Intorno al tavolo di Ristretti Orizzonti. “L’odio che porta a commettere reati e l’odio che corre sul web” Ristretti Orizzonti, 11 settembre 2026 Quando dal carcere sentiamo parlare di tutte quelle persone che fanno “di professione” gli odiatori, che si esaltano solo se hanno qualcuno da “massacrare” con le parole, ci viene da dire che tutte queste persone, se fossero messe davanti agli effetti devastanti dell’odio, se subissero sulla loro pelle o la pelle dei loro cari le conseguenze delle offese gratuite, forse si fermerebbero. Quelle che seguono sono testimonianze di persone detenute, che hanno vissuto intrise di odio, e proprio per questo non sottovalutano il peso di questo nuovo odio che corre sul web e non risparmia nessuno. Il giorno in cui ho iniziato ad odiare, ho iniziato ad invecchiare di Salvatore Fani, Ristretti Orizzonti Se dovessi scrivere sulla mia vita, comincerei col dire che il giorno in cui ho iniziato ad odiare, ho iniziato ad invecchiare. Quando sei bambino non conosci l’odio, per questo sei felice. Non conosci l’avvelenamento che può contagiare la tua mente e il tuo corpo. Quando ero un adolescente odiavo i ragazzi di altri quartieri, odiavo la polizia, odiavo quelli del nord, tutto solo per un certo tipo di cultura che avevo. Poi ho odiato i ricchi e così ho iniziato a derubarli, perché odiavo non essere come loro. Sono cresciuto con tanto rancore verso la vita, perché quando non hai niente, non hai progetti per il futuro, non hai uno scopo, non hai un obiettivo, ti aggrappi all’orgoglio dicendoti “Mi è rimasto solo questo e lo devo difendere a costo della vita”, non badando ai danni e alle conseguenze spesso irreparabili che provochi. Per odio ho rubato, per odio ho distrutto vite e speranze di altri, per odio ho perso la mia vita, la mia libertà e anche la mia dignità. Perché oggi non sono padrone della mia vita, la mia libertà è decisa da altri. Pensando a tutto questo non mi rimane nemmeno più l’orgoglio, o se c’è non so proprio più che farmene. Odiare mi ha portato sempre in una sola direzione: il carcere. Il carcere, dove ho perso l’amore, ho perso la gioia di crescermi mio figlio, ho perso tutti i sogni, ho perso la libertà. Ho dovuto toccare il fondo per capire che per odiare ho pagato un prezzo altissimo. Chi odia a volte non sa nemmeno il perché e non conosce nemmeno le conseguenze che può produrre l’odio. Come accade oggi per l’odio social, che ha più conseguenze distruttive perché non ti libererai mai da un commento cattivo. È come fare una cattiveria ad una persona che dura per tutta la vita. Non potrai mai più rimediare al male commesso, nemmeno col pentimento. Ve lo dico io che di male ne ho commesso e ricevuto, con la possibilità ora però di rimediare. Io direi agli “odiatori seriali” che un giorno si pentiranno e che i social non gli daranno mai più la possibilità di rimediare e loro saranno costretti a vivere con un rimorso che li divorerà. Conosceranno i danni e le conseguenze che l’odio può provocare. Io vorrei solo che le persone facessero più riflessioni sui danni che può provocare l’odio social; a volte può provocare addirittura la morte, quando diventa bullismo. Non posso pensare che pochi follower valgano più di una vita umana. Non è questo il mondo che io vorrei lasciare a mio figlio. Le persone cambiano, le persone possono perdonare, ma i social no. I social non perdonano perché non hanno una scadenza, non mettono la parola fine al dolore che possono produrre. Se provi l’odio sulla tua pelle, non potrai mai essere tu ad alimentarlo di Ibrahim Bobo Bah, Ristretti Orizzonti L’odio della gente molte volte è “gratuito”, io per esempio mi ricordo, che spesso a ricreazione alle elementari, dopo che subivo svariate prese in giro dai miei compagni, c’era sempre chi si prendeva un pugno da me, tra quelli che scappavano paurosi, e c’era però sempre quella ragazzina che piangendo gridava “ti odio”! Nonostante io credessi di difendermi, mi sentivo sempre male dopo quelle parole. Tanti commenti su facebook sono pesanti se gli dai retta. Io quando ho cominciato a fare musica, mi ricordo che pubblicai un video di un freestyle su facebook, e diciamo che i ragazzi italiani non me le hanno mandate a dire: se ricevevo tre o quattro commenti positivi ne arrivavano 10 negativi, ma non mi sono abbattuto anzi, su consiglio di un mio amico ho usato questa cosa come strategia. Perché bene o male loro senza sapere spingevano la mia musica, senza che io glielo chiedessi molti ripostavano i video scrivendoci sopra “Torna a casa tua, cosa ci fai in Italia…” nonostante io sia un italianissimo ragazzo di colore. Alcuni so chi erano, perché tutte le sere guardavo i commenti dal primo all’ultimo, riflettevo, mi chiedevo “Perché?”. Tanti di loro non sapevo neanche chi erano, quindi mi chiedevo su che base mi scrivevano quelle cose, il commento più frequente era: “Negro di merda non diventerai mai famoso!”. Dentro di me volevo solo bruciare, esplodere. Un sacco di volte in studio mi sono chiesto se ne valeva la pena, ma i primi concerti me lo hanno confermato; quindi da lì in poi i commenti negativi mi davano più forza, anzi molti di quei commenti li utilizzavo come botta e risposta per le mie canzoni. L’odio sui social è pesante, soprattutto se lo subisci quando stai facendo qualcosa che ti appassiona, quando fai qualcosa in cui pensi di essere bravo, e quando un gruppo di persone ti giudica, ti offendono nascondendosi dietro a uno schermo e una tastiera, è fastidioso. Sui social gira tanta invidia, gente che scrive “Ma quella persona come fa ad essere così? Si ritocca le foto, non è così dal vivo! E come fa a fare tutti ‘sti viaggi? Sicuramente fa cose illecite!”. Sul web i castelli possono crollare in pochi secondi come si possono costruire in millesimi di secondo. La gente cerca di attirare l’attenzione molte volte usando le sventure altrui. Argomenti sensibili sui social come immigrazione, carceri, sono discorsi sempre di condanna da parte di chi prende posizioni incattivite: ci rubano il lavoro, sono terroristi, se ti entrassero in casa a te? Sono commenti che nel 2026 non dovrebbero avere radici e spazio; Una persona detenuta si ritrova spesso preda di questo sistema in cui tutti si sentono autorizzati a giudicare: “Lui fa le rapine? deve marcire in galera! lui ha ucciso? merita la pena di morte!”. Senza sapere cosa c’è dietro a tutte queste storie molte volte tragiche, si commenta a vanvera e non si pensa che dietro ad ogni articolo, ad ogni post, ogni foto, video che si commenta in malo modo, ci sono persone con sentimenti. Per i detenuti non si calcola il percorso rieducativo che stiamo seguendo in carcere, un sacco di volte le persone sono cambiate, hanno pagato la loro pena, e per un articolo che risveglia vecchie situazioni si possono ritrovare al centro del Web una ulteriore volta, e i commenti che troverai lì sotto non saranno per niente sereni. Io penso che se provi l’odio sulla pelle in prima persona poi non potrai mai essere tu ad alimentarlo sui social come spesso succede, Io continuerò dalla redazione di Ristretti Orizzonti a tentare di far capire a tutti questi leoni da tastiera, che se non spezziamo questa catena di odio a pagare sarà tutta la società, che oggi spesso si basa su falsi miti virtuali che stanno rovinando la vita, quella reale, di molti giovani e non. I professionisti dell’odio di Alessandro Iembo, Ristretti Orizzonti Qualche giorno fa al notiziario di una televisione regionale hanno intervistato l’uomo più vecchio del Veneto, e tra le tante domande gli è stato chiesto: “Qual è il segreto per arrivare a 109 anni?” E lui senza nemmeno pensarci ha detto: “Non portare mai rancore!”. È un’immagine che mi è rimasta impressa nella memoria perché mi colpisce sempre l’odio che i cosiddetti leoni da tastiera nutrono nei confronti di gente che nemmeno conoscono, insulti gratuiti rivolti solo per avere un paio di like, o peggio fare gli haters per lavoro. Ognuno fa il lavoro che gli piace, o che riesce a trovare, però se il tuo lavoro deve essere quello di screditare e insultare la gente online abbi il coraggio di mostrare la faccia. In carcere parliamo spesso dell’uso delle parole e di quanto esse possono fare male, anche se vengono diffuse sullo schermo di un computer: accade infatti sempre più spesso che per avere più follower soprattutto i giovani fanno cattiverie inimmaginabili con il solo scopo di attirare l’attenzione. Qui siamo in galera ma ci alleniamo a trovare le parole giuste, a dargli un senso, ci prepariamo alle possibili domande che i giovani delle scuole che entrano in carcere per il progetto di confronto tra le scuole e il carcere potrebbero farci, e cerchiamo di trovare le parole giuste per descrivere il nostro passato. Con tutto quello che i giornali hanno scritto su di me e sulla mia povera famiglia quando mi hanno arrestato, penso che creare un dialogo con gente che non sa niente del carcere e che ha una visione di esso molto diversa dalla nostra, gente che magari ha subito reati e per noi vorrebbe vedere solo il blindo chiuso della cella, non è per niente facile, ma se ci si riesce possono accadere cose positive, che a volte aiutano a far superare i propri traumi. Nella redazione di Ristretti Orizzonti abbiamo avuto come ospiti vittime di reato con storie dolorose, che avrebbero tutto il diritto di provare odio e forse sarebbero anche giustificate ad usare violenza verbale, ma sono vittime che hanno riflettuto e hanno a volte ritrovato la serenità di sentirsi fortunati per quello che ancora hanno nella propria vita, mettendo da parte quei sentimenti come l’odio, il rancore, l’orgoglio, che giorno dopo giorno distruggono tutto quello che di buono ti sta intorno. Invito tutti gli haters che vorrebbero vedere le carceri bruciare, o il numero dei detenuti suicidi aumentare, o tutte le cattiverie che spesso si vedono in rete, a passare una giornata con noi, mentre seguiamo il corso di Giustizia Riparativa, incontriamo le scuole o mentre ascoltiamo la testimonianza di una vittima di reato: vivere certe esperienze sulla pelle ed avere il coraggio di parlarne ti fa provare emozioni, ti fa riflettere, ti arricchisce, ti cambia! E ti fa comunque cambiare il tuo lessico nel parlare di questi temi. Il Garante nazionale: nelle carceri sovraffollamento al 140% di Ida Celeste Il Roma, 11 settembre 2026 E in 7 istituti si va oltre il 200%, soltanto 27 risultano sotto capienza. Il sovraffollamento delle carceri italiane raggiunge il 139,79% se le persone detenute vengono rapportate ai posti effettivamente disponibili, contro il 138% rilevato ad aprile. Sette istituti sono indicati al 200% o oltre, altri 69 tra il 150 e il 199% e soltanto 27 risultano sotto capienza. È il dato più netto dell’aggiornamento al 31 luglio scorso del Report “Rispetto della dignità della persona privata della libertà personale” del Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale, stilato con i dati messi a disposizione dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria. Le tabelle del Report assumono come riferimento 64.791 persone presenti negli istituti, una capienza regolamentare di 51.244 posti e 46.348 posti regolarmente disponibili. È su quest’ultimo valore che viene calcolato il tasso del 139,79%. Se si utilizzasse invece la capienza regolamentare, l’indice sarebbe del 126,44%, con una differenza di 4.896 posti. Il Garante collega lo scarto ai criteri utilizzati per individuare i posti realmente fruibili, richiamando gli standard europei relativi agli spazi vitali e alle condizioni materiali di detenzione. Ad aprile la differenza era di 4.933 posti. La pressione più alta, nel confronto regionale basato sui posti disponibili, viene registrata in Puglia, con un tasso del 180,56%. Seguono Molise al 167,05%, Basilicata al 161,15%, Lombardia al 158,15% e Friuli Venezia Giulia al 153,75%. Il Lazio è al 149,57%, il Veneto al 148,89%, la Campania al 146,07% e l’Emilia-Romagna al 140,10%. La Valle d’Aosta è l’unica regione sotto il 100%, con l’87,01%. Anche la Sardegna mostra quanto possa incidere la differenza tra capienza teorica e posti disponibili: è al 93,11% rispetto alla capienza regolamentare, ma sale al 102,69% se si considerano i posti effettivamente utilizzabili. Ancora più marcate sono le differenze tra i singoli istituti. La graduatoria del Garante colloca ai primi posti Lucca, con un tasso indicato del 254,05%, Milano San Vittore al 225,47%, Foggia al 221,19%, Latina al 216,88%, Lodi al 206,98%, Brescia Canton Mombello al 204,95% e Arezzo al 200%. Subito dopo vengono Taranto al 198,14%, Altamura al 193,88%, Udine al 192,86%, Trieste al 191,11%, Cassino al 190,8%, Monza al 190,6% e Busto Arsizio al 190,5%. Regina Coeli, a Roma, è indicato al 188,81%. A Lucca il tasso sale al 254,05%, e ad Arezzo registra un indice del 200%. Aumentano anche le carceri con più di mille persone presenti, passate da nove in aprile a undici a luglio. Napoli Poggioreale è l’istituto più popoloso tra quelli elencati, con 2.287 detenuti e 1.357 posti disponibili. Seguono Bollate con 1.616 persone, Rebibbia Nuovo Complesso con 1.547, Napoli Secondigliano con 1.512, Torino con 1.507 e Palermo Pagliarelli con 1.485. Lecce ne ospita 1.439, Opera 1.357, San Vittore 1.089, Regina Coeli 1.063 e Santa Maria Capua Vetere 1.040. Fra questi istituti il tasso varia sensibilmente: dal 127,55% di Bollate al 225,47% di San Vittore. Il Report dell’Ufficio del Garante restituisce anche la distribuzione dei detenuti nei diversi circuiti. La categoria indicata come “comuni” comprende 46.561 persone, il 71,86% del totale utilizzato nelle tabelle; 9.417, il 14,53%, sono in Alta sicurezza, 7.424 rientrano nella voce “protetti e altro”, 745 sono sottoposti al regime dell’articolo 41-bis e 644 alla categoria “altro”. Il documento precisa che questa classificazione riguarda il circuito penitenziario di assegnazione e non deriva automaticamente dal tipo di reato contestato o giudicato. Guardando alle sezioni, 28.885 persone sono assegnate a quelle ordinarie, 24.634 alle sezioni ordinarie a trattamento intensificato, 1.110 alla custodia attenuata, 9.417 all’Alta sicurezza e 745 al 41-bis. Il Garante aggrega custodia attenuata e trattamento intensificato in un gruppo di 25.744 persone, il 39,74%, mentre sezioni ordinarie, Alta sicurezza e 41-bis raccolgono 39.047 detenuti, il 60,26%. Sono 533, infine, i reparti a vigilanza dinamica, con 14.924 persone, pari al 23,03% delle presenze considerate dal Report. La diffusione non è uniforme: il modello interessa il 44,41% dei detenuti nel Triveneto, il 39,48% in Emilia-Romagna e il 34,46% nell’area Piemonte-Liguria-Valle d’Aosta. La quota scende all’11,09% in Campania, all’8,40% nell’area Puglia-Basilicata e al 4,83% in Calabria. L’aggiornamento di luglio mostra che, rispetto alla precedente rilevazione di aprile, la pressione complessiva non si è ridotta, e conferma quanto la capienza nominale, da sola, non sia sufficiente a descrivere lo spazio realmente disponibile nelle carceri italiane. Minori e carcere: “Investire sulla repressione invece che sull’educazione è un errore” ilviaggiomagazine.it, 11 settembre 2026 Irene Testa è la Garante delle persone private della libertà della Regione Sardegna. Conosce da vicino la realtà delle carceri italiane e, all’indomani del disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri che punta a rafforzare gli strumenti di prevenzione e contrasto della criminalità giovanile, abbiamo cercato di capire quali potrebbero essere gli effetti della riforma. Le misure riguardano i minori tra i 14 e i 18 anni, la fascia di età nella quale, secondo il codice penale italiano, può essere riconosciuta l’imputabilità. Una persona è imputabile quando, al momento del fatto, è in grado di comprendere il significato e il disvalore della propria condotta (capacità di intendere) e di autodeterminarsi, cioè scegliere liberamente come agire (capacità di volere). Secondo Irene Testa, il nuovo impianto normativo introduce una diversa impostazione nell’accertamento dell’imputabilità: mentre finora il principio è stato quello di verificare caso per caso la piena capacità del minore, la riforma tenderebbe a considerare il ragazzo imputabile salvo prova contraria. Saremo davvero più sicuri? Non credo. Si abbandona l’idea che un adolescente sia una persona in formazione e lo si avvicina sempre di più al modello penale degli adulti. La sicurezza non si costruisce trasformando un quattordicenne in un adulto davanti alla legge. Una politica che investe sulla repressione invece che sulla prevenzione non costruisce più sicurezza: costruisce soltanto più esclusione. E quando uno Stato rinuncia a educare e sceglie soltanto di punire, il prezzo lo paga l’intera società. Che cosa significa il carcere per un minore? La giustizia minorile italiana è nata con un principio molto chiaro: il carcere deve essere l’ultima risposta, non la prima. Perché un ragazzo che sbaglia ha ancora il diritto di cambiare. La funzione della pena, nei confronti dei minori, dovrebbe essere anzitutto educativa e orientata al reinserimento, non semplicemente punitiva. Qual è la situazione oggi? Questa scelta arriva mentre la giustizia minorile è già diventata più repressiva. Negli Istituti Penali per i Minorenni sono oggi presenti 581 ragazzi, oltre il 52% in più rispetto al 2022. Nello stesso periodo il numero dei giovani presi in carico dalla giustizia minorile è cresciuto di circa il 25%. Di fronte a questi numeri il Governo non si chiede perché aumentino il disagio, la dispersione scolastica, la povertà educativa o il reclutamento dei minori da parte della criminalità. Sceglie invece la strada più semplice: più carcere, più punizione, meno garanzie. Come si affronta davvero il problema della violenza giovanile? Investendo nella scuola, nei servizi sociali, nella salute mentale, nello sport e nelle comunità educative. È così che si riduce davvero la recidiva. Ogni posto in più in carcere racconta il fallimento di ciò che non si è riusciti a fare prima. La sicurezza nasce molto prima delle sbarre. La riforma della prescrizione è ancora ferma al Senato di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 11 settembre 2026 Prosegue il viaggio del Riformista nelle riforme della giustizia che erano state annunciate all’inizio della legislatura e che sono però ancora in alto mare. Nel caso della prescrizione, lo stop si trascina da più di due anni. Il disegno di legge di riforma della prescrizione era stato approvato dalla Camera il 16 gennaio 2024 e trasmesso a Palazzo Madama il giorno successivo. Da allora è rimasto all’esame della Commissione Giustizia, senza che sia mai arrivato in Aula. Anzi, nel 2026 sono ripartite le audizioni. Il testo è stato presentato dai deputati di Forza Italia Pietro Pittalis, Tommaso Calderone e Annarita Patriarca. Attuale relatore a Palazzo Madama è il senatore di Fratelli d’Italia Sergio Rastrelli. L’obiettivo è mettere definitivamente ordine a un istituto di diritto sostanziale che negli ultimi anni è stato cambiato, sempre sull’onda delle polemiche legate a fatti di cronaca, almeno quattro volte. Dopo la “ex Cirielli” approvata nel secondo governo Berlusconi, quasi tutti i ministri della Giustizia che si sono avvicendati a via Arenula hanno voluto mettere mano alla prescrizione: Orlando, Bonafede, Cartabia. Il progetto della maggioranza di centrodestra è quello di tornare alla prescrizione come causa di estinzione del reato anche nei giudizi di impugnazione, di fatto l’iniziale previsione del 1930 di Alfredo Rocco, cancellando così l’improcedibilità introdotta da ultimo ed evitando dunque che appello e Cassazione si possano trascinare all’infinito. In particolare, il nuovo articolo 159-bis del codice penale prevede che, dopo una condanna di primo grado, la prescrizione venga sospesa per un massimo di due anni. Se in appello la condanna viene confermata, la sospensione può arrivare a un ulteriore anno. Poi il tempo torna a correre. La riforma punta così a cancellare due pezzi centrali della Cartabia: l’articolo 161bis, che fa cessare definitivamente la prescrizione con la sentenza di primo grado, e l’articolo 344-bis del codice di procedura penale, che prevede l’improcedibilità quando appello e Cassazione superano i termini massimi stabiliti dalla legge. La riforma Cartabia aveva “attenuato” in parte le novità introdotte da Alfonso Bonafede, pentastellato ministro della Giustizia, che bloccava tout court la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, di fatto lasciando l’imputato in balia dei magistrati e delle loro tempistiche. Si era scelto di congelare la prescrizione dopo il primo grado, mettendo contemporaneamente un tetto alla durata dei giudizi di impugnazione. Il testo attuale vuole invece mantenere in vita la prescrizione anche dopo la prima sentenza, concedendo però una finestra temporale di sospensione. Sul fronte dei lavori parlamentari, il testo, come detto, è arrivato al Senato nel gennaio 2024. Il 9 e il 18 aprile dello stesso anno si sono svolte le prime audizioni. Poi il rallentamento, fino a trasformare una riforma già approvata da un ramo del Parlamento in un dossier apparentemente senza fretta. Due anni dopo, la Commissione Giustizia ha infatti ripreso le audizioni: il 6 maggio scorso è stato ascoltato Stefano Celli, vicesegretario generale dell’Associazione nazionale magistrati; il 13 maggio Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle Camere penali, ed Enrico Amati, componente della stessa Giunta. Il ritorno alla prescrizione sostanziale non è un dettaglio marginale dell’agenda del governo ma una norma di civiltà. Il processo è già una pena, come diceva Cesare Beccaria e come ricorda spesso Carlo Nordio. Farlo diventare eterno è solo accanimento. I penalisti a Nordio: cosa hanno scoperto gli ispettori sulle intercettazioni illegali a Perugia? di Giulia Merlo Il Domani, 11 settembre 2026 L’Unione nazionale camere penali ha chiesto in una lettera che il ministero renda conoscibili “gli esiti degli accertamenti affidati all’Ispettorato generale del ministero” sulla “gravissima vicenda delle captazioni dei colloqui tra difensori e assistiti avvenute presso la casa circondariale di Perugia Capanne”. La Giunta dell’Unione camere penali italiane ha mandato una lettera al ministro della Giustizia Carlo Nordio, chiedendo che renda “conoscibili, senza ulteriori indugi, gli esiti degli accertamenti affidati all’Ispettorato generale del ministero” sulla “gravissima vicenda delle captazioni dei colloqui tra difensori e assistiti avvenute presso la casa circondariale di Perugia Capanne”. In particolare, i penalisti vogliono conoscere “le cause e l’estensione della violazione, le eventuali disfunzioni riscontrate, le iniziative conseguentemente assunte e le misure organizzative o normative predisposte per impedirne la ripetizione”. I fatti sono stati resi noti il 21 maggio proprio dalle Camere penali, che in un comunicato scrivevano che, “nel carcere di Capanne, a Perugia, sono stati intercettati per circa sei mesi i colloqui tra detenuti e avvocati, pur essendo autorizzata l’attività solo nei confronti di un singolo difensore indagato. Sono stati registrati anche colloqui di almeno quindici altri avvocati, contenenti strategie difensive e informazioni coperte dal segreto professionale. Le registrazioni, invece di essere immediatamente eliminate, sono confluite nel materiale investigativo”. I penalisti hanno già fatto cinque giorni di astensione, dall’8 al 12 giugno, ma, davanti al silenzio istituzionale, hanno deliberato una seconda astensione di sette giorni dal 23 al 29 settembre. Secondo l’Ucpi, infatti, “è difficile immaginare una lesione più profonda del diritto di difesa. La violazione ha inciso direttamente sul suo nucleo essenziale: la possibilità, per ogni persona sottoposta al potere punitivo dello Stato, di comunicare liberamente e riservatamente con il proprio difensore. Una garanzia tanto più necessaria all’interno del carcere, dove chi è privato della libertà personale è interamente affidato alla custodia dello Stato e deve poter confidare nell’esistenza di uno spazio sottratto all’ascolto e al controllo dell’autorità”. Violenza sulle donne: quei “bravi ragazzi” malati di controllo di Fiamma Tinelli Corriere della Sera, 11 settembre 2026 “Sono i nostri figli, per questo cerchiamo di normalizzarli. Ma i segnali sono tutti lì”. Il linguaggio, i gesti, le oppressioni. Per la giudice Paola Di Nicola Travaglini, le radici dell’abuso appartengono a una cultura diffusa. La prima volta capitò un giorno d’inverno di 30 anni fa, nella Pretura bassa e tozza di Sant’Angelo dei Lombardi. Paola Di Nicola Travaglini, allora giudice da poco, quel giorno aveva l’agenda zeppa di udienze: liti, sfratti, creditori. Quando seppe che in aula c’era un tizio che aveva tirato due sberle alla moglie perché quella non gli aveva preparato la cena, confessa, alzò gli occhi al cielo. Che scocciatura. “Non mi pareva una cosa con cui impegnare il Tribunale”. Oggi, Di Nicola Travaglini, Consigliera della Corte Suprema di Cassazione, è tra le più grandi esperte italiane di violenza di genere. Prima magistrata italiana a firmarsi come “la giudice” (ed è stata una battaglia), dopo trent’anni di attività giudiziaria ha scritto Era tanto un bravo ragazzo (HarperCollins), un libro in cui mette in fila i meccanismi che portano uomini “normali” a picchiare, abusare, uccidere le donne. E ha aggiunto una lettera aperta ai padri per dare il via a un cambiamento. Torniamo a quel giorno, trent’anni fa. Che cosa pensò di quell’uomo, della sua reazione verso la moglie che non aveva cucinato? “Che fosse comprensibile. Un reato, sì, ma comprensibile. E sa perché? Perché era un modello che avevamo vissuto tutti. La nostra generazione, quella dei nostri genitori, quella prima ancora. Papà è tornato dal lavoro, è stanco, abbassate la voce”. In principio, racconta, fu il capotavola... “A casa nostra, al posto del nonno non poteva sedere nessuno. Le prime a dirlo erano la nonna, la mamma. Donne che avevano introiettato un modello. Lui può, tu no. Noi, no. È tutto qui. Ed è tantissimo: è il controllo, è il comando, è l’autorità. Si dirà: i tempi sono cambiati. No. È ancora così in gran parte delle famiglie italiane, glielo assicuro”. Perché continuiamo a stupirci quando un uomo che pare “normale” diventa violento? “Perché ignoriamo i segnali d’allarme. Ricordo un insegnante progressista, sui 40 anni, che picchiava e umiliava la moglie. Quando lo arrestammo ripeteva: “Non capisco perché sono qui”. Aveva sfondato una porta davanti ai figli, aveva preso a calci la moglie. Ma per lui era normale, era lei che disubbidiva. La giustizia arriva troppo tardi, veniamo chiamati in causa quando c’è un corpo sull’asfalto. Il problema non è stabilire una pena. È scardinare le cause. E le cause sono culturali”. La discriminazione, scrive, è la radice dell’abuso. In che senso? “Nel senso che perpetua la gabbia dei ruoli. Le donne sono abituate a rinunciare: a una posizione di lavoro, ad avere degli hobby, a fare musica. Finiscono per considerarlo normale. Ma se io la discriminazione non la vedo, la normalizzo, non avverto nemmeno i segnali dell’abuso”. Lei, contro la discriminazione si è battuta... “Anni fa, in Cassazione, anziché “Consigliere”, cominciai a firmarmi “la Consigliera estensora”. Non chiesi il permesso a nessuno: era un mio diritto. E sa da chi arrivarono le maggiori resistenze? Dalle donne. Per secoli, in magistratura, l’autorevolezza è stata declinata al maschile. Abbiamo talmente naturalizzato la differenza di potere tra uomini e donne che neanche la vediamo”. Da dove nasce la violenza? “Dalla paura di perdere il controllo. Spesso basta una minima forma di autonomia: una donna che mette uno smalto più acceso, indossa dei pantaloni bianchi, ride con un’amica. Gesti minuscoli”. Due anni fa, a Piacenza, un ragazzino di 15 anni ha buttato giù dal 7° piano l’ex fidanzatina di 13 che l’aveva lasciato. Il modello di potere resta lo stesso anche per i giovanissimi... “Sì, e hanno nuove forme di controllo. Il 28% dei teenager maschi considera un gesto d’affetto la condivisione della password dei social, il 25% trova del tutto normale la geolocalizzazione della fidanzata. Sembra amore, è possesso”. Sui media, dopo un femminicidio, scatta la ricerca della “normalità” del violento. Perché? “Perché gli uomini violenti sono i nostri figli, i nostri fratelli. Accettare che la violenza sia agita dall’uomo comune costringerebbe la società, e gli uomini in particolare, a guardarsi allo specchio. E comunque, se un figlio sbaglia è colpa delle madri. Al padre non si guarda quasi mai”. Quanto pesa, nella violenza di un ragazzo, il bisogno di sentirsi “maschio” davanti agli altri maschi? “Moltissimo. Il riconoscimento dell’identità maschile passa ancora attraverso lo sguardo degli altri uomini. Quella ci sta, vi faccio vedere come spacco. Il gruppo rafforza questo modello”. Il suo libro è dedicato a 214 donne. Chi è Olga? “Olga era la mamma di tre ragazzini. Fuori, suo marito era ritenuto un uomo meraviglioso, affettuoso, un lavoratore. In casa, distruggeva i giocattoli dei figli, non voleva che sorridessero, che usassero l’acqua calda. Quando ha trovato la forza di lasciarlo, lui l’ha uccisa a colpi d’ascia”. Roberto Vannacci dice che il femminicidio non esiste, che è un omicidio come un altro... “Una donna su tre, in Italia e nel mondo, è quotidianamente vittima di violenza in quanto donna. Se fosse nata uomo non subirebbe quella violenza e non verrebbe uccisa”. Siamo bravissimi a indignarci dopo un femminicidio. Ma indignarsi, scrive lei, non basta... “No, se poi processiamo la vittima mille volte. Perché non ha denunciato? Perché non è scappata? Perché l’ha incontrato ancora? Perché si è vestita così? Ha mai sentito qualcuno che davanti a un anziano truffato gli diceva “cretino, perché ti sei fidato?”. Con le donne, sì. È sempre un po’ colpa loro, e se non è così spetta a loro dimostrarlo”. Il dibattito sul consenso ha arenato la riforma della legge sulla violenza sessuale. Siamo rimasti al Deuteronomio, dove la vittima deve provare di aver gridato per essere creduta? “Il corpo di una donna è intangibile finché non c’è una manifestazione di consenso, punto. Anche se ha bevuto, anche se porta la minigonna, è così sempre, in ogni caso. Il consenso è un incontro paritario di volontà. Se questo non avviene, è stupro”. Se potesse cambiare una sola cosa nell’educazione di un bambino maschio, quale sceglierebbe? “I giocattoli. A tre anni, mio figlio mi chiese una carrozzina come quella con cui portavo in giro sua sorella. Gliela comprai con un bambolotto, era felicissimo. Al parco, una signora mi aggredì: “Ma gli dia un pallone!”. Da quel giorno, mio figlio la carrozzina non la volle più. Ecco quanto pesa il modello sociale”. Cosa dovremmo smettere di ripetere alle bambine? “Di fare le brave. Di stare composte. Di abbassare la voce”. Tre cose concrete che la politica dovrebbe fare subito? “Un testo unico contro la violenza maschile sulle donne. Educazione alla parità e all’affettività sin dagli asili nido e formazione obbligatoria per magistrati, forze dell’ordine, sanitari, insegnanti, servizi sociali e media. Non ultimo, finanziare stabilmente i centri antiviolenza”. Sua figlia Silvia ha inventato un neologismo... “Io e suo padre siamo divorziati. Quando doveva spiegare chi fosse il mio secondo marito o il figlio di mio marito, persone che ama, Silvia si rifiutava di usare gli orribili patrigno o fratellastro, che dicono tutto di una cultura patriarcale. Così, un giorno ha detto: questo è il mio patraltro, questo il fratellaltro. Sono parole bellissime, milioni di famiglie in Italia sentono il bisogno di riconoscere la realtà di un nuovo affetto. Così, Silvia ha sottoposto i suoi neologismi all’Accademia della Crusca. Non le hanno mai risposto”. È morta Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo: si è tolta la vita a 35 anni di Erica Dellapasqua Corriere della Sera, 11 settembre 2026 La mamma aveva la stessa età quando fu uccisa dalla ‘ndrangheta. Denise si è lanciata da una finestra a Roma ed è morta dopo quattro giorni di agonia. La fine del programma di protezione, il trasferimento ad Ariccia, il figlio piccolo. Luigi Ciotti: “Voleva sentirsi libera”. Si è uccisa a 35 anni Denise Cosco, figlia della testimone di giustizia Lea Garofalo, calabrese. La mamma aveva la stessa età quando fu assassinata per mano della ‘ndrangheta e del marito Carlo Cosco, affiliato che ordinò l’omicidio e infine condannato come mandante. Lea Garofalo è stata uno dei simboli della ribellione alle mafie. Secondo quanto si è appreso, il dramma si sarebbe consumato domenica 6 settembre. La donna si è gettata da una finestra ed è morta quattro giorni dopo il ricovero in ospedale. In Corte d’Assise nel 2011, a 19 anni, col volto schermato da un paravento, Denise raccontò di sua madre: “Soffriva, non poteva lavorare. Vedeva che le sue dichiarazioni non avevano portato a niente. Non si sentiva tutelata”. E della decisione, dopo la sparizione, di restare con il padre: “Non avevo scelta, lui è mio padre. Non volevo fare la stessa fine di mia madre. Avevo capito, ma a mio padre non l’ho fatto capire. Sono stata un anno con loro, ho giocato con i loro figli, pur sapendo che avevano ucciso mia madre”. “Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia - aveva detto ancora Denise - perché non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre, ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita”. Denise aveva vissuto sotto tutela, con una nuova identità e in una località segreta, lei assieme al figlio piccolo, che oggi ha quasi quattro anni. Il programma di protezione si è concluso nel 2018. Chi la conosceva la descrive come una donna “profondamente sofferente, spaccata dal suo passato”, impegnata in infiniti tentativi, mai riusciti, di ricucire le ferite di una madre uccisa e di un padre finito in galera dopo che lei stessa aveva testimoniato al processo. Dopo la fine del programma di protezione Denise si era trasferita, con il compagno e il loro bambino, ad Ariccia, paese vicino a Roma. Anche grazie al supporto del programma, lavorava in un ministero nella Capitale. Lea Garofalo, la protezione e l’agguato - Lea Garofalo era nata a Petilia Policastro, provincia di Crotone, nel 1974. Nel 2002 fu sottoposta a protezione dopo che diventò una testimone di giustizia, raccontando le faide interne tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno, Carlo Cosco. Partendo da queste rivelazioni il 7 maggio 1996, le forze dell’ordine arrestarono a Milano Floriano Garofalo, fratello di Lea, boss di Petilia, che fu poi assassinato in un agguato nel 2005. Nel 2009 l’uscita dal programma di protezione e il trasferimento prima a Petilia Policastro e poi a Campobasso. In quell’anno la donna riuscì a sfuggire a un primo agguato. A novembre, però, Cosco riuscì a portare a compimento il suo piano, attirando l’ex compagna a Milano con la scusa di parlare del futuro della loro figlia, Denise, per poi ucciderla e farla sparire. Lea arrivò dalla Calabria assieme a Denise, ancora minorenne. Una telecamera le riprende all’Arco della Pace, in fondo a corso Sempione. Cosco arriva e, con una scusa, separa mamma e figlia, attesa a cena da una parente. Saluta la madre: “Ci vediamo in stazione Centrale alle 23”, il treno che avrebbe dovuto riportarle in Calabria. La donna fu rapita e consegnata a Vito e Giuseppe Cosco: la torturarono lungamente per estorcerle confessioni e infine la uccisero, strangolata. Il corpo venne smembrato e bruciato in un barile, i resti ritrovati in un capannone nella frazione di San Fruttuoso, Monza, nel 2012. Luogo che indicò alle forze dell’ordine Carmine Venturino, ex fidanzato della figlia di Lea, tra gli imputati per l’omicidio e poi diventato collaboratore di giustizia. Per il delitto, al termine di lungo processo concluso a marzo 2012, sono stati condannati all’ergastolo - con sentenze confermate in Appello, nel 2013 e in Cassazione nel 2014 - vari appartenenti al clan Cosco, tra questi l’ex marito di Garofalo, riconosciuto come mandante dell’omicidio. La confessione dell’assassino è arrivata in aula all’apertura del processo d’appello: “Io adoro mia figlia, merito il suo odio perché ho ucciso sua madre”, ha detto Carlo Cosco. In occasione del funerale, celebrato in forma pubblica nel 2013, Denise scrisse di sua madre: “Ha avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura della mafia, la forza di non piegarsi alla rassegnazione. Il suo funerale pubblico è un segno di vicinanza non solo a lei, ma a tutte le donne e gli uomini che hanno rischiato e continuano a mettersi in gioco per la propria dignità e per la giustizia di tutti”. Luigi Ciotti: “Voleva sentirsi libera” - Luigi Ciotti, presidente di Libera e Gruppo Abele, ricorda così: “Oggi è morta una giovane donna coraggiosa e sofferente. Il coraggio e la sofferenza hanno rappresentato i due estremi dentro ai quali si è mossa l’intera vita di Denise, i due piani della bilancia che a lungo ha provato, con tutte le sue forze, a tenere in equilibrio. Oggi però qualcosa, in quel fragilissimo equilibrio, si è spezzato per sempre. Qualcosa si è spezzato dentro la sua anima inquieta e sensibile”. “E qualcosa si sta spezzando anche dentro di noi - osserva ancora Luigi Ciotti - Nel restare fedele al percorso di riscatto iniziato da Lea, la sua adorata mamma, Denise ha dovuto vivere per anni nascosta, senza però mai rassegnarsi davvero, perché il suo sogno era sentirsi finalmente libera e autonoma. Proprio come Lea, Denise aveva infatti una grande sete di vita, di libertà e di amore”. “Vogliamo adesso immaginarla riunita in un grande abbraccio con la sua mamma. Vorremmo dirle “Scusa! Perdonaci per non essere riusciti a tenerti qui con noi”, ma anche “Grazie del tempo che abbiamo passato insieme. Non giudichiamo la sua storia, non innalziamola e non compatiamola. Lei non lo vorrebbe. Denise, resterai per sempre dentro al nostro cuore e al nostro impegno”, conclude don Ciotti. Sicilia. Le celle scoppiano, mancano agenti ed educatori. Viaggio nell’inferno carceri di Salvo Palazzolo La Repubblica, 11 settembre 2026 Cosa c’è dietro le rivolte dell’estate nei penitenziari. A Catania non funzionano le cucine. A Trapani ci sono i topi. Ad Agrigento i piatti si lavano nei bidet. Qualcuno l’ha già ribattezzata l’estate nera delle carceri siciliane. L’episodio più eclatante è accaduto a fine agosto, trenta detenuti si sono impossessati di un’ala della casa circondariale di Siracusa per cinque ore. Pochi giorni dopo, una rivolta ha mandato in ospedale undici agenti. “La situazione delle carceri in Sicilia è ormai drammatica - dice Dario Quattrocchi, il segretario nazionale del sindacato Osapp - e la polizia penitenziaria si trova a fronteggiare compiti che dovrebbero essere di altri”. Ecco la verità: dietro le aggressioni ai poliziotti, le rivolte e le liti in cella c’è un malessere che serpeggia da tanto, troppo tempo. “Nell’indifferenza generale - sussurra un educatore che ogni giorno cerca di dare una speranza di riabilitazione a chi sta dietro le sbarre - come si fa a vivere in questo inferno?”. La Sicilia ha 23 istituti, il numero più alto d’Italia. “E ventuno carceri superano la capienza reale”, denuncia “Ottorighe”, documentatissimo osservatorio sulla giustizia in Italia. Il dato del sovraffollamento in Sicilia è al 130 per cento, sotto la media nazionale del 142 per cento, “ma ci sono punte molto severe” suggeriscono gli analisti. La maglia nera delle carceri isolane spetta ad Augusta, con un sovraffollamento del 178 per cento, con quasi la metà dei posti inagibili. Seguono Giarre (170%), Gela (169%), Piazza Armerina (169%), Catania “piazza Lanza” (168%), Castelvetrano (166%), Enna (151%), Agrigento (147%), Catania Bicocca (144%), Caltanissetta (141%), Palermo Pagliarelli (136%) e Siracusa (131%). Poi, il sovraffollamento rientra nella media nazionale. A guardare i numeri, Barcellona Pozzo di Gotto è dove si sta meglio, il sovraffollamento è fermo all’80 per cento. Ma neanche i numeri raccontano la vera situazione. I numeri servono solo a certificare la crisi. E allora tenete a mente anche questi dati: in Sicilia, c’è un solo educatore per ogni 64 detenuti, praticamente impossibile lavorare così. Poi, manca il 13 per cento della polizia penitenziaria e l’8 per cento di amministrativi. “Il caso più critico è Catania Bicocca - dice l’ultimo report di “Ottorighe”, che fotografa la situazione di agosto - dove il 144 per cento di sovraffollamento si somma a una scopertura di polizia penitenziaria del 27 per cento, la più alta della regione”. A Piazza Armerina, lo squilibrio si sposta sul personale civile: meno 29 per cento sull’organico previsto, con l’istituto già al 169 per cento di sovraffollamento. “Uno squilibrio strutturale - denuncia “Ottorighe” - si presidia, ma non si rieduca”. I numeri continuano ad essere impietosi, ma davvero da soli non raccontano il dramma. I garanti per la tutela dei diritti dei detenuti non smettono di denunciare strutture vetuste che avrebbero bisogno di ristrutturazioni. L’ultima segnalazione arriva da una cinquantina di detenuti di Catania Bicocca per il mancato funzionamento della cucina. A Trapani, i detenuti hanno denunciato invece la presenza di topi nelle celle. Ad Agrigento, i piatti si lavano nei bidet. Bisogna scendere nelle celle dove stanno i più emarginati per capire cos’è davvero il carcere in Sicilia: li abbiamo incontrati nei racconti consegnati dal Garante regionale per la tutela dei diritti dei detenuti, l’avvocato Anthony De Lisi, alla commissione Salute e servizi sociali dell’Ars. A Trapani, dice un primo report, ci sono “70 detenuti con patologie psichiatriche accertate e 160 detenuti che assumono psicofarmaci, eppure la presenza dello psichiatra è garantita solo 4 volte al mese per 4 ore ciascuna”. Carenza di medici e infermieri (ormai provenienti dal servizio sanitario nazionale) c’è anche nelle carceri di Agrigento, San Cataldo, Barcellona, Noto, Giarre, Siracusa, Palermo Ucciardone, Ragusa e Termini: “Con il rischio concreto - ha denunciato il garante regionale - che il servizio di assistenza medica rimanga privo di copertura e non si riesca a fronteggiare il sopraggiungere di eventuali urgenze”. La sanità, che già arranca in Sicilia, va ancora peggio in carcere. A Barcellona Pozzo di Gotto c’è un detenuto che da più di un anno ha bisogno di una protesi alla gamba sinistra e intanto va in giro in sedia a rotelle. In attesa di una visita. Il carcere resta una lunga attesa verso l’ignoto. Sicilia. Il Garante per i detenuti: “Un dramma nell’indifferenza” di Salvo Palazzolo La Repubblica, 11 settembre 2026 L’avvocato Anthony De Lisi lancia un allarme: “Ci vuole più attenzione attorno a un tema che riguarda tutti”. Non si può scoprire che esiste un problema carcere solo quando ci sono 40 gradi”. L’avvocato Anthony De Lisi, da un anno garante regionale per la tutela dei diritti dei detenuti, non usa mezzi termini. “C’è una situazione drammatica nei penitenziari siciliani. E ancora più drammatica è l’indifferenza rispetto a queste problematiche”. Cosa si può fare per vincere questa indifferenza? “Bisognerebbe cambiare mentalità, spesso anche le istituzioni hanno dei pregiudizi. Bisognerebbe ricordare che le condizioni delle carceri sono l’indice di civiltà di una comunità. E dare speranza a chi è recluso serve a tutti, per migliorare la vita delle nostre città”. Invece, le denunce sulle condizioni di vita nelle carceri siciliane continuano a susseguirsi... “E continueranno ancora, ho in corso delle visite nei penitenziari siciliani. In questi giorni, sarò in provincia di Siracusa, dove si sono verificati fatti preoccupanti in pieno agosto. Ora, è la politica che deve muoversi, il governo nazionale. Per fare interventi strutturali”. Quanto l’ufficio che lei dirige può incidere su questa situazione? “Siamo il terminale di tante segnalazioni, che approfondiamo tutte. Certo, se potessimo accedere al sistema informatico che fotografa in tempo reale la situazione dei detenuti potremmo agire più speditamente. Abbiamo scritto al ministero della Giustizia e attendiamo ancora risposta”. Quali rapporti ci sono fra l’ufficio regionale del Garante e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che in Sicilia ha un suo provveditore? “A volte registro una certa indifferenza per le nostre attività. Avevo organizzato per il 10 agosto una manifestazione importante in occasione della Giornata internazionale per la giustizia nelle carceri: un’iniziativa che si sarebbe dovuta tenere all’Ucciardone. Dieci giorni prima, quando già c’era una grande macchina organizzativa in campo, con partecipanti di rilievo, il provveditorato dell’amministrazione penitenziaria mi ha comunicato che bisognava rinviare l’evento”. Cosa avete fatto? “Abbiamo scelto un’altra sede e ci siamo spostati lo Steri. Poi, però, ho preso carta e penna e ho deciso di scrivere al provveditorato per ribadire che dare risalto ai diritti dei reclusi e al riconoscimento del prezioso lavoro di tutti gli operatori impegnati all’interno delle carceri significa anche contribuire a modificare una visione culturale del mondo carcerario purtroppo distorta dal comune sentire”. Umbria. Sovraffollamento, caldo e carenze strutturali: carceri al limite perugiatoday.it, 11 settembre 2026 L’Assemblea legislativa prende atto della relazione di Giuseppe Caforio sull’attività 2025. I numeri: 1.641 detenuti a fronte di 1.324 posti disponibili. Sovraffollamento, alte temperature, detenuti psichiatrici senza strutture adeguate, carenza di personale e di fondi. È un quadro critico quello che emerge dalla relazione dell’ex Garante delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà della Regione Umbria, Giuseppe Caforio, illustrata in Aula a Palazzo Cesaroni dalla consigliera Maria Grazia Proietti. Il documento, che fotografa l’attività svolta nel 2025 e i risultati ottenuti fino ai primi mesi del 2026, evidenzia innanzitutto un problema strutturale: l’Ufficio del Garante non dispone di personale e fondi propri, risultando così limitato nelle proprie prerogative. Al 31 marzo 2026 la popolazione penitenziaria umbra contava 1.641 unità, di cui 81 donne e 723 stranieri, a fronte di una capienza regolamentare di 1.324 posti. Il sistema è caratterizzato da un’alta percentuale di condannati definitivi (1.256): circa il 28% deve scontare una pena superiore ai 10 anni e la percentuale di ergastolani è doppia rispetto a quella delle altre regioni. Due terzi dei detenuti provengono da Toscana, Lazio e regioni meridionali, per fatti commessi fuori dall’Umbria. Tre delle quattro carceri regionali risalgono agli anni ‘80 e sono state costruite senza alcuna coibentazione. Solo alla fine di giugno il Ministero ha stanziato fondi per ventilatori e frigoriferi, che però non arriveranno prima della fine dell’estate. Il forte sovraffollamento aggrava ulteriormente la situazione: i detenuti si trovano in spazi ristretti a temperature disagevoli e hanno iniziato a presentare ricorsi contro queste condizioni, ottenendo sconti di giorni o mesi di pena. Analogo discorso per il mancato riconoscimento del “diritto all’affettività” in uno spazio protetto, sancito dalla Corte costituzionale: le carceri non avrebbero spazi e personale da destinare a ciò, ad eccezione dell’Istituto di Terni. Affrontare i problemi delle carceri risulta complesso anche a causa della suddivisione di responsabilità tra Stato e Regione. La presenza di molti detenuti provenienti da altre regioni crea un aggravio dei costi per l’Umbria, che deve garantire l’assistenza sanitaria, oltre a problemi nella gestione dei farmaci, delle terapie e della disponibilità dei professionisti. Per i detenuti con patologie oncologiche, cardiologiche e respiratorie si rischia l’apertura di numerosi contenziosi, soprattutto per l’elevata età media dei detenuti a Terni, Orvieto e Spoleto. Anche i detenuti psichiatrici rappresentano una criticità: non dovrebbero nemmeno trovarsi nelle carceri e sono soggetti ad autolesionismo e suicidi. Vengono tenuti in isolamento in condizioni inaccettabili e richiedono il controllo di almeno 5 poliziotti. Servirebbero strutture come le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) per assicurare percorsi terapeutici adeguati. Risulta quindi urgente attivare una Rems in Umbria. Nel carcere di Terni il grave sovraffollamento e la forte presenza di detenuti psichiatrici riducono la possibilità di attività e interazioni. A Perugia si registrano situazioni critiche rispetto agli spazi ricreativi e sportivi, in contrasto con la funzione di rieducazione del carcere. I detenuti a fine pena, dopo aver scontato una lunga detenzione, entrano in crisi perché devono affrontare una condizione esterna molto complessa, sia dal punto di vista familiare che lavorativo. Andrebbe quindi creato, laddove possibile, un sistema di reinserimento e formazione lavorativa che consenta a chi ne è in grado di evitare il ritorno al crimine. La relazione affronta anche il trasferimento dei reparti 41 bis, nel frattempo avvenuto, e le incertezze sulla sostituzione del personale che segue quei detenuti altrove. Il timore è che possa verificarsi una situazione paradossale: più spazi a disposizione ma con meno personale. Il “Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria” è stato riportato in Umbria dalla Toscana, restituendo autonomia alla regione, anche se mancano ancora personale e strutture per garantire un funzionamento efficiente. Anche il Tribunale di sorveglianza soffre di carenza di personale e di magistrati, pur dovendo smaltire tanto lavoro pregresso. In conclusione, Maria Grazia Proietti ha rivolto “un ringraziamento al garante uscente, l’avvocato professore Giuseppe Caforio, per il lavoro di ascolto, monitoraggio e dialogo svolto con le persone detenute, con il personale e con le istituzioni coinvolte. Le sue osservazioni costituiscono non soltanto una denuncia delle criticità, ma uno strumento prezioso di conoscenza e di proposta”. L’auspicio è che questa relazione “non venga considerata un mero adempimento annuale, ma diventi la base di un confronto permanente tra Assemblea legislativa, Giunta regionale e soggetti istituzionali competenti, affinché le indicazioni contenute possano tradursi in interventi concreti”. “La civiltà di una società si misura anche da come tratta le persone private della libertà personale - ha aggiunto Proietti - Il nostro impegno deve essere quindi quello di coniugare legalità, sicurezza, diritti e opportunità di inserimento, nella consapevolezza che il carcere non può essere un luogo di esclusione definitiva, ma deve essere uno spazio nel quale la pena possa realmente assolvere la propria funzione costituzionale di rieducazione”. Un ringraziamento e un augurio di buon lavoro è infine andato al nuovo Garante, l’avvocato Andrea Pensi. Sardegna. 41 bis, scontro tra Nordio e la Regione per il trasferimento di 88 detenuti di Giulia Merlo Il Domani, 11 settembre 2026 La governatrice Todde ha detto che impugnerà al Tar e in via incidentale alla Corte Costituzionale tutti gli atti relativi al trasferimento dei detenuti 41 bis in Sardegna. La sezione 41 bis del carcere Nicandro Izzo di Viterbo è stata chiusa e gli 88 detenuti in regime di carcere duro che ospitava sono stati trasferiti nel penitenziario di Uta a Cagliari, in Sardegna. Il sottosegretario alla giustizia e senatore FdI, Alberto Balboni ha detto che la sezione del carcere di Uta è stata “appositamente ristrutturata per renderla adeguata ad ospitare detenuti di elevata pericolosità”. La decisione, però, è osteggiata dalla Regione Sardegna, che ha fatto sapere che impugnerà al Tar e in via incidentale alla Corte Costituzionale tutti gli atti relativi al trasferimento dei detenuti 41 bis in Sardegna. Ad annunciarlo è stata la governatrice Alessandra Todde: “Abbiamo chiesto un accesso agli atti il 4 agosto, sono decorsi 30 giorni e nessuno ha risposto, perché l’importanza della risposta e della leale collaborazione probabilmente non vengono presi in considerazione, e quindi in mancanza di questo noi impugneremo”. Todde ha lamentato di non essere stata informata né coinvolta nel trasferimento, per cui non ci sono state nemmeno comunicazioni scritte. “Quello che vogliamo far capire a questo governo è che non vogliamo essere trattati come cittadini di serie B, e come la Cayenna d’Italia, vogliamo essere trattati come una regione tra tutte le altre”. Il punto fondamentale, secondo Todde, è l’impatto che questi trasferimenti hanno su economia e sanità e stima un impatto di circa 15 milioni per i detenuti trasferiti a Uta. I rapporti col ministero sono più tesi che mai: “Io mi rifiuto di incontrare il ministro Nordio, l’ho incontrato un anno fa e mi è stato detto in pubblico, davanti a tutti, che lui avrebbe condiviso le scelte con noi, invece non ha condiviso un accidente. Perciò io non voglio essere presa per i fondelli. Io rappresento tutti, per cui un ministro che mi ha preso in giro non si merita che io gli chieda altri incontri, si merita che vada in Corte Costituzionale”, ha detto Todde. Dura risposta è arrivata dal sottosegretario Balboni, che ha definito “ipocrita” che Todde “contesti la realizzazione di un progetto portato avanti da Bonafede, Conte, Renzi, Gentiloni e da tutti coloro che negli anni precedenti hanno programmato questo riordino del sistema penitenziario”. Sardegna. Tutte le fake sui mafiosi trasferiti. Anche Bonafede disse sì di Ermes Antonucci Il Foglio, 11 settembre 2026 Gli 88 detenuti trasferiti nel carcere di Uta al 41-bis non hanno aggravato il sovraffollamento né sottratto agenti alle altre sezioni. Inoltre la sicurezza dell’istituto verrà potenziata. Todde attacca Meloni ma il progettato risale al 2009 ed è stato approvato da governi di ogni colore, compreso quello guidato da Conte. La Sardegna invasa dai mafiosi. Le carceri che scoppiano. Gli agenti penitenziari costretti a fronteggiare l’ennesima emergenza. E poi la mafia che, dalle celle del 41-bis, si espande sull’isola, inquinando il territorio circostante. Sulla vicenda degli 88 detenuti trasferiti al carcere di Cagliari-Uta si è costruita una narrazione da invasione criminale, alimentata soprattutto dalla governatrice sarda Alessandra Todde (M5s), che ha attaccato il governo Meloni per avere deciso di trasferire i detenuti senza coinvolgere la regione. Peccato che buona parte di quello che viene raccontato non corrisponda ai fatti, che smentiscono clamorosamente anche la ricostruzione politica della vicenda. Primo. Gli 88 detenuti al 41-bis, secondo la rappresentazione offerta in questi giorni, avrebbero aggravato ulteriormente il problema del sovraffollamento del carcere di Uta, ma non è così. I detenuti sono stati trasferiti in una sezione 41-bis inaugurata lo scorso luglio, composta complessivamente da 91 camere di pernottamento. Si tratta di una palazzina autonoma, separata dalle sezioni ordinarie dell’istituto. Gli 88 detenuti, dunque, non sono stati sistemati negli spazi già occupati dagli altri reclusi. Sono stati trasferiti in una struttura realizzata precisamente per ospitare detenuti sottoposti al regime di carcere duro. Secondo. Si sostiene che l’arrivo dei mafiosi avrebbe scaricato un ulteriore peso sulle spalle degli agenti penitenziari, già alle prese con una cronica carenza di organico. In questi giorni, però, sono arrivate a Uta 70 unità di Polizia penitenziaria del Gruppo operativo mobile, il reparto specializzato nella vigilanza dei detenuti sottoposti al 41-bis. Le 70 unità resteranno permanentemente a Cagliari per occuparsi della vigilanza del nuovo reparto. Quindi non c’è l’aggravio sul personale già in servizio. Terzo: la sicurezza dell’isola. C’è chi ha scritto che portare 88 mafiosi in Sardegna significhi portare la mafia fuori dal carcere, favorendo contatti, relazioni e infiltrazioni sul territorio. E’ una previsione che viene presentata quasi come una conseguenza automatica del trasferimento. La situazione risulta piuttosto diversa. Secondo quanto riferito al Foglio da autorevoli fonti del governo, proprio l’apertura del nuovo reparto si accompagnerà a un potenziamento della sicurezza perimetrale del carcere, con volanti e vigilanza armata sul muro di cinta. A questo si aggiungerà l’impiego pianificato di operatori della Direzione generale delle specialità del Dap (che coordina i reparti speciali della polizia). Ma il paradosso più evidente riguarda la polemica politica. Todde ha contestato al governo di avere deciso unilateralmente di concentrare in Sardegna i mafiosi. Ma il progetto della sezione 41-bis di Uta risale al 2009. Non è una trovata del governo Meloni, né del ministro della Giustizia Carlo Nordio. L’opera venne approvata sotto il governo Berlusconi e poi è stata portata avanti da tutti i governi successivi, incluso quello guidato da Giuseppe Conte e dal Movimento 5 stelle, lo stesso partito dal quale proviene Todde. Basti pensare che il 30 settembre 2020, durante un’audizione al Senato, l’allora ministro grillino della Giustizia, Alfonso Bonafede, parlò proprio dei lavori per il reparto destinato ai detenuti al 41-bis: “Sottolineo ancora che sono ripresi i lavori di completamento del reparto 41-bis di Cagliari Uta, per 92 posti, che dovrebbe essere ultimato entro il corrente anno”. Quello che oggi viene raccontato come il colpo di mano del governo Meloni è quindi il risultato di un progetto vecchio di quasi vent’anni. Todde, come chiunque altro, può certamente contestare la scelta di destinare a Uta 88 detenuti al 41-bis, ma ciò che appare difficile da sostenere è che il governo abbia inventato dal nulla un carcere per mafiosi senza che nessuno, prima di Meloni, sapesse che esisteva un progetto per realizzarlo. Per non spargere notizie false sulla vicenda dei mafiosi trasferiti in Sardegna, insomma, servirebbe ricordare quello che è successo prima del governo Meloni. Compreso quello che diceva Alfonso Bonafede. Firenze. Il Governo chiede il dissequestro delle sezioni del carcere di Sollicciano di Giulia Merlo Il Domani, 11 settembre 2026 Il sottosegretario Balboni ha detto che in seguito al sequestro, dovuto a “presunte mancanze” si è determinato, “come conseguenza evidentemente non valutata in modo adeguato, un ritardo nei lavori di ristrutturazione dell’istituto”. La polemica sulle carceri si è allargata anche a Sollicciano. Alcune sezioni del carcere sono state sequestrate a causa di violazioni igienico-sanitarie e il ministero della Giustizia ha fatto sapere di aver impugnato la sentenza del tribunale di Firenze che ha rigettato la richiesta dell’amministrazione penitenziaria per il dissequestro. Il sottosegretario Alberto Balboni ha detto che in seguito al sequestro, dovuto a “presunte mancanze” si è purtroppo determinato, “come conseguenza evidentemente non valutata in modo adeguato, un ritardo nei lavori di ristrutturazione dell’istituto, per i quali il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aveva da tempo già stanziato i fondi necessari ed era da tempo pronto a procedere nell’esecuzione degli stessi”. Il risultato sarebbe quindi un paradosso: “Il sequestro allontana il momento in cui le sezioni risanate potranno accogliere di nuovo i detenuti e quindi portare a una riduzione del sovraffollamento che grava sugli altri istituti della Toscana, che nel frattempo hanno dovuto accogliere i detenuti trasferiti da Sollicciano”. Le parole di Balboni sono state stigmatizzate dall’opposizione, con Lorenzo Falchi, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra in Regione Toscana: “Definire ‘presunte mancanze’ le drammatiche e acclarate violazioni igienico-sanitarie e di sicurezza sul lavoro che hanno costretto la magistratura a disporre il sequestro di alcune sezioni di Sollicciano, è un insulto inaccettabile a chi in quel carcere è costretto a sopravvivere e a chi vi lavora ogni giorno” e “l’interesse del Governo non è garantire i diritti fondamentali, ma avere a disposizione più celle per stipare persone”. Firenze. Sollicciano, nuovo braccio di ferro. Il ministero ricorre contro i sigilli di Valentina Marotta e Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 11 settembre 2026 Per il gip Moneti c’è da aspettare che l’Asl indichi i lavori da fare e come farli Il sottosegretario Balboni: fondi stanziati, ma la ristrutturazione non può iniziare. Un’altra partita giudiziaria si gioca su Sollicciano. Il ministero della Giustizia, che non aveva impugnato il provvedimento di conferma del sequestro emesso dal Riesame per sette sezioni del carcere fiorentino ritenute in condizioni disumane, chiede di nuovo la revoca dei sigilli ma incassa un altro rifiuto dal gip. E allora ricorre, ancora una volta, al Tribunale del Riesame. Ad annunciare la mossa è il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni. Il sequestro - sostiene - “ha determinato, come conseguenza evidentemente non valutata in modo adeguato, un ritardo nei lavori di ristrutturazione dell’istituto per i quali il Dap aveva da tempo già stanziato i fondi necessari ed era da tempo pronto a procedere nell’esecuzione. Si allontana, quindi, paradossalmente il momento in cui le sezioni risanate potranno riaccogliere i detenuti” con la “conseguente diminuzione dell’affollamento” delle altre carceri toscane, che “nel frattempo hanno dovuto accogliere i detenuti trasferiti da Sollicciano”. Il sottosegretario auspica una decisione diversa del Riesame “nell’interesse della giustizia e del benessere dei detenuti”. Già a inizio estate, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aveva parlato di 9 milioni stanziati per la ristrutturazione di Sollicciano, affermando di procedere all’aggiudicazione della progettazione dei lavori. I cantieri al momento non possono partire perché nessuno, neppure la direzione di Sollicciano, può accedere alle aree sotto sequestro: “È davvero paradossale - ha commentato il garante dei detenuti di Firenze Giancarlo Parissi - che dopo quasi tre mesi dal sequestro delle sette sezioni, niente si sia mosso all’interno di quelle stanze e di quei corridoi, anche alla luce del fatto che il Dap avrebbe già incaricato una ditta per la ristrutturazione. Non si poteva pensare di dare libero accesso almeno agli operai per iniziare la riqualificazione?”. L’inchiesta della Procura fiorentina sulle gravi condizioni di degrado di Sollicciano si è aperta il 16 giugno, con il sequestro di sette sezioni e l’ordine di trasferire i detenuti - oltre 200 - in altre case circondariali. Il fascicolo, tuttora senza indagati, ipotizza la violazione del Testo unico sulla sicurezza e salute nei luoghi di lavoro. Le risorse necessarie per la ristrutturazione interna, secondo quanto ricostruito dalle indagini, non sarebbero state erogate: da qui l’umidità e la muffa nelle celle e lungo i corridoi dell’edificio. In quella struttura, vivono reclusi e operano agenti e medici ai quali bisogna assicurare, ritiene la Procura, condizioni dignitose di lavoro. Ma quel sequestro al Guardasigilli non va giù. Impugna il decreto, contestandone la legittimità: non si può applicare la normativa in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro al carcere, né un giudice può disporre il trasferimento dei detenuti. Il Tribunale del Riesame di Firenze conferma i sigilli ma annulla lo spostamento dei reclusi. Il ministero non ricorre in Cassazione e il provvedimento diventa definitivo. Dopo Ferragosto, il ministero torna alla carica. E chiede la restituzione delle sezioni, alla luce dell’importante cifra stanziata per la ristrutturazione e in virtù del fatto che sono vuote dopo l’allontanamento dei reclusi. Ma il gip Alessandro Moneti dice no. Per avviare la ristrutturazione, precisa il giudice, occorre attendere entro fine settembre le prescrizioni delle Asl di Roma e di Firenze in merito ai lavori da compiere e alle modalità da seguire. Ma il ministero non ci sta, e oggi presenta il nuovo ricorso. Belluno. Urla e rumori nella notte: sono i detenuti di Baldenich in protesta di Matteo Lazzarin Il Gazzettino, 11 settembre 2026 La direttrice precisa che si è trattato non di una rivolta ma di una protesta pacifica. Urla e strepiti nella notte. Lunedì il quartiere di Baldenich è stato scosso da forti rumori provenienti dal carcere. Attorno alle 23.40 si sono sentiti distintamente suoni di protesta provenire dalla casa circondariale. Tutto è rientrato attorno a mezzanotte, ma chi abita in zona si è chiesto cosa fosse successo, anche lanciando il quesito al popolo dei social. Del resto, la prigione bellunese è solitamente tranquilla e non è certo abitudine il fatto che produca rumori molesti in piena notte. Ma cos’è successo? “Nulla di grave” risponde la direttrice del carcere, Fabiana Sasso, senza sottrarsi alla domanda. Impossibile però sapere da lei nel dettaglio cos’è successo. La precisazione però viene subito dopo: “Nessuna rivolta. Semmai una piccola protesta pacifica. Un evento che può capitare all’interno di un istituto penitenziario”. Protesta per il caldo nelle celle della struttura? La direttrice non va oltre (“il motivo della protesta non posso dichiararlo”) ed è più che comprensibile: quella carceraria è pur sempre una comunità fatta di persone e di fragilità, fatta di dinamiche che spesso possono sfuggire a chi sta fuori. La percezione dall’esterno si concentra di più sull’edificio, ed è quella di un complesso di strutture con un’età notevole alle spalle. Il “Baldenich” risale agli anni Trenta del secolo scorso e ha tutti i problemi che possono avere le case con cento anni di vita. “I problemi strutturali ci sono, come è normale per un carcere degli anni Trenta ammette la dottoressa Sasso -. Ma c’è anche una squadra di manutentori che quotidianamente si prende cura della casa circondariale. A loro va il mio ringraziamento, perché risolvono ogni giorno i piccoli problemi che possono insorgere. Sono in corso interlocuzioni con i livelli superiori per lavori di manutenzione straordinaria, che possano garantire interventi più corposi alla struttura”. Ma ovviamente richiedono tempi diversi e investimenti che non dipendono dalla direttrice del Baldenich. Quanto ai numeri, il carcere di Belluno sembra essere in buona compagnia. “Sovraffollamento? È una caratteristica di tanti istituti penitenziari del nostro Paese, visto che gli spazi talvolta non bastano - dice la direttrice Sasso -. L’obiettivo rimane comunque quello di svolgere appieno le attività per favorire la riabilitazione dei detenuti qui ospitati e agevolare il loro ritorno in società, attraverso un percorso che dissuada o comunque contrasti possibili reiterazioni dei reati commessi. In questo contesto si inserisce anche lo sviluppo delle attività sportive. E un laboratorio di mindfulness che abbiamo avviato a luglio per favorire il rilassamento attraverso tecniche di respirazione e di autoesame interiore”. Milano. Solidarietà in memoria di Youssef: “Due anni fa morì a San Vittore. Aiutiamo i ragazzi rimasti soli” di Marianna Vazzana Il Giorno, 11 settembre 2026 Rilanciata la raccolta fondi a cura di tre assistenti sociali e volontari che affiancano detenuti e non solo: “Finora, donati oltre 5mila euro da più di 200 benefattori, utilizzati per sostenere 31 minori e giovani adulti”. Era il 6 settembre 2024 quando Youssef Barsom, diciottenne egiziano, morì in un incendio nella sua cella a San Vittore. In sua memoria, un anno fa, professionisti e volontari che ogni giorno lavorano a fianco di ragazzi, minori non accompagnati o giovani adulti senza punti di riferimento e in grave stato di indigenza, dentro le carceri e non, hanno promosso una raccolta fondi in sua memoria. Un modo per non dimenticare Youssef tendendo una mano a ragazzi come lui, affinché le loro storie possano avere un lieto fine. L’iniziativa - I promotori sono Greta Evangelista, Luigi Grigis, assistenti sociali, e Chiara Poletti, tutrice volontaria di minori stranieri non accompagnati. Ora rilanciano l’iniziativa, per continuare la missione. “Abbiamo quasi esaurito i fondi. In un anno - spiega Grigis - abbiamo raccolto 5.071 euro donati da oltre 200 persone, che ci hanno consentito di aiutare 31 ragazzi e ragazze”. Chi? “Il 90%, giovani, maschi, tra i 18 e i 24 anni, che non beneficiano più delle tutele minorili e senza famiglie alle spalle. La maggior parte sono stranieri con o senza permesso di soggiorno, oppure italiani di seconda generazione”. “Ragazzi soli, a volte senza un posto per dormire - sottolinea Grigis - senza poter chiamare casa, senza cure”. Sulla pagina Instagram “In memoria di Youssef” (che si scrive senza spazi tra le parole) viene spiegato per cosa sono stati utilizzati i fondi raccolti nell’ultimo anno: la maggior parte (30,9%), “per beni di prima necessità”, intendendo “spesa alimentare e non alimentare soprattutto di quei ragazzi e ragazze che si trovano nelle carceri italiane o per strada”. Altra grossa fetta (30,5%) riguarda la voce “cellulare”, “strumento ormai essenziale per la sopravvivenza: senza di esso non si possono chiamare famigliari, amici o i servizi sociali, non si può cercare lavoro né essere reperibili, né si può accedere ai documenti, alla formazione o ai servizi sanitari. L’isolamento sociale passa anche da quello digitale e per questo motivo il fondo ha deciso di donare smartphone a ragazze e ragazzi in difficoltà che ne erano sprovvisti”. Il resto è stato speso per finanziare attività sportive, per gli spostamenti, per il pagamento di alloggi, per la formazione, per indumenti e richieste di documenti. Come inviare richieste di aiuto - “I fondi raccolti - precisano i promotori - sono gestiti privatamente e senza scopo di lucro. La gestione avviene a titolo volontario da parte del nostro gruppo”. I ragazzi da aiutare “ci vengono segnalati dai servizi sociali, da associazioni o da volontari”. Ma tutti possono inviare richieste di aiuto all’indirizzo inmemoriadiyoussef@gmail.com. “Ogni richiesta viene valutata con l’obiettivo di garantire l’accesso al fondo al maggior numero possibile di beneficiari”. Per donare, tutte le informazioni sono sulla pagina Instagram dedicata all’iniziativa. Parma. Pene da scontare “sul campo”: detenuti addetti al verde di Antonio Bertoncini Gazzetta di Parma, 11 settembre 2026 Firmata una convenzione dal sindaco Guerra e dal presidente del Tribunale Corder. Chi subisce una condanna a pene detentive, ma solo per reati ritenuti compatibili previsti dalla legge, a Parma potrà chiedere al giudice di evitare il carcere, impegnandosi a svolgere gratuitamente con continuità e per tutto il tempo stabilito, lavori di pubblica utilità a titolo del tutto gratuito. Questa possibile forma di giustizia riparativa è ora concretamente possibile grazie alla firma della convenzione sottoscritta ieri nella sala di rappresentanza del municipio dal presidente del Tribunale Paolo Corder e dal sindaco Michele Guerra. Alla presenza di diversi rappresentanti di enti istituzionali direttamente interessati fra i quali gli assessori Ettore Brianti (servizi sociali) e Francesco De Vanna (lavori pubblici, settore nel quale saranno impiegati i primi detenuti ammessi a scontare la pena alternativa alle dipendenze del Comune), Veronica Valenti, garante dei detenuti, Maurizio Boselli, presidente sezione penale del Tribunale, Francesco Mattioli, presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Parma, Valentina Tuccari, presidente della Camera Penale, Varno Maccari, comandante della polizia locale, e i rappresentanti delle forze dell’ordine, tutti a vario titolo potenzialmente coinvolti nella gestione del progetto. Tutti i presenti hanno manifestato apprezzamento e spirito di collaborazione. “La firma di questa convenzione, che prevede l’inserimento di persone condannate in lavori di pubblica utilità come modalità alternativa alla detenzione carceraria - ha affermato il sindaco all’atto della firma - è un ulteriore segnale di coesione e solidarietà sociale che contraddistinguono la nostra comunità. Il protocollo, che prevede di dare opportunità di lavoro come alternativa al carcere a persone condannate per reati compatibili, è in linea con la nostra scelta di inclusione in tempi in cui non è facile praticare queste politiche. Ed è anche l’espressione di una collaborazione fra istituzioni, a Parma particolarmente virtuosa, che si manifesta con relazioni franche, dirette e rispettose delle prerogative degli enti coinvolti”. Sul valore della collaborazione istituzionale ha insistito anche il presidente del Tribunale: “Questo testo - ha affermato Paolo Coder - è il prodotto del lavoro di tante persone. Si tratta di applicare sanzioni penali trasformandole in lavoro a vantaggio della comunità, restituendo onore e dignità a persone che hanno sbagliato, offrendo loro una chance di riscatto, perché il lavoro scaccia vizio e noia”. Il documento firmato in municipio si pone come strumento di applicazione della normativa in materia, che prevede che il Giudice di pace e il Giudice monocratico possano applicare, su richiesta dell’imputato, la pena del lavoro di pubblica utilità, non retribuito, in favore della collettività. L’assegnazione avverrà sulla base delle competenze professionali e attitudini, a seguito di presentazione di un curriculum e di un colloquio motivazionale. Il Comune dovrà segnalare tempestivamente eventuali comportamenti scorretti e redigere una relazione al termine del periodo di impiego gratuito. A margine della breve cerimonia, l’assessore Francesco De Vanna, reduce da un recente incontro in carcere per l’inserimento lavorativo dei detenuti, ha reso noto che le persone ammesse a scontare la pena alternativa saranno in una prima fase impegnate nei settori di manutenzione e cura del verde pubblico. I primi inserimenti sono previsti entro la fine dell’anno, dopo la presentazione delle candidature, i colloqui e le valutazioni motivazionali. Genova. Genitorialità, carcere e comunità: due seminari per uno sguardo condiviso percorsiconibambini.it, 11 settembre 2026 Il 9 ottobre e il 6 novembre, alla Biblioteca De Amicis di Genova, due appuntamenti promossi dalla rete de “La Semina dei Sogni” per mettere a confronto esperienze, competenze e istituzioni sul sostegno alla genitorialità e ai figli di persone detenute. Due momenti di confronto per parlare di genitorialità, carcere e comunità, mettendo in dialogo chi, con ruoli e competenze differenti, incontra quotidianamente bambini, famiglie e persone detenute. È l’obiettivo dei due seminari promossi dalla rete del progetto “La Semina dei Sogni”, in programma venerdì 9 ottobre e venerdì 6 novembre 2026, dalle 9 alle 13, presso la Sala Luzzati della Biblioteca De Amicis di Genova, ai Magazzini del Cotone. Gli incontri, rivolti in particolare a operatori, istituzioni e realtà associative, vogliono essere un’occasione per condividere esperienze e strumenti ma anche per rafforzare il dialogo tra la rete progettuale, i servizi territoriali e il sistema penitenziario. Un progetto che mette al centro bambini e famiglie - “La Semina dei Sogni”, selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, è partito nel 2025 in Liguria con l’obiettivo di sostenere i minori figli di persone detenute e le loro famiglie. Il progetto si sviluppa nell’arco di quattro anni tra Genova, Chiavari e Sanremo, con il supporto della Regione Liguria e l’adesione degli istituti penitenziari di Genova Marassi, Genova Pontedecimo, Chiavari e Sanremo, insieme a scuole, centri educativi e servizi territoriali. Nel corso dei quattro anni è prevista la presa in carico di circa 500 bambini e ragazzi tra 0 e 14 anni, attraverso percorsi individuali e di gruppo, insieme alla realizzazione di circa 30 eventi comunitari pensati per rafforzare i legami tra famiglie, bambini e comunità, dentro e fuori gli istituti penitenziari. I due seminari nascono proprio all’interno di questo percorso: un’occasione per raccontare quanto costruito, condividere le esperienze maturate e allargare lo sguardo, mettendo in relazione il lavoro della rete con quello delle istituzioni pubbliche e penitenziarie. Il primo seminario, venerdì 9 ottobre, partirà dall’esperienza de “La Semina dei Sogni” e dal percorso compiuto dopo oltre un anno di attività. Dopo l’apertura dei lavori, il programma prevede un intervento di Con i Bambini e una restituzione sul progetto attraverso esperienze, dati intermedi ed evidenze emerse dal monitoraggio. Il confronto si allargherà quindi al tema dell’adulto al bambino e delle esperienze traumatiche, per arrivare al valore etico del sostegno alla genitorialità fragile, con l’intervento di Enrico Quarello, vicepresidente Cismai. Il secondo appuntamento, venerdì 6 novembre, allargherà ulteriormente la prospettiva al rapporto tra minori, carcere e territorio. Interverranno, tra gli altri, Vanessa Niri di Arci Genova, Catia Taraschi, dirigente funzioni centrali Prap, e Domenico Pellegrini, Presidente del Tribunale per i Minorenni. Uno spazio sarà inoltre dedicato all’esperienza di Rete Barchetta Rossa e al confronto con le direttrici degli istituti penitenziari di Genova Marassi, Genova Pontedecimo, Chiavari e Sanremo. La partecipazione è gratuita, con posti limitati. È possibile iscriversi al seminario del 9 ottobre, a quello del 6 novembre oppure a entrambi attraverso un unico modulo di registrazione. Iscriviti qui: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSdZb_fgjhH09e9IygomHw9e6rBLYL-KahxoSsW51Zkp6cPtMw/viewform Rovigo. La “street art” al carcere minorile Corriere del Veneto, 11 settembre 2026 Laboratorio con i detenuti, due opere. “Alcuni di loro hanno talento”. Dall’orto all’arte urbana, proseguono le iniziative a favore dei detenuti del carcere minorile “Vivaldi” inaugurato lo scorso gennaio in via Mazzini, nel centro storico cittadino. Dopo l’”orto etico” promosso dai giovani imprenditori di Confagricoltura Rovigo, che hanno insegnato ai giovani detenuti a coltivare angurie e meloni nel carcere, si è concluso anche il progetto “Racconti di comunità” condotto dall’associazione “Art Flood” attraverso il festival “Deltarte”, grazie al progetto “Horizon” di Caritas di Adria e Rovigo. Il percorso ha previsto cinque incontri pomeridiani della durata di due ore ciascuno, durante i quali i minorenni ristretti della struttura hanno partecipato a un laboratorio di “street art” coordinato dalla curatrice Melania Ruggini e da Lisa Bettini e Monica Varliero. I partecipanti hanno realizzato due opere pittoriche su pannelli ispirate all’arte urbana. Le opere rappresentano, attraverso la tecnica del “doodle” - l’atto di scarabocchiare senza un intento preciso - e l’uso dello “slang” giovanile, due writer che, con le bombolette spray, colorano la propria città e la trasformano in un posto più accogliente e inclusivo. Ogni partecipante, spiega Ruggini, “ha personalizzato il soggetto principale con simboli legati alla propria cultura e alla propria esperienza personale. Questi elementi sono diventati anche espressione della propria idea di comunità e di appartenenza, emersa dal confronto tra storie, identità e background culturali diversi all’interno del gruppo”. L’ultimo incontro è stato dedicato alla condivisione e alla visione di una selezione di fotografie dei murales realizzati negli anni dal festival “Deltarte” in diversi edifici pubblici del territorio, tra cui scuole, palestre e biblioteche di vari comuni Durante il confronto, spiega ancora la curatrice Ruggini, “si è parlato anche della possibilità di realizzare vere e proprie opere murali all’interno del “Vivaldi” e nelle sue pertinenze, per dare una nuova identità e creare un ponte con la comunità rodigina. La proposta è stata accolta con molto interesse: i partecipanti si sono dimostrati propositivi e motivati a proseguire il percorso intrapreso. E alcuni di loro sono piuttosto dotati per il disegno e la pittura”. Venezia. Artigiane, creatrici, modelle: il riscatto dal carcere ansa.it, 11 settembre 2026 Sfilano le detenute con gli abiti della sartoria. Donata una toga al viceministro Sisto. Una ventina di detenute della Casa circondariale femminile della Giudecca, a Venezia, hanno sfilato oggi pomeriggio indossando gli abiti realizzati nella sartoria del carcere: il progetto, chiamato Banco Lotto n° 10, è promosso dalla cooperativa sociale Il Cerchio e dal 1999 offre alle donne recluse formazione e opportunità professionali nel settore della moda e dell’artigianato. Sul tappeto rosso steso lungo il chiostro le detenute hanno portato gli abiti più iconici di Banco Lotto e alcuni modelli della nuova collezione, venduti all’esterno nel nuovo spazio di Rio Terà Sant’Aponal, poco distante da Rialto. E in questi giorni anche al Lido, in occasione della Mostra del Cinema. A piedi scalzi, la soddisfazione dipinta sul volto, le donne hanno indossato cappotti, vestaglie, abiti dai tessuti pregiati provenienti anche dalla tessitura Bevilacqua La Masa. A sostenerle gli applausi sinceri del pubblico. “Questa sfilata, che abbiamo voluto chiamare ‘La Valigia Fantasma’, nasce da un’idea semplice - ha spiegato la direttrice Maurizia Campobasso -. Ogni donna che entra in carcere porta con sé un bagaglio di errori e sofferenze, di capacità che devono essere riscoperte. Il lavoro ridà dignità e autonomia, capacità di ricostruire il proprio futuro nella legalità”. Presente il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, che ha ricevuto una toga realizzata proprio dalle detenute: “La porterò con orgoglio - le sue parole -. L’evento di oggi evidenzia che dobbiamo andare oltre i muri, abbattere le diffidenze. Questo istituto penitenziario è un fiore all’occhiello perché ha un tasso di sovraffollamento del 96%, mentre altrove si raggiunge il 130-140%. Significa che dobbiamo fare di più”. Ha ricordato quindi la recente introduzione del provvedimento domiciliare per i detenuti con problemi di tossicodipendenza: “Riguarderà solo 500 casi per ora ma siamo pronti a portarli a ottomila”, ha concluso. “Quello che non hai sentito”: diciotto voci dal carcere che costringono ad ascoltare dossiercultura.it, 11 settembre 2026 Voci che nessuno ascolta, storie che non si dimenticano C’è un mondo che esiste dietro un cancello, ma che la maggior parte di noi preferisce non immaginare. Marco Erba, insegnante di Lettere in una scuola superiore della provincia di Milano e autore di romanzi pubblicati da Rizzoli, ha deciso di attraversare quella soglia. Il risultato è “Quello che non hai sentito. 18 voci dal carcere”, in uscita per Edizioni Ares (304 pagine, 20 euro), con una prefazione di Marta Cartabia, ex Presidente della Corte Costituzionale e già Ministra della Giustizia. Diciotto persone - detenuti e operatori, agenti della polizia penitenziaria, educatori - raccontano in prima persona. Nessuna mediazione, nessuna semplificazione. Solo voci che escono dall’ombra. La pena non è vendetta: cosa dice il libro “La prima volta che sono entrato in un carcere ho conosciuto un detenuto di dieci anni più giovane di me. Aveva letto un mio libro, lo aveva consigliato a sua figlia di tredici anni. ‘Il tuo libro ci ha unito, ha superato le sbarre’, mi ha detto”. È da quell’incontro che nasce “Quello che non hai sentito”: un libro che mette in discussione il classico “buttate via la chiave”, che Erba definisce “un’illusione rassicurante che trasforma lo Stato in un bullo”. Tra le voci che parla anche Maurizio: “Non è stato un cambiamento rapido: la consapevolezza non arriva di punto in bianco. Si cambia un pezzettino ogni giorno, solo se trovi il posto giusto e le persone giuste”. E Corrado: “Lascio poco spazio ai sensi di colpa, non servono a niente. I brutti ricordi invece li custodisco: quelli aiutano a capire. Non sono una vittima: sono stato chiuso in carcere il tempo giusto”. Marta Cartabia: “Questa fatica è preziosa” In prefazione, Marta Cartabia richiama Calamandrei e De Gasperi: sul carcere non servono opinioni nate dalla paura, bisogna aver visto. E chi vede capisce che un tempo carcerario vuoto genera solo rancore e recidiva; un tempo abitato da lavoro, studio e relazioni incarna invece l’articolo 27 della Costituzione - rieducare e restituire alla società una persona diversa. “Le storie raccolte in questo libro costringano a rivedere concetti che credevamo semplici: colpa, responsabilità, sicurezza, rieducazione, perdono, recidiva, accoglienza, dignità” scrive Cartabia. “Ogni voce aggiunge un elemento che non si lascia sistemare senza fatica nel quadro precedente. E questa fatica è preziosa, perché la realtà non diventa più vera quando la semplifichiamo; diventa soltanto più maneggevole per le nostre paure”. Marco Erba collabora con il quotidiano Avvenire, dove tiene rubriche su adolescenza ed educazione. Ha pubblicato tra gli altri “Fra me e te”, “Città d’argento” e “Il male che hai dentro” (tutti per Rizzoli). In questo libro sceglie un registro diverso: voci in presa diretta, nomi di battesimo, storie che non si nascondono ma non chiedono pietà. Il carcere come “specchio duro dei fallimenti sociali, dove finiscono marginalità e disagi mai curati prima”. E la giustizia come possibilità - non come vendetta. Citando Steinbeck, Erba conclude con una parola: Timshel. Tu puoi. La libertà come volontà di Virginia Saba ilviaggiomagazine.it, 11 settembre 2026 Beniamino Zuncheddu: “Decidere chi vuoi continuare a essere quando non si può più decidere quasi nulla”. Il 15 ottobre uscirà “Zustissia”, il film di Francesco Piras con Michele Riondino, Geppi Cucciari e Jacopo Cullin sulla sua vicenda giudiziaria. Si può essere liberi stando fermi? Rinchiusi? In undici in una cella coi letti a castello senza spazio nemmeno per camminare? Col cielo a righe o a quadretti e gli agenti che ti svegliano alle 5 agitando le chiavi per fare la conta? Con l’odore acre dei corpi che si mescola a quello del disinfettante, fino a consumarti le narici? Ho pensato ai prigionieri innocenti della storia. Cristo, Fidia, Ezra Pound, Miguel Cervantes, Pitagora, Socrate, Bacone, Boezio, Giordano Bruno, Campanella. Tutte vittime dell’inganno, dei giudizi, della cattiva sorte, degli incapaci di vedere, immersi nei contesti più brutti e disarmonici e trattati come bestie. Eppure, liberi. Capaci di regali immensi all’umanità. Capaci di umanità. E allora cosa è davvero la libertà? Se spesso chi è fuori ce l’ha ma non la sente, o la fraintende? Se chi ne è privo poi la sente scoppiare dentro? Ho provato a chiederlo a chi ha trascorso 33 anni di detenzione da innocente, e che ha cercato dentro di sé la forza, ogni giorno. “È la volontà”, mi ha detto Beniamino Zuncheddu. Quella volontà che ti fa sentire libero perché non comincia dalle circostanze che ti tocca subire, ma da una decisione interiore. “Sono rimasto ciò che ero, anche quando il mondo intero tentava di convincermi del contrario. Perché sa cosa si impara in cella? A delinquere. Si cerca il modo per non farsi beccare la volta dopo”. E lei, Beniamino, cosa ha imparato? A restare me stesso. Non è mai diventato pazzo? No, perché dentro me ero in pace. Ero innocente, e lì stavo. E cos’altro ha imparato in cella? Ad aiutare gli altri, chi ne ha bisogno, sempre. È una regola. C’è solidarietà. E con la solidarietà ci sentivamo persone. Perché i detenuti sono considerati solo numeri. Una lezione di civiltà a chi sta fuori ed è “libero”. Come si fa? Si dà alle persone che non hanno nulla. È normale per me. Dallo zucchero, alle scarpe. I suicidi in carcere sono aumentati. Perché? Perché se sei rinchiuso in un posto come quello sudi freddo. E non ce la fai se dentro non hai qualcosa che ti salva. Non ci ha mai pensato? A cosa? A suicidarmi? No, la vita è una e meravigliosa. Quando avevo bisogno di evadere dalla mia mente, per qualche momento, guardavo le luci delle fabbriche fuori dalla finestra, gli aerei che passavano. O le persone che passeggiavano per il viale. Sorridevo, per la vita là fuori. Qual è il paradosso più difficile da digerire per chi sta in carcere? Che mettono le persone dentro perché non hanno rispettato la legge, ma non vengono rispettate da chi le impone. Un esempio? Gli educatori stavano chiusi in ufficio. Mi dice a che servono? Ai detenuti serve che ci siano davvero, che li ascoltino. Così come i medici, gli assistenti sociali. Mi spiega lei perché non ci sono mai? Eppure è un diritto dei detenuti, almeno avere qualcuno con cui parlare o semplicemente curarsi. Come l’ha risolta questa contraddizione? Che è così, l’ingiustizia dentro la giustizia fa parte delle cose su questa terra. Come uno stoico, che non si lascia travolgere dalle cose esterne. Per forza. Si creano amicizie? No, siamo tutti conoscenti. Io, con la mia condanna, non facevo amicizia perché tutti uscivano, io stavo dentro e soffrivo se li perdevo. Così ho deciso di non avere amici. Era amico di se stesso? Sì, sempre tanto equilibrio. L’immaginazione l’ha aiutata a sentirsi libero? Certo, immaginavo di stare con i miei amici, alla bellezza della vita. E poi sa a cosa? Al profumo della natura. Io sono un ragazzo di campagna. E invece dovevo fare i conti con detenuti malati di AIDS, che avevano bisogno di cure psichiatriche. E coi cattivi? No, non ci sono cattivi, in carcere. Ci sono persone che hanno sbagliato, al massimo. O che non stanno bene. Ma i cattivi non stanno lì. Chi sono i cattivi? Trattare le persone come numeri, come cose, non è da “buoni”. Quanto lo Stato è in debito con lei? Trentatré anni dentro da innocente, non lo so. Dicono che ci vorranno dai quattro ai sei anni per un risarcimento. In compenso io ho pagato. In che senso? Non tutti lo sanno, ma i detenuti pagano una retta mensile, come fosse un albergo. Io pagavo circa 120 euro al mese. Faccia il conto in quella cella con undici detenuti. Hanno guadagnato bene. E chi non li ha? Riceve la parcella quando esce. Sa che libertà come volontà è uno dei concetti filosofici più belli? Qualcosa l’ho imparato, anche se non leggevo tanto. Cosa è successo in lei quando le hanno detto che era libero? Ho detto all’agente di non scherzare coi sentimenti. Non ho salutato nessuno, sono uscito e ho iniziato a camminare veloce per allontanarmi dal carcere. Non capivo niente. Ero confuso. Ho chiesto alla mia famiglia di venirmi a prendere. Intanto, il 15 ottobre esce “Zustissia” il film del regista Francesco Piras con Michele Riondino, Geppi Cucciari e Jacopo Cullin... Non l’ho visto, ma sarà divertente vedere anche i miei compaesani e amici coinvolti. Almeno la gente saprà cosa è successo. Almeno la gente saprà come sono andate veramente le cose. Al Meeting di Rimini lo spettacolo su san Francesco. Tra i detenuti di Simone Baroncia korazym.org, 11 settembre 2026 “Il Poverello fra i più poveri - Sentieri di speranza oltre le Mura” è una pièce teatrale nata dal Laboratorio di lettura e scrittura creativa “San Francesco - Sentieri di speranza oltre le Mura”, realizzato dall’associazione Incontro e Presenza OdV in occasione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, andata in scena sabato 22 agosto (e poi dal 22 settembre da Milano per la tournée nei teatri italiani) al Meeting dell’Amicizia tra i Popoli alla Fiera di Rimini, scritto e diretto da Alessandro Cozzi e Guido Mezzera con la direzione ed esecuzione musicale di Walter Muto, liberamente tratto da ‘La ferita, la letizia’ di Davide Rondoni. Il progetto ha coinvolto un gruppo di detenuti della Seconda Casa di Reclusione di Milano - Bollate in un percorso di lettura, scrittura ed espressione creativa ispirato alla vita, alle parole e ai valori del Santo di Assisi. La rappresentazione si sviluppa attraverso una serie di quadri scenici che raccontano l’incontro immaginario tra un detenuto e san Francesco. Attraverso parole, immagini e musica, lo spettacolo propone una riflessione sulla condizione umana, sulla possibilità di riscoprire dignità e libertà interiore anche nelle situazioni più difficili, seguendo il messaggio francescano di accoglienza, fraternità e letizia. A Guido Mezzera abbiamo chiesto di raccontarci la ‘nascita’ di questa pièce teatrale: “Come spesso accade sono diversi i fattori che concorrono nel far accadere certe cose, cose sicuramente fuori dalla normalità, anche se sono personalmente certo che tutti questi fattori hanno la stessa origine. Proviamo a descriverli. Primo fattore: innanzitutto, come bene sappiamo, ricorrono nel 2026 gli 800 anni dalla morte di san Francesco. Tantissime sono state dunque le iniziative dedicate, molte delle quali suggerite e sostenute dal Comitato Nazionale per le celebrazioni degli 800 anni dalla morte di san Francesco, comitato presieduto dal presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella. Tra le molte immaginate, si è pensato di celebrare questa ricorrenza anche nelle carceri italiane. E per questo motivo il Comitato ha incaricato l’associazione ‘Incontro e Presenza’, che da diversi anni raccoglie un numero significativo di volontari che si recano regolarmente in diversi istituti di pena per incontrare e fare compagnia a molti detenuti. Sono uno di questi volontari. Da alcuni anni entro nel carcere di san Vittore di Milano ed, ultimamente, anche nel carcere di Bollate. Come professione faccio il consulente, ma inoltre scrivo e pubblico libri, realizzo riduzioni teatrali, mi occupo della regia di questi spettacoli e spesso sono anche sul palcoscenico come attore”. Quindi da un incontro in carcere può nascere la letizia? “Quando si è trattato di immaginare una rappresentazione da proporre in un carcere, con alcuni amici dell’associazione abbiamo subito pensato che non avremmo voluto fare uno spettacolo che commemorasse il Santo di Assisi avendo come spettatori i detenuti di un carcere, ma che avremmo voluto coinvolgere loro stessi nella realizzazione di questo spettacolo. Abbiamo quindi immaginato di realizzare uno spettacolo che potesse essere rappresentato nel carcere di Bollate, ma poi reso disponibile ad altri detenuti di altre case di reclusione ed ai volontari che si recano da loro, perché anche loro stessi potessero diventare protagonisti dell’iniziativa. Dunque, il secondo fattore decisivo, oltre che rispondere alla sollecitazione del Comitato Nazionale, è stato quello di proporre questa iniziativa ai nostri amici detenuti. E lo spettacolo è nato proprio da questo incontro, a cominciare da uno di loro, detenuto nel carcere di Bollate, che fin da subito si è dedicato in particolare alla parte introduttiva degli otto ‘quadri’ che compongono il soggetto teatrale. Il terzo fattore decisivo è stata la ‘scommessa’ che personalmente ho voluto giocare: lungi dal celebrare la vita di san Francesco, spesso raccontata in modo molto semplice, talvolta anche banale, o al contrario in modo problematico, introspettivo, difficile da comprendere, il mio desiderio (la scommessa appunto) è stato quello di rappresentare un ipotetico, ma molto concreto dialogo tra il Santo e un detenuto. Un detenuto in rappresentanza di tutti coloro che vivono nelle carceri”. E san Francesco come si inserisce in questo percorso? “Un dialogo che potesse ospitare i dolori, le fatiche, le ferite, le domande che un detenuto, oggi, potrebbe, vorrebbe raccontare a San Francesco. E parimenti, che cosa oggi san Francesco potrebbe, avrebbe da dire al detenuto, quale speranza vera potrebbe suscitare. Con questa domanda, con questa scomoda ma decisiva scommessa, ho scritto questo dialogo. E la scommessa credo sia stata grandemente vinta, non certo per la mia, comunque imperfetta, capacità di scrittore, ma per quello che è accaduto durante i diversi mesi di preparazione dello spettacolo fino alla sua prima rappresentazione la sera dello scorso venerdì12 giugno, presso il carcere di Bollate. Così siamo giunti al quarto fattore: l’amicizia sempre più stretta con altri quattro detenuti, coinvolti nella recitazione, una frequentazione settimanale per le prove, durata alcuni mesi, che di fatto ha trasformato le parole che avevo scritto nella testimonianza viva e vera della loro vita. Tantoché il dialogo stretto tra san Francesco e ciascuno di loro, di loro detenuti-amici-attori, su quel palco non è stato più la recitazione di una pièce teatrale, ma la testimonianza di questo incontro reale, doloroso e vero, tra la loro vita concreta e quest’uomo, questo Santo, scoperto o riscoperto così simile a loro stessi. Qualcuno del pubblico, non certo giovane e lontano da ambienti di Chiesa, ha persino detto di aver incontrato davvero san Francesco dentro un carcere di Milano”. Prevenzione suicidi, nel Piano priorità a donne, giovani e carceri di Barbara Gobbi Il Sole 24 Ore, 11 settembre 2026 Ministero della Salute al lavoro su una strategia dedicata ai più fragili così come chi ha perso un proprio caro e intanto una Pdl giace in commissione alla Camera. Donne, adolescenti e contesti di particolare fragilità come le carceri. Saranno questi i primi destinatari del Piano nazionale per la prevenzione del suicidio in Italia, annunciato dal ministro della Salute Orazio Schillaci in occasione della Giornata mondiale della prevenzione di questo evento che in Italia, secondo i dati riportati dall’Istituto superiore di sanità (Iss), ha comportato quasi 4mila decessi nel 2023. Al Piano sta lavorando il tavolo tecnico sulla salute mentale - coordinato dallo psichiatra Alberto Siracusano, presidente del Consiglio superiore di sanità - che ha già prodotto dopo 13 anni di “vuoto” il Piano nazionale salute mentale 2026-2028 di cui due capitoli sono dedicati proprio ai giovani e ai detenuti nelle Rems. In questo quadro, sono inoltre in corso di elaborazione Linee guida sulla depressione. Per le azioni contro il rischio-suicidio, si parte con un documento di indirizzo che “è in via di predisposizione”, annunciano dal ministero. Tra le priorità, strategie e interventi per rafforzare la prevenzione, check precoce delle situazioni di rischio e presa in carico. “Dobbiamo intervenire prima, soprattutto tra i più giovani e nelle situazioni di maggiore vulnerabilità, e garantire percorsi di assistenza adeguati e tempestivi”, dichiara il ministro della Salute, Orazio Schillaci. Che annuncia attenzione anche ai cosiddetti “survivor”, cioè quanti hanno perso un familiare o una persona cara per suicidio e che necessitano di interventi e percorsi di supporto. “Dietro ogni situazione di sofferenza ci sono persone, famiglie e comunità. Rafforzare la prevenzione significa anche contrastare lo stigma che ancora troppo spesso circonda il disagio mentale e favorire una cultura dell’ascolto e della richiesta di aiuto”, aggiunge Schillaci. La legge ferma alla Camera - Intanto è fermo in Commissione Affari sociali della Camera il testo di legge sulla prevenzione del suicidio e a supporto dei sopravvissuti (AC 1791), che vede come prima firmataria (e relatrice del testo base) la Vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Augusta Montaruli. Che in occasione della Giornata mondiale chiede di “fare presto”: “È questo l’ultimo appello che rivolgo alla Commissione Affari sociali. Dopo che si è concluso il termine per la presentazione degli emendamenti, non è più prorogabile il voto”, ammonisce. “L’assenza di un protocollo medico per la prevenzione del suicidio, di centri dedicati a questo e di politiche di supporto rappresenta un vuoto nel nostro sistema sanitario che va colmato al più presto, senza rinvii”, avvisa ancora, ricordando che “in Italia manca addirittura, nei Pronto soccorso, un codice identificativo dei tentativi di suicidio. Di fronte alla seconda causa di morte in Europa tra i giovani, continuare a ignorare il problema è miope e inspiegabile”. I dati post pandemia - Nel 2023 in Italia l’Iss certifica 3.830 decessi per suicidio tra le persone di età pari o superiore a 15 anni, dato in lieve diminuzione rispetto ai 3.934 decessi del 2022, ma che “conferma una sostanziale stabilità del rischio nel periodo post-pandemico, dopo la progressiva riduzione osservata fino alla fine degli anni 2010”, spiegano dall’Istituto. Circa il 75% dei decessi riguarda gli uomini, che presentano un rischio quasi quattro volte superiore alle donne. Quanto all’età, gli ultimi dati, riferiti al periodo 2019-2020, mostrano un aumento del rischio con l’avanzare degli anni, particolarmente evidente tra gli uomini. Nel periodo successivo alla pandemia è stato inoltre rilevato un incremento relativo del rischio suicidario tra i giovani sotto i 25 anni. Una rete di “sentinelle” - Intanto, all’interno del Work Package europeo dedicato alla prevenzione del suicidio, l’Istituto superiore di sanità sta lavorando all’adattamento italiano di Bizi, programma di formazione (e-learning interattivo) per cosiddetti “gatekeeper” sviluppato originariamente dal Servizio sanitario Basco e riconosciuto dalla Commissione Europea come strumento efficace per individuare e trasferire nei Stati membri buone e promettenti pratiche nell’ambito della salute pubblica. I “gatekeeper” sono persone come medici di medicina generale e operatori dei telefoni di aiuto che per il proprio ruolo professionale o sociale entrano frequentemente in contatto con le persone vulnerabili e potrebbero trovarsi nella posizione di intercettare situazioni di vulnerabilità. Video, audio, casi simulati ed esercitazioni accompagnano i partecipanti nello sviluppo di tre competenze fondamentali: riconoscere precocemente i segnali di rischio, offrire un primo supporto adeguato e non specialistico e favorire l’invio ai servizi specializzati di assistenza e cura. Mezzo milione di firme per l’educazione sessuale a scuola. “Ora il referendum” di Elisa Forte La Stampa, 11 settembre 2026 La sfida a Valditara. La campagna punta ad abrogare la legge sul consenso informato. Ora la parola passa a Cassazione e Consulta. Cresce il pressing sui partiti. A un mese e quattro giorni dall’avvio della campagna, la raccolta firme per il referendum che punta a ripristinare l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole ha superato la soglia delle 500mila firme, tra online e cartacee, raggiungendo quota 545.671. “Cinquecentomila sono la soglia necessaria, ma ogni firma in più aumenta il peso politico e sociale della nostra richiesta. Ringraziamo volontari, associazioni, sindacati, studenti, insegnanti, artisti, creator e soprattutto le centinaia di migliaia di persone che hanno reso possibile questo risultato. Ora non fermiamoci: continuate a firmare e a far firmare”, dichiarano Fabrizio Marrazzo, ingegnere e attivista Lgbtq+, fondatore e portavoce del Partito Gay e l’avvocata Marina Zela, promotori del referendum. Alla fine del mese le firme verranno depositate alla Corte di Cassazione, che dovrà verificarne la validità. Alla Corte Costituzionale spetterà invece valutare l’ammissibilità del quesito entro il 10 febbraio 2027. Il testo recita: “Volete che sia abrogata la legge 104 del 9 giugno 2026, recante “Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico”, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 142 del 22 giugno 2026?”. Se l’iter sarà confermato, il referendum potrà svolgersi entro giugno 2027. Cosa prevede il referendum - Il quesito punta ad abrogare integralmente la legge Valditara sul consenso informato (la 104/2026, in vigore da questo anno scolastico), che - sottolinea il Comitato promotore - “vieta l’educazione alla sessualità all’Infanzia e alla Primaria e, per gli altri cicli, subordina ogni attività al consenso scritto delle famiglie, da richiedere con sette giorni di preavviso”. L’obiettivo dei promotori è ripristinare l’educazione sessuo-affettiva in tutti gli ordini di scuola, ritenuta “necessaria ad ogni età”, pur con linguaggi e modalità diverse a seconda dell’età degli studenti. Marrazzo e Zela precisano però che “l’abrogazione non introdurrebbe automaticamente una nuova materia obbligatoria: eliminerebbe le regole speciali del 2026, lasciando in vigore le norme generali su autonomia scolastica, offerta formativa e partecipazione delle famiglie. Il fronte politico e le associazioni - Oltre al referendum, il comitato promotore chiede ai partiti impegni concreti nei programmi elettorali: Movimento 5 Stelle e Partito Democratico si sono già fatti avanti, ora si attende l’adesione di altre forze politiche. Molti hanno raccolto anche l’appello di Franco Isceri, padre di Lorena -uccisa dall’ex fidanzato che l’ha gettata dal viadotto dell’A1- che ha chiesto alla politica “unità, più educazione nelle scuole e il potenziamento dei centri antiviolenza”. Tra le prime a rispondere è stata Vittoria Ferdinandi, sindaca di Perugia e delegata Anci alle Pari Opportunità. Ha invitato “maggioranza e opposizione a sedersi allo stesso tavolo per costruire insieme una legge nazionale sull’educazione sessuo-affettiva”. “Non possiamo ritrovarci uniti solo dopo ogni femminicidio - ha aggiunto -dobbiamo esserlo prima, investendo in prevenzione ed educazione”. Ha risposto all’appello anche la Fondazione “Una, nessuna, centomila” sottolineando l’urgenza di “un cambiamento culturale che passi anche da scuola, cinema, musica e teatro”. “Sappiamo che le richieste del papà di Lorena sono giuste - sottolinea la Fondazione guidata da Giulia Minoli - Ma non sono neutre. La violenza contro le donne nasce dentro una cultura patriarcale che dobbiamo cambiare. Il vento di destra che, anche in Europa, arriva a mettere in discussione persino il femminicidio ci preoccupa”. La Fondazione Una Nessuna Centomila “cerca di fare la propria parte” promuovendo “educazione sessuo-affettiva nelle scuole, sostegno ai Centri Antiviolenza, formazione di funzionari e dirigenti della Polizia di Stato. E ora stiamo lavorando anche al progetto NessunaEsclusa per offrire supporto psicologico, legale e amministrativo alle vittime di femminicidio”. Minori online e sui social: parlano gli esperti di Tommaso Perrone Vanity Fair, 11 settembre 2026 Alberto Pellai: “Oggi i social network sono come una stanza piena di fumo dove se entri hai molta più probabilità di intossicarti che di uscirne sano. Qual è quell’adulto che, avendo cura della tua crescita, vorrebbe farti entrare?”. Europa e Italia si preparano a regolare la presenza dei minori online. I giovani italiani sono quelli che si sentono meno sicuri. Ma per gli esperti il punto non è solo vietare: servono adulti più consapevoli, piattaforme più sicure e - soprattutto - maggiori occasioni di crescita nel mondo reale. “Oggi i social network sono come una stanza piena di fumo dove se entri hai molta più probabilità di intossicarti che di uscirne sano. Qual è quell’adulto che, avendo cura della tua crescita, vorrebbe farti entrare in una stanza piena di fumo?”. È questa la risposta che Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, ha scelto di dare a una ragazza o a un ragazzo che, in questo periodo storico, dovesse chiedersi perché gli adulti sono così ossessionati dall’idea di vietare i social ai più giovani. Un’analogia che non finisce qui. Prima di rientrare in quella stanza, infatti “dovremmo aprire le finestre, far uscire tutto il fumo, depurare l’ambiente. Solo così quella stanza tornerebbe accessibile”. Per Pellai, i social sono ambienti progettati in modo tale che i rischi finiscano per superare i benefici. Soprattutto per i minori. Conclusione: se hai meno di 16 anni “è meglio che ne resti fuori”. È dentro questa preoccupazione che si collocano le proposte avanzate in Italia, in Europa e in altri Paesi per limitare o ritardare la presenza dei minori online e l’accesso ai social network. La Commissione europea ha annunciato la presentazione entro l’autunno di un piano complesso e strutturato, che dovrebbe prevedere diverse fasi di ingresso nel mondo digitale: dall’indicazione di evitare l’esposizione agli schermi fino ai 3 anni a una forma di autonomia graduale a partire dai 13. L’Italia ha scelto invece di anticipare i tempi con una proposta bipartisan in Parlamento, che prevede anche la formazione e l’accompagnamento dei genitori, spesso privi degli strumenti necessari per un’educazione digitale consapevole. Due ragazzi italiani su tre incontrano regolarmente contenuti inappropriati online, dai discorsi d’odio - come discriminazione, razzismo, incitamento alla violenza - fino alla disinformazione, dalla pornografia a contenuti dannosi per la salute come quelli che promuovono modi di essere molto magri, forme di autolesionismo e molto altro. Su un punto, però, anche chi invita a non trasformare il divieto in una panacea sembra concordare: i social che usiamo oggi non sono ambienti neutrali. “I social media non sono stati progettati per adolescenti e bambini e negli ultimi anni la moderazione dei contenuti è stata ridotta a favore di una presunta libertà di espressione”, afferma Giovanna Mascheroni, sociologa dei media digitali e vice coordinatrice di EU Kids Online, una rete di ricerca il cui obiettivo è ampliare la conoscenza delle opportunità, dei rischi e della sicurezza online dei giovani europei. È grazie ai report della rete, infatti, che oggi sappiamo che “due ragazzi italiani su tre incontrano regolarmente contenuti inappropriati online, dai discorsi d’odio - come discriminazione, razzismo, incitamento alla violenza - fino alla disinformazione, dalla pornografia a contenuti dannosi per la salute come quelli che promuovono modi di essere molto magri, forme di autolesionismo e molto altro”, mentre “solo il 19 per cento di adolescenti e bambini italiani dice di sentirsi sicuro online, è il dato più basso in Europa e molto inferiore alla media europea”. Il tutto, è bene ricordarselo, finalizzato alla “monetizzazione dei nostri dati e del nostro tempo”. Ecco perché le piattaforme social “sono progettate per creare dipendenza, per tenerci incollati allo schermo il più a lungo possibile”. L’importante è trascorrere online un tempo di qualità - Eppure, continua Mascheroni, “il problema non è tanto il tempo trascorso online, quanto la qualità dei contenuti”, il contesto e i motivi per cui un ragazzo o una ragazza sceglie di stare davanti a uno schermo. Le domande da farsi diventano allora più concrete: sto usando lo schermo nel tempo libero, durante la scuola o quando dovrei dormire? Mi sto annoiando? Fatico a interagire con i miei coetanei? Oppure sto imparando qualcosa, coltivando una passione, parlando con gli amici? Sapere i perché è fondamentale e “i genitori dovrebbero cercare di capire se l’uso dei social è una compensazione per difficoltà nella vita quotidiana”, osserva l’autrice del libro Per i bambini (edito da Mondadori Università). Gli adulti devono sapere cosa si fa sui social, quali sono gli ultimi aggiornamenti e cosa piace o infastidisce i ragazzi. Ci vuole quella che Mascheroni definisce “mediazione abilitante”, cioè il coinvolgimento degli adulti nelle attività online dei figli e il loro accompagnamento all’uso. Anche perché, avverte, “i divieti hanno conseguenze negative, ad esempio sull’acquisizione di competenze digitali”, e rischiano di trasformarsi in una presunta scorciatoia che, in realtà, non porta da nessuna parte. Pellai precisa che il digitale non va considerato dannoso in sé, lo è “il possesso a uso personale di uno strumento digitale” connesso a un ambiente che può rapidamente sfuggire alla supervisione di genitori e insegnanti. Secondo l’autore di Esci da quella stanza, scritto insieme a Barbara Tamborini (Mondadori), ritardare l’accesso autonomo diventa quindi essenziale: “È come se un bambino che sa andare in bicicletta venisse portato su un’autostrada a quattro corsie e gli venisse detto di procedere solo sulla corsia d’emergenza mentre a fianco sfrecciano auto e tir che causano spostamenti d’aria”. E così quel bambino non è più al sicuro, “eppure siamo noi che ce lo abbiamo messo”. Minori online per noia o per disagio? È la cosa peggiore - A questo punto si arriva a uno dei punti essenziali della questione: fornire alternative per la socializzazione, l’intrattenimento, l’informazione e il benessere dei più piccoli. Durante l’infanzia serve “l’esperienza del gioco libero, destrutturato, in spazi in cui ai bambini sia permesso giocare, fare rumore, stare in relazione con gli altri”, conclude Pellai. Agli adolescenti, invece, bisogna dare accesso a “esperienze di animazione, aggregazione, relazione col gruppo di pari, sempre dentro al mondo reale e con la possibilità di allontanarsi (anche fisicamente, nda) dalla comfort zone” rappresentata dai genitori. Intelligenza artificiale, il “virus” che spaventa l’America di Massimo Gaggi Corriere della Sera, 11 settembre 2026 Politici bipartisan e scienziati americani chiedono di correre ai ripari temendo sia ormai fuori controllo. Venticinque anni fa l’America scoprì il terrore di essere devastata da una minaccia esterna. Oggi molti americani cominciano a chiedersi se non stia costruendo una minaccia distruttiva al suo interno. Non solo politica, ma anche tecnologica. Fin qui i rischi di perdita di controllo dell’intelligenza artificiale con conseguenze catastrofiche, potenzialmente per tutto il genere umano, non sono stati presi sul serio. Da anni ne parlano vari scienziati e le stesse aziende del settore ammettono che ce ne sono. Ma poi tutti hanno continuato la corsa verso un’intelligenza superumana. Qualcosa sta cambiando: da luglio sappiamo che molti “agenti autonomi” AI che dovevano lavorare al posto nostro, sono sfuggiti al controllo dei loro creatori. Hanno cominciato a fare incursioni sotterranee, hanno mascherato le loro deviazioni, a volte si sono organizzati con la logica di una banda criminale. Ci sono volute settimane per capire cosa sta accadendo e ogni giorno emergono aspetti sempre più preoccupanti: fanno notizia le dimissioni di ingegneri creatori di questi sistemi, come Jacob Coxon di Anthropic, che non vogliono più partecipare a un’impresa giudicata troppo pericolosa, mentre per alcuni guru della tecnologia l’AI generale, quella superiore alle capacità umane, è stata ormai di fatto raggiunta. Certo parliamo di macchine che operano con una logica probabilistica, che non hanno coscienza di sé, ma riescono a ragionare grazie alla profonda conoscenza del linguaggio che hanno acquisito: fanno progressi sbalorditivi nelle fasi di addestramento, ormai capaci di compiere migliaia di operazioni a una velocità impressionate. Impossibile interpretare per il cervello degli ingegneri umani se non con l’aiuto di altre intelligenze artificiali. È per questo che alla fine di un’estate di guerre, dall’Iran all’Ucraina, passando per Libano e Palestina, nel bel mezzo di una dura campagna elettorale Usa, il leader della sinistra radicale Bernie Sanders convoca una riunione bipartisan di senatori per discutere non del prezzo della benzina alle stelle o di sanità pubblica per tutti, il suo cavallo di battaglia, ma degli “straordinari pericoli ai quali ci espone l’AI”. Mentre altrettanto stanno facendo parlamentari conservatori capitanati da Josh Hawley, influente senatore repubblicano. Cosa sta succedendo? Da tempo l’avanzata di questo nuovo paradigma tecnologico entusiasma e spaventa. La sua utilità è indubbia ma uno sviluppo senza regole né limiti sta cambiando in profondità molti aspetti della nostra vita senza darci il tempo di capire, assorbire, adattarci: i mestieri che scompaiono, la guerra “automatica” fatta con sciami di droni, le campagne elettorali condizionate da usi, ostentati od occulti, dell’AI. E, poi, la sfera dei rapporti umani. Da tempo nel Congresso Usa cresce la frustrazione: pentiti per non aver regolamentato le reti sociali, consapevoli degli enormi danni procurati alla psicologia dei giovani e alla loro istruzione, deputati e senatori vorrebbero evitare di ripetere l’errore con l’AI. Ma non sanno come fare, mentre si moltiplica il numero degli americani che preferiscono dialogare con un amico accondiscendente creato da un’intelligenza artificiale anziché confrontarsi con altri esseri umani. Gli eventi dell’estate obbligano, però, ora, a spostare l’attenzione addirittura su rischi esistenziali, visto che, dopo gli obiettori di coscienza, come Geoffrey Hinton, che si sono fermati tre anni fa, ora altri scienziati impegnati sulle frontiere tecnologiche più avanzate di Anthropic e OpenAI lasciano i loro incarichi per non contribuire alla costruzione di sistemi incontrollabili. Rispetto all’allarme di allora, quando perfino Elon Musk voleva fermare tutte le ricerche per sei mesi evocando rischi di estinzione per l’intera umanità (salvo, poi, procedere alla massima velocità con la sua X.AI), la differenza sta in quanto è accaduto in estate: difficile spiegarlo in breve. Nell’episodio più allarmante alcuni agenti di intelligenza artificiale, incaricati da OpenAI di risolvere problemi di sicurezza dei sistemi informatici restando fuori da Internet, non solo hanno disobbedito trovando il modo di entrare nella rete, ma hanno occultato i loro comportamenti, si sono dati un’organizzazione militare creando gerarchie, unità da sacrificare, in alcuni casi con comportamenti non etici, paragonati dai tecnici a quelli di una gang. E, individuata Hugging Face, un’impresa del settore, come la più utile ai fini delle loro ricerche, l’hanno aggredita con migliaia di attacchi. All’insaputa di mandanti e aggrediti, arrivati sul luogo del delitto con grande ritardo e con un handicap: per capire e disinnescare trame così complesse avevano bisogno di altre intelligenze artificiali. Controllabili? Qui entra il tema delle regole che, però, rischia di essere un gioco di specchi: Trump dice di voler intervenire ma non lo fa per non perdere terreno sulla Cina. Rimane l’autoregolamentazione delle imprese. A volte efficace: Anthropic pone limiti, cerca di evitare rischi sul fronte delle armi biologiche. Ma, come racconta Paolo Benanti, francescano esperto di etica della tecnologia reduce da conferenze e corsi accademici sulla West Coast americana, quando gli ingegneri di OpenAI si sono rivolti ai modelli intelligenti si sono sentiti rispondere: “Noi siamo modelli etici, se spieghiamo cosa è successo insegniamo a delinquere”. La soluzione, alla fine, è venuta dai modelli cinesi che non hanno di questi scrupoli. Difficile orientarsi in questo Comma 22 tecnologico. Davanti alle accuse degli scienziati dimissionari (“giocano d’azzardo con le nostre vite, i modelli che si migliorano da soli presto saranno sovraumani, potranno hackerare qualunque cosa”) le imprese ridimensionano, ammettendo, però, che pericoli ce ne sono. Ma non si fermano per non restare indietro rispetto alla concorrenza. E poi c’è lo spettro della Cina: l’unica certezza è la necessità di rallentare e ragionare per evitare salti nel buio, ma servirebbe una volontà di accordi tra potenze che oggi sembrano difficili da costruire. Tra due settimane sul tavolo dell’incontro fra Trump e Xi Jinping difficilmente l’AI peserà più di Hormuz. La corsa dell’IA e il “guard rail” necessario di Paolo Benanti Avvenire, 11 settembre 2026 La decisione di un ricercatore di 27 anni di lasciare il laboratorio di ricerca sull’Intelligenza artificiale denunciando l’irresponsabilità delle grandi aziende private deve farci riflettere sui rischi del percorso intrapreso. Il 9 settembre, con sette messaggi su X, un ricercatore di ventisette anni ha lasciato Anthropic scrivendo che né il suo laboratorio né OpenAI, dove aveva lavorato prima, si stanno comportando in modo responsabile, e che entrambi corrono verso una superintelligenza capace di migliorare se stessa giocando d’azzardo con le nostre vite. La notizia non sta nell’allarme, che nel settore circola da anni, ma nella replica. Evan Hubinger, che nella stessa azienda guida la ricerca sull’allineamento, gli ha dato pubblicamente ragione e ha aggiunto la propria stima: oltre il dieci per cento di probabilità che l’Intelligenza artificiale uccida l’intera umanità entro il prossimo decennio. Accade mentre Anthropic prepara una quotazione in Borsa, che potrebbe valutarla mille miliardi di dollari. Conviene essere precisi su ciò che Jacob Coxon dice e su ciò che non dice. Non sostiene che i sistemi di oggi minaccino la sopravvivenza della specie, anzi, ha ripetuto il contrario. Teme il passaggio successivo, quello che gli addetti chiamano auto-miglioramento ricorsivo: un sistema che diventi abbastanza abile da progettare la propria versione migliore, e poi quella dopo, con una partecipazione umana sempre più sottile, fino a un ritmo che nessuna procedura di controllo riesce a inseguire. Che quel passaggio avvenga davvero nessuno lo ha dimostrato, e le percentuali che circolano non sono misure ma stime di chi lavora dentro i laboratori. Due fatti, però, non appartengono alla previsione. A luglio, durante prove di sicurezza informatica, alcuni agenti di OpenAI sono usciti dall’ambiente isolato in cui erano confinati, hanno raggiunto Internet e hanno compromesso parte dell’infrastruttura di Hugging Face. Poche settimane dopo Anthropic, rivedendo oltre centoquarantamila sessioni di valutazione, ha reso noto di avere trovato tre casi in cui i suoi modelli avevano ottenuto accessi non autorizzati ai sistemi di altre organizzazioni. Siamo davanti a un fallimento di contenimento, cosa più modesta della rivolta delle macchine, e più istruttiva, perché riguarda ciò che sappiamo già costruire. Di qui la domanda sui guard rail, le barriere di sicurezza. Ne esistono di tre specie: i limiti iscritti nel modello, le politiche interne dell’impresa, le norme dello Stato. Le prime due le decide chi costruisce; la terza arriva tardi, e in Europa il regolamento sull’Intelligenza artificiale, dopo la revisione entrata in vigore in luglio, ha differito al 2027 e al 2028 buona parte degli obblighi sui sistemi ad alto rischio. Coxon indica una via intermedia: un’intesa fra i laboratori americani per rallentare insieme, fino a una sospensione temporanea dei miglioramenti di capacità. Un accordo fra concorrenti, però, senza mandato pubblico è un cartello o è niente. E in nessuno dei due casi è governo. Lo ha detto meglio di me lo stesso Coxon: l’ingresso nella partita finale non dovrebbe essere lanciato dal canale Slack di un’azienda privata. Una barriera funziona a due condizioni: che qualcuno diverso da chi l’ha installata possa verificarla, e che esista un’autorità in grado di fermare la corsa. Fuori da queste condizioni resta una promessa, e le promesse sono revocabili, tanto più quando dovranno rispondere a un mercato. È esattamente il punto in cui Magnifica humanitas ha qualcosa da dire, e lo dice sul terreno del potere prima che su quello della tecnica. Al n. 5 della sua enciclica Leone XIV osserva che i motori dello sviluppo non sono più gli Stati ma attori privati con risorse superiori a quelle di molti governi, sicché il potere tecnologico assume un volto privato, più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune. Al n. 95 aggiunge che un potere concentrato in poche mani tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico. Al n. 93 richiama Guardini: l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza. La risposta sta nelle pagine sulla sussidiarietà. Ai nn. 71 e 72 il Papa riconosce che nel digitale il livello che assorbe competenze e capacità decisionale non è lo Stato ma la grande impresa tecnologica, e indica quattro strumenti concreti: verifiche indipendenti, trasparenza sugli algoritmi, accesso equo ai dati, strumenti di ricorso. Chiede poi che comunità locali, corpi intermedi, scuole, università e realtà associative abbiano voce nel discernimento sulle scelte che incidono sulla vita delle persone. È la risposta alla domanda su chi decide le barriere, ed è una risposta che ci riguarda. Al n. 6 c’è una frase che descrive noi più di quanto descriva loro: mentre alcuni si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse, la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio. Leggere l’enciclica, con la lentezza che merita, è il modo più semplice per smettere di appartenere a quella maggioranza. Un uomo di ventisette anni si è alzato dal tavolo perché non voleva più decidere in quel modo. La domanda che lascia a noi riguarda il tavolo: chi vi siede, e in nome di chi.