La Cayenna d’Italia: se Meloni sposta i 41bis in Sardegna di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 10 settembre 2026 Ottantotto uomini spostati oltre il mare in un fine settimana, e il ministero lo racconta come una vittoria. L’operazione “Alto Impatto - Sicurezza Nazionale 41-bis”, annunciata il 7 settembre dal sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni, ha trasferito nel nuovo reparto del carcere “Ettore Scalas” di Uta ottantotto detenuti al carcere duro, con droni, cinturazioni di sicurezza e supporto aereo. Persone già recluse sotto il regime più stringente dell’ordinamento, spostate da una cella all’altra con l’apparato di un blitz antimafia. Per capire come la Sardegna sia diventata la destinazione di quegli uomini bastano cinque parole scritte diciassette anni fa. La legge 94 del 15 luglio 2009 stabilisce che i detenuti al 41 bis siano ristretti in istituti dedicati, “collocati preferibilmente in aree insulari”. Ritorna così l’idea delle isole-carcere di Asinara e Pianosa, denunciata negli anni Novanta dai movimenti per i diritti civili come deportazione istituzionalizzata e superata nel 1997 grazie alla Cedu. La stessa legge ha ridotto i colloqui con i familiari a uno al mese. Un’ora, che da adesso si raggiunge con un traghetto o un aereo. Le famiglie dei detenuti arrivati da Viterbo, Terni, Spoleto, Rebibbia, Milano e L’Aquila dovranno attraversare mezza Italia e poi il Tirreno per sessanta minuti dietro un vetro. È contrario all’ordinamento penitenziario, che nei trasferimenti impone di favorire istituti prossimi alla residenza delle famiglie. Il segretario sardo di Forza Italia Pietro Pittalis, replicando alla presidente della Regione Alessandra Todde, ha detto che “il progetto del 41 bis in Sardegna non nasce con il governo Meloni, né è stato concepito dal ministro Carlo Nordio”. Sui fatti ha ragione. Il padiglione da 92 posti di Uta fu ultimato il 7 gennaio 2021, con Alfonso Bonafede guardasigilli del Conte II, che ne annunciò la ripresa al Senato il 30 settembre 2020. Le sezioni speciali sarde furono attivate con decreti firmati tra il 2014 e il 2018 dall’ex ministro del Pd Andrea Orlando. Ma Pittalis omette che la formula sulle aree insulari, oggi oggetto della sua proposta di legge C.2781 depositata il 3 febbraio 2026, fu scritta nel 2009 dal quarto governo Berlusconi, con Angelino Alfano ministro della Giustizia. Il piano che ha mosso gli ottantotto uomini si chiama “Kairos”: illustrato dall’allora sottosegretario Andrea Delmastro alla Conferenza Stato-Regioni del 18 dicembre 2025, concentra oltre ottocento posti in sette istituti scelti anche per la distanza geografica. Tre sono della Sardegna. Il Conte II ha costruito un padiglione, il governo Meloni ne ha concretizzato lo scopo: l’isola come contenitore del circuito di massima sicurezza nazionale. Il numero che sparisce - Poi ci sono i numeri. Il 4 settembre Uta risultava sovraffollato al 135,8 per cento; il 6 settembre, con novantuno persone in più, al 130,8. Il carcere si riempie e il tasso scende. Il meccanismo emerge dalle schede di trasparenza del ministero, monitorate dal giornalista Marco Dalla Stella su sovraffollamentocarcerario.it. Fino al 4 settembre Uta aveva 561 posti regolamentari e 759 presenze. Il 5 la capienza sale a 652: novantuno posti comparsi con l’arrivo dei detenuti al carcere duro, non il 23 luglio, quando Nordio aveva inaugurato il reparto senza avvisare la Regione né la garante sarda Irene Testa. Quei novantuno posti sono le camere del nuovo padiglione. Celle singole, ventitré semisezioni, cinque sezioni, vigilate dal Gom. Nessun detenuto di media o alta sicurezza potrà occuparle, perché i circuiti non comunicano: la legge impone sezioni “logisticamente separate dal resto dell’istituto”. Sono state comunque sommate alla capienza generale ed entrano nel calcolo dell’affollamento di tutti. Separando i circuiti, come impone la norma, il quadro si rovescia. La Camera Penale di Cagliari certifica che al 31 agosto Uta ospitava 748 detenuti di media e alta sicurezza per 561 posti, cui “si aggiungono” quelli del regime speciale. Tolti gli ottantotto del 41 bis, il 6 settembre nel circuito ordinario restano 762 persone per 559 posti agibili: 136,3 per cento, contro il 135,8 precedente. Il sovraffollamento è salito, anche se la statistica ufficiale dice il contrario. Gli stessi penalisti hanno messo per iscritto il resto: due medici, quattro infermieri a tempo pieno e due psichiatri per tutto l’istituto, circa cinquanta persone con gravi patologie psichiatriche e un presidio sanitario nella nuova sezione senza personale medico dedicato. Gli agenti sono 337 su 438 previsti. L’isola intera si muove nella stessa direzione. Sassari Bancali il 6 settembre contava 613 detenuti per 455 posti, con 303 agenti su 384. Badu ‘e Carros, destinato a diventare il primo carcere italiano riservato al regime speciale, ospitava 45 persone su 274 posti agibili, con 144 agenti su 217: un istituto svuotato in attesa della riconversione, in un Paese con 65.852 detenuti e 46.296 posti. Che la Sardegna fosse pensata così lo si sapeva. La Commissione parlamentare antimafia presieduta da Rosy Bindi, nella relazione conclusiva del 7 febbraio 2018, annotava che gli adattamenti previsti dalla legge del 2009 erano stati realizzati solo in parte e che “ancora nel 2015 i nuovi penitenziari previsti in Sardegna erano lungi dall’essere disponibili”. Allo stesso tempo segnalava il rischio di automatismo nelle proroghe e avvertiva che, senza i diritti degli articoli 27 e 32 della Costituzione, il sistema costruito per isolare i mafiosi finirebbe per vanificarsi. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura, nel rapporto del 24 marzo 2023, ha chiesto all’Italia più colloqui e telefonate e un limite temporale alle aree riservate, che il Garante nazionale, quattro giorni prima, aveva ricordato non essere previste dalla legge. Il 10 aprile 2025 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la proroga del 41 bis a Morabito, detenuto ultranovantenne con deterioramento cognitivo. C’è un dettaglio emblematico. Tra le ragioni ufficiali della concentrazione il governo ha indicato la necessità di garantire le quattro ore d’aria imposte dalla sentenza della Corte costituzionale n. 30 del 2025, nata da un’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Sassari sul reclamo di un detenuto di Bancali. Dalla Sardegna arriva la pronuncia che allarga i diritti dei reclusi al carcere duro, usata però strumentalmente per portarne altri sulla stessa isola. Il piano Kairos, come ha ricostruito Antigone, è secretato per motivi di sicurezza e l’elenco dei sette istituti non è mai stato pubblicato. Todde ha chiesto gli atti il 4 agosto, senza risposta, e annuncia ricorso al Tar e questione di costituzionalità, con un onere stimato in 15 milioni sul bilancio regionale, perché la Sardegna finanzia da sola la sanità penitenziaria. Cayenna era una colonia penale francese in Guyana, nata nel 1852 per mettere il mare tra i condannati e il resto del mondo. Nel 2026, di fatto, riapre quella nostrana, in una Sardegna sensibile ai diritti di chi è sottoposto all’istituzione totalizzante. Tra queste persone c’era Roberto Loddo, 45 anni, direttore del manifesto sardo, morto martedì scorso. Aveva a cuore carcere e salute mentale. “Ti ricorderò per la libertà del tuo pensiero e per quello che hai saputo trasmettere agli altri - scrive la garante regionale Irene Testa - Mancherai alle persone di cui ti prendevi cura, a chi hai ascoltato, aiutato e accompagnato. Che la terra ti sia lieve”. Riparte il cantiere della giustizia. Ma da dove? Nordio ha messo tutti i dossier in stand-by di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 10 settembre 2026 In quattro anni, a parte l’abolizione dell’abuso d’ufficio e alcune riforme minori non è stato fatto granché e il rapporto con la magistratura associata non aiuta. Dove eravamo rimasti? Il Parlamento riapre e con le Camere torna a riaccendersi anche il cantiere della giustizia. Solo che, dopo la bocciatura referendaria della separazione delle carriere fra pm e giudici, il governo si ritrova adesso davanti a un problema: da dove ripartire? I dossier non mancano. Anzi. Il problema è che molti sono fermi nei passaggi parlamentari, mentre altri si trascinano stancamente da mesi tra annunci, mediazioni e rinvii. Carlo Nordio, in vista del referendum, aveva messo tutto in stand by, confidando sul fatto che con la vittoria del Sì tutto sarebbe stato più facile. Risultato? In quattro anni, a parte l’abolizione dell’abuso d’ufficio e alcune riforme minori, non è stato fatto granché. E se il bilancio non è completamente negativo lo si deve all’impegno di Forza Italia. A ciò si aggiunge il rapporto con la magistratura associata che, in questo momento, non aiuta. Enrico Costa, capogruppo degli azzurri alla Camera, ha sottolineato più volte quanto sia diventato difficile, se non impossibile, il confronto con l’Associazione nazionale magistrati dopo il referendum. Se lo scenario non è esaltante, c’è un provvedimento che può allora diventare il primo test della ripartenza: il cosiddetto ddl Zanettin sul sequestro degli smartphone. Lo smartphone non è più un semplice telefono. Contiene messaggi, fotografie, email, documenti, dati bancari, informazioni personali e professionali. Può raccontare anni della vita di una persona e, inevitabilmente, anche quella di soggetti completamente estranei alle indagini. Proprio per questo il Parlamento aveva cominciato a mettere mano a una disciplina specifica. Il disegno di legge presentato da Pierantonio Zanettin (FI) e Giulia Bongiorno (Lega) è stato approvato dal Senato il 10 aprile 2024. Arrivato alla Camera si è però subito impantanato. Nel dettaglio, il testo punta a introdurre regole più precise sul sequestro dei dispositivi informatici, prevedendo il controllo del giudice e una disciplina delle operazioni tecniche e della selezione dei dati. L’obiettivo è evitare che il sequestro di uno smartphone da parte del pm diventi una sorta di autorizzazione generale nei confronti del maresciallo al voyeurismo nella vita digitale dell’indagato. Il principio è semplice: se il telefono può contenere tutto, proprio per questo non può essere considerato una prova da acquisire senza limiti ma deve sostare alle stesse regole delle intercettazioni telefoniche. La questione è diventata ancora più delicata alla luce della recente giurisprudenza europea sull’accesso ai dati contenuti nei dispositivi elettronici. Senza dimenticare che anche quella italiana è intervenuta più volte al riguardo. Il ddl, peraltro, si è poi intrecciato con quello, altrettanto delicato, del trojan, il captatore informatico che trasforma il cellulare in una micro spia. Il ddl Zanettin può dunque essere un buon punto di partenza per la nuova fase di Nordio. Il No, infatti, ha cancellato il principale obiettivo politico della legislatura sul fronte della giustizia, ma non ha cancellato i problemi degli uffici giudiziari, delle carceri, del processo penale e civile, delle intercettazioni e della prova digitale. In questi giorni passeremo quindi in rassegna gli altri dossier rimasti sul tavolo di via Arenula, per capire quali riforme abbiano davvero la possibilità di ripartire e quali rischino invece di restare impigliate nella legislatura. Csm, la corsa dell’indipendente Iannone: “I magistrati non accettano più le degenerazioni correntizie” di Simona Musco Il Dubbio, 10 settembre 2026 La consigliera della Corte d’Appello di Napoli lancia la sfida da autonoma: “Non è una candidatura di testimonianza. Servono competenze tecnologiche, trasparenza sulle nomine e merito per superare le logiche d’appartenenza”. “I magistrati hanno voglia di cambiare e non accettano più le degenerazioni correntizie”. Fernanda Iannone, consigliere della Corte d’Appello di Napoli, ha scelto di candidarsi alle prossime elezioni del Consiglio superiore della magistratura come indipendente, senza appartenenza a gruppi associativi. “Autonoma oltre che indipendente”, spiega al Dubbio. Una scelta maturata anche attraverso il confronto quotidiano con i colleghi. “Avverto tra molti magistrati una stanchezza crescente verso alcune degenerazioni del sistema correntizio e, soprattutto, una domanda di possibilità di scelta più ampia”. Iannone non ha mai militato in una corrente e ha sempre mantenuto una posizione autonoma, anche prima dello scandalo Palamara. “Ho sempre ritenuto che l’appartenenza organizzata, quando diventa un vincolo identitario o finisce per incidere sulle dinamiche di carriera e di autogoverno, possa mettere sotto tensione quella libertà e indipendenza che devono accompagnare il magistrato nell’esercizio delle sue funzioni, sul banco pretorio”. È un argomento che, sotto alcuni profili, è stato utilizzato anche dai sostenitori del Sì al referendum. E allora perché votare No? “Perché, quanto alla possibilità per candidati non sostenuti da gruppi organizzati di concorrere realmente per il Csm, la legge Cartabia aveva già modificato profondamente il sistema elettorale. Non ritenevo quindi necessario modificare la Costituzione per creare uno spazio alle candidature individuali”. Dopo il referendum, Iannone ha osservato con attenzione il nuovo scenario elettorale. “Ho visto comparire tra le candidature diversi esponenti di primo piano delle correnti. Mi è sembrato un forte segnale di continuità rispetto a un sistema che, dopo il referendum e dopo la riforma elettorale, pensavo avrebbe mostrato una maggiore apertura. È stato questo a rafforzare la convinzione che fosse arrivato il momento di candidarmi”. Ma il vero punto di partenza della candidatura è anche il percorso professionale della magistrata. Per cinque anni Iannone ha svolto le funzioni di Referente distrettuale per l’innovazione e l’informatica, nel settore giudicante penale, della Corte d’Appello di Napoli, uno dei distretti giudiziari più grandi e complessi d’Italia. Un’esperienza che si inserisce in un percorso ormai quindicennale sui temi della digitalizzazione della giustizia, maturato nei tavoli tecnici ministeriali e, prima ancora, nell’esperienza presso il Consiglio d’Europa. Proprio da qui nasce una delle sue principali convinzioni: il Csm deve rafforzare le proprie competenze in materia di innovazione, informatica e tecnologia. “Nel Csm le competenze tecnologiche devono essere rafforzate e rese trasversali alle commissioni, perché oggi l’innovazione incide direttamente sull’organizzazione degli uffici e sulla stessa qualità della giurisdizione. La leva tecnologica e infrastrutturale appartiene in larga misura al Ministero; proprio per questo il Csm deve essere in grado di presidiare con competenze adeguate gli effetti che quelle scelte producono sull’organizzazione degli uffici e sull’esercizio della giurisdizione”. Una questione che, secondo Iannone, diventa ancora più evidente con l’intelligenza artificiale. Ministero e Csm si stanno muovendo su un terreno nuovo, sul quale è necessario costruire regole chiare, competenze e una visione comune, perché per il magistrato chiamato a confrontarsi concretamente con questi strumenti il rischio è altrimenti quello dell’incertezza. Ma la partita è anche politica, nel senso più ampio del termine: come può una candidata indipendente competere con gruppi che dispongono di strutture organizzate consolidate? Iannone guarda innanzitutto a una maggiore libertà nella formazione del consenso. “Penso che vi sia oggi una sensibilità diversa rispetto al passato. Le candidature indipendenti vengono guardate con maggiore interesse perché dimostrano che può esistere una possibilità di scelta ulteriore rispetto a quelle tradizionalmente organizzate”. Particolare attenzione è rivolta ai magistrati più giovani. “Vorrei soprattutto che i colleghi più giovani potessero scegliere liberamente se partecipare alla vita associativa senza percepire l’appartenenza a un gruppo come un passaggio necessario per il proprio percorso professionale”. Nessuna contrapposizione, dunque, all’associazionismo in sé. “Il confronto tra idee e sensibilità diverse è una ricchezza. Il problema nasce quando l’appartenenza organizzata rischia di diventare la regola prioritaria attraverso la quale si leggono le scelte e le opportunità all’interno della magistratura”. A sostegno di questa riflessione Iannone porta anche un’esperienza personale. Per cinque volte ha presentato la propria candidatura alla Struttura tecnica per l’organizzazione del Csm senza essere nominata, nonostante le esperienze maturate in ambito europeo, nell’organizzazione degli uffici, nella digitalizzazione e nell’innovazione. Tra le argomentazioni emerse nel corso di quelle procedure ricorda anche il riferimento alla presenza di “troppi giudici del Sud”. Ma il punto che Iannone ricava da quell’esperienza è più generale: “Ho avuto la percezione che la mancanza di un’afferenza correntizia potesse rappresentare uno svantaggio. Me ne sono fatta una ragione e ho avuto la possibilità di fare molte altre esperienze importanti. Ma non vorrei che uno dei giovani magistrati con cui ho lavorato, dopo aver costruito competenze elevate e realmente utili alla giurisdizione, arrivasse un giorno a pensare che quelle competenze non siano sufficienti e che sia necessaria un’appartenenza”. Il tema delle nomine resta centrale. E qui, accanto all’innovazione, Iannone indica due parole chiave: merito e trasparenza. “Dobbiamo evitare che le nomine possano apparire come il risultato di equilibri definiti prima del plenum o di accordi a pacchetto. La trasparenza deve rendere ricostruibile il percorso della decisione: i criteri applicati, le valutazioni, i dissensi e le ragioni della scelta”. C’è poi un dato sul quale la candidata invita a riflettere. “Secondo il dato reso pubblico a febbraio dall’allora presidente dell’Anm Cesare Parodi, circa 2.100 dei circa 9.200 iscritti all’Anm risultano formalmente iscritti alle correnti: circa il 23 per cento”. Ma, osserva Iannone, manca un altro dato forse ancora più significativo. “Il 24 febbraio 2026 un’interrogazione parlamentare al Ministro della giustizia ha chiesto quanti magistrati iscritti alle correnti ricoprano incarichi direttivi e semidirettivi e se esistano dati ufficiali sulle appartenenze correntizie dei magistrati nominati o confermati negli incarichi apicali. È esattamente questo il punto: senza dati conoscibili è impossibile misurare seriamente il fenomeno. La trasparenza e l’informatizzazione servono anche a questo: consentire ai magistrati di valutare sulla base dei fatti il funzionamento dell’organo di autogoverno”. La tecnologia può contribuire anche sotto questo profilo. Non per sostituire la valutazione umana, precisa Iannone, ma per rendere maggiormente conoscibili i processi decisionali. “La tecnologia può rendere digitali, tracciabili e verificabili i passaggi del procedimento, aumentando la trasparenza senza sostituire la valutazione del Consiglio. I componenti del Csm devono conservare tutta la discrezionalità necessaria per valutare concretamente le esigenze del singolo ufficio e le caratteristiche dei candidati. Tecnologia significa più conoscibilità e più controllo del percorso decisionale, non automatismo della decisione”. Anche la nuova circolare sulle nomine, secondo Iannone, mette a disposizione strumenti utili, purché i criteri vengano applicati in maniera concreta e non meccanica. Lo stesso vale per le esperienze fuori ruolo. “Il fuori ruolo non deve essere né premiato né penalizzato in astratto: va valutato per durata, contenuti e pertinenza dell’esperienza. Allo stesso modo deve avere un peso reale la continuità nell’esercizio della giurisdizione e la conoscenza concreta degli uffici. Meritocrazia significa proprio questo: valutare le esperienze per ciò che effettivamente valgono rispetto alla funzione che si deve svolgere”. Iannone guarda dunque alla propria candidatura non come a una candidatura di testimonianza, ma come alla possibilità concreta di utilizzare uno spazio che il nuovo sistema elettorale ha aperto. “È una competizione difficile e, per certi aspetti, può sembrare quella di Davide contro Golia. Ma la riforma elettorale ha aperto uno spazio alle candidature individuali e credo che quello spazio vada utilizzato fino in fondo. Non so quale sarà il risultato. So però che l’alternativa non si aspetta: si costruisce”. Femminicidi, come prevenirli? “Sì al violentometro e all’authority indipendente” di Benedetta Moro Corriere della Sera, 10 settembre 2026 Il giudice Fabio Roia e l’iniziativa del Corriere: “Bene le idee dei lettori. I modelli? La Spagna ha investito un miliardo di euro in un piano antiviolenza”. Femminicidi e, più in generale, violenza contro le donne. Cosa si può fare ancora per prevenirli? È la domanda che abbiamo rivolto a lettrici e lettori del Corriere. In pochi giorni sono arrivate 1.600 proposte, e continuano ad arrivare. Abbiamo selezionato le prime 23 per sottoporle a esperti e capire quali possano essere percorribili. A ragionare sulla loro concreta applicabilità è Fabio Roia, presidente del Tribunale di Milano, magistrato da anni impegnato sui temi della violenza di genere. Cosa fare contro i femminicidi? Le proposte dei lettori Giudice, da quale proposta iniziamo tra le 23 che abbiamo selezionato e pubblica nei giorni scorsi? “Nell’ambito della prevenzione mi sembra molto buona la costituzione di un’authority indipendente, che possa in qualche modo raccogliere e verificare tutto quello che viene fatto non solo in tema di prevenzione, ma a tutti i livelli. Quindi in tema di formazione, di funzionamento delle reti sul territorio, ma anche di impatto normativo e quindi di come reagisce l’autorità giudiziaria nell’applicazione delle leggi. Avrebbe anche compiti di studio, di raccordo, di analisi, di proposta e se vogliamo anche di controllo nell’ambito dell’attività di comunicazione”. Ricalca un po’ un’idea che lei suggerisce da tempo. “Esatto. Abbiamo un ministero che tenta di lavorare in maniera multisettoriale, ma l’aspetto giudiziario compete alla Giustizia e quello che viene fatto nelle scuole all’Istruzione. Sono molto importanti anche le proposte dei lettori e delle lettrici sulla comunicazione”. Quali ad esempio? “Una lettrice parla del “violentometro”, visto a Marsiglia, che attraverso delle domande permette di analizzare il livello di violenza nella coppia. È importante una comunicazione di prossimità: i numeri dei centri antiviolenza nei luoghi pubblici (tram, farmacie, negozi, supermercati ecc.) e un piccolo decalogo sui segnali iniziali della violenza, soprattutto psicologica e di controllo. Anche questa vostra iniziativa andrebbe estesa soprattutto ai social e resa permanente: sarebbe una forma continua di sensibilizzazione. Di questi temi parlerò venerdì 11 alle 18 al Festival della Comunicazione di Camogli” Un’altra proposta riguarda le separazioni non consensuali: supporto psicologico e avvocati formati per intercettare i segnali di rischio. “Quando una donna decide unilateralmente di interrompere una relazione si trova in una situazione di potenziale rischio di escalation. Avvocati, familiari e amici devono mantenere una soglia di allerta particolarmente alta”. Quali? “Ad esempio telefonate continue chiedendo di rimettersi insieme; dire frasi come “mi hai rovinato la vita” o minacciare il suicidio; ingenerare sensi di colpa nella donna per la rottura della relazione”. Pensava che sarebbe stato possibile arrivare a una situazione di questo tipo? “Onestamente no, pensavo che nelle giovani generazioni ci fosse un maggiore rispetto. Invece i dati dicono altro: secondo i numeri del Tribunale di Milano i reati di violenza contro le donne (atti persecutori, maltrattamenti e violenza sessuale) sono commessi per il 61% nella fascia dai 18 ai 41 anni”. Potrebbe funzionare un numero unico nazionale per gli uomini maltrattanti in cui possono trovare conforto? “No, l’uomo violento è solitamente un “negazionista” che tende a non ammettere le proprie responsabilità”. E percorsi psicologici obbligatori subito dopo la denuncia? “Gli esperti dei Cuav (Centri di accoglienza per gli uomini autori di violenza) evidenziano che, se l’adesione a percorsi psicologici per uomini non è volontaria ma imposta dalla legge, rischia di venire meno il fondamento stesso dell’intervento. Ma comunque non è giuridicamente possibile imporre per legge un percorso terapeutico obbligatorio al momento della sola denuncia, poiché il reato non è ancora stato accertato. Tuttavia, esistono strumenti al di fuori del processo penale, come l’ammonimento del questore per stalking, che prevedono l’invio a un centro per un trattamento di terapia comportamentale. Suggerirei una sensibilizzazione da parte dell’avvocato che assiste l’uomo, o della sua rete di supporto, per indirizzarlo e convincerlo a sottoporsi a questo tipo di programmi”. E dopo la denuncia esistono dei percorsi? “Ad esempio, la sospensione condizionale della pena può essere subordinata al fatto che l’uomo si sottoponga a un trattamento con esito positivo. Inoltre, percorsi simili vengono svolti anche all’interno delle carceri durante la detenzione e, se danno esito positivo, possono consentire la concessione di benefici penitenziari”. Insomma, si deve partire dall’educazione a scuola, che peraltro è la proposta più ricorrente dei lettori. “Esatto, con l’educazione al rispetto e alla valorizzazione della diversità di genere, fin dall’asilo”. Servono pene più severe? “No. In Italia abbiamo ottime leggi e le pene previste sono adeguate”. Quali altre soluzioni sarebbero attuabili nell’immediato? “Nel caso del ritiro della querela (per quei pochi reati che lo prevedono, ad esempio stalking non aggravato e le lesioni personali sotto i 20 giorni) un lettore suggerisce di contattare periodicamente la donna. Sì, si potrebbe creare anche un servizio ad hoc all’interno dei servizi sociali. È vero anche che in questi casi il giudice (o il pm o la polizia giudiziaria, dipende in quale fase siamo) dovrebbe compiere un accertamento per capire i motivi di tale scelta: se la donna sia pressata, minacciata, indotta o se invece il compagno abbia realmente intrapreso un percorso di recupero. Questa indagine è una “buona pratica” legata alla specializzazione dei magistrati, ma non sempre viene attuata. Molti non la effettuano perché, con il ritiro della denuncia, “si toglie un procedimento” (ovvero si alleggerisce il carico di lavoro). Quindi: è una tema di risorse perché se fossimo di più faremmo tutti meglio le cose. Però dobbiamo lanciare il messaggio che va fatto”. Molte lettrici raccontano la paura di ciò che accade dopo la denuncia... “Qui è il compito della polizia giudiziaria, della magistratura requirente e giudicante che devono essere specializzate e tutelare la vittima, che deve evitare tutte le forme di vittimizzazione secondaria. Cioè il post denuncia non deve diventare una prova di coraggio della donna. Questo dobbiamo evitarlo. E devo dire che le cose sono migliorate laddove ci sono magistrati specializzati, polizia giudiziaria specializzata, però si può fare ancora di più. Il tema adesso è quello della valutazione del rischio. Cioè, presentata una denuncia, fatti gli accertamenti, siamo in grado di valutare se quell’uomo che ha agito con violenza è un uomo a rischio escalation, che può portare al femminicidio? Perché, ovviamente, dico una banalità: non possiamo mettere tutti gli uomini violenti in carcere prima della condanna definitiva. Perché? Perché ovviamente il sistema ce lo vieta. Però c’è per la consumazione di certi reati una presunzione di pericolosità sociale, quindi il pubblico ministero e, in particolare, il giudice devono applicare questo criterio, scegliendo ad esempio tra arresti domiciliari con braccialetto elettronico o custodia cautelare in carcere. E, diceva giustamente un lettore, è sbagliato che la donna venga messa in protezione in una casa protetta, appunto, perché questa è una doppia violenza”. Molti lettori prendono la Spagna a esempio, perché è un Paese che è riuscito a registrare un calo dei reati commessi per questioni di genere. Come ci è riuscito? “Prima della pandemia, ha investito un miliardo di euro in un piano antiviolenza che ha coinvolto diversi settori. Nel sistema giuridico spagnolo, un reato commesso ai danni di una donna per motivi di genere viene punito più gravemente rispetto allo stesso reato commesso ai danni di un uomo. Questa disparità di trattamento è stata ritenuta compatibile con la Costituzione spagnola. Questo perché scatta la discriminazione di genere. In Italia credo che una cosa del genere non sarebbe fattibile perché temo non superi il vaglio della Corte costituzionale, ma bisognerebbe ragionarci. Per ora possiamo vedere come risponderà la norma sul delitto di femminicidio, introdotta lo scorso dicembre”. Maltrattamenti, il silenzio della vittima sulla revoca non attenua le esigenze cautelari di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 10 settembre 2026 La Cassazione, sentenza n. 32652/2026, chiarisce che la mancata opposizione alla richiesta di revoca o sostituzione della misura cautelare è ininfluente: si tratta di una mera facoltà della persona offesa. Nei maltrattamenti in famiglia, il silenzio della persona offesa in merito alla richiesta di revoca o sostituzione della misura cautelare è ininfluente. Non se ne può dunque dedurre l’assenza di pericolo né la mancanza di timore per la propria incolumità; la valutazione compete interamente al giudice. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 32652/2026, dichiarando inammissibile il ricorso dell’imputato. La vicenda riguardava un uomo condannato a tre anni e otto mesi per maltrattamenti in famiglia, detenuto in carcere, che aveva chiesto la sostituzione della custodia cautelare con gli arresti domiciliari presso l’abitazione di una cugina. Il Tribunale di Catania aveva respinto la richiesta, ritenendo ancora attuale il pericolo di reiterazione; l’imputato aveva invece sostenuto, tra l’altro, che dovesse essere valorizzato il fatto che la persona offesa, pur avvisata, non si fosse opposta alla sostituzione della misura. Per la Suprema corte è “manifestamente infondato” il rilievo che “non sussisterebbe il concreto pericolo di reiterazione in mancanza di opposizione della persona offesa alla richiesta di sostituzione della misura che le è stata notificata”. “La individuazione della sussistenza delle esigenze cautelari, correlate al pericolo, concreto e attuale, di reiterazione di condotte dello stesso genere - si legge nella decisione -, costituisce precipuo compito del giudice che ne individua la ricorrenza sulla base di elementi circostanziali quali la durata della condotta illecita e la sua intensità e di elementi desumibili dalla personalità del soggetto agente di cui deve essere, in particolare, apprezzata, in presenza di reati abituali quali quello di maltrattamenti in famiglia, la pervicacia della condotta”. Dunque, in relazione a tale tipologia di reati, il giudizio di pericolosità “deve essere vieppiù ponderato dal giudice, in presenza delle condizioni di vulnerabilità della vittima del reato, attraverso l’esame di specifici elementi di fatto, e non può essere, invece, ricostruito sulla base della percezione di pericolo della persona offesa che, messa in condizione di interloquire sulla richiesta di sostituzione della misura, non abbia allegato situazioni di concreto e ulteriore pericolo per la sua incolumità”. “La interlocuzione della persona offesa sulla richiesta di sostituzione della misura - prosegue la Corte - costituisce esercizio di una mera facoltà e, pertanto, il suo silenzio non può essere interpretato come mancata sussistenza di condizioni di pericolo o timore per la propria incolumità - e valere a favore della persona già sottoposta a misura - venendo, altrimenti, trasformato da misura di protezione e garanzia in un onere informativo posto a carico della persona offesa”. Inoltre, aggiunge la Corte l’attenuazione o l’esclusione delle esigenze cautelari non può neppure essere desunta dal “solo decorso del tempo di esecuzione della misura e/o dall’osservanza puntuale delle relative prescrizioni, dovendosi valutare ulteriori elementi di sicura valenza sintomatica in ordine al mutamento della situazione apprezzata all’inizio del trattamento cautelare”. Correttamente, dunque, l’ordinanza impugnata ha motivato la persistente pericolosità dell’imputato, basandosi sulla “oggettiva gravità della pena”, alla quale il ricorrente ha opposto “esclusivamente il tempo trascorso”. In definitiva, per la VI Sezione penale, nel reato di maltrattamenti in famiglia, il silenzio della persona offesa, posta in condizione di interloquire sulla richiesta di revoca o sostituzione della misura ai sensi dell’art. 299, comma 3, cod. proc. pen., è ininfluente ai fini della valutazione della sussistenza del pericolo concreto e attuale di reiterazione, costituendo tale interlocuzione esercizio di una mera facoltà, dalla cui mancanza non può desumersi né l’insussistenza di condizioni di pericolo né l’assenza di timore della vittima per la propria incolumità. Sardegna. Todde annuncia ricorso sul 41-bis e rompe con Nordio: “Mi rifiuto di incontrarlo” Il Dubbio, 10 settembre 2026 La Regione Sardegna impugnerà davanti al Tribunale amministrativo regionale gli atti relativi al trasferimento nell’Isola di circa cento detenuti sottoposti al regime del 41-bis. Nell’ambito del giudizio intende inoltre sollevare la questione davanti alla Corte costituzionale. Lo ha annunciato a Cagliari la presidente della Regione, Alessandra Todde, dopo la mancata risposta alla richiesta di accesso agli atti presentata il 4 agosto. La governatrice ha escluso anche la possibilità di chiedere un nuovo incontro al ministro della Giustizia Carlo Nordio. “Questo è un attacco deliberato alla Sardegna”, ha dichiarato Todde riferendosi alla decisione del governo di trasferire i detenuti al 41-bis durante lo scorso fine settimana. La presidente ha ricordato che la Regione aveva presentato una richiesta formale di accesso agli atti il 4 agosto. “Sono decorsi 30 giorni e nessuno ha risposto, perché l’importanza della risposta e della leale collaborazione probabilmente non vengono prese in considerazione”, ha affermato. La mancata risposta del governo porterà la Regione ad avviare il contenzioso amministrativo. “Noi impugneremo gli atti al Tribunale amministrativo regionale e poi, incidentalmente, anche in Corte costituzionale”, ha annunciato Todde. La contestazione riguarda la decisione di concentrare in Sardegna una parte dei detenuti sottoposti al regime carcerario speciale e il mancato confronto preventivo con l’amministrazione regionale. Il trasferimento ha aperto un confronto politico tra gli schieramenti presenti in Sardegna. Il campo largo accusa il governo nazionale di avere imposto la decisione senza coinvolgere la Regione. Il centrodestra sostiene invece che il piano derivi da scelte compiute dai precedenti governi, quando alla guida del Paese si trovavano anche il centrosinistra e il Movimento 5 Stelle. “Abbiamo sentito delle ricostruzioni fantasiose. Bisogna dire in maniera forte e chiara che la decisione di concentrare il 41-bis in Sardegna è una decisione di questo governo”, ha dichiarato. La presidente attribuisce la responsabilità della decisione all’attuale esecutivo, al ministro della Giustizia e ai parlamentari della maggioranza che sostengono il trasferimento. “È questo governo che se ne deve prendere la responsabilità, insieme al ministro e ai parlamentari di maggioranza che, in questo momento, assecondano il governo”, ha affermato. Todde sostiene che gli istituti penitenziari sardi siano già interessati da problemi di sovraffollamento e carenza di personale. “Il sistema carcerario sardo è già in una situazione di assoluta difficoltà”, ha dichiarato la governatrice. Todde richiama i numeri diffusi da chi opera all’interno del sistema penitenziario regionale e sostiene che le criticità siano state ignorate dal governo. “Si è portato avanti un atto unilaterale, senza alcun tipo di coprogrammazione, copianificazione, ma semplicemente di arroganza. Noi riteniamo che non sia assolutamente questo il modo giusto di procedere”, ha aggiunto. Secondo la presidente, il confronto preventivo avrebbe dovuto riguardare anche le conseguenze del trasferimento e la partecipazione dello Stato alla loro gestione. “Non è accettabile subire una situazione di questo tipo senza aver discusso in maniera preventiva delle conseguenze e della corresponsabilità dello Stato, non solo per mandarci qua i carcerati, ma anche per partecipare alle conseguenze”, ha dichiarato. Alla domanda sulla possibilità di incontrare Carlo Nordio, Todde ha risposto negativamente. “Mi rifiuto di incontrarlo”, ha affermato. La governatrice ha ricordato un precedente incontro con il ministro, avvenuto un anno fa dopo diverse richieste della Regione. Secondo Todde, Nordio avrebbe assunto pubblicamente l’impegno di condividere le decisioni riguardanti il sistema penitenziario sardo. “Non ha condiviso un accidente. Io non voglio essere presa per i fondelli, i sardi non lo permettono e io rappresento tutti”, ha dichiarato. Todde ha escluso di voler promuovere un ulteriore confronto istituzionale con il titolare della Giustizia. “Un ministro che mi ha preso in giro non si merita che io gli chieda incontri”, ha affermato. “Si merita che io vada in Corte costituzionale e che impugni gli atti”, ha concluso la presidente della Regione. Campania. Carceri: Del Sorbo, priorità a sicurezza, sanità e reinserimento ansa.it, 10 settembre 2026 Attenzione particolare a minori e giovani a rischio esclusione sociale. Tutela sanitaria, sicurezza negli istituti penitenziari, formazione e reinserimento sociale: sono gli aspetti che Giuseppe Del Sorbo, consulente esperto in politiche del lavoro nell’ambito della Polizia Penitenziaria, intende sviluppare attraverso il confronto con istituzioni ed enti competenti. Particolare attenzione, spiega una nota, sarà dedicata ai minori e ai giovani a rischio di esclusione sociale, con l’obiettivo di promuovere percorsi di istruzione, formazione professionale e accompagnamento al reinserimento nel mondo del lavoro e nella società. “Investire nell’istruzione e nella formazione dei ragazzi significa investire nella sicurezza e nel futuro dell’intera comunità”, dichiara Del Sorbo secondo il quale bisogna offrire ai giovani “concrete possibilità di riscatto e costruire percorsi capaci di accompagnarli verso un pieno reinserimento sociale e lavorativo”. L’attività, spiega una nota, prevede inoltre un rafforzamento del confronto con il Consiglio Regionale, con particolare riferimento all’Ufficio di vice presidenza e alle Commissioni competenti. Del Sorbo curerà i rapporti istituzionali anche in qualità di delegato ai rapporti con l’Ufficio di vice presidenza regionale. Nell’ambito delle rispettive competenze istituzionali, è prevista una collaborazione con il vice presidente Giuseppe Fabbricatore e con la Commissione Trasparenza, presieduta da Francesco Iovino, per sostenere iniziative dedicate alla tutela, alla sicurezza, alla formazione e all’inclusione sociale. “L’obiettivo - conclude Del Sorbo - è costruire un dialogo costante tra istituzioni, enti e territorio. Sicurezza e reinserimento sociale non sono obiettivi contrapposti: offrire istruzione, formazione e opportunità significa ridurre il disagio e creare condizioni di maggiore sicurezza per tutti”. Firenze. Nel carcere di Sollicciano nove giovani detenuti su 10 hanno problemi di dipendenze di Ilaria Dioguardi vita.it, 10 settembre 2026 Nell’istituto fiorentino sono 45 i ragazzi tra 18 e 23 anni, per la maggioranza stranieri. “Con loro abbiamo fallito perché, troppo spesso, diventati maggiorenni, vengono lasciati soli”, dice Fatima Ben Hijji, mediatrice culturale marocchina volontaria e presidente dell’associazione Pantagruel. “Servono più tutori”. “Abbiamo fallito con questi ragazzi”. Parla dei giovani stranieri nelle carceri, Fatima Ben Hijji. Lei è mediatrice culturale marocchina e presidente dell’associazione Pantagruel che lavora in carcere, soprattutto a Sollicciano (Firenze). Attualmente, nel carcere fiorentino, sono 45 i ragazzi detenuti tra 18 e 23 anni. “In maggior parte sono stranieri, alcuni di seconda generazione. Il 90% dei giovani detenuti hanno problemi di dipendenze, di salute mentale e di autolesionismo”. Sono 445 le persone detenute nell’istituto fiorentino, a fronte di 494 posti regolamentari e 225 posti non disponibili, secondo i dati del ministero della Giustizia aggiornati all’8 settembre 2026. Perché dice: “Abbiamo fallito con questi ragazzi”? Molti dei giovani stranieri detenuti sono arrivati da minorenni, in salute, con la speranza di aiutare la propria famiglia, poi non trovano quello che pensano di trovare. Un ragazzino che arriva qui a 15-16 anni viene messo in una struttura per minori stranieri non accompagnati, fino all’età di 18 anni. Dal giorno del suo diciottesimo compleanno deve lasciare la struttura, non ha più una casa, non ha un documento: il permesso di soggiorno scade a 18 anni. Abbiamo fallito perché, troppo spesso, diventati maggiorenni, questi ragazzi vengono lasciati soli. Si trovano per strada, vanno a cercare i loro compaesani più grandi che fanno la strada. Stanno talmente male che diventano quasi tutti dipendenti da sostanze, lì la strada per il carcere è quasi automatica. Quindi, li ritroviamo a 19 o 20 anni negli istituti di pena, spesso con grandi difficoltà di salute. Attualmente quanti sono i ragazzi a Sollicciano che difficoltà hanno? Fino a prima della chiusura delle sezioni per condizioni inumane e degradanti, più o meno i ragazzi fino a 25 anni erano una sessantina, un numero enorme. Alcuni sono stati trasferiti a Pisa, Livorno, Porta Azzurro, Prato e Pistoia. Ora ce ne sono circa 45 tra 18 e 23 anni. In maggior parte sono stranieri, alcuni di seconda generazione. Nel carcere di Sollicciano, il 90% dei giovani detenuti hanno problemi di dipendenze, di salute mentale e di autolesionismo. Io li vedo ogni volta che vado, questi ragazzi con le braccia piene di tagli. Non ci posso pensare che un ragazzino di 20 anni debba prendere le pasticche per dormire. Quando dico che abbiamo fallito mi riferisco alle istituzioni, al comune di Firenze, che ha fatto degli investimenti su questi ragazzi, che evidentemente non funzionano come dovrebbero, a noi cittadini. Una delle soluzioni quale potrebbe essere? Servono più tutori. A 18 anni, se questi ragazzi sono seguiti da tutori volontari, non sono abbandonati. Gli affitti sono cari a Firenze, non ci sono alloggi che possano permettere a questi ragazzi di potersi pagare l’affitto con un lavoretto trovato con borsa lavoro. Si ritrovano senza lavoro, senza casa, finiscono in queste case abbandonate dove c’è di tutto. Io ci vado qualche volta a cercarli lì. Ho rapporti con i parenti di questi ragazzi in Marocco, Tunisia, Egitto. Se qualcuno perde un figlio qui, spesso chiedono a me. Altre soluzioni? Ho incontrato un ragazzo che è da tre anni in Italia, non sa parlare l’italiano. Eppure, è stato un anno e mezzo in una struttura per minori. Bisogna fare in modo che questi ragazzi minori stranieri non accompagnati facciano un percorso: devono imparare l’italiano, studiare e imparare un mestiere. Lei da quanti anni entra nel carcere di Sollicciano? Dal 2013, sono 16 anni. Ci vado una o due volte a settimana, ci sto tutto il giorno e cerco di seguire i giovani più che altro, sono loro che hanno più bisogno e che ci possono salvare da questo mondo che ci circonda. Andare da questi ragazzi è diventata una ragione di vita, anche se è complicato portare avanti questa mia attività di volontariato non posso lasciarli. Poi ci sono queste mamme che mi chiamano e piangono, chiedendomi di vedere come stanno i loro figli con cui non riescono a mettersi in contatto. È un cerchio che non si chiude mai. Bergamo. Il carcere scoppia, ancora 610 detenuti. “Vanno potenziate le misure alternative” di Luca Bonzanni L’Eco di Bergamo, 10 settembre 2026 Dopo alcuni mesi di tregua, toccato nuovamente il picco già registrato a ottobre 2025. Don Tengattini: “Manca un intervento delle istituzioni e la polizia penitenziaria è allo stremo”. Alle spalle ci sono mesi di “tregua”, o forse, più semplicemente, di “normalizzazione”. Invece, nelle ultime settimane il cronico sovraffollamento del carcere di Bergamo s’è fatto nuovamente acuto: e così, stando agli ultimi dati del ministero della Giustizia aggiornati a martedì, in via Gleno si è tornati a quota 610 detenuti, eguagliando il precedente primato che risaliva alla fine di ottobre 2025. Mai, da quando esistono rilevazioni puntuali e pubbliche, si erano contati tanti reclusi: sono quasi il doppio rispetto alla capienza regolamentare, fissata in 319 posti, mentre il tasso di affollamento è risalito al 191,2%, il 14° più alto tra tutti gli istituti del Paese. Inversione di tendenza - Eppure, per qualche tempo la situazione era parsa stabilizzarsi: da aprile a Ferragosto la popolazione ristretta si è mantenuta attorno alle 575-585 unità, fino all’inversione di tendenza recente. Che ha anche alcune motivazioni fisiologiche (spesso chi può usufruire di permessi li “prende” d’estate) e che dà conto di una criticità comune a ogni livello (in Lombardia ci sono quasi 9.300 detenuti per circa 5.800 posti agibili). “Situazioni difficilmente comprensibili” - “Purtroppo, il mondo della giustizia continua a vivere problemi di lungo periodo - riflette don Luciano Tengattini, cappellano della casa circondariale intitolata a don Fausto Resmini -: mancano interventi sostanziali da parte del governo. In questi anni si è tentato di sensibilizzare le istituzioni attraverso diverse iniziative, il Giubileo ha visto alzarsi tante voci, ma non è bastato. Ad esempio, molte persone entrano in carcere per scontare condanne definitive di pochi mesi, ma a distanza anche di dieci anni dai fatti: sono situazioni difficilmente comprensibili, che potrebbero essere regolate attraverso lavori di pubblica utilità. Tutto ciò alimenta il sovraffollamento, che pesa non solo sulla condizione degli stessi detenuti, ma anche su quella del personale: soprattutto gli agenti di Polizia penitenziaria sono allo stremo”. I dati ufficiali del ministero della Giustizia indicano 206 agenti effettivi a fronte dei 243 previsti, ma la pianta organica è “tarata” sulla capienza regolamentare (e l’affollamento reale è quasi il doppio), mentre gli educatori sono 4 rispetto ai 6 teorici; quanto agli amministrativi, se ne contano 16 anziché 23. “Se ci fosse un incremento del personale, la quotidianità sarebbe più gestibile - sottolinea Valentina Lanfranchi, garante dei detenuti di Bergamo -. Chi ha responsabilità a livello ministeriale deve comprendere che servono più operatori, più formazione e più reinserimento”. “Potenziare le misure alternative” - Una strada, questa, invocata da chi quotidianamente fa da ponte tra il “dentro” e il “fuori”: “La possibilità di combattere il sovraffollamento - prosegue Fausto Gritti, presidente dell’associazione Carcere e Territorio - è nel potenziamento delle misure alternative, non in una politica giudiziaria che incrementa i reati e aumenta le casistiche di ingresso in carcere. Occorre snellire i tempi della magistratura di sorveglianza ed estendere l’applicazione dell’articolo 21 (la norma che consente il lavoro esterno, ndr), per non vanificare le possibilità alloggiative e lavorative che abbiamo creato”. “Educare alla legalità” - Sullo sfondo, un segnale incoraggiante ci sarebbe. Ma rischia, secondo molti, di rimanere solo sulla carta: “In estate è stata promulgata la legge che riguarda detenuti con tossicodipendenza e alcoldipendenza e che consente loro, a determinate condizioni, di essere affidati a comunità terapeutiche o detenzione domiciliare - ricorda Giulio Marchesi, presidente dell’Ordine degli avvocati di Bergamo -. Il problema è che le comunità o non ci sono o sono piene: siamo alla solita questione per la quale lo Stato afferma un principio la cui attuazione dipende però dalla buona volontà dei privati. Al tempo stesso, la società sta mostrando comportamenti sempre più violenti, irrispettosi dell’autorità: è anche conseguenza del fatto che, quando i rimedi della giustizia si dimostrano poco efficaci, aumenta la quota di coloro che pensano di poter fare giustizia da sé. La soluzione è sempre quella dell’educazione alla legalità”. Genova. Uscire dal carcere senza una casa: il reinserimento rischia di trasformarsi in un salto nel vuoto genovaquotidiana.com, 10 settembre 2026 La Consulta Carcere-Città affronta l’emergenza abitativa delle persone che hanno terminato la detenzione o accedono a misure alternative. Tra le ipotesi, il recupero degli alloggi comunali sfitti con il coinvolgimento del Terzo settore. La pena può finire, ma senza una casa il ritorno alla vita fuori dal carcere rischia di non cominciare mai davvero. Un indirizzo stabile è spesso indispensabile per trovare un lavoro, mantenere i rapporti familiari, accedere ai servizi e proseguire i percorsi avviati durante la detenzione. L’emergenza abitativa è stata al centro del quarto tavolo tematico della Consulta Carcere-Città, riunito questa mattina a Palazzo Tursi. Il confronto ha coinvolto amministrazione comunale, istituzioni, servizi e realtà territoriali con l’obiettivo di individuare soluzioni per le persone prossime alla scarcerazione o ammesse all’esecuzione della pena fuori dagli istituti penitenziari. Istituita dal Comune di Genova nel 2025, la Consulta viene presentata dall’amministrazione come il primo organismo comunale stabile italiano dedicato al rapporto tra carcere e città. Il suo compito è mettere in comunicazione soggetti che spesso intervengono separatamente su problemi strettamente collegati tra loro. Nei precedenti incontri sono già stati affrontati il lavoro, la formazione professionale, l’inclusione sociale, l’assistenza sanitaria, l’accesso alle cure, i diritti civili e l’iscrizione anagrafica. L’abitazione rappresenta però uno dei passaggi più difficili: senza un alloggio, anche un’opportunità lavorativa o un percorso terapeutico possono diventare complicati da mantenere. Il tavolo ha esaminato gli strumenti dell’inclusione socio-abitativa, dell’edilizia residenziale pubblica e dell’edilizia sociale. Il problema riguarda anche le regole regionali per l’assegnazione degli alloggi, sulle quali il Comune intende aprire un confronto con la Regione Liguria. Tra le possibilità emerse c’è il recupero di appartamenti comunali attualmente sfitti attraverso accordi con gli enti del Terzo settore. Una modalità già sperimentata che Palazzo Tursi vorrebbe ampliare introducendo specifiche previsioni nel regolamento del patrimonio abitativo comunale, ora in fase di revisione. Il lavoro della Consulta proseguirà nei prossimi mesi con due nuovi approfondimenti. Uno sarà dedicato alla tutela dei genitori detenuti e dei loro figli, l’altro al rapporto tra sicurezza, prevenzione e reinserimento sociale. Entro la fine dell’anno dovrebbe essere predisposto un documento contenente le proposte condivise da sottoporre alle istituzioni interessate. L’assessora ai Servizi sociali Cristina Lodi ha sottolineato che casa, salute, lavoro, formazione e documenti devono essere affrontati come parti dello stesso percorso. L’assessore al Patrimonio Davide Patrone ha indicato nella collaborazione con il Terzo settore e nel recupero degli immobili sfitti due possibili strumenti operativi. Ai prossimi tavoli parteciperanno anche l’assessora alla Scuola e alle Pari opportunità Rita Bruzzone e l’assessora alla polizia locale e alla Sicurezza Arianna Viscogliosi. La Consulta è stata promossa inoltre con il coinvolgimento dell’assessore alla Mobilità, ai Trasporti e ai Rapporti sindacali Emilio Robotti. Lucca. Garante dei detenuti: presentate sei candidature di Jessica Quilici La Nazione, 10 settembre 2026 I profili saranno ascoltati nelle prossime settimane dalla commissione. Inizia così l’iter per la nomina. Il 30 settembre la relazione finale post-audizioni. È ufficialmente partito l’iter in commissione per arrivare alla nomina del nuovo garante dei detenuti del Comune di Lucca. Una figura assente formalmente dallo scorso febbraio, e cioè da quando l’ente ha recepito le dimissioni della dottoressa Giulia Gambardella e il carcere cittadino è rimasto sprovvisto di un referente. Un’assenza che in questi mesi ha fatto molto discutere, dato che, come denunciato più volte dall’associazione Antigone, il San Giorgio detiene il triste record del più sovraffollato d’Italia, con un tasso che ha raggiunto picchi del 247%. Una situazione talmente critica che questa estate ha richiamato l’attenzione del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Fabio Pinelli, in visita alla struttura dopo la morte di due detenuti. Sono sei le domande arrivate attraverso il bando indetto da Palazzo Orsetti per ricoprire l’incarico a titolo gratuito per tre anni, a difesa e garanzia di chi vive all’interno del carcere San Giorgio. Solo una candidatura, al momento, è stata esclusa per motivi strettamente tecnici ma potrebbe essere reintegrata qualora l’interessato rinunciasse all’attuale carica ricoperta, incompatibile formalmente con i requisiti del bando. I profili saranno convocati e ascoltati nelle prossime settimane dalla commissione competente in materia di politiche sociali, abitative e della salute presieduta da Mara Nicodemo, riunitasi ieri mattina per calendarizzare le audizioni. L’intento bipartisan dei consiglieri è quello di procedere più velocemente possibile con i colloqui: i primi tre candidati saranno sentiti già il 16 settembre, gli altri il 22. L’obiettivo ultimo è quello di arrivare ad avere un quadro chiaro dei curricula nella seduta del 30 settembre, per poi esprimere i pareri in una relazione dettagliata che servirà da base per la discussione e la successiva votazione definitiva all’interno del Consiglio comunale, l’organo a cui spetta l’effettiva nomina del nuovo Garante dei detenuti attraverso il raggiungimento dei quorum qualificati previsti dal regolamento. Si spera nel più breve tempo possibile. Gorgona (Li). Nell’isola carcere i detenuti imparano a diventare apicoltori di Guido Minciotti Il Sole 24 Ore, 10 settembre 2026 Le api dell’isola carcere di Gorgona sentinelle dell’ambiente e protagoniste di un progetto di inclusione. Il 14 settembre è in programma a Gorgona un incontro con al centro un progetto, frutto della la collaborazione tra la casa circondariale di Livorno e l’Associazione regionale produttori apistici toscani, che mette l’apicoltura al servizio del recupero e della formazione delle persone detenute, attraverso l’apprendimento di competenze professionali e di un mestiere, con una particolare attenzione alla salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità. Obiettivo dell’incontro, si spiega in una nota, approfondire il ruolo delle api e degli altri impollinatori nella tutela degli ecosistemi, nella produzione agricola e nella conservazione della biodiversità. Dopo i saluti di Maria Grazia Giampiccolo, direttrice del carcere di Livorno, ad aprire i lavori sarà il presidente dell’Associazione regionale produttori apistici toscani, Duccio Pradella. Seguirà l’intervento di Simona Cerrai dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana (Arpat) che illustrerà il futuro progetto di collaborazione tra l’Agenzia e l’Associazione produttori apistici sulla valorizzazione degli insetti impollinatori quali indicatori della qualità ambientale. La giornata proseguirà anche con un momento dedicato alla valorizzazione della produzione apistica di Gorgona. Emily Mallaby, docente dell’Albo nazionale degli esperti in analisi sensoriale del miele, guiderà i partecipanti in una degustazione del miele prodotto sull’isola, un’occasione per conoscere e apprezzare le caratteristiche organolettiche di una produzione strettamente legata al particolare ambiente insulare. Nel pomeriggio, visita all’apiario e alle strutture penitenziarie dell’isola. Pianosa (Li). Riaprire il carcere oggi è pura fantasia di Salvatore Insalaco elbareport.it, 10 settembre 2026 Pensare di riaprire il carcere di Pianosa non è un ritorno al passato, è probabilmente il frutto di un colpo di sole estivo o di un innamoramento estemporaneo di sindacalisti in cerca di visibili. L’idea di riaprire le carceri sulle isole, a partire da Pianosa, può sembrare suggestiva sulla carta. Ma chi conosce davvero le isole e Pianosa in particolare, sa che la realtà è molto diversa dalla fotografia romantica che qualcuno sembra avere in mente. Pianosa non è un carcere abbandonato che aspetta semplicemente di essere riaperto. È un territorio fragile, isolato, con infrastrutture che negli anni hanno subito il peso del tempo e dell’abbandono. Pensare di riportarvi una struttura penitenziaria importante significa innanzitutto chiedersi quanto costerebbe riportare l’isola alle condizioni necessarie per ospitare nuovamente un carcere funzionante. Già oggi, con un numero estremamente limitato di detenuti presenti sull’isola, la Casa di reclusione di Porto Azzurro, da cui dipende Pianosa, deve fare i salti mortali per garantire i servizi essenziali, come l’approvvigionamento delle derrate alimentari, i carburanti e tutto ciò che è necessario per mantenere in funzione una struttura penitenziaria in un luogo così particolare. Immaginiamo cosa significherebbe moltiplicare quelle esigenze per 600/700 persone. Non sto parlando soltanto di portare più detenuti. Servirebbero personale, approvvigionamenti, manutenzione, trasporti, energia, collegamenti, servizi sanitari, sicurezza e strutture abitative adeguate. Tutto questo su un’isola che non dispone certo delle stesse condizioni logistiche di una struttura penitenziaria sulla terraferma. Insomma, una montagna di problemi. C’è poi un’altra questione più pratica: la vita quotidiana del personale di Polizia Penitenziaria, amministrativo e rieducativo in pianta stabile su un’isola così piccola. Chi propone la riapertura dovrebbe spiegare concretamente dove dovrebbero vivere gli agenti, quali servizi avrebbero a disposizione, quali abitazioni sarebbero utilizzabili e quali condizioni di vita verrebbero loro garantite. Perché Pianosa non è più quella di decenni fa. Quando il carcere era pienamente operativo, sull’isola esisteva un vero tessuto abitativo e sociale legato alla presenza della colonia penale. C’erano strutture, abitazioni e servizi che consentivano anche alle famiglie del personale di vivere sull’isola. Oggi quella realtà non esiste più. Le case del nucleo storico che si affaccia sul meraviglioso porticciolo si sono letteralmente sbriciolate perché costruite con blocchetti di tufo e per la mancata manutenzione. Pretendere di ricostruirla significherebbe affrontare un intervento enorme, con costi difficilmente compatibili con l’idea semplicistica secondo cui sarebbe sufficiente “riaprire il carcere”. Le celle non si riaprono con un interruttore. Il problema più evidente è lo stato delle strutture. Le vecchie diramazioni detentive sono state consumate dal tempo e dall’abbandono. Agrippa, il Giudice e le altre strutture che facevano parte del sistema carcerario di Pianosa non possono essere considerate semplicemente pronte a tornare in funzione. Praticamente è rimasto solo il “Sembolello” come diramazione detentiva ristrutturata anni fa dalla C.R. di Porto Azzurro e che attualmente ospita pochi detenuti che si occupano della piccola manutenzione e del modesto campo agricolo, con una capienza massima, se non ricordo male, di circa 30/40 detenuti. Nient’altro. Il tempo non ha conservato Pianosa. Il tempo ha sommerso Pianosa. Quel poco che resiste lo si deve alla fatica e all’impegno della Direzione della C.R. di Porto Azzurro e al Parco Nazionale dell’arcipelago toscano. Forse l’errore imperdonabile è stato aver chiuso Pianosa e L’Asinara. Pensare di riaprile è pura fantasia. Quello che un tempo era un complesso penitenziario funzionante oggi richiederebbe interventi radicali di recupero, adeguamento e messa in sicurezza. E qui torna la domanda fondamentale: quanto costerebbe tutto questo? Perché parlare di riapertura senza parlare di bilanci, progettazione, tempi, infrastrutture e costi, significa parlare soltanto per slogan. Forse il problema nasce proprio da una certa visione romantica dell’isola. Chi immagina Pianosa da una cartolina probabilmente vede un’isola incontaminata. Chi a Pianosa ci ha vissuto, ci ha lavorato e, come si dice senza troppi giri di parole, ci ha anche “bestemmiato”, conosce un’altra realtà: conosce l’isolamento; conosce le difficoltà dei collegamenti; conosce la fatica di far arrivare ciò che sulla terraferma arriva semplicemente con un camion; conosce soprattutto la differenza tra un’isola da visitare e un’isola sulla quale vivere e lavorare tutti i giorni. Non basta evocare il passato. C’è poi un’altra questione che meriterebbe una riflessione seria. La chiusura di Pianosa e dell’Asinara appartiene a una stagione politica e giudiziaria particolarmente complessa della storia italiana, segnata anche dalla lotta alla criminalità organizzata e dalle scelte compiute dallo Stato negli anni più drammatici della guerra alla mafia. E’ stato sbagliato averle chiuse in quel modo: frettolosamente e male. A Pianosa c’erano stalle all’avanguardia, allevamenti di bestiame e un caseificio degni di rispetto, un patrimonio di esperienza e strutture oramai definitivamente perdute. Ma non possiamo pretendere che Pianosa possa tornare ad essere quella di allora con un colpo di bacchetta magica. Nel frattempo il mondo è cambiato. Sono cambiate le esigenze della sicurezza penitenziaria, sono cambiate le normative, sono cambiati gli standard abitativi e lavorativi, sono cambiate le esigenze del personale. Se l’obiettivo è affrontare il sovraffollamento carcerario, bisogna avere il coraggio di affrontare il problema con soluzioni strutturali. Recuperare e rendere efficienti strutture esistenti sulla terraferma; costruire dove esistono collegamenti, servizi e infrastrutture; migliorare le condizioni di lavoro della Polizia Penitenziaria con nuove assunzioni. Pianosa non ha bisogno di un ritorno al passato. Pianosa merita rispetto proprio perché ha una storia importante. La sua storia penitenziaria non deve essere cancellata, ma nemmeno necessariamente ripetuta. L’isola merita una maggiore valorizzazione attraverso la memoria, la cultura, l’ambiente, il turismo sostenibile e il recupero intelligente del patrimonio storico. Mi sembra che gli sforzi del PNAT e degli Enti locali stanno andando in qualche modo in questa direzione. Riepilogando, chi propone la riapertura dovrebbe smettere di parlare soltanto della suggestione dell’isola-carcere e cominciare a presentare numeri, progetti e risposte concrete: quanto costerebbe? Quali edifici possono essere recuperati? Quanto tempo servirebbe? Dove vivrebbero gli agenti? Quali servizi sarebbero garantiti alle loro famiglie? Come arriverebbero quotidianamente derrate alimentari, carburanti e materiali vari? Quanto costerebbe mantenere tutto questo ogni anno? E soprattutto: è davvero questa la soluzione più intelligente al problema del sovraffollamento degli Istituti penitenziari? Al secondo quesito già butterebbero la spugna. Pianosa non è un’idea. Non è uno slogan. Non è una fotografia ingiallita. È un’isola reale, con problemi reali e persone che su quell’isola hanno vissuto e lavorato. Meriterebbe altre attenzioni da parte dello Stato. Saluzzo (Cn). “L’ignoranza nega la libertà”. Il teatro può cambiare destini di Paolo Cornero ideawebtv.it, 10 settembre 2026 Grazia Isoardi racconta quasi ventiquattro anni di attività nelle carceri: sabato ad Art.27-Expo “Non calpestare i fiori” con i detenuti-attori di Saluzzo. Nel 1999 Grazia Isoardi entrò nell’ex manicomio di Racconigi cercando una donna che non c’era più. Era una sua prozia, della quale aveva scoperto il ricovero in quella struttura. Cercava una cartella clinica, trovò invece persone ancora costrette a fare i conti con quelle mura. Cominciò ad ascoltarle, poi propose un laboratorio teatrale. Tre anni dopo il teatro la portò nel carcere di Saluzzo. Doveva restarci tre mesi. Sono diventati quasi ventiquattro anni. È da questa storia che nasce la nostra conversazione con l’anima di Voci Erranti, che sabato 12 settembre alle 21 porterà allo Spazio Varco, nell’ambito di Art. 27-Expo, “Non calpestare i fiori”, con gli attori della Casa di reclusione di Saluzzo. Uno spettacolo che parte dalla Costituzione e da parole - libertà, uguaglianza, lavoro, dignità - che dietro le sbarre assumono un peso diverso. Isoardi, torniamo a Racconigi. Cercava una sua prozia e trovò tutt’altro… “Scoprii una realtà che, pur vivendo a Savigliano, non conoscevo. C’erano una settantina di persone rimaste fuori dai percorsi successivi alla legge Basaglia: in qualche modo, gli ultimi degli ultimi. Cominciai a trascorrere dei pomeriggi sulle panchine del parco. Poi proposi un baratto: avrei tenuto gratuitamente un laboratorio teatrale e, se fosse nato del materiale narrativo, avremmo realizzato uno spettacolo. Nel 2000 andò in scena Voci erranti. Tutto è cominciato lì”. E il teatro, fino ad allora, non era neppure il suo mestiere… “La mia formazione viene dalla gavetta. Ero insegnante, ma intorno ai 25 anni sentivo il bisogno di tirare fuori il mio mondo di immaginazione e creatività: mi stava quasi scoppiando dentro. Scelsi il part-time, incontrai tanti professionisti e, grazie alla loro generosità, mi costruii la mia valigia degli attrezzi”. Poi arriva il carcere di Saluzzo. Anche quello quasi per caso… “Nel 2002 la direttrice Marta Costantino vide un nostro spettacolo e mi propose di portare il laboratorio in carcere. Non mi sentivo pronta: ero una donna e non avevo mai lavorato in un carcere maschile. Mi disse: “Fallo per tre mesi, poi deciderai se restare”. Ho cominciato nell’ottobre 2002 e non ho più smesso”. “Non calpestare i fiori” nasce invece da una bandiera italiana tatuata sulla pelle di un detenuto. “Era il 2010. Durante il laboratorio un ragazzo si tolse la maglietta e vidi sulla spalla quel tatuaggio. Dentro un carcere mi colpì il contrasto. Gli chiesi cosa rappresentasse, poi allargai la domanda: conoscevano la Costituzione italiana? Gli stranieri quella dei loro Paesi? Ci rendemmo conto di quanto fosse grande la non conoscenza. Da lì è nato tutto”. È emersa una frase forte: l’ignoranza può togliere anche la libertà… “Sì, perché molti di loro non sono stati davvero liberi di scegliere. Sono nati in contesti familiari nei quali, purtroppo, la storia sembrava già scritta. Conoscere significa avere gli strumenti per immaginare una strada diversa”. E quali sono allora i “fiori” che rischiamo di calpestare? “La libertà, l’uguaglianza, il diritto al lavoro, la capacità di trovare alternative alla guerra. E rendere il carcere un luogo di seconda opportunità, anziché aumentare la recidiva. Sono principi per i quali altri hanno lottato e che troppo spesso diamo per scontati”. In quasi ventiquattro anni ha mai pensato di lasciare? “Sì. Quando un ragazzo che aveva partecipato al laboratorio, e che conoscevamo già dall’esperienza di Racconigi, si è suicidato. Era giovane. Mi sono fermata e mi sono chiesta se avessi ancora la forza di andare avanti. Perché incontri storie e persone e non puoi pensare di rimanerne completamente fuori”. Ha continuato: cosa può fare il teatro? “Il teatro, come ogni arte, smuove. Porta a guardarsi dentro. Per loro può diventare un’occasione di cambiamento, di trasformazione di sé”. Che cosa vorrebbe rimanesse nello spettatore sabato sera? “Domande e dubbi. Vorrei che tornasse a casa interrogandosi sul senso del carcere nel nostro Paese. Abbiamo tanti segnali delle difficoltà del sistema penitenziario. Dobbiamo prenderne consapevolezza. Qualcosa bisogna cambiare, perché così non è più sostenibile”. Ed è lo stesso carcere che Art.27-Expo proverà a osservare dall’altra parte delle sbarre venerdì 11 settembre, alle 21, sempre allo Spazio Varco, con “Agenti” di Mimmo Sorrentino: nove agenti di Polizia penitenziaria raccontano in prima persona turni, perquisizioni, emergenze e relazioni, quella “guerra nascosta” che fuori raramente si vede. Due prospettive diverse e complementari sullo stesso luogo. Belluno. Le Olimpiadi entrano in carcere: donati due simulatori di voga per detenuti e agenti di Sandy Fiabane Il Dolomiti, 10 settembre 2026 Parte dalla casa circondariale di Belluno il progetto “Olimpiadi in carcere”, per incentivare con l’attività sportiva prevenzione sanitaria e reinserimento sociale. Entrato nella sua seconda fase, dopo un primo incontro tra detenuti e atleti olimpionici a febbraio, ha visto ora la consegna di due simulatori di voga che saranno usati da detenuti e agenti per gli allenamenti. In parallelo, si terrà anche un percorso formativo con Csi e Ulss 1 Dolomiti. Due simulatori di voga per portare in carcere sport e percorsi di formazione alla salute e al reinserimento sociale: entra nella sua seconda fase “Olimpiadi in carcere”, progetto partito da Belluno e già arrivato a Treviso, Padova e Vicenza. Ma si punta a replicarlo, fondi permettendo, a livello nazionale. L’iniziativa è stata ideata dalla giornalista Giovanna Pastega ed è promossa dall’associazione Seconda Chance Aps, con il patrocinio di Coni, Federazione italiana canoa, Federazione italiana canoa kayak e Fondazione Cortina, in collaborazione con il Comune di Belluno, Confindustria Belluno Dolomiti, Ulss 1 Dolomiti e il Centro sportivo italiano (Csi) Belluno. Dopo un primo incontro del 13 febbraio scorso con due atleti, è partita la seconda fase del progetto grazie al sostegno del Comune di Belluno e di Confindustria Belluno Dolomiti con la donazione di due simulatori di voga utilizzati dai campioni del canottaggio nelle gare Hyrox e CrossFit. Uno andrà alla popolazione detenuta, l’altro nella palestra degli agenti di polizia penitenziaria. “Un evento come le Olimpiadi - dichiara Pastega, referente di Seconda Chance nel Triveneto - deve arrivare a tutti, compresi i detenuti. Così proprio a partire da Belluno, che ha ospitato i Giochi, abbiamo lavorato per portare all’interno delle mura carcerarie due ori olimpici, con la loro storia umana e sportiva fatta di vittorie e cadute, per aprire un dialogo su questi temi con chi vive recluso. ‘Olimpiadi in Carcere’ è infatti una sfida che vuole offrire attraverso lo sport, il dono dei simulatori e una serie di attività formative in ambito sportivo e sanitario la possibilità di aprire per loro un percorso di cambiamento”. Presenti infatti anche Daniele Scarpa, ex canoista vincitore di un oro e un argento ad Atlanta 1996, e Sandra Truccolo, atleta paralimpica di tiro con l’arco anche lei plurimedagliata, fondatori dell’associazione sportiva Canoa Republic che nel Bellunese sta già promuovendo percorsi di prevenzione sanitaria e promozione sportiva (qui). “In occasione dell’anno olimpico - dichiarano - vogliamo portare la nostra testimonianza come atleti che lavorano con il sociale, ma anche, con la nostra associazione, qualcosa di concreto come il simulatore di voga. L’idea è che, allenandosi a distanza, detenuti e guardie penitenziarie possano partecipare ai campionati ed entrare così in un contesto extra carcerario pur restando qui”. I due simulatori sono infatti dotati di tecnologie che permettono di registrare i risultati, che possono essere paragonati a quelli di altri istituti e creare vere e proprie competizioni sportive. Si punta in particolare a istituire una gara interna tra detenuti, che potrà essere premiata anche con premi in denaro: una sorta di “borsa sportiva” come incentivo a impegnarsi nell’attività sportiva. A ottobre partirà inoltre un percorso formativo condotto da tecnici del Csi e professionisti dell’Ulss 1 Dolomiti. “Diversi i temi che saranno portati avanti - spiega Alice Prete, del Dipartimento di prevenzione dell’Ulss - sia con i detenuti sia con la polizia. Si andrà dalla prevenzione sanitaria all’educazione alimentare, soprattutto sul fronte della prevenzione alle malattie croniche, ma anche un focus sul benessere psicofisico attraverso l’attività motoria. Lo sport diventa quindi strumento di cura di sé e di reinserimento sociale”. Apertura al progetto, chiaramente, anche dai vertici della casa circondariale di Belluno. “L’attività sportiva - spiega la direttrice Fabiana Sasso - insegna la cultura dello sport ma anche della legalità, del rispetto delle regole, del sapersi confrontare con gli altri e del mettersi in gioco. Vedere detenuti che si recano in palestra è motivo di orgoglio perché si prendono cura del loro benessere e, proprio per questo, a luglio abbiamo anche avviato un percorso di mindfulness, cioè un laboratorio gestito da volontari per insegnare tecniche respiratorie di rilassamento per sciogliere tensioni muscolari e psicologiche”. Il tutto, però, in una situazione di sovraffollamento che non risparmia Belluno (all’8 settembre risultano 113 detenuti su 86 posti regolamentari), con proteste interne segnalate nelle scorse ore sui social dai residenti delle vicinanze. “Anche Belluno - conclude - è nella situazione di sovraffollamento che caratterizza tutto il Paese. Affrontiamo il problema affrontato con il Provveditorato e l’ufficio dipartimentale superiore, nel frattempo cerchiamo comunque di garantire attività per favorire il reinserimento sociale ed evitare la recidiva. La struttura inoltre risale agli anni Trenta, quindi ci possono sicuramente essere problemi strutturali: oltre alla manutenzione ordinaria, sono in corso interlocuzioni con le strutture superiori nella speranza si possa avviare un più ampio intervento straordinario”. Nessun commento invece sui motivi di quella che viene definita una “piccola protesta pacifica risolta con dialogo e mediazione”. Due simulatori di voga in carcere Uno ai detenuti, uno alle guardie (Corriere del Veneto) “Seconda chance”, consegnati dagli olimpionici Scarpa e Truccolo. Dalle medaglie olimpiche alle mura del carcere, fino a due vogatori destinati a diventare strumenti di allenamento e, soprattutto, di ripartenza. “Olimpiadi in Carcere” rilancia a Baldenich la sua sfida: dopo gli incontri con due campioni olimpici e paralimpici, il progetto entra nella seconda fase con sport, formazione e prevenzione al centro del percorso. L’iniziativa - ideata dalla giornalista e scrittrice Giovanna Pastega e promossa dall’Associazione “Seconda Chance Aps” - è ripartita ieri nella Casa circondariale di Belluno grazie alla donazione di due simulatori di voga “Concept2 RowErg”, uno destinato ai detenuti e uno alla palestra della polizia penitenziaria. Il progetto coinvolge Comune di Belluno, Confindustria Belluno Dolomiti, Usl 1 “Dolomiti” e Csi (Centro sportivo italiano) Belluno, col patrocinio del Coni, della Federazione italiana canoa, della Federazione italiana canoa kayak e della Fondazione Cortina. La prima fase aveva portato in carcere le testimonianze di Daniele Scarpa, oro olimpico nella canoa e Sandra Truccolo, due volte campionessa paralimpica nel tiro con l’arco. “Raccontare la propria vita sportiva ed extra sportiva cogliendo negli sguardi dei detenuti le affinità sul piano umano è stata una delle esperienze più profonde della mia vita” racconta Scarpa mentre Truccolo sottolinea il messaggio più importante: “La seconda chance esiste per tutti. Basta crederci, darsi un obiettivo e metterci costanza ogni giorno”. Da ottobre a dicembre partirà un percorso articolato in moduli, con tecnici Csi impegnati nell’attività sui simulatori e professionisti dell’Usl 1 dedicati a prevenzione sanitaria, alimentazione, movimento e benessere psico-fisico. “La promozione della salute non deve conoscere barriere” evidenzia Nicola Michieletto, direttore dei Servizi socio-sanitari dell’Usl 1. Per il medico dello sport Elena Soravia l’attività fisica diventa “uno strumento di disciplina, socializzazione e riappropriazione del proprio corpo”. Un ponte tra carcere e comunità, come sottolinea l’assessore comunale al Sociale Marco Dal Pont: “Una difficoltà non deve necessariamente rappresentare la fine di un percorso, ma può diventare l’inizio di una nuova sfida”. Quelle voci dal carcere e le persone oltre le loro colpe di Marta Cartabia* Avvenire, 10 settembre 2026 Esce per Ares Edizioni “Quello che non hai sentito” di Marco Erba, un libro sul mondo del carcere attraverso le voci di chi lo vive ogni giorno. Diciotto storie, diciotto volti, raccolti in presa diretta tra detenuti e operatori, per raccontare un universo spesso confinato alla cronaca e ai suoi stereotipi. Ci sono persone che hanno commesso reati gravi, agenti della polizia penitenziaria, educatori e altri professionisti impegnati nei percorsi di reinserimento. Storie diverse, che parlano di errori, dolore, consapevolezza e possibilità di ricominciare. Erba non cerca assoluzioni: lascia che siano le persone a raccontarsi, nella convinzione che ascoltare significhi restituire complessità a chi è stato ridotto alla propria colpa. Queste storie, come tutte le storie, possono essere parziali, eccessive, difensive, talvolta manipolatorie. Può accadere che uno o molti dettagli non siano veri, che i ricordi siano deformati, che le responsabilità vengano attenuate o giustificate nel racconto di chi parla. Non ho ascoltato direttamente le testimonianze qui raccolte: leggere il libro, come scriverne la prefazione, non significa assentire a tutte le posizioni che ne emergono; dare voce non significa assolvere, così come ascoltare non significa giustificare e accogliere un racconto non significa trasformarlo in verità processuale: significa, più semplicemente e più radicalmente, riconoscere che chi ha commesso il male, chi lo ha subito, come chi lo ha amministrato professionalmente nella forma difficile della pena, resta dentro una storia umana che non può essere ridotta al freddo dispositivo di una sentenza, per quanto necessaria. E tuttavia, il libro mostra che il cambiamento, quando avviene - e, purtroppo, non sempre avviene - è un cammino possibile che può essere offerto a tutti anche quando non tutti lo percorrono nello stesso modo, con la stessa chiarezza e tenacia. Il dolore evocato da Calamandrei - quel “mistero inesplicabile della vita umana” che forse trova una sua ragione soltanto quando il dolore di un uomo può servire a risparmiare il dolore ad altri uomini - attraversa queste pagine in forme diversissime. È il dolore dei detenuti, certo, ma anche quello degli operatori, dei familiari, delle vittime che restano dietro le quinte e che proprio per questo non devono essere dimenticate. È il dolore di chi ha perso tutto, di chi ha sbagliato, di chi non ha avuto strumenti per capire il male dentro cui cresceva, di chi ha trovato solo nel carcere l’ultima possibilità di fermarsi. È anche il dolore di chi, come la direttrice Diana - che ne ha anche vissuto uno molto personale che le “ha indicato la strada” - sente il peso di una responsabilità che tiene insieme sicurezza e trattamento, rigore e fiducia, legalità ed empatia. “Dirigere un carcere - dice - è un compito delicatissimo: deve tenere insieme sicurezza e trattamento”, perché “con la sola sicurezza il carcere non può stare in piedi: serve anche il trattamento”. E il trattamento, parola che può suonare tecnica o persino inquietante, è in realtà “il senso del carcere”: scuola, lavoro, incontri, attività educative, percorsi di responsabilizzazione, relazioni capaci di rimettere una persona davanti a una nuova possibilità di sé. Questa è una delle intuizioni più forti del libro: la pena non si misura soltanto in anni, mesi, giorni; si misura anche nella qualità del tempo che viene offerto a chi lo deve attraversare. Un tempo vuoto diventa facilmente rancore, affiliazione criminale, ulteriore abbrutimento, mentre un tempo abitato si può trasformare in riflessione, apprendimento, cura, responsabilità. Non c’è nessuna garanzia, naturalmente, perché nel bene, come nel male, non esiste automatismo: ma senza questa possibilità il carcere si riduce alla pura sottrazione di libertà, di relazioni, di futuro. E una pena che non lascia intravedere il futuro tradisce la sua ragion d’essere costituzionale. Certo, la dimensione contenuta del carcere qui raccontato non è un semplice dettaglio organizzativo, poiché in un piccolo istituto, che il libro giustamente non identifica, più agevolmente le relazioni possono essere curate, i volti possono essere conosciuti e le fragilità possono essere intercettate. Il comandante Saverio lo esprime chiaramente: l’edificio è piccolo, i detenuti sono pochi, e questo permette al personale di “curare le relazioni” senza essere distratti dai problemi aggiuntivi creati da numeri molto alti e, troppo spesso, dall’immane sovraffollamento che assorbono ogni energia a scapito del trattamento che rischia di rimanere lettera morta. Molti detenuti raccontano questo passaggio come decisivo: l’essere stati guardati non soltanto come colpevoli, ma come persone ancora capaci di una risposta. Maurizio, per esempio, dopo aver ricordato l’onestà poverissima e luminosa dei suoi genitori, riconosce di aver visto per anni il mondo “attraverso gli occhiali deformati del dolore, della rabbia”. Il carcere, dice, gli è servito a capire che quello che faceva “era una follia”, ma la “consapevolezza non arriva di punto in bianco. Si cambia un pezzettino ogni giorno, solo se trovi il posto giusto e le persone giuste”. (…) La fiducia non è il contrario della responsabilità, ma la condizione per cui questa diviene possibile, grazie all’apertura di credito alla persona. Si tratta, dunque, di chiedersi se la giustizia, dopo aver riconosciuto il male e stabilito una pena, possa limitarsi a custodire un corpo dietro una porta chiusa o debba cercare di restituire alla società una persona diversa. È precisamente l’orizzonte disegnato dall’Articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”: poche parole, ma esigenti fino a essere vertiginose. Diana dice di rileggerle come un mantra quando si abbatte, e di trovarvi la forza per ripartire. Il dettato costituzionale diventa così una sfida, una domanda concreta posta ogni mattina a chi apre e chiude i cancelli, organizza le attività, visita un detenuto in infermeria, insegna italiano, ascolta una confessione, valuta un permesso, contiene una crisi, prova a distinguere fra fermezza e durezza, fra prudenza e paura, fra legalità e vendetta. La vendetta, infatti, è una delle tentazioni permanenti del discorso pubblico sulla giustizia. Quando diciamo “bisogna fare giustizia”, non sempre intendiamo la stessa cosa. C’è una domanda di giustizia che nasce dal dolore delle vittime e merita rispetto assoluto, ma c’è anche una domanda più torbida, più istintiva, che vorrebbe delegare allo Stato il compito di far soffrire chi ha fatto soffrire, chiedendo così una soddisfazione che ha sempre il fiato corto. (…) Per questo il carcere, se fedele alla Costituzione, non può essere pensato come un universo separato dal mondo. È anzi uno specchio particolarmente duro della società che lo produce. Dentro vi finiscono anche persone che dovrebbero essere altrove: in luoghi di cura, in comunità terapeutiche, in percorsi di sostegno psichiatrico o sociale, in contesti educativi capaci di arrivare prima della pena. Il carcere diventa così il deposito di ciò che non siamo stati capaci di vedere in tempo. E gli operatori penitenziari, compresi gli agenti della polizia penitenziaria, raccolgono ogni giorno dolore, rabbia, violenza, disagio, fallimenti familiari e istituzionali. La scuola, il lavoro, la cura medica, la relazione con gli agenti e con gli educatori appaiono in queste pagine non come attività accessorie, ma come forme concrete di restituzione alla vita, come testimoniano le voci di Valeria, l’insegnante, o di Marina, l’educatrice, o di Beatrice, medico. (…) Il libro si chiude con un’affermazione potente: la giustizia è una possibilità. Nel suo capolavoro, La valle dell’Eden, John Steinbeck suggella le sue riflessioni sul male e sulla libertà con una parola ebraica tratta dalle vicende di Caino narrate nella Genesi: timshel, che in una discussione tra alcuni protagonisti del libro viene interpretata come “tu puoi”. Una possibilità. Tu puoi dominare il male, puoi non restare per sempre inchiodato al passato. Il carcere, per rimanere fedele alla Costituzione e alla dignità della persona, dovrebbe essere proprio questo: non il luogo in cui il male viene nascosto allo sguardo di chi sta fuori, ma il luogo in cui una società intera osa ancora dire a chi ha sbagliato, senza mentire sul male e senza dimenticare chi lo ha subito: “Tu puoi”. *Professoressa ordinaria di Diritto costituzionale, Università Bocconi; Presidente emerita della Corte costituzionale I ragazzi che soffrono non vanno trattati come adulti di Stefano Vicari* Avvenire, 10 settembre 2026 Nella Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio è importante ricordare che un adolescente non è un adulto piccolo, e i servizi territoriali devono saper dare risposte adeguate. Il 10 settembre si celebra la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, promossa dall’Organizzazione mondiale della sanità. Il tema scelto, “Cambiare la narrazione”, ci chiede di rompere il silenzio e superare i pregiudizi che ancora circondano questo gesto estremo. Ma c’è un’altra idea da cambiare ed è quella che lo considera un dramma che riguarda soltanto gli adulti, non bambini e adolescenti. Non è così. Il suicidio è tra le principali cause di morte dei giovani tra i dieci e i venticinque anni. E dietro ogni morte c’è un numero molto maggiore di ragazze e ragazzi che pensano di togliersi la vita, tentano di farlo o arrivano in Pronto soccorso dopo essersi feriti con l’intenzione di morire. La bambina più piccola ricoverata per un comportamento suicidario nel reparto di Neuropsichiatria infantile da me diretto all’Ospedale Bambino Gesù aveva nove anni. Un’età nella quale vorremmo immaginare soltanto scuola, giochi e desideri sul futuro. Non dobbiamo trasformare un caso estremo in una regola né alimentare allarmismi, ma riconoscere ciò che i servizi incontrano ogni giorno. Al Bambino Gesù, ben oltre la metà degli accessi in Pronto soccorso per un problema psichiatrico riguarda comportamenti autolesivi con finalità suicidarie. In dieci anni le consulenze neuropsichiatriche urgenti sono aumentate di undici volte; quelle per tentato suicidio di trentatré. La pandemia ha aggravato il fenomeno, ma la crescita era iniziata molto prima. Non esiste una causa unica. Tra i fattori che possono accrescere la vulnerabilità c’è anche la difficoltà di trovare relazioni capaci di offrire ascolto e sostegno. Essere in contatto con molte persone non significa avere qualcuno a cui affidare la propria sofferenza. Un uso problematico di Internet e dei social può accentuare il confronto, l’esclusione e l’esposizione a contenuti autolesivi. Anche l’intelligenza artificiale generativa può diventare rischiosa quando un ragazzo affida il proprio dolore a un programma che simula l’ascolto, ma non può sostituire un adulto capace di riconoscere il rischio e intervenire. Ideazione suicidaria, tentativo di suicidio e autolesionismo non suicidario non sono la stessa cosa, ma possono sovrapporsi. Non ogni ragazzo che si procura ferite vuole morire, tuttavia l’autolesionismo è un importante indicatore di rischio. Nessuna richiesta di aiuto dovrebbe essere liquidata come provocazione o ricerca di attenzione. Anche quando un gesto comunica un dolore, quel dolore resta reale. Cambiare la narrazione significa imparare a parlarne. Chiedere a un ragazzo se pensa alla morte non gli mette in testa l’idea del suicidio, ma può offrirgli le parole per raccontarsi. Significa ascoltare senza giudicare, prendere sul serio il ritiro, la disperazione, le frasi sul non voler più esserci e intervenire prima che l’urgenza diventi l’ultimo tratto visibile di una sofferenza che dura spesso da mesi. Ma non possiamo chiedere soltanto alle famiglie di capire e agire. Quando un genitore cerca aiuto, troppo spesso incontra servizi territoriali di Neuropsichiatria infantile che per carenza di risorse non riescono a offrire una risposta tempestiva e adeguata alla gravità del problema. Così ragazzi e ragazze finiscono per essere ricoverati in reparti di psichiatria per adulti. Manderemmo nostra figlia di tredici anni, nel momento più fragile della sua vita, in un reparto costruito per adulti? Non metto in discussione chi vi lavora, spesso chiamato a colmare con professionalità le lacune del sistema. Ma un adolescente non è un adulto più piccolo. Ha bisogno di spazi protetti, competenze specifiche per l’età e continuità con la famiglia e con la scuola. Stiamo davvero garantendo a questi ragazzi il diritto alla salute? Un diritto esiste solo se può essere esercitato. Quando mancano risposte tempestive e luoghi di cura adeguati, la salute mentale dei minori resta tutelata sulla carta, ma non nella realtà. E le differenze tra territori e famiglie diventano disuguaglianze di cura. Parliamo molto dei ragazzi quando commettono reati o partecipano a una rissa. Li descriviamo come violenti, irresponsabili, privi di regole. Ne parliamo molto meno quando si chiudono in camera, smettono di progettare, si feriscono o pensano che la loro vita non meriti di continuare. È più facile invocare punizioni che promuovere benessere, prevenzione e accesso alle cure. La prevenzione comincia nelle relazioni quotidiane. Servono famiglie sostenute, scuole capaci di riconoscere il disagio e adulti realmente presenti. A loro spetta anche il compito di mostrare nei fatti che il futuro può offrire possibilità, legami e occasioni per ricominciare. E serve una risposta politica: rafforzare i servizi territoriali, assumere professionisti, creare posti letto dedicati e garantire continuità dopo la dimissione. Altrimenti continueremo ad accorgerci dei ragazzi soltanto quando la sofferenza sarà diventata un’emergenza. Il 10 settembre non sia soltanto una ricorrenza. Sia un richiamo e un impegno per noi adulti, troppo spesso distratti. I ragazzi non devono essere ricordati solo quando fanno paura. Hanno bisogno che ci occupiamo di loro quando sono loro ad avere paura, perché nessuno arrivi a nove anni pensando che morire sia l’unico modo per smettere di soffrire. *Professore ordinario di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma “Criticare non è antisemitismo”. La piazza protesta, il ddl frena di Andrea Carugati Il Manifesto, 10 settembre 2026 In centinaia davanti alla Camera con Amnesty, Arci, Anpi e Fnsi: “Non ci fermeremo finché non bloccheremo la legge”. Forfait della sottosegretaria Castiello, slitta il voto in commissione. Alcuni manifestanti con bandiere di Hamas, scontro con Peciola di Avs che cerca di allontanarli. La destra attacca. Pd ancora diviso. Fassino: “Bisogna votare a favore”. Fuori da Montecitorio centinaia di persone hanno sfidato il caldo torrido, con una maratona di oltre tre ore per protestare contro il ddl antisemitismo bollato come “un bavaglio alla possibilità di definire genocidio quanto fatto da Israele a Gaza”. Decine gli interventi di esponenti del vasto fronte di associazioni (oltre 200) che si sono mobilitate contro il ddl, da Amnesty, all’Anpi all’Arci alla Fnsi. Dentro la Camera, invece, è andato in scena il clamoroso forfait della sottosegretaria ai rapporti col Parlamento Giuseppina Castiello (Lega) che, poco dopo l’inizio dei lavori in commissione, se n’è andata adducendo “impegni istituzionali. Così, senza il parere del governo, il voto sugli emendamenti non è neppure iniziato, con il rinvio del dossier alla settimana prossima. Le opposizioni sono rimaste esterrefatte. Pare che Castiello dovesse andare all’evento della Lega in zona Farnesina, anche se, a dire il vero, il panel con la sottosegretaria era previsto alle 12.40 e lei alle 14.30 si era presentata puntualmente alla Camera, salvo poi andarsene. All’esame della commissione c’è il voto su circa 60 emendamenti, tutti delle opposizioni, che mirano a correggere il testo approvato a marzo dal Senato. In particolare, Pd, M5S e Avs hanno presentato una proposta di modifica per sostituire la contestata definizione di antisemitismo di Ihra con quella di Gerusalemme. Inoltre, le opposizioni propongono di evidenziare in modo chiaro che “non è considerato antisemitismo l’espressione della libera critica alle azioni politiche del governo dello Stato di Israele”. Altri emendamenti, come quelli di Riccardo Magi di +Europa, mirano a “eliminare il richiamo agli indicatori Ihra come criteri per l’applicazione della legge”. Tutti tentativi che, salvo sorprese, la maggioranza di centrodestra boccerà in commissione e poi in aula, dove il testo dovrebbe arrivare il 2 ottobre. Sempre che la commissione riesca a finire il lavoro, visto che da qui a fine settembre sarà intasata di provvedimenti che andranno in aula prima del ddl antisemitismo, a partire dalla legge elettorale e dal testo della Lega che prevede l’ampliamento dei casi di revoca della cittadinanza italiana. Un ingorgo, insomma, con la destra di governo assai più preoccupata di portare in porto la revoca della cittadinanza in chiave anti-Vannacci. Per il fronte che si è riunito in piazza non c’è rinvio che tenga. “Siamo qui oggi e continueremo a manifestare finché non avremo fermato la legge, come è successo in Francia”, ha spiegato Marino Bisso della rete No bavaglio. Antonello Cervo dei giuristi democratici ha avvertito sui rischi del ddl: “La definizione Iha serve a reprimere il dissenso verso Israele: giornalisti, docenti e attivisti potranno essere identificati dalla polizia”. Ilaria Masinara di Amnesty ha spiegato: “La definizione Ihra è già stata utilizzata per cancellare eventi pro Palestina nel Regno Unito e in Austria. In Germania è stata usata per limitare l’accesso a fondi pubblici nei settori della cultura, dell’arte e della ricerca”. I rappresentanti del Bds (che promuove il boicottaggio contro Israele) hanno ricordato che loro stessi, oltre a Amnesty, hanno subito accuse di antisemitismo sulla base dei criteri Ihra. “I parlamentari che dicono che con questa legge ci sarà piena libertà di critica sono degli ipocriti”. In piazza parlamentari dei 5s e di Avs come Riccardo Ricciardi e Stefania Ascari e Marco Grimaldi. Si è fatta vedere anche Laura Boldrini, che guida il fronte di chi nel Pd vuole votare no. Presente anche il segretario di Rifondazione Maurizio Acerbo. Vito Scalisi, di Arci Roma, ha mandato un messaggio: “In campagna elettorale ci ricorderemo di chi non si sarà opposto”. Momenti di tensione quando alcune persone con bandiere di Hamas e di Hezbollah si sono unite alla manifestazione. Gianluca Peciola, di Avs, li ha invitati ad allontanarsi, loro si sono opposti: ci sono stati urla e spintoni. Dal palco la giovane palestinese Maya Issa invitava alla calma: “Il nostro obiettivo è contestare quella legge, via le bandiere che dividono”. Altri cantavano cori “Free Palestine”. Gli organizzatori hanno subito preso le distanze da chi inneggiava ad Hamas. Così anche Boldrini: “Mi fa piacere che sia stata la stessa piazza a dissociarsi da quei pochi elementi”. Poi è tornata la calma. “Dobbiamo tornare a metterci la casacca di partigiani e resistere per tutelare la libertà di parola e per i diritti dei palestinesi contro il sionismo”, ha detto Agnese Palma dell’Anpi. In casa pd il rinvio è quasi un balsamo. Nel gruppo ci sarà una discussione prima del voto in aula che si annuncia aspra. Ieri Piero Fassino ha ribadito la richiesta di votare a favore: “Non è assolutamente vero che il ddl vieti critiche a Israele: non contiene alcuna norma liberticida, né alcuna norma penale, né sanzioni. Di fronte al dilagare di fenomeni antisemiti ha davvero poco senso votare, serve la più ampia convergenza parlamentare”. Da destra dure critiche alle opposizioni per la presenza dei vessilli di Hamas. Lucio Malan di Fdi ha chiesto polemicamente a Conte e Schlein di “rompere immediatamente con questa deriva estremistica”. E Marco Carrai già braccio destro di Renzi e ora console onorario di Israele, ha denunciato quei manifestanti per “apologia del terrorismo”. Pd, M5s e Avs hanno chiesto la calendarizzazione urgente della proposta di legge (sottoscritta dai leader) sul divieto di importazione e pubblicità di beni e servizi provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Sette donne migranti su dieci vittime di abusi: i report-choc sui viaggi della speranza di Francesca Ghirardelli Avvenire, 10 settembre 2026 Gli studi che confermano gli orrori. Le testimonianze raccolte documentano anche le strategie utilizzate dalle straniere per ridurre le conseguenze di quanto subìto. Ci sono donne che si mettono in viaggio convinte che il peggio, a loro, non accadrà, che le storie raccontate da altre connazionali non le riguardino, e che valga la pena correre il rischio perché forse, dopotutto, non andrà così male. Poi c’è chi parte per l’Europa completamente ignara del pericolo, esponendosi a uno choc ancora più devastante. Se la rotta del Mediterraneo centrale è da tempo conosciuta come una delle più letali, esiste però, secondo uno studio appena pubblicato dal Danish Institute for International Studies (Diis) di Copenhagen, un ulteriore, terribile aspetto spesso trascurato che la caratterizza. È la presenza “sistematica e normalizzata” della violenza sessuale durante tutto il tragitto, caratteristica determinante e “quasi inevitabile” dell’esperienza migratoria. “Sebbene la diffusione del fenomeno sia ben nota, la questione non è stata ancora considerata una priorità politica, gli interventi umanitari rimangono limitati e i responsabili delle violenze non sono ancora assicurati alla giustizia”, scrivono le ricercatrici nel report “The hidden crisis”, la crisi nascosta. Secondo le loro stime, tra il 50% e il 90% delle donne in viaggio sulla rotta del Mediterraneo centrale subisce violenza sessuale. Non capita solo in Libia, ma anche in Niger, Sudan, Mali, Algeria e Tunisia. Il progetto di ricerca, durato un anno e commissionato al Diis dalla Croce Rossa danese, si basa su 286 documenti della letteratura esistente relativi al periodo tra il 2015 e il 2025, tratti da diverse banche dati. Si aggiungono, poi, quindici interviste a professionisti che lavorano a contatto con le vittime in agenzie Onu, Ong, società nazionali della Croce Rossa e istituzioni nei Paesi di transito africani e in Italia, Francia o a bordo di navi nel Mediterraneo. È un compendio di casi osservati sul terreno e di evidenze e dati, come quelli dello studio condotto nella periferia di Parigi in un centro per migranti dalla Libia di Médecins du Monde. Si è rilevato che il 53,3% delle donne aveva subito violenze sessuali. O come in una ricerca del 2023 condotta nel sud della Francia su richiedenti asilo donne con un tasso di incidenza di violenze del 75,2%. In generale, tra chi commette abusi sessuali figurano al primo posto i trafficanti (il 45% del totale, per uno studio del 2020 citato dal Diis), poi forze di sicurezza e guardie di frontiera (al 19%), gruppi criminali (11%), ma anche individui appartenenti alle comunità di migranti (10%) o umanitarie. La violenza ha forme molteplici, dallo stupro, anche di gruppo, alla tortura sessuale, all’obbligo di assistere ad abusi, al sesso forzato nei rapimenti per estorsione. A colpire, per i tristi dettagli forniti, è il capitolo dello studio dedicato alle strategie adottate dalle migranti per ridurre i rischi e le conseguenze delle violenze. Fino al caso estremo di chi, riconoscendo gli abusi come una possibilità concreta, ricorre alla contraccezione prima di partire per evitare gravidanze, “una delle paure più grandi di molte donne” in transito, come spiega un operatore. Uno dei metodi contraccettivi usati è l’iniezione ormonale di progestinico, ma si ricorre anche a “bevande a base di erbe” o a pillole anticoncezionali. Tra le strategie per evitare le violenze, si tenta di spostarsi in gruppo, stringere relazioni a scopo di protezione, ma anche nascondere il proprio aspetto, con le donne cattoliche che in alcuni casi indossano l’hijab per fingersi musulmane, perché queste ultime sembrerebbero meno esposte al rischio. Oppure c’è chi si veste da uomo, o finge di essere incinta. Viene citato anche l’uso di pillole per provocare sanguinamenti vaginali, per dare l’impressione di avere le mestruazioni e allontanare gli aggressori. Se, però, si finisce per subire una violenza, occorrerà affrontare, oltre al dolore fisico e psicologico, anche lo stigma, le lacune severe nelle risposte umanitarie e giuridiche, la paura di essere arrestate o espulse nel caso si denunci, e le ritorsioni da parte degli aggressori, anche solo per essersi recate in ospedale.