Il Parlamento avvierà un’indagine conoscitiva sullo stato delle carceri Public Policy, 17 settembre 2026 La commissione Giustizia di Montecitorio ha deliberato mercoledì all’unanimità di avviare un’indagine conoscitiva sulle condizioni del sistema penitenziario. “L’indagine mira, in particolare, ad acquisire gli elementi informativi utili a verificare lo stato di avanzamento del programma di edilizia carceraria, le condizioni di lavoro del corpo della polizia penitenziaria, l’efficacia del sistema di esecuzione della pena e le forme di controllo della criminalità in carcere”, ha spiegato alla commissione il presidente Ciro Maschio (FdI). La richiesta prende le mosse dalla relazione del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale relativa al 2024, depositata in Parlamento nel giugno scorso, “che restituisce - si legge nella relazione illustrata dal presidente - un’immagine allarmante degli istituti penitenziari”. Secondo i dati restituiti in commissione, la “sovrabbondante popolazione carceraria ha raggiunto a giugno le 64.773 unità” e “le condizioni oggettive di detenzione, dovute alla ristrettezza degli spazi disponibili e alla fatiscenza di parte degli istituti, con un tasso di sovraffollamento pari al 139,5%, rischia di contraddire la finalità rieducativa della pena costituzionalmente prevista, nonché la disciplina e la giurisprudenza eurounitaria in materia”. Una situazione che, osservano in commissione, “si collega con il preoccupante fenomeno dei suicidi e dei tentati suicidi da parte delle persone detenute”. Connesso, poi, il tema delle condizioni di lavoro della polizia penitenziaria, che opera “in condizioni di carenza di organico che ammonta a circa 37.000 unità”. La commissione rileva 1.900 aggressioni nei confronti degli agenti della polizia penitenziaria verificatesi nel corso del 2025, “determinando uno scenario in cui, tra l’altro, gli esponenti della criminalità organizzata continuano a svolgere la propria attività criminale”, si legge nella relazione, da cui emerge anche la diffusione di telefoni cellulari e droga. La commissione ha così deliberato di procedere con un ciclo di audizioni che vedrà coinvolti il ministero della Giustizia, il capo del Dap e il capo del Dipartimento per la giustizia minorile, la direzione generale di statistica del ministero della Giustizia, il commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, il garante nazionale dei detenuti, il Csm, le Autorità sanitarie competenti, il primo dirigente della polizia penitenziaria, i sindacati della polizia penitenziaria, i provveditorati regionali dell’amministrazione penitenziaria, l’Anm, le associazioni forensi, le associazioni operanti per i diritti dei detenuti (tra cui Antigone, Caritas, Vic, Nessuno tocchi Caino, Ristretti orizzonti, Cittadinanza attiva), magistrati, professori universitari ed esperti in materia. Attese anche missioni negli istituti penitenziari. L’obiettivo, secondo quanto illustrato dal presidente della commissione, è concludere l’indagine conoscitiva in 6 mesi. Indagine conoscitiva sulle carceri. Sì all’unanimità alla richiesta di FI di Valentina Stella Il Dubbio, 17 settembre 2026 Deliberata ieri all’unanimità in Commissione giustizia della Camera un’indagine conoscitiva sullo stato delle carceri. A chiederla, prima dell’estate, erano stati i deputati di Forza Italia Enrico Costa, Davide Bellomo, Tommaso Calderone e Pietro Pittalis. L’indagine mira, in particolare, ad acquisire gli elementi informativi utili a verificare lo stato di avanzamento del programma di edilizia carceraria, le condizioni di lavoro del Corpo di polizia penitenziaria, l’efficacia del sistema di esecuzione della pena e le forme di controllo della criminalità in carcere. L’indagine, che durerà sei mesi, consisterà in una serie di audizioni: Ministro della Giustizia, capo del Dap, capo del dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, direzione generale di Statistica di Via Arenula, commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, garante nazionale e garanti regionali dei diritti delle persone private della libertà personale, Consiglio superiore della magistratura, autorità sanitarie competenti, primo dirigente generale della polizia penitenziaria, sindacati, provveditori regionali, Anm, associazioni forensi, associazioni operanti nell’ambito dei diritti dei reclusi come Nessuno Tocchi Caino, Ristretti Orizzonti, Antigone, Caritas, Cittadinanzattiva. E infine magistrati, docenti universitari ed esperti. Sarà possibile effettuare anche missioni presso i principali istituti penitenziari, al fine di verificare in loco le condizioni dei detenuti e degli operatori che in essi prestano la propria attività e avere un quadro complessivo delle difficoltà riscontrate. “Avevamo chiesto l’indagine per accendere i riflettori su un tema che attiene al rispetto dei diritti costituzionali, sul quale troppo spesso ci sono state strumentalizzazioni o sterili annunci”, hanno spiegano i quattro parlamentari azzurri. “Oggi (ieri, ndr) è un importante passo in avanti per comprendere fino in fondo il grave problema costituito dal sovraffollamento delle carceri italiane” hanno concluso. Ricordiamo che il partito di Antonio Tajani ha sempre assunto una posizione più sensibile alle garanzie dei detenuti, appoggiando anche la proposta di legge sulla liberazione anticipata speciale di Roberto Giachetti, sebbene poi non votata per una questione di rapporti tra i partiti di maggioranza. Adesso questa iniziativa, che aveva fatto storcere il naso anche all’ex capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi, e che si concluderà quasi a fine legislatura ma almeno servirà a fare il punto sullo stato illegale dell’esecuzione penale. Suicidi in carcere: ministero della Giustizia e Asl sono “corresponsabili” di Lorenza Pleuteri osservatoriodiritti.it, 17 settembre 2026 La sentenza d’appello condanna il ministero della Giustizia e l’azienda sanitaria territoriale a risarcire i familiari di un uomo morto suicida in carcere, otto anni dopo la tragedia. Si era impiccato con la cintura che non gli era stata ritirata. Quando hanno aperto la cella, come nella ballata del Miché di Fabrizio De Andrè, era già tardi. Massimiliano S., 37 anni e un passato difficile, la mattina del 23 aprile 2018 si era impiccato nel bagno della sua cella nel carcere di Chieti. Lo hanno trovato i compagni di stanza, appeso alla grata della finestra con una cintura stretta attorno al collo. Hanno urlato, chiesto aiuto. Ma poliziotti penitenziari e medico di turno non sono arrivati in tempo. Suicidi in carcere: il male oscuro di Massimiliano - Kamal E. condivideva con lui e altri quella che il lessico carcerario chiama camera di pernottamento, uno stanzino con un letto a castello a tre piani e altre due brande. “Ci siamo dati la buonanotte all’una circa - ha dettato a verbale. Questa mattina appena sveglio sono andato a salutarlo e alla richiesta di come stava, Massimiliano ha risposto che non ce la faceva più… gli ho offerto quindi un caffè e poi sono sceso “all’aria”, mentre Massimiliano è rimasto a letto a dormire”. “Massimiliano - ha aggiunto Rocco E. - era un ragazzo di cuore, ricordo infatti che appena sono arrivato io ero senza soldi e Massimiliano mi ha pagato le sigarette e la spesa, ma era sempre molto taciturno e passava gran parte della giornata seduto a riflettere sul suo letto”. Una morte in cella che doveva essere evitata - Quella morte, l’ennesima morte nelle patrie galere, poteva e doveva essere evitata. Lo sostengono da sempre i familiari di Massimiliano, assistiti dalle avvocate Silvia Catalucci e Maria Teresa Di Rocco. Ora lo dice anche una sentenza della corte d’appello civile di L’Aquila. I giudici di secondo grado hanno accolto le argomentazioni delle legali e hanno ribaltato il verdetto di primo grado emesso dal tribunale del capoluogo abruzzese, quello che escludeva colpe delle controparti pubbliche portate in giudizio. Risarcimento da 600 mila euro a genitori e fratello e sorella - Sono stati ritenuti corresponsabili della fine tragica del detenuto, in eguale misura, il ministero della Giustizia e l’Asl 2 Lanciano-Vasto-Chieti, datore di lavoro del personale sanitario distaccato nell’istituto. Per questo i genitori, il fratello e la sorella di Massimiliano hanno diritto a 600 mila euro di risarcimento per i danni patiti con la morte del loro caro, una cifra importante, anche se inferiore alla richiesta. I condannati potranno impugnare la decisione in Cassazione, se già non lo hanno fatto. Un detenuto fragile - Massimiliano era un detenuto vulnerabile, provato da anni di dipendenza dalla droga e da problematiche psichiatriche, eppure giudicato compatibile con la detenzione in un penitenziario. Al suo ingresso in carcere, arrestato per evasione e per la reazione a un controllo dei carabinieri, il rischio di suicidio era stato classificato come basso. Succedeva il 29 settembre 2017. La speranza del trasferimento in una Comunità - Nei mesi successi Massimiliano era via via peggiorato, ridotto in condizioni critiche non percepite a pieno da chi avrebbe dovuto, sebbene facesse spesso viste specialistiche e colloqui. Rifiutava di prendere alcuni farmaci e aveva interrotto la terapia a scalare con il metadone. Perdeva peso e appetito. Era sotto pressione, in attesa di sapere se e quando sarebbe stato trasferito in una comunità terapeutica. Segnali sottovalutati o ignorati - C’erano stati segnali piccoli e grandi. Una volta finì in infermeria, dopo il trasporto al pronto soccorso di un compagno ferito, agitato “perché tutti si tagliano e si mettono chiodi in testa”. Lo curarono con 20 gocce di Valium. In un’altra occasione si incise un polso, nessuno se ne accorse. Suicidi in carcere: sono mancate attenzione e prevenzione - Scrivono i giudici: “La situazione del detenuto, divenuta nell’ultimo periodo di grave fragilità emotiva e forte instabilità mentale, ormai avvicinatasi al limite, non veniva assolutamente colta dagli operatori, i quali non mutavano significativamente la sua osservazione e il suo trattamento”, dimostrando al contrario “un grave deficit di attenzione verso la sua condizione soggettiva”. L’amministrazione penitenziaria conosceva le criticità - Il tutto “si verificava in una fase delicatissima, ben nota all’amministrazione che l’aveva seguita da vicino, caratterizzata da una duplice componente critica”. Da un lato c’erano state la riduzione troppo rapida e poi la brusca interruzione della terapia sostitutiva metadonica, uno stop in grado di causare una reazione fisica e psicologica da sindrome da astinenza, con ansia intensa, depressione, dolori muscolari, aumento sensibile del rischio di gesti estremi. Dall’altro lato, il percorso intrapreso, per approdare all’uscita dal carcere e all’ingresso in una comunità terapeutica, per Massimiliano era foriero di aspettative positive e progettualità, ma anche possibile fonte di delusione e frustrazione e di forte ansia e senso di inadeguatezza: i precedenti ricoveri erano stati fallimentari, non risolutivi. Sottovalutazioni e carenza di sinergie - I sanitari del carcere avrebbero dovuto segnalare l’innalzamento del pericolo di suicidio ai referenti dell’istituto, per aumentare il livello di attenzione e per prevenire atti irreparabili. Agli operatori penitenziari toccava lil compito di rilevare le condizioni dell’uomo, direttamente e indirettamente, anche dall’esame del diario clinico. Le annotazioni attestavano il disagio profondo e in costante aggravamento di Massimiliano, caratterizzato da forti crisi di agitazione, dal rifiuto delle terapie e da continue richieste di aiuto. Era a rischio suicidio, ma non è stato segnalato - Non sono state messe in atto adeguate misure di sostegno e sorveglianza. Non sono state coinvolte le strutture territoriali esterne e in particolare i servizi di salute mentale. Non è stata presa in considerazione la possibilità di spostare il detenuto in un carcere con un reparto psichiatrico, come previsto da direttive e protocolli. Non è stato nemmeno aggiornato il livello del rischio di suicidio, quello considerato minimo al momento dell’arrivo in carcere. Al detenuto era stata lasciata la cintura - Alla polizia penitenziaria sono state attribuite gravi lacune nell’osservazione e nella vigilanza. Per impiccarsi Massimiliano ha utilizzato una normale cintura, la sua. Non avrebbe dovuto averla con sé, per le condizioni di prostrazione in cui era precipitato, oltretutto non era nemmeno un accessorio inserito nell’elenco dei capi di abbigliamento ammessi in istituto. Il ministero della Giustizia ha detto che sottrarre la cinta sarebbe stato inutile, in quanto l’uomo avrebbe potuto usare quelle dei compagni. I giudici hanno respinto l’argomentazione difensiva. Lasciare quell’oggetto nella disponibilità di una persona così vulnerabile ha rappresentato un’evidente negligenza. Tentativo di suicidio scoperto solo durante l’autopsia - Solo durante l’autopsia è emerso che Massimiliano aveva già compiuto un atto autolesivo. Il polso sinistro presentava una ferita cicatrizzata a forma di croce, ritenuta il segno inequivocabile di un tentativo di svenamento collocato nei giorni precedenti. Una lesione visibile, ma mai rilevata dal personale sanitario né da quello penitenziario. Suicidi nelle carceri italiani: lo scaricabarile nel caso di Massimiliano - Il ministero della Giustizia ha provato a chiamarsi fuori e a scaricare tutte le responsabilità sui dottori e infermieri. L’avvocatura di Stato ha garantito che erano state adottate tutte le procedure idonee per rimuovere o attenuare le condizioni di conclamato disagio del detenuto, ma non ha dettagliato le cautele concrete messe in atto. Il legale dell’Asl ha dichiarato che dai medici in servizio nel carcere non si poteva esigere un comportamento diverso da quello documentato, dando la colpa dell’accaduto al detenuto, per le sue “bizzarrie comportamentali” e per i problemi con l’assunzione dei farmaci, rifiutati più volte. In carcere in custodia cautelare - Massimiliano non era chiuso in cella per scontare condanne definitive, ricorda l’avvocata Catalucci. Era dietro le sbarre in custodia cautelare, al pari di migliaia di altri detenuti, non pochi dei quali come lui hanno una doppia diagnosi, la compresenza di un disturbo da uso di sostanze e di un disturbo psichiatrico. L’evasione, le minacce, l’ultimo arresto - Aveva fatto notizia, sui giornali locali, per svariati arresti. Uno degli ultimi articoli su di lui racconta che evase dai domiciliari, si schiantò con la macchina usata per la fuga, insultò i carabinieri arrivati per i rilievi e si spacciò per il fratello. “Sono dei Casamonica, ve la farò pagare”, disse ai militari, indagato per questa frase anche per minacce. In carcere gli erano poi state notificate due ordinanze di custodia cautelare per vecchi reati legati alla necessità di procurarsi soldi per la droga. Anac e Cnel puntano sugli appalti pubblici per il reinserimento dei detenuti di Elettra Raffaela Melucci ildiariodellavoro.it, 17 settembre 2026 Nel Paese in cui negli ultimi anni è aumentato il numero dei nuovi reati perseguibili e la pressione sulla capienza delle carceri si fa sempre più insostenibile, cresce anche la consapevolezza del lavoro come strumento di rieducazione e di reinserimento sociale per detenuti ed ex detenuti. Molte le esperienze virtuose già in campo, da Trenitalia e Rete Ferroviaria Italiana a Webuild, per citare i big, ma anche quelle realizzate nella cooperazione sociale, il settore con le più alte quote di lavoratori detenuti. Il lavoro, dunque, come ponte con la vita fuori dal carcere e strumento di riscatto. Il tasso di recidiva, infatti, crolla fino al 2% per i detenuti che lavorano, mentre arriva al 70% per chi non ha tali opportunità. Senza dimenticare che l’inclusione lavorativa rappresenta una concreta applicazione dell’articolo 27 della Costituzione, che sancisce la finalità rieducativa della pena. È in questo quadro che si inserisce il Comunicato congiunto tra l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) e il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) del 6 agosto 2026, che indica alle stazioni appaltanti e agli enti concedenti come utilizzare gli strumenti previsti dalla normativa sugli appalti pubblici per favorire l’inserimento lavorativo di detenuti ed ex detenuti. Il documento dà seguito all’accordo interistituzionale sottoscritto da Anac e Cnel il 16 giugno 2025 nell’ambito del progetto “Recidiva Zero”, attraverso il quale il Cnel si è fatto promotore di iniziative legislative e istituzionali per investire nella formazione e nell’inclusione lavorativa dei detenuti ed ex detenuti. Con l’accordo, le parti si sono impegnate alla “predisposizione di atti tipo e provvedimenti a carattere generale rivolti alle stazioni appaltanti per favorire l’utilizzo, nell’ambito dell’applicazione del Codice dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, di clausole contrattuali volte a garantire l’inclusione lavorativa” di detenuti, soggetti ammessi a pene alternative ed ex detenuti. Il punto di partenza è l’idea degli appalti pubblici come strumento non soltanto economico, ma anche sociale. Il legislatore europeo, attraverso le direttive 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE, e quello italiano, con il decreto legislativo n. 36/2023 - il “Codice dei contratti pubblici”, appunto -, hanno valorizzato gli “appalti strategici”, capaci di produrre utilità economiche, ambientali e sociali. Dentro questa logica viene collocato l’inserimento lavorativo di detenuti ed ex detenuti, collegato dal documento al reinserimento nella società e alla riduzione del rischio di recidiva. Il documento, dunque, si presenta una guida applicativa per usare gli appalti pubblici a favore di una categoria già individuata dalla normativa come svantaggiata. Sul piano operativo, il documento individua diversi strumenti messi a disposizione delle amministrazioni. In primis, l’articolo 61 del Codice consente di riservare la partecipazione o l’esecuzione della gara a operatori economici e cooperative sociali il cui scopo principale sia l’integrazione sociale e professionale delle persone svantaggiate. È inoltre possibile riservare l’esecuzione, nell’ambito di programmi di lavoro protetti, a operatori che impieghino almeno il 30% di lavoratori svantaggiati. Il cuore dell’iniziativa è però l’articolo 57. Per gli affidamenti di lavori e servizi diversi da quelli di natura intellettuale, le stazioni appaltanti e gli enti concedenti devono inserire nei bandi, negli avvisi o negli inviti specifiche clausole sociali, come requisiti necessari dell’offerta, per favorire tra l’altro l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità o svantaggiate e la stabilità occupazionale. Secondo Anac e Cnel, in questo quadro possono trovare spazio anche clausole rivolte specificamente a detenuti ed ex detenuti. Il documento propone, ad esempio, che l’aggiudicatario si impegni a destinare a detenuti ed ex detenuti una quota delle nuove assunzioni necessarie all’esecuzione dell’appalto, compatibilmente con la disponibilità di candidati in possesso dei requisiti professionali richiesti e secondo modalità concordate con i servizi pubblici e penitenziari competenti. La percentuale non è fissata in modo uniforme: deve essere definita in relazione alla singola gara e nel rispetto dei principi di libera concorrenza, proporzionalità, ragionevolezza e non discriminazione. Le clausole sociali non si applicano indistintamente a ogni affidamento: il Codice consente deroghe in ragione dell’oggetto, della tipologia o della natura del progetto e stabilisce che non vadano previste negli appalti di servizi di natura intellettuale e nelle forniture senza posa in opera. Accanto alle clausole, l’articolo 57 consente anche meccanismi premiali. Il documento propone di attribuire punteggi alle imprese che impieghino detenuti o ex detenuti oltre l’eventuale soglia minima prevista dal bando, che si impegnino ad assumerne almeno un certo numero o che ne prevedano l’impiego per tutta la durata del contratto. Tra i possibili criteri di valutazione vengono indicati anche la qualità dei programmi di formazione e aggiornamento, i percorsi di recupero sociale e inclusione lavorativa, i percorsi individualizzati per favorire occupazione stabile e sviluppo di competenze, oltre all’esperienza maturata dall’impresa in precedenti programmi e a quella del responsabile delle attività di coordinamento. Un ulteriore canale è quello del Terzo settore: le pubbliche amministrazioni possono ricorrere, in alternativa agli strumenti del Codice dei contratti, alla co-programmazione e co-progettazione previste dall’articolo 55 del Codice del Terzo settore e alle convenzioni dell’articolo 56. Il documento suggerisce di utilizzare questi strumenti anche per favorire l’inserimento lavorativo e la stabilità occupazionale di detenuti ed ex detenuti, attraverso percorsi di accompagnamento individualizzati. Anac e Cnel richiamano anche il quadro degli incentivi economici per le imprese che assumono detenuti ed ex detenuti. Tra le norme citate c’è la legge 22 giugno 2000, n. 193, la cosiddetta Legge Smuraglia, che prevede agevolazioni fiscali e contributive per favorire il lavoro dei detenuti. Il documento ricorda inoltre le disposizioni della legge 381/1991 e del decreto ministeriale 24 luglio 2014, n. 148. Le agevolazioni contributive previste per le cooperative sociali sono state estese anche alle aziende pubbliche e private che organizzano attività produttive o di servizi impiegando persone detenute o internate, anche ammesse al lavoro esterno. Per accedere ai benefici, il trattamento economico riconosciuto ai lavoratori non può essere inferiore a quello previsto dai contratti collettivi di lavoro. Nel documento si sottolinea che questi incentivi possono rendere più sostenibile per le imprese l’assunzione di detenuti ed ex detenuti e, nell’ambito degli appalti, aumentare la possibilità di modulare l’offerta economica senza oneri aggiuntivi. Per le amministrazioni, invece, l’inclusione lavorativa viene collegata anche a possibili benefici sociali di lungo periodo, dalla professionalizzazione alla riduzione della recidiva. Gli impegni assunti in gara, però, devono essere verificati: le stazioni appaltanti e gli enti concedenti sono chiamati a controllare la permanenza dei requisiti che hanno consentito il ricorso alle procedure riservate e il rispetto delle condizioni offerte dall’esecutore nella fase di esecuzione. Il rischio, infatti, è che sfoci in un’operazione di maquillage al di sotto della quale ancora una volta si nascondono situazioni di sfruttamento o violazioni delle normative di sicurezza. Per questo non si può appaltare tutto alla buona fede, ma a una seria e severa presa in carico dei controlli che in questo paese continuano a essere il grande vulnus del lavoro. Il videogioco può essere strumento di riscatto? Il progetto nelle carceri minorili di Francesca Baraghini tg24.sky.it, 17 settembre 2026 La rivoluzione silenziosa che trasforma il gaming in riscatto umano dentro i penitenziari: Abruzzo Esports. Gioco, sport, formazione e psicologia entrano negli istituti penitenziari italiani per costruire un ponte verso il futuro. Gabriele Moretti, co-fondatore del progetto insieme a Pierpaolo D’Ambrosio: “Non chiamiamo i detenuti ‘gli ultimi’. Per noi sono rinascenti”. Un videogioco può diventare molto più di un passatempo. Può insegnare a perdere senza arrendersi, a rispettare le regole, a controllare la rabbia, a fidarsi di una squadra, a creare legami. E, in un ambiente come il carcere, può addirittura diventare uno strumento per prepararsi a tornare nella società. Questa è la sfida degli ideatori di un progetto innovativo che porta il mondo del gaming e dello sport all’interno degli istituti penitenziari e degli IPM, gli Istituti Penali per i Minorenni, italiani. “Ma stiamo lavorando anche per uscire dal paese - racconta Gabriele Moretti - Siamo in contatto con gli Stati Uniti, la California”. Nel 2024 le carceri italiane ospitavano oltre 62 mila persone. Dietro i numeri, un bisogno semplice e profondo: ricostruire comunità, ritrovare connessione, uscire dalla routine totalizzante dell’istituzione. È in questo spazio che si inserisce Esports per Tutti, progetto sperimentale avviato nel carcere di Castrogno, a Teramo, da Abruzzo Esports, con il sostegno di una fondazione locale e della direzione dell’istituto. Un percorso che mette insieme competenze digitali, attività sportiva, formazione, supporto psicologico e ricerca scientifica, con un obiettivo preciso: trasformare il tempo della detenzione in un’occasione concreta di crescita e di rinascita. L’idea nasce nel 2020, durante i mesi più complicati della pandemia Covid19. Gabriele e il suo amico d’infanzia Pierpaolo D’Ambrosio, stanno facendo una lunga passeggiata quando arriva un’intuizione ambiziosa: utilizzare un linguaggio familiare cioè quello del videogioco e degli e-Sports, per costruire un percorso educativo capace di parlare anche a chi molto spesso conosce solo esclusione e pregiudizio. “Abbiamo hackerato i percorsi tradizionali - racconta Gabriele Moretti - Stavamo camminando e ci è venuta questa idea: una sfida del tutto nuova, particolare e stimolante”. La domanda dalla quale tutto è iniziato è stata: come può uno strumento quotidiano come il videogioco diventare un mezzo di riscatto? “Formazione, digitale e sport: è un modello inclusivo e accessibile a tutti - spiega lui - L’obiettivo non è sostituire i percorsi educativi tradizionali, ma ampliarli perchè succede che si limitino allo studio o a mestieri classici come imparare a fare il pizzaiolo, per offrire strade nuove e competenze spendibili nel mondo di oggi. Il mondo sta cambiando”. Il riscontro è arrivato rapidamente, il programma ha coinvolto 16 detenuti per sei mesi, alternando tre componenti: formazione motivazionale, attività sportive reali e tornei digitali. Al centro ci sono le cosiddette soft skills: rispetto delle regole, capacità di lavorare in gruppo, gestione delle relazioni e, soprattutto, controllo delle emozioni davanti alla sconfitta. “Durante il percorso proponiamo sedute di self-talk e lavoriamo sugli aspetti motivazionali - prosegue Gabriele - Nelle prime fasi capita che qualcuno si arrabbi ed esca di getto per andare a fumare. È un ambiente complesso, ma le reazioni si possono trasformare se l’ambiente diventa stimolante”. La struttura delle sessioni è pensata proprio per questo: una parte formativa, didattica ed educativa, seguita dalla pratica e dall’attività video-ludica. Anche l’auto-arbitraggio diventa rieducazione emotiva, con il supporto degli psicologi, Stefano Carinci ed Enza Dimilta. “Fino a oggi, non si è mai verificato un singolo incidente”, ci tiene a sottolineare Gabriele. Pur vivendo in un ambiente saturo di norme, i detenuti percepiscono le regole del gioco come una liberazione perchè sono volontarie, reciproche e trasparenti. La partita diventa un laboratorio di umanità dove si impara a rispettare l’avversario, ad accettare una decisione, a gestire la frustrazione, a collaborare con i propri compagni. Competenze che possono rivelarsi preziose anche una volta oltrepassate le mura del carcere, che è un mondo a parte. “Quando entro lì dentro - dice Gabriele - è sempre come la prima volta, mi sento sotto esame, ma la sensazione di umanità che si riceve è indescrivibile”. In contesti segnati dal sovraffollamento - è il caso del carcere di Teramo - e dalla distanza dal mondo esterno, il desiderio di essere ascoltati può diventare un’urgenza seria; un bisogno primario. Gabriele ricorda un episodio in particolare: un ragazzo che, prima dell’inizio delle lezioni, preparava il caffè con la moka nella propria cella per portarlo agli operatori. “Fuori si sente spesso dire che bisogna buttare la chiave - prosegue - ma c’è tanta ignoranza. Qui dentro ci sono ragazzi finiti nei guai per piccoli reati o spaccio che spesso non sono mai stati ascoltati da nessuno”. L’obiettivo, però, non è creare un rapporto basato sulla semplice vicinanza personale. “Noi non dobbiamo fare gli amici, ma mostrargli come funziona il mondo fuori”. Il passaggio dalla detenzione alla vita quotidiana non è semplice. “Uscire dopo anni e sapersi rapportare con la società è l’unico modo per non creare due mondi distinti, ma avvicinarli”. Da qui anche la scelta di cambiare il modo di definire chi partecipa al progetto: “per noi sono rinascenti”, dice. E ci sono già storie che sembrano dare concretezza a questa visione. Forse, la misura più autentica dell’impatto del progetto si traduce nei fogli compilati in forma anonima, dai partecipanti. Sono pensieri che spiegano come un’attività, all’inizio percepita come svago, possa trasformarsi in un’occasione di riflessione. Tra loro, c’è chi racconta di essere recluso da otto mesi e di avere attraversato “giornate molto stressanti”. Poi la sorpresa: “Ignoravo quello che ti può dare di buono un gioco virtuale”. Il collegamento con la vita quotidiana è immediato: “Rispetto nell’ascoltare senza interrompere, rispetto per chi ti dedica del tempo, fair play in campo e fuori dal campo”. Un altro partecipante racconta invece di avere riscoperto il controllo delle emozioni e la capacità di “tirare fuori sempre cose positive dalle situazioni negative”. “Il corso - scrive - permette anche di evadere con il pensiero. Non stare a pensare in continuazione di essere privati della libertà”. C’è poi chi ammette di avere inizialmente pensato a un semplice modo per passare il tempo, salvo ricredersi una volta cominciato il percorso. Anche la dimensione tecnica acquista un significato più grande: “Vedo che stiamo comprendendo più la tecnica, la resistenza e l’autocontrollo. Io credo che tutto questo sia buono per il miglioramento di tutti noi”. Tutte le riflessioni si concludono con un “grazie”. Il progetto si fonda sulla ricerca scientifica con il grande contributo di Nico Bortoletto, ricercatore e professore aggregato presso l’Università di Teramo, incardinato dove professa Sociologia delle Organizzazioni sportive e Sociologia dello Sport, presso la Facoltà di Scienze Politiche. “Vogliamo cambiare le cose basandoci sui dati”, spiega Gabriele che, nelle scorse settimane si trovava in Polonia all’European Sociological Association. “Ci sono studi su Abruzzo E-Sports e l’interesse sta arrivando anche da altre regioni italiane”. Tra i prossimi sogni, c’è l’accesso ai programmi Erasmus, con la possibilità di creare occasioni di scambio e crescita tanto per gli accademici quanto per i detenuti. E poi il lavoro. Perché la formazione acquista il suo significato più concreto quando riesce ad aprire una porta verso l’autonomia. “L’ambizione è costruire collaborazioni con le realtà sportive del territorio, fino a immaginare un coinvolgimento di società professionistiche - confida Gabriele - Sia chiaro - aggiunge - il gioco non è una scorciatoia e non pretende di risolvere da sola la complessità del sistema penitenziario. È un ponte”. Una piccola porta aperta sul mondo fuori. E allora “rinascenti” non è soltanto un modo diverso per chiamare chi si trova in carcere, ma una direzione da seguire per Gabriele Moretti e Pierpaolo D’Ambrosio: offrire a chi ha sbagliato la possibilità di non essere definito per sempre dal proprio errore. E rimettersi in gioco. Questa volta, veramente. Calabria. San Luca e lo “stigma” della ‘ndrangheta di Armando Di Landro Corriere della Sera, 17 settembre 2026 La criminologa Anna Sergi: “Sono andata a viverci un mese per studiarlo: la faida e Duisburg sono traumi per più generazioni. Ma il paese vuole vivere”. La domanda degli uomini al bar dando del “voi”: “Professoressa ma l’avete vista in giro la ‘ndrangheta?”. Lei: “Ci sono battute per nascondere il problema, ma tanti, anche i bambini, vogliono capire. Nessuno ha mai spiegato nulla. Tutto, anche il reato più banale, viene marchiato come criminalità organizzata”. “Dottoressa, ma voi la ‘ndrangheta come la spiegate?” A porre la domanda è un uomo sulla quarantina d’anni, o poco più. Non sente certo il bisogno di specificare il suo nome, anzi, l’identità qui resta quasi per forza in sospeso. Quel che si sa, perché lo ha detto lui, è che si tratta di un pregiudicato, reati non meglio precisati: forse come altri che si incontrano in piazza, al bar, ha già scontato i suoi anni per questioni legate al narcotraffico. Il dubbio un po’ resta, alla destinataria della domanda, che è Anna Sergi, calabrese, docente di Sociologia della devianza all’Università di Bologna e in passato di Criminologa a quella dell’Essex, in Inghilterra, specializzata sulle mafie a livello internazionale. Ma, anche per il profilo dell’interlocutore, lei è contenta che se ne parli, è lo scopo della sua presenza lì, in un bar di San Luca, locride, Reggio Calabria. Per un mese, tra la fine di luglio e quella di agosto, Anna Sergi è andata a viverci, con “l’obiettivo di studiare un paese con la nomea del centro di mafia, un paese con lo stigma. E San Luca è quello che probabilmente, anche all’estero, ha queste caratteristiche più di tutti”. Un profilo certamente dovuto alle imprese criminali dei già noti gruppi familiari del posto, dai sequestri di persona alla faida iniziata nel 1991 e proseguita fino alla strage di Duisburg del Ferragosto 2007, se non addirittura oltre, ma anche un profilo che rischia di autoperpetuarsi, “perché spesso basta uno di quei cognomi in un’inchiesta anche per reati banali, e subito si parla di ‘ndrangheta e tutto viene travolto. Siamo di fronte all’unico caso di un Comune commissariato due volte, in simultanea, perché mancavano candidati alle ultime elezioni e poi in parallelo per sospetti di mafia retrodatati, sulla base di un’inchiesta per presunti illeciti amministrativi. Un paese dove anche la squadra di calcio che era in Serie D è andata a rotoli e dove è stata sciolta dalla prefettura pure la Fondazione Corrado Alvaro, per presunta mancanza di liquidità e per le solite parentele che tornavano con delle critiche già avanzate dai tribunali amministrativi”. L’anno prossimo bisognerebbe tornare al voto, in teoria, perché in realtà nessuno vuole candidarsi, anche se il problema è quasi sempre all’ordine del giorno delle conversazioni al bar o in piazza. “Ma tanto, poi, sciolgono il Comune…”. E per tanti “fare il sindaco è ‘na jastima…”, una bestemmia. Anna Sergi non vuole sminuire la portata delle inchieste o delle decisioni della prefettura, ma solo spiegare: “I grandi gruppi familiari sono quelli noti, ma sono anche talmente estesi, che contengono tante sfumature, è legittimo pensare che non tutti sappiano cosa fa il cugino o il parente, che magari è un mafioso vero o magari non lo è: in questi paesi i legami familiari sono come altrove i legami sociali di prossimità, ognuno sceglie come gestirli, tra indifferenza e vicinanza”. Dopo i primi contatti con il parroco e con i commissari, è entrata a San Luca per tentare di studiarlo dall’interno, lasciando fuori ogni pregiudizio. E dopo aver attraversato un po’ a fatica “un primo livello di diffidenza elevatissimo”, ha trovato un paese con più volti. “Prima di tutto, se si pensa che io abbia incontrato persone che si nascondevano dietro la porta, un luogo di barbari dove nessuno gira per strada e dove regna la paura e basta, ecco, non è assolutamente così. C’è un paese che vuole vivere, dove in piazza e al bar si parla apertamente, dove si mangia un pane buonissimo, dove la prima sera rientrando a casa poco prima di mezzanotte un signore mi ferma e mi dice “i voliti du’ pummadora?” e mi consegna una busta intera - per un mese quasi non ho fatto la spesa - dove c’è anche una certa sicurezza, che non dipende certo dal fatto che la ‘ndrangheta controlla tutto e non vuole si faccia rumore, come qualcuno potrebbe pensare”. Ma il racconto non può fermarsi qui, all’ospitalità calabrese, ai gruppi di ragazzini che girano per le strade fino a tarda sera, alla festa della Madonna di Polsi che è in parte riuscita a svincolarsi dall’idea di una celebrazione a uso e consumo degli affiliati e dei boss. “Il problema c’è e non va nascosto, San Luca è un paese che vive un trauma intergenerazionale, o più traumi di quel tipo, che non sono stati elaborati - sostiene Anna Sergi -: nessuno ha voluto spiegare, nessuno ha ricevuto spiegazioni. A chi era bambino nel 2007, per esempio, nessuno ha spiegato cosa è stato Duisburg e perché nei mesi successivi le scuole furono spesso addirittura chiuse: c’era il timore che la faida tornasse, tragica, in paese. Non c’è stato un processo di riconciliazione post traumatica. Nessuno ha raccontato perché all’arrivo delle tre bare (su sei vittime calabresi in tutto) dalla Germania a San Luca fossero presenti una massa di giornalisti da tutto il mondo e così fu per mesi. Allo stesso modo, mi è capitato di trovare donne che erano ragazzine negli anni ‘90 e non si sono mai date una motivazione dei morti ammazzati per strada di quel periodo, che furono 7, tutti in paese o del perché si smise di sparare”. Non senza paradossi. “Ma che avete trovato professoressa, armi? Droga, avete trovato?” sempre dando rigorosamente del voi, è stata questa la domanda di un gruppo di ragazzini. Volontà di prendere in giro? “Forse in questo il paese rischia di perpetuare lo stigma, o forse davvero c’è anche la volontà di comprendere - commenta Sergi -. Perché mi è comunque capitato, per esempio, che in tanti si siano messi a parlare di Duisburg volontariamente, chiedendo a me cosa ne pensavo. Quella frase, “come la spiegate la ‘ndrangheta?” non mi è sempre suonata come una presa in giro o una voglia di dissimulare”. In molti post sui social la docente e ricercatrice ha raccontato il suo mese a San Luca: “Non è mancato - dice - un seguito di ragazzine, giovanissime, che mi leggevano e volevano parlarmi: il 20 agosto, all’apertura delle celebrazioni per la Madonna di Polsi, mi hanno raggiunta per chiedermi che tipo di lavoro faccio, non essendo una giornalista, volevano una spiegazione e mi hanno persino regalato delle caramelle!”. Il lavoro sul campo è la base di una ricerca, che Sergi ha voluto illustrare, seduta in piazza tra i cittadini di San Luca: pochi, a dire il vero, una ventina, ma tutti disposti a parlare, a dialogare. Un incontro che, tra gli altri dati rilevati in un mese, lascia comunque intravedere una via di uscita, una cura del trauma intergenerazionale e dello stigma: “Serve un percorso di accompagnamento alla memoria, quindi la ricostruzione della verità, del passato e del presente, in modo solido, saldo e condivisibile da tutti i sanluchesi. In modo che tutti almeno possano ragionarci. Anzi dirò di più - conclude -. Potrebbe addirittura servire riconoscere i luoghi di determinati fatti, codificarli, costruirci sopra un tour che riguarda la criminalità organizzata, la ‘ndrangheta, per elaborare ciò che non è sato elaborato”. Già, la ‘ndrangheta, s’annida ancora qui? E fin dove è arrivata? Qualcuno al bar ha chiesto ad Anna Sergi: “Ma l’avete vista per strada, la ‘ndrangheta, dottoressa?”. Sardegna. Detenuti al 41 bis, la Regione ricorre al Tar contro il Ministero della Giustizia Il Dubbio, 17 settembre 2026 Il ricorso riguarda il mancato accesso agli atti sul trasferimento. Todde denuncia assenza di confronto e nuovi costi sanitari per l’Isola. La Regione Sardegna ha presentato ricorso al Tribunale amministrativo regionale contro il Ministero della Giustizia per ottenere l’accesso agli atti del procedimento che ha determinato il trasferimento nell’Isola di detenuti sottoposti al regime speciale del 41 bis. L’iniziativa era stata annunciata il 7 settembre dalla presidente della Regione, Alessandra Todde, ed è stata ora formalizzata. In questa prima fase, il ricorso riguarda il mancato riscontro alla richiesta documentale inoltrata dall’amministrazione regionale e punta a conoscere gli atti, le valutazioni e i passaggi che hanno preceduto il trasferimento. Todde contesta al Ministero una “totale mancanza di collaborazione istituzionale” e ritiene che la scelta abbia “discriminato di fatto la Sardegna rispetto alle altre regioni”. La governatrice ha confermato che la Regione non intende rinunciare alle iniziative annunciate per tutelare le proprie prerogative. La richiesta di accesso agli atti del 4 agosto - La Regione aveva trasmesso la richiesta di accesso agli atti il 4 agosto. Secondo quanto comunicato dall’amministrazione sarda, da quel momento non sarebbe arrivata alcuna risposta da parte del Ministero della Giustizia. Il silenzio sarebbe proseguito fino all’arrivo dei primi detenuti. I trasferimenti nel carcere di Uta sono iniziati il 5 settembre, senza che la Regione avesse ricevuto preventivamente i documenti richiesti o una comunicazione formale sull’avvio dell’operazione. Todde ha riferito di avere appreso quanto stava accadendo soltanto attraverso la richiesta rivolta all’Asl 8 per verificare la disponibilità di personale medico. “Non una comunicazione preventiva, non una telefonata, non un confronto istituzionale”, ha dichiarato la presidente. Il ricorso al Tar è quindi rivolto a ottenere la documentazione amministrativa sulla quale è stata fondata la decisione ministeriale. Solo dopo l’esame degli atti la Regione potrà valutare eventuali ulteriori iniziative. Todde: “La Sardegna è stata discriminata” - Per la governatrice, il punto più grave riguarda il trattamento riservato alla Sardegna e le conseguenze che il trasferimento è destinato a produrre sul territorio regionale. “Si chiede alla Sardegna, che gode di uno speciale regime di autonomia con legge costituzionale, di farsi carico delle conseguenze di una decisione assunta senza alcuna interlocuzione istituzionale”, ha affermato Todde. La presidente ha richiamato anche il principio di insularità riconosciuto dalla Costituzione, sostenendo che in questo caso sarebbe stato utilizzato “come elemento di penalizzazione per l’Isola”. Una situazione definita “inaccettabile” dalla Regione, che lamenta di non essere stata coinvolta nella fase preparatoria dell’operazione. Le ricadute sulle carceri e sulla sanità regionale - Tra le contestazioni avanzate dalla Regione figurano le condizioni degli istituti penitenziari di Uta e Bancali. Secondo Todde, entrambe le strutture operano già oltre la capienza ordinaria e devono affrontare una grave carenza di personale. L’arrivo di detenuti sottoposti al regime speciale comporterebbe inoltre la necessità di garantire assistenza sanitaria a persone che possono presentare condizioni cliniche complesse. Il relativo servizio ricade sul sistema sanitario regionale. “A questo si aggiunge la necessità di garantire assistenza sanitaria a detenuti che presentano condizioni cliniche complesse, con un ulteriore carico sul Sistema sanitario regionale, sostenuto dai cittadini sardi, senza che lo Stato preveda alcuna forma di compensazione”, ha sottolineato la governatrice. Piemonte. Suicidi in carcere, interrogazione di Avs: “I protocolli ci sono ma non funzionano” imgpress.it, 17 settembre 2026 “Tre suicidi nelle carceri piemontesi nel giro di pochi giorni impongono alle istituzioni di fermarsi e affrontare finalmente la situazione nel suo complesso. Insistiamo per l’ennesima volta perché si tenga il Consiglio Regionale aperto sul Carcere, che chiediamo ormai da febbraio al Presidente Nicco, insistiamo perché la Garante Regionale di presenti la relazione annuale che il suo ruolo prevede e che ad oggi non è ancora stata depositata, nonostante sia passato più di un anno dalla sua nomina: che venga a riferire in Consiglio una verifica sull’effettiva applicazione dei protocolli contro il rischio suicidario. Occorre affrontare insieme salute, sovraffollamento, personale e condizioni di detenzione”. A sostenerlo sono Alice Ravinale, capogruppo di Alleanza Verdi Sinistra in Consiglio regionale, e la consigliera Giulia Marro, dopo le morti avvenute nelle ultime settimane negli istituti di Biella, Verbania e Torino. In particolare il caso di Biella ha destato preoccupazione perché si trattava di un giovane di 23 anni che aveva già avuto comportamenti autolesionistici e tentativi suicidari. Martedì 15 settembre in aula del Consiglio Regionale Giulia Marro ha interrogato l’Assessore Riboldi su quali azioni stesse mettendo in atto per verificare lo stato di aggiornamento e l’effettiva applicazione dei protocolli di prevenzione, la presa in carico sanitaria e psichiatrica delle persone detenute, la continuità assistenziale nei trasferimenti e la necessità di una revisione strutturata dopo gli eventi più gravi. Nella risposta è stato fornito l’elenco dei protocolli presenti e in essere, segnalando che la verifica dell’efficacia e del monitoraggio sono affidati a strumenti di rendicontazione periodica e all’azione dei tavoli di monitoraggio regionale - il Tavolo Regionale sulla Sanità Penitenziaria, locale - Staff Multidisciplinari d’Istituto e istituzionale - Garante regionale dei detenuti. I protocolli in capo alle ASL dal 2019 al 2026 sono stati aggiornati anche con co-progettazioni, per rispondere alle necessità degli istituti locali. La stessa richiesta era già stata posta da Alice Ravinale con l’interrogazione sul caso di Christian Guercio, morto suicida nel carcere di Asti in cella di isolamento sebbene fossero note le sue fragilità psichiche e di dipendenze, nonchè precedenti tentativi di suicidio. Anche in quel caso la Regione aveva riferito dell’applicazione delle procedure previste. Ma proprio per questo, secondo AVS, occorre interrogarsi non solo sul rispetto formale dei protocolli, ma sulla loro efficacia. La questione è che nonostante la formale esistenza dei protocolli la situazione continua a peggiorare e continuano a morire persone nelle mani dello Stato e ad essere violati diritti fondamentali, mentre la polizia penitenziaria si trova a lavorare in condizioni sempre peggiori. Per questo AVS chiede da tempo di convocare un Consiglio regionale aperto, come quello che si era svolto a novembre 2024, ascoltando chi nelle carceri vive, lavora e opera ogni giorno. E ribadiamo il rispetto dell’impegno della Giunta ad un nostro atto votato all’unanimità nel dicembre 2024 che prevedeva la condivisione con i consiglieri regionali dei verbali del tavolo regionale sulla sanità penitenziaria. Mai arrivati fino ad ora. “Negli ultimi due anni abbiamo portato ripetutamente il tema in Consiglio regionale attraverso sopralluoghi negli istituti, interrogazioni sulla sanità penitenziaria, sulla salute mentale, sulle dipendenze, sul sovraffollamento e sulle condizioni estive nelle carceri” - concludono Ravinale e Marro. “La Regione ha competenze precise sulla tutela della salute delle persone detenute e non può limitarsi a considerare il carcere una questione esclusivamente statale. Servono dati, una verifica dei protocolli, un quadro aggiornato della situazione sanitaria e organizzativa e un confronto pubblico con tutti i soggetti coinvolti. Prima che una nuova tragedia riapra per qualche giorno il dibattito, il Consiglio regionale, il Presidente Cirio e la Giunta si assumano la responsabilità di affrontarlo seriamente”. Firenze. L’Icam fermo da anni: detenuta incinta a Sollicciano, trasferita a Torino Di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 17 settembre 2026 Al settimo mese di gravidanza, una ragazza di diciannove anni ha lasciato Sollicciano ed è stata portata a Torino. Straniera, era finita in cella dopo un fermo per tentato furto d’auto in Versilia. Martedì scorso è arrivato il trasferimento all’Icam piemontese, l’istituto a custodia attenuata per detenute madri: le condizioni del carcere fiorentino sono state ritenute incompatibili con la gravidanza. È lo stesso carcere in cui il gip Alessandro Moneti, con il decreto firmato il 28 maggio, ha disposto il sequestro preventivo di sette sezioni maschili per violazione delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. La Toscana non ha mai realizzato la struttura per le situazioni emergenziali prevista da un protocollo regionale. Risultato: per mettere al riparo una gestante, lo Stato ha dovuto cercare un posto fuori regione. Di certo c’è il quadro normativo cambiato con la legge 80 del 2025, il cosiddetto decreto sicurezza, che ha reso facoltativo quel rinvio per le donne incinte e per le madri di bambini sotto l’anno. Gli effetti si leggono nelle tabelle del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Al 31 agosto 2026 nelle carceri italiane c’erano 32 madri con 37 figli al seguito: 18 italiane con 20 bambini, 14 straniere con 17. Il carico più pesante sta a Lauro, in provincia di Avellino, dove si contano 15 madri e 18 bambini, contro le 4 madri e i 6 figli dell’agosto precedente. Dei 37 piccoli, 31 vivono negli Icam. Gli altri sei stanno in carceri ordinarie: due a Rebibbia femminile, due a Castrovillari, uno a Bollate, uno a Messina. La Toscana nella tabella non compare: a fine agosto nessun suo istituto ospitava madri con bambini, e una struttura dedicata non esiste. Sollicciano, intanto, resta quello che il decreto di sequestro descrive pagina dopo pagina. Infiltrazioni, muffa, cimici, fili elettrici scoperti. Il reparto femminile si sviluppa su due piani, con una “capienza ottimale di 60 detenute”. Secondo l’annotazione del comandante della polizia penitenziaria del 9 marzo 2026, riportata nel provvedimento, 97 camere su 358 erano inagibili, la capienza regolamentare scendeva a 366 posti e la conta del giorno segnava 581 presenti. I dati ministeriali elaborati dal monitoraggio di Marco Dalla Stella, aggiornati al 14 settembre, dicono che nell’istituto fiorentino ci sono 444 detenuti a fronte di 269 posti realmente disponibili, perché 225 dei 494 posti regolamentari sono inutilizzabili. Il tasso di affollamento arriva al 165 per cento, contro una media nazionale del 142. Il Dap, in una nota del 4 dicembre 2025 richiamata dal gip, stimava in circa 55 mesi il tempo necessario, dall’affidamento della progettazione alla fine dei lavori sui padiglioni giudiziario e penale. La palazzina mai aperta di via Fanfani - Eppure, un Icam fiorentino, sulla carta, esiste da sedici anni. Il 27 gennaio 2010 Regione Toscana, amministrazione penitenziaria, Tribunale di sorveglianza di Firenze, Istituto degli Innocenti e Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa firmano un protocollo d’intesa. Con la delibera regionale 54 del 6 febbraio 2012 arrivano i primi 400mila euro. L’8 ottobre 2013 se ne aggiungono 221mila per l’adeguamento antisismico. La Società della Salute di Firenze diventa il soggetto attuatore, e nel 2013 viene affidata la progettazione. Poi comincia la stagione delle date. Si parla di fine lavori nei primi mesi del 2015, e non succede nulla. Il 31 marzo 2016 viene indetta la gara, aggiudicata il 21 luglio alla Tekna Edilizia. Il 25 agosto dello stesso anno il Dap, in un comunicato, stima la conclusione del cantiere entro dicembre. Anche questa scadenza salta. Nel giugno 2022 tocca a Sara Funaro, allora assessora comunale e presidente della Società della Salute: progettazione esecutiva entro giugno, gara in estate, lavori al via entro settembre. Negli stessi giorni Regione e Comune presentano il piano parallelo, un progetto sperimentale di case famiglia per tre nuclei madre-bambino, finanziato con il fondo statale per le case famiglia protette. L’assessora regionale Serena Spinelli lo presenta così: “Bambini e bambine in carcere non ci devono stare”. Ne escono un albo per le strutture di accoglienza e una determina dirigenziale. Ma rimane tutto sulla carta. A settembre 2023 la Asl Toscana Centro rilancia, con gara entro novembre e lavori entro il primo semestre 2024. Nel frattempo la palazzina finisce tra erbacce e muffa. Nel dicembre 2024 il Consiglio comunale approva un ordine del giorno che impegna la giunta a relazionare su quanto fatto per la genitorialità detenuta e sui fondi usati. Quelle relazioni, segnala nel 2025 Sinistra Progetto Comune, non sono arrivate, e in commissione Palagi finisce per definire l’Icam anacronistico. Il Garante regionale Giuseppe Fanfani, nel maggio 2025, ha criticato lo stesso modello Icam per costi sproporzionati e problemi di coordinamento legislativo. Posizioni diverse, stesso risultato. Altrove le case famiglia protette esistono e lavorano, come la Casa di Leda a Roma e la struttura dell’associazione Ciao a Milano. Ma sono pochissime. A Firenze l’albo aperto nel 2023 è rimasto disponibile fino al 31 dicembre 2025. A settembre 2026 nessun atto pubblico documenta l’apertura del cantiere in via Fanfani. Resta il conto. Almeno 621mila euro stanziati, un protocollo, delibere, una gara aggiudicata, una mozione approvata, un progetto di case-famiglia. E una diciannovenne incinta mandata in Piemonte perché, a Firenze, per lei non c’era un letto sicuro. Siena e San Gimignano, la Camera Penale: “La dignità dei detenuti è difesa dello Stato di diritto” di Simona Sassetti radiosienatv.it, 17 settembre 2026 Dal 23 al 29 settembre avvocati penalisti in astensione dalle udienze. Il 19 settembre il confronto nazionale a Firenze. Carceri di Siena e San Gimignano sotto la lente della Camera Penale di Siena e Montepulciano. Dopo i fatti che hanno riacceso l’attenzione sulle condizioni del sistema penitenziario nel distretto della Corte d’Appello di Firenze, gli avvocati penalisti del territorio hanno avviato un’attività di monitoraggio degli istituti del circondario, mettendo al centro condizioni di vita, dignità dei detenuti e rispetto dei principi costituzionali nell’esecuzione della pena. Il 25 e il 27 agosto la presidente della Camera Penale Michela Rossi, insieme agli avvocati Luca Perinti, referente carcere, Federica Goti e Giulia Zani, è entrata negli istituti di Siena e San Gimignano nell’ambito di “Ristretti in Agosto”, l’iniziativa promossa a livello nazionale dall’Unione delle Camere Penali Italiane. Durante i sopralluoghi sono stati raccolti dati e informazioni sul numero delle persone detenute, sulle dimensioni delle celle, sull’utilizzo degli spazi comuni e sui progetti e le attività realizzati dentro e fuori dalle strutture. “Vogliamo mantenere accesi i riflettori sulle condizioni di vita all’interno degli istituti - sottolinea la Giunta della Camera Penale di Siena e Montepulciano - e comprendere sempre meglio quale sia lo stato di salute delle nostre carceri”. Un’attenzione che va oltre le condizioni materiali degli istituti e investe direttamente il significato della pena. “La questione della pena è oggi uno dei punti dolenti del nostro ordinamento - evidenzia la Giunta. Secondo la Carta Costituzionale deve avere anche una finalità rieducativa e può essere eseguita soltanto nel rispetto dei diritti della persona e della dignità umana”. Il confronto proseguirà venerdì 19 settembre a Firenze, dove la Camera Penale di Siena e Montepulciano parteciperà al convegno nazionale “Lo stato generale dell’esecuzione penale - Anatomia di un disastro: analisi e proposte”, organizzato dall’Unione delle Camere Penali Italiane. Al centro della giornata lo stato dell’esecuzione penale e le possibili soluzioni per garantire il pieno rispetto dei diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Una data che precede un altro appuntamento particolarmente rilevante. Il 22 settembre è infatti prevista un’udienza davanti alla Corte Costituzionale sulla questione dei rimedi a disposizione dell’ordinamento nei casi in cui le condizioni di detenzione risultino incompatibili con il nucleo fondamentale dei diritti della persona. La mobilitazione dei penalisti proseguirà poi dal 23 al 29 settembre, quando la Camera Penale di Siena e Montepulciano aderirà all’astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale deliberata dalla Giunta dell’Unione delle Camere Penali Italiane. Alla base dell’iniziativa anche la denuncia relativa ai fatti avvenuti nella Casa Circondariale di Perugia Capanne, dove, secondo quanto denunciato dall’Unione, si sarebbe verificata per circa sei mesi una captazione sistematica e indiscriminata di colloqui tra detenuti e almeno quindici difensori diversi da quelli indicati nel provvedimento autorizzativo. Per la Camera Penale la battaglia sulle condizioni delle carceri non riguarda soltanto chi sta scontando una pena, ma investe direttamente i principi su cui si fonda l’ordinamento. “Le Camere Penali sostengono da sempre la legalità costituzionale dell’esecuzione della pena - conclude la Giunta - perché garantire il rispetto dei diritti fondamentali significa difendere lo Stato di diritto”. Catania. Garante dei detenuti cercasi: candidature aperte fino al 5 ottobre La Sicilia, 17 settembre 2026 La direzione Famiglia e Politiche sociali del Comune ha indetto una procedura a evidenza pubblica finalizzata alla nomina del Garante. Catania avrà, dopo una lunga vacatio, il Garante dei diritti dei detenuti. Una figura che mancava nel territorio etneo da diversi anni. La direzione Famiglia e Politiche sociali del Comune ha indetto “una procedura a evidenza pubblica per la raccolta delle candidature finalizzate alla nomina del Garante”. La selezione, pubblicata da qualche giorno sul sito istituzionale dell’amministrazione comunale, segue quanto stabilito nel “Regolamento per la disciplina dell’istituzione della figura del Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale del Comune di Catania”, che è stato approvato dal consiglio comunale nella seduta del 7 aprile scorso. Nell’avviso, firmato dalla direttrice Lucia Rita Leonardi, sono precisati tempi e procedure per la presentazione delle candidature per l’incarico. Il Garante dei diritti dei detenuti è un “organo monocratico che svolge la propria attività in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e valutazione, non sottoposto ad alcuna forma di controllo gerarchico e funzionale”. Il ruolo ha una durata di sei anni e non è rinnovabile. Si tratta di una funzione a titolo gratuito. Al candidato sono richiesti - fra i requisiti - una “notoria e indiscussa moralità” e “competenza ed esperienza sul campo e nell’ambito della promozione e della tutela dei Diritti Umani”. Sui titoli accademici e professionali, il profilo ricercato dovrebbe possedere una laurea in materie affini all’incarico e un’esperienza lavorativa nei settori riguardanti la realtà carceraria. Il Garante, una volta nominato, dovrà promuovere “l’esercizio dei diritti e le opportunità di partecipazione alla vita civile e di fruizione dei servizi comunali delle persone private della libertà personale”, “iniziative di sensibilizzazione pubblica sui temi dei diritti umani e dell’umanizzazione delle pene” e altre finalizzate “ad affermare il pieno esercizio dei diritti garantiti dalla Costituzione, instaurando relazioni ed interazioni operative anche con altri soggetti pubblici e con associazioni operanti” anche al fine di siglare “protocolli di intesa”. Ma soprattutto il Garante dovrà segnalare eventuali “violazioni di diritti” e si informerà e confronterà “con le autorità competenti riguardo alle condizioni dei luoghi di reclusione”. Nell’avviso pubblico è specificato inoltre che il “Garante dei diritti dei detenuti opera ed agisce secondo i principi di riservatezza e leale collaborazione con le autorità amministrative competenti e con le Istituzioni”. Le candidature dovranno essere inoltrate tramite Posta elettronica certificata (Pec) entro le 12 del 5 ottobre prossimo all’indirizzo politichesociali.catania@pec.it, indicando nell’oggetto “Candidatura per la nomina a Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale del Comune di Catania”. Gli interessati dovranno allegare alla Pec l’apposito modulo, scaricabile dal sito del Comune di Catania, e un l curriculum vitae. L’elezione avverrà in consiglio comunale. “La votazione - è specificato nell’avviso pubblico - si svolgerà a scrutinio segreto. Nelle prime due votazioni è richiesta la maggioranza qualificata dei due terzi dei consiglieri assegnati; a partire dalla terza votazione è sufficiente la maggioranza assoluta”. Una volta eletto, la nomina di Garante dei diritti dei detenuti sarà formalmente ratificata con un decreto del sindaco. Civitavecchia. Carcere, kit di prima necessità per i detenuti senza mezzi: consegna il 22 settembre civonline.it, 17 settembre 2026 L’iniziativa dell’assessorato ai Servizi sociali e del Garante dei detenuti Corrado Lancia con la Croce Rossa. Nei kit tuta, biancheria, accappatoio, maglietta e ciabatte. Un kit con il necessario per affrontare i primi giorni in carcere destinato ai detenuti appena arrivati e privi di disponibilità economica. Martedì 22 settembre l’amministrazione comunale consegnerà alla Casa circondariale di Civitavecchia i kit di prima necessità preparati nell’ambito di un’iniziativa promossa dall’assessorato ai Servizi sociali e dal Garante dei diritti delle persone detenute Corrado Lancia, in collaborazione con il comitato locale della Croce Rossa Italiana. All’interno di ogni confezione ci saranno una tuta, biancheria intima, un accappatoio, una maglietta e un paio di ciabatte: beni essenziali destinati a chi fa ingresso nell’istituto senza avere con sé quanto necessario e senza possibilità economiche per procurarselo immediatamente. “Con questa consegna ci occupiamo di un bisogno elementare, nel momento in cui la fragilità è più grande - spiega l’assessora ai Servizi sociali Antonella Maucioni -. Garantire a chi entra in carcere senza mezzi il minimo indispensabile è una questione di dignità, e riguarda la comunità nel suo insieme”. Maucioni ha inoltre ringraziato la Croce Rossa per la collaborazione, citando il presidente del comitato di Civitavecchia Roberto Petteruti, e il Garante Corrado Lancia “per l’impegno costante a fianco delle persone detenute”. Proprio Lancia sottolinea il significato dell’iniziativa soprattutto nella delicata fase dell’ingresso in carcere. “Chi arriva in carcere privo di tutto vive un momento di particolare vulnerabilità, in cui anche gli oggetti più semplici assumono un valore che va oltre il loro uso - afferma -. Consegnare questi kit è un piccolo gesto per riconoscere che la dignità della persona non si sospende alle porte dell’istituto”. Un intervento semplice, quindi, ma pensato per rispondere a una necessità immediata dei nuovi ingressi più fragili. “È un segno di attenzione - conclude il Garante - che accompagna il lavoro quotidiano di chi opera perché la pena resti orientata al reinserimento”. Termini Imerese. Nel carcere ha preso il via rassegna letteraria nell’ambito di “BiblioComunità” agensir.it, 17 settembre 2026 Ha preso il via la speciale rassegna letteraria tenutasi all’interno della casa circondariale “Antonino Burrafato” di Termini Imerese. L’iniziativa, realizzata in sinergia con la settima edizione del Termini Book Festival e in stretta collaborazione con la Biblioteca Liciniana, rappresenta una delle tappe del progetto biennale “BiblioComunità - Dove crescono le storie” (sostenuto dalla Fondazione con il Sud e dal Centro per il libro e la lettura del Ministero della Cultura). Il progetto nasce per ridefinire il ruolo delle biblioteche sul territorio, trasformandole da semplici archivi di conservazione in veri e propri hub culturali e sociali aperti alla cittadinanza. La rassegna ha permesso di varcare le mura detentive per avviare un dialogo culturale con i detenuti, portando scrittori a contatto con la popolazione carceraria. Andrea Calabria, referente del Ceipes Ets (soggetto responsabile del progetto), ha spiegato come l’iniziativa sia riuscita ad aprire le porte a una realtà che solitamente rimane chiusa ed esclusa dal dialogo con l’esterno. Soffermandosi sul senso profondo della trasformazione delle biblioteche in spazi attivi, Calabria ha dichiarato: “Bibliocomunità ha come obiettivo potenziare i servizi delle biblioteche, di renderle non soltanto luoghi dove venga custodito esclusivamente il libro, ma dei luoghi dove la comunità possa effettivamente ritrovarsi, iniziare a prosperare, a creare e ad avere delle idee”. Claudia Raimondo, direttrice della biblioteca “Liciniana” di Termini Imerese, ha illustrato come la rassegna derivi dalla connessione tra la biblioteca comunale e la biblioteca “Spazio Libero” della casa circondariale, nata nel 2021 in convenzione proprio con la biblioteca cittadina. La rassegna in carcere rappresenta solo una parte di un intervento territoriale molto più ampio. Il progetto “BiblioComunità” ha l’obiettivo di coinvolgere oltre 1.500 persone, tra cui minori, anziani e persone con disabilità, puntando sull’innovazione digitale tramite l’uso della piattaforma Mlol, una web radio e la formazione di volontari. Le attività si diramano in numerosi comuni delle Madonie, coinvolgendo centri come Alimena, Blufi, Gangi, Castelbuono, Collesano, Geraci Siculo, Isnello, Petralia Soprana e Petralia Sottana. Napoli. Quando il gioco diventa relazione: a Nisida una ludoteca dentro il carcere minorile di Ciro Oliviero comunicareilsociale.com, 17 settembre 2026 Il 29 settembre a Nisida sarà inaugurata una nuova ludoteca permanente. Nata dal progetto Bgsc Inside - Il Gioco Oltre le Mura, promosso da Board Game Social Club insieme a Giochi Uniti ed Educatori Ludici, è realizzata con la direzione dell’Istituto Penale per i Minorenni di Nisida. L’obiettivo è costruire uno spazio che possa continuare a essere utilizzato dai ragazzi anche oltre la presenza degli operatori del progetto. “La ludoteca di Nisida non è pensata come un intervento occasionale: è uno spazio destinato a svilupparsi nel tempo e ad avviare un percorso progressivo con i ragazzi”, si legge in un post social di Board Game Social Club. Non si tratta, dunque, semplicemente di portare qualche scatola di giochi dentro un istituto penale. Giochi Uniti ha messo a disposizione 19 titoli, per un totale di 121 copie, costruendo un percorso progressivo: dai giochi più immediati fino a titoli più complessi come Carcassonne e Catan. Il progetto è partito il 25 agosto con 12 ragazzi. Due ragazzi stranieri hanno partecipato superando anche la barriera linguistica, mentre altri, inizialmente convinti di non essere capaci di giocare, si sono uniti al gruppo. Poi è arrivato Catan. L’8 settembre sei ragazzi, divisi su due tavoli, hanno portato a termine due partite. Poi una sessione organizzata dagli operatori. Altri ragazzi hanno giocato e chiesto di continuare. Il gioco da tavolo, in questo caso, diventa uno strumento per stare insieme. Sedersi allo stesso tavolo significa accettare regole comuni, aspettare il proprio turno, prendere decisioni, confrontarsi con gli altri, negoziare, gestire una vittoria ma anche una sconfitta. Dinamiche semplici, ma dentro un istituto penale minorile possono assumere un valore particolare perché costruiscono occasioni di relazione in un contesto nel quale ogni attività educativa deve fare i conti con storie personali complesse. Il progetto nasce proprio dall’idea di utilizzare il gioco come strumento di relazione, inclusione e crescita. E Nisida è un luogo nel quale il tema assume un significato particolare. Lo scorso luglio, durante una visita all’Istituto, il Garante campano delle persone private della libertà Samuele Ciambriello ha richiamato l’attenzione sul rischio di una progressiva omologazione della giustizia minorile a quella degli adulti. Ciambriello aveva sottolineato la necessità di affrontare le cause del disagio, della devianza minorile, delle dipendenze e della sofferenza psichica, oltre le sole risposte securitarie. In quella occasione erano 67 i ragazzi presenti nell’istituto, 44 dei quali minorenni. Il 29 settembre non verrà inaugurata soltanto una stanza piena di giochi. L’idea è inaugurare un luogo che possa restare, essere utilizzato autonomamente e diventare progressivamente parte della vita dell’istituto. Durante l’inaugurazione sarà avviata una sessione di gioco, alla quale gli ospiti potranno partecipare sedendosi al tavolo e giocando insieme ai ragazzi. Per qualche ora non ci sono spettatori e protagonisti, dentro e fuori. I nodi e i dilemmi sul fine vita di Giuseppe Remuzzi Corriere della Sera, 17 settembre 2026 I ritardi, l’assenza di norme e di chiarezza, cure. Il ruolo dei professionisti della salute. “Anch’io in passato mi ero opposto, come tanti vescovi, al fatto che qualcuno potesse decidere di come morire e che fosse aiutato a farlo, ma adesso che sono vicino alla fine della mia avventura terrena ho cambiato idea. Voglio scegliere io, è un mio diritto e intendo esercitarlo fino in fondo. Insomma, voglio passare dall’altra parte come pare a me”. Così Desmond Tutu il 13 marzo del 2015, eravamo a Città del Capo. E ancora: “La vita è un dono, ma che dono è se uno non ne può disporre? E così ho deciso di farmi portavoce della causa di chi soffre e non può dire quello che vi sto dicendo io”. È proprio perché si può cambiare idea che degli ultimi momenti della vita si dovrebbe sempre parlare con grande garbo e sensibilità, prestando attenzione anche al significato delle parole che usiamo. Cosa vuol dire essere contro l’”accanimento terapeutico”? Ben poco, a dirla tutta. Senza quello che chiamano “accanimento terapeutico” non avremmo la dialisi, i trapianti, la cura per le leucemie e per tanti tumori. Quando ci si riferisce a cure che ormai non funzionano più, il termine giusto da usare è terapie futili, e a quel punto ci si deve fermare. E che dire del “suicidio medicalmente assistito”? Se ci pensate bene è un paradosso: si chiede al malato di somministrarsi lui stesso i farmaci che lo porteranno a morte, e intanto il dottore è lì che guarda; d’accordo, lui quei farmaci non potrebbe somministrarli, la legge non glielo consente. E allora? Ci ha pensato la Corte Costituzionale a mettere un po’ di ordine: “Il “suicidio medicalmente assistito” (che io chiamerei invece con il suo nome: il desiderio di chi non ce la fa più di porre fine alla sua vita, ndr) è concesso a malati con patologia irreversibile che abbiano intollerabili sofferenze, però capaci di prendere decisioni libere e consapevoli e tenuti in vita da procedure invasive”. Eravamo nel 2019, poi fino al 2025 non è successo niente. Da un paio di anni sono le Regioni a supplire al vuoto normativo, non tutte e non sempre. Il Parlamento, invece, è fermo a disegni di legge. Vediamoli: partono tutti da un presupposto di buon senso: un soggetto gravemente malato può chiedere di porre fine alle proprie sofferenze senza che questo diventi un reato per chi lo agevola. Purché “la volontà si sia formata in modo libero, la persona, capace di intendere e di volere, sia affetta da una patologia irreversibile, con sofferenze intollerabili, sia mantenuta in vita da trattamenti sostitutivi di funzioni vitali”. Benissimo. E chi accerta queste condizioni? I medici e gli infermieri che sono stati vicini a quell’ammalato, a me pare. E invece no. Sarà prima un Comitato Etico territoriale per poi arrivare a un Comitato Etico Nazionale. E i medici e gli infermieri dove sono finiti? Non lo so, non lo sa nessuno. Ed entro quanti giorni si devono pronunciare questi Comitati? Quello territoriale ha 60 giorni di tempo per la sua valutazione (che però non è vincolante). Per il Centro Nazionale ci sono altri 60 giorni. E se non si mettono d’accordo? C’è una proroga, altri 30 giorni: insieme fanno 150, ammesso che tutto vada liscio. E intanto chi vorrebbe porre fine alle sue sofferenze aspetta. E non basta: se la richiesta di porre fine alle sofferenze non è conforme a quello che vorrebbe chi la deve esaminare, la si può ripresentare, quella richiesta, ma solo dopo 120 giorni. Ma lo sa chi si appresta a scrivere queste leggi che se un ammalato soffre di sofferenze atroci non dovrebbe aspettare nemmeno un’ora? Un’ora è lunghissima, sono 60 minuti, sono 3.600 secondi in cui sei lì con gli occhi sbarrati e con un pensiero fisso: “Lasciatemi andare, vi prego, non ce la faccio più”. Nelle varie proposte c’è un’enfasi sulle “cure palliative”, termine anche questo piuttosto infelice perché dà l’idea che queste cure servano per chi ha pochi giorni da vivere; invece, la sedazione è per chi soffre e può essere più o meno profonda a seconda delle circostanze. Ma per questo non c’è bisogno di un’altra legge, ce ne sono già due (n. 38 del 2010 e n. 219 del 2017) e contengono disposizioni molto dettagliate, c’è scritto tutto, ma proprio tutto, quello che si può e non si può fare e come farlo, nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale. La nuova proposta di legge, invece, (a meno che non cambi all’ultimo momento) dice tutto il contrario: “le strumentazioni e i farmaci di cui dispone a qualunque titolo il Sistema Sanitario Nazionale non possono essere impiegati al fine dell’agevolazione del proposito del fine vita”. In altre parole, coloro a cui è stata affidata la tua salute fin dai primi momenti della vita, proprio quando ne hai più bisogno usciranno di scena. Davvero? Speriamo di no, sarebbe un grave errore e un brutto segnale per i medici e gli infermieri delle nostre terapie intensive, che oggi sanno intervenire anche in situazioni difficilissime, con percentuali di successo molto alte. È di questi giorni il caso di un uomo, non più giovane, aveva ormai pochi mesi di vita. Questo paziente, in uno degli Ospedali del nostro Servizio Sanitario Nazionale, riceve un trapianto di cinque organi, fra cui intestino, fegato e pancreas; oggi quest’uomo è a casa sua, guarito, e non ha speso un euro. Insomma, tutto quello che si può fare, e anche di più, si fa. Questa è certamente la parte più stimolante e più gratificante del nostro lavoro. In certe circostanze, però, capita che la medicina non abbia più nulla, ma proprio nulla da offrire. Quel momento “demands the best of us” (richiede il meglio di noi) scrive il New England Journal of Medicine. Per poterlo fare davvero servono persone speciali, e nei nostri ospedali ce ne sono tante. Vogliamo fare a meno di loro proprio negli ultimi momenti della vita? Migranti. Cure a delinquere: la campagna no Cpr diventa un reato di Mario Di Vito Il Manifesto, 17 settembre 2026 Perquisizioni in tutta l’Italia su ordine della procura di Ravenna. L’indagine: una rete di sanitari che “trama” per salvare i migranti. Nuove frontiere del crimine organizzato: in Italia esiste un’associazione a delinquere di medici finalizzata alla cura. L’infettivologo Nicola Cocco, membro della Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm) e animatore della rete “Mai più Lager - No ai Cpr” è indagato dalla procura di Ravenna perché avrebbe realizzato, insieme ad altri, certificati falsi di incompatibilità dei propri pazienti con le condizioni di un centro di permanenza per il rimpatrio. Ieri mattina, all’alba, sono state eseguite ventitré perquisizioni nei confronti di altrettanti professionisti a Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese. Alcuni di loro sono poi stati portati in questura per essere assunti a sommarie informazioni e, attualmente, non risultano indagati. Gli agenti sono andati alla ricerca di elementi - soprattutto sms, chat e email - utili a rafforzare il teorema della pm Angela Scorza, che già lo scorso febbraio aveva iscritto nel registro degli indagati otto medici del reparto malattie infettive dell’ospedale di Ravenna per falso e interruzione di pubblico servizio. Per tre di loro, su ordinanza della gip Federica Lipovscek, era scattata la sospensione professionale per dieci mesi. Agli altri era stato vietato di occuparsi di certificati per i Cpr. Ora l’inchiesta si allarga. Secondo gli inquirenti la rete dei medici congiurati sarebbe estesa a mezza Italia, oltre che strutturata con ripartizione di ruoli e compiti: una vera e propria associazione a delinquere. Dal decreto di perquisizione, che dà brevemente conto di un’informativa redatta lo scorso 24 agosto dalla Servizio centrale operativo della direzione anticrimine e dalla squadra mobile di Ravenna, emerge che la procura appoggia la sua indagine a due elementi soltanto: la “campagna no Cpr” che sarebbe strumentale al “blocco” degli accompagnamenti nei Cpr dei migranti attraverso la redazione di certificati falsi e l’esistenza di una bozza di questi certificati che i medici si giravano tra loro in vari ospedali: Ravenna, Rimini, Bologna, Forlì, Cesena, Ferrara, Roma, Matera, Biella, Livorno e Bari. Per chi fa le indagini, l’associazione a delinquere si sarebbe mossa tra il 2024 e il 2026 soprattutto sui social, con interventi e post contro i Cpr e incontri finalizzati a elaborare questo fantomatico “piano” per sabotarne gli ingressi. Il tutto con l’appoggio di avvocati per preparare i moduli. Secondo la procura sarebbe particolarmente sospetta anche la mappatura dei certificati di non idoneità rilasciati in Italia. La Simm di Cocco, in questo contesto, è accusata inoltre di aver diffuso una sorta di vademecum in cui si esortano i medici a compiere presunti “falsi ideologici” per fermare gli accessi nei Cpr. Che si tratti di un’impresa criminale, inoltre, sarebbe dimostrato anche dalle intercettazioni raccolte dagli investigatori. Solo che, a leggerle, si tratta per lo più di opinioni contro i Cpr e, più in generale, contro le politiche degli ultimi governi nei confronti dei migranti. Al massimo c’è chi esulta perché ha trovato tante persone con la sua stessa opinione in merito. In realtà questi discorsi sono sempre stati fatti alla luce del sole, altro che carte false preparate in gran segreto da un pugno di congiurati: è dal luglio del 2024 che su change.org gira un appello degli operatori della salute “contro i Cpr”. E le sottoscrizioni sono arrivate da ogni dove. Hanno firmato, tra gli altri, Vittorio Agnoletto, Cristina Cattaneo dell’università di Milano, Gavino Maciocco dell’università di Firenze, la presidente di Medici senza frontiere Monica Minardi e la responsabile dell’unità medica della stessa ong, Chiara Montaldo. Alla fine di giugno 2025 il comitato centrale dell’ordine dei medici diramò un comunicato sull’appello per dire di averlo “condiviso negli intenti e attentamente analizzato nei contenuti, che sono stati oggetto di ampio dibattito”. Questo con l’obiettivo di “sensibilizzare sulle condizioni di detenzione amministrativa dei migranti nei Centri di permanenza per il rimpatrio”. Perché il problema più grave appare quello opposto rispetto all’inchiesta di Ravenna: tante persone finiscono nei Cpr nonostante abbiano patologie che le renderebbero in tutto e per tutto incompatibili con quei luoghi. Che di per sé sono incompatibili con l’umanità. Migranti. Sbatti il medico in prima pagina di Giansandro Merli Il Manifesto, 17 settembre 2026 Ogni anno la metà delle persone rinchiuse in un Cpr non viene rimpatriata per una ragione semplice: non è possibile rimandarle indietro. È chi le sottopone ugualmente a condizioni inumane che andrebbe indagato, non chi lo impedisce. Inchieste giornalistiche, studi accademici e più recentemente anche procedimenti giudiziari hanno documentato nei dettagli cosa accade dietro i muri dei Cpr, veri buchi neri della democrazia. Fiumi di psicofarmaci somministrati per sedare le persone invece di curarle, mancanza di assistenza medica e visite specialistiche, ritardi negli interventi di primo soccorso, degrado igienico-sanitario. E dunque lamette e pile ingerite, suicidi tentati o portati a termine, deliri psicotici e sviluppo di dipendenze che permangono anche dopo la fine della detenzione. È questo che migliaia di persone vivono ogni anno nel Cpr romano di Ponte Galeria o in quello milanese di via Corelli, in corso Brunelleschi a Torino o a Macomer, Pian del Lago, Gradisca d’Isonzo, Bari. L’incompatibilità tra diritto alla salute e Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) è un dato di fatto. Lo hanno sperimentato sulla propria pelle, tra gli altri, Moussa Balde e Ousmane Sylla. Il primo era arrivato in Italia nel 2017. Quattro anni dopo ha subito un’aggressione razzista a Ventimiglia: calci, pugni e bastonate. Invece di ricevere cure, nonostante una prognosi di dieci giorni, è stato rinchiuso nel Cpr di Torino. Qui ha mostrato da subito segnali di difficoltà psichica. Lo hanno messo in isolamento nella sezione Ospedaletto. Pochi giorni dopo, in una domenica di maggio, si è arrotolato un lenzuolo intorno al collo e si è ammazzato. Aveva 23 anni. “Ha subito un processo di animalizzazione”, dice il giudice nella sentenza di condanna della direttrice del centro. Anche Ousmane si è impiccato, alle sbarre di Ponte Galeria il 4 febbraio 2024. Era finito nel Cpr di Trapani dopo aver denunciato maltrattamenti in un centro di accoglienza vicino Cassino. La psicologa della struttura siciliana aveva rilevato un’importante sofferenza psicologica. Per questo il legale del ragazzo ne aveva chiesto il trasferimento in una struttura idonea ad assisterlo. Invece l’Asp di Trapani ha rilasciato il certificato di idoneità alla detenzione. Così Sylla è stato trasferito, ma nel Cpr della capitale. Qualche giorno dopo non ce l’ha fatta più. Di lui è rimasta una scritta sul muro: “Se un giorno dovessi morire, vorrei che il mio corpo fosse portato in Africa”. Era nato in Guinea, paese con cui l’Italia non ha un accordo di rimpatrio: era stato rinchiuso senza alcuna ragione. Malgrado venga spesso dimenticato, per la legge italiana il trattenimento in un Cpr, a differenza della detenzione, non ha nulla di punitivo ma è una misura eccezionale con motivazioni strettamente logistiche: dovrebbe servire solo a preparare il rientro coatto nel paese di provenienza. Eppure ogni anno la metà delle persone rinchiuse in un Cpr non viene rimpatriata per una ragione semplice: non è possibile rimandarle indietro. Dunque è chi le sottopone ugualmente a condizioni inumane che andrebbe indagato, non chi lo impedisce. Va anche ricordato che i dannati dei Cpr non hanno commesso reati, ma irregolarità amministrative per documenti che lo Stato nega loro. Nessun italiano viene detenuto per simili ragioni, nessun italiano finisce dietro le sbarre su decisione di un magistrato onorario come il giudice di pace, nessun italiano viene privato della libertà in strutture gestite da privati con lo scopo di massimizzare i profitti. Come le società che hanno in mano i Cpr, vere e proprie galere etniche. C’è da augurarsi che i pm di Ravenna che accusano alcuni medici di non aver timbrato i certificati di idoneità al trattenimento forniti dalle autorità di polizia siano consapevoli di tutto il quadro della detenzione amministrativa. Di sicuro devono sapere che la Corte costituzionale, ripresa dal Consiglio di Stato, ha intimato alla politica di regolare i modi del trattenimento. Il governo Meloni, abituato a gestire l’immigrazione a colpi di decreto, ha inserito queste norme in un disegno di legge fermo in parlamento. Così il certificato di idoneità è rimasto uno snodo decisivo, che per il personale sanitario implica enormi responsabilità anche penali, ma di scarsissima disciplina. A leggere le prime carte dell’inchiesta, l’impressione è che le indagini si siano concentrate sulle discussioni, e in alcuni casi le legittime esternazioni pubbliche, dei dottori. Come se confrontarsi sulla tutela dei soggetti vulnerabili sia prova di colpevolezza. Le perquisizioni di ieri, che hanno portato all’ipotesi dell’associazione a delinquere, sono partite da un’informativa del Servizio centrale operativo della polizia di Stato. Dieci anni fa lo stesso Sco aveva condotto le indagini in un altro caso eclatante in ambito migratorio: quello contro l’ong Iuventa. Anche quella volta fu sollevata l’ipotesi di associazione a delinquere. Ma alla fine migliaia di ore di intercettazioni, armadi pieni di presunte prove, illazioni su pseudo contatti trafficanti-ong non hanno portato a nulla. “Il fatto non sussiste”, ha stabilito il 19 aprile 2024 il tribunale di Trapani. In sede di udienza preliminare perché non c’è stato neanche un rinvio a giudizio. Nel frattempo la reputazione delle ong e le vite degli imputati erano già state distrutte. Non il valore umano e politico del loro impegno e della loro professionalità. Migranti. “Nei Cpr ci si ammala. E il medico fa solo il medico” di Andrea Capocci Il Manifesto, 17 settembre 2026 Il presidente della Federazione degli ordini, Filippo Anelli: : “L’attuale normativa che regola l’accesso ai Centri conduce il medico ad assumere un ruolo amministrativo. Ma questa funzione non gli appartiene”. Di fronte a un’azione giudiziaria che tocca i professionisti, la Federazione degli ordini dei medici (Fnomceo) non è tenuta a intervenire a loro difesa. Ma nei casi che riguardano i certificati di non idoneità alla detenzione dei Cpr, la Fnomceo ha regolarmente preso posizione invocando una separazione tra il ruolo del medico e quello del poliziotto. Il presidente degli ordini Filippo Anelli in più ci mette anche del personale per difendere i dottori finiti in una gogna mediatica e politica. “Li conosciamo”, dice. “Sono giovani medici bravissimi e interamente dediti alla loro missione”. Dottor Anelli, cosa viene rimproverato ai medici? Da quello che emerge si contesta una certificazione falsa redatta più per evitare l’ingresso nel Centro di permanenza e di rimpatrio (Cpr) che per accertare la salute. Non è la prima volta che i medici finiscono sotto accusa per questo... L’attuale normativa che regola l’accesso ai Cpr conduce il medico ad assumere un ruolo amministrativo, perché finisce per decidere se uno straniero debba finire o meno in un Cpr. Ma questa funzione non gli appartiene nella sua figura costituzionale e legislativa. Ci sono moltissime sentenze in merito, e anche il nostro codice deontologico pone la tutela della salute come unico obiettivo della nostra professione. Dunque non è il medico a doversi porre il problema dell’immigrazione irregolare. Così come il medico non deve occuparsi del fatto che il paziente sia un delinquente, un assassino o uno stupratore. A occuparsi di sanzionare i comportamenti devono essere altri provvedimenti ed è sbagliato affidare di fatto alla professione medica questo compito. . Molti esperti ritengono che i Cpr non siano compatibili con la tutela della salute... Numerose società scientifiche sostengono la patogenicità dei Cpr, dove più che ricevere cure ci si ammala. Chi li ha visitati rimane impressionato da luoghi che sembrano in tutto e per tutto prigioni. C’è addirittura chi parla anche di “lager”. C’è una vigilanza sanitaria sui Cpr? I sanitari entrano nei centri soprattutto perché vengono chiamati quando emerge un problema, e a occuparsene sono soprattutto i medici della continuità assistenziale (l’ex-guardia medica, ndr). La tutela medica è assicurata ovunque, anche nei Cpr. Si può evitare che i medici scivolino in questa ambiguità? Abbiamo già promosso a livello parlamentare norme ed emendamenti volti a chiarire le rispettive posizioni, ponendo l’accento sulla differenza di natura giuridica tra la funzione medica e quella della pubblica sicurezza. La nostra proposta a parole è condivisa in maniera bipartisan, ma purtroppo gli emendamenti che vanno in questa direzione non sono mai stati approvati. Faccio appello ai legislatori affinché chiariscano una situazione sempre più imbarazzante. La situazione sta creando un profondo disagio tra i medici. L’emendamento sarà anche condiviso in modo bipartisan, ma a attaccare i medici è soprattutto la destra... È opportuno che nessuno strumentalizzi ciò che è successo a medici bravissimi e motivati. Capisco l’approssimarsi della campagna elettorale, ma eviterei di sfruttare questa situazione per un tornaconto politico. Mettendo in discussione il diritto alla salute dei migranti, si colpisce al cuore l’universalismo del nostro Servizio sanitario, che alla destra sembra andare sempre più stretto... Che l’universalismo del Servizio sanitario nazionale sia a rischio lo dicono anche i sei milioni di cittadini che rinunciano alle cure. Ma per cinquant’anni l’universalismo della salute ha rappresentato un modello di coesione sociale, in totale continuità con la lotta per la liberazione dal fascismo. Quei diritti non possono rimanere solo sulla carta, altrimenti le battaglie che hanno condotto alla Costituzione perdono concretezza. Senza sanità universale manca un collante sociale... La mancanza di risorse, la rinuncia alle cure, le liste d’attesa sono fattori di un’instabilità sociale e per cinquant’anni il Servizio sanitario universale ha contribuito a ridurla. Anche grazie a questa coesione sociale il nostro Paese ha potuto conoscere un così lungo periodo di pace, di cui avremmo un gran bisogno anche nel prossimo futuro. Oggi tutto sommato tiene ancora, ma è innegabile che il carattere universale della tutela della salute sia a rischio. L’Ue verso un’ulteriore stretta sui migranti di Lorenzo Di Stasi vita.it, 17 settembre 2026 Dal meccanismo di emergenza sulle frontiere al rafforzamento di Frontex per i rimpatri. La proposta della Commissione presieduta da Ursula Von der Leyen, i cui dettagli sono ancora in discussione, riguarda in particolare la sospensione temporanea delle norme sull’asilo in caso di arrivi improvvisi e su larga scala. Un principio che violerebbe la convenzione di Ginevra. Un nuovo meccanismo di risposta alle “emergenze” per far fronte alle “crisi” ai confini esterni dell’Unione Europea. È questa la proposta principale della presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, durante il suo discorso sullo stato dell’Unione europea pronunciato davanti ai deputati del Parlamento europeo di Strasburgo. “Gli eventi di quest’estate dimostrano che i nostri strumenti devono evolversi soprattutto per le situazioni di emergenza. L’Europa ha bisogno dei mezzi per proteggere i propri confini in ogni momento. Soprattutto in scenari in cui i movimenti di massa sono progettati e trasformati in armi”, ha detto nell’emiciclo Von der Leyen. Il meccanismo “verrà attivato solo in base a una serie di criteri rigorosamente definiti. In questi casi, ciò consentirà una flessibilità limitata nel tempo e rigorosamente definita nelle procedure di asilo”, ha spiegato. La proposta della Commissione, i cui dettagli sono ancora in discussione, riguarda in particolare la sospensione temporanea delle norme sull’asilo in caso di arrivi improvvisi e su larga scala. Ciò significherebbe che i Paesi dell’Ue non sarebbero più obbligati a esaminare le richieste di asilo presentate da persone entrate nel Paese in circostanze simili a quelle riscontrate a Ceuta. Se la misura dovesse essere confermata a livello europeo andrebbe contro i principi del diritto per i rifugiati presenti nella convenzione di Ginevra. In particolare, il concetto di non-refoulement che stabilisce che un rifugiato non deve essere rimandato in un paese in cui la sua vita o la sua libertà sono seriamente minacciate. La Convenzione stabilisce inoltre che, fatte salve specifiche eccezioni, i richiedenti asilo non dovrebbero essere penalizzati per il loro ingresso o soggiorno illegale. Di recente già nel 2025 il governo greco del premier Kyriakos Mitsotakis aveva sospeso per tre mesi la concessione dell’asilo a chiunque arrivasse in Grecia via mare dal Nord Africa (arrivi a Creta provenienti dal nord-est della Libia in quel caso. “I migranti che entrano illegalmente nel Paese saranno arrestati e detenuti”, aveva dichiarato Mitsotakis all’epoca. Von der Leyen sembra quindi essersi allineata alle richieste del premier greco, anch’esso membro dello stesso membro del Partito popolare europeo. L’annuncio arriva nel contesto di quanto successo il 31 luglio a Ceuta, l’exclave spagnola in Marocco. Dove circa 80mila persone hanno attraversato - e 145 sono morte durante l’attraversamento - il confine tra lo Stato africano e la cittadina spagnola, che fa parte anche dell’Unione europea ma non dell’area di libera circolazione di Schengen. Durante il discorso non è stato menzionato alcun riferimento al ruolo che la Commissione avrebbe nel garantire una corretta applicazione del trattato Schengen, in cui l’Italia prima e la Spagna poi hanno reintrodotto i controlli alle frontiere marittime e aeree senza una vera minaccia. Un altro aspetto menzionato nel discorso sullo Stato dell’Unione e presente in un briefing fatto circolare dai servizi della Commissione Ue, è il rafforzamento del personale e dei poteri dell’agenzia di frontiera europea Frontex: personale che aumenterebbe fino 30mila membri (dai 10mila attuali) e un ruolo diretto nella gestione dei voli di rimpatrio dei migranti considerati irregolari. Anche il budget dell’agenzia si prevede che sarà più sostanzioso, con 12 miliardi di euro dedicati nell’ambito del prossimo bilancio settennale dell’Unione europea. Questi punti dovranno comunque essere discussi dagli stati membri nel Consiglio Ue e Parlamento europeo quando la proposta di riforma dell’agenzia di frontiera con sede a Varsavia verrà presentata a fine mese. “Stiamo parlando di rafforzare un’agenzia come Frontex nonostante le preoccupazioni di lunga data sul suo ruolo nelle violazioni dei diritti umani e, in primo luogo, di limitare la possibilità delle persone di chiedere asilo”, ha commentato Silvia Carta, advocacy officer della ong Picum. “Queste misure non solo sono in contrasto con i valori dell’Ue in materia di dignità umana e uguaglianza, ma sono anche incredibilmente miopi”, ha aggiunto. Remigrazione (e sorrisi). Il marketing dell’AfD è un rischio per l’Europa di Michela Ponzani Il Domani, 17 settembre 2026 AfD non dice più: siete arrabbiati. Dice: potete vincere. Non evoca continuamente la catastrofe, non ha bisogno di manifesti cupi, di volti minacciosi, di un’estetica da fine del mondo. Azzurro, sorrisi, famiglie, territorio. Il radicalismo resta nel contenuto; la normalità sta nella confezione, o meglio nel modo diverso di vendere un prodotto. C’era una volta la destra euroscettica. Poi l’estrema destra scoprì il potere dei sorrisisi sui manifesti pubblicitari. E tutto fu possibile. Persino il ritorno dei neonazisti in Germania. Con il 43,8 per cento dei consensi in Sassonia-Anhalt, AfD sfiora la maggioranza assoluta e prepara il conto per rivendicare il suo diritto a governare. Com’è stato possibile? Si chiedono in molti. La Germania ha dimenticato il suo passato? Forse la domanda che dovremmo porci, è un’altra. E cioè: come ha fatto un partito dichiaratamente xenofobo e razzista, con un programma che sembra uscito da un raduno a Norimberga, a rendere presentabile ciò che fino a ieri sembrava semplicemente impronunciabile? La risposta è davanti agli occhi ed è di una banalità sconcertante. AfD ha cambiato la confezione. L’estrema destra di un tempo parlava la lingua della paura. AfD, con una campagna elettorale costata circa 2 milioni di euro, ha scoperto il marketing della speranza. Alles ist möglich. Tutto è possibile. Potrebbe essere la pubblicità di una palestra, di una scarpa da ginnastica, di una compagnia telefonica, di una banca che vende immaginifiche possibilità di risparmio e ricchezza. Invece è lo slogan con cui la destra radicale tedesca ha conquistato un Land. Ed è qui il colpo di genio. AfD non dice più: siete arrabbiati. Dice: potete vincere. Non evoca continuamente la catastrofe, non ha bisogno di manifesti cupi, di volti minacciosi, di un’estetica da fine del mondo. Azzurro, sorrisi, famiglie, territorio. Il radicalismo resta nel contenuto; la normalità sta nella confezione, o meglio nel modo diverso di vendere un prodotto. Quale testimonial migliore di Ulrich Siegmund? 35 anni, sportivo, con la faccia da bravo ragazzo, non è affatto il tribuno furioso in camicia nera che promette di abbattere il sistema. È “Ulli”: quello giovane, sorridente, informale. Un leader che gira in motocicletta, sale sui trattori, partecipa alle feste, incontra gli elettori, si lascia fotografare al mercato, stringe le mani a tutti. È lui il politico pop, o meglio il vicino di casa che tutti vorremmo avere. E così accade qualcosa di molto moderno ma anche di molto vecchio. La radicalità del messaggio resta lì, ma su tranquillizzanti manifesti che richiamano tanto l’Heimat di un mondo immaginario. Poco importa che subito dopo arrivino gli slogan delle espulsioni, al motto di riprendiamoci il nostro territorio. Un problema. Un colpevole. Una soluzione. Se la politica tradizionale spiega, AfD afferma. Se la politica tradizionale racconta la complessità, AfD la trasforma in una frase. Ed è difficile competere con una frase quando l’elettore è stanco delle spiegazioni. Ma se questo ancora non bastasse, c’è sempre il tocco di classe che chiama direttamente in causa la storia tedesca post 1989-91. Ovvero trasformare la nostalgia in appartenenza. Le feste locali, i mercati, i volti della provincia tanto osannati nella recente campagna elettorale, non sono semplici elementi scenografici. Sono oggetti della memoria. Evocano un mondo perduto, una comunità perduta, una vita che qualcuno promette di restituire. Non è un caso che la Simson, vecchia motocicletta della Germania dell’est, sia diventata uno degli strumenti simbolici della campagna di Siegmund. “Non dobbiamo diventare Berlino. Possiamo tornare a essere noi”.È qui che la storia torna a bussare alla porta. Perché AfD è ora capace di sbattere in faccia all’Europa tutte le mancate promesse della riunificazione tedesca. Remigrazione e rabbia identitaria sono le parole d’ordine di una destra estrema e nostalgica. Ma dietro quelle parole c’è il dramma di una Germania che ha smesso di credere a chi l’ha governata, semplicemente perché le promesse della democrazia liberale, della riunificazione e dell’integrazione europea sono state tradite. Una ferita, un trauma che ora AfD dice di voler sanare. Attenzione però: AfD non è Hitler e di fronte alla vittoria di un partito nostalgico non possiamo permetterci il lusso dell’indignazione. E pare quasi ovvio doverlo ricordare, ma se quasi l’80 per cento degli elettori è andato a votare, quel voto non è un incidente della democrazia. È democrazia. Forse, più che gridare al ritorno della croce uncinata, varrebbe la pena fermarsi un attimo a riflettere sulla catastrofe che per milioni di tedeschi è stata la deindustrializzazione, la perdita di posti di lavoro, lo spopolamento seguito all’arrivo del libero mercato e di un’Europa percepita troppo a lungo come roccaforte del privilegio. È questa la fida dell’Europa del futuro. Merz chiude all’alleanza con Afd e attacca: “La vostra remigrazione è pulizia etnica”. Perché il rischio non è il ritorno del nazismo: è che l’estrema destra riesce a presentarsi come l’unica forza capace di dare un futuro a chi non ne vede più uno. AfD lo ha capito: la democrazia promette più di quanto riesca a mantenere. Ma se vogliamo ancora essere “profondamente orgogliosi di quest’Europa”, come dichiarato dalla presidente Ursula von der Leyen, dobbiamo risvegliare l’ambizione. Diagnosticare prima un tumore grazie all’intelligenza artificiale, purché sia un medico in carne e ossa a prescrivere la cura e a dialogare con la paziente. Affrontare le ondate di calore come un problema sociale, raffreddando le città e proteggendo chi non può permettersi un condizionatore. Difendere bambini e adolescenti dalla seduzione delle piattaforme digitali. Restituire dignità al lavoro e diritti a chi ne escluso. L’Europa ha la sua salvezza a portata di mano. Perché la Germania dell’Est non è il ritorno del passato. È lo specchio dell’Europa che abbiamo costruito e forse anche la nostra ultima occasione.