Emergenza carceri, ora le riforme di Vittorio Barosio e Gian Carlo Caselli Corriere della Sera, 16 settembre 2026 Tra sovraffollamento e violazioni dei diritti, le condizioni dei detenuti sono intollerabili: l’ordinamento penitenziario va modificato. Le condizioni di vita dei detenuti e il clima di violenza nelle carceri sono divenuti veramente intollerabili. Nei primi sette mesi del 2026 si sono suicidate in carcere 38 persone, fra cui una ragazza di 21 anni e un uomo di 73. La prima causa di questa situazione consiste certo nel sovraffollamento. La maggior parte delle celle occupa uno spazio molto ridotto. In esse sono costrette più persone, le une addosso alle altre. Spesso è impossibile un reale ricambio d’aria. In estate il caldo è insopportabile. Chi non fuma deve subire il fumo di chi fuma. Le carceri sono spesso situate in vecchi edifici dell’ottocento, con evidenti carenze igienico-sanitarie. Per risolvere la situazione i vari governi, tanto di destra quanto di sinistra, hanno fatto molte promesse, poi non mantenute. L’anno scorso il governo guidato da Giorgia Meloni aveva annunciato un piano per ridurre il sovraffollamento, ma non se ne vede l’effettiva attuazione. Una legge dell’agosto di quest’anno ha ampliato la possibilità di detenzione domiciliare per i detenuti con tossicodipendenze o alcoldipendenze. Però, ammesso che il sistema funzioni, non sarà certo questo a risolvere il problema. Intanto il governo si muove in senso contrario: dal 22 ottobre del 2022 (giorno del suo insediamento) al 18 agosto 2026 si sono introdotti nell’ordinamento 21 nuovi reati e in 76 casi è stata ampliata una fattispecie di reato già esistente: è chiaro che questo implica nuove condanne e più detenuti in carcere. Ma il sovraffollamento non è l’unica causa della situazione. Il problema non è soltanto in “quanto” spazio si vive, ma “come” ci si vive. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce, com’è noto, che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. E ci sono anche l’articolo 2, che “garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”, e l’articolo 3, per cui “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”. Dall’insieme di queste norme si ricava che il carcere non è solo il luogo in cui si è privati della libertà, ma anche quello in cui si deve vivere con dignità e con il rispetto di quei diritti che non possono essere sottratti a nessuno. Il luogo in cui si deve formare nel detenuto una coscienza che lo renda consapevole della sua colpa e gli permetta poi di reinserirsi nella società. E poi ci sono i rapporti con la famiglia, che la condanna rischia di interrompere, ma che debbono invece essere mantenuti e facilitati. La Corte Costituzionale ha chiarito che la detenzione non può annullare del tutto le relazioni affettive del detenuto. E ha persino stabilito che la persona detenuta possa essere ammessa ad avere colloqui con il partner senza il controllo a vista del personale di custodia, in modo da poter “esprimere con il partner una normale affettività”, anche in termini di intimità. Vanno inoltre sviluppati quanto più possibile i rapporti dei detenuti con i soggetti esterni che potranno poi concretamente reinserirlo nella società. Di questo si occupa già l’autorità garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Si dovranno però intensificare i rapporti con soggetti pubblici e soggetti privati, comprese le associazioni di volontariato. La prospettiva concreta di una vita futura può aiutare il detenuto a sopportare la pena con maggior serenità. Ma tutto ciò non è evidentemente bastevole. Quello che occorre è un intervento del Parlamento che attui una modifica organica dell’ordinamento penitenziario. Non bisogna dimenticare che una persona in stato di detenzione rimane affidata allo Stato. Questo, cosi come sovrintende a che la pena sia correttamente eseguita, allo stesso modo deve tutelare quella persona e prendersi cura della sua salute fisica e mentale. Lo Stato che adempie soltanto al primo di questi suoi compiti, e non anche al secondo, viene meno ad un suo preciso dovere morale, prima ancora che giuridico. Carcere, l’Anm si spacca sull’indulto: “Noi non facciamo politica” di Valentina Stella Il Dubbio, 16 settembre 2026 Difendono la Costituzione, ma non l’umanità della pena: doppio binario delle toghe dopo la vittoria al referendum. Sovraffollamento al 142 per cento, 46 suicidi dall’inizio dell’anno (dati di Ristretti Orizzonti al 9 settembre): la situazione nelle carceri è drammatica, in violazione dell’articolo 27 della Costituzione. Di “Stato illegale” avrebbe parlato Marco Pannella. Eppure l’Anm, ossia l’associazione che si autoproclama custode e difensora della Costituzione più bella del mondo, non è riuscita ad approvare all’unanimità l’adesione a un documento a favore dell’indulto. La motivazione dei contrari? “Non possiamo suggerire al governo che fare”. Peccato che per mesi abbiano fatto una campagna politica contro la riforma costituzionale del ministro Nordio, scioperando pure. E che proprio la massima Carta prevede atti clemenziali. La verità è che a qualcuno non importa nulla se persone affidate allo Stato muoiono sebbene sotto la tutela di quello stesso Stato, vengono mangiate vive dalle cimici del letto, non hanno tre metri quadri di spazio vitale, non possono lavarsi con l’acqua calda d’inverno né rinfrescarsi con i condizionatori come facciamo noi nelle nostre comode case d’estate, e cucinano insieme a topi e blatte. Ma vediamo nel dettaglio cosa è accaduto sabato al Comitato direttivo centrale. Il “parlamentino”, ribadendo la necessità di misure concrete di rafforzamento degli uffici dell’esecuzione penale e dei tribunali di sorveglianza, ha deciso di aderire al documento che propone l’adozione di indulto differito, ovvero condizionato alla verifica della sussistenza, in continuità con il percorso trattamentale già avviato in carcere, di un percorso di “uscita” assistito da misure di sostegno professionale e formativo, percorsi di riparazione, mediazione e riconciliazione. Questo risultato è stato raggiunto al termine di un lungo dibattito tra i gruppi. A votare contro il gruppo dei CentoUno e Magistratura Indipendente, tranne Giuseppe Tango, presidente dell’Anm. Eppure tra i sostenitori di questo atto clemenziale c’è Nicola Mazzamuto, storico esponente di Mi. Secondo la corrente conservatrice “la gravità del problema, alla pari di altri nodi che affliggono la giustizia, richiede soluzioni strutturali e di sistema, non misure settoriali, dai contorni incerti destinate ad aumentare il carico della magistratura senza offrire adeguate garanzie di efficacia”. Ma come ha sottolineato Giulia Locati (Md): “Nel 1929, di fronte a una crisi economica importante, tutti gli economisti classici dicevano che nel lungo periodo si sarebbe riequilibrata la situazione. Ma quello che è stato il più grande economista del ‘900 (John Maynard Keynes, ndr) rispose che “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Allora io sono d’accordo nel costruire carceri nuove, nel dare condizionatori, nello scontare la pena in maniera decorosa. Il punto è che intanto che tutto ciò viene fatto sono tutti morti. Dobbiamo intervenire nell’immediato”. Altro argomento a sfavore: come detto da Cesare Parodi, Filippo Scapellato, Stefano Ammendola e da altri di Mi lontani dai microfoni, “non ci compete” in sostanza. L’incoerenza sottesa a quelle argomentazioni l’ha fatta emergere chiaramente Marcello De Chiara, vice presidente dell’Anm in quota Unicost: “È un argomento che a me lascia molto perplesso. Oggi (sabato, ndr) abbiamo parlato di difesa della Costituzione, abbiamo ragionato su come implementare questa nostra azione”. Il riferimento è al dibattito che si era tenuto ad inizio mattinata su se proseguire l’attività della “Commissione a difesa della costituzione”. “Rimanere quindi inerti di fronte a una situazione di palese illegalità costituzionale, perché di questo si tratta - ha proseguito De Chiara - a me sembra una contraddizione enorme che noi dobbiamo risolvere perché poi è assurdo immaginare una nostra azione a difesa della Costituzione, a difesa dell’autonomia e dell’indipendenza, e poi voltare le spalle di fronte a una situazione di eclatante illegalità”. E pure Stefano Celli (Md) ha evidenziato il cortocircuito di qualcuno: “Non capisco perché proporre la soluzione, che da ultimo ha detto Andrea Reale, ma anche altri, di costruire nuove carceri non sarebbe politica. Invece sostenere l’indulto sarebbe politica. Quelli che dicono “no, non bisogna fare politica”, in realtà suggeriscono soluzioni politiche, propongono esattamente soluzioni politiche come gli altri”. Anche Rocco Maruotti, segretario dell’Anm in quota Area, ha fatto notare che “amnistia e indulto sono due istituti previsti dalla Costituzione all’articolo 79. Quindi è stata una scelta dei Costituenti, pensata anche per dare senso concreto all’articolo 27, perché evidentemente il problema carceri non è un problema di oggi, ma è un problema antico”. Un detenuto a Sollicciano mi ha mostrato le cimici da letto raccolte in cella: per questi casi si attende la Consulta di Susanna Marietti* Il Fatto Quotidiano, 16 settembre 2026 Se non c’è spazio per l’ennesimo detenuto, se bisogna contendersi il materasso, l’aria, i colloqui con gli educatori, se gli edifici cadono a pezzi, la pena carceraria deve venire sospesa. “Signora, venga un momento qui a vedere”, mi dice un uomo in un italiano un po’ stentato mentre si affaccia dall’ultima cella in fondo al corridoio. Entro nella stanza, una camera da quattro posti disadorna e putrida come tutte le celle del carcere di Sollicciano. L’uomo prende una busta da lettere dal mucchietto delle sue poche cose. È di quelle allungate, professionali, dove il foglio va piegato in tre parti. Mi viene accanto, la apre con cura, attento a non versarne il contenuto. “Guardi qui”, mi fa sotto il naso. Getto uno sguardo e vedo dei pallini scuri, come dei puntini. Saranno centinaia, forse migliaia. Si accorge del punto interrogativo sul mio volto e allora chiarisce: “sono le cimici che ho raccolto dai nostri letti”. Alzo gli occhi sul poliziotto che mi accompagna in visita e lui accenna una mossa delle spalle, come a dire “purtroppo qui va così, non è colpa nostra”. E certamente non è colpa loro se nel carcere di Sollicciano, a una manciata di chilometri da Ponte Vecchio e dal Duomo di Firenze, si vive in mezzo alle cimici, con la muffa alle pareti, le celle allagate quando piove, i corridoi marci e fetidi. Sorprende invece che il governo continui il proprio braccio di ferro con la magistratura anche nelle vicende che hanno riguardato questo istituto. Come è noto lo scorso giugno, con un provvedimento senza precedenti, la Procura di Firenze ha disposto il sequestro preventivo di sette sezioni del carcere, circa la metà, a causa delle condizioni fatiscenti che mettono a rischio chi vi lavora e calpestano ogni diritto di chi vi è recluso. Il Ministero della Giustizia, con i pochi interventi sporadici messi in campo e le sue tempistiche pachidermiche, è stato formalmente giudicato inadempiente. Da anni la struttura vede solo piccoli e insufficienti interventi di manutenzione ordinaria pagati dalla stessa direzione, laddove il piano di lavori da nove milioni di euro è sempre e solo rimasto negli annunci del Dipartimento. Il ministro Nordio si è opposto al sequestro, ma il Tribunale di Firenze ha rigettato la sua richiesta. E lui non si ferma. Invece di ammettere che il caso di Sollicciano è solamente la punta estrema di un sistema penitenziario illegale e al collasso, ha annunciato che impugnerà il provvedimento e continuerà a dare battaglia presso il Tribunale del Riesame. La condizione di Sollicciano non sarebbe colpa dei suoi ritardi e delle sue incapacità, sostiene, bensì della magistratura che si è messa di traverso. Ma questo 2026 ha visto Sollicciano al centro anche di un’altra vicenda, dal valore cruciale. Lo scorso marzo, nell’accogliere uno dei tanti ricorsi - sono stati circa 300 quelli che hanno condotto all’indagine della Procura e al sequestro del carcere - di un detenuto che denunciava condizioni di vita inumane e degradanti, il Tribunale di Sorveglianza fiorentino ha sollevato una questione di legittimità presso la Corte Costituzionale. Si chiede se l’articolo del codice penale che prevede il rinvio facoltativo della pena in alcuni frangenti e l’articolo dell’ordinamento penitenziario che disciplina la detenzione domiciliare non siano incostituzionali nella misura in cui non prevedono che la pena carceraria si debba poter rinviare qualora l’ingresso in carcere comporterebbe un trattamento contrario al senso di umanità. Detto in altri termini: se non c’è spazio per l’ennesimo detenuto, se bisogna contendersi il materasso, l’aria, i colloqui con gli educatori, se gli edifici cadono a pezzi e non sono in condizioni di garantire una vita interna decente, la pena carceraria deve venire sospesa nei suoi confronti. La pronuncia della Consulta è attesa per il prossimo 22 settembre. Potrebbe costituire un punto di svolta rivoluzionario per il sistema delle pene. Nessuno entri più in carcere se non c’è posto per lui. Nessuno viva più condizioni di sovraffollamento. Si creino liste di attesa per scontare la pena. Tutto il mondo guarderebbe a un’organizzazione di questo tipo. I governanti dovrebbero ridurre la loro brama di sventolare manette a fini di propaganda. E avremo dato senso persino a quelle cimici. *Coordinatrice Associazione Antigone La giustizia del metodo di Glauco Giostra Avvenire, 16 settembre 2026 Il giudice non deve farsi carico né rispondere delle conseguenze della sua decisione, men che mai in termini di consenso popolare, ma soltanto del rispetto delle regole del procedere e del valutare. “Basta con gli attacchi che delegittimano la magistratura - ha dichiarato il presidente dell’Associazione nazionale dei magistrati - ogni volta che viene emessa una decisione non gradita; anziché limitarsi a criticarla, si biasima la magistratura che “delegittima il governo” - perché anche questo abbiamo sentito - o si dispone l’invio degli ispettori”. Difficile disconoscere il fondamento di questa protesta, quando la stessa presidente del Consiglio aveva commentato una recente mancata adozione di una misura cautelare detentiva asserendo: “Le leggi le abbiamo scritte, e sono più severe che mai. Le forze dell’ordine hanno fatto il loro dovere, in poche ore, benissimo. La Procura ha chiesto la misura più dura. Tutta la catena ha funzionato. E poi arriva un provvedimento che la spezza in quarantotto ore”. Più utile, forse, è soffermarsi sulle ragioni che - anche in altre stagioni, ma in questa in modo particolare - inducono il potere politico a censurare pronunciamenti giudiziari, in particolare quando questi ignorano le aspettative della collettività. Riteniamo di non andare troppo lontano dal vero se addebitiamo il deprecabile fenomeno a una preoccupante sinergia tra una carenza di sensibilità costituzionale di noi cittadini e una sua scaltra strumentalizzazione politica. Se non ci soffermiamo anche sull’atteggiamento culturale della collettività non capiamo perché gridare al lassismo dei giudici sia tentazione così politicamente seducente, cui di recente non ha resistito neppure qualche autorevole esponente dell’opposizione. Anzitutto, tarda ad affermarsi nell’opinione pubblica l’idea, fondamentale in una democrazia costituzionale, per cui, diversamente da quanto accade per altre pubbliche funzioni (politica economica, estera, ambientale, della sicurezza pubblica, ecc.) il prodotto della giustizia non si giudica dai risultati, ma dal metodo seguìto. A differenza di tutte le altre potestà pubbliche, che obbediscono a un programma di risultato, quella giurisdizionale risponde a un paradigma condizionale: se accerta che si è verificato un certo fatto, il giudice deve applicare la conseguenza normativamente prevista. In tal modo il sistema intende sottrarlo alla critica della politica, essendosi limitato ad applicare la legge che la stessa ha predisposto. In altri termini, il giudice non deve farsi carico né deve rispondere delle conseguenze, men che mai in termini di consenso popolare, della sua decisione, ma soltanto del rispetto delle regole del procedere e del valutare: in difetto del quale quella decisione è liberamente criticabile, oltre che, naturalmente, censurabile dal giudice del grado superiore. A ciò si aggiunga che la collettività per esprimere le sue improprie valutazioni non attende neppure la sentenza. L’informazione e la giustizia hanno due metronomi diversissimi. I tempi della prima si misurano in giorni e spesso in ore, quelli della seconda in anni. La conseguenza di questo macroscopico disallineamento temporale è che l’attenzione dei mass media finisce per concentrarsi soltanto sui primi atti del procedimento, finendo per caricarli di un significato e di un’attendibilità che non dovrebbero avere. Così una misura cautelare viene percepita come una pena, la sua mancata adozione come un’assoluzione. Molti ricorderanno il caso di Vasto, esattamente di dieci anni fa. Una donna morì vittima di un incidente stradale. Dopo mesi di dolore e di rabbia per la forte pressione emotiva alimentata dal clima cittadino e dai social che insistentemente gli ricordavano quanto fosse inaccettabile il fatto che il responsabile dell’incidente fosse ancora a piede libero in attesa di giudizio, il marito della vittima lo uccise a colpi di pistola davanti a un bar. Tornando all’attualità, additare il giudice che non ha ritenuto di disporre una misura cautelare detentiva come l’ultimo anello malfunzionante della “catena” della sicurezza è una evidente sgrammaticatura costituzionale (senza dire che l’addebito è ancor meno plausibile quando a muoverlo è chi nella recente campagna referendaria ha sostenuto la separazione delle carriere per rendere il giudice più indipendente possibile dal pm). Ma di tutto ciò vi è di certo consapevolezza da parte dei rappresentanti del potere politico; non ci permettiamo neppure di sospettare il contrario. Il fatto è che da sempre, e ancor più nell’odierna stagione, si cavalca l’insicurezza della collettività: nuovi reati, inasprimento delle pene, più carcere, assecondano l’ansia del popolo, garantendo un’alta redditività elettorale. Come abbiamo avuto già occasione di sottolineare in queste pagine, infatti, l’ostentato giustizialismo altro non è che il cugino del populismo che ha studiato legge. Giustizia penale, tempi ridotti del 40% di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 16 settembre 2026 Meno di un anno in primo grado, più veloci anche in appello e Cassazione La riduzione complessiva fa meglio dell’obiettivo del 25% fissato dal Pnrr. Meno di un anno per arrivare a una sentenza penale in primo grado. I dati del ministero della Giustizia sul primo semestre 2026 fotografano una diminuzione dei tempi in tutte le fasi: rispetto al 2019 la durata di un processo penale passa da 392 a 299 giorni nei Tribunali, da 841 a 483 giorni in appello e da 166 a 73 giorni in Cassazione. La durata complessiva arriva così a 856 giorni, con un miglioramento dei tempi del 40% sul 2019, ben più alto del target Pnrr fissato al 25%. Anche nel penale primo grado definito in meno di un anno. E durata complessiva che passa da 1.398 giorni nel 2019 a 856 giorni nel primo semestre del 2026. Un miglioramento quasi del 40% (38,8%), dal 2019, che va oltre quel 25% che era stato concordato con l’Europa in sede di Pnrr. Il ministero della Giustizia ha diffuso ieri i dati consolidati al 30 giugno 2026 che fotografano una diminuzione dei tempi che interessa tutte le fasi del giudizio: -23,5% nei Tribunali, -42,5% nelle Corti di appello e -56,1% in Cassazione. Proprio la Cassazione raggiunge una durata media di 73 giorni, il valore più basso dell’intero periodo considerato, ma il primo grado passa da 392 a 299 giorni e l’appello da 841 a 483. Giovanni Negri I dati evidenziano inoltre una diffusione significativa dei risultati sul territorio nazionale. La lunghezza dei giudizi penali penale migliora rispetto al 2019 nel 79,3% delle Corti di appello, 23 sedi su 29, e nel 74,3% dei Tribunali, 104 sedi su 140. Oltre la metà dei Tribunali supera il target di riduzione del 25% e 41 uffici registrano una diminuzione superiore al 40 per cento. Considerando le variazioni di durata in Tribunale, dal ministero arriva la sottolineatura si rilevano ancora margini di miglioramento per numerose sedi, ma già oltre la metà delle sedi, si segnala, supera la riduzione target del -25% e tra questi sono 41 gli uffici che hanno registrato una riduzione della durata maggiore del 40% in complesso. Per il ministro Carlo Nordio “i risultati del settore penale confermano e rafforzano il percorso di profonda trasformazione intrapreso dalla giustizia italiana. Il superamento degli obiettivi europei, insieme ai traguardi raggiunti nel civile, è il frutto delle riforme adottate, degli investimenti realizzati e soprattutto dell’impegno straordinario dei magistrati, del personale amministrativo e di tutte le professionalità che operano negli uffici giudiziari”. A giocare a favore di risultati senza dubbio straordinari, una pluralità di fattori: dalla progressiva messa a regime, anche sul piano dei modelli organizzativi, dell’ufficio per il processo, a supporto dei magistrati, alla digitalizzazione che faticosamente sta avanzando a misure straordinari sui carichi di lavoro ascritti ai capi degli uffici. Quanto ai singoli uffici, le Corti di Appello, Taranto e Perugia, pur riportando un incremento marcato della durata rispetto al 2019, mostrano un netto miglioramento nell’ultimo anno. Il taglio della durata, ma in generale il recupero di efficienza, ha poi immediate conseguenze su uno dei tradizionali punti critici della giustizia penale, la prescrizione. Mentre in Parlamento al Senato, dopo avere ottenuto il sì della Camera, è in discussione l’ennesimo intervento di riforma (sospensione di 24 mesi dopo condanna a di primo grado e di 12 dopo la conferma in appello; in caso di mancato rispetto dei tempi la prescrizione ricomincia a decorrere, comprendendo anche tempo di sospensione), un approfondimento dei dati resi noti dal ministero rendono evidente il calo in primo grado e il crollo in appello dei numeri dei procedimenti estinti. Cruciale davanti ai Tribunali il dato del giudice monocratico, con le prescrizioni che diminuiscono del 14%, passando, nel confronto tra primo semestre 2015 e primo semestre 2016, da 12.695 a 10.901. Stabili, ma assai inferiori i numeri, davanti alle sezioni gip/gup quanto alle sentenze. da 878 a 913, e nel Tribunale in composizione collegiale, da 346 a 357. Quasi del 60%, invece, la diminuzione in Corte d’Appello, dove le prescrizioni sono passate da 13.961 a 5.995. Il tutto quando ancora la riforma Cartabia, centrata invece sul regime dell’improcedibilità deve ancora dispiegare i suoi effetti visto che deve essere applicata nei procedimenti commessi a partire dal 2020. (stop dopo il primo grado, e due anni per l’appello e uno per la Cassazione, in caso di mancato rispetto scatta l’improcedibilità). Roma. Detenuto malato muore nel carcere di Regina Coeli Ristretti Orizzonti, 16 settembre 2026 Mario Abbate di 52 anni è morto nella sua cella del quarto raggio del carcere di Regina Coeli. Il decesso sarebbe avvenuto l’8 settembre ma solo oggi, e grazie a Valentina Calderone, Garante dei detenuti del Comune di Roma, si è avuta la conferma. Da quanto si apprende pare che Mario fosse malato da tempo. Salgono così a 155 i detenuti morti dall’inizio del 2025, tra cui 46 sono stati i sucidi. Vercelli. Sovraffollamento e scarsa igiene, ancora allarme al Billiemme di Andrea Zanello La Stampa, 16 settembre 2026 L’allarme lanciato dalla Camera Penale. Sovraffollamento, carenze igienico sanitarie, problemi di riscaldamento. Sono alcune delle criticità denunciate dalla Camera Penale di Vercelli dopo una visita al carcere. Pochi giorni fa infatti una delegazione della Camera Penale di “Riccardo Greppi”, nell’ambito del progetto voluto dall’Unione delle Camere Penali Italiane, con l’obiettivo di un costante monitoraggio delle condizioni della struttura, ha effettuato una visita presso la casa circondariale di Vercelli. “I numeri - dicono dalla Camera Penale - restituiscono innanzitutto un quadro di significativo sovraffollamento. A fronte di una capienza effettiva indicata in 215 posti, al 2 dicembre 2025 risultavano presenti 342 persone detenute, di cui 309 uomini e 33 donne, con un tasso di sovraffollamento complessivo pari al 159% nella sezione maschile e del 165% nella sezione femminile”. La visita puntava ad una verifica degli spazi detentivi e, più in generale, la situazione dei detenuti e di chi lavora nell’istituto. “Si tratta di numeri che inevitabilmente incidono sulle condizioni di vita nell’istituto e sulla possibilità di garantire pienamente quella funzione rieducativa della pena” affermano. Non solo: “Permangono inoltre problemi relativi agli impianti e alle condizioni igienico-sanitarie. In particolare rimangono inalterate le ben note criticità connesse a un impianto di riscaldamento inadeguato, con temperature che nel prossimo inverno saranno insufficienti in numerose celle, l’assenza di docce e acqua calda all’interno delle camere detentive, sale docce che necessitano di interventi di rifacimento a causa di infiltrazioni, umidità, muffe e problemi agli scarichi”. Le considerazioni della Camera Penale ricalcano quelle già presentate in passato dal garante dei detenuti di Vercelli Pietro Oddo. “Inoltre la condizione di sovraffollamento si accompagna a una significativa carenza di personale - sottolineano gli avvocati - Una situazione che non riguarda esclusivamente la sicurezza dell’istituto, ma che finisce inevitabilmente per ripercuotersi anche sull’esercizio concreto dei diritti delle persone detenute, compreso il diritto alla salute, ai colloqui, alla formazione e al mantenimento dei rapporti con l’esterno”. Secondo la Camera Penale c’è quindi bisogno di un intervento: “Riteniamo che il tema delle condizioni detentive debba essere affrontato anche nella prospettiva del diritto di difesa e della dignità della persona, principi che devono rimanere pienamente garantiti anche nei confronti di chi si trova detenuto. Questa visita è l’occasione per mantenere alta l’attenzione sulle condizioni della casa circondariale e per favorire un confronto costante tra istituzioni, operatori penitenziari, avvocatura, magistratura, servizi sanitari, enti locali e realtà del territorio. La situazione del carcere non può essere considerata una questione confinata tra le mura dell’istituto. Riguarda direttamente il nostro Stato di diritto e la capacità delle istituzioni di garantire che la pena venga eseguita nel rispetto della dignità della persona e della sua finalità costituzionale”. Arezzo. Gli avvocati: “Carcere fatiscente, serve una nuova struttura” di Marco Antonucci Corriere di Arezzo, 16 settembre 2026 Un carcere “fatiscente, con celle anguste e servizi igienici insufficienti”. Il verdetto degli avvocati aretini dopo la visita alla casa circondariale è perentorio: “Serve un nuovo progetto che possa prevedere se non una nuova ubicazione di tutta la struttura quantomeno la realizzazione di una nuova ala costruita con criteri più moderni ed efficienti”. Una delegazione della Camera Penale di Arezzo, guidata dal presidente Andrea Frosali e con il consiglio direttivo al completo - gli avvocati Roberto Piccolo, Stefano Arrighi, Andrea Panozzi, Laura Tani, Anna Boncompagni e Samuele Faralli - ha visitato la struttura carceraria di via Garibaldi la mattina del 27 agosto. “Il carcere di Arezzo, non lo scopriamo da adesso - sottolinea l’avvocato Andrea Frosali - si presenta fatiscente, poco funzionale, poco luminoso, privo di qualsiasi spazio esterno non cementificato, con celle anguste e servizi igienici insufficienti ed anche la speranza di poter disporre nel prossimo futuro di una struttura finalmente idonea, risulta frustrata anche dallo stato delle opere cantierizzate ma ferme oramai da anni. Invero, anche volendo ipotizzare una ripresa dei lavori in tempi brevi, l’impressione è quella che si potrebbe giungere alla fine di questo rocambolesco appalto solo ad un consistente aumento del livello quantitativo (circa 80 posti in più) senza tuttavia raggiungere significativi miglioramenti sul piano qualitativo”. “Nonostante poi, il numero dei detenuti sia esiguo se rapportato ad altre strutture carcerarie - i reclusi attualmente sono poco più di 40 - a causa della inagibilità dei due terzi della struttura, i detenuti si trovano stipati in quel terzo disponibile e quindi in spazi oltremodo ristretti. Del resto - continua il presidente della Camera Penale di Arezzo anche le condizioni di lavoro del Corpo di Polizia penitenziaria non sono ottimali, poiché, sebbene di poco sotto organico, gli agenti si trovano a dover vigilare sulla sicurezza in una struttura ben poco funzionale e logisticamente difficile da controllare anche per la presenza del cantiere”. “La soluzione da considerare quindi, a nostro modo di vedere, sarebbe senz’altro quella di riconsiderare un progetto di ristrutturazione ormai divenuto obsoleto, per ripensare con coraggio e in sinergia con il Comune di Arezzo a un nuovo progetto che possa prevedere se non una nuova ubicazione di tutta la struttura, quantomeno la realizzazione di una nuova ala costruita con criteri più moderni ed efficienti a costo di demolire volumetria esistente e o acquisire l’uso di locali confinanti con creazione di un minimo di spazi verdi e di socialità vera”. Le considerazioni della Camera Penale di Arezzo saranno portate all’attenzione della giornata di studi, in programma a Firenze sabato 19 settembre, organizzata dall’Unione Camere Penali Italiane sul tema “Lo stato generale dell’esecuzione penale. Anatomia di un disastro: analisi e proposte”. Il convegno affronterà il problema partendo proprio da quella fotografia “scattata” anche a seguito dell’iniziativa organizzata dall’Osservatorio carceri dell’Ucpi che ha visto oltre cento Camere penali territoriali italiane in visita da luglio ad agosto negli istituti di pena. Roma. Carcere di Rebibbia, anche la voce resta dentro fuoriluogo.it, 16 settembre 2026 Una linea telefonica interrotta può rendere ancora più profonda la distanza tra il carcere e il mondo esterno. A Rebibbia, secondo quanto ha denunciato Sbarre di Zucchero APS, il normale collegamento telefonico dell’istituto è fuori servizio da giovedì scorso, quando forti temporali hanno colpito Roma. Un guasto che coinvolgerebbe le chiamate delle persone detenute ai familiari e ai legali, ma anche le comunicazioni degli uffici dell’amministrazione penitenziaria. “Per chi è detenuto, una telefonata alla propria famiglia non è un dettaglio. È un collegamento con la propria vita, con i propri affetti, con il mondo esterno”, scrive l’associazione. Stando alle informazioni raccolte, il problema potrebbe dipendere dal danneggiamento di una centralina telefonica esterna al carcere. “Non vogliamo alimentare allarmismi e non attribuiamo, allo stato attuale, responsabilità che dovranno eventualmente essere accertate”, precisa Sbarre di Zucchero. La Garante comunale dei Detenuti Valentina Calderone, interpellata da Fuoriluogo, ha confermato che “il guasto alla linea di Rebibbia nuovo complesso è molto serio e coinvolge tutti i centralini dell’istituto, sia quello per le chiamate ai familiari sia quello degli uffici”. La Garante ha poi riferito che ““dopo numerosi solleciti da parte della direzione questa mattina sul posto si sono recati i tecnici che hanno prospettato una soluzione ponte per ripristinare almeno le chiamate ai familiari, in attesa della risoluzione del guasto. Avremo maggiori informazioni nel pomeriggio di oggi (martedì 15 settembre, ndr)” Il telefono tiene aperto uno spazio di relazione nella quotidianità della detenzione. La sua interruzione pesa anche sulle famiglie, lasciate ad aspettare una chiamata, e sui rapporti con gli avvocati. “Il diritto di comunicare con il proprio legale non può essere considerato un aspetto accessorio”, sottolinea l’associazione. Per questo, alla riparazione deve accompagnarsi un’informazione chiara: cosa è successo, come si garantiscono nel frattempo le comunicazioni essenziali, quando sarà possibile tornare a telefonare. Sono risposte che riguardano la vita quotidiana dentro il carcere e la possibilità, per chi è fuori, di mantenere un contatto con i propri cari. “Non chiediamo privilegi”, conclude Sbarre di Zucchero. “Chiediamo che un servizio essenziale torni a funzionare e che, nel frattempo, siano garantite tutte le necessarie condizioni di sicurezza”. Rimini. Con “le mani in pasta” al fianco dei detenuti di Lisa Bellocchi omnismagazine.com, 16 settembre 2026 Circa il 70% dei detenuti, dopo aver scontato la propria pena, torna a delinquere. Il tasso di recidiva, in chi ha seguito un percorso di reinserimento lavorativo durante il periodo di detenzione, si abbatte invece al 17%. Quindi, un percorso lavorativo in carcere fa bene a tutta la società, non solo a chi ne usufruisce. Nella certezza che il lavoro dà un senso al tempo speso in carcere, perché un detenuto che lavora sperimenta relazioni sane, impara, costruisce e ritrova dignità, è nata a Rimini l’associazione “Manàgere è libertà”. “Manàgere” dal latino “manus agere”, agire con le mani; ma anche “mettere le mani in pasta”, “coinvolgersi personalmente e concretamente”, come hanno fatto i promotori dell’associazione, che ha come primo scopo raccogliere fondi da devolvere agli enti del Terzo Settore che si occupano di favorire il lavoro dei detenuti. Durante il Meeting, tra le migliaia di proposte, “Manàgere” si è ritagliata pochi metri quadrati, ma ha comunque attirato tanti curiosi. Il primo progetto in cantiere sono le ceste di Natale “prison made”. Gli interlocutori primi sono ovviamente gli imprenditori, i professionisti e i manager che già a fine estate pensano cosa regaleranno a dicembre. A loro disposizione ci sono ceste con prezzi differenziati, tutte riempite con prodotti realizzati in carcere. La loro accessibilità economica le rende interessanti anche per donatori singoli. L’offerta è insospettabilmente varia, anche se ancora largamente insufficiente a realizzare quella “funzione rieducativa” della pena che la Costituzione italiana prevederebbe per ogni detenuto. Con grande ironia, la cooperativa sociale “Il sogno” di Verbania, produce gli apprezzatissimi dolcetti della “Banda Biscotti”, tutti bio e anche vegan. Con lo stesso spirito, la coop gestisce anche il ristorante sociale “Gattabuia”. Lo slogan di tutti i progetti è quello di “costruire il carcere di domani: un posto da cui si esce migliori di quando si entra”. Ricette della tradizione e materie prime del territorio per i biscotti sfornati nel carcere di Saluzzo dalla cooperativa sociale “Voci erranti”. “Hanno il sapore della tradizione - garantiscono -e la fragranza della libertà”. Esperti maestri fornai e pasticceri dal 2019 insegnano a realizzare “Libere Golosità” nel forno situato all’interno della Casa Circondariale di Vicenza. E con autoironia informano che con loro “i panettoni vanno a ruba”. “Quelle mani un tempo macchiate di errori e di sangue, oggi finalmente si sporcano di farina, imparano a creare, rendono questi uomini di nuovo liberi” scrisse don Riccardo Agresti, creatore, ad Andria, di una struttura semiresidenziale nella masseria San Vittore, di proprietà della diocesi. Con la collaborazione di imprenditori della zona, la struttura è stata trasformata in un piccolo pastificio, che produce anche i tradizionali taralli. Il marchio, ormai noto anche in diverse catene di supermercati, è “A mano libera”. “Sprigioniamo Sapori” opera all’interno della Casa circondariale di Ragusa, con un laboratorio di produzione di torroni, croccanti e di altri dolci a base di mandorla, pistacchio e nocciola, prodotti di eccellenza del territorio. “C’è gusto a nutrire la speranza” garantiscono i ragazzi del minorile di Casal del Marmo (Roma), dove - a riprova - si produce la pasta “Futuro”. La cooperativa “La valle di Ezechiele” a Fagnano Olona (provincia di Varese) è nota, tra l’altro, per le “prison beer” e la penultima nata si chiama Prevost, strizzando l’occhio a Papa Leone. I vini “Fresco di Galera” escono dalla Casa di reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino; anche le etichette delle bottiglie sono state ideate dai detenuti. E ci sono ancora molte altre esperienze e molti prodotti - “La politica -ha affermato l’arcivescovo di Milano Mario Delpini, intervenendo ad un convegno dell’università Cattolica - oltre a pensare di costruire nuove carceri per risolvere il sovraffollamento, non sembra domandarsi in che modo questi cittadini o migranti che sono in carcere possano essere - non solo per compassione ma per una valutazione del bene comune - presenze attive e apprezzabili per quello che sono capaci di fare”. “L’uomo non è il suo errore” ha vigorosamente ricordato recentemente papa Leone XIV, richiamando che il lavoro è esperienza privilegiata “per educare, anzi rieducare, le persone fragili alla percezione della possibilità di gustare veramente la propria libertà, ridestare il senso di appartenenza ad una comunità sociale in cui operare attivamente come persona e non come “ex-reo”, e sentirsi apprezzati, riaccolti e stimati come esseri umani”. Un modo semplice e concreto per agevolare tutto questo è prenotare, per questo Natale, le ceste “prison made”. Scrivendo alla mail managereeliberta@gmail.com oppure consultando il sito https://managereeliberta.com. Venezia. La storia dietro a un abito di Daria Bignardi Vanity Fair, 16 settembre 2026 A pochi passi dal ponte di Rialto, dove più si affollano i visitatori, è appena comparso un negozio che racconta una storia diversa da quella dei suoi vicini. È la storia delle detenute della Casa di Reclusione Femminile della Giudecca, che da vent’anni lavorano in un laboratorio sartoriale all’interno del carcere. Si chiama Banco Lotto N°10, è un progetto cominciato nel 2003 grazie alla cooperativa sociale Il Cerchio Onlus per costruire con le detenute un percorso di inclusione lavorativa. Sotto la direzione artistica di Margherita Uliana, le sarte imparano a disegnare e realizzare a mano gli abiti, in serie limitata e su misura. E adesso questi abiti sono arrivati nel cuore della città, in una sede progettata da Alfredo Brillembourg e Alessandro Famiglietti di Urbanthink Thank, studio Leone d’oro alla Biennale di Architettura del 2012, che mette al centro il potere del design come motore di cambiamento sociale. Il 10 settembre, le stesse detenute hanno sfilato indossando la loro collezione alla Giudecca. Il mondo esterno entra in carcere, la loro creatività va nel mondo. Pisa. La pena oltre al carcere tuttomondonews.it, 16 settembre 2026 A Pisa, giovedì 17 settembre un’occasione per la cittadinanza per entrare in contatto con il mondo della giustizia di comunità attraverso una visita guidata che ci porterà a incontrare enti e associazioni che aiutano a trasformare la pena in un’occasione di cambiamento personale e in una risorsa per la città. Nel nostro paese, ormai, le misure e le pene scontate nella comunità superano, dal punto di vista numerico, quelle espiate in regime detentivo. misure alternative e pene sostitutive consentono, nei casi previsti dalla legge, che la pena possa essere un’occasione di inclusione attiva e di impegno verso la collettività. Appuntamento ore 15:30 all’orto botanico e al termine una merenda condivisa al Centro San Zeno alle ore 17:00. Evento organizzato dall’ufficio distrettuale di esecuzione penale esterna di Pisa, in collaborazione con l’Associazione Controluce, la Caritas di Pisa, l’Associazione l’Alba, la Uisp di Pisa, Legambiente, l’Asd Freccia Azzurra, Palazzo Blu, la Chiesa di San Sisto e il Centro San Zeno. L’iniziativa è gratuita e aperta a tutta la cittadinanza. In questa torrida estate i media hanno con frequenza parlato di carcere, evidenziando la difficile situazione degli istituti penitenziari. Nel nostro paese ci sono tuttavia anche pene e misure che vengono applicate al di fuori della detenzione, in base a provvedimenti emanati dalla magistratura, e che consentono di applicare sanzioni penali che non solo rappresentano una punizione, ma anche un’occasione di cambiamento per la persona che ha commesso il reato e una risorsa per la città. Nonostante passino inosservate, tutti i giorni a Pisa ci sono persone che svolgono attività gratuite presso enti ed associazioni con scopi di rilevanza sociale per la collettività come pena stabilita da un giudice in conseguenza alla commissione di un reato. La giustizia di comunità prevede istituti, misure e sanzioni in cui la persona è tenuta a rispettare un programma approvato da uno o più magistrati, e predisposto e verificato dall’Ufficio di esecuzione penale esterna, articolazione del Ministero della Giustizia che lavora in sinergia con enti locali, servizi sociali ed enti del terzo settore. Nel nostro paese le pene e le misure di comunità sono sempre più diffuse: a fronte di circa 65.000 detenuti, in questo momento in Italia ci sono più di 100.000 persone che scontano la loro pena in libertà o svolgono una messa alla prova, operando gratuitamente a favore della collettività e rispettando divieti e obblighi stabiliti nel loro programma individualizzato. A Pisa, nel 2025, quasi 1.400 persone hanno scontato una pena sul territorio e, tra di esse, circa 800 hanno svolto un lavoro di pubblica utilità (dati convalidati, Ministero della Giustizia, Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità). Attualmente, nella nostra città, sono 362 coloro che sono impegnati in un’attività non retribuita a favore della comunità. Le ricerche dimostrano che la pena fuori dal carcere e le misure penali esterne non solo portano conseguenze positive alla collettività attraverso le attività di utilità sociale svolte da condannati e imputati, ma costituiscono anche la miglior forma di prevenzione della recidiva, contribuendo ad una migliore integrazione delle persone coinvolte, alla rivisitazione critica sul senso delle regole e sulle conseguenze dei reati da parte dell’autore. Nel corso della passeggiata che si terrà nel pomeriggio di giovedì 17 settembre visiteremo enti ed associazioni che attraverso la collaborazione con l’Ufficio di esecuzione penale esterna di Pisa ospitano e guidano nel lavoro di pubblica utilità persone alle prese con l’esecuzione di una pena o di una misura penale a seguito di un provvedimento dell’Autorità Giudiziaria. Sarà un racconto a tappe della giustizia di comunità a Pisa attraverso la condivisione di esperienze che testimoniano la ricchezza e il valore degli spazi sociali presenti nel quartiere: cura del verde e manutenzione del territorio, attività culturali e sportive, servizi sociali, sanitari e assistenziali. Sono state chiamate a collaborare all’organizzazione dell’evento anche persone che stanno svolgendo un percorso penale o che lo abbiano terminato di recente. La passeggiata toccherà quindi molte delle realtà che giorno per giorno danno corpo alla giustizia di comunità pisana e si concluderà al Centro San Zeno, dove sarà possibile incontrare tutte le persone coinvolte e condividere una merenda generosamente offerta dagli enti che hanno aderito all’iniziativa. Il giudizio e il resto della vita di Marco Santoro* sistemapenale.it, 16 settembre 2026 Responsabilità, vulnerabilità e tempo della pena in “Se fioriscono le spine” di Glauco Giostra (ed. Menabò, 2025). “Se fioriscono le spine” comincia dove il giudizio, almeno nella sua forma pubblica, sembra essersi concluso. Il fatto è stato ricostruito, la responsabilità attribuita, la vittima riconosciuta, la pena pronunciata. La vicenda potrebbe apparire ormai consegnata alle categorie che il diritto ha il compito di rendere nette. Eppure il romanzo di Glauco Giostra prende avvio proprio nel punto in cui quelle categorie, pur restando necessarie, non bastano più a contenere ciò che accade. Dopo il processo, infatti, il caso non scompare. Cambia forma. Oltrepassa la soglia del carcere e torna a essere una vita: un corpo che deve abitare uno spazio imposto, un tempo che non gli appartiene interamente, una memoria che continua a riaprire ciò che la sentenza ha dovuto fissare. È questo passaggio - dal fatto alla persona, dal giudizio alla durata - a rendere il libro particolarmente incisivo per chiunque si interroghi sull’esecuzione penale. Ho letto il romanzo dopo oltre trentacinque anni trascorsi nel sistema penitenziario. Avrei potuto cercarvi la conferma di luoghi, procedure e comportamenti conosciuti. È accaduto il contrario. Giostra non mi ha mostrato un carcere ignoto; mi ha restituito come domanda ciò che la familiarità professionale rischia di rendere evidente soltanto in apparenza. L’esperienza consente di riconoscere i meccanismi, ma proprio per questo può attenuare lo stupore davanti all’unicità delle persone che quei meccanismi attraversano. La letteratura, quando riesce, interrompe questa economia del riconoscimento. Non sostituisce la competenza e non pretende di correggere il diritto. Introduce piuttosto una resistenza: impedisce che ciò che è stato classificato venga considerato per ciò stesso compreso. Se fioriscono le spine agisce in questo spazio. Non attenua il giudizio; gli impedisce di diventare l’unica forma possibile dello sguardo. La parola esatta e la vita che eccede - Il processo ha bisogno di parole esatte. Imputato, vittima, colpevole, parricida, pena: senza categorie capaci di delimitare il fatto e di attribuire responsabilità non vi sarebbe giustizia, ma soltanto impressione, sospetto o vendetta. La precisione del diritto non è una freddezza da rimproverare; è una garanzia. Il romanzo non la contesta e non pronuncia una contro-sentenza. Antonio entra nella storia preceduto dalla parola che sembra ormai contenerlo per intero: parricida. È una parola vera. Dice il gesto irreparabile e la responsabilità che ne deriva. Giostra non prova a dissolverla nell’infanzia, nella famiglia o nel destino. Non trasforma la sofferenza ricevuta in un credito da opporre al male inflitto e non sposta la vittima ai margini del racconto per fare posto al colpevole. Il padre ucciso non diventa un ostacolo narrativo alla comprensione del figlio. La scelta più esigente del romanzo consiste proprio nel lasciare intatta la responsabilità e, nello stesso tempo, nell’impedire che diventi una definizione totale. Parricida dice ciò che Antonio ha fatto. Non può dire, da sola, tutto ciò che Antonio è stato, ciò che gli è accaduto, ciò che continua a ricordare e ciò che potrebbe ancora diventare. La qualificazione giuridica è esatta rispetto al fatto; diventa ingiusta soltanto quando pretende di sostituirsi all’intera biografia del suo autore. La narrazione non ci chiede, dunque, di scegliere fra il reato e la persona. Chiede di non usare l’uno per cancellare l’altra. È una distinzione particolarmente importante nel tempo della pena, perché chi entra in carcere vi giunge preceduto da un fascicolo, da una sentenza, talvolta da una rappresentazione pubblica ormai irrigidita. Ma chi lo incontra nell’istituto non incontra un titolo di giornale. Incontra qualcuno che deve mangiare, dormire, attendere, telefonare, difendersi, ricordare. Il reato entra con lui e non perde gravità; smette però di essere l’unica realtà con la quale l’istituzione è chiamata a misurarsi. Tra il tribunale e la casa circondariale, Giostra colloca inoltre la casa natale. Non come rifugio buono da contrapporre al carcere cattivo, ma come primo luogo nel quale una persona impara la fiducia, la paura, la parola o il silenzio. Prima della porta blindata può esserci stata una porta domestica. Prima della dipendenza dall’istituzione, una dipendenza familiare che ha lasciato segni profondi. Questa genealogia non assolve Antonio; evita, piuttosto, la comoda solitudine dell’atto, l’idea che una colpa nasca interamente nell’istante in cui viene commessa e che basti nominarla per avere spiegato un uomo. Vulnerabili senza essere innocenti - Uno dei risultati più maturi del romanzo consiste nel sottrarre la vulnerabilità al monopolio dell’innocenza. Siamo portati a riconoscere più facilmente la fragilità quando non entra in conflitto con il giudizio morale. Giostra impone invece di sostenere insieme due verità: si può aver commesso un male irreparabile e continuare a essere esposti al male degli altri. L’ingresso di Muto, con la protezione offerta ad Antonio, rende questa tensione concreta. Antonio resta responsabile e, nello stesso tempo, può subire una sopraffazione che nessuna sentenza prevede o autorizza. Riconoscere l’abuso non riscrive il processo, non attenua la colpa, non sottrae nulla alla vittima originaria. Significa soltanto affermare che la privazione della libertà non rende una persona disponibile a qualsiasi trattamento. Il colpevole può essere vittima senza diventare innocente. È una proposizione semplice soltanto in apparenza, perché obbliga a sottrarsi a una distribuzione rassicurante dei ruoli. Vittima, autore del reato, detenuto, custode non sono identità moralmente immobili. Possono sovrapporsi, succedersi, entrare in tensione. La dignità non è il premio riservato a chi non ha colpe; è il limite che il potere incontra proprio quando si esercita su chi ha violato la dignità altrui. In questa prospettiva, il romanzo evita due opposte semplificazioni. La prima vede soltanto il reato e considera ogni sofferenza successiva una conseguenza quasi naturale della colpa. La seconda vede soltanto la sofferenza e rischia di rendere evanescente la responsabilità. Giostra non invita il lettore a passare da una parte all’altra. Gli impedisce di averne una sola. La vittima resta vittima; il colpevole resta responsabile; e tuttavia nessuna di queste verità è autorizzata a esaurire l’umano. Il potere senza caricature - La stessa complessità attraversa i personaggi istituzionali. Iena Ridens, Ciriola e la direttrice non sono comparse chiamate a rappresentare, rispettivamente, il male e il bene dell’istituzione. Sono tre modi di abitare la funzione, tre possibilità che il potere assume quando incontra la dipendenza altrui. Iena Ridens è il potere quando la regola perde la propria ragione e diventa ghigno. Non necessariamente la violazione aperta della norma, ma qualcosa di più sottile: l’uso della posizione per far sentire all’altro la propria irrilevanza. La procedura resta formalmente riconoscibile, ma viene svuotata della sua funzione e trasformata in un’occasione di diminuzione. Il personaggio non consente facili generalizzazioni; mette piuttosto a nudo una possibilità umana che può annidarsi in ogni relazione fortemente asimmetrica. Ciriola rappresenta la misura. Non rinuncia al ruolo, non confonde la comprensione con la complicità e non abolisce la distanza necessaria. Semplicemente, impedisce che alla pena venga aggiunto il disprezzo. La direttrice esprime una forma ancora diversa di autorità: il contenimento, inteso non come maternage indistinto, ma come capacità di tenere insieme la regola e la persona, di accogliere la sofferenza senza farsene travolgere, di esercitare il potere senza aver bisogno di esibirlo. Il romanzo non propone una graduatoria morale fra professioni e non trasferisce sui singoli operatori la soluzione di problemi che appartengono alla complessità dell’istituzione. Mostra però che nessun ruolo esaurisce la responsabilità personale. La funzione determina compiti, vincoli e distanze; non decide una volta per tutte il tono, lo sguardo, la qualità della presenza. L’autorità può essere ferma senza essere umiliante, attenta senza diventare indulgente, umana senza smettere di essere autorità. È forse questo il punto nel quale Se fioriscono le spine sollecita più direttamente chi lavora nel carcere. Non attraverso un’accusa, ma mediante una domanda: quale forma assume il potere quando quasi ogni bisogno dell’altro deve diventare una richiesta? In una relazione nella quale porte, tempi, oggetti e movimenti dipendono da decisioni altrui, anche un gesto minimo acquista un peso che fuori dal carcere non avrebbe. Spiegare, ascoltare, rinviare, ignorare, usare un tono anziché un altro non modifica la pena stabilita dal giudice, ma incide sul modo in cui la persona la attraversa. Le mani e l’orologio - Giostra affida le domande più profonde del libro non soltanto ai grandi snodi della vicenda, ma a oggetti e gesti elementari. Le mani non sono un ornamento sentimentale. Stringono, proteggono, trattengono, ringraziano, riconoscono e infine scivolano via. Dicono se qualcuno sia stato custodito o lasciato; quanto una vita sia passata attraverso un’altra; quanto un contatto possa contenere più verità di una spiegazione. La mano della madre che, colpita a morte, scivola lentamente non porta con sé soltanto una persona. Porta via un’età intera: la giovinezza, la voce, la possibilità di sentirsi ancora protetti da qualcuno. La mano di Aurora compie un movimento differente. Non cancella il male e non redime magicamente. Riconosce. Restituisce a chi si percepisce consumato dalla propria storia la possibilità di non coincidere interamente con la propria rovina. Quando le parole definiscono, le mani riconoscono. L’orologio separa invece il tempo misurabile dal tempo vissuto. Il processo conosce termini; la sentenza stabilisce una durata; il carcere organizza giornate. Ma il tempo della memoria, della paura e della colpa non obbedisce alla stessa misura. In cella un’ora può non finire, mentre una telefonata o un colloquio attesi per settimane possono consumarsi in pochi minuti. Il tempo giuridico procede; quello interiore può restare fermo nel punto esatto in cui una vita si è spezzata. Un orologio a carica cammina soltanto se una mano torna a compiere il gesto necessario. L’immagine non offre una consolazione e non promette che ogni vita possa essere riavviata. Pone però una domanda che supera la trama: che cosa accade a una persona quando nessuno ne ricarica più il tempo? E che cosa può significare, nell’esecuzione della pena, impedire che la durata si riduca a una successione di giorni privi di relazione, orientamento e possibilità di parola? Il carcere nel tempo presente - È difficile leggere oggi un romanzo sul carcere senza avvertire sullo sfondo il peso di una realtà segnata dal sovraffollamento, dai suicidi e da una crescente fatica delle istituzioni e degli operatori. Se fioriscono le spine, tuttavia, non può essere ridotto a un commento letterario del Sistema penitenziario. La sua forza consiste proprio nel precederla con una domanda più elementare e più radicale: chi è la persona affidata alla pena dello Stato? Il libro non offre spiegazioni monocausali della sofferenza, non suggerisce soluzioni amministrative e non trasforma la relazione in una formula capace di compensare ogni insufficienza materiale. Ricorda, piuttosto, che nessuna organizzazione può riconoscere la fragilità se prima non conserva la capacità di vedere l’individuo oltre la categoria nella quale è stato legittimamente collocato. Il controllo del corpo non coincide con la comprensione della persona; la vigilanza, per quanto necessaria, non esaurisce la custodia; il tempo della pena non può essere pensato soltanto come tempo da sorvegliare. In questa luce, anche il principio costituzionale secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità assume nel romanzo una profondità non declamatoria. L’umanità non è una benevolenza aggiunta alla pena e neppure un sentimento affidato alla disposizione individuale. È il limite interno del potere punitivo: la necessità di eseguire la decisione senza trasformare il fatto commesso nell’unica identità possibile del suo autore. Giostra non oppone il diritto alla vita. Mostra il punto in cui il diritto, proprio per restare fedele alla propria funzione, deve riconoscere ciò che non può contenere. La sentenza può dire il fatto, attribuire la colpa e misurare la privazione della libertà. Non può stabilire che una persona non abbia più alcun resto. Quel resto non attenua la responsabilità, non risarcisce la vittima e non garantisce la redenzione. È semplicemente lo spazio nel quale una vita può ancora essere interrogata e nel quale la pena conserva un orientamento diverso dalla pura immobilizzazione. Il resto della vita - Se fioriscono le spine non è una denuncia del carcere, un trattato sull’esecuzione penale o una parabola consolatoria sul cambiamento. È un romanzo che resiste alle identità definitive. Antonio non viene assolto dalla propria storia e non viene restituito al lettore come una vittima segreta. Resta responsabile del male commesso. Ma resta anche figlio, corpo, memoria, paura, possibilità. La vittima non viene rimossa. Chi custodisce non viene ridotto alla divisa. L’istituzione non viene rappresentata come un soggetto morale compatto, ma come il luogo nel quale persone differenti danno ogni giorno una forma concreta alla regola. Per chi opera da molti anni nel sistema penitenziario, questa lettura non è una certificazione di autenticità. È un richiamo al limite dell’esperienza. Conoscere il carcere significa riconoscerne i ritmi, le tensioni, le necessità e le contraddizioni; non significa avere esaurito le persone che lo abitano. L’abitudine protegge dalle rappresentazioni ingenue, ma può produrre un’altra forma di cecità: quella che trasforma vite differenti in comportamenti già classificati e domande singolari in richieste già ascoltate. La letteratura interrompe questa ripetizione. Non perché veda necessariamente meglio di chi vive quotidianamente il carcere, ma perché può costringerlo a vedere di nuovo. Giostra adopera il processo, la famiglia e la prigione per condurre il lettore oltre la sicurezza delle definizioni. Alla fine non gli chiede di sospendere il giudizio. Gli chiede di riconoscerne il limite. Il giudizio è necessario. Il resto della vita lo è altrettanto. È in quello spazio residuo - che la sentenza non nega ma non può misurare - che responsabilità e vulnerabilità smettono di escludersi, che l’autorità può scegliere la propria forma e che la pena conserva la possibilità di non diventare una semplice ripetizione del male. Le spine, nel romanzo, possono fiorire. Ma continuano a pungere. È forse questa la sua verità più sobria: nessun cambiamento cancella ciò che è accaduto, e tuttavia ciò che è accaduto non deve necessariamente occupare tutto il futuro. *Marco Santoro opera da oltre trentacinque anni nel sistema penitenziario italiano. Laureato in giurisprudenza, abilitato alla professione forense e specializzato in studi penitenziari, affianca all’esperienza professionale l’interesse per la scrittura e per la rappresentazione culturale del carcere. L’addio a Bonino: “Le sue battaglie per i tempi futuri” di Eleonora Martini Il Manifesto, 16 settembre 2026 In Campidoglio le esequie di Stato della storica leader radicale. “Emma Bonino credeva, come Jean Monnet, che “Niente è possibile senza le persone, nulla è duraturo senza le istituzioni”, dice il presidente di + Europa Riccardo Magi nella sua orazione funebre. Ed è forse per questo motivo che alle esequie laiche di Stato della storica leader radicale, morta venerdì scorso a Roma a 78 anni, hanno preso parte ieri tanti cittadini commossi e quasi tutte le alte cariche istituzionali, in un insieme corale apparentemente senza contraddizioni. I primi fuori, in piazza del Campidoglio, davanti al maxischermo allestito fin dalla veglia della sera precedente, gli altri dentro la Sala della Protomoteca che per la prima volta in assoluto ospitava un funerale. In prima fila il capo dello Stato Mattarella, la premier Meloni, il presidente dei senatori La Russa e il vice della Camera Mulè. Ma tra le duecento persone a cui è stato concesso l’ingresso in sala (esclusi anche i giornalisti) si potevano scorgere, oltre ai rappresentanti della maggioranza, i vari leader delle opposizioni, di oggi e di ieri, esponenti politici delle tante anime di quella sinistra alla costante ricerca di un centro di gravità permanente. O di un’ispirazione. Molto commosso, Magi sottolinea come Bonino abbia “criticato e contestato le istituzioni, fino a disobbedire alle leggi che riteneva ingiuste e liberticide, per cambiarle, andando incontro alle conseguenze delle proprie azioni”. Ma “non ha mai avuto lo scopo di danneggiare le istituzioni o infangarle, sempre quello di migliorarle”. Un esempio per chi tuttora disobbedisce a leggi ingiuste. E poi ancora, per stare sulla stretta attualità: “Il punto non è la qualificazione o la classifica dei diritti, sociali o civili, il punto è la consapevolezza di essere cittadini e non sudditi” (al passaggio, Meloni annuisce mentre La Russa, seduto accanto a lei, scuote la testa). L’assistente personale di Bonino, Carla Taibi, che per volontà dei familiari ha condotto la cerimonia, introduce i pochi selezionati per l’orazione funebre. Filomena Gallo (associazione Coscioni), che sottolinea tra le altre cose il contributo della cara amica radicale alla nascita della Corte Penale Internazionale, “il cui statuto fu celebrato proprio qui in Campidoglio 28 anni fa e che oggi rischia di essere smantellata”. L’ex premier Romano Prodi, che la volle commissaria Ue, ricorda la sua postura morale e la sua serietà nell’approfondire ogni dossier. Benedetto Della Vedova, suo compagno di +Europa: “Diceva: dove c’è strage di diritti poi c’è strage di persone”. Enrico Letta, che da presidente del Consiglio la volle alla Farnesina, affonda invece il dito nella piaga di Meloni ricordando che Bonino costruì nel 2013 “l’operazione militare umanitaria Mare Nostrum”, due aggettivi, “militare e umanitaria che, diceva Emma, possono stare insieme se lo scopo è quello di salvare delle vite umane”. Ma non è storia di ieri: “Oggi - ammonisce Carla Taibi - sarebbe qui a dirci di smetterla di ricordarla e iniziare a mobilitarci per quelle battaglie a cui ha dedicato la vita”. Non è storia d’altri tempi: “Facciamo in modo - conclude Magi - che siano tempi futuri”. Una risposta all’estremismo nazionalista di Giulia Melani Il Manifesto, 16 settembre 2026 Il 25 e il 26 settembre a Paluzza (Ud), ritorna il seminario annuale de La Società della Ragione. Quest’anno (Oltre la crisi. (Ri)costruire la democrazia) sarà dedicato alla crisi della democrazia, un tema sul quale l’associazione si è già interrogata in due precedenti occasioni: Dentro la krísis, nel 2022, e Gli spazi del dissenso, lo scorso anno. Nel 2022 avevamo avvertito l’esigenza di aprire una riflessione, a seguito della dichiarazione di inammissibilità dei referendum sulla cannabis e sull’eutanasia da parte della Corte costituzionale di Giuliano Amato. Quelle campagne, tra le prime a sperimentare la raccolta delle firme anche in forma digitale, si erano rivelate capaci di una mobilitazione ampia e avevano alimentato un dibattito non privo di diffidenze (con espressioni come “democrazia del click”) e di proposte volte a limitare il ricorso allo strumento referendario. Una discussione che tendeva a contrapporre democrazia diretta e democrazia rappresentativa, quasi che il ridimensionamento della prima potesse contribuire a compensare la crisi della seconda. “Non si vede come un riequilibrio di poteri al ribasso possa rilanciare la democrazia”, scriveva Grazia Zuffa in un saggio di quello stesso anno (Cannabis: il referendum, il Parlamento e l’urgenza della riforma). Dentro la krísis nasceva invece dalla scelta di tenere insieme fenomeni che ci apparivano intrecciati: la limitazione degli strumenti della democrazia diretta, la crisi del Parlamento, il declino dei partiti e le trasformazioni della partecipazione politica. Quando siamo tornati a occuparci di democrazia, lo scorso anno, il quadro si era deteriorato, ci trovavamo di fronte alla rimozione del conflitto e alla proliferazione degli strumenti di repressione del dissenso, di cui il decreto sicurezza e, prima ancora, la legge “ecovandali” rappresentavano le manifestazioni più evidenti. Da allora, la situazione non appare migliorata: un nuovo decreto sicurezza nel 2026, il cosiddetto “ddl antisemitismo” attualmente in discussione alla Camera, volto a neutralizzare le mobilitazioni contro il genocidio in Palestina, e la proposta di una nuova legge elettorale che rischia di accentuare la torsione maggioritaria della rappresentanza. All’analisi della crisi abbiamo sempre cercato di accompagnare una tensione verso il cambiamento: era già inscritta in Dentro la krísis, nell’ambivalenza della parola krísis, declino e possibilità di trasformazione; ne Gli spazi del dissenso era diventata una “cassetta degli attrezzi” per forme di resistenza. Quest’anno abbiamo scelto di spingerci “oltre”, accentuando la dimensione immaginativa. “Seeking a now that can breed futures”, scrive Audre Lorde in A Litany for Survival: cercare “un adesso che dia vita a futuri”. Il programma seguirà questo ritmo. Il 25 settembre discuteremo della “democrazia dimezzata” e della proposta di nuova legge elettorale con Stefano Anastasia, Rosaria Pirosa, Lara Trucco, Antonio Floridia e Nicolò Scibelli. Sabato mattina, con Letizia Lo Giudice, Raffaele Modugno, Katia Poneti, Mimmo Passione e Leonardo Fiorentini, affronteremo le violenze di Stato. Nel pomeriggio proveremo invece a Costruire democrazia, interrogandoci, con Daniela Belliti, Cecilia D’Elia e Anna Paola Peratoner, sulla politica di cui abbiamo bisogno e, infine, con Valeria Verdolini, Patrizia Meringolo e Vincenzo Scalia, sulle Utopie. Il seminario si terrà nella sala del Consiglio comunale di Paluzza, che ringraziamo per il patrocinio e l’ospitalità. Sabato, nella pausa tra i lavori della mattina e quelli del pomeriggio, inaugureremo la sede della Fondazione Ragione e Critica, nata per dare continuità all’impegno civile, politico e culturale di Franco Corleone e al pensiero e all’azione di Grazia Zuffa. Custodire la memoria, può salvarci dalla catastrofe. Programma e iscrizioni su societadellaragione.it/oltrelacrisi. Stati Uniti. Alligator Alcatraz, il rapporto del Dhs: migranti rinchiusi in piccoli recinti metallici Il Dubbio, 16 settembre 2026 L’organo di controllo denuncia sovraffollamento e “rischi significativi” per salute e sicurezza. Il centro della Florida è stato chiuso. Sovraffollamento, mancato rispetto di numerosi standard federali e migranti confinati all’interno di “piccoli recinti metallici”. Sono le principali criticità riscontrate ad Alligator Alcatraz, il centro di detenzione per immigrati irregolari allestito in Florida e successivamente chiuso. Le contestazioni sono contenute in un nuovo rapporto dell’organo di controllo indipendente del dipartimento statunitense per la Sicurezza interna, il Dhs. A riportarne il contenuto è il New York Times. Gli standard federali non rispettati - Secondo il documento, la struttura non avrebbe rispettato numerosi parametri federali previsti per i centri di detenzione. Le irregolarità avrebbero riguardato in particolare le modalità con cui venivano ospitate le persone trattenute e le condizioni determinate dal sovraffollamento. Il rapporto non si limita a rilevare carenze organizzative, ma collega le modalità di detenzione a possibili conseguenze per le persone presenti nella struttura. L’organo di controllo ha infatti individuato “rischi significativi” per la salute e la sicurezza dei detenuti. Le criticità sarebbero state aggravate dagli spazi utilizzati per confinare i migranti all’interno del centro. I “piccoli recinti metallici” - L’elemento più rilevante dell’ispezione riguarda l’impiego di “piccoli recinti metallici” per trattenere le persone. Il rapporto descrive questa soluzione come priva di precedenti tra le strutture esaminate in passato dallo stesso organismo di vigilanza. Il ricorso ai recinti rappresenterebbe quindi un’anomalia rispetto alle modalità riscontrate nelle altre strutture federali sottoposte a controllo. Proprio questa configurazione avrebbe esposto i detenuti a pericoli ulteriori. Le contestazioni sul sovraffollamento - Il rapporto richiama anche la presenza di condizioni di sovraffollamento. L’eccessivo numero di persone rispetto agli spazi disponibili avrebbe contribuito al mancato rispetto degli standard richiesti. Le condizioni riscontrate hanno alimentato le critiche già rivolte al centro fin dalla sua apertura. Le contestazioni hanno riguardato sia il trattamento riservato ai migranti sia l’impiego di risorse economiche per mantenere operativa la struttura. Alligator Alcatraz era stato realizzato per ospitare persone sottoposte alle procedure previste dalle politiche statunitensi di controllo dell’immigrazione. Iran. Donna, Vita, Libertà: quattro anni dopo, la rivoluzione non si arrende di Shady Alizadeh Il Domani, 16 settembre 2026 Il 16 settembre 2022 moriva Jina Mahsa Amini. Il tempo passa ma, mentre la guerra minaccia di soffocarla, la resistenza iraniana continua a chiedere giustizia e futuro. Il movimento ha saputo superare i confini, ricordandoci che la libertà delle donne è il cuore della democrazia. Il 16 settembre 2022 moriva, a soli 22 anni, per mano della polizia morale iraniana Jina Mahsa Amini. L’ennesima donna uccisa per il controllo del suo corpo. Dalla sua morte è nata una rivolta che non si è mai spenta. “Donna, Vita, Libertà” è diventata una resistenza non violenta capace di unire tradizioni, generazioni e classi sociali. Una rivolta nata dalle donne, ma trasformatasi in una mobilitazione collettiva per la libertà, la dignità e la democrazia in Iran. La libertà nasce dalla Resistenza, anche in Iran L’eccidio Da ultimo, le manifestazioni di gennaio, nate da uno sciopero generale esteso a tutte le province del paese, hanno confermato la forza e la maturità politica del movimento. Studenti, lavoratori, commercianti, donne e uomini di ogni età sono scesi in piazza per rivendicare il diritto a essere protagonisti del proprio futuro e di un processo democratico fondato sulla libertà, l’autodeterminazione e il rispetto dei diritti delle donne. In quattro anni, Donna, Vita, Libertà è diventata l’unica forza di resistenza capace di mettere in difficoltà il regime e di dimostrare che un’alternativa è possibile. Impavidi, di fronte alla brutalità del regime, donne e uomini iraniani continuano a resistere gridando “Donna, Vita, Libertà”, tuttavia, per gli uomini che si schierano contro il sistema patriarcale e ne mettono in discussione le strutture di potere, la repressione è più severa: il loro dissenso sfida non solo il regime, ma l’intero ordine di potere che lo sostiene. Un coraggio che contrasta gli stereotipi sugli uomini iraniani e assume un significato ancora più forte di fronte a chi, da noi in Italia, rivendica un “patriarcato mediterraneo” e facendo di loro gli uomini più coraggiosi e politicamente schierati contro la violenza sulle donne in questo quadro internazionale. Non conosciamo ancora il numero esatto delle vittime dell’eccidio di gennaio, anche a causa della censura e delle difficoltà di comunicazione. Ma dietro ogni persona uccisa, giovane o adulta, ci sono storie, famiglie e un’intera generazione che oggi vive imprigionata e sotto la minaccia della pena di morte. L’opposizione iraniana divisa in fazioni: “Pahlavi? È alleato con la destra globale” Repressione e guerra I prigionieri politici subiscono torture, abusi e isolamento, mentre manifestanti e attivisti vengono perseguitati, privati dei loro beni e, in molti casi, fatti sparire. Molti sono giovani, e reprimere loro significa colpire il futuro stesso dell’Iran. A questa drammatica situazione si è aggiunta la guerra, nata con l’obiettivo dichiarato di fermare il programma nucleare iraniano, ma condotta senza il rispetto dei principi del diritto internazionale. Con il conflitto ancora in corso, le sue ragioni appaiono sempre più difficili da comprendere. Una cosa però è certa: i diritti umani, la libertà dei prigionieri e la volontà del popolo iraniano non sono mai stati il motivo dichiarato di questa guerra. Principi e valori che non rientrano nemmeno nel vocabolario diplomatico usato tra Stati Uniti, Israele e il regime di Teheran. Di fatto, questa guerra sta rafforzando il regime che dichiara di voler colpire. Gli attacchi esterni gli offrono nuovi pretesti per reprimere il dissenso e limitare lo spazio democratico conquistato dalla società iraniana. La richiesta di libertà rischia così di essere trasformata in una questione di sicurezza nazionale, mentre la guerra finisce per soffocare e censurare la resistenza iraniana. In questi quattro anni il popolo iraniano ha dimostrato di essere protagonista di un cambiamento culturale ormai irreversibile. Né il regime né la guerra può decidere il futuro dell’Iran, che deve appartenere agli iraniani e alla loro volontà di libertà e democrazia. La svolta digitale del movimento femminista che riempie ancora le piazze Donna, Vita, Libertà ha saputo superare i confini dell’Iran ricordandoci che la libertà delle donne è il cuore della democrazia e non può essere negoziata. Come europei, italiani e antifascisti abbiamo la responsabilità di sostenere questa resistenza, chiedendo la liberazione dei prigionieri politici e dei giovani condannati a morte, la fine delle esecuzioni e della repressione e il diritto del popolo iraniano a costruire liberamente il proprio futuro cessando questa guerra senza scopo. La libertà di un popolo non può essere sacrificata o negoziata in nome di interessi geopolitici, economici o privati. Le donne e gli uomini iraniani hanno trasformato gesti quotidiani di libertà in una sfida politica, e una resistenza in un messaggio capace di parlare al mondo. La paura non basta più a fermarli. Non torneranno indietro. E non dobbiamo farlo nemmeno noi. Donna. Vita. Libertà. Sempre. Ovunque. Iraq. Le famiglie dell’Isis, dimenticate per 7 anni nei lager siriani, ora tornano in libertà di Annachiara Mottola di Amato La Repubblica, 16 settembre 2026 Ma reinserirle sarà complicato. Per i giudici di Baghdad 457 siriani, che dal 2019 vivono insieme a migliaia di altre persone nelle tendopoli per i parenti dei miliziani, “sono innocenti per mancanza di prove”: avviate le procedure di rilascio. Dal 2019 fino a pochi mesi fa, migliaia di affiliati all’Isis e le loro famiglie hanno vissuto in un limbo senza forma nel nord-est della Siria. Nelle prigioni di Hasake e Qamishli erano finiti i miliziani catturati dopo la caduta dell’ultimo territorio del Califfato, mentre nei campi di al-Hol e Roj c’erano le mogli, le vedove e i figli, compresi quelli che erano già bambini quando sono arrivati e quelli nati nell’arco di questi sette anni tra le tende e il filo spinato. Adesso, per 457 di loro, cittadini siriani trasferiti in Iraq, la magistratura di Baghdad dice che non ci sono prove sufficienti per sostenere l’accusa di terrorismo e ha avviato le procedure per il loro rilascio e la consegna alla Siria. Sono una parte dei 5.704 detenuti sospettati di legami con lo Stato islamico sui quali il tribunale istruttorio di Karkh ha concluso la fase degli interrogatori il 9 settembre: 3.497 sono siriani, gli altri appartengono a 66 nazionalità, comprese 19 europee. La decisione dei giudici arriva quando il sistema di detenzione costruito dopo la sconfitta territoriale dell’Isis ha subito una trasformazione radicale. Per anni le Forze democratiche siriane (Sdf), coalizione a guida curda, hanno sorvegliato migliaia di uomini nelle prigioni e decine di migliaia di donne e bambini nei campi, mentre i governi dei Paesi di provenienza esitavano a riprendersi i propri cittadini e nessuno riusciva a trovare una soluzione definitiva per persone che erano state catturate in guerra ma che, in molti casi, non erano mai state sottoposte a un processo. Il risultato è stato che la fine del Califfato come entità territoriale non ha coinciso con la fine della comunità umana che gli era stata intorno. Gli uomini che avevano combattuto sono rimasti nelle celle, le loro famiglie nei campi e i bambini hanno continuato a crescere in un ambiente nel quale l’Isis non era soltanto il ricordo della guerra appena finita, ma un’ideologia che continuava a replicarsi in un ambiente “perfetto”: un lager a cielo aperto. Al-Hol, soprattutto, è diventato il simbolo della gestione miope di un’altra faccia del fondamentalismo, non quella degli attacchi kamikaze che terrorizzavano l’Europa, ma di migliaia di persone, foreign fighters inclusi, che per inseguire il sogno nero del Califfato si erano stabiliti in un’area tra Iraq e Siria che nel 2015 era grande quanto il Regno Unito, e poi, con la vittoria dell’esercito curdo, era diventata un fazzoletto di terra. Lì nel 2019, con la caduta di Baghouz - l’ultima roccaforte dello Stato Islamico - il campo che era nato nel 1991 per accogliere i profughi iracheni della guerra del Golfo si trasformò in un enorme centro di detenzione, arrivando a ospitare oltre 70mila persone. Le autorità curde e gli organismi internazionali lo consideravano un problema umanitario ma anche una questione di sicurezza, parlando di rischio di “radicalizzazione” perché al suo interno continuavano a operare reti legate ai miliziani, che perpetravano intimidazioni e violenze contro chiunque cercasse di allontanarsi dall’organizzazione. Per i bambini la situazione era ancora più difficile. Alcuni erano arrivati a pochi anni, altri erano nati nel campo e avevano conosciuto soltanto una vita da sfollati tra recinzioni, controlli e la presenza di una comunità nella quale i dogmi della Jihad continuavano a essere presenti. Come il divieto di andare a scuola, con molte famiglie che temevano che l’educazione potesse rappresentare un’alternativa per quei ragazzi che di alternative, invece, non dovevano averne alcuna per non sfuggire all’unica educazione possibile: quella ripetuta a mo’ di cantilena nei nasheed, i canti a cappella jihadisti, come “Dawlati Baqiya” (“Il mio Stato rimane”). Nei campi di detenzione, poi, il tempo ha cambiato la natura del problema. La prigionia era nata come una misura di sicurezza immediatamente successiva alla sconfitta dell’Isis per impedire ai combattenti catturati di tornare sul campo e tenere sotto controllo una rete jihadista che non aveva più uno Stato ma conservava uomini, armi, relazioni e capacità clandestine. Ma, quella che doveva essere una fase transitoria, è durata sette anni. Nel frattempo, il confine tra chi aveva effettivamente combattuto per l’Isis e chi era stato catturato perché apparteneva a una determinata famiglia, viveva in una certa zona o era stato indicato come sospetto, è rimasto spesso affidato alle informazioni sommarie raccolte durante il conflitto. La sentenza che scagiona oggi i primi 457 siriani dimostra che, almeno per una parte di quelle persone, quelle informazioni non sono più sufficienti per sostenere un’accusa davanti a un tribunale. Un detenuto finlandese, uno statunitense e sette iracheni sono già stati liberati per la stessa ragione. Il principio che Baghdad sta applicando è quindi quello della verifica individuale delle responsabilità, dopo anni nei quali la priorità era stata soprattutto quella di impedire che i prigionieri potessero uscire. La questione è ritornata urgente all’inizio del 2026, quando le forze curdo-siriane hanno progressivamente perso il controllo di alcune strutture da cui sono riusciti a fuggire dei detenuti. Il rischio non riguardava più soltanto la permanenza indefinita nei campi, ma la possibilità che il collasso dell’apparato di sicurezza producesse una fuga di massa. Gli Stati Uniti hanno quindi iniziato a trasferire i detenuti in Iraq. Il primo gruppo, circa 150 uomini, è arrivato a gennaio, ma il piano americano prevedeva di trasferirne fino a 7mila nelle carceri irachene. L’idea era evitare che migliaia di combattenti dell’Isis finissero improvvisamente fuori controllo nel passaggio dal sistema curdo-siriano alle nuove autorità di Damasco, dopo il crollo del regime di Assad a dicembre del 2024 e il passaggio al nuovo governo di Ahmed Al Sharaa. Il 9 settembre il Consiglio superiore della magistratura iracheno ha chiuso gli interrogatori e per i 457 siriani che non hanno sufficienti elementi a carico sono cominciate le procedure per la riconsegna alla Siria. Per gli altri casi Baghdad procederà sulla base degli accordi bilaterali con i Paesi di provenienza. Ma le condizioni di vita nei campi di prigionia hanno finito per creare una comunità separata dal resto del mondo e difficile da reinserire nei contesti sociali d’origine. Se la guerra contro l’Isis aveva un obiettivo militare preciso, riconquistare il potere sul territorio, adesso la gestione di ciò che ne è rimasto richiede tribunali, rimpatri, assistenza e, soprattutto, valutazione caso per caso. Nell’intervallo tra il tempo della guerra e quello della giustizia, però, la vita nelle tendopoli è rimasta strozzata in una lunga attesa che ora è finita, come quella dell’incubazione di un virus pronto a tornare fuori.