Il giudice non è un perito: la Cassazione “boccia” il 41 bis a Morabito di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 19 settembre 2026 Il caso del boss Giuseppe Morabito affetto da grave decadimento cognitivo, la Cassazione: “Il giudice non può sostituire le proprie intuizioni ai periti”. Tre periti nominati dal Tribunale di sorveglianza di Roma hanno accertato che Giuseppe Morabito, classe 1934, storico capo dell’omonima cosca di ‘ndrangheta di Africo, è affetto da un disturbo neurocognitivo maggiore, progressivo e irreversibile, che ha compromesso la sua capacità di pianificare, programmare e ragionare in astratto. Il Tribunale aveva chiesto quella perizia per sapere se il vecchio boss fosse ancora in grado di far arrivare ordini fuori dal carcere. Poi ne ha contestato l’attendibilità, confermando il 41 bis. Per la Cassazione è una valutazione della prova scientifica che viola le regole processuali. La Quinta sezione penale ha annullato il 5 giugno scorso, per la seconda volta, la conferma del 41 bis all’anziano boss, rinviando gli atti a Roma per un nuovo giudizio. Il sostituto procuratore generale Laura Condemi aveva chiesto il rigetto del ricorso. Il fine pena di Morabito è fissato al 17 febbraio 2034. Il 9 giugno 2023 ottiene il differimento della pena in detenzione domiciliare presso una struttura ospedaliera e il 41 bis decade. Dodici giorni dopo torna in cella, nel circuito di alta sicurezza. Il 14 novembre 2023, su richiesta della Direzione nazionale antimafia, il ministro della Giustizia firma il decreto che lo riporta al 41 bis. Il Tribunale di sorveglianza respinge il reclamo nel febbraio 2025. Il 10 aprile arriva la condanna di Strasburgo: violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea, quello che vieta i trattamenti inumani e degradanti, perché nessuno aveva spiegato in modo convincente come un uomo con un marcato decadimento cognitivo potesse ancora impartire ordini alla cosca. Sulle cure, invece, nessuna violazione. Poi la Prima sezione della Cassazione, con la sentenza n. 27014 del 2025, annulla l’ordinanza romana proprio su quel nodo. Il giudice del rinvio affida la perizia collegiale a un medico legale, uno psichiatra forense e un neuropsicologo, su ricorso dell’avvocata Giovanna Beatrice Araniti. Oltre al disturbo neurocognitivo, gli esperti rilevano deficit della memoria recente, dell’attenzione e delle funzioni esecutive, sopra una serie di patologie internistiche. Restano conservati la vigilanza, l’orientamento nello spazio e nel tempo, la memoria autobiografica remota, la sfera volitiva. Il 29 gennaio 2026 il Tribunale respinge di nuovo. Morabito, detenuto a Milano Opera, conserverebbe una “radicata identità mafiosa”, e nella ‘ndrangheta per trasmettere una direttiva basterebbero comunicazioni minime, gesti, semplici manifestazioni di volontà. La caratura del detenuto viene definita “indiscutibile” e l’operatività della cosca “conclamata”. Il problema sta nel rapporto tra la malattia e la capacità di tenere i collegamenti con l’esterno. Qui la Cassazione parla di “insuperabili profili di criticità”. Il giudice può dissentire dagli esperti, ricorda la sentenza, ma deve motivare con un impegno maggiore. Resta il “custode del metodo scientifico” e non può mettere le proprie intuizioni al posto del parere qualificato. Se ha dubbi, convoca il perito per chiarimenti o dispone una nuova perizia. La scienza privata del giudice non è una prova. Il Tribunale ha invece contestato l’affidabilità dei test neuropsicologici, a cominciare dal Mini-Mental State Examination, citando letteratura specialistica e le linee guida dell’Iss del 2024, materiale mai introdotto con una consulenza della procura o del Dap né con un nuovo perito. Il Tribunale aveva giudicato indispensabile il sapere tecnico, lo ha dichiarato inservibile e non lo ha sostituito con niente. Il provvedimento del Tribunale si concentra sulla volontà conservata, sulla memoria, sull’identità criminale, e ne ricava che il vecchio capoclan possa ancora veicolare messaggi. Attraverso quali meccanismi? Nessuna risposta. “Il problema - osserva la Cassazione - non è se un soggetto possa mandare messaggi con modalità comunicative per così dire elementari; quanto se un soggetto che abbia, come nel caso di Morabito, un così significativo decadimento funzionale sia in grado di farlo”. Nei mesi trascorsi fuori dal 41 bis, in condizioni assai meno restrittive, non risulta alcun episodio di riattivazione dei canali con il clan, ma il Tribunale ha richiamato, ancora, l’identità mafiosa. Stessa sorte per le decisioni del gup e del Tribunale monocratico di Milano, che hanno dichiarato Morabito incapace di partecipare coscientemente al processo e lo hanno prosciolto per infermità psichica. Incapacità processuale, imputabilità e pericolosità sono concetti diversi, ha scritto il Tribunale di sorveglianza. Vero, replica la Cassazione, ma allora va spiegato perché lo stesso decadimento abbia contato in quei procedimenti e non debba contare quando si parla di collegamenti con la criminalità organizzata. Nemmeno capire qualche domanda in udienza, protestare la propria innocenza, mostrarsi ostile verso il pubblico ministero sono segni di memoria e di identità personale. Perché dovrebbero indicare anche un legame funzionale con la cosca, l’ordinanza non lo spiega. Resta la salute. Gli specialisti avevano indicato stimolazione cognitiva, riabilitazione motoria e una presa in carico multidisciplinare in un ambiente stimolante. Il Tribunale, afferma la Cassazione, si è fermato all’assistenza quotidiana nel Centro clinico della sezione speciale, senza misurarsi con quanto il carcere duro renda praticabili le terapie utili a rallentare la malattia. Ora il fascicolo torna a Roma. Con la stessa domanda che Strasburgo aveva posto nell’aprile del 2025 e che nessun giudice di merito ha ancora sciolto. Ordini dei medici: “Estendere ai Cpr l’indagine conoscitiva sul sistema penitenziario” di Patrizia Maciocchi Il Sole 24 Ore, 19 settembre 2026 La proposta arriva all’indomani della notizia sull’inchiesta dei falsi certificati per dichiarare l’incompatibilità con la detenzione nei Centri. “Estendere ai Centri di permanenza per i rimpatri l’indagine conoscitiva sulle condizioni del sistema penitenziario appena avviata dalla Commissione Giustizia della Camera, con uno specifico approfondimento sulle condizioni di salute delle persone trattenute nei Cpr”. È la proposta lanciata dal presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli. “Quando una persona è privata della libertà personale - afferma Anelli - è dovere dello Stato assicurarsi delle condizioni nelle quali vive e garantire pienamente i suoi diritti fondamentali, a cominciare dalla salute. Per questo riteniamo importante che l’indagine conoscitiva avviata dalla Commissione Giustizia possa essere estesa anche ai Centri di permanenza per i rimpatri”. L’indagine sulle condizioni dei penitenziari - La Commissione Giustizia della Camera ha deliberato lo svolgimento di un’indagine conoscitiva sulle condizioni del sistema penitenziario, che si concluderà entro 6 mesi, ricorda la Fnomceo in una nota. Il programma prevede, tra l’altro, l’audizione delle autorità sanitarie competenti e del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, oltre a missioni negli istituti penitenziari per verificare in loco le condizioni delle persone detenute e degli operatori. Come ribadito in più sentenze dalla Corte costituzionale, da ultimo con la sentenza 96/2025, il trattenimento nei Cpr, pur non avendo natura di pena, costituisce una misura privativa della libertà personale. La Corte ha, infatti, ricondotto espressamente il trattenimento dello straniero alla sfera tutelata dall’articolo 13 della Costituzione, con le garanzie che ne conseguono. Le verifiche sulla salute delle persone trattenute nei Cpr - Per questo “crediamo sia necessario conoscere le condizioni di salute delle persone trattenute nei Cpr, verificare quale assistenza sanitaria sia effettivamente disponibile e come siano garantite la continuità delle cure e la tutela della dignità della persona”, chiede Anelli. “Estendere l’indagine - sottolinea - consentirebbe al Parlamento di acquisire elementi oggettivi e di verificare direttamente la situazione”. “La tutela della salute non conosce confini né distinzioni e deve essere garantita a ogni persona”, ammonisce il presidente dei medici. “A maggior ragione quando quella persona è affidata alla responsabilità dello Stato e non è libera di provvedere autonomamente ai propri bisogni di salute”. Per Anelli, “conoscere le condizioni nei luoghi di trattenimento significa esercitare fino in fondo questa responsabilità”. La ricognizione sui Cpr chiesta a luglio dal Consiglio di Stato - A luglio scorso il Consiglio di Stato aveva concesso sei mesi di tempo al ministero dell’Interno per procedere “a una puntuale ricognizione della situazione esistente nei Cpr, con particolare riferimento ai profili dell’assistenza sanitaria e psicologica, alla formazione del personale impiegato, nonché all’analisi degli episodi critici verificatisi con maggiore frequenza nel corso dell’ultimo quinquennio”. Palazzo Spada aveva dettato la deadline nella sentenza che aveva accolto un ricorso con il quale l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) sollecitava i giudici a ordinare al Ministero di ottemperare a una precedente loro decisione risalente all’ottobre dello scorso anno. Per lo svolgimento dell’ordinata attività istruttoria, ci dovrà essere una sinergia con il ministero della Salute e con il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale; e all’esito, l’Amministrazione dovrà adottare una motivata determinazione finale, esplicitando le ragioni delle scelte compiute. L’inchiesta della procura di Ravenna sui falsi certificati - La proposta dell’Ordine dei medici arriva sulla scia della notizia sull’inchiesta, partita dalla Procura di Ravenna, che ha coinvolto e perquisito 23 medici in tutta Italia. L’accusa è di aver firmato certificati “falsi” per dichiarare l’incompatibilità dei migranti con la detenzione nei Cpr e, dunque, impedire il rimpatrio. Un’accusa respinta al mittente dalle associazioni mediche e dagli attivisti, come Medici senza Frontiere e Mediterranea, che difendono i sanitari, denunciando che i Cpr trattengono in modo disumano persone affette da gravissime patologie psichiatriche che non dovrebbero trovarsi lì. Il rapporto del Comitato europeo di prevenzione della Tortura - Nell’ultimo rapporto del 2025, il Comitato europeo di prevenzione della Tortura sull’Italia ha descritto casi di maltrattamenti fisici nei Cpr visitati; l’assenza di un monitoraggio rigoroso e indipendente degli interventi coercitivi e la mancanza di un’accurata registrazione delle lesioni subite dai trattenuti o di una valutazione oggettiva della loro origine; critica anche la pratica della diffusa somministrazione di psicofarmaci non prescritti. Infine, ci sono gli aspetti carcerari in strutture che carceri non sono: sbarre e schermi metallici alle finestre, armature rinforzate e i cortili di passeggio simili a gabbie. In questo contesto, quasi quotidiani gli atti di autolesionismo. La politica abbia il coraggio di abbandonare il metodo di governo fondato sulla paura di Francesco Palazzo* Il Dubbio, 19 settembre 2026 È incontestabile che la politica penale, e quella carceraria in particolare, è un comparto non indifferente della politica generale. Con la conseguenza che, se non si modificano le coordinate generali della politica, sarà difficile mutare la politica carceraria e l’esecuzione penitenziaria. Troppo noi abbiamo ceduto ai valori dell’individualismo anche edonistico, lasciando in ombra il solidarismo che costituisce il grande messaggio innovativo contenuto nella Costituzione. Tra i grandi della Terra solo Papa Bergoglio ebbe il coraggio, in particolare con i suoi ben sedici interventi proprio sul carcere, di rinnovare e attualizzare potentemente quel messaggio destinato a credenti e non credenti. C’è poi un’altra premessa necessaria per tentare di riparare al disastro. Vorrei permettermi a questo proposito un’accorata esortazione alla politica: abbia coraggio! Abbia il coraggio di abbandonare il metodo di governo fondato sulla paura! È un metodo che forse può portare qualche immediato vantaggio elettorale ma che alla lunga sfibra la società allentando i legami sociali e indebolendo le istituzioni democratiche: specialmente nel mondo carcerario ma anche altrove può generare polveriere di rabbia che rischiano di esplodere travolgendo quegli stessi irresponsabili nuovi apprendisti stregoni che le hanno alimentate. Coraggio significa abbandonare l’angusta prospettiva delle soluzioni emergenziali, come giustamente ammonisce l’UCPI. Che si tratti di auspicabili, quanto improbabili, provvedimenti di clemenza generale o di pur coraggiosi e illuminati interventi della Corte costituzionale, non bastano più dinanzi al disastro in atto. Al punto in cui si è incancrenita la “questione penitenziaria” è necessaria una radicale e coraggiosa svolta culturale. È giunto il momento di rimettere al primo posto il principio di umanità della pena, che è per sua natura da anteporre allo stesso principio rieducativo. Prima viene il divieto di pene inumane, che è un limite assoluto ed inderogabile; poi viene la rieducazione, che può anche sopportare equilibrati bilanciamenti nel quadro della mai rifiutata concezione polifunzionale della pena. Nonostante i suoi enormi meriti storici, è però innegabile che il principio rieducativo, nelle mani del legislatore, abbia ben spesso svolto un ruolo ambiguo, essendo stato utilizzato, con una buona dose di ipocrisia, anche in senso deflativo e indulgenziale, senza però nel contempo riuscire a salvaguardare l’umanità della pena e la dignità della sua esecuzione. Dunque, priorità al principio di umanità! E sua centralità nella politica delle riforme del sistema. Non è conforme al principio di umanità il fatto che alla legittima ricerca di un sempre maggiore benessere nella vita libera corrisponda la tacita accettazione, se non il deliberato perseguimento, di condizioni carcerarie sempre più dure. E sul punto ci sarebbe molto da dire anche in termini di psicologia sociale. Ma soprattutto deve scandalizzare la piaga drammatica dei suicidi in carcere; ai quali vanno aggiunti gli atti di autolesionismo e le morti per malattie contratte o non curate in carcere. Impressionante soprattutto è il rapporto differenziale tra il tasso dei suicidi in carcere e quello nella vita libera: c’è chi lo quantifica in 1 a 18 e chi arriva a calcolarlo in un rapporto superiore a 20. Ciò significa nella sostanza che lo Stato diventa carnefice: dispensatore di una morte per così dire “indiretta” ma che a ben vedere è più crudele e più illegittima di quanto sarebbe la morte come pena “diretta” e “formale”. E ciò perché la morte dispensata in questo modo obliquo finisce per essere riservata ai soggetti più deboli e vulnerabili, aggiungendo ingiustizia a ingiustizia. Eppure sembra quasi che quello dei suicidi sia da accettare come un prezzo fisiologico del sistema carcerario. Il principio di umanità indirizza poi verso concrete scelte di politica carceraria, che rappresentano altrettanti adempimenti costituzionalmente cogenti per il legislatore e per l’amministrazione. Innanzitutto, esso dovrebbe ispirare l’uno e l’altra nella formulazione e attuazione della disciplina dell’universo penitenziario in tutti i suoi risvolti significativi, senza lasciare margini di discrezionalità negli spazi più sensibili della vita carceraria. In secondo luogo, è proprio il principio di umanità, prima ancora delle esigenze di deflazione carceraria, a imporre una politica di decarcerazione reale ed effettiva in quanto fondata sulla eliminazione edittale delle pene carcerarie brevi da sostituire già in astratto con pene alternative non perciò meno efficaci. In questo modo sarebbe ridotto il tasso complessivo di disumanità di un sistema tutto incentrato su una pena intrinsecamente violenta e dunque ontologicamente disumana com’è quella carceraria. In terzo luogo, il principio di umanità dovrebbe indirizzare il legislatore verso una marcata differenziazione delle modalità esecutive della pena carceraria in relazione alla diversa e maggiore vulnerabilità che alcuni soggetti presentano per condizioni personali soggettive o sociali. In effetti, la particolare vulnerabilità finisce per produrre nei loro confronti una ingiustificata eccedenza afflittiva della pena, che si pone in tensione sia col principio di eguaglianza sia con quello di proporzionalità in concreto della pena. Indubbiamente, un piano di riforme che rimetta al primo posto il sommo principio di umanità e da esso sappia cogliere tutte le implicazioni che ne discendono presuppone, oltre ad una svolta culturale, una politica che abbia il coraggio di andare al di là del ristretto orizzonte della paura e del suo facile (mal-)governo. *Emerito di diritto penale Università di Firenze Sicurezza tra realtà e percezione (e il prezzo della paura indotta) di Leonardo Becchetti Avvenire, 19 settembre 2026 La sicurezza è tornata al centro delle preoccupazioni degli italiani. Nell’aggiornamento Ipsos pubblicato a fine luglio, il 38 per cento indica crimine e violenza tra i principali problemi del Paese, davanti a sanità (34), disoccupazione (31), povertà e disuguaglianze (27) e tasse (24). Già a gennaio il 46 per cento dichiarava di sentirsi meno sicuro rispetto a tre anni prima. Tra le cause: comportamenti violenti tra i giovani (55 per cento) e immigrazione irregolare e non controllata (44 per cento). Sono percezioni da prendere sul serio. Ma prenderle sul serio non significa assumerle automaticamente come fotografia della realtà. Ed è qui che i nuovi dati del Rapporto sul BenVivere e la Generatività dei territori 2026, che presenteremo alla prossima edizione del Festival Nazionale dell’Economia Civile, ci consegnano un risultato importante. Il Rapporto confronta, in 53 aree vaste italiane, otto dimensioni del benvivere misurate attraverso indicatori statistici con la valutazione espressa da circa 6.000 cittadini. Sulla sicurezza emergono due fatti da tenere insieme. Il primo è che esiste un deterioramento reale: il 43,4 per cento dei territori è in declassamento e gli indicatori peggiorano per omicidi, reati contro le persone e reati economici, mentre diminuiscono leggermente i reati contro le cose. Sarebbe quindi sbagliato liquidare la domanda di sicurezza come un’invenzione. Il secondo fatto fa ancora più impressione. Su una scala normalizzata da 70 a 130, la distanza media tra sicurezza reale e percepita è di 20,9 punti: di gran lunga il divario più elevato tra tutte le dimensioni considerate. I cittadini vedono dunque un deterioramento che in parte esiste, ma lo rappresentano in misura molto più grave di quella restituita dagli indicatori oggettivi. Questo scarto conta perché la percezione, anche quando è imprecisa, produce conseguenze reali. Nel Rapporto il BenVivere percepito presenta una correlazione con la soddisfazione di vita pari a 0,836, contro 0,483 del BenVivere misurato attraverso dati oggettivi. Non significa che la realtà non conti, né che una correlazione dimostri causalità. Significa però che viviamo anche dentro la rappresentazione che costruiamo del mondo. Possiamo abitare in un territorio relativamente sicuro e stare peggio se siamo convinti di vivere circondati da minacce. Uno sguardo più lungo rende il contrasto ancora più evidente. Steven Pinker, in The Better Angels of Our Nature, raccogliendo una vasta letteratura storica sulla violenza, ricorda come nel corso dei secoli la probabilità di morire per mano di un altro essere umano sia drasticamente diminuita. In Italia il tasso di omicidi è passato da circa 5,9 ogni 100mila abitanti alla fine dell’Ottocento a circa 0,6 nel quinquennio 2020-2024. Questo non significa che la violenza diminuisca sempre né che gli aumenti recenti vadano minimizzati. Significa però che il nostro giudizio sul presente può perdere facilmente la prospettiva storica. Perché allora percezione e realtà possono divergere così tanto? Tversky e Kahneman parlavano di “euristica della disponibilità”: tendiamo a stimare la probabilità di un evento sulla base della facilità con cui ce ne vengono in mente esempi. E la cronaca non è un campione casuale della realtà. Un omicidio, un’aggressione, una rapina sono giustamente notizie. Le migliaia di luoghi e giornate nei quali non accadono non lo sono. Il numeratore arriva ogni sera nelle nostre case; il denominatore quasi mai. I media possono quindi non limitarsi a riflettere le percezioni, ma contribuire a formarle. In un lavoro con Berkan Acar sui dati della European Social Survey abbiamo trovato che, a parità di istruzione, condizione professionale, età, genere e orientamento politico, più tempo trascorso davanti alla televisione è significativamente associato a una valutazione più negativa del contributo degli immigrati all’economia del Paese ospitante. Tra le spiegazioni compatibili con il risultato vi sono la sovrarappresentazione degli eventi negativi che coinvolgono migranti e la scarsa presenza della loro voce nel racconto televisivo. Il problema diventa allora politico. Una buona politica della sicurezza deve ridurre i reati, presidiare i territori, contrastare l’illegalità e governare l’immigrazione irregolare. Ma deve anche evitare che la paura diventi una tecnologia del consenso. Se si enfatizza continuamente il singolo episodio senza fornire la scala del fenomeno, una notizia vera può produrre una rappresentazione falsa. Per questo, come abbiamo già scritto, servirebbe un piccolo “diritto al denominatore”. Quando il servizio pubblico racconta un fatto di cronaca ad alto impatto emotivo dovrebbe accompagnarlo, quando possibile, con pochi dati: quante volte accade in rapporto alla popolazione, come è cambiato negli ultimi cinque o dieci anni, quali territori e gruppi sono realmente più esposti. Non per minimizzare il delitto, ma per dargli la giusta dimensione. La sicurezza è un diritto troppo importante per essere lasciato alla contesa tra chi nega i problemi e chi li amplifica. La sfida è doppia: rendere le nostre città più sicure e rendere più accurata la nostra percezione della loro sicurezza. Perché la paura di un pericolo è essa stessa un fatto reale. E quando cresce molto più del pericolo che dovrebbe rappresentare finisce per ridurre il benessere, erodere la fiducia e cambiare il modo in cui guardiamo gli altri. Astensione dalle udienze per 7 giorni così gli avvocati riportano al centro dell’attenzione l’emergenza carceraria di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 19 settembre 2026 I motivi della protesta sono i soliti: il sovraffollamento, le condizioni degli istituti, la carenza di personale e i suicidi ma anche la recente vicenda delle intercettazioni dei colloqui tra avvocati e detenuti nel carcere di Perugia Capanne. Una settimana di astensione dalle udienze per riportare al centro dell’attenzione l’emergenza carceraria e, insieme, la tutela del diritto di difesa. Dal 23 al 29 settembre l’Unione delle Camere penali italiane ha proclamato l’astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria. I motivi della protesta sono - purtroppo - i soliti: il sovraffollamento, le condizioni degli istituti, la carenza di personale e i suicidi, ma anche la recente vicenda delle intercettazioni dei colloqui tra avvocati e detenuti nel carcere di Perugia Capanne. “Il mio cane vive 50 volte meglio di un detenuto a Regina Coeli: prende i croccantini quando vuole, viene assistito se malato, beve l’acqua e può andare a passeggiare se ne ha bisogno”, ha affermato il presidente della Camera penale di Roma, Giuseppe Belcastro. La mobilitazione arriva a ridosso della decisione, prevista per il 22 settembre, della Corte costituzionale sulla questione sollevata dal Tribunale di sorveglianza di Firenze riguardo la possibilità di differire l’esecuzione della pena quando le condizioni concrete della detenzione risultino incompatibili con i diritti fondamentali della persona. Giovedì scorso, comunque, è arrivata la risposta del ministro della Giustizia Carlo Nordio all’interrogazione presentata dal senatore di Forza Italia Pierantonio Zanettin intercettazioni effettuate dalla Procura di Perugia nell’ambito di un procedimento nel quale era indagata una avvocata. L’autorizzazione riguardava i suoi colloqui con un detenuto da lei assistito. Il problema si sarebbe verificato nella fase esecutiva: nel carcere di Capanne c’erano quattro sale destinate agli incontri tra detenuti e difensori e, non potendo sapere in anticipo quale sarebbe stata utilizzata, le captazioni furono predisposte in ogni sala, con il risultato che sono state registrate anche tutte le altre conversazioni. La Procura di Perugia ha riferito al Ministero che queste conversazioni fra avvocati e assistiti detenuti non furono utilizzate nel procedimento, né trascritte o valorizzate negli atti d’indagine. Ma non è stato possibile stabilire con precisione quanti colloqui siano stati effettivamente captati al di fuori dell’autorizzazione. Il ministro ha sottolineato che il mancato impiego processuale delle registrazioni non cancella la gravità dell’accaduto. E ci mancherebbe altro. La segretezza del colloquio tra difensore e assistito, ha scritto nella risposta al Parlamento, ha “la stessa sacralità della confessione religiosa” e le conversazioni di un difensore estraneo al procedimento “non possono essere ascoltate”, a prescindere dalla loro utilizzabilità processuale. Il Procuratore generale di Perugia ha comunque aperto un autonomo fascicolo per approfondire quanto accaduto e ha incontrato i rappresentanti della Camera penale e dell’Ordine degli avvocati. Il Ministero ha inoltre disposto ulteriori accertamenti per ricostruire i fatti, verificare la conformità dell’operato degli uffici alle norme e individuare eventuali responsabilità. Se dagli approfondimenti dovessero emergere condotte suscettibili di rilievo disciplinare imputabili a magistrati, saranno valutate le iniziative conseguenti. “Il mancato utilizzo in sede processuale delle intercettazioni tra gli avvocati e i loro clienti captate al di fuori dell’ambito regolarmente autorizzato non elimina la loro illiceità, né la gravità dell’accaduto”, ha commentato Zanettin, auspicando che l’indagine ispettiva venga conclusa “con il massimo rigore”. L’AI entra in Cassazione ma chi controllerà che non sia lei a decidere? Ora vigilare sulla delega di Luigi Salvato* Il Dubbio, 19 settembre 2026 “L’AI sbarca in Cassazione” è l’incipit del titolo di un articolo del Sole 24 Ore dello scorso 16 settembre, dal quale si apprende che la Cassazione ha messo l’intelligenza artificiale al lavoro sui ricorsi. In particolare, “la scheda di spoglio, la mappa del fascicolo destinata ai giudici”, oggi “compilata dagli addetti all’Ufficio per il processo attraverso un’attività lunga e ripetitiva”, è affidata all’AI, che restituisce una “scheda uniforme: materia, sviluppo del processo, motivi del ricorso, difese della controparte”. Nessuna paura di una delega in bianco all’AI. La scheda non è definitiva (l’operatore la confronta con il fascicolo, il magistrato la supervisiona) e, a maggior ragione ed ovviamente, resta escluso che la decisione, finanche un progetto di decisione sia affidata all’AI. L’iniziativa, realizzata per la sezione tributaria, a breve estesa a tutte le sezioni civili, si muove all’interno dei confini tracciati dalle norme europee e nazionali e dalle direttive del CSM (delibera dell’8 ottobre 2025, aggiornata il 22 luglio di quest’anno), merita un plauso e va accolta con favore, ma occorre non ignorare i rischi insiti nell’estensione dell’AI pur solo alla fase solo organizzativa e preliminare. Le premesse che l’AI è utile alla giustizia - per accelerare la ricerca, ordinare documenti, individuare ricorrenze, agevolare i controlli - e che la decisione, per note ragioni, deve inderogabilmente restare riservata al giudice, sono ovvie. La questione è, tuttavia, come distinguere l’assistenza dalla delega, come stabilire quando finisce la prima ed inizia la seconda, come impedire che si passi dall’assistenza alla delega. La questione sembra risolta dalle fonti normative di vario grado. Per tutte, basta ricordare che il Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act), la legge n. 132/2025 e le richiamate direttive del CSM stabiliscono a chiare lettere che l’AI deve essere sempre supervisionata dal magistrato e che ogni decisione relativa all’interpretazione e applicazione della legge, alla valutazione dei fatti e delle prove e all’adozione dei provvedimenti deve essere riservata al giudice. La delega della decisione, sul piano formale, è saldamente vietata, ma occorre chiedersi se la barriera sia sufficiente su quello sostanziale. La letteratura sui rischi dell’utilizzo dell’AI nella giustizia è amplissima, ma resta la difficoltà del problema concreto, del confronto con la banalità del quotidiano, di come effettivamente scongiurare che dall’assistenza si passi alla delega. L’AI identifica e sintetizza le questioni, individua i precedenti, ma poi va (può andare) anche oltre, elabora risposte e soluzioni argomentate. Tanto fanno altresì, sempre meglio, numerosi modelli di AI specialistici, a pagamento, diversi da quelli del circuito istituzionale che si evolvono a velocità impressionante. Non sembra offensivo ipotizzare che i magistrati, per il peso dei carichi di lavoro e per molte altre intuitive, banali ma non inverosimili ragioni, al momento della decisione, in una sfera per definizione riservata ed al riparo da ogni sguardo esterno, specie nel settore civile, possano avvalersi di uno dei modelli di AI disponibili (anche diverso da quelli istituzionali) e varcare il labile confine tra assistenza e delega, soprattutto per le questioni importanti, benché nella giustizia tutti i casi debbano ritenersi importanti. L’eventualità è rafforzata dall’apparire le risposte dell’AI confortate dal rigore dell’analisi statistica e dalla completezza del confronto con i precedenti, sempre più accurato nei modelli di AI più costosi, ben diverse da quelle fornite dai dadi utilizzati dal giudice Bridoye della celeberrima satira di François Rabelais e che, quindi, risultano credibili ed affidanti. È strisciante ed insidioso il rischio di una risposta organizzata, apparentemente razionale, sostenuta da migliaia di dati, che può finire per essere considerata non solo il naturale punto di partenza, ma addirittura di arrivo del ragionamento decisorio. Eppure, resta il rischio di risposte errate, frutto di allucinazioni, ma resta soprattutto la violazione dei principi fondamentali che governano la giurisdizione, occorrendo peraltro riflettere sul se ed in quale misura la riserva di controllo possa comunque implicare una vietata delega di decisione. È dunque necessario anzitutto assicurare, attraverso la formazione, elevata competenza dei magistrati nell’utilizzo dell’AI, familiarità con la conoscenza degli algoritmi, per individuarne bias ed allucinazioni, ed è necessario che il CSM, regolamenti, come ha fatto, l’utilizzo dell’AI con direttive che integrano ed esplicitano le norme. È necessario, ma non sufficiente. La questione più pressante - semplice da enunciare, ma difficile da risolvere - è quella della verifica e del controllo del corretto utilizzo dell’AI. Non è, infatti, sufficiente che una norma vieti la delega della decisione, ma occorre un sistema di garanzie in grado di scongiurare che la decisione possa essere della macchina. Un tale sistema deve muovere anzitutto dalla formazione, purché non soltanto tecnica e capace di assicurare maturazione e condivisione dei valori della magistratura, del significato dei doveri deontologici ed etici che inderogabilmente si impongono ai magistrati, oggi estesi al corretto utilizzo dell’AI. La formazione tuttavia neppure basta; è ineludibile un adeguato controllo che non può, né deve essere soltanto quello in sede disciplinare. I controlli che si impongono, adeguati allo scopo, sono infatti quelli della professionalità e della deontologia che, correttamente intesa, comprende doveri di contenuto più ampio di quelli disciplinarmente rilevanti. La vera questione è allora come garantire efficacia ed effettività di detti controlli. Relativamente a quelli concernenti i doveri deontologici, andrebbe valutata l’opportunità di riconsiderare la scelta di affidare all’ANM il compito di custode del relativo codice, per riallocarlo nella sede naturale del CSM, ovviamente non disciplinare. Quanto al controllo di professionalità, non è facile accertare un uso non corretto dell’AI, salvo casi clamorosi, qualcuno forse già verificatosi. Non è semplice, ma neppure impossibile. Occorre dunque che il CSM rifletta su come rafforzare ed aggiornare i criteri di controllo di professionalità, responsabilizzando, in particolare, i presidenti di sezione e di collegio, i quali operano a contato quotidiano con i colleghi e sono quelli che più agevolmente possono avere contezza di un uso non corretto dell’AI, anche tenendo conto di eventuali (motivate e collaborative) osservazioni dell’avvocatura. È questa una delle sfide che il prossimo CSM è chiamato ad affrontare e vincere, complicata, come è complicato comprendere, dato il vorticoso sviluppo dell’AI, se in futuro, quando il giudice dirà “questa è la mia decisione”, saremo davvero in grado di distinguere ciò che ha lui ha pensato da ciò che gli ha suggerito la macchina, in uno scenario distopico, ma non inverosimile. *Ex Procuratore generale Corte di Cassazione Catanzaro. Detenuto morto in carcere, caso Lauria sotto la lente del ministro della Giustizia di Alessandra Serio tempostretto.it, 19 settembre 2026 Il Guardasigilli risponde ad una delle 3 interrogazioni parlamentari dopo la denuncia di mamma Michela sulla morte di Ivan. A due anni dalla morte del figlio, la madre e gli altri familiari di Ivan Lauria attendono di avere chiarezza sul caso del giovane detenuto. Dopo la lettera del presidente Mattarella alla mamma e tre interrogazioni parlamentari, arriva una prima risposta dal ministro della Giustizia sul caso del 28enne scomparso in carcere a Catanzaro a novembre 2024. L’indagine della Procura calabrese intanto è ancora in corso. La morte in cella nel 2024, l’indagine ancora aperta - Il Guardasigilli Nordio ha risposto per iscritto all’interrogazione del deputato Riccardo Magi (+Europa), spiegando che il ministero ha acquisito una approfondita relazione sulla vicenda, ricostruendo i passaggi che hanno preceduto la morte di Ivan. L’ispezione ministeriale è stata disposta a marzo 2025, ed a luglio scorso via Arenula ha chiesto alla Procura di Catanzaro gli esiti degli accertamenti disposti sul caso. Il dossier del medico legale che ha effettuato l’autopsia sul corpo di Ivan Lauria è stata depositata a febbraio 2026. Prima dell’estate i legali della famiglia - l’avvocato Pietro Ruggeri che assiste mamma Michela Lauria e il collega Giuseppe Serafino per la zia - hanno chiesto lumi sullo stato del procedimento, ancora aperto senza iscrizione nel registro degli indagati e senza che siano stati effettuati ulteriori accertamenti, per quel che è possibile conoscere. Anche il Guardasigilli, dunque, ad oggi attende risposte dalla magistratura calabrese. L’ispezione ministeriale e le interrogazioni parlamentari sul caso messinese - I fari del ministero comunque sono accesi ed ora la famiglia spera che qualcos’altro si muove, visto che il dicastero deve ancora rispondere alla terza interrogazione parlamentare presentata sul caso del detenuto messinese. Dopo la deputata Debora Serracchiani (Pd) alla fine del 2024 e Riccardo Magi il 14 luglio scorso al quale il Guardasigilli ha risposto lo scorso 16 settembre, anche la senatrice Ilaria Cucchi (Avs) il 15 luglio scorso, ha firmato una interrogazione nella quale sollecita risposte sulla vicenda. La battaglia di mamma Michela non si ferma - L’intervento del ministro conforta mamma Michela (che in questa intervista a Silvia De Domenico ricostruisce la sua battaglia e la storia di Ivan), che però non si arrenderà fino a quando non avrà chiarezza su cosa si è portato via suo figlio di appena 28 anni. “Ivan aveva tanti problemi - aveva spiegato mamma - ma era ancora giovane e aveva tutta la vita davanti per cambiare strada, salvarsi. In carcere era affidato alla tutela Stato, invece è morto”. Il ragazzo è spirato il 15 novembre scorso nel carcere di Catanzaro e la madre ha scoperto che era stato trasferito lì soltanto il giorno dopo, quando è stata avvisata del decesso. Il referto medico parla di un arresto cardio circolatorio senza altri accenni ma secondo la mamma sul corpo del ragazzo c’erano i segni di un pestaggio. Oltre alle circostanze relative alle ultime ore di Ivan, Michela Lauria e l’avvocato Ruggeri vogliono capire perché, malgrado le sue condizioni, il ragazzo era ancora dietro le sbarre. Firenze. Il report su Sollicciano: “Trasferiti 218 detenuti. Ma i problemi restano” di Stefano Brogioni La Nazione, 19 settembre 2026 La relazione della Camera Penale: “Con le sezioni chiuse ancora sovraffollamento”. A fronte dei sequestri di alcune sezioni da parte della magistratura, ci sono 218 detenuti in meno nel carcere di Sollicciano, ma i problemi restano. Permangono le infiltrazioni alla terza sezione, continua a non funzionare l’ascensore, il nido è inagibile. È quanto si legge nel report della Camera Penale di Firenze, che lo scorso 10 settembre ha fatto un sopralluogo della durata di tre ore nel penitenziario fiorentino. Qualche buona notizia, comunque, c’è: con l’alleggerimento del carico di detenuti, sono stati fatti alcuni interventi quanto meno “estetici” - come imbiancature e sistemazione di fili pendenti - e a breve potrebbero essere pronte le promesse due stanze dell’affettività. Le carenze. “Si confermano le carenze strutturali e di organico già evidenziate nelle precedenti visite e qualche piccolo miglioramento è stato notato con ambienti rimbiancati anche grazie alla donazione di vernici e antimuffa da parte della Camera Penale di Firenze e parte degli impianti elettrici sistemati e con meno fili elettrici volanti a vista d’occhio - si legge nella relazione del direttivo della Camera Penale composto dagli avvocati Duccio Baglini, Rosa Todisco e Duccio Martellini -. I muri della tromba delle scale per andare alle varie sezioni sono sporchi ed anneriti e si sente un cattivo odore ed abbiamo potuto constatare che non tutte le camere detentive sono dotate di ventilatore. I numeri. Alla data del 10 settembre, “erano presenti in istituto 443 detenuti di cui 348 uomini e 95 donne di cui una ristretta in stato di gravidanza, 4 ricoveri e 2 Tso - si legge ancora -: la attuale capienza regolamentare è di 269 detenuti ed il tasso di affollamento è del 166,17%”. “In seguito al sequestro dell’autorità giudiziaria, oltretutto, si palesa il problema che il numero dei detenuti è sempre notevole ma gli spazi sono ad oggi minori proprio per effetto del vincolo cautelare disposto dal gip del Tribunale di Firenze”. La convivenza. Peraltro, prosegue la Camera Penale fiorentina, “tali numeri mal si conciliano con la presenza di circa 55 etnie diverse soprattutto di provenienza magrebina e subsahariana. Difficile la convivenza con i gruppi albanesi e est-europei per reciproche intollerabilità culturali e religiose. La maggior parte della popolazione carceraria è straniera ed oltre il 50% risulta legata a problemi di tossicodipendenza gestito in terapia all’interno dell’Istituto. Vi è carenza di organico della Polizia Penitenziaria con una forza operativa prevista di 416 unità: la forza effettiva è di 320 agenti e la percentuale di scopertura è del 23%. Gli Educatori dovrebbero essere 11 ma al momento sono 8 (a breve sono previste ulteriori defezioni). È presente un mediatore culturale fisso. Novara. Appello della Camera penale: “Ripensare il carcere e le pene alternative” di Marco Benvenuti La Stampa, 19 settembre 2026 Il 29 si terrà un convegno proposto dagli avvocati nella sala dell’Ordine professionale. “La situazione delle carceri sta diventando intollerabile. Dall’inizio dell’anno in Italia abbiamo avuto 46 suicidi e altre 110 morti per altre cause: sono persone affidate allo Stato. Non si può non pensare a forme alternative di esecuzione della pena”. È l’auspicio lanciato ieri, giovedì, dal presidente della Camera penale di Novara, l’avvocato Federico Celano, assieme ai colleghi del direttivo, alla vigilia di un evento nazionale sul tema, in programma questo sabato a Firenze, e di un’iniziativa locale che si terrà martedì 29 settembre nella sala dell’Ordine per discutere della situazione novarese. Si tratta del convegno “Carcere. Com’è, come lo vorremmo”, cui parteciperanno come relatori Marco Sorbara, consigliere regionale della Valle d’Aosta, ideatore del progetto “La Gabbia-4 passi per 2”, che ha sperimentato in prima persona il problema degli errori giudiziari essendo stato assolto nel 2021 dopo 909 giorni di arresti; Nathalie Pisano, garante cittadino dei detenuti, e Bruno Mellano, già garante regionale dei detenuti del Piemonte protagonista di molte campagne per migliorare le condizioni degli istituti di pena. “Là dentro manca tutto” -Doveva esserci anche il direttore della casa circondariale di Novara, Mario Peraldo, arrivato pochi mesi fa. Ma, comunica Celano, “abbiamo saputo da poco che è stato destinato ad altro incarico. Ancora una volta a Novara c’è un avvicendamento di direttore. Ci dispiace perché proprio di recente era stato avviato un dialogo ed erano state pensate a iniziative concrete, fra cui i dieci ventilatori che la Camera penale ha mandato quest’estate di caldo estremo. In carcere manca davvero tutto, e quello era un primo passo per essere d’aiuto a chi è detenuto”. “Che ne sarà del 41 bis?” - Secondo gli avvocati novaresi, la politica deve ripensare al momento di esecuzione della pena, a misure alternative come i domiciliari e la messa alla prova, così da superare le condizioni di criticità. E, per quanto riguarda in particolare Novara, “bisogna ridisegnare la struttura. Abbiamo l’ex femminile bloccato da anni, con una proposta di creazione di presidio sanitario psichiatrico pendente da decenni. C’è poi tutto il comparto “41 bis” smantellato a giugno, col trasferimento dei condannati a Vigevano. Vogliamo sapere che ne sarà di quell’area, tenuto presente che vi erano celle con una particolare conformazione”. Se ne parlerà sicuramente il 29 settembre. Catanzaro. Bottiglie di plastica per fare la doccia: monta la rabbia tra i detenuti di Alta sicurezza di Nico De Luca catanzarochannel.it, 19 settembre 2026 A lanciare l’ennesimo allarme sulle condizioni della struttura di Siano la Camera Penale Cantàfora. C’è una sezione del carcere “Ugo Caridi” di Catanzaro che rischia di essere sequestrata, quantomeno di mandare in tilt il sistema penitenziario del capoluogo di Regione. È proprio quella di Alta sicurezza, reparto speciale dedicati alla gestione di detenuti e internati considerati di spiccata pericolosità, in particolare condannati per reati associativi di tipo mafioso o traffico di stupefacenti. In una delle ultime visite effettuate, gli avvocati della Camera Penale Cantàfora di Catanzaro hanno potuto constatare di persone le condizioni fatiscenti e degradanti del reparto che attende da tempo una radicale ristrutturazione. Un esempio emblematico nelle docce dove per canalizzare l’acqua i detenuti usano bottiglie di plastica tagliate e legate intorno al soffione. Oggi a Firenze “Lo Stato generale dell’esecuzione penale” - anatomia di un disastro (Grand Hotel Adriatico), riunione nazionale voluta dalle Camere penali di tutta Italia ed annunciata nel corso di decine di conferenze stampa simultanee svoltesi nelle sedi delle maggiori città italiane. A Catanzaro l’appuntamento si è tenuto all’interno della Corte d’Appello, presso la Biblioteca dell’Ordine forense. Qui la presenza contestuale di avvocati, magistrati e politici è servita ad appoggiare un movimento libero di pensiero che intende rendere più dignitosa la vita dei detenuti. “Ormai - ha detto il presidente della Camera Penale Cantàfora di Catanzaro Francesco Iacopino . non si può parlare più di questione carceraria, ma di emergenza carceraria perché abbiamo raggiunto di nuovo tassi di sovraffollamento analoghi a quelli che nel 2012 hanno portato l’Italia ad essere condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per trattamenti inumani e degradanti. Non solo, noi abbiamo un tasso medio di sovraffollamento del 142%, alcuni istituti addirittura superano la soglia del 200% di sovraffollamento. Nei vari istituti penitenziari la situazione è vicina al collasso e non mancano casi limite, anche in Calabria. E tutto ciò malgrado l’alta professionalità della Polizia Penitenziaria. Penso alla punta dell’iceberg che è stata l’esperienza del carcere fiorentino di Sollicciano dove la magistratura locale ha sequestrato un’intera sezione perché è assolutamente inidonea a garantire la dignità dei detenuti. Spesso la direttrice mi dice che alcuni detenuti siano letteralmente fuori posto all’interno del carcere - ha aggiunto l’avvocato penalista catanzarese - Allora, quando la riflessione è questa, noi capiamo che è la medicina ad essere sbagliata. Spendiamo troppo, spendiamo male e non risolviamo i problemi. Dobbiamo fare corrette diagnosi e applicare le terapie adeguate ai fenomeni che intendiamo regolare, senza slogan, perché buttare via le chiavi non ci rende affatto più sicuri”. La prima criticità nella struttura del quartiere Siano è il sovraffollamento: circa 715 detenuti a fronte di una capacità effettiva di circa 600 posti. Particolarmente delicata è la situazione della salute mentale. Nell’istituto sono circa 150 le persone con problematiche psichiatriche, di cui circa 70 gravi, a fronte di soli 13 posti per l’osservazione. È un altro paradosso del nostro tempo: il disagio mentale viene sempre più spesso scaricato sul carcere e sugli operatori penitenziari. Ma la cella non può essere il luogo di cura di una persona affetta da una patologia psichiatrica. Servono risposte sanitarie e terapeutiche, non la leva penitenziaria. Restano inoltre criticità nelle condizioni materiali. Il caldo viene affrontato con ventilatori e con un frigorifero per ciascuna sezione, che ospita circa 40 detenuti. In alcune sezioni sono state segnalate carenze nell’acqua durante la notte, nell’assistenza medica e negli spazi destinati ai colloqui con i minori. Al piano terra sono presenti due sole docce per 32 detenuti, con problemi di privacy e sicurezza, oltre a segnalazioni relative alla presenza di blatte. Perugia. I detenuti riqualificano gli spazi della sezione maschile del carcere di Capanne di Ilaria Albanesi Corriere dell’Umbria, 19 settembre 2026 Prendersi cura dei luoghi della comunità attraverso interventi di manutenzione, decoro, valorizzazione e rigenerazione condivisa. È questo lo spirito della settimana della custodia 2026 - promossa dal Comune di Perugia e dalla Fondazione Brunello e Federica Cucinelli - che, nei giorni scorsi, ha fatto tappa nel carcere di Capanne, accendendo i riflettori su un luogo spesso lontano dagli occhi della collettività, ma parte integrante del tessuto sociale perugino. Nello specifico, i detenuti nella sezione maschile sono stati coinvolti nella tinteggiatura e nella riqualificazione di un’area interna del carcere. La sindaca di Perugia Vittoria Ferdinandi, l’assessore Andrea Stafisso e Carolina Cucinelli, accolti dalla direttrice Antonella Grella, giovedì 17 settembre hanno voluto incontrarli e ringraziarli per il loro impegno, spostandosi poi nella sezione femminile per salutare le partecipanti a un laboratorio di mosaico. Presente anche Cristiana Bartolucci, direttrice di Formedil Perugia, ente di formazione professionale senza fini di lucro del settore edile, amministrato pariteticamente dalle organizzazioni degli imprenditori e dei lavoratori delle costruzioni. L’iniziativa, infatti, è stata resa possibile grazie all’impegno di Formedil, che da anni opera all’interno degli istituti penitenziari di Perugia e Spoleto con percorsi formativi finalizzati all’inserimento lavorativo dei detenuti. “La tappa di Capanne - ha affermato la sindaca Vittoria Ferdinandi - ha aggiunto un tassello significativo al mosaico della Settimana della Custodia 2026, confermando che la cura dei luoghi è anche cura delle persone. Un messaggio che attraversa l’intera manifestazione e che, nella giornata di oggi, ha trovato espressione in un contesto particolarmente emblematico: quello di un carcere che, attraverso il lavoro, la formazione e la collaborazione con il territorio, diventa luogo di responsabilità e dignità. Questa iniziativa ha un valore enorme - ha proseguito la sindaca - perché custodire la città e i suoi luoghi significa anzitutto non dimenticarne nessuno. Purtroppo, le carceri sono luoghi troppo spesso dimenticati. La nostra Costituzione ci insegna, invece, che non devono essere luoghi di cristallizzazione dei destini, ma anche di riabilitazione. Siamo quindi felici, attraverso la Settimana della Custodia, di offrire anche qui momenti di custodia collettiva e di costruzione di comunità”. “Anche quest’anno - ha commentato l’assessore Stafisso - partecipano Formedil e l’istituzione carceraria. A queste attività a Capanne tengo molto perché consentono di mettere a frutto le competenze acquisite dai detenuti con una formazione mirata. Inoltre, scegliere di prendersi cura di un luogo di detenzione, e non soltanto di aree tradizionalmente considerate meritevoli di attenzione, come parchi e spazi gioco, è una scelta per nulla scontata. Un ulteriore sprone, dunque, a proseguire per questa via”. “La partecipazione dei detenuti e delle detenute alla Settimana della Custodia - ha aggiunto Carolina Cucinelli - ha dato vita al senso di comunità che è ancora più importante in contesti come quello della Casa Circondariale di Capanne, a testimonianza del fatto che l’inclusione e la collaborazione animano azioni di alto valore. Prendersi cura dei luoghi che ci ospitano è un atto di responsabilità civile che rafforza l’idea che il singolo possa sentirsi custode in nome del bene comune”. “Partecipare alla Settimana della Custodia esprime la volontà del carcere di sentirsi parte della comunità e del territorio - ha sottolineato la direttrice della Casa Circondariale di Perugia, Antonella Grella -. Quest’anno puntiamo alla riqualificazione di due reparti maschili, partendo dal piano terra destinato alle attività trattamentali. Poi saranno interessate tutte le sezioni e le stanze dei detenuti. L’obiettivo, quindi, è migliorare la vivibilità degli spazi a tutto vantaggio sia dei detenuti sia del personale. Ringraziamo Formedil e gli imprenditori edili che hanno sostenuto l’iniziativa”. “Quella che si sta svolgendo è un’azione che ha un duplice valore formativo - ha spiegato, infine, Cristiana Bartolucci. La formazione che realizziamo in carcere è sempre orientata all’occupazione e alle assunzioni. Attraverso attività concrete come questa, i detenuti non solo sperimentano competenze spendibili nel mondo del lavoro, ma maturano anche un senso di responsabilità verso gli spazi comuni”. Napoli. Reinserimento lavorativo dei detenuti, nasce lo sportello a Casoria internapoli.it, 19 settembre 2026 Scommettere sul cambiamento del territorio partendo dagli ultimi, offrendo un’opportunità concreta di riscatto e reinserimento lavorativo. È questo l’obiettivo con cui nasce a Casoria lo Spo.R.D. (Sportello Reinserimento Detenuti), un servizio innovativo e gratuito di orientamento e costruzione di percorsi individualizzati, rivolto a persone che scontano pene alternative al carcere. Il progetto, frutto di un protocollo d’intesa tra l’Assessorato alle Politiche Sociali e del Lavoro del Comune di Casoria e l’associazione (R)esistenza Anticamorra, rappresenta un modello virtuoso di co-gestione tra istituzioni e terzo settore. L’iniziativa unisce l’esperienza ventennale dell’associazione nel campo del reinserimento sociale alla visione politica dell’amministrazione comunale. Lo sportello sarà operativo il martedì e il giovedì mattina, dalle ore 10:00 alle 13:00, al 5° piano della sede delle Politiche Sociali in via Pio XII 130 a Casoria. Non si tratta solo di orientamento al lavoro, ma di un vero e proprio strumento operativo che permette l’impiego dei detenuti in attività di utilità sociale: dalla bonifica, recupero e valorizzazione di spazi comunali in disuso e parchi pubblici, fino ai servizi alla persona. L’operatività ha preso il via già in questi giorni con la bonifica di un’area verde affidata all’associazione GENIA, destinata alle attività ludico-ricreative per bambini autistici (come stabilito dalla delibera di luglio 2026). In attesa dell’autorizzazione del Tribunale competente per le richieste dei cittadini di Casoria che hanno fatto domanda, il servizio partirà impiegando temporaneamente detenuti già attivi nello SPORD di Scampia. “Se vogliamo puntare al cambiamento dei nostri territori, bisogna puntare a una bonifica sociale e culturale prima di tutto, dando strumenti concreti e opportunità a chi sceglie di dare una sterzata alla propria vita e impegnarsi per riscattare la propria Città. Gli irrecuperabili non esistono e non esistono territori senza speranza. Bisogna restituire alla società civile la responsabilità del cambiamento, attraverso la militanza, partendo dagli “ultimi” dichiara Ciro Corona, presidente dell’Associazione (R)esistenza. “Con l’avvio dello Spo.R.D. compiamo un passo importante verso una città capace di offrire concrete possibilità di riscatto e reinserimento. L’Amministrazione crede in un modello che sappia coniugare inclusione sociale, dignità del lavoro e responsabilità verso la comunità. Dare a chi ha commesso degli errori l’opportunità di costruire un nuovo percorso significa trasformare una condizione di difficoltà in una risorsa anche per il territorio. Casoria vuole essere una comunità che non lascia indietro nessuno, ma che crea strumenti concreti affinché ciascuno possa contribuire, attraverso il proprio impegno, al bene collettivo” dichiara il sindaco Raffaele Bene. A lui fanno eco le parole dell’assessore alle Politiche Sociali Salvatore Iavarone: “Nella nostra visione di Politiche Sociali c’è spazio per tutti, e c’è la volontà di non lasciare nessuno indietro. E lo faremo con un progetto che prevede uno sportello dedicato a chi deve inserirsi nuovamente nella società e trasformarsi in un valore e non in un problema per la società”. Udine. Carceri, il confronto su dignità e diritti dei detenuti di Giuseppe Rolli rainews.it, 19 settembre 2026 Focus anche su sovraffollamento e assistenza sanitaria. Alla casa circondariale di via Spalato 167 reclusi a fronte di 95 posti. La dignità della persona detenuta e i limiti oltre i quali la pena rischia di diventare incompatibile con la Costituzione. È il tema al centro del convegno promosso oggi a Udine dalla Camera Penale Friulana, insieme al Garante dei diritti delle persone private della libertà. Al centro del confronto anche la situazione della casa circondariale di via Spalato. Ad agosto erano 167 i detenuti presenti, a fronte di una capienza di 95 posti. Tra le criticità segnalate dal Garante, anche quella dell’assistenza sanitaria, mentre sono in corso tre cantieri di ristrutturazione. Il confronto guarda anche alla Corte costituzionale. Una recente sentenza ha ribadito che la restrizione della libertà deve rispondere al principio del “minimo sacrificio necessario”, collegato alla funzione rieducativa della pena. Rino Battocletti, Presidente Camera Penale Friulana: “È un evento particolarmente significativo perché precede di un giorno gli stati generali dell’esecuzione penale che si terranno a Firenze e perché qui stanno parlando gli avvocati che discuteranno davanti alla Corte Costituzionale la possibilità di avere un rinvio facoltativo della pena nell’ipotesi in cui non possa essere eseguita in condizioni di dignità”. Torino. All’Università i primi detenuti laureati in Scienze motorie di Alberto Santonocito La Repubblica, 19 settembre 2026 Al Campus Einaudi la cerimonia per i primi cinque dottori, uno di loro prende il massimo dei voti: “Grazie al pilates la mia vita può ricominciare”. “Oggi non sono solo gli errori commessi in passato, sono dottore in scienze motorie”. Con questa frase Luciano Cavallo ha concluso il suo discorso di proclamazione per la laurea ottenuta in Scienze delle attività motorie e sportive. Al Campus Einaudi lui e altri quattro colleghi del Polo universitario penitenziario sono stati i primi a laurearsi nell’ambito Suism, dal carcere Lorusso e Cutugno. Il corso di laurea, sebbene con modalità particolari rispetto a quello ordinario, aveva gli stessi esami che sostengono gli altri studenti. Tre dei cinque laureandi hanno svolto il tirocinio in collaborazione col Cus Torino e col Centro sportivo Robilant. Chi è rimasto al Lorusso e Cutugno ha invece usufruito del progetto “Cubeca: la cultura del benessere in carcere”. “Ero perplesso all’inizio - ha raccontato Corrado Lupo, docente e presidente del corso - perché ci sono materie eterogenee e non immaginavo un sistema didattico fruibile in maniera diversa a quella a cui siamo abituati”. Eppure tra gli allevi loro c’è anche chi ha concluso il suo percorso con la votazione massima: “Lo studio è stata un’opportunità per evadere dalla vita carceraria - rivela Cavallo, laureato con 110 e lode -. Ci sono momenti difficili per il contesto in cui si è, ricominciare a studiare a 59 anni è un’altra cosa rispetto ai 20. La mia tesi è stata sul pilates per la terza età, mi appassionava come argomento e abbiamo fatto anche un corso all’interno del carcere. Rimettermi sui libri è stata una cosa che culturalmente mi ha dato tanto e ha aperto il mio modo di pensare”. Il percorso formativo di Scienze motorie, oltre ad essere un titolo professionalizzante, garantisce maggiori possibilità in termini di reinserimento sociale. Da quando è disponibile al Polo penitenziario di Unito è tra i corsi più gettonati, insieme a quelli di Scienze politiche e sociali e Diritto per le istituzioni e le imprese. Secondo Rocco Sciarrone, delegato per il Polo e docente di sociologia, dei 174 allievi detenuti afferenti attualmente si potrebbe arrivare a 215. “La nostra popolazione studentesca è più avanzata per età rispetto a quella che sta fuori. Abbiamo anche dei giovani, ma per fortuna in misura minore. L’iniziativa funziona e c’è chi domanda di venire a studiare a Torino o a Saluzzo (dove c’è la casa di reclusione Rodolfo Morandi). Per Scienze motorie abbiamo avuto qualcuno che dalla Sicilia ha voluto venire qui perché era interessato al corso”. Frosinone. Papà, portami a teatro”, al via nel carcere la rassegna che porta le famiglie oltre le sbarre tunews24.it, 19 settembre 2026 Quattro spettacoli di teatro ragazzi nella sala teatro della Casa Circondariale, tra settembre 2026 e marzo 2027, per i detenuti e i loro familiari. Si parte il 28 settembre con “Circo 42”. Il 28 settembre 2026 prende il via “Papà portami a teatro”, una rassegna di teatro ragazzi che per la prima volta porterà artisti professionisti a esibirsi nella sala teatro della Casa Circondariale di Frosinone, davanti a un pubblico composto da persone detenute e dai loro familiari. Un obiettivo dichiarato: sostenere la genitorialità e i legami affettivi messi alla prova dalla detenzione attraverso l’arte. Ogni persona reclusa potrà infatti invitare il proprio nucleo familiare, trasformando per una mattina il carcere in un luogo di cultura, gioco e incontro — un’esperienza rara per i bambini, spesso privati di ricordi legati ai genitori che non siano segnati dal trauma della reclusione. Il programma - 28 settembre 2026 - Circo 42, spettacolo di clownerie, circo, giocoleria e acrobatica a cura di Giocolelia, con Elia Bartoli e Grazia Palermo - 27 ottobre 2026 - BanDita, teatro delle ombre a cura di SilviOmbre - a cura dell’Associazione culturale Moè, con Silvio Gioia - 23 dicembre 2026 - Il Branco, a cura di Branchie Teatro, interpretato dagli attori detenuti del progetto Ossigeno - 2 marzo 2027 - I Racconti di Sibilla #Cappuccetto Rosso, teatro di narrazione e figura a cura della Compagnia Zaches Teatro, con Enrica Zampetti e Gabriele Gianluca Il progetto è organizzato in collaborazione con l’Area Giuridico Pedagogica dell’Istituto, tra gli obiettivi: sostenere la genitorialità, promuovere la continuità dei legami familiari, trasformare il carcere in luogo di cultura e migliorare il benessere emotivo di detenuti e familiari. “Papà portami a teatro” è un progetto a cura di Teatroavista, in partenariato con Branchie Teatro, sostenuto da FNC - Fondo Nazionale della Comunicazione. La Casa Circondariale di Frosinone collabora e accoglie l’iniziativa con entusiasmo, confermando il proprio impegno nel sostenere percorsi culturali e trattamentali all’interno dell’istituto. Sicurezza vendesi. Il commercio della paura nel libro di Franco Gabrielli e Carlo Bonini di Marcello Ferreri La Repubblica, 19 settembre 2026 “Il tema non è la paura, è il format della paura. C’è chi alimenta le paure e poi offre delle soluzioni, molto spesso semplici, perché questa paura possa essere contenuta. Questo è il vero problema. La paura è un sentimento che in qualche modo è ineliminabile e per certi aspetti è bene che lo sia, ma nel momento in cui le paure si alimentano diventa commercio. L’altra grande negatività è offrire poi delle soluzioni salvifiche o miracolose che ovviamente poi fanno i conti con la realtà”. Così il prefetto Franco Gabrielli sintetizza il contenuto del suo libro “Contro la paura”, scritto assieme a Carlo Bonini, vicedirettore del quotidiano “La Repubblica” ed edito da Feltrinelli. Le 170 pagine del volume offrono elementi per distinguere fra realtà e percezione, tenendo presenti i diritti dei cittadini, l’influenza degli ambienti digitali, il significato delle leggi e delle misure detentive, la condizione carceraria, l’abuso di prevenzione e di come la sicurezza può diventare centrale nelle moderne democrazie solo se restituita alla responsabilità pubblica. “Oggi - nelle parole del presidente della Regione Toscana Eugenio Giani - presentiamo un libro che sta diventando un punto di riferimento nel dibattito politico e istituzionale. Quello che Franco Gabrielli propone nelle sue pagine è un manifesto per la sicurezza democratica sintetizzato nella bellissima espressione “la sicurezza non è il privilegio dei forti ma il diritto dei più deboli”. Ed è proprio sulle misure e le iniziative per la sicurezza che oggi si misura la volontà di dare risposte concrete al bisogno che la gente avverte nelle nostre comunità”. “Venti anni fa - continua Giani - nelle prime campagne elettorali, che mi chiamarono poi alla responsabilità di assumere la carica di assessore al Comune di Firenze, la sicurezza non era certo fra le prime voci che spiccavano nei sondaggi sulle esigenze dei cittadini. Nella rilevazione fatta nel settembre scorso era la prima. È la richiesta che oggi le persone rivolgono di più alle istituzioni e alla classe politica. Il libro di Franco Gabrielli e Carlo Bonini, sotto questo aspetto, rappresenta un punto di riferimento nella sua impostazione, nelle sue riflessioni e nelle soluzioni che nascono, a differenza di tanti altri, dall’essere stato sul campo con il ruolo e gli incarichi che ha svolto e sempre con generale apprezzamento”. “Franco Gabrielli - conclude Giani - vede la sicurezza in una dimensione di attenzione sociale, non schermata da impostazioni ideologiche o ideologizzate, sempre con la consapevolezza di interpretare in questo bisogno il diritto dei più deboli e non il di privilegio dei più forti”. La paura chiama a sé il termine “sicurezza”, ormai entrato oggi stabilmente a far parte del vocabolario della politica come espressione di un comune e condiviso bisogno che di rado viene analizzato ed esaminato nella dimensione reale di dati, cause ed avvenimenti ma piuttosto usato come strumento di propaganda in una narrazione dove la promessa è quella di eliminare le diversità, fermare il tempo, tornare ad immaginarie stagioni felici e soprattutto eliminare il confronto con anni e situazioni di profondi cambiamenti. “Oggi - spiega Gabrielli - viviamo questa sorta di contraddizione statistica, dove il Paese vive una rappresentazione sempre esasperata della sua condizione di insicurezza. Basterebbe a volte guardare ai decenni passati, attraversati da un terrorismo interno particolarmente efferato, sequestri di persona, crimini ascrivibili a organizzazioni particolarmente efferate. Nel nostro contesto attuale invece, se guardiamo al numero di omicidi, l’Italia è nella parte più bassa del tabellone. Noi siamo in Europa, tra i 27 Paesi, quello che ha un’incidenza di omicidi più bassa e solo il Lussemburgo vive una condizione migliore con lo 0,54% di omicidi per ogni 100.000 abitanti, mentre nel nostro paese la percentuale è lo 0,57%. La media europea è di uno ogni centomila”. “L’unico dato in controtendenza - continua Gabrielli - rispetto a questo positivo andamento è quello che riguarda i cosiddetti femminicidi. Come lei ricordava c’è un quadro normativo estremamente stringente e lo stesso riconoscimento di specificità a questo tipo di reato serve perché ha una finalità di prevenzione generale, conferendo uno stigma di ulteriore negatività all’atto di uccidere una donna in quanto donna”. “È importante - dichiara la vice presidente della Regione Mia Diop - che si sia toccato anche il tema dei femminicidi, in un momento storico dove purtroppo ci ritroviamo a lottare per affermare principi che davamo per acquisiti. Concordo con quello che ha detto Gabrielli e sottolineo che parliamo di un problema strutturale e che trova le sue origini a livello culturale. Serve lavorare rivolgendoci agli adulti e soprattutto alle nuove generazioni. Quest’anno nel rapporto redatto dall’IRPET l’Istituto regionale per la programmazione economica, abbiamo deciso di estendere studi e rilevazioni anche al bisogno ed alla percezione di sicurezza dei più giovani” Sollecitato da Erika Pontini sui temi dell’immigrazione, Gabrielli risponde che “i CPR, i Centri di permanenza per i rimpatri, servono in tutte le Regioni. Su un tema così delicato come l’immigrazione anche nel nostro Paese è necessario che si cominci a parlare un linguaggio di verità, mettendo alcuni punti fermi. La questione non è CPR sì o no, ma sta nel come queste strutture dovrebbero venir organizzate e gestite, se la permanenza di 18 mesi in luoghi di detenzione amministrativa sia accettabile, se i meccanismi di rimpatrio funzionano. Nel nostro Paese l’immigrazione non è mai stata governata: dall’inizio degli anni novanta fino alle primavere arabe sono stati gestiti sempre con ordinanze di protezione civile”. “Fino al 2015, per essere chiari, l’Italia favoriva la fuoriuscita delle persone che arrivavano nel nostro Paese verso il nord Europa. Abbiamo una legge, la Bossi Fini: l’ultima tranche del decreto flussi, in base a quelle che sono state le richieste del mondo produttivo, ha aperto l’ingresso legale a 160 mila persone. Se poi verifichiamo quante di queste sono state effettivamente regolarizzate, arriviamo a 15 o 16 mila unità, quindi il 10 per cento. Vuol dire che il Click day questo meccanismo assurdo in cui un imprenditore dovrebbe ipoteticamente scegliere qualcuno che non conosce, che non sa chi sia, favorisce solo il caporalato e l’intermediazione etnica”. “Il libro di Gabrielli e Bonini - conclude Flavio Gambini - merita di essere letto perché de-ideologizza il tema sicurezza. Mi occupo di contrattualistica di polizia locale da tanti anni, sono ai tavoli Aran, l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni, e credo di aver partecipato all’estensione della sezione speciale nel contratto perché si tratta di operatori che sono dispiegati sul territorio. A Firenze, dopo le ultime assunzioni, parliamo di un Corpo oggi costituito da 8-900 persone che hanno una profonda conoscenza del territorio. La polizia locale svolge funzioni di primo intervento e di prossimità. Sarebbe opportuno uscire dall’ideologia e fornire agli operatori gli strumenti per poter svolgere al meglio i suoi compiti. Basterebbe inserirla nella legge 121 e cominciare a dargli la dignità necessaria che innanzitutto la metta nelle condizioni di non essere un’ulteriore forza di polizia, ma lo strumento attraverso il quale il sindaco può espletare quello che la legge gli impone di fare”. Si chiude la storia di Autistici/Inventati Emanuela Del Frate Il Domani, 19 settembre 2026 A mezzanotte del 18 settembre gli attivisti smetteranno di erogare i loro servizi. L’unica decisione possibile per il collettivo designato dall’amministrazione Trump. Scompare così un importante pezzo della storia digitale italiana. Il 25 settembre, giorno in cui entreranno in vigore le sanzioni, sono previste mobilitazioni in varie città italiane. A Roma indetto un corteo. Dalla mezzanotte di sabato 18 settembre i server verranno spenti e il progetto Autistici/Inventati smetterà di esistere. Scompare, così, un importante pezzo della storia digitale italiana. E i cui primi dieci anni sono raccontati nel libro +Kaos che Agenzia X ha appena mandato in ristampa. Il 26 agosto un comunicato del Dipartimento di Stato lo ha definito “un gruppo estremista con sede in Italia che costruisce e gestisce l’infrastruttura digitale per cellule violente di Antifa e altri militanti dell’estrema sinistra in tutto il mondo”. Annunciando che lo avrebbe sottoposto a sanzioni. Senza mostrare nessuna prova pubblica, senza che nessun tribunale italiano o europeo abbia mosso alcuna accusa del genere nei confronti del collettivo di attivisti digitali che - grazie al continuo lavoro volontario - per 25 anni ha fornito servizi di hosting gratuiti, liberi dalle Big Tech. Con lo sguardo sempre rivolto verso la privacy e l’utilizzo consapevole degli strumenti. E che di Indymedia ha costituito la più importante ossatura tecnologica in Italia. “Socializzare saperi senza fondare poteri”, il motto, mutuato da Primo Moroni che è nato dall’unione di due collettivi: uno più tecnico, milanese e uno fiorentino, più votato alla parte creativa. In 25 anni di attività, A/I arrivato a ospitare 16mila caselle mail, 20mila blog, 5.500 mailing list e 1.500 siti che dal 18 settembre non avranno più una casa digitale. “A/I è nato per proteggere le persone e la loro riservatezza, il loro diritto a lottare, ma se diventiamo una potenziale fonte di pericolo, per noi non ha senso continuare a esistere in questa forma”, hanno detto gli attivisti a Domani motivando la loro scelta di chiudere il progetto. Del resto il dominio autistici.org è stato reso non più normalmente risolvibile dal PIR, Public Interest Registry, una società no profit creata dall’Internet Society per gestire i domini .org in tutto il mondo. Ma che ha sede negli Stati Uniti. L’account PayPal - attraverso cui A/I raccoglieva donazioni - immediatamente bloccato. Banca Etica ha congelato il conto dell’associazione a cui fa riferimento il collettivo, temendo le sanzioni secondarie che avrebbero coinvolto i circuiti di pagamento e di credito internazionali, con sede negli Stati Uniti. Agire legalmente per contestare la designazione è praticamente inutile, come ha detto a Domani Shayana Kadidal, l’avvocato del Center for Constitutional Rights di New York che segue la vicenda del collettivo. La maggior parte delle prove resterebbe secretata, impossibile provare a impostare una difesa. “Autistici/Inventati è nato per proteggere le persone e la loro riservatezza, il loro diritto a lottare, ma se diventiamo una potenziale fonte di pericolo, per noi non ha senso continuare a esistere in questa forma”, hanno detto gli attivisti a Domani, motivando la scelta di porre fine al progetto. “In un mondo di accuse slegate dai fatti non possiamo che aspettarci un’ulteriore repressione sproporzionata. Questo ci mette di fronte all’impossibilità di mantenere il nostro progetto originario: offrire strumenti sicuri e non mercificati”, hanno scritto, il 6 settembre annunciando la chiusura. Una chiusura programmata proprio per il 18 settembre, dopo aver fornito alle migliaia di utenti, il tempo necessario per poter salvare dati, mail, e i materiali pubblicati sulla piattaforma Noblogs. Colpita da un attacco hacker, rivendicato in tempo reale da AstraRCE, hacker dell’area far right americana, la piattaforma è rimasta online (in modalità di sola lettura) fino alla chiusura di A/I. DataRepublican, account gestito da Jennica Pounds, influencer conservatrice che da luglio lavora al Pentagono, ne ha pubblicato una mappa che è tutt’ora online. “L’idea iniziale era: ne facciamo uno che si aggiunge a Ecn.org, altri ne faranno altri cento e avremo una rete di server autogestiti, piccoli, dove ognuno è libero di decidere il suo metodo. Poi la storia ha tracciato un’altra parabola, ma inizialmente noi siamo partiti con quell’idea. Non volevamo accentrare, ma essere una delle tante esperienze”. Blicero racconta, così, nel libro Millennium Bug - Una storia corale di Indymedia Italia, la nascita di Autistici/Inventati. E l’idea che il collettivo rilancia chiudendo la sua storia è ancora quella. “Andate e moltiplicatevi, dunque. Copiateci. Copiate quello che abbiamo fatto. Copiate il codice che abbiamo usato. Copiate l’idea a cui abbiamo cercato di dare forma. Oppure prendete i pezzi che vi piacciono e inventatevi un vostro remix”, scrivono. E rilanciano: “10, 100, 1000 server nascono”. L’invito è sempre quello a creare nuovi spazi in rete, perché “di server liberi ce ne sono troppo pochi”. E perché “il virus dell’autogestione e dell’autodeterminazione” è quello che va diffuso. “L’internet che non c’è possiamo costruirlo insieme. Server dopo server, relazione dopo relazione”, si legge nell’appello della campagna “Teniamo Internet Libero”. Gli hacklab sparsi sul territorio italiano, e non solo, hanno già iniziato a lavorare alla realizzazione di nuovi servizi di hosting. Nonostante la chiusura del progetto, in varie città italiane si stanno organizzando assemblee e momenti di riflessione intorno alla storia di Autistici/Inventati. Sabato 19 settembre ci sarà un’assemblea cittadina a Milano, presso lo spazio Piano Terra. Mentre mercoledì 16 settembre, nel centro sociale Forte Prenestino di Roma, si è svolto un incontro pubblico cittadino che è riuscito a mobilitare quasi 200 persone in rappresentanza delle associazioni, degli attivisti e dei singoli cittadini, che hanno utilizzato gli strumenti forniti da Autistici/Inventati. Tra di loro tanti i correntisti di Banca Etica che si sono interrogati su come procedere per contestare l’istituto finanziario dopo la decisione di congelare il conto di A/I. Dall’assemblea è emersa la volontà di darsi appuntamento il 25 settembre - giorno in cui scatteranno le sanzioni imposte dagli Stati Uniti al collettivo, e un cui sono previste mobilitazioni in varie città italiane - per un corteo. Del resto, l’ultimo invito del collettivo è stato proprio questo: “Ora mollate il pc, uscite, lottate, abbracciatevi e non perdete il sorriso. Perché noi ci fermiamo. Ma la resistenza e le idee no. Restiamo umani”. Quando il limite diventa un nemico di Vittorio Pelligra Avvenire, 19 settembre 2026 Una democrazia costituzionale è costruita per porre limiti all’esercizio del potere: magistratura, Parlamento, informazione e dissenso possono dire di no a chi governa. Questa lentezza ha un costo, ma, come aveva capito Quincy Wright, proprio legge, critica e contrappesi contribuiscono a preservare la pace. Putin non deve preoccuparsi troppo dei giudici. Trump, invece, sì. E quando gli danno torto non la prende bene. In una democrazia governare significa incontrare continuamente qualcuno che può dire di no. Anche se il capo non la prende bene. Un tribunale può annullare un provvedimento, i giornalisti possono contestare una ricostruzione e chiederti conto del tuo operato. Tu puoi non rispondere, ma non ci fai certo una bella figura. Tutto questo consuma tempo, produce frustrazione e, visto dalla stanza dei bottoni, deve apparire talvolta esasperante. Quincy Wright, politologo dell’Università di Chicago, aveva capito, molto prima che il problema diventasse di stretta attualità, che la presenza del limite nei regimi democratici non è un incidente da eliminare. È anche un antidoto alla guerra. Lo scriveva nel 1942, nel suo monumentale A Study of War. Nelle democrazie, le decisioni importanti richiedono partecipazione, rispetto della legge, libertà di critica. In una parola, tempo. Un’autocrazia è diversa. Può decidere rapidamente, nella segretezza, reprimere le opinioni contrarie. Non era un elogio dell’autocrazia, quello di Wright, ma l’individuazione di un suo vantaggio tattico. Ottant’anni dopo, quel vantaggio esercita una nuova fascinazione tra le élite economiche e politiche. Peter Thiel dice di non credere più alla compatibilità tra libertà e democrazia. J.D. Vance sostiene che la minaccia che più lo preoccupa per l’Europa non viene dalla Russia o dalla Cina, ma “dall’interno”. La questione riguarda anche noi. La riforma della giustizia può essere sostenuta o contestata nel merito. Ciò che sconcerta è il conflitto con la magistratura alimentato dalle dichiarazioni del Governo. Giorgia Meloni ha parlato di magistrati “politicizzati” che ostacolerebbero l’azione dell’esecutivo. Quando un giudice blocca un atto del governo, chi governa può considerarlo un errore e impugnarlo. Diverso è quando quel “no” viene interpretato come un’indebita interferenza nella sfera della politica. Perché una democrazia costituzionale è costruita precisamente per produrre interferenze di questo genere. Il potere deve trovare un limite. Quincy Wright considerava la democrazia più pacifica perché orientata più dell’autocrazia verso legge, libertà e umanità e meno verso la pura accumulazione della potenza. Il problema era trasformare quella disposizione in istituzioni capaci di reggere il confronto con chi della potenza faceva invece il proprio principio politico. L’Europa, oggi, si trova nuovamente dentro questa contraddizione. Putin può fare cose che una democrazia non potrebbe fare senza cominciare a cessare di essere tale. Quando, anziché riconoscere in questa differenza il proprio valore, le democrazie e alcuni dei loro leader cominciano a invidiare l’autocrate, allora dovremmo riconoscere un problema. Trump ha definito il dittatore Nord-Coreano Kim Jong-un “Un capo forte”. “Quando parla - ha sottolineato -, il suo popolo si mette sull’attenti. Voglio che la mia gente faccia lo stesso”. “Cedo due Mattarella in cambio di mezzo Putin (…). Avessimo un Putin anche in Italia staremmo sicuramente meglio”, diceva Salvini non troppo tempo fa. O le abbiamo dimenticate queste parole? Dopo l’Ucraina suonano certamente diverse. Ma sarebbe troppo facile archiviarle come il reperto di un’altra stagione politica. Esprimevano una fascinazione che non è affatto scomparsa. Quella per il potere liberato dall’impaccio dei limiti. Dei pesi e dei contrappesi. Non occorre arrivare a Putin o Kim Jong-un. Basta considerare il giudice che blocca il governo e viene percepito come un intralcio. Il Parlamento che viene esautorato dal ricorso abnorme alla decretazione d’urgenza. Poi c’è l’informazione del servizio pubblico che rischia di essere ridotta a proprietà della maggioranza e il dissenso sociale che viene vissuto come sabotaggio e ristretto per legge nella sua possibilità di espressione. Sono fenomeni diversi che pure convergono verso la stessa domanda: quali limiti siamo ancora disposti ad accettare nell’esercizio del potere? Nel rapporto 2026 sullo Stato di diritto, la Commissione europea registra per l’Italia preoccupazioni relative all’equilibrio tra governo, Parlamento e Presidenza della Repubblica. Si può legittimamente dissentire, certo. Ma altrettanto legittimamente si può pensare che tali critiche colgano l’attitudine a vivere il limite come fastidio e la critica come impedimento. Una democrazia costituzionale è fatta apposta per rendere difficile l’esercizio del potere. Sergio Mattarella lo ha ricordato con parole sagge. La separazione dei poteri serve a “bilanciare i poteri dello Stato” e a garantire diritti e libertà fondamentali. Forse è proprio quell’aggettivo, “bilanciati”, a essere diventato difficile da amare. Rileggere Wright oggi ci insegna che la lentezza ha un costo, ma anche che i i limiti, i contrappesi, la discussione e perfino il conflitto hanno generato nella nostra storia una straordinaria capacità di preservare la pace. Ci vogliamo rinunciare? Migranti. “La cura non è mai un reato”: sui Cpr un cortocircuito giuridico ed etico di Simona Musco Il Dubbio, 19 settembre 2026 “La cura non è mai un reato”. I legali dei medici indagati dalla procura di Ravenna con l’accusa di aver prodotto certificati falsi per salvare i migranti dai Cpr, luoghi definiti patogeni e torturanti a livello internazionale, respingono al mittente le accuse. Nessuna falsificazione di documenti, spiegano i difensori, nessuna struttura clandestina finalizzata a sovvertire le procedure espulsive dello Stato e nessuna copertura compiacente per soggetti in salute. Al contrario, le difese rivendicano la piena legittimità etica, clinica e giuridica di una valutazione sanitaria autonoma, guidata dall’obiettivo di rilevare patologie e fragilità incompatibili con la permanenza nelle strutture detentive per stranieri. Secondo la procura, l’esistenza del vincolo associativo sarebbe dimostrata dall’uso di una “bozza” o modulo condiviso per la redazione dei certificati, oltre che da incontri in rete e campagne social. Una lettura contestata dalla difesa: la condivisione di moduli, vademecum e linee guida rappresenta una normale prassi di aggiornamento e standardizzazione professionale di fronte a contesti ambientali notoriamente critici, come i Centri per il rimpatrio, definiti dalle norme quali strutture di transito e trattenimento temporaneo, ma nella realtà veri e propri luoghi di detenzione. A confermarlo è il report del Comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa che nel report del 2024 aveva parlato di “sproporzionate restrizioni di sicurezza” e di “mancanza di valutazioni individuali del rischio per i cittadini stranieri”. Questo il quadro di base. Ma a finire sotto inchiesta sono coloro che cercano di prevenire la presenza di soggetti fragili in luoghi degradanti per la dignità umana. “L’indagine - scrivono gli avvocati Francesca Cancellaro, Sonia Lama, Mariaelena Monaco, Salvo Tesoriero e Maria Virgilio - pone l’uso della forza al servizio di un’idea politica: l’idea per la quale chi ascolta la voce degli ultimi e più fragili vada sanzionato perché quella voce infastidisce e va silenziata. Ad ascoltare la voce dei fragili in questo caso sono stati dei medici, da punire per non aver ignorato quella voce”. Secondo i legali, “non ci sono falsi”, ma giudizi di valore: “I pazienti visitati sono stati ritenuti semplicemente non idonei ad essere associati ad un luogo - come i Cpr - dove i diritti, e nella specie i diritti di cura, sono compressi. Né si può pensare - come ricordato di recente dalla nostra Corte costituzionale - che gli interessi pubblici incidenti sulla materia dell’immigrazione scalfiscano il carattere universale della libertà personale, che, al pari degli altri diritti che la Costituzione proclama inviolabili, spetta ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani”. Alla base dei certificati c’è, dunque, “l’esigenza di cura dell’essere umano”, nel solco dell’articolo 32 della Costituzione. Le perquisizioni e i sequestri effettuati nei giorni scorsi, definiti sproporzionati, rappresentano “un salto di qualità nell’uso della forza investigativa, ora messa a disposizione addirittura del preteso accertamento di un’associazione criminale volta a falsificare certificati. E allora, lo ribadiamo: in quei certificati non ci sono falsi ma ascolto, cura e una valutazione professionale improntata ad una piena autonomia. E non c’è, sullo sfondo, un’associazione criminale ma condivisione dell’alta dignità e responsabilità del ruolo del medico di fronte alla fragilità. Il medico non è un ausiliario delle politiche di sicurezza di uno Stato ma un professionista della cura. La difesa dei diritti - i diritti di tutti - deve muovere allora la reazione fiera, in primo luogo dei giuristi, contro un’idea del mondo che calpesta quotidianamente i più deboli e che si esprime attraverso un controllo burocratico cavalcato dal sensazionalismo dei media e dall’arroganza di una parte della politica”, concludono i legali. Tra i principali indagati figura Nicola Cocco, infettivologo della Società italiana di medicina delle migrazioni, accusato dalla procura di Ravenna di essere a capo di questa rete di medici per la quale il ministro Matteo Salvini ha già chiesto la radiazione dell’albo, senza nemmeno attendere la conclusione delle indagini. Cocco, in un’intervista a Radio Popolare, ha ricordato “due casi di persone con seri problemi psichiatrici che non erano stati presi in carico”, certificati solo tempo dopo da una commissione esterna, ma “rilevabili all’ingresso”. Il punto di fondo, dunque, “è che se vengono date delle non-idoneità si finisce nell’ambito del reato, del falso ideologico. Invece nella stragrande maggioranza dei casi in cui queste idoneità vengono date, e ricordiamo che idonei erano state valutate anche tutte le persone che sono morte nel Cpr, in quel caso si può andare e procedere tranquillamente. I Cpr sono dei luoghi con delle criticità di salute, di patogenicità strutturali. Sono dei posti dove le persone migranti soffrono, si ammalano e muoiono e io credo che sia su quello che dobbiamo focalizzarci”. A gennaio scorso, l’Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato dei documenti che confermano tali aspetti e che hanno fatto da base alla “campagna no Cpr”, “che si basa proprio sulle evidenze scientifiche e sugli aspetti deontologici”. Aspetti certificati, in diversi casi, anche dai Tribunali. “Se il codice deontologico e l’etica professionale hanno ancora un valore”, conclude Cocco, “c’è solo una via che si può seguire, che è quella di riconoscere che le persone, in particolare persone che hanno delle evidenti problematiche, non possono essere considerate idonee a dei luoghi che sono stati definiti patogeni torturanti a livello internazionale”. Migranti. Diciotto anni dopo la strage di Castel Volturno, lotta contro il progetto del Cpr di Fabrizio Geremicca Il Manifesto, 19 settembre 2026 Ieri il diciottesimo anniversario della strage di Castel Volturno, dove il 18 settembre 2008 il gruppo di fuoco capeggiato dal camorrista del clan dei Casalesi Peppe Setola assassinò ad Ischitella, una frazione del Comune, sei migranti e ne ferì un settimo, tutti completamente estranei alle dinamiche criminali, si è agganciato alla opposizione contro la costruzione di un Cpr. Il governo lo vuole realizzare a La Piana, un’area naturalistica di Castel Volturno che fu proprietà degli immobiliaristi Coppola, ma che ora è del Demanio ed è gestita dai carabinieri per la biodiversità. Al bando di Invitalia hanno aderito una quindicina di imprese e si attende l’aggiudicazione per un progetto che vale circa 43 milioni di euro. L’opposizione è però forte e trasversale. Spazia dalle associazioni dei migranti alla Chiesa fino ad Emergency, alla Cgil ed ai centri sociali. Il 24 ottobre sfileranno insieme per la manifestazione nazionale contro il Cpr che si terrà proprio a Castel Volturno. Ieri si sono ritrovati al chilometro 43 della Domiziana, dove la sera del 18 settembre 2008 nei pressi della sartoria Ob Ob Exotic Fashion furono massacrati Kwadwo Ovusu Wiafe,Ibrahim Alhaji, Karim Yakubu, Kuame Antwi Julius Francis, Justice Sonny Abu, Eric Affun Yeboah e fu ferito gravemente Joseph Ayimbora, un ghanese che si finse morto e divenne poi il testimone che aiutò gli inquirenti ad individuare i colpevoli dell’eccidio. C’erano i bambini della scuola Garibaldi con i propri disegni per restituire a ciascuno dei sei migranti una identità che non fosse solo quella di vittima della strage: “Eric contadino, Francis muratore”. C’erano esponenti delle istituzioni, Emergency, la Cgil e l’europarlamentare Sandro Ruotolo, che da giornalista seguì da vicino quella vicenda. Franco Roberti, all’epoca magistrato della direzione distrettuale antimafia, ha ricordato: “Io ed il collega Milita arrivammo qui poco dopo la strage e trovammo uno scenario allucinante. Camminavamo letteralmente su un tappeto di bossoli di proiettili”. Andrea Morniroli, assessore alle Politiche sociali della Regione Campania, e Fiorella Zabatta, che nella giunta Fico ha la delega all’Ambiente, hanno aggiornato sugli sviluppi del braccio di ferro con l’esecutivo Meloni. Qualche mese Palazzo Santa Lucia ha deliberato di istituire a La Piana una Zona a Protezione Speciale, soggetta a stringenti vincoli di tutela ambientale in virtù delle norme comunitarie, per bloccare il progetto caro a Piantedosi. L’area è infatti strategica per gli uccelli in migrazione e per alcune specie stanziali. Il Governo tuttavia è forte del decreto Cutro, che equipara i centri di detenzione per i migranti a siti di interesse strategico e apre così la strada a molteplici deroghe in materia urbanistica ed ambientale. “Quella contro il Cpr - ha detto Morniroli - sarà anche una battaglia legale. Con gli avvocati nelle prossime settimane cercheremo di capire come agire se, come pare evidente, l’esecutivo andrà avanti per la sua strada nonostante noi abbiamo istituito la Zps”. Preghiere e canti, in una cerimonia laica e religiosa nello stesso tempo, hanno chiuso la prima parte della mattinata, quella nel luogo della strage. È proseguita a La Piana per piantare in ricordo dei sei migranti assassinati 18 anni fa e come simbolo di pace ed accoglienza un ulivo. “Oggi - ha detto Pietro Lagnese, Vescovo di Caserta ed Arcivescovo di Capua, mentre con la zappa aiutava a scavare per interrare le radici dell’albero - ribadiamo l’ostinata resistenza al progetto del Cpr. Pacifica, mite, ma fermissima”. Ha aggiunto il Vescovo: “Qui diciotto anni fa fu offesa la dignità delle persone ed il Cpr rischia di essere un’altra offesa alla dignità dei migranti. Non vogliamo scontri e vogliamo provare a dialogare con tutti, ma il no resta fermo e deciso”. Mimma D’Amico, attivista dell’ex Canapificio di Caserta, che da diversi anni è tra le promotrici della commemorazione della strage davanti alla sartoria, ha invitato tutti a partecipare alla manifestazione nazionale del 24 ottobre. “Non permettiamo - ha esortato - che una terra che ha già pagato un prezzo altissimo di sangue venga nuovamente sfregiata”. Nigeria. Rabbia per la morte in carcere di 37 minatori illegali di Sara Cecchetti Il Manifesto, 19 settembre 2026 Arrestati e stipati in una cella senza aria. Vittime di un sistema consolidato di corruzione. Centinaia di persone si sono riversate nelle strade per protestare contro la morte di 37 sospetti minatori illegali nelle celle del Nigeria Security and Civil Defence Corps (Nscdc). La polizia ha risposto con gas lacrimogeni e, secondo Reuters i testimoni locali hanno riferito di colpi di arma da fuoco sparati dalla polizia che avrebbero lasciato almeno un corpo a terra. Alcuni manifestanti hanno tentato di incendiare edifici pubblici nel quartiere di Tunga; il governatore Umar Bago ha risposto imponendo il coprifuoco. Il 15 e 16 settembre, gli agenti del Nscdc avevano effettuato un’operazione “burst” nelle aree di Wushishi-Lukoto, a ovest di Minna, note per l’estrazione artigianale d’oro. Decine di giovani - secondo il governatore 67 - sono stati arrestati con l’accusa di estrattivismo illegale e rinchiusi in una struttura di detenzione del corpo paramilitare. All’alba del 17 settembre, 37 di loro sono stati trovati morti. Sebbene il Nscdc abbia inizialmente parlato di una sospetta epidemia, i sopravvissuti, come Dauda Shehu, 38 anni, hanno raccontato all’Associated Press di essere stati stipati in più di 60 in una cella angusta, senza aria, cibo né acqua. “Bussavamo continuamente alla porta - ha detto - non riuscivamo a respirare”. Fuori dall’ospedale generale di Minna, la madre di una delle vittime, Shafa’atu Suleiman, ha raccontato a Reuters di aver visitato il figlio Abdullahi e lo aveva trovato in una cella stretta. I funzionari, ha dichiarato, hanno impedito di consegnare cibo e hanno chiesto 100.000 naira (circa 75 dollari) per la liberazione. “È un’ingiustizia”, ha affermato. E forse non la sola. Abbiamo parlato al telefono con Effe Chigozie, la cui abitazione si trova proprio accanto a uno dei siti di estrazione. “Ho assistito all’arresto dei minatori. Non stupisce, avviene spesso che le autorità prelevino alcuni lavoratori per poi chiedere il riscatto alle famiglie”, dice. “È una modalità di guadagno - aggiunge - più che l’esigenza di garantire la legge. Ancora più spesso, però, avviene che i funzionari governativi e gli agenti trattino direttamente con i minatori, chiedendo una parte del loro guadagno. Il giorno dopo tutto ricomincia”. Effe afferma di aver visto più volte questi scambi. Chi paga resta a lavorare. Chi non paga finisce in cella. Così, nonostante il ministro delle Risorse Solide Dele Alake abbia più volte dichiarato che il fenomeno alimenta banditismo e terrorismo, dietro le operazioni di contrasto emerge un quadro più opaco. Report di organizzazioni come Good Governance Africa confermano quanto sostenuto da Effe: minatori artigianali raccontano di checkpoint dove si paga per poter continuare a scavare, di raid che si concludono con estorsioni piuttosto che con chiusure definitive, e di un sistema in cui l’illegalità non viene eradicata ma gestita. Il settore minerario, potenzialmente ricchissimo, resta in gran parte informale: l’oro prodotto esce spesso dal Paese senza lasciare traccia nei bilanci ufficiali, mentre i poveri che scavano a mani nude pagano il prezzo più alto. In molte zone dello Stato del Niger e del Nord-Ovest, i proventi dell’estrazione illegale finiscono per finanziare gruppi armati che impongono “tasse” ai lavoratori e controllano i siti, creando un circolo vizioso di violenza e impoverimento. Le proteste di ieri non sono solo rabbia per 37 morti in una cella. Sono il grido di una comunità che vede nell’arresto di giovani minatori una giustizia selettiva, mentre per molti nigeriani l’estrattivismo minerario rimane l’unica attività per sopravvivere.