L’imbuto del carcere: trentamila escono, quarantamila entrano di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 12 settembre 2026 Centottantanove istituti, 46.348 posti realmente disponibili, 64.791 persone dentro. Il tasso di sovraffollamento reale è al 139,79 per cento. È la fotografia scattata dall’Osservatorio penitenziario adulti del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale nel report analitico “Rispetto della dignità della persona privata della libertà personale”, firmato dall’avvocata Irma Conti, con raccolta e analisi dei dati a cura di Giovanni Suriano. Una fotografia datata 31 luglio. Da allora sono passati quaranta giorni buoni, e il documento si è già ingiallito. Partiamo da come il Garante costruisce il numero, perché lì sta il punto politico dell’intero documento. Il ministero della Giustizia ragiona sulla capienza regolamentare: 51.244 posti calcolati sulla carta. Il Garante applica invece il parametro della Corte europea dei diritti dell’uomo e conta i posti che esistono davvero, tolte le sezioni chiuse, i reparti inagibili, le celle fuori uso. Il risultato sono 4.896 posti che svaniscono. L’indice di affollamento passa così dal 126,44 per cento del calcolo ministeriale al 139,79 per cento del calcolo reale. Ad aprile era al 138. Un punto e otto decimi in tre mesi. La geografia della pressione non riserva sorprese, ma la gerarchia sì. La Puglia sta al 180,56 per cento, il Molise al 167,05, la Basilicata al 161,15, la Lombardia al 158,15. Il Friuli Venezia Giulia, regione piccola e poco raccontata, viaggia al 153,75. Sotto la soglia del cento per cento resiste soltanto la Valle d’Aosta, con l’87,01. Sul piano dei singoli istituti il primato spetta alla casa circondariale di Lucca: 254,05 per cento. Dietro di lei San Vittore a Milano (225,47), Foggia (221,19), Latina (216,88), Lodi (206,98), Brescia Canton Monbello (204,95) e Arezzo (200). Sette istituti oltre il raddoppio della capacità reale. Altri 69 stanno tra il 150 e il 199 per cento. Ottantasei tra il 100 e il 149. Solo ventisette respirano. Gli istituti che superano i mille detenuti erano nove ad aprile, a fine luglio erano undici. Poggioreale ne ospitava 2.287 su 1.357 posti disponibili: 930 persone in esubero in un solo carcere. Lecce 1.439 su 785, cioè il 183,31 per cento. Dentro questi numeri c’è una popolazione che il report descrive con precisione. Gli uomini sono 61.894, le donne 2.879. Gli stranieri 20.293, il 31,32 per cento, e di questi 17.586 sono extracomunitari. Le madri detenute con figli al seguito risultano 29, i bambini 34, distribuiti in sei regioni soltanto. Le persone in regime di 41 bis sono 745, quelle assegnate ai circuiti di alta sicurezza 9.417. L’ergastolo riguarda 1.899 condannati. Sul fronte anagrafico il report segnala 1.442 detenuti oltre i settant’anni e altri 2.030 nella fascia 65- 69: un invecchiamento che mette in discussione l’adeguatezza dei servizi sanitari interni e la valutazione dei presupposti per la detenzione domiciliare umanitaria. Quanto ai reati contestati, la categoria più numerosa resta quella contro il patrimonio con 37.346 posizioni, seguita dai reati contro la persona (29.627) e da quelli legati alla legge sulle droghe (21.920). L’associazione di stampo mafioso riguarda 9.595 detenuti. Poi c’è il dato che dovrebbe far discutere più di ogni altro, e che invece passa quasi sempre sotto silenzio. I definitivi sono 45.213, il 69,78 per cento. Ma le persone in attesa di primo giudizio sono 9.002, gli appellanti 3.425, i ricorrenti 1.744: fanno 14.171 detenuti senza condanna irrevocabile, circa il ventidue per cento del totale. Uno su cinque, dietro le sbarre, è ancora presunto innocente. Sul fronte delle pene, il sistema punisce soprattutto pene corte. Le condanne da zero a tre anni valgono il 19,22 per cento, quelle da tre a dieci il 53,93. Ma il vero indicatore è la pena residua, il tempo che manca alla fine: 25.129 persone, il 50,69 per cento di chi è in esecuzione, hanno meno di tre anni davanti. Il Garante ne calcola l’impatto potenziale. Tolte le esclusioni dell’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, stimate intorno al 16 per cento, restano 21.109 persone teoricamente legittimate a chiedere una misura alternativa. Il documento parla di una stima conservativa, costruita sulla fascia 0-3 anni e non su quella 0-4. Ventuno mila persone. Il sovraffollamento nazionale, in numeri assoluti, è di circa diciottomila e cinquecento detenuti oltre i posti disponibili. Il meccanismo a imbuto - Tra il 31 luglio 2025 e il 31 luglio 2026 sono entrate dalla libertà 43.351 persone e ne sono uscite 30.821. Differenza: meno 12.530. È il dato che spiega tutto. Il Garante lo definisce un fenomeno ad imbuto: l’accumulo annuale di circa dodicimila e cinquecento detenuti alimenta una spirale che si autoriproduce: saturazione degli spazi, programmi trattamentali svuotati, reinserimento più difficile, recidiva più probabile, nuova saturazione. Cinque regioni concentrano oltre il 64 per cento del deficit. Una sola chiude in positivo, la Valle d’Aosta, con un saldo di più 45. Le valvole di sfogo esistono ma tengono poco. Nello stesso periodo sono uscite in misura alternativa 19.354 persone, di cui 4.751 stranieri. I semiliberi sono 1.517 in tutta Italia, 363 stranieri. Le espulsioni di detenuti stranieri, strumento che una certa retorica politica indica come soluzione strutturale, sono state 451 su una popolazione straniera di oltre ventimila: un tasso del 2,3 per cento. Centodiciotto solo in Lombardia, una in Basilicata, una nelle Marche. Anche i reparti a vigilanza dinamica, cioè quelli con le celle aperte durante il giorno, raccontano una prassi molto disuguale. Sono 533 in tutto il Paese e ospitano 14.924 persone, il 23,03 per cento. Nel Triveneto ci sta il 44,41 per cento dei detenuti, in Calabria il 4,83. Stessa norma, stesso ordinamento, applicazioni distanti dieci volte. Resta il problema della data. Il report è aggiornato al 31 luglio, e nel frattempo l’estate ha fatto il suo lavoro. Il monitoraggio quotidiano curato dal giornalista Marco Dalla Stella sul sito sovraffollamentocarcerario.it, che raccoglie ogni giorno le schede di trasparenza dei circa 190 istituti pubblicate dal ministero della Giustizia, al 9 settembre 2026 conta 65.894 persone detenute. Millecentoquattro in più rispetto alla rilevazione del Garante. I posti non disponibili sono saliti a 4.945, quelli effettivi sono 46.358 su una capienza regolamentare di 51.303. Il sovraffollamento reale tocca il 142,14 per cento. Il confronto annuale è ancora più netto: il 9 settembre 2025 i detenuti erano 63.239. In dodici mesi sono aumentati di 2.655. Cambia anche la classifica degli istituti. Lucca è salita al 259,46 per cento, San Vittore al 227,69, Foggia al 223,78, Brescia Canton Mombello al 219,78. Regina Coeli, a Roma, ha superato quota mille detenuti e viaggia al 204,44 per cento con 1.151 persone per 563 posti. Poggioreale ha raggiunto 2.307 presenze. Gli istituti oltre il 200 per cento non sono più sette ma dieci, quelli tra il 150 e il 199 sono saliti da 69 a 72, mentre le strutture sotto capienza sono scese da ventisette a ventiquattro. Un’ultima cifra che nel dibattito pubblico non compare quasi mai. In custodia attenuata sta appena 1,71 per cento della popolazione, 1.110 persone in tutta Italia. Sommandole alle sezioni ordinarie a trattamento intensificato si arriva a 25.744 detenuti, il 39,74 per cento. Tutto il resto, 39.047 persone, vive in sezioni ordinarie chiuse, alta sicurezza o 41 bis. Il Garante chiude la sezione sull’età con una frase che vale come avvertimento metodologico: la fotografia offerta dai dati, pur preziosa, è necessariamente statica. Infatti, quaranta giorni dopo, i nuovi dati cambiano scenario con millecento detenuti in più. L’irrisolta emergenza carceri: la boutade delle caserme da riconvertire in prigioni di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 12 settembre 2026 La situazione delle carceri italiane è pessima: sovraffollamento, suicidi, assenza di educatori e assistenti, impossibilità o quasi per i detenuti di svolgere qualsiasi attività. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva messo il tema della detenzione al primo posto. Dopo quattro anni di governo, invece, il sovraffollamento è aumentato e i posti disponibili sono diminuiti. I numeri, riportati nell’ultimo dossier di Antigone, sono impietosi: 64.709 detenuti a fronte di una capienza ordinaria di circa 51.183 posti. Ma il problema non è soltanto quello delle celle che non bastano. C’è un altro paradosso, tutto italiano e meno visibile: mentre si cercano nuove soluzioni per alleggerire la pressione sugli istituti penitenziari, ci sono oltre 10mila detenuti definitivi con una pena residua inferiore ai 24 mesi e quindi potenzialmente interessati a una misura alternativa. Il punto è che tra la richiesta e la decisione della magistratura di sorveglianza può trascorrere un tempo tale da rendere inutile, o quasi, ciò che lo Stato avrebbe potuto concedere. Per trovare una soluzione all’impasse, le consigliere laiche del Csm Isabella Bertolini (FdI) e Claudia Eccher (Lega) hanno chiesto questa settimana di aprire una pratica e arrivare così a un tavolo condiviso con il Ministero della Giustizia, il Garante per i detenuti e le altre autorità interessate. Ma c’è un altro elemento che pesa. Il lavoro è uno degli strumenti più importanti per il reinserimento di chi esce dal carcere e per ridurre il rischio di recidiva. Le evidenze disponibili mostrano infatti una recidiva sensibilmente più bassa tra le persone detenute che riescono a lavorare e a costruire un percorso concreto di reinserimento. Non si tratta quindi soltanto di liberare posti. Una misura alternativa può servire a interrompere il circuito della detenzione, mantenendo la persona dentro un percorso di responsabilizzazione, lavoro e ritorno alla vita esterna. Le consigliere richiamano sul punto le segnalazioni delle Camere penali sui tempi degli uffici di sorveglianza. Il rischio segnalato è che l’udienza destinata a stabilire se un detenuto possa accedere a una misura alternativa venga fissata quando la pena è ormai prossima all’espiazione. In alcuni casi, addirittura, quando è già stata scontata. Non è una questione confinata a un singolo ufficio. Bertolini ed Eccher ricordano i casi di Viterbo, Venezia e Verona. E soprattutto Roma, dove la Camera penale ha proclamato l’astensione dalle udienze proprio in relazione alle criticità della magistratura di sorveglianza. Poi c’è l’altro pezzo della storia: quello delle nuove celle promesse. Nell’agosto 2023, Nordio indicò nelle caserme militari dismesse, di cui l’Italia è piena da Aosta a Trapani, una possibile soluzione per i detenuti con pene brevi e per i soggetti ritenuti meno pericolosi. L’idea era quella di utilizzare strutture già esistenti, evitando i tempi e i costi della costruzione di nuovi istituti. Nordio spiegava allora che le caserme avrebbero potuto essere riconvertite rapidamente e a costi inferiori. Un anno dopo, nel luglio 2024, il governo istituì il commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, presentando un programma definito dal ministro come “imponente” e destinato ad aumentare rapidamente i posti disponibili. Al commissario Marco Doglio vennero affidati ben 250 milioni di euro e l’obiettivo di realizzare oltre 7mila nuovi posti. Nordio non aveva però fatti i conti con la burocrazia del Ministero della Difesa retto da Guido Crosetto: a distanza di tre anni, le caserme da riconvertire a carceri sono rimaste solo sulla carta. Carceri, un’emergenza strutturale di Giovanni D’Angelo* La Sicilia, 12 settembre 2026 Per i cinefili di vecchia generazione il cinema ha anche una funzione pedagogica ma nelle sale di proiezione circolano sempre meno film d’impegno civile, quelli, per intenderci, che nel secondo Novecento ebbero come capofila Francesco Rosi, in Italia, Ken Loach, nel Regno Unito, Sidney Lumet, negli Usa, per indicare tre dei registi più autorevoli. “Ariaferma”, un film italiano del 2021 - in era covid - è un’eccezione a una tendenza in questi ultimi anni prevalente ed è una mirabile metafora del mondo carcerario. L’opera, del regista Leonardo Di Costanzo, descrive infatti un carcere in rovina e in via di dismissione in cui il trasferimento degli ultimi dodici detenuti (nomen omen) rinviato per un disguido burocratico crea le condizioni per la condivisione, per un tempo sospeso e indefinito, dello stesso destino di sopravvivenza tra carcerieri e carcerati. Una prospettiva, questa, da cui è utile partire accennando alle gravi criticità delle carceri italiane, a cominciare dalla “madre” di tutte: il sovraffollamento carcerario. Non più una condizione emergenziale ma strutturale a rischio di assuefazione. E imbarazza, quasi, indicare dati statistici numerici a prova di questo dissesto umanitario perché i numeri celano esseri umani la cui dignità è degradata e il cui disagio è trascurato. Ebbene, al 28 luglio 2026 sono 64.741 le persone detenute a fronte di 46.343 posti disponibili, con un tasso di affollamento reale del 139,7%. Queste condizioni critiche sono aggravate nel periodo estivo dal caldo estremo ormai costante e, per oltre il 60% della popolazione carceraria, dal regime di detenzione a “custodia chiusa”, cioè con la maggior parte delle giornate trascorse in celle sovraffollate. Questo sovraffollamento carcerario crea gravi disagi alle migliaia di appartenenti alla Polizia Penitenziaria che hanno il compito di garantire sicurezza, ordine e legalità nelle carceri e lo svolgono in condizioni di crescente difficoltà e concreta pericolosità. Ed il fatto che, come denunciano le associazioni di categoria, le scoperture degli organici del personale oscillano tra il 10 e il 20 per cento, è un ulteriore fattore di sofferenza. Così come il numero carente degli educatori, uno per 70/80 detenuti, che non garantisce proficui percorsi trattamentali e non agevola l’efficace iter della funzione rieducativa della pena. Conseguenze di questa condizione di degrado: pregiudizi gravi alla salute mentale dei detenuti, crescente numero di atti di autolesionismo e, piaga insopportabile, alto numero dei suicidi in carcere. Il 2024 è stato l’anno in cui se ne è registrato il picco: 84, secondo l’amministrazione penitenziaria, oltre 90, secondo altre fonti private. Il lieve regresso statistico seguito nel 2025, 78 suicidi, e nei primi sette mesi del 2026, 38, nulla toglie all’inquietante gravità della patologia, indice del mancato rispetto della dignità e dei diritti di ogni persona, come in più occasioni ha avuto modo di segnalare il Presidente Mattarella. Non è perciò purtroppo casuale, in un così degradato contesto e nonostante l’impegno del personale penitenziario, che anche il rispetto della sicurezza e della legalità nelle carceri riveli carenze, in ispecie in territori ad alto tasso di criminalità, a cominciare da quella mafiosa. Si spiegano perciò le recenti dichiarazioni del Procuratore della Repubblica di Palermo De Lucia che ha segnalato, oltre a quelle a cui si è prima fatto cenno con queste note, anche le carenze di un sistema penitenziario marchiato dall’influenza crescente del crimine organizzato e mafioso e ha affermato, ovviamente riferendosi alle condizioni di istituti penitenziari di cui ha personale cognizione, che “le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato”. Il Procuratore, che ha fatto queste dichiarazioni nel corso di un convegno, subito dopo, in sede di audizione dinanzi alla Commissione Antimafia, ha chiarito, indicando a sostegno dati di fatto inconfutabili, il senso reale della presa di posizione: sollecitare ad un più incisivo controllo dei mafiosi detenuti non soggetti al regime di cui all’art. 41 bis, che trovano il modo per inviare all’esterno messaggi e ordini criminali, e non attaccare la Polizia Penitenziaria. Si è perciò subito chiuso lo scontro polemico tra il Procuratore De Lucia e il Ministro di giustizia Nordio che aveva ritenuto “di una gravità inaudita che un Procuratore offendesse l’intero corpo della Polizia Penitenziaria, che svolge il proprio dovere con il rischio della vita”. Dichiarazioni, queste, da cui ha subito preso le distanze un esponente del Sindacato di Polizia Penitenziaria che ha dichiarato che “le offese alla Polizia Penitenziaria vengono da tutt’altra parte”. E aggiunto: “È stato più efficace il Procuratore di Palermo con la dichiarazione che di fatto è di vicinanza alle nostre denunce di sempre che non il Ministro dall’inizio del suo mandato e che continua a promettere e a presentare programmi di carta”. Più che su sterili polemiche l’attenzione va però rivolta all’urgenza di colmare le carenze di un sistema, quello carcerario, su cui Governo e Ministro di giustizia dovrebbero intervenire con forte determinazione. Tra le priorità da perseguire si possono segnalare, anzitutto, il rafforzamento degli organici della Polizia Penitenziaria, con assunzioni straordinarie e procedure concorsuali accelerate, e l’incremento del personale educativo, sanitario e trattamentale. L’ampliamento di misure alternative alla carcerazione, ad esempio ampliando l’operatività della detenzione domiciliare in favore di persone non socialmente pericolose. Ma soprattutto realizzare un robusto piano di edilizia penitenziaria e “sfollare” le carceri di 10.000 detenuti tossicodipendenti da affidare ad accreditate comunità di assistenza. Ma in concreto e in prospettiva gli esiti effettivi dei piani governativi predisposti nei due settori non lasciano ben sperare. Ed infatti il piano di edilizia penitenziaria, “partito” nel 2025, avrebbe dovuto dotare di 10.000 nuovi posti per detenuti entro la fine del 2027 ma dopo un anno e sette mesi la “capienza” è scesa, di 400 unità. Quanto all’effettività della destinazione “esterna” dei detenuti tossicodipendenti, al netto di tante altre difficoltà tra cui la mancanza di disponibilità di posti nelle comunità, va rilevato che la copertura finanziaria annuale è limitata dalla legge a 600 persone. Dati, questi, non confortanti su cui riflettere e, soprattutto, intervenire. L’attenzione va rivolta all’urgenza di colmare le carenze di un sistema su cui Governo e ministro di Giustizia dovrebbero intervenire rafforzando organici con assunzioni straordinarie e procedure concorsuali accelerate *Già procuratore generale a Messina e membro del Consiglio Superiore della Magistratura Lo Stato risarcisce le celle indegne. Il listino c’è, la soluzione no di Stefano Giordano* Il Riformista, 12 settembre 2026 Il Garante nazionale ha aggiornato i conti al 31 luglio: 64.791 detenuti per 46.348 posti realmente disponibili, cioè il 139,79%. Sulla carta, la capienza “regolamentare” sarebbe di 51.244: quasi cinquemila letti che esistono nei registri e non nelle celle. Sette istituti sono al duecento per cento o oltre, altri 69 fra il 150 e il 199, soltanto 27 stanno sotto capienza. Lucca tocca il 254. Martedì sera un detenuto si è tolto la vita a Torino, il quarto quest’anno in quell’istituto; nel 2025 furono 82 in tutta Italia. Poi c’è il conto che lo Stato paga per tutto questo. Dopo la condanna Torreggiani del 2013, il legislatore ha scritto l’articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario: chi è stato detenuto in condizioni inumane ha diritto a un giorno di sconto ogni dieci, oppure a otto euro al giorno se la pena è finita. Nel 2025 i reclami sono stati 11.900 e gli accoglimenti 6.539, quattro su cinque; in tre anni oltre diciassettemila. Tradotto: la magistratura di sorveglianza certifica ogni giorno, con provvedimento, che lo Stato viola l’articolo 3 della Convenzione, e lo Stato salda a tariffa. L’inumanità ha un listino. Nel frattempo si è fatto di tutto: decreti carceri, assunzioni, l’albo delle comunità, da tre settimane la legge sui domiciliari terapeutici per i tossicodipendenti. Provvedimenti seri, alcuni giusti. Ma i numeri di luglio dicono che, misurati sul risultato, sono stati tempo perso: l’affollamento era al 138 ad aprile ed è al 140 oggi. Non basta una legge per una categoria quando la stiva è piena per tutti. Calamandrei, nel 1949, intitolò un suo scritto sulle prigioni “Bisogna aver visto”: chi legifera sul carcere dovrebbe averlo guardato in faccia. Chi lo ha visto sa che l’articolo 27 della Costituzione - pene non contrarie al senso di umanità - non tollera altre rilevazioni trimestrali. Serve un provvedimento straordinario, e lo si chiami pure come si vuole: liberazione anticipata speciale, misura deflattiva una tantum, clemenza. Non per premiare nessuno, ma per riportare il sistema dentro la legalità; dopo, si torna al regime ordinario, con le regole di sempre applicate a numeri umani. Fino ad allora continueremo a risarcire la vergogna a otto euro al giorno. Uno Stato che ha già messo a bilancio la propria inumanità ha ammesso tutto: gli manca solo di agire di conseguenza. *Studio Legale Giordano & Partners Il carcere non è il parcheggio della salute mentale di Don Salvatore Saggiomo* informareonline.com, 12 settembre 2026 Venti posti non bastano per cinque carceri. E così chi dovrebbe essere curato resta dietro le sbarre, per mesi o per anni, in una terra di nessuno dove la malattia mentale rischia di diventare una condanna nella condanna. Il problema è tutto qui. Quando una persona detenuta ha una grave patologia psichiatrica e necessita di un percorso terapeutico in una Rems, la domanda è semplice: dove deve essere curata? La risposta dovrebbe essere altrettanto semplice: in una struttura sanitaria adeguata, non in carcere. Ma la realtà racconta altro. Basta guardare alla Rems di Calvi Risorta: venti posti letto su un territorio provinciale nel quale insistono cinque istituti penitenziari. Tra le persone detenute ci sono anche pazienti con disturbi psichiatrici gravi, che non possono essere trattati come semplici detenuti. Il loro problema è sanitario, clinico e umano. Quando i posti finiscono, si aspetta. Si attende che qualcuno venga dimesso, che si liberi un posto, che arrivi una disponibilità. E l’attesa può durare mesi o anni. Nel frattempo, la persona resta in carcere. Ma il carcere non è una Rems. Non è un ospedale psichiatrico e non è una struttura pensata per garantire un percorso terapeutico specialistico continuativo. Eppure, troppo spesso, diventa il luogo dove restano persone che dovrebbero essere curate altrove. Basta guardare idealmente al reparto di articolazione mentale del carcere di Santa Maria Capua Vetere per comprendere la drammaticità della situazione: persone che attendono da anni un trasferimento in Rems. Anni, non settimane. Persone sospese, bloccate, in attesa di una risposta che si perde dentro una lista d’attesa. E c’è un’altra questione che riguarda il carcere di Aversa e le cosiddette Case di lavoro, dove si trovano circa cinquanta internati. Una realtà che porta ancora con sé l’eredità dei vecchi OPG. Cambiano le strutture e le definizioni, ma resta una domanda: quale prospettiva viene garantita a queste persone? Quanto può durare una permanenza? Qual è il confine tra sicurezza, trattamento, reinserimento e abbandono? La questione delle Rems non è soltanto datafelix.it una questione di numeri. Servono posti, ma anche strutture intermedie, personale specializzato, continuità terapeutica e una presa in carico reale. Serve soprattutto una responsabilità istituzionale che non si limiti a registrare il problema. Perché dietro ogni numero c’è una persona. Dietro ogni lista d’attesa c’è una vita sospesa. Dietro ogni trasferimento che non arriva c’è qualcuno che continua a vivere in una struttura penitenziaria mentre avrebbe bisogno di vivere dentro un percorso di cura. Il carcere non può diventare il parcheggio della salute mentale. Non può essere il luogo dove finiscono le persone che il sistema sanitario non riesce ad accogliere. La vera sfida non è soltanto superare definitivamente la logica degli OPG, ma impedire che quella stessa logica sopravviva sotto altre forme, dentro carceri, reparti psichiatrici e Case di lavoro. Perché cambiare il nome alle strutture non basta. Se una persona malata continua a essere lasciata per anni dietro una porta blindata, in attesa di un posto che non arriva, allora il problema non è stato risolto. È stato soltanto spostato. E questa non è giustizia. Non è cura. È semplicemente un’altra forma di abbandono. *Garante dei Detenuti della Provincia di Caserta La storia di Sandro: quando il carcere fa più male di Irene Testa ilviaggiomagazine.it, 12 settembre 2026 Sandro ha 25 anni. Ma la sua infanzia è finita quando ne aveva appena cinque. A cinque anni viene allontanato dalla sua famiglia. Una famiglia troppo fragile, troppo segnata dal dolore e dalle difficoltà. I servizi sociali portano via tutti i fratelli. Da quel momento la sua vita diventa un susseguirsi di case, comunità, persone che entrano ed escono dalla sua esistenza. Un bambino che avrebbe avuto bisogno di certezze, di affetto, di qualcuno che gli dicesse: “Da oggi non sei più solo”. A quindici anni ritrova un fratello biologico. Quello che avrebbe potuto essere un momento di rinascita si trasforma invece nell’inizio della discesa. Arrivano le sostanze, i piccoli furti per procurarsi la droga, la strada. Intanto, nella sua mente qualcosa si rompe. Ma nessuno riesce davvero a capire cosa. Per alcuni è bipolare. Per altri soffre di un disturbo antisociale di personalità. Altri ancora parlano di schizofrenia. Diagnosi diverse, terapie diverse, nessuna risposta definitiva. Nel frattempo Sandro continua a precipitare. Passa dal carcere minorile alle comunità. In alcune sembra rifiorire. Ricomincia a sorridere, a rispettare le regole, a sperare. Poi, però, ogni volta qualcosa si spezza. Ricade. E tutto ricomincia da capo. Diventa adulto. E con l’età adulta arriva il carcere. Ma il carcere non è un ospedale. E la malattia mentale non si cura dietro una porta blindata. Quando entra in carcere, Sandro è ormai completamente dissociato dalla realtà. Vive in un mondo tutto suo. Crede di essere un uomo di colore. Mangia il cibo da terra. Urina nella cella. Parla da solo. Delira. Di fronte a quella sofferenza viene finalmente trasferito in una REMS, dove riceve cure adeguate. Le terapie funzionano. Piano piano riaffiora la persona che era rimasta nascosta sotto la malattia. Ma c’è ancora un residuo di pena, meno di un anno. Così viene riportato in carcere. Ed è lì che tutto ricomincia. Incendia la cella. Abbatte una parete. Distrugge per sette volte il sanitario della sua stanza. Continua a parlare senza sosta, con frasi sconnesse, incomprensibili. Non sono gesti di ribellione. Sono il linguaggio disperato di una mente che sta di nuovo crollando. La domanda allora è inevitabile. Sandro dovrebbe stare in carcere? La risposta, probabilmente, è no. Sandro dovrebbe essere curato. Perché il carcere non dispone degli strumenti necessari per affrontare una patologia psichiatrica così grave. Punire una persona che non riesce più a distinguere la realtà dal delirio significa condannarla due volte: una per i reati commessi e una per la malattia di cui soffre. Ha solo venticinque anni. È ancora abbastanza giovane perché qualcuno possa cambiare il finale della sua storia. Con un progetto terapeutico serio, costruito su misura, seguito da professionisti preparati, forse potrebbe ancora salvarsi. Potrebbe tornare a essere una persona, non solo un detenuto, non solo una diagnosi. Purtroppo, troppo spesso, questi percorsi non esistono. Mancano i servizi, mancano le strutture, mancano le risorse. E allora il destino di ragazzi come Sandro finisce per dipendere dalla fortuna. La fortuna di incontrare, prima o poi, qualcuno disposto a non vedere soltanto il reato, ma la persona. Perché dietro quei fascicoli, quelle sentenze e quelle celle, c’è un bambino di cinque anni che nessuno è mai riuscito davvero a salvare. Messa alla prova, nullo il buon esito se la parte offesa viene esclusa dall’iter di ammissione di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 12 settembre 2026 La mancata partecipazione in contraddittorio della vittima del reato per il vizio di notificazione dell’udienza legittima la parte all’impugnazione della declaratoria di estinzione del reato. La totale estromissione della parte offesa dall’iter procedimentale per l’ammissione alla messa alla prova dell’imputato determina nullità con effetti anche sull’eventuale giudizio positivo dell’esperimento emesso dal giudice al termine del periodo di sospensione del procedimento penale. Nel caso risolto dalla Corte di cassazione - con la sentenza n. 33383/2026 - il vulnus dell’iter era consistito in un’incompiuta attività di notifica della richiesta promossa dagli imputati alla parte offesa che non aveva di conseguenza potuto partecipare all’udienza. Al di là delle vicende notificatorie non andate a buon fine presso il domicilio della parte offesa, era di fatto del tutto mancante anche solo il tentativo dell’adempimento presso il difensore che era stato nominato. La Cassazione afferma che se la persona offesa non viene correttamente e formalmente informata della richiesta di messa alla prova, il procedimento deve essere rinnovato, anche se la sua partecipazione non è vincolante per la decisione del giudice. Illegittimità derivante dalla non corretta applicazione delle norme di procedura penale su cui è intervenuta la recente riforma Cartabia. Il contraddittorio illegittimamente pretermesso - Con la decisione la Suprema Corte annulla la declaratoria di estinzione del reato per l’irritualità dell’iter di ammissione degli imputati alla messa alla prova in quanto radicalmente viziato perché contrariamente a quanto previsto dalla legge si è svolto senza alcuna effettiva partecipazione della persona offesa la quale a causa dell’errato adempimento notificatorio errato ella non ha mai ricevuto comunicazione né dell’udienza preliminare né della richiesta di messa alla prova, con conseguente violazione del contraddittorio. La procedura notificatoria nei confronti della persona offesa - la presenza della quale nelle varie fasi procedimentali è espressamente prevista dal Codice di procedura penale - è risultata nel caso deciso pacificamente incompleta e l’irreperibilità della persona offesa non è stata correttamente accertata. Nella vicenda va evidenziato che il ricorrente/parte offesa fin dall’atto di presentazione della denuncia-querela aveva indicato la propria residenza e aveva nominato un difensore presso il quale ai sensi dell’articolo 90 bis, lettera a-quinquies), del Cpp il querelante doveva essere considerato domiciliato. Ma nessun tentativo di notificazione risultava come effettuato nei suddetti luoghi. Da cui il vizio insanabile per la macroscopica violazione del principio del contraddittorio. Il ricorso risponde anche alla memoria difensiva di uno degli imputati dove sosteneva come superflua la possibilità di partecipare al contraddittorio della persona offesa in quanto le osservazioni della stessa non assumono alcun valore vincolante per il giudice e indica una carenza di un interesse attuale della stessa a coltivare l’impugnazione e che comunque nel caso in esame non ci si troverebbe in presenza di una nullità assoluta. In realtà così non è. La nullità, tempestivamente eccepita secondo la Corte di cassazione, risiede in una violazione del principio del contraddittorio espressamente previsto dalla legge per cui il fatto che quanto espresso dalla persona offesa in tale sede non sia vincolante per il giudice non può privare detta parte processuale del diritto di esprimere le proprie argomentazioni, in tal modo incidendo sulla decisione che il giudice è chiamato ad assumere. In conseguenza di ciò la decisione di legittimità ha annullato senza rinvio la sentenza del Gip che dichiarava non doversi procedere nei confronti degli imputati data l’estinzione dei reati contestati per effetto dell’esito positivo della prova. La decisione stabilisce quindi la trasmissione degli atti al tribunale. Cuneo. Vite recluse. Ecco perché il carcere è in crisi di Andrea Cascioli cuneodice.it, 12 settembre 2026 Tra lavoro negato, abusi e burocrazia, il report regionale di Antigone evidenzia i rischi di un penitenziario che diventa “discarica sociale” e produce insicurezza. Esiste un “volto buono” del carcere, quello che proprio in questi giorni vede Cuneo capitale italiana dell’economia carceraria, con la nuova edizione del festival Art. 27. Fra le bancarelle di via Roma si incontrano le buone pratiche, i cicli virtuosi legati al lavoro esterno, la cultura che redime. Per molti dei circa 65mila detenuti italiani, però, il carcere non è questo. Lo si vede anche al Cerialdo, la grande prigione alle porte della città, dove esiste, ad esempio, un problema annoso legato alla sezione isolamento. “Tre celle (di cui una liscia) in un seminterrato sporco e malsano, con tubature a vista da cui gocciola acqua”: così la descrive chi l’ha visitata, come i volontari dell’associazione Antigone, parlando dei suoi passaggi imbrattati di feci di piccione, dove l’aria d’estate si fa irrespirabile. Via Roma da qui è lontanissima, molto più di quanto non dica la geografia. Nel report “Vite recluse”, uscito a luglio, Antigone ha voluto per la prima volta mettere sotto la lente la realtà della detenzione in Piemonte. Perché la nostra regione, pur non essendo né quella con più detenuti né la peggiore per sovraffollamento (eppure il tasso è del 122%, con 4.351 persone per 3.558 posti) è comunque “un luogo dove le cose avvengono (o si disvelano) prima che altrove”. Michele Miravalle, giurista e docente, ne ha parlato giovedì sera al circolo Arcipelago, nella presentazione del dossier organizzata dalla consigliera regionale Giulia Marro: “Il Piemonte è l’unica regione italiana in cui abbiamo avuto diverse inchieste per tortura che hanno riguardato diverse carceri, compreso quello di Cuneo”. Quattordici fra agenti, medici e funzionari di polizia penitenziaria sono a processo per il caso del presunto “blitz” in cella e le altre violenze denunciate da alcuni reclusi pakistani. In quattro sono stati condannati in abbreviato, in primo grado, per gli altri si aprirà il dibattimento. A Cuneo, si legge nel report, si evidenzia “un contrasto netto tra condizioni strutturali e qualità della detenzione”. L’istituto è tuttora percepito come “carcere di scarico”, con un elevato numero di trasferimenti per motivi di ordine e sicurezza. C’è una cronica carenza di personale (otto ispettori su 22 previsti, sette sovrintendenti su 25), ma anche una permanenza ridottissima: chi arriva scappa, quando può, la permanenza media degli agenti è di due anni. Il Cerialdo è anche l’istituto in cui è più alta la percentuale di stranieri in tutta la regione, pari al 54,4%. “La casa circondariale deve ritrovare la sua identità” avverte Miravalle, ora che il reparto 41 bis è stato chiuso. Vuol dire che Cuneo non sarà più una “Alcatraz” cispadana, ma anche che arriveranno nuovi detenuti: “Ci saranno persone che avranno più possibilità di lavorare o accedere a misure alternative, la sfida sarà integrare di più di quanto si è fatto finora”. La Granda è l’unica provincia in Italia a ospitare ben quattro luoghi di pena detentiva sul suo territorio. Uno di questi, quello di Alba, resta un’anomalia: “Era una casa di lavoro dove però il lavoro non c’era, quindi è diventato una sorta di unità a parte di un manicomio” sintetizza l’esponente di Antigone. I lavori per la riapertura totale sarebbero dovuti finire un anno fa, ora si parla di fine imminente ma non si sa ancora quando, né quali detenuti ospiterà in seguito. L’attuale popolazione - una cinquantina di persone - è perlopiù ultraquarantenne, con una composizione eterogenea che spesso è all’origine di aggressioni ed eventi critici, più volte denunciati dai sindacati. A Saluzzo la casa di reclusione, tutta dedicata ai condannati in regime di alta sicurezza (circa 350), sperimenta la realtà di un “doppio carcere”: “Il vecchio padiglione - osservano gli estensori del rapporto “Vite recluse” - presenta celle anguste a due posti, prive di doccia interna e di acqua calda, con docce comuni ai piani ammuffite e con infiltrazioni a vista. Il riscaldamento è spesso non funzionante e le salette socialità versano in stato di abbandono. Il nuovo padiglione (inaugurato a dicembre 2016) offre invece celle a tre posti dotate di doccia interna, riscaldamento a pavimento e spazi comuni più ampi e attrezzati”. Poi c’è il Santa Caterina di Fossano, il fiore all’occhiello del modello detentivo cuneese con i suoi 108 reclusi. Non ci sono grosse criticità strutturali e l’offerta trattamentale è ampia e variegata: più della metà degli ospiti, il 52,78%, sono coinvolti nei corsi professionalizzanti. Mentre ad Alba il progetto Vale la pena, con la scuola enologica, assicura a una trentina di iscritti la possibilità di formarsi, a Cuneo la quota di detenuti in formazione scende al 18,87%, a Saluzzo addirittura al 6,8%. Quando il nemico è la carta bollata - Il nemico, il più delle volte, è la carta bollata: “La burocrazia penitenziaria rende impossibile fare qualsiasi cosa” sospira Miravalle. “Le iniziative che si fanno a Cuneo sono più che meritorie, - aggiunge - ma oggi un imprenditore che vuole davvero provare a trasformare il carcere deve mettersi in condizione di superare montagne di burocrazia. Dobbiamo ammettere con onestà che ogni iniziativa, dal punto di vista penitenziario, nella migliore delle ipotesi è un fastidio e nella peggiore qualcosa da tenere lontano, perché non risponde ai dogmi del ‘capismo’ carcerario”. Così accade che un’educatrice ci metta un anno e mezzo per organizzare la partitella di calcetto fra genitori e figli, che la presentazione di un libro salti perché manca una firma, che alle associazioni di volontariato si neghino i permessi per organizzare un corso di teatro. O che i pomodori dell’orto, finanziato con fondi pubblici, vengano lasciati appassire al sole perché non possono essere bagnati negli orari giusti. “Troppo spesso - fa notare il giurista - chi frequenta il carcere si abitua in fretta a piccole e grandi violazioni della dignità che lì diventano perfettamente normali: è un meccanismo che pervade e trasforma anche chi entra negli istituti con le migliori intenzioni, come fanno molti agenti”. Il rischio più evidente, secondo Antigone, è quello di fare del carcere una “discarica sociale”: “Un gran numero di persone hanno un evidente disagio psichico o background migratori che hanno reso l’esistenza molto complicata. Oggi torniamo ad avere un problema di poveri in carcere. In Piemonte, poi, è evidente una polarizzazione per età: sempre più anziani in carcere, ma anche giovani e giovanissimi per cui il carcere diventa purtroppo un luogo di ‘carriera’ criminale. È avvenuto perché, se il carcere aveva inizialmente una funzione di risposta sanzionatoria, oggi si è sostituito al fallimento dello Stato sociale”. Siracusa. La Camera Penale di avvia la rilevazione sulle condizioni di detenzione di Giulio Perotti siracusanews.it, 12 settembre 2026 Via libera del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria alla rilevazione sulle condizioni di detenzione promossa dalla Camera Penale “Pier Luigi Romano” di Siracusa. L’iniziativa, deliberata dal Consiglio direttivo lo scorso 1° settembre, potrà essere avviata negli istituti penitenziari della provincia: Cavadonna a Siracusa, Augusta e Noto. A comunicarlo è la stessa Camera Penale, dopo la nota del 10 settembre con cui il capo del Dipartimento, Stefano Carmine De Michele, ha fatto sapere di non ravvisare motivi ostativi all’iniziativa, richiamando un’ottica di massima trasparenza. Il Dipartimento ha demandato al Provveditorato regionale e alle direzioni degli istituti l’adozione delle disposizioni necessarie affinché il personale di vigilanza sia informato dell’autorizzazione e la rilevazione possa svolgersi in maniera omogenea. Il meccanismo previsto dalla Camera Penale passa interamente attraverso il rapporto tra detenuto e difensore. Durante il colloquio, l’avvocato consegnerà al proprio assistito una scheda di segnalazione. Il detenuto potrà compilarla personalmente e restituirla al difensore tramite posta, come corrispondenza difensiva. Sarà quindi la Camera Penale a raccogliere e aggregare le informazioni. Particolare attenzione è stata posta alla riservatezza. I dati identificativi resteranno riservati, mentre all’esterno saranno resi noti esclusivamente gli elementi relativi alle problematiche segnalate, in forma anonima e aggregata, con una suddivisione per istituto e per area di criticità. La scheda, precisa inoltre la Camera Penale, non sostituisce il reclamo al magistrato di sorveglianza né gli altri strumenti individuali di tutela previsti per le persone detenute. L’iniziativa nasce dalle visite effettuate nel mese di agosto nell’ambito di “Ristretti in Agosto”, la mobilitazione nazionale promossa dall’Unione delle Camere Penali Italiane. Secondo la Camera Penale siracusana, quelle visite avrebbero restituito un quadro complessivamente peggiorato rispetto all’anno precedente. Da qui la scelta di affiancare alla fotografia necessariamente limitata nel tempo di una visita una raccolta più ampia di segnalazioni provenienti direttamente dalle persone che vivono quotidianamente negli istituti. L’obiettivo, spiegano i penalisti, è trasformare le singole testimonianze in un patrimonio di dati utilizzabile anche nel confronto con le istituzioni. La Camera Penale sottolinea inoltre che l’iniziativa non nasce in contrapposizione all’Amministrazione penitenziaria, della quale viene anzi riconosciuta la disponibilità nel consentire la rilevazione. Nel comunicato viene evidenziato anche un altro aspetto: condizioni materiali della detenzione e sicurezza di chi lavora negli istituti penitenziari vengono considerate due facce dello stesso problema. Un tema particolarmente rilevante alla luce delle tensioni registrate negli ultimi mesi anche nel carcere di Cavadonna. La prima fase della rilevazione si concluderà il 15 ottobre 2026. La Camera Penale prevede tuttavia che la raccolta delle segnalazioni rimanga successivamente aperta e venga aggiornata periodicamente. Al termine della prima ricognizione, gli esiti saranno trasmessi, sempre in forma anonima e aggregata, al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, al Provveditorato regionale, alle autorità competenti e all’Osservatorio Carcere dell’Unione delle Camere Penali Italiane. L’iniziativa punta dunque a costruire una fotografia più ampia e sistematica delle condizioni negli istituti della provincia, mettendo insieme le segnalazioni raccolte direttamente dai detenuti attraverso i loro difensori e riportandole alle istituzioni senza rendere identificabili le singole persone. Brescia. Ampliamento di Verziano: i dubbi della Loggia. E il cantiere non decolla di Eugenio Barboglio Brescia Oggi, 12 settembre 2026 Ci vorrà ancora del tempo prima che partano davvero i lavori di ampliamento del carcere di Verziano. Quelli destinati a togliere pressione al Nerio Fischione di Brescia, ma che, tuttavia, secondo la Loggia non risolveranno i problemi del sistema carcerario bresciano. A cominciare la prossima settimana saranno solo interventi volti ad aprire un varco alternativo all’ingresso da via Flero, da dove far passare i mezzi che serviranno il futuro cantiere. Che però non aprirà, come detto, a breve. Ad oggi infatti c’è solo il progetto definitivo, ma manca ancora l’esecutivo per il quale il Ministero dovrà indire la gara per l’appalto integrato. Il progetto definitivo è stato approvato dalla Giunta comunale che doveva trasmettere il proprio parere alla Conferenza dei servizi che si è conclusa a luglio. Un “sì” corredato però da riserve e critiche. Dire di no di fronte ad un’emergenza come quella del sovraffollamento di Canton Mombello, che si vuole alleggerire ampliando la capacità ricettiva di Verziano, era ovviamente da escludere. Ma la Loggia ha detto a chiare lettere che ci vorrebbe ben altro, e che sarebbe stato meglio seguire la strada tracciata nel Pgt (utilizzare un terreno di 50mila metri quadrati limitrofo a quello dell’attuale carcere) piuttosto che costruire i nuovi corpi di fabbrica tutti all’interno delle mura di Verziano, come previsto dal progetto definitivo del Mit. Concluso in conferenza dei servizi l’iter del progetto definitivo, adesso per iniziare i lavori veri e propri serve quello esecutivo e l’assegnazione dei lavori, atti senza i quali non si può gettare la prima pietra. Tempistica da aggiornare - Stando così le cose, va detto che inevitabilmente i tempi del cantiere slittano, e con essi anche quelli della consegna delle opere che va postdatata rispetto alla prevista fine-2027. L’ottimismo espresso da alcuni parlamentari di area governativa va ridimensionato e allineato ad adempimenti procedurali che reclamano ancora del tempo. Non è nuova l’opinione negativa della Loggia, esplicitato nel parere inviato alla Conferenza dei servizi. La costruzione del nuovo padiglione all’interno del perimetro delle mura, secondo l’amministrazione comunale, rischia di tradursi in una concertazione di detenuti e di sottrarre spazio a quei servizi ricreativi necessari a sostanziare la natura rieducativa che la Costituzione assegna alla pena. Tutto evitabile, secondo la Loggia, se si sfruttasse il lotto adiacente, già urbanisticamente destinato a questo. La Giunta Castelletti ha poi ribadito una posizione mai cambiata: la necessità di dismettere totalmente il carcere di Canton Mombello, che con l’ampliamento di Verziano non sarà comunque possibile. Emerge dalla documentazione su cui la Loggia ha deliberato, che il progetto definitivo, cui dovrà seguire l’appalto integrato di esecutivo e lavori, prevede un nuovo padiglione detentivo composto da cinque corpi di fabbrica a pianta rettangolare e da tre corpi di collegamento verticale di quattro piani fuori terra; il piano terra accoglie le principali funzioni destinate alle attività socio-rieducative; sono inoltre previsti un edificio a un solo piano fuori terra destinato alle attività lavorative dei detenuti e un piano seminterrato con locali tecnici. L’ampliamento è localizzato in corrispondenza dello spazio attualmente occupato dal campo da calcio, dalla serra e dall’impianto di depurazione. Palermo. Roberto, il riscatto dopo la galera: “Sono rinato facendo l’attore” di Paola Pottino La Repubblica, 12 settembre 2026 Bonura ha iniziato a recitare dopo avere partecipato a un provino per la compagnia di Lollo Franco al Pagliarelli. Dieci anni in cella non si cancellano facilmente. Eppure è proprio grazie al carcere che oggi Roberto Bonura, 50 anni, attore e titolare di un patronato, si definisce un uomo nuovo. Alle spalle, un passato tormentato segnato dalla perdita del padre, vittima di lupara bianca, quando aveva appena 18 mesi. A crescere lui e gli altri nove fratelli fu la madre. Un’adolescenza difficile segnata dalla rabbia e dal dolore che lo portarono a commettere numerosi errori e a frequentare amicizie poco raccomandabili. “Ero giovane e ho scelto una strada distruttiva commettendo rapine, ma sono stato fortunato - racconta Bonura - i miei amici di allora sono quasi tutti morti”. Ed è proprio guardando al passato che oggi si dice orgoglioso dell’uomo che è diventato. “Per alcuni anni sono stato all’Ucciardone, dove i detenuti erano trattati come numeri e l’assistenza, anche quella sanitaria, era quasi inesistente”. Tuttavia in carcere ha avuto il privilegio di incontrare un educatore, Nicolò Esposito, oggi scomparso, interessato al benessere dei detenuti: “Ci guardava negli occhi”. Fu proprio grazie a quell’educatore che iniziò un percorso di formazione conseguendo prima la licenza media e poi il diploma alberghiero. Ma il riscatto doveva ancora arrivare e coincise con il trasferimento al Pagliarelli dove incontrò Lollo Franco e il suo laboratorio teatrale. Inizialmente mosso dalla semplice curiosità e dal desiderio di uscire dalla cella, scoprì in seguito una passione. Confrontarsi con attori professionisti e rendersi conto dei limiti del suo bagaglio culturale lo spinsero a divorare libri. Il teatro divenne così lo strumento principale della sua trasformazione. “Un giorno in carcere ho visto per caso una locandina appesa in bacheca nella quale la compagnia di Lollo Fanco annunciava la selezione per il casting di uno spettacolo teatrale. Non sapevo molto di libri, teatro e cultura e così mi presentai con una barzelletta: fui preso”. Dopo anni di laboratorio con Lollo Franco “al quale devo moltissimo” - precisa Bonura - arrivò il primo spettacolo al Pagliarelli. Il suo debutto avvenne con Ultima violenza di Giuseppe Fava, dove interpretò il ruolo da protagonista. Una volta uscito di prigione, iniziò a lavorare come attore, ottenendo ruoli in produzioni importanti come Giovanni Falcone, Baarìa e Montalbano, fino a diventare un attore professionista con tanto di agente. “Recitare mi ha salvato la vita, ma sono riuscito a sopravvivere grazie soprattutto all’amore di mio figlio Joseph di 18 anni e di mia madre che oggi purtroppo non c’è più. Per colmare il vuoto della sua assenza ho preso l’abilitazione per prestare servizio in ambulanza. Non è una questione di soldi. Voglio rendermi utile per chi soffre”. Spoleto (Pg). Lilli, Plinio e Musetta in carcere per aiutare i detenuti a gestire la rabbia La Provincia, 12 settembre 2026 Al percorso hanno partecipato nove detenuti. Imparare a riconoscere la paura, fermare la rabbia prima che diventi un gesto aggressivo, chiedere aiuto e recuperare la capacità di prendersi cura degli altri. Sono alcuni degli obiettivi del laboratorio di regolazione emotiva con gli animali realizzato tra gennaio e giugno 2026 nel carcere di Spoleto. Al percorso hanno partecipato nove detenuti, sei dei quali sono stati poi coinvolti nella valutazione finale. Il progetto è stato promosso dall’associazione “Una zampa per Birillo” con il coinvolgimento della vice direttrice Giada Gatticchi e dell’educatrice Anna Benedetta Bonfigli. Il lavoro è stato seguito dalle psicoterapeute Giusy Mantione e Francesca Fortunati, con la presenza di tre cani: Lilli, Plinio e Musetta. Il carcere ospita 529 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 456 posti (dati Antigone). In questo contesto, la relazione con gli animali è stata utilizzata come strumento per affrontare emozioni spesso difficili da esprimere in un contesto carcerario. I cani non giudicano e non conoscono la storia delle persone con cui entrano in relazione: reagiscono alla presenza, alla voce, ai gesti e alle attenzioni che ricevono. Questo ha permesso ai detenuti di sperimentare modalità diverse di relazione. Uno dei partecipanti ha definito il laboratorio “l’unico luogo dove poter essere autentici”, mentre per un altro gli incontri hanno rappresentato una pausa dalla quotidianità del carcere. Ci sono stati anche momenti di forte coinvolgimento emotivo. Un altro, come racconta Repubblica, ha parlato dei figli e si è commosso: i compagni lo hanno sostenuto e quel momento ha aperto una riflessione sui rapporti familiari e sulle persone che si trovano fuori dal carcere. Un altro partecipante aveva difficoltà nella compilazione dei questionari. L’aiuto degli altri detenuti ha trasformato quella difficoltà in un’occasione di collaborazione. La sua ironia è poi diventata un’altra risorsa per il gruppo. Dal conflitto alla capacità di fermarsi - Tra i partecipanti c’era anche Marco, nome di fantasia, inizialmente molto polemico e aggressivo. Durante il percorso ha iniziato a riconoscere il proprio modo di reagire alle situazioni di conflitto e a considerare la possibilità di fermarsi prima di rispondere con la rabbia. Alla conclusione del laboratorio ha parlato di “luce”, “speranza” e “assestamento”, indicando un cambiamento nel modo di affrontare le situazioni difficili. In un’altra occasione è stato proprio un cane a diventare protagonista di questo rapporto. Durante un temporale, Lilli si è spaventata e si è avvicinata a Marco cercando protezione. Per il detenuto quel gesto ha avuto un significato particolare: essere percepito come una persona capace di rassicurare e proteggere qualcuno. I risultati e i limiti del percorso - La valutazione finale ha evidenziato in diversi partecipanti una maggiore capacità di controllare gli impulsi e di gestire il disagio senza trasformarlo immediatamente in aggressività. Sono emersi anche segnali di maggiore empatia, solidarietà e attenzione ai rapporti familiari. Il percorso non ha però cancellato le difficoltà. Sono rimasti livelli elevati di stress, ansia, depressione e disturbi del sonno e in alcuni casi è emerso un forte bisogno di sostegno. Secondo l’impostazione del progetto, la mediazione animale non sostituisce gli interventi psicologici, educativi o sanitari, ma può affiancarli. La relazione con un cane permette infatti di lavorare anche attraverso gesti, distanza fisica, fiducia e attenzione, soprattutto con chi fatica a esprimere il proprio stato d’animo attraverso le parole. L’esperienza punta quindi anche a contrastare isolamento e sofferenza psicologica e a dare alla detenzione una dimensione ulteriore rispetto alla semplice custodia: quella del recupero delle capacità relazionali e della responsabilità verso gli altri. Macerata. I finalisti di Musicultura e il concerto per i detenuti. Nasce la sala della musica di Martina Di Marco Il Resto del Carlino, 12 settembre 2026 Il progetto del garante Giulianelli nella casa di reclusione Barcaglione “Un ulteriore segno del valore riabilitativo e rieducativo di questo percorso”. “Un’esperienza intensa e speciale, in un clima di amicizia sincera”: è la gratitudine espressa dalla cantautrice Dduma a seguito della sua esibizione davanti agli oltre sessanta detenuti del carcere Barcaglione di Ancona. Dopo aver ricevuto il premio “La casa in riva al mare 2026” a giugno sul palco di Musicultura - nell’ambito dell’omonimo progetto promosso dal garante dei diritti della persona della Regione Marche, Giancarlo Giulianelli - Dduma ha mantenuto la promessa di incontrare di persona chi l’aveva apprezzata e sostenuta con il proprio voto, esibendosi con il suo brano “Fimmine de guerra” proprio nella casa di reclusione. Nonostante il programma iniziale prevedesse l’esibizione della sola artista vincitrice del riconoscimento, l’iniziativa è entrata così profondamente nel cuore degli otto vincitori che tutti si sono riuniti per l’occasione: Rosita Brucoli, Claudio Covato, Mezzanera, Narratore Urbano, Isabella Privitera e Giulia Trovò hanno partecipato tra momenti di musica, commozione e ballo. Cuore della festa anche la creatività dei membri della giuria del Barcaglione, tra cui M’Barki Houcen che ha interpretato i versi del più grande poeta tunisino del ‘900 Abul Qasim al Shabby, e Walter Palombini, ex pugile, che ha letto un suo testo in cui racconta la vita attraverso la metafora del ring. Ad assistere le autorità e una rappresentanza di studenti coinvolti nelle attività annuali di Musicultura. “Una serata emozionante - ha affermato il garante regionale dei diritti della persona, Giancarlo Giulianelli -. Questa edizione si è arricchita di un importante risultato: grazie a Musicultura e alla direzione penitenziaria, sarà possibile realizzare all’interno della Casa di Reclusione di Barcaglione una sala dedicata alla musica. Un ulteriore segno concreto del valore riabilitativo e rieducativo di questo percorso a cui guardiamo con convinzione”. “Abbiamo costruito un momento in cui ci siamo sentiti davvero vicini gli uni agli altri - ha commentato Ezio Nannipieri, direttore artistico di Musicultura -. Ringrazio i vincitori di Musicultura, che hanno saputo unire parole profonde al canto, e i ragazzi del Barcaglione che ho visto sorridere in un modo pieno, libero, quasi a riprendersi per qualche ora un pezzo di quotidianità”. Il concerto si è chiuso, in un abbraccio di voci e di musica, quando vincitori di Musicultura e detenuti hanno condiviso il palco sulle note di “Vivere” di Vasco Rossi. “I Nisidiani”: il laboratorio di scrittura che ha cambiato il carcere minorile di Nisida di Ilaria Dioguardi vita.it, 12 settembre 2026 Il nuovo documentario scritto e diretto da Riccardo Brun è stato presentato in anteprima alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il lavoro del regista napoletano porta sullo schermo l’esperienza di 12 anni di scrittura nel carcere minorile della città, con scrittori del peso di Viola Ardone e Maurizio de Giovanni. Dialogo con Maria Franco, la professoressa che ha insegnato quasi 40 anni nell’istituto: “Ho sicuramente avuto da Nisida molto di più di quanto ho dato”. Il racconto di un percorso lungo 12 anni che ha intrecciato letteratura, educazione, cittadinanza e impegno civile all’interno dell’istituto penale per i minorenni di Nisida. È I Nisidiani, il nuovo documentario scritto e diretto da Riccardo Brun, presentato in anteprima all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia alle Giornate degli Autori, nella sezione Confronti. Sarà al cinema dal 24 settembre. Il regista napoletano ha dedicato il suo lavoro ad una delle esperienze culturali e sociali più significative che hanno avuto luogo nella sua città negli ultimi anni. Lo stesso Brun è la voce narrante, di quell’esperienza è stato protagonista oltre che testimone. “Il documentario nasce da un lavoro di anni, che tanti scrittori hanno fatto a Nisida all’interno di un progetto che io avevo avviato e portato avanti”, dice Maria Franco, professoressa che in quell’istituto ha insegnato per quasi 40 anni. “Quello che vediamo in questo film è assolutamente reale”. Dal contrasto tra la bellezza del paesaggio e le fragilità dei giovani detenuti che lo abitano prende forma il racconto di I Nisidiani. Prodotto per Panamafilm da Donella Bossi Pucci, Riccardo Brun, Paolo Rossetti e Francesco Siciliano in collaborazione con Rai Documentari, il documentario è ambientato a Nisida, piccolo isolotto collegato alla terraferma da una sottile lingua di terra, immerso nella vegetazione e circondato dal mare del Golfo di Napoli. Sulla sua sommità sorge il carcere minorile. Un laboratorio di scrittura lungo 12 anni - Tra il 2010 e il 2022 un gruppo di scrittori e intellettuali napoletani ha dato vita all’interno dell’istituto a un laboratorio permanente di scrittura e immaginazione, costruendo uno spazio di confronto nel quale la parola è diventata occasione di ascolto, conoscenza e trasformazione reciproca. Da quell’esperienza è nato il collettivo I Nisidiani, formato da Viola Ardone, Riccardo Brun, Daniela De Crescenzo, Antonio Menna, Maurizio de Giovanni, Valeria Parrella e Patrizia Rinaldi, autori che nel tempo hanno sviluppato un legame profondo tra loro e con i ragazzi coinvolti nel progetto, fino a realizzare insieme un romanzo collettivo che rappresenta un caso unico nel panorama letterario italiano. Il documentario ricostruisce questo straordinario percorso attraverso testimonianze e incontri, offrendo uno sguardo inedito sul carcere minorile. “Alcuni degli autori sono stati presenti uno, due, tre anni, altri per 10 anni. Qualcuno ha partecipato per tutti i 12 anni del progetto”, dice Franco. Una scrittura collettiva ma mediata - “Il documentario presenta soprattutto l’esperienza degli autori, che non credo abbia eguali nel panorama carcerario, non solo italiano. Credo che Riccardo Brun abbia fatto un grande lavoro”, continua Franco, “come penso che un grande lavoro lo abbiano fatto tutti gli autori nel corso degli anni a Nisida. Lo sforzo di fare questa scrittura collettiva, ma mediata, per me aveva un grande valore a livello scolastico: permetteva a tutti i ragazzi di diventare protagonisti della scrittura”. I ragazzi protagonisti - “La scrittura non interessa al ragazzo di Nisida perché è consapevole di non esserne particolarmente capace. Ma durante i laboratori diventava protagonista e poteva raccontare se stesso senza che la sua esistenza venisse spiattellata ovunque perché veniva mediata dall’autore che ricomponeva quest’esperienza all’interno di quelli che erano stati i racconti di tutti i ragazzi. Per me era un elemento importante sia per loro, per quanto riguardava l’espressione, la loro capacità di esprimere e di cogliere se stessi, di rappresentare il proprio mondo, sia per l’esterno, per poter dare un’idea dei ragazzi reale, al di là dei clichè, ma senza toccare il singolo ragazzo. Questa era la differenza rispetto ad altri laboratori di scrittura che ho fatto. C’è stata la capacità degli autori di lavorare con i ragazzi, di prendere quello che scrivevano e di restituirlo al livello più alto”. Quasi 40 anni di insegnamento a Nisida - “Ho insegnato a Nisida per poco meno di 40 anni, 35 di lavoro e due di volontariato per completare questo progetto di scrittura”, racconta Franco, che nel 2011 è stata nominata Cavaliere al merito della Repubblica dal Presidente Napolitano. “Il laboratorio di scrittura è nato nel 2009 e è rimasto in attività (da me curato) fino a due anni dopo il mio pensionamento, ovvero fino al 2021”. Questi quasi quattro decenni a Nisida sono stati “un grande insegnamento per me. Ho appreso della società, delle ingiustizie sociali, della necessità di avere un’estrema attenzione alla crescita dei ragazzi molto di più di quanto avessi imparato in anni di scuola, di studio. Ho sicuramente avuto da Nisida molto di più di quanto ho dato”. Dal laboratorio sono nati 10 libri - In classe, nell’istituto, Franco arriva nell’ottobre 1984. “Quasi a conclusione di quel mio primo anno scolastico, abbiamo pubblicato un primo libro di scritti di ragazzi. Si intitolava Voci da un carcere minorile ed era stato stampato nell’allora laboratorio di grafica dell’ipm. Negli anni seguenti, vennero pubblicati un altro volume di Voci da un carcere minorile, un giornale, Nisida News, raccolte di poesie, di testi teatrali e su argomenti particolari (per esempio, il calcio e la droga) e furono realizzati due Fotoromanzi”, prosegue. “Ho trovato un editore disponibile a pubblicare gratuitamente, con un grande senso civico e che mi lasciasse la totale libertà sul testo, prima in Mario Guida, poi in Caracò e successivamente in Diego Guida. In totale sono stati pubblicati 10 libri di racconti e uno è stato scritto dalle ragazze e dai ragazzi, a sette mani. La scrittura è stata sempre una linea portante del mio lavoro a Nisida, insieme alla lettura e a tutto ciò che concerne diritti e doveri del cittadino”. In ogni testo una “traccia” di ciascun ragazzo - “Ogni anno sceglievo un tema. I primi tre sono stati dedicati all’isola che ci ospitava, poi abbiamo puntato sui ragazzi che la abitavano, sulle loro esperienze, idee, sentimenti, prospettive. Ogni autore svolgeva il tema come preferiva. In generale, ogni autore ha incontrato i ragazzi per due o tre volte e, sulla base degli scritti dei giovani e sulle suggestioni derivate dalle conversazioni, ha elaborato un racconto. Ogni incontro è stato preceduto e seguito da ore e ore di lavoro col gruppo di ragazzi e ragazze che facevano parte del laboratorio”, prosegue Franco. “Il momento più bello di tutto il lavoro è sempre stato quello della lettura in aula del racconto di ogni autore, quando i ragazzi e le ragazze con i fogli dei loro elaborati in mano, cercavano il nome, la parola, la frase, un abbozzo di trama del loro testo che l’autore aveva ripreso nel suo testo. A seguire, il momento in cui il libro, appena pubblicato, veniva distribuito ai ragazzi coautori e alle ragazze coautrici. La messa in scena, spesso in forma di reading dei racconti, ha fatto diventare alcuni dei racconti stessi una sorta di humus culturale per tutti i ragazzi e le ragazze di Nisida: sono diventati patrimonio dell’istituto”. Addio Emma Bonino: dall’aborto all’Europa, una lotta dopo l’altra di Daniele Zaccaria Il Dubbio, 12 settembre 2026 La leader radicale si è spenta a Roma all’età di 78 anni. È stata militante di base, parlamentare, ministra, commissaria Ue. Una vita dedicata ai diritti. La scintilla che dà inizio a una straordinaria avventura politica durata oltre mezzo secolo e terminata ieri dopo una lunga malattia, è un’umiliazione privata subita nel 1974 in uno studio medico di Roma. Emma Bonino ha 27 anni e scopre di essere incinta nonostante una diagnosi precedente l’avesse dichiarata sterile; il ginecologo le propone un’interruzione di gravidanza clandestina per l’esorbitante cifra di 500mila lire (circa 4mila euro odierni) ma lei rifiuta, indignata. Decide allora di rivolgersi a un consultorio di Firenze autogestito dal partito radicale; pochi mesi dopo, entra nel Cisa, il Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto. Nel Cisa le donne vengono aiutate a raggiungere le cliniche britanniche dove l’aborto è legale, mentre in Italia gli attivisti organizzano una rete clandestina per fornire informazioni e assistenza. È la sua prima battaglia e Bonino decide di renderla pubblica: nel febbraio 1975 si sottopone a un aborto con il metodo Karman (aspirazione del feto) e si autodenuncia, mettendo a disposizione delle autorità anche gli strumenti utilizzati. L’obiettivo è costringere lo Stato a confrontarsi con la realtà di una legge che punisce chi interrompe una gravidanza e, allo stesso tempo, lascia migliaia di donne esposte alla piaga dell’aborto clandestino. Per qualche mese Bonino rimane fuori dall’Italia, poi torna a Firenze per costituirsi. Il suo arresto trasforma una vicenda personale e militante in un caso politico nazionale e contribuisce a portare la questione dell’aborto al centro del dibattito parlamentare che condurrà, tre anni più tardi, all’approvazione della legge 194. È in questa stagione che si consolida il rapporto con Marco Pannella e con le tecniche della protesta non violenta e della disobbedienza civile senza però pretendere sconti dalle autorità. La protesta deve essere visibile, assumersi un rischio e mettere in difficoltà il potere proprio attraverso il rispetto rigoroso delle conseguenze della propria azione. Arrivano le campagne referendarie, le manifestazioni, le autodenunce, le marce, i digiuni. Il corpo diventa uno degli strumenti della politica un terreno di lotta tra un sistema arcaico e l’insorgenza dei movimenti di emancipazione. L’attività a favore dei diritti civili è incessante; sarà così per il divorzio, per la depenalizzazione delle droghe, per l’obiezione di coscienza, per la libertà di ricerca scientifica, per la lotta contro la pena di morte e contro le mutilazioni genitali femminili. Nel 1976, a soli 28 anni, viene eletta per la prima volta alla Camera dei deputati; è l’inizio di una lunga presenza parlamentare che la porterà a sedere per decenni nelle istituzioni italiane ed europee, senza che questo comporti mai l’abbandono delle campagne radicali. Anzi, il Parlamento diventa un nuovo campo di battaglia, dove portare questioni che fino a quel momento erano rimaste ai margini della discussione politica della nebbiosa prima repubblica. Negli anni ottanta il suo sguardo varca i confini nazionali, le battaglie civili si intrecciano con le iniziative contro le dittature e le violazioni dei diritti umani. Nel 1986 fonda Non c’è Pace Senza Giustizia, organizzazione impegnata nella lotta contro l’impunità dei responsabili dei crimini di guerra e contro l’umanità. Nel 1994 arriva la nomina a commissaria europea per gli aiuti umanitari, l’incarico le affida la gestione di uno dei settori più delicati della politica estera europea e la porta direttamente dentro alcune delle principali crisi dell’epoca. Somalia, ex Jugoslavia, Africa centrale, Medio Oriente, Bonino costruisce una rete di rapporti con organizzazioni umanitarie, governi e istituzioni internazionali, viaggia nei Paesi colpiti dalle guerre, visita campi profughi e ospedali, incontra vittime e operatori umanitari. Nel 1997 vola a Kabul, l’Afghanistan è controllato dai talebani, gli studenti di teologia formati nelle madrasse pakistane che hanno fatto sprofondare il paese nel medioevo, imponendo alle donne una feroce segregazione che le esclude da ogni forma di esistenza pubblica. Durante una visita all’ospedale di Ali Abad viene fermata insieme alla sua delegazione dalla polizia religiosa e trattenuta per alcune ore, un episodio che contribuisce a illuminare la brutalità di quel regime. L’anno successivo, a Roma, si concentra su un altro obiettivo destinato a cambiare il diritto internazionale: la nascita di una Corte penale permanente. lavora per settimane tra le delegazioni, cercando di superare le resistenze dei governi e costruire il consenso necessario. Il 17 luglio 1998, 120 Paesi approvano lo Statuto di Roma. La Corte, che entra in funzione nel 2002. Nel 2006 entra nel governo Prodi come ministra del Commercio internazionale e delle Politiche europee e vicepresidente del Consiglio; sette anni dopo arriva alla Farnesina, come ministra degli Esteri del governo Letta. Negli ultimi anni il progetto degli Stati Uniti d’Europa diventa il punto verso cui convergono molte delle sue battaglie. Dopo avere attraversato la stagione dei diritti civili, le piazze radicali, il Parlamento, le guerre e la diplomazia internazionale, Bonino vede nell’integrazione europea lo strumento per rendere più solidi quei diritti che considera sempre esposti al rischio di essere rimessi in discussione. La sua storia politica parte così da una donna che, davanti alla propria gravidanza, scopre quanto il destino individuale possa dipendere da una legge e arriva a una politica che per tutta la vita continuerà a interrogarsi su chi abbia il potere di decidere della libertà degli altri. Omaggio bipartisan e funerali di Stato per la radicale più libera di Valentina Stella Il Dubbio, 12 settembre 2026 Da Mattarella a Meloni fino ai vecchi compagni di partito: destra, centro e sinistra onorano la memoria di una protagonista di mezzo secolo di politica italiana. “La scomparsa di Emma Bonino addolora profondamente” ha scritto in una nota il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a poche ore dalla scomparsa della leader radicale. “Ha impresso un segno nella vita della Repubblica con un impegno tenace e coerente. Radicale, liberale, femminista, decisamente europeista, è stata protagonista di movimenti e di riforme che hanno inciso sul percorso della nostra società” ha aggiunto il capo dello Stato. Belle parole anche dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio: “Ci ha insegnato che la felicità è libertà, e la libertà è coraggio”. “Io e lei distanti ma l’ho sempre rispettata”, il pensiero della premier Giorgia Meloni. “Ha incarnato tutte le qualità che dovrebbero caratterizzare chi è impegnato in politica, grazie per i tuoi insegnamenti”, il ricordo di Elly Schlein. “Non eravamo d’accordo su molte cose, ma condividevamo un grande europeismo e grande amore per la libertà” le parole del ministro Antonio Tajani. “Ci lascia una donna libera e tenace, una donna che non ha mai barattato sull’altare della tradizione i principi in cui credeva” ha detto invece il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, esponente di Forza Italia. La ricorda con una foto in bianco e nero Roberto Giachetti, deputato di Italia Viva: “La morte di Emma lascia un vuoto che neanche il dolore riesce a riempire. Mi piace ricordarla così come l’ho conosciuta quasi 50 anni fa. Tutto il resto una foto non lo può contenere; sono segmenti di vita umana e politica che, allineati uno vicino all’altro, fanno parte di una storia, quella radicale, che oggi vivo con un senso di solitudine con la quale, anno dopo anno, con la perdita di amici e compagni di una intera esistenza, faccio sempre più fatica a convivere. Ciao Emma”. Per Walter Veltroni, come riportato in un suo articolo sul Corsera, Emma Bonino “ha scritto alcune delle pagine più belle della storia civile di questo Paese. Credo che oggi l’Italia intera si tolga il cappello di fronte alla forza di una donna che, con le sue lotte e il suo impegno, ha mutato il destino della nazione”. “Donna libera, coraggiosa e coerente, che ha consacrato la vita ai diritti civili battendosi sempre con passione e lucidità” è il messaggio dei capigruppo M5S di Camera e Senato Riccardo Ricciardi e Luca Pirondini. Per Sandro Gozi, eurodeputato di Renew Europe e segretario generale del Partito Democratico europeo, “Emma ci lascia qualcosa di prezioso: la convinzione che la libertà non è mai conquistata una volta per tutte, che l’Europa va sempre costruita e ricostruita, e che le battaglie che vale la pena combattere richiedono coraggio, perseveranza e speranza”. Un messaggio è giunto pure dalla senatrice a vita, professoressa, Elena Cattaneo: “Un aspetto della sua azione politica che mi ha sempre colpito e che ho particolarmente apprezzato: la volontà di aderire ai fatti, anche quando questo significava andare controcorrente. Questa attenzione alla conoscenza e all’evidenza scientifica si è manifestata, insieme ai militanti radicali, anche nelle sue posizioni a favore della ricerca scientifica e, in particolare, nella difesa dell’uso degli organismi geneticamente modificati e della ricerca sulle cellule staminali embrionali, contro paure e pregiudizi non sostenuti dalle evidenze disponibili”. Non poteva mancare il saluto del cantautore Vasco Rossi: “Grazie Emma!! Grazie per le tue battaglie che hanno cambiato l’Italia, per le tue idee ‘radicali’ al servizio di una civiltà libera e per il tuo approccio coraggioso alla vita sociale. Grazie per la tua vita politica spericolata, proprio come lo è stata quella di Marco Pannella. Siamo abituati a dare tutto per scontato. Ma dobbiamo stare molto attenti a difendere i diritti sociali conquistati grazie a voi!”. Intanto le istituzioni europee hanno deciso di omaggiare Emma Bonino pubblicando un video di 7 minuti sul servizio Ebs (servizio di informazione audiovisiva ufficiale dell’Unione Europea). Nelle immagini si vede Bonino ai tavoli europei, ma anche in bicicletta per le strade di Bruxelles, o mentre si cala da un elicottero su una nave. Immagini di una politica che in Italia come in Europa non ha avuto paura di rompere gli schemi. Il paradosso di Emma Bonino, celebrata da morta e combattuta da viva di Christian Rocca linkiesta.it, 12 settembre 2026 Quando si faceva arrestare per conquistare diritti civili, quando frequentava le carceri e i dissidenti, la votavano due italiani su cento. Ora che non c’è più, è tutto un profluvio di lodi e di commozione, poi da domani si torna a sostenere i populisti di sinistra e destra. Emma Bonino ha compiuto un altro, l’ennesimo, miracolo radicale. Ora che se n’è andata, a settantotto anni dopo una malattia che l’ha fiaccata per un decennio senza mai domarla, sembra che tutta l’Italia negli ultimi cinquant’anni sia stata boniniana e radicale, attenta ai diritti civili e non bacchettona, garantista e non giustizialista, impegnata a riscattare i paria della terra e non indifferente. Ovviamente non è così. La storia italiana è diversa. Emma si merita questa universale celebrazione postuma, per tutto quello che ha fatto, a fianco di Marco Pannella, per il progresso civile del nostro paese e per la difesa dei diritti umani a tutte le latitudini, ma sarebbe stato meglio se gli italiani l’avessero votata allora, o anche solo alle ultime elezioni politiche ed europee, dove non ha superato il quorum, anziché compiangerla adesso. Scorro su Twitter e su Instagram il carosello di post addolorati di persone di ogni tipo, genuinamente affrante per la morte di Emma, ma tra gli autori dei post riconosco pochi, i soliti, suoi reali compagni di battaglia. Gli altri piangono un’eroina italiana, poi diventata anche una superba statista europea (nominata a Bruxelles da Silvio Berlusconi, mica dalla sinistra che oggi si commuove), ma quando era necessario sostenere le sue battaglie, quando faceva tutte le belle cose che oggi le riconoscono, gli stessi che oggi si dolgono della sua scomparsa guardavano altrove. C’è stato un lungo periodo in cui Bonino era persona non grata in televisione, tanto che una volta, era la fine del 1986, quarant’anni fa, per comunicare al grande pubblico che il Partito Radicale si sarebbe sciolto se non avesse raggiunto cinquemila iscritti entro l’anno, e diecimila entro il 1987, lei e Pannella si prestarono a un passo di danza al “Maurizio Costanzo show” su Canale 5, perché quello era l’unico modo possibile per farsi ascoltare. Quando Bonino era in vita, quando si faceva arrestare con Adele Faccio e Adelaide Aglietta, quando frequentava i marciapiedi delle città e le carceri italiane e i dissidenti internazionali, e si batteva per i diritti delle donne e dei detenuti, per la giustizia giusta, per le donne afghane, per la Bosnia e per tutto il resto, be’, Emma Bonino non era così popolare come sembra oggi dal profluvio di commozione social e di paginate sui giornali. La votavano soltanto due italiani su cento, tranne in un’occasione speciale, alle Europee del 1999, quando furono quasi nove gli italiani su cento che misero incredibilmente la croce sulla lista radicale e intorno alla campagna “Emma for president” che, pochi lo sanno, nacque in sordina per mano di Giovanni Negri all’insaputa di Bonino e soprattutto di Pannella. Poi Pannella fu abilissimo a intestarsela, e Bonino a costruirci il suo mito di eterna candidata a tutto, e poi entrambi a fare il botto alle Europee, ma “Emma for president” era nata come una campagna intraradicale contro Marco cui Emma si prestò molti anni prima della rottura politica con Pannella. Bene, dunque, che ora tutti celebrino la vita e l’azione politica di Emma Bonino, anche se quando sarebbe davvero servito erano latitanti o la etichettavano radical fascista, sionista, amerikana, liberista, amica dei corrotti e dei terroristi, o assassina. E chissà cosa direbbero oggi le sedicenti femministe della schwa di fronte a una vera gigantessa del femminismo se solo sapessero che lo slogan per la campagna “Emma for president” era “Finalmente l’uomo giusto”. Non bisogna illudersi, però. Da domani torneranno tutti a sostenere e a votare ancora una volta i populisti e i reazionari di sinistra e di destra. Gaia Tortora: “Con la morte di Emma si chiude un’epoca fondamentale sui diritti” di Ermes Antonucci Il Dubbio, 12 settembre 2026 La vicedirettrice del Tg La7: “Con la morte di Emma Bonino si chiude veramente un’epoca sui diritti civili che è stata fondamentale. Mi riferisco all’aborto, al divorzio, alla giustizia, all’Europa. Senza voler fare una santificazione, anche perché Emma era allergica a ogni tipo di retorica, piagnisteo o vittimismo, quando ho letto la notizia della sua morte ho avvertito una sensazione particolare: se con la morte di Pannella la luce si era dimezzata, con la morte di Bonino la luce si è spenta definitivamente. Perché oggi in politica non c’è nessuno in grado di portare avanti quelle battaglie. L’ultimo baluardo sui diritti era lei e io adesso ho un po’ più paura”. Lo dice al Foglio Gaia Tortora, vicedirettrice del Tg La7, figlia di Enzo Tortora. “Pur essendo minoranza politica - aggiunge Tortora - Bonino e i radicali hanno vinto battaglie enormi. Hanno vinto sul divorzio e sull’aborto in un paese cattolico: cosa c’è di più? Purtroppo non è andata così bene anche con le battaglie per una giustizia giusta. Evidentemente la giustizia rappresenta un ambito più complesso, ancora oggi, sia perché il garantismo non ci appartiene culturalmente sia perché ci si deve scontrare con un apparato di potere molto ben organizzato”. Proprio la vicenda di Enzo Tortora rappresentò per Bonino una cesura politica e culturale. Il presentatore, arrestato nel 1983, accusato sulla base delle dichiarazioni dei pentiti e poi assolto con formula piena, divenne per i radicali il simbolo di una giustizia capace di trasformare un’accusa in una condanna collettiva prima ancora della sentenza. Nel 2020 Bonino definì il conduttore di “Portobello” come “la prima vittima celebre del giustizialismo, della spettacolarizzazione”, aggiungendo con amarezza che “quei giudici hanno fatto carriera”. Da quella vicenda nacque una parte decisiva della battaglia radicale sulla responsabilità civile dei magistrati. Il referendum del 1987, al quale parteciparono oltre 20 milioni di italiani e che raccolse circa l’80 per cento di Sì, avrebbe dovuto introdurre un principio elementare: chi subisce un danno ingiusto a causa della giustizia deve poter ottenere una riparazione effettiva. La legge Vassalli avrebbe poi fortemente limitato la concreta applicazione di quel principio, e Bonino continuò a considerare la questione tutt’altro che chiusa. Nel 2006, parlando della separazione delle carriere, la collegò esplicitamente proprio al caso Tortora e al referendum sulla responsabilità civile: “Anche questa è una battaglia molto antica”. Nel 2022 Bonino pronunciò forse la sintesi più efficace della sua idea della giustizia: “La battaglia per una giustizia giusta è la battaglia delle battaglie”. Non una battaglia specialistica per addetti ai lavori, ma il punto da cui passavano “i diritti umani, le libertà economiche e civili, la difesa dei più deboli” e, soprattutto, “lo stato di diritto e quindi la democrazia del nostro paese”. Il suo garantismo comprendeva naturalmente il carcere. Bonino si schierò contro l’abuso della custodia cautelare, ricordando che nelle carceri italiane c’erano persone “non ancora condannate ma solo indagate o processate”. La custodia preventiva, diceva, “non può essere la regola”. Ma il bersaglio di Bonino non era soltanto la custodia cautelare. Nel 2021, presentando i referendum radicali sulla giustizia, individuava ancora “macigni” che nessuna riforma sembrava avere il coraggio di affrontare: “l’obbligatorietà dell’azione penale, la responsabilità civile dei magistrati” e “la riforma del Consiglio superiore della magistratura”. Erano, nelle sue parole, questioni che la politica continuava a rimandare da decenni. Il 19 marzo 2026 Bonino si schierò pubblicamente per il Sì al referendum costituzionale sulla giustizia promosso dal governo Meloni: “La separazione delle carriere è sempre stata una battaglia mia e di Marco Pannella. Voterò e voterò sì alla riforma”, disse. La leader radicale, però, intervenne soltanto una volta durante la campagna referendaria, come a manifestare la non adesione completa alla riforma Nordio. Sono seguiti poi mesi fatti spesso di silenzi. “Ho sempre avuto rispetto per questa sua riservatezza, fino alla fine - dice Gaia Tortora -. Secondo me avrebbe voluto che la sua uscita di scena si concentrasse sulle cose concrete da lei fatte, senza retorica né santificazioni. Il tema vero, già emerso con la morte di Pannella ma che diventa ancora di più attuale ora dopo la morte di Emma, è: chi è in grado di raccogliere questa eredità? Io non vedo nessuno”, conclude la giornalista di La7. La “rivoluzione culturale” di Valditara: una scuola a immagine del governo di Vitalba Azzollini* Il Domani, 12 settembre 2026 Valditara annuncia una scuola “rivoluzionaria”. Le nuove Indicazioni nazionali imprimono alla scuola un preciso orientamento culturale, che rischia di entrare in conflitto la libertà di insegnamento garantita dalla Costituzione. Mentre milioni di studenti tornano nelle aule, il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, annuncia un anno scolastico “rivoluzionario”. Prima di capire in che cosa dovrebbe consistere la rivoluzione evocata dal ministro, però, conviene guardare alla scuola che c’è attraverso i risultati degli studenti in termini di apprendimento. Il Rapporto Invalsi 2026 segnala nella primaria un arretramento soprattutto in matematica, dove più di un bambino su tre non raggiunge il livello di base, mentre in italiano il quadro è di sostanziale stabilità, pur con qualche flessione. Alle medie le difficoltà restano consistenti, mentre solo alle superiori c’è qualche miglioramento. I dati Pisa-OCSE, diffusi qualche giorno fa, mostrano risultati sostanzialmente fermi tra i quindicenni italiani. Non è un problema nato con questo governo, ma è il problema che ogni esecutivo dovrebbe tenere presente nel definire la propria politica scolastica. La scuola “rivoluzionaria” Valditara ha insistito sul rafforzamento delle competenze in italiano, matematica e scrittura a mano. Lo slogan del ministro è “carta, libro, penna”. Gli smartphone sono vietati anche per finalità didattiche. Ma il significato più profondo della “rivoluzione” annunciata dal ministro va cercato nelle nuove Indicazioni nazionali, cioè il quadro ministeriale che orienta finalità, obiettivi e curricoli della scuola dell’infanzia e del primo ciclo. Adottate nel dicembre scorso, trovano gradualmente applicazione proprio dall’anno scolastico 2026/27. Già nel 2025 il ministro le aveva definite una “rivoluzione culturale”, non soltanto pedagogica, spiegando che avrebbero dovuto rafforzare negli studenti la consapevolezza di “chi siamo, da dove veniamo, dove vogliamo andare”. Le Indicazioni conferiscono particolare rilievo alla storia dell’Occidente. Bibbia, Iliade, Odissea ed Eneide sono citati come testi utili “per conoscere le radici della cultura occidentale”, alla quale attribuiscono la capacità di farsi “intellettualmente padrona del mondo”. E, pur non disconoscendo altre società e culture, arrivano ad affermare che “solo l’Occidente conosce la storia”. Questa impostazione, criticata da diversi storici, rischia di trasformare una disciplina fatta di incontri, contaminazioni e conflitti in un racconto prevalentemente identitario. Il richiamo ai classici, del resto, si lega al bersaglio polemico del ministro: la cosiddetta cultura woke. Valditara sostiene che negli anni sarebbe stata introdotta anche nei libri di testo e rivendica il consenso informato, previsto dalla legge nelle scuole medie e superiori per i percorsi che affrontano temi legati alla sessualità. Già in passato il ministro lo aveva presentato come uno strumento per proteggere i bambini dalla “confusione della propaganda gender” e ridare “voce ai genitori”. Premesso che il riferimento alle “teorie gender” appare come una forzatura ideologica del ministro, escludere questi percorsi alle elementari e subordinarli al consenso familiare nelle classi successive rischia di lasciare fuori soprattutto i ragazzi che avrebbero più bisogno che la scuola affrontasse temi legati alle relazioni e alla sessualità, proprio perché il contesto culturale o familiare in cui vivono rende più difficile parlarne a casa. L’ideologia degli altri Qui emerge una contraddizione. Per anni la destra ha accusato la sinistra di utilizzare la scuola per trasmettere una propria visione del mondo. Oggi, però, è lo stesso ministro dell’Istruzione che, rivendicando una “rivoluzione culturale”, indica identità, radici e riferimenti da porre al centro dell’insegnamento. Il principio secondo cui va evitato che la scuola diventi terreno di propaganda politica e culturale dovrebbe valere per tutti. Non si può denunciare per anni l’ideologia degli altri e poi imprimere alla scuola un preciso orientamento. L’articolo 33 della Costituzione tutela la libertà di insegnamento, che la Corte costituzionale ha ricondotto, nel suo “nucleo essenziale e indefettibile”, alla “garanzia della libertà dei “contenuti” dell’insegnamento”. Dunque, un governo può definire obiettivi e priorità della scuola, ma non per questo la scuola può diventare il veicolo di una sola visione culturale. Se la “rivoluzione” di Valditara vuol essere davvero educativa, dovrebbe misurarsi anzitutto sulla capacità di dare a tutti gli studenti gli strumenti per conoscere prospettive diverse e formarsi autonomamente le proprie idee. Altrimenti il rischio è che a restare sia non una scuola migliore, ma l’impronta ideologica di chi detiene pro tempore il potere. *Giurista Mancano lavoratori. La remigrazione ne vuol mandare via altri di Leonardo Becchetti Avvenire, 12 settembre 2026 Dalla crisi demografica alla carenza di infermieri, l’idea di espellere manodopera straniera parte da una diagnosi sbagliata e promette soluzioni che rischiano di aggravare i problemi. Un paradosso. Immaginate un allenatore di una squadra di calcio costretta a giocare 9 contro 11 che decide a un certo punto della partita di ritirare altri due giocatori dal campo. La proposta della “remigrazione” assomiglia un po’ a questo. La crisi demografica ha creato nel Paese difficoltà oggettive sul mercato del lavoro. Gli ultimi dati disponibili della banca dati Excelsior di Unioncamere segnalano che le imprese cercano circa 544mila lavoratori e spesso non li trovano. Di fronte a questo problema la remigrazione riesce nel capolavoro di proporre di mandarne a casa molti di più. Anche le più estreme e improbabili ricette populiste hanno bisogno di una spolverata di verosimiglianza per essere credibili. La remigrazione consterebbe di due pilastri. Rimpatriare gli stranieri irregolari e offrire un incentivo a quelli regolari senza problemi con la giustizia per tornare a casa loro. La logica economica sarebbe questa. Se è vero che il centro-Nord del Paese è in piena occupazione e ci sono molti posti vacanti per i quali non si trovano lavoratori il problema (il capro espiatorio) sono gli stranieri che fanno concorrenza al ribasso sui salari. Se mandiamo via, magicamente, gli imprenditori pagheranno salari più elevati e tanti italiani che al momento non partecipano al mercato del lavoro entrerebbero nel mercato del lavoro e prenderebbero quei posti. Proviamo ad applicare l’idea. Mancano oggi nel paese decine di migliaia di infermieri con conseguenze gravi negli ospedali. Con la remigrazione mandiamo via gli infermieri stranieri e magicamente il giorno dopo la carenza del personale (aggravata dalla remigrazione) si supera perché il governo rapidissimamente aumenta i salari degli infermieri e arrivano italiani inattivi che non hanno quella passione o vocazione a riempire quei posti. Che tutto questo non stia né in cielo né in terra lo confermano le scelte delle forze politiche oggi al governo che, dopo aver identificato bersagli e capri espiatori negli immigrati e nell’euro, si trovano oggi al potere a essere (per fortuna) più realiste del re avendo varato la più grande infornata di immigrati regolari ed essendo diventate affidabili garanti della stabilità dei conti pubblici all’interno delle regole europee. Ma è proprio il loro essere atterrati nella realtà che crea spazio vuoto a destra occupato da nuove e più astruse fole populiste. La logica della remigrazione non sta in piedi in nessun punto anche a partire dalla premessa. I salari sono bassi nelle attività delocalizzabili soggette alla concorrenza internazionale per la pressione al ribasso della concorrenza anche da altri paesi su cui non possiamo certo intervenire con la remigrazione. In questi settori, anche con la remigrazione, gli imprenditori che alzassero i salari si troverebbero in difficoltà con i concorrenti internazionali. Immaginate il settore delle automobili dove ormai in Cina esistono le “dark factories” (aziende con all’interno solo macchine che producono a luce spenta). In che modo alzare i salari dei lavoratori italiani da noi senza crescere in qualità e competitività del sistema paese risolverebbe e non aggraverebbe il problema? Nei settori non delocalizzabili invece (logistica, vigilanza, servizi di consegna) la soluzione è un salario minimo decente come già in vigore in Spagna o nella città di New York, perché la consegna delle pizze va svolta comunque qui e non si può minacciare di delocalizzarla in Cina. Un altro degli argomenti che va per la maggiore nella vulgata remigrazionista è quello della sicurezza. Gli stranieri delinquono di più e quindi bisogna rimandarli a casa. Non è così se controlliamo per tutti gli altri fattori che spiegano questi comportamenti e quando la loro posizione è regolarizzata. Politiche assennate di accesso attraverso canali regolari e di regolarizzazione condizionate a percorsi virtuosi sono la risposta migliore a questo problema. Non certo idee bislacche come la remigrazione che peraltro, per le difficoltà di attuazione, aumenterebbero l’area della irregolarità e dunque il rischio sicurezza. Senza soffermarci per l’ennesima volta sul contributo straordinario che i lavoratori stranieri danno al nostro paese (i lavoratori stranieri sono circa il 10% tra gli imprenditori, fanno il 9% del valore aggiunto e si stima per i prossimi anni un fabbisogno di circa 600mila nuovi ingressi) la nuova moda populista di turno della remigrazione è la spia di un disagio più profondo. Esiste in vasti strati della società che partecipano meno al progresso una rabbia profonda che li getta tra le mani del pifferaio magico di turno. È pertanto assolutamente urgente costruire percorsi di inclusione, partecipazione, cittadinanza attiva che limitino il più possibile la rabbia di quella quota di cittadini che si sentono esclusi. Ed è al contempo fondamentale essere efficaci nel promuovere quella rivoluzione culturale ed antropologica di cui anche l’ultima enciclica si fa promotrice. La nostra umanità è magnifica (ed è di gran lunga superiore ai nuovi miti scientisti del transumanesimo) se capiamo che la fioritura della nostra vita non è nello scorrere senza soluzione di continuità lo schermo di un cellulare ma sta nella vita di relazioni, nel seguire percorsi generativi, nel valorizzare trascendenza e ricchezza di senso di vita. Solo lavorando a fondo sul doppio binario di processi politici, economici e sociali di partecipazione e inclusione e della riscoperta della nostra ricchezza umana profonda possiamo provare a interrompere questo circolo vizioso che mette oggi a rischio la tenuta della nostra democrazia. Un’etica evolutiva universale per orientare lo sviluppo delle Intelligenze Artificiali di Giovanni Spinapolice Il Riformista, 12 settembre 2026 Il 7 settembre 2026, davanti al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra, l’Alto Commissario ONU Volker Türk ha parlato apertamente della possibilità che le Intelligenze Artificiali avanzate rappresentino un “rischio esistenziale per l’umanità”, richiamando i pericoli per le infrastrutture critiche, le comunicazioni, i sistemi democratici, la concentrazione del potere tecnologico e la necessità di linee rosse comuni. Uno scenario che, fino a pochissimo tempo fa, avremmo confinato nella fantascienza. Sento ancora richiamare la rivoluzione industriale, quasi che la storia possa offrirci una rassicurazione. Anche allora il mondo fu sconvolto, e l’uomo riuscì a trovare nuovi equilibri. Ma la macchina industriale moltiplicava la forza dell’uomo e rimaneva uno strumento nelle sue mani. Con l’Intelligenza Artificiale, quella linea comincia a confondersi. Stiamo costruendo sistemi capaci di apprendere, elaborare strategie, adattarsi agli ostacoli e acquisire margini crescenti di autonomia. E l’Intelligenza Artificiale è già potere. Economico, industriale, militare, informativo. Stati e grandi imprese competono per possedere sistemi più capaci di quelli degli altri, e proprio qui emerge una contraddizione decisiva. Alcune delle caratteristiche che rendono una IA più difficile da controllare possono essere le stesse che la rendono più efficace e quindi più preziosa per chi la possiede. La capacità potenzialmente nociva della macchina rischia così di trasformarsi essa stessa in valore competitivo. Più la mia IA è potenzialmente capace di nuocere, maggiore può diventare il potere che io esercito attraverso di essa. Chi sarà disposto, allora, a fare un passo indietro? Chi accetterà di limitare la propria Intelligenza Artificiale confidando che gli altri facciano altrettanto? Le linee rosse invocate dall’ONU sono necessarie, ma non possono rimanere affidate alla prudenza di chi trae vantaggio dal superarle. È per questo che ritengo necessario adottare per le IA un’Etica Evolutiva Universale, capace di orientarne lo sviluppo mentre esse evolvono. Ma quando il rispetto di un principio entra in conflitto con il potere, l’etica da sola non basta. Occorrono leggi fondamentali condivise e istituzioni di giustizia capaci di farle rispettare. La Costituzione delle Intelligenze e la Corte della Giustizia Universale delle Intelligenze, teorizzate nell’ambito del Transumanismo Inverso, nascono da questa esigenza. Se la tecnologia opera su scala globale, anche i princìpi che ne governano i limiti devono poter superare i confini dei singoli Stati. Perché ciò che dobbiamo difendere, in definitiva, è la libertà dell’uomo. Se pochi soggetti controlleranno intelligenze capaci di orientare conoscenza, comportamenti e decisioni, il rischio è che il perimetro delle nostre scelte venga progressivamente disegnato altrove. Il futuro dell’Intelligenza Artificiale si misura da ciò che sapremo lasciare ai nostri figli: pace e libertà.