Riforma regolamento penitenziario: le novità della bozza di decreto di Sara Occhipinti* altalex.com, 14 settembre 2026 Il provvedimento consentirà più opportunità di lavoro per i detenuti e favorirà i progetti a valore sociale in collaborazione tra amministrazione penitenziaria e enti privati. In arrivo una riforma del regolamento penitenziario che consentirà più opportunità di lavoro per i detenuti, e favorirà i progetti a valore sociale in collaborazione tra amministrazione penitenziaria ed enti privati. Il 2 settembre scorso è stato pubblicato il parere interlocutorio del Consiglio di Stato (n. 01616/2026) sulla bozza del decreto elaborato dal Ministero della Giustizia. Il 28 agosto scorso, nell’adunanza della Sezione consultiva per gli Atti normativi, il Consiglio di Stato ha esaminato la bozza di decreto messo a punto dal Ministero della Giustizia per riformare l’attuale regolamento penitenziario (D.P.R. n. 230/2000) e migliorare la formazione professionale e la collaborazione con soggetti privati per lo svolgimento delle attività lavorative dei detenuti. I criteri normativi - La base normativa del testo elaborato da Via Arenula si trova all’art. 37 del Decreto-legge n. 48/2025 che ha abilitato il Governo ad apportare con regolamento le opportune modifiche alle norme che disciplinano l’organizzazione del lavoro dei soggetti sottoposti a trattamento penitenziario, fissando i seguenti criteri: - promozione del lavoro anche per il tramite della “interazione con l’iniziativa economica privata” - semplificazione delle relazioni tra le imprese e le strutture carcerarie; - possibilità per l’amministrazione penitenziaria di “apprestare, in relazione ad attività aventi spiccata valenza sociale, modelli organizzativi di cogestione, privi di rapporti sinallagmatici”; - riconoscimento ai fini curricolari e della relativa formazione professionale delle prestazioni lavorative svolte dai soggetti detenuti o internati; - accoglimento delle commesse di lavoro provenienti da soggetti privati; - valorizzazione della collaborazione con i consigli nazionali di alcuni ordini professionali con il CNEL e con il Garante dei detenuti per diffondere la conoscenza delle iniziative legislative ed amministrative per il reinserimento dei detenuti. I dati alla base del provvedimento - Su un totale di 63.499 detenuti al 31 dicembre scorso erano 21709 (pari al 34%) quelli coinvolti in attività lavorative, di cui 18.580 alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, e il 70,1% impegnati nella prestazione di servizi di istituto. L’aspetto critico che la bozza di decreto intende rimediare riguarda proprio la concentrazione dei detenuti lavoratori alle dipendenze dell’amministrazione, in impieghi di modesta valenza formativa e professionalizzante rispetto al lavoro svolto per datori esterni, e con scarso riconoscimento del valore del lavoro dei detenuti all’esterno del carcere. Per assicurare ancora meglio la funzione rieducativa della pena, è stato ritenuto opportuno: - ampliare e diversificare le opportunità lavorative e di formazione professionale dei detenuti; - rafforzare il raccordo tra amministrazione penitenziaria, mercato del lavoro esterno e soggetti, pubblici privati e del terzo settore che partecipano all’organizzazione delle lavorazioni penitenziarie. I contenuti del decreto - Seguendo questi obiettivi, lo schema di decreto, interviene su cinque distinti profili: - disciplina dei corsi di formazione professionale, con possibilità di accordi anche con ulteriori soggetti di diritto pubblico o privato accreditati presso la Regione o provincia autonoma di competenza o abilitati alla formazione professionale; - promozione attiva delle occasioni di lavoro: con compiti in tal senso distribuiti tra il DAP e al Provveditore regionale; - disciplina delle convenzioni per l’inserimento lavorativo dei detenuti e degli internati, anche con soggetti privati e cooperative sociali, con regole prestabilite su: modalità di utilizzo delle attrezzature e dei locali, verifica dell’adempimento degli obblighi, durata delle convenzioni e modalità di rimborso di costi indiretti dell’amministrazione. Per la prestazione dei servizi interni è prevista l’applicazione del Codice dei contratti pubblici se la convenzione è stipulata con soggetto che non sia ente del terzo settore; - riformulazione del superato obbligo del lavoro per i condannati e i sottoposti a talune misure di sicurezza; - ampliamento delle forme di attività individuali ammesse, prevedendo, in alternativa all’ordinaria attività lavorativa, la possibilità di svolgere attività artigianali, intellettuali, artistiche o di produzione per autoconsumo. Prossimi step - Secondo le indicazioni contenute nel parere interlocutorio del Consiglio di Stato (n. 01616/2026) il Ministero della Giustizia dovrà acquisire il concerto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, il parere del Garante per la protezione dei dati personali, e riformulare il testo in alcuni punti. *Avvocato “Il sovraffollamento non si combatte più, viene normalizzato” di Maria Di Poppa giornalelavoce.it, 14 settembre 2026 In Italia sono 65.661 per 51.220 posti regolamentari. A Torino 1.559 persone sono recluse in un istituto da 1.119 posti. Il punto, secondo l’Osapp, non sono gli 88 detenuti sottoposti al 41-bis trasferiti in Sardegna. E neppure la necessità di mantenere un regime speciale per impedire ai vertici delle organizzazioni criminali di continuare a impartire ordini dall’interno delle celle. Il problema è ciò che quel trasferimento, secondo il sindacato autonomo della Polizia penitenziaria, finisce per raccontare dell’intero sistema carcerario italiano: strutture sempre più piene, personale insufficiente, detenuti con bisogni profondamente diversi concentrati negli stessi circuiti e un’emergenza che rischia di trasformarsi lentamente nella normalità. A sollevare la questione è Leo Beneduci, segretario generale dell’Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria, dopo che il trasferimento dei detenuti al carcere di Uta, vicino a Cagliari, è finito anche sulle pagine della stampa britannica. Il Times ha raccontato la concentrazione dei reclusi al regime speciale nell’isola richiamando le polemiche della presidente della Regione Alessandra Todde, mentre anche il Sun ha dedicato spazio all’operazione. “Ci voleva la stampa britannica per mostrarci dall’estero ciò che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria continua a non vedere”, attacca Beneduci. Il sindacato precisa immediatamente il terreno della contestazione: “Non contestiamo il 41-bis. Contestiamo un metodo che concentra uomini e problemi senza governarne fino in fondo le conseguenze”. È una distinzione importante. Il regime previsto dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario è uno degli strumenti fondamentali utilizzati dallo Stato per interrompere le comunicazioni tra i vertici mafiosi detenuti e le organizzazioni criminali all’esterno. La polemica riguarda invece la scelta di concentrare un numero crescente di detenuti ad altissima sicurezza in pochi istituti e, parallelamente, il modo in cui viene amministrata la popolazione detenuta ordinaria. Il trasferimento in Sardegna è stato imponente. Tra il 5 e il 6 settembre sono stati portati a Uta 88 detenuti al 41-bis. L’operazione ha coinvolto nove istituti penitenziari e più di 220 appartenenti alla Polizia penitenziaria, oltre a mezzi aerei della Guardia di finanza, Polizia di Stato e carabinieri. I detenuti trasferiti provenivano, tra gli altri, da Viterbo, Terni, Milano, Roma, L’Aquila e Spoleto. Le sezioni 41-bis di Viterbo e Terni sono state completamente chiuse, liberando spazi negli istituti della Penisola. Per il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni, l’operazione ha rappresentato invece la prova della capacità organizzativa dello Stato e della professionalità della Polizia penitenziaria. Il nuovo reparto di Uta è stato ristrutturato appositamente per ospitare detenuti di elevata pericolosità ed è affidato alla vigilanza del Reparto operativo mobile di Cagliari. Il governo considera la concentrazione dei detenuti al 41-bis uno strumento per rafforzare isolamento e sicurezza e, contemporaneamente, recuperare spazi nelle altre carceri. È proprio qui che l’Osapp apre però un fronte diverso. Secondo Beneduci, la Sardegna sarebbe soltanto “la fotografia più visibile di una crisi molto più profonda”. La critica più dura riguarda una soglia che, sempre secondo quanto riferisce il sindacato, sarebbe considerata raggiungibile nelle indicazioni dell’amministrazione: il 150% della capienza. “Se una direttiva del Dipartimento assume il 150% come soglia di presenze detentive raggiungibile, il messaggio è semplice: il sovraffollamento non viene più combattuto, viene normalizzato”. I numeri nazionali aiutano a comprendere la dimensione del problema. Al 31 agosto 2026, secondo i dati ufficiali del Ministero della Giustizia, nelle 189 carceri italiane erano presenti 65.661 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare complessiva di 51.220 posti. Considerando soltanto questi due dati, significa oltre 14 mila detenuti in più rispetto alla capacità teorica e un tasso di occupazione superiore al 128%. Ma il dato reale è peggiore perché una parte dei posti conteggiati formalmente non è concretamente utilizzabile, per lavori, problemi strutturali o sezioni chiuse. Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, utilizzando i posti effettivamente disponibili, ha calcolato nel corso dell’estate un tasso reale di sovraffollamento del 139,79%. Su 189 istituti, 69 superavano il 150% e sette addirittura il 200%. Soltanto 27 strutture risultavano sotto la propria capienza. È quindi su questo sfondo che assume peso l’espressione utilizzata dall’Osapp: il timore che una situazione eccezionale venga progressivamente considerata ordinaria. E il Piemonte non è affatto estraneo al problema. Al 31 agosto nelle 13 carceri della regione risultavano 4.445 detenuti per 3.978 posti regolamentari. Ma è soprattutto il Lorusso e Cutugno di Torino a offrire una fotografia impressionante della situazione. I dati del Ministero aggiornati al 10 settembre indicano 1.559 detenuti per 1.119 posti regolamentari, 21 dei quali risultano peraltro non disponibili. In termini pratici significa circa 440 persone oltre la capienza teorica, con un affollamento vicino al 140% rispetto ai posti regolamentari e ancora maggiore se si considerano soltanto quelli concretamente utilizzabili. Soltanto pochi giorni fa, proprio nel carcere torinese, un detenuto italiano di 56 anni si è tolto la vita, impiccandosi nella nona sezione del padiglione B. In quella circostanza l’Osapp aveva denunciato una carenza di organico della Polizia penitenziaria che il sindacato quantifica intorno al 30%, parlando di carichi di lavoro estremi e di un istituto nel quale il personale deve affrontare quotidianamente situazioni sempre più difficili. Durante l’anno erano già emerse tensioni. Ad aprile l’Osapp aveva segnalato disordini tra detenuti, aggressioni e l’utilizzo di armi rudimentali all’interno del Lorusso e Cutugno, denunciando casi nei quali un solo agente avrebbe dovuto sorvegliare contemporaneamente più postazioni. La questione, dunque, non è soltanto quanti detenuti possano fisicamente entrare in un edificio: più aumentano le presenze, più cresce la quantità di colloqui, traduzioni, accompagnamenti sanitari, controlli, interventi per eventi critici e situazioni da gestire quotidianamente. C’è poi un altro aspetto sul quale insiste Beneduci: chi viene rinchiuso negli istituti ordinari. “Dentro questa normalità finiscono le cosiddette carceri comuni: tossicodipendenti, detenuti con disagio psichico, violenti, incompatibili e soggetti di difficile gestione vengono concentrati negli stessi circuiti”. È uno dei passaggi più delicati della denuncia. Parlare genericamente di “detenuti” rischia infatti di mettere sotto un’unica etichetta persone con esigenze completamente differenti. Ci sono detenuti con dipendenze, altri con gravi disturbi psichiatrici, persone anziane o con malattie importanti, soggetti con elevata pericolosità e detenuti che, invece, richiederebbero soprattutto percorsi terapeutici o riabilitativi. La stessa normativa penitenziaria riconosce la necessità di questa differenziazione. L’articolo 115 del Dpr 230 del 2000 stabilisce che in ogni regione debba essere realizzato un sistema integrato di istituti differenziati per le varie tipologie detentive. La disposizione contempla inoltre strutture o sezioni con trattamento intensificato per persone con tossicodipendenza, alcol-dipendenza o rilevanti patologie psichiche e fisiche. L’idea alla base della norma è semplice: non tutti i detenuti possono essere gestiti nello stesso modo perché sicurezza, cura e trattamento richiedono risposte differenti. Per l’Osapp è proprio questo principio a essere messo in difficoltà quando gli istituti lavorano costantemente oltre la propria capacità. “Oggi, quando non si riesce a classificare e distribuire, si ammassa o si trasferisce”, sostiene Beneduci. E il trasferimento, anziché risolvere il problema complessivo, rischia secondo il sindacato semplicemente di spostarlo da una struttura all’altra. È qualcosa che si è visto anche in Piemonte. Ad agosto nel carcere di Cuneo erano presenti 377 detenuti a fronte di una capienza di 311 posti. Secondo quanto riferito dai Radicali dopo una visita nell’istituto, parte dell’aumento derivava proprio dagli “sfollamenti” effettuati dal carcere di Torino per alleggerire il Lorusso e Cutugno. La pressione, in questo modo, si riduce in un istituto ma può aumentare in un altro. La situazione della Sardegna mostra quanto siano complessi gli equilibri. Il dato ministeriale al 31 agosto registra 2.451 detenuti per 2.583 posti regolamentari, un valore che sulla carta non configurerebbe sovraffollamento regionale. Associazioni e operatori contestano però che il dato complessivo non tenga conto di centinaia di posti temporaneamente inutilizzabili e della particolare composizione delle sezioni. A Sassari-Bancali, per esempio, Antigone aveva già rilevato in primavera 566 persone per 454 posti, insieme a una presenza significativa di detenuti con fragilità sociali, psichiche e problemi di dipendenza. L’arrivo degli 88 detenuti al 41-bis ha inoltre aperto una questione sanitaria. Nel carcere di Uta, secondo la denuncia della Uil Funzione pubblica raccolta dalla Rai, dopo i trasferimenti la popolazione detenuta è arrivata a circa 840 persone, mentre il servizio sanitario conterebbe appena 22 infermieri e otto operatori socio-sanitari. Nei turni notturni, secondo il sindacato, l’intera struttura sarebbe gestita in alcuni momenti da due infermieri e un solo Oss. È contro questo scenario che l’Osapp contesta anche la narrazione degli aumenti di organico. “Poi si annunciano nuovi agenti. Ma il dato vero non è quanti giovani poliziotti escono dalle scuole: è quanti restano operativi dopo aggressioni, ferite, malattie, pensionamenti e logoramento”, afferma Beneduci. “Sono proprio quei ragazzi a essere mandati negli istituti più sovraffollati e difficili, dove l’emergenza è diventata servizio ordinario”. La parola utilizzata più volte dal sindacato è proprio “normalizzazione”. Normalizzare il sovraffollamento significa, nella lettura dell’Osapp, abituarsi a considerare accettabile che cento posti ospitino 130, 140 o persino 150 persone. Ma significa anche trasformare condizioni straordinarie di lavoro in routine per agenti, educatori, psicologi, medici e infermieri. Sul trasferimento dei detenuti in Sardegna si è aperto nel frattempo anche uno scontro politico. La presidente della Regione Alessandra Todde ha annunciato iniziative contro la decisione del governo e ha contestato il rischio di trasformare l’isola in un grande polo nazionale della detenzione ad alta sicurezza. È stata proprio questa polemica a essere ripresa dal Times, che ha evocato per la Sardegna l’immagine della “Devil’s Island”, richiamando anche la stagione dell’Asinara e i grandi boss mafiosi detenuti sull’isola negli anni Novanta. Per il governo, invece, concentrare i detenuti al 41-bis in strutture specializzate permette di aumentare i livelli di sicurezza e liberare sezioni in altri istituti. È la linea ribadita da Balboni, che ha ricordato come l’operazione abbia consentito di chiudere completamente le sezioni speciali di Terni e Viterbo e ha definito il 41-bis “il principale strumento di contrasto alla mafia”. L’Osapp, tuttavia, chiede al sottosegretario di spostare il confronto dal terreno delle responsabilità politiche passate a quello delle condizioni attuali. “Chiediamo di lasciare agli storici la contabilità del passato e di occuparsi con concretezza del drammatico presente”, afferma Beneduci. Il punto di caduta del ragionamento del sindacato è tutto nell’ultima frase: “Se il 150% diventa parametro, il detenuto problematico diventa “comune” e il trasferimento diventa soluzione, il poliziotto penitenziario resta l’ultimo e abbandonato argine di legalità e sicurezza”. Dietro la polemica sulla Sardegna rimane quindi una domanda nazionale. Quanto può essere considerato normale un carcere che lavora stabilmente oltre la propria capacità? A Torino ci sono oggi quasi 1.560 persone in una struttura da poco più di 1.100 posti. In Italia oltre 65 mila detenuti devono essere distribuiti in una rete che dispone formalmente di circa 51 mila posti e, nella realtà, ne ha ancora meno. È qui che il caso degli 88 detenuti al 41-bis smette di essere soltanto una vicenda sarda. Perché la battaglia contro le mafie, la sicurezza degli istituti, la tutela dei lavoratori e la dignità delle persone detenute non sono questioni alternative. Il problema nasce quando a un sistema già saturo viene chiesto continuamente di assorbire nuove emergenze, fino al punto in cui l’emergenza non fa più notizia perché è diventata la regola. Magistratura indipendente: contrari a proposta di adesione all’indulto differito www.agenzianova.com, 14 settembre 2026 Nel Comitato direttivo centrale dell’Associazione nazionale magistrati del 12 settembre 2026, Magistratura indipendente ha votato contro la mozione di adesione al cosiddetto “indulto differito” o “indulto responsabile”. La gravissima situazione delle carceri italiane - riferisce una nota di Magistratura indipendente - impone risposte urgenti e coraggiose. Su questo non vi è alcuna divergenza. Proprio per la serietà dell’emergenza, tuttavia, riteniamo che le soluzioni proposte debbano essere chiare, realistiche e concretamente praticabili. L’indulto differito, per come è stato prospettato, appare invece caratterizzato da forti elementi di indeterminatezza e finisce per scaricare sulle strutture della giustizia compiti ulteriori che oggi non sono in grado di sostenere. Uffici di Sorveglianza e Uffici di esecuzione penale esterna (Uepe) operano già in condizioni di estrema sofferenza; attribuire loro nuove funzioni di controllo, valutazione e accompagnamento senza adeguate risorse significa ignorare la realtà del sistema. A ciò si aggiunge un ulteriore profilo di criticità: una misura di questo tipo rischia di imporre la celebrazione di processi destinati comunque a concludersi con la dichiarazione di estinzione della pena, con il risultato di impegnare inutilmente risorse giudiziarie senza realizzare neppure l’obiettivo di alleggerire il carico di lavoro dei giudici penali. Non vi è inoltre alcuna garanzia che i percorsi di reinserimento annunciati possano essere effettivamente realizzati. Senza investimenti concreti in servizi, personale e strutture, il rischio è quello di una misura destinata a produrre effetti temporanei, senza incidere sulle cause profonde del problema. Magistratura indipendente ritiene inoltre che ogni intervento di clemenza debba tenere conto anche del diritto delle vittime a una risposta di giustizia effettiva e che la responsabilità delle scelte politiche in materia penitenziaria non possa essere trasferita, direttamente o indirettamente, sulla magistratura. Se il legislatore ritiene necessario adottare provvedimenti straordinari, deve assumersene pienamente la responsabilità politica, senza gravare ulteriormente un sistema giudiziario già sottoposto a pressioni eccezionali. Per queste ragioni, pur nella piena consapevolezza della drammaticità dell’emergenza carceraria, Magistratura indipendente - conclude la nota - non ha ritenuto di poter condividere la proposta di adesione all’indulto differito. La gravità del problema, alla pari di altri nodi che affliggono la giustizia, richiede soluzioni strutturali e di sistema, non misure settoriali, dai contorni incerti destinate ad aumentare il carico della magistratura senza offrire adeguate garanzie di efficacia. L’ossessione per la cronaca nera in tv nel Paese che chiede maggiore sicurezza di Alessandra Ghisleri La Stampa, 14 settembre 2026 Tre italiani su quattro seguono regolarmente i casi più efferati. Non una nicchia, ma un fenomeno di massa. C’è un rito collettivo che gli italiani celebrano ogni giorno, tra un telegiornale e l’altro, tra uno spuntino e un aperitivo, tra un talk show e il suo approfondimento serale quello di seguire, quasi con devozione, i casi di cronaca nera. Secondo i dati di Only Numbers tre quarti degli italiani seguono programmi, podcast o contenuti dedicati alla cronaca nera, agli omicidi, ai femminicidi e lo fanno con una certa regolarità (74,3%). Una cifra che, insieme alla somma degli ascolti, basta a fotografare un fenomeno di massa. Non si tratta più di una nicchia per appassionati del giallo, ma di un vero e proprio fenomeno di massa, che attraversa fasce d’età, estrazioni sociali e sensibilità politiche diverse. Un rito che riguarda ormai ogni piattaforma, dai canali tradizionali ai podcast. Le motivazioni, quando vengono esplicitate, raccontano già una parte della storia. Un cittadino su tre (29,6%) ammette che a spingerlo è semplicemente la curiosità, quel bisogno, antico quanto l’uomo, di capire “come è potuto succedere”. Sì, perché spesso, in questi tragici fatti i protagonisti sono quei “bravi ragazzi” della porta accanto, quelli che escono con i nostri figli, che incontriamo per strada ogni giorno, così, se si riesce a comprendere la dinamica del delitto - un movente, un contesto, una devianza…, inconsciamente ci si può convincere che a “noi” non potrebbe accadere, perché “noi” non abbiamo quelle caratteristiche. C’è poi chi si dichiara affascinato dal meccanismo investigativo e giudiziario (17,9%), dal modo in cui si costruisce una prova, si smonta un alibi, si arriva - o non si arriva - a una verità processuale. Per il 42,8% degli intervistati il crime rappresenta semplicemente la moda del momento, in grado però di assuefarci e trasformarci. Sono motivazioni comprensibili, quasi rassicuranti nella loro razionalità. La cronaca nera crea la domanda - Tuttavia, la ragione più inquietante non è tra quelle dichiarate, ma è quella che emerge quando si osserva la costruzione stessa dei palinsesti. La cronaca nera non risponde solo a una domanda, la crea. I contenitori televisivi che trattano questi temi occupano fasce sempre più ampie, diventando essi stessi intrattenimento puro, format ricorrenti con la propria drammaturgia, i propri protagonisti fissi, i propri tempi narrativi. Non si tratta più di informare su un fatto, ma di trasformare il dolore altrui in prodotto seriale, generando un circolo che si alimenta da solo. Ed è proprio qui che il quadro assume i contorni di un vero e proprio cortocircuito. I programmi di cronaca nera sono ormai presenti in tv praticamente ventiquattr’ore su ventiquattro. Il pubblico li segue, gli ascolti salgono, e più crescono le percentuali dello share, più questi contenuti si moltiplicano. Un circolo vizioso in cui la moda del momento, il caso mediatico che “tira”, diventa il principale criterio editoriale. I medesimi crimini vengono trattati e ritrattati, sezionati con un’insistenza che in determinati casi ha ben poco di giornalistico e molto di morboso, fino a saturare il dibattito pubblico attorno a due o tre vicende alla volta, spesso a scapito di tutto il resto. Il paradosso è che gli stessi cittadini che alimentano questo meccanismo con la loro attenzione ne percepiscono con lucidità gli effetti collaterali. Quasi un cittadino su due (46,3%), infatti, è convinto che questi programmi stimolino e amplifichino un senso di insicurezza che nella nostra società è già ampiamente diffuso, una percezione che, come sappiamo dai dati oggettivi su criminalità e sicurezza, va spesso oltre il ragionevole, disallineandosi dalla realtà. L’influsso sulla giustizia - A volte sembra quasi che si formino dei veri e propri filoni tematici, casi che per un periodo si moltiplicano nell’agenda mediatica - pensiamo ai bambini aggrediti dai cani, o a omicidi commessi con le stesse identiche efferate modalità - quasi si trattasse di un’onda emulativa più che di un reale incremento statistico del fenomeno. Non è il crimine ad aumentare, quanto la sua rappresentazione mediatica. Ancora più significativo è che il 41,0% degli intervistati intravede una vera e propria commistione tra queste trasmissioni e l’apparato della giustizia. L’idea che il racconto televisivo non si limiti a seguire i processi, ma finisca per influenzarli, anticiparli, in qualche misura condizionarli, è il segno di una sfiducia diffusa verso il delicato confine tra il piano mediatico e quello giudiziario. Uno specchio del nostro Paese, non una moda passeggera, ma uno squarcio su chi siamo e su chi stiamo diventando. Il dato più importante, però, è forse l’ultimo dove mette in evidenza che per il 56,2% dei cittadini intervistati, il successo di questi programmi non è un capriccio del pubblico, né una semplice tendenza televisiva, ma lo specchio di tutti i problemi irrisolti della nostra società. Un confronto tra sicurezza percepita e sicurezza reale, tra giustizia e fiducia nelle istituzioni che dovrebbero amministrarla. Una disuguaglianza sociale che spesso è il retroterra silenzioso di molti dei casi raccontati. E, non ultimo, un rapporto con la morte che la modernità ha rimosso dalla vita quotidiana e che, forse proprio per questo, torna a bussare attraverso lo schermo, in forma di cronaca. Ci troviamo di fronte a una società che ha bisogno di guardare ciò che teme, quasi per esorcizzarlo, ma che nel farlo rischia di restarne prigioniera. Una società che chiede verità e giustizia, ma che rischia di accontentarsi del loro racconto spettacolarizzato. Un Paese che cerca sicurezza, ma finisce per nutrire proprio quella paura che dice di voler combattere. Non si tratta di un pubblico ingenuo o manipolato inconsapevolmente. È un pubblico che sa di essere dentro un meccanismo particolare, e che ci resta lo stesso. Non ignoranza, ma piuttosto una forma di dipendenza collettiva consapevole il che è molto più serio di una semplice disinformazione. La cronaca nera in tv, in fondo, non crea questi problemi, ma li rivela. Un’Italia che, guardando il crimine, guarda sé stessa. Uno specchio, non una causa. Il vero caso da indagare, allora, non è più (solo) quello raccontato in prima serata, è il motivo per cui, giorno dopo giorno, continuiamo a restare incollati allo schermo. Violenza sessuale, o il danno delle norme che vogliono essere anche un messaggio di Gian Domenico Caiazza Il Foglio, 14 settembre 2026 Le virulente polemiche sorte intorno all’episodio della 13enne aggredita sessualmente dal commesso bengalese, e soprattutto le modalità di diffusione mediatica della notizia, costituiscono il segno più lampante dei danni catastrofici causati da norme penali segnate dalla insana pretesa di assolvere (anche) finalità ideologiche e di “messaggio” politico-culturale. La riforma del reato di violenza sessuale del 1996 rappresentò per molti versi una svolta storica nel progresso civile del nostro paese, soprattutto per aver finalmente collocato quel genere di reati nel capo dei delitti contro la persona e non più dei delitti contro la morale pubblica. Ma la scelta, sistematica e semantica, di qualificare con la sola e comune dizione di “violenza sessuale” sia le “violenze carnali” che gli “atti di libidine violenti” fino ad allora vigenti, piegò invece impropriamente la norma al tributo ideologico e simbolico. Quando le norme sono scritte con lo stesso spirito con il quale si scrive uno slogan, causano solo guai. Si volle dire: qualunque atto sessuale posto in essere senza consenso è una violenza sessuale, ed ogni distinzione anche solo semantica ci riporterebbe agli intollerabili cascami culturali del codice penale fascista. Senonché, qualunque titolazione si voglia dare alla rubrica di un reato, nella esperienza umana di ciascuno di noi appare inconfutabile che non tutti i comportamenti riconducibili a quella ipotesi di reato vengano percepiti con eguale giudizio di disvalore. E questo è talmente ovvio che la stessa riforma del 1996, sotto il cappello di quella ottusa forzatura ideologica, contemplò e regolò comunque questa incancellabile verità, prevedendo la riduzione della pena nientedimeno che “fino a due terzi” in caso di violenze sessuali di “minore gravità”. Un pastrocchio, perché la medesima norma dice: non azzardatevi a chiamare altrimenti che violenza sessuale anche quei comunque riprovevoli comportamenti che fino ad allora la giurisprudenza descriveva come “toccamenti intrusivi, baci forzati, palpeggiamenti non consentiti” etc; ma poi affida alla totale discrezionalità del giudice di applicare esattamente ad essi (a quali altri, sennò?) una diminuzione della pena (“fino a due terzi”) addirittura superiore a quella che il codice fascista prevedeva per i c.d. “atti di libidine violenta” rispetto alla “violenza carnale” (un terzo). Ipocrisia e stupidità populistica in purezza. Se non bastasse, è utile sapere che inevitabilmente l’anno scorso la Corte costituzionale, dopo aver preso atto che questa formidabile diminuente può trovare applicazione anche per violenze sessuali aggravate (ad es. se commesse - guarda tu - in danno di minorenni), ne ha esteso l’applicabilità - rimessa ancora una volta alla discrezionale valutazione giudiziaria del caso concreto - perfino alla violenza sessuale di gruppo, che è quella, tra tutte, la più gravemente sanzionata. Possono dunque accadere, norme alla mano e come è del tutto ovvio che sia, anche violenze sessuali di gruppo “di minore gravità”, con pena diminuibile fino a due terzi. Insomma, ecco a voi, in tutto il suo splendore, un fulgido esempio di irredimibile ottusità del politically correct: in nome della ortodossia semantica, si è preferito affidare ambiti di discrezionalità davvero giganteschi al giudice, piuttosto che prevedere definizioni normative testuali più rigorose e soprattutto vincolanti per il giudice medesimo. Se queste nozioni elementari che mi sono qui limitato a riassumere fossero state doverosamente approfondite in occasione della vicenda del commesso bengalese, sarebbe rimasto del tutto immutato e legittimo il diritto di criticare la scelta cautelare del gip torinese del solo obbligo di firma e non del carcere come richiesto dal pm (questione ora infatti al vaglio dei giudici del Riesame); ma almeno ci saremmo risparmiati il vergognoso ricorso alla metodica, cinica e volgare manipolazione della verità, che ha sobillato gli animi, inferocito la pubblica opinione, seminato odio e veleno. L’ordinanza della gip di Torino descrive in modo inequivocabile una condotta consistita - uso qui la vecchia terminologia giurisprudenziale - in “palpeggiamenti non consentiti” verso la povera ragazza. Quindi “violenza sessuale su minore” - e di questo odioso reato il responsabile pagherà certamente il fio - ma nessuno “stupro di una bambina”, come ho sentito urlare o scrivere a caratteri cubitali non dai soliti leoni da tastiera, ma innanzitutto da direttori di quotidiani - come dire - fatti e rifiniti, da opinionisti di prima fascia e da esponenti della politica ai suoi massimi livelli anche istituzionali. La responsabilità primaria, come ho qui cercato di raccontare, è certamente della sciagurata scelta normativa di negare distinzioni semantiche a comportamenti la cui diversa gravità vien poi riconosciuta dalla stessa legge, “nascosta” dalla previsione di una attenuante addirittura demolitoria. Ma la scelta di chi, per responsabilità e funzioni assolte, non ha esitato un secondo a venire meno al proprio dovere di informare la pubblica opinione nel rispetto minimo della verità dei fatti, ha scritto una delle tante pagine umilianti della politica che ci tocca ormai vivere, in questi tempi così difficili. Orfani dei femminicidi: borse di studio e sussidi. Così il futuro è meno buio di Giulia Prosperetti La Nazione, 14 settembre 2026 Invisibili fino alla legge del 2018, in troppi erano costretti a lasciare gli studi. Ma la strada è ancora in salita: erogato solo il 3,7% dei 61,9 milioni stanziati. Relegati ai margini della cronaca, invisibili anche agli occhi della legge, almeno fino al 2018, gli ‘orfani speciali’, per usare la definizione dalla psicologa e ricercatrice Anna Costanza Baldry, riconquistano a piccoli passi il proprio diritto al futuro. Quelle dei figli delle vittime di femminicidio - bambini o ragazzi che hanno vissuto un trauma simultaneo e devastante: la perdita della madre e del padre (perché suicida, latitante o detenuto) - sono, troppo spesso, storie di sogni spezzati e progetti infranti. Quando sua madre, Olga Granà, il 26 luglio 1997 viene uccisa dall’ex marito a colpi d’ascia, Giuseppe Delmonte, allora 18enne, si trova costretto a rinunciare agli studi in medicina. Da qui con la sua associazione ‘Olga - Educare contro ogni forma di violenza’, nasce l’idea di assicurare un futuro a chi resta e non ha più i mezzi economici per crescere. Lanciato un anno fa ‘Il Sogno di Olga’, Fondo nazionale per il diritto allo studio degli orfani speciali destinato a minori e giovani adulti fino a 26 anni, quest’estate ha portato i suoi frutti con le prime borse di studio consegnate a luglio. Cinquantamila euro frutto di donazioni che permetteranno a 10 giovani di proseguire la loro strada, aprendo uno spiraglio di luce oltre la tragedia. È così che N., cresciuta dagli zii insieme alla sorella, potrà diventare insegnante; S., che a dieci anni trovò la madre uccisa dal padre, coronerà il sogno di diventare medico; C., S. e S., rimasti orfani nel 2007 e adottati dallo zio, potranno studiare rispettivamente Economia e Management, Ingegneria Aerospaziale e Design. E J., 26 anni, che attualmente per mantenersi svolge due lavori, potrà intraprendere un percorso di studi nel settore del turismo e dei beni culturali. Una goccia nel mare che, tuttavia, accende un faro sugli orfani dimenticati, vittime secondarie di reati che ancora oggi si fa fatica a chiamare con il loro nome. Ma, al di là delle iniziative private, qualcosa si muove. A partire dall’anno accademico 2025-2026 la Sapienza Università di Roma e l’Università degli Studi di Messina hanno previsto l’esenzione totale dalle tasse universitarie per gli orfani di femminicidio. E il ministero dell’Interno, per il 2026/2027, eroga borse di studio destinate agli orfani speciali del valore di 3.200 euro fino ad esaurimento delle risorse. Sebbene la legge 4/2018, attuata pienamente solo nel 2020, abbia introdotto misure specifiche in favore degli orfani per crimini domestici - gratuito patrocinio in ogni grado di giudizio, supporto psicologico, riconoscimento immediato dei diritti ereditari, sostegno economico (300 euro al mese per ogni minore in affido) tramite l’istituzione di un fondo dedicato - la strada per garantire una tutela adeguata alle vittime secondarie di femminicidio è ancora lunga. Iter burocratici complessi e poca informazione rendono, infatti, difficile usufruire del supporto statale. Dati alla mano, dal 2020 a oggi, su 61,9 milioni di fondi stanziati sono stati erogati circa 2,3 milioni di euro. Solo il 3,7% delle risorse previste. Urgente una riforma su collaboratori e testimoni di giustizia di Vincenzo Musacchio huffingtonpost.it, 14 settembre 2026 Serve soprattutto allo Stato. Senza cittadini e associati che denunciano, le mafie diventano sempre più forti e invisibili. L’importanza dei collaboratori e dei testimoni di giustizia nel contrasto alle nuove mafie è diventata improrogabile. Senza il loro coraggio, molte indagini non si avvierebbero, molte reti criminali resterebbero fuori dai radar giudiziari e interi territori continuerebbero a vivere sotto ricatto. Il sistema di protezione italiano, tuttavia, presenta criticità strutturali evidenti che, a mio avviso, rendono necessarie riforme urgenti e pienamente operative. I testimoni di giustizia - persone estranee alle mafie - e i collaboratori di giustizia - interni alle organizzazioni mafiose - che denunciano reati e segreti, costituiscono una delle poche crepe nel muro dell’omertà che protegge e fortifica i clan. Le diverse Relazioni al Parlamento sulle misure di protezione degli ultimi tre anni confermano in modo coerente che il loro contributo è “centrale” per l’azione di contrasto alla criminalità organizzata. Ciò assume maggiore rilievo in un contesto in cui le mafie contemporanee hanno modificato le proprie strategie, operando sempre più attraverso collusioni politico-economiche e attraverso relazioni nella cosiddetta “area grigia”. Una proposta di riforma organica e funzionale non è più rinviabile e dovrà incidere su più fronti, con un obiettivo comune: garantire protezione effettiva, stabilità economica, reinserimento sociale e riconoscimento pubblico. Solo così la scelta di “abbracciare” la legalità non si tradurrà in isolamento, povertà o marginalità. Per ridurre ritardi e disparità territoriali che oggi mettono a rischio la sicurezza dei testimoni e dei collaboratori di giustizia, sono necessari protocolli unificati tra Prefetture, Procure e Servizio Centrale. Occorre, inoltre, intervenire sulla qualità e sulla sicurezza degli alloggi, prevedendo standard minimi. In caso di pericoli o minacce, i trasferimenti di sicurezza devono essere attuati entro tempi massimi stabiliti per legge, ad esempio 48/72 ore. È altresì indispensabile una formazione specifica per le forze dell’ordine incaricate di seguire e tutelare i testimoni e i collaboratori. La riforma dovrà poi affrontare con decisione la precarietà economica che scoraggia molte persone dal denunciare o collaborare. Risulta fondamentale, in tale prospettiva, l’istituzione di un reddito di protezione con importo fisso nazionale, non soggetto a rinnovi trimestrali, e con indennità familiare per coniugi e figli che subiscono conseguenze indirette. Serve inoltre un fondo nazionale destinato al reinserimento lavorativo, accompagnato da incentivi alle imprese che assumono testimoni, prevedendo contributi figurativi per gli anni di protezione. Di pari importanza è il contrasto dell’isolamento, dello stress post-traumatico e della rottura dei legami familiari. A tal fine, è necessario prevedere un servizio dedicato di psicologi, con percorsi strutturati e incontri mensili obbligatori. I programmi scolastici e i percorsi terapeutici per i minori devono essere rafforzati e resi più efficaci attraverso misure personalizzate. Anche la burocrazia, se non governata, rischia di vanificare gli obiettivi di tutela. La gestione amministrativa deve ridurre ritardi, errori e incertezze che oggi trasformano il percorso dei testimoni e dei collaboratori in un labirinto di difficoltà. Le procedure della Commissione Centrale dovrebbero essere interamente digitalizzate, con tempi certi e tracciabili. È opportuno, inoltre, istituire uno sportello unico territoriale per i testimoni, dotato di personale formato e competente. Nel progetto di riforma introdurrei anche l’istituzione di un Garante nazionale sui collaboratori e testimoni di giustizia, con una Relazione annuale al Parlamento corredata da indicatori dettagliati e misurabili relativi alle diverse attività. Questa riforma non servirebbe soltanto ai testimoni: serve soprattutto allo Stato. Senza cittadini e associati che denunciano, le mafie diventano sempre più forti e invisibili. Con un sistema di protezione davvero solido, invece, la legalità può trasformarsi in una scelta concreta e praticabile che può infliggere un colpo mortale alle mafie. Pochi telefoni in carcere, ma per la Cassazione non è un diritto perugiatoday.it, 14 settembre 2026 Detenuto di Spoleto condannato a 3.000 euro di multa: la carenza di linee è una scelta organizzativa dell’istituto, non una violazione azionabile in tribunale. Le linee telefoniche messe a disposizione dei detenuti nella Casa di reclusione di Spoleto saranno anche insufficienti, ma per la Cassazione non è una questione che riguarda i diritti soggettivi del detenuto, bensì una semplice modalità organizzativa rimessa all’amministrazione penitenziaria. Il percorso era iniziato con un’istanza presentata da un detenuto al magistrato di Sorveglianza di Spoleto, che aveva dichiarato “non luogo a provvedere”. Il detenuto aveva, quindi, proposto reclamo al Tribunale di Sorveglianza di Perugia, che lo aveva dichiarato inammissibile. Da qui il ricorso in Cassazione. Secondo la Suprema Corte, il ricorso è inammissibile per una ragione preliminare: è stato proposto avverso un provvedimento non impugnabile. Il reclamo originario, spiegano i giudici, aveva “natura meramente generica e non giurisdizionale”. Il punto centrale è la qualificazione giuridica della doglianza. La Cassazione rileva che l’insufficienza delle linee telefoniche “non investe, nei termini in cui è stata prospettata, una posizione di diritto soggettivo del detenuto incisa da un comportamento dell’amministrazione penitenziaria tale da determinare un attuale e grave pregiudizio all’esercizio dei diritti”. Si tratta invece, si legge nella sentenza, di questioni che attengono “alle modalità organizzative del servizio e, dunque, a profili rimessi alla gestione amministrativa dell’istituto”. In assenza di una “lesione concreta e attuale di un diritto soggettivo”, il rimedio non poteva essere qualificato come reclamo giurisdizionale, bensì come reclamo generico. La Cassazione aggiunge un ulteriore motivo di inammissibilità: il ricorso è “aspecifico”, poiché “si confronta solo apparentemente con la ragione della decisione impugnata”. Il difensore aveva richiamato, “in modo inconferente”, l’ipotesi del reclamo avente ad oggetto la consegna di alimenti diversi da quelli ordinati, profilo del tutto estraneo alla vicenda, che riguardava invece l’asserita insufficienza delle linee telefoniche. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di 3.000 euro in favore della Cassa delle ammende. Liguria. La Regione punta su progetti personalizzati per il reinserimento dei detenuti di Teresa Olivieri Italia Oggi, 14 settembre 2026 La Regione Liguria compie un passo in avanti nel campo delle politiche sociali e di giustizia, approvando due nuovi avvisi pubblici strategici: AMA DE e AMA ES. Finanziati con le risorse dell’Unione Europea nell’ambito del Programma Nazionale Inclusione e Lotta alla Povertà 2021-2027, i progetti puntano a consolidare un modello integrato di Welfare di Giustizia basato sulla collaborazione istituzionale, la prossimità dei servizi e l’alleanza con il Terzo Settore. L’iniziativa prende forma attraverso un lavoro sinergico e capillare che vede la Regione operare in stretto raccordo con l’Amministrazione della Giustizia, i Provveditorati Regionali dell’Amministrazione Penitenziaria (PRAP), gli Uffici di Esecuzione Penale Esterna (UIEPE e UDEPE), i Centri per la Giustizia Minorile (CGM), gli enti locali e il sistema sociosanitario ligure (ATS Liguria). L’obiettivo fondamentale è superare una logica meramente punitiva per abbracciare un approccio fondato sulla responsabilizzazione, sul sostegno alla persona e sull’accompagnamento verso l’autonomia sociale e lavorativa. I due avvisi pubblici rappresentano il cuore operativo della strategia regionale, pensati per rispondere in maniera differenziata ma complementare alle esigenze delle persone sottoposte a provvedimenti dell’autorità giudiziaria: AMA DE (“Welfare di Giustizia: Mens Sana in Urbe Sana”). È il bando concepito per l’esecuzione penale interna e si rivolge prioritariamente alle persone detenute negli istituti penitenziari di Genova Pontedecimo e Sanremo. Il suo obiettivo è intervenire direttamente durante la permanenza in carcere, fornendo agli inclusi strumenti concreti per preparare il futuro ritorno in libertà. Tra le attività previste rientrano percorsi di orientamento, formazione professionale, sostegno psicologico e accompagnamento progressivo al reinserimento sociale e lavorativo. AMA ES (“Welfare di Giustizia: Servizi di benessere e animazione di rete e di comunità”). È l’avviso dedicato all’esecuzione penale esterna e si focalizza sulle persone prese in carico dagli Uffici di Esecuzione Penale Esterna (UIEPE e UDEPE), ossia coloro che stanno scontando misure alternative alla detenzione o pene non detentive sul territorio. Il programma punta a potenziare la rete dei servizi territoriali attraverso progetti personalizzati di inclusione, valorizzando i Centri di Giustizia Territoriale di Prossimità e creando raccordo stabile con ATS Liguria, sistema sociosanitario e Terzo Settore per prevenire la recidiva. Firenze. Carcere di Sollicciano, da condanna giudiziaria a discarica sociale nove.firenze.it, 14 settembre 2026 Il fantasma degli Icam. L’esempio di Casa Ginestra. Il caso della diciannovenne incinta, reclusa da sette mesi tra le mura di Sollicciano in attesa di un parto che avverrà sotto scorta, non è solo un trafiletto di cronaca: è l’urlo di un sistema che ha smesso di interrogarsi sul proprio senso. Siamo di fronte a un corto circuito burocratico dove la distanza tra i codici e la realtà brutale delle celle si fa abisso. Quando il diritto alla dignità naufraga nel degrado, la funzione rieducativa della pena si svuota per diventare pura inerzia colpevole. Può un’istituzione definirsi “giustizia” se la sua unica risposta alla fragilità è il contenimento in spazi che la stessa magistratura ha definito invivibili? Mentre la politica si divide, i numeri gridano: a livello nazionale, i bambini reclusi con le madri sono saliti a 37. Nonostante le promesse legislative, stiamo assistendo a un’inversione di rotta che trasforma le sezioni femminili in nidi di cemento. Crescere dietro le sbarre significa subire un imprinting detentivo che altera la percezione stessa della libertà; in questo ambiente, la scoperta del mondo è mediata da un mazzo di chiavi e da un cancello sempre chiuso. Questo dato, riportato dagli esperti, descrive lo stravolgimento dell’infanzia: il primo comando non è un gioco, ma la richiesta di abbattere un limite fisico imposto da uno Stato che non sa distinguere tra la colpa dell’adulto e l’innocenza del bambino. Gli Istituti a Custodia Attenuata per Madri rappresentano il più grande fallimento della programmazione penitenziaria regionale. In Toscana non ne esiste nessuno, nonostante se ne discuta dal 2008. Durante le audizioni della Commissione 4, è emerso un quadro di macerie istituzionali: il Gruppo Foucault e il Garante dei detenuti denunciano un’immobilità che dura da quasi vent’anni, rendendo l’idea stessa degli ICAM ormai “anacronistica” rispetto alle necessità attuali. Questa assenza non è un caso isolato, ma parte di un sistema di “discariche sociali” dove anche la salute mentale viene dimenticata: basti pensare alla Rems di Volterra, unica in Toscana e perennemente congestionata da liste d’attesa infinite. L’incapacità della politica di fornire spiegazioni razionali a questo stallo è la firma di una responsabilità che pesa interamente sulla pelle dei più vulnerabili. Il panorama normativo si appresta a subire una scossa autoritaria. Con l’entrata in vigore del Decreto Sicurezza nel 2025, il rinvio della detenzione per le madri incinte o con figli neonati passerà da obbligatorio a facoltativo. È qui che la vicenda della diciannovenne di Sollicciano diventa sistemica: il suo destino, e quello del figlio che porta in grembo, diverrà una scelta discrezionale del giudice, non più un diritto garantito. Questa deriva securitaria sacrifica l’eredità di Cesare Beccaria sull’altare di una punizione che non ammette eccezioni umane. In un Paese che si professa patria dei diritti dell’infanzia, rendere “opzionale” la tutela di un neonato significa avallare la visione dei teorici del “buttate via la chiave”, calpestando ogni principio di civiltà giuridica. Il carcere fiorentino è oggi l’epicentro di uno scontro istituzionale senza precedenti. Da un lato, il sottosegretario Alberto Balboni (FdI) tenta di liquidare le drammatiche condizioni della struttura parlando di “presunte mancanze” e impugnando i provvedimenti della magistratura. Dall’altro, la realtà di sezioni sequestrate per gravi violazioni igienico-sanitarie e rischi per la sicurezza sul lavoro. Lorenzo Falchi (AVS) ha denunciato duramente questo approccio, accusando il Governo di voler usare il carcere solo per “stipare persone”: “Il carcere non può e non deve essere una discarica sociale dove nascondere le fragilità ma, come vorrebbe la nostra costituzione, un luogo di riabilitazione e reinserimento.” Il tentativo di risolvere il dramma di Sollicciano con un colpo di spugna burocratico si scontra con il countdown della Corte Costituzionale, che ha fissato al 22 settembre 2026 il termine ultimo per un intervento strutturale che restituisca dignità all’istituto. Nel deserto delle risposte statali, l’unica oasi è “Casa Ginestra”, gestita dalla Caritas. È un modello di eccellenza che accoglie donne fragili e madri a fine pena, offrendo loro la dignità di una misura alternativa. Tuttavia, il fatto che questa struttura disponga di soli 4 o 5 posti letto scoperchia un paradosso inaccettabile: lo Stato delega la gestione di diritti fondamentali alle “spalle generose ma non ciclopiche” del terzo settore. Il volontariato non può essere l’alibi per il disimpegno della politica; la gestione della pena deve tornare a essere una responsabilità pubblica, non un compito affidato alla buona volontà dei singoli. La crisi di Sollicciano non è un’emergenza passeggera, ma il sintomo di una patologia democratica. Mentre ci avviciniamo alla scadenza del 2026 fissata dalla Consulta, l’Italia si trova davanti a un bivio: confermare la propria natura di “patria dei diritti” o scivolare definitivamente verso un sistema puramente punitivo e cieco. Lecce. Emergenza carceri, l’avv. Lonoce: “Borgo San Nicola è una polveriera” di Arcangelo De Luca agoranotizia.it, 14 settembre 2026 Il termometro della crisi penitenziaria italiana segna temperature da codice rosso e la Puglia, in questo caso Lecce, si conferma una delle aree più incandescenti: una delegazione dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, guidata dal segretario Sergio D’Elia e dal tesoriere Elisabetta Zamparutti, lo scorso 11 settembre è tornata a varcare la soglia del carcere “Borgo San Nicola” di Lecce a distanza di un anno dall’ultima ispezione. L’obiettivo: verificare da vicino una realtà che i numeri ufficiali faticano ormai a contenere e che si colloca ben oltre i già drammatici livelli della media nazionale. I numeri del collasso. Se in Italia il tasso medio di sovraffollamento sfiora il 139 per cento, con quasi 65mila detenuti stipati in poco più di 46mila posti reali netti, Lecce assume le caratteristiche di una vera e propria polveriera: l’indice ha raggiunto il 183 per cento. Una situazione a dir poco insostenibile, come spiega l’avvocato Alfredo Lonoce, componente dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”: “A fronte di una capienza regolamentare di appena 798 posti, la struttura leccese ospita oggi circa 1.453 persone, tra cui un centinaio di donne e quasi 150 cittadini stranieri, su 773 posti disponibili. Un dato su tutti fotografa il paradosso normativo e strutturale: i soli detenuti con condanna definitiva sono oltre 960, un numero che da solo schiaccia e supera la capacità massima dell’intero istituto. Vivere in queste condizioni significa, per i reclusi, vedersi negare lo spazio vitale minimo di tre metri quadri calpestabili per persona. Mancano le docce nei reparti detentivi ordinari e la carenza di personale sanitario (medici, infermieri e psicologi) rende la gestione della salute mentale e fisica un miraggio quotidiano. Gli ultimi tre dirigenti sanitari si sono dimessi e il posto è attualmente vacante. Una tensione che costa vite umane”. Il sovraffollamento non è solo un problema di metri quadri, ma una frizione costante che logora chi sta dentro perché detenuto e chi ci lavora: “All’interno del “Borgo San Nicola” la situazione è critica, nonostante il meritorio impegno quotidiano della struttura dirigenziale - continua l’avv. Alfredo Lonoce -. Nel solo corso del 2026 si sono già registrati 5 decessi di cui 2 suicidi accertati, che si sommano a decine di tentativi sventati in extremis e a oltre 100 atti di autolesionismo. Una scia di dolore che si inserisce in un quadro nazionale drammatico, dopo i 254 decessi complessivi (di cui 76 suicidi) registrati nel 2025. A gestire questa bomba a orologeria è un corpo di Polizia Penitenziaria ridotto all’osso: la pianta organica registra un deficit che sfiora il 20%. Circa 470 agenti effettivi si trovano a dover garantire l’ordine, la sicurezza e il barlume di dignità rimasto a una popolazione sovrabbondante, esponendosi quotidianamente a rischi elevati e a episodi di aggressione”. Nell’ambito di questo scenario preoccupante, si registra, secondo l’analisi dell’avv. Lonoce, “Il muro contro muro della politica. Mentre le sezioni detentive scoppiano, la risposta della politica romana rimane distante e polarizzata. Nelle stesse ore della visita ispettiva a Lecce, si consuma lo stallo definitivo sulla proposta di legge C. 552 presentata da Roberto Giachetti (Italia Viva), che proponeva una “liberazione anticipata speciale” (uno sconto fino a 90 giorni a trimestre per buona condotta) sul modello di quanto già sperimentato con successo durante l’emergenza Covid. Il provvedimento, appoggiato dal centro e dal centrosinistra, da frange di Forza Italia e dall’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) come immediato strumento deflattivo, è andato a scontrarsi contro il muro della linea rigorista di Lega e Movimento 5 Stelle, contrari a quello che definiscono un “indulto mascherato”. La partita politica è stata infine blindata dall’esecutivo con l’approvazione della Legge 140/2026. Il piano del Governo sceglie di archiviare le riduzioni di pena automatiche, scommettendo invece su interventi di natura amministrativa e sul potenziamento delle comunità terapeutiche per i detenuti con problemi di dipendenza”. Per l’avv. Alfredo Lonoce, “Resta il dubbio se le misure varate dall’esecutivo e i progetti di nuovi spazi detentivi, sul modello delle strutture in Albania, possano curare in tempo una ferita che sanguina oggi. Nel 2013 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia con la celebre sentenza Torreggiani per trattamenti inumani e degradanti. Tredici anni dopo, lo spettro della violazione dell’articolo 3 della CEDU e dell’articolo 27 della nostra Costituzione è più vivo che mai. Il rigore nell’esecuzione della pena non può trasformarsi in tortura o in un sistema punitivo di stampo medievale. Lo Stato ha il dovere di marcare la differenza antropologica e giuridica tra la “giusta pena” e la “vendetta”. Se il carcere abdica alla sua funzione rieducativa per diventare mero strumento di annientamento fisico e mentale, a perdere non è solo il reo, ma la legalità delle stesse Istituzioni”. Napoli. “A Poggioreale i detenuti si barricano in cella contro i topi” napolitoday.it, 14 settembre 2026 I radicali segnalano le criticità del carcere: “Nuova direzione fa passi avanti, ma è assurdo il sovraffollamento di 2.300 persone”. “Nel carcere di Napoli Poggioreale abbiamo riscontrato lo sforzo della nuova direzione per porre argine a gravi criticità igienico-sanitarie, anche attraverso diversi lavori in corso. Ma la situazione resta drammatica, a partire da un assurdo sovraffollamento: nell’istituto sono recluse circa 2.300 persone”. Lo dichiarano Filippo Blengino, segretario di Radicali Italiani, e Bruno Gambardella, presidente del Comitato nazionale, al termine della visita di questa mattina al carcere di Poggioreale. “Nella sezione Salerno alcuni detenuti, durante la notte, arrivano a sistemare le plance dei tavoli contro le sbarre delle celle nel tentativo di impedire l’ingresso dei ratti. Un’immagine che racconta da sola condizioni che non possono essere considerate compatibili con la dignità umana”. Foggia. La difficile situazione delle carceri foggiane luceraweb.eu, 14 settembre 2026 La situazione delle carceri della provincia di Foggia non è affatto buono. Sono concordi due esiti di altrettante visite ispettive avvenute nei giorni scorsi da parte della Camera penale dei Capitanata e dell’Associazione “Nessuno tocchi Caino”, i cui rappresentanti si sono recati soprattutto nella struttura del capoluogo, ma anche in quelle di Lucera e San Severo. In Piazza Tribunali, dove si attende la nomina del nuovo direttore dopo il pensionamento di Immacolata Mannarella, sono presenti 184 reclusi, a fronte di 145 posti regolamentari, mentre nell’Alto tavoliere sono 93 che si dividono 63 posti. A Foggia i detenuti sono 689 a fronte di una capienza di 365 posti, quindi con un tasso di sovraffollamento del 220%, dato che colloca le Casermette al terzo posto in Italia per questa speciale classifica negativa, dopo San Vittore a Milano e Poggioreale a Napoli. Nello specifico, ci sono 79 stranieri e donne, sorvegliati da 225 agenti di polizia penitenziaria, loro invece in carenza di organico visto che dovrebbero essere 244 e 6 educatori, uno in meno rispetto alle previsioni. Nel 2025 sono stati registrati 120 gesti di autolesionismo, un suicidio e 38 aggressioni al personale, quest’anno i numeri parlano rispettivamente di 60 gesti, e 17 aggressioni. In Italia si sono tolti la vita 74 persone nel 2025 e sono 43 nei primi otto mesi di quest’anno. Attualmente sono 129 i detenuti che lavorano all’interno del carcere svolgendo diverse mansioni, tra cui la gestione di 100 galline ovaiole, 18 le persone in regime di semilibertà e 32 quelle ammesse al lavoro all’esterno, mentre all’interno vengono svolta attività culturali e di intrattenimento, ma anche corsi di formazione di carattere artigianale e di alfabetizzazione linguistica e di istruzione vera e propria. Dal punto di vista sanitario, oltre a un direttore, ci sono 7 psicologi, 2 soli medici “residenti”, oltre all’apporto esterno di altri professionisti di varie branche, 20 infermieri e 7 operatori sociosanitari, a fronte di 123 detenuti con patologie psichiatriche, 145 le persone con problemi di tossicodipendenza e 8 per l’alcol. Per “Nessuno tocchi Caino” c’erano la presidente Rita Bernardini, il segretario Sergio D’Elia, la tesoriera Elisabetta Zamparutti e il delegato provinciale Norberto Guerriero, assieme ad amministratori, avvocati e operatori del settore. Per la Camera Penale, c’era il presidente Massimiliano Mari e altri associati, intenzionati a verificare direttamente le condizioni di vita dietro la sbarre, anche nei penitenziari più piccoli. Tutti sono stati concordi nell’affermare che, quando il numero dei detenuti supera di molto la capacità dell’istituto, diventa difficile garantire condizioni di detenzione rispettose della dignità della persona e coerenti con la funzione rieducativa della pena. Caserta. Sanità penitenziaria, il Garante Saggiomo: “Servono risposte immediate” giornalenews.it, 14 settembre 2026 “Sono profondamente preoccupato per ciò che sta accadendo negli istituti penitenziari della provincia di Caserta. La tutela della salute delle persone private della libertà personale non può essere affidata all’emergenza quotidiana né alla buona volontà dei singoli operatori”. A parlare è Don Salvatore Saggiomo, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Provincia di Caserta, che richiama l’attenzione sulle criticità della sanità penitenziaria emerse negli istituti del territorio. “Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, le infermerie dei reparti detentivi sono fuori uso dal 15 luglio 2025 per lavori di ristrutturazione. I lavori risultano conclusi, ma le infermerie non sono ancora tornate operative e le attività continuano a gravare sull’infermeria centrale. Una situazione che necessita di una risposta organizzativa chiara e tempestiva”. Il Garante richiama inoltre l’attenzione su quanto sarebbe accaduto nel carcere di Carinola, dove, secondo quanto riferito, un detenuto di circa 50 anni si sarebbe dato fuoco, riportando ustioni di secondo grado. “Di fronte a episodi di questa gravità - sottolinea Saggiomo - non possiamo limitarci a intervenire dopo l’emergenza. È necessario garantire che ogni istituto disponga di un’organizzazione sanitaria capace di affrontare tempestivamente le situazioni critiche”. Ma a pagare il prezzo delle carenze organizzative sono anche gli uomini e le donne della Polizia Penitenziaria. “Gli agenti svolgono quotidianamente un lavoro difficilissimo - afferma il Garante - e troppo spesso sono costretti a gestire le conseguenze di problemi che non dipendono da loro. Quando una visita sanitaria slitta, quando manca personale, quando un presidio non è operativo o quando si verifica un’emergenza, sono gli agenti a dover garantire accompagnamenti, vigilanza, trasferimenti e sicurezza, spesso in condizioni di forte pressione”. “Non possiamo chiedere agli operatori sanitari di fare miracoli e non possiamo pretendere che la Polizia Penitenziaria continui a colmare ogni vuoto organizzativo. Gli agenti non possono diventare l’ammortizzatore delle inefficienze del sistema. A loro va riconosciuto il massimo rispetto per il lavoro che svolgono quotidianamente, spesso in condizioni difficili”. Per queste ragioni, il Garante provinciale Don Saggiomo chiede formalmente una riforma della sanita penitenziaria e un intervento congiunto con il garante Regionale dei diritti dei Detenuti Prof. Samuele Ciambriello che già da tempo sta denunciando questa drammatica realtà. In particolare, si dovrà verificare la disponibilità dei posti di degenza, le liste e i tempi di attesa per visite e interventi, le carenze di personale sanitario, la disponibilità delle scorte e dei presidi e lo stato di operatività delle strutture sanitarie interne agli istituti, individuando per ogni criticità tempi di intervento e precise responsabilità. “Come Garante - conclude Saggiomo - ritengo che sia arrivato il momento di passare dalle segnalazioni alle risposte concrete. Non chiedo privilegi per le persone detenute. Chiedo il rispetto della Costituzione e del diritto fondamentale alla salute. E chiedo anche rispetto per chi, ogni giorno, lavora dentro le carceri e deve garantire sicurezza e assistenza in condizioni spesso difficili”. “Chi sbaglia paga con la privazione della libertà, non con la perdita del diritto alla salute. La dignità della persona non si sospende davanti al cancello di un carcere. E la Polizia Penitenziaria non può essere lasciata sola a gestire le conseguenze delle carenze del sistema”. Aosta. “Carcere di Brissogne: oltre ai disordini, si guardi alle condizioni di detenuti e lavoratori” di patrizio gabetti laprimalinea.it, 14 settembre 2026 Dopo i disordini avvenuti tra il 27 e il 28 agosto nel carcere di Brissogne, le diverse segnalazioni di disagi e carenze da parte di sindacati di categoria e operatori esterni, il Movimento politico progressista Potere al Popolo-PaP Valle d’Aosta interviene nel dibattito sulle condizioni dell’istituto penitenziario, chiedendo che l’attenzione non si concentri esclusivamente sugli episodi di violenza e sulle esigenze di sicurezza, ma venga estesa alla situazione quotidiana dei detenuti e di chi all’interno della struttura lavora. Il Movimento parte proprio da quanto denunciato dall’Osapp, sindacato della Polizia penitenziaria, che nei giorni successivi ai fatti aveva parlato di “gravissimi disordini” e di una situazione che avrebbe “sfiorato una vera e propria rivolta”. Un episodio che Potere al Popolo definisce grave e da chiarire, ponendo però una seconda questione: “Che cosa succede dentro il carcere quando non ci sono disordini e telecamere in azione?”. A sostegno dell’interrogativo, PaP richiama l’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone sulla casa circondariale valdostana, nel quale vengono segnalate “numerose criticità di carattere manutentivo”, con problemi che riguarderebbero in particolare la qualità dell’acqua potabile e di quella utilizzata per l’igiene personale. Nel documento vengono inoltre evidenziati i numeri molto ridotti delle attività lavorative e trattamentali; secondo i dati citati da Potere al Popolo, sarebbero coinvolte tre persone su 148 detenuti. Criticità sarebbero presenti anche nella sezione transito, riservata ai nuovi ingressi in attesa di assegnazione, descritta come in condizioni di particolare precarietà, con spazi inagibili, problemi igienici e la segnalazione della presenza di topi. Da qui una serie di domande che il Movimento rivolge, di fatto, a chi ha responsabilità sulla struttura: quali interventi siano stati eseguiti sulla qualità dell’acqua, quali siano quelli previsti per la sezione transito, come venga affrontata la presenza di roditori e, ancora, quanti detenuti abbiano attualmente accesso ad attività lavorative o trattamentali e quali progetti siano in programma per aumentarne il numero. Questioni che, sottolinea Potere al Popolo, “riguardano i detenuti, ma anche le persone che nel carcere lavorano ogni giorno”. Il Movimento propone inoltre di ampliare il confronto coinvolgendo l’Associazione Volontariato Carcerario e le altre realtà valdostane che operano dentro e intorno alla casa circondariale, associazioni, volontari e operatori che, per la loro esperienza diretta, possono contribuire a ricostruire un quadro più completo delle condizioni all’interno dell’Istituto. Potere al Popolo precisa che porre l’attenzione sulle condizioni dei detenuti non significa contrapporsi alla Polizia penitenziaria. Il punto, sostiene il Movimento, è evitare che sicurezza e tutela dei diritti vengano considerate necessariamente in conflitto tra loro. La critica si allarga quindi alle politiche nazionali sulla sicurezza, ritenute eccessivamente orientate verso controlli, sanzioni e ricorso al carcere, mentre secondo il movimento dovrebbero essere rafforzati prevenzione, reinserimento e tutela della dignità delle persone. Una posizione che arriva a poco più di due settimane dai disordini di Brissogne e che introduce nel confronto un altro versante della questione carceraria, ovvero non soltanto la gestione delle emergenze e la sicurezza degli agenti e del personale, ma anche le condizioni strutturali dell’istituto e le opportunità offerte ai detenuti durante l’esecuzione della pena. “Un carcere che produce soltanto disagio alimenta altra violenza. Un carcere che prepara al reinserimento può invece contribuire a una società più sicura”, sostiene Potere al Popolo, che chiede quindi di ascoltare tutte le componenti della realtà penitenziaria, quindi detenuti, Polizia penitenziaria, operatori, volontari e associazioni. L’obiettivo dichiarato non è fornire una lettura alternativa che cancelli la gravità di quanto avvenuto a fine agosto, ma allargare lo sguardo su ciò che accade quotidianamente dietro le mura di Brissogne e sulle eventuali criticità che, lontano dai momenti di emergenza, rischiano di rimanere meno visibili. Busto Arsizio. Nel parco apre il chiosco “Fuorilegge Restaurant” di Stefano Vietta La Prealpina, 14 settembre 2026 A Busto Garolfo inaugurato “Fuorilegge restaurant” nel parco Falcone e Borsellino: un chiosco affidato alla cooperativa La valle di Ezechiele per offrire lavoro e una seconda possibilità agli ex detenuti. Il nome “Fuorilegge restaurant” forse non è dei meglio auguranti, eppure dietro si nasconde un progetto sociale molto interessante. È stato inaugurato ieri a mezzogiorno, con il taglio del nastro, il nuovo punto ristoro all’interno del parco comunale bustese intitolato a Falcone e Borsellino. L’area bar è stata affidata in gestione alla cooperativa La valle di Ezechiele, un nome legato al cappellano del carcere di Busto Arsizio, don David Maria Riboldi. Ora è diventata un’attività dove lavoreranno ex carcerati che potranno così reinserirsi nel mondo del lavoro e, quindi, nella società. L’inaugurazione si è svolta nel parco comunale con la celebrazione della Santa messa seguita dal taglio del nastro del sindaco Giovanni Rigiroli assieme ad altri primi cittadini della zona e ai rappresentanti de La valle di Ezechiele. “Questo chiosco - spiega la presidente della cooperativa Anna Bonanomi - ci è stato assegnato dal comune di Busto Garolfo in via gratuita. Noi siamo una cooperativa che dà lavoro a detenuti. È una scelta coraggiosa perché, attraverso questo gesto, noi abbiamo l’occasione di regalare nuove opportunità di ripartenza per persone che stanno in carcere. Lo dicono le statistiche: se a un detenuto viene data la chance di lavorare le possibilità di recidiva sono minime. Noi in questo posto contiamo di dare lavoro a tante persone”. “La scelta è arrivata dall’amministrazione - interviene don Riboldi - che ha provato a sondare il terreno e capire se eravamo disponibili. Noi, a nostra volta, abbiamo sentito che c’era una disponibilità, dal primo cittadino fino ad arrivare alla parrocchia, a prendere in mano il progetto. Così abbiamo detto: noi ci siamo”. Attualmente sono in due persone a lavorare nel chiosco ma si cercherà di farne arrivare altre: tutto dipenderà anche dal successo di questo bar. Il chiosco era stato usato in precedenza come “area feste” nel cortile del municipio, ma successivamente sono passati altri gestori con alterne fortune. Ora si riparte. Il carcere, oppure camminare di Abha Valentina Lo Surdo huffingtonpost.it, 14 settembre 2026 Con Paul Dall’Acqua a parlare di Seuil e del progetto sbarcato in Italia sotto il nome di Lunghi Cammini. Una storia che arriva anche nei cinema italiani, “Santiago - Un cammino per ricominciare”, con la regia di Yann Samuell. Camminano a cinque o sei metri l’uno dall’altro, un adulto e un ragazzo. Non proprio affiancati, perché stare fianco a fianco è già un’altra cosa. Ciascuno immerso nella propria bolla di pensieri. Il ragazzo sta imparando a camminare da solo e sa che a poca distanza qualcuno c’è, a sostenerlo. Un’ora la mattina e un’ora il pomeriggio si cammina in silenzio e così tutti i giorni, per tre mesi. L’adulto ha una consegna precisa: quando il silenzio finisce e prosegue il cammino, non deve chiedere al ragazzo a cosa stesse pensando. Quella regola l’ha voluta Paul Dall’Acqua, che ha diretto per quindici anni l’associazione francese Seuil, e la spiega così: “Seuil è un catalizzatore di tutte le emozioni. La rabbia, la gioia, la felicità, il piacere, la tristezza. Camminando si impara ad accoglierle. A sapere che arriveranno, e puoi lasciare che ti attraversino”. Le altre ore di marcia sono uno spazio di parola: “Andando si parla molto - dice - di tutto e di niente. Il silenzio serve a fare il resto del lavoro”. Io sono incantata e grata, ad ascoltare quest’uomo e la sua testimonianza. Perché Seuil rappresenta un modello assoluto a livello mondiale per chi ama come me il gesto del camminare: al di là del suo farsi viaggio, è un gesto esistenziale, taumaturgico. Lo raggiungo al telefono, Paul Dall’Acqua, ma vorrei correre ad abbracciarlo a casa sua, a Rennes. Perché è anche grazie a lui che il modello Seuil - in una forma diversa e più complessa - è sbarcato in Italia, sotto il nome di Lunghi Cammini, il progetto diretto da Isabella Zuliani di cui ci siamo occupati nel dettaglio su queste pagine a giugno scorso, proprio qui. Dall’Acqua è nato a Limbiate, alle porte di Milano, i suoi genitori provenivano dall’Agordino e poi tutti insieme sono emigrati in Francia. Oggi ha ottantatré anni. Alle sue spalle s’intravede la scia di un lungo percorso professionale compiuto nella giustizia minorile francese, come direttore della Protection Judiciaire de la Jeunesse in due dipartimenti dell’Île-de-France, occupandosi dunque per lungo tempo di accoglienza in comunità. Nei primi anni Duemila conosce Bernard Ollivier, il fondatore di Seuil, che fa di tutto per averlo direttore, per mettere ordine - come diceva di lui lo stesso Ollivier - nella coerenza educativa dell’associazione. Ci è rimasto quindici anni. L’uomo che lo aveva chiamato a questo cambio di vita nacque 88 anni fa nella Manche, era il figlio di un operaio del granito, una famiglia di sette fratelli. Dopo aver speso trent’anni nel giornalismo, occupandosi di politica ed economia su Paris Match e Le Figaro, per Ollivier arriva il momento più difficile: a cinquantun anni perde sua moglie, poi anche il lavoro. Giunge alla pensione svuotato e senza progetti. Così, in piena depressione, sull’orlo persino del suicidio, decide di fuggire da quella vita e di mettersi in marcia sul Cammino di Santiago. È il 1998. Durante il suo viaggio a piedi viene a sapere che, poco più avanti di lui, marcia una squadra anomala: due ragazzi belgi e un adulto vanno verso Santiago per conto di un’associazione fiamminga, Oikoten. Ai due minorenni un giudice aveva proposto un patto: camminare, oppure il carcere. Oggi Oikoten non esiste più con quel nome: è confluita in Alba, una più grande associazione belga che si occupa di sociale. Eppure proprio Oikoten - con quella sua etimologia greca che richiama il senso di uscire da casa, di farcela con le proprie forze, - ha svolto un ruolo fondamentale: di richiamo ineludibile per un uomo che in esso decifrò l’intuizione più importante della sua esistenza. E così torniamo proprio a Ollivier, che dopo Santiago parte per la Via della Seta: dodicimila chilometri da Istanbul a Xi’an. Tre anni di viaggio a piedi che gli fruttano il materiale narrativo per un meraviglioso libro bestseller. Con i diritti d’autore ne ricava finanze per la nuova associazione, che nasce nel 2000 in Normandia. Nel 2002 partono le prime due marce e nel 2003 Seuil viene rifondata a Parigi con vocazione nazionale. Il nome è già di suo ispirante: vuol dire “soglia”, e agisce su due significati. C’è la soglia di casa, quella che si varca uscendo per andare ad abbracciare una nuova avventura, ed è un gesto semplice ma anche così difficile: il gesto del primo passo. C’è poi la chiave di lettura che Ollivier ha spiegato nella scelta di aiutare ragazzi emarginati e desocializzati, a varcare la soglia della società adulta, che rifiutano con violenza. Sotto questa luce, ecco cosa il cammino serve a fare: oltre a darti il tempo di rilasciare le emozioni, dare ordine ai tuoi pensieri, di rimettere in movimento il corpo, vivere nuovi incontri, ampliare la vista a paesaggi diversi… il cammino diventa anche un rito di passaggio. Rispetto al modello primigenio di Oikoten, Seuil propone però marce uno-a-uno. “All’inizio la giustizia aveva imposto di far partire due ragazzi insieme a un adulto”, racconta Dall’Acqua, “si temeva che nella coppia potessero scattare dinamiche sconvenienti”. Così le prime cinque o sei marce partirono in tre, ma nessuna finì com’era iniziata: “C’era sempre uno dei due ragazzi che se ne andava prima, si litigava facilmente in una triangolazione che diventava spesso un due-contro-uno”, sottolinea. E così, alla fine, venne accettato il modello a due. “Educativamente parlando, ritengo che sia questo il modello perfetto, lo stesso che Isabella avrebbe adottato per Lunghi Cammini”. Il perché è ben spiegato: “C’è il faccia a faccia con il tuo punto di riferimento, ma non ci sono abbastanza “vertici” per costituire una superficie chiusa, per fare gruppo. Lasciando spazio, anche, per l’inserimento di nuovi incontri con altri camminatori: a pranzo mordendo un panino, la sera negli ostelli, o nelle lunghe ore di marcia in mezzo alla natura. Il resto delle regole originarie è rimasto: gli accompagnatori non devono avere una formazione specifica, ma devono essere animati da una grande sensibilità umanistica. I mesi di viaggio si attestano a tre, e circa millecinquecento sono i chilometri da compiere, quasi sempre all’estero, coinvolgendo adolescenti dai 14 ai 18 anni. Poi c’è il divieto dell’uso del telefono personale, niente musica con cui distrarsi, i contatti con la famiglia sono limitati a uno ogni otto-dieci giorni, e ogni giorno viene redatto il diario di bordo, spedito una volta a settimana alla famiglia, all’educatore di riferimento e al giudice. Non manca anche una macchina fotografica donata in prestito, per arricchire l’album di fine esperienza. Sono le stesse norme adottate da Zuliani in Lunghi Cammini. La differenza decisiva tra il modello francese e il “figlio” italiano, però, è il denaro, e passa da una legge. In Francia la giustizia minorile nasce con l’ordinanza del 2 febbraio 1945, che per la prima volta separa i minori dal codice penale degli adulti; e da lì discende un obbligo che Dall’Acqua tiene a spiegare: “se un ragazzo rischia il carcere, il magistrato deve portare sul tavolo, accanto alla decisione di incarcerazione, un’alternativa alla prigione”. Su questo si innesta il meccanismo economico. La giustizia — la Protection Judiciaire de la Jeunesse per il penale, e l’Aide Sociale à l’Enfance per l’amministrativo - hanno fissato un prix de journée: “Oggi ammonta a 530 euro al giorno, e comprende tutto: i viaggi, i pasti, i pernotti per il ragazzo e l’accompagnatore”. Tutto questo moltiplicato per trentacinque-quaranta ragazzi l’anno, non è poca cosa. Stessa struttura educativa dalla Francia all’Italia, dunque, ma con una grande differenza di statuto: oltralpe lo Stato paga una retta giornaliera, perché è obbligato a presentare un’alternativa al carcere; in Italia il cammino educativo non esiste come misura riconosciuta, e va finanziato progetto per progetto, con bandi e donazioni. Lo sintetizza Dall’Acqua, con la consueta franchezza: “In Italia è molto più difficile, bisogna trovare i soldi. Per questo il lavoro di Isabella è eroico”. D’altronde l’amicizia tra Dall’Acqua e Zuliani, tra Seuil e Lunghi Cammini è ormai lunga e consolidata attraverso la costruzione di un vero e proprio percorso parallelo. Tutto ha avuto inizio nel giugno del 2014, quando Isabella Zuliani legge su Avvenire un articolo che raccontava l’iniziativa di Ollivier, e decide di andarlo a incontrare. Il 13 novembre 2016 nasce Lunghi Cammini e appena otto giorni più tardi Seuil firma una lettera di partenariato con cui si impegna a mettere a disposizione competenze ed esperienza. A dirigere Seuil, in quel momento, c’era naturalmente Dall’Acqua e da lì in poi l’interscambio divenne quotidiano, passando per alcune tappe fondamentali anche da un punto di vista formale. Come ad esempio il convegno parigino del settembre 2017, o il progetto europeo Erasmus+ Between Ages, che mise allo stesso tavolo Seuil, Lunghi Cammini, i belgi di Alba, ma anche l’università di Dresda e il Ministero della Giustizia italiano. Dando vita anche a una serie di incontri pubblici in Francia e in Italia, in cui Dall’Acqua e Zuliani hanno raccontato insieme il metodo. Resta tuttavia incredibile che, a parte queste preziose esperienze ristrette tra Francia, Italia e Belgio, non siano stati istituiti percorsi similari in altri Paesi del mondo. Nel 2023, Dall’Acqua ha lasciato la direzione e Ollivier è diventato presidente onorario. Durante la sua lunga esperienza in Seuil, il compito di Paul è consistito non solo nel creare la metodologia, ma anche nel selezionare tanto i ragazzi giusti ad affrontare questa esperienza, quanto gli adulti disposti a camminare con loro. Sui risultati di questo percorso è preciso, e non necessariamente consolatorio: il 73% dei giovani partecipanti ha completato la marcia tornando a casa con un progetto da mettere in pratica - scuola, formazione, lavoro - e un posto dove stare. E questo è già di per sé un risultato straordinario. “Non sempre, però, Seuil rappresenta una soluzione definitiva: sicuramente lascia una memoria indimenticabile, il segno di un periodo incredibile per la propria vita. Ma non fa magie, nessuno può trasformarsi definitivamente in così poco tempo. Poi ci sono storie come quella di Océane, che ha appena compiuto trent’anni e con cui sono rimasto in contatto. Oggi è madre e ha ancora con sé il suo album fotografico. Alla marcia pensa di continuo”. Va inoltre considerato che entrare in possesso di dati reali, in questo caso non è così facile: una verifica attendibile su un percorso simile andrebbe effettuata alla distanza di dieci-quindici anni, un arco di tempo molto lungo. Senza contare che chi esce da un procedimento penale, ha il diritto a non essere più rintracciato. “Dunque il nostro contributo è nell’offrire una possibilità alternativa, nel piantare un seme, accendere una fiamma. Nient’altro si può prevedere, o garantire”. In questi giorni la storia di Seuil arriva anche nei cinema italiani, ed è per questo che ho scelto di parlarvene ora. Giovedì 24 settembre esce ufficialmente “Santiago - Un cammino per ricominciare”, con la regia di Yann Samuell: la première è prevista all’Anteo-Palazzo del Cinema di Milano, ore 19. Il titolo originale è Compostelle. Marcher pour se sauver, direttamente tratto da Marche et invente ta vie, il libro in cui Ollivier ha raccontato le marce dei suoi ragazzi. In Francia la pellicola è uscita il primo aprile e ha già superato il milione e duecentomila spettatori; in Italia lo distribuisce Officine UBU, che lo ha già fatto girare tutta l’estate nelle arene e nelle anteprime, dal CineTeatro Baretti di Torino al Paladolomiti di Pinzolo (TN). Le riprese sono state fatte lungo alcuni dei tratti più belli della Via Podiensis, il cammino che parte da Le Puy-en-Velay per arrivare - dopo 1500 chilometri - proprio a Santiago: è lì che Seuil fa realmente partire moltissimi dei suoi ragazzi. Nella finzione cinematografica, Fred - Alexandra Lamy - è un’insegnante sospesa dal lavoro per aver dato uno schiaffo a una studentessa; e c’è Adam - interpretato dall’esordiente Julien Le Berre - che è un adolescente segnato dall’abbandono e dalla rabbia. Un’amica mette Fred in contatto con il progetto, e i due partono insieme. Partendo dal libro di Ollivier e raccogliendo poi le testimonianze di decine di ragazzi passati per Seuil, Samuell le ha compresse in una storia sola: a eccezione del finale, tutto quello che si vede sullo schermo è accaduto davvero a qualcuno di loro. C’è infine un progetto ulteriore legato al film, che vale una menzione speciale: per tutto l’anno scolastico appena iniziato, Officine UBU porta Santiago nelle scuole secondarie italiane di primo e secondo grado, con matinée a biglietto ridotto e un ampio dossier didattico per insegnanti e studenti, corredato da ampie testimonianze di Ollivier, Zuliani, Samuell e degli attori protagonisti. Migliaia di studenti italiani assisteranno dunque sullo schermo allo svolgimento di un sistema educativo che anche nel nostro Paese esiste. Ma che resta appeso a bandi, finanziamenti privati e all’impegno personale di Isabella Zuliani, a cui auguriamo che la popolarità del film “Santiago” possa portare quel sostegno pubblico che decisamente merita. Un film che auspichiamo sia visto il più possibile proprio dai giovani, ma anche dagli insegnanti: con la consapevolezza che racconta una storia vera. Affinché il cammino come modello educativo possa impiantarsi ovunque, ben oltre i confini di tre soli Paesi europei. Non spegniamo Rai Scuola, ma rilanciamola: deve raccontare la scienza che cambia di Antonio Musarò, Elisabetta Cerbai, Marco Tamietto, Michele Simonato, Marco Onorati* La Stampa, 14 settembre 2026 Un servizio pubblico sempre più importante e prezioso. Per i ricercatori, per gli studenti e per il grande pubblico. Ecco i perché di un appello. La possibile chiusura di Rai Scuola non riguarda soltanto il destino di un canale televisivo. Riguarda una questione più profonda: quale spazio il servizio pubblico italiano intende riservare alla conoscenza, alla scuola, alla ricerca scientifica e alla capacità dei cittadini di comprendere le trasformazioni del nostro tempo? Per questo chiediamo che Rai Scuola non venga chiusa. Ma chiediamo anche di più: che questa discussione diventi l’occasione per rilanciarla profondamente, investendo in nuove produzioni e trasformandola in un moderno servizio pubblico della conoscenza, capace di vivere insieme sul digitale terrestre, su RaiPlay, nelle scuole e sulle piattaforme frequentate dalle nuove generazioni. La mobilitazione suscitata dall’annuncio della chiusura dimostra che esiste una domanda di cultura scientifica e di servizio pubblico che non può essere misurata soltanto attraverso lo share. Negli ultimi anni Rai Scuola è stata progressivamente privata di nuove produzioni e affidata in larga misura alle repliche. Non si può rispondere a questa domanda limitandosi a trasferire su RaiPlay ciò che già esiste. Un archivio non può sostituire una programmazione scientifica che, come tale, deve poter raccontare i progressi della scienza e le sfide che la caratterizzano. La scienza cambia continuamente: cambiano le conoscenze, le tecnologie, le domande e persino le categorie attraverso le quali interpretiamo la realtà. Senza un aggiornamento continuo, un contenuto scientifico inevitabilmente invecchia. È precisamente questa la ragione per cui Rai Scuola dovrebbe essere rilanciata. Abbiamo bisogno di un luogo pubblico che non racconti soltanto ciò che la scienza sa, ma anche come ciò che sappiamo cambia nel tempo. Un luogo capace di seguire la ricerca mentre accade, raccontandone i risultati, ma anche dubbi, errori, verifiche, controversie e domande ancora aperte. Perché disseminare correttamente i risultati scientifici non significa trasformare ogni risultato in una scoperta sensazionale: significa restituire ai cittadini il processo attraverso il quale la conoscenza viene costruita. Questa funzione di mediazione faceva già parte dell’esperienza migliore di Rai Scuola. Quella competenza non deve essere dispersa. Deve diventare il punto di partenza di una nuova Rai Scuola. Immaginiamo un canale che racconti con continuità le grandi trasformazioni scientifiche contemporanee: dall’Intelligenza Artificiale alle biotecnologie, dalla crisi climatica alla biodiversità, dall’esplorazione spaziale alle neuroscienze, dalla medicina all’energia, dalla fisica alla matematica. Servono programmi che tornino periodicamente sugli stessi temi per raccontare che cosa abbiamo imparato nel frattempo. Format dedicati ai grandi progetti di ricerca italiani ed europei. Spazi nei quali giovani ricercatrici e ricercatori possano spiegare non soltanto i risultati raggiunti, ma le domande sulle quali stanno lavorando. Collaborazioni strutturate con università, enti pubblici di ricerca, musei scientifici, accademie e scuole. E immaginiamo soprattutto una redazione scientifica autorevole, composta da professionisti capaci di selezionare le fonti, verificare le informazioni, contestualizzare i risultati e rendere comprensibile la complessità senza sacrificarne il rigore. È una funzione che non può essere delegata interamente alle piattaforme commerciali, dove la selezione e la distribuzione dei contenuti rispondono anche a logiche di attenzione, engagement e monetizzazione. Il servizio pubblico deve rispondere a un criterio differente: l’interesse collettivo. La conoscenza prodotta anche grazie alle risorse della collettività deve poter tornare alla collettività. Rai Scuola può essere quel ponte. Può esserlo anche per milioni di studenti e per i loro insegnanti che possono contare su una piattaforma pubblica che garantisca un continuo aggiornamento scientifico, l’accessibilità dei materiali, le collaborazioni con università ed enti di ricerca, la capacità di raggiungere pubblici normalmente lontani dalla scienza. Non chiediamo dunque di conservare Rai Scuola per nostalgia. Chiediamo di trasformarla perché ne abbiamo bisogno oggi più di ieri. In un tempo attraversato dall’Intelligenza Artificiale, dalla crisi climatica, dalle biotecnologie e dalla crescente difficoltà di distinguere informazioni affidabili, opinioni e disinformazione, la cultura scientifica è parte integrante della cittadinanza democratica. Una televisione pubblica dovrebbe aiutare le persone non soltanto ad avere più informazioni, ma ad acquisire gli strumenti per valutarle. Dovrebbe insegnare che cosa significa una prova, come funziona una pubblicazione scientifica, perché i risultati possono essere rivisti, come si costruisce un consenso scientifico, che cosa significa vivere con l’incertezza e perché cambiare una conclusione davanti a nuove evidenze non rappresenta una debolezza della scienza, ma una delle sue maggiori forze. Difendere Rai Scuola significa difendere questa possibilità. Non si tratta di contrapporre la scienza alla valorizzazione del territorio, peraltro già ampiamente rappresentato nelle varie programmazioni Rai, ma di preservare uno dei pochissimi presìdi esplicitamente dedicati alla scuola e alla cultura scientifica. Per questo rivolgiamo un appello ai vertici della Rai e alle istituzioni: non spegnete Rai Scuola. Rilanciamola. Restituitele una redazione scientifica forte, valorizzate il qualificato capitale umano che ha lavorato in questi anni. Investite in nuove produzioni e nell’aggiornamento continuo dei contenuti. Costruite una collaborazione permanente con scuole, università ed enti di ricerca. Fate convivere televisione lineare, RaiPlay, strumenti per la didattica e piattaforme digitali, invece di considerarli alternativi. Create programmi capaci di seguire nel tempo le grandi sfide della ricerca. Date spazio alle nuove generazioni di scienziate e scienziati. Fate di Rai Scuola il luogo nel quale il Paese possa incontrare la ricerca non soltanto quando produce una notizia eccezionale, ma ogni giorno, mentre la conoscenza cresce, viene discussa, verificata e talvolta corretta. Il valore di un servizio come Rai Scuola, del resto, non può essere stabilito confrontandone lo share con un evento sportivo, dell’intrattenimento o di un film di prima serata. Il suo valore risiede nel servizio che rende alla collettività. Un Paese che investe nella ricerca deve investire anche nella capacità di raccontarla. Un Paese che chiede ai propri cittadini di affrontare trasformazioni scientifiche e tecnologiche sempre più complesse deve offrire loro strumenti affidabili per comprenderle. Un servizio pubblico che vuole parlare alle nuove generazioni non dovrebbe ridurre gli spazi della conoscenza, ma reinventarli. Per questo la scelta non dovrebbe essere tra conservare la vecchia Rai Scuola e chiuderla. La scelta dovrebbe essere molto più ambiziosa: costruire la nuova Rai Scuola. Perché la conoscenza è un bene pubblico. E raccontarla con rigore è servizio pubblico. *Università La Sapienza, Roma, Università di Firenze, Università di Torino, Università di Ferrara, Università di Pisa Dimmi che paura hai e ti dirò chi voti: l’invenzione del mostro di Andrea Laudadio Il Riformista, 14 settembre 2026 Come la politica decide i nostri incubi. Poco prima dell’11 settembre 2001 Gallup chiese agli americani quale fosse il problema più grave del paese. Il terrorismo lo nominò meno di una persona su duecento. Un mese dopo balza al 46%. Nel 2010, l’1%. La paura passa, ma lascia un residuo: venticinque anni dopo, il 64% degli americani dice che l’11 settembre ha cambiato per sempre il modo di vivere del paese. Quando la domanda diventa personale, “ha cambiato il tuo?”, la percentuale crolla al 28%. La paura è sempre degli altri. Per Ulrich Beck le società ricche stanno passando dalla società della scarsità, riassunta nella frase “Ho fame!”, alla società del rischio: “Ho paura!”. I nostri nonni temevano la natura, la carestia, la grandine. Noi temiamo ciò che abbiamo costruito: l’atomo, il virus, l’algoritmo. Non c’è stata una sostituzione, ma una sovrapposizione. Alla questione della distribuzione della ricchezza si è aggiunta quella dei rischi: chi subisce i pericoli generati dal progresso? Ma chiedersi di cosa abbiamo paura serve a poco. La domanda è: chi decide di cosa dobbiamo averne? Per Mary Douglas e Aaron Wildavsky la risposta è netta: la società innalza alcuni rischi e ne spinge altri sotto la linea dello sguardo. Il pericolo oggettivo conta meno di quanto crediamo. Non temiamo ciò che può ucciderci. Temiamo ciò che il nostro gruppo ha deciso di temere. Il cinema lo dimostra. Sarti, Airoldi e Boni dell’Università di Milano hanno analizzato le parole chiave di quasi 9.000 film horror, dal 1894 al 2017. Anni Cinquanta: mostri, alieni, invasioni. La bomba e il comunismo con la maschera di gomma. Anni Sessanta e Settanta: il mostro diventa umano, il killer è il vicino di casa. Poi il soprannaturale: demoni, possessioni, il male senza corpo. Dalla fine dei Novanta: contagi, zombie, minacce senza volto né spiegazione. Il mostro si è avvicinato, poi è scomparso. È diventato un clima. Frank Furedi ha messo a fuoco il paradosso. Mai siamo stati così sicuri, mai così intolleranti al rischio. La paura di oggi, scrive, “ha una dinamica fluttuante”; si aggrappa a qualunque cosa. Una paura senza oggetto è la merce perfetta e, per Corey Robin, diventa lo strumento “del dominio delle élite o dell’avanzata degli insorti”, impacchettato da chi ne trae vantaggio. Dopotutto, come diceva Umberto Eco, quando il nemico non c’è, occorre costruirlo. E il nostro orientamento politico? È figlio o padre delle nostre paure? Nel sondaggio Chapman sulle paure degli americani, condotto nei giorni dell’assalto al Campidoglio, i disordini civili fanno paura al 76% di chi si definisce “estremamente liberal” e al 43% di chi si definisce “estremamente conservatore”. Stessa immagine in tv, due paure diverse. Mi si dirà: lo sappiamo, la politica si fa con la paura. Vero a metà. Gli spot elettorali “spaventosi” convincono chi li guarda. Ted Brader lo ha misurato. Però, dal divano all’urna, il quadro si rovescia. Dopo gli attentati di Parigi del 2015, su un panel di ventunomila francesi, la paura era associata al voto contro il Front National, la rabbia al voto a favore. Chi ha paura cerca protezione. Chi è arrabbiato vota. E vota a destra. Il Remain nel 2016 fece una campagna così carica di paura che gli avversari le appiccicarono l’etichetta “Project Fear”. Perse 48 a 52. Mancava il colpevole. Il Leave ne aveva uno. La paura da sola paralizza: per portarla alle urne serve un nemico con un volto. Gabriel Lenz ha rianalizzato i sondaggi che seguono gli stessi elettori durante una campagna, in America e in Europa: le persone prima scelgono il leader, poi ne adottano le opinioni. Nel 2017 due politologi hanno mostrato a un campione di elettori dieci proposte politiche; ad alcuni, scelti a caso, hanno aggiunto che il neoeletto Trump sosteneva la versione di sinistra. Tra i repubblicani è bastato questo per spostare le risposte di quindici punti a sinistra. Se vale per le opinioni, vale a maggior ragione per le paure, che sono opinioni con il battito accelerato. Albertson e Gadarian lo hanno studiato: un’epidemia fa paura da sola; l’immigrazione no: diventa ansia solo quando qualcuno la incornicia. E una volta posta, la cornice non si toglie con i numeri. Gli italiani credono che gli immigrati rappresentino il 26% della popolazione; in realtà sono meno del 10%. Verrebbe da pensare che basti dare la cifra giusta. Lo hanno provato in America e in Europa: chi riceve il numero vero corregge la stima e mantiene l’atteggiamento di prima. Cambia il numero. La cornice resta. A marzo Gallup ha chiesto agli americani di cosa si preoccupano molto. Il riscaldamento globale: 72% dei democratici, 6% dei repubblicani. L’immigrazione illegale: 55% dei repubblicani, 17% dei democratici. Stesso paese e stesso mese. Chi dirige il sondaggio Chapman sulle paure lo ha detto senza giri di parole: ciò che spaventa di più i repubblicani non viene nemmeno percepito dai democratici. E viceversa. Su una sola paura sono d’accordo: l’altra metà del paese. Nel 2022, il 62% dei repubblicani e il 54% dei democratici avevano un’opinione molto sfavorevole dell’altro partito; nel 1994 era inferiore a uno su quattro. Roosevelt disse che l’unica cosa di cui avere paura è la paura stessa. Sbagliava, come ho sbagliato io nel titolo. Il mostro non ci sceglie. Lo scegliamo noi, in gruppo e dopo aver votato. Dimmi chi voti (e non cosa) e ti dirò di cosa avrai paura. Le scuole non vogliono i metal detector. Né l’approccio securitario del governo di Francesco Paolo Savatteri Il Domani, 14 settembre 2026 Il numero preciso di istituti coinvolti non è chiaro: la Prefettura si è rifiutata di comunicare questa informazione, sostenendo che ciò avrebbe comportato un lavoro di ricerca e elaborazione dei dati eccessivo. Domani è riuscito ad ottenere i dati di 57 province italiane. “Se, come sembra, le richieste sono pochissime - dice Gianna Fracassi, FLC Cgil - conferma che dirigenti, docenti e personale conoscono bene la natura dei problemi che attraversano le comunità scolastiche”. Dall’inizio di quest’anno le scuole italiane hanno la possibilità di chiedere alle forze dell’ordine di effettuare controlli con metal detector all’ingresso dei propri edifici. Le scuole che lo hanno fatto davvero finora sembrano essere molto poche, meno di una decina, secondo i dati ottenuti da Domani su oltre metà delle province italiane. La misura sui metal detector era stata adottata il 28 gennaio scorso tramite una circolare congiunta del ministero dell’Istruzione e del Merito e del ministero dell’Interno, con l’obiettivo di contrastare l’utilizzo di armi nelle scuole. Nel testo si sottolinea che le iniziative messe in campo devono “essere accompagnate da un sistema strutturato di monitoraggio”, per poterne valutare l’impatto concreto. Nonostante questo, entrambi i ministeri coinvolti hanno spiegato a Domani di non raccogliere dati a livello nazionale su quante e quali scuole hanno richiesto l’uso di metal detector. La violenza a scuola non è un trend: oltre gli allarmi, il bisogno di capire Numeri a disposizione Domani è riuscito ad ottenere i dati di 57 province italiane, su un totale di 110. L’unica scuola che è stato possibile identificare con precisione è l’istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia, secondo quanto comunicato dalla Prefettura locale. Proprio in questa scuola il 16 gennaio 2026 Youssef Abanoub Safwat Roushdi Zaki, un ragazzo di 18 anni, era morto dopo aver ricevuto una coltellata da parte di Zouhair Atif, un suo compagno, mentre si trovavano all’interno dell’istituto. La vicenda creò un grande dibattito sulla sicurezza a scuola, portando il governo a emanare la circolare sui metal detector meno di due settimane dopo. Oltre all’istituto Einaudi-Chiodo, anche alcune scuole a Napoli hanno richiesto controlli con i metal detector. Nel capoluogo campano la Prefettura aveva già dato il via a una sperimentazione di questi strumenti qualche anno fa. Il numero preciso di istituti coinvolti però non è chiaro: la Prefettura si è rifiutata di comunicare questa informazione, sostenendo che ciò avrebbe comportato un lavoro di ricerca e elaborazione dei dati eccessivo. In ogni caso si tratta di cifre molto basse rispetto al totale delle scuole italiane. “Se, come sembra, le richieste da parte delle scuole sono pochissime - commenta Gianna Fracassi, segretaria generale della FLC Cgil, il settore della Cgil che si occupa di istruzione - questo conferma che dirigenti scolastici, docenti e personale conoscono bene la natura dei problemi che attraversano le comunità scolastiche”. “La sicurezza si costruisce innanzitutto attraverso la qualità delle relazioni educative e il sostegno alle situazioni di fragilità”, dice. Per ottenere questi dati, Domani ha contattato tutti gli Uffici Scolastici Regionali (Usr), le questure e le prefetture d’Italia. È emersa una certa confusione tra le istituzioni locali su chi debba possederli. Alcuni Usr hanno fornito queste informazioni, mentre altri hanno rimandato a questure e prefetture. Alcune questure hanno rimandato alle prefetture, e una prefettura ha rimandato a sua volta agli Usr. Studenti con il coltello, invocare pene più severe è una forma di rimozione collettiva Controlli richiesti La prima dirigente scolastica ad aver richiesto tre anni fa l’uso di metal detector in Italia è Valeria Pirone, all’istituto Marie Curie di Ponticelli, un quartiere a est di Napoli. “Tre anni fa un ragazzo venne da me durante l’orario di lezione con una profonda ferita alla gamba”, racconta Pirone. “Attraverso un’indagine interna, abbiamo scoperto che era stato accoltellato a scuola da un suo compagno. Da quel momento abbiamo richiesto controlli con i metal detector, quattro-cinque volte l’anno”. All’inizio i ragazzi tornavano indietro alla vista della Polizia. “Quindi sono stati messi degli agenti di polizia in borghese lungo la strada in modo tale da intercettare chi facesse dietrofront”, spiega. “Le prime volte è stato trovato qualcosa, ultimamente invece no”, dice Pirone. Secondo lei, anche nelle altre scuole del quartiere - quattro o cinque - sono stati effettuati controlli con metal detector. Per Pirone si tratta di una misura necessaria, da affiancare a tutte le attività di sensibilizzazione che possono fare le scuole. “La circolare dice che i controlli si fanno su richiesta dei dirigenti. Io li avrei fatti di default a tutte le scuole”, sottolinea. La misura dei metal detector è stata fortemente criticata fin da subito dopo la sua introduzione. Alcuni sindacati, ricercatori universitari e addetti ai lavori l’hanno giudicata come una norma frettolosa e simbolica, scritta sull’onda dell’emozione dopo la morte di Zaki, sollevando dubbi sulla sua reale efficacia. La misura è stata considerata come parte di un approccio del governo esclusivamente securitario sul tema della scuola. “Negli ultimi anni assistiamo troppo spesso alla tendenza a leggere questioni educative e sociali attraverso una lente esclusivamente securitaria”, sottolinea Fracassi. “Servono politiche che rafforzino la funzione educativa e sociale della scuola pubblica, non interventi che rischiano di alimentare un clima di paura e di diffidenza”. Sorveglianza a scuola, perché i metal detector sono un fallimento educativo. Nascono sui social, si picchiano nel mondo reale: adesso ci sono le “bande liquide” di Luca Bonzanni Avvenire, 14 settembre 2026 Convegno a Bergamo sul crescente disagio dei minori. La convocazione arriva via social: ci si dà appuntamento, si agisce, si posta un video, poi si torna alla vita quotidiana. La violenza giovanile ha dinamiche nuove, costantemente mutevoli: poco stabili o durature, ma ugualmente pericolose. Sono soprattutto le “bande liquide”, oggi, a rappresentare una delle forme più diffuse della pratica dei reati tra i minori: “Gruppi spontanei che prendono vita grazie ai social, privi di gerarchia o organizzazione interna, nelle quali chiunque può entrare o uscire quando vuole”. Il tenente colonnello Mario Leone Piccinni, vicecomandante provinciale della Guardia di Finanza di Bergamo, da anni esplora questo mondo con attenzione, tra attività investigative, docenze e pubblicazioni d’approfondimento. Ospite del convegno “Silenzi e grida”, organizzato a Bergamo da realtà istituzionali e associative locali per formare insegnanti e operatori sociali, l’ufficiale ha tratteggiato uno scenario che si muove su più livelli. Le bande liquide, appunto, comprendono soprattutto ragazzi dai 13 ai 17 anni, “che organizzano risse sui social per poi riprendere il tutto con il cellulare e condividere il filmato - prosegue Piccinni -. Nelle adunate virtuali, gruppi di adolescenti fissano un “rendez vous” sul web, chiamando a raccolta coloro che in un contesto criminale vero si chiamerebbero “affiliati”, per poi incontrarsi e scontrarsi nel mondo reale con i coetanei rivali e picchiarsi sino alla vittoria o sconfitta”. Queste aggregazioni stanno nel mezzo di un continuum; alla base, spesso, c’è il cyberbullismo. “Ma la linea che divide lo scherzo dal reato è sempre più sottile - avverte Piccinni -: l’anonimato è un’illusione, e anche le conseguenze di ciò che si fa in Rete sono serie e concrete”. All’altro estremo ci sono le baby gang, i cui contorni vanno però precisati: “Spesso si confondono con le “bad company”, le cattive compagnie di pochi ragazzi che fanno i bulli. Si è invece in presenza di baby gang quando il gruppo agisce stabilmente nel tempo, replicando gravi reati ed è in grado di esercitare un controllo del territorio”. Così, nell’epoca delle lame costantemente in tasca, con l’idea perenne di “difendersi” da altri attacchi, il disagio giovanile oggi mostra “un aumento della natura violenta dei reati, un abbassamento dell’età d’esordio e comportamenti predatori non più circoscritti alle sole aree della marginalità - aggiunge Piccinni -. Per i giovani stranieri e di seconda generazione, il fattore scatenante è la rabbia e il rifiuto del modello occidentale; negli adolescenti italiani, c’è invece la volontà di dar sfogo alla frustrazione per il senso di vuoto che li circonda”. Alcune evidenze sono anche quantitative: “Negli ultimi trent’anni è diminuito fortemente il numero degli ingressi negli istituti penali per minorenni - rileva il professor Carlo Alberto Romano, criminologo dell’Università di Brescia - ma è aumentato il numero delle presenze nelle carceri minorili”. In altri termini, è l’indizio di reati più gravi, che portano a detenzioni prolungate, ma anche della difficoltà di molti ad accedere a soluzioni alternative fuori dal circuito penitenziario. “È venuto meno il patto generazionale di fiducia - rimarca Romano -. Devono essere recuperati strumenti di dialogo con i giovani”.