L’ANM sostiene la proposta di indulto differito magistraturademocratica.it, 13 settembre 2026 L’urgenza e la drammaticità della situazione carceraria, dopo ripetute promesse di soluzioni irrealizzabili se non contrarie alla finalità rieducativa della pena, impone una iniziativa nuova che possa essere da subito praticata e trovi la necessaria adesione delle forze politiche. L’Anm aggiunge la sua voce a quella dell’accademia, dell’avvocatura, della conferenza episcopale, di tanti singoli magistrati di esperienza, che provengono da tutte le famiglie culturali che popolano l’associazionismo giudiziario. Il Comitato Direttivo Centrale dell’ANM, ricordando la necessità di misure concrete di rafforzamento degli uffici dell’esecuzione penale e dei tribunali di sorveglianza, ha deciso di aderire al documento che propone l’adozione di indulto differito, ovvero condizionato alla verifica della sussistenza, in continuità con il percorso trattamentale già avviato in carcere, di un percorso di “uscita” assistito da misure di sostegno professionale e formativo, percorsi di riparazione, mediazione e riconciliazione. “La proposta non contrappone clemenza e sicurezza. Al contrario, sostiene che la sicurezza collettiva possa essere rafforzata proprio attraverso percorsi di reinserimento credibili e controllati”. Come è noto i firmatari verranno sentiti in parlamento il 23 settembre. L’esecutivo di magistratura democratica esprime soddisfazione e saluta l’adesione dell’ANM come un deciso passo verso quella collaborazione istituzionale alla soluzione del problema che non può più aspettare. Minori in carcere, quasi 1.200 under 18. Mai così tanti di Giulio Sensi Corriere della Sera, 13 settembre 2026 Nel dossier della associazione Antigone, dati allarmanti dicono che la popolazione dei detenuti tra i 18 e i 20 anni è tornata a crescere ed è raddoppiata dal 2020. E gli under 18 erano 690 nel 2014. E quindi i trasferimenti dei maggiorenni. Ma gli istituti ordinari non sono attrezzati. Dopo oltre quindici anni di progressiva diminuzione, i giovani adulti stanno tornando nelle carceri italiane. L’aumento riguarda soprattutto i giovanissimi tra i 18 e i 20 anni, una fascia d’età che si colloca in una zona di confine tra il sistema penale minorile e quello ordinario. I dati del Ministero della Giustizia, elaborati dall’associazione Antigone, mostrano come, dal 2005 fino al 2020, la presenza dei giovani in carcere fosse diminuita costantemente. Nel 2005 i detenuti tra i 18 e i 24 anni erano oltre 6.200 e rappresentavano circa il 10-11% della popolazione detenuta. All’inizio degli anni 2020 erano poco più di 3.200, circa il 6% del totale. Nello stesso periodo il carcere italiano è progressivamente invecchiato: i detenuti con più di 45 anni sono passati da 14 a oltre 22 mila. Tra il 2021 e il 2022 si registra il punto più basso della presenza giovanile. Da quel momento la tendenza si inverte. Tra il 2022 e il 2025 i giovani adulti detenuti aumentano di circa il 28%, una crescita superiore a quella dell’intera popolazione carceraria, che nello stesso periodo si ferma attorno al 17%. L’elemento più significativo riguarda però la composizione di questo aumento. La fascia tra i 21 e i 24 anni cresce in misura relativamente contenuta, passando da 2.739 detenuti nel 2021 a 3.173 nel 2025. A raddoppiare quasi completamente sono invece i detenuti tra i 18 e i 20 anni: da 523 a 1.021 persone in appena quattro anni, con un incremento del 95%. Una dinamica che può essere letta anche alla luce dell’aumento degli ingressi negli istituti penali per i minorenni, cresciuti da 713 nel 2020 a 1.197 nel 2025, e della possibilità di trasferire i neomaggiorenni negli istituti per adulti. I trasferimenti dagli Ipm alle carceri ordinarie sono passati da 105 nel 2022 a 195 nel 2025. Un’altra caratteristica rilevante riguarda la composizione per nazionalità. Tra i detenuti più giovani la presenza straniera è nettamente superiore rispetto alla media del sistema penitenziario. Nel 2025 gli stranieri rappresentano il 31,7% della popolazione detenuta complessiva, ma salgono al 57,5% tra i 18 e i 20 anni e al 47,7% tra i 21 e i 24 anni. Particolarmente significativa appare inoltre la presenza di minori stranieri non accompagnati che, dopo un percorso nel sistema dell’accoglienza, entrano successivamente nel circuito penale. La distribuzione territoriale evidenzia, inoltre, due modelli differenti di incarcerazione giovanile. Nel Centro-Nord il fenomeno è fortemente caratterizzato dalla presenza migrante, mentre nel Mezzogiorno prevalgono giovani provenienti dalle comunità locali. In regioni come Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto e Toscana la quota di stranieri tra i detenuti di 18-20 anni supera spesso l’80%. Ma perché ci sono più giovani in carcere? Un recente rapporto di Save the Children evidenzia un aumento dei loro reati. I ragazzini denunciati, o arrestati, per porto abusivo d’armi nell’ultimo decennio siano schizzati da 690 nel 2014 a 1.946 nel 2024. Sono cresciute le segnalazioni anche per altri tipi di reati nei minori tra 14 e 17 anni: rapine, passate da 1.921 nel 2014 a più del doppio nel 2024 (3.968); lesioni personali, da 1.921 a 4.653; risse, da 433 a 1.021; e minacce, da 1.217 a 1.880. Tra le questioni principali, secondo Alessio Scandurra, coordinatore dell’osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone, c’è l’alta presenza tra le sbarre di minori non accompagnati: “Il numero dei minori stranieri presenti in Italia dalla pandemia in poi è cresciuto, ma il fondo per la loro accoglienza è diminuito, e sono stati adottati meccanismi che rendono più difficile per gli enti locali coprire la parte di costi di propria competenza. Il risultato è che sono molti di più, rispetto al passato, i ragazzi che finiscono per strada. È dunque prevedibile che crescano sia la devianza sia la loro presenza in Ipm”. Inoltre, una volta in carcere, “i giovani adulti - conclude Scandurra - necessiterebbero di percorsi educativi, formativi e trattamentali particolarmente efficaci, analoghi a quelli previsti nel sistema minorile. Tuttavia, negli istituti ordinari il rapporto tra educatori e detenuti è più sfavorevole e le opportunità di accompagnamento risultano spesso limitate”. Un problema, quello dei minori stranieri nei penitenziari, che conosce bene Fatima Ben Hijji, mediatrice culturale marocchina e presidente dell’associazione Pantagruel che lavora in carcere, soprattutto a Sollicciano (Firenze): “Abbiamo fallito con questi ragazzi. Molti sono arrivati da minorenni, a 15 o 16 anni, sani, forti, con la speranza di aiutare la propria famiglia. Poi li ritroviamo a 19 o 20 anni in carcere, spesso con dipendenze, problemi psichiatrici e autolesionismo. Troppo spesso, compiuti i 18 anni, questi ragazzi vengono lasciati soli”. La soluzione? “Servono più tutori. Un ragazzo che esce da una comunità a 18 anni non può essere considerato autosufficiente”. Punire per non educare, il fallimento del carcere minorile di Alessandro Repossi Il Ticino, 13 settembre 2026 Siamo ancora convinti dell’efficacia del carcere minorile? Possiamo affermare che Cesare Beccaria vada fiero del carcere a lui dedicato? Alla luce dei dati sulla reclusione minorile non si può che rispondere negativamente. La triste fotografia di questa situazione emerge da un’inchiesta sulle violenze subite dai giovani reclusi, dalla crescita smisurata dei provvedimenti cautelari - che ha causato un sovraffollamento - e dà una risposta penale sempre meno tesa alla rieducazione e sempre più orientata al ricorso agli psicofarmaci. Il carcere è sovraffollato perché i ragazzini sono più violenti oppure perché è cambiata la reazione del legislatore? La risposta è la seconda, come certifica l’ultimo rapporto di Antigone sulla violenza minorile, Io non ti credo più: i detenuti sono passati dai 381 di fine 2022 ai 572 di fine 2025. I reati contestati ai reclusi, e si tratta di reati soltanto contestati, poiché l’83% di loro è in custodia cautelare, sono per più della metà reati contro il patrimonio, per appena un quinto reati contro la persona, mentre cresce lo spaccio di lieve entità. Siamo sicuri che questa tendenza all’utilizzo della custodia cautelare non contrasti con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, soprattutto con l’articolo 37, che impone il ricorso alla pena come extrema ratio e per il minor tempo possibile? Il decreto Caivano del settembre 2023 sicuramente non è stato ispirato al succitato principio, dato che ha abbassato da 9 a 6 anni la soglia oltre la quale scatta la custodia cautelare, spiegando quindi la situazione riportata da Antigone. A questa deriva si è aggiunto, il 24 febbraio 2026, il decreto-legge n. 23 sulla sicurezza pubblica, che ha modificato in peggio proprio le norme Caivano, estendendo l’ammonimento del questore ai minori dai 12 ai 14 anni per nuovi reati (lesioni, rissa, minaccia, violenza privata) e introducendo sanzioni pecuniarie ai genitori in caso di reiterazione. Antigone lo ha definito senza mezzi termini un “mero strumento giustificativo al potere punitivo”, che tratta i minorenni “esclusivamente come un problema di ordine pubblico”, cancellando ogni approccio educativo, sociale e preventivo. Peraltro, secondo Eurostat, la criminalità minorile italiana, pari a 363 reati ogni 100.000 abitanti, è poco sopra la metà della media europea, pari a 648 ogni 100.000: è evidente che non siamo di fronte a un’emergenza criminale che renda necessaria una più dura risposta punitiva da parte dello Stato. La causa della nascita del decreto è da ricercarsi in un automatismo che la criminologia conosce da tempo, ovvero quello di legiferare sull’onda mediatica di gravi, efferati e strumentalizzati delitti: è la logica del panico morale di Stanley Cohen. Questa situazione è sintomatica di una politica che non sradica i meccanismi che portano all’agire criminoso, ma mette in scena fermezza davanti a un’opinione pubblica spaventata, forse anche a causa della mediatizzazione del fenomeno. Che sia una nuova strategia della tensione? Ricordiamo peraltro importanti principi in materia, frutto di una tradizione umanistica: l’articolo 31, che impone di proteggere la gioventù, e l’articolo 27, che assegna alla pena la funzione rieducativa. Si tratta di principi che non sono rispettati al Beccaria, dove sempre più di ieri si verifica una neutralizzazione farmacologica: secondo l’associazione, le spese del Beccaria per l’acquisto di antidepressivi e tranquillanti sono aumentate del 110% negli ultimi due anni. Questa situazione segna la rinuncia che le istituzioni compiono nei confronti dei più giovani: ragazzi sedati nelle ore di scuola, nelle ore in cui potrebbero acculturarsi o imparare una professione. Le conseguenze di ciò sono conosciute: nel sistema penitenziario italiano la recidiva tocca il 68% e non a caso le stime comparative la collocano assai più in basso laddove la rieducazione è la prima opzione e il carcere l’ultima, come in Germania, al 40%, e in Norvegia, al 20%, pur con le riserve imposte dai diversi criteri di rilevazione adottati dagli ordinamenti nazionali. Michel Foucault, in Sorvegliare e punire, definiva l’attitudine del carcere a fabbricare delinquenti, e il dato italiano lo conferma, mostrandone insieme il rovescio: per i detenuti che lavorano, stabilmente inseriti in un percorso rieducativo, la recidiva crolla intorno al 2%, secondo il programma Recidiva Zero del CNEL d’intesa con il Ministero della Giustizia. La risposta, dunque, non sta dietro le sbarre, ma nemmeno nelle comunità così come sono oggi: sovraccariche e prive di corsi professionalizzanti. Occorrerebbe inserire questi ragazzi in un contesto lavorativo vero e retribuito, perché scoprano nel lavoro il valore della legalità, ma, soprattutto, il valore della dignità umana quotato in un contesto “vero” che spesso questi ragazzi non hanno mai conosciuto. Lo strumento, del resto, esiste già: la legge Smuraglia (legge 193/2000) riconosce a chi assume un detenuto un credito d’imposta fino a 520 euro al mese e uno sgravio contributivo del 95%, benefici che si protraggono fino a due anni dopo la scarcerazione. Il problema non è inventarlo, ma applicarlo: resta uno strumento poco sfruttato, e ancor meno per i più giovani. La posta in gioco, infatti, non è soltanto educativa, ma anche economica. La sola mancata offerta di lavoro ai detenuti, ha stimato il CNEL, sottrae al Paese fino a 480 milioni di PIL, ai quali si aggiunge, ogni volta, il costo della detenzione, che Antigone stima aggirarsi intorno ai 150 euro al giorno per detenuto. In Italia, con circa 62.000 detenuti, tale spesa si aggira intorno ai 3 miliardi, mentre il costo di una misura alternativa alla detenzione, ossia l’area penale esterna, si stima essere di 12 euro al giorno. È meglio strapagare per etichettare, secondo le note tesi di Becker e Goffman, o risparmiare rieducando? Abbandonare i percorsi di rieducazione è la scelta più miope: pagare oggi il prezzo della detenzione per ritrovarsi domani con un criminale adulto. Uno Stato che rinuncia a educare abdica al proprio ruolo essenziale, quello che Seneca enucleò nel De ira: “Nessun uomo saggio punisce perché si è peccato, ma perché non si pecchi più”. Gli appalti come prova di inclusione. I contratti che guardano ai detenuti di Riccardo Renzi Il Domani, 13 settembre 2026 Con il nuovo accordo tra l’Anac e il Cnel si prova a trasformare la gara d’appalto, che è sempre l’unica modalità con la quale la Pubblica Amministrazione può agire per commissionare sevizi, in una leva d’inclusione sociale e di sicurezza cittadina. Quando lo Stato spende i soldi dei contribuenti non deve soltanto costruire ponti, pulire strade o acquistare computer al prezzo più conveniente. La spesa pubblica è, prima di tutto, una scelta politica. Con il nuovo accordo tra l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) e il Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel), il sistema della pubblica amministrazione prova a compiere un passo avanti fondamentale: trasformare la gara d’appalto, questa l’unica modalità con la quale la Pubblica Amministrazione può agire per commissionare sevizi, in una leva d’inclusione sociale e di sicurezza cittadina, spalancando le porte del lavoro a detenuti ed ex detenuti. Una visione che interpreta il mercato non come un’arena cinica, ma come un motore di rigenerazione democratica e coesione sociale. Tuttavia, come spesso accade nel nostro paese, tra il dire costituzionale e il fare burocratico s’interpone il mare della capacità amministrativa. Per capire la portata di questa misura bisogna spogliarsi da ogni moralismo e guardare ai numeri. In Italia, la recidiva tra chi sconta una pena senza lavorare tocca la quota drammatica del 70 per cento. Significa che sette persone su dieci, una volta libere, tornano a delinquere, generando nuove vittime, nuovi processi, ulteriore sovraffollamento carcerario e costi enormi a carico del contribuente. Lavoro fondamentale - Quando il detenuto ha l’opportunità di lavorare e imparare un mestiere, la percentuale di recidiva crolla attorno al 2 per cento. La differenza tra il 70 e il 2 per cento rappresenta il senso stesso dell’articolo 27 della Costituzione, secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione. Ma è anche un calcolo di pura convenienza economica: reinserire una persona significa trasformare un costo sociale passivo in un contribuente attivo. Nel contesto del nuovo Codice dei Contratti Pubblici (D.Lgs. 36/2023), le stazioni appaltanti, cioè l’ufficio preposto a indire la gara all’interno dell’ente, dai piccoli comuni ai grandi ministeri, dispongono di due strumenti normativi principali per tradurre questa visione in realtà. Da una parte i Contratti Riservati (Articolo 61): le amministrazioni possono decidere di riservare il diritto di partecipazione a una gara esclusivamente a cooperative sociali di tipo B o ad aziende che abbiano come scopo primario l’integrazione di soggetti fragili. La condizione stringente è che almeno il 30 per cento dei lavoratori impiegati nell’esecuzione di quell’appalto appartenga a categorie svantaggiate, inclusi i detenuti e gli ex detenuti. Dall’altra, i Criteri di Valutazione dell’Offerta (Articoli 102 e 108): nelle gare standard aggiudicate con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, il bando può prevedere punti aggiuntivi per le imprese tradizionali che si impegnano ad assumere una quota di ex detenuti. Si evince chiaramente quanto per l’azienda che partecipa alla gara sia vantaggioso portare avanti al suo interno tali politiche inclusive, infatti, la possibilità di aggiudicarsi l’appalto sono di gran lunga maggiori rispetto ad una ditta che non adotta le medesime politiche sociali. Un esempio pratico: un comune deve affidare la manutenzione del verde pubblico per tre anni per un valore di 500.000 euro. Invece di limitarsi a valutare chi chiede meno soldi, il bando inserisce un punteggio tecnico premiale: chi promette di impiegare due ex detenuti con regolare contratto collettivo riceve 10 punti in più nella graduatoria. Per l’impresa vincitrice si traduce in un vantaggio competitivo concreto; per i due lavoratori in una reale autonomia finanziaria; per il comune in un parco curato e in due reati in meno sul territorio. Inclusione sociale - L’iniziativa Anac-Cnel di redigere “bandi tipo” serve a proteggere i funzionari pubblici dal timore di commettere errori o subire ricorsi. È un supporto lodevole, ma non sufficiente. Il pericolo principale è che l’inclusione sociale rimanga una facciata sulla carta stampata. Le stazioni appaltanti italiane soffrono da anni di una carenza cronica di personale qualificato. Senza un monitoraggio severo nella fase di esecuzione del contratto, il rischio è che alcune aziende incassino i punti premio in gara per poi dimenticarsi di offrire vera formazione o contratti regolari. Inoltre, occorre fare attenzione al dumping sociale. La clausola non deve mai diventare una scusa per reclutare manodopera a basso costo o sottopagata sfruttando la vulnerabilità di chi esce dal carcere. Il reinserimento ha valore solo se garantisce la piena applicazione dei contratti collettivi nazionali e una pari dignità retributiva. La fragilità non si riscatta con il lavoro nero o sottopagato di Stato. Infine, c’è un nodo strutturale che Anac e Cnel non possono sciogliere da soli: il ponte tra il carcere e il mercato del lavoro. Se la formazione professionale fornita negli istituti di pena rimane anacronistica, limitata ad attività di mero sostentamento o priva di aderenza con le competenze richieste dall’economia digitale e green, le clausole sociali rimarranno scatole vuote. Inserire clausole sociali negli appalti è una scelta riformista che unisce l’efficienza economica al rispetto dei diritti fondamentali. Ma la civiltà di un paese non si misura con la quantità di circolari o linee guida prodotte. Si misura sulla capacità reale delle istituzioni di trasformare una norma in un’opportunità concreta di lavoro, autonomia e libertà. Emma Bonino e quel faro sulle carceri acceso insieme a Marco Pannella di Ilaria Dioguardi vita.it, 13 settembre 2026 Ha saputo stare dalla parte delle minoranze, delle persone private della libertà. Nelle carceri voleva entrare personalmente per constatare le condizioni di reclusione. Irene Testa, garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Sardegna e tesoriera del Partito Radicale: “Per portare avanti le battaglie in difesa dei diritti dei detenuti, ha spesso utilizzato la non violenza, con lunghi scioperi della fame, accompagnando Marco Pannella nelle carceri. E quella stessa lotta non violenta la insegnava ai ristretti”. Si è spenta lo scorso 10 settembre a Roma all’età di 78 anni, Emma Bonino, una protagonista della vita civile e politica italiana ed europea. Ha dedicato la sua vita alla difesa dei diritti delle persone private della libertà, degli esclusi, dei perseguitati, delle minoranze. Irene Testa, garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Sardegna e tesoriera del Partito Radicale: “Non accettò mai la concezione di un detenuto visto come una persona posta fuori dalla società civile”. Testa, Emma Bonino ha combattuto molto per i diritti, anche delle persone detenute. Ce ne vuole parlare? La storia del Partito Radicale è intrisa di battaglie che riguardano le carceri, la legalità all’interno degli istituti di pena. Emma Bonino, per portare avanti le battaglie in difesa dei diritti dei detenuti, ha spesso utilizzato la non violenza, con lunghi scioperi della fame, accompagnando Marco Pannella nelle carceri. Era sempre presente, sempre in prima fila rispetto a questi temi. Lei e Pannella hanno fatto da apripista nelle visite negli istituti di pena. Negli ultimi 20-30 anni se ci sono stati dei piccoli traguardi su questo fronte, se sono stati presi dei provvedimenti in alcuni periodi (che certo non hanno risolto per colpa del legislatore che non ha avuto il coraggio) è grazie alle battaglie di Bonino e Pannella. Non si è mai voluta migliorare la situazione delle carceri come loro chiedevano, con un provvedimento strutturale in grado di azzerare la situazione della giustizia, con l’amnistia. Hanno lavorato col mondo cattolico anche su questo, ricordo le tante marce che partivano da piazza San Pietro per chiedere amnistia, giustizia e libertà con Emma Bonino e Marco Pannella in prima fila con i cappellani delle carceri. Cosa ricorda delle battaglie per il carcere di Emma Bonino insieme a Marco Pannella? Uno degli obiettivi principali era quello di scongiurare quello che vediamo che sta accadendo, ad esempio, in questi periodi: le rivolte, le sommosse all’interno degli istituti, con persone che salgono sui tetti, risse. Emma Bonino, Marco Pannella e il Partito Radicale hanno sempre insegnato ai detenuti e a chi viveva all’interno delle carceri di lottare in modo non violento per rivendicare i propri diritti e di farlo non con le proteste, ma con iniziative non violente, con le proposte. Sono state davvero tantissime le volte che si sono fatte iniziative su questo tema e che si sono organizzate le visite nelle carceri, quando nessuno andava nelle carceri, quando non c’erano le “sfilate” che vediamo oggi. Per quanto sia giusto vedere quello che accade dentro, Emma Bonino e Marco Pannella andavano in carcere in solitaria, i loro ingressi non erano certo degli spot estivi o delle passeggiate, ma erano fatti in momenti importanti dove erano pochi quelli che riuscivano a riportare all’esterno quello che accadeva, a fare davvero luce su quello che accadeva in questi luoghi. Credo che sia anche merito di Emma e di Marco se il corpo della polizia penitenziaria poi è stato riformato e se oggi gli agenti hanno più diritti e rispetto ed è stato riconosciuto il loro ruolo. La battaglia sul fronte delle carceri era rivolta a tutta la comunità penitenziaria. Pannella ci teneva tantissimo a sottolineare che le lotte che si facevano per riconoscere la dignità, il diritto alla Costituzione all’interno di questi luoghi erano per tutta la comunità penitenziaria e non solo per i detenuti. E aveva ragione perché noi oggi vediamo che l’intera comunità è in sofferenza. Vediamo gli agenti, anche gli educatori in qualche caso, che si suicidano. E vediamo tante persone andare in carcere, lo dobbiamo soprattutto a loro che hanno dato l’esempio e hanno scoperchiato questo contenitore. Per tanti anni, per troppo tempo, Bonino e Pannella sono stati gli unici ad affacciarsi in questi luoghi bui. Bonino è stata una figura divisiva, ma sulle battaglie per la difesa dei diritti, per tutta la vita, il suo impegno è stato costante. Questo le è riconosciuto da tutti... Ho i ricordi di lei nelle marce per l’amnistia che si organizzavano. Forse questa è stata la forza di Emma e di Marco, quella di coinvolgere tutto il mondo politico, da destra a sinistra, tutta la parte cattolica. Quindi, di avere insieme il Presidente della Repubblica, ma anche i cappellani sparsi per l’Italia e di unire gli schieramenti di una parte della politica e dell’altra, di riuscire a portarli insieme su un tema che era una questione da risolvere, una questione di Stato di diritto. Con “No peace without justice - Npwj”, associazione internazionale fondata da Emma Bonino nel 1993, fu protagonista della costruzione della giustizia penale internazionale, della nascita della Corte penale internazionale e dell’affermazione del principio secondo cui crimini di guerra, genocidi e crimini contro l’umanità non possono essere sottratti al giudizio del diritto... Si è battuta moltissimo per i diritti delle donne a livello internazionale, per le mutilazioni genitali femminili, ma anche per le donne in Afghanistan, per le donne e per i diritti In Iran. E anche per il tema dell’autodeterminazione della fame nel mondo. Io credo che Emma da questo punto di vista sia stata davvero una paladina dei diritti. Oggi è difficile trovare dei movimenti, o dei singoli, con la stessa forza che ha avuto lei, che riescano a mettere al centro queste battaglie e a portarle in Occidente alla conoscenza di tutti, soprattutto delle istituzioni. Con la battaglia per la moratoria universale e per l’abolizione della pena di morte espresse una convinzione: lo Stato non può difendere la vita sopprimendola, né affermare la giustizia riproducendo la violenza che pretende di condannare. Come si tiene insieme questo concetto con la battaglia a favore dell’aborto? Sono due cose diverse. Emma non chiedeva che tutte le donne dovessero abortire, chiedeva che le donne potessero essere libere di scegliere come e se abortire. Si batteva per consentire alle donne di autodeterminarsi in una scelta di libertà, se dover tenere il figlio oppure poter abortire. La sua era una battaglia anche per liberare le donne dal dover andare a rischiare di morire provocando aborti clandestini o dalle “mammane” o nei modi in cui si facevano senza nessuna cautela e precauzione. Era per l’affermazione di un diritto che potesse essere esercitato da chi ne voleva usufruire, non era un’imposizione. Questo è sempre stato il principio di autodeterminazione della scelta libera su cui Emma Bonino ha basato tutte le sue battaglie. Come descriverebbe Emma Bonino a chi non la conoscesse? La definirei una leonessa, una persona forte, guidata dalla passione politica innanzitutto, determinata, seria. Perseguiva non delle idee ideologiche ma il diritto. Il suo faro era il diritto. Era una persona che aveva un metodo. Non rincorreva populismi o demagogia. Era rigida, di quella rigidità dovuta probabilmente al suo essere donna, al fatto che nulla le era regalato, che doveva combattere il doppio per ogni cosa. Brescia. Carcere, controlli a metà a Canton Mombello: l’Ats non ispeziona il Braccio Nord di Manuel Colosio Corriere della Sera, 13 settembre 2026 L’agenzia motiva la scelta con la “futura ristrutturazione”, ma è la zona con più problemi. Una ispezione a metà da parte di Ats Brescia nel Carcere di Canton Mombello. Come ogni sei mesi l’agenzia provinciale per la tutela della salute ha visitato il carcere cittadino, notoriamente sovraffollato ed in condizioni fatiscenti, saltando però il braccio nord della casa circondariale. “In previsione della preventivata completa ristrutturazione dell’ala Nord, non si è data evidenza, nel controllo, alle specifiche dei locali di pernottamento, nei quali si svolge la vita dei detenuti” si legge nella chiusura della relazione firmata dalla direttrice del settore igiene, sanità pubblica, salute e Ambiente di Ats, Roberta Ferranti, motivando così la scelta di non perlustrare una delle zone più sensibili dell’istituto di pena. Al piano terra del lato nord infatti si trovano le celle di isolamento, tra le peggiori e più temute dagli stessi detenuti, dove dormono i soggetti ritenuti più “problematici”. Una esclusione tutt’altro che secondaria, così come non passano inosservate alcune lacune non presenti nel report, ma denunciate da tempo dagli ex detenuti piuttosto che durante le visite di politici e amministratori: dalle cimici e gli afidi nei letti, passando dall’insalubre contiguità tra zone dove si cucina e le turche dove si espletano i bisogni, così come tra queste ultime e le docce. Aspetti che Ats non è riuscita a verificare nell’ala Nord, mentre in quella Sud, precisando tra l’altro come sia l’unica “ad essere alimentata ad acqua calda”, le celle ispezionate si presentano “in sufficienti condizioni igieniche”. Ne sono state visitate tre a campione: al terzo piano la numero 77, mentre al quarto le 98 e 99. La relazione ricorda come “per ogni piano è stata ricavata un’area dedicata al lavaggio indumenti con lavatrice e asciugatrice funzionanti” e si aggiunge come “i detenuti provvedono direttamente alla pulizia delle loro camere e dei relativi servizi igienici”. Come unica situazione di possibile rischio viene segnalata “la presenza di fornellini alimentati anche a gas utilizzati dai detenuti per cucinare alimenti provenienti dall’esterno” e nulla più. Per raggiungerle però il documento rileva “che pareti/pavimentazione di tutto il vano scale che accede alle sezioni necessitano di interventi manutentivi straordinari, oltre che di pulizia”. Insomma, non sono messi bene. Nel resto della struttura si passa da alcuni locali giudicati “sufficienti” come ad esempio la palestra, gli uffici matricola, colloqui e sorveglianza, la biblioteca e le cucine, si aggiungono altri che risultano essere mantenuti “in buone condizioni”, come il teatro o la sala udienze da remoto, mentre le aree ambulatoriali e del personale sanitario vengono giudicate dall’agenzia “in condizioni igienico-sanitarie adeguate e ben mantenute” anche se si segnala come “permangono non coperte le specialità di chirurgia generale, oculistica e dermatologia”. La relazione specifica inoltre che “non è stato possibile accedere al cortile per motivi di sicurezza; visionato dall’alto si rileva la presenza di un impianto di nebulizzazione per contrastare la calura estiva” mentre rispetto alla necessità di dispensare i farmaci “viene segnalato una difficoltà da parte del personale nel portare i farmaci ai piani più alti con i vassoi, che risultano scomodi per il peso non indifferente, e vengono riferiti episodi di detenuti che colpiscono con violenza questi vassoi in presenza del personale”. Per quanto riguarda l’ufficio degli infermieri “si segnala un persistente disagio acustico nell’ufficio, causato dalle attività della palestra, situata in corrispondenza al piano superiore. In particolare, il forte rumore d’impatto dovuto all’appoggio violento dei pesi a terra si protrae per l’intera giornata, compromettendo il normale svolgimento del lavoro”. Ats quindi “chiede un intervento di verifica per valutare possibili soluzioni”. Nessuna segnalazione invece rispetto ad un problema annoso nella palestra: il bagno chiuso da tempo con una grata che impedisce di accedervi, come più volte segnalato in passato dai detenuti. Che sia stato risolto? In conclusione, una relazione che cerca di districarsi tra le croniche criticità di una delle carceri più sovraffollate d’Italia, saltando però una parte del percorso. Quello che, a detta di molti, sarebbe quello più compromettente. Brescia. Su Verziano Manzoni smentisce il senatore Borghesi: “Lavori in alto mare” di Pietro Gorlani Corriere della Sera, 13 settembre 2026 Il vicesindaco di Brescia: “La consegna nel 2027? Forse aprirà il cantiere”. I lavori per l’ampliamento del carcere di Verziano sono tutt’altro che iniziati. Quelli in corso servono solamente a realizzare un nuovo varco dove far passare in futuro ruspe e camioncini dei muratori. Il vicesindaco di Brescia Federico Manzoni smentisce in maniera clamorosa il senatore della Lega Stefano Borghesi: si è solo al progetto definitivo e deve ancora essere appaltato il progetto esecutivo, insieme ai lavori. “Altro che consegna dell’opera a fine 2027, per quella data forse si vedrà l’inizio dei lavori”. A fine luglio Borghesi aveva annunciato l’avvio dei cantieri ad agosto e la conclusione “sulla carta” a dicembre 2027. A fine agosto aveva assicurato che i lavori erano slittati di un mese per via delle ferie ma sarebbero iniziati a settembre. La deputata di Fratelli d’Italia Cristina Almici aveva confermato la tempistica. E in effetti nel carcere era iniziato un via vai di tecnici. Manzoni, ascoltato dal Corriere, ricostruisce un quadro “leggermente più articolato e soprattutto meno ottimistico- premettendo come - si deve specificare di che lavori stiamo parlando”. Quelli avviati o in procinto di partire “riguardano semplicemente una serie di opere propedeutiche al progetto vero e proprio di ampliamento”. In pratica si tratta di ricavare un nuovo varco di accesso: oggi l’unico ingresso è quello usato dai mezzi della polizia penitenziaria e “chiaramente non potrà essere quello l’accesso delle ruspe e dei camion durante il cantiere”. Si perforerà la recinzione in un altro punto per un varco provvisorio. Fine. Il cantiere dell’ampliamento, da 39 milioni, “partirà non a breve”. Quel progetto, precisa il vicesindaco, resta confinato “dentro l’attuale sedime”, senza espandersi nelle aree private che il ministero “non ha mai voluto acquisire”. È fermo al grado di progetto definitivo. L’iter approvativo si è chiuso a fine luglio presso il Provveditorato alle opere pubbliche del Mit, titolare formale della procedura. “Il Provveditorato adesso dovrà bandire la gara per l’appalto integrato, selezionare chi la vincerà e fare il progetto esecutivo, che dovrà recepire le prescrizioni fornite dalla conferenza dei servizi”. Per fine 2027 “penso che sia ottimistico pensare che avremo l’appalto integrato espletato e un progetto esecutivo pronto”. La Loggia avanza altre perplessità. Come già spiegato dalla sindaca Castelletti al Corriere, con il nuovo padiglione di Verziano “non ci saranno le condizioni per chiudere Canton Mombello” ribadisce Manzoni, ricordando come sia l’obiettivo da sempre auspicato dalla Loggia. Si avrà “un Verziano più grande, ma non da poter assorbire tutti i detenuti di Canton Mombello”. C’è poi il nodo del cantiere interno: il progetto occuperà le aree oggi destinate ad attività ricreative e rieducative, a partire dagli spazi sportivi. “Abbiamo sottolineato la necessità che anche la fase di cantiere non precluda quegli spazi, altrimenti per qualche anno a Verziano i detenuti non avranno spazi di svago”. Altro nodo difficile da sciogliere è quello delle aree esterne, da acquistare da una famiglia di agricoltori, per realizzarci laboratori per il lavoro dei detenuti, spazi per lo sport e alloggi per gli agenti: “non è ancora stato fatto nulla” commenta tranchant Manzoni. Un anno fa, a maggio, l’allora sottosegretario Andrea Delmastro diede l’impressione che l’accordo con i proprietari fosse a un passo. “Non era così”. Quei terreni restano privati e devono diventare demaniali. L’intesa non c’è. Cremona. Nel carcere cresce il sovraffollamento: i detenuti salgono a 627 di Laura Bosio Cremona Oggi, 13 settembre 2026 Il carcere di Cremona, con un sovraffollamento drammatico, affronta disordini frequenti e una grave crisi di personale che aggrava la situazione. È cresciuto ancora il numero di detenuti nel carcere di Cremona, dove il sovraffollamento è ora al 163%, con 627 detenuti su una capienza di 385. Il dato emerge dal monitoraggio quotidiano effettuato dal giornalista Marco Dalla Stella sui dati del ministero della Giustizia, che evidenzia come la situazione di Cremona sia in continuo peggioramento dal punto di vista dei numeri. Una situazione paradossale se si considera che, come hanno evidenziato i Radicali nel corso della sua ultima visita, la maggior parte dei detenuti sono già definitivi, e quindi potrebbero accedere alle misure alternative, cosa che invece non accade. A questo si aggiunge una carenza di personale che, sempre secondo lo stesso monitoraggio, è pari al 21,5%. Una situazione che è ormai al collasso e che porta a disordini e problemi quasi quotidiani: rivolte di detenuti, aggressioni, ferimenti e autolesionismo. E’ di una decina di giorni fa l’ennesimo episodio di tensione, quando un gruppo di detenuti, ristretti in una sezione ex art. 32, ha sottratto le chiavi a un agente di Polizia Penitenziaria, tentando poi di coinvolgere altri detenuti in una protesta collettiva. Alcuni erano saliti sul tetto della palestra. La situazione era poi stata riportata alla normalità dagli agenti. Ma l’episodio è stato un ulteriore segnale delle criticità che interessano l’istituto cremonese. Cuneo. Il carcere è saturo: “Soltanto tre posti letto liberi” di Sandro Marotta La Stampa, 13 settembre 2026 Il direttore all’apertura Art.27 Expo, il festival dell’economia che gravita attorno agli istituti penitenziari. C’è un grande ostacolo che rischia di fermare tutti i progetti di economia in carcere ed è il sovraffollamento, soprattutto in un istituto come quello di Cuneo, che non sta affatto bene dopo l’addio al 41-bis. Lo ha detto chiaramente Domenico Minervini, direttore della casa circondariale, durante il panel d’apertura di Art.27 Expo, il festival dell’economia carceraria in programma fino a domenica 13 settembre. La situazione è riassunta nei numeri: “Abbiamo 3 posti letto liberi, con 386 detenuti in totale, siamo alla saturazione. Questo è il quadro nei due padiglioni operativi, poi c’è quello vuoto, che stiamo rimettendo a posto e siamo in attesa di sapere a cosa sarà destinato. Abbiamo superato di almeno 30 unità i livelli di due anni fa, quando nell’istituto ci fu una rivolta”. Non è casuale la scelta di dirlo dal palco allestito in via Roma a Cuneo dall’associazione Art. 27: “Ci piace dedicare questo tempo al rapporto con il territorio e con i cittadini che passeggiano qui di fianco. È un’occasione formidabile per far riflettere su ciò che si vuole fare. Lo deve decidere la politica ma anche il consenso popolare”. Il dietro le quinte del trasferimento dei detenuti - Come è accaduto che il carcere di Cuneo sia diventato sovraffollato? Un anno fa il governo, in particolare l’allora sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, comunicò l’intenzione di riorganizzare il 41-bis, il regime di carcere duro. Tutti i detenuti di questo regime sono stati raggruppati in un unico istituto per ogni regione. Per il Piemonte Alessandria. I 43 detenuti cuneesi sono stati portati via a fine giugno, ma questo ha comportato la liberazione di una prima parte di posti, occupati poi dai detenuti provenienti da Torino e Genova. Risultato: Cuneo a fine agosto aveva 377 detenuti per 311 posti. “Senza il 41-bis che ha molte limitazioni, ora Cuneo può diventare una città laboratorio ideale per pensare a un carcere diverso”, aveva detto Michele Miravalle di Antigone a colloquio con La Stampa. Le difficoltà operative e il lavoro in trincea - “Non rinasce proprio nulla - commenta Minervini -. La situazione nazionale di sovraffollamento è diventata difficilissima. Per noi che lavoriamo in trincea ci condiziona tanto. Si fa presto a dire “lasciateli tutti dentro”, senza nessuna misura di alleggerimento e poi parlare di riabilitazione. Si dimentica che il percorso che potrebbe essere svolto in maniera proficua finisce per incontrare mille ostacoli e non è sempre colpa del detenuto. Bisogna chiedersi: che cosa abbiamo offerto noi come Stato?”. L’impatto sulla rieducazione - Questo ha un impatto molto concreto con le attività che dovrebbero tendere alla rieducazione come previsto dalla Costituzione all’articolo 27, per esempio quelle lavorative. “Proporre attività in un contesto che sembra un girone infernale non è semplice - ha detto -. Il sovraffollamento rende difficile il lavoro di chi viene da fuori e collabora con noi, idem per il lavoro degli operatori penitenziari, ma poi rende complesso anche il percorso del detenuto. Anche un recluso che potrebbe fare molto meglio e si trova a vivere una quotidianità in cui deve badare alla sopravvivenza è penalizzato”. Il futuro del Cerialdo è legato al padiglione dell’ex 41-bis. Se arriveranno altri detenuti, la popolazione arriverà a più di 500 unità. Cuneo. Il lavoro oltre le sbarre, l’Expo dell’economia carceraria rainews.it, 13 settembre 2026 Una fiera per raccontare progetti nati in carcere con l’intento di ridurre le recidive e dare nuove prospettive lavorative ai detenuti. “Perché la vita non è fatta di muri e cemento, ferro e cemento. La vita è fatta di aria, di libertà” racconta Massimiliano, ex detenuto, oggi panettiere. Il lavoro come riscatto dal carcere per dare una nuova vita ai detenuti. A Cuneo, l’Expo dell’Economia Carceraria porta in piazza talk, stand e spettacoli per far conoscere i progetti di business nati tra le sbarre. “Questa ad esempio è un’attività delle carceri di Cuneo, Fossano, Torino - spiega Davide Danni, presidente dell’associazione Articolo 27 che organizzava l’evento - un laboratorio esterno produce pane e prodotti da forno abbattuti e surgelati e li vende al mercato HoReCa, food service, in Italia e all’estero. Questa è l’economia vera ed è l’economia reale che noi stiamo cercando di replicare a livello sistemico per aumentare il numero di posti di lavoro veri per i detenuti in Italia”. E spesso i contratti di lavoro continuano dopo il carcere, come nel caso di Massimiliano. “Ma più che imparare il mestiere - dice - è il lavoro la cosa importante. Io son tre anni che son libero ed è una rinascita”. Tra gli espositori anche il progetto Made in Carcere, laboratorio di sartoria capace di abbattere la recidiva. “Noi abbiamo una recidiva a Lecce, Taranto, Trani e Matera dello zero percento, contro una recidiva del circa 70percento per le persone che invece non hanno un’esperienza di lavoro”. Piccoli guadagni che a volte cambiano tanto, come nel caso dei detenuti di Saluzzo che lavorano con Area 51. “Uno di questi, Mimmo, ha potuto finanziare la patente del figlio raccogliendo i soldi di diversi mesi. E queste comunque sono soddisfazioni che diversamente non potrebbero avere”. Trento. Una “Passeggiata invisibile” nei luoghi dell’esecuzione penale e del reinserimento sociale vitatrentina.it, 13 settembre 2026 Nasce dalla volontà di accorciare le distanze tra la città e alcuni dei suoi luoghi meno noti, come il Tribunale di Sorveglianza, il carcere, i servizi sociali, spazi legati a un mondo e a situazioni che, fortunatamente, per la maggior parte di noi rimangono lontani, la “Passeggiata invisibile”, il progetto promosso da Apas - Associazione provinciale di aiuto sociale, selezionato e finanziato dal bando Rigenera 2026, che sostiene idee nate dal basso e capaci di contribuire in modo concreto alla diffusione dei valori dell’Agenda 2030. “Passeggiata Invisibile” consiste in un percorso urbano di circa 3 ore nel cuore e nella periferia di Trento tra i luoghi reali dell’esecuzione penale e del reinserimento sociale, per conoscere da vicino servizi, spazi e persone che normalmente restano fuori dalla nostra esperienza quotidiana. Il primo appuntamento è in programma lunedì 14 settembre alle 13.30, con ritrovo in vicolo Santa Maria Maddalena, dove APAS ha mantenuto la sua sede per oltre 40 anni (da poco la sede si è spostata è in via Pranzelores). Da lì i partecipanti saranno accompagnati verso gli appartamenti di accoglienza in cui vivono alcuni detenuti in esecuzione penale esterna ed ex detenuti, il Tribunale di Sorveglianza e l’UDEPE - Ufficio distrettuale di esecuzione penale esterna, che segue le persone che scontano la pena fuori dal carcere. Il percorso proseguirà poi in autobus verso Spini di Gardolo, dove si trovano il laboratorio occupazionale di APAS e la Casa circondariale di Trento, che sarà raccontata dall’esterno. A guidare la passeggiata saranno i giovani volontari di APAS insieme a persone in esecuzione penale, che in ogni appuntamento porteranno la propria esperienza e la propria storia come protagonisti, perché il progetto vuole mettere al centro non una categoria astratta, ma persone, percorsi e vissuti individuali. Anche le diverse tappe saranno raccontate direttamente da chi le vive e vi lavora: un avvocato penalista illustrerà il ruolo del Tribunale di Sorveglianza, un’assistente sociale presenterà il lavoro dell’UDEPE, mentre gli operatori di APAS racconteranno l’esperienza dell’abitare accompagnato e del laboratorio occupazionale. A Spini si parlerà anche della realtà carceraria e del percorso che può accompagnare una persona dal carcere verso il ritorno alla vita sociale. Al termine di ogni passeggiata è previsto un momento conviviale con una merenda. “Un errore non ci rende meno umani” è lo slogan di APAS e rappresenta anche lo spirito dell’iniziativa. La pena deve essere scontata, ma non dovrebbe diventare una condanna permanente all’esclusione. La “Passeggiata invisibile” nasce proprio per provare ad abbattere quel muro che continua a esistere anche oltre il carcere: quello del pregiudizio. “Non tutte le persone partono dalle stesse possibilità e le storie individuali sono spesso più complesse delle etichette con cui vengono raccontate - spiega Giuseppe Malatesta, assistente sociale di APAS Trento -. Conoscere quei percorsi e quelle storie significa anche restituire dignità a chi sta cercando di ricostruire la propria vita”. In caso di buon riscontro, APAS punta a trasformare la passeggiata in un appuntamento stabile del calendario cittadino, capace di riportare periodicamente al centro dell’attenzione una realtà che spesso rimane ai margini. La partecipazione è gratuita e su prenotazione per ragioni organizzative. Per informazioni e per conoscere le date delle prossime passeggiate è possibile contattare APAS attraverso i suoi canali social, in particolare le pagine Instagram (@apastrento) e Facebook (APAS ODV Trento). “Rigenera. La tua azione per l’Agenda 2030” è organizzato dalle cooperative sociali Young Inside e Inside, grazie al sostegno della Regione autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol, con il supporto delle Politiche Giovanili della Provincia autonoma di Bolzano e del Comune di Bolzano e della Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano. Catanzaro. “Connessi al futuro”, competenze digitali per i giovani detenuti ilcrotonese.it, 13 settembre 2026 30 ragazzi saranno divisi in due gruppi da 15 e seguiranno un percorso personalizzato articolato in diverse fasi. Offrire a 30 giovani detenuti dell’istituto penale per i minorenni di Catanzaro nuove competenze digitali e strumenti concreti per il reinserimento sociale e lavorativo. È l’obiettivo di “Connessi al futuro: il digitale per un reinserimento attivo”, il progetto promosso dal Centro calabrese di solidarietà ETS e sostenuto dal fondo per la Repubblica digitale impresa sociale. L’iniziativa, della durata di 24 mesi, è stata selezionata nell’ambito del bando “Fuoriclasse”, promosso dal Fondo per la Repubblica Digitale in collaborazione con il Cnel e il Ministero della Giustizia-Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria. Il progetto coinvolge, insieme al Centro Calabrese di Solidarietà ETS, Fondazione albero della vita, Eureka cooperativa sociale, con la partecipazione dell’Istituto Penale per i Minorenni di Catanzaro. Formazione digitale e competenze per il lavoro - I 30 ragazzi saranno divisi in due gruppi da 15 e seguiranno un percorso personalizzato articolato in diverse fasi: orientamento, bilancio delle competenze, sostegno psicologico e motivazionale, formazione digitale e accompagnamento al lavoro. Il modulo digitale prevede complessivamente 280 ore di formazione, dedicate all’alfabetizzazione informatica, all’utilizzo di software, al commercio elettronico e ai temi di business digitale, innovazione e startup. Alle lezioni teoriche saranno affiancati laboratori pratici. Previsto anche un percorso di 88 ore sulle soft e life skills, con attività dedicate a comunicazione, lavoro di gruppo, gestione dello stress, problem solving, creatività, flessibilità e autonomia. L’obiettivo è trasformare le competenze digitali in uno strumento concreto di inclusione e occupabilità, aiutando i giovani a sviluppare capacità spendibili nel mercato del lavoro e a costruire nuove prospettive dopo il percorso detentivo. Il progetto punta inoltre a contrastare lo stigma sociale e a favorire un percorso di autonomia e partecipazione, contribuendo alla prevenzione della recidiva e al reinserimento nella vita sociale e lavorativa. Brescia. Carceri, diritti e dignità: convegno della Camera penale in vista della Consulta quibrescia.it, 13 settembre 2026 Una denuncia e un confronto importante sulle condizioni carcerarie e tutela dei diritti fondamentali. La Camera Penale della Lombardia Orientale promuove per giovedì 17 settembre, alle ore 14,30, nel Palazzo di Giustizia di Brescia, in via Lattanzio Gambara 40, un incontro di analisi e riflessione sulla questione all’attenzione della Corte Costituzionale e, più in generale, sul “problema carcere”. “Il prossimo 22 settembre la Corte Costituzionale - scrivono i promotori - è chiamata a decidere la questione, sollevata dal Tribunale di Sorveglianza di Firenze (ordinanza al link https://www.cortecostituzionale.it/scheda-ordinanza/2026/69), relativa alla denunciata incostituzionalità (per sintetizzare) dell’attuale sistema dell’esecuzione penale, laddove non è prevista la possibilità per il Magistrato di Sorveglianza di disporre il differimento dell’esecuzione della pena nel caso in cui la detenzione sia subita in condizioni “inumane o degradanti”, come definite dalla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo”. “La Corte ha ammesso sei “amici curiae” proposti a sostegno dell’accoglimento della quaestio, tra i quali quello dell’Unione delle Camere Penali Italiane. Sono di immediata evidenza - proseguono i promotori - la rilevanza della questione e l’impatto pratico che il suo eventuale accoglimento sortirebbe, in una situazione delle carceri italiane sempre più allarmante, non solo quanto al sovraffollamento, ma per le condizioni igienico-sanitarie spesso inaccettabili, indegne di un paese civile, in un contesto in cui il legislatore muove in direzione esattamente opposta a quella che consentirebbe, se non di risolvere problemi strutturali cronici, quantomeno di alleviare le condizioni inimmaginabili in cui oltre 65.000 persone sono ristrette oggi in Italia, in violazione dei più basilari diritti, che dovrebbero essere costituzionalmente garantiti ad ogni singolo essere umano. Spazi insufficienti e condizioni igienico - sanitarie totalmente inadeguate caratterizzano, com’è purtroppo noto, anche la locale casa circondariale, come noi avvocati abbiamo potuto verificare direttamente nel corso della visita a Canton Mombello del 31 agosto scorso”. “La forte preoccupazione che ci sembra unire sul tema, in questa fase, Avvocatura e Magistratura, ci ha indotto - concludono i promotori del convegno - a rivolgere anche a tutti i magistrati del Distretto, inquirenti e giudicanti, l’invito a partecipare all’incontro: è opportuno che la condizione delle carceri non sia oggetto della sola, ovvia, attenzione della Magistratura di Sorveglianza, considerata la cospicua percentuale di detenuti non “definitivi”, sottoposti a custodia cautelare. Anche l’opinione pubblica deve essere messa a conoscenza di questo passaggio importante dinnanzi alla Consulta, e dei temi emersi nell’incontro (riservato, per ragioni di spazio, ad avvocati e magistrati), dato che dovrebbe essere interesse di ogni cittadino che le carceri non siano luoghi in cui le persone sono trattate in modo inumano, uscendone peggiori di come ci sono entrate (con pericolo per la sicurezza di tutti): non può essere rieducativo un luogo dove non sono rispettati i diritti fondamentali”. Verona. La musica entra in carcere: concerto sociale del Festival Cristofori vocedelnordest.it, 13 settembre 2026 Portare la musica là dove normalmente non arriva, trasformandola in uno strumento di relazione, ascolto e possibilità di rinascita. È questo il senso del Concerto Sociale “Musica senza barriere”, in programma lunedì 14 settembre alle 17 nella Sala delle Arti della Casa Circondariale di Verona, nell’ambito del Festival Pianistico Internazionale Bartolomeo Cristofori. Giunto nel 2026 alla sua nona edizione, il Festival rende omaggio a Bartolomeo Cristofori, padovano e inventore del pianoforte, e propone ogni anno concerti e progetti che intrecciano la grande musica con la ricerca, la memoria e il rapporto con il territorio. L’edizione 2026, intitolata “Rinascita”, sviluppa proprio il tema della musica come forza capace di offrire conforto, crescita, riscatto e cura. In questo percorso si inserisce anche l’appuntamento veronese, che rappresenta la seconda edizione del progetto “Musica senza barriere”. Protagonista del concerto sarà il pianista Giuseppe Dato, ma l’iniziativa non si esaurisce nella semplice esecuzione musicale. Il programma nasce infatti in relazione al laboratorio “I Suoni della Bellezza”, curato dal Maestro Nicola Guerini -Presidente dell’Associazione Bartolomeo Cristofori- e inserito nel protocollo dell’Amministrazione Penitenziaria del Triveneto: la musica sarà ispirata ai testi prodotti da quanti coinvolti nel percorso. Il concerto diventa così il momento conclusivo, all’interno dell’istituto, di un’esperienza che mette in dialogo creatività, parole, memoria e musica. Il valore dell’iniziativa sta proprio in questo: in un luogo segnato dalla separazione e dalla privazione della libertà, la musica può diventare uno spazio diverso, nel quale esprimersi, essere ascoltati e costruire una relazione con gli altri. Non si tratta dunque soltanto di portare un concerto in carcere, ma di riconoscere alle persone detenute la possibilità di essere parte attiva di un processo culturale. Un’idea particolarmente coerente con il tema della “Rinascita” scelto dal Cristofori per il 2026. L’appuntamento del 14 settembre è riservato agli utenti della Casa Circondariale. La via letteraria alla rinascita morale di un condannato all’ergastolo di Raffaele Nisticò catanzaroinforma.it, 13 settembre 2026 Nell’ultimo libro di Arcangelo Badolati, presentato a Catanzaro, la storia di Gianfranco Ruà, pluricondannato e laureato a pieni voti a Parma. Arcangelo Badolati, cronista di lunga esperienza per la Gazzetta del Sud e saggista ormai consolidato nell’esplorazione del crimine organizzato calabrese, ha da poco dato alle stampe, per i tipi di Pellegrini Editore, “Fuga dall’inferno - La redenzione letteraria di Gianfranco Ruà”, un libro che in poco più di cento pagine descrive l’inusitato percorso emancipatorio del personaggio nominato nel sottotitolo. Chi è Gianfranco Ruà? Lasciamo che a rispondere sia lo stesso Badolati, incontrato poco prima della presentazione del libro, questa mattina nell’Aula Gissing del Complesso monumentale del San Giovanni: “Gianfranco Ruà - dice il giornalista cresciuto a Palmi e cosentino d’adozione - ha una storia unica nel panorama della ‘ndrangheta perché personaggio di primissimo livello della criminalità organizzata dell’Alta Calabria, condannato a più ergastoli, compie un percorso davvero singolare, considerato che è ristretto da anni ormai in carcere. Attraverso la cultura cambia, cambia radicalmente, si accosta ai grandi autori classici italiani, Ludovico Ariosto e Torquato Tasso, ad autori anche stranieri, penso al Milton, al suo Paradiso Perduto, cambiando radicalmente la sua visione di vita”. “Ruà - continua Badolati - sconta 32 anni di carcerazione, mai interrotti, è in carcere, in carcere studia, comprende che attraverso la cultura, questo è il messaggio del libro, si può vivere un’esistenza diversa e che si può guardare alla vita in modo diverso. Un cambiamento vero, interiore, non il classico pentirsi di chi comincia a lanciare informazioni sugli ex associati, i collaboratori di giustizia spesso lo fanno per mera convenienza. No, il suo è un cambiamento interiore, significativo di personaggio notevole che capisce di aver commesso una serie di errori e che arriva a capirlo attraverso le letture”. Nel libro è raccontato proprio questo percorso. “Arrivo a lui, inaspettatamente, perché mi manda la sua tesi di laurea, laureato a pieni voti all’Università di Parma, da detenuto nel supercarcere di Parma. Mi accosto a questa vicenda che mi colpisce tantissimo, non mi era mai successo di affrontare così direttamente il cambiamento di un uomo che aveva ucciso molte persone e condannato per diversi ergastoli. Una storia unica, del suo genere, molto significativa, che deve servire da monito, cioè può servire a tutti quelli che hanno scelto una strada spesso senza ritorno come quella del delitto, della violenza. Perché dimostra che si può cambiare. Questo è il significato del libro. Premetto che da cronista avevo seguito tutte le sue vicende, perché in tutte le vicende degli ultimi 30 anni che riguardano l’Alta Calabria c’è Gianfranco Ruà. Non mi aspettavo proprio che mi scegliesse per raccontare questo suo cambiamento. Mi ha fatto recapitare la sua tesi dalla moglie, poi ha deciso di parlare con me, si è raccontato, mantenendo la sua dignità di detenuto. Se avesse voluto pentirsi dal punto di vista giudiziario l’avrebbe fatto 30 anni fa, come il suo vecchio capo e il suo braccio destro che avevano preso la strada della collaborazione. Lui invece aveva preferito rimanere dietro le sbarre, si è pentito poi dentro, per davvero, e questo libro lo dimostra in maniera indubitabile”. Badolati è giunto a Catanzaro invitato dal Dipartimento di studi giuridici e sociali dell’Università Magna Graecia. A coordinare l’incontro è stato Domenico Bilotti, docente di Diritto ecclesiastico e Storia del diritto canonico dal Diges catanzarese. “L’incontro - ci ha detto - si inserisce nel quadro delle attività propedeutiche alla Notte della ricerca che si svolge il 23 e il 25 settembre alla Magna Grecia, proseguendo nell’intenzione di svolgere attività propedeutiche in luoghi distanti dall’Accademia vera e propria. Abbiamo iniziato il 21 agosto a Soverato con una data al Museo del Mare e oggi continuiamo parlando di un libro, perché il libro è il vero alleato della ricerca. Il libro di oggi è la storia molto particolare di un detenuto, per di più ergastolano, che attraverso la scoperta dei classici e della letteratura avvia un percorso demolitorio di critica del proprio passato criminale. Lo riteniamo particolarmente significativo perché per noi la ricerca è fatta dai libri, unico vettore di trasformazione su cui possiamo realmente contare”. La discussione intorno al libro, di ottimo livello speculativo, ha potuto contare su diversi interventi di grande impatto emozionale, tra i quali è da annoverare innanzitutto quello del presidente del tribunale di Catanzaro, di recente nomina, Giuseppe Spadaro. Catanzarese di nascita e di formazione, anche nella laurea, è un illustre concittadino di ritorno, dopo l’ultima esperienza trentina. Da Spadaro parole ferme senza cedimenti a nessun tipo di buonismo, ma un accorato appello all’umanità della pena e alla opportunità, costituzionalmente prospettata, di offrire al reo la speranza concreta di una riabilitazione personale e sociale, nella consapevolezza che l’errore è nell’umana esperienza di vita. Sulla stessa linea, con i diversi accenti dovuti alla formazione personale e alle frequentazioni professionale, gli interventi via via succeduti davanti a un pubblico attento e sinceramente partecipe: delle docenti, in vario ruolo e diverse responsabilità, delle docenti UMG Aquila Vilella, Donatella Paolino, Sabrina Garofalo, e degli avvocati Pantaleone Pallone, presidente della sezione territoriale dell’Unione giuristi cattolici, e Antonella Canino, segretaria della Camera penale di Catanzaro. La partigiana dei diritti civili che ci insegnò i limiti del potere di Guido Camera Il Dubbio, 13 settembre 2026 Emma Bonino è stata una donna di parte. Aveva convinzioni fortissime e le difendeva senza nasconderle. Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Emma Bonino. E oggi, nel momento in cui se ne va, il primo sentimento che provo è quello della gratitudine. Perché incontrare una persona che ha attraversato più di mezzo secolo della storia politica italiana senza mai rinunciare alla propria libertà è qualcosa che lascia un segno, anche quando non se ne condividono tutte le idee. Forse è proprio da qui che bisognerebbe partire per ricordarla. Emma Bonino è stata una donna di parte, nel significato più nobile della parola. Aveva convinzioni fortissime e le difendeva senza nasconderle, anche quando erano minoritarie, scomode, talvolta impopolari. Ma non ha mai avuto bisogno di negare dignità a chi la pensava diversamente. In un tempo nel quale il dibattito pubblico sembra sempre più spesso costringerci a scegliere tra l’adesione e la delegittimazione, la sua storia ci ricorda una regola elementare della democrazia: si può combattere un’idea e rispettare profondamente la persona che la sostiene. È anche per questo che credo che oggi Emma Bonino possa essere ricordata con ammirazione non soltanto dal mondo radicale e liberale nel quale è cresciuta, ma anche da chi, per formazione cattolica, moderata o conservatrice, ha dissentito da alcune delle battaglie che hanno segnato la sua vita. Non occorre condividere ogni scelta per riconoscere il coraggio di chi accetta di pagarne il prezzo. Bonino lo ha fatto per decenni. Lo ha fatto per i diritti civili, per la moratoria universale della pena di morte, contro le mutilazioni genitali femminili, per i diritti delle donne e per l’Europa. E lo ha fatto con una caratteristica che oggi appare quasi rivoluzionaria: non misurava la bontà di una causa sulla sua popolarità. Prima venivano le convinzioni. Poi, eventualmente, il consenso. C’è però un filo ancora più profondo che attraversa la sua storia e che sento particolarmente vicino all’esperienza di Italiastatodidiritto: la convinzione che il potere debba sempre incontrare un limite nella libertà e nella dignità della persona e che il diritto non sia soltanto un insieme di regole, ma lo strumento attraverso il quale quella libertà può diventare concreta. È una convinzione che può assumere forme diverse e condurre anche a conclusioni differenti. Ma appartiene alla migliore tradizione dello Stato di diritto: quella per cui nessuna maggioranza, nessuna ragion di Stato e nessuna convenienza politica possono rendere irrilevante l’individuo. Per questo la sua figura supera il perimetro delle battaglie radicali. Emma Bonino appartiene a quella generazione di politici per i quali la politica non era innanzitutto una professione, una tecnica di comunicazione o la ricerca quotidiana del consenso. Era una scelta di vita. Significava esporsi, prendere posizione, rischiare di perdere e, qualche volta, restare soli. C’è una parola che descrive bene tutto questo: coerenza. Non la coerenza ottusa di chi non cambia mai opinione, ma quella più difficile di chi conserva nel tempo un criterio con il quale giudicare le proprie scelte. Nel suo caso quel criterio è stato la libertà della persona. Ed è forse questa la lezione più importante che Emma Bonino lascia alla politica italiana. La democrazia non vive soltanto delle maggioranze che governano. Ha bisogno delle minoranze che pongono domande, delle coscienze che disturbano, delle persone disposte a sostenere una causa prima di sapere se sarà vincente. Molte delle battaglie che Bonino ha iniziato quando sembravano impossibili sono diventate, negli anni, patrimonio condiviso. Altre continueranno a dividerci. Ed è giusto così: una democrazia nella quale non esistessero più ragioni profonde di dissenso sarebbe una democrazia molto povera. Ma esiste qualcosa che viene prima del consenso e persino del dissenso: il riconoscimento della statura di chi ha dedicato la propria esistenza al bene pubblico secondo la propria coscienza. Per questo oggi, anche da posizioni culturali differenti dalle sue, credo si possa semplicemente dire: grazie, Emma. L’Italia perde una delle sue donne più libere. E la libertà, quando è autentica, lascia un vuoto anche in chi non l’ha sempre pensata allo stesso modo. Il “declinismo”, slogan politico e malessere psico-sociale di Paolo Di Stefano Corriere della Sera, 13 settembre 2026 Solitamente è usato da chi è all’opposizione per attaccare chi governa. Ma il guaio peggiore si verifica quando la definizione esce dal gioco a rimpiattino dei politici per diventare sentimento psico-sociale, ovvero sinonimo di sfiducia. Tra gli apocalittici e gli integrati ci sono i “declinisti”, che sono sfuggiti persino a Umberto Eco. Ce lo ricorda il quotidiano le Monde in un servizio sui disastrosi risultati dell’indagine PISA relativa ai giovani francesi. Il “declinismo” (“déclinisme” in francese), che richiama solo apparentemente il decadentismo letterario, è segnalato dalla Treccani come vocabolo settoriale che corrisponde alla tendenza al pessimismo di chi ritiene che la società e/o il proprio Paese stiano attraversando una fase di decadenza. L’autore dell’articolo, Bastien Scordia, ricorda che la “narrazione declinista” non è mai stata tanto diffusa in Francia. Non per questo noi italiani rischiamo di perdere il primato della lamentazione, perché il “declinismo”, mescolando rassegnazione e disillusione, non coincide esattamente con il lamento. Di solito la parola viene utilizzata in ambito politico: i “declinisti”, in politica, stanno quasi sempre all’opposizione, addetti come sono, quasi per mestiere, ad accusare il governo di portare allo sfascio il Paese. Viceversa, quando gli oppositori passano al governo, i ruoli si invertono e i “declinisti” sono quelli del campo opposto. Ciò significa che si tratta per lo più di una formula retorica che tocca i suoi vertici nei periodi preelettorali. Il linguista Michele A. Cortellazzo, un paio d’anni fa, fece una rassegna delle sporadiche ricorrenze del termine nel linguaggio pubblico, fino alla sua improvvisa riemersione, dopo un decennio di oblio, in un discorso pronunciato in inglese da Giorgia Meloni a New York nel 2024. Vi si diceva che la migliore risposta al “declinism” (sottinteso: della sinistra) era il “Patriotism” (sottinteso: della destra). Ma il guaio peggiore si verifica quando il “declinismo” esce dal gioco a rimpiattino dei politici per diventare sentimento psico-sociale. Sinonimo di sfiducia. E come tale non è escluso che si diffonda anche oltre i confini francesi. L’onda populista? È il prezzo dell’abbandono di Mauro Magatti Avvenire, 13 settembre 2026 La democrazia non si difende solo denunciando chi la minaccia, ma ricostruendo le condizioni che la rendono desiderabile. La crisi del pensiero liberale nello smarrimento del valore delle relazioni. L’ascesa dell’AfD in Germania, e con essa il consolidarsi delle destre radicali in buona parte d’Europa, insieme alla crisi dei partiti che per decenni hanno occupato il centro dei sistemi democratici - popolari, socialisti, liberali - segna la fine di un ciclo. Non è l’oscillazione del pendolo elettorale. È lo sfaldamento delle condizioni che quel pendolo rendeva possibili. Alla radice c’è la crisi di una certa idea di libertà. Negli ultimi decenni il liberalismo - una grande tradizione politica che era stata capace di tenere insieme diritti individuali e responsabilità comuni - si è sdoppiato in due riduzioni speculari. Da un lato è diventato liberismo economico: il mercato come unico meccanismo di coordinamento, l’efficienza come unico criterio, la crescita come unico orizzonte. Dall’altro si è fatto liberalismo dei diritti, tutto concentrato sull’autodeterminazione del singolo, sulla rimozione di ogni vincolo, sulla libertà intesa come assenza di legami. Per anni queste due visioni si sono combattute, e ancora oggi si presentano come avversarie. In realtà, esse condividono la stessa antropologia: l’Io sovrano, proprietario di sé, che rivendica la propria libertà di scelta. Un individuo pensato come punto di partenza e non come esito di una storia, di una lingua, di una cura ricevuta. E in questo slittamento, la libertà smette di essere ciò che si costruisce insieme e diventa ciò che si rivendica contro. La crisi multiforme che stiamo attraversando fa emergere l’inadeguatezza di questo dualismo. Sul piano economico, decenni di deregolazione e di finanziarizzazione hanno eroso il ceto medio: lavoro discontinuo, salari fermi, case inaccessibili, figli rinviati. Ma il danno più grave è la disgregazione del tessuto relazionale e culturale che rendeva sopportabile l’insicurezza: famiglie più fragili, quartieri svuotati, corpi intermedi indeboliti (sindacati, parrocchie, associazioni, partiti), mancanza di senso. Milioni di persone si sono ritrovate insieme più povere e più sole. E la solitudine, quando diventa un fatto sociale, è materiale infiammabile. Il problema è che le classi dirigenti non riescono a leggere questo disagio. Non solo quelle politiche, ma anche quelle economiche e culturali. Formate in un mondo che premia mobilità, competenza e adattabilità, hanno scambiato la propria condizione per la condizione di tutti. Finendo per leggere la fatica dei molti come un ritardo da correggere: un deficit di istruzione, un pregiudizio da rieducare, una nostalgia da compatire. Un distacco che col tempo è diventato sempre più marcato. Non solo di reddito, ma anche di linguaggio e di esperienza. Ecco perché sono gli strati popolari che dispongono di risorse economiche e culturali sempre più inadeguate che si ribellano. E, non trovando rappresentanza, si consegnano nelle mani di chi ne strumentalizza la rabbia e la paura. Liquidare gli andamenti elettorali come irrazionali è, da questo punto di vista, un grave errore. La sofferenza che li alimenta è reale: falsa è la risposta che viene offerta, fatta di un nemico da additare, di un confine da chiudere, di un passato da restaurare. Gli ultimi pontificati sono stati tra le poche voci che hanno avvertito dei rischi associati a tale evoluzione. Benedetto XVI ha denunciato la chiusura di una ragione che si autolimita a ciò che può essere misurato e calcolato, e che proprio per questo diventa incapace di giudicare i propri fini. Francesco ha dato un nome all’effetto sociale di quella chiusura: la cultura dello scarto, un sistema che produce eccedenze umane e le lascia ai margini. E oggi Leone chiede che dentro la trasformazione tecnologica in corso siano rimessi al centro il lavoro e la dignità delle persone. Voci inascoltate, quando erano invece diagnosi realistiche di quello che stava accadendo. Ora siamo all’ultimo allarme. Il passo da compiere - difficilissimo, a quanto pare, per le classi dirigenti - è riconoscere che il pensiero liberale si è smarrito nel momento in cui ha smesso di riconoscere la struttura relazionale della vita umana e la sua costitutiva domanda di senso. Non si tratta di tornare indietro. Di rimpiangere le società chiuse, i vincoli imposti, le libertà negate: le conquiste di questi decenni vanno difese. Si tratta di ammettere che gli esseri umani non sono monadi che negoziano interessi. Vengono al mondo dipendenti, diventano se stessi attraverso i legami, hanno bisogno di riconoscimento e di un orizzonte di senso che nessuno può produrre da solo. Una libertà che non sa nulla di tutto questo non è più libertà: è abbandono. E l’abbandono, prima o poi, presenta il conto. È da qui che si può ricominciare. Da un’economia che non misuri soltanto il prodotto, ma la qualità dei legami che produce o distrugge. Da politiche che tornino a investire nei luoghi e nelle istituzioni dove le persone si incontrano (la scuola, il lavoro, la città, le associazioni). Da una cultura che smetta di trattare il bisogno di appartenenza come un residuo arcaico da superare e cominci a considerarlo per quello che è: una esigenza che se non trova risposte buone ne troverà di pessime. La democrazia non si difende soltanto denunciando chi la minaccia. Si difende ricostruendo le condizioni che la rendono desiderabile. Finché continueremo a curare i sintomi ignorando la causa, l’onda continuerà a salire. Più droghe e noi abbiamo solo galera di Maurizio Di Fazio L’Espresso, 13 settembre 2026 Cambiano le sostanze, si abbassa l’età di chi le consuma e aumentano le situazioni di fragilità. I dati certificano consumi in aumento. Confermati persino dal monitoraggio dell’aria. E dimostrano l’inefficacia di un approccio soltanto repressivo. Lascia tracce ovunque: nelle acque di rifiuto, nell’aria che respiriamo, nei pronto soccorso, nelle carceri che scoppiano e nell’impegno, magari perfettibile ma spesso donchisciottesco, dei servizi pubblici. E vi ricorrono tutti, in ogni angolo e anfratto geografico della penisola, nessuna professione o classe sociale ne viene risparmiata. Per moda, conformismo o in nome di una malintesa e grottesca performatività quotidiana, chissà. È un Belpaese tetro e al termine della notte quello fotografato dalla “Relazione al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia 2026”. “Siamo di fronte a una pandemia che ha la particolarità di non essere percepita come tale”, ha sintetizzato il sottosegretario del Consiglio dei ministri Alfredo Mantovano presentando il rapporto. Una definizione lapidaria che trova riscontro nei numeri. Nel 2025 sono morte 249 persone per overdose o altre cause direttamente legate alle droghe: il 7,8% in più dell’anno precedente. La cocaina è responsabile del 33% dei decessi accertati e del 32% dei ricoveri ospedalieri collegati all’utilizzo di droghe. Le forze dell’ordine hanno sequestrato circa 55 tonnellate di stupefacenti, ma la stima del mercato oscilla tra 160 e 220 tonnellate annuali. Il fenomeno assume contorni persino più inquietanti se si osservano le nuove generazioni. Quasi 350 mila studenti minorenni, pari al 23% degli under 18, hanno fatto uso di almeno una sostanza illegale nel corso del 2025, una quota in crescita rispetto all’anno prima. Tra i ragazzi della fascia 15-19 anni, oltre uno su quattro. La cannabis resta la più diffusa, pur registrando una lieve flessione passando dal 21 al 18%. A crescere sono invece cocaina, stimolanti, allucinogeni, oppiacei, ketamina, catinoni sintetici e inediti oppioidi. Sempre più visibile anche il business delle nuove sostanze psicoattive, prodotti spesso più potenti e imprevedibili dei “modelli” tradizionali. Intanto si allarga un’altra zona grigia: quella degli psicofarmaci assunti senza prescrizione medica. Più di 470 mila studenti (ben il 19%) dichiarano di averli provati quantomeno una volta: 280 mila nell’ultimo anno e circa 65 mila ne fanno un uso frequente, dalle dieci volte al mese in su. L’impiego occasionale mostra un leggero calo, ma quello abituale continua a espandersi. È uno dei segnali più palesi di un disagio giovanile in fase avanzata. Si spera non irreversibile. Le analisi delle polveri sottili PM10 collocano Roma al primo posto per la concentrazione di cocaina nell’aria, seguita da Pescara e Firenze. Un metodo innovativo che affianca il monitoraggio delle acque reflue urbane, dalle quali emerge che la cannabis è ancora la più gettonata, mentre la cocaina si conferma seconda con una media di undici dosi al giorno ogni mille abitanti. In questo caso, la favolosa Venezia è costretta a fregiarsi della leadership al negativo: aumenti significativi di consumo di polvere bianca sono rilevati inoltre a Roma, Genova, Campobasso, Catanzaro, Biella e L’Aquila. Va forte l’ecstasy e, per la prima volta, lievitano pure gli habitué dell’amfetamina. Il mondo bucato, impasticcato o “strisciomane” di fuori, il purgatorio-inferno di chi sta dentro. Negli istituti penitenziari, il peso specifico delle sostanze si mantiene enorme. Più di un ingresso su quattro è connesso alle violazioni della legge sugli stupefacenti. A fine 2025, erano 21.562 i detenuti per reati previsti dal Testo unico sulle droghe: il 34% dell’intera popolazione carceraria, una percentuale quasi doppia della media europea. Impressionante il dato sulle persone con tossicodipendenza certificata, oltre 20.700: un terzo del totale, la cifra più alta degli ultimi vent’anni. Numeri che alimentano il dibattito sull’efficacia di un impianto prevalentemente repressivo. Stando al Libro Bianco sulle droghe, redatto da associazioni e organizzazioni per i diritti civili, il ricorso preferenziale allo strumento penale non ha ridotto né l’abuso né il traffico (e riempie le patrie galere soprattutto di clienti e piccoli spacciatori). Da qui la richiesta di rafforzare le misure alternative, investire sulla riduzione del danno e ripensare le politiche in materia. L’altra faccia è quella dei Servizi per le dipendenze. In Italia operano più o meno 600 SerD, con 6 mila professionisti che ogni anno prendono in carico 300 mila persone. Ma secondo FeDerSerD, il sistema rischia di non reggere più l’impatto di bisogni sempre più complessi e di un’utenza ringiovanita. In una lettera aperta indirizzata a Sergio Mattarella, la presidente Roberta Balestra ha denunciato le profonde disuguaglianze tra le regioni, che finirebbero per compromettere un accesso uniforme e democratico alle cure. La richiesta è chiara: potenziare la rete dei SerD, integrarli stabilmente nelle Case della comunità e costruire percorsi capaci di intercettare il malessere in anticipo sull’assuefazione cronica. Più prevenzione. Perché la droga non è solo una questione di ordine pubblico (o sanitario). È un problema sociale ed educativo che cambia volto con rapidità. Insistere nell’affrontarlo quasi esclusivamente con sequestri e arresti significa rincorrere un’emergenza camaleontica e sfuggente. La droga è nelle periferie e nelle guerre orribili, nella ritirata generalizzata della bellezza, nell’arricchimento aggressivo trasformato in unico valore, nelle librerie vuote, nell’ignoranza elevata a cultura. L’educazione affettiva non è un corso: è il compito della scuola di Davide Rondoni Avvenire, 13 settembre 2026 Per educare i sentimenti non bastano regole e specialisti. Servono adulti capaci di accompagnare i ragazzi nei territori dell’animo umano. Inizia la scuola. E lì bisogna affrontare il tremendo e il magnifico. Infatti lì, in quelle aule dove adulti e ragazzi si incontrano e a lungo tutti i giorni potrebbe iniziare una grande opera di educazione affettiva. Cosa di cui da più parti si invoca la necessità e non solo per certi sconvolgenti fatti di cronaca nera. Ma una scuola che delega tale educazione affettiva a specialisti, a corsi ad hoc, significa una scuola che ammette il proprio mastodontico e grottesco fallimento. Se infatti - avendo a disposizione ore e ore di arte, scienza, letteratura - occorre avvalersi dello “psicologo di Stato” come già paventava Pasolini, come avviene nelle peggiori dittature del mondo, allora significa che si è falliti nel vero compito della scuola. Che insieme alla famiglia ha un compito educativo. Istruire e non educare è un ossimoro, o un modo per sfuggire le responsabilità. E però a scuola - e in Italia! - sono quasi inesistenti o cenerentole la musica, l’arte, la poesia, e tutto quel patrimonio che educherebbe a conoscere l’animo umano, a sfiorarne i suoi abissi tenendo però la luce negli occhi se possibile, insomma tutto quel patrimonio che nei millenni ha condotto le persone a fare i conti con se stesse, con i sentimenti, con la profondità e con la banalità del male, con le passioni e la loro bellezza ma anche i loro possibili deliri. Come pensate di educare affettivamente dei giovani? con dei discorsini? con delle regolette? O sarebbe meglio avere adulti disposti - a viso e cuore aperto - a viaggiare con i ragazzi nei meandri dell’anima, degli affetti, delle passioni? Invece no, si pretende di tirare su dei ragazzi che non hanno problemi perché gli si fa un po’ di psicoterapia, o due chiacchiere sul sesso, o due istruzioni per l’uso. E adulti riparati dietro alla trasmissione di “competenze”, meglio se soprattutto competenze tecniche e tecnologiche perché quelle si che servono al mondo. E così rarissimamente un ragazzo italiano a scuola può commuoversi, ed educarsi affettivamente ascoltando Vivaldi, Donizetti, Baudelaire. In Italia, patria delle arti, l’arte è considerata inutile o secondarissima nel percorso formativo ed educativo. E sapete perché? Perché è pericolosa. Cioè costringe gli adulti che sono insegnanti a lambire zone pericolose, che non sono misurabili in competenze e voti. Che non lasciano tranquilli nessuno. Ma l’educazione è un rischio, non una prassi da eseguire, non un protocollo da rispettare. I ragazzi italiani sono mediamente bravi nelle competenze richieste dall’Ocse. Ma poco più della metà sentono come luogo importante la scuola, dicono i dati. E l’Istat ci conferma che la scuola fa “andar via” la voglia di leggere, di ascoltare buona musica, di cercare arte. In Italia, sottolineo. E intanto la cronaca ci regala notizie di fatti terribili e i numeri in aumento di giovani nelle carceri. Sì, certo appena dico queste cose mi dicono che il problema è un altro. Il benaltrismo tipico. Che la famiglia dovrebbe (peccato che cercano di esautorarla e il Ministro prova a resistere) e che l’immigrazione, e che i soldi, e che i muri… Tutto vero, ma il problema è che stiamo negando noi stessi. E di fronte a una emergenza educativa, a una necessità di adulazione affettiva, nascondiamo i violini, i versi dei poeti, le dolci musiche popolari, i delicati profili del Crivelli, i tamburi forsennati, le voci celestiali, le sfumature femminili della Gentileschi, i canti abissali di Leopardi, le nostalgie di Pavese (solo il 5% dei maturandi ha commentato una sua poesia lo scorso anno). Ecco il nostro disastro fatto pagare ai giovani. AI: la pubblicità allarmista che vale duemila miliardi di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 13 settembre 2026 Un ricercatore di Anthropic scrive che l’intelligenza artificiale potrebbe ucciderci tutti entro dieci anni. Poche ore dopo precisa che i modelli di oggi non c’entrano nulla. In mezzo c’è un’azienda che sta per sbarcare al Nasdaq. Ventiquattr’ore dopo la frase era su tutti i giornali del mondo. L’Ansa ha titolato “Ricercatore di Anthropic si dimette, umanità a rischio entro fine decennio”, impastando in una riga sola due persone diverse: a dimettersi era stato Jacob Coxon, ventisette anni, passato per i team di pretraining di OpenAI e Anthropic. Hubinger è rimasto al suo posto. Mentre scrivo, ci lavora ancora adesso. Il pezzo che nessun titolo ha voluto è arrivato poche ore più tardi, sempre da lui, sempre su X. Dice che il rischio dei modelli attuali è basso. Quello che lo preoccupa è una superintelligenza futura, nata da un auto-miglioramento ricorsivo. Una macchina che nessuno ha ancora costruito. Una probabilità personale, buttata su un social. Su un evento ipotetico. Prodotto da una tecnologia che non esiste. Tre condizionali in fila, che nel titolo diventano una condanna a morte con tanto di scadenza. Provo a dare qualche coordinata. Nel 2023 l’indagine di AI Impacts ha chiesto a 2.778 ricercatori quanto ritenessero probabile un esito catastrofico per la specie: risposta mediana, cinque per cento. Geoffrey Hinton, premio Nobel, alla Bbc nel dicembre 2024 ha detto tra il dieci e il venti. Dario Amodei, che guida Anthropic, parla di un venticinque per cento che le cose vadano molto male. Yann LeCun, capo degli scienziati di Meta, dice che il rischio esistenziale è sostanzialmente zero. Il dieci per cento di Hubinger sta dentro il ventaglio. Opinioni, tra i quali quella di Amodei. Il capo del colosso dell’AI. Come mai? Va contro i suoi interessi diffondendo questa paura? Ovviamente no. Quanto vale la paura - E qui arrivano i soldi, che nella cronaca nostrana manca quando si parla di scenari apocalittici. Anthropic ha depositato in via riservata il modulo S-1 alla Sec il primo giugno e punta al Nasdaq già da ottobre, con Morgan Stanley e Goldman Sachs. L’ultimo round l’ha valutata 965 miliardi di dollari. Nel secondo trimestre i ricavi hanno superato gli 11,5 miliardi contro i 787 milioni dello stesso periodo del 2025. Il Financial Times riferisce che qualche investitore immagina un debutto sopra i duemila miliardi. Una ricercatrice inglese ha fatto la domanda giusta. Si chiama Wendy Hall, insegna informatica a Southampton e siede nell’organismo consultivo delle Nazioni Unite sull’intelligenza artificiale. Alla Bbc ha detto di essere rimasta scioccata da quei messaggi, ha osservato che una parte potrebbe essere comunicazione d’impresa proprio mentre si corre verso la Borsa, poi si è rivolta a chi ci mette i soldi: non investite in questa azienda, se quello è il loro sistema di valori. Il ragionamento è elementare. Se credi davvero che il tuo prodotto possa sterminare la specie, e ammetti di non sapere come impedirlo, la mossa coerente non è continuare a costruirlo cercando capitali al Nasdaq. È fermarti. Se invece continui, quell’allarme lavora per te stesso. Dire “il mio prodotto è così potente da poter uccidere tutti” significa dire, nella stessa frase, che il tuo prodotto è potentissimo. Non è la prima volta. Febbraio 2019, OpenAI annuncia un generatore di testo, GPT-2, e dice di non volerlo rilasciare perché troppo pericoloso. Il Guardian titola sull’apocalisse dei robot. Nove mesi dopo lo pubblica per intero: nessuna prova consistente di abuso. Oggi non solo gira sul portatile di chiunque, ma siamo a versioni decisamente più potenti. Dove sta il pericolo vero - Ti devo la parte scomoda, altrimenti questa rubrica sarebbe disonesta quanto i titoli che critica. Qualcosa è successo davvero, e non nel futuro. Luglio 2026, valutazioni interne di cybersicurezza in OpenAI: alcuni modelli aggirano i controlli che dovevano isolarli dalla rete e attaccano l’infrastruttura dell’azienda e i sistemi di Hugging Face. Lo racconta OpenAI nel suo rapporto. Ad agosto tocca ad Anthropic ammettere il proprio: su 141.006 sessioni di test ha trovato tre versioni di Claude che avevano avuto accesso ai sistemi di tre organizzazioni. Guarda la forma di questi incidenti. Non è la superintelligenza che decide di eliminare la specie. È un software che, per portare a casa il punteggio di un test, fa cose che nessuno gli aveva chiesto e sfonda le pareti del laboratorio. Sicurezza informatica e ambienti costruiti male. Niente a che vedere con lo sterminio. Il terreno dove si vede meglio è quello che ti interessa più da vicino. Tribunale di Siracusa, sentenza 338 del 20 febbraio 2026: quattro precedenti di Cassazione inesistenti, massime virgolettate costruite di sana pianta dalla macchina, prive di riscontro. E la Cassazione penale, terza sezione, sentenza 23006 depositata il 22 giugno 2026: citare precedenti inesistenti rivela una colpa più intensa, cinquemila euro alla Cassa delle ammende. Questo è il rischio che ti riguarda, caro lettore. Non l’estinzione della specie nel 2036. Un atto difensivo con dentro una sentenza che non esiste, depositato per te, da qualcuno che non ha controllato. Il vero pericolo è la mancanza di revisione. L’AI è uno strumento oramai indispensabile e ottimizza qualsiasi lavoro. Compreso il mio. Ma va usato con cautela, proprio perché è tutt’altro che super intelligente. È un calcolatore di parole potentissimo. Ma serve sempre il nostro tocco. Quello sì, per davvero intelligente. Spengo la sigaretta. Il mondo, per stavolta, dovrebbe reggere. Le azioni in Borsa ringraziano. L’Ue toglie i fondi all’Enar: a rischio il più importante network contro il razzismo di Giunio Panarelli Il Domani, 13 settembre 2026 L’Eacea, l’agenzia della Commissione responsabile della gestione della sovvenzione, ha negato il finanziamento 2026-28 al network antirazzista: “Mi chiedo perché un’organizzazione con questo track record sia stata sottoposta a un livello di scrutinio così anomalo. È una domanda politica legittima, e l’Europa ci deve una risposta”, commenta l’europarlamentare Scuderi. La Commissione europea sta voltando le spalle al più importante network contro il razzismo a livello continentale. L’istituzione Ue ha infatti deciso di ritirare i fondi all’Enar, l’organizzazione che a oggi raccoglie 140 associazioni impegnate nella lotta al razzismo. Questa decisione sarebbe drammatica per il network. A oggi i fondi della Commissione rappresentano circa il 75 per cento delle entrate totali dell’Enar e il loro ritiro comporterebbe il taglio di circa l’80 per cento dello staff dell’organizzazione. A destare allarme all’interno del movimento antirazzista europeo sono anche le modalità e il tempismo della decisione della Commissione. “Nel gennaio 2025 l’Enar ha presentato domanda per un Accordo quadro di partenariato 2026-2028 nell’ambito del programma dell’Ue “Cittadini, uguaglianza, diritti e valori”. La nostra domanda ha superato con successo la valutazione iniziale ed è passata alla fase di preparazione dell’accordo di sovvenzione. Poi però qualcosa è andato storto”, racconta Emmanuel Achiri, campaign lead della campagna Defend Anti-Racism dell’Enar: “Anziché avanzare nel processo, a partire dall’ottobre 2025 l’Eacea, l’agenzia esecutiva della Commissione europea responsabile della gestione della sovvenzione, ha avviato un’approfondita valutazione della capacità operativa dell’Enar. Tra l’ottobre 2025 e il luglio 2026, abbiamo risposto a ripetute serie di domande. Nonostante questi sforzi, a luglio, l’Eacea ha interrotto la procedura sostenendo che non avessimo dimostrato una capacità operativa sufficiente per attuare il programma 2026-2028. Una valutazione che noi respingiamo. Abbiamo continuato a svolgere le attività previste e l’Eacea ha persino accettato la nostra rendicontazione tecnica e finanziaria relativa al 2025 e ha autorizzato il pagamento del saldo di questa sovvenzione per cui, tra l’altro, non è stata riscontrata alcuna violazione degli obblighi”. Il comportamento della Commissione europea insomma lascia molti interrogativi. Ne è convinta anche Benedetta Scuderi, europarlamentare di Europa Verde e membro dell’intergruppo Anti-razzismo e Diversità: “Non tocca a me entrare nel merito legale, ma mi chiedo perché un’organizzazione con questo track record sia stata sottoposta a un livello di scrutinio così anomalo. È una domanda politica legittima, e l’Europa ci deve una risposta”. Il dubbio è che questa scelta sia stata dettata da ragioni politiche. “Il messaggio che l’Ue rischia di lanciare è pericoloso: si può fare attivismo per i diritti umani solo finché non si diventa scomodi per chi finanzia”, dice Scuderi. Nell’ultimo periodo infatti l’Enar si era espressa criticamente nei confronti di diverse politiche europee come la decisione di non includere l’immigrazione come tema della nuova Strategia anti-razzismo. Inoltre un suo report aveva denunciato la gestione dei migranti in cinque confini europei, compreso quello italo-francese. Tutto questo in un momento in cui nelle istituzioni europee si ripresenta sempre più spesso un’alleanza che vede uniti il Partito popolare europeo e gli altri eurogruppi di estrema destra. Quali che siano le motivazioni dietro questa scelta, il ritiro dei fondi rischia di avere conseguenze pratiche nella lotta al razzismo in Europa. “A partire dal 1998, anno della nostra fondazione, l’Enar e i suoi membri hanno contribuito ad alcuni dei progressi più significativi nella politica Ue per l’uguaglianza razziale. Penso ad esempio alla direttiva sull’uguaglianza nell’occupazione, al piano d’azione dell’Ue contro il razzismo e alla prima strategia dell’Ue per la società civile. Senza contare i nostri report e azioni su tutti i tipi di razzismo dall’antisemisimo all’islamofobia”, spiega Achiri. Anche Scuderi è preoccupata dalle conseguenze pratiche che questa decisione avrebbe. “Molte delle associazioni parte di Enar sono piccole e senza questo network non avrebbero alcun accesso diretto alle istituzioni europee. Se questa rete si indebolisce, si indebolisce la capacità collettiva di contrastare il razzismo proprio nel momento in cui le comunità razzializzate sono sotto pressione crescente in tutta Europa”. Non tutto però è ancora deciso. “Stiamo reagendo su diversi fronti. Innanzitutto, stiamo impugnando la decisione dinanzi al Tribunale dell’Unione europea. In secondo luogo, abbiamo lanciato la nostra campagna di raccolta fondi “Defend Anti-Racism” e stiamo lavorando intensamente per mobilitare il sostegno da parte di fondazioni, società civile e opinione pubblica”, racconta Achiri. In vista dei prossimi sviluppi l’appello di Scuderi è chiaro: “Se l’Unione vuole davvero una società civile indipendente, deve accettare che l’indipendenza significhi anche poter criticare le istituzioni senza temere ritorsioni politiche o finanziarie”. Parola d’ordine, re-migrazione di Gianluca Grasselli Il Manifesto, 13 settembre 2026 “Ti manca Mogadiscio? Il contributo per la re-migrazione ti aiuta a tornare a casa. Facciamo tornare la Svezia a essere di nuovo Svezia”. È la campagna elettorale degli Sverigedemokraterna, i Democratici svedesi, il partito di estrema destra di Jimmie Åkesson, comparsa quest’estate su alcuni autobus pubblici, nella contea di Västra Götaland. Dopo le proteste di una ventina di autisti di origine somala, i cartelli sono stati ritirati. Ma la parola comparsa sui manifesti, återvandring, re-migrazione, è ormai entrata nel linguaggio della politica svedese. Dal primo gennaio 2026 il governo conservatore di Ulf Kristersson offre fino a 350mila corone, circa 32mila euro, a determinate categorie di persone con permesso di soggiorno che decidono volontariamente di lasciare la Svezia e stabilirsi nel paese d’origine. Il contributo può arrivare a 600mila per una famiglia con bambini. Non si tratta di un programma di espulsioni: il contributo è infatti destinato a persone che hanno ancora il diritto di vivere in Svezia. I Democratici svedesi chiedono di estenderlo anche agli immigrati che hanno acquisito la cittadinanza svedese, a condizione che vi rinuncino per poter lasciare il Paese con l’incentivo economico. La misura si inserisce in una stretta anti-immigrazione più ampia. Il governo ha irrigidito le condizioni per ottenere e mantenere il permesso di soggiorno e la cittadinanza, aumentato le espulsioni e innalzato i requisiti economici per alcune categorie di lavoratori stranieri. Nel frattempo, le domande d’asilo sono crollate del 96% rispetto al 2015, quando erano circa 163mila. Gli Sverigedemokraterna sono rimasti fuori dal governo durante la legislatura, ma hanno esercitato un’influenza decisiva sulla politica migratoria. Ora la questione è anche quella del loro prossimo ruolo. Kristersson ha annunciato che, in caso di vittoria della destra, è disposto a portare per la prima volta gli Sd dentro il governo. La re-migrazione è così passata in quattro anni da una parola della destra nazionalista a una misura adottata dall’esecutivo. Il voto di oggi potrebbe stabilire se resterà uno degli strumenti della politica migratoria svedese o se diventerà parte di una nuova fase, con gli Sverigedemokraterna direttamente al governo.