Sono giorni di attesa per la decisione della Consulta di Patrizio Gonnella* antigone.it, 9 ottobre 2026 Lo scorso 22 settembre eravamo in Corte Costituzionale dove si è discussa la questione di costituzionalità sollevata dal Tribunale di Sorveglianza di Firenze che, a partire dalle condizioni degradate e degradanti del carcere di Sollicciano, si è rivolto ai giudici della Consulta per verificare se sia o meno ammissibile l’esecuzione della pena carceraria quando le condizioni di vita detentive risultino particolarmente umilianti e indegne o, invece, se non sia necessaria un’apposita previsione di differimento della pena. Come Antigone siamo intervenuti con un nostro amicus curiae, presentando una memoria molto articolata e ribadendo che di fronte alla dignità della persona, anche il potere di punire deve fermarsi. La decisione della Corte, attesa nei prossimi giorni, potrebbe costringere il governo ad intervenire in maniera ampia sul sistema penitenziario, aprendo a quelle riforme che da tempo chiediamo e che ogni giorno che passa sono sempre più necessarie. A fine settembre, infatti, le persone detenute nelle carceri italiane hanno superato le 66.000 unità (con un incremento di oltre 1.200 persone da fine luglio). A fronte di poco più di 46.000 posti disponibili, ad oggi abbiamo quasi 20.000 persone che non hanno un posto letto regolamentare. Il tasso di affollamento ha superato il 142%. Siamo nel pieno delle condizioni che, nel 2013, costarono all’Italia la condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per trattamenti inumani o degradanti generalizzati. Speriamo nei prossimi giorni di aggiornarvi rispetto all’esito del caso pendente dinanzi alla Corte costituzionale, augurandoci che sia una pronuncia di accoglimento del quesito posto. *Presidente dell’Associazione Antigone Nessun cataclisma dunque ci smuove di Guido Vitiello Il Foglio, 9 ottobre 2026 Trentatré anni da innocente e la paura di tornare in paese da assassino. La vicenda di Beniamino Zuncheddu riporta alla mente “Il segreto di Luca” di Ignazio Silone. Andrea non può trattenersi a cena da zia Clarice, deve incontrare un amico. Ma lei non sente ragioni, estende subito l’ospitalità: “Sarà per noi un onore, se è un tuo amico. Di chi si tratta? Un forestiero? Un’autorità?”. No, è un paesano, le dice Andrea. “Si chiama, però non so se il nome ti dica qualcosa, Luca Sabatini”. Le dice, in effetti, qualcosa - abbastanza per rimangiarsi l’invito: “L’ergastolano?”. L’ex ergastolano, precisa Andrea: è tornato in paese dopo quarant’anni di galera perché il vero colpevole, in punto di morte, ha confessato. Poco cambia: “Vorresti condurre a casa mia un ex ergastolano?”. Gli occhi di Clarice si riempiono d’orrore. “Zia”, prova a spiegarle Andrea, “tu forse non lo sai, ma il pover’uomo era innocente”. Lei non vuol saperne: “Innocente o meno, egli è stato all’ergastolo”. Magari fosse la sola a pensarla così. In un primo momento Andrea aveva pensato di declinare l’invito tramite la domestica di don Serafino, il prete che ha accolto sotto il suo tetto l’ex detenuto. Ma il prete gli fa sapere che la perpetua, appena saputo del nuovo ospite, ha gettato il grembiule in terra e si è licenziata. “Cos’ha da rimproverargli?”, domanda Andrea. “Evidentemente, d’aver passato la vita all’ergastolo”, risponde il prete. Andrea non vuol credere che i compaesani siano così gretti da scansare come un appestato un uomo solo perché è stato in prigione: “Nessun cataclisma dunque li smuove?”. Ripensavo a questi dialoghi da Il segreto di Luca di Ignazio Silone leggendo su Famiglia Cristiana una bella intervista a Beniamino Zuncheddu, che si è fatto trentatré anni di carcere per un triplice omicidio. Dopo i primi ventisei gli avvocati lo invitarono a chiedere la libertà condizionale: doveva solo dar prova del suo ravvedimento. Zuncheddu non seguì il consiglio. Perché era innocente e credeva malgrado tutto nella giustizia. Ma anche per un altro motivo: “E poi, se ammettevo le mie colpe, come avrei fatto a tornare in paese? Per tutti sarei stato un assassino. Come avrei potuto vivere così? Meglio restare in carcere”. Il segreto di Beniamino non è meno agghiacciante del segreto di Luca. La maledetta recidiva di Fabrizio Pomes vocididentro.it, 9 ottobre 2026 Oggi ho ricevuto una mail che non avrei voluto ricevere. Era di un amico, Tommaso, con il quale ho condiviso un tratto di detenzione. Uno di quei rapporti che nascono in un posto nel quale non avresti mai voluto incontrare nessuno e che, proprio per questo, qualche volta diventano più profondi. Avevo seguito con speranza il suo percorso. Finalmente era riuscito a lasciare il carcere per entrare in una comunità e affrontare seriamente la sua dipendenza dall’alcol. Non era la libertà, forse. Ma era una porta aperta. Una possibilità. Pensavo fosse l’inizio di qualcosa. Poi oggi la sua mail. Mi ha scritto dal carcere di Orvieto. È di nuovo dentro. Deve scontare quattro anni. Ho riletto quelle poche righe più volte e la prima parola che mi è venuta in mente è stata una soltanto: recidiva. Una parola fredda, tecnica, quasi burocratica. Nei convegni diventa una percentuale. Nelle statistiche una colonna. Nei fascicoli giudiziari una condizione che può aggravare la posizione di chi torna a commettere un reato. Ma quando dietro quella parola riconosci un volto, una voce, una persona con cui hai diviso la sezione, un corridoio, un’attesa, allora la recidiva smette di essere una categoria giuridica. Diventa una sconfitta. La sua, certamente. Perché la responsabilità personale non può essere cancellata e chi commette nuovamente un reato deve fare i conti con ciò che ha fatto. Ma siamo sicuri che sia soltanto la sua sconfitta? È questa la domanda che dovremmo avere il coraggio di farci. Chi non ha conosciuto il carcere può immaginare che il giorno della scarcerazione sia necessariamente un giorno felice. Il cancello si apre, restituiscono gli effetti personali, finisce la pena e finalmente si torna alla vita. Magari fosse così semplice. Il carcere può finire sulla carta molto prima di finire nella testa, nelle relazioni, nel conto corrente, nella ricerca di una casa o di un lavoro. Fuori bisogna ricominciare. E ricominciare significa avere un posto dove dormire, qualcuno da chiamare, un lavoro, dei documenti in regola, una rete di relazioni. Significa soprattutto avere qualcuno che continui a credere che tu possa essere qualcosa di diverso dall’errore che hai commesso. Per chi porta con sé una dipendenza, una fragilità o anni di marginalità, tutto questo diventa ancora più difficile. Ed è proprio lì che si gioca una parte decisiva della lotta alla recidiva. Possiamo costruire muri sempre più alti, mettere più serrature alle porte e invocare pene sempre più lunghe. Ma prima o poi quasi tutte quelle porte si apriranno. E la domanda sarà sempre la stessa: chi troveremo dall’altra parte del cancello? Una persona preparata a vivere senza commettere nuovi reati oppure qualcuno al quale abbiamo semplicemente insegnato a sopravvivere in carcere? La Costituzione non dice soltanto che una persona deve scontare una pena. Dice che quella pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Non è buonismo. È sicurezza. Perché il vero risultato di un sistema penitenziario non si misura soltanto contando quante persone riesce a tenere chiuse dentro. Si misura anche contando quante, una volta uscite, non avranno più bisogno di tornarci. Ogni persona che non torna a delinquere significa una nuova vittima evitata. Significa maggiore sicurezza per tutti. Significa una famiglia che forse riesce a ricomporsi, un lavoratore recuperato, una vita che ricomincia e anche minori costi per lo Stato. E allora lavoro, formazione, cura delle dipendenze, salute mentale, affetti, misure alternative, comunità, volontariato e accompagnamento dopo la pena non sono regali concessi ai detenuti. Sono strumenti di prevenzione. C’è un’immagine che mi tormenta quando penso alla recidiva: quella della porta girevole. Si entra in carcere. Si sconta la pena. Si esce. Poi qualcosa non funziona. E si rientra. Ogni giro sembra riportare la persona esattamente al punto di partenza, ma non è così. Perché ad ogni ritorno qualcosa rischia di essersi consumato: un legame familiare, una possibilità di lavoro, la fiducia degli altri e, soprattutto, la fiducia in sé stessi. A un certo punto può nascere il pensiero più pericoloso di tutti: “Tanto io sono questo.” È lì che il carcere rischia di aver perso la sua battaglia. Perché una pena che dice a una persona soltanto ciò che è stata, senza aiutarla a immaginare ciò che potrebbe diventare, rischia di trasformarsi in una profezia. Entri da colpevole. Esci con l’etichetta di ex detenuto. Rientri da recidivo. E ogni volta diventa più difficile convincere gli altri - e te stesso - che un’altra vita sia ancora possibile. Non assoluzione, ma responsabilità Parlare delle cause della recidiva non significa giustificare chi torna a commettere reati. Questa precisazione sembra sempre necessaria. Capire non significa assolvere. Possiamo riconoscere contemporaneamente due verità: una persona è responsabile delle proprie azioni e una società seria deve chiedersi quali condizioni rendano meno probabile che quelle azioni si ripetano. Altrimenti rischiamo di accontentarci della soluzione più semplice: richiudere la porta. Ma se quella stessa persona, dopo mesi o anni, uscirà nuovamente nelle stesse condizioni di prima, che cosa avremo risolto? Avremo soltanto spostato il problema nel tempo. Continuo a pensare al mio amico. Non conosco ancora tutto quello che è successo e non voglio giudicarlo né cercare attenuanti che non mi competono. So soltanto che speravo che quella comunità rappresentasse per lui un nuovo inizio. Oggi invece mi ha scritto da una cella. Quattro anni. Quattro anni sono lunghi. Ma possono essere soltanto quattro anni sottratti alla vita oppure quattro anni utilizzati per provare, ancora una volta e nonostante l’età, a ricostruirla. Dipenderà da lui. Ma non soltanto da lui. Dipenderà dalle opportunità che incontrerà, dalle persone che gli staranno accanto, dai percorsi di cura che potrà continuare, dal lavoro, dalla formazione e soprattutto da ciò che troverà quando, un giorno, quel cancello si aprirà nuovamente. Perché possiamo continuare a maledire la recidiva. Oppure possiamo cominciare a combatterla davvero. E combatterla significa avere il coraggio di comprendere una cosa molto semplice: la sicurezza non si costruisce soltanto facendo entrare le persone in carcere. Si costruisce soprattutto facendo in modo che non abbiano bisogno di tornarci. Oggi il mio amico è tornato dentro. Non voglio che questa sia soltanto la storia di un fallimento. Vorrei che diventasse una domanda per tutti noi: quando un uomo torna in carcere, ha fallito soltanto lui o l’intera società? Incentivi per chi assume detenuti: domande entro il 31 ottobre fiscooggi.it, 9 ottobre 2026 Esiste da diversi anni un credito d’imposta per le imprese che investono nel lavoro penitenziario. Una scadenza da segnare per fruire di agevolazioni che uniscono risparmio economico e inclusione sociale. Scade il prossimo 31 ottobre il termine entro il quale le imprese convenzionate con gli istituti penitenziari devono presentare la richiesta per accedere, nel 2027, al credito d’imposta previsto dalla legge Smuraglia, la n. 193/2000, che promuove il lavoro dei detenuti e il loro reinserimento sociale. Le aziende interessate devono trasmettere la domanda alla direzione dell’istituto penitenziario con cui hanno stipulato un’apposita convenzione, indicando l’ammontare complessivo del credito d’imposta che intendono utilizzare nell’anno successivo. Le richieste saranno poi inoltrate ai provveditorati regionali e successivamente al dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, che entro il 15 dicembre definirà l’importo massimo spettante a ciascun beneficiario. Infine, l’elenco degli aventi diritto sarà trasmesso all’Agenzia delle entrate e pubblicato sul sito del ministero della Giustizia. A tal proposito, il contenuto delle convenzioni, le procedure di richiesta dei benefici e le relative scadenze sono stati definiti, in modo dettagliato, dal dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria?con una circolare dello scorso 5 marzo. La legge Smuraglia riconosce inoltre uno sconto contributivo. Le agevolazioni riguardano le imprese e le cooperative che assumono detenuti o internati impiegati all’interno delle carceri, lavoratori ammessi al lavoro esterno ai sensi dell’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario e soggetti in regime di semilibertà. Per accedere ai benefici è necessario stipulare una convenzione con l’Amministrazione penitenziaria, garantire un rapporto di lavoro di almeno trenta giorni e applicare un trattamento economico non inferiore a quello previsto dai contratti collettivi nazionali di lavoro. La convenzione disciplina, tra l’altro, l’utilizzo di locali e attrezzature, le modalità di svolgimento delle attività produttive e i rispettivi obblighi dell’istituto e dell’impresa. Il beneficio fiscale - Il credito d’imposta è pari a 520 euro mensili per ciascun detenuto o internato assunto all’interno degli istituti o impiegato in attività lavorative esterne. Per i lavoratori in semilibertà il beneficio è pari a 300 euro al mese. In caso di rapporto di lavoro a tempo parziale, il beneficio è riproporzionato alle ore effettivamente prestate. L’agevolazione può continuare a essere riconosciuta anche dopo la fine della detenzione, per un periodo che varia da 18 a 24 mesi a seconda della posizione del lavoratore. La normativa estende gli incentivi anche alle imprese che organizzano percorsi formativi rivolti ai detenuti, purché al termine della formazione segua l’assunzione del lavoratore per un periodo minimo pari ad almeno il triplo della durata della formazione agevolata oppure, in alternativa, se la formazione abbia fornito competenze professionali a detenuti o internati alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria e impiegati in attività lavorative organizzate all’interno dello stesso istituto. Il credito d’imposta maturato potrà essere utilizzato in compensazione tramite modello F24 e non concorrerà alla formazione della base imponibile ai fini delle imposte sui redditi e dell’Irap. Le agevolazioni restano inoltre cumulabili con altri incentivi pubblici, entro il limite del costo effettivamente sostenuto dall’impresa. Il beneficio contributivo - Come anticipato, la legge Smuraglia prevede, oltre ai vantaggi fiscali, anche importanti sgravi contributivi. Le aliquote previdenziali e assistenziali dovute da datore di lavoro e lavoratore possono essere ridotte fino al 95%, con l’obiettivo di abbattere il costo del lavoro e favorire nuove opportunità occupazionali per le persone provenienti dall’esperienza detentiva. Anche questa agevolazione riguarda le assunzioni effettuate all’interno degli istituti penitenziari da imprese private e cooperative e, per quanto riguarda il lavoro esterno, le assunzioni effettuate dalle cooperative sociali, e può proseguire per 18 o 24 mesi dopo la scarcerazione, a seconda del percorso detentivo seguito dal lavoratore. Le agevolazioni contributive sono concesse secondo l’ordine cronologico di presentazione delle domande tramite il portale Inps, presso il quale ciascuna domanda viene protocollata in via informatica. Sia l’autorizzazione del credito di imposta che l’accoglimento dell’agevolazione contributiva sono subordinati alla disponibilità delle risorse finanziarie specificatamente stanziate per l’anno di riferimento. Imputabilità dei minori, lo “stop” di Ucpi e Anm: “Una norma manifesto rischiosa” di Valentina Stella Il Dubbio, 9 ottobre 2026 Come sulle nuove norme in discussione sulla legittima difesa, anche su quella che va a modificare l’imputabilità per i minori avvocatura e magistratura si trovano d’accordo nel bocciare la proposta legislativa. Due giorni fa, infatti, in commissione Giustizia della Camera sono stati auditi Anm e Ucpi che hanno criticato il disegno di legge Meloni-Nordio che introduce una diversa regola probatoria in materia di accertamento della capacità di intendere e di volere dei minori di età compresa tra 14 e 18 anni: si prevede che il minore sia, di regola, imputabile, salvo che risulti privo della capacità di intendere o di volere al momento del fatto. Domenico Pellegrini, membro del Comitato direttivo centrale del “sindacato” delle toghe, ha espresso critiche molto forti: mentre “la convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989 impone che il processo penale minorile sia un processo “a misura di minore”“, “la modifica normativa in esame assimila invece il minore all’adulto soprattutto sotto il profilo processuale. Si sostiene che tale scelta serva a “responsabilizzare i minori autori di reato”. In realtà, a parte il valore simbolico, ossia di “legge manifesto” che caratterizza la norma, con l’intento di trasmettere un messaggio di maggiore severità, si rinuncia ad intervenire sulle cause della devianza minorile e, soprattutto, non si pone sufficiente attenzione alla qualità della risposta giudiziaria”. Secondo il magistrato, “si adotta una scorciatoia probatoria, tutta a discapito della difesa del minore, erodendo uno dei pilastri del principio di colpevolezza, in quanto l’imputabilità esprime la prima condizione della rimproverabilità personale del fatto commesso e, proprio per questo, non tollera schemi presuntivi”. In particolare, “è evidente” che, dove la presunzione di capacità di intendere e di volere sia forte, superabile solo con allegazioni in senso contrario, “si pone un serio problema di sostenibilità della difesa e quindi di effettività delle garanzie laddove, come spesso accade, il minore non disponga di sufficienti risorse familiari, culturali ed economiche per espletare consulenze specialistiche o documentare adeguatamente la propria storia personale, scolastica, familiare e sanitaria. Con una conseguente disparità di trattamento tra soggetti minorenni”. Infine, per Pellegrini, “gli studi più recenti evidenziano come lo sviluppo cerebrale prosegue ben oltre i 18 anni: non esiste un momento unico in cui il cervello “diventa adulto” e, se anche il limite dei 18 anni può essere fissato normativamente in base alla stessa concezione sociale del momento in cui si diventa “maggiorenni” sicuramente di “cervello adulto” non si può automaticamente parlare per un quattordicenne. Ciò non significa che il quattordicenne sia un immaturo: significa che occorre svolgere un accertamento individuale riferito al momento del fatto e alla natura stessa del fatto, essendo evidente che alcune condotte sono più percepibili come illecite rispetto ad altre”. Secondo Barbara Sorgato, componente di Giunta dell’Ucpi, “il testo del disegno di legge aggiunge, invece, un ulteriore tassello alla strategia repressiva adottata nei confronti dei minori, iniziata con il decreto Caivano e proseguita, da ultimo, con la prospettata estensione del fermo di prevenzione anche ai minorenni”. In questo quadro, la cosiddetta “stretta anti-maranza”, “oltre a generare forti dubbi di compatibilità costituzionale, appare il sintomo di una preoccupante regressione culturale. Nel tentativo di esibire fermezza, l’esecutivo finisce per negare la specificità della condizione adolescenziale e per confondere la sicurezza con la propaganda, il governo dei fenomeni sociali con la ricerca del consenso immediato”. Anche per la penalista, “le statistiche del Dipartimento per la Giustizia minorile dimostrano che le declaratorie di non imputabilità per accertata immaturità costituiscono già oggi un fenomeno del tutto marginale, posto che negli ultimi anni le decisioni fondate sull’articolo 98 c.p. si attestano a poche decine di casi su scala nazionale. Ne deriva che la riforma non risponde ad alcuna emergenza applicativa reale, ma appare semmai una scelta eminentemente simbolica e comunicativa, funzionale ad alimentare la narrazione di una presunta indulgenza della giustizia minorile”. Sorgato poi si è espressa anche in merito alla pdl della deputata di Forza Italia Marta Fascina che vorrebbe abbassare l’età dell’imputabilità a 13 anni. “È illusorio pensare che la risposta a dinamiche complesse - come le aggressioni di gruppo ai danni di coetanei o adulti per denaro e smartphone, o il coinvolgimento di infraquattordicenni da parte della criminalità organizzata - possa individuarsi semplicemente consentendo l’ingresso anticipato di questi minori nel circuito penale. Si tratta di una lettura superficiale”. Emilia Romagna. Il Garante regionale: “Ogni 33 ore un detenuto tenta di togliersi la vita” di Evaristo Sparvieri Gazzetta di Modena, 9 ottobre 2026 Così il Garante regionale Roberto Cavalieri dopo i casi avvenuti a Reggio e Modena. Tra i temi toccati nell’intervista, quello della salute mentale nelle carceri: “Chi è malato ha diritto ad ambienti di cura”. “Ogni 33 ore un detenuto tenta di uccidersi”. È il dato da cui parte Roberto Cavalieri, Garante regionale dei detenuti, convinto che di ognuno di questi casi si dovrebbe parlare, non solo di quelli che fanno notizia. Lo dice dopo due episodi che hanno scosso l’Emilia-Romagna: il suicidio nel carcere di Reggio di Mena Istafanous, 26 anni, arrestato cinque giorni prima dopo l’aggressione a un distributore di benzina, e quanto avvenuto a Modena a Salim El Koudri, accusato di strage per l’auto lanciata sulla folla il 16 maggio. Un episodio indicato come tentato suicidio, che la polizia lo smentisce: avrebbe assunto per sbaglio le medicine del compagno di cella. E ora è un giallo. I due casi hanno riacceso l’attenzione su chi, in carcere, vive una condizione di fragilità. Garante, da dove viene il dato? “Dai dati dell’amministrazione penitenziaria emiliano-romagnola: basta dividere le ore di un anno per il numero dei tentati suicidi. E parlo di tentativi seri, che hanno richiesto un intervento sanitario, non del detenuto che sbraita e si taglia un dito. Di El Koudri e Istafanous si parla perché sono casi molto seguiti”. Perché accade così spesso? “Chi entra in carcere è molto fragile, spesso ha già problemi di tossicodipendenza e di povertà. Il carcere isola moltissimo e la disperazione sale alle stelle. La fragilità psichica, che sia già presente prima dell’arresto o emerga dentro, predispone fortemente al suicidio”. Cosa colpisce dei casi di Reggio e Modena? “Che queste due persone non erano in sezioni comuni. Il ragazzo di Reggio era già in carico al territorio come malato psichiatrico e si trovava in una sezione per persone con questi problemi. El Koudri in una sezione per detenuti con problematiche sanitarie, l’I Care: su di lui non conosco le pieghe, so che c’è una perizia, e non mi espongo a definirlo psichiatrico o meno. Sono però due episodi che colpiscono”. Perché? “Perché la grande difficoltà dei penitenziari è conciliare diritto alla salute e regole della vita detentiva. Se entra nella sezione dove si è ucciso il detenuto di Reggio, dal punto di vista architettonico non c’è differenza con una sezione ordinaria. L’unica è la frequenza con cui i sanitari visitano queste persone. Chi è malato ha diritto ad ambienti di cura. Tenga comunque conto che a Modena altri detenuti si erano già tolti la vita nella sezione I Care, quella per le problematiche sanitarie: è la sezione con la più alta frequenza di suicidi, perché è lì che vengono messe le persone a rischio suicidario. Rispetto alle altre ha più visite dei sanitari, ma l’effetto resta devastante”. Nel caso di El Koudri ora c’è chi parla di errore. Ma a gennaio 2025 lei scrisse alla direzione del carcere e all’Ausl contestando le condizioni dell’I Care. Chi le ha risposto? “Nessuno. Non ricevere risposte è una delle cose più ricorrenti nell’attività di un garante, con tutti i soggetti che interpello. Contestavo che fosse troppo una sezione detentiva comune per persone a rischio suicidario: i fornelletti, lo sporco, l’impossibilità di sedersi negli spazi comuni. Chi è in equilibrio la partita a scopa se la fa anche sul pavimento del cortile; chi vive una psicosi ha una sensibilità enorme a fattori ambientali che per gli altri non sono nulla”. Quali carceri sono più critiche nella nostra regione? “Modena, Reggio, Parma e Bologna. A Parma i suicidi sono avvenuti più spesso nelle sezioni di isolamento, ambienti spogli e malsani: una l’ho contestata diverse volte. Reggio per la concentrazione di casi psichiatrici, perché ha un’articolazione per la tutela della salute mentale. Modena per l’I Care. Bologna è una delle carceri più sovraffollate”. Il sovraffollamento è una causa? “Modena è molto sovraffollata, ma l’I Care non lo è: è una teoria da approfondire. Se hai 880 detenuti come a Bologna e personale calibrato per 500, hai 400 persone in più da seguire. Ma il sovraffollamento è diventata una chiave da infilare nella serratura della politica. Frequento le carceri da 33 anni e fuoriclasse della politica penitenziaria non ne ho visti”. Quando il rischio è più alto? “Nelle persone entrate da poco, che vivono lo stress del processo. E in chi si avvicina al fine pena. Il rischio è che il carcere diventi una delega del territorio, dove le politiche per i detenuti sono deboli. Il ragazzo di Reggio si era rivolto ai servizi psichiatrici, poi ne era scomparso”. E le Rems? Che ruolo hanno in questo sistema? “Nelle Rems vanno le persone per cui il giudice ha ritenuto che il reato non sia stato commesso consapevolmente: non sono detenuti ma internati, sottoposti a una misura di sicurezza. Il “cuscinetto” dentro il carcere è l’articolazione per la tutela della salute mentale, dove si trovava il detenuto morto a Reggio Emilia: persone ritenute consapevoli pur avendo una malattia psichiatrica”. Quanti sono i detenuti con problemi psichiatrici in regione? “Le patologie psichiatriche vere sono più frequenti che tra i cittadini liberi, ma non siamo al 40%. Se contiamo chi riceve terapie per un disagio transitorio, un lutto, la carcerazione, allora sì, il numero è devastante”. Possibili soluzioni? “La psichiatria deve essere un ambito di investimento, sapendo che sono investimenti a ritorno zero: servono risorse per collocare queste persone all’esterno e prenderle in cura. Il carcere fa fatica a farsene carico: è un luogo di sicurezza, con educatori in numero irrisorio rispetto ai poliziotti”. L’opinione pubblica su questi reati è sempre più giustizialista. È per questo che la politica se ne disinteressa? È impopolare occuparsi di chi ha causato lutti e dolore? “Purtroppo sì. La politica, tutto l’arco dei partiti, mette anche questo nel bilancio del consenso. Andare controcorrente lo facciamo noi garanti. Io ho detto che El Koudri rimane un essere umano, e questo non toglie nulla alla sua colpevolezza, alla gravità di ciò che ha fatto e al dolore delle vittime. Altrimenti arriveremo al giorno in cui, se si suicidasse, sentiremmo una liberazione anziché un dolore. Sarebbe estremamente grave”. Toscana. Sopralluoghi del Garante a Pisa e Livorno: sovraffollamento e criticità edilizie di Federica Cioni inconsiglio.it, 9 ottobre 2026 A Pisa visita d’urgenza dopo la recente rivolta per interloquire con i detenuti; a Livorno luci e ombre sui nuovi padiglioni privi di spazi comuni. Gli effetti dei trasferimenti da Sollicciano continuano ad aggravare la situazione di entrambi gli istituti. Il Garante regionale dei diritti dei detenuti della Toscana, Giuseppe Fanfani, ha concluso una serie di visite istituzionali presso le Case circondariali di Pisa e di Livorno per verificare in prima persona lo stato delle strutture, le condizioni di vita della popolazione carceraria e le difficoltà operative in cui si trova ad agire il personale. Il quadro emerso restituisce l’immagine di un sistema in forte affanno, condizionato da un sovraffollamento cronico, da gravi carenze negli organici della Polizia penitenziaria e da criticità strutturali che incidono quotidianamente sulla dignità della pena e sulla sicurezza degli istituti. Particolarmente delicata è la situazione della Casa Circondariale di Pisa, dove il Garante si è recato con estrema urgenza a seguito della rivolta esplosa negli ultimi giorni. Il sopralluogo ha avuto lo scopo di incontrare direttamente i detenuti che vi hanno preso parte per comprendere le ragioni della protesta e vagliare lo stato di tensione all’interno dei bracci. “I sopralluoghi a Pisa e Livorno confermano quanto la situazione penitenziaria regionale sia arrivata a un punto di rottura”, dichiara il Garante. “A Pisa la recente rivolta è il sintomo evidente di una disperazione diffusa, legata a condizioni strutturali inadeguate e a un sovraffollamento fuori controllo, ulteriormente aggravato dallo spostamento di detenuti da Sollicciano. Tutti i detenuti hanno parlato della presenza di cimici e topi nelle celle, abbiamo visto anche un detenuto morsicato in varie parti del corpo. Nella sezione sanitaria (Servizio Assistenza Intensiva) vi è anche lì sovraffollamento, con stanze anche da cinque letti. A Livorno - continua il Garante - ci troviamo di fronte al paradosso di interventi edilizi recenti che, pur sanando situazioni fatiscenti, nascono già ciechi rispetto alla necessità di spazi di socialità, fondamentali per qualsiasi percorso rieducativo”. “Si registra inoltre un sovraffollamento inumano: celle da sei persone nel reparto art. 21 e semiliberi; gran parte delle strutture sono fatiscenti, abbandonate totalmente, come la zona ex teatro (chiusa da sedici anni) le ex cucine, corridoi transennati e puntellati, con un progetto che non prevede di recuperare tali spazi”. “Senza un adeguamento reale degli organici di polizia e un ripensamento della gestione dei flussi tra gli istituti, la tenuta dei diritti fondamentali e della sicurezza negli istituti toscani resta drammaticamente a rischio”, conclude Fanfani. Insieme al Garante hanno partecipato al sopralluogo a Pisa il Garante comunale Valentina Abu Awwad e i consiglieri regionali Antonio Mazzeo e Federico Eligi; a Livorno il Garante comunale Marco Solimano e i consiglieri regionali Diletta Fallani e Alessandro Franchi. A Pisa, su una capienza regolamentare di 195 posti - dei quali 10 risultano attualmente inagibili -, si registra la presenza di ben 300 detenuti, di cui 174 stranieri (pari al 58 per cento). Il tasso effettivo di sovraffollamento ha raggiunto così la quota del 162 per cento. Si tratta di una condizione critica già presente da diversi mesi, ma che si è ulteriormente inasprita a seguito dei recenti trasferimenti di detenuti provenienti dal carcere di Sollicciano. La sezione femminile, che ospita 33 donne, rappresenta l’area qualitativamente migliore dell’istituto grazie agli interventi di ristrutturazione completati tra il 2018 e il 2019. Al contrario, il settore maschile evidenzia pesanti deficit manutentivi: le criticità più marcate si concentrano nella sezione ex articolo 32, nelle celle di isolamento e nella sezione riservata ai semiliberi i bagni alla turca non sono divisi da una parete, sono nella medesima cella. Sotto il profilo del personale, a fronte di un corpo di educatori e di un settore amministrativo sostanzialmente al completo, la Polizia penitenziaria sconta un deficit organico preoccupante, con sole 182 unità presenti rispetto alle 219 previste. Analoghe tensioni si riscontrano nella Casa circondariale di Livorno, anch’essa investita dal flusso di detenuti trasferiti da Sollicciano. A fronte di questo disastro preoccupa enormemente la prospettiva di avere altri 200 detenuti in più. A fronte di una capienza teorica di 428 posti, l’inagibilità di ben 151 postazioni riduce drasticamente lo spazio effettivo. I 353 detenuti attualmente presenti (di cui 139 stranieri, pari al 39,7 per cento). Il sovraffollamento medio è del 127 per cento, concentrato però nelle sezioni di media sicurezza. L’effetto benefico derivante dall’inaugurazione del nuovo padiglione è stato infatti subito annullato dai nuovi ingressi. Sul fronte edilizio, l’istituto di Livorno è stato oggetto di una profonda ristrutturazione che ha interessato due sezioni e ha portato alla contestuale chiusura della vecchia sezione di media sicurezza, ormai del tutto fatiscente. Tuttavia, se da un lato la prima delle due nuove sezioni è già operativa, ed è diventata immediatamente sovraffollata, e la seconda è in via di apertura, dall’altro si riscontra una gravissima lacuna progettuale: le nuove strutture sono state realizzate senza prevedere alcun tipo di spazio comune dedicato alle attività collettive e alla socialità. Il quadro delle risorse umane a Livorno presenta sofferenze diffuse sia sul versante della Polizia penitenziaria (256 agenti presenti su un organico previsto di 301) sia su quello del personale amministrativo (22 presenti su 35), mentre la pianta organica dell’area educativa risulta quasi interamente coperta con 8 operatori su 9. Prato. Detenuto nigeriano ucciso alla Dogaia, l’autopsia chiarisce la causa della morte tvprato.it, 9 ottobre 2026 È stato uno shock emorragico causato dalla rottura traumatica del fegato a provocare la morte del detenuto nigeriano di 32 anni ucciso il 5 agosto scorso nel carcere della Dogaia di Prato. A stabilirlo è stata la consulenza autoptica disposta nell’ambito delle indagini coordinate dalla Procura di Prato, che procede per omicidio preterintenzionale nei confronti di tre detenuti: due cittadini albanesi e un italiano. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la morte è avvenuta in seguito a una colluttazione all’interno della camera di pernottamento numero 171 della settima sezione della casa circondariale, dove la vittima condivideva lo spazio detentivo con gli altri tre uomini. Il 32enne presentava evidenti segni di percosse in diverse parti del corpo, in particolare agli arti e all’addome. Dopo l’aggressione, l’uomo, che si trovava in stato di agitazione, era stato trasferito dalla cella in un’altra camera detentiva, dove erano intervenuti i sanitari. Il decesso è stato collocato dalla consulenza autoptica alle 23 del 5 agosto. Gli accertamenti medico-legali hanno individuato la causa della morte nello shock emorragico conseguente alla lesione traumatica del fegato, ritenuta eziologicamente connessa a un’attività di violenza. Un elemento che chiarisce il quadro clinico della tragedia e che si inserisce nel lavoro investigativo volto a ricostruire le responsabilità e l’esatta dinamica dei fatti. L’inchiesta prosegue per fare piena luce sull’aggressione avvenuta nella cella e sulle condotte dei tre indagati. La contestazione, allo stato delle indagini, è quella di omicidio preterintenzionale. Messina. Carcere di Gazzi tra disagi e carenze strutturali: “Servono più spazi per i detenuti” di Barbara Turati La Sicilia, 9 ottobre 2026 La Garante dei detenuti e la nuova direttrice tracciano il bilancio delle criticità nella casa circondariale messinese. Carenza di medici, problemi strutturali come ascensori guasti e diagnosi psichiatriche mancanti al centro della relazione di Lucia Risicato in Commissione consiliare. La nuova direttrice punta su un monoblocco scolastico. Una fotografia in chiaroscuro quella scattata ieri dalla Garante delle persone private di libertà, Lucia Risicato, intervenuta in settima commissione consiliare, insieme all’assessore alle politiche sociali, Alessandra Calafiore e alla nuova direttrice del carcere di Gazzi, Romina Taiani, alla sua prima uscita pubblica dopo la nomina. Una lunga relazione partita dal dato nazionale sul sovraffollamento e giunta all’analisi delle criticità relative alla casa circondariale di Gazzi, una struttura che, pur essendo stata nel tempo oggetto di diversi interventi, soffre i segni del tempo. “Le maggiori criticità - spiega Risicato - riguardano soprattutto il reparto ospedaliero che è a corto di medici e personale che possa garantire la piena assistenza sanitaria. Senza contare i disagi legati alla struttura che è ormai vetusta. L’ascensore del reparto donne in alta sicurezza si è rotto, e questo significa per alcune detenute con mobilità ridotta non potere neanche scendere per i colloqui. Vanno poi creati nuovi spazi per le attività trattamentali, per la socialità e soprattutto per la scolarizzazione”. Un problema quest’ultimo che riguarderebbe in particolare le poche donne ristrette alla circondariale. “Molte di loro - spiega la garante - hanno un livello di scolarizzazione elementare e appena varcano la soglia del carcere e vengono allontanate dalla famiglia e dai figli, cadono in depressione. Credo che rispetto a detenute che sembrano in qualche modo da un lato refrattarie e dall’altro evidentemente disperate, si debbano adottare strategie risocializzanti diverse da quelle che sono state percorse fin qui, peraltro anche con buoni risultati, pensando magari a qualcosa di più significativo come la scuola”. Un’idea questa sposata appieno anche dalla direttrice della struttura il cui obiettivo, oltre alla riqualificazione degli spazi, è quello di realizzare nel prossimo futuro un monoblocco interamente dedicato alle attività didattiche, sul modello pensato dal compianto Nunziante Rosania, ex direttore del carcere di Barcellona (di cui la Taiani, già direttrice, è oggi responsabile in attesa di un nuovo interpello), che al centro della struttura creò una vera e propria scuola con quattro aule dedicate. Altro tema quello del disagio psichico: “C’è un numero impressionante di detenuti con problemi psichiatrici e con problemi di dipendenza - spiega Risicato -. Un problema enorme di cui praticamente non si parla. Molte delle persone con cui dialogo ogni giorno hanno disturbi psichiatrici gravi che non sono stati diagnosticati al momento dell’ingresso in carcere o che sono sorti dopo l’ingresso nella struttura”. Modena. Visita del Garante regionale al Sant’Anna: sotto la lente la sezione Icare di Valentina Reggiani Il Resto del Carlino, 9 ottobre 2026 Si è recato ieri pomeriggio in carcere per effettuare diverse visite ai detenuti e visionare le sezioni, tra cui la nota ‘Icare’ il garante regionale Roberto Cavalieri che, nel tardo pomeriggio, è entrato anche nella cella dell’attentatore El Koudri al fine di effettuare un colloquio. Al suo arrivo, però, il detenuto dormiva e non è stato possibile per il garante poter iniziare una conversazione con il 31enne. “Da quanto ho appreso sono ancora in corso accertamenti sull’ingestione dei farmaci da parte di El Koudri - afferma il garante -. Allo stato attuale nulla si può escludere ma sappiamo che è stato trovato in stato di incoscienza”. Cavalieri più volte ha sottolineato l’inappropriatezza di quella sezione che oggi ospita undici detenuti, tra cui appunto il responsabile dell’attentato del 16 maggio. “Si concentrano in quella sezione tutti i casi a rischio suicidario lieve - sottolinea Cavalieri - e una sezione così piccola rischia di essere un ulteriore motivo di isolamento per queste persone. Tutto quello che possono fare lì i detenuti, infatti, è ‘darsi un aiuto’ però, appunto, tra persone che registrano tutte un rischio suicidario e per tale motivo lì sono state collocate”. Non è la prima volta che il garante interviene sulla situazione nella sezione ad alta vigilanza. In una lettera, lo scorso anno, inviata anche alla direzione, Cavalieri sottolineava come nella sezione, che accoglie appunto detenuti con rischio suicidario accertato, fossero presenti fornelletti a gas. Aveva espresso perplessità in generale sulla struttura e sulla carenza di organico che rende complicata la sorveglianza dei detenuti. Catania. Morto in Questura dopo la fuga, l’autopsia: positivo alla cocaina di Lorenzo Panzeri ilgiornalepopolare.it, 9 ottobre 2026 C’è un filo sottile e inquietante che lega una fuga disperata per le strade della città a un uomo che si accascia senza vita tra le mura di un ufficio di polizia. È il mistero della morte di Marcello Reito, 41 anni, deceduto lo scorso 4 ottobre negli uffici delle Volanti della Questura di Catania, nel quartiere di San Giuseppe La Rena. E ora l’autopsia disposta dalla Procura comincia a squarciare il velo su quegli ultimi, convulsi minuti: nel corpo dell’uomo c’era la cocaina. L’uomo era finito nelle mani degli agenti al termine di un lungo inseguimento per le vie del capoluogo etneo, culminato in via Mascagni. Secondo la ricostruzione del procuratore Francesco Curcio, Reito aveva tentato di sfuggire a un controllo della polizia. Poco dopo, mentre si trovava negli uffici in attesa di essere interrogato, il malore fatale: pochi secondi e il 41enne si è accasciato a terra, senza che i soccorsi riuscissero a strapparlo alla morte. A fare luce sulle cause del decesso è stata l’autopsia eseguita nell’obitorio del Policlinico di Catania dai professori Cristoforo Pomara, Nunziatella Barbera e Massimiliano Esposito, su disposizione della Procura. Il primo responso è netto: l’uomo era positivo alla cocaina. Sarà ora un ulteriore esame tossicologico a stabilire con precisione la quantità di stupefacente, o dei suoi metaboliti, presente nel sangue. Ma è un altro dettaglio ad alimentare gli interrogativi degli inquirenti. Nell’esofago della vittima è stata rinvenuta una misteriosa sostanza biancastra: potrebbe trattarsi di amido o formaggio, ma gli investigatori non escludono che possa essere altra cocaina, stavolta ingerita. L’esame ha rivelato anche un’escoriazione alla gamba sinistra e una frattura al femore destro, ferite che Reito, sotto l’effetto antidolorifico della sostanza, potrebbe non aver nemmeno avvertito. Per i periti, però, resta la pista meno credibile come causa della morte, pur senza escluderla del tutto. Sul caso la Procura ha aperto un’inchiesta: due agenti presenti al momento dei fatti risultano indagati, un atto dovuto per consentire gli accertamenti. Per il verdetto definitivo, intanto, servirà pazienza: i periti si sono presi 90 giorni per il deposito della loro relazione. Roma. Carcere di Rebibbia, 10 detenuti si sono specializzati in cybersicurezza dire.it, 9 ottobre 2026 Concluso a Rebibbia un percorso di 200 ore promosso dalla Cyber Security Foundation. Prepararsi al ritorno al lavoro attraverso lo studio della sicurezza informatica, trasformando il tempo della detenzione in un’occasione per acquisire competenze professionali. È il percorso compiuto dai partecipanti all’iniziativa della Cyber Security Foundation a Rebibbia, che oggi hanno ricevuto le certificazioni al termine di 200 ore di formazione. Un traguardo raggiunto da tutte le persone detenute che hanno scelto di aderire al corso. L’iniziativa si inserisce nel “Progetto Carceri” della Fondazione, finalizzato allo sviluppo di competenze tecniche e professionali delle persone detenute prossime alla fine della pena, spiega la nota. Il percorso di Rebibbia, rivolto agli adulti, nasce nell’ambito del protocollo d’intesa sottoscritto nel 2024 con il dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e la Camera Penale di Roma, con l’obiettivo di favorire il reinserimento sociale e lavorativo attraverso la formazione digitale. “Questo Governo sta agendo per rendere gli istituti penitenziari più sicuri e la pena realmente rieducativa. Significa garantire regole dentro gli istituti, ma anche dare a chi sta scontando una pena gli strumenti per non tornare a delinquere una volta fuori. Preparare il dopo, in questo senso, è una parte essenziale della rieducazione. Formazione e lavoro sono decisivi e questo progetto, offrendo competenze qualificate in un settore in espansione come quello informatico, va esattamente in questa direzione. Il 98% di chi impara un mestiere in carcere, una volta fuori, non torna a delinquere”, dichiara il sottosegretario di Stato alla Giustizia, Andrea Ostellari. Per sostenerne la realizzazione, la Cyber Security Foundation ha donato 15 computer all’istituto e messo a disposizione le proprie competenze, riporta la nota. Il programma accompagna i partecipanti nell’acquisizione di conoscenze sulla sicurezza informatica, avvicinandoli alle professionalità del settore e offrendo strumenti per orientare le successive scelte formative e lavorative. “Queste dieci certificazioni rappresentano il risultato di una scelta e di un impegno: quello di persone che hanno deciso di mettersi alla prova, studiare e investire sul proprio futuro. A ciascuno dei partecipanti va il nostro riconoscimento per aver portato a termine il percorso- spiega Marco Gabriele Proietti, presidente e fondatore della Cyber Security Foundation- Per chi si avvicina alla fine della pena, acquisire competenze professionali significa avere strumenti in più per ricostruire la propria autonomia. Con questo progetto vogliamo contribuire a collegare la formazione in carcere alle opportunità del mondo del lavoro. Ringrazio l’amministrazione penitenziaria, la Camera Penale di Roma, la direzione e il personale di Rebibbia e i formatori. Un ringraziamento particolare va alle aziende partner Fortinet, Telsy, società del Gruppo TIM, e DXC Technology, e ai rispettivi referenti: Massimo Palermo (vicepresidente Fortinet), Alessandra Micheli (ad Telsy) e Federico Santi (Security Director di DXC Technology) per il sostegno al progetto”. Durante il percorso di studio, continua la nota, i partecipanti hanno acquisito competenze tecniche fondamentali nel settore della sicurezza informatica, della protezione dei dati e della prevenzione delle minacce digitali: un ambito professionale oggi tra i più richiesti dal mercato del lavoro. “La consegna degli attestati segna un traguardo significativo nel percorso personale di ciascun partecipante e conferma l’impegno della Struttura nell’offrire percorsi di formazione di alta qualità orientati alle professioni del futuro. Questo percorso rappresenta un esempio concreto di come la pena possa svolgere la sua fondamentale funzione rieducativa. Fornire competenze spendibili e aggiornate nel campo delle tecnologie digitali significa offrire alle persone un’opportunità reale di riscatto e di costruzione del proprio futuro una volta terminata la detenzione”, spiega Maria Donata Iannantuono, direttrice della Casa di Reclusione Roma Rebibbia. Macerata. “Orizzonti della giustizia”, nasce la rivista dell’Ordine degli avvocati di Chiara Marinelli Il Resto del Carlino, 9 ottobre 2026 È stata presentata ieri “Orizzonti della giustizia”, la nuova rivista trimestrale dell’Ordine degli avvocati di Macerata, realizzata grazie alla collaborazione con il settimanale “Orizzonti della Marca”. Direttore è l’avvocato Giuseppe De Rosa, vicedirettore l’avvocato Marco Bottacchiari, consigliere dell’Ordine da cui è nata l’idea del progetto e che ha introdotto la presentazione. L’obiettivo è offrire ai colleghi uno strumento agile e affidabile per orientarsi tra le trasformazioni del diritto e della professione forense, ma anche creare un luogo stabile di confronto tra avvocatura, magistratura e accademia, valorizzando le due storiche facoltà giuridiche di Camerino e Macerata. Una scelta controcorrente nell’era dell’immediatezza e dell’intelligenza artificiale negli studi. Alla presentazione sono intervenuti De Rosa, Paolo Parisella, presidente dell’Ordine degli avvocati di Macerata, Paolo Vadalà, presidente del tribunale di Macerata, il procuratore Fabrizio Narbone, l’avvocato Francesca Palma, consigliere del Consiglio Nazionale Forense, l’avvocato Maria Cristina Ottavianoni, presidente della Fondazione Forense Maceratese. “Un luogo dove riflettere e approfondire. Un dialogo tra avvocatura e magistratura, che oggi più che mai è necessario tornare a pensare unite - ha detto l’avvocato Bottacchiari. È la prima pagina di un dialogo che ci auguriamo lungo e vivo. Saranno i lettori a dettarne gli stili e i contenuti”. “In un mondo tanto vorticoso, recuperare un tempo del pensiero è fondamentale - ha detto il procuratore -. Il pensiero si arricchisce del contributo che ciascuno di noi può dare, noi viviamo di confronto. Nel penale c’è una magistratura inquirente, c’è l’avvocatura e c’è la magistratura giudicante e ciascuna di queste componenti porta delle sensibilità diverse. Quello che sarà questa rivista dipenderà da noi”. Torino. “Una società si-cura”: la legalità cambia prospettiva e apre le porte della città torinoggi.it, 9 ottobre 2026 Quattro giorni, oltre 80 ospiti, più di 45 appuntamenti e la volontà di trasformare la sicurezza da sintomo di paura a responsabilità collettiva. Prende il via oggi a Torino la quarta edizione delle Giornate della Legalità - Spazi aperti in luoghi chiusi, in programma fino a domenica 11 ottobre. L’evento si apre con il prestigioso riconoscimento della Medaglia del Presidente della Repubblica, destinata dal Capo dello Stato alla manifestazione come premio di rappresentanza. ?Il filo conduttore di quest’anno risiede tutto in un trattino: “Una società si-cura”. Questo gioco di parole vuole ribaltare il paradigma dominante nel dibattito pubblico, spostando l’attenzione dal lessico della difesa e del sospetto a quello della cura, della relazione e della gestione condivisa delle fragilità. A dare concretezza a questa visione sarà l’apertura straordinaria dei luoghi in cui la legge si esercita quotidianamente: tribunali, carceri, caserme, università e sedi istituzionali spalancheranno le loro porte alla cittadinanza per favorire il dialogo tra comunità e istituzioni. Tra gli ospiti il fondatore di Libera Luigi Ciotti, la direttrice del Salone del Libro Annalena Benini, gli economisti Elsa Fornero e Pier Luigi Sacco, l’ex Capo della Polizia Franco Gabrielli, i costituzionalisti Gustavo Zagrebelsky e Francesco Viganò, oltre a storici, giornalisti e scrittori tra cui Anna Foa, Carlo Bonini, Marianna Aprile e Christian Raimo. La giornata di oggi è partita nell’Aula Magna del Palazzo di Giustizia con l’avvio di Legalità Futura dedicato alle scuole con Ciotti e Benini che hanno dialogato sul tema “Le parole non sono pietre”, alla presenza del sindaco Stefano Lo Russo e dei vertici della giustizia torinese Lucia Musti e Alessandra Bassi. Mentre al Campus Luigi Einaudi, spetta invece allo storico del diritto Pietro Costa tenere la lectio magistralis “Democrazia e cura”, introdotta da Valeria Marcenò e dai saluti della Rettrice Cristina Prandi. ?Il palinsesto si sviluppa attorno a tre direttrici fondamentali: il carcere e la pena, la sicurezza intesa come questione sociale, e il legame tra memoria, parole e cittadinanza. Tra gli appuntamenti principali figurano la lectio di Zagrebelsky all’Agenzia delle Entrate, la lezione di Francesco Viganò riservata ai detenuti della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno, i dibattiti sulla sicurezza sociale con Fornero e Sacco, e il confronto contro la paura tra Bonini e Gabrielli. Un focus centrale è dedicato alle nuove generazioni con i percorsi di Legalità Futura presso l’Agenzia delle Dogane, la Guardia di Finanza e i Vigili del Fuoco. Inoltre venerdì 9 ottobre parte “La prima volta a Palazzo” a Palazzo Civico, evento curato da Club Silencio e Biennale Democrazia dedicato ai neo-elettori, affiancato dal talk “Siamo tutti politici” con Marianna Aprile e Giorgia Serughetti. Per i dipendenti comunali è prevista la quarta Giornata della Trasparenza, mentre lo spazio Portici della Legalità ospiterà presentazioni di libri, l’esposizione dell’economia carceraria “Il carcere all’aperto” e il Bibliobus della Biblioteca della Legalità. ?Spazio anche agli spettacoli dal vivo e alla dimensione territoriale: la serata di sabato 10 ottobre all’OFF TOPIC proporrà la co-produzione “Una serata si-cura” con teatro, la stand-up comedy di Monir Ghassem e dj set. Il programma valorizza inoltre i progetti diffusi Legalità IN+ con gli enti vincitori del Bando Bruno Caccia. Torino. Una società accogliente: il lavoro come seconda possibilità di Roberto Tartara cittagora.it, 9 ottobre 2026 Offrire una concreta possibilità di reinserimento attraverso il lavoro, accompagnando le persone che stanno scontando una pena con misure alternative al carcere o che hanno concluso il percorso detentivo. È l’obiettivo del progetto Impresa Accogliente, promosso dall’associazione torinese La goccia di Lube, al centro dell’incontro “Per una società accogliente”, ospitato alla Caffetteria di Palazzo Reale, al quale ha partecipato la presidente del Consiglio comunale Maria Grazia Grippo. Durante la serata sono stati presentati i risultati raggiunti nel 2026: delle quaranta persone prese in carico da gennaio, ventotto sono state coinvolte in diciassette nuovi inserimenti lavorativi, mentre otto percorsi tra tirocini e contratti sono stati rinnovati o trasformati e tre persone hanno intrapreso percorsi di formazione professionale. Sono diciannove le imprese e cooperative che hanno offerto opportunità, con una rete di oltre cinquanta realtà contattate sul territorio. Un’esperienza che punta a colmare anche una lacuna normativa: la legge Smuraglia prevede incentivi per le imprese che assumono detenuti, ma non per chi offre un’opportunità a persone in misura alternativa. Concetto ripreso da Grippo nel suo intervento: ‘L’opera della Goccia di Lube ridà senso alla parola accoglienza, contribuisce a ragionare di responsabilità senza riferirsi soltanto alla colpa’ - ha sottolineato - ‘Le istituzioni hanno bisogno del contributo di tutti per consentire alle aziende di poter dare una seconda possibilità agli ex carcerati’. Alla serata coordinata dal presidente di Goccia di Lube Adriano Moraglio hanno partecipato per la Città anche la Garante dei diritti delle persone private della libertà personale Diletta Berardinelli, la vicesindaca Michela Favaro, il consigliere Vincenzo Camarda; è stata proposta la testimonianza dell’artista Santi Sindoni, ex detenuto, e la consegna delle targhe “Impresa Accogliente” a Primark, Samsic Italia e BE AM. Presentati infine i primi passi del progetto “Borse Lavoro”, dedicato alla memoria di Maria Teresa Pichetto. Civitavecchia (Rm). Carcere e comunità, un ponte per superare i pregiudizi di Raul Parigiani civonline.it, 9 ottobre 2026 Il Garante delle persone private della libertà personale della Regione Campania Samuele Ciambriello ha presentato il suo libro alla Casa di Reclusione di via Tarquinia. Un ponte tra carcere e comunità, per parlare di diritti dei detenuti, dignità e reinserimento. È quello costruito alla Casa di Reclusione “Passerini” di via Tarquinia, dove è stato presentato il libro “Lettere al Garante” di Samuele Ciambriello, Garante delle persone private della libertà personale della Regione Campania. All’incontro, voluto dalla direttrice degli Istituti Penitenziari cittadini Anna Angeletti, hanno partecipato anche Stefano Anastasia, Garante regionale del Lazio, e Corrado Lancia, Garante comunale. Presenti il sindaco Marco Piendibene, l’assessora alle Politiche Sociali Antonella Maucioni, il presidente della Camera Penale Leonardo Montini Paciotta, l’avvocato Pietro Messina e la direttrice del Centro di Salute Mentale Carola Ceolozzi. Particolarmente significativo il coinvolgimento degli studenti del Liceo Classico “Guglielmotti” e dell’Istituto Alberghiero “Stendhal-Calamatta”, chiamati a confrontarsi con la realtà della detenzione e con il tema del superamento dei pregiudizi. “Le persone detenute sono cittadini al pari di tutti gli altri, con gli stessi diritti e la stessa dignità”, ha sottolineato Piendibene, ribadendo che “il carcere non è un mondo separato dalla città”. Per Maucioni, invece, l’inclusione “comincia dalla conoscenza”. Un incontro, dunque, che ha trasformato la presentazione di un libro in un’occasione concreta di dialogo tra istituto penitenziario, istituzioni, scuola e territorio. Napoli. “Nello stesso mare” progetto di formazione teatrale in carcere di Simona Pasquale comunicati-stampa.net, 9 ottobre 2026 “Nello stesso mare” progetto di formazione teatrale a cura de “La Nuova Comune” APS. Presentazione venerdì 16 ottobre alle 11.00 nella Sala Conferenze del carcere “P. Modesto” di Secondigliano. Consentire ai detenuti di ottenere una Qualifica Professionale riconosciuta dalla Regione Campania nell’ambito dei mestieri del Teatro; è l’obiettivo del progetto “Nello stesso mare” a cura de “La Nuova Comune” APS che verrà presentato venerdì 16 ottobre alle 11:00 nella Sala Conferenze del carcere di Secondigliano “Pasquale Modesto”, selezionato dal Fondo 2026 per la promozione e il sostegno delle attività teatrali negli Istituti penitenziari del Ministero della Giustizia per i reclusi del Reparto Tirreno di Alta Sicurezza. L’appuntamento è il primo di un ciclo di incontri sui temi della giustizia e sul ruolo dell’arte e della cultura nei percorsi di reinserimento dal titolo “Il Teatro Sociale e Civile come strumento di prevenzione, educazione e informazione” che proseguiranno presso scuole, Comuni, enti e associazioni del territorio regionale, concludendosi mercoledì 9 e giovedì 10 dicembre alle 10:00 con l’allestimento all’interno del penitenziario dello spettacolo “E la nave non va”, in continuità con un percorso di formazione basato sulla filosofia del “learning by doing” intrapreso lo scorso anno, integrato dai contributi di docenti universitari, psicologi, avvocati, equipe penitenziarie e artisti in collaborazione con l’Ente di Formazione FOCOM e arricchito da testimonianze di donne vittime di violenza, uomini in riabilitazione e detenuti allievi dei laboratori del cui percorso verrà dato un saggio, grazie all’attrice Josepha Pangia che, accompagnata alla chitarra da Costanzo Salatiello, interpreterà il pezzo “Casa mia” scritto da un detenuto. “Intendiamo trasformare l’esperienza teatrale in un percorso più ampio creando occasioni di confronto” dicono Deborah Di Francesco e Valentina Coppola, Presidente e Vicepresidente dell’APS che coordineranno i lavori del convegno al quale sono previsti gli interventi di Paola Cervo, Magistrata di Sorveglianza, Maria Carillo, Rappresentante legale della Cooperativa Xenia, ?Francesco Paolo Oreste, Ispettore e scrittore, Maria Rosaria Teatro, Direttrice dello spazio ART33, Don Giovanni Cappellano del Penitenziario e Roberta Gaeta, membro dell’Osservatorio Regionale sulle condizioni delle persone private della libertà personale. I prossimi incontri al venerdì 23 ottobre al Circolo Arci Fortapàsc di Atripalda (AV), venerdì 30 ottobre l’Università “Federico II” e martedì 3 novembre alle 18:00 al centro culturale ART33 di San Giovanni a Teduccio. La Nuova Comune APS: lanuovacomune@gmail.com, 349.1325497, 342.7529196 Modena. Liberi di pensare, liberi di scrivere: la Gazzetta dà la parola ai detenuti di Giovanni Gualmini Gazzetta di Modena, 9 ottobre 2026 Parlare di carcere forse non conviene. Si dirà: a chi possono interessare pensieri e parole di chi ha ferito, rubato, truffato? Cosa importa della loro pena, che non potrà mai cancellare il danno e la sofferenza inflitta alle vittime? Disgraziati che hanno violato le case e la vita altrui, privati della libertà di cui hanno abusato. A noi interessa e lo facciamo perché le parole dei detenuti e degli internati meritano di essere ascoltata: provengono da un angolo scomodo, che comunque fa parte del nostro mondo e non può essere ignorato. Possiamo così dare un corpo a chi è condannato all’invisibilità, una voce a chi nessuno sembra prestare attenzione. Non c’è, ovviamente, indulgenza verso chi sta scontando una pena. Il motivo della scelta è semplice: la conoscenza porta alla consapevolezza e su questa deve basarsi ogni discussione, da quella estrema della decarcerizzazione della società, a quella grossolana, ma diffusa, del “chiudiamo la cella e buttiamo la chiave”. Del carcere sappiamo l’esistenza e poco più, eccetto i fatti di cronaca: i suicidi, le rivolte, i topi e gli scarafaggi, il sovraffollamento, le aggressioni, la carenza di adeguato personale di sorveglianza, i problemi sanitari, il disagio mentale che porta all’autolesionismo… Se “Il grado di civiltà di un Paese si misura dalle sue carceri”, se la Costituzione fissa come obiettivo la funzione rieducativa della pena (articolo 27: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”) , c’è ancora molta strada da fare. La detenzione è spesso “scuola del crimine” e fatica, nella scarsità di risorse, di attività formative e di opportunità lavorative, a raggiungere lo scopo. E infatti, la recidiva resta altissima. Per questo faremo parlare chi le strutture detentive le abita: sono loro che un giorno torneranno cittadini, vicini di casa, colleghi di lavoro, passanti. Oggi rischiano di essere fantasmi. Ecco perché daremo spazio ai detenuti di una struttura, la Casa di Lavoro di Castelfranco, che ha dato valore alla loro libertà di pensare e di scrivere. Da domani pubblicheremo, in un inserto, gli articoli della rivista carceraria ZonaFranco, nata e cresciuta grazie al lavoro prezioso dei volontari. Negli articoli non c’è autocommiserazione. Descrivono il loro stato in modo preciso e concreto, senza finzioni né maschere. Raccontano storie e situazioni, scrivono anche poesie e canzoni. Voci non scontate, che provengono dall’ultimo dei posti, dove il tempo scorre più lento e lo spazio ha confini precisi, le sbarre alle finestre. Ma anche in questo “non luogo” si può scoprire umanità e profondità. Il risultato ha esiti interessanti, a volte sorprendenti. Gli internati hanno uno sguardo che non indugia sul passato e sugli errori commessi, ma che guarda al presente e al futuro per rimettere insieme pezzi e ricostruire esistenze interrotte e relazioni. È vero: per qualcuno sarà tempo e spazio sprecato. Per la Gazzetta è un modo di raccontare un pezzo sconosciuto di territorio, il carcere e chi lo abita: la Casa di reclusione e lavoro di Castelfranco Emilia, via Forte Urbano 1. Varese. Biancheria da bagno in dono ai detenuti di Massimiliano Martini La Prealpina, 9 ottobre 2026 Raccolta di beni di uso quotidiano promossa da Camera Penale di Varese e Associazione San Martino. Teli da bagno e biancheria personale in dono ai detenuti nel carcere. Dopo il successo della prima raccolta benefica, la Camera Penale di Varese e l’Associazione San Martino onlus hanno riproposto l’iniziativa di solidarietà a favore degli ospiti dell’istituto penitenziario dei Miogni. Un’iniziativa che nasce - spiega l’avvocato Elisabetta Bertani, presidente della Camera Penale - dalla “volontà di dare continuità a un percorso avviato nei mesi scorsi con la raccolta di vestiario destinato alla popolazione detenuta e che ha visto la partecipazione di avvocati, magistrati, operatori della giustizia e cittadini. Un’esperienza che ha mostrato come, anche attraverso gesti concreti e semplici, sia possibile contribuire a rendere meno gravose le condizioni della vita quotidiana all’interno dell’istituto”. Un’idea che prende le mosse da un’esigenza concreta: garantire alle persone detenute che ne hanno necessità la disponibilità di teli da bagno e biancheria intima, “beni di uso quotidiano che possono assumere un significato particolare per chi non dispone di una rete familiare o amicale in grado di fornire un sostegno dall’esterno. La detenzione comporta inevitabilmente la privazione della libertà, ma non può mai tradursi nella perdita della dignità della persona. È anche attraverso la cura degli aspetti più ordinari della vita quotidiana che si misura l’attenzione che una comunità riserva a chi si trova in una condizione di particolare fragilità”. Nisida, quello stato dell’anima cucitura sottile tra due mondi di Eleonora Martini Il Manifesto, 9 ottobre 2026 “Guerrieri” di Gianluca Guida, per Il Pellegrino. Le storie di ragazzi e ragazze nel libro del direttore dell’Istituto penale per minori. Gianluca Guida aveva 29 anni quando percorse per la prima volta lo stretto ponte che collega l’isola di Nisida alla terraferma, quella sorta di “cucitura sottile tra due lembi di mondo che non vogliono toccarsi davvero”. Un’immagine questa che forse ancora non apparteneva al giovane uomo di allora, ma oggi, dopo trent’anni alla direzione dell’Istituto penale per minorenni (Ipm) di Nisida, Gianluca Guida ha mutato pelle, è diventato quasi un tutt’uno con quell’angolo di Napoli che per molti è solo un carcere minorile ma che il dirigente percepisce come un luogo di infinita e dolorosa bellezza. Oggi il giurista può scartare dal binario “tecnico” di una vita per raccontare con il linguaggio dell’empatia quei giovani che ha imparato a conoscere nel profondo, adolescenti che “non sono mostri” ma “che inciampano nella propria ombra”. In Guerrieri. Nisida non è solo un luogo, è uno stato dell’anima (Il Pellegrino, pp.196, euro 14), il direttore dell’Ipm napoletano mostra la faccia nascosta di quei ragazzi e di quelle ragazze (dal 2023, però, il reparto femminile è stato chiuso) che amano raccontarsi “forti e valorosi, in grado di rialzarsi ad ogni sconfitta”. Giovani rabbiosi, provocatori, arroganti, bisognosi di cure e invece irretiti da un codice maschile di camorra o di altri sistemi criminali. Piccoli soldati che non conoscono paura, non sanno fare i conti con il passato né sanno immaginare un futuro, facili da reclutare perché basta garantire loro “identità, protezione e cura dei bisogni”. Ovviamente, ogni giovane recluso ha la sua storia, unica e irripetibile ma Nisida, a differenza di altri Ipm, accoglie soprattutto i figli del proprio territorio. Gli stranieri qui sono una minoranza, in percentuale opposta a quella che si registra per esempio al Beccaria di Milano. Gianluca Guida alcuni li ha conosciuti giovanissimi, spesso li ha visti uscire e rientrare. Fine osservatore, un po’ psicologo, un po’ educatore, con ciascuno di loro inevitabilmente ha finito per stabilire un contatto, perfino a volte una qualche relazione, non necessariamente curativa, non necessariamente ben riuscita. Ha scelto dieci storie da raccontare, quasi fossero archetipi, ciascuna in un capitolo in cui tira anche le somme delle attività trattamentali messe in campo. Lo fa con uno stile narrativo ma senza abbellimenti, fotografando la realtà, cruda come è. Così, vicino ai ragazzi di camorra, sempre più giovani, che apprendono in casa le dinamiche dell’appartenenza criminale, c’è il ragazzino pittore nato da genitori sudamericani che si sente “diverso” e che ha “sviluppato un’esasperata sensibilità alle vicissitudini e alle sofferenze” degli emarginati. Per lui, come per altri, la “parte giusta” e quella sbagliata si confondono. Valori e concetti ingarbugliati anche per colpa - sembra sostenere Guida - di atteggiamenti “ideologici” che talvolta non consentono “alla nostra comunità sociale di rimandare messaggi chiari”. Ci sono sguardi che sfidano e, al contrario, richieste timide di aiuto; c’è chi sfugge al contatto e chi cerca un maestro. Ci sono piccoli migranti, arrivati da soli su gommoni, che in pochi anni hanno vissuto tante vite, tutte non felici. Sono giovani che mettono in crisi pure gli operatori, perché “l’approccio trattamentale e la semplice gestione di questa utenza sono fortemente condizionati dalla totale assenza di informazioni attendibili” sulla loro vita. Ci sono amicizie femminili nate “solo per creare alleanze”, e faide che scoppiano seguendo odi atavici, come quello tra la ragazza rom, “deviante” perché “non ha avuto una valida alternativa” ai codici “a cui è stata educata”, e la giovane di camorra, “attiva ed emancipata” ma abituata a “celarsi” dietro lo scudo dei maschi di famiglia. Vuoti interiori, smarrimenti, che spesso trovano la cura con vecchi metodi, come il teatro. O la cucina, il luogo “dove è nata la “pedagogia” di Nisida”. Che “non è un’isola ma una linea di confine tra errore e possibilità”, secondo la definizione di Maurizio De Giovanni nella prefazione. Il volume di Guida traccia queste storie “senza sconti e senza cinismo”, come scrive nella postfazione il cardinale Domenico Battaglia. Senza rimuovere il male compiuto, “il ragazzo non è mai ridotto al suo reato”. Qui “si comprende che nessuno è irrecuperabile” e che l’unica giustizia che produce sicurezza è quella che “prova a ricucire, responsabilizzare, rimettere in relazione”. Il volume sarà presentato dall’autore a Nisida lunedì 12 ottobre presso il Centro europeo di studi (Ceus). Uccidere senza odiare. La fabbrica di Gaza, la nostra smart city di Sergio Labate* Il Domani, 9 ottobre 2026 L’ultimo - il più tremendo - messaggio del documentario “Naza” è la continuità di quanto accade con quanto abbiamo già vissuto. A un certo punto un soldato osserva proprio questo, che non c’è odio da parte sua, ma un mix di lavoro e divertimento. Ecco la questione che lascia senza fiato. Gaza è un esperimento di (in)civiltà e i suoi abitanti non sono che cavie. Tra le tante cose che è, è anche profezia di ciò che significa davvero smart city. È uno dei tanti pensieri che mi ha procurato la visione di Naza, su cui molti si sono già espressi. C’è una paradossale consonanza tra le immagini ipertecnologiche di Tel Aviv e i racconti di ciò che è stato costruire Gaza. La prima è una città fondata sulla sabbia, senza resti e senza memoria. La fotografia cupa e densa del documentario restituisce bene ciò che è diventata: una città moderna e ipertecnologica, piena di grattacieli, macchine, strade. Soldati. Non è difficile immaginare il grado di connessione che la attraversa, il suo livello di “civilizzazione” tecnologica. Della seconda invece sono rimasti ormai solo resti e memoria. E vittime (alcuni di loro erano terroristi, la maggior parte erano civili e la sproporzione tra le parti è ciò che legittima l’uso della parola “genocidio”). Nel documentario - è stato sottolineato - viene descritta la meticolosità dell’algoritmo nel sorvegliare con precisione ogni telefono, ogni parola, ogni incontro, ogni fuga. Una minuziosa capacità di controllo delle cose e delle persone come cose. Ma ciò che mi pare più originale è il tentativo di descrivere questo processo di controllo progressivo e sistematico in piena continuità con le origini: tutte le infrastrutture comunicative nascono a Gaza come cavalli di troia. Illudono di essere liberi mentre permettono al colonizzatore di controllare e di punire preventivamente. Fin dall’inizio, quel territorio è un pioneristico esperimento di controllo tramite la tecnologia. È per questo che Gaza non è che l’ombra di Tel Aviv, il suo lato oscuro. Le dividono 60 km di costa, ma sono una sola città: smart city e città concentrazionaria. Il film “Naza” non è solo denuncia, esplora gli abissi dell’animo umano Produce bersagli Cos’è Gaza? A un certo punto un “testimone” dice: è una fabbrica. Definizione tragicamente vera. Anche se i suoi abitanti non hanno neanche diritto alla dignità minima dei lavoratori. Gli esseri umani che si muovono dentro quella fabbrica non sono coloro che producono, sono ciò che si produce. La fabbrica di Gaza produce obiettivi, bersagli. Ed è una fabbrica decisamente postfordista: la catena di montaggio funziona ancora ma tutti i lavoratori lavorano a distanza, nel lato buono dell’unica smart city che li unisce alle loro vittime. Da un certo punto di vista, non c’è dubbio che Gaza sia una fabbrica all’avanguardia. Mentre lì dentro gli esseri umani sono incessantemente lavorati e trasformati in bersagli - diventano numeri, effetti collaterali, parole giuste perché l’algoritmo senta che è il momento buono per uccidere - fuori dalla fabbrica, nel centro di controllo, i lavoratori svolgono un lavoro eccitante. Si divertono: è questa la loro forza. Non odiano, si divertono. Non è questo il nuovo spirito del capitalismo a cui tutti dobbiamo aderire? Trasformare il lavoro in gioco e viceversa, non distinguere più tra lavoro e tempo libero. Chiunque di noi abbia osservato i videogiochi dei nostri ragazzi, avrà certamente notato che il principio è lo stesso che sta alla base del lavoro del soldato a Tel Aviv: si uccide come si gioca e si gioca come si uccide. Il documentario “Naza” è la notte della democrazia israeliana Nessun odio L’ultimo - il più tremendo - messaggio di Naza è la continuità di quanto accade con quanto abbiamo già vissuto. A un certo punto un soldato osserva proprio questo, che non c’è odio da parte sua, ma un mix di lavoro e divertimento. Ecco la questione che lascia senza fiato. Io, che non so come si faccia a uccidere (e sono anche troppo cresciuto per cambiare idea, con buona pace del paternalismo di Prodi che suggerisce di crescere ancora a chi semplicemente si rifiuta di uccidere), ho sempre pensato che si possa fare soltanto per odio. Invece il sistema concentrazionario che abbiamo ricreato - contro tutti gli avvertimenti della storia - è così avanzato che si può arrivare a uccidere senza odiare. Si può guardare dal centro di controllo di Tel Aviv un cane che mangia i cadaveri eppure astenersi dall’intervenire. Non per sadismo o mancanza di pietà, ma semplicemente perché ciò che accade nella fabbrica di Gaza è come un videogame. Nessuno mette in dubbio sia un cadavere umano, ma non è reale. Anche questo viene detto e toglie il fiato. Per i sadici come Ben Gvir non ci sono esseri umani a Gaza, ma i soldati non odiano come lui: per loro non si tratta nemmeno più di disumanizzare la vittima, ma di derealizzarla. Non sono reali i resti umani che il cane smembra: stanno dentro la fabbrica di Gaza, dove ciò che si muove è solo in un gioco che simula perfettamente la vita (e soprattutto la morte). Uccidere senza nemmeno più odiare: è questo il destino dell’occidente che la civiltà della guerra sta portando a compimento. E noi, al riparo delle tante Tel Aviv che abitiamo, ci illudiamo che non ci sia un’ombra nascosta che ci attende. Gaza e i nostri smartphone. Il paradosso di Naza. *Filosofo Salute mentale, il vissuto dei pazienti è una componente cruciale nella costruzione di politiche, servizi e percorsi di cura di Claudio Mencacci* Corriere della Sera, 9 ottobre 2026 In Italia rimane una distanza significativa tra bisogno epidemiologico e capacità dei servizi, spesso sottofinanziati e carenti di personale. Da oltre 34 anni l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) celebra il 10 ottobre la Giornata della salute mentale. Il tema di quest’anno, “Ascoltare le esperienze vissute: voci reali, cambiamento reale”, invita a passare dall’ascolto alla partecipazione, a non limitarsi a raccogliere testimonianze, ma coinvolgere le persone nelle decisioni, nella co-progettazione dei servizi, nella valutazione delle cure e nei processi di deistituzionalizzazione (chiusura degli ospedali psichiatrici). È forte il richiamo a riconoscere le esperienze vissute dalle persone con problemi di salute mentale come componente essenziale nella costruzione di politiche, servizi e percorsi di cura. Modello “balanced care” - Nel mondo prosegue molto faticosamente il processo di deistituzionalizzazione e solo il 9% dei Paesi lo ha completato. Nell’Unione europea la transizione è più avanzata, ma ancora incompleta e fortemente disomogenea: molti Stati continuano a utilizzare gli ospedali psichiatrici, mentre altri hanno sviluppato un modello “balanced care”, nel quale servizi territoriali e strutture ospedaliere coesistono. I dati sulla salute mentale - L’Italia, da quasi 50 anni, costituisce un caso particolare e storicamente molto importante diventando il principale esempio internazionale di deistituzionalizzazione psichiatrica su scala nazionale. Ma non è tutto oro quello che luccica. I dati sulla salute mentale del Paese (ESEMeD-WMH) stimano che in un anno circa il 5% degli italiani adulti presenti un disturbo d’ansia e circa il 3% una depressione maggiore. Una fotografia (ISS-PASSI 2024) indica che poco più del 6% degli adulti riferisce sintomi depressivi, percentuale che sale al 7% nelle donne, all’11% nelle persone con patologia cronica e al 18% nelle persone con gravi difficoltà economiche. Donne e malati cronici - Negli over 65 la prevalenza è circa il 9%, ma la differenza di genere diventa molto evidente (donne 12% vs uomini 5%). Nel corso della vita, la depressione maggiore interessa circa il 10,1% della popolazione: donne e persone con cronicità sono i gruppi a maggiore vulnerabilità. Emerge una crescente pressione della domanda di salute mentale dove il burden si concentra soprattutto nelle donne, nelle persone con malattie croniche e con multimorbidità, nei soggetti economicamente vulnerabili e nelle fasce adolescenziali e giovanili, sempre più in crisi. Domanda crescente - L’Italia attuale presenta una salute mentale caratterizzata da una domanda crescente e sempre più precoce, da una forte differenza di genere, dall’invecchiamento dell’utenza e da una progressiva medicalizzazione dei disturbi, mentre permane una distanza significativa tra bisogno epidemiologico e capacità dei servizi, spesso sottofinanziati e carenti di personale, nel dare risposte adeguate. Il Piano nazionale - Una buona notizia è l’approvazione in Italia, alla fine dello scorso anno, del nuovo PANSM 2025-30 (Piano azione nazionale salute mentale) che introduce numerose novità, portando l’attenzione alla promozione, prevenzione, diagnosi precoce, cura, riabilitazione e inclusione lungo tutto l’arco della vita. Una vera svolta di programmazione e un’ iniezione concreta di risorse, con un finanziamento nei 5 anni di oltre 315 milioni. Un atto importante dopo tanti anni di inazione, un investimento volto a rafforzare la rete territoriale e assicurare una distribuzione delle risorse coerente con i fabbisogni regionali, verso una progressiva omogeneità dei livelli di assistenza. *Direttore emerito Neuroscienze Salute Mentale, Asst FBF-Sacco, Milano Migranti. I giudici: illegittimo il fermo della Humanity 1, la Libia non è sicura di Silvio Messinetti Il Manifesto, 9 ottobre 2026 Dopo tre anni di procedimenti giudiziari la Corte d’appello di Catanzaro ha dichiarato illegittima la detenzione imposta alla nave dell’ong Sos Humanity. Fa riferimento alla sentenza 101 del 2025 della Corte costituzionale la Corte di Appello di Catanzaro stabilendo che un salvataggio in mare si considera concluso solo quando i sopravvissuti vengono sbarcati in un luogo sicuro, dove la loro vita e i loro diritti fondamentali siano tutelati. Gli ordini che violano tale obbligo non sono dunque vincolanti. E in forza di tale sentenza, dopo un iter giudiziario di tre anni, i giudici di secondo grado del capoluogo calabrese hanno dichiarato illegittima la detenzione imposta nel dicembre 2023 presso il porto di Crotone alla Humanity 1, nave in dotazione alla Ong Sos Humanity. La Corte ha respinto, dunque, la tesi del governo italiano secondo cui il capitano non avrebbe rispettato le istruzioni della Guardia costiera libica, stabilendo che tali istruzioni erano illegittime. E pertanto una nave che si rifiuta di eseguirle non può essere sanzionata. Il 30 novembre 2023 l’equipaggio della Humanity 1 aveva soccorso 46 persone in pericolo e sul punto di annegare. Successivamente, la nave era stata fermata a Crotone: il governo italiano aveva accusato il capitano di non aver rispettato gli ordini delle autorità marittime libiche e di aver contribuito a creare una situazione di pericolo. Sos Humanity aveva immediatamente depositato il ricorso contro la decisione. Il Tribunale di Crotone lo aveva tuttavia rigettato, ritenendo che la Guardia costiera libica stesse effettuando i soccorsi in modo corretto e concordando sul fatto che la Humanity 1 avesse contribuito a creare la situazione di pericolo. Con la sentenza, datata 23 settembre 2026 e resa pubblica ieri, i giudici di Catanzaro hanno invece statuito che il salvataggio era stato condotto nel pieno rispetto del diritto marittimo internazionale e del diritto europeo. La sentenza rafforza così la posizione giuridica di Sos Humanity e dell’alleanza Justice Fleet, che ritengono la cosiddetta Guardia costiera libica un attore illegittimo in materia di ricerca e soccorso. “Questo rilevante provvedimento ribadisce nettamente che la Libia non è un luogo sicuro. Il mancato rispetto di ordini illegittimi impartiti da soggetti marittimi che violano la legge, costringendo le persone in pericolo a tornare in Libia invece di soccorrerle, non è punibile” ha dichiarato Cristina Cecchini, l’avvocata di Sos Humanity che insieme alla collega Giulia Crescini ha patrocinato la Ong davanti alla corte catanzarese. “Questa decisione ha il grande merito di applicare, prima tra le altre, i principi della sentenza della Consulta 101/25 sulle sanzioni alle Ong impegnate nelle operazioni di ricerca e soccorso (Sar). Si tratta di un prezioso precedente per i procedimenti in corso e per eventuali futuri fermi”, aggiunge Crescini. “Tale pronunciamento conferma il prevalere del diritto internazionale e dei diritti umani su ogni altro tipo di valutazione. Sono i principi per i quali le organizzazioni di ricerca e soccorso si battono nel Mediterraneo centrale. Ancora una volta, una decisione giudiziaria dimostra che i fermi amministrativi previsti dalla legge Piantedosi sono punitivi e illegali” ha ribadito Janna Sauerteig, responsabile dell’Advocacy di Sos Humanity. Già nel 2024 un tribunale calabrese, quello di Crotone, aveva dato ragione a Sos Humanity annullando il fermo di Humanity 1 e condannando il ministero delle Infrastrutture, ministero dell’Interno, ministero delle Finanze, Guardia di finanza sezione operativa navale di Crotone a rifondere alla Ong la somma di 14mila euro per le spese di lite. Stati Uniti. La grande deportazione: “Bimbi da soli davanti ai giudici” di Giovanna Branca Il Manifesto, 9 ottobre 2026 Cancellazione del giusto processo, deportazione in paesi terzi, fine dello status protetto. Parla la ex giudice dell’immigrazione Olivia Cassin, licenziata dal governo Trump. Sabato a Garbatella. Olivia Cassin è stata giudice dell’immigrazione alla corte di Manhattan per oltre 10 anni, per poi venire licenziata dall’amministrazione Trump: la “Grande deportazione” richiede la rimozione dei giudici che agiscono secondo legge e coscienza - finora ne sono stati cacciati in vari modi circa duecento, rimpiazzati con lealisti Maga. Avevamo parlato con lei lo scorso aprile per discutere del suo licenziamento, dell’arrivo di Ice nella corte dell’immigrazione di Manhattan e in quelle di tutto il Paese, della condizione degli immigrati durante il secondo governo Trump. Condizione che da allora, ci dice la ex giudice, “è gravemente peggiorata”. In questi mesi è esplosa la pratica delle deportazioni verso paesi terzi, specialmente l’Africa, e perfino paesi in guerra come la Repubblica democratica del Congo. Come è possibile che sia stata così repentina la cancellazione di un diritto sancito dalla Costituzione come quello al giusto processo? La deportazione nei paesi terzi è una tattica crudele per spaventare le persone e far sì che decidano di “auto deportarsi” per paura di finire in qualche paese di cui non conoscono neanche il nome. Basta pensare a tutti i venezuelani mandati in El Salvador nel terribile carcere del presidente Nayib Bukele. Nella legge americana esiste un tipo di protezione dalla deportazione che si chiama withholding of removal (il “trattenimento della rimozione”). Il governo non può rimandare chi ne beneficia nel paese di provenienza, ma se c’è un terzo paese disposto ad accogliere la persona in questione, la si può deportare là. Il withholding of removal viene concesso quando non ci si qualifica per l’asilo, per esempio se la richiesta non è stata fatta entro un anno da quando la persona è entrata negli Stati uniti. Quando io ero giudice c’erano tante persone che non avevano fatto richiesta di asilo entro un anno, o che non erano qualificate per altri motivi - ad esempio non aver usato l’app Cbp (creata dall’amministrazione Biden per richiedere un appuntamento alla frontiera e presentare il proprio caso, ndr) per entrare negli Usa. A questi migranti, da giudice, ho concesso la cancellazione dell’ordine di rimozione. In questi giorni, a New York, l’Ice convoca queste persone per dei check-in (delle semplici verifiche, ndr)). E molti di coloro che si presentano vengono detenuti in vista di deportazione in paesi terzi. Una donna proveniente dalla Guinea ha beneficiato del withholding of removal per circa 12 anni: è stata convocata per un controllo e poi arrestata, in attesa di deportazione in Ghana. Grazie a un gruppo di attivisti e a uno studio legale si è riusciti a farla rilasciare. Se i suoi avvocati non fossero intervenuti subito, sarebbe finita in Ghana. L’incarcerazione a tempo indefinito dei deportati in paesi stranieri, l’assenza di due process, la pratica dei paesi terzi di rimandare queste persone nei paesi di provenienza - dove avevano provato di essere a rischio di persecuzione e tortura - solleva serie domande sul rispetto, da parte Usa, delle proprie stesse leggi. Questo sgretolamento del diritto al giusto processo colpisce anche i minorenni. Stiamo vedendo foto di bambini piccolissimi che devono rappresentarsi da soli nelle udienze per la deportazione. Come è possibile? Negli ultimi mesi, le organizzazioni che forniscono assistenza legale a New York e in tutto il paese hanno iniziato a allestire centri di “autodifesa” per assistere i giovani e i minori non accompagnati che rischiano la deportazione e non hanno un avvocato. La principale ragione per cui questi bambini non hanno una difesa legale è che il governo li ha presi di mira con una serie di nuove politiche e procedure. Viene loro negato un tempo sufficiente per trovare un avvocato, o per ottenere altre forme di tutela. Spesso vengono costretti a scegliere fra la “partenza” volontaria e un ordine di deportazione. In risposta, i nuovi centri di assistenza raccolgono avvocati e assistenti legali per aiutare i bambini e le loro famiglie a rappresentarsi da soli nelle corti dell’immigrazione. Spieghiamo loro come controllare gli appuntamenti in tribunale, che cambiano di frequente, come trovare l’edificio, capire cosa devono aspettarsi durante la loro prima udienza. Li istruiamo anche su come richiedere tempo aggiuntivo per trovare un avvocato, compilare domande d’asilo, raccogliere documenti a supporto della loro domanda, e presentare i loro casi in corte. Ho personalmente contribuito a fondare uno di questi centri, e partecipo alle loro attività. Lo trovo gratificante, ma in quanto ex giudice sono profondamente preoccupata. Quando esercitavo in tribunale, venivamo formati per adottare misure particolari nei confronti dei bambini: non indossare toghe che potessero spaventarli, garantire un’ampia rappresentanza legale, usare un linguaggio accessibile. Questo ora è cambiato: l’amministrazione ha istruito i giudici affinché trattino i bambini proprio come gli adulti. Oltretutto i loro casi vengono decisi in tutta fretta, trascurando le loro capacità di comprensione e i loro bisogni. Ciò che sta accadendo è intollerabile e crudele. È ovvio che i bambini non possono difendersi da un sistema legale ostile, pensato per gli adulti, senza l’assistenza di un avvocato. Dopo la fine dell’assedio alle città democratiche, le operazioni Ice sono passate in secondo piano nel ciclo delle news - specie nel resto del mondo. Eppure da questa estate abbiamo assistito a un’impennata senza precedenti di arresti. Specie dopo la cancellazione dello status di protezione temporanea (Tps) per decine di comunità a rischio prima accolte legalmente negli Stati uniti. Cosa ne pensa? L’accanimento contro certe comunità, come quella haitiana, è culminata nella revoca del Tps, in vigore dai tempi dei terremoti devastanti che hanno colpito il paese nel 2010. Per più di 16 anni, i cittadini di Haiti che si trovavano negli Usa hanno vissuto tranquillamente e legalmente, con tanto di permesso di lavoro, e sono riusciti a evitare la catastrofe politica e sociale poi esplosa nel loro paese di origine, che continua tutt’oggi. Senza alcuna ragione valida Trump ha recentemente revocato il Tps per Haiti e la Siria, nonostante l’instabilità politica, la violenza e il pericolo ai quali vanno incontro coloro che sono obbligati a rientrare in patria. Migliaia di siriani e haitiani si ritrovano ora senza uno status legale e un permesso di lavoro, esposti alla deportazione immediata. Sono iniziati i voli verso Haiti, ma anche - qui a New York - gli sforzi delle autorità cittadine e statali per resistere. La governatrice Kathy Hochul e il sindaco Zohran Mamdani si sono battuti, senza risultati, per i newyorkesi di Haiti. Le autorità cittadine e statali hanno dovuto rispettare la legge federale, licenziando molti lavoratori haitiani nella sanità. Un altro colpo alla forza lavoro già esigua impiegata in case di cura e ospizi. Allo stesso tempo si cerca di implementare una legislazione che garantisca lo status di residenza permanente ai beneficiari di Tps. Si può solo sperare che, dopo le elezioni di mid term, leggi di questo tipo abbiano una chance di venire approvate. Stati Uniti. Gli “esuli” statunitensi trasferiti in Paesi africani di Sara Cecchetti Il Manifesto, 9 ottobre 2026 “Eravamo incatenati e ammanettati, gambe, mani, stomaco”. Così Tesfay T. racconta a Human Rights Watch il volo che lo ha portato da un Centro di detenzione americano al Camerun, un Paese che non era il suo. Non è un errore di calcolo né un incidente burocratico. È una scelta precisa: prendere persone a cui gli Usa stessi avevano riconosciuto di rischiare persecuzione o tortura nel Paese d’origine - spesso proprio per orientamento sessuale o identità di genere - e scaricarle in un terzo Paese, spesso africano, dove le stesse minacce le attendono. È quanto documenta il rapporto To Scare People, pubblicato ieri dalla ong. Almeno una dozzina di persone Lgbtq+ hanno subito la medesima sorte. “Il meccanismo sta in una piega del diritto americano dell’immigrazione”, spiega al manifesto Michael Garcia Bochenek, direttore ad interim del programma Stati uniti di Hrw. “Le persone perseguitate per orientamento sessuale o identità di genere avrebbero diritto all’asilo, in quanto membri di un particolare gruppo sociale”. Ma negli anni l’accesso è stato progressivamente ristretto con una serie di sbarramenti tecnici. Nella maggior parte dei casi si ottiene una tutela più fragile: il withholding of removal. È vietato il rimpatrio, ma solo verso un Paese preciso. “Tutte le persone Lgbtq+ con cui abbiamo parlato avevano forme di protezione legate al proprio Paese d’origine”, racconta Bochenek. “Non potevano essere rimandate a casa, ma potevano essere mandate da qualche altra parte. Ed è esattamente quello che ha fatto l’amministrazione Trump”. Il rapporto lo scrive senza giri di parole: le autorità americane non hanno mai valutato se l’orientamento sessuale o l’identità di genere avrebbero esposto queste persone a persecuzione nei Paesi terzi in cui le stavano mandando. Le persone lo sanno. E lo spiegano con lucidità, come riferisce Bochenek: “Mi state mandando in un Paese terzo. Prendiamo il Camerun: non è il mio, eppure so perfettamente cosa mi aspetta. Vigono le stesse leggi che criminalizzano i rapporti tra persone dello stesso sesso e qualsiasi manifestazione pubblica di affetto. So anche che lo Stato non interviene contro la violenza dei privati: basta il sospetto che qualcuno sia Lgbtq perché possa essere aggredito per strada. Temo quindi lo stesso tipo di danno, la stessa persecuzione, la stessa tortura. Vorrei poterlo spiegare a un giudice”. Ma spesso non possono. Gli agenti dell’Ice li caricano sugli aerei senza dire dove sono diretti. A volte lo scoprono a metà volo, mentre l’aereo fa scalo dopo scalo in paesi africani. L’Associated Press, ieri, raccontava una storia simile. Daniela Fuentes, cubana, donna transgender, a Miami acconciava capelli e si esibiva in drag al nightclub Azúcar. Viveva apertamente, con la parrucca bionda e i vestiti della donna che sapeva di essere fin dall’adolescenza. Il 29 agosto è stata caricata su un volo e scaricata nella Repubblica Centrafricana, dove le organizzazioni per i diritti umani denunciano violenze contro le minoranze sessuali. Ora indossa abiti da uomo, sussurra e cerca di non far notare il seno. Stati Uniti. La fucilazione del killer di Fort Hood sarà trasmessa in diretta streaming di Alberto Simoni La Stampa, 9 ottobre 2026 Nidal Hasan, psichiatra dell’Esercito, nel 2009 uccise 13 soldati e ne ferì 32. La decisione annunciata dal Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, e approvata dal Presidente Donald Trump, segna una svolta senza precedenti nell’era moderna dei media. Appuntamento il 3 dicembre alle ore 13, ora del Texas. Appuntamento il 3 dicembre alle ore 13, ora del Texas, per assistere alla fucilazione di Nidal Hasan, lo psichiatra dell’Esercito che nel 2009 uccise 13 soldati e ne ferì 32 in una sparatoria a Fort Hood. Pete Hegseth ha deciso che l’esecuzione sarà pubblica e trasmessa on line. Una decisione che non ha precedenti. E come ha appena un precedente in oltre 80 anni il ricorso al plotone di esecuzione come boia. L’ultima volta fu nel 1945. “Ci assicureremo che la gente la possa guardare” ha detto Hegseth nel corso di un’intervista con l’attivista ultraconservatore Jack Posobiek. “La gente deve rendersi conto che ci sono serie conseguenze per questo tipo di gesti”, il riferimento appunto all’attentato. Hasan fece irruzione in una stanza dove si stavano ritrovando i soldati e al grido di Allah è grande ha fatto fuoco prima di essere a sua volta colpito da un poliziotto. I dettagli non ci sono ancora, ma il Pentagono ha confermato che ci sarà la trasmissione dell’esecuzione. Altro dettaglio: Hegseth ha deciso che l’esecuzione debba avvenire nello stesso posto - Forth Hood - dell’attentato, nello stesso giorno della settimana e più o meno alla stessa ora. Hasan ha 56 anni e nel 2009 avrebbe dovuto essere dispiegato in Afghanistan. Il presidente Trump la scorsa settimana ha approvato l’esecuzione tramite plotone di esecuzione come richiesto dal Pentagono e seguendo l’iter legislativo. La Casa Bianca non ha commentato se Trump è favorevole alla trasmissione via streaming dell’esecuzione, che sarà la prima di un militare dal 1961, ma in quel caso, secondo il Death Penalty Information Center, il detenuto venne ucciso per impiccagione. Il plotone di esecuzione è in funzione in cinque Stati. Nel 2025 la South Carolina è stato il primo Stato a farvi ricorso in 15 anni. Russia. Dalla scrivania di Anna Politkovskaja l’appello per i prigionieri politici di Raffaella Chiodo Karpinsky Avvenire, 9 ottobre 2026 Il 7 ottobre 2006 la giornalista di Novaya Gazeta fu uccisa in un agguato. L’esecutore ora combatte in Ucraina, i mandanti non sono mai stati identificati. Il premio Nobel Muratov chiede all’Europa di mobilitarsi per i dissidenti in carcere. Il 7 ottobre porta con sé, nella storia, molte ferite sconvolgenti. Contesti diversi, accomunati però dalla brutalità e dal sangue versato. Tra queste ricorrenze c’è anche l’assassinio di Anna Politkovskaja, donna e giornalista che ha dedicato la propria vita alla difesa della giustizia e dei diritti umani. Il 7 ottobre 2006 stava rientrando a casa con le buste della spesa quando fu uccisa nell’ascensore del suo palazzo a Mosca. Finita con un colpo alla nuca, la sua fu un’esecuzione in piena regola che molti interpretarono come un macabro “regalo” a Vladimir Putin, che proprio quel giorno festeggiava il compleanno. L’esecutore materiale dell’omicidio, dopo la condanna, ha successivamente firmato un contratto per andare a combattere al fronte in Ucraina. I veri mandanti, invece, restano ufficialmente ignoti. È questa la convinzione che la Novaya Gazeta, il giornale per cui Politkovskaja lavorava, continua a sostenere. Nella redazione del quotidiano la sua scrivania è stata conservata esattamente com’era: i libri che stava leggendo, gli appunti, il materiale di lavoro, il registratore, il computer. Proprio da quella scrivania il fondatore della testata e Premio Nobel per la Pace 2021, Dmitrij Muratov, ha lanciato in questi giorni uno dei suoi reiterati appelli in favore dei prigionieri politici russi. Sono appelli rivolti alla comunità internazionale, alle istituzioni europee e a quanti sono impegnati in attività di mediazione e negoziazione. Muratov chiede che non venga dimenticato il destino di coloro che, per essersi opposti alla guerra, stanno pagando un prezzo altissimo per la loro fedeltà alla coscienza, scontando pene che diventano particolarmente gravose per chi è anziano o versa in condizioni di salute precarie. Ricordando Anna Politkovskaja e gli altri giornalisti della Novaya Gazeta uccisi negli ultimi vent’anni, Muratov ha richiamato l’attenzione su alcuni casi specifici, auspicando che questi detenuti possano essere inclusi nei futuri accordi di scambio o rilascio dei prigionieri. Tra i casi più gravi cita quello del consigliere municipale Aleksej Gorinov, condannato a sette anni di carcere; del musicista Andrei Shabanov, condannato a sei anni; della pediatra Anastasia Bujanova, condannata a cinque anni; e della giornalista Maria Ponomarenko. Come lei, molte altre donne e madri sono finite in carcere per aver espresso pubblicamente il proprio dissenso nei confronti della cosiddetta “operazione militare speciale”. Tra queste figura anche Evgenija Petrijchuk, regista e drammaturga, madre adottiva di due ragazze che avevano trovato nella sua famiglia stabilità e accoglienza e che oggi si trovano nuovamente private di un punto di riferimento affettivo. Nelle ultime settimane arresti e condanne non si sono fermati. Al contrario, appare sempre più evidente la volontà di reprimere ogni forma di dissenso. Le proteste contro le presunte falsificazioni dei risultati elettorali sembrano persino essere sfuggite al controllo di quella parte di opposizione tollerata dal sistema perché favorevole alla guerra in Ucraina, ma al tempo stesso impegnata a denunciare le difficoltà economiche e sociali che il conflitto sta causando. Le manifestazioni organizzate in diverse regioni della Russia da singoli cittadini, movimenti e forze politiche hanno mostrato come molti giovani siano passati rapidamente dalla denuncia dei brogli elettorali a slogan ben più radicali: “Abbasso lo zar!”, “Vergogna! Ci avete rubato tutto e adesso volete anche i nostri ragazzi per mandarli a morire in guerra”. Segnali analoghi sono emersi perfino durante le iniziative promosse dal Partito Comunista della Federazione Russa e autorizzate per commemorare gli eventi del 4 ottobre 1993. Lo storico segretario del partito, Gennadij Zjuganov, nel denunciare in piazza gli abusi del potere e le irregolarità elettorali, probabilmente non si aspettava una reazione così estesa. Il malessere sociale appare sempre più evidente. Resta però una domanda: questa crescente insofferenza è davvero il frutto di una dinamica sfuggita al controllo delle autorità oppure è stata in qualche modo tollerata per misurare la consistenza del dissenso? Mentre questi interrogativi continuano a circolare dentro e fuori la Russia, l’appello di Muratov nel ricordare Anna Politkovskaja assume il tono di un avvertimento. Lo stesso che la giornalista aveva lanciato già nel 2004, quando sosteneva che la politica del Cremlino avrebbe prima o poi portato a un’aggressione dell’Ucraina.