In Italia c’è un carcere dove chi esce non delinque più. Perché lo Stato lo sta smantellando? di Milena Gabanelli e Andrea Priante Corriere della Sera, 18 settembre 2026 Nel carcere di Gorgona, dove tutti lavorano e la recidiva si dimezza. Siamo tutti contenti quando un criminale, un ladro, un truffatore, uno spacciatore viene sbattuto in carcere. Quello che succede dopo non ci riguarda più. E invece dovrebbe interessarci parecchio perché, una volta scontata la pena, i condannati tornano liberi. E 7 su 10, poi, tornano a delinquere. Questo succede perché chi amministra la giustizia, a sua volta, viola impunemente la legge, scaricandone il costo sui cittadini ignari. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e al suo reinserimento sociale, e che il trattamento in carcere deve essere umano. Ma il processo di rieducazione è possibile solo attraverso il lavoro durante il periodo di detenzione; invece in quasi tutte le carceri italiane l’unica attività che gran parte dei condannati possono fare è quella di guardare il muro. Sull’umanità di trattamento, basta guardare i dati: i 190 istituti penitenziari italiani sono tra i peggiori d’Europa. Ogni 100 posti disponibili ci infiliamo 138 detenuti, che spesso diventano 150 con punte di 251 raggiunte di recente a Lucca. I numeri del fallimento li denuncia il Garante nazionale dei diritti dei detenuti: nel 2025 si sono verificati 76 suicidi, 1.981 tentati suicidi, 6mila scioperi della fame, 12.700 episodi di autolesionismo (qui). La polizia penitenziaria è sottorganico del 10%, il personale amministrativo del 20%, gli educatori del 6% (qui). Per ogni giorno trascorso in condizioni degradanti lo Stato italiano riconosce al condannato un indennizzo di 8 euro prelevati dalla fiscalità generale. Secondo il rapporto Antigone le istanze presentate ogni anno agli uffici di sorveglianza si aggirano sulle 7000, con una percentuale di accoglimento del 55%. Gli indennizzi però non sanano il danno: quando hai passato qualche anno in carcere in queste condizioni esci migliore di prima? La risposta è no. Perché i detenuti non lavorano? Solo imparando un mestiere, il detenuto riesce a immaginare per sé un futuro lontano dalla criminalità. E infatti l’art. 15 dell’Ordinamento penitenziario dice che, “salvo casi di impossibilità”, al detenuto “è assicurata un’occupazione lavorativa”, in quanto rappresenta “uno degli elementi del trattamento rieducativo”. Nella realtà, quando va bene, lavora un recluso su tre, e per poche ore la settimana. Appena il 7,2% di chi sta scontando la pena frequenta corsi di formazione professionale. Di fatto, trascorrono le giornate rinchiusi nelle loro celle sovraffollate a giocare a carte o a fumare, e chi vorrebbe fare qualcosa, anche solo ridipingere una parete scrostata, non può farlo. Il lavoro per legge deve essere retribuito e le risorse non ci sono. Il risultato di tutto questo è che il 70% di chi esce di prigione, prima o poi ci ritorna. In sostanza risparmi oggi per avere un delinquente in più domani. Infatti un tasso di recidiva così elevato è un danno in termini di sicurezza e un peso economico che grava sui cittadini, visto che per gestire le carceri lo Stato spende 3,4 miliardi l’anno (qui) e ogni detenuto ci costa 150 euro al giorno. Più gli indennizzi. Il governo lo sa, e a giugno il ministro Carlo Nordio ha annunciato lo schema di decreto del Presidente della Repubblica che punta ad aumentare le opportunità occupazionali dei reclusi anche attraverso il credito d’imposta. Sarebbe una svolta, e il condizionale è d’obbligo, visto che finora l’unica risposta al problema è stata questa: nuovi reati, pene più severe e la costruzione (ancora di là da venire) di carceri più grandi. Il modello-Gorgona - L’ultima isola-carcere d’Europa si trova a Gorgona, a un’ora di traghetto da Livorno. Qui non si registrano suicidi, e uno studio dell’Università Sant’Anna di Pisa stima un tasso di recidiva del 30%, meno della metà della media nazionale. In questa sorta di Alcatraz italiana - 2,2 chilometri quadrati, delimitati da 5 chilometri di scogliere e piccole spiagge - ci vivono stabilmente soltanto i detenuti e il personale penitenziario. Tra gli “ospiti”, assassini, rapinatori, ladri… gli unici esclusi sono i condannati per terrorismo e mafia. Ci finisce solo chi ne fa richiesta, consapevole che la detenzione all’interno di un’isola, se il mare è grosso, può comportare settimane senza ricevere visite. In compenso puoi video-chiamare i parenti e, quando arrivano, c’è l’area pic-nic, gli scivoli per i bimbi, e presto - fondi permettendo - le “stanze dell’affetto” per garantire il diritto alla sessualità in carcere. Le celle sono come quelle di qualunque altra prigione: bugigattoli dai muri scrostati. Con una differenza. “Prima stavo nel carcere di Perugia - ci racconta Carlos, 45 anni, peruviano - trascorrevo le giornate sdraiato nel letto a castello, contando i buchi del materasso sopra al mio: erano 1.431. Non sapevo fare nulla. Oggi faccio l’elettricista e in cella ci vado solo a dormire”. A Gorgona infatti si è obbligati a restare dietro le sbarre solo dalle 9 di sera alle 7 del mattino. L’intera giornata è occupata dai corsi di formazione professionale, di teatro, musica, palestra, campo da calcio, la chiesetta, ma soprattutto si lavora. Tutti a contratto - Il 100% dei reclusi è assunto con regolare contratto. “La maggior parte è alle dipendenze dello Stato e contribuisce all’automantenimento del carcere”, spiega Maria Grazia Giampiccolo, la direttrice del penitenziario. C’è chi coltiva gli orti, chi accudisce i maiali, le galline, gli asini; oppure fa il fornaio o il manovale, pulisce l’isola e fa la manutenzione alle vecchie case dei pescatori, ora abitate dagli agenti. Quasi il 10% è invece ingaggiato dalle aziende private che hanno stretto accordi con l’amministrazione penitenziaria, come la Frescobaldi che sull’isola ha 2 ettari di vigneti, e la Piacenti, che ha in appalto i lavori per la messa in sicurezza dell’antica rocca. La paga-base di un detenuto assunto per mansioni agricole è di 844 euro lordi; i vignaioli sono i più fortunati perché arrivano a 1.200. Lo stipendio però passa dall’amministrazione penitenziaria, che trasferisce un quinto in un conto vincolato (che il detenuto potrà incassare una volta libero) e trattiene circa 110 euro al mese di contributo al mantenimento. Per legge infatti il detenuto deve concorrere alla spesa per “alimenti e corredo”: 3 euro e mezzo al giorno. Sembrano spiccioli, ma in realtà in Italia quasi nessun carcerato paga, e alla fine il debito viene spesso annullato dai magistrati di sorveglianza. A Gorgona invece tutti lavorano, e quindi tutti pagano. Un modello a rischio - Gli studi dimostrano che tra i detenuti con un’occupazione lavorativa c’è una percentuale più bassa di depressi, di obesi e di consumo di farmaci. Si riduce anche l’aggressività, e questo a Gorgona è cruciale perché basterebbe poco per trasformare un martello o una falce in un’arma. Proprio per garantire il delicato equilibrio sul quale si regge questo carcere, c’è sempre stata una rigida selezione delle richieste di trasferimento. Nel documento che fissa le linee guida dell’istituto lo si spiega: “La scelta dei detenuti da assegnare a questa sede riveste un’importanza fondamentale al fine di assicurare l’ordine e la sicurezza”. Ma negli ultimi anni le maglie dell’amministrazione penitenziaria si sono allargate, lasciando entrare reclusi di “elevata pericolosità”, o con pregressi problemi di dipendenza. Il problema oggi è “chi” entra, ma anche “quanti” ne entrano. La capienza massima è di 89 detenuti, ma si è arrivati si superare la soglia dei 120. Per garantire a tutti un contratto, se prima si lavorava 6 ore al giorno per 6 giorni la settimana, ora si lavora 4 ore per 4-5 giorni a settimana. A complicare le cose, il ventaglio di opportunità occupazionali si sta riducendo per la decisione di chiudere l’allevamento di orate e nel 2021 anche la macelleria e il caseificio. Qualcosa funziona? Smantellala! - Il carcere sta diventando sempre meno autosufficiente. I pochi pannelli solari presenti non funzionano: l’elettricità si produce bruciando mille litri di gasolio al giorno. Per assurdo, nell’isola non c’è la motovedetta: in caso di emergenza si attende l’intervento da Livorno e se qualcuno si avvicina troppo alla costa si può solo prendere in mano un megafono e ordinare di allontanarsi. La pianta organica prevede 54 agenti di sorveglianza, ma in servizio ci sono appena 26 uomini in divisa. A giugno il sindaco di Livorno Luca Salvetti ha scritto al ministero della Giustizia: così si “rischia di compromettere l’equilibrio organizzativo e l’efficacia del percorso di reinserimento sociale”. Lo dice anche il garante dei detenuti Marco Solimano: “Il problema è tutto politico: invece di investire per esportare il modello-Gorgona nelle altre carceri, si sta importando alla Gorgona tutto quello che non funziona”. Sisto: “In carcere non si dovrebbe perdere la dignità” di Lavinia Peci L’Espresso, 18 settembre 2026 “Il sovraffollamento? Non dipende dai reati introdotti da questo governo”. Il viceministro della Giustizia, intervistato dal vicedirettore Enrico Bellavia, parla di velocizzazione dei processi, di impiego dei fondi Pnrr e dello stato delle carceri e dei detenuti. “Grazie al Pnrr abbiamo accelerato gli investimenti in giustizia stabilizzando migliaia di amministrativi. Abbiamo raggiunto una riduzione dei tempi del processo penale del 38,8% e del 50% nel civile”. Il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto interviene nell’arena di Sette idee intervistato dal vicedirettore Enrico Bellavia. I temi spaziano dalla giustizia lenta alla gestione dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, fino al sovraffollamento carcerario. Sisto parte dalle basi. “Difesa, personalità, responsabilità, giusto processo e pena certa”, per il viceministro sono “sono tutti pilastri che oggi vanno valorizzati con ancora più forza”. Il problema per Sisto non è l’applicazione della giustizia, ma il “suo funzionamento”, anche se ci sono stati dei miglioramenti, a partire dallo snellimento dei processi. “L’Europa ci può indicare come uno Stato modello per l’applicazione del Pnrr sulla giustizia”, ma per migliorare il sistema c’è sempre margine. “Gli investimenti nella giustizia non finiscono mai perché è un comparto inesauribile” e in Italia bisogna pensare soprattutto alla digitalizzazione, ancora ferma nei sistemi carcerari. “A me sta molto a cuore il tema carcere, e sono convinto che debba essere un luogo si perde la libertà personale, non la dignità”, riconosce il viceministro. Per garantire ciò, bisogna “evitare lo sdegno e la depressione” nella popolazione carceraria. E questo riguarda sia le strutture che le condizioni di vita del detenuto, sia per quello che fa all’interno degli spazi del carcere che per come sta. “Fondamentale è il discorso della salute: nei penitenziari la sanità è considerata di serie B”. Sanità da pensare in senso lato come stato di salute ma anche come disagi psicologico, che oggi colpisce il 10% dei detenuti. “Il sovraffollamento? La magistratura decide chi va dentro e chi no”, osserva Sisto che ribadisce che la proliferazione della popolazione carceraria non dipende “certamente dai reati introdotti da questo governo”. Roma. Belcastro: “Il mio cane vive 50 volte meglio di un detenuto a Regina Coeli” di Laura Martellini Corriere della Sera, 18 settembre 2026 “Il mio cane vive 50 volte meglio di un detenuto a Regina Coeli. Lui prende i croccantini quando vuole, viene assistito se malato, beve l’acqua e può andare a passeggiare se ne ha bisogno”: parole durissime quelle del presidente della Camera penale di Roma, Giuseppe Belcastro, durante un incontro con la stampa per sottolineare “l’inaccettabile situazione delle carceri italiane” e in particolare “la drammatica condizione” dei penitenziari romani. Per Belcastro “la questione investe direttamente la tenuta dello Stato di diritto, il rispetto dei principi costituzionali e la qualità stessa della nostra democrazia”. Per rilanciare il tema, dal 23 al 29 settembre gli avvocati penalisti si asterranno dal lavoro. Saranno in molti ad aderire a questa sorta di “sciopero” delle udienze. Nelle scorse settimane, una delegazione dell’Osservatorio carceri della Camera penale di Roma ha visitato Regina Coeli. “Le condizioni del penitenziario sono disumane - ha spiegato l’avvocata Maria Brucale -. I detenuti non hanno frigoriferi, i bagni sono attaccati alle cucine. In questa estate di caldo torrido, nel reparto per l’assistenza psichiatrica le finestre restano coperte da lastre di plexiglass che rendono le temperature inumane. Le persone ristrette dormono in celle `pulite´, per modo di dire. Devono chiedere acqua agli agenti della polizia penitenziaria dalle feritoie. Ogni aspetto della vita quotidiana diventa motivo di sofferenza”. Casi di scabbia a Rebibbia - I penalisti sottolineano che dall’inizio dell’anno si sono verificati 46 suicidi nelle carceri italiane. “Abbiamo svolto ispezioni, siamo andati al ministero - ha osservato Belcastro -. La risposta è stata che a Roma hanno ridotto la pianta organica del tribunale di sorveglianza di otto unità...”. Nel carcere di Rebibbia va meglio, ma si deve far fronte a problemi di ordine sanitario, come la presenza della scabbia e di topi in alcune zone anche di uso comune dell’istituto penale. “La questione della salute dietro le sbarre - ha aggiunto l’avvocato Francesco Bianchi - riguarda anche il settore minorile e i Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr). In questi ultimi però non ci è permesso di entrare”. Sabato, a Firenze, si terrà il convegno “Lo stato generale dell’esecuzione penale. Analisi di un disastro”. Trento. Penalisti in visita: “Carcere di Spini sovraffollato” di Carla Ialenti Corriere del Trentino, 18 settembre 2026 Visita della Camera penale a Spini di Gardolo: “La situazione è critica”. A Spini carcere affollato, pochi educatori e pochi agenti di polizia penitenziaria. È il quadro descritto dalla Camera penale. Carceri sempre più affollate, pochi educatori e agenti della polizia penitenziaria sottorganico. Una situazione critica quella registrata nel carcere di Spini di Gardolo, in linea con quella nazionale. Gli avvocati della Camera Penale di Trento e Rovereto “Pompermaier” mercoledì hanno visitato la Casa circondariale di Trento, come ogni anno. La delegazione formata dagli avvocati Stefano Frizzi, Giuseppe Sambataro, Antonio Angelini, Giulia Galvan e Angelica Domenichelli è stata accompagnata dalla direttrice del carcere, Annarita Nuzzaci, dal comandante della polizia penitenziaria, Mariano Salvatore, e dalla responsabile dell’area educativa, Lucrezia Aielli. A Trento si registra da un lato un sovraffollamento del carcere, con quasi il doppio dei detenuti, dall’altro un personale in sottorganico, con il 25% di agenti della polizia penitenziaria in meno e un numero quasi dimezzato di educatori. Una situazione analoga quella italiana, dove il tasso di affollamento medio è del 142,1%, con picchi in alcune strutture penitenziarie superiori al 200%. Motivo per cui la Giunta dell’Unione camere penali italiane ha proclamato l’astensione dalle udienze penali dal 23 al 29 settembre 2026. A Trento sono 440 i detenuti attuali a fronte dei 240 posti, quasi il doppio rispetto alla capienza che venne stabilita tra il governo e la provincia di Trento. Un numero in crescita, come quello delle 48 donne, che rappresentano il 10% del totale, mentre gli uomini sono 392. Gli stranieri, fa sapere la Camera penale, sono 204, mentre gli italiani sono 236: la popolazione carceraria è quindi per la metà di origine straniera, il 46% sul totale, in misura più alta di quella nazionale, che in media è del 32%. Notevole anche il numero dei detenuti ancora imputati ,114, numerosi anche quelli indagati. Superiore al dato nazionale il numero dei detenuti in custodia cautelare: il 25% contro la media nazionale del 23%. È alta anche la presenza dei detenuti nelle sezioni protette, quelli che, a causa del tipo di reato commesso, rischiano aggressioni da parte del resto della popolazione carceraria: sono 117 sul totale, di cui numerosi per reati sessuali o contro la persona. “Un alto tasso di custodia cautelare fa sì che numerosi detenuti non possano accedere ai servizi rieducativi - evidenzia la Camera penale Pompermaier - e, in attesa di giudizio, non abbiano accesso alle possibilità che si possono avere con le misure alternative”. Ancora poche sono le opportunità di lavoro offerte dal carcere all’esterno: sono solo 16 i detenuti occupati e solo 14 semilibertà. Sovraffollamento nelle celle da un lato e poco personale dall’altro: a Trento gli educatori sono passati da 7 a 4 presenti. “Per il numero dei detenuti oggi presenti non è possibile operare in modo concreto per tutti”, commentano i penalisti. Sottorganico anche la polizia penitenziaria, di almeno un 25% e il personale amministrativo. Nota positiva per il carcere di Trento rispetto al dato italiano è la presenza della stanza dell’affettività o dell’amore. Dove fino ad oggi sono stati svolti 69 colloqui. Firenze. “Nonostante i trasferimenti Sollicciano è già sovraffollato” di Valentina Marotta Corriere Fiorentino, 18 settembre 2026 “A Sollicciano, anche dopo il sequestro di 7 sezioni e il trasferimento di 218 detenuti, il tasso di affollamento è pari al 166%. Ma la foto di una cella sarebbe più efficace di parole e numeri per descrivere la grave condizione di degrado”. L’avvocato Duccio Baglini, presidente della Camera penale di Firenze ricorda le immagini della recente visita nel carcere: muri sporchi e anneriti, celle spesso senza ventilatori, ascensori rotti e lavoranti costretti a portare a mano e per le scale i pesanti carrelli dei pasti. Alle carenze strutturali si aggiungono i deficit di organico. “Lo scorso 10 settembre - spiega Baglini - erano presenti 443 detenuti contro una capienza regolamentare di 269. Gli agenti della penitenziaria dovrebbero essere 416, ma la forza effettiva è di 320”. Nota positiva: riprenderà per iniziativa della Camera penale, il progetto “Lib(e)ri di leggere”, gruppo di lettura dei detenuti curato dalle avvocate Rosa Todisco e Chiara Lombardi in collaborazione con gli istituti Saffi e Russel Newton e le biblioteche del territorio. Dallo spaccato fiorentino, partirà il convegno organizzato dall’Unione Camere Penali “Lo stato generale dell’esecuzione penale. Anatomia di un disastro: analisi e proposte” (domani, Grand Hotel Adriatico). Avvocati, magistrati, politici e accademici a confronto per elaborare un’agenda da suggerire a Governo e Parlamento. “Sollicciano è diventato un caso di scuola, il primo in cui viene chiuso un reparto per trattamenti degradanti - puntualizza la responsabile Giustizia Pd Debora Serracchiani, relatrice al convegno - Va chiuso”. Incalza il deputato Pd Federico Gianassi: “Contestiamo al Governo una latitanza di 4 anni che ha portato a cronicizzare le difficoltà”. Torino. Celle sovraffollate e insetti, scioperano gli avvocati: “Così la pena è disumana” di Giada Lo Porto La Repubblica, 18 settembre 2026 A Torino ci sono 450 detenuti oltre la capienza. La Camera Penale: “Garantire i diritti minimi”. Più di 1.550 detenuti a fronte di una capienza teorica di 1.100 posti. Celle sovraffollate, insetti infestanti, locali insalubri. La situazione del carcere di Torino, secondo l’Osapp, rischia di diventare “ingestibile sotto il profilo del sovraffollamento, delle condizioni igienico-sanitarie e della sicurezza”. Proprio le condizioni delle carceri sono state ieri al centro della conferenza stampa della Camera Penale a Torino per illustrare le ragioni dell’astensione dalle udienze proclamata a livello nazionale dall’Unione Camere Penali Italiane dal 23 al 29 settembre, la seconda dopo quella di giugno in seguito alla scoperta di intercettazioni illegali nel carcere di Perugia. I penalisti stavolta sollevano un’altra questione. “Dalla Corte Costituzionale ci auguriamo una risposta che può essere un modo intelligente di risolvere la situazione delle carceri italiane senza passare per la politica”, ha spiegato Roberto Capra, presidente della Camera Penale “Vittorio Chiusano” del Piemonte Occidentale e Valle d’Aosta. Il riferimento è all’udienza - in programma a Roma il 22 settembre - dove verrà discussa una questione sollevata dal tribunale di sorveglianza di Firenze sulla possibilità di differire l’esecuzione della condanna quando il carcere “non garantisce i diritti minimi dei detenuti”. La decisione della Consulta potrebbe incidere in maniera significativa sul sovraffollamento delle carceri. “Oggi - ha spiegato Capra - le norme prevedono il rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena, ma solo in casi espressamente contemplati, per esempio per le condizioni di salute del condannato. Questo strumento potrebbe essere applicato anche quando la pena, date le condizioni della struttura penitenziaria, andrebbe ad essere scontata in condizioni contrarie al senso di umanità”. Capra aggiunge: “Riteniamo che a Torino ci sarebbe un’applicazione molto significativa perché il carcere ha un problema di sovraffollamento importante”. Maurizio Basile, del direttivo della Camera penale, aggiunge che “in nessuna struttura si fa entrare la gente se tutti posti sono occupati. Deve valere anche per le carceri”. Asti. Il carcere trattato come una “discarica sociale” sul quale non si fanno investimenti di Daniela Peira lanuovaprovincia.it, 18 settembre 2026 L’accusa arriva dalla Camera Penale di Asti che ha acceso un faro sulla situazione carceraria italiana in contemporanea in tutte le sedi. E lo fa elencando i numeri di sovraffollamento e non solo. Gli avvocati penalisti scendono nuovamente in campo per accendere l’attenzione sulla situazione carceraria italiana. Problemi che attanagliano tutti i penitenziari, da Nord a Sud, e che loro conoscono bene perché quei luoghi li frequentano ogni giorno nei colloqui con i loro clienti detenuti. E la conclusione è sconfortante: “Viene ritenuto una discarica sociale in cui “nascondere” persone e dimenticarle. Senza investimenti né di persone, né di risorse, né di progetti, né di denaro per le strutture fatiscenti e inadatte”. Lo hanno ribadito gli avvocati Davide Gatti e Alberto Avidano, rispettivamente presidente e vice della Camera Penale di Asti. “Il problema cronico è quello del sovraffollamento delle celle - sottolinea Gatti - che ormai supera il 100% e in alcune carceri arriva anche al 150%. Già questo, di per sé, dà la misura di come non si faccia nulla per disinnescare il disagio che nasce da una convivenza così stretta in regime di detenzione. E Asti non è da meno”. Anche questa estate, infatti, la Camera Penale di asti, nell’ambito del progetto “Ristretti in agosto” che prevede una visita nelle carceri locali durante il mese più caldo, ha fatto un accesso istituzionale, in delegazione, alla Casa di Reclusione di Quarto. “Ad Asti su 207 posti di capienza dichiarata - prosegue l’avvocato Gatti - sono presenti 278 detenuti. E va ricordato che non si tratta di un carcere e di detenuti comuni. Ci troviamo nella singolare e unica condizione in cui un tribunale accorpato grande come Asti e Alba non ha una casa circondariale per detenuti in attesa di giudizio e accusati di reati comuni. Solo una piccola sezione, sempre al carcere di Quarto, dove restano in attesa di convalida prima di essere smistati a Torino, Vercelli, Alessandria o anche più lontano”. Con tutto quello che ne deriva in termini di disagio per i colloqui con le famiglie e i costi, anche per i colloqui difensivi. Quando è stato costruito, il carcere di Asti è stato pensato come Casa Circondariale e non come Casa di Reclusione di Alta Sicurezza con problemi strutturali che riguardano, er esempio, spazi comuni limitati, cortile di passeggio, area trattamentale. Un carcere che è occupato per la sua totalità da detenuti con pene lunghe o ergastoli da scontare che provengono dalle regioni meridionali, a seguito di processi e condanne per criminalità organizzata. Non avendo collegamenti pubblici diretti, un problema sollevato dai penalisti è quello dell’accesso delle famiglie per i colloqui che arrivano in bus fino a Quarto e poi devono farsi un lungo pezzo a piedi su una statale molto trafficata e pericolosa. Stesso problema, peraltro, per i detenuti lavoratori. Ma i numeri non finiscono qui. A fronte di 78 detenuti in più del previsto, ci sono 31 agenti di polizia penitenziaria in meno rispetto alla pianta organica (che è comunque calcolata sul massimo della capienza dichiarata). E i sindacati di polizia continuamente lanciano l’allarme sul rischio che corrono ogni giorno in questa cronica carenza di personale che deve fronteggiare detenuti pericolosi e che, spesso, non hanno più nulla da perdere. Anche sul fronte degli educatori le cose stanno male: ne sono previsti 7 e che ne sono solo 3 in servizio effettivo. “Noi sappiamo che tutto il personale che, a vario titolo, lavora in carcere fa del suo meglio e dimostra ogni giorno buona volontà, comprensione e disponibilità - ha commentato l’avvocato Avidano - ma mancano drammaticamente investimenti di ogni genere sul mondo carcerario. Che è complesso e sofisticato. La nostra Costituzione lo definisce un luogo di espiazione ma anche di recupero per un reinserimento sociale di chi ha sbagliato, peccato che oggi venga considerato una “discarica sociale” di cui non occuparsi e sul quale non spendere soldi. Non capendo - prosegue - che questo disinteresse ha una ricaduta su tutta la società”. Quali soluzioni? La Camera Penale di Asti ne individua due: una dotazione adeguata di mezzi, servizi e personale, oppure si allevia la pressione carceraria. Oggi già esistono alternative alla reclusione ma sono frapposti molti ostacoli e gli uffici che se ne occupano, manco a dirlo, sono pochi e sotto organico, impossibilitati a stare dietro a tutte le richieste. Il paradosso di chi continua a restare in carcere anche dopo che ha scontato la condanna - Ci sono poi meccanismi che ai più non sono noti ma che denotano anche le storture di un sistema che, sulla carta, punta al reinserimento, ma nella realtà non fa che peggiorare le condizioni dei detenuti. E’ sempre la Camera Penale di Asti a parlarne, dopo una visita al carcere di Alba, sempre ad agosto. Quella di Alba è una struttura di Reclusione e Casa di Lavoro. Vi sono reclusi coloro che, scontata la pena inflitta dai giudici, sono sottoposti ad una misura di sicurezza che prevede che debbano ancora essere sottoposti ad un periodo di “osservazione” prima della libertà completa; periodo da passare già con un lavoro esterno. La cosa paradossale che non vi è un limite massimo in cui un ex detenuto può essere sottoposto a questa misura che viene valutata una sola volta all’anno dal Tribunale di Sorveglianza che decide se prolungarla oppure se “chiuderla” e lasciare l’uomo in libertà. Il problema è che di lavoro a ex detenuti sono in pochissimi a offrirne per valutare la capacità di reinserimento nella società, così, se un ex recluso non ha offerte, deve aspettare un altro anno per tornare davanti al giudice di sorveglianza, rimanendo nella Casa di Lavoro in condizioni meno restrittive del carcere ma senza libertà. E per qualcuno questo va avanti da anni. “Non potete immaginare le storie che ci hanno raccontato questi particolari tipologie di reclusi - dice l’avvocato Gatti - Colloqui drammatici fra noi difensori e loro che non vedono mai la fine della detenzione nonostante sia magari da anni che hanno terminato di scontare la loro pena”. Di questo e del mondo carcerario attuale, che ricomprende anche i tristi suicidi in cella di cui aumenta il bilancio di anno in anno, parleranno tutte le Camere Penali d’Italia in una giornata di studio che si terrà sabato a Firenze; l’obiettivo è di uscire dall’incontro con un appello alla politica richiamando l’obiettivo del carcere così come previsto dalla nostra Costituzione. La scelta di Firenze non è un caso: il Tribunale di Sorveglianza del suo distretto ha sollevato un quesito costituzionale proprio sulle condizioni di carcerazione. Benevento. Carceri tra sovraffollamento, ambienti da ristrutturare e criticità di Alessandro Fallarino ottopagine.it, 18 settembre 2026 Sovraffollamento, carenza di personale e di spazi, che andrebbero ristrutturati con urgenza, suicidi e atti di autolesionismo in aumento. È questo lo spaccato che è emerso durante la conferenza stampa dell’Unione camere penali di Benevento, presieduta dall’avvocato Nico Salomone, che ha tracciato un bilancio delle visite effettuate dagli avvocati ad agosto scorso negli istituti di pena di Benevento ed Ariano Irpino, nell’ambito dell’iniziativa “Ristretti in agosto” che punta a mantenere accesi i riflettori sulle condizioni di vita dietro le sbarre anche quando il resto del Paese va in vacanza. Al termine delle visite effettuate a Benevento il 26 agosto scorso e ad Ariano Irpino il 9 settembre, sono quindi emerse situazioni di sovraffollamento, carenza di personale e di spazi, suicidi e atti di autolesionismo in aumento. “La crisi del sistema penitenziario italiano - ha evidenziato Salomone, affiancato dagli avvocati Domenico Rossi e Valeria Crudo e da Simona Barbone, componente della Giunta nazionale dell’Unione camere penali italiane, non è più un’emergenza contenibile con misure tampone, e per questo l’Unione delle Camere Penali Italiane, a chiusura del ciclo di visite nelle carceri italiane, dedicherà un’intera giornata di approfondimento dal titolo “Lo stato generale dell’esecuzione penale. Anatomia di un disastro: analisi e proposte”, che si terrà venerdì 19 settembre a Firenze. Nel frattempo con la Giunta dell’Unione delle Camere Penali Italiane abbiamo aderito al progetto di indulto “differito” in quanto riporta al centro del confronto politico e istituzionale il tema dell’indulto quale risposta necessaria alla drammatica condizione delle carceri italiane. Occorre però evitare che il differimento, ove eccessivamente protratto o gravato da requisiti di difficile accesso, finisca per ridurre sensibilmente l’efficacia della misura rispetto all’emergenza carceraria attualmente in atto. L’accompagnamento dovrebbe pertanto costituire uno strumento di supporto al reinserimento e di garanzia del buon esito della misura, senza tradursi in un sistema eccessivamente selettivo o tale da restringerne irragionevolmente la portata applicativa”. “Appare altresì necessario - hanno poi rimarcato Barbone e Salomone - che la misura abbia una platea applicativa quanto più ampia possibile, evitando esclusioni automatiche e irragionevoli fondate esclusivamente sulla natura del reato e scongiurando il rischio che l’accesso al beneficio dipenda dalle diverse opportunità trattamentali concretamente offerte dai singoli istituti penitenziari. Riteniamo a tale fine indispensabile affiancare all’indulto un piano straordinario di investimenti nell’assistenza post-penitenziaria, nelle misure alternative alla detenzione e negli strumenti di inclusione lavorativa e abitativa, affinché il reinserimento sociale diventi un obiettivo realmente perseguibile e non una mera affermazione di principio”. Dati Carcere di Benevento forniti dalla Camera Penale - Rispetto alla capienza regolamentare di 259 unità (a cui andrebbero sottratte le 25 ad oggi di fatto non disponibili in ragione della chiusura del reparto ove si verificavano i tafferugli del 3 agosto u.s.), sono presenti attualmente in struttura circa 364 detenuti (292 uomini, 72 donne), tra i quali 26 stranieri e 32 tossicodipendenti (7 i casi psichiatrici ufficiali). Il personale di polizia penitenziaria consta di circa 226 agenti, tra i quali permane una sensibile e problematica situazione di sottorganico, aggravata dal sovraffollamento. Le camere di detenzione necessitano di interventi seri di ristrutturazione, per i quali la Direzione ha già presentato progetti e richiesto fondi, per ora senza esiti. L’istituto garantisce attività scolastica (scuola dell’obbligo, istituto alberghiero ed altri corsi di formazione) e lavorativa; all’interno è presente una sartoria dotata di strumenti all’avanguardia, dunque in grado di produrre lavori sartoriali di buona fattura (vengono prodotte divise per i lavoranti e manutenute le divise della polizia penitenziaria; vengono prodotti altresì altri lavori, sempre su commessa ministeriale). Di recente, sono in via di finanziamento start-up per il settore dell’edilizia, per cui i detenuti potranno essere impegnati in attività lavorative di pitturazione, etc. Restano come l’anno scorso detenuti lavoranti per ASI e per Ferrovie dello Stato (4), a ciò autorizzati. Ottenuti finanziamenti per la Giustizia Riparativa, occasione importante - anche se non risolutiva - di rieducazione e deflazione. Più limitata è l’attività trattamentale di tipo culturale e ricreativo. I detenuti dell’alta sicurezza lamentano in ogni caso la carenza di attività rieducative e il tempo effettivo ridotto delle ore di socialità. I locali palestra interni ai reparti sono ridotti e spesso inutilizzati, con macchine in molti casi obsolete. L’istituto ha attivato ormai da tempo un servizio e-mail per le comunicazioni con i detenuti ed ha implementato, per i colloqui, l’utilizzo delle videochiamate. È sempre presente in struttura il “totem” elettronico messo a disposizione dei detenuti per la spesa, oltre che una ludoteca utilizzata per i colloqui con i familiari dei detenuti con figli (anche se senza adeguato spazio verde all’aperto) e un servizio anagrafe per i documenti di identità. I detenuti lamentano - tra le principali criticità - le lungaggini nella decisione delle richieste di liberazione anticipata e di permessi premio, nonché delle istanze ex art. 35-ter OP (cosiddette “Torreggiani”), da parte della Sorveglianza. Criticità anche nel settore sanitario: sono previsti in organico 8 medici per la continuità assistenziale; come specialisti interni, vi sono ad oggi unicamente la dermatologa (visita un giorno a settimana) e il dentista (visita tutti i giorni tranne il giovedì). Mancano allo stato come specialisti interni la ginecologa (da circa un anno), l’urologo (richiesto) e l’oculista. Le visite specialistiche sono, dunque, demandate all’esterno con lunghi tempi di attesa. Risolta, a quanto pare, l’emergenza ‘scabbia’ che aveva interessato l’istituto nei mesi scorsi, anche attraverso una più attenta profilassi. “Il Carcere di Benevento, in definitiva - chiosa la Camera penale sannita -, si appalesa come un istituto penitenziario che tra le mille difficoltà connesse alla carenza di fondi, personale, strutture e alla scarsa attenzione della Politica e delle Istituzioni, si muove lungo una linea di stoica, buona gestione e profondo impegno che garantisce ascolto e detenzione mediamente “sopportabile”, ma con l’urgenza ormai non più rimandabile di provvedere ad una seria ristrutturazione dei locali interni e, da parte delle autorità sanitarie competenti, di garantire una maggiore attenzione alla questione dell’assistenza sanitaria, che sia degna di un Paese che voglia dirsi civile. Più in generale, la grave condizione di sovraffollamento renderebbe necessari interventi legislativi di deflazionamento detentivo/carcerario, ormai non più rinviabili, come l’amnistia o l’indulto, oltre che una seria estensione della gamma delle misure alternative alla detenzione, sulla linea della nuova norma in materia di detenzione domiciliare introdotta di recente per i detenuti tossicodipendenti”. Brescia. Emergenza carcere, i penalisti: “Detenzione inumana a Canton?Mombello” di Antonio Borrelli Giornale di Brescia, 18 settembre 2026 Cimici, docce bollenti e sovraffollamento nel Nerio Fischione. Avvocati e magistrati chiedono interventi urgenti, mentre si attende la Corte costituzionale. Punture di cimici sul corpo, acqua bollente dalle tubature delle docce, celle calde e ristrette, spazi all’aria aperta sotto il sole cocente. Per settimane sono state queste le condizioni dei detenuti del carcere Nerio Fischione, quando le temperature roventi della lunga estate 2026 sono diventate l’incubo di un’estate a tratti invivibile persino nelle case. Lo scenario, rivelato anche dal Giornale di Brescia lo scorso luglio, è stato svelato in occasione del confronto voluto dalla camera penale della Lombardia Orientale al Palagiustizia di Brescia. “La detenzione inumana al vaglio della Corte Costituzionale”, questo il titolo dell’incontro coordinato da Stefania Amato e rivolto ad avvocati e magistrati del foro di Brescia. Dopo le due segnalazioni inviate dall’ordine degli avvocati di Brescia, ad agosto sono state attivate le prime verifiche nella casa circondariale che oggi è arrivata ad ospitare 383 detenuti (quasi duecento in più della capienza massima). Ma Valeria Cominotti, vicepresidente dell’ordine degli avvocati di Brescia, dice nettamente: “A Brescia una struttura così non dobbiamo e non possiamo permettercela”. E auspica l’apertura di un tavolo più ampio con i vertici della Casa Circondariale, Ats e gli enti locali. “Per provare ad ottenere qualcosa lavorando finalmente in maniera sinergica, ognuno deve fare la propria parte”. Intanto la presidente del tribunale di sorveglianza Monica Cali rivela: “Mi hanno riferito che a Canton Mombello sono iniziati i lavori di ristrutturazione, mentre a Verziano cominceranno a gennaio. È un mantra che si rincorre da quattro anni, speriamo che stavolta sia così”. È in questo contesto che si fa sempre più attuale la discussione sulla necessità del maggior ricorso alle misure alternative, le uniche capaci di dare opportunità al detenuto. “Questo è un territorio ricchissimo ma di fronte alla possibilità di assumere detenuti la risposta è sempre molto tiepida”, aggiunge Cali. “La mancanza di prospettive e le fragilità psichiche per il detenuto generano sofferenza ma sono anche causa di conflittualità - spiega Arianna Carminati, garante dei detenuti di Brescia -. Di fronte a questo problema la risposta legislativa più recente si è mossa sul mero terreno punitivo. Il disagio maturato durante la detenzione rischia così di tradursi in una nuova pena; al problema prodotto dal carcere si risponde con altro carcere”. L’attesa è tutta per il 22 settembre, quando è attesa la pronuncia della Corte Costituzionale sulla situazione della detenzione imposta nel carcere di Sollicciano che è stato sottoposto a sequestro giudiziario, che potrebbe rivoluzionare il sistema carcerario italiano. Ravenna. Emergenza carceri: criticità dopo le visite estive. Collette per acquisto lavatrici e computer Il Resto del Carlino, 18 settembre 2026 Emergenza carceri: criticità a Ravenna e Forlì dopo le visite estive. Collette per l’acquisto di lavatrici e computer. La situazione carceraria continua a essere al centro del monitoraggio e dell’attenzione della Camera Penale della Romagna, che richiama l’attenzione sulle gravi criticità che attraversano gli istituti penitenziari del Paese e del territorio nell’imminenza di due importanti appuntamenti istituzionali e giuridici. Il primo è il convegno intitolato “Lo Stato Generale dell’Esecuzione Penale - Anatomia di un disastro - Analisi e proposte”, promosso dall’Unione delle Camere Penali Italiane (Ucpi) per il 19 settembre a Firenze. L’obiettivo è riaffermare un principio fondamentale: la pena può essere eseguita soltanto nel rispetto della Costituzione, della dignità della persona e del senso di umanità. Al convegno di Firenze interverranno, tra gli altri, il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, i deputati Riccardo Magi, Ciro Maschio, Debora Serracchiani e Roberto Giachetti, e l’ex deputata Rita Bernardini, oggi presidente di Nessuno Tocchi Caino, insieme a esponenti accademici, dell’avvocatura e della magistratura di sorveglianza. Al centro del dibattito vi saranno le problematiche strutturali del sistema: il cronico sovraffollamento, la carenza di personale e di spazi, e l’incremento di suicidi e atti di autolesionismo all’interno degli istituti. Le criticità nazionali si riflettono direttamente anche sulle Case Circondariali di Ravenna e Forlì. Entrambe le strutture sono state recentemente visitate da una delegazione della Camera Penale della Romagna nell’ambito dell’iniziativa nazionale “Ristretti in Agosto”, volta a verificare le condizioni di vita detentive e ad assicurare la presenza dei penalisti nel periodo estivo, momento caratterizzato da maggiori difficoltà logistiche e climatiche. Le visite effettuate hanno messo in luce gravi criticità strutturali in entrambi gli istituti romagnoli e un imponente scoperto nell’organico della Polizia Penitenziaria. Nonostante l’estrema professionalità dimostrata dagli operatori, tali carenze rendono arduo garantire la piena umanità della pena prevista dal dettato costituzionale. Iniziative concrete per i penitenziari del territorio Per contribuire in modo tangibile al miglioramento delle condizioni quotidiane di detenzione, la Camera Penale della Romagna si è fatta promotrice di due raccolte fondi destinate agli istituti locali: una colletta per l’acquisto di lavatrici in favore della Casa Circondariale di Forlì; una colletta per l’acquisto di computer destinati alla Casa Circondariale di Ravenna. Livorno. Carceri, un “disastro”. La visita del direttivo della Camera Penale di Maila Papi La Nazione, 18 settembre 2026 Visita del direttivo della Camera Penale di Livorno ai penitenziari delle Sughere e di Forte San Giacomo a Porto Azzurro. In ambedue gli istituti gli avvocati hanno rilevato forti criticità e chiedono interventi. “Se è vero che ‘Il grado di civiltà di una nazione si misura dallo stato delle sue carceri’, dobbiamo ammettere che la civiltà, nel nostro paese, è notevolmente regredita” spiega il direttivo della Camera Penale di Livorno composto da Michele Alongi (Presidente), Nando Bartolomei (Vice Presidente), Cecilia Bellucci (Tesoriera), Maria Giulia Bettini (Segretaria), Nicoletta Ricci, Guia Tani e Francesco Puccetti (Consiglieri). La camera penale di Livorno, a distanza di una settimana, ha potuto fare accesso sia al carcere delle Sughere di Livorno che alla casa di reclusione di Porto Azzurro. Due realtà che raccontano storie profondamente diverse ma tristemente drammatiche. “A Porto Azzurro - spiegano gli avvocati - tra strutture fatiscenti, spazi angusti, sovraffollamento e impossibilità di garantire tutela adeguata alla gran parte della popolazione detenuta afflitta da malattie o dipendenze, la Direzione prova comunque a dare sostanza alla funzione rieducativa della pena, lottando quotidianamente con l’assenza di finanziamenti e personale. La realtà livornese, purtroppo, non è migliore ed anzi è caratterizzata da un preoccupante sovraffollamento, dovuto anche al trasferimento di un gran numero di detenuti provenienti dal carcere fiorentino di Sollicciano, proprio a seguito del sequestro di alcune sezioni da parte dall’Autorità Giudiziaria. Alle Sughere è allarmante la mancanza di progetti e prospettive in un carcere ove, appena inaugurato il nuovo padiglione C, lo stesso risulta già saturo e dove i letti singoli sono stati rapidamente sostituiti da letti a castello, vanificando - di fatto - l’ipotesi di un miglioramento delle condizioni di detenzione. Un ambiente detentivo costellato da ambienti dichiarati (finalmente!) inagibili, dove si registra la totale carenza di aree dedicate alle attività formative e rieducative, che costringono gli educatori a “ritagliare” spazi tra i pochissimi disponibili e la Direzione a non poter autorizzare le attività per mancanza di luoghi adeguati. La dignità per questi uomini, costretti in tali ambienti, sembra non aver cittadinanza nell’Istituto. Questo non è, tuttavia, un problema che affligge unicamente il territorio livornese. Sollicciano lo insegna - o meglio, lo impone - e con esso l’intera realtà carceraria italiana. A causa delle condizioni strutturali e igienico sanitarie proprio a Sollicciano, sono state sottoposte a sequestro preventivo ben 7 sezioni, con la conseguente migrazione di detenuti verso altri Istituti. Per la prima volta in Italia, la questione delle condizioni carcerarie è uscita dal terreno esclusivamente amministrativo e politico, per divenire anche una questione di possibile responsabilità penale. Senza metafore, serve un intervento immediato e responsabile: la dignità dell’uomo ed il rispetto dei diritti fondamentali dei detenuti, così come il principio ed il valore della rieducazione del condannato devono tornare al centro del dibattito e trovare giusta tutela da parte dello Stato, suo garante. La pena deve essere rieducazione anche al fine di restituire alla società un individuo che, pur avendo errato, risulti riabilitato e migliore. Oggi tutte le Camere penali Italiane all’unisono, daranno voce con conferenze stampa e pubblicazioni sulle principali testate giornalistiche, a questa intollerabile ed inumana condizione detentiva degli istituti di pena della nostra penisola, e l’Unione delle Camere Penali Italiane ha organizzato per il prossimo 19 settembre a Firenze, un convegno dal titolo significativo: “Lo stato generale dell’esecuzione penale: anatomia di un disastro” che cade alla vigilia dell’udienza del 22 settembre dinanzi alla Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi sulla possibilità di differire l’esecuzione della pena quando le condizioni detentive risultino incompatibili con il nucleo essenziale dei diritti fondamentali. Del resto uno dei principali motivi dell’importante astensione dalle udienze penali indetta dall’Unione delle Camere Penali Italiane dal 23 al 29 settembre prossimi, è proprio lo stato in cui versano gli istituti di pena della nostra penisola. A noi tutti cittadini un compito importante: siamo chiamati ad un ruolo di vedetta e salvaguardia circa il rispetto di tali principi costituzionali tanto semplici quanto imprescindibili e che vengono quotidianamente violati”. Lucca. Cento detenuti in soli 37 posti effettivi Il Tirreno, 18 settembre 2026 La Camera penale denuncia un sovraffollamento del 270% e gravi carenze di spazi e personale. Cento detenuti stipati in una struttura che dispone realmente di appena 37 posti, con un sovraffollamento che raggiunge il 270%. È il quadro emerso dalla visita alla Casa circondariale di Lucca effettuata l’11 settembre nell’ambito dell’iniziativa nazionale “Ristretti in agosto”, promossa dall’Unione delle Camere penali italiane. Gli esiti sono stati illustrati ieri dalla Camera penale di Lucca durante una conferenza nella sala avvocati del tribunale, alla presenza dei rappresentanti di Procura, tribunale e Comune e del responsabile dell’Osservatorio carcere dell’Ucpi Gianpaolo Catanzariti. L’istituto dispone sulla carta di 59 posti, ma 22 risultano inutilizzabili. Nelle celle di dimensioni ridotte sono sistemati tre letti: la disposizione delle brande rende difficile persino aprire e chiudere le finestre e limita fortemente i movimenti. Problematico anche l’accesso al piccolo ambiente che ospita wc, lavandino e una zona utilizzata come cucina. A preoccupare è inoltre l’elevato ricorso a farmaci psicotropi. Secondo la Camera penale, il carcere finisce spesso per farsi carico di persone con disagi e fragilità che richiederebbero un’assistenza sanitaria, sociale e terapeutica più articolata. La struttura è vetusta e presenta evidenti segni di degrado e umidità. Diversi ambienti risultano abbandonati, mentre il loro recupero potrebbe consentire di ampliare le attività comuni, culturali, lavorative e trattamentali. Emblematico il caso del teatro, oggi inagibile. È invece disponibile un campo da calcetto realizzato con il contributo del Comune. Anche il grande giardino alberato, pur ben tenuto, non viene utilizzato dai detenuti, neppure per i colloqui con i familiari. Il sovraffollamento riduce ulteriormente le possibilità di offrire lavoro, formazione e socialità. Le criticità riguardano anche il personale: gli agenti di polizia penitenziaria effettivamente presenti sono 77 rispetto ai 91 previsti. Per la Camera penale, queste condizioni compromettono la funzione rieducativa della pena: “Il carcere deve essere un luogo nel quale la pena venga eseguita nel rispetto della Costituzione, della dignità della persona e del senso di umanità”. Il confronto proseguirà domani a Firenze con lo “Stato generale dell’esecuzione penale”. Imperia. Detenuto tetraplegico trasferito in carcere, serve una struttura idonea rivieratime.news, 18 settembre 2026 A Imperia, l’USPP ha acceso i riflettori sul trasferimento in istituto di un detenuto tetraplegico con gravi problematiche sanitarie, nonostante la casa circondariale non disponga di assistenza medica continuativa h24 e presenti già una situazione organizzativa fortemente critica. Attualmente sono presenti 76 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 53 posti, con un sovraffollamento che rende ancora più difficile la gestione quotidiana dell’istituto e sottopone il personale di Polizia Penitenziaria a una pressione operativa sempre maggiore. “Le condizioni del detenuto si sono recentemente aggravate, tanto da rendere necessario il ricorso al Pronto Soccorso. Una circostanza che comporta inevitabilmente l’impiego di personale di Polizia Penitenziaria per accompagnamento, scorta e piantonamento ospedaliero, sottraendo agenti ai già numerosi servizi da garantire all’interno del carcere”, esordisce l’USPP. “La nostra domanda è molto semplice: perché trasferire un detenuto con esigenze sanitarie così complesse in un istituto che non dispone delle condizioni necessarie per gestirlo adeguatamente?”, denuncia Guido Pregnolato, segretario regionale USPP. “In un carcere che già ospita 76 detenuti rispetto ai 53 posti regolamentari, questa situazione aggiunge ulteriori difficoltà e responsabilità sulle spalle di un personale già in forte sofferenza. Ogni accesso ospedaliero significa infatti distogliere unità dal servizio ordinario, aggravando una carenza di organico già esistente e aumentando il ricorso ai doppi turni e agli straordinari. La Polizia Penitenziaria si trova così a dover sopperire, con il proprio personale, a problematiche che non possono essere ricondotte esclusivamente alla funzione di sicurezza”. “La Polizia Penitenziaria deve garantire la sicurezza del carcere, non può essere chiamata a colmare le carenze dell’assistenza sanitaria”, continua Pregnolato. “Ogni agente impiegato in un piantonamento ospedaliero è una risorsa in meno per la sicurezza interna, soprattutto in una struttura sovraffollata e già sottoposta a forte pressione operativa”. Ma c’è un altro aspetto che l’USPP intende evidenziare. “È francamente assurdo”, sottolinea il sindacato, “che debba essere un’organizzazione sindacale della Polizia Penitenziaria a porre pubblicamente il problema delle condizioni di salute e dell’assistenza di una persona detenuta. Dove sono, in questo caso, le associazioni che quotidianamente intervengono sul tema dei diritti dei detenuti? Dove sono quelle forze politiche che si mobilitano ogni volta che si parla di condizioni carcerarie, ma che sembrano ricordarsi della Polizia Penitenziaria e della sicurezza soprattutto quando c’è da puntare il dito contro gli agenti?”. “La tutela della salute e della dignità delle persone detenute non può essere utilizzata soltanto quando serve a costruire una contrapposizione con la Polizia Penitenziaria”. L’USPP chiede pertanto all’amministrazione penitenziaria di rivalutare urgentemente la collocazione del detenuto e di individuare una struttura realmente idonea alle sue condizioni sanitarie, evitando che una scelta organizzativa inadeguata continui a produrre conseguenze sul personale e sulla sicurezza dell’istituto di Imperia. “Non accetteremo che la Polizia Penitenziaria venga lasciata sola a gestire emergenze che richiedono risposte sanitarie”, conclude. Milano. Buoni Dentro promuove la formazione e l’artigianato tra i detenuti Milano Finanza, 18 settembre 2026 C’è un modo molto concreto per trasformare il 5x1000 in un’occasione di riscatto: sostenere chi prova a ricominciare dal lavoro. È la strada scelta da Buoni Dentro, cooperativa sociale nata a Milano con un progetto sviluppato all’interno dell’Istituto penale minorile Cesare Beccaria. Il cuore dell’iniziativa è un laboratorio di panificazione e pasticceria, dove i giovani detenuti possono imparare un mestiere e acquisire competenze da spendere una volta terminato il percorso penale. Pane, focacce, biscotti, panettoni e colombe diventano così molto più che prodotti da vendere. Sono strumenti di formazione, responsabilità e reinserimento sociale. L’obiettivo è infatti utilizzare il lavoro come occasione per costruire una nuova prospettiva personale e professionale. Il progetto è partito in forma sperimentale nel 2011 e si è poi sviluppato con un vero laboratorio produttivo all’interno del Beccaria. Dal febbraio 2015 Buoni Dentro gestisce inoltre un punto vendita in piazza Bettini, a Milano, dove vengono commercializzati i prodotti realizzati nell’ambito del progetto. Qui il percorso esce dalle mura del carcere e incontra direttamente la città. I ragazzi possono così confrontarsi con un ambiente di lavoro reale, sotto la guida di figure professionali e di un maestro artigiano. La logica è semplice: non si tratta soltanto di occupare il tempo durante la detenzione, ma di costruire competenze utili per il futuro. Il lavoro diventa quindi una parte del percorso educativo e uno strumento per recuperare autonomia e fiducia. Un modello che punta a interrompere il circolo tra marginalità, carcere e difficoltà di reinserimento. Anche la sostenibilità economica del progetto passa dall’attività produttiva. La cooperativa si confronta con il mercato attraverso la vendita dei propri prodotti, mantenendo però al centro la propria finalità sociale. In alcuni casi, inoltre, l’invenduto viene destinato a persone in difficoltà e alle mense cittadine. Il 5x1000 può contribuire a sostenere questo modello. Buoni Dentro indica sul proprio sito il codice fiscale 09704490961 per destinare la quota dell’Irpef alla cooperativa. Non si tratta quindi di un contributo destinato genericamente all’assistenza. La scelta finanzia una realtà che mette insieme produzione, formazione e inclusione lavorativa. È proprio questa la particolarità del progetto: il sostegno passa anche attraverso un’attività economica capace di generare valore. Il principio è sintetizzato nello slogan della cooperativa: “Non assumiamo persone per produrre pane, produciamo il pane per creare occupazione”. Dietro ogni prodotto c’è quindi un percorso che punta a dare ai giovani una competenza, una responsabilità e una possibilità in più. Per il contribuente, destinare il 5x1000 significa scegliere a chi affidare una piccola parte delle proprie imposte. Per Buoni Dentro significa contribuire a mantenere in piedi un’esperienza nella quale il lavoro diventa parte del percorso di reinserimento. È anche una delle ragioni per cui il 5x1000 può avere un valore diverso a seconda dell’ente scelto. Nel caso di Buoni Dentro, la finalità è molto concreta: aiutare giovani che hanno avuto un percorso difficile a costruire una nuova opportunità attraverso il lavoro. Un esempio di come una scelta fiscale individuale possa tradursi in un progetto sociale sul territorio. E di come, in questo caso, il pane possa diventare anche uno strumento per tornare a essere parte della comunità. (riproduzione riservata) Venezia. Banco Lotto N°10, il sapore della libertà si nasconde tra le pieghe di un abito di Camilla Curcio Il Sole 24 Ore, 18 settembre 2026 Nella sartoria allestita all’interno del carcere femminile della Giudecca le detenute imparano a creare vestiti da zero e accumulano competenze spendibili all’esterno. Ci sono abiti che raccontano storie preziose e contengono moltitudini: non sono solo stoffa e impunture ma catturano il desiderio di un futuro (ancora) possibile e la rincorsa verso una nuova libertà. Tra le giacche colorate, le gonne a ruota e i vestiti dal sapore vintage che confezionano con cura, le detenute del carcere femminile della Giudecca, a Venezia, hanno trovato uno spazio dove imparare un mestiere può aiutare a riscoprirsi e a ripartire. Banco Lotto N°10, la sartoria all’interno della casa di reclusione, nasce nel 2003 e, da oltre vent’anni, è gestita dalla cooperativa sociale Il Cerchio Onlus. Tra i tavoli del laboratorio dove moda etica e giustizia riparativa operano in sinergia, le donne imparano a tagliare, cucire, costruire un capo da zero e, partecipando alle lavorazioni, si abituano a maneggiare compiti e responsabilità diverse. Nell’ottica di un reinserimento che punta all’emancipazione e all’accumulo di competenze spendibili fuori, una volta scontata la pena. Un percorso (dall’apprendimento fino al lavoro regolarmente retribuito) costruito con metodo e strategia, ma anche con un dialogo virtuoso tra chi insegna e chi crea. Uno scambio di input che va oltre la semplice formazione pratica. “Lavoriamo con le ragazze cinque giorni a settimana, per mezza giornata. Assieme a me, che mi occupo dello sviluppo e del taglio dei cartamodelli, imparano l’arte della confezione sartoriale, il cuore operativo della nostra attività”, racconta Margherita Uliana, direttrice artistica dell’atelier. “Il nostro processo creativo prende il via direttamente dalla materia prima: gran parte dei tessuti che utilizziamo ci viene donata, diventano così moodboard e ispirazione principale per collezioni e capi futuri. Partiamo dall’analisi dei materiali, valutiamo insieme le opzioni e le traduciamo nei modelli”. C’è anche il tentativo di rompere la monotonia di giornate che rischiano di assomigliarsi tutte e trovare soddisfazione in qualcosa di tangibile. “Iniziamo sempre con un piccolo rituale: entriamo, prendiamo le forbici e gli strumenti che ci servono e c’è poi la conta rigorosa, passaggio obbligato prima di aprire la sartoria. Appena fatta, accendiamo la musica, ci sediamo e iniziamo a lavorare in tranquillità”, prosegue Uliana. “Come in qualsiasi lavoro, ovviamente, ci sono problemi da gestire ma la fase della confezione in sé è un momento davvero speciale”. L’iter produttivo è organizzato in modo tale che ciascuna detenuta - regolarmente assunta soltanto dopo un anno di tirocinio - possa seguire la creazione di un capo dall’A alla Z. Non ci sono target di produzione fissi da raggiungere e i tessuti lavorati, forniti in gran parte da un’eccellenza dell’artigianato veneto come Tessitura Luigi Bevilacqua, sono perlopiù seta shantung, lana, lino e cotone. “Per responsabilizzarle e gratificarle quanto possibile abbiamo scelto di non parcellizzare la produzione”, chiarisce Adriano Toniolo, responsabile dei progetti in carcere della cooperativa. “Ogni detenuta, quindi, lavora su un solo capo dall’inizio alla fine: così assimila tutte le operazioni necessarie. E può idealmente apporre la sua firma sul vestito che ha realizzato”. Ma non finisce qui. Perché gli abiti, una volta terminati, non restano tra le pareti dell’istituto penitenziario. Sono pronti a incrociare nuovi corpi, nuovi sguardi e nuove vite. Da qualche settimana poi, ancora meglio di prima. Lo scorso 4 settembre, infatti, Banco Lotto N.10 ha ufficialmente inaugurato “Spaces of dignity”, il suo nuovo punto vendita in Rio Terà Sant’Aponal 1160. Una scelta, quella di spostarsi dalla prima sede (il negozio non è, infatti, una novità dell’ultima ora: è esistito sin dall’inizio del progetto e occupava i locali di una vecchia ricevitoria del lotto, da qui il nome caratteristico della sartoria), prevalentemente dettata - come sottolinea Toniolo - “dall’evoluzione dei flussi turistici nella città negli ultimi vent’anni” e dalla necessità di riposizionarsi in una zona frequentata e che non stesse fuori dai radar. Per facilitare l’incontro tra il laboratorio, il pubblico, la città, il mondo della moda e il commercio. “Quest’apertura è, per noi, un punto di svolta pazzesco”, continua Uliana. “Banco Lotto si sente finalmente rispecchiato nello spazio che lo accoglie: prima finivamo spesso in contesti anonimi, perdendoci in mezzo a tantissimi negozi. Qui invece, grazie al restyling di Alfredo Brillembourg, fondatore dello studio Urban Think thank, e Alessandro Famiglietti, siamo riuscite a dar voce a un luogo, facendolo dialogare con le nostre creazioni. Non è un semplice negozio, è la creazione di un simbolo che ci rappresenta fino in fondo”. E mentre sulle vetrine campeggiano frasi evocative come “rifiorire è un atto di coraggio”, che tanto dicono dello spirito della boutique, all’interno il concetto di griglia, di solito abbinato alla separazione e all’isolamento, si trasforma in una struttura aperta, accogliente, viva. La vendita dei capi, ovviamente, corre anche sul web: se finora tanto hanno fatto il passaparola e i clienti più affezionati, la sartoria si è dotata ora anche di un e-commerce. Per superare i confini geografici e farsi conoscere da un pubblico sempre più ampio. L’obiettivo, con una strategia di marketing e una campagna social ben studiate, è trasformarlo - come chiosa Toniolo - “in un segmento produttivo capace di reggersi in autonomia”. Tra le iniziative organizzate da Banco Lotto N°10 le sfilate portano con sé, sicuramente, il carico emotivo più consistente. Nel tempo si sono trasformate quasi in una tradizione ma il format, anno dopo anno, non è mai uguale a se stesso. L’ultima poi, “La valigia fantasma”, organizzata lo scorso 10 settembre nel cartellone degli eventi collaterali al Festival del cinema di Venezia, è stata forse la più suggestiva di tutte. A calcare la passerella allestita nel chiostro del carcere, infatti, non sono state modelle professioniste ma le detenute che avevano confezionato gli abiti. “È stata molto più di una sfilata”, commenta Maurizia Campobasso, direttrice della casa di reclusione. “Per una volta quelle donne non sono state guardate attraverso il reato commesso o la loro condizione, ma attraverso ciò che erano state capaci di creare. Sono diventate protagoniste del proprio lavoro, indossando i vestiti realizzati in sartoria davanti a istituzioni, magistratura, mondo della cultura, della moda e dell’impresa. Su quella passerella non hanno sfilato solo abiti: hanno sfilato possibilità”. Un momento catartico e collettivo, dunque, che ha mostrato nero su bianco l’importanza di saper leggere le situazioni da più punti di vista. “Credo che il vero valore dell’evento sia stato proprio questo cambio di prospettiva. Il carcere, normalmente, è un luogo che sottrae visibilità. Quel giorno, invece, abbiamo restituito visibilità all’impegno, alla fatica, alla professionalità e alla possibilità di ricominciare”, nota Campobasso. “Non si è trattato di nascondere la pena o il passato, ma di dimostrare che una persona non va identificata col momento peggiore della sua vita”. L’intenzione, ora, è di renderlo un evento fisso. “Mi piacerebbe molto che La valigia fantasma diventasse un appuntamento annuale, possibilmente in concomitanza con la Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Sarebbe un modo per consolidare il rapporto straordinario che la Giudecca sta costruendo con la città e alcune delle sue istituzioni culturali”, chiude la direttrice. “E per ricordare che il carcere non è un corpo estraneo alla società: ne fa parte”. Ma tutto questo non potrà accontentarsi di essere solo un’occasione speciale. Per Campobasso, infatti, la priorità è chiara: “Deve corrispondere a nuove opportunità di formazione, nuove commesse, nuovi rapporti con le imprese e, soprattutto, nuovi posti di lavoro. La passerella ha senso se conduce da qualche parte. E a questo proposito stiamo muovendo i primi passi per creare un Excellence center of fashion, design and dressmaking”. A distinguere le collezioni e, in generale, il lavoro di Banco Lotto N°10, oltre all’approccio, è l’idea di una moda che travalica gli stereotipi. E che cambia chi la crea e chi la indossa. “Il vero valore aggiunto di Banco Lotto è l’innocenza: una moda che nasce completamente libera da schemi produttivi rigidi, svincolata da un’industria che troppo spesso è basata sullo sfruttamento e l’alienazione delle persone. Da noi c’è ancora il privilegio della gioia pura di creare, di fare le cose con cura”, puntualizza Uliana. “Non dico che sia semplice: ci scontriamo ogni giorno con un mercato sempre più saturo. Però, nonostante la fatica, Banco Lotto resta portatore di un messaggio potente, la visione di un mondo nuovo”. Il simbolo di un artigianato che resiste e “si ribella alla velocità e all’omologazione”. Futuro è il leit motif che lega il progetto dell’atelier alla vita dopo il carcere. E lo colloca perfettamente nelle politiche di reintegro in società. Come un ponte, piccolo ma resistente, tra dentro e fuori. “Banco Lotto N°10 si inserisce pienamente nella direzione che stiamo cercando di imprimere al trattamento penitenziario alla Giudecca: fare in modo che il tempo della pena non sia un tempo sospeso, ma un tempo nel quale costruire concretamente le condizioni del dopo”, ribadisce la direttrice Campobasso. “Il lavoro è, in questo senso, uno degli strumenti più potenti. Non solo perché permette di acquisire una professionalità, ma perché restituisce disciplina, capacità di lavorare insieme, consapevolezza del proprio valore. La sartoria consente alle donne di misurarsi con tempi, standard qualitativi, commesse, obiettivi: con le regole del lavoro vero”. Ed è tra forbici, ago, filo e manichini che “carcere, impresa sociale, formazione e mondo esterno si incontrano, dando vita a un ecosistema virtuoso”. Trasformando la speranza di ritrovare un posto nel mondo in una chance concreta. Non sono poche, infatti, le storie di detenute che, uscite dal carcere, hanno continuato a percorrere la direzione tracciata in atelier. “L’esperienza non termina necessariamente con la fine della pena: alcune donne, una volta tornate in libertà, hanno continuato a mettere a frutto le competenze acquisite e diverse sono ancora coinvolte nelle attività legate alla sartoria”, riflette Campobasso. “Una donna che rispetta un orario, sa lavorare in un’organizzazione, confrontarsi con una committenza e percepire un reddito col proprio lavoro affronta il ritorno alla libertà con strumenti diversi”. E se il vero banco di prova è il mondo esterno, iniziare dal carcere a riempire - in maniera più strutturata - la cassetta degli attrezzi è fondamentale. “Stiamo cercando di fare un ulteriore salto di qualità: non limitarsi a creare attività occupazionali nell’istituto ma costruire filiere che possano sopravvivere al carcere, creando un collegamento stabile tra formazione intramuraria e mercato del lavoro”. Il tema incrocia, ovviamente, anche il nodo della sicurezza collettiva. “La funzione rieducativa della pena non è un’affermazione idealistica: significa fare in modo che chi esce abbia meno ragioni e probabilità di tornare in carcere. Investire seriamente nel lavoro penitenziario significa sì offrire una seconda possibilità alla persona ma anche restituire alla società individui più autonomi e capaci di vivere nella legalità”, conclude la direttrice. “Il punto, alla fine, è semplice: la seconda possibilità diventa reale solo quando esiste una prima opportunità concreta per ricominciare”. Napoli. Donnaregina: metamorfosi tra migranti, detenuti ed arte di Fulvio Scarlata Il Mattino, 18 settembre 2026 Foto senza volti che colpiscono tra il blu intenso e il rosso amaranto di quelli che erano i barconi di migranti dentro le alte mura di un carcere, laboratori di liutai e un occhio, verde, in un volto carico di rughe, che al di là delle sbarre sembra guardarsi e guardarti dentro. “Metamorfosi” apre con una mostra fotografica nel cuore gotico della chiesa vecchia che (quasi un richiamo ovidiano o kafkiano) racconta come i legni carichi di odori di morte e di vita di quanti attraversano il Mediterraneo diventano nelle mani di reclusi, usciti fuori dal mito gomorriano dei carcerati camorristici, strumenti musicali. Che risuonano sotto le volte ecclesiali nel giorno, finalmente arrivato, della riapertura di Donnaregina Nuova e Vecchia. Le contraddizioni delle “Metamorfosi” di una Napoli in via di trasformazione nella massificazione turistica dilagano già fuori da Donnaregina. La facciata austera, classica, spoglia della chiesa chiusa dalla cancellata si affaccia su un materasso lurido e lacero su un cumulo di rifiuti addossati in un cassonetto in un arcipelago di plastica, bottiglie, lattine, mozziconi di sigaretta. Da un lato delle sbarre un barbone inevitabilmente maleodorante e un incontro di donne e ragazzi che intorno ad una panchina, su motorini cavalcati rigorosamente senza casco, discutono animatamente, dall’altro la celebrazione dell’arte. E la metamorfosi è anche interna: da Donnaregina Nuova, grondante di barocco, colori, tele, affreschi, cappelle, ori e stucchi, alla nudità di della chiesa vecchia, gotica nell’abside dalle vetrate slanciate nell’infinito, tra colonne spoglie e volte che reggono un matroneo dai dipinti “rossificanti” da un incendio lontano che ha fatto emergere il cadmio come nota dominante. Proprio nel tempio gotico le foto di Barbara Cardini e Leandro Ianniello (nel percorso espositivo curato da Maria Savarese e Marina Gargiulo) attirano il visitatore dietro le sbarre, tra detenuti di massima sicurezza, diventati liutai lavorando i barconi dei migranti. Tra un tronco di scafo blu e rosso, dove è rimasta impigliata una coperta di broccato blu notte ricamata da fiori bianchi, immerso nelle mura del carcere di Secondigliano, un piede di porco arancione, questa volta utilizzato non per scardinare porte ma per ricavare il legno dai barconi, il vaso utilizzato dai disperati dei viaggi verso l’Europa per svuotare le barche dall’acqua ora diventato spazio per trasportare il legno. Nello scrigno d’arte della cappella Loffredo “Il violino” di Jannis Kounellis. “Questo progetto di rigenerazione dei barconi è nato nel carcere di Opera - racconta Arnoldo Mosca Mondadori - Avevamo regalato un nostro violino all’artista greco. Ce lo restituì con le corde cambiate in filo spinato in una custodia d’acciaio. È stata la sua ultima opera d’arte”. “In questo luogo” spiega don Mimmo Battaglia “attraverso il grande lavoro dei reclusi, la memoria diventa futuro, le ferite diventano responsabilità, gli scarti diventano possibilità e le distanze vengono eliminate dalle prossimità. Tutto attraverso l’arte. Questo luogo appartiene alla città, perché la bellezza non è per pochi”. “La musica creata da questi legni che arrivano da altri parti del mondo porta un messaggio di pace” sottolinea l’assessora al Turismo Teresa Armato. “I legni sono dei relitti che tornano a vivere, diventando arte e musica” per l’assessore regionale Onofrio Cutaia. “Sono la possibilità che tragedie del nostro globo si trasformino in qualcosa di diverso”. Presenti, tra gli altri, padre Antonio Loffredo, Angela Tecce, della fondazione Donnaregina-Madre, Vincenzo Porzio, di Napoli C’Entro. E la musica dell’Orchestra Tornaccantà che utilizza gli strumenti costruiti a Secondigliano. Da oggi, dalle 10 alle 17, il complesso di Donnaregina è aperto con visite guidate dei ragazzi inseriti nel progetto di accoglienza del Museo diocesano diffuso. Migranti. Medici e Cpr, piccoli passi verso lo stato di polizia di Piero Ignazi Il Domani, 18 settembre 2026 Quanto accaduto in questi giorni ai medici che si occupano della salute dei migranti è un atto di pura e semplice intimidazione poliziesca. A chi toccherà prossimamente? Piccoli passi verso uno stato di polizia. Quanto accaduto in questi giorni ai medici che si occupano della salute dei migranti è un atto di pura e semplice intimidazione poliziesca. Tutto nasce dalle prese di posizione di alcuni medici riuniti nella Società italiana di medicina della migrazione (Simm) con la quale si criticava duramente la politica governativa di gestione dei migranti, e in particolare dei Cpr. Una struttura che, forse non tutti sanno, non è gestita dalle istituzioni pubbliche bensì appaltata ai privati, per cui le condizioni sanitarie sia del centro stesso sia dei loro “ospiti” non sono di competenza degli operatori del Servizio sanitario nazionale bensì affidate dai responsabili delle strutture a professionisti privati di loro gradimento (i quali si spera rispettino la deontologia della loro professione e abbiano il coraggio di opporsi a certe pratiche sbrigative). Alcuni medici appartenenti alla Simm sono stati accusati di avere redatto certificati falsi e di aver fatto circolare fac-simili presso altri colleghi con indicazioni precise delle patologie riscontrabili nei migrati in modo da prevenire loro l’accesso ai Cpr. Da qui la prima, allucinante, accusa: associazione a delinquere. Mentre l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro rimane bello pasciuto in Parlamento nonostante i suoi affari con esponenti legati alla camorra, i medici sono dei criminali che un Matteo Salvini ancora su di giri per un ritorno di Mojito chiede di radiare, ovviamente senza che nessuna accusa sia confermata da una autorità terza. L’inchiesta si è ora allargata a macchia d’olio verso tutti coloro che erano in contatto con i medici del Simm anche per una sola mail o telefonata. Con il risultato che all’alba di mercoledì la polizia si è presentata a casa di più di 20 medici in giro per l’Italia (in un caso sfondando la porta con l’ausilio dei pompieri), tra questi due dottoresse dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna, per requisire ogni supporto elettronico e tradurle in Questura per un defatigante interrogatorio dalle 5:30 a tarda sera. “I medici sono un ostacolo per le politiche del governo”: l’inchiesta di Ravenna sui certificati di idoneità ai Cpr Vietato dissentire La polizia si sente ormai legittimata a comportamenti intimidatori. Perché non si può definire altrimenti questa caccia alle streghe che punta a mettere i medici al servizio dello stato (e potrebbero venire in mente paralleli agghiaccianti). Questa inchiesta mette in tensione la distinzione di ruoli e di compiti tra chi è preposto alla tutela della salute pubblica e chi alla sicurezza dei cittadini. Due sfere diverse ma che possono toccarsi se per sicurezza intendiamo anche la protezione dalla diffusione di malattie infettive che potrebbero svilupparsi in centri insalubri come i Cpr. Come ha scritto con parole nette e condivisibili il presidente dell’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri, Filippo Anelli, in un comunicato ufficiali sulla vicenda, “i medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza ma professionisti della cura, il cui mandato fondamentale è tutelare la salute e la dignità di ogni persona. La tutela della sicurezza pubblica appartiene ad altre istituzioni e non può essere trasferita sui medici, né può condizionarne il giudizio clinico”. Espressioni inequivocabili che richiamano alle loro responsabilità la classe di governo e gli apparati di sicurezza i quali, sempre più spesso, vengono adoperati o con leggerezza (a essere benevoli) o con preciso intento politico per mettere in riga chi osa dissentire. Perché questo è il senso dell’operazione a largo raggio in tutt’Italia, con perquisizioni all’alba e trasferimenti in questura. Anche da questi episodi, solo all’apparenza minori, si profila un quadro di intimidazioni fino al sopruso. E la canea scatenata immediatamente dalla destra contro i medici, colpevoli di non essere stati dei No-vax come avrebbero voluto gli untori salviniani e meloniani, ne è la cartina di tornasole. A chi toccherà prossimamente? Morto nel Cpr di Roma e dimenticato, lo Stato non tutela il diritto alla salute Migranti. Cpr, il vero scandalo è l’ingresso facile di persone malate di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 18 settembre 2026 Nei Centri di permanenza per il rimpatrio entrano persone con un certificato di idoneità in tasca che idonee non erano. Uomini con la scabbia scambiata per punture d’insetto, un ragazzo con una sofferenza psichica già segnalata, un uomo vicino ai settant’anni reduce da un’angioplastica. Lo documentano il Garante nazionale, i medici dei Cpr, gli avvocati. Eppure, l’inchiesta che occupa le cronache guarda soltanto al versante opposto. Mercoledì scorso la Squadra mobile di Ravenna e lo Sco di Roma hanno eseguito ventitré perquisizioni a Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese, sequestrando telefoni e computer. L’obiettivo era verificare se i certificati di non idoneità siano stati falsati in modo organizzato. Un solo perquisito è indagato: Nicola Cocco, infettivologo della Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), accusato di associazione per delinquere insieme a tre degli otto medici ravennati già coinvolti. Gli altri ventidue sono professionisti estranei al procedimento. “Persone che non sono indagate vengono trattate come criminali mafiosi”, ha detto all’Ansa l’avvocato Fabio Anselmo, che ne assiste cinque. Il filo parte da Ravenna. Nel luglio 2025 alla questura arriva per errore, insieme a un diniego, la bozza di modulo per la valutazione di non idoneità che la Simm mette a disposizione sul proprio sito. Il 12 febbraio 2026 la polizia entra nel reparto di Malattie infettive del Santa Maria delle Croci, come avevamo raccontato su queste pagine. Otto medici finiscono indagati per falso ideologico e interruzione di pubblico servizio. I numeri ricostruiti dagli investigatori riguardano 64 stranieri visitati tra settembre 2024 e gennaio 2026: 20 giudicati idonei, 10 che hanno rifiutato la visita, 34 dichiarati non idonei. Tra gli indagati c’è chi ha firmato undici certificati e chi uno soltanto. La gip Federica Lipovscek ha sospeso dalla professione tre dottoresse e vietato agli altri cinque di occuparsi delle idoneità, misure confermate dal Riesame. La stessa gip ha precisato che le idee dei medici e la loro adesione al movimento contro i Cpr restano libertà di espressione. Pensare che quei centri facciano ammalare non è un reato. Lo diventa solo se un medico, per quella convinzione, dichiara non idonea una persona che poteva esserlo, scrivendo nel certificato condizioni cliniche che non ci sono. È questo che la procura dovrà provare. Il fascicolo poggia sulle chat e sul fac simile della Simm. Secondo la ricostruzione della gip, una delle dottoresse comunicava a Cocco il numero delle non idoneità firmate. Il modello indicava tra gli elementi da considerare anamnesi incomplete, tempi ridotti della visita, assenza di specialisti nei centri. Criteri clinici e organizzativi discussi apertamente da una società scientifica. Inevitabilmente si pone un dubbio. Che cos’è un falso, quando l’oggetto è una prognosi? La direttiva del Viminale del 19 maggio 2022 chiede al medico di escludere “malattie infettive contagiose e pericolose per la comunità, disturbi psichiatrici, patologie acute o cronico degenerative” che “non possano ricevere le cure adeguate in comunità ristrette”. Gli chiede anche di valutare le vulnerabilità dell’articolo 17 del decreto legislativo 142 del 2015, tra cui gravi malattie, disturbi mentali, esiti di tortura. Il medico non fotografa un dato. Formula un giudizio su come starà quella persona dentro quel luogo. A marzo proprio Ravenna ne ha offerto un esempio. Un uomo vicino ai settant’anni, diabetico, reduce da un’angioplastica, con una malattia oncologica alle spalle, un precedente episodio di autolesionismo e globuli bianchi sopra la norma, viene dichiarato idoneo dal pronto soccorso cittadino. Meno di ventiquattro ore dopo il medico del Cpr milanese di via Corelli lo respinge per inidoneità. “Uno dei due medici si è sbagliato?”, si è chiesto il suo avvocato, Andrea Maestri. La domanda vale in entrambe le direzioni. Quei casi hanno nomi, date e referti. Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ha visitato il Cpr di Gradisca d’Isonzo il 16 e 17 luglio 2025. Nel rapporto trasmesso il 9 aprile 2026 segnala la “sommarietà degli screening sanitari pre-ingresso”. Racconta di persone arrivate con certificazioni di idoneità “non fedeli o quantomeno non accurate”, anche con patologie contagiose. Tre di loro, giunti con lesioni cutanee evidenti, avevano la scabbia. Un altro è entrato il 31 luglio 2025 con un certificato che definiva quelle lesioni “probabili punture d’insetto”. Il 4 agosto il dermatologo ha diagnosticato “scabbia con lesioni sovrainfette” e l’uomo è stato dimesso per incompatibilità sanitaria. Nel solo mese di luglio i riesami medici che avevano portato fuori dal centro persone incompatibili erano stati nove. Nella struttura mancavano una stanza di osservazione sanitaria e un piano per la prevenzione del rischio suicidario. Il Garante chiede che, davanti a sintomi compatibili con un’infezione, l’idoneità la firmi uno specialista. Poi c’è chi non è uscito. Ousmane Sylla, 22 anni, guineano, era nel Cpr di Trapani Milo quando una psicologa ne aveva segnalato la sofferenza. Il suo difensore, il 14 novembre 2023, aveva scritto al questore chiedendo il trasferimento in una struttura compatibile con il suo stato di salute mentale. La questura rispose che era munito di un certificato di idoneità alla vita in comunità ristretta. Il 4 febbraio 2024 si è impiccato a Ponte Galeria. Il quadro istituzionale va nella stessa direzione. Con la sentenza 7839 del 7 ottobre 2025 il Consiglio di Stato, su ricorso di Asgi e Cittadinanzattiva, ha annullato in parte il capitolato d’appalto dei Cpr per carenze nella tutela della salute e nella prevenzione dei suicidi. A luglio 2026 ha dato al ministero dell’Interno sei mesi per rifarlo. Il 22 gennaio 2026 l’Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato un documento sulla salute nella detenzione amministrativa dei migranti, che la definisce un rischio e chiede screening sanitari tempestivi. Due giorni prima, il 20 gennaio, una circolare del Viminale invitava i prefetti a stipulare convenzioni con le Asl. Lo scopo era applicare la norma della direttiva del 2022 che consente di restare nel Cpr a chi vi entra senza visita, purché questa avvenga entro ventiquattro ore. Nicola Cocco, l’infettivologo della Simm oggi indagato, aveva sollevato proprio questo tema in pubblico il 13 aprile, durante un incontro al circolo Arci di Brisighella, quando non era ancora iscritto nel registro. Secondo lui l’anomalia su cui indagare non sta nei certificati che negano l’ingresso nei Cpr, ma in quelli che lo autorizzano. Il 20 febbraio i 106 presidenti degli Ordini riuniti nel Consiglio nazionale della Fnomceo hanno approvato all’unanimità un ordine del giorno: la valutazione clinica deve riguardare solo lo stato di salute e non costituire atto autorizzativo. Il 16 settembre il presidente Filippo Anelli è tornato a parlare, a nome del Comitato centrale. “La falsificazione di una certificazione medica, qualora accertata, costituisce una condotta grave”, ha detto, aggiungendo che non possono essere la politica o il clamore mediatico ad anticipare giudizi e sanzioni. “I medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza”. E ha chiesto di separare per legge la certificazione sanitaria dall’atto che autorizza il trattenimento. Oggi la firma che apre la porta del Cpr è la stessa che dovrebbe proteggere il paziente. Finché resta così, ogni no del medico rischierà di essere letto come un atto contro lo Stato. Migranti. Il coraggio di disubbidire forumsalutementale.it, 18 settembre 2026 Non possiamo non esprimere vicinanza ai ventitré medici perquisiti, inquisiti e limitati nella loro possibilità di lavorare e vivere tranquillamente e responsabilmente la loro professione, accusati addirittura di associazione a delinquere, per aver compreso quanto insostenibile avrebbe dovuto essere coprire con le improbabili parole di un sapere tecnico un processo di annientamento dell’altro. Abbiamo saputo che Nicola Cocco, col quale abbiamo organizzato e vissuto insieme il viaggio di Marco Cavallo nei Cpr sembra oggi essere l’unico indagato. Non facciamo fatica a crederlo per il ruolo di responsabilità che nel corso di questi mesi ha assunto, visto la profondità e la passione con le quali è entrato nelle carceri e la consapevolezza che non possiamo restare a guardare. Vorremmo che tutti, medici, operatori sociali, amministratori pubblici e i tantissimi cittadini consapevoli assumessero posizioni non solo di solidarietà, ma anche di resistenza. Ognuno di noi nei nostri mestieri e ruoli deve poter avere la capacità di disobbedire, sicuro di potersi riconoscere in tanti altri. Solo per ricordare le nostre origini, Franco Basaglia nel 1961 di fronte al registro delle contenzioni da firmare, pronunciò, dopo cinque minuti di perplessità, il famoso “e mi no firmo”. Ecco, il Forum salute mentale, che nasce da quel momento di disubbidienza, non può fare altro che chiedere di disubbidire. Marco Cavallo ha portato in giro le 100 bandiere dello scarto. Papa Francesco più volte con parole di verità ha voluto invitarci, spingerci a non lasciarsi prendere dalla cultura dello scarto. Chi sono gli uomini e le donne rinchiusi nei Cpr? Non sappiamo dirlo. Sono esistenze umane scomparse e occultate al nostro sguardo. Sono invisibili. Non hanno nome, a meno che qualcuno non muoia. E neanche sempre. Nella conoscenza che abbiamo riportato dopo la visita (fuori dalle mura) che il cavallo ha fatto, siamo più che mai convinti che quei luoghi sono luoghi di morte: agli uomini e alle donne viene sottratto il tempo, la possibilità d’immaginare non tanto il futuro quanto l’indomani, la perdita di ogni speranza nell’incomprensibile trattamento che ricevono per loro e per noi tutti. Non possiamo che essere vicini, e desiderare di sostituirci a loro, a chi non vuole essere funzionale e complice di un sistema feroce e fuori dalla legalità. Forum Salute Mentale, settembre 2026 Migranti. I Cpr sono un inferno. Gli atti che smontano il teorema dei pm di Mario Di Vito Il Manifesto, 18 settembre 2026 I moduli dei dinieghi sono conformi alla direttiva del Viminale. Migranti sbattuti nei centri anche senza visita medica completa. Un trattamento da nemico pubblico numero uno. L’infettivologo Nicola Cocco, indagato insieme a tre suoi colleghi dalla procura di Ravenna per associazione a delinquere finalizzata al blocco dell’ingresso dei migranti nei Cpr, ha passato tutta la giornata di ieri all’interno della questura di Varese. Questo dopo aver fatto la stessa identica cosa il giorno precedente, quando è rimasto negli uffici di polizia dall’alba a mezzanotte. Trentasei ore quasi consecutive passate a farsi sottoporre agli “adempimenti formali” della perquisizione a cui è stato sottoposto. Soltanto oggi riuscirà a incontrare il suo avvocato Eugenio Losco. La polizia, a quanto si apprende, gli ha sequestrato tutti i dispositivi elettronici alla ricerca di materiale utile a supportare la tesi accusatoria della pm Angela Scorza, secondo la quale esisterebbe una diffusa rete di medici che in tutta l’Italia producono certificati falsi per sottrarre persone ai Centri di permanenza per il rimpatrio. Mercoledì sono scattate 23 perquisizioni in mezza Italia, eseguite dallo Sco e dalla squadra mobile di Ravenna. La base del teorema è che la rete “Mai più Lager - No ai Cpr” non sarebbe soltanto una campagna d’opinione contro i luoghi della detenzione amministrativa - cioè in assenza di reati - e più in generale contro le politiche sull’immigrazione tenute dai governi negli ultimi anni, ma una specie di centro di coordinamento teso a produrre “falsi ideologici” attraverso sanitari compiacenti e avvocati abili a generare carte false. La prova regina dell’esistenza del piano criminale sarebbe la bozza del modulo per la valutazione di non idoneità alla vita nel Cpr. Un documento da compilare che i medici si giravano tra loro per esprimere, appunto, “in scienza e coscienza la valutazione di non idoneità del paziente al trattenimento”. Un foglio standard, non troppo diverso da quelli che invece servono per esprimere una valutazione di idoneità. Perché questi siano validi e quegli altri no è un mistero che almeno nelle carte dell’inchiesta non trova spiegazione logica. Non a caso, e non senza (amara) ironia, Medici senza frontiere ha infatti chiesto alla procura di Ravenna di acquisire agli atti il giuramento di Ippocrate. Peraltro, com’è noto almeno dalla pubblicazione del rapporto Cild sulle condizioni del Cpr di Ponte Galeria (era il novembre del 2024) molti documenti medici che davano il nulla osta alla detenzione amministrativa dei migranti non rispettavano i requisiti di legge sanciti dall’articolo 3 della cosiddetta direttiva Lamorgese. Lì, infatti, si imporrebbe di valutare non solo l’assenza di malattie infettive, ma anche lo stato di salute psichica, la presenza di patologie acute o cronico-degenerative, le condizioni di vulnerabilità che rendono la persona incompatibile con la vita in comunità ristretta o impossibilitata a ricevere adeguate cure in luoghi del genere. Nei moduli per la non idoneità tutte queste cose ci sono. In quelli di idoneità no. “Nei nostri monitoraggi - dice al manifesto Federica Borlizzi, che stese il rapporto su Ponte Galeria insieme a Valentina Muglia - abbiamo acquisito decine di certificazioni ridotte a moduli prestampati, con meri accertamenti sommari”. È il caso, ad esempio, di una donna che è stata trattenuta proprio a Ponte Galeria per 9 mesi nonostante le sue condizioni di estrema vulnerabilità psichica. “Il certificato che ne aveva consentito l’ingresso - prosegue Borlizzi - si limitava ad attestare l’assenza di malattie infettive, senza alcuna valutazione della salute mentale né una reale verifica della compatibilità delle sue condizioni con la vita in un Cpr”. La certificazione, in effetti, era stata fatta con una superficialità tale che questa donna veniva indicata come di nazionalità turca quando in realtà era rumena. Il dettaglio venne fuori soltanto dopo che la Corte Edu ne ordinò la liberazione. Non è un caso isolato. Spiega ancora Borlizzi: “Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura, dopo l’ispezione svolta nei Cpr italiani nell’aprile 2024, ha documentato una prassi consolidata: nella grande maggioranza dei casi, la visita preliminare si riduceva a un controllo sommario dei principali parametri vitali, senza una specifica valutazione della compatibilità della persona con la vita in comunità ristretta né dell’eventuale presenza di segnali riconducibili a disturbi mentali. La stessa superficialità emergeva dalle certificazioni esaminate, che oscillavano tra poche righe attestanti genericamente la “compatibilità con la vita in comunità ristretta” e moduli standardizzati sotto forma di checklist”. La Procura di Ravenna, però, è convinta che il problema sia in 36 casi di diniego avvenuti tra il 2024 e il 2026. Nel provvedimento emesso lo scorso marzo dal tribunale di Ravenna - otto interdittive per altrettanti medici - la gip Federica Lipovscek impiega pagine e pagine per confutare i certificati medici con altri certificati medici, in quella che al più appare come una divergenza tra professionisti, non un falso. Il problema, dunque, risiede nelle intercettazioni: conversazioni, messaggi, post in cui alcuni medici esprimevano opinioni sui Cpr e sulle politiche migratorie in generale e programmavano uscite sui social e sui media. Cose che in realtà facevano anche in pubblico: Cocco era un habitué dei microfoni di Radio Popolare, tanto per dire, e più volte è stato intervistato da giornali e trasmissioni televisive. Le sue opinioni sono sempre state conosciute. Il fatto che alcuni colleghi fossero d’accordo con lui, per la pm Scorza sarebbe di per sé la prova di “un contesto organizzativo ampio e ramificato attraverso una rete di medici che mettono in atto strategie al fine di contrastare l’associazione degli immigrati irregolari al Cpr”. Da qui, solo e soltanto da qui, l’accusa di associazione a delinquere. Migranti. Storie di colleghi che non hanno visto chi tenta il suicidio di Vittorio Agnoletto Il Manifesto, 18 settembre 2026 La perquisizione di ventitré colleghi medici e l’accusa di associazione a delinquere nei confronti del dottor Nicola Cocco è il rovesciamento della realtà. Chi cerca di tutelare la salute, la dignità e la qualità di vita, come recita il Codice di deontologia Medica, è perseguitato. Chi invece antepone la ragione di Stato all’etica professionale è celebrato come un professionista degno di rispetto. Riporto qui ampi estratti di una segnalazione che il dottor Cocco e il sottoscritto hanno inviato il 3 giugno al presidente dell’Ordine dei medici di Milano. Siamo ancora in attesa di una risposta. “Nel gennaio di quest’anno a Milano, un medico, certificava l’idoneità del signor (…) alla permanenza presso il Cpr. Il certificato riportava parametri vitali normali, ma veniva omesso totalmente un quadro di polidipendenza cronica grave (cocaina, crack, hashish) e una fragilità psichiatrica con numerose cicatrici da pregresso autolesionismo. Ci chiediamo se tali modalità di valutazione siano compatibili con l’articolo 3 della Direttiva del ministero dell’Interno del 19 maggio 2022, che impone uno screening rigoroso volto a identificare patologie psichiatriche e dipendenze che rendano il soggetto incompatibile con la vita in comunità ristretta. … Riteniamo che possa essere violato l’articolo 32 del Codice di deontologia Medica, che afferma che “il medico tutela la persona in condizioni di vulnerabilità o fragilità psico-fisica, sociale o civile in particolare quando ritiene che l’ambiente in cui vive non sia idoneo a proteggere la sua salute, la dignità e la qualità di vita”. Certificare “idoneo” un paziente con grave tossicodipendenza e ideazione suicidaria potrebbe significare una sua più facile esposizione a un rischio vitale”. Un mese dopo, a febbraio uno specialista psichiatra ha concluso per l’assenza di “sintomi psichiatrici acuti”. Affermazione scontratasi con un nuovo tentativo di autolesionismo messo in atto dal signor (…) soli cinque giorni dopo la visita. Finalmente, nel marzo 2026 un giudice di Pace di Milano, “preso atto del “pericolo imminente per la salute e per la vita”, ha ordinato l’immediato il trasferimento in una struttura sanitaria pubblica idonea”. Assistiamo a un paradosso inaccettabile, scrivevamo lo scorso giugno: mentre alcuni colleghi che hanno in scienza e coscienza, “certificato la “non idoneità” sono stati indagati e sottoposti a gogna mediatica, nessuna istituzione, né alcun media, ha ritenuto di sollevare alcuna questione verso i medici che rilasciano idoneità che vengono poi smentite dai giudici”. Concludevamo la segnalazione, chiedendo al presidente dell’Ordine dei medici di Milano se le prassi attualmente in atto nell’Ats (agenzia di tutela della salute) siano rispettose del codice deontologico. Una storia simile ha riguardato un’altra persona, palestinese, con una diagnosi di tossicodipendenza e di disturbo di personalità, operaio in Italia, trovato senza regolare permesso di soggiorno è rinchiuso nel Cpr di Milano. Trascorrono pochi giorni ed è trasferito urgentemente al pronto soccorso: ingestione di coccio di ceramica e tagli con oggetti appuntiti su collo e arto superiore sinistro. Per lo psichiatra si tratta di gesti autolesionistici contro un possibile rimpatrio in Palestina. Riferisce di avere una figlia in Palestina deceduta quattro anni fa e una moglie anch’essa deceduta. Secondo lo psichiatra, il paziente non presenta acuzie psichiatriche e viene riportato al Cpr. Dopo tre giorni è nuovamente al pronto soccorso, riferisce di essere in terapia con: Lyrica, Valium e Lorazepam; mentre aspetta di essere visitato, nonostante la presenza di agenti di polizia, si procura ferite con oggetto metallico, al collo, arti inferiori e addome. Dimesso, viene riportato nel Cpr: “Non emergono sintomi di criticità sul piano psicopatologico”. Se qualche medico dovesse mai essere inquisito o radiato dall’Albo, come chiede Salvini, i magistrati dovrebbero rivolgere altrove lo sguardo. Difendere i bambini dai rischi dei social network: perché la proposta Ue rischia di deludere tutti di Mila Fiordalisi Il Domani, 18 settembre 2026 Dalle soglie d’età flessibili al nodo privacy, la proposta della Commissione europea trasforma la lotta contro i colossi tecnologici nell’ennesimo adempimento burocratico e scarica le responsabilità sulle famiglie. In Italia scatta la solita propaganda politica. “Oggi i nostri bambini interagiscono con alcune delle tecnologie più sofisticate mai create e non sono state create pensando al loro benessere”. Le parole pronunciate da Ursula von der Leyen nel presentare l’EU Kids Act mettono il dito nella piaga. I social network non sono cortili di ricreazione digitale ma macchine progettate per catturare l’attenzione dei più giovani e trasformarla in profitti, anche a costo di causare ansia, depressione e dipendenza. E la presidente della Commissione Ue ha anche promesso per l’autunno una proposta più ampia: “Ci sono design delle piattaforme che creano dipendenza. Danneggiano tutti, che si tratti di minorenni o di adulti. Ed è per questo che abbiamo bisogno anche di un quadro normativo più ampio: il Digital Fairness Act”. La diagnosi è corretta e condivisibile. È la terapia proposta, tuttavia, a sollevare perplessità. Il passo indietro - L’impianto della legge europea si basa su un principio in apparenza chiaro: vietare i social sotto i 13 anni, introdurre “mini-account” controllati dai genitori con un limite di un’ora al giorno tra i 13 e i 15 anni e concedere l’accesso autonomo solo dai 15 anni in su. A una prima lettura potrebbe sembrare una svolta drastica. In realtà è un evidente passo indietro rispetto alle richieste del Parlamento europeo che nel 2025 aveva chiesto a gran voce un limite unico a 16 anni. E a poche ore dalla presentazione del Kids Act, con un voto a Strasburgo, il Parlamento è tornato a invocare “una strategia europea integrata” estesa a legislatori, scuole e famiglie, chiedendo trasparenza sugli algoritmi, verifica dell’età rispettosa della privacy e uno stop alla pubblicità mirata. Il vero limite del Kids Act è che rischia di scaricare l’intera responsabilità sulle spalle di chi sta a casa. “Il meccanismo che affida ai genitori l’autorizzazione presuppone un livello di attenzione e competenza digitale che molte famiglie non sono nella condizione di garantire”, denuncia per esempio l’associazione dei genitori Moige. Il rischio concreto è che la firma di papà o mamma si riduca all’ennesima casella da spuntare senza reale consapevolezza, abbandonando le famiglie al proprio destino. Anche le organizzazioni per la tutela dei minori predicano prudenza. Save the Children accoglie con favore l’impegno europeo, ma ricorda che “le restrizioni basate sull’età devono essere proporzionate e riguardare funzionalità e caratteristiche rischiose per i minori”, rimanendo “supportate da sistemi di verifica dell’età affidabili e rispettosi della privacy”. E Telefono Azzurro mette in guardia: “Nei casi di grooming, sextortion, autolesionismo o rischio suicidario deve essere assicurato un passaggio tempestivo”. Negli Stati Uniti la questione ha superato la fase dei proclami ed è arrivata a storiche sentenze. Emblematico è il caso Meta: dopo la condanna in Nuovo Messico da 567 milioni di dollari, il colosso di Menlo Park è stato costretto a patteggiare una cifra record da 17,1 miliardi di dollari con decine di Stati americani per aver deliberatamente progettato Instagram e Facebook con l’obiettivo di creare assuefazione nei giovanissimi. Nonostante i fatti, in Europa le aziende tecnologiche protestano. “La proposta genera nuovi e gravi rischi in materia di privacy e sicurezza sia per i minori sia per gli adulti”, avverte la Computer & Communications Industry Association (Ccia). Piantare bandierine - La politica di casa nostra ha subito provato a trascinare la questione nella solita corsa a piantare bandierine. “La direzione intrapresa dalla Commissione europea conferma la bontà e la lungimiranza del governo Meloni che nel decreto Caivano del 2023 ha avviato la prima iniziativa legislativa in Europa per mettere al riparo le giovani generazioni dai rischi del web”, rivendica il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo Zucconi invocando una presunta ma poco chiara similitudine con il provvedimento Ue. Tanta enfasi ma sull’attuazione l’Italia è ancora all’anno zero. Mariastella Gelmini (Noi Moderati), richiamando la proposta presentata con Mara Carfagna, rilancia l’idea di potenziare i “Patti Digitali” per coniugare prevenzione ed educazione tra scuola e famiglie. A far da coro c’è l’opposizione: se Sandro Ruotolo (Pd) evidenzia come l’Act sia un passo necessario per spostare la responsabilità dalle famiglie alle piattaforme, ricordando che “gli algoritmi non si fermano alle frontiere”, dal M5S Mario Furore e Carolina Morace vedono nell’Act “un passo importante per tutelare la salute mentale dei minori”. Il tranello del paternalismo normativo - Il limite di fondo del Kids Act rimane la pretesa che basti un divieto normativo per risolvere un’emergenza culturale e sociale. La norma stopperebbe funzioni come lo scorrimento infinito o le notifiche notturne ma lascia del tutto intatto il vero motore dei social: gli algoritmi predatori basati sulla profilazione esasperata. Invece di investire su un’alfabetizzazione digitale seria nelle scuole o costringere i colossi della Silicon Valley a cambiare profondamente il proprio modello di business, la politica continua a preferire la solita scorciatoia del paternalismo normativo. Un anestetico che rassicura momentaneamente gli adulti, lasciando purtroppo i più giovani del tutto disarmati di fronte alle insidie della rete.