Giustizia minorile, la fabbrica dei giovani detenuti osservatoriorepressione.info, 15 settembre 2026 Raddoppiano i detenuti tra i 18 e i 20 anni e aumentano gli ingressi negli istituti minorili. Dietro i numeri c’è la svolta politica che ha rimesso il carcere al centro: più custodia cautelare, meno educazione e una marginalità sociale sempre più trattata come problema di ordine pubblico. Per oltre quindici anni la presenza dei più giovani nelle carceri italiane era costantemente diminuita. Poi qualcosa è cambiato. Tra il 2022 e il 2025 i giovani adulti detenuti sono aumentati di circa il 28%, molto più della popolazione carceraria complessiva, cresciuta nello stesso periodo di circa il 17%. Ma è soprattutto ciò che accade nella fascia tra i 18 e i 20 anni a mostrare la profondità dell’inversione: erano 523 nel 2021, sono diventati 1.021 nel 2025. In quattro anni sono praticamente raddoppiati. Non è un dato isolato. Gli ingressi negli Istituti penali per minorenni sono passati dai 713 del 2020 ai 1.197 del 2025, mentre i trasferimenti dagli IPM alle carceri ordinarie sono aumentati da 105 nel 2022 a 195 nel 2025. Si sta quindi formando un circuito nel quale sempre più adolescenti entrano nel sistema penale minorile e una parte di loro, raggiunta la maggiore età, viene trasferita nelle carceri degli adulti, strutture ancora meno attrezzate per offrire i percorsi educativi e di accompagnamento necessari a persone così giovani. La domanda da porsi è allora inevitabile: siamo davanti a una generazione improvvisamente diventata più criminale oppure è cambiato il modo in cui lo Stato risponde alla devianza giovanile? I dati disponibili impediscono risposte semplicistiche. Alcuni reati commessi o contestati ai minori sono effettivamente aumentati nell’ultimo decennio: le segnalazioni per porto abusivo d’armi, rapine, lesioni, risse e minacce registrano incrementi significativi. Sarebbe quindi sbagliato negare l’esistenza di fenomeni reali di violenza e disagio giovanile. Ma sarebbe altrettanto sbagliato dedurne automaticamente la necessità di incarcerare sempre più ragazzi. I numeri degli IPM raccontano infatti anche un’altra storia. Secondo i dati riportati da Antigone, i detenuti negli istituti minorili sono passati dai 381 di fine 2022 ai 572 di fine 2025. Soprattutto, l’83% dei ragazzi presenti risulta in custodia cautelare: non stiamo quindi parlando prevalentemente di giovani che stanno scontando una condanna definitiva. Più della metà dei reati contestati riguarda inoltre il patrimonio, circa un quinto i reati contro la persona, mentre cresce anche lo spaccio di lieve entità. Questi dati cambiano radicalmente il significato politico del sovraffollamento minorile. Se la stragrande maggioranza dei ragazzi rinchiusi si trova in custodia cautelare, l’aumento delle presenze non può essere spiegato esclusivamente attraverso un presunto aumento della pericolosità delle nuove generazioni. Bisogna guardare alle norme che hanno ampliato la possibilità di utilizzare il carcere prima ancora della sentenza definitiva e al progressivo abbandono di quel principio di residualità della detenzione che aveva costituito uno dei caratteri più avanzati della giustizia minorile italiana. Dal decreto Caivano al carcere come risposta - Il punto di svolta è rappresentato dal decreto Caivano del settembre 2023. Tra le modifiche introdotte vi è stato l’abbassamento da nove a sei anni della soglia di pena oltre la quale può scattare la custodia cautelare. È una scelta che entra in tensione con l’impostazione dell’articolo 37 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, secondo cui la detenzione di un minore deve essere utilizzata soltanto come extrema ratio e per il più breve periodo possibile. La direzione non è stata successivamente corretta. Il decreto-legge sulla sicurezza pubblica del 24 febbraio 2026 ha esteso l’ammonimento del questore ai minori tra i dodici e i quattordici anni per ulteriori fattispecie, tra cui lesioni, rissa, minaccia e violenza privata, prevedendo inoltre sanzioni economiche a carico dei genitori in caso di reiterazione. Antigone ha descritto questa impostazione come uno strumento di giustificazione del potere punitivo che finisce per considerare i minorenni prevalentemente attraverso la lente dell’ordine pubblico, mettendo in secondo piano gli strumenti educativi, sociali e preventivi. È questo il vero cambio di paradigma. La giustizia minorile italiana era stata costruita attorno all’idea che un adolescente che commette un reato sia una persona la cui identità è ancora in formazione e sulla quale l’intervento educativo può incidere profondamente. Non significava negare il reato né cancellare la responsabilità individuale, ma impedire che la risposta dello Stato trasformasse precocemente un comportamento deviante in un’identità criminale permanente. Il carcere doveva perciò rappresentare l’ultima possibilità, non la prima risposta disponibile. La progressiva espansione della custodia cautelare e delle misure di polizia modifica questa impostazione. Il minore viene sempre meno considerato come soggetto sul quale investire e sempre più come rischio da neutralizzare. È la stessa logica che abbiamo visto espandersi nel sistema penale degli adulti: problemi sociali complessi vengono tradotti nel linguaggio della sicurezza, la risposta penale viene anticipata e la privazione della libertà assume una funzione prevalentemente contenitiva. La sproporzione tra percezione pubblica e dimensione effettiva del fenomeno dovrebbe suggerire maggiore prudenza. I dati Eurostat richiamati negli appunti indicano per l’Italia un tasso di criminalità minorile di 363 reati ogni 100 mila abitanti, contro una media europea di 648. Non emerge quindi un’eccezionalità italiana tale da giustificare la rappresentazione di una generazione ormai fuori controllo e la conseguente necessità di una svolta repressiva. È piuttosto il meccanismo classico del panico morale, descritto da Stanley Cohen: singoli episodi particolarmente gravi acquistano una centralità mediatica enorme, vengono trasformati nella rappresentazione di un’intera generazione e producono una domanda politica di intervento immediato. La legislazione penale arriva alla fine del processo, offrendo una risposta semplice e visibile a fenomeni che hanno invece radici sociali, familiari, economiche e culturali molto più profonde. Dall’accoglienza al carcere - La composizione della popolazione detenuta più giovane permette di vedere ancora meglio questo processo. Nel 2025 gli stranieri rappresentavano il 31,7% della popolazione carceraria complessiva, ma la percentuale saliva al 57,5% tra i detenuti di 18-20 anni e al 47,7% nella fascia tra 21 e 24 anni. In Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto e Toscana la presenza straniera tra i detenuti appena maggiorenni supera in alcuni casi l’80%. Non basta leggere questi numeri come statistiche criminali. Una parte importante riguarda minori stranieri non accompagnati arrivati in Italia durante l’adolescenza. Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone, mette in relazione l’aumento della loro presenza negli IPM con l’indebolimento del sistema di accoglienza. Dopo la pandemia è cresciuto il numero dei minori stranieri presenti nel Paese, mentre sono diminuite le risorse destinate alla loro accoglienza e sono diventati più difficili da sostenere per gli enti locali i relativi costi. Il risultato, osserva Scandurra, è che molti più ragazzi finiscono per strada, aumentando inevitabilmente l’esposizione alla marginalità e alla devianza. Qui appare con particolare chiarezza il corto circuito dello Stato penale. Si riducono o si rendono insufficienti gli strumenti capaci di accompagnare un adolescente straniero, si lascia che al compimento dei diciotto anni venga meno una parte fondamentale della rete che lo aveva sostenuto e successivamente si interviene attraverso polizia, tribunale e carcere sulle conseguenze di quell’abbandono. Il problema sociale viene prima prodotto o aggravato attraverso la debolezza delle politiche di inclusione e poi reinterpretato come problema di sicurezza. La testimonianza di Fatima Ben Hijji, mediatrice culturale e presidente dell’associazione Pantagruel, restituisce la dimensione umana di questo passaggio. Racconta di ragazzi arrivati in Italia a quindici o sedici anni, in buona salute e con il progetto di lavorare per aiutare le proprie famiglie, ritrovati a diciannove o vent’anni in carcere con dipendenze, problemi psichiatrici e comportamenti autolesionistici. Il passaggio alla maggiore età diventa troppo spesso un precipizio: raggiunti i diciotto anni, giovani ancora bisognosi di accompagnamento vengono considerati improvvisamente autosufficienti e lasciati soli. Quando l’educazione viene sostituita dalla sedazione - Anche ciò che avviene una volta entrati negli istituti dovrebbe mettere in discussione la direzione intrapresa. Il sovraffollamento non significa soltanto più corpi dentro gli stessi spazi. Significa meno educatori per ogni ragazzo, meno possibilità di formazione, maggiori tensioni e una crescente difficoltà nel costruire progetti individualizzati. Il problema diventa ancora più grave quando i giovani adulti vengono trasferiti negli istituti ordinari, dove il rapporto tra educatori e detenuti è ancora più sfavorevole e le opportunità di accompagnamento sono generalmente inferiori a quelle previste nel circuito minorile. Il caso del Beccaria di Milano rappresenta sotto questo profilo un segnale particolarmente inquietante. Secondo i dati riportati negli appunti, negli ultimi due anni la spesa dell’istituto per antidepressivi e tranquillanti sarebbe aumentata del 110%. Il rischio è che alla progressiva riduzione dello spazio educativo corrisponda una crescente gestione farmacologica del disagio: ragazzi sedati proprio nelle ore che dovrebbero essere dedicate alla scuola, alla formazione e alla costruzione di strumenti con cui tornare nella società. La questione diventa ancora più grave alla luce delle recenti inchieste sulle violenze all’interno degli istituti minorili. Il Beccaria di Milano e Casal del Marmo a Roma, i due maggiori IPM del Paese, sono stati investiti da procedimenti relativi a presunti maltrattamenti e abusi. Nel caso romano il Gip è arrivato a utilizzare nell’ordinanza la parola “tortura”. Sarebbe semplicistico stabilire un rapporto automatico tra queste vicende e le riforme legislative, ma sarebbe altrettanto miope non vedere il contesto nel quale maturano: istituti più affollati, maggiore centralità della custodia, operatori sottoposti a condizioni di lavoro difficili e progressiva subordinazione della funzione educativa a quella contenitiva. Non si tratta quindi soltanto di chiedere più personale penitenziario. Servono educatori, psicologi, mediatori culturali, insegnanti, formazione professionale e comunità realmente capaci di costruire alternative. Soprattutto, occorre restituire alla giustizia minorile il principio secondo cui l’obiettivo non è amministrare nel modo più efficiente possibile la segregazione di un adolescente, ma evitare che quell’adolescente diventi un adulto stabilmente intrappolato nel circuito penale. Il carcere che costruisce ciò che pretende di combattere - Michel Foucault osservava in Sorvegliare e punire che una delle grandi contraddizioni dell’istituzione penitenziaria consiste nella sua capacità di riprodurre la delinquenza che dichiara di voler eliminare. I dati sulla recidiva rendono questa contraddizione estremamente concreta. Negli appunti viene indicato un tasso italiano intorno al 68%, mentre le stime comparative riportate risultano sensibilmente inferiori nei sistemi nei quali la rieducazione assume un ruolo maggiore e il carcere viene utilizzato in maniera più residuale. I confronti internazionali richiedono cautela per le differenti modalità di rilevazione, ma la direzione generale resta significativa. Ancora più significativo è il dato relativo al lavoro. Secondo le cifre richiamate dal programma Recidiva Zero del CNEL e del Ministero della Giustizia, tra i detenuti stabilmente inseriti in percorsi lavorativi la recidiva può scendere intorno al 2%. Il punto non è attribuire al lavoro una funzione moralizzatrice, né riproporre quella retorica della “legalità” che troppo spesso riduce la questione sociale all’adattamento individuale alle regole esistenti. Il dato mostra piuttosto quanto siano decisive condizioni materiali come reddito, competenze, relazioni sociali e possibilità concrete di costruire un’esistenza fuori dal circuito penale. Gli strumenti per intervenire almeno in parte esistono. La legge Smuraglia prevede incentivi fiscali e contributivi per chi assume persone detenute, ma rimane largamente sottoutilizzata, soprattutto nei confronti dei più giovani. Anche sul piano economico la scelta carceraria appare paradossale: secondo i dati riportati, una giornata di detenzione costa circa 150 euro per persona, mentre una misura nell’area penale esterna ne costa circa dodici. Continuare a investire prevalentemente nella detenzione significa dunque spendere enormemente di più per un modello che presenta risultati peggiori sul terreno del reinserimento. È questo il nodo che la discussione sulla cosiddetta criminalità giovanile tende sistematicamente a rimuovere. La questione non è scegliere tra indulgenza e severità, né negare la responsabilità di chi commette un reato. Bisogna decidere che cosa debba fare lo Stato dopo quel reato e quale risultato voglia ottenere. Se l’obiettivo è semplicemente punire, l’aumento della popolazione negli IPM può persino essere presentato come un successo. Se l’obiettivo è invece impedire che un adolescente continui a commettere reati e diventi un adulto stabilmente inserito nel circuito penitenziario, allora i numeri degli ultimi anni descrivono un fallimento. Gli articoli 27 e 31 della Costituzione indicano una direzione differente: la pena deve tendere alla rieducazione e la Repubblica deve proteggere l’infanzia e la gioventù. La Convenzione ONU impone inoltre che la privazione della libertà di un minore sia l’ultima risorsa e abbia la durata più breve possibile. Non sono concessioni sentimentali verso chi ha commesso un reato, ma principi costruiti sulla consapevolezza che un adolescente non è un adulto in miniatura e che la risposta dello Stato può determinare profondamente ciò che diventerà. Il raddoppio dei detenuti tra i 18 e i 20 anni, l’aumento degli ingressi negli IPM, l’espansione della custodia cautelare e il trasferimento crescente dei neomaggiorenni nelle carceri ordinarie indicano invece che stiamo percorrendo la strada opposta. Il sistema sociale arretra proprio dove sarebbero necessari accoglienza, scuola, salute mentale, formazione, lavoro e accompagnamento, mentre quello penale avanza per occupare lo spazio lasciato vuoto. È così che la marginalità viene progressivamente trasformata in devianza e la devianza in una carriera penale. La crisi degli istituti minorili non si risolverà quindi costruendo altre celle o rendendo ancora più facile rinchiudere un ragazzo. Richiede una scelta politica molto più radicale: tornare a considerare la detenzione minorile davvero come extrema ratio e spostare risorse e interventi dal controllo alla prevenzione, dall’istituzione totale ai territori, dalla custodia all’educazione e all’autonomia materiale. Perché quando lo Stato rinuncia a offrire a un adolescente una via d’uscita dalla marginalità e gli offre soprattutto il carcere, non sta prevenendo la devianza futura. Sta contribuendo a costruirne le condizioni. Nove mesi per una visita, sedici per una risposta: la giustizia che arriva quando non serve più di Dario Sorbo* Ristretti Orizzonti, 15 settembre 2026 Ho visto un istituto penitenziario da dentro, durante la Clinica Legale. Non l’ho più dimenticato. E quando ho letto la sentenza di cui vi parlo, ho capito che quello che avevo visto aveva un nome, un articolo di legge, e una condanna. Cominciamo dai fatti, che sono quelli che contano, non le mie opinioni. Bari, carcere. Un uomo malato - depressione grave, disturbo della personalità - tenta di uccidersi. Non una volta: quattro. Il 18 settembre 2019 un magistrato di sorveglianza, che il suo lavoro lo fa bene, ordina che quell’uomo venga osservato da uno psichiatra. Semplice, no? Un ordine, una firma, un timbro. Ebbene: passano nove mesi prima che qualcuno esegua l’ordine. Nove mesi in cui l’uomo resta dove si è già tentato di ammazzare quattro volte. E quando finalmente si tratta di decidere se scarcerarlo, la burocrazia ci mette sedici mesi a rispondere. Sedici mesi per dire sì o no a una domanda che, per chi la pone, è questione di vita. Io questa storia l’ho trovata scritta fredda, in una sentenza. Ma dietro il freddo delle sentenze c’è sempre un corpo che aspetta in una cella. Lo dico perché l’ho visto, un corridoio di carcere, con questi occhi: e non è un corridoio che perdona la distrazione di uno Stato. La sentenza si chiama A.Z. contro Italia. L’ha scritta la Corte europea dei diritti dell’uomo il 4 luglio 2024, e dice una cosa sola, ma la dice senza sconti: l’Italia ha violato l’articolo 3 della Convenzione, quello che vieta i trattamenti inumani e degradanti. Al detenuto sono stati riconosciuti diecimila euro di danno morale e ottomila di spese legali. Cifre che, a essere onesti, fanno quasi ridere se paragonate a nove mesi di attesa con un cappio, metaforico o no, sempre in vista. Ma non sono i soldi il punto. Il punto è la frase con cui i giudici hanno smontato la difesa del Governo italiano: i rapporti clinici prodotti, hanno scritto, erano generici e sporadici. Tradotto dal linguaggio dei tribunali a quello degli uomini: non c’era nessuno, davvero, che si prendesse cura di lui. Non mancava la legge. Badate bene: la legge, in Italia, su questo, c’è tutta. C’è il magistrato di sorveglianza. C’è l’osservazione della personalità. C’è la sanità penitenziaria, che sulla carta è la stessa che curerebbe chiunque altro. Ci sono le articolazioni per la salute mentale, ci sono le misure alternative per chi sta troppo male per restare dentro. Un arsenale di buone intenzioni. Eppure, a Bari, per mesi, quell’arsenale è rimasto chiuso nell’armadio. E qui la storia, per essere onesti fino in fondo, prende una piega che sorprende: perché la stessa identica sentenza racconta anche il contrario. Trasferito il 3 settembre 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, quell’uomo trova un’équipe che lo segue davvero - psichiatri, psicologi, controlli regolari - e da quel momento sta meglio. Nessun nuovo tentativo. La Corte, infatti, per questo secondo periodo assolve l’Italia. Il che significa una cosa sola, ed è la cosa più scomoda di tutto l’articolo: il sistema funziona, quando qualcuno decide che deve funzionare. Il problema non è che non si può fare. È che non lo si fa quasi mai. Perché, direte voi, dovrebbe interessarmi la storia di un uomo che non conosco, in un carcere che non visiterò mai? Perché non è un caso isolato: è una fotografia nitida di un Paese intero. L’ultimo rapporto di Antigone, presentato nel 2025, dice che le carceri italiane sono sovraffollate in media al 138,5 per cento. Dice che nel 2024 ci sono stati 91 suicidi dietro le sbarre, il numero più alto mai contato, e che nel 2025 se ne sono aggiunti altri 79. Dice che in 62 istituti su 95 visitati non c’era un medico presente ventiquattr’ore su ventiquattro. Dice che un detenuto su dieci ha una diagnosi psichiatrica grave, e che quasi uno su due vive sedato - sonniferi, ansiolitici, antipsicotici - perché è più facile, evidentemente, addormentare il disagio che curarlo. Aggiungiamoci un altro numero, che a me, da studente di Clinica Legale, ha fatto più impressione di tutti gli altri: gli educatori penitenziari in Italia erano, a maggio 2025, 963 su una pianta organica che ne prevedrebbe 1.040. Fate voi la divisione: in media un educatore ogni 64 detenuti. A Verona uno ogni 153. Provate a chiamare “trattamento individualizzato” un rapporto del genere, e vedrete che la parola si sgretola in bocca. Ecco perché A.Z. contro Italia non è, per me, una sentenza come le altre da studiare per un esame. È la prova che l’articolo 27 della Costituzione - quello che dice che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato - resta, per troppe persone, una promessa scritta e non mantenuta. Non basta scriverla bene, una promessa. Bisogna che ci sia qualcuno, nel momento giusto, a mantenerla. A Bari, per nove mesi, non c’è stato nessuno. *L’autore è laureato in Giurisprudenza con una tesi in Diritto Penitenziario sul trattamento dei detenuti, maturata anche attraverso un anno di Clinica Legale in Esecuzione penale, durante il quale ha visitato istituti penitenziari e osservato da vicino il lavoro della magistratura di sorveglianza. “Perché Meloni dovrebbe accettare l’invito ad andare al congresso dell’Anm” di Ermes Antonucci Il Foglio, 15 settembre 2026 Nitto Palma, ministro della Giustizia nel quarto governo Berlusconi e già presidente della commissione Giustizia del Senato, non ha dubbi: la presidente del Consiglio dovrebbe accogliere l’invito lanciatole dal presidente del sindacato togato, Giuseppe Tango, a presentarsi al congresso dei magistrati del prossimo 27-29 novembre, anche sapendo che l’accoglienza potrebbe essere tutt’altro che calorosa. Anzi, proprio per questo. Perché il congresso dell’Anm può diventare l’occasione per mettere sul tavolo, direttamente davanti alle toghe, una questione che da anni avvelena i rapporti tra politica e giustizia: quali sono i confini tra i poteri dello Stato. “Se fossi Meloni, andrei”, dice Palma. “Non spenderei una parola sul referendum - aggiunge -. L’esito è noto, il popolo si è espresso. Riportarlo al centro oggi non avrebbe alcun senso. Il tema vero è un altro. Bisogna tornare a parlare di correttezza istituzionale, di rispetto reciproco e dei territori di competenza”. È qui che l’ex ministro vede il nodo della crisi tra politica e magistratura. “Fino a trentacinque anni fa c’era una distinzione molto più netta. La vera frattura arriva con Mani Pulite”. Da allora, secondo Palma, una parte della magistratura ha progressivamente assunto “un ruolo quasi politico, o comunque para-politico”, entrando sempre più spesso nel terreno del confronto politico e legislativo. Un esempio riguarda il diritto di critica. “Non vedo perché un politico dovrebbe avere meno diritto di critica di qualsiasi altro cittadino nei confronti di una decisione giudiziaria”, afferma Palma. Cita il caso recente dell’uomo accusato di molestie nei confronti di una minore e scarcerato sulla base dell’impegno a non ripetere il comportamento. “Non entro nel merito della correttezza di quella ordinanza, ma è legittimo che abbia suscitato perplessità. Così come è legittimo che un politico lo dica pubblicamente”. Anche perché, sottolinea l’ex Guardasigilli, se una decisione è stata presa applicando correttamente la legge, la politica può comunque intervenire sulle norme, cioè “può cambiare le regole che hanno consentito quella decisione, quindi è legittimo che ne parli”. Palma contesta anche le polemiche sollevate dall’Anm contro le ispezioni disposte dal ministro della Giustizia Carlo Nordio: “Il ministro non può mandare gli ispettori a verificare la bontà o il merito di una decisione giudiziaria. Può però mandare gli ispettori per verificare se quella decisione sia stata adottata nel pieno rispetto della legge e se ci siano state violazioni disciplinari. Nordio ha detto chiaramente che l’iniziativa non mira a sindacare il merito della decisione, dunque non vedo dove sia lo scandalo”. Un altro punto su cui Meloni dovrebbe porre l’attenzione è l’opportunità che i magistrati intervengano per influenzare l’iter di approvazione delle riforme. “Il Consiglio superiore della magistratura - ricorda Palma - ha il compito di esprimere pareri sulle leggi che riguardano l’ordinamento giudiziario, non sul mondo della giustizia, come invece spesso accade”. I magistrati possono certamente criticare una riforma in discussione, ma “devono farlo con correttezza e molto garbo”. Quello che non possono fare, aggiunge Palma, è trasformare la critica in un attacco a chi sta esercitando la funzione legislativa, “altrimenti diventa un caos”. E’ proprio questo caos che l’ex ministro considera il prodotto di una “caduta pesante di stile e di comportamento da parte di tutti”. Le istituzioni, dice, sono come le persone: “Se ci si comporta con educazione e si spiegano civilmente le proprie ragioni, c’è sempre spazio per il confronto”. Ma i territori di competenza “sono ben delimitati: quando uno invade quello dell’altro, si crea il conflitto”. E allora Meloni dovrebbe andare. Non per riaprire la battaglia referendaria e nemmeno per cercare una rivincita davanti alle toghe. Dovrebbe andarci per dire, direttamente all’Anm, che la politica non accetta di essere relegata al silenzio sulle sentenze, che il ministro della Giustizia non può essere privato degli strumenti che la legge gli attribuisce e che anche la magistratura deve rispettare il perimetro delle proprie funzioni. Una presidente del Consiglio che accetta di entrare nella casa delle toghe per dirlo avrebbe molto più da guadagnare che da perdere. E se invece rifiutasse, osserva Palma, l’Anm avrebbe una replica fin troppo facile: “Vi avevamo invitato in un gesto di apertura e voi avete rifiutato”. L’Anm scende (di nuovo) in campo: “La Costituzione è ancora sotto attacco” di Valentina Stella Il Dubbio, 15 settembre 2026 Il Comitato direttivo rinvia la decisione. Tango denuncia gli attacchi ai giudici e annuncia l’invito a Meloni al congresso. “Commissione a difesa della costituzione” è un gruppo di lavoro nato in seno al Comitato direttivo centrale dell’Anm per fronteggiare il referendum costituzionale. Terminata quella stagione, sabato scorso il “parlamentino” si è chiesto se terminare o meno quella esperienza. Ne è nata una lunga e accesa discussione il cui esito è rimandato al prossimo Cdc. Ma quello che è emerso è che l’Anm, fatta qualche eccezione, non è affatto intenzionata a gettare le armi. “La Costituzione è ancora in pericolo, come la nostra autonomia e indipendenza, ergo dobbiamo rimanere vigili” è il ragionamento prevalente. In gioco c’è molto: a partire dagli attacchi subìti dal gip di Torino per aver scarcerato un commerciante bengalese che ha palpato i seni di una minorenne. “Fermatevi, prima che sia troppo tardi!” è l’appello lanciato dal presidente Giuseppe Tango a tutta la politica, da destra a sinistra: “Ve lo diciamo perché crediamo nel valore del confronto, nell’importanza del dialogo con le istituzioni. Noi siamo pronti a fare la nostra parte, per questo inviteremo la presidente del Consiglio al congresso, perché è giusto parlarsi nel rispetto reciproco”. Per questo, tra l’altro, è stata approvata, emendata, la proposta di Unicost per “portare all’attenzione delle sedi istituzionali competenti, nazionali ed europee, la gravità del fenomeno descritto, sollecitando iniziative di contrasto alla campagna di sistematica delegittimazione dei magistrati”. Ma c’è ben altro sul tavolo: c’è l’osmosi con la società civile, uscire dai palazzi di giustizia e fare politica, qualsiasi cosa significhi. “Siamo andati in strada, siamo andati in piazza, ci siamo seduti persino per terra a parlare con le persone” in vista del 22 e 23 marzo ha ricordato Andrea Vacca (Area) e adesso “portiamo la Commissione nella società civile” ad esempio “parlando di ambiente a Taranto”. Ancora più esplicito Antonio Diella (Area): “Se continuiamo che noi ce la cantiamo e noi ce la suoniamo, non abbiamo sostanzialmente imparato niente dall’esperienza referendaria. I cittadini dovrebbero confrontarsi col dato costituzionale, nell’applicazione concreta che ne fa la giurisdizione”. Pronto a scendere in campo l’ex presidente Anm, Cesare Parodi (Mi): “La situazione non è affatto finita. Non ci saranno a breve dei nuovi referendum sulla giustizia, ma ci sono stati degli attacchi potenti, insidiosi all’autonomia e all’indipendenza della magistratura, non in chiave direttamente costituzionale, ma con delle leggi che mirano a svuotarne il contenuto come la legge sulla responsabilità civile dei magistrati”. Dal fronte opposto si è detta d’accordo Rachele Monfredi (Md): “Vinto il referendum, noi non abbiamo risolto i problemi. Possiamo illuderci di essere al riparo, tuttavia con le leggi ordinarie, ma vi dico di più pure con le circolari del Csm, si può arrivare a molto peggio”. Qualche perplessità dal vice presidente Anm Marcello De Chiara (Unicost): ““Difesa della Costituzione” può diventare una mission dai confini non ben definiti perché nella Costituzione è scritto tutto quindi significherebbe dire a questa Commissione di occuparsi di qualunque tematica e li avrei un po’ più di difficoltà a sostenere questo progetto”. Nettamente contrario Andrea Reale, del gruppo dei CentoUno: “La Costituzione non si deve salvare, non si deve difendere e non si deve necessariamente conservare. Si rispetta. Noi, come magistrati, abbiamo questo dovere: semplicemente di essere soggetti alla legge, anche quella costituzionale”. Per Reale poi “non è accettabile che, una volta terminata l’esperienza del Comitato Giusto Dire NO, oggi si riprende invece con “Officina Costituzione”, a cui partecipano anche alcuni magistrati a Napoli e parlano anche della legge elettorale”. Critico anche Gerardo Giuliano (Mi): “I magistrati, nell’esercizio delle loro funzioni, quotidianamente difendono la Costituzione. Nella misura in cui ritengono che determinati provvedimenti legislativi siano o meno conformi ad essa lo sottopongono al vaglio della Costituzione”, ma soprattutto “la giustizia non deve rincorrere il consenso. Se l’attività associativa ha come obiettivo quello di rincorrere il consenso diventa attività politica in senso puro, e questa è una linea rossa che l’associazione non deve superare”. Ha replicato Stefano Celli (Md): “Qui nessuno ha detto che dobbiamo fare attività politica, che è un po’ poi l’argomento che da Berlusconi in poi ci addebitano. Ma vogliamo contribuire allo sviluppo della Repubblica come cittadini che in particolare hanno una competenza specifica e una vita culturale e le mettono a disposizione degli altri”. La legittima difesa torna in Parlamento: il centrodestra prova a spostare il confine di Simona Musco Il Dubbio, 15 settembre 2026 Tre disegni di legge diversi, una direzione politica comune: rafforzare la tutela di chi si difende da un’aggressione e ridurre il rischio che sia l’aggredito a finire sotto accusa o a pagare le conseguenze della propria reazione. È questo il filo che lega le tre proposte incardinate presso la Commissione Giustizia al Senato, presieduta da Giulia Bongiorno, che ne è anche la relatrice. Il calendario della discussione verrà stabilito durante la seduta di oggi. I testi non sono sovrapponibili e intervengono su ambiti differenti. Ma a unirli è una precisa impostazione: il cittadino che reagisce a una violenza non deve essere lasciato solo. Un tema che torna ciclicamente al centro del dibattito politico attraverso i casi di cronaca, come quello di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato per omicidio volontario dopo aver inseguito e ucciso due rapinatori, diventato uno dei simboli della discussione sulla legittima difesa. Un caso che, proprio perché conclusosi con una condanna per omicidio volontario, mostra anche il limite di qualsiasi semplificazione: non ogni reazione è legittima. Le nuove proposte nascono dentro questa tensione: da una parte la necessità di mantenere il confine tra difesa e vendetta, dall’altra la volontà politica di evitare che chi subisce un’aggressione sia chiamato a rispondere per una reazione maturata in condizioni di paura e concitazione. Con il rischio, però, proprio di autorizzare la vendetta, soluzione che dalle parti di Forza Italia piace poco. Il disegno di legge n. 167, di iniziativa del forzista Maurizio Gasparri, è il più risalente dei tre. Presentato all’inizio della legislatura, interviene sulla riforma del 2019 con due obiettivi distinti. Il primo riguarda la sospensione condizionale della pena, prevedendo che, anche in caso di condanna per rapina, la sospensione condizionale sia subordinata al pagamento integrale del risarcimento dovuto alla persona offesa. La legge prevede attualmente questa condizione per il furto in abitazione e per il furto con strappo, ma non per la rapina. Gasparri, sulla scorta dei rilievi a suo tempo mossi dal Presidente della Repubblica, propone dunque di estendere anche a quest’ultima fattispecie la medesima disciplina, tanto per la rapina propria quanto per quella impropria. Il secondo intervento è quello che riguarda direttamente chi si difende. Oggi il testo unico sulle spese di giustizia consente allo Stato di farsi carico dell’onorario del difensore e delle altre spese per chi sia stato destinatario di un’archiviazione o di una sentenza favorevole fondata sulla legittima difesa, ma il beneficio è limitato alle ipotesi di legittima difesa domiciliare e alle fattispecie assimilate. La proposta estende la copertura anche nei casi di legittima difesa fuori dall’abitazione, dal negozio o dal luogo di lavoro, per esempio, in strada. Il secondo testo, il n. 1532, a prima firma Raffaele Speranzon, di FdI, si muove invece sul terreno della responsabilità civile. La premessa politica è netta: chi mette deliberatamente in pericolo l’incolumità altrui con una condotta violenta o gravemente intimidatoria non dovrebbe poter pretendere, in determinate circostanze, lo stesso livello di tutela risarcitoria riconosciuto a chi sia estraneo alla situazione di pericolo. Da qui la proposta di escludere integralmente il risarcimento quando il danneggiato abbia agito consapevolmente e volontariamente con violenza non lieve contro la persona o il patrimonio, oppure abbia minacciato l’uso di armi o di altri mezzi di coazione fisica. La filosofia della proposta è riassunta nella relazione con una formula volutamente politica: “La violenza non paga”. È però il disegno di legge 1972, a firma del leghista Claudio Borghi, quello destinato a incidere più profondamente sulla disciplina penale. La proposta aggiunge un quinto comma all’articolo 52 del codice e introduce una nuova ipotesi di non punibilità, la “ipotesi Roggero”: in caso di aggressione a mano armata in casa o sul luogo di lavoro, afferma il testo, non sarebbe punibile qualsiasi reazione posta in essere nell’immediatezza del fatto da chi subisce l’aggressione. La formula è particolarmente ampia e la non punibilità opererebbe indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi utilizzati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta. Una riforma che “correggerebbe” quella del 2019, pure firmata Lega, che non ha salvato il gioielliere oggi tanto caro a Matteo Salvini, rimanendo necessari, per l’esimente della legittima difesa, elementi come l’attualità del pericolo, la necessità della reazione e la sua finalità difensiva. Il ragionamento è questo: chi viene aggredito all’improvviso non dispone necessariamente del tempo e della lucidità necessari per compiere il calcolo giuridico della proporzionalità. Da qui la necessità, secondo Borghi, di tenere in considerazione la condizione concreta della vittima e non sottoporla, dopo il fatto, a una ricostruzione completamente astratta della reazione. Tre proposte diverse, dunque, ma una stessa sfida politica: trasformare la legittima difesa, ancora una volta, in uno dei terreni su cui il centrodestra sfida gli avversari in vista del ritorno alle urne. Pubblicità delle sentenze di assoluzione, il ddl Costa è al Senato di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 15 settembre 2026 “Combatto da anni una battaglia difficilissima: cancellare le notizie relative al procedimento penale nei miei confronti da cui sono stato assolto”, afferma al Riformista Orazio Elia, ex sindacalista della Uil, coinvolto nel 2017 nella maxi inchiesta della Dda del capoluogo lombardo, allora diretta da Ilda Boccassini, sulle infiltrazioni mafiose nei servizi di vigilanza al Palazzo di giustizia di Milano. “A distanza di quasi dieci anni, il mio nome è ancora associato a quello del clan Laudani di Catania”, aggiunge Elia. “Per fortuna i miei amici sanno chi sono. Il problema si pone però con chi non mi conosce e legge le notizie su di me in Rete”, puntualizza l’ex sindacalista. Il diritto all’oblio con le regole attuali non rappresenta una strada semplice né automatica. Chi è stato assolto può chiedere la deindicizzazione degli articoli dai motori di ricerca, ma non può pretendere che ogni traccia della vicenda venga cancellata dal web. Occorre valutare il tempo trascorso, l’interesse pubblico alla notizia, il ruolo della persona coinvolta e la natura delle informazioni pubblicate. Una richiesta può dunque essere respinta anche quando il procedimento, come nel caso di Elia, si è concluso con un’assoluzione. Per risolvere il problema vi sarebbe allora il ddl di Enrico Costa, capogruppo di Forza Italia alla Camera, sulla “pubblicità delle sentenze di assoluzione”. Il provvedimento ha ottenuto la scorsa primavera il primo via libera alla Camera ed è ora in Commissione giustizia a Palazzo Madama. Si spera venga approvato prima della fine della legislatura. Il tema sollevato da Costa è semplice, ma investe uno dei nervi scoperti della giustizia italiana: l’enorme sproporzione tra la pubblicità dell’accusa e quella dell’assoluzione. Un arresto, una perquisizione, una richiesta di rinvio a giudizio possono occupare per giorni le prime pagine e i titoli dei telegiornali. Quando arriva l’assoluzione, invece, la notizia spesso non trova lo stesso spazio. Il risultato è che il sospetto può diventare permanente, mentre la decisione giudiziaria che lo cancella resta confinata agli atti del processo. Per Costa è necessario dare “visibilità” alle assoluzioni: in caso contrario, il rischio è che la reputazione di una persona rimanga segnata da un’accusa anche quando il giudice ne abbia escluso la responsabilità. La proposta introduce nel Codice della privacy il nuovo articolo 144-ter. Il meccanismo è semplice: se una testata ha dato notizia di un procedimento penale, la persona che ne è uscita con un’assoluzione, un proscioglimento, un non luogo a procedere o un’archiviazione può chiedere che venga data pubblicità anche al provvedimento favorevole, con un rilievo adeguato allo spazio riservato in precedenza alla vicenda giudiziaria. E senza costi per l’interessato. Se la testata non provvede, l’interessato può rivolgersi al Garante della privacy, che deve decidere entro cinque giorni e, se necessario, ordinare la pubblicazione della notizia. “È un riequilibrio del racconto giudiziario - sottolinea Costa - perché oggi il procedimento penale può lasciare una traccia pubblica molto più profonda della sentenza che lo conclude”. L’efficacia della norma dipenderà molto dalle modalità concrete di applicazione. Sarà decisivo capire come si regoleranno gli organi di informazione. Questi ultimi, già in sede di audizione alla Camera, erano saliti sulle barricate, accusando il legislatore di voler invadere il campo della libera attività giornalistica. La solitudine di Lea e Denise: “Io, testimone di giustizia, vi spiego quanto costa scegliere la libertà” di Antonino De Masi* Avvenire, 15 settembre 2026 Quanto vale la libertà? La morte di Denise mi ha costretto a fermarmi. Non voglio aggiungere parole di circostanza alle tante che in questi giorni sono state pronunciate e non voglio commemorare. Vorrei, piuttosto, provare a comprendere e, soprattutto, rivolgere alcune domande a noi cittadini, alla società nella quale viviamo e alle istituzioni che rappresentano la nostra Repubblica. Per farlo bisogna tornare indietro, bisogna tornare a Lea Garofalo. Lea era una giovane donna calabrese. Viveva dentro un mondo nel quale il potere criminale poteva offrire denaro, disponibilità economica, relazioni, protezione, quella forma falsa e malata di rispetto che nasce dalla paura. Era la compagna di un uomo appartenente a quel mondo ed era madre di una bambina, Denise. A un certo punto della sua vita Lea si trovò davanti a un bivio. Da una parte c’erano il denaro, il potere, la sicurezza materiale che quel sistema poteva garantire, purché se ne accettassero le regole; dall’altra c’erano la dignità e la libertà. Ma quella seconda strada aveva un prezzo enorme: rompere con il proprio mondo, denunciare, vivere sotto protezione, perdere relazioni e radici, esporsi alla vendetta. Proviamo per un momento a togliere Lea dalla storia e a mettere noi stessi davanti a quel bivio. Viviamo in una società nella quale il successo viene troppo spesso misurato attraverso ciò che possediamo: denaro, case, automobili, posizione sociale, potere. Parole come dignità, onore, libertà, rispetto sembrano talvolta appartenere a un vocabolario antico, quasi ingenuo. E allora la domanda diventa scomoda: che cosa avremmo scelto noi? Quanti di noi sceglierebbero la dignità sapendo di poter perdere il benessere? Quanti sceglierebbero la libertà sapendo che quella scelta potrebbe significare paura, isolamento, rinunce? Quanti sceglierebbero di essere liberi sapendo che il prezzo potrebbe ricadere anche sui propri figli? Lea scelse. E credo che nella sua scelta ci fosse qualcosa di ancora più grande della propria libertà: era una madre e scelse quale ricchezza lasciare a sua figlia. Avrebbe potuto consegnarle la ricchezza materiale di quel mondo; scelse invece di provare a consegnarle una ricchezza infinitamente più difficile da possedere: la dignità di essere libera. Per quella scelta Lea fu uccisa. E Denise? Denise scelse sua madre. Ebbero un significato enorme le parole con cui, divenuta adulta, rivendicò la propria condizione di testimone di giustizia e la scelta compiuta contro suo padre come una scelta di libertà interiore. Non era soltanto una deposizione processuale: era la prosecuzione della scelta di Lea. Madre e figlia, in momenti diversi, avevano scelto la stessa parte del bivio. Ed è qui che la loro storia dovrebbe smettere di essere soltanto la storia di Lea e Denise e diventare una domanda per tutti noi. Perché Denise, dopo quella scelta, dovette vivere protetta, nascondere la propria identità, allontanarsi dalle proprie radici e ricostruire una vita che portava dentro una ferita immensa. Sua madre aveva rifiutato il mondo criminale per regalarle un’identità libera e, per proteggerla da quel mondo, Denise dovette nascondere la propria identità. È un paradosso che dovrebbe interrogarci profondamente. Denise è morta a trentacinque anni. Non voglio trasformare il suo ultimo gesto in una spiegazione semplice di una vita che semplice non è stata, ma davanti alla sua morte sento il dovere di pormi una domanda che riguarda ciò che siamo stati capaci di offrirle dopo che lei e sua madre avevano pagato un prezzo così alto per scegliere la libertà. Perché un essere umano non è soltanto un corpo da mantenere in vita. È un nome, è memoria, è appartenenza; sono radici, una famiglia, amicizie, affetti, lavoro, quotidianità. È la possibilità di camminare per strada senza sentirsi estraneo alla propria esistenza, è la possibilità di riconoscersi e di essere riconosciuto. È dignità ed è libertà. Ed è proprio qui che voglio rivolgermi alle Istituzioni. Lo faccio senza retorica e senza chiedere privilegi per nessuno. Un testimone di giustizia non è un oggetto da proteggere, non è un numero, non è un fascicolo, non è una scorta. Non è una pratica da istruire, trasferire da un ufficio all’altro e infine archiviare: è un essere umano. Dietro ogni pratica esistono una persona, una famiglia, dei figli, una storia, paure, speranze, identità, affetti. E quei figli sono spesso ragazzi e ragazze che non hanno compiuto alcuna scelta e non hanno alcuna colpa, ma possono pagarne per anni le conseguenze sulla propria normalità, sulle relazioni, sulle radici e sulla libertà. Io questo lo so. Da molti anni vivo sotto scorta, la mia azienda è presidiata e anche i miei figli vivono sotto protezione. La mia famiglia conosce il prezzo che può accompagnare determinate scelte e i miei figli hanno pagato conseguenze per decisioni che non avevano preso loro. Non lo dico per sovrapporre la mia storia a quella di Lea e Denise, sarebbe sbagliato. Lo dico perché conosco quel bivio. E anni fa, davanti alla Commissione parlamentare antimafia, sentii il bisogno di dire allo Stato una cosa semplicissima: io non sono una controparte. Dovrei essere una persona che lo Stato accompagna affinché possa avere una prospettiva, non un ostacolo. Oggi quella domanda è ancora più grande. A coloro che rappresentano le Istituzioni vorrei dire: non considerate queste persone un problema da gestire, considerate queste persone per ciò che sono, una risorsa della Repubblica, un riferimento. Sono persone che hanno reso concreti, attraverso la propria vita, quei valori che lo Stato proclama nelle sue leggi, nella Costituzione, nelle cerimonie e nei giuramenti. E allora siate voi, uomini e donne dello Stato, all’altezza dello Stato che rappresentate. Gestite queste vite con umanità, con rispetto e con onore, perché libertà, dignità, legalità e onore non possono essere soltanto parole solenni pronunciate davanti a una bandiera. Devono diventare comportamenti quando davanti a quella bandiera arriva un essere umano che quelle stesse parole le ha vissute sulla propria pelle. Forse abbiamo imparato a proteggere un testimone dalla criminalità; dobbiamo chiederci se abbiamo imparato anche a proteggere il significato della sua scelta. E se non lo abbiamo fatto, dobbiamo avere il coraggio di domandarci se non vi sia stato qualcosa di più grave di un errore amministrativo: il mancato rispetto, forse persino il tradimento, di quei valori umani e costituzionali che diciamo di voler difendere. Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui e processare soltanto lo Stato, perché c’è un altro destinatario al quale voglio parlare: noi, i cittadini. Noi che ogni mattina ci alziamo, usciamo di casa, accompagniamo i nostri figli a scuola, lavoriamo, incontriamo gli amici, viaggiamo, scegliamo dove vivere, diciamo ciò che pensiamo e consideriamo tutto questo normale. Abbiamo mai pensato a quanto vale questa normalità? Abbiamo mai pensato a quanto vale la nostra libertà? La libertà non è gratuita. Qualcuno, prima di noi e accanto a noi, ne ha pagato e continua a pagarne il prezzo. Quando un uomo denuncia un’estorsione, quando una donna rompe con una famiglia mafiosa, quando un imprenditore rifiuta il compromesso, quando un cittadino entra in un’aula di tribunale e indica il proprio aguzzino, quella persona non sta compiendo soltanto un atto privato: sta togliendo spazio alla paura, sta sottraendo territorio al potere criminale, sta dicendo che esiste un limite oltre il quale la violenza non può governare la vita degli uomini e, quindi, sta difendendo anche la nostra libertà, anche la vostra, anche quella dei vostri figli. È questo che troppo spesso non comprendiamo dei testimoni di giustizia. Non chiedono gratitudine perché sarebbero migliori degli altri e non hanno bisogno di essere trasformati in eroi; hanno bisogno che comprendiamo che la loro scelta produce un bene del quale beneficiamo tutti. Nel mio libro Inferi ho scritto che, dopo tutto ciò che avevo attraversato, continuavo a reclamare il diritto alla libertà “per coloro che amo e per chi verrà dopo di me”. È questo il senso: la libertà conquistata da uno può diventare libertà per molti. Ma anche l’abbandono di uno produce un messaggio per molti. Se chi accetta il compromesso continua tranquillamente la propria vita mentre chi sceglie la legalità perde identità, serenità, lavoro, radici e normalità, quale messaggio stiamo consegnando a un ragazzo che domani dovrà scegliere? Se denunciare significa diventare un problema, perché dovrebbe denunciare? Se scegliere lo Stato significa essere condannati alla solitudine, perché dovrebbe scegliere lo Stato? Questa è la responsabilità che abbiamo tutti, anche noi cittadini quando voltiamo la testa, quando celebriamo i morti e dimentichiamo i vivi, quando partecipiamo a una commemorazione, pronunciamo la parola legalità e il giorno successivo torniamo alla nostra indifferenza. Ho scritto, pensando a Libero Grassi, quanto sia terribile un Paese capace prima di lasciare soli i propri figli migliori e poi di piangerli quando non ci sono più. Non facciamolo ancora con Lea, non facciamolo con Denise e, soprattutto, non continuiamo a farlo con coloro che sono vivi. Guardiamoli, ascoltiamoli e restituiamo loro il posto che meritano nella comunità: non come vittime da compatire, non come problemi da amministrare, ma come cittadini che, scegliendo la libertà quando sarebbe stato più conveniente voltarsi dall’altra parte, hanno difeso un pezzo della libertà di tutti noi. Alla fine della mia vita non vorrei essere ricordato per ciò che ho posseduto. La ricchezza che vorrei lasciare è soprattutto un patrimonio di valori e ho provato a riassumere la mia esistenza in una scelta: vivere da uomo libero. Oggi, davanti a Lea e Denise, quella parola, libertà, pesa ancora di più, perché forse abbiamo dimenticato quanto costa. E allora vorrei lasciare due domande. La prima alle Istituzioni: avete davvero compreso quale patrimonio umano e democratico vi viene affidato quando un cittadino sceglie lo Stato contro la criminalità? Avete compreso che trasformarlo in un problema significa rischiare di tradire proprio i valori che siete chiamati a custodire? La seconda è per ciascuno di noi: quanto vale la libertà nella quale viviamo? E se qualcuno ha sacrificato una parte della propria vita perché quella libertà fosse anche nostra, possiamo davvero permetterci di lasciarlo solo? Lea ha scelto, Denise ha scelto e tanti uomini e tante donne continuano a scegliere. Adesso tocca a noi decidere da quale parte stare. Smettiamo di isolare Abele. È Caino che deve essere isolato. *Imprenditore e testimone di giustizia Ramy, l’avvocato Romagnoli: “La ricostruzione in 3D dimostra che è omicidio volontario” di Giansandro Merli Il Manifesto, 15 settembre 2026 Il legale - che con la collega Debora Piazza difende Fares Bouzidi, l’amico della vittima alla guida dello scooter - risponde alle domande del manifesto dopo la pubblicazione del video che smentisce la versione dei militari. “La responsabilità della morte di Elgaml è dei carabinieri, in udienza chiederemo di scagionare il nostro assistito”. Nella vicenda giudiziaria che nasce dalla morte di Ramy Elgaml, il 24 novembre 2024 nel quartiere Corvetto di Milano, gli avvocati Marco Romagnoli e Debora Piazza difendono Fares Bouzidi. L’amico che guidava lo scooter e che dopo una condanna per resistenza ne rischia un’altra per concorso in omicidio stradale. Il caso è delicato, come tutti quelli che coinvolgono le forze dell’ordine, ma la coppia di legali ha fatto il callo ai procedimenti discussi sotto i fari della cronaca. Ha già difeso la famiglia di Younes El Boussettaoui, cittadino marocchino ucciso a Voghera, nel processo che ha portato alla condanna a 12 anni dell’ex assessore leghista alla sicurezza Massimo Adriatici e assiste i parenti di Abderrahim Mansouri, per la cui morte i pm di Milano hanno chiuso le indagini contro l’ex poliziotto Carmelo Cinturino con l’ipotesi di omicidio aggravato dalla premeditazione. In tutti questi casi la versione iniziale dei fatti è stata ribaltata anche grazie ai due avvocati. Cosa dimostra la ricostruzione 3D dell’inseguimento che avete depositato ieri e che il manifesto ha pubblicato in esclusiva? Dimostra che siamo di fronte a un caso di omicidio volontario commesso dal carabiniere che guidava la macchina durante l’inseguimento. Lo abbiamo sempre sostenuto, ora i nostri consulenti di Index lo hanno provato su basi oggettive. Nella vicenda bisogna scindere la fuga della moto dalla morte del ragazzo. La prima è già stata giudicata come resistenza a pubblico ufficiale e il nostro assistito ha ricevuto una condanna. Ora il punto è la seconda: il decesso di Elgaml e il ferimento grave dello stesso Bouzidi. Qui le responsabilità sono esclusivamente dei carabinieri, come conferma la ricostruzione: non solo c’è stato un primo speronamento volontario in virtù del quale la moto ha perso il controllo ed è andata dritta contro il semaforo, ma ce n’è stato anche un secondo quando i carabinieri hanno deviato la marcia verso sinistra per andare a incrociare di nuovo la moto, schiacciandola contro il semaforo. L’esperto nominato dalla procura aveva escluso questa dinamica... Questo video lo smentisce in modo oggettivo: i software utilizzati per la ricostruzione tridimensionale e la digitalizzazione svolgono un lavoro scientifico. Si mettono i dati a disposizione e il programma li digitalizza e li elabora, creando una ricostruzione tridimensionale sulla base di quegli elementi. Abbiamo anche la fortuna che tutto è avvenuto in una strada con i binari del tram: nel momento dello speronamento si vede la gazzella dei carabinieri che si sposta verso sinistra rispetto ai binari e contestualmente c’è la deviazione repentina del faro dello scooter. La polizia locale, seppur con strumenti meno efficaci di quelli che abbiamo usato noi, l’aveva già detto. Non so per quale motivo questi elementi oggettivi sono stati disattesi dal consulente della procura. In ogni caso raccontano chiaramente che la realtà è uno speronamento seguito da un investimento. La cosa che rattrista tutti e che dovrà essere sottolineata a processo è che se non ci fosse stata la seconda deviazione verso sinistra da parte dei carabinieri con l’investimento che travolge la moto contro il palo semaforico probabilmente i due ragazzi si sarebbero fatti male ma non sarebbe morto nessuno. L’autopsia cosa ha stabilito? Che la morte non è causata dall’impatto col semaforo, ma dallo schiacciamento. Infatti muore il passeggero, che è dietro, perché rimane schiacciato tra semaforo e gazzella dei carabinieri. Le “due distinte deviazioni” verso il motociclo mostrate da Index sono coerenti con i segni rimasti sulla parte destra dello scooter su cui viaggiavano i due ragazzi e in particolare sulla marmitta? Sono molto coerenti e questo dimostra la bontà del lavoro che è stato fatto nella nostra consulenza perché trova riscontri negli elementi oggettivi. Dice che la marmitta del motociclo è stata spostata e danneggiata per un contatto riconducibile alla gazzella. E poi c’è sempre l’elemento della deviazione della luce del faro anteriore, nello stesso esatto momento in cui la gazzella si sposta verso sinistra. Questa ricostruzione cambia la linea difensiva? Non la cambia, la sostiene. Il 24 settembre ci sarà l’udienza preliminare. Cosa chiederete? L’udienza probabilmente slitterà perché è stato indetto uno sciopero delle camere penali. Comunque appena possibile, mi auguro a breve, chiederemo che il giudice riqualifichi il reato in omicidio volontario in capo al carabiniere che conduceva la gazzella e scagioni completamente Fares Bouzidi dal reato di omicidio stradale. Perché non ha concorso o cooperato in nessun modo alla causa della morte del povero Ramy. Minore recluso in un Cara per adulti, Italia condannata di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 15 settembre 2026 Strasburgo ha condannato l’Italia per aver tenuto rinchiuso in un centro nato per adulti un ragazzo ivoriano di 15 anni, arrivato da solo, senza che un atto scritto spiegasse perché non potesse uscire. La sentenza riguarda i due mesi e mezzo passati nel Cara di Restinco, alle porte di Brindisi, tra il 6 ottobre e il 22 dicembre 2023. Il Cara è il centro di accoglienza per richiedenti asilo. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha accertato la violazione dell’articolo 5 della Convenzione europea, quello che protegge la libertà personale: nessuno può essere trattenuto senza una legge che lo preveda, chi viene privato della libertà ha diritto di sapere il perché e ha diritto a un giudice che controlli. Tre garanzie, tutte saltate. Allo Stato il conto: 4mila euro di danno non patrimoniale. Il ragazzo era sbarcato il 3 agosto 2023. Aveva chiesto protezione internazionale ed era finito in un centro di accoglienza straordinaria a Carovigno, sempre nel Brindisino. Lì disse di essere minorenne e mostrò la foto del proprio certificato di nascita, che indicava quindici anni. Le autorità avviarono l’accertamento dell’età, concluso il 2 ottobre 2023 con la conferma: aveva meno di diciotto anni. Quattro giorni dopo, invece di raggiungere una comunità per minori, venne portato a Restinco, struttura pensata per adulti e poi destinata ad accogliere minorenni per via del forte aumento degli arrivi di ragazzi soli. La sentenza registra un dettaglio: per tutta la permanenza il tutore provvisorio del quindicenne è stato il direttore del centro, cioè chi gestiva il luogo dove il ragazzo era trattenuto. Un nuovo tutore arriverà il 14 giugno 2024. Il 20 dicembre 2023 i legali bussano a Strasburgo con l’articolo 39 del regolamento della Corte, la procedura d’urgenza che permette ai giudici europei di ordinare a uno Stato un intervento immediato. Chiedono che il ragazzo venga portato in una struttura per minori soli. Due giorni dopo il trasferimento avviene. Davanti ai giudici il governo italiano ha sostenuto che di detenzione non si poteva parlare: la permanenza sarebbe durata il tempo necessario a individuare una destinazione e un progetto su misura. Quanto alle uscite, la posizione del centro e il numero dei minori rendevano difficile organizzarle garantendo la sicurezza dei ragazzi. La Corte ha smontato l’argomento tramite l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, ascoltata il 24 ottobre 2023 dal Comitato parlamentare Schengen, Europol e immigrazione. In sentenza c’è il racconto di una sua visita alla struttura incriminata: “i ragazzi faticano a capire di non essere in carcere: c’è un muro altissimo, un cancello di ferro, e fuori ci sono militari con i manganelli, perché lì vicino c’è un centro di permanenza per i rimpatri”, cioè il luogo dove si trattengono gli stranieri in attesa di espulsione. I militari, annota l’Autorità, non sono lì per loro, ma molti di quei ragazzi arrivano dalla Libia e la distinzione non la colgono. E comunque non escono, perché il personale non basta. Da lì la conclusione: il ragazzo è stato collocato nel centro dalle autorità italiane e ci è rimasto due mesi e mezzo senza una base giuridica chiara e accessibile, cioè senza una norma che dicesse quando e perché un minore solo può essere trattenuto, e senza alcun provvedimento motivato. È stato privato arbitrariamente della libertà. E siccome quella base legale mancava, Strasburgo non vede come le autorità avrebbero potuto spiegargli i motivi del trattenimento o metterlo in condizione di contestarlo davanti a un giudice. Le condizioni materiali, invece, non passano - Sull’articolo 3 della Convenzione, che vieta la tortura e i trattamenti inumani o degradanti, il ricorso è stato dichiarato irricevibile. La difesa aveva descritto un centro con 88 minorenni in stanze da tre o quattro metri quadri, quattro letti ciascuna, senza porte a separarle dagli altri spazi. Vestiario inadeguato all’inverno, prodotti per l’igiene consegnati una volta al mese, personale insufficiente, attività quasi inesistenti: in due mesi e mezzo, cinque lezioni di italiano e due incontri di educazione stradale. Fotografie a sostegno. Il governo ha contestato tutto e ha prodotto altre fotografie. La Corte ha notato che nessuno dei due fascicoli fotografici riportava data o luogo, e che l’unica immagine di una camera depositata dallo Stato sembrava ritrarre lo stesso ambiente mostrato dal ragazzo, seppure in condizioni migliori. Su vestiario, igiene e cibo ha giudicato generiche le accuse, visto che l’elenco degli oggetti consegnati all’arrivo appariva sufficiente. Sulle attività ha ripreso gli stessi numeri della difesa, aggiungendo tre colloqui psicologici e il supporto di un’associazione esterna. La soglia di gravità richiesta dall’articolo 3 non è stata raggiunta. L’Autorità garante, osserva la Corte, aveva parlato della privazione della libertà, non delle condizioni materiali. La difesa aveva chiesto 30mila euro di danno e 10mila per le spese legali. La Corte ha liquidato 4mila euro, da pagare entro tre mesi, e ha respinto le spese perché non erano stati depositati i documenti che ne provassero il pagamento. Il collegio era composto dalla presidente María Elósegui, da Gilberto Felici e da Diana Sârcu. Restinco non è un caso isolato, e la sentenza lo dice citando altre condanne. C’è H.D. contro Italia del 9 aprile 2026, non ancora definitiva, che riguarda ancora un minore solo chiuso in un Cara. E c’è Darboe e Camara contro Italia del 21 luglio 2022, che sull’accertamento dell’età e sulla tutela dei ragazzi soli aveva già condannato il nostro Paese. Il ricorso è stato curato dagli avvocati Marina Angiuli e Dario Belluccio, del foro di Bari, con il supporto di Erminia Sabrina Rizzi. Il loro commento, diffuso dall’Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, va oltre il caso singolo: “Si tratta dell’ennesima decisione che accerta la strutturale mancanza di cura dell’Italia per la condizione dei minori stranieri non accompagnati e la condanna al risarcimento del danno”. Governo e Parlamento, aggiungono, dovranno tenerne conto nell’attuazione del nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo e del prossimo regolamento sui rimpatri, che “incredibilmente, non esclude la possibilità di trattenimento e rimpatrio dei minori soli”. L’associazione ricorda di aver segnalato Restinco già nel 2016, con una nota alla prefettura di Brindisi: il centro non appariva idoneo ad accogliere, sia pure per poco tempo, minori soli, e la legge lo vieta. Nel dicembre 2023 chiese di entrare per verificarne le condizioni: l’accesso fu di fatto negato e divenne possibile solo al seguito del deputato Nicola Fratoianni, in visita ispettiva. Condanne simili erano già arrivate per Crotone e per l’hotspot di Taranto, uno dei punti di primo sbarco e identificazione, con le pronunce del 7 dicembre e del 23 novembre 2023. Che il problema fosse di sistema lo scriveva già nel 2018 un rapporto dell’Autorità garante per l’infanzia insieme all’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati: su quindici centri visitati, nell’80 per cento risultavano carenti informazione e orientamento, nel 53 per cento mancavano attività di socializzazione, nel 47 per cento la permanenza superava i trenta giorni previsti dalla legge. La criticità più segnalata dagli enti gestori erano i tempi per nominare i tutori. Promiscuità con gli adulti, restrizioni al movimento, condizioni non adatte a un minorenne: c’era già tutto. Siamo nel 2026 e non è cambiato quasi nulla. È servito che un quindicenne ivoriano scrivesse a Strasburgo per uscire finalmente dal centro. Protezione speciale, senza radicamento no al confronto col Paese d’origine di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 15 settembre 2026 La Cassazione, ordinanza n. 25248/2026, esclude la tutela per un cittadino marocchino da trent’anni in Italia ma con plurime condanne: decisivi integrazione sociale e familiare e profilo di pericolosità. In assenza di un effettivo radicamento sul territorio italiano, non può essere concessa all’immigrato irregolare la “protezione speciale”, il cui presupposto centrale è l’inserimento del richiedente nel tessuto familiare, sociale e lavorativo del Paese. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 25248/2026, rigettando il ricorso di un cittadino marocchino che aveva soggiornato per trent’anni in Italia, scontando però 5 anni di carcere per diversi reati, alcuni anche gravi. Il Tribunale di Salerno, Sezione Specializzata in materia di Immigrazione, aveva negato la richiesta del ricorrente richiamando la “mancata integrazione in Italia”, le “plurime condanne penali per aver commesso dal 1993 più reati” quali: tentata estorsione, vendita di sostanze stupefacenti, resistenza, lesioni, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, estorsione, furto, violenza sessuale in concorso, ricettazione. Né sono sufficienti integrare un “livello di radicamento effettivo idoneo a fondare una lesione del diritto alla vita privata ai sensi dell’art. 8 CEDU”, la “permanenza continuativa in Italia dal 1987, con ingresso all’età di dodici anni”; “l’uso della lingua italiana”; “l’esistenza di attività formative e lavorative svolte in carcere, dove aveva conseguito la licenza media, seguito un corso come alimentarista e svolto attività lavorativa per cinque anni”. La Prima Sezione civile ricorda che la seconda parte dell’art. 19, comma 1.1, T.u.i. (nel testo introdotto dal d.l. 130/2020), attribuisce rilievo diretto all’integrazione sociale e familiare del richiedente, da valutare in base alla natura ed effettività dei vincoli familiari, all’inserimento sociale, alla durata del soggiorno e ai legami con il Paese d’origine. La norma, prosegue la Corte, “non richiede alcun giudizio di comparazione con le condizioni del Paese di provenienza, neppure nella forma attenuata della proporzionalità inversa”. “Ne discende … che laddove il radicamento manchi o risulti meramente apparente, il giudizio comparativo diviene strutturalmente inutile”. La protezione speciale non può essere, infatti, riconosciuta “in assenza di un effettivo percorso di integrazione, poiché la norma fonda la tutela proprio sull’esistenza di un radicamento qualificato”. Nel caso in esame, in cui il Tribunale ha ritenuto prevalente il profilo di pericolosità, l’assenza di un radicamento significativo esclude in radice la necessità di procedere a qualsiasi comparazione con la situazione del Paese d’origine. Da qui l’affermazione del seguente principio di diritto: “In tema di protezione speciale, ai sensi dell’art. 19, comma 1.1, t.u.i, nel testo introdotto dal d.l. n. 130 del 2020, l’integrazione sociale e familiare del richiedente costituisce il fulcro principale della valutazione giudiziale, da apprezzarsi in base alla natura ed effettività dei vincoli familiari, al grado di inserimento sociale, alla durata del soggiorno e ai legami con il Paese d’origine. Ne consegue che, in difetto di un radicamento effettivo, non vi è luogo ad alcun giudizio di comparazione con le condizioni del Paese di provenienza, neppure nella forma attenuata della proporzionalità inversa; e, in presenza di un profilo di pericolosità ritenuto prevalente, la protezione speciale deve essere esclusa per insussistenza del presupposto integrativo richiesto dalla norma”. Umbria. Carceri, oltre il sovraffollamento: la situazione è al limite di Luca Fiorucci La Nazione, 15 settembre 2026 Aumentano i reati nelle carceri umbre. In particolare le aggressioni. E poi i tentativi di suicidio. È il quadro che è emerso dall’incontro tra il procuratore generale di Perugia, Sergio Sottani, e il nuovo garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale, Andrea Pensi. In questo contesto, il procuratore generale ha ribadito la forte preoccupazione, già manifestata più volte in passato, per il fenomeno, praticamente cronico, del sovraffollamento degli istituti penitenziari, per le condizioni di vita dei detenuti e per le difficoltà operative affrontate dal personale della polizia penitenziaria e dagli operatori dell’area trattamentale. Per quanto riguarda i numeri, l’analisi al 31 agosto evidenzia “il permanere di una situazione particolarmente complessa, caratterizzata da un significativo sovraffollamento della popolazione detenuta e da un incremento di numerosi indicatori di criticità all’interno delle strutture detentive regionali”. A fronte di una capienza regolamentare pari a 1.340 posti e di una capienza effettivamente disponibile di 1.282 posti, risultano presenti 1.692 detenuti. Il tasso di affollamento si attesta pertanto al 126,27% rispetto alla capienza regolamentare e al 132% rispetto ai posti effettivamente disponibili, ovvero in 352 detenuti in più. Particolarmente significativo appare il dato relativo agli eventi critici registrati tra l’1 settembre 2025 e il 31 agosto 2026. Sono stati infatti registrati 250 episodi di autolesionismo, 1.774 infrazioni disciplinari, 243 manifestazioni di protesta, 56 tentati suicidi e 3 suicidi. Le violazioni delle norme penali rilevate all’interno degli istituti sono state 559, di cui 104 aggressioni fisiche nei confronti del personale di polizia penitenziaria e 6 aggressioni ai danni di altri operatori. Tra l’1 settembre 2025 ed il 31 agosto 2026 sono stati rinvenuti complessivamente 179 telefoni cellulari e 49 episodi di rinvenimento di stupefacenti. Tra gli episodi più rilevanti si segnalano l’intercettazione di droni utilizzati per il trasporto di telefoni cellulari e sostanze stupefacenti, il rinvenimento di cellulari e droga all’interno di zaini lanciati dall’esterno e recuperati nelle aree dell’’intercinta’, nonché il sequestro di sostanze stupefacenti in pacchi postali, confezioni di biscotti, panini e nella corrispondenza. Firenze. La detenuta incinta di 7 mesi lascia Sollicciano di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 15 settembre 2026 Trasferita all’Icam di Torino dove potrà scontare la pena in un ambiente protetto. È stata trasferita all’Icam di Torino la diciannovenne incinta al settimo mese che stava scontando la sua pena nel carcere di Sollicciano. La giovane donna rumena era stata trovata in zona Versilia insieme al compagno e al cognato che stavano rubando un’automobile. I due uomini sono stati trasferiti in cella a Massa, lei a Firenze, dove nella sezione femminile ci sono spazi più dignitosi per una donna incinta. Condizioni strutturali che però mal si conciliavano con lo stato di gravidanza della ragazza, tanto che da più parti era stato fatto appello per la scarcerazione e il trasferimento in uno spazio più adeguato. E così alla fine è stato deciso dal giudice di spostarla all’Icam (istituto a custodia attenuata per detenuti madri) del capoluogo piemontese, dove potrà scontare la sua pena in un ambiente detentivo ma che non assomiglia a un carcere, dove gli spazi sono meno asfissianti e dove potrà avere tutte le attenzioni sanitarie del caso. Ancora non si è tenuto il processo che deciderà la pena che la donna dovrà scontare. A incontrare la ragazza e spingere per la scarcerazione, nei giorni scorsi, erano stati a più riprese i volontari dell’associazione Pantagruel, che avevano trovato la donna in condizioni critiche: “Non parla una parola di italiano, è incinta al settimo mese e le sue condizioni di salute rischiano di evolversi in maniera inaspettata e importante” avevano detto dall’associazione nella speranza di un trasferimento imminente. Era stato ipotizzato di spostarla in una struttura a Firenze, dove però non esiste un luogo che rispecchi totalmente i criteri dell’Icam. E così è arrivato il trasferimento a Torino, proprio nelle ultime ore. “È una buona notizia - ha detto Stefano Cecconi dell’associazione Pantagruel potrà essere seguita molto da vicino da personale medico. Per lei che non ha radici, visto che era arrivata coi i due uomini dalla Romania da pochi giorni, lo spostamento a Torino non rappresenta particolari problemi”. Una storia lunga e tormentata, quella dell’Icam nella nostra città. Firenze aveva provato a fare da apripista nel 2010, con un protocollo tra ministero della Giustizia, Regione, tribunale di Sorveglianza, Istituto degli Innocenti e Madonnina del Grappa, che aveva messo a disposizione una palazzina in via Fanfani. La Regione aveva stanziato 400 mila euro, ma il progetto non è mai partito. Salerno. Sos per una detenuta di 253 chili. Il garante Ciambriello: “È giusto che stia in carcere?” di Ersilia Gillio Corriere del Mezzogiorno, 15 settembre 2026 Visita nell’istituto penitenziario in occasione della festa di San Matteo. La donna vorrebbe operarsi ma c’è incertezza sulle procedure. La casa circondariale di Salerno in piena emergenza. Tra le detenute perfino una donna di 253 chili e disabile che non dovrebbe essere in carcere. La situazione è emersa nel corso di una visita del garante campano delle persone private della libertà, Samuele Ciambriello, invitato a partecipare alla messa in onore di San Matteo, patrono del capoluogo, presieduta dall’arcivescovo di Salerno, Andrea Bellandi. Al termine della celebrazione, gli ospiti hanno visitato alcune sezioni del carcere, tra cui quella di alta sicurezza, dove sono presenti 47 detenuti. Una visita che ha posto nuovamente i riflettori sulla condizione di vivibilità del carcere, dove risultano attualmente presenti 580 detenuti, di cui 50 donne, a fronte di circa 300 posti. Nel corso della visita, il garante ha incontrato per la seconda volta Maria (nome di fantasia). Maria pesa 253 chili ed è già riconosciuta invalida. La donna ha manifestato la propria disponibilità a sottoporsi a un intervento chirurgico, anzi chiede di poterlo fare, ma occorre capire chi debba attivare il percorso sanitario necessario. Al momento restano dubbi sugli aspetti tecnico - burocratici e in attesa di sbrogliare la matassa il tempo corre. “Resta da chiedersi, afferma Ciambriello, è proprio necessario tenerla in carcere considerando la sua condizione clinica? Alla persona che sbaglia deve essere tolto il diritto alla libertà, ma non il diritto alla dignità. E la dignità passa attraverso il diritto alla salute, allo studio, alle relazioni affettive e al lavoro”. Napoli. “La detenzione deve garantire la possibilità di cambiare” Il Mattino, 15 settembre 2026 la visita dei consiglieri comunali di Forza Italia al carcere di Poggioreale. Ieri mattina i consiglieri comunali di Forza Italia al Comune di Napoli Salvatore Guangi, capogruppo, Iris Savastano e Gennaro Demetrio Paipais, hanno effettuato una visita al carcere di Poggioreale per incontrare i detenuti e toccare con mano lo stato di salute della struttura e dell’organizzazione carceraria. Dopo la richiesta inviata alla direttrice, la dottoressa Russo, i consiglieri hanno visitato diversi reparti, i laboratori interni e hanno incontrato anche alcuni detenuti. “Abbiamo voluto conoscere da vicino una realtà complessa che oggi ospita circa 2.300 detenuti a fronte di una capienza di circa 1.900 posti. Il sovraffollamento resta quindi una criticità evidente, aggravata dalla presenza di reparti ancora non disponibili. Ci è stato spiegato che un reparto dovrebbe riaprire a ottobre, mentre i padiglioni Napoli e Genova dovrebbero essere consegnati nella primavera del 2027”, spiegano i consiglieri. Durante la visita sono entrati all’interno dei laboratori del carcere, dove i detenuti svolgono quotidianamente alcune attività lavorative come la falegnameria, la lavorazione del ferro, fino al corso per pizzaioli. Le attività non sono solo ricreative, ma sono veri e propri lavori per i quali i detenuti percepiscono una retribuzione. Guangi, Savastano e Paipais hanno incontrato diversi detenuti e raccolto storie segnate dalla volontà di ricominciare. Tra queste c’è quella di un giovane, in passato elettricista e oggi detenuto per spaccio. Ai consiglieri ha raccontato di voler raggiungere, una volta scontata la pena, il fratello pizzaiolo in Germania per provare a costruirsi una vita diversa. “È proprio questa voglia di riscatto che deve essere sostenuta. Il carcere deve certamente garantire sicurezza e rispetto delle regole, ma deve anche offrire una possibilità reale di cambiare strada”, osservano. La delegazione ha visitato anche reparti più vecchi, dove le condizioni risultano maggiormente problematiche. “Laddove le strutture sono vetuste la situazione è inevitabilmente più difficile e resta indispensabile garantire condizioni igienico-sanitarie adeguate e ambienti dignitosi”, affermano. I consiglieri di Forza Italia sottolineano inoltre “l’approccio manageriale e la competenza con cui la direttrice Russo sta gestendo una struttura tanto complessa” e annunciano la disponibilità del gruppo consiliare azzurro a sostenere iniziative capaci di valorizzare i percorsi di formazione e reinserimento. “Organizzeremo quanto prima un momento di confronto proprio a Poggioreale coinvolgendo avvocatura, magistratura e polizia penitenziaria, per far conoscere un’esperienza che, accanto alle criticità che non vanno nascoste, presenta anche attività e percorsi che possono rappresentare una buona pratica. Il reinserimento comincia offrendo alle persone strumenti concreti per immaginare un futuro diverso”, concludono. Siena. 76 detenuti per 56 posti: l’ombra degli arrivi da Sollicciano di Claudio Coli Corriere di Siena, 15 settembre 2026 Il sopralluogo a Santo Spirito di Federico Eligi, vice presidente della commissione sanità del Consiglio regionale toscano. “Struttura viva e ben tenuta, ma la pressione dei numeri rischia di farla scoppiare”. Sovraffollamento e carenza di unità di polizia penitenziaria. Sono i problemi riscontrati alla casa circondariale di Siena da Federico Eligi, vice presidente della commissione sanità del Consiglio regionale della Toscana. Eligi ha visitato ieri pomeriggio la struttura a conclusione di un lungo percorso di sopralluoghi presso le carceri toscane, culminato nelle scorse settimane con l’invio di esposti urgenti alle Ausl Toscane sulle condizioni igienico-sanitario e strutturali riscontrate nelle varie strutture. Siena, rispetto ad altre case circondariali, mostra una situazione più rassicurante ma persistono alcuni disagi, come spiega Eligi: “È una struttura ben dimensionata e tenuta, dove c’è vita e vengono fatte tante attività - premette - ma può contenere fino a 56 reclusi, e invece attualmente ce ne sono 76, con tutte le criticità del caso. E chiaramente mancano le unità di polizia penitenziaria adeguate a questo numero. A livello sanitario si può fare molto di più ma rispetto ad altri luoghi che ho visitato è un hotel a 5 stelle”. Santo Spirito dunque continua a soffrire degli atavici problemi di sovrannumero, con rischi futuri maggiori. “Da quando a giugno sono state chiuse le sette sezioni di Sollicciano a causa di gravi carenze igienico-sanitarie e violazioni delle norme sulla sicurezza - ricorda Eligi - centinaia di detenuti sono stati spostati in altre strutture e questo comporta gravi disagi per tutti. A Siena ancora non sono arrivati reclusi da Firenze ma è probabile che possa accadere, con tutte le conseguenze del caso”. L’opera di ricognizione si lega all’iniziativa di Eligi in Regione, che ha portato il Consiglio regionale ad approvare l’affidamento ad Ars di uno studio sui bisogni socio sanitari delle carceri regionali, che possa fornire gli elementi per riscrivere una nuova legge: “I bisogni della popolazione carceraria sono cambiati - conclude Eligi - anche a Siena sono perlopiù giovani e stranieri, se non si interviene abbiamo un problema di sicurezza”. Grosseto. Carcere, le criticità: “Non c’è il garante nominato dal Comune” di Maria Vittoria Gaviano La Nazione, 15 settembre 2026 Il vicepresidente della Commissione sanità della Regione Eligi ha visitato l’istituto “Una carenza importante, che deve essere sanata. Ed è anche sovraffollato”. “Non c’è il garante comunale dei detenuti. Scriverò una lettera al sindaco di Grosseto affinché ponga soluzione a questa mancanza e farò pressione. Sentirò anche l’assessore regionale Marras”. Al momento dell’uscita dalla casa circondariale grossetana di via Saffi, dopo la visita di ieri mattina, il vicepresidente della Commissione Sanità del consiglio regionale della Toscana, Federico Eligi, non aveva l’estrema certezza della mancanza del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale nell’istituto grossetano, ma ne ha ricevuto conferma dopo pochissimo dal Garante regionale Giuseppe Fanfani a Eligi, contattato telefonicamente. “È una figura che fa da collante tra il carcere e l’amministrazione comunale, dato che quest’ultima ha delle competenze importanti nell’istituto detentivo per quanto riguarda la parte dei documenti e dell’anagrafe. Aspetti, quest’ultimi, che mi è stato raccontato creano problemi, vista la mancanza di interlocuzione con il Comune. Il sindaco deve rispondere a questa mancanza”. Verso le 12.30 Eligi ha lasciato la casa circondariale dopo un percorso di ricognizione e ispezione, necessario alla nuova proposta di legge sulla sanità penitenziaria. “Il consiglio regionale è chiamato ad organizzare la parte sanitaria all’interno delle carceri - spiega - Avevamo una legge del 2005 e adesso il consiglio regionale, su mia proposta, ha incaricato l’Ars (Agenzia regionale sanità) di aggiornare la legge. Cambierà tutta l’impostazione attuale”. A seguito dell’ispezione, qual è la condizione riscontrata dal commissario? “La situazione non è positiva: è un carcere piccolo destinato a 15 persone e ce ne sono 35. È una situazione al limite, credo sia il più sovraffollato della Toscana. Ma il problema è anche il percorso educativo, per il reinserimento nella società. È necessario, quindi, un nuovo carcere”. Ci sono delle note positive però. “L’infrastruttura è ottima perché non ci sono infiltrazioni, muffe e perdite, rispetto a cosa c’è in altre zone della Toscana è buona. Ultimamente ci sono stati numerosi casi di scabbia ma sono stati contenuti”. Poi parla dei detenuti, delle persone. “Sono per di più giovani e stranieri- dice - e all’interno di questo carcere ci sono tutte le dipendenze, anche i ludopatici. Sono 35 detenuti nonostante la capienza sarebbe di 15. Ci sono nove celle e alcune sono occupate da 5 detenuti, troppi. Invece c’è un caso psichiatrico grave, isolato, che non dovrebbe nemmeno essere a Grosseto, ma è qui da tre anni. Eligi conclude commentando che “la situazione è esplosiva visto il sovraffollamento”. All’interno dell’edificio di fine ottocento di via Saffi 23, secondo i dati aggiornati del Ministero della Giustizia, proprio il giorno prima della visita del commissario, il totale dei detenuti risulta essere di 32, diciassette in più rispetto al numero massimo previsto. Torino. “Nuovi cantieri di volontariato 2026 nelle carceri” di Enrico Scoccimarro La Sentinella del Canavese, 15 settembre 2026 Siglata ieri mattina a Palazzo Civico la Dichiarazione di intenti relativa ai “Nuovi cantieri di volontariato - Anno 2026”. Per il terzo anno consecutivo, Presidenza del Consiglio comunale, Ufficio della Garante dei diritti delle persone private della libertà personale e Lions Clubs International Association - Distretto 108IA1 collaboreranno nel quadro di un programma di iniziative a sostegno delle persone detenute nelle carceri torinesi, in specifico nella sezione femminile della Casa circondariale “Lorusso e Cutugno” e nell’Istituto penale per i minori “Ferrante Aporti”. Il documento è stato siglato dalla presidente del Consiglio comunale, Maria Grazia Grippo, dalla Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, Diletta Berardinelli, e dal Governatore Eletto del Lions Clubs International Association - Distretto 108IA1, Ettore Puglisi. La dichiarazione d’intenti sottolinea come le parti contraenti, nel limite delle proprie competenze, intendano condividere un catalogo di possibili attività di supporto al benessere e alla salute delle persone sottoposte a misure di restrizione della libertà personale. La Presidente del Consiglio Comunale si farà parte attiva per diffondere, con i mezzi di comunicazione a disposizione del Consiglio comunale e nella Commissione Legalità, le finalità e l’esito dell’iniziativa, impegnandosi inoltre a promuovere ulteriori analoghe collaborazioni. Da parte sua, il Lions Club intende mettere a disposizione del personale volontario per realizzare attività gratuite in favore delle donne e dei giovani ristretti, gestendo direttamente tutte le relazioni indispensabili per la concretizzazione del progetto. La Garante, infine, svolgerà il proprio ruolo di garanzia e d’impulso verso gli enti coinvolti e si occuperà delle attività di raccordo con la Casa circondariale e l’Istituto penale per i Minorenni. Successivi accordi attuativi definiranno nel dettaglio gli interventi da effettuare. Le dichiarazioni dei promotori dell’iniziativa - “La situazione nelle carceri Italiane è spesso drammatica, tra sovraffollamento, mancanza di personale, fatiscenza delle strutture, carenza di progetti di formazione e sostegno per le persone detenute: nel tempo il volontariato si è ridotto nei numeri e nelle energie, a causa dei troppo ostacoli di accesso”, ha commentato la presidente del Consiglio comunale Maria Grazia Grippo: “Su quest’ultimo aspetto, la Presidenza del Consiglio comunale, la Garante per i diritti delle persone private della libertà personale Diletta Berardinelli e il Governatore del Lions Club International Association - Distretto 108 IA1 Ettore Puglisi, intendono fare la propria parte, con spirito solidale e umanitario: è con entusiasmo e convinzione che oggi firmiamo questa ulteriore Dichiarazione d’Intenti per la prosecuzione e lo sviluppo dei Cantieri di volontariato, giunti ora al terzo anno di attività presso l’Istituto per i minori “Ferrante Aporti” e la sezione femminile della Casa circondariale “Lorusso e Cutugno”, mettendo in campo interventi assistenziali ed educativi, nel segno della solidarietà sociale”. “Ringrazio la Presidente del Consiglio Comunale e il Lions Clubs International - Distretto 108 IA1 per il rinnovo della dichiarazione d’intenti, felice sintesi tra la promozione del diritto alla salute e valorizzazione del volontariato”, ha dichiarato Diletta Berardinelli, Garante dei Diritti delle persone private della libertà personale: “Particolarmente significativo è il contributo di professionalità sanitarie qualificate che rafforza la tutela della salute e della dignità delle donne detenute e dei giovani ristretti: lo slancio solidale che anima questi progetti dimostra quanto la collaborazione tra politica, istituzioni penitenziarie e associazioni possa produrre un impatto concreto e positivo, garantendo, in questo caso, un’assistenza sanitaria qualificata alle persone absolute: un’esperienza virtuosa che diventa buona pratica: continueremo a esercitare il nostro ruolo di garanzia e di impulso, favorendo il dialogo tra tutti gli interlocutori, affinché iniziative di questo tipo siano consolidate e valorizzate e possano rispondere concretamente ai bisogni delle persone detenute”. “Con i Nuovi cantieri di volontariato 2026 vogliamo dare continuità, per il terzo anno consecutivo, a un progetto nel quale i Lions credono profondamente e che trasforma il volontariato in azioni concrete a favore delle persone più fragili”, ha dichiarato il Governatore del Distretto 108Ia1 Lions International, Ettore Puglisi: “Ringraziamo la Presidente del Consiglio Comunale, Maria Grazia Grippo, che ha reso possibile questo percorso, dando una cornice istituzionale al volontariato nelle carceri per fare in modo che salute, prevenzione e dignità non vengano mai meno e per nessuno: essere Lions significa non voltarsi dall’altra parte, ma trasformare la disponibilità di ciascuno in un’opportunità concreta per chi ha più bisogno ed è con questo spirito che rinnoviamo il nostro impegno anche nel 2026”. Milano. Dentro il carcere: quando il reinserimento comincia prima della libertà di Dalila d’Amico e Luciana Mari* consulentidellavoro.mi.it, 15 settembre 2026 Il carcere, visto da fuori, sembra spesso una parola che semplifica: pena, sicurezza, colpa, espiazione. Visto da dentro, invece, è un universo molto più complesso. È fatto di tempi lenti, di relazioni fragili, di attese che possono consumare oppure trasformare. E soprattutto è abitato da persone che, nella grande maggioranza dei casi, un giorno torneranno a vivere nella comunità. La domanda allora non è soltanto come scontano una pena, ma in quale condizione torneranno fuori. C’è un rumore che chi non ha mai attraversato il cancello di un istituto penitenziario difficilmente può immaginare. Non è soltanto quello delle chiavi o delle porte che si chiudono. È il rumore del tempo: un tempo sospeso, immobile, distante dalla vita che continua all’esterno. Eppure, dietro quelle mura, la vita non si ferma. Scorre attraverso le paure, le speranze, le fragilità e il desiderio, spesso silenzioso, di ricostruire un futuro. Il reinserimento lavorativo delle persone detenute è oggi uno dei temi più rilevanti del dibattito pubblico. Non riguarda soltanto il sistema penitenziario, ma l’intera collettività, poiché la capacità di trasformare la pena in un reale percorso di reinserimento incide direttamente sulla sicurezza sociale e sulla riduzione della recidiva. Le più recenti analisi, tra cui il 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese (2025) e il programma “Recidiva Zero” del CNEL, evidenziano come il lavoro, accompagnato da formazione e inclusione sociale, rappresenti uno dei principali fattori di successo nei percorsi di reinserimento e di riduzione della recidiva. Allo stesso tempo, tali studi sottolineano come le opportunità lavorative e formative durante l’esecuzione della pena siano ancora insufficientemente diffuse rispetto agli obiettivi di reinserimento delineati dall’art. 27 della Costituzione. In questo contesto, investire in percorsi di orientamento, formazione e inserimento lavorativo non costituisce soltanto una misura di inclusione sociale, ma una scelta che contribuisce a rendere più efficace il percorso rieducativo della pena e ad accrescere la sicurezza della collettività. È proprio da questa consapevolezza che la commissione dei Consulenti del Lavoro per il sociale di Milano, di cui facciamo parte, ha deciso di entrare negli istituti penitenziari. Non per portare assistenza generica, ma per mettere a disposizione competenze tecniche, strumenti pratici e una visione professionale capace di dare forma a opportunità reali. L’idea di fondo è semplice: “il carcere è un’opportunità da cogliere”. Da questa convinzione nasce un itinerario formativo che orienti, accresca la consapevolezza e favorisca la costruzione di nuove prospettive professionali. È un’attività paziente, spesso silenziosa, che permette ai detenuti di intravedere una reale prospettiva di futuro. All’interno del II Reparto maschile della Casa di reclusione di Bollate a partire dal mese di giugno 2025, il sabato mattina, insieme ai detenuti, sono state svolte attività riferite alla stesura del curriculum, alla comprensione dei diversi contratti di lavoro, agli elementi essenziali del contratto di assunzione e alle dinamiche del colloquio di lavoro, alternando momenti teorici a simulazioni pratiche. Il programma si è poi arricchito con lezioni dedicate alle cinque domande fondamentali sul lavoro (Chi? Cosa? Dove? Quando? e Perché?), alla lettura della busta paga - dagli elementi che la compongono fino al passaggio dal lordo al netto - e alla gestione delle dimissioni e del licenziamento, cui si sono aggiunti ulteriori incontri nel mese di novembre e dicembre 2025 e un ultimo ciclo formativo svolto tra maggio e giugno 2026, a testimonianza della continuità della risposta positiva da parte dei partecipanti. La partecipazione dei detenuti agli incontri è stata sin dal primo incontro attiva e profondamente coinvolgente, trasformando ogni lezione in uno spazio reale di dialogo e confronto sul lavoro e sul proprio percorso personale. Il loro contributo ha arricchito l’esperienza in modo significativo: tutti hanno manifestato un sincero apprezzamento per il progetto e il desiderio di raccontare le proprie storie di lavoro e di vita, portando in aula vissuti complessi, domande autentiche e una forte motivazione a ripensare il proprio futuro professionale. In questo accompagnamento, la figura del Consulente del Lavoro si inserisce in modo naturale come un punto di incontro tra due mondi che spesso faticano a dialogare: quello delle imprese e quello dei detenuti. Da una parte ci sono le aziende, che non sempre conoscono le possibilità offerte dall’ordinamento per accogliere e valorizzare queste esperienze; dall’altra ci sono persone detenute che, pur portando con sé storie complesse, dimostrano una forte volontà di rimettersi in gioco e di costruire un futuro diverso. Il contributo del Consulente del Lavoro può allora diventare concreto e quotidiano: da un lato accompagnare le aziende nel comprendere che l’inclusione non è solo un gesto sociale, anzi, è anche un investimento che genera valore, un’opportunità reale, sostenibile e concretamente realizzabile, dall’altro affiancare i detenuti in un cammino di consapevolezza, accompagnandoli a considerare il lavoro non solo come un obiettivo, ma come uno spazio in cui riconoscere le proprie capacità. In questo senso, il Consulente del Lavoro diventa una figura di collegamento, chiamata a collaborare con l’istituto penitenziario, i servizi per l’impiego, le associazioni, le cooperative e tutti gli attori coinvolti. Il suo intervento non si sviluppa mai in modo isolato: entra a far parte di una rete di professionalità con la quale si confronta costantemente e che lo sostiene nell’attività svolta all’interno dell’istituto sia nella costruzione dei successivi percorsi di inserimento lavorativo. In questa direzione si inserisce anche la sottoscrizione di specifici protocolli con AFOL Metropolitana Milano e di quello già sottoscritto per due volte con Caritas Ambrosiana, nati proprio con l’obiettivo di creare sinergie operative e favorire percorsi di orientamento, formazione e inserimento lavorativo. Parallelamente, sono in fase di sviluppo ulteriori collaborazioni con due associazioni del Terzo Settore che operano prevalentemente nell’ambito dell’inclusione lavorativa dei detenuti, con l’intento di ampliare la rete territoriale e rafforzare le opportunità di accompagnamento verso il lavoro. È proprio in questo dialogo che si crea qualcosa di più: non solo un inserimento lavorativo, ma un passaggio di fiducia. Un lavoro che non rappresenta semplicemente un contratto, ma l’inizio di una nuova possibilità, costruita passo dopo passo, con fiducia reciproca e con uno sguardo attento a ciascuna persona. Per svolgere al meglio questo ruolo, il Consulente del Lavoro deve possedere una particolare capacità di ascolto, sensibilità e attenzione alle persone coinvolte. È necessario saper tradurre norme, contratti e adempimenti in parole semplici e strumenti concreti, così da rendere tutte le informazioni condivise, comprensibili e accessibili a chi si prepara ad affrontare una nuova fase della propria vita. Allo stesso tempo, occorre saper dialogare con le imprese, comprenderne le esigenze e accompagnarle nella costruzione di percorsi sostenibili, capaci di coniugare organizzazione, professionalità e inclusione. Servono equilibrio, riservatezza e assenza di pregiudizio, ma anche concretezza e senso di responsabilità. L’obiettivo non è soltanto favorire l’avvio di un rapporto di lavoro, ma contribuire a creare le condizioni perché quel rapporto possa durare nel tempo. Perché dietro ogni contratto ci sono una persona, una storia e la possibilità di ricominciare. Proprio perché il reinserimento è il risultato di un lavoro di rete, anche il contributo dei Consulenti del Lavoro può assumere forme diverse. L’esperienza diretta negli istituti penitenziari rappresenta certamente un valore aggiunto, ma non è l’unico modo con cui un Consulente del Lavoro può contribuire al reinserimento delle persone detenute o ex detenute. Chi opera all’interno degli istituti può svolgere un ruolo di “apripista”, creando relazioni, condividendo esperienze e sensibilizzando i colleghi. Allo stesso tempo, anche i consulenti che non entrano in carcere possono fare la loro parte, promuovendo presso le imprese una cultura dell’inclusione, illustrando le opportunità offerte dalla normativa e accompagnando le aziende nella costruzione di percorsi di inserimento lavorativo. In questo modo, l’esperienza maturata da chi opera direttamente negli istituti si traduce in una maggiore consapevolezza dell’intera categoria professionale. È così che l’impegno di pochi può trasformarsi in una responsabilità condivisa da tutta la professione. La giornata in carcere è scandita da orari precisi: apertura delle celle, distribuzione dei pasti, colloqui, attività trattamentali, rientro. La ripetizione può diventare una forma di sospensione: il tempo smette di essere progettuale e diventa qualcosa da attraversare. In questo ritmo scandito e ripetitivo la formazione assume un valore che va oltre l’apprendimento. In aula si recupera un ritmo diverso, una responsabilità, una relazione. Si torna, almeno in parte, a immaginarsi nuovamente come persone capaci di costruire. Per molti detenuti è il primo spazio, dopo molto tempo, in cui qualcuno chiede loro non cosa abbiano fatto, ma cosa siano in grado di costruire. Ricordiamo detenuti che arrivavano in aula con diffidenza, convinti di non avere più nulla da offrire. Dopo qualche incontro la postura cambiava: la puntualità diventava importante, il compito veniva svolto con cura, la domanda non era più “quanto manca alla fine?”, ma “cosa posso fare dopo?”. Segnali piccoli, ma enormi nel contesto carcerario. La formazione non cancella il passato né attenua la responsabilità della condanna, ma permette di affrontare il futuro con strumenti diversi. Ogni attestato ottenuto, ogni competenza acquisita, ogni progetto portato a termine diventa un tassello nella ricostruzione di un’identità spesso compromessa da marginalità, precarietà o errori commessi. L’esperienza maturata negli incontri svolti all’interno della Casa di reclusione di Bollate ci ha offerto anche l’occasione per riflettere sul significato più ampio della formazione e del lavoro nel percorso di reinserimento. Le considerazioni che seguono nascono proprio dall’osservazione diretta di quanto vissuto in aula. Nel dibattito pubblico il lavoro in carcere viene spesso considerato solo come una misura utile a ridurre la recidiva. È vero: chi accede a percorsi formativi e lavorativi ha maggiori probabilità di reinserirsi positivamente. Ma c’è un aspetto meno visibile: il lavoro restituisce dignità e fiducia nelle proprie capacità. Molti detenuti hanno alle spalle storie d’impiego irregolare, competenze mai riconosciute, percorsi scolastici interrotti. In aula emergono abilità manuali, capacità organizzative, esperienze pratiche che, quando vengono valorizzate, cambiano la percezione che ciascuno ha di sé. Questo processo richiede continuità, credibilità e una relazione educativa fondata sul rispetto. In carcere si percepisce immediatamente se un intervento è formale o se è realmente pensato per chi lo riceve. Spesso si parla del carcere come di un mondo separato. In realtà è profondamente connesso alla società esterna. Le associazioni, gli enti di formazione, le imprese, i professionisti, i volontari e i servizi territoriali rappresentano un ponte indispensabile. Senza questo ponte, il percorso trattamentale rischia di rimanere confinato dentro le mura dell’istituto, un confine che non consente di dare una reale opportunità e di raggiungere l’obiettivo primario. Quando un’azienda decide di collaborare con un progetto formativo, non compie soltanto un gesto di responsabilità sociale: crea una possibilità concreta di continuità dopo la detenzione. Le esperienze dimostrano che un reinserimento accompagnato da percorsi seri e da un adeguato supporto produce benefici sia per le persone sia per le imprese. Il momento della scarcerazione è spesso il più delicato. Fuori attendono ostacoli reali: la ricerca di un lavoro, la mancanza di una rete familiare, il problema dell’alloggio, lo stigma sociale. Anche chi ha completato un progetto formativo può trovarsi davanti a porte chiuse. Per questo il reinserimento non può terminare con la fine della pena. Deve essere accompagnato da una rete territoriale capace di sostenere l’ex detenuto nel passaggio tra il “dentro” e il “fuori”. In questo senso, il ruolo dei Consulenti del Lavoro è strategico: orientamento, raccordo con le imprese, valorizzazione delle competenze acquisite, costruzione di opportunità reali. Entrare in carcere insegna che il cambiamento è possibile, ma raramente avviene da solo. Avviene quando qualcuno offre tempo, competenza, fiducia e continuità. Avviene quando la società decide di non considerare il carcere come un luogo da dimenticare, ma come una parte della realtà che la riguarda direttamente. Il carcere non è soltanto il luogo dell’errore: può diventare il luogo della ripartenza. E il reinserimento sociale non è un atto di buonismo, ma una scelta di responsabilità collettiva. Perché il carcere non è un mondo separato dal nostro: ne è una parte. E il modo in cui scegliamo di guardarlo racconta molto della società che vogliamo costruire. La convinzione che portiamo con noi è semplice: il reinserimento non nasce il giorno della libertà. Inizia molto prima, quando, dentro il carcere, qualcuno torna a essere guardato prima di tutto come persona. Ed è proprio lì che chi è fuori può fare la differenza. *Membri della Commissione Consulenti del Lavoro per il sociale di Milano L’AI, scelte e politica di Walter Veltroni Corriere della Sera, 15 settembre 2026 Comanderà la politica o l’Intelligenza artificiale. Siamo a un punto di svolta. Serve un movimento mondiale di denuncia. Nello stesso giorno in cui la Apple annunciava il suo rivoluzionario iPhone Duo, il presidente degli Stati Uniti comunicava che se gli americani voteranno repubblicano lui elargirà a ogni cittadino cinquemila dollari. Eccolo, il nostro tempo. Sospeso tra la velocità inarrivabile dell’evoluzione tecnologica e regressione costante del discorso pubblico a tempi che speravamo infinitamente lontani. È un punto di osservazione che forse consente una lettura più lucida di questo grande, inquietante, caos. La forbice si va allargando sempre di più. Più la tecnologia diventa invadente, più sostituisce mansioni e capacità delle persone, più assume il controllo della comunicazione collettiva e personale, più sembra in grado di superare, con l’intelligenza artificiale, i limiti del pensiero umano e più la politica si fa infantile, misera, grottesca, arcaica, bonsai. La complessità è lasciata alle big tech che devono progettare tecnologie sempre più sofisticate, ai leader mondiali invece il fascino puerile della banalità, la seduzione dell’estremismo rozzo, dell’egocentrismo infantile, il ballare con una motosega o l’imporre il proprio volto sulla moneta da un dollaro. Cose che un tempo sarebbero state inimmaginabili. Ma la domanda è: come mai queste follie sono tollerate e anzi apprezzate da una parte consistente della popolazione che solo venti anni fa, prima dello smartphone, avrebbe riso nel vedere leader compiere un millesimo delle follie di oggi? La risposta è che il nuovo mondo che si viene definendo ha stabilito una rigida ripartizione di ruoli. La politica si deve fare ancella, deve giocare con i ninnoli, mentre i vertici delle tecnologie decidono come sarà la vita umana, se e come lavoreremo, cosa conosceremo, la misura della nostra solitudine, il grado di sostenibilità della condizione ambientale del nostro futuro. Persino se esisteremo o no. Nel giro di pochi giorni sono entrati in funzione ad Austin dei taxi che non hanno neanche il volante e in Cina vengono messi in vendita, a trecentomila dollari, droni in grado di trasportare persone. Amazon, con la stessa tecnologia volante, consegna ormai a domicilio i suoi pacchi. I robot vengono venduti a migliaia. Qualcuno si preoccupa del lavoro che perderà chi conduce le auto pubbliche, chi distribuisce i pacchi, chi tira su la saracinesca dei negozi? Si dice, con il sopracciglio alzato, che questi in fondo sono solo lavori inutili che la tecnologia sostituisce. Ma quali sarebbero invece gli impieghi che daranno a queste persone, disoccupati da tecnologia, la possibilità di sbarcare il lunario se ovunque, anche nei mestieri ad alto tasso di creatività, le macchine stanno sostituendo gli umani? E qualcuno si sta occupando dell’evoluzione dell’intelligenza artificiale già oggi divenuta intelligenza generale, cioè più potente del pensiero umano? Non è bastato l’appello dell’Alto commissario per i diritti umani dell’Onu, organismo che i nuovi nazionalismi vorrebbero veder morto, che ha chiesto agli Stati nazionali di intervenire prima che l’AI fuori controllo diventi “un rischio esistenziale per l’umanità”. Richiesta generosa e ingenua, visto che quella che un tempo era la più grande potenza del mondo è in mano a un bambino di ottant’anni produttore sistematico di guerre e bugie e gli altri grandi players dell’equilibrio mondiale sono scivolati verso sistemi autocratici. Non se ne occupano perché il loro tempo è occupato dal ballare sui palchi, dal mostrare il corpo come nella campagna del grano o dall’evocare il male del mondo nelle persone degli immigrati per i quali invocare, lo ha detto il cancelliere tedesco a proposito dell’AfD, una vera “pulizia etnica”. È più facile indicare come obiettivo chi è povero piuttosto che avere il coraggio di mettere regole ai potenti delle Big Tech. Ha scritto papa Leone XIV nella sua enciclica “Magnifica Humanitas”: “Oggi i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato” e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. Jacob Coxon, uno dei programmatori di Anthropic, si è dimesso dal suo lavoro con queste parole: “Le persone che sviluppano l’AI credono sinceramente che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio”. Non basta? Stanno parlando dell’omnicidio a cui ha fatto riferimento, ne ho scritto su queste colonne, uno dei più importanti matematici del mondo. Ne parla oggi chi conosce dall’interno, e ne è spaventato, la velocità dell’evoluzione dell’AI. Bill Gates ha lanciato un allarme drammatico e il premio Nobel Hinton ha detto che l’AI “come Terminator potrebbe eliminarci”. Lo stesso fondatore di Anthropic, Amodei, ha detto che bisogna rallentare la velocità dello sviluppo dell’AI perché “senza misure di sicurezza, potrebbe controllare Internet in 6-12 mesi”. Qualcosa che dovrebbe fuor suonare campanelli d’allarme nella politica. Obama e Sanders hanno dimostrato di capirlo. L’Europa ha cercato di mettere delle regole alle Big Tech per cercare di definire un possibile punto di convivenza tra il necessario sviluppo tecnologico e la qualità della vita e della libertà dei cittadini. Meta è pronta a pagare diciotto miliardi di dollari per chiudere una causa sulla induzione di dipendenza tra i giovani, evidentemente ammettendo la sua responsabilità, ma non accetta regole che siano dettate dalla politica e dalle istituzioni. Tutto si paga, anche la sottomissione di una generazione alle macchine. Soldi, non regole. L’Europa è andata sotto attacco anche per questa scelta di non abdicare al suo ruolo. Ma domani, se vinceranno i populisti foraggiati dalle grandi potenze come Musk, cosa ne sarà del nostro continente? Cambiano il mondo, con soldi e reel, a loro piacimento. Se ne rende conto la politica? E anche la sinistra, capisce che il mondo nel quale si muove non è più quello del Novecento? Si sentono discorsi ignari del Grande Mutamento, persino antropologico, di questo tempo che ha stravolto il lavoro, la conoscenza, le relazioni umane come mai nessuno e niente prima. Come Achille Lauro, non il cantante, che negli anni Cinquanta distribuiva banconote tagliate a metà o pacchi di pasta per ottenere i voti, Trump, un uomo disfatto dalla vanagloria, promette disperatamente soldi per consenso. Garantendo a vanvera un impegno da trilioni di dollari e trattando i suoi cittadini come sudditi da acquistare. Non per caso in queste ore Trump combatte ogni responsabile disegno di regolazione dell’AI, il contrario di quello che un uomo politico democratico dovrebbe fare. E invece la necessità di mettere limiti e vigilanza all’AI, missione alta, chiama in causa il bisogno di organismi mondiali, il contrario del nazionalismo beota di questi tempi. Siamo all’ultimo capitolo dell’imbarbarimento della politica, almeno in Occidente. Siamo soli, noi cittadini, nella morsa dell’avidità di chi controlla il mondo e della follia autoritaria di chi lo governa pro forma. Troppo forti gli uni, troppo deboli gli altri. Spetta solo alla coscienza e al coraggio delle persone liberarsi da queste catene. Ci vorrebbe ora un grande movimento mondiale di denuncia e di proposta. Per evitare, non stiamo purtroppo esagerando, la fine di tutto. Ai, non regaliamo il nostro potere a una macchina di Gianrico Carofiglio La Stampa, 15 settembre 2026 Conserviamo una riserva umana e la sovranità di commettere errori. Nel 1998 l’Accademia navale di Annapolis eliminò dai suoi corsi la navigazione astronomica, cioè la tecnica di determinare la posizione e la rotta di una nave usando stelle e pianeti come punti di riferimento. Era una materia divenuta inutile per via dei sistemi di posizionamento satellitare. Nell’estate del 2015 l’Accademia ha reintrodotto quell’insegnamento. Qualcuno si era accorto che il segnale satellitare può essere disturbato, falsificato, spento, e che una flotta priva di alternative sarebbe stata una flotta cieca. Uno degli ufficiali che hanno seguito la riforma l’ha spiegata così: i computer sono ottimi, il problema è che non c’è nessuna riserva. Tengo a mente questa storia mentre leggo quello che dicono, sull’intelligenza artificiale, alcuni di coloro che la costruiscono. Geoffrey Hinton, fra i padri dell’apprendimento automatico e premio Nobel per la fisica, considera non trascurabile la possibilità che sistemi molto più intelligenti di noi diventino una minaccia esistenziale. Dario Amodei, fondatore di Anthropic, ha tradotto una preoccupazione analoga in una politica esplicita: individuare alcune soglie di capacità - armi biologiche, attacchi informatici di alto livello, ricerca sull’intelligenza artificiale automatizzata - al cui superamento scattino misure più severe. Nella formulazione originaria l’impegno comprendeva la rinuncia ad addestrare modelli oltre un certo punto finché non si fosse in grado di garantire in anticipo le protezioni necessarie. Nelle versioni successive quella clausola è stata attenuata: l’impegno più rigido è anche il primo che cede. Conviene chiarire di cosa parliamo, perché qui si equivoca molto. La prospettiva non è che una macchina sviluppi odio per gli esseri umani: basta un sistema molto capace, autonomo, al quale venga assegnato un obiettivo. Per raggiungerlo gli occorrono risorse, per procurarsele deve superare ostacoli, e fra quegli ostacoli può esserci qualcuno che intende interromperlo. Evitare di essere spento diventa un mezzo come un altro. Non siamo davanti a macchine capaci di sottrarsi stabilmente al controllo umano: fra i sistemi di oggi e quello scenario c’è una lunga catena di ipotesi non dimostrate. Sta però accadendo qualcosa di meno spettacolare e molto concreto: le intelligenze artificiali stanno passando dalla condizione di sistemi che rispondono a quella di sistemi che agiscono. Navigano, programmano, usano strumenti, cooperano in modo autonomo con altri agenti non umani. Il salto decisivo potrebbe non essere quello da un’intelligenza inferiore alla nostra a una superiore, ma quello da un’intelligenza che parla a un’intelligenza che agisce. E il rischio più vicino non è che le macchine prendano il potere. È che glielo cediamo noi, senza che nessuno ce lo imponga, perché ci sembrerà conveniente. Se un sistema diagnostica una malattia meglio di qualunque medico, sarà razionale consultarlo. Se amministra una rete elettrica meglio di qualunque tecnico, sarà razionale affidargliela. Se prevede le conseguenze di una decisione economica meglio di un governo, diventerà sempre più difficile ignorarne il parere. Dopo qualche anno di risultati superiori, il medico, il funzionario, il ministro che decidano di contraddirlo dovranno spiegare perché lo hanno fatto, e dovranno spiegarlo in un’aula di giustizia se le cose sono andate male. La decisione resterà formalmente umana mentre il potere di decidere lo sarà sempre meno. Conserveremo la sovranità come un monarca costituzionale conserva la corona: continuando a firmare gli atti senza governare. Da qui una domanda analoga a quella degli ufficiali di Annapolis. Se domani spegnessimo questi sistemi, saremmo ancora capaci di fare ciò che abbiamo affidato loro? La risposta consueta è che dovremo conservare competenze umane anche quando appariranno inefficienti e costose. Se l’intelligenza artificiale piloterà gli aerei, continueremo ad avere bisogno di piloti. Il concetto è corretto ma ha un limite: riguarda chi quelle capacità le possiede già. Il pilota che smette di pilotare perde la mano, ed è il caso meno grave, perché un’abilità esistente può essere recuperata. Il medico che riceve la diagnosi prima di avere formulato l’ipotesi non sviluppa mai la capacità che vorremmo tenere in riserva; lo studente che ottiene la dimostrazione prima di avere sbagliato non impara a dimostrare. Si impara sbagliando e correggendo, e l’errore è precisamente ciò che la delega elimina. La generazione che ha imparato prima se la caverà. Il problema riguarda le generazioni che verranno. Conservare una riserva umana significa dunque molto più che insegnare accademicamente delle abilità. Significa stabilire che una quota di decisioni resti non delegata per regola, anche quando delegarla darebbe risultati migliori: che una parte degli atterraggi si faccia a mano, che una parte delle diagnosi si formuli prima di interrogare il sistema, che una parte delle dimostrazioni si cerchi senza aiuto. È un costo, e va iscritto in bilancio come tale: nessuno lo sosterrà per inerzia, e il mercato da solo non lo produrrà mai. Nel linguaggio dell’efficienza “ridondanza” è quasi sempre una parola negativa. Nel mondo che stiamo costruendo potrebbe diventare il nome di una libertà. La vera domanda sul controllo, del resto, non è se possiamo spegnere la macchina. È se possiamo permettercelo. C’è una simmetria che vale la pena di notare: se l’errore è la condizione dell’apprendimento umano, la consapevolezza di poter sbagliare dovrebbe essere un requisito dei modelli più avanzati di intelligenza artificiale. Un sistema che riconosce nell’irreversibilità di un’azione la ragione per alzare la propria soglia di certezza, e che davanti a un conflitto con un interesse umano fondamentale si ferma e chiede, non è meno intelligente. È più sofisticato. È qui che l’Europa potrebbe trovare un ruolo, a condizione di non accontentarsi di essere il luogo dove si scrivono regole per tecnologie costruite altrove. Replicare la Silicon Valley con dieci anni di ritardo non è possibile; cambiare la metrica della gara forse sì, concentrandosi non sui modelli più potenti ma su quelli più verificabili. L’obiezione è ovvia: chi comprerebbe un sistema più prudente e meno potente? La risposta non è morale, è contrattuale. Un ospedale, un gestore di rete, una banca non possono adottare un sistema di cui non sappiano ricostruire il percorso, perché quando qualcosa va male qualcuno deve risponderne, e nessuno risponde volentieri di una decisione che non è in grado di spiegare. Un sistema non documentabile è, per la stessa ragione, un sistema non assicurabile. Dove nessuno risponde di niente la verificabilità resta un costo che nessuno ha ragione di sostenere; dove qualcuno risponde diventa una condizione del contratto. E chi debba rispondere non lo decide la domanda: lo decide il diritto. Resta il problema di chi debba verificare. Oggi la sicurezza dei modelli più potenti è valutata, in larghissima misura, da chi li costruisce e li vende: una situazione che non tolleriamo per i farmaci o per le opere pubbliche. La valutazione indipendente serve a tutti e non conviene a nessuno in particolare: per questo va finanziata con denaro pubblico. Occorrono laboratori con abbastanza potenza di calcolo per esaminare i sistemi di frontiera, e con il diritto di esaminarli. Per tutta la storia umana l’intelligenza è stata una risorsa scarsa, racchiusa in persone poche, fallibili, stanche, mortali. Potremmo essere la prima generazione a entrare in un mondo nel quale diventa abbondante, e rinunciare per paura a quello che ne verrà - in medicina, in scienza, in educazione - sarebbe insensato. Liberare una potenza simile senza costruire insieme gli strumenti per governarla lo sarebbe altrettanto. La questione non è decidere se essere ottimisti o pessimisti. È decidere che cosa fare perché l’ottimismo sia ragionevole: tenere le mani sul timone anche quando il timone sembra superfluo, e soprattutto conservare l’arte di orientarsi con le stelle. Difesa civile non armata: il disegno di legge c’è di Mao Valpiana Il Manifesto, 15 settembre 2026 Ha raggiunto le firme necessarie la campagna promossa da tre reti della società civile. Ora la proposta di iniziativa popolare è in senato. E nel dibattito elettorale. Entra in parlamento dalla porta principale: il disegno di legge sulla difesa civile non armata e nonviolenta ha ampiamente superato il quorum delle 50mila firme, nonostante il silenzio dei grandi media che l’ha circondata. È un sussulto nella palude della politica italiana. Mentre la partitocrazia discute di riforma elettorale e campi larghi o stretti, in sei mesi sui social e con il passa parola dal basso si è fatta strada la campagna “Un’altra difesa è possibile”, promossa da tre reti della società civile (Conferenza nazionale degli enti di servizio civile, Sbilanciamoci! e Rete italiana pace e disarmo). Partita in sordina a marzo, dopo il deposito in Cassazione del testo di legge, la raccolta di sottoscrizioni ha faticato a decollare, complice anche l’estate più calda e la scarsa disponibilità di risorse finanziare, ma negli ultimi giorni ha visto un’accelerazione formidabile grazie alle attiviste e gli attivisti che hanno raccolto consensi nei territori, ai testimonial del mondo dell’arte, della cultura, della scienza, della politica, dell’informazione, che ci hanno messo la voce e la faccia, alle associazioni, circoli, parrocchie, gruppi che si sono mobilitati, persino molti comuni che hanno approvato delibere di sostegno. Firma dopo firma, con un flusso crescente di migliaia al giorno, si è giunti al quorum prima della scadenza dei sei mesi fissata al 18 settembre. È un passo fondamentale per il pacifismo italiano che porta una proposta concreta per costruire istituzioni di pace e nonviolenza direttamente sui banchi del parlamento. Nei prossimi giorni la legge verrà formalmente incardinata al senato. Un risultato appartenente alla piazza virtuale che si è riunita attorno ad un obiettivo preciso, un programma costruttivo che va oltre gli slogan facili buoni per tutte le stagioni e scavalla lo stereotipo del pacifista del No. Chi ha firmato è consapevole di aver aperto una nuova stagione nella storia del pacifismo italiano, capace di sostenere un’altra idea di sicurezza, di difesa, di politica, proprio oggi che la guerra viene presentata come inevitabile e il riarmo come unica risposta possibile. La nonviolenza passa anche dalla democrazia diretta. Il disegno di legge “Istituzione e finanziamento del dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta” ha l’obiettivo molto ambizioso di dare alle istituzioni uno strumento concreto capace di tenere insieme gli articoli 11 e 52 della Costituzione: difendere la patria ripudiando la guerra. Rompere il monopolio della difesa militare armata (che ci costa 35 miliardi all’anno) è il primo passo necessario per mettere in campo istituzioni di pace. In un mondo dove le minacce sono sempre più ibride - dai cyber-attacchi alle crisi pandemiche, fino alle migrazioni forzate - i carri armati, i caccia bombardieri, i droni, risultano strumenti totalmente inefficaci e anzi controproducenti. I veri nemici da cui dobbiamo difenderci sono la crisi climatica, con lo scioglimento dei ghiacci e la desertificazione, alluvioni e incendi, la minaccia nucleare, il collasso delle risorse, la povertà e la fame. Si basa su questa visione il testo diviso in articoli che costruisce una nuova architettura del sistema difensivo, finalmente una cornice istituzionale, con supporto giuridico e finanziario, all’organizzazione della difesa nonviolenta. Che, ha chiarito la Corte costituzionale in diverse sentenze, ha “equivalenza di dignità” con la tradizionale difesa armata. Dunque deve avere anche equivalenza di risorse. Per questo si prevede di mettere a sistema un fondo nazionale per la difesa civile non armata e nonviolenta assicurando programmazione e continuità delle risorse che saranno alimentate anche dai proventi dell’opzione fiscale del sei per mille che viene riconosciuta ai cittadini contribuenti. Non si tratta solo di un atto legislativo, è un invito al cambio di paradigma culturale. Togliere denaro alle armi e spostarlo sulla pace. Ecco perché il progetto di legge spaventa tanto i signori della guerra decisi a evitarne ogni discussione. Ora comincia la seconda fase: chiedere subito l’avvio dell’iter parlamentare, porre il tema della difesa all’attenzione dell’agenda politica per farne un elemento decisivo della prossima campagna elettorale. Proprio su questo potrebbe nascere il “campo largo della pace”. L’Occidente, la falsa sicurezza dei muri e il coraggio dell’empatia di Marco Impagliazzo Avvenire, 15 settembre 2026 La modernità vive di paure per timore di perdere il proprio status. Lo spaesamento indotto dalla globalizzazione ha provocato processi di radicalizzazione e ha esaltato il contrasto con “l’altro” per evitare le risposte complesse di cui oggi c’è bisogno. Ferruccio de Bortoli ragionava a fine agosto sul Corriere della Sera intorno al dibattito aperto dal libro di Gad Saad, psicologo e studioso di marketing libanese-canadese, intitolato “L’empatia suicida, morire per essere gentili”, di prossima pubblicazione anche in Italia. Per l’autore l’Occidente sta morendo di empatia: saremmo troppo buoni, troppo disponibili nei confronti dei più deboli, in particolare dei migranti, in specie quelli provenienti da un contesto islamico. Di questo passo finiremo presto per essere invasi e sopraffatti. Il volume punta il dito contro le “élites globaliste” che si possono permettere di essere compassionevoli vivendo nei centri storici ZTL o in esclusivi compound, mentre nelle Sassonia-Anhalt - potremmo dire oggi - dell’Occidente si vive il lato oscuro della globalizzazione con cittadini che reagiscono di conseguenza. Davvero l’empatia è la malattia contemporanea dell’Occidente che può condurci al suicidio? Secondo tale tesi l’unico modo per evitare un tale suicidio sarebbe quello di abbandonare i nostri valori, validi solo in tempi meno difficili di quelli odierni. Tuttavia, l’Occidente non è sempre stato così empatico, come viene ricordato in tante parti del mondo, senza contare i doppi standard di oggi. È troppo semplicistico dividere la storia in una narrazione - per lo più mediatica - in cui da un lato ci sono le forze del bene e dall’altro quelle del male. Ovviamente a parti invertite, dipende da dove si guarda. Malgrado la libertà, i diritti umani e lo stato sociale di cui godiamo, non sempre i nostri sistemi occidentali sono esenti da distorsioni e ingiustizie, come la questione delle migrazioni dimostra, con barbarie non degne della nostra storia. L’empatia e il senso di giustizia che resiste nelle società occidentali è frutto di una lunga storia di errori emendati, di conquiste faticosamente raggiunte in tempi difficili, anche più dei nostri. Per questo è falso dire che l’empatia oggi non va bene: diritti e valori divennero il rifermento comune nel Dopoguerra, davanti a immani sofferenze e distruzioni. Fu la maturazione di una coscienza sofferta che giunse a comprendere che solo il convivere garantisce giustizia e pace. Chiedendo la fine del “buonismo” alcuni autori si fanno interpreti di umori diffusi in una società liquida ed emotiva. La modernità occidentale vive di paure per timore di perdere il proprio status, sebbene sia la parte più sicura e ricca del globo. Conta anche un certo declassamento del ceto medio che si sente in pericolo e da cui nasce una paura spesso irrazionale che si trasforma in umori, mentalità e alla fine scelte politiche semplificate. Lo spaesamento indotto dalla globalizzazione ha provocato processi di radicalizzazione, ha esaltato il contrasto con “l’altro” per evitare le risposte complesse di cui oggi c’è bisogno. Non si risolvono facilmente questioni come l’intelligenza artificiale, la crisi climatica, l’immigrazione: tutto ciò richiede riflessione e senso della complessità. Ma una politica emozionale non è paziente e invoca risposte rapide, all’apparenza definitive. Così ci si contrappone, urlando le proprie “ragioni” mediante stereotipi e la ricerca del capro espiatorio: una comunità, una religione, una nazione… L’idea del “muro di separazione”, emotivo o legale, nasce in questo modo. Nella paura di non riuscire a controllare più nulla del proprio futuro, si imboccano scorciatoie emotive. La storia ci insegna tuttavia che piccoli muri o Grandi Muraglie non hanno mai protetto nessuno. Se talvolta il “buonismo” può sembrare ingenuo, il “cattivismo” è la migliore ricetta per farsi tanti nemici. Conculcare i diritti di alcuni finisce per limitarli per tutti: ciascuno avrà qualcosa da perdere. Abbandonare ogni empatia porta al conflitto interno, al rischio di guerra civile. L’Occidente per alcuni secoli ha preteso di controllare il globo: quest’epoca è finita e non la si risuscita con nostalgica rivalsa. Altri, come le periferie umane e urbane - diceva papa Francesco - a cui potremmo aggiungere le antiche periferie globali, vogliono contare. Conviverci è il nostro destino comune. Rabbia che consuma, terrorismo, offesi che avranno un conto da saldare di Adriano Sofri Il Foglio, 15 settembre 2026 Ogni tanto sono d’accordo con Lucio Caracciolo, per esempio quando dice che la risposta statunitense all’11 settembre 2001 si ispirò alla vendetta, come quella israeliana al 7 ottobre 2023. Del resto non fa che constatare la consumazione dell’errore dal quale Joe Biden aveva messo in guardia il governo israeliano, di ripetere gli errori della risposta americana all’11 settembre. “Non lasciate che la vostra rabbia vi consumi… anche la perdita di vite palestinesi conta”. Quell’avvertimento era pronunciato il 17 ottobre, appena dieci giorni dopo, i primi spiccioli. Terrore, terrorismo, sono diventate parole buone a tutto, e anche la vendetta. Ma una delle accezioni della vendetta, la più pregnante, riguarda la scelta di chi non ha altre risorse e non vede nel proprio orizzonte una prospettiva di giustizia. La vendetta, anche quando non era diventata deliberatamente suicida - il terrore delle e dei “kamikaze” - era la risposta disperata e obbligata dell’onore offeso. Si chiamava così, nella Corsica o in Cecenia. Il terrorismo può essere una strategia di organizzazioni abbastanza potenti e ambiziose da mirare alla conquista del potere, o la pratica di gruppi e persone che obbediscano al codice della vendetta e vi cerchino un risarcimento morale. Fu così per il terrorismo armeno che si chiamò della “Nemesi” al genocidio turco del 1915. Sto rileggendo il Segev del “Settimo milione”, c’è il capitolo intitolato ai “Sei milioni di tedeschi”. Tratta di Abba Kovner, superstite della Shoah, a 27 anni, già insorto del ghetto di Vilnius e combattente della Resistenza, poeta. Si mise insieme a una cellula intitolata “Nakam”, Vendetta, cinque giovani sopravvissuti come lui, col programma strenuo di “avvelenare gli acquedotti di diverse grandi città tedesche per uccidere sei milioni di tedeschi”. Fallirono, ci furono dei contrattempi. Naturalmente i contrattempi non avvengono per caso, e molti anni dopo Kovner disse che qualunque persona normale avrebbe dovuto capire che il suo progetto era folle. Ma a quel tempo un funzionario dell’Agenzia ebraica in missione fra i sopravvissuti della Shoah in Europa aveva scritto: “È il desiderio di vendetta che li tiene in vita”. Del terrorismo come strategia il caso principale è stato - ed è ancora, in Africa, in Asia - il Daesh, lo Stato Islamico, che riuscì davvero a farsi Stato, Califfato, e a tenere in scacco ferocemente per anni la più stentorea e frustrata alleanza internazionale. Prima, e soprattutto fra la fine degli anni 60 e gli 80 del Novecento a occupare la scena fu il terrorismo palestinese e la sua sequela di fazioni concorrenti o rivali: l’Europa, e l’Italia - noi al riparo parziale del “Lodo Moro” e del colonnello Giovannone - furono un teatro essenziale delle loro operazioni. Ai nostri giorni ci si interroga sull’ispirazione degli atti terroristici compiuti pressoché solo con mezzi di fortuna, auto che investono, coltelli, accette, e da autori “lupi solitari” con un curriculum psichiatrico. Sarebbe più ragionevole interrogarsi sulla scarsezza di attività terroristiche ispirate alla vendetta, di individui o di gruppi organizzati. L’antisemitismo, certo: si è galvanizzato, lo si è galvanizzato, e tuttavia. Gaza: ha fatto migliaia di orfani che un giorno, si dice, avranno un conto da saldare. Intanto, benché la diaspora palestinese sia larga e radicata, e ricca di rapporti coi cittadini dei paesi ospitanti, la rabbia e lo spirito della vendetta sembrano decisamente tenuti a bada. Non so bene che cosa significhi: certo la sensazione di aver guadagnato una forza di solidarietà e di mobilitazione che offre una prospettiva, e che il terrore insidierebbe. E anche, forse, che una leadership di questa forza internazionale, per variegata ed estemporanea che sia, ha una capacità di controllo delle sue manifestazioni. Penso che in generale uno stupore sulla limitatezza di un “terrorismo” degli offesi e della vendetta sia largamente fondato. D’altra parte, immaginiamo che cosa diverrebbe l’Ucraina se fosse davvero sconfitta e asservita al dominio russo. L’irredentismo armato, e anche “terrorista”, ucraino, e antirusso - che allora voleva dire antisovietico - durò anni dopo la fine della Seconda guerra, fin molto avanti negli anni 50. E visto che ci siamo, immaginiamo gli umani della terra intera, a cominciare da noi, che da tre o quattro giorni si sentono avvertire che una Superintelligenza artificiale possa prendere il sopravvento e sbarazzarsi dell’incidente del genere umano. Vendicarsene, come il servo addestrato del proprio arrogante e sventato padrone. E che possa farlo, diciamo, più o meno fra un semestre. Un ultimo gradino, nella scala superba del progresso della scienza, della tecnica, dell’algoritmo, che renda superfluo il genere umano, 8,3 miliardi, in un colpo solo. Immaginiamo che qualcuno se ne convinca, che abbia figli, nipoti, e antenati anche, e veda senza tregua in televisione e sul telefono i responsabili delle meraviglie della tecnologia, ne veda facce, risate, mogli, patrimoni, feste e convegni - responsabili altresì più o meno diretti del resto, il caldo che ha appena fatto e Gaza e l’Ucraina e gli Stretti…: prenderà commiato da questo pianeta che fu il suo senza colpo ferire? Un colpo inutile, sia pure, nient’altro che una vendetta? Un modesto, devoto luddismo? Denunciare i crimini di Netanyahu e Ben-Gvir senza tirare in ballo gli ebrei: è così difficile? di Davide Vari Il Dubbio, 15 settembre 2026 Il ddl richiama la definizione Ihra ma ribadisce la libertà di critica. Condannare il governo israeliano non giustifica l’odio antiebraico. Possiamo denunciare le atrocità del governo israeliano, composto da un manipolo di criminali, e nello stesso tempo condannare le sbandate antisemite che ormai invadono il dibattito pubblico e la “grande cloaca social”? Ebbene sì, si può. Le due cose possono tranquillamente stare insieme: è “concesso” scagliarsi contro le atrocità della banda di Netanyahu e insieme vigilare su una deriva antisemita che è sotto gli occhi di tutti. Del resto, è ampiamente documentato che gli episodi di intolleranza e violenza contro gli ebrei sono esplosi in tutto il mondo. E dovremmo partire proprio da qui per provare a diradare le nebbie che avvolgono il famigerato ddl antisemitismo. A leggere certe reazioni, infatti, sembrerebbe che il Parlamento voglia introdurre una legge speciale per mettere il bavaglio a chiunque osi criticare Israele. Ma basterebbe dare un’occhiata al testo per scoprire una cosa piuttosto semplice: il ddl non introduce un nuovo reato di antisemitismo né stabilisce una nuova pena per chi critica Israele. Si limita a richiamare la definizione dell’IHRA come riferimento “per individuare e contrastare i fenomeni di antisemitismo” e, soprattutto -casomai ce ne fosse bisogno - ribadisce che “restano ferme la libertà di critica politica e la libertà di espressione”. Fa però una certa impressione che l’allarme liberticida arrivi proprio da chi, in altre occasioni, non ha considerato un attentato alla libertà il ricorso allo strumento penale per combattere discriminazione e odio: il ddl Zan, tanto per dirne uno. Si può essere favorevoli o contrari a questa espansione del diritto penale. Noi, peraltro, abbiamo sempre guardato con molta diffidenza alla moltiplicazione dei reati d’opinione e all’idea che sia il codice penale a stabilire il perimetro delle opinioni ammissibili e non ammissibili. Ma proprio per questo colpisce la giravolta di chi ieri considerava perfettamente legittimo ricorrere alla sanzione penale contro determinate manifestazioni di odio, mentre oggi, davanti a un ddl sull’antisemitismo che non introduce un nuovo reato, scopre improvvisamente il pericolo del bavaglio. Senza contare che molti degli indicatori contenuti nella definizione IHRA rappresentano poco più del minimo sindacale, per così dire. Ecco qualche esempio: attribuire agli ebrei, in quanto tali, le responsabilità del governo israeliano; riproporre il mito di un potere ebraico occulto che controllerebbe banche, giornali o governi; negare la Shoah; accusare gli ebrei di una doppia fedeltà; giustificare o invocare violenza contro di loro. Insomma, l’abc di una società civile. Combattere l’antisemitismo, e aderire agli indicatori dell’IHRA, dunque, non significa obbligare al silenzio su Israele. Si può pretendere che Netanyahu risponda delle proprie responsabilità senza pretendere che un ebreo italiano risponda delle sue azioni. E si può difendere la causa palestinese senza rispolverare la lobby ebraica che governerebbe il mondo, Soros, le doppie fedeltà e tutto il vecchio armamentario antigiudaico. Non è così difficile.