaborazione con le comunità accreditate, stanno affrontando il proprio percorso fuori dal carcere. Questo dimostra che la cura e il reinserimento possono essere strumenti concreti di sicurezza sociale. La nuova legge deve rafforzare, non sostituire, questa rete”. “Bisogna potenziare i SerD dentro le carceri e fuori dalle carceri, aumentare psicologi, assistenti sociali, educatori e tutte le figure specialistiche necessarie. E bisogna rafforzare gli Uffici di esecuzione penale esterna, della giustizia minorile e di comunità, perché il tema non riguarda soltanto questa nuova misura, ma l’intero sistema delle misure alternative e delle persone in esecuzione penale esterna”. “La tossicodipendenza - conclude Ciambriello - va affrontata prima di tutto come una questione sanitaria e sociale. Se una persona viene presa in carico, curata e accompagnata fuori dal carcere, attraverso i SerD o una comunità terapeutica, si può interrompere il circuito della dipendenza, prevenire nuovi reati ed evitare che quella persona entri o ritorni in carcere. La vera sfida della nuova legge è questa: non annunciare numeri, ma costruire percorsi di cura che funzionino davvero”. Sovraffollamento, per la Cassazione spetta all’amministrazione smentire le violazioni denunciate garantedetenutilazio.it, 1 settembre 2026 Nei procedimenti per ottenere il risarcimento compensativo previsto dall’art. 35-ter dell’Ordinamento penitenziario, le dichiarazioni del detenuto sulle condizioni di detenzione godono di una presunzione di veridicità. La Corte di cassazione torna a pronunciarsi sul tema del sovraffollamento carcerario e delle condizioni detentive non conformi agli standard previsti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, rafforzando la tutela dei detenuti che chiedono il riconoscimento dell’indennizzo previsto dall’art. 35-ter dell’Ordinamento penitenziario. Con la sentenza n. 30378/2026, del 10 agosto 2026, la Prima sezione penale della Corte di cassazione ha stabilito che, quando il detenuto indica in modo sufficientemente preciso i periodi di detenzione, gli istituti penitenziari interessati e le violazioni subite, le sue allegazioni devono ritenersi presumibilmente veritiere. Spetta quindi all’amministrazione penitenziaria fornire elementi concreti per contestarle. Il principio trova fondamento nella particolare posizione di svantaggio del detenuto, che spesso non ha accesso alla documentazione necessaria per dimostrare nel dettaglio le condizioni di detenzione, mentre tali informazioni sono nella disponibilità esclusiva dell’amministrazione. La Suprema corte ha inoltre chiarito che il livello di prova richiesto non è quello penalistico dell’”oltre ogni ragionevole dubbio”, ma il criterio civilistico della “preponderanza dell’evidenza”, secondo cui un fatto deve risultare più probabile che non. Secondo i giudici, in presenza di lacune documentali o di un comportamento poco collaborativo dell’amministrazione, il Magistrato di sorveglianza non può limitarsi a respingere la domanda, ma deve utilizzare i propri poteri istruttori per acquisire gli elementi necessari alla decisione. Nel caso esaminato, la Suprema corte ha annullato la dichiarazione di inammissibilità pronunciata dal Magistrato di sorveglianza, ritenendo che il detenuto avesse descritto in modo adeguato le condizioni lamentate, tra cui celle sovraffollate e carenze igienico-sanitarie. Il procedimento dovrà ora essere riesaminato nel contraddittorio tra le parti. La decisione conferma un orientamento ormai consolidato volto a garantire l’effettività della tutela contro trattamenti inumani o degradanti, evitando che eccessivi formalismi probatori rendano di fatto impossibile l’accesso ai rimedi previsti dalla legge. Dalla prescrizione ai risarcimenti, Sisto e Costa rilanciano le riforme di Valentina Stella Il Dubbio, 1 settembre 2026 Mentre il Senato ha riaperto i battenti per la legge elettorale, già approvata in prima battuta, la Camera attenderà invece il 9 settembre per riprendere i lavori. Si inizierà alle ore 13 con la discussione generale del disegno di legge di conversione del decreto 23 luglio 2026, n. 127, recante misure urgenti e indifferibili per lo svolgimento dei procedimenti civili e penali a seguito del crollo dell’immobile degli uffici giudiziari di Bolzano. Ma quali saranno i dossier giustizia su cui si punterà nell’ultimo anno di legislatura? Per il vice ministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, “la battaglia per i diritti prosegue: oltre a dover portare a casa la legge sulla prescrizione e quella sugli smartphone dobbiamo innestare provvedimenti che tutelino la nuova responsabilità dei medici, i nuovi modelli 231 per le società, la sicurezza sul lavoro. Per la tutela dei lavoratori e dei pazienti occorre privilegiare rigorosi meccanismi di prevenzione. Lavoratori e imprese, pazienti e medici devono viaggiare sullo stesso carro”. “Alla ripresa dei lavori presenteremo una proposta di legge che preveda risarcimenti per i cittadini vittime di malagiustizia”, ci preannuncia invece Enrico Costa, presidente dei deputati di Forza Italia, la compagine più attiva sul tema, che non intende mollare, nonostante la sconfitta referendaria di marzo 2026. “Adesso - ci spiega - la normativa vigente contempla risarcimenti per ingiuste detenzioni o errori giudiziari. Noi vogliamo allargare i casi in cui lo Stato riconosca un ristoro ad un cittadino innocente a cui, ad esempio, è stato inibito l’esercizio di una professione, o che ha visto la sua azienda depauperata dopo un sequestro, o ha subìto ingiustamente altre misure cautelari”. Inoltre, dice ancora Costa, “prevediamo il risarcimento anche per il cittadino che non ha avuto restrizioni ma ha comunque dovuto affrontare per anni un processo che non sarebbe dovuto mai iniziare. Perché un processo, per un innocente, è una pena, anche quando finisce con l’assoluzione”. Ma chi deciderà se quel processo non s’aveva da fare? “A stabilire che quelle udienze non si sarebbero mai dovute celebrare, qualora fosse lampante fin dall’inizio che il procedimento sarebbe finito in un nulla di fatto, sarà il giudice che assolve l’imputato”, chiarisce Costa. Gli azzurri poi non si sottraggono al tavolo sul tema delle intercettazioni ad ampio spettro “anche per discutere delle famose richieste del procuratore Melillo” volte a ripristinare la pesca a strascico, e “alle quali noi ribadiremo la nostra contrarietà”. Per Costa ci sarà anche l’opportunità “di discutere dell’uso del trojan, uno strumento che ha una pervasività maggiore di quella di un’intercettazione ambientale. Per questo ci vorrebbe una disciplina autonoma”. Era stato lo stesso ministro Carlo Nordio a dichiarare più volte di star “lavorando per ridurre, se non proprio eliminare, questa vergogna che viola l’articolo 15 della Costituzione”. “Mah, vedremo...”, replica Costa, lasciando intendere di non confidare troppo che le parole del Guardasigilli si traducano in norma. Tra le questioni da non lasciare indietro c’è anche quella delle carceri: “Abbiamo apprezzato l’approvazione della legge che consente ai detenuti tossicodipendenti o alcolisti di scontare la pena in una comunità terapeutica. Ma ora occorre lavorare per avere maggiori risorse e rafforzare i profili organizzativi altrimenti saranno pochi quelli che ne potranno usufruire”. Il parlamentare poi auspica che anche Palazzo Madama approvi la legge che ha istituito la giornata dedicata alle vittime degli errori giudiziari: “Una parte della magistratura nega ancora l’errore giudiziario e lo tratta come un fisiologico effetto collaterale, invece l’approvazione definitiva di questa norma sarebbe un passo avanti culturale per far capire che lo Stato riconosce i casi di malagiustizia”. Costa non molla neanche l’organo di governo autonomo della magistratura: “Bisognerà mettere mano alle valutazioni di professionalità in seno al Csm, inverosimilmente positive al 99%, e quella sugli illeciti disciplinari perché chi sbaglia non paga mai”. Le correnti dell’Anm, per il deputato, “sono compatte nel difendere gli interessi corporativi. Lo state facendo notare bene voi raccontando cosa accade a chi si candida fuori di esse, come Vincenzo Depalma. A differenza di chi ha frettolosamente archiviato la battaglia referendaria, noi pensiamo che le riforme più ambiziose abbiano bisogno di tempo per maturare, e proseguiremo nel nostro impegno quotidiano”. Per questo conclude con una stoccata a Via Arenula: “Subito dopo il referendum si era parlato di un tavolo con Anm e Cnf per delineare una road map delle riforme. Una illusione, senza dubbio perché l’Anm è interessata a mantenere lo status quo dopo aver vinto il referendum, anche grazie ai suoi testimonial come Ranucci”. Le correnti dell’Anm danno la caccia ai “collaborazionisti” del governo di Ermes Antonucci Il Foglio, 1 settembre 2026 In vista del rinnovo del Csm, i candidati designati dalle correnti si stanno scagliando contro i colleghi che invece hanno scelto di candidarsi in modo indipendente, accusati di rispondere a logiche politiche e di rappresentare un pericolo per l’indipendenza della magistratura. Da che pulpito. La caccia ai “collaborazionisti” del governo di centrodestra non sta riguardando soltanto la redazione di Report (e quei giornalisti che si sono detti disposti a continuare a lavorare pure senza Ranucci), ma anche la magistratura. In vista delle elezioni dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura (previste per il 25 e 26 ottobre), i candidati designati dalle correnti dell’Anm si stanno scagliando contro i colleghi che invece hanno scelto di candidarsi in modo indipendente. Questi ultimi, nelle chat interne e persino nella mailing list nazionale dell’Anm, vengono accusati di rispondere a logiche politiche, di essere espressione di gruppi di potere vicini al governo. In buona sostanza, vengono accusati di rappresentare un pericolo per l’indipendenza del futuro Csm. Come se la garanzia di indipendenza di un organo costituzionale come il Csm derivasse dal vincolo di fedeltà dei futuri consiglieri alle proprie correnti (cioè associazioni private), e non dalla loro libertà di scelta. Tra i candidati indipendenti spiccano innanzitutto coloro che sono stati scelti tramite sorteggio, su iniziativa del “Comitato AltraProposta”. Questo comitato, che non è né una corrente né un gruppo organizzato, ha seguito un metodo inedito e innovativo: ha estratto a sorte, davanti a un notaio, tremila nomi dall’elenco di 6.244 magistrati idonei per l’elezione al Csm. Si è proceduto poi a un altro sorteggio e infine alla stesura della lista dei candidati che hanno accettato la proposta di candidarsi: Luca Lorenzetti (consigliere di Corte di Cassazione) per la categoria dei giudici di legittimità; Giacomo Pestelli (sostituto procuratore a Firenze) e Raffaele Barela (sostituto procuratore a Napoli) per la categoria dei pubblici ministeri; Luisa Ferracane (Corte d’appello di Torino), Francesco Lupia (tribunale di Tivoli), Antonino Fazio (presidente di sezione del tribunale di Piacenza), Emanuela Romano (tribunale di Bologna), Fabrizio Malagnino (tribunale di Lecce) e Maria Grazia Caserta (Corte d’appello di Bari) per la categoria dei giudici. I candidati indipendenti sorteggiati si ispirano all’esempio di Andrea Mirenda, l’unico componente eletto nell’attuale consiliatura nella lista dei sorteggiati: un magistrato non appartenente ad alcuna corrente e senza alcuna precedente esperienza nell’Anm, ma che ha mostrato, al di là delle scelte di merito, di essere in grado di svolgere la funzione di consigliere togato in modo autorevole e indipendente. Insomma, per essere buoni consiglieri del Csm non serve essere espressione delle correnti. Ma nel mirino delle correnti ci sono soprattutto alcuni magistrati che in passato sono stati esponenti di gruppi associativi, in particolare Magistratura indipendente (Mi), e che ora si sono candidati come indipendenti. Tra questi Cosimo Ferri, Annarita Donofrio, Vincenzo Depalma. Nei giorni scorsi abbiamo dato notizia del duro richiamo rivolto dai vertici di Mi ai suoi iscritti a votare i candidati selezionati dal gruppo e a rispettare così “il vincolo associativo”. La vicenda è stata oggetto di una dura email inviata nella mailing list dell’Anm dal giudice Glauco Zaccardi, candidato al Csm per Magistratura democratica. Nell’email, Zaccardi sostiene che “c’è una saldatura evidente” tra i candidati indipendenti e alcune testate (come il Foglio, accusato di essere in malafede) per attaccare le correnti, “usando lo stesso linguaggio delle forze che hanno sostenuto il sì al referendum” e “provare, magari, a prendersi il controllo del Csm” con un’alleanza con i laici di centrodestra. Insomma, un grande complotto che avrebbe ovviamente come obiettivo quello di ridurre l’autonomia e l’indipendenza del futuro Csm e quindi dell’intera magistratura. Un piccolo dettaglio rende la vicenda ancora più surreale: il giudice Zaccardi, che ora attacca il Foglio e si erge a difensore dell’indipendenza delle toghe, è stato per sei anni (dal 2016 al 2022) ininterrottamente fuori ruolo come capo ufficio legislativo al ministero dell’Economia e delle finanze nei governi Renzi, Gentiloni, Conte 2 e Draghi. Alla faccia dell’indipendenza della magistratura. Il caso Moro e la fabbrica del complotto. Ma il vero mistero è perché non crediamo ai fatti di Paolo Delgado Il Dubbio, 1 settembre 2026 Quando si parla “misteri del caso Moro”, dossier che ha ormai assunto le dimensioni di una biblioteca di Babele, bisognerebbe distinguere tra piano penale e storico. Sul primo è certamente possibile che sussistano ancora elementi opachi o oscuri. Fuor di metafora, è possibile che alcune persone coinvolte nell’azione, brigatisti regolari o più probabilmente fiancheggiatori, siano sfuggiti alle maglie della giustizia. Non ci sarebbe nulla di sorprendente e a suo tempo Mario Moretti ammise apertamente che alcuni particolari erano ancora ignoti e che i brigatisti non ne avevano mai parlato per evitare nuovi arresti. Questi particolari, se esistono, modificherebbero parzialmente il quadro penale senza incidere su quello storico. Da questo punto di vista, l’unico rilevante perché solo a questo si allude parlando di “misteri” nel sequestro del presidente della Dc, la mole di volenterose controinchieste, rivelazioni a raffica puntualmente dimostratesi inconsistenti, commissioni parlamentari di inchiesta una via l’altra per non parlare di numerosi processi non hanno mai fatto emergere nessun elemento sostanziale tale da revocare in dubbio la verità storica acclarata: Aldo Moro fu rapito e ucciso dalle Brigate rosse, secondo una decisione maturata all’interno dell’organizzazione. Nessuna indagine ha finora dimostrato l’esistenza di una regia esterna o di una complicità dello Stato nell’operazione. Gli “indizi” accampati per sostenere questa tesi sono privi di spessore e a essere molto generosi tirati per i capelli. Ripercorriamo molto rapidamente almeno i principali. Una leggenda metropolitana sempreverde sostiene che del commando facesse parte anche un ovviamente misterioso elemento esterno alle Br e particolarmente addestrato. La prova: su 93 colpi circa 49 provenivano da un solo mitra. Il superkiller, inoltre, avrebbe aperto il fuoco dal lato opposto, rispetto alle auto di Moro e della scorta, a quello da cui sparavano i quattro brigatisti travestiti da avieri. Dei quattro mitra di cui disponeva il gruppo di fuoco però tre si incepparono e questo spiega sia la disparità nel numero dei colpi sparati dalle singole armi. Dei 49 bossoli che la prima perizia attribuì a un solo mitra, soltanto sette proiettili furono individuati sul corpo di Iozzino: un dato che non basta certo a trasformare chi impugnava quell’arma in un infallibile killer professionista: il killer professionista era meno preciso dei già maldestri dilettanti, tanto che la sua arma è fra tutte le meno micidiale. L’ipotesi delle sventagliate di mitra sparate da due lati è a dir poco improbabile date le probabilità in quel caso molto elevate di colpirsi a vicenda. La presenza di una Honda con due terroristi a bordo è uno dei misteri più frequentemente citati nel corso dei decenni. L’effettiva presenza della moto è incerta. Il principale teste, Alessandro Marini, dichiarò infatti che i due avevano sparato su di lui colpendo il parabrezza del suo motorino, nel quale però non ci sono tracce di quei colpi. Ma anche ove la presenza della famosa Honda fosse dimostrata, neppure il più vago indizio autorizza il sospetto che non si trattasse appunto di due brigatisti di rincalzo mai individuati L’ipotesi che fosse stata parcheggiata apposta in quel punto, naturalmente dai servizi, l’automobile Mini Clubman che ostacolò parzialmente le manovre di Domenico Ricci, autista dell’auto con Moro si è dimostrata completamente priva di fondamento. La presenza in via Fani, tra la folla radunatasi dopo l’attentato, di un uomo somigliante all’affiliato alla ‘ndrangheta Antonio Nirta è un po’ poco per immaginare un coinvolgimento della mafia calabrese. La presenza con la moglie in via Stresa del colonnello Guglielmi, che non era allora del Sismi anche se sarebbe entrato in seguito a far parte del servizio, ha poco senso: non si capisce bene cosa dovesse e soprattutto fare Guglielmi “nella vicinanza” di un’azione durata pochissimi minuti. Senza contare la contraddizione per cui i servizi avrebbero appoggiato, supportato anzi diretto dietro le quinte le Br ma senza fornir loro armi moderne al posto delle anticaglie in dotazione al commando, che infatti si incepparono quasi tutte. Il principale mistero del caso Moro è perché tanti si ostinino a sfidare il rasoio di Occam cercando di sostituire le ipotesi più cervellotiche e improbabili a quelle più evidenti, lineari, coerenti con la parabola brigatista, confermate dai dati certi. Le Br rapirono Moro perché nella loro “propaganda armata” ritenevano che ciò avrebbe moltiplicato la loro popolarità nella base operaia del Pci e perché era coerente con il loro “attacco al cuore dello Stato”. Erano male armati ma avevano messo a punto un piano efficace modellato in buona parte sul sequestro Schleyer da parte della Raf in Germania, di pochi mesi precedente. Soprattutto disponevano del fattore sorpresa. Il caposcorta maresciallo Leonardi, pur molto esperto e prudente, si aspettava un possibile attacco ma non di quel tipo. Il percorso era sostanzialmente sempre lo stesso. Gli uomini della scorta erano armati, ma l’effetto sorpresa, la posizione delle armi automatiche e l’assenza di un’auto blindata impedirono una reazione efficace. Soltanto Iozzino riuscì a uscire dall’Alfetta e a sparare due colpi. Via Fani fu solo l’inizio dei 55 giorni e della interminabile catena di presunti misteri. Ma anche quelli, se analizzati, sono della stessa categoria. Inconsistenti. Emilia Romagna. Allarme per l’alcol artigianale in carcere, le raccomandazioni del garante ansa.it, 1 settembre 2026 Dietro a molti eventi critici in carcere, come risse e aggressioni alla polizia penitenziaria, c’è un abuso di alcol “artigianale”, prodotto clandestinamente negli istituti penitenziari, a partire dalla fermentazione della frutta e distillazione con mezzi di fortuna. È uno dei presupposti su cui il garante per i detenuti in Emilia-Romagna, Roberto Cavalieri, ha deciso di inviare alle direzioni delle carceri, al provveditorato dell’amministrazione penitenziaria e al presidente del tribunale di Sorveglianza una nota di raccomandazioni: obiettivo, ridurre un rischio concreto per la vita e la salute delle persone detenute. Cavalieri sottolinea innanzitutto come gli alcolici prodotti nelle celle nascano da processi di fermentazione non controllati: nessun controllo della temperatura, nessuna verifica della gradazione, nessuna, dunque, garanzia igienica che caratterizza anche la più semplice produzione domestica legale. I rischi derivanti dall’assunzione sono l’alta gradazione del prodotto distillato e la possibile formazione incontrollata di metanolo, ma anche quello di botulismo, oltre a interazioni pericolose con terapie farmacologiche in corso. La prima raccomandazione è perché vengano promosse azioni informative e di sensibilizzazione coi detenuti. Poi l’invito è ad adottare misure che riducano il rischio, per esempio facendo diminuire la possibilità che qualcuno produca alcol clandestino in grosse quantità: si suggerisce di utilizzare pentole più piccole e controllate nel numero, sacchetti in bioplastica e di regolamentare la disponibilità di alimenti con alto contenuto zuccherino, facendo diversi esempi. Infine, si auspicano controlli mirati, perquisizioni nei punti dove si concentra il calore e utilizzo di sensori per il monitoraggio della qualità dell’aria per individuare anidride carbonica o vapori alcolici nei corridoi o nei condotti di areazione. Ferrara. Morto all’Arginone, Lagretti e Calvano: “Fare piena luce sull’accaduto” estense.com, 1 settembre 2026 Il capogruppo Pd e la capogruppo di Avs, Coalizioni Civice e Possibile intervengono sulla morte del giovane detenuto alla casa circondariale di Ferrara. “La morte di un ragazzo di appena 25 anni all’interno del carcere dell’Arginone è una notizia drammatica. Il primo pensiero va alla sua famiglia e alle persone a lui vicine, alle quali esprimiamo il nostro cordoglio”. Così Simona Larghetti, capogruppo di Alleanza Verdi Sinistra - Coalizioni Civiche - Possibile, e Paolo Calvano, capogruppo del Partito Democratico in Assemblea legislativa, intervengono sulla morte del giovane detenuto trovato senza vita nella sua cella nel carcere di Ferrara. Larghetti e Calvano avevano visitato il carcere dell’Arginone nella giornata di giovedì 27 agosto, incontrando il comandante e gli agenti della struttura e verificando direttamente alcune delle criticità che interessano l’istituto penitenziario ferrarese. “È necessario che venga fatta piena luce sulle circostanze che hanno portato alla morte di questo giovane e che siano chiariti tutti gli elementi dell’accaduto - dichiara Simona Larghetti -. La Procura ha aperto un’inchiesta e sarà l’autopsia, insieme alle indagini, a stabilire le cause del decesso: fino ad allora è doveroso evitare conclusioni affrettate. Ogni morte avvenuta in carcere impone alle istituzioni di interrogarsi e di verificare fino in fondo cosa sia successo”. “Questa tragedia, però, avviene dentro un sistema penitenziario attraversato da criticità profonde - afferma Paolo Calvano -. Anche il Garante regionale delle persone private della libertà ha richiamato ancora una volta l’attenzione sulla necessità di garantire personale, educatori, psicologi e servizi adeguati. Non possiamo considerare normale che le nostre carceri continuino a essere luoghi nei quali condizioni materiali al limite del sopportabile, carenze di personale e fragilità individuali finiscono per sommarsi e troppo spesso per generare nuove tragedie”. “La visita di pochi giorni fa all’Arginone ci ha confermato quanto sia necessario continuare a intervenire sulle condizioni complessive nelle quali vivono le persone detenute e lavorano gli operatori penitenziari. Su quanto accaduto è necessario avere al più presto un quadro completo e trasparente, così come è indispensabile che tutte le istituzioni facciano la propria parte per garantire dignità, sicurezza e tutela dei diritti all’interno delle nostre carceri”, concludono Larghetti e Calvano. Piacenza. In carcere tra sovraffollamento e caldo: “Molti detenuti qui sono giovani” di Filippo Lezoli Libertà, 1 settembre 2026 La visita del Movimento italiano diritti e detenuti alle Novate. I numeri innanzitutto: nel carcere delle Novate di Piacenza i detenuti sono circa 590, il 70% dei quali di nazionalità straniera, soprattutto originari del Marocco e della Tunisia, mentre una cinquantina sono i ragazzi che hanno meno di 25 anni. Le cifre sono importanti, ma non spiegano tutto. Dalla visita alla Casa circondariale di Piacenza per osservare direttamente le condizioni della struttura e raccogliere elementi sulla quotidianità delle persone detenute e di chi vi lavora, il Movimento italiano diritti detenuti, Nessuno Tocchi Caino e la Camera penale di Piacenza escono con la premessa di Romina Cattivelli, che dell’associazione dei penalisti è vicepresidente nonché referente regionale dell’Osservatorio carcere. “Qui siamo di fronte a persone che devono scontare una pena, ma lo devono fare in condizioni umane e lavorare sugli errori che hanno commesso”. Eppure, sottolinea: “Molti detenuti qui a Piacenza sono giovani, per lo più extracomunitari, non hanno un collegamento con il territorio e scontano una barriera linguistica che impedisce loro un valido lavoro di rieducazione”. Li definisce “sfollati” Romina Cattivelli. “Le persone vengono trasferite dalle altre carceri - prosegue - luoghi dove vi sono state rivolte o problemi disciplinari. Questo fa sì che ci siano più persone in ingresso che in uscita: si giunge a Piacenza da Vigevano, Modena, Forlì...”. Anche per questo il numero dei detenuti cresce, superando i circa 400 posti per il quale il carcere delle Novate sarebbe adeguato. Quasi 200 unità in più, in linea con il sovraffollamento a livello nazionale. Con un problema evidenziato da Giulia Troncatti, fondatrice del Movimento italiano diritti detenuti: “Gli spazi ridotti e il sovraffollamento rendono più grave anche il problema del caldo nelle stanze e nei reparti”. Genova. Blengino (Radicali): carcere Marassi sovraffollato e sottorganico rainews.it, 1 settembre 2026 “Tanti giovanissimi, ma c’è anche un detenuto di 85 anni”. Visita alla casa circondariale di Marassi di una delegazione dei Radicali Italiani guidati dal presidente Filippo Blengino. “Un carcere che rispecchia la realtà penitenziaria del nostro Paese - ha detto Blengino al termine della visita -. Un sovraffollamento che è notevole e si fa sentire soprattutto con questo caldo con un peso sostanziale sulla pelle dei detenuti e dei detenenti”. Quello dei Radicali è un vero e proprio tour lungo le carceri italiane per fotografare lo stato dei detenuti e delle strutture. “Questo è un carcere che soffre non solo un sovraffollamento importante, ma anche una carenza di personale notevole sia per quanto riguarda la Polizia Penitenziaria che per quanto riguarda gli educatori”. A fronte di una popolazione carceraria di 698 detenuti, dei quali 151 in attesa di giudizio e una capienza reale di 535, ben il 60% sono gli stranieri “con un solo educatore” sottolinea Blengino che dopo Genova visiterà Rebibbia e Poggioreale. “Un carcere, quello di Genova, in cui il personale riesce a sopperire alle gravissime mancanze dello Stato. E rispetto ad altre strutture anche più moderne del nostro Paese con problemi strutturali inferiori. Ad esempio nelle celle da 6 esiste il bagno ed esiste la doccia, un unicum molto raro”. Dai dati emerge anche una mancanza di personale con 237 agenti attivi a fronte dei 264 che dovrebbero essere in pianta organica. “Tra i dati allarmanti spicca la presenza di tanti giovanissimi, quasi tutti stranieri ex minori non accompagnati, con sulle spalle disagi psichiatrici molto forti e lo si nota dai tagli sulle braccia e dagli sguardi spesso assenti”. Molti i diciottenni mentre il più anziano, conclude Blengino “ha 85 anni, ma alcune settimane fa c’era un detenuto di 97 anni”. La Spezia. Camera Penale: “Servono indulto, amnistia e percorsi alternativi” di Sondra Coggio Il Secolo XIX, 1 settembre 2026 La proposta: “Mettere fuori chi non necessita di stare dentro. Metà o più delle persone ora in cella potrebbe più utilmente eseguire la pena fuori, con misure alternative”. “Metà o più delle persone che sono qui dentro potrebbero più utilmente eseguire la pena con misure alternative. Tirarle fuori dal carcere sarebbe più utile ai fini rieducativi, anche per ridurre il rischio di recidiva, che in cella si decuplica”. Una delegazione della Camera Penale della Spezia ha visitato il carcere spezzino, nell’ambito della annuale iniziativa “Ristretti in agosto”. C’erano il presidente Fabio Sommovigo, la vice Raffaella Nardone e diversi colleghi avvocati. Era presente anche il presidente dell’Ordine degli avvocati Daniele Caprara. La visita si fa d’estate, hanno spiegato, perché con il caldo le difficoltà aumentano ovunque, tanto più all’interno di una struttura in cui si trovano a coabitare così tante persone. Alla Spezia, ha detto il presidente Sommovigo, c’è “una direzione illuminata, ci sono strutture educative e c’è una polizia penitenziaria attenta alle condizioni detentive”. Tuttavia, anche qui ci sono delle difficoltà come in tutte le altre. “La casa circondariale della Spezia - ha spiegato - sconta come tutte le carceri il problema del sovraffollamento, una situazione che condiziona le modalità di vita”. A Villa Andreino, la capienza sulla carta sarebbe di 150 ristretti. Sono oltre 220, quindi un numero più elevato. E sta andando avanti la ristrutturazione delle parti in cui c’erano infiltrazioni da risanare. E questo, ha detto, non alleggerisce le cose, perché “per ogni stanza che ritorna ad essere utilizzabile ci mettono dentro più persone di quante dovrebbero starci, e si va avanti così”. Pesano anche sul carcere spezzino “l’assenza di una sanità dedicata, le sofferenze psichiatriche da gestire e i numerosi tossico dipendenti che non dovrebbero stare in carcere”. La posizione della Camera Penale della Spezia è critica, in merito a come si sta affrontando l’emergenza del sovraffollamento. Le misure assunte fin qui dal governo per mitigare l’allarme “sono insufficienti, quasi risibili”, ha detto Sommovigo senza mezzi termini. E ha precisato che non si tratta di una polemica di natura partitica, ma generale. “Neanche l’opposizione - ha chiarito - si impegna a fare qualcosa di veramente significativo per risolvere il problema”. Risultato, “la situazione peggiora e aumentano i suicidi”. Secondo Sommovigo, la soluzione c’è: ed è liberare le carceri di tutte le persone per le quali la detenzione non è assolutamente necessaria. “Solo una esigua minoranza di detenuti - ritiene - non può stare altrove se non in cella. E se è vero che magari sul momento una alternativa non c’è, nel corso del tempo arriva sempre”. Dunque, secondo il presidente della Camera Penale della Spezia sarebbe necessario “emettere meno misure cautelari, e questo è un problema della magistratura ordinaria, e studiare e finanziare più misure serie di alternative al carcere”. Sommovigo auspica però anche “iniziative forti, indulto e amnistie”. È una linea opposta rispetto a chi invoca più arresti e più carcere. Sommovigo ne è consapevole e non elude il tema, al contrario. “Il giustizialismo non risolve i problemi, li aumenta - dice - così come le pene più alte non fanno calare le azioni criminose. Sono dati di fatto. Sono le buone misure alternative, a funzionare, a permettere di risocializzare le persone e a evitare che ricadano nell’errore, una volta scontata la pena”. Il presidente sottolinea poi un altro aspetto. Afferma che “i crimini sono in crollo, in Italia, fra i Paesi più sicuri al mondo”. Vi è dunque una posizione controcorrente rispetto a chi sostiene esista una emergenza legata alla criminalità. “È un falso problema - spiega - invocare un aumento delle pene e un ampliamento delle carceri. Non servirebbe a niente, non migliorerebbe le cose. Il vero problema culturale di questo Paese, in questo momento storico, è il giustizialismo, invocato sia da destra che da sinistra, pur con prospettive diverse”. Con la delegazione che ha fatto visita al carcere della Spezia c’era il garante comunale spezzino dei diritti dei ristretti, Agostino Codispoti. Ad accoglierli, la direttrice della struttura detentiva Maria Cristina Bigi, la responsabile dell’area socio educativa Licia Vanni, il comandante della polizia penitenziaria Marco Pugliese. Brescia. L’annuncio dell’avvio lavori, ma al carcere di Verziano non c’è alcun cantiere di Carlo Alberto Romano Corriere della Sera, 1 settembre 2026 La nascita del nuovo Verziano si candida a divenire concorrente del Beckettiano Godot quanto ad attesa infinita: si cominciò a ventilare tale soluzione nel 2015. Forse non tutti conoscono l’espressione “Villaggio Potemkin” con la quale ci si riferisce a un famoso episodio (storicamente non provato e anzi ritenuto falso) che coinvolse un consigliere di Caterina la Grande; si tratta di Grigorij Aleksandrovi? Potëmkin, ideatore della flotta russa nel mar nero, a cui venne intestata una corazzata che si ammutinò, come narrato nella pellicola di Ejsenstejn, nota a moltissimi italiani per il lapidario giudizio espresso da Fantozzi in un’iconica scena del celebre e omonimo film. Potemkin era tanto fidato quanto votato a compiere qualsiasi azione per l’esclusivo piacere dell’imperatrice, e durante una imperiale escursione avrebbe fatto erigere suntuose facciate di cartapesta di magnifici palazzi in modo che Caterina, vedendole di sfuggita dalla sua carrozza, avesse una percezione rassicurante della gestione governativa di quel luogo. Da allora si usa l’espressione “Villaggio Potemkin” per rendere l’idea di una ingannevole soluzione il cui unico scopo è quello di garantire una fugace visibilità. Il 22 luglio scorso, sulla stampa è apparso un articolo in cui venivano riportate le parole di un esponente politico di una forza governativa, il quale annunciava che finalmente era giunto il momento di dare risposta alle esigenze del territorio e che il successivo 1° agosto (che era un sabato, e già questo avrebbe dovuto insospettire…) sarebbero iniziati i lavori per l’ampliamento di Verziano. In tal giorno l’impresa incaricata dei lavori avrebbe dovuto prendere possesso dell’area, delimitarla e avviare tutte le operazioni preliminari. Al 31 agosto, pare che nulla di tutto ciò sia avvenuto e i lavori per il “nuovo Verziano”, rimangono un condiviso auspicio. Sappiamo bene che la gestione di lavori pubblici è complicata e i cronogrammi progettuali sono sempre difficili da rispettare; sappiamo anche che qualche mese fa sono stati eseguiti dei carotaggi nel terreno della casa di reclusione, per le necessarie valutazioni tecniche. Ma la questione, in questo caso, è altra: perché fare proclami? …con ciò illudendo detenuti e operatori penitenziari che attendono la nuova costruzione quantomeno come strumento utile a diminuire, magari anche parzialmente, l’utilizzo della fatiscente struttura di Canton Mombello, nella quale la cronica condizione di sovraffollamento comprende anche una radicata presenza di cimici. Alla popolazione detenuta, che patisce sulla propria pelle il sovraffollamento, peggiorato dalle estreme condizioni meteorologiche di quest’anno, si dovrebbero fornire risposte chiare e affidabili; le stesse, peraltro, che merita anche chi lavora nei due istituti, sia in divisa sia senza, e che certo non può trarre impressioni rassicuranti da questo perdurante clima di palese indeterminatezza decisionale e provvisorietà esecutiva, nel quale rischia di sgretolarsi anche la motivazione professionale più solida. La nascita del nuovo Verziano si candida a divenire concorrente del Beckettiano Godot quanto ad attesa infinita: si cominciò a ventilare tale soluzione nel 2015 e chi scrive, pur concettualmente contrario all’idea che l’edificazione di nuove galere possa costituire la risposta ideale per l’abbassamento dei preoccupanti tassi di recidiva, da allora attende, come molti altri bresciani, la realizzazione di un’opera che almeno potrebbe servire a sgravare le inadeguatezze strutturali di Canton Mombello. Attendiamo, quindi, prima o poi qualcosa inizierà. Speriamo non un carcere di cartapesta. Siena. Presunte torture al carcere di Ranza: sette agenti indagati sono tornati in servizio di Laura Valdesi La Nazione, 1 settembre 2026 Accolta l’istanza dell’avvocato Biotti che li difende. L’udienza alle sezioni unite della Cassazione il 26 novembre. Ennesimo colpo di scena nella vicenda giudiziaria che riguarda le presunte torture al carcere di Ranza nel 2018 Sette dei 15 agenti sospesi sono stati reintegrati nel servizio. Colpo di scena (l’ennesimo) nella vicenda che vede al centro 15 agenti della polizia penitenziaria accusati di presunte torture al carcere di Ranza nei confronti di un tunisino, durante un trasferimento di cella nell’ottobre 2018. Sette agenti - sospesi come i loro colleghi finiti indagati, in via cautelare facoltativa dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria il 31 luglio 2021 - sono stati reintegrati grazie all’istanza presentata dal loro difensore, l’avvocato Manfredi Biotti. Ma andiamo per ordine. L’ennesima battaglia legale che riguarda il caso prende spunto dal fatto che la giurisprudenza e la normativa in materia prevedono che il dipendente pubblico che è in attesa del giudizio definitivo non possa restare sospeso in via cautelare facoltativa per più di 5 anni. Che, dunque, sarebbero coincisi con il 31 luglio scorso. Ma l’avvocato Biotti si era mosso in anticipo. E già nell’aprile aveva presentato, per i suoi sette assistiti, la richiesta di reintegrarli in servizio, anche alla luce dell’esito della Cassazione per alcuni di loro. La risposta del Dap è arrivata il 29 luglio: era stato fatto un decreto per prorogare la sospensione a tempo indeterminato. Ritenendo che ciò fosse contrario alla normativa e al contenuto stesso della sentenza della Cassazione che annullava la sentenza di appello con rinvio alle sezioni unite, Biotti ha depositato un’istanza di revisione proprio del decreto di proroga per i sette agenti, il 12 agosto scorso. E diciassette giorni dopo, il 29, alla fine sono stati reintegrati. Dei 15 a processo tre sono già in pensione, sei non hanno invece chiesto di tornare in servizio. Ma dove sono stati mandati? Non al carcere di Ranza in cui lavoravano prima che esplodesse il caso giudiziario. Alcuni in istituti penitenziari che si trovano nelle ispettive province di residenza, altri invece fuori Toscana. Varie le destinazioni fra le quali Modena, La Spezia, Perugia e Castelfranco Emilia. “Dopo anni di sofferenza si tratta di un ottimo risultato in quanto i miei assistiti - spiega l’avvocato Manfredi Biotti - ricominceranno a percepire lo stipendio intero che prima veniva percepito in modo dimezzato, stante la sospensione. Valutiamo adesso se proporre ulteriore richiesta di revisione per rivedere le collocazioni geografiche dei dipendenti in base alle loro province di residenza o se proporre ricorso al Tar. Dopo quasi otto anni dai fatti, quasi 7 di processo (le misure cautelari sono del 16 settembre 2019, ndr) e 5 anni di sospensione dal lavoro, gradualmente le cose stanno tornando al loro posto”. Fissata intanto l’udienza davanti alle sezioni Unite della Cassazione: il 26 novembre si deciderà in merito al fatto se viene considerata come reato autonomo la tortura commessa da pubblico ufficiale oppure una circostanza aggravante. Aversa (Ce). Rabbia e risse in carcere? Un cane per curarsi di Chiara Daina Corriere del Mezzogiorno, 1 settembre 2026 Asl e coop sociali: il progetto di zoo-arteterapia ha già coinvolto 60 reclusi di Aversa. La relazione con i cani per i detenuti del carcere di Aversa è il ponte per connettersi con rabbia, aggressività e traumi che portano dentro. Grazie a un progetto sperimentale di “zoo-arteterapia”, sostenuto dall’Asl di Caserta e due cooperative sociali, Albanova e Amame, che è partito a luglio 2025 e finora ha coinvolto una sessantina di uomini reclusi (tra maltrattanti, destinatari di misure di sicurezza e giovani di 18-21 anni). Gli incontri, da due ore ciascuno, si svolgono due volte a settimana. Dopo l’intervento assistito con gli animali, i partecipanti sono invitati a esprimere le loro emozioni su un foglio, con un disegno libero, utilizzando semplicemente dei colori, oppure attraverso il corpo, assumendo posizioni nello spazio che rappresentino paura, tranquillità, dolore, agitazione o qualsiasi altro stato d’animo che provano in quel momento. “L’obiettivo è abituare il detenuto ad ascoltarsi interiormente per modificare il comportamento autodistruttivo e disinteressato e, verso gli altri, oppositivo e provocatorio. Vengono impiegati a turno sei-sette cani, tra setter irlandesi, pinscher, levrieri e meticci, a seconda degli aspetti su cui il gruppo deve lavorare: accudimento, senso di responsabilità, ricerca della calma, ascolto dei bisogni”, spiega la psicologa Maria Teresa Corvino, responsabile del progetto. “L’operatore - cita ad esempio - aiuta i detenuti a riflettere sul bisogno che potrebbe avere il cane, come sete, fame, ricerca di calma, voglia di giocare. Quando loro arrivano e sfogano con ira i malcontenti, il cane, posizionato in un cerchio al centro, si allontana dal gruppo, mentre quando i toni si abbassano e riceve carezze, si riavvicina, rimettendosi al centro degli sguardi”. I primi risultati sono incoraggianti: “Gli iscritti non saltano mai le sedute e tendono a disinnescare le risse che scoppiano nei corridoi”. I dipartimenti di psicologia e veterinaria, rispettivamente dell’Università Vanvitelli e Federico II di Napoli, stanno conducendo uno studio sul progetto per raccogliere risultati scientifici. “Intendiamo costruire un modello di intervento standard di zoo-arteterapia in carcere coinvolgendo anche gli atenei di Milano, Bari e Messina” conclude Corvino. Cagliari. “Negata per due volte a un detenuto l’autorizzazione a incontrare il figlio di un anno” sardiniapost.it, 1 settembre 2026 L’ira del Garante: “Diritto violato”. Gianni Loy ha scritto al Gip chiedendo di rivedere la decisione: “Violato il diritto dei minorenni a rimanere in contatto con il genitore”. Il giudice gli ha negato per due volte l’autorizzazione a vedere suo figlio di un anno e così un detenuto si è rivolto al Garante della Città Metropolitana di Cagliari, che ha stigmatizzato il fatto ed ha scritto al Gip di Cagliari perché dia il consenso. “Esiste il fondamentale diritto al mantenimento delle relazioni familiari anche nel caso che uno dei componenti si trovi in stato di detenzione”, chiarisce Gianni Loy. I fatti, così come li ricostruisce il Garante, sono i seguenti: negli ultimi giorni dello scorso luglio, la coniuge di una persona detenuta ha inoltrato la richiesta di colloquio tra il padre (detenuto) e il figlio in tenerissima età, meno di un anno. La domanda è stata respinta una prima volta. Qualche settimana dopo, la madre ha reiterato l’istanza in occasione della “Giornata dei figli minori”, in calendario il 24 agosto, finalizzata proprio per preservare il rapporto tra i genitori detenuti e i propri figli. La richiesta di colloquio è stata nuovamente respinta, come si legge nel provvedimento, “considerato il parere del pm e l’età del minore”. Il Garante osserva che non esiste alcuna norma che consenta di limitare il diritto ai colloqui padre-figlio, ove il padre si trovi in stato di detenzione; anzi, proprio al contrario, l’ordinamento penitenziario “accorda particolare favore ai colloqui con i familiari” e “dedica particolare cura ai colloqui con i minori di anni 14”. Se poi, come specifica una norma successiva (D.p.r. n.230/2000) del 2000) “il colloquio si svolge con prole di età inferiore a dieci anni … possono essere concessi colloqui anche fuori dei limiti stabiliti nel comma 8”. La Corte di Cassazione, oltretutto, precisa, che “la norma sui colloqui non prevede alcuna distinzione di disciplina a seconda che il minore sia in grado di parlare o meno e che ogni decisione che la introduca in concreto è da ritenersi contraria anche alla ratio della disciplina dei rapporti del detenuto con la propria famiglia, come complessivamente ricavabile dall’ordinamento penitenziario. Il garante dei detenuti della Città metropolitana di Cagliari ricorda che il ministero della Giustizia, con la recente sottoscrizione della Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti, (30.4.2026), ha ribadito l’impegno ad “applicare i limiti imposti al contatto tra i detenuti in custodia cautelare e il mondo esterno in modo da non violare il diritto dei minorenni a rimanere in contatto con il genitore allontanato, come previsto nella Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza”; così come quello di “individuare, nei confronti di genitori con figli di minore età, misure di attuazione della pena che tengano conto anche del superiore interesse di questi ultimi. Infine, ha richiamato l’impegno solennemente assunto dal ministro della Giustizia (all’art. 2 della Carta) di garantire che “ogni minorenne possa far visita al genitore detenuto entro una settimana dall’arresto e successivamente con regolarità. Il Garante, ritenendo di particolare importanza il diritto delle persone detenute a mantenere una relazione il più possibile normale e regolare con i propri figli, sin dalla primissima infanzia, ha quindi inoltrato al Gip la richiesta di rivalutare il caso in senso positivo e adotterà ogni iniziativa in suo potere per far sì che il diritto dei minori a far visita regolarmente al genitore detenuto abbia piena applicazione. Santa Maria Capua Vetere (Ce). “Col progetto Altrove mi sento sollevato, non perderò mia figlia” percorsiconibambini.it, 1 settembre 2026 “Stare delle ore in più con mia figlia mi fa sentire sollevato e non entro nel circuito del pensiero di perderla”. “Perché partecipo al progetto Altrove? Per mia figlia che ha 6 anni. Perché anche se sono in carcere sono suo padre: lei ha bisogno che io le parli, l’abbracci, la educhi. E anche io ne ho bisogno. Uscirò da qui e voglio cambiare vita”. Sono queste le parole di uno dei papà detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere che partecipano al progetto Altrove. Ha 28 anni, sulle spalle un reato commesso a 18 anni e una condanna arrivata molti anni dopo “che mi ha bloccato la vita”, dice. Aveva un lavoro e aveva messo su famiglia quando è dovuto entrare in carcere e lasciare a casa quanto aveva con fatica costruito, pur consapevole dell’errore fatto e da pagare. Quando parla di sua figlia gli si illuminano gli occhi. Dalle sue parole trapela un senso di grande nostalgia e voglia di essere con lei. “Sto da un anno a Santa Maria ma grazie al progetto ho sempre mantenuto rapporto con mia figlia che per me è importantissimo”, dice. Abbiamo incontrato in carcere lui e altri papà che partecipano al progetto Altrove - Non è la mia pena alla fine di uno degli incontri con la psicologa. Gli abbiamo chiesto cosa ne pensassero del progetto e perché avessero deciso di aderire: “Lo facciamo per stare un po’ di più con i nostri figli: così abbiamo l’opportunità di stare con loro più tempo, più ore. I bambini sono liberi di muoversi in uno spazio grande e noi con loro”, racconta un papà 33enne. Lui a casa ha lasciato una figlia di 7 anni e un bimbo di un anno e mezzo. Racconta di averli incontrati spesso nella sala colloqui dove oggi c’è il Centro Altrove, la sala colloqui riqualificata e resa a misura di bambine e bambini e famiglie. Le mogli accompagnano i loro figli in questi incontri che i piccoli attendono con ansia come i grandi. “Quando li vedo arrivare, sento nel cuore una felicità enorme. Mi vengono le lacrime agli occhi”, dice un altro papà. “Mia figlia ha 6 anni, conta i giorni per venire a trovarmi”, dice un altro ancora. E aggiunge: “Stare delle ore in più con mia figlia mi fa sentire sollevato e non entro nel circuito del pensiero di perderla”. Decidere di prendere parte al progetto Altrove e ai percorsi che offre tra cui quello psicologico non è semplice per i papà. Significa volersi mettere in gioco, mettersi, a volte, anche profondamente in discussione e tirare fuori pensieri che prima avevano tenuto dentro. Significa condividere una parte intima e profonda di sé con gli esperti e anche con gli altri papà e famiglie. Eppure i papà che abbiamo incontrato ne erano entusiasti. Uno tra i più giovani dice: “Le prime volte che ho partecipato ai percorsi psicologici l’ho fatto senza voglia, pensavo fossero inutili. Poi quando ha partecipato anche la mia famiglia ho capito quanto fossero fondamentali. Capita che prendiamo dei giochi (che sono contenuti nel Centro altrove, ndr) e giocando e parlando con le psicologhe capisco tante cose anche di mio figlio. Una volta abbiamo fatto un gioco: io ero una statua e mio figlio doveva modellarmi, mi ha messo le braccia indietro e le gambe in posizione di corsa. Io ero Sonic, il suo supereroe, e lo dovevo salvare. Dovevo correre per salvare tutti. In pochi minuti e in maniera così diretta e chiara ho capito che mio figlio sta crescendo bene, che gli arriva la mia presenza anche se sono in carcere. Io sono piccolo, a volte non so come spiegargli le cose, anche nel poco tempo che ora abbiamo per stare insieme. Lui è così piccolo, ho paura che possa sbagliare come ho fatto io, per questo devo esserci nella sua vita, lo devo educare”. “Il percorso con le psicologhe è bello, ti fanno parlare e questo ti scioglie così non tieni tutto dentro e capisci tante cose di te. Mi fa sfogare e condividere cose che ho dentro, mi sento meglio così”, dice un altro dei papà. Le ore trascorse nel Centro Altrove piacciono ai papà, alle mamme e ai figli. Nella coloratissima sala colloqui tutto sembra magico. Ci sono i giochi, i colori, i libri, i forni per fare i biscotti e la TV per vedere i film. “Qui giochiamo tanto, facciamo le cose belle di quando eravamo a casa - racconta un papà - Poi quando mia figlia vede il poliziotto capisce che il nostro momento sta per finire ed è molto triste. È molto legata a me: mi riempie di baci e abbracci quando mi vede. Poi mi saluta e inizia a contare il tempo che manca al nostro prossimo incontro”. Ma la verità è un discorso molto difficile da affrontare per i bimbi. Non tutti i padri detenuti l’hanno raccontata ai loro figli, e questo è un tasto molto doloroso. I papà che abbiamo incontrato si rabbuiano mentre ne parliamo. “Mia figlia ha 6 anni - racconta uno di loro - all’inizio le ho detto che ero qui per costruire delle barche e che sarei tornato a casa appena le avevo finite. Poi le ho detto che dovevo costruire anche delle casette e che mi sarei impegnato a fare il più presto possibile. Ma io so che lei ha già capito tutto. Questa bugia può reggere ancora forse solo per un anno ancora. A casa sente mia moglie che parla con l’avvocato. Una volta mi ha detto: ‘papà ora ci parlo io con l’avvocato’”. Parole che sono come macigni dette da una bambina, una figlia. Il progetto Altrove ha fornito alcuni strumenti ai genitori per raccontare al meglio la verità ai figli. Piccoli libricini che possono essere di supporto per raccontare questa verità così dura. C’è il “Vademecum per raccontare la verità ai figli sul genitore in carcere”, dedicato agli adulti. Poi ci sono i libricini dedicati ai bambini come il “Glossario semplice per bambini (parole che si sentono quando un genitore è in carcere)” e “Il nostro libro della verità (per capire dove si trovano mamma o papà e sentirsi meno soli)”. “Mio figlio ha 4 anni e non ha mai creduto alle bugie su dove mi trovassi. Allora gli ho raccontato la verità, non è stato semplice”, aggiunge uno dei papà. Insieme ai papà in carcere resta un grande carico di preoccupazioni e sensi di colpa. “Mia moglie ha sempre lavorato, ha un negozio che ha dovuto chiudere perché non riusciva a lavorare e a crescere i figli da sola. Ora cerca un altro lavoro, spero che ci riesca presto”, racconta uno di loro. Ma tra i pensieri cupi si fa spazio la speranza del futuro, di tutto ciò che succederà una volta usciti. “Mi manca poco per uscire - racconta uno più giovane - Quando esco da qui voglio trasferirmi con la mia famiglia al Nord Italia. Lì puoi essere più libero di fare tante cose… e crescere meglio i figli, lontano dalle cose brutte che ci stanno qua. Qui le piazze sono pericolose, al Nord te la devi proprio scegliere questa vita”. Un papà racconta che quando mesi fa ha scoperto la possibilità di partecipare al Progetto Altrove, ha iniziato a parlarne con tutti gli altri padri presenti nel suo reparto. “Alcuni li ho convinti a partecipare perché questo progetto ti migliora. Ma non è facile e non tutti vogliono cambiare, risollevarsi e pensare a migliorarsi per quando usciranno da qui. Io lo voglio fare: quando esco da qui non voglio più fare reati”. Potenza. “Liberi di giocare”, lo sport come diritto e opportunità uisp.it, 1 settembre 2026 Una rete istituzionale per l’inclusione e la crescita dei giovani detenuti. Diciotto mesi di sport, relazioni, ascolto e crescita. Ma soprattutto diciotto mesi nei quali il calcio è diventato uno strumento concreto per abbattere distanze, costruire fiducia e offrire ai giovani nuove occasioni per guardare al futuro. Si conclude con un bilancio particolarmente positivo “Liberi di giocare”, il progetto promosso e finanziato da Sport e Salute S.p.A., con Uisp Comitato Territoriale Potenza APS nel ruolo di ente capofila e la collaborazione dell’A.S.D. Iorio Calcio 2022 Melfi, realizzato all’interno dell’Istituto Penale per i Minorenni di Potenza. Avviato nel marzo 2025 e proseguito fino all’agosto 2026, il progetto ha utilizzato il calcio a 5 non semplicemente come pratica motoria, ma come vero e proprio strumento educativo, relazionale e di inclusione sociale. Un percorso costruito attorno ai valori del rispetto delle regole, del fair play, della responsabilità, della collaborazione e della fiducia nelle proprie possibilità. Una grande rete al servizio dei ragazzi - Uno degli elementi determinanti per la riuscita dell’iniziativa è stata la forte sinergia istituzionale e operativa costruita tra i diversi soggetti coinvolti. UISP Comitato Territoriale Potenza APS, con il riferimento di Lucia Destino, ha assicurato il coordinamento generale dell’intervento, il raccordo tra i partner e la coerenza delle attività con i principi dello sport sociale e dell’inclusione. Fondamentale il sostegno di Sport e Salute S.p.A., soggetto promotore e finanziatore del progetto, e il raccordo assicurato sul territorio dal Coordinatore Regionale per la Basilicata Matteo Trombetta. Preziosa la collaborazione dell’Istituto Penale per i Minorenni di Potenza, a partire dalla direttrice dott.ssa Angela Telesca e dall’educatrice dott.ssa Marsia Pennella, insieme all’area educativa e al personale della Polizia Penitenziaria, che hanno accompagnato il progetto consentendo di integrare la pratica sportiva all’interno del più ampio percorso educativo dei giovani. Sul campo, un ruolo centrale è stato svolto dall’A.S.D. Iorio Calcio 2022 Melfi, attraverso l’impegno di Natale “Natalino” Iorio e dei tecnici-educatori Canio Di Lucchio e Michele Catalfamo, capaci di coniugare competenza sportiva, sensibilità e attenzione alla dimensione umana dei ragazzi. Una partecipazione straordinaria - Il risultato forse più significativo è rappresentato proprio dalla risposta dei giovani. Nonostante il frequente ricambio degli ospiti dell’Istituto, le attività hanno fatto registrare una partecipazione elevatissima, arrivando a coinvolgere sostanzialmente la totalità dei ragazzi presenti e disponibili alla pratica sportiva. Gli incontri, generalmente organizzati con cadenza settimanale e della durata di circa due ore, hanno alternato esercitazioni sui fondamentali del calcio, preparazione motoria, calcio-tennis e partite. Ma il progetto è andato progressivamente molto oltre il rettangolo di gioco. Attraverso lo sport sono stati costruiti rapporti di fiducia, momenti di ascolto e occasioni di confronto sui percorsi formativi, sulle prospettive future e sulla possibilità di trasformare gli errori del passato in un punto dal quale ripartire. Particolarmente significativa è stata inoltre l’organizzazione di momenti di incontro con ragazzi provenienti dall’esterno dell’Istituto. La formazione di squadre miste e la realizzazione di un piccolo torneo hanno permesso ai giovani detenuti di confrontarsi con i propri coetanei in una dimensione di normalità, socializzazione e reciproco riconoscimento. Sul campo, le differenze e le condizioni personali hanno lasciato spazio a qualcosa di comune: una squadra, le stesse regole, un obiettivo da raggiungere insieme. Risultati che vanno oltre lo sport - “Carceri 2024-Liberi di giocare” ha così dimostrato concretamente quanto lo sport sociale possa affiancare i percorsi educativi e di reinserimento. Rispetto delle regole e degli altri, capacità di ascoltare, gestione delle emozioni, responsabilità verso il gruppo, perseveranza, collaborazione e fiducia sono stati elementi sperimentati direttamente attraverso il gioco e la relazione con tecnici ed educatori. Il rapporto costruito durante i diciotto mesi è stato tale da trasformare ogni appuntamento in qualcosa di più di un allenamento. Dialogo, ascolto e piccoli gesti quotidiani hanno contribuito alla nascita di relazioni autentiche fra operatori e ragazzi. A suggellare il percorso è stata anche la scelta dell’A.S.D. Iorio Calcio 2022 Melfi di lasciare a ciascun giovane una divisa accompagnata da una frase che racchiude lo spirito dell’intera esperienza: “Credi in te: il futuro ti aspetta”. Un messaggio semplice ma profondamente coerente con la finalità del progetto: riconoscere che, pur non potendo cambiare il passato, ciascuno può essere accompagnato nella costruzione di nuove possibilità. La soddisfazione dei protagonisti - Grande soddisfazione viene espressa congiuntamente da Lucia Destino per UISP, Matteo Trombetta per Sport e Salute Basilicata, dalla direttrice dell’Istituto Angela Telesca, dall’educatrice Marsia Pennella e da Natale Iorio, Canio Di Lucchio e Michele Catalfamo dell’A.S.D. Iorio Calcio 2022 Melfi. “Il risultato più importante di questo percorso è rappresentato dalla partecipazione e dalla qualità delle relazioni che siamo riusciti a costruire. Quando istituzioni, mondo dello sport, operatori ed educatori lavorano insieme con un obiettivo comune, lo sport riesce a esprimere fino in fondo la propria funzione sociale. In questi mesi abbiamo visto ragazzi partecipare con entusiasmo, confrontarsi, rispettare le regole, costruire rapporti di fiducia e soprattutto intravedere nello sport e nella formazione una possibilità di crescita. È questa la soddisfazione più grande e il patrimonio che “Liberi di giocare” lascia a tutti noi”. L’esperienza dell’Istituto Penale per i Minorenni di Potenza conferma così una delle convinzioni alla base dell’impegno quotidiano della UISP - Unione Italiana Sport Per tutti: lo sport è un diritto, uno strumento di cittadinanza e un formidabile veicolo di educazione, inclusione e partecipazione. “Carceri 2024-Liberi di giocare” lascia risultati concreti, ma soprattutto lascia relazioni, esperienze e una prospettiva. Perché anche in un contesto complesso come quello della giustizia minorile, un pallone può diventare molto più di un pallone: può essere occasione di incontro, responsabilità, fiducia e appartenenza. E può ricordare a un ragazzo che il futuro non è già scritto e che esiste sempre uno spazio nel quale provare a ripartire. La giustizia è più forte della vendetta di Dacia Maraini Corriere della Sera, 1 settembre 2026 Ogni epoca esprime il suo rapporto specifico con la realtà attraverso una etica comune. Qualcuno lo chiama progresso ma probabilmente si tratta solo di adattarsi con intelligenza ai cambiamenti che incalzano. C’è un confine che divide il tempo della vendetta dal tempo della giustizia ed è un confine che separa due tempi storici differenti non per ragioni etiche ma per un rapporto dell’essere umano con la realtà che è diventata più complessa e consapevole, più tecnologica che naturale. Giudicare il prima con gli occhi del dopo è fuorviante. Ogni epoca esprime il suo rapporto specifico con la realtà attraverso una etica comune. Qualcuno lo chiama progresso ma probabilmente si tratta solo di adattarsi con intelligenza ai cambiamenti che incalzano. La vendetta raccontata e celebrata dalla Bibbia non può essere guardata con occhi moralistici. Era un modo di applicare la giustizia che oggi consideriamo inadeguata. Non deve scandalizzare che Dio compisse vendette atroci senza tenere conto degli innocenti. Erano le dure leggi vicine a quelle naturali. Ciò che indigna non è la vendetta inserita in una storia appena uscita dal disordine di comunità neonate, ma è l’utilizzo che si fa oggi della vendetta come uno strumento di rivalsa, quando la storia ha avuto modo in tanti millenni di farci capire che la vendetta non aiuta la convivenza. Il mondo ci ha messo millenni per capirlo e oggi finalmente siamo arrivati a convincerci che la vendetta porta solo danni. Abbiamo imparato, con l’aiuto di grandi rivoluzionari spirituali come Cristo o Budda o Gandhi, che la vendetta è arbitraria e basata sulla forza. Mentre la giustizia, conquistata con fatiche immense, parte da una legge uguale per tutti, permette al colpevole di giustificarsi, alla vittima di dimostrare la sua ragione e a un giudice o a più giudici di stabilire torti e ragioni dopo avere ascoltato i presenti, gli esperti e cercato prove che premino la verità contro la menzogna. La giustizia presuppone anche il perdono e la comprensione. Oggi, chi pratica la vendetta diventa preda di un arcaismo sentimentale che lo destina alla sconfitta. A volte però questa sconfitta arriva dopo anni di tirannia, militare o religiosa. Purtroppo in questo periodo di regressione storica ci troviamo di fronte a molte pratiche politiche basate sulla vendetta. Capi di Stato che si dichiarano democratici si dedicano alle più antiquate soddisfazioni vendicative. Sarebbe bene ricordare comunque che la superiorità pratica e sociale della giustizia sulla vendetta non è un concetto occidentale ma universale. Chi lo nega si mette dalla parte del torto storico. Clima, migranti, guerre e Ai: un mondo da governare di Enzo Cheli La Stampa, 1 settembre 2026 Nel corso dell’ultimo anno gli equilibri del mondo hanno subito scosse profonde e tutti avvertiamo, anche se con sensibilità diverse, che la storia dell’umanità ha imboccato strade del tutto nuove e molto più rischiose di quelle del passato. I problemi che dominano la scena del mondo e che più si riflettono nella vita interna degli Stati nazionali condizionandone il futuro sono oggi l’emergenza climatica, la pressione migratoria, gli sviluppi ambivalenti dell’intelligenza artificiale, la crisi del multilateralismo con le guerre che non trovano soluzione per l’uso spregiudicato della forza da parte di alcuni paesi. Sono tutti problemi divisivi che impongono ai popoli e alle classi dirigenti che li guidano scelte non solo politiche ma anche etiche, come ha messo bene in luce Leone XIV nella sua enciclica “Magnifica Humanitas”, dove si chiarisce come lo sviluppo della scienza, se non ben governato, possa colpire i valori della tradizione cristiana a partire dalla dignità della persona umana e favorire, sul piano politico, l’affermazione delle dittature a danno delle democrazie. Problemi dunque che vengono strettamente a intrecciare il livello interno al livello internazionale e che una classe politica degna di questo nome non dovrebbe ignorare, bensì affrontare con una visione tempestiva e realistica commisurata all’interesse del Paese che le è dato governare. Non sembra che questa sia oggi la realtà che è dato constatare nel nostro paese se osserviamo i comportamenti del mondo della politica sia a destra che a sinistra dove si parla molto di programmi per i futuri governi, ma i contenuti di tali programmi restano per il momento o del tutto indeterminati o fortemente condizionati (come nel caso della immigrazione) da premesse ideologiche. E invero quello che al momento si nota in questo mondo è in prevalenza un forte impegno nelle sfide elettorali per la conquista del potere che si accompagna ad una scarsa attenzione per i problemi di fondo che abbiamo ricordato: situazione che concorre pericolosamente ad aumentare il distacco che da tempo viene a contrapporre il corpo sociale alla sfera della politica ed alle istituzioni governanti. Vero è che i problemi che il mondo ci sta oggi ponendo sono del tutto nuovi e molto complessi. Per questo, per dare risposte ragionevoli forse sarebbe il caso che le forze che aspirano alla guida del governo, sia a destra che a sinistra, avviassero su ciascuno di esse lo sforzo di una riflessione non superficiale attraverso gruppi di esperti autorevoli (e possibilmente indipendenti), in grado di cogliere il livello di sviluppo di ciascun problema ed il suo intreccio con la realtà nazionale, così da suggerire le linee di condotta più realisticamente adattabili a questa realtà. Sulle scelte suggerite si potrebbe poi promuovere con una tecnica referendaria il giudizio di una opinione pubblica correttamente informata. È troppo richiedere un passaggio come questo che sarebbe pienamente rispondente al modello di una democrazia non solo decidente ma anche partecipativa? Il fatto è che la dimensione mondiale dei problemi più impegnativi dovrebbe spingere oggi gli Stati verso scelte non divisiveal loro interno e indurre la politica dei governi a valorizzare soluzioni orientate verso un rafforzamento della unità nazionale. Scelte e soluzioni che, nel caso italiano, potrebbero trovare un’adeguata cornice di sostegno in due elementi che gli sviluppi della nostra storia repubblicana hanno contribuito a rafforzare nel corso del tempo. Si tratta, per l’aspetto esterno, della connessione del nostro ordinamento con il tessuto europeo (rispetto a cui esistono i suggerimenti preziosi dei rapporti Letta e Draghi) e, per l’aspetto interno, dello sviluppo della prassi della libertà, individuali e sociali, che trova la sua base nel modello tracciato dalla nostra carta costituzionale. Elementi che per la condivisione profonda che ricevono nel corpo sociale potrebbero rappresentare sia a destra che a sinistra gli assi portanti per qualunque programma di governo che intenda misurarsi con i nuovi problemi della scena mondiale. Migranti. Si allunga la “crisi” con Madrid. Accelerata sui Cpr di Luca Roberto Il Foglio, 1 settembre 2026 Il Governo proroga lo stop al funzionamento dell’accordo con la Spagna (che risponde confermando i controlli alla frontiera). A Bari la premier rivendicherà i risultati sull’immigrazione, vuole aprire nuovi Cpr entro la fine della legislatura. La sospensione dell’accordo di Schengen con la Spagna prosegue. E così la lunga estate di “crisi” tra Roma e Madrid, iniziata il primo agosto, si protrarrà per almeno altri 15 giorni, fino a metà settembre. “Era necessario farlo ma confido sia l’ultima proroga, vorrebbe dire che si va verso una normalizzazione della situazione”, dice il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Che assicura al contempo “ogni forma di collaborazione con la Spagna”. Anche se il governo spagnolo, in risposta, decide a sua volta di prorogare per due settimane i controlli per i passeggeri provenienti dall’Italia. Il Viminale insomma non ritiene ci siano le condizioni per un passo indietro, definisce la decisione “non invasiva” e sciorina una serie di dati che, con il rinfocolarsi della situazione a Ceuta (ieri la Polizia spagnola ha sparato in aria per disperdere la folla durante una rissa tra migranti), giustificherebbero la cautela. Ad agosto infatti su circa 500 mila controlli ci sono stati 31 respingimenti, 8 dei quali di cittadini marocchini. In realtà al Viminale ostentano ottimismo. Anche perché i due governi, nonostante le tensioni delle ultime settimane, sono allineati sulla necessità di “redistribuire gli arrivi” sulla base dei meccanismi di solidarietà europea. Madrid, infatti, insieme a Parigi ha optato per non trasferire in Italia i cosiddetti dublinanti. Un segnale che è stato visto come un’apertura verso il governo italiano. Ciò detto, la decisione su Schengen non è in contraddizione con la postura che Meloni vuole dare sulla sicurezza di qui alle prossime settimane. Questo perché pure su un altro importante dossier, la gestione degli arrivi, la premier ha chiesto un’accelerata. Soprattutto sull’apertura dei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di cui il ministro Piantedosi aveva parlato nei mesi scorsi. E che adesso sono di nuovo finiti nell’agenda di fine legislatura di Fratelli d’Italia. Il tema infatti è stato posto nuovamente dal responsabile organizzazione di FdI Giovanni Donzelli. E un cenno potrebbe riceverlo anche nell’intervento che la premier sta preparando per la festa che si terrà a Bari venerdì per il record di governo più longevo di sempre. Si punta soprattutto sui Cpr promessi in Calabria e in Trentino, territori governati dal centrodestra. Dal palco del Porto di Bari, la premier insisterà molto anche sui dati definiti “positivi” diffusi dal ministero dell’Interno a Ferragosto, che parlano di un calo degli arrivi di migranti irregolari in Italia oltre che di un aumento, di circa il 34 per cento, dei rimpatri negli ultimi sei mesi. Questo sempre tenendo presente le ipotesi di accordo a livello europeo sui cosiddetti “return hub” in Africa. Nelle intenzioni di Meloni, con in agenda una riunione a Palazzo Chigi con gli altri leader di maggioranza per fare il punto sulle nuove misure sull’energia (gli sconti sui carburanti scadono il 4 settembre), c’è insomma l’uso dell’immigrazione e della sicurezza come “vanto” dell’azione di governo. Uno dei pochi fronti su cui c’è unanimità all’interno della maggioranza. La quale invece, sulla legge elettorale, continua a discutere. Oggi scadono i termini per presentare gli emendamenti in Senato e una nuova riunione degli “sherpa” convocata ieri sera in Via della Scrofa non ha risolto tutti i dubbi. Soprattutto sul ballottaggio, con un emendamento presentato dal senatore FdI Marcello Pera e uno da FI, ma non sottoscritti da tutta la coalizione (mentre un emendamento unitario ci sarà sulle preferenze). Il testo a ogni modo sarà portato in Aula senza il mandato ai relatori, di modo da poter guadagnare un’altra settimana alla causa delle trattative tutte interne al centrodestra. Migranti. “La destra punta sulla paura dello straniero, ma da Ceuta nessun rischio reale” di Danilo Ceccarelli La Stampa, 1 settembre 2026 Il leader del Maggio francese Cohn-Bendit: “La storia non sempre va avanti, oggi molti subiscono il fascino della regressione”. “Viviamo in un mondo in cui far paura dà i suoi frutti”. È la ricetta del successo dell’estrema destra in Europa riassunta da Daniel Cohn-Bendit, ex eurodeputato dei Verdi e storico leader del ‘68 parigino, che analizza la strategia sovranista: “Si comporta come i comunisti degli anni Cinquanta: in campagna elettorale promettono di tutto ma quando arrivano al potere fanno il contrario”. Monsieur Cohn-Bendit, come si questa progressione? “Le nostre società sono stanche e temono i problemi odierni. Ci eravamo abituati all’idea kantiana di una pace perpetua, poi improvvisamente la Russia ha attaccato l’Ucraina e in Europa è tornata l’ansia della guerra. Allora una parte della società si è coperta gli occhi per non vedere quello che sta accadendo, come fanno i bambini. Per questo quando i sovranisti e i populisti come Donald Tump affermano che il riscaldamento climatico non esiste riscuotono successo. Se non c’è, non bisogna averne paura. Ma le nostre società, così facendo, subiscono una regressione infantile”. Come si è arrivati a questo punto? “C’è una moltitudine di responsabilità. Le forze democratiche riformiste, che siano di destra o di sinistra, non sono state in grado di ridare speranza alla società”. Che pericoli corre l’Ue? “Il rischio per l’Europa è quello di rimanere bloccata e di essere incapace di rispondere alla sua principale sfida: quella di un mondo dominato da Cina, Russia e Stati Uniti. In un simile quadro, l’estrema destra sbandiera il miraggio di un rafforzamento nazionale, che però andrebbe solamente ad indebolire l’Ue e gli Stati in cui verrebbe applicato”. Lo stesso promosso in Germania dall’Afd, che alle elezioni di questa domenica in Sassonia potrebbe aggiudicarsi il suo primo Land... “L’Afd è molto forte ma non vincerà. Incasserà circa il 40% dei voti senza ottenere la maggioranza assoluta, mentre i social-democratici, i cristiano-democratici, i Verdi e Die Linke arriveranno al 46%. L’estrema destra non riuscirà ad arrivare al governo a causa della proporzionale”. In Francia, però, Marine Le Pen viene data come favorita alle presidenziali del 2027... “Anche lei fa leva sul razzismo. L’estrema destra vuole ottenere il potere attraverso la paura dello straniero, sbandierando l’idea di una società etnicamente omogenea, raggiungibile con la remigrazione. Le Pen ha promesso che in caso di vittoria organizzerà un referendum per vietare l’utilizzo del velo, ma la Corte costituzionale non glielo permetterà. Questo la leader del Rassemblement lo sa, ma sfrutta comunque il tema per la sua campagna elettorale”. A proposito di immigrazione, l’Italia ha prolungato la sospensione di Schengen con la Spagna... “È ridicolo. L’Italia applica controlli nei suoi aeroporti per bloccare i giovani immigrati di Ceuta che dovrebbero arrivare in aereo? Si gioca con la paura ma non c’è nessun pericolo”. Pensa che il risultato del recente referendum tenutosi in Islanda, dove è stata bocciata la proposta di riallacciare le negoziazioni per entrare nell’Ue, abbia subito l’influenza sovranista? “L’esito di quel voto è riconducibile alla tradizionale ambiguità che i Paesi scandinavi hanno nei confronti dell’Ue. Tutta l’economia dell’Islanda dipende dall’Europa, ma Reykjavík non può dire la sua all’interno dell’Unione e questo in un certo qual modo la rassicura. Un po’ come la Danimarca, che non vuole l’euro nonostante la sua moneta dipenda dalla valuta comune”. L’Europa deve fare i conti anche con le ingerenze esterne che sostengono i movimenti populisti e sovranisti, come quelle ormai esplicite di Elon Musk... “In una situazione di angoscia come quella odierna ci sono figure come la sua che accentuano il senso di smarrimento della popolazione. Bisogna ricordare chi è Musk per capire i motivi del suo successo negli ambienti dell’estrema destra europea: una persona di un’intelligenza incredibile, con delle capacità imprenditoriali straordinarie. Ma è rimasto traumatizzato dalla perdita di potere dei bianchi nel Sudafrica, dove è nato, per questo gioca sul concetto di purezza etnica, che a suo dire bisogna ritrovare”. Da giovane, quando nel ‘68 guidava le proteste del Maggio parigino, avrebbe mai immaginato di dover parlare ancora di certi argomenti sessant’anni dopo? “La storia non si ferma mai, ma non sempre avanza positivamente. Nel mondo di oggi, che ovviamente non è lo stesso di quello del ‘68, c’è una fascinazione nei confronti della regressione, sulla quale tutti fanno leva”. Migranti. “Aperti due Centri, ma a Ceuta sono arrivati allo stremo” di Giansandro Merli Il Manifesto, 1 settembre 2026 Jennifer Zupppiroli, esperta di politiche per l’infanzia di Save the Children Spagna: “È in corso un’ondata di aggressioni contro i cittadini stranieri che vivono ancora in strada. I partiti di destra alimentano l’esasperazione della popolazione locale”. Jennifer Zuppiroli lavora per Save the children Spagna come specialista di politiche sull’infanzia in movimento. La settimana successiva al grande afflusso di migranti ha visitato Ceuta per gettare le basi di un intervento a favore dei minori non accompagnati. Al momento nell’exclave spagnola è attiva un’unità multidisciplinare della ong: garantisce aiuto ai più vulnerabili tra i migranti. Le ultime tensioni si sono registrate tra gli stessi migranti per l’accesso al nuovo centro di accoglienza. Più in generale, com’è la situazione nelle strade di Ceuta? È molto, molto tesa. Anche per gli attacchi degli ultimi giorni. Sono tutti coscienti che la situazione è arrivata al limite. Le persone migranti che vivono per strada non ce la fanno più. I cittadini di Ceuta non ce la fanno più. Gli operatori delle ong sono molto timorosi. Le organizzazioni umanitarie che lavorano sul campo avevano allertato che si sarebbe arrivati a questo punto. Non è stata data la risposta necessaria per il numero di persone presenti, molte lasciate senza assistenza. Ci sono stati attacchi contro i ripari di fortuna costruiti dai migranti sulla spiaggia del Trampolín e blocchi contro i mezzi della Croce Rossa che offrono cibo. C’è il rischio di un pogrom razzista? Sì, il rischio effettivamente c’è. È in corso un’ondata di aggressioni contro le persone migranti che vivono ancora in strada. I partiti di destra alimentano l’esasperazione della popolazione locale. Approfittano di questo conflitto per lanciare messaggi di odio, invitando a prendere misure contro i cittadini stranieri e organizzando manifestazioni in cui dicono che devono tornare tutti a casa. Ci sono stati attacchi personali e contro le strutture create dai migranti, per esempio sulla spiaggia del Trampolín. Le azioni di solidarietà, come l’accoglienza dal basso nel quartiere di El Principe, continuano o sono state travolte dagli eventi? Continuano e anzi sono da valorizzare ancora di più perché ora è aumentato il rischio per chi le mette in campo. Inizialmente sono state le uniche capaci di dare un’accoglienza di emergenza e un minimo di servizi alle persone migranti, soprattutto ai più vulnerabili, come bambine e bambini. Purtroppo questa situazione sta creando una nuova linea di divisione tra gli stessi abitanti della città, portando a distinguere chi è musulmano. Questo spacca l’identità di Ceuta, dove le persone di fede islamica sono una componente storica e radicata. Il governo centrale ha previsto uno stanziamento di 168 milioni di euro per far fronte alle conseguenze economiche nell’exclave. Invece sul piano dell’accoglienza come si sta comportando? Sono stati aperti due centri di emergenza direttamente dipendenti dal Ministero di Inclusione, sicurezza sociale e migrazioni. Uno può ospitare 200 persone, l’altro 1.300. La capacità della struttura già esistente, poi, è stata incrementata di circa 300 posti. Sfortunatamente questi numeri restano insufficienti a evitare che ci siano ancora persone in strada. Persone che devono quotidianamente inventarsi dove dormire, cosa mangiare, come fare i propri bisogni. Se hanno necessità mediche è molto difficile che riescano ad accedere ai servizi sanitari. Purtroppo la risposta non è ancora dimensionata ai bisogni presenti in questo momento. La situazione è ancora più grave per bambini e minori. Loro come stanno vivendo questa situazione? Circa 1.200/1.300 sono già nel sistema di protezione di competenza della città. Ma altre migliaia si trovano ancora per strada. Si sta discutendo di due nuovi centri solo per le bambine, avranno una capacità intorno ai 500 posti. Al momento, comunque, vediamo gli spazi organizzati dal basso nei quartieri ancora pieni di ragazzini e ragazzine. I minori che restano per strada sono esposti a rischi gravissimi di sfruttamento, tratta e violenze. In questa situazione di tensione sociale, anche di vere e proprie aggressioni. Ci sono speranze che vengano trasferiti nella penisola iberica? La possibilità concreta al momento riguarda 500 bambine. Nonostante il trasferimento verso altre comunità autonome, però, la competenza sulla tutela rimarrebbe comunque di Ceuta. Sfortunatamente questa procedura è molto lenta. I trasferimenti sono ostacolati per motivi politici dal Partito popolare e dalla destra. Non permettono che si realizzino in modo rapido ed efficace. Quindi qual è la prospettiva per i migranti bloccati nell’exclave? Per ora solo sperare che si aprano altri centri di accoglienza di emergenza. Immaginiamo comunque che a un certo punto i richiedenti asilo saranno trasferiti in altre comunità autonome. Al momento si prova a evitarlo, ma la città di Ceuta è allo stremo. Non sappiamo quanto potrà resistere ancora senza i trasferimenti. L’impunità dopo Srebrenica e un odio che fermenta ancora di Rosario Aitala Avvenire, 1 settembre 2026 La morte di Mladi? ci permette oggi di ricordare come funzionava l’incredibile ingranaggio genocida nei Balcani. Ci sono lezioni dimenticate della storia che oggi pesano anche sul diritto internazionale. Persone in preghiera nel cimitero commemorativo dove sono sepolte le vittime del genocidio di Srebrenica, dopo la morte dell’ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladic Mors omnia solvit, “la morte mette fine a tutto”, recita un principio di diritto romano mutuato dal pensiero filosofico per descrivere il termine della vita terrena come una grande livella, che libera gli uomini da ogni fardello e riconduce tutto all’ordine naturale. La scomparsa di Ratko Mladi? non mette fine a nulla. La cessazione delle sue funzioni vitali non libera nessuno dalle colpe. Né lui, né i suoi sodali di allora, né i nostalgici negazionisti che si preparano a onorarlo con esequie solenni. La conclusione della sua parabola umana non riporta né la Bosnia né la regione allo stato precedente la guerra e il genocidio. Il progetto politico e criminale di supremazia serba di cui fu uno dei massimi interpreti lascia cicatrici indelebili sulle comunità perseguitate e sul corso della storia europea e mondiale. L’odio fermenta ancora. Il 22 novembre 2017, condannando Mladi? all’ergastolo, il tribunale delle Nazioni Unite dettò al verbale della Storia una parola di verità definitiva: Genocidio. Il nome del generale resterà legato per sempre a Srebrenica, ma egli fu riconosciuto corresponsabile anche della campagna di terrore a Sarajevo con cecchinaggi e bombardamenti dei civili e di altri massacri. La cittadina della Bosnia nord-orientale a maggioranza musulmana era stata negligentemente dichiarata “zona sicura” dalle Nazioni Unite. Invece di schierarvi i settemila soldati previsti in missione di mantenimento della pace, inviarono un contingente di quattrocento militari olandesi, di modesta preparazione e coraggio, al comando del colonnello Thomas Karremans. La zona fu presa d’assalto da migliaia di profughi musulmani terrorizzati in fuga dalle aree circostanti. L’esercito di Mladi? intimidì facilmente gli olandesi, che consegnarono ai carnefici migliaia di civili che avevano trovato rifugio nella base. Nei giorni seguenti, ottomila uomini e ragazzi furono assassinati a sangue freddo e trentamila donne e bambini furono deportati. Alle vittime fu strappata la dignità con l’arma definitiva degli stupri di massa. La tragedia avrebbe potuto essere evitata se la burocrazia del palazzo di vetro non fosse implosa e se il comandante della missione, il francese Philippe Morillon, avesse richiesto l’intervento aereo della Nato. Emma Bonino, allora commissaria europea, lanciò l’allarme. Rimase inascoltata. Di Karremans resta la mesta immagine di un brindisi forzato con il “macellaio” Mladi? e i suoi scherani, Morillon nel 2010 si presentò al Memoriale del genocidio di Srebrenica per scusarsi ma fu cacciato via dalle associazioni delle vittime. Mladi? fu un motore essenziale dell’ingranaggio genocida. Perseguì con incrollabile determinazione e studiata brutalità il progetto di pulizia etnica dei musulmani bosniaci. “È finalmente arrivato il momento della vendetta contro i turchi che vivono in questa zona”. Così annunciò lo sterminio quando prese Srebrenica. Gli ultimi ottomani avevano abbandonato la Bosnia nel 1878, ma i serbi chiamavano dispregiativamente “turchi” i musulmani, bosniaci quanto loro, per marchiarli come stranieri illegali. Secondo il copione che precede sempre le atrocità di massa, Mladi? aizzava l’odio contro i musulmani bosniaci accusandoli di prepararsi a “impalare i serbi, bruciarli vivi, crocifiggerli, cavargli gli occhi”. Sarebbe imperdonabile ricordarlo solo come un uomo malvagio. Agiva freddamente, attuava un progetto di dominio territoriale. Faceva politica, che concepiva come un affare sporco, di morte e dolore. “I confini sono tracciati con il sangue”, diceva, “e gli Stati sono delimitati da tombe”. Sarebbe un errore ancora più grave focalizzare l’attenzione su di lui e gli altri leader, fra cui il presidente della repubblica Sprska Karadži? e il presidente della repubblica federale Miloševi?. Lo stesso inganno ricorre in questi giorni, altrove. Addossare la colpa al “cattivo” è funzionale ad assolvere tutti gli altri. I dirigenti politici e militari, gli ideologi contano, certo. Suscitano emozioni, eccitano sentimenti. Interpretano e danno forma a fenomeni in potenza. Catalizzano forze latenti, mettono in moto fattori quiescenti. Muovono gli eserciti. Ma i crimini di massa sono delitti di apparato, prodotti della degenerazione di sistemi istituzionali e di costrutti sociali. I genocidi e le altre atrocità richiedono la partecipazione attiva di soldati e funzionari e il consenso del pubblico allo sterminio delle “bestie”, degli “animali umani”. Le piaghe morali di Srebrenica venivano da lontano e affliggono ancora il nostro tempo. Quei modelli del male si rispecchiano nella contemporaneità. Dopo Srebrenica si prese a impiegare l’unità lessicale “pulizia etnica” per descrivere le pratiche di sradicamento territoriale di collettività umane trattate come immondizia di cui liberarsi, sporcizia da nettare e da rimuovere. Progetti di dominio etnico, religioso o nazionale o operazioni di salvaguardia di pretese identità e purezze, attraverso violenze, deportazioni, evacuazioni, espulsioni, distruzioni di case e infrastrutture essenziali alla vita umana. Ora come allora il metodo politico del male attecchisce nelle società che comprendono l’etica ma mancano di moralità, che conducono guerre e governano territori somministrando a moltitudini di bambini e innocenti bombe, fame e paura. La moralità, ha detto di recente il filosofo israeliano Avishai Margalit, governa i nostri doveri nei confronti di tutti gli esseri umani in quanto tali, mentre l’etica riguarda gli obblighi verso coloro con cui condividiamo legami profondi, famiglia, amici, comunità. “Non ci sono innocenti” è l’espressione mostruosa dell’etica senza moralità”, spiega Margalit. La giustizia fu la redenzione morale per gli orrori di Srebrenica, in nome dell’intera umanità. Al tribunale dell’Aja umili contadini e anziane vestite di nero che si alternavano sul banco dei testimoni sottraevano vittime e delitti all’oblio dell’anonimità. Da quelle aule e dal tribunale di Kigali per il Ruanda venne l’impeto per istituire la Corte penale internazionale. Non tardiva purga morale, emenda di peccati politici collettivi di omissione, come per i tribunali speciali, ma istituzione stabile, permanente, universale. La Corte fa paura perché risveglia le coscienze di milioni di onesti, perché strappa i veli dell’ipocrisia e della propaganda e costringe i potenti a giustificarsi. Giudici e procuratori che accertano i crimini sono minacciati, vilipesi, sanzionati, condannati come se fossero terroristi o criminali. Si vuole ridurre la Corte al silenzio per annegare la vergogna nella dimenticanza. Una prospettiva di impunità disperante che non può prevalere. “Dove vanno gli assassini, marinaio?”, disse il capitano Achab: “Chi darà la sentenza se lo stesso giudice è trascinato alla sbarra?”. 11 Settembre, dopo 25 anni i processi ai jihadisti sono ancora in alto mare di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 1 settembre 2026 La prima udienza ai presunti responsabili degli attentati alle Torri è prevista non prima del 2028. A venticinque anni dagli attacchi dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti si apprestano a commemorare il quarto di secolo delle stragi con una verità processuale che non si è ancora cristallizzata: quattro imputati, considerati gli ideatori degli attentati che costarono la vita a 2.976 persone, non sono stati ancora processati dal tribunale speciale creato all’indomani dell’11 settembre. La “palude” nella quale è finito il processo per i fatti del 2001 è a Guantánamo, la prigione di massima sicurezza sull’isola di Cuba voluta dall’amministrazione di George W. Bush per interrogare decine di persone sospettate di terrorismo e posta al di fuori della giurisdizione ordinaria e delle convenzioni internazionali. Oggi, alla vigilia di un anniversario dal grande valore simbolico, il sistema della giustizia militare statunitense si ritrova impantanato in questioni procedurali, scelte politiche contraddittorie e nodi costituzionali tutt’altro che sciolti. È di questi giorni la notizia della brusca frenata del processo agli ideatori delle stragi del 2001 con un inizio previsto soltanto fra due anni. Se nell’estate del 2024, dopo oltre un decennio di complessi negoziati pre-dibattimentali, l’autorità giudiziaria presso le commissioni militari di Guantánamo aveva raggiunto un accordo di patteggiamento con Khalid Shaikh Mohammed, la presunta “mente” dell’11 settembre, Walid bin Attash, Ali Abdul Aziz Ali e Mustafa al-Hawsawi, ora i tempi per giungere ad una sentenza definitiva si allungano clamorosamente. L’accordo del 2024 si basava sull’ammissione di colpevolezza da parte degli imputati per tutti i capi di accusa - compresi il terrorismo e la strage -, in cambio della commutazione della pena di morte nell’ergastolo. Per molti giuristi, l’accordo rappresentava l’unica via d’uscita per chiudere un contenzioso infinito, evitando anni di ricorsi e raggiungere una verità processuale. L’intesa però ha scatenato un’ondata di polemiche politiche a Washington e la reazione sdegnata di una parte delle associazioni dei familiari delle vittime dell’11 settembre, contrarie all’ipotesi di cancellare la pena capitale. A sole quarantotto ore dalla firma dell’accordo, il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti dell’epoca, Lloyd Austin, con una mossa senza precedenti, annullò la decisione dell’autorità giudiziaria, avocando a sé il potere decisionale e cancellando il patteggiamento per reintrodurre la possibilità della condanna a morte. Tale revoca, confermata successivamente dalle Corti d’appello militari, ha riportato le lancette dell’orologio giudiziario indietro di anni, riaprendo una complessa partita procedurale proprio mentre ci si avvicina al 25° anniversario del più grave attentato della storia degli Stati Uniti. Nello scorso fine settimana il colpo di scena. Il giudice militare, il colonnello Michael Schrama, ha fissato la data d’inizio del processo per il 5 giugno 2028. Respinta la richiesta dei procuratori che chiedevano l’apertura del processo nei primi mesi del 2027, il giudice ha rilevato che la mole di questioni preliminari ancora aperte rende impossibile anticipare i tempi. Schrama è il quinto giudice che si avvicenda nei processi che riguardano i terroristi dell’11 settembre. Ma la data del 2028 sembra già traballare. L’ostacolo principale per una celebrazione rapida del processo è rappresentato dalla natura delle prove raccolte. Nei primi anni successivi al loro arresto (Khalid Shaikh Mohammed è stato catturato nel 2003 in Pakistan) gli imputati sono stati rinchiusi nei black sites della Cia, luoghi segreti di detenzione sparsi per il mondo, dove sono stati sottoposti alle cosiddette “tecniche di interrogatorio avanzate”, come il waterboarding e la privazione del sonno. Mohammed è stato interrogato con il waterboarding per ben 183 volte. Le confessioni ottenute sotto tortura non sono ammissibili nei tribunali statunitensi. Oltre alla fissazione del processo nel 2028, le Corti militari continuano a emettere pronunce che eliminano dagli atti le dichiarazioni rese dagli imputati anche agli agenti dell’Fbi negli anni successivi, ritenendole comunque viziate dai maltrattamenti subiti. Il tentativo dell’accusa di salvare il materiale probatorio si scontra con una giurisprudenza consolidata: le violazioni dei diritti umani fondamentali, commesse dallo Stato, hanno irrimediabilmente inquinato la cornice processuale che deve essere caratterizzata da garanzie anche per chi è accusato di crimini efferati. Mohammed, Attash, Ali e al-Hawsawi dovrebbero essere processati a distanza di vent’anni dalla loro prima apparizione davanti al tribunale di Guantánamo, avvenuta il 5 giugno 2008, e dopo più di cinque anni dalla loro cattura. L’amministrazione Obama decise di modificare la legge che istituiva i tribunali militari con l’intento di rendere i processi per terrorismo più celeri e meno costosi. L’obiettivo, a quanto pare, non è stato raggiunto e gli Stati Uniti continuano a fare i conti con la tragica eredità degli attentati di New York, del Pentagono e della Pennsylvania. Lo strazio dei deportati dall’ICE: “Siamo trattati come bestiame” di Daniele Zaccaria Il Dubbio, 1 settembre 2026 “Possono dirti o farti qualsiasi cosa e tu non puoi farci nulla”; il venezuelano Carlos Téllez-Sanchez è Stato trasportato di forza dagli Stati Uniti verso la Liberia, un Paese di cui conosceva appena il nome, come racconta il New York Times in uno straziante reportage sulle ultime deportazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Procedure spicce e brutali che permettono di consegnarti alle autorità di una nazione con cui non hai mai avuto alcun rapporto. La Liberia è entrata nella rete dei cosiddetti Paesi terzi firmando gli accordi per cui un immigrato può essere espulso verso uno Stato diverso da quello di cui è cittadino, Monrovia ha accettato di ricevere fino a 1.200 persone nei prossimi dodici mesi e il primo gruppo, una ventina di deportati soprattutto provenienti da Paesi dell’America Latina, è arrivato lo scorso 20 agosto con un volo proveniente dalla Louisiana. Il meccanismo consente all’amministrazione Trump di aggirare uno degli ostacoli più frequenti alle deportazioni: l’impossibilità di rimandare una persona perseguitata nel proprio Paese, come hanno stabilito diversi tribunali d’oltreoceano che negli scorsi mesi hanno bloccato le espulsioni per rischio di torture e altre violazioni dei diritti umani. Il sistema dei Paesi terzi è lo stratagemma ideale per aggirare le sentenze dei giudici. Oltre alla Liberia, gli Usa hanno stretto accordi con Ghana, Sierra Leone, Camerun, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana e Guinea Equatoriale; complessivamente Washington ha concluso intese con almeno 35 Paesi per l’accoglienza di deportati provenienti da Stati terzi. Le dieci testimonianze raccolte dal NYT mostrano la misera condizione a cui sono costretti gli immigrati arrestati dall’ICE; sul volo partito dalla Louisiana viaggiavano più di venti persone, quando uno dei detenuti ha visto il nome della Liberia su un documento nelle mani di un funzionario dell’ICE. si è scatenato il panico, cinque “passeggeri” raccontano di essere stati picchiati brutalmente quando hanno contestato il trasferimento; alcuni hanno ricevuto pugni o sono stati gettati a terra e trascinati di peso sull’aereo. Tra loro Leonardo Sánchez, un cittadino cubano di 49 anni con una storia clinica particolarmente delicata: anni prima aveva subito ferite e diversi interventi chirurgici che avevano lasciato il suo intestino in condizioni tali da provocare una vistosa sporgenza dell’addome. Durante il volo durato circa 14 ore aveva le manette ai polsi e alle caviglie e una catena intorno alla vita, Sánchez spiega di avere cominciato a urlare dal dolore e di avere chiesto assistenza agli agenti dell’ICE presenti sull’aereo: “Piangevo come un bambino e li imploravo ma non hanno fatto nulla, ci trattavano come fossimo bestiame”. Arrivati a Monrovia Sanchez e altri tre malcapitati hanno continuato a protestare ma sono stati spinti sulla pista immobilizzati a terra con le le ginocchia degli agenti sul collo. In cinqueinvece sono rimasti sull’aereo, li hanno trasferiti in Guinea Equatoriale; con malcelato sadismo gli avevano comunicato che sarebbero tornati negli Stati Uniti, ma il viaggio è invece terminato molto prima, nel centro di detenzione di Malabo, una struttura messa all’indice da Human Right Watch per lo stato fatiscente, la mancanza di igiene, assistenza medica e legale. Peraltro la Guinea equatoriale, guidata dal 1979 dal dittatore Teodoro Obiang Nguema Mbasogo è tristemente nota alle organizzazioni umanitarie e alle Nazioni Unite per le detenzioni arbitrarie, le torture, i processi iniqui e le gravi limitazioni delle libertà civili. In luglio sempre l’ong statunitense aveva denunciato il caso di due donne camerunesi che avevano ottenuto negli Stati Uniti una protezione contro il rimpatrio perché i giudici americani avevano riconosciuto il rischio di persecuzione in Camerun. L’ICE ha ignorato il verdetto è sono state comunque trasferite dagli Stati Uniti proprio in Guinea Equatoriale e da lì rimandate in Camerun. Le autorità le avevano informate che non esiste una procedura d’asilo politico e che l’unica possibilità era tornare nel proprio Paese. Con la campagna per le elezioni di mid term entrata nel rettilineo finale, la Casa Bianca intende dare un’ulteriore giro di vite alle politiche anti-immigrazione e aumentare il flusso delle deportazioni come ha più volte promesso lo stesso Donald Trump, giurando che i Paesi terzi sono “mete sicure”. Dipende per chi.