Il triste record dei decessi in cella senza una spiegazione di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 8 ottobre 2026 Trentasette morti senza una causa. Tanti sono i detenuti deceduti nelle carceri italiane tra il primo gennaio e il 31 agosto 2026 per i quali, al momento della rilevazione, nessuno è ancora in grado di dire con certezza di cosa siano morti. Uno in più dei 36 registrati nello stesso periodo del 2025, ed è il valore più alto dell’intera serie storica 2021-2026. Per misurarne il peso basta guardare indietro: nei primi otto mesi del 2021 i decessi per cause da accertare erano 6, nel 2022 e nel 2023 erano 18, nel 2024 di nuovo 6. In due anni la cifra si è moltiplicata per sei. Il dato arriva dal nuovo report dell’Osservatorio penitenziario del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, curato da Irma Conti, membro del Collegio, e da Giovanni Suriano, responsabile dell’ambito penale. I numeri sono quelli ufficiali, estratti dagli applicativi del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che il Dap concede in consultazione al Garante. Cosa finisce in quella casella? I casi in cui la causa della morte non è stata ancora stabilita, perché servono accertamenti medico-legali approfonditi, perché si aspettano i risultati dell’autopsia, oppure perché sull’evento indaga l’autorità giudiziaria. Quando gli accertamenti si chiudono, il decesso viene ricollocato in una delle altre categorie: morte naturale, incidente, suicidio, omicidio. Ed è qui che il numero diventa delicato. Il report lo scrive chiaro: i 37 decessi da accertare “potrebbero determinare una successiva revisione della classificazione delle morti in detenzione”. Il bilancio definitivo dei primi otto mesi dell’anno, quindi, non è ancora scritto. Quello provvisorio dice 184 morti, contro i 167 dello stesso periodo del 2025. Rapportata alla popolazione detenuta, l’incidenza sale dallo 0,27 allo 0,29 per cento. Le cause naturali passano da 76 a 88, gli incidenti da 2 a 8. Compaiono 2 omicidi, uno a Catanzaro e uno a Viterbo, quando nei primi otto mesi dell’anno scorso non se ne era contato nessuno. I suicidi scendono di poco, da 53 a 49. È l’unica voce in calo. Gli stessi autori non ne fanno una buona notizia. La diminuzione, osservano, “non trova un’immediata spiegazione in un miglioramento delle condizioni detentive, che non risultano essere migliorate neppure sotto il profilo degli spazi disponibili”. Le ipotesi sono diverse, dall’efficacia della prevenzione alla variabilità statistica di fenomeni numericamente contenuti, ma i dati non consentono di attribuire il cambiamento a un intervento preciso. Il tutto mentre le celle si riempiono. La presenza media di persone detenute è cresciuta del 20 per cento rispetto al 2021 e quest’anno tocca quota 64.489, contro le 62.504 del 2025. Al 31 agosto i presenti erano 65.661. Un mese dopo il numero è salito ancora: al 30 settembre, secondo l’ultimo prospetto del Dap pubblicato dal ministero della Giustizia, i detenuti sono 66.063 a fronte di 51.319 posti regolamentari, con un tasso di affollamento del 128,7 per cento. Ed è un calcolo fatto sulla capienza sulla carta, che come avverte lo stesso Dap non tiene conto delle situazioni transitorie che la riducono. Chi sono i 37? La tabella riepilogativa li elenca uno per uno: 35 uomini e 2 donne, 21 italiani e 16 stranieri, morti in 27 istituti diversi. Sassari ne conta 3, mentre Augusta, Cagliari, Cremona, Lecce, Prato, Teramo, Torino e Trapani ne registrano 2 a testa. Il più giovane aveva 20 anni ed è morto nel carcere di Pavia il 26 agosto. Il più anziano ne aveva 78 ed era tra i ricoverati della sezione S.A.I. del carcere di Torino. Colpisce la concentrazione d’estate, con 13 decessi registrati tra il primo luglio e il 31 agosto, due dei quali nello stesso giorno, il 30 agosto, a Ferrara e nel femminile di Rebibbia. Per il Garante l’aumento, “seppur contenuto in termini assoluti, richiede un attento approfondimento al fine di comprenderne le cause e valutare l’eventuale adozione di misure correttive”. In una nota il report mette in fila anche i rischi di una classificazione affrettata: un’opinione pubblica che riceve dati non accurati, strategie di prevenzione concentrate su un solo aspetto, problemi sanitari e carenze assistenziali che rischiano di passare inosservati. Morire a un passo dal fine pena - Le cause naturali restano la prima voce, quasi un decesso su due. Sono 88, e 10 di questi sono avvenuti fuori dalle mura, persone ancora in carico agli istituti ma sottoposte a misure alternative. L’età media dei morti è di 55 anni, ma nell’elenco compaiono anche giovani adulti di 23, 25, 27, 30 e 33 anni, età in cui una morte per cause naturali dovrebbe essere un’eccezione. Il dato che fa riflettere di più riguarda il tempo che restava da scontare: 47 persone su 88 avevano una pena residua pari o inferiore a tre anni, e per 9 di loro il fine pena era fissato proprio nel 2026, in qualche caso a pochi mesi dal decesso. Altre 15 erano in attesa di primo giudizio, quindi presunte innocenti, e sono morte prima di qualsiasi condanna. Il carcere che conta più morti naturali è Napoli Poggioreale, con 8 casi. Poi ci sono i 49 suicidi. Quarantasei uomini e tre donne, età media intorno ai 38 anni. Sedici di loro aspettavano ancora il primo processo, ventidue avevano una condanna definitiva e, tra questi, dieci avrebbero finito di scontarla entro il 2028. In 41 casi su 49 la persona era già stata coinvolta in altri eventi critici di auto-danno, come atti di autolesionismo o scioperi della fame, e 21 avevano già tentato di togliersi la vita. Cinque erano sottoposti a grande sorveglianza nel momento in cui si sono uccisi. In 46 casi il mezzo è stato l’impiccamento, quasi sempre con corde rudimentali, lacci o lenzuola, e 43 gesti sono avvenuti in sezioni a custodia chiusa. Sette persone si sono tolte la vita in una sezione di isolamento, due nelle sezioni di prima accoglienza. Dodici persone non avevano una casa al momento dell’ingresso in carcere, e undici di loro erano straniere. Rapportati alle presenze, i numeri cambiano prospettiva. Tra gli stranieri l’incidenza è di 1,08 suicidi ogni mille detenuti, il doppio degli italiani, fermi a 0,53. Tra le donne sale a 1,05, contro lo 0,74 degli uomini. Le morti si distribuiscono su 87 dei 189 istituti, quasi metà del sistema. La Sicilia è la regione con più decessi, 23, seguita da Lazio, Lombardia e Puglia con 22 ciascuna, dalla Campania con 18 e dalla Sardegna con 16. Il carcere più colpito è Lecce: 10 decessi in otto mesi, di cui 5 suicidi, 2 per cause da accertare e 3 per cause naturali. Al 30 settembre, secondo il prospetto del ministero della Giustizia, la casa circondariale salentina ospitava 1.450 persone a fronte di una capienza regolamentare di 798 posti, con un tasso di affollamento del 181,7 per cento. Nei 35 istituti dove si è verificato almeno un suicidio l’indice medio arriva al 153,28 per cento, con punte del 245,95 a Lucca, del 230,17 a Milano San Vittore e del 207,69 a Brescia Canton Mombello. Il Garante non trae conclusioni affrettate e precisa che una connessione causale diretta non è individuabile e andrebbe verificata sulla situazione concreta al momento di ogni singolo suicidio. Resta il fatto che in quelle carceri, in media, per ogni cento posti ci sono 153 detenuti. Il resto del quadro arriva dagli eventi critici. I tentati suicidi salgono da 1.311 a 1.430. Gli atti di autolesionismo calano appena, da 8.629 a 8.473, e 785 si concentrano a San Vittore. Le aggressioni fisiche agli agenti di polizia penitenziaria passano da 1.591 a 1.795, gli invii urgenti in ospedale da 9.939 a 10.803. Per il Garante questi andamenti, insieme alla crescita delle violazioni delle norme penali, suggeriscono “un deterioramento del clima interno agli istituti”. E sullo sfondo restano quei 37 casi ancora aperti: finché autopsie e indagini non saranno chiuse, anche il calo dei suicidi resta un numero tutto da confermare. Emilia Romagna. Dietro le sbarre di Massimo Pandolfi Il Resto del Carlino, 8 ottobre 2026 In Emilia-Romagna, ogni 33 ore un detenuto cerca di uccidersi. Succede un giorno sì e l’altro pure o quasi. I detenuti rinchiusi in regione sono oltre 4mila e pensate che, per vivere dietro le sbarre con un minimo di dignità, la capienza massima negli undici penitenziari regionali non dovrebbe superare le 3mila unità. Questo dato è emerso dopo che Salim El Koudri, l’attentatore di Modena, ha cercato di farla finita, ma non c’è riuscito; c’era riuscito invece, qualche giorno prima, Mena Istafanous, 26 anni, suo emulo in un distributore di carburanti a Reggio Emilia. Di fronte a casi come questi ci siamo posti mille interrogativi: il regime carcerario di questi due ragazzi, la vigilanza, il loro stato mentale, l’eventuale spirale terroristica. Ma torniamo a quel numero di partenza: 33. Ogni 33 ore un detenuto cerca di uccidersi in Emilia-Romagna. Scusate l’insistenza, ma questa escalation deve continuare a stupirci, anzi non deve finire mai di stupirci. Non è un dettaglio, è il pilastro. Se vogliamo vivere in un mondo civile e ritenerci noi stessi persone civili, non è accettabile che tutto ciò passi in secondo piano. È vero, in carcere, salvo errori giudiziari, c’è gente che ha commesso errori (anzi, reati), in alcuni casi molto gravi, ed è giusto che paghi. Ma è anche ingiusto che questi detenuti debbano essere tentati un giorno sì e l’altro pure di togliersi la vita. Per il rimorso, a volte, per mille altri motivi, certo, ma anche per le condizioni di vita che ci sono là dentro. Inaccettabili, a volte. Il carcere non è, non deve essere, un hotel a 5 stelle. Ma neanche un luogo dove si consumi una vendetta indiretta per ciò che il detenuto ha commesso fuori da quelle quattro mura: ecco il retropensiero, il non detto, che spesso regna dietro queste situazioni. Invece dobbiamo anche fare di tutto affinché questa persona, lì dentro, possa redimersi, cambiare, uscire un giorno e iniziare una vera, nuova vita. Onesta. Da persona perbene. Ecco, trasformare un delinquente in una persona perbene è, sarebbe, la più grande vittoria della società, della politica, della giustizia, anche di ognuno di noi. A volte succede, tante altre no. Sarebbe splendido se succedesse spesso. Quando invece capita, ogni 33 ore ahinoi, che un detenuto vuole buttarsi definitivamente via, stupiamoci, arrabbiamoci, scuotiamoci. Non è, non può essere normale. Lazio. Anastasia: “Tra affollamento e ideologia securitaria una situazione senza prospettive” di Ilaria Dioguardi retisolidali.it, 8 ottobre 2026 Negli istituti di pena italiani i detenuti sono più di 66mila, nel Lazio quasi 7mila. Stefano Anastasia, che ha appena terminato il suo decennale incarico di Garante delle persone private della libertà personale del Lazio, e Alessio Scandurra, Antigone, tracciano il quadro di un mondo in sofferenza, tra celle sovraffollate e aumento dei suicidi. “Quasi tutti gli istituti di pena della regione hanno tassi di affollamento effettivi superiori al 100%”, è l’allarme di Stefano Anastasia, che il 31 luglio 2026 ha terminato dopo dieci anni il suo incarico di Garante delle persone private della libertà personale del Lazio. Sono oltre 6.900 detenuti, mentre il dato nazionale conta 66.063 detenuti a fronte di 51.295 posti disponibili. Le donne sono 2.968, gli stranieri 20.856 (dati del Ministero della Giustizia, aggiornati al 30 settembre 2026). Non c’è più una speranza per il futuro del carcere - Nella sua relazione di fine mandato, Anastasia ha puntualizzato: “Al 30 giugno 2026 le persone detenute negli istituti penitenziari per adulti del Lazio erano 6.911, di cui 456 donne, collocate nella casa circondariale femminile di Roma e nelle sezioni femminili delle carceri di Civitavecchia, Latina e Paliano, e 2.445 stranieri, pari al 35,38% del totale, quattro punti in più rispetto alla percentuale nazionale del 31,42%”. Il carcere in Italia “non è mai stato in buone condizioni. Però, nel carcere di quando ho iniziato a fare il Garante, c’era molta speranza per il futuro, erano gli anni in cui da poco c’era stata la Sentenza Torregiani (8 gennaio 2013, nda), con la quale la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva condannato l’Italia per le condizioni di detenzione in alcune carceri. Di conseguenza, erano stati adottati alcuni provvedimenti per diminuire la popolazione detenuta e, soprattutto, era iniziato il percorso degli Stati generali. C’era, quindi, una mobilitazione molto ampia di partecipazione, di elaborazione. C’era la speranza che si potesse fare qualcosa”, prosegue Anastasia. “Oggi la situazione si è molto involuta, anche a causa di un sovraffollamento che non si è contrastato in alcun modo. È stata adottata una ideologia securitaria che ha reso tutto più complicato, qualsiasi cosa deve essere soggetta ad autorizzazioni e controlli. Non ci sono prospettive o speranze di riforma a breve termine”. Lazio: sovraffollamento al 149% - Il sovraffollamento nel Lazio “a fine giugno 2026 è arrivato al 130,23% della capienza regolamentare di 5.307 posti detentivi, e al 149% della capienza regolamentare effettivamente disponibile di 4.638 posti. Per avere termini di paragone, si consideri che alla stessa data il sovraffollamento penitenziario a livello nazionale era al 126,34% della capienza regolamentare (64.773 per 51.180 posti) e al 139,08% della capienza regolamentare effettivamente disponibile. Se si escludono la terza casa circondariale di Roma, destinata ai semiliberi, ai lavoranti all’esterno e al trattamento avanzato per tossicodipendenti, e le case di reclusione di Civitavecchia (istituto a trattamento avanzato) e Paliano (riservato ai collaboratori di giustizia), tutti gli istituti di pena della regione presentano tassi di affollamento effettivi superiori al 100% e sono ben nove quelli dove i detenuti presenti superano la media nazionale del sovraffollamento (139%), sette dei quali oltre la media regionale (149%), fino alla soglia massima di Latina, che raggiunge il 208% del sovraffollamento sui posti regolamentari effettivamente disponibili”. Niente spazi per colloqui in intimità - “Il Lazio è una delle regioni dove la sentenza della Corte costituzionale sull’affettività non ha trovato nessuna applicazione, non c’è nessun istituto dove è previsto che possano esserci colloqui riservati con i propri familiari”. La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità della legge sull’Ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la possibilità per i detenuti di svolgere colloqui in intimità con il coniuge o il convivente, senza il controllo a vista del personale di custodia. Inoltre il Lazio “è ancora indietro rispetto alle altre regioni d’Italia sul ricorso alle alternative al carcere: solo ora hanno pareggiato il numero di persone detenute, mentre invece nel resto d’Italia ormai le alternative al carcere sono più diffuse del ricorso alla detenzione”, prosegue Anastasia. “Ho lavorato come Garante anche per sollecitare e spingere le amministrazioni territoriali, la regione e i comuni a fare quello che era nelle loro possibilità. Un po’ di programmazione, di intervento sulla questione sanitaria, di sostegno alle attività da svolgersi in carcere sono stati fatti”. Alcuni comuni hanno attivato una serie di servizi come quelli anagrafici in carcere “che sono fondamentali per accedere a qualsiasi sviluppo sia di assistenza sanitaria che di reintegrazione e di reinserimento sociale. È stato possibile a Roma, dove il merito è della Garante di Roma Valentina Calderone, a Latina e in altri comuni”. Posti diminuiti e suicidi aumentati - Ad agosto 2026 la popolazione detenuta nelle carceri italiane ha registrato un aumento drammatico, con un incremento di oltre 800 presenze in un mese. Secondo i dati diffusi dall’associazione Antigone, si tratta della crescita mensile più marcata dell’ultimo anno. “Da quando il Governo ha approvato il piano straordinario di edilizia penitenziaria, i posti sono addirittura leggermente diminuiti, di 537 unità, perché non si è fatto nulla di nuovo e nel frattempo si sono perse alcune parti di istituti, che non sono più disponibili”, dice Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio nazionale dell’associazione Antigone. Un’altra emergenza è quella dei suicidi: “Da un po’ di anni i numeri dei suicidi tra le persone detenute sono molto più alti rispetto a quelli dei decenni precedenti. Addirittura sono parecchio più alti di periodi in cui avevamo più detenuti di oggi, ai tempi della condanna della Corte europea”, sottolinea Scandurra. Quest’anno, sono 55 i suicidi tra le persone ristrette, secondo i dati (aggiornati al 4 ottobre 2026) del dossier Morire di carcere di Ristretti Orizzonti. A questi, bisogna aggiungere le 141 morti “per altre cause”. Nel 2025 sono stati 80 i suicidi tra le persone detenute e 174 i decessi per “altre cause”. “Sono proprio tanti. E sono il segno di un sistema che evidentemente non funziona. Non sono solo i suicidi o le morti, sono anche gli autolesionismi e le aggressioni che sono cresciuti. Le scelte di politica penitenziaria di questo Governo, nella direzione della chiusura, dell’irrigidimento, non hanno generato maggiore ordine e maggiore sicurezza, ma hanno generato maggiore caos”. La salute mentale: tanti utenti, personale insufficiente - Scandurra sottolinea che “negli istituti di pena sono sempre state tante e continuano ad esserci tantissime persone con problemi di salute mentale. In questo momento, l’impressione che abbiamo visitando le carceri è che, quando aumenta la difficoltà complessiva della gestione dell’istituto, è più difficile ovviamente la gestione di persone che hanno problemi di salute mentale. A questo si aggiunge, soprattutto in alcune regioni italiane, un problema di copertura dei servizi sanitari”, prosegue. “Nel Lazio ci sono diversi istituti di pena che non riescono a garantire la copertura dei servizi sanitari: mancano psichiatri e specialisti in generale. La Asl definisce un organico, poi deve trovare le persone per coprirlo e non si trovano. C’è un problema di personale medico in Italia in generale”, conclude Scandurra, “poi il carcere non è il primo luogo in cui un medico corre a lavorare: se è richiesto altrove preferisce un altro posto”. Roma. Meritava un encomio, ha avuto l’ennesimo rigetto del permesso premio di Rita Bernardini* Il Dubbio, 8 ottobre 2026 Per l’ennesima volta è stato negato a Fabio Falbo, conosciuto come “lo scrivano di Rebibbia”, il permesso premio previsto dall’articolo 30 dell’Ordinamento penitenziario. L’Ufficio di sorveglianza di Roma ha respinto nuovamente la richiesta con un’ordinanza di 13 pagine. Falbo terminerà comunque di scontare la pena tra meno di un anno, nel settembre 2027, dopo 17 anni consecutivi di detenzione: inizialmente in alta sicurezza e, da diversi anni, in media sicurezza nel reparto G8 di Rebibbia, considerato tra i più avanzati dell’istituto romano sotto il profilo trattamentale. Il provvedimento ripropone le motivazioni già poste alla base dei precedenti rigetti, incentrate sull’asserita mancata “revisione critica” del passato criminale di Falbo. Una valutazione collegata alla sua costante rivendicazione di innocenza rispetto ai reati per i quali è stato condannato, esercitata nel pieno rispetto di un suo diritto. L’ordinanza, al pari dei precedenti provvedimenti, non può tuttavia prescindere dallo straordinario percorso compiuto da Falbo nei 17 anni di reclusione. Le relazioni di sintesi descrivono una condotta regolare e una partecipazione costante alle attività trattamentali. Falbo ha lavorato come scrivano e ricevuto diversi encomi, tra cui quello del febbraio 2024 per la partecipazione ad attività culturali; ha frequentato corsi e laboratori di giornalismo, fotografia e teatro, preso parte al progetto Spes contra Spem di Nessuno tocchi Caino e collaborato al giornalino Dietro al Cancello. Ha inoltre conseguito la laurea in Giurisprudenza e, secondo le relazioni, risulta iscritto anche ai corsi universitari di Scienze della comunicazione e di Lettere e filosofia. Gli operatori gli riconoscono risorse cognitive, capacità di adattamento e un progressivo percorso di maturazione. La psicologa rileva, inoltre, una maggiore capacità di riflessione critica rispetto a condotte antigiuridiche diverse da quelle oggetto della condanna. Sul comportamento tenuto in carcere, tuttavia, l’ordinanza introduce un elemento nuovo. Nel fascicolo di Falbo è stata acquisita una missiva “trasmessa al Presidente del Tribunale di sorveglianza e ai magistrati dell’Ufficio dal Presidente delle Camere Penali di Roma in data 29.8.2025, relativa ad una segnalazione che Falbo indirizzava alla Presidente dell’Associazione Nessuno Tocchi Caino, in cui contestava le decisioni in ordine alle assegnazioni di detenuti a lui sgraditi al reparto G8 ove lo stesso è allocato”. Secondo il provvedimento, la lettera - ritenuta caratterizzata da espressioni offensive e discriminatorie verso alcuni detenuti e da toni perentori e minacciosi - contraddirebbe il quadro positivo delineato nelle relazioni trattamentali. Il giudice vi ravvisa un’attenzione prevalente per il benessere personale e per le condizioni favorevoli del reparto G8, nonché la pretesa di una posizione di superiorità rispetto agli altri detenuti. Da tali elementi deduce una persistente carenza di solidarietà e di rispetto verso le persone e le istituzioni, giudicata incompatibile con il percorso rieducativo. Ho davanti agli occhi il testo che Fabio Falbo mi inviò per email il 29 agosto 2025. Non vi è alcun tono perentorio o minaccioso: emerge, al contrario, una richiesta di aiuto e una forte preoccupazione per le persone che l’Amministrazione aveva deciso di assegnare al reparto G8. Nella segnalazione si richiamava il caso di una persona transessuale affetta da TBC, alla quale era stata destinata una cella inagibile del reparto maschile anziché una sistemazione nel reparto che ospita le persone transessuali. Venivano inoltre segnalati diversi casi di persone con gravi disturbi psichiatrici, bisognose di adeguata assistenza psicologica e psichiatrica; una di loro, durante una crisi, aveva anche aggredito un agente di polizia penitenziaria. È davvero possibile dedurre da questa segnalazione una mancanza di solidarietà e di rispetto verso le persone e le istituzioni? Nella stessa email Falbo mi chiedeva, peraltro, di informare della situazione la Presidente del Tribunale di sorveglianza, la Camera Penale e i garanti dei detenuti. Per quella email Fabio Falbo avrebbe meritato un encomio. Ha ricevuto, invece, l’ennesimo rigetto della richiesta di permesso premio, presentata per poter trascorrere alcune ore presso il VIC - Volontari in carcere, con sede a Roma in via Monte Velino. L’esito paradossale è che Falbo rischia di tornare completamente libero tra circa un anno, al termine della pena, senza aver mai potuto sperimentare gradualmente “il mondo fuori”. Una scelta che appare ben poco lungimirante da parte di chi dovrebbe favorire un percorso individualizzato di trattamento, orientato al futuro reinserimento sociale. *Presidente di Nessuno tocchi Caino Cagliari. Da 48 anni dietro le sbarre, il grido di un detenuto: “Meglio la pena di morte” cagliaritoday.it, 8 ottobre 2026 La lettera di M.C., 69 anni, alla associazione Sdr dalla casa circondariale di Cagliari. Due le domande di grazia al presidente della Repubblica. Una vicenda complessa che merita attenzione. Un detenuto cagliaritano di 69 anni, che ha trascorso 48 anni in carcere, ha scritto una lettera accorata all’associazione “Socialismo Diritti Riforme” (Sdr) dalla casa circondariale di Cagliari-Uta, esprimendo tutta la sua disperazione: “Dopo 48 anni di detenzione sono davvero stanco. Meglio la pena di morte. Ho perso tutte le speranze”. L’uomo, identificato con le iniziali M.C. e difeso dall’avvocata Roberta Cannas, ripercorre nella lettera una vita segnata dal carcere fin da giovane. Condannato all’ergastolo per un omicidio commesso all’Asinara nel 1982 - dopo una sentenza di assoluzione in primo grado - sostiene di non essere stato il mandante del delitto e che un altro detenuto ne aveva confessato la responsabilità senza essere creduto. “La mia vita, non era facile, ma è diventata un inferno proprio in seguito a quella condanna all’ergastolo - sottolinea M.C. - arrivata dopo una sentenza di assoluzione in primo grado. Una condanna pesante che ho ritenuto ingiusta e contro la quale ho messo in atto azioni di ribellione, fino a pensare a una evasione. La mia adesione alla rivolta di Porto Azzurro nel 1987, una vicenda drammatica con gravi conseguenze, ha avuto origine, almeno per me, proprio dal desiderio di ribellarmi a quella sentenza, senza valutare pienamente quali conseguenze ne sarebbero derivate. Avevo 30 anni, pensavo che avrei potuto così riscattarmi. Conclusa quella operazione, che per fortuna non ebbe conseguenze tragiche, mi ero illuso che avrei potuto accedere alla revisione del processo. Niente di tutto questo, anche perché non avevo la possibilità di disporre di un avvocato importante”. Nella lettera M.C. racconta anche i progressi compiuti nel tempo grazie al confronto con psicologi ed educatori, che gli avevano permesso di accedere ai permessi premio e alla semilibertà tra il 2004 e il 2009. Poi una ricaduta nella dipendenza da cocaina, dalla quale si è disintossicato, e la ripresa dei permessi nel 2015. Nel 2019 gli è stata rigettata la libertà condizionale, nonostante il parere favorevole della direzione del carcere e del procuratore generale. Nel 2020 il ritrovamento di un micro-cellulare spento durante una perquisizione nella sua auto ha comportato la revoca della semilibertà e la perdita del lavoro, pur con l’archiviazione del procedimento in procura. “Dopo una dolorosa riflessione, piano piano ho iniziato ad accettare il carcere e questa pena all’ergastolo tuttavia - afferma ancora nella lettera - incontro sempre ostacoli per dimostrare che sono cambiato. Dopo 20 anni, grazie al dialogo costruttivo con psicologhe, educatrici e tutti gli operatori penitenziari, ho potuto fruire dei primi permessi premio e della semilibertà tra il 2004 e il 2009. Il 2009 è stato però un anno terribile. Ho avuto una regressione e sono finito nel giro della cocaina. Ho reagito e mi sono disintossicato. Nel 2015 ho potuto riprendere a fruire dei permessi. Ma non è bastato per farmi ottenere la libertà condizionale che nel 2019 mi è stata rigettata, nonostante il parere positivo della Direzione dell’Istituto e del Procuratore Generale. Ho quindi continuato a fruire della semilibertà. Nel 2020 durante una perquisizione nella mia auto è stato rinvenuto un micro cellulare, peraltro senza sim. Un nuovo disastro. Mi fu revocata la semilibertà e se anche la mia posizione in Procura venne archiviata avevo ormai perso il lavoro e ho patito gli effetti della revoca della misura. Adesso ho un articolo 21 che mi permette di lavorare all’interno della Casa Circondariale. Ma non ce la faccio davvero più. Penso di poter aspirare alla libertà condizionale ma qualcuno deve darmi un lavoro, darmi un aiuto concreto per riscattarmi. Ho fatto due domande di grazia al Presidente della Repubblica, la seconda qualche mese fa. Cerco un lavoro all’esterno per sopravvivere ma non è facile. Da un po’ faccio fatica la mattina ad alzarmi dal letto e affrontare un’altra giornata in carcere. La mia vita finora è stata un inferno e sono vinto dalla disperazione. Ormai ho quasi settant’anni e per me non intravedo un futuro”. La presidente di Sdr, Maria Grazia Caligaris, ha commentato la vicenda sottolineando la complessità di una storia che, a suo avviso, merita attenzione: “Quella di M.C. è sicuramente una storia complicata come ce ne sono tante nelle carceri ma 48 anni di reclusione forse meritano un approfondimento e fanno riflettere sul ruolo della detenzione. Dopo quasi mezzo secolo di carcerazione con alti e bassi, errori e ripensamenti occorre forse pensare a un progetto personalizzato e a un affiancamento che possa garantire maggiore efficacia in un percorso di speranza a cui nessuno può sottrarsi”. Taranto. Carcere senza più posti: alle forze dell’ordine chiesto di non portare nuovi detenuti di Elena Ricci tarantotoday.it, 8 ottobre 2026 Superata la capienza massima, la direzione chiede lo stop alle assegnazioni e invita Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza a rivolgersi al Provveditorato per collocare altrove le persone arrestate. Meno di 400 posti per circa 860 detenuti. Chi viene arrestato a Taranto potrebbe non entrare più nel carcere della città. La casa circondariale ha raggiunto un livello di sovraffollamento tale da non avere più camere disponibili per accogliere nuovi detenuti e la direzione ha chiesto alle forze dell’ordine di rivolgersi al Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria per individuare altre strutture nelle quali condurre le persone raggiunte da provvedimenti restrittivi. La situazione emerge da una comunicazione del 6 ottobre, di cui Taranto Today è in possesso, indirizzata al Provveditorato per Puglia e Basilicata, alle direzioni degli istituti penitenziari del distretto, alla Questura e ai comandi provinciali di Carabinieri e Guardia di Finanza. L’oggetto fotografa già la gravità del problema: “Mancanza di camere detentive. Superamento della capienza massima”. I numeri rendono ancora più evidente la portata dell’emergenza. A fronte di meno di 400 posti disponibili, nel carcere tarantino sarebbero presenti circa 860 detenuti. Più del doppio rispetto alla disponibilità indicata. E gli spazi sarebbero ormai esauriti al punto che due persone già entrate nell’istituto risultano ancora in attesa di essere collocate nei rispettivi circuiti penitenziari. La richiesta rivolta alle forze di polizia è quindi quella di interagire con il Provveditorato per ricevere indicazioni sul collocamento “in altre sedi detentive” dei nuovi arrestati provenienti dalla libertà. Non solo. La direzione chiede al Provveditorato di sospendere “nell’immediato” le assegnazioni verso Taranto, almeno fino a quando la popolazione detenuta non sarà rientrata nei limiti previsti. Anche gli altri istituti penitenziari del distretto vengono invitati a non movimentare detenuti destinati a Taranto senza avere prima ottenuto il nulla osta alla loro ricezione. Di fatto, il carcere segnala di non essere più nelle condizioni di assorbire ulteriori ingressi e prova a mettere un argine a tutte le possibili fonti di nuove presenze: arresti eseguiti sul territorio, assegnazioni e trasferimenti da altri istituti. A confermare la gravità della situazione è Federico Pilagatti, segretario regionale del Sappe Puglia, Sindacato autonomo polizia penitenziaria: “I numeri purtroppo sono molto drammatici: meno di 400 posti disponibili per circa 860 detenuti”. Una sproporzione che non riguarda soltanto la disponibilità materiale delle camere detentive. Gestire più del doppio delle presenze rispetto ai posti disponibili significa aumentare la pressione sull’intera organizzazione dell’istituto e sul personale penitenziario, chiamato quotidianamente a garantire sicurezza, sorveglianza e gestione dei diversi circuiti. Ma è soprattutto la richiesta indirizzata a Questura, Carabinieri e Guardia di Finanza a dare la misura di quanto il problema sia ormai arrivato al limite: persino per chi viene arrestato sul territorio tarantino occorre valutare una destinazione diversa dalla casa circondariale della città. Alessandria. Rossa (Pd): “Sul 41-bis ad carcere San Michele decisioni calate dall’alto” di Marcello Feola Il Piccolo, 8 ottobre 2026 La capogruppo dem in Consiglio comunale interviene sulla trasformazione del San Michele e sulle criticità del Cantiello e Gaeta: “La città e il personale penitenziario hanno diritto a risposte, risorse e coinvolgimento”. La trasformazione del carcere di San Michele in struttura destinata a ospitare detenuti sottoposti al regime del 41-bis e le condizioni del Cantiello e Gaeta tornano al centro del confronto politico alessandrino. A intervenire è Rita Rossa, capogruppo del Partito Democratico in Consiglio comunale. Che critica il Governo sia per il metodo seguito nella vicenda del San Michele sia per quella che considera una carenza di attenzione nei confronti delle difficoltà dell’altro istituto penitenziario cittadino. Secondo Rossa, la trasformazione del San Michele rappresenta una decisione di forte impatto sul territorio assunta senza un adeguato confronto con l’amministrazione comunale e la città. “Il sindaco e la città apprendono a cose fatte di una decisione che stravolge l’assetto della sicurezza urbana e del tessuto penitenziario locale”, sostiene la capogruppo dem. Che chiede un maggiore coinvolgimento delle istituzioni locali nelle scelte riguardanti il carcere. Rossa richiama inoltre la situazione del Cantiello e Gaeta, indicando tra le principali criticità la carenza di personale e di risorse per affrontare i problemi legati alla sicurezza. Il nodo della Polizia Penitenziaria - Un passaggio della nota riguarda proprio gli agenti della Polizia Penitenziaria. Per Rossa, una struttura destinata al 41-bis richiede standard di sicurezza elevati, personale specializzato, supporto logistico e adeguati interventi infrastrutturali. Da qui la richiesta che la trasformazione sia accompagnata da risorse e personale sufficienti, evitando di scaricare ulteriori compiti sugli operatori già impegnati negli istituti cittadini. “La città e il personale penitenziario hanno il diritto di pretendere risposte chiare, risorse concrete e un reale coinvolgimento nelle decisioni che riguardano la sicurezza del territorio”, afferma. L’attacco al centrodestra alessandrino - La capogruppo Pd rivolge infine una critica politica agli esponenti locali del centrodestra. Citando Davide Buzzi Langhi, Enzo Amich e Riccardo Molinari, ai quali contesta il mancato intervento sulla vicenda del San Michele. Per Rossa, il tema della sicurezza non può essere affrontato soltanto attraverso “proclami”, ma richiede attenzione alle condizioni degli istituti, agli operatori e al rapporto con il territorio. “Alessandria non può e non deve accettare passivamente di essere trattata come una servitù dello Stato senza voce in capitolo”, conclude. “Basta con la retorica dei proclami: servono fatti, rispetto e investimenti reali”. Alessandria. Buzzi Langhi (Fi): “Basta allarmismi sul 41-bis” di Marcello Feola Il Piccolo, 8 ottobre 2026 Il consigliere regionale di Forza Italia interviene dopo le critiche della capogruppo Pd, Rossa. “San Michele non rappresenta di per sé un rischio per la città. L’attenzione deve andare alla sicurezza quotidiana e al sovraffollamento del Don Soria”. “Basta allarmismi sul 41-bis. La vera attenzione deve andare alla sicurezza quotidiana dei cittadini”. Davide Buzzi Langhi, consigliere regionale di Forza Italia e consigliere comunale ad Alessandria, replica alle dichiarazioni di Rita Rossa, capogruppo del Partito Democratico in Consiglio comunale, sulla situazione delle carceri cittadine. Al centro del confronto politico c’è la destinazione del carcere di San Michele ai detenuti sottoposti al regime del 41-bis. Sulla quale Rossa aveva sollevato interrogativi riguardanti la sicurezza, le risorse e il coinvolgimento del territorio nelle decisioni. “Il 41-bis non è un pericolo per la città” - “La sicurezza dei cittadini di Alessandria resta la mia priorità”, afferma Buzzi Langhi, che respinge le preoccupazioni espresse dalla rappresentante del Pd. “La presenza di detenuti sottoposti al regime del 41-bis all’interno del carcere di San Michele non costituisce, di per sé, un rischio per la sicurezza quotidiana della città. Si tratta di un regime detentivo particolarmente rigoroso, caratterizzato da controlli e misure di sicurezza stringenti”. Secondo l’esponente di Forza Italia, dunque, la questione non dovrebbe essere utilizzata per alimentare preoccupazioni tra i cittadini. “Non condivido la scelta di trasformare una questione penitenziaria in uno strumento di polemica politica”. Il nodo del sovraffollamento al Don Soria - Buzzi Langhi sposta quindi l’attenzione sul carcere Don Soria, indicando nel sovraffollamento una delle principali criticità da affrontare. Richiamando dati che attribuisce al Ministero della Giustizia, il consigliere sostiene che oltre l’80% della popolazione detenuta sia composta da cittadini stranieri. Tra i quali vi sarebbero anche persone prive di un regolare titolo di soggiorno. Una percentuale riportata nelle sue dichiarazioni, che richiede comunque una verifica rispetto ai dati ufficiali aggiornati. Da qui la richiesta di intervenire sulle procedure di rimpatrio, nei casi consentiti dalla legge. E di rafforzare gli accordi di cooperazione giudiziaria per permettere, quando previsto, l’esecuzione delle pene nei Paesi d’origine. “Servono risposte concrete” - “Chi non ha titolo per rimanere in Italia e ha commesso reati deve essere sottoposto, quando ne ricorrono i presupposti di legge, alle procedure previste per il rimpatrio”, sostiene Buzzi Langhi. Il consigliere critica inoltre l’atteggiamento del centrosinistra, accusandolo di contestare le misure finalizzate a rendere più efficaci rimpatri e cooperazione internazionale. “Non è una questione ideologica: è una questione di sicurezza, legalità e responsabilità”, aggiunge. E conclude: “La sicurezza dei quartieri, il rispetto delle regole e la tutela dei cittadini devono essere il nostro riferimento principale. Alessandria ha bisogno di risposte concrete, non di spostare l’attenzione dai problemi reali”. Messina. I diritti dei detenuti e la situazione del carcere di Gazzi: il punto in commissione di Giuseppe Fontana tempostretto.it, 8 ottobre 2026 Pur non sovraffollata “tecnicamente”, la casa circondariale avrebbe “bisogno di maggiori spazi per le attività”. Le parole della garante Risicato e della direttrice Tajani. Dalla privazione della libertà a quella dei diritti il passo, purtroppo in tutta Italia, è breve. Dell’emergenza nelle carceri del Paese si parla a livello nazionale ormai da tempo. Il tema è stato affrontato anche a Messina, durante la settima commissione consiliare presieduta da Antonella Feminò. Ospiti l’assessora alle Politiche sociali Alessandra Calafiore, la garante delle Persone private della libertà Lucia Risicato e la nuova direttrice della casa circondariale Romina Tajani. Risicato: “Non alla privazione di diritti” - Risicato ha parlato di “dramma italiano”, relativamente ai diritti di chi è in carcere. Ha parlato anche di “soglia critica” visto che “la scorsa settimana è stata superata la soglia di 66mila detenuti a fronte di circa 51mila posti. Chiaro è che così il sovraffollamento peggiora e si ripercuote su tutti gli aspetti della vita in carcere. Dovremmo parlare di privazione della libertà, non privazione dei diritti. La realtà quotidiana ci parla di tanti problemi, anche di un tasso di suicidi in aumento”. Tajani: “Non c’è sovraffollamento, ma…” - Tajani ha spiegato che a Gazzi “tecnicamente non c’è sovraffollamento, però parliamo di qualcosa di molto relativo. Avere 8 persone in una stanza con un solo bagno non è sovraffollamento. Ma sono 3 metri quadrati e non è esattamente la migliore delle condizioni di igiene e decoro. Il problema interessa molti istituti penitenziari e il trend è in aumento purtroppo. C’è stato un giro di vite sui reati per maltrattamento e questo ha comportato l’aumento di detenuti un po’ ovunque. Bisogna adottare, ma ad altri livelli, decisioni importanti per fermare questo trend. Al carcere di Messina ci sono circa 250 persone. Gazzi ha al suo interno detenuti di ogni tipo. Ci sono tanti problemi di tipo medico-sanitario e non sempre i servizi sanitari riescono a soddisfare le esigenze di chi è detenuto”. Il carcere di Gazzi ha bisogno di più spazi - La direttrice ha anche spiegato che la struttura avrebbe “bisogno di interventi” di ristrutturazione. Ad esempio “non ci sono spazi adeguati per aule studio, per corsi professionali, per biblioteca. I progetti trattamentali, cioè corsi e iniziative culturali, sono tanti ma gli spazi sono stretti, piccoli. Devo dare atto alla collega che mi ha preceduto del grande lavoro svolto, dando il via a tanti progetti culturali che continueremo sicuramente. Il carcere si è sempre distinto per il laboratorio teatrale. Quest’estate detenuti di Barcellona e Messina si sono esibiti al Festival di Tindari e questo ci ha dato molta soddisfazione. Si punta alla riabilitazione ma anche e soprattutto a modelli alternativi”. Il tema dell’infanzia - E poi “c’è il tema dell’infanzia, l’infanzia che entra in carcere con le madri detenute o quella che resta fuori, prole di chi è dentro la struttura. Questo è un tema a cui teniamo molto. I progetti sulla genitorialità vanno attenzionati e implementati. Bisogna sempre pensare ai bambini, perché per loro avere un genitore detenuto è un grande peso da portare. Voglio ringraziare Messina, che ha nell’associazionismo un pilastro importante per il carcere. Senza il volontariato non riusciremmo a fare quasi niente. Le risorse sono poche. Abbiamo bisogno del territorio e di questo scambio continuo, di una sinergia che ci porti a proseguire questo lavoro”. Calafiore: “Percorso educativo da portare avanti dentro e fuori” - Dopo di lei ha parlato l’assessora alle Politiche sociali Alessandra Calafiore, che ha rappresentato l’attività di “Anci Sicilia che si sta portando avanti. Ci sono stati incontri per sollecitare i Comuni ad avere un garante per i detenuti, visto che molti non hanno questa figura. Nella maggior parte dei casi chi vive una situazione carceraria, appena scontata la pena, ha difficoltà a reinserirsi nel mondo del lavoro. Questo aspetto va migliorato attraverso rapporti da rafforzare tra l’esterno e l’interno delle carceri. Si sta lavorando a formazione e realizzazione di spazi da dedicare all’attività di formazione stessa. Purtroppo però c’è uno stigma ancora molto forte. I detenuti che scontano la pena si scontrano che i preconcetti dei datori di lavoro. È un percorso educativo da portare avanti. Deve cominciare dall’interno, con la formazione, ma proseguire anche fuori. La realtà che noi abbiamo è complessa, ma ha meno criticità rispetto ad altre realtà nazionali”. Reggio Calabria. Detenuto si laurea in Economia: è il primo negli istituti penitenziari della città Il Dubbio, 8 ottobre 2026 La discussione è il risultato del protocollo firmato nel 2023 tra l’amministrazione penitenziaria e l’Università Mediterranea. Il direttore Rosario Tortorella: “La cultura può superare ogni barriera”. Per la prima volta negli istituti penitenziari di Reggio Calabria un detenuto sostiene oggi l’esame finale per la laurea in Economia. Lo ha comunicato la direzione degli istituti penitenziari “Giuseppe Panzera”. Il percorso è nato nel 2023 con il protocollo d’intesa tra l’amministrazione penitenziaria e l’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria. Il progetto ha coinvolto l’istituzione penitenziaria, l’università e gli operatori del carcere. Il direttore degli istituti, Rosario Tortorella, ha ringraziato il rettore dell’Università Mediterranea, Giuseppe Zimbalatti; il coordinatore del polo universitario penitenziario, Arturo Capone; la Polizia penitenziaria, che garantisce lo svolgimento in sicurezza delle attività didattiche; il personale dell’Area giuridico-pedagogica, in particolare il capo area Lorenzo Federico, che ha seguito lo studente nel suo percorso. “Questo traguardo dimostra concretamente che la cultura può superare ogni barriera e che la conoscenza può tracciare la strada verso una nuova vita”, ha dichiarato Tortorella. “La laurea conseguita durante la detenzione rappresenta una conquista personale dello studente, ma anche un risultato collettivo delle istituzioni e delle persone che hanno creduto nel valore della formazione”. Per il direttore è anche un’espressione del principio dell’articolo 27 della Costituzione, che assegna alla pena una funzione rieducativa. La direzione ha confermato l’impegno a proseguire la collaborazione con l’Università Mediterranea. Pavia. “La seconda possibilità si cuce insieme”, le opere dei detenuti in mostra di Daniela Scherrer La Provincia Pavese, 8 ottobre 2026 L’iniziativa di “A filo libero” da Costruzioni. Si chiama “La seconda possibilità si cuce insieme” ed è l’iniziativa solidale realizzata dalla sartoria sociale A Filo Libero nelle giornate di giovedì, venerdì e sabato presso Costruzioni Idee e Design in corso Garibaldi 5/E. In mostra una piccola collezione di manufatti realizzati dai detenuti all’interno della casa circondariale di Torre del Gallo. La collezione nasce dal lavoro sviluppato all’interno della sartoria, a partire da alcuni dei materiali disponibili in bottega e da un percorso di ricerca dedicato al riuso e alla trasformazione di materiali destinati a essere scartati. “A Costruzioni siamo un gruppo di tre donne - spiega Marina Danova - insieme a me ci sono Alida Buttarelli e Paola Loriani. Da sempre crediamo particolarmente nelle iniziative sociali e benefiche. Stiamo lavorando da due anni a questo bellissimo progetto, frutto dell’incontro con la designer Lavinia Vicenzi”. “Abbiamo iniziato con alcuni piccoli prototipi in primavera e, visto l’ottimo risultato, abbiamo deciso di chiedere alla sartoria di Torre del Gallo una vera e propria collezione invernale e devo dire che i capi sono riusciti perfettamente: dai gilet alle borse e alle cinture, tutti realizzati con materiali riciclati”. I sarti sono detenuti alla casa circondariale pavese, quindi tutti maschi, con i quali Lavinia Vicenzi dice di lavorare benissimo, meglio che con le donne. E Costruzioni Pavia tratta A filo Libero esattamente come tutte le altre aziende: fattura e pagamento. Il denaro ricavato va a finanziare borse studio e lavoro per chi uscirà dal carcere. Accanto al già consolidato filone del recupero del denim, la nuova ricerca introduce materiali inediti: lana infeltrita recuperata e tessuti provenienti da ombrelli, reinterpretati e trasformati per dare vita ad accessori e nuovi manufatti. La presentazione sarà accompagnata, domani dalle 16 alle 18, da un momento di tessitura collettiva, aperto a tutti i visitatori e da un aperitivo insieme. Attraverso un piccolo telaio manuale da tavolo, sarà possibile sperimentare direttamente la tecnica della tessitura, scoprendone gesti, materiali e possibilità creative. Ogni partecipante potrà aggiungere il proprio contributo alla lavorazione, dando vita, insieme agli altri, a un tessuto collettivo. Il laboratorio è condotto da Lavinia Vicenzi, designer e artigiana la cui dimensione etica dell’operato ha trovato la sua massima espressione a partire dal 2020, con l’avvio della collaborazione con la casa circondariale di Pavia, su invito della Cooperativa Mongolfiera. La collezione sarà visitabile anche venerdì e sabato, dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19.30. Fossano (Cn). È lungo nove metri e nasce dentro un carcere: il libro che ora arriva alla comunità di Paolo Roggero unionemonregalese.it, 8 ottobre 2026 Mercoledì 14 ottobre alle 18 alla libreria Le Nuvole di Fossano, presentazione di “Parole Latitanti”: un leporello di nove metri nato dai laboratori con 25 persone detenute, con letture teatrali e donazioni a sostegno della Casa di Reclusione di Fossano. Mercoledì 14 ottobre alle ore 18, presso la libreria Le Nuvole di Fossano (via Cavour 23), avrà luogo la presentazione del libro “Parole Latitanti” organizzata da Fondazione Azzoaglio in collaborazione con Circolo Senza Margini e Le Nuvole Libreria. L’incontro sarà arricchito da una performance con lettura dei brani da parte della compagnia Masca teatrale e curata dal Circolo Senza Margini, per dare corpo e voce alle pagine del libro. Il volume, realizzato in formato “leporello” e lungo ben nove metri, nascedal lavoro di un anno di laboratori creativi che hanno coinvolto, tra scrittura e disegno, venticinque persone detenute nella Casa di detenzione di Fossano. L’evento è gratuito, fino ad esaurimento posti. Si consiglia la prenotazione. Per maggiori informazioni visitare il sito internet fondazioneazzoaglio.com. “Il volume nasce dalla convinzione che la cultura possa generare incontro e aprire nuove prospettive, soprattutto quando nasce da un percorso condiviso - spiega Erica Azzoaglio, vicepresidente della Fondazione Azzoaglio -. ‘Parole Latitanti’ raccoglie un anno di lavoro e di confronto tra competenze diverse, ma il progetto non si conclude con la sua realizzazione: portarlo fuori dalla Casa di Reclusione e presentarlo alla comunità significa dare continuità a quel percorso e creare un ponte tra il carcere e il territorio. Ringraziamo con particolare calore la libreria Le Nuvole e il Circolo Senza Margini che hanno scelto di sostenere e promuovere il progetto con passione e spontaneità. Il loro coinvolgimento è un esempio concreto di come la comunità possa accogliere e far vivere un’iniziativa nata dentro il carcere”. “Parole Latitanti” è un progetto editoriale nato dai laboratori di scrittura e arte realizzati all’interno della Casa di Reclusione di Fossano e rappresenta il risultato di un lungo percorso di lavoro dedicato alla narrazione, all’espressione personale e alla possibilità di dare forma, attraverso le parole e le immagini, a esperienze, emozioni e riflessioni. Il percorso pensato da Fondazione Azzoaglio prevede anche una restituzione concreta all’istituto: le donazioni raccolte attraverso la distribuzione del libro sono infatti destinate a sostenere nuove attività e a contribuire alle necessità della Casa di Reclusione di Fossano, con particolare attenzione alla riqualificazione degli spazi comuni. Chi desidera ricevere una copia del libro può rivolgersi alle filiali del Banco Azzoaglio, alla “Bottega Perla” e alla libreria “Le Nuvole” di Fossano, nei punti vendita de “Il Podio Sport” di Madonna dell’Olmo, Cuneo e Mondovì oppure scrivere direttamente a info@fondazioneazzoaglio.com. Milano. “Oltre le Sbarre”, per uno sguardo che renda giustizia di Luisa Bove chiesadimilano.it, 8 ottobre 2026 Pena, responsabilità e dignità della persona al centro dell’incontro del 12 ottobre con il professor Ivo Lizzola, che inaugura un nuovo percorso della Pastorale giovanile, dentro e fuori dal carcere, per superare pregiudizi e imparare a guardare oltre la colpa. Che cosa significa rendere giustizia? E che cosa accade quando il carcere smette di essere una realtà lontana e diventa un luogo di incontro, capace di interrogare il nostro modo di pensare la pena, la responsabilità e la dignità della persona? È a partire da questi interrogativi (e per dare qualche risposta) che anche quest’anno la Pastorale giovanile della Diocesi torna a proporre un’esperienza particolare. Si tratta di un percorso dentro e fuori dal carcere, rivolto ai giovani ambrosiani, dal titolo “Oltre le sbarre: uno sguardo che rende giustizia”. L’iniziativa sarà presentata nel dettaglio lunedì 12 ottobre con un incontro che si terrà dalle 19 alle 21 nella basilica di Sant’Eufemia a Milano (per iscrizioni inquadrare il QR Code). La serata sarà moderata da Giulia Aprigliano, giovane laureata in Giurisprudenza e responsabile del progetto, che farà dialogare Giuseppe Pitò, Alessandro Frosio ed Emma Tidu con Ivo Lizzola, pedagogista e già Professore di pedagogia sociale e della marginalità all’Università di Bergamo. Sulla scia del Giubileo - Sia Aprigliano, sia i tre interlocutori hanno partecipato l’anno scorso, durante la Quaresima, a un’esperienza simile, sempre promossa dalla Pastorale giovanile. “L’iniziativa era nata sulla scia del Giubileo - spiega l’attuale responsabile -, a partire dalle parole di papa Francesco contenute nella bolla di indizione Spes non confundit, in cui invitava a condividere la lampada della speranza con le persone detenute e ad aprire una porta santa in carcere”. Gli incontri, allora, si sono svolti nel carcere di San Vittore, con gruppi di 20 giovani rispettivamente nel reparto femminile, maschile e clinico: “Ci siamo divisi in piccoli gruppi e abbiamo letto un brano del Vangelo, poi abbiamo riflettuto confrontandoci con le persone in carcere che hanno raccontato anche pezzi di vita. Per noi giovani è stato potentissimo”. Da qui l’idea di rilanciare l’esperienza anche quest’anno e proporre un percorso più strutturato. “La narrazione più comune è quella di allontanare dai nostri occhi il carcere - continua Aprigliano -. Il nostro scopo invece è quello di renderlo più vicino, di entrarci, senza portare chissà cosa, ma chiedendo ai giovani di essere disponibili a incontrare le persone”. Solo così è possibile “trasformare il proprio sguardo”, pur riconoscendo che “se una persona ha commesso un reato, ha fatto del male, ha creato una ferita, ha rotto dei legami”, tuttavia occorre guardare anche oltre. La persona non è la sua colpa - Per questo con Lizzola i giovani parleranno di responsabilità, giustizia, pena, pregiudizio, prevenzione, ma anche di possibilità di costruire relazioni nuove; si partirà quindi dall’esperienza dei tre giovani e dalle loro domande per approfondire alcuni temi, sapendo che andare oltre al reato significa anche non ridurre la persona alla sua colpa o alla sua storia passata. La Pastorale giovanile e la responsabile del progetto hanno già programmato altri quattro appuntamenti su giustizia riparativa (novembre), giustizia minorile (gennaio 2027), storie di riscatto delle vittime di reato (marzo), dialogo interreligioso (aprile). Intervallati a questi incontri, che si svolgeranno tutti a Milano a San Giorgio al Palazzo (piazza San Giorgio 2), sono previsti anche ingressi in alcuni istituti di pena, non solo milanesi, ma anche a Monza o Varese. “Sugli incontri esterni l’invito ai giovani è di garantire una partecipazione costante - chiarisce la responsabile del progetto -. Per quanto riguarda gli accessi in carcere, lasceremo libera la scelta, anche se i numeri saranno comunque limitati”. Info: giovani@diocesi.milano.it. Belluno. Carcere e riabilitazione attraverso la poesia: Francesco Certo presenta “Oltre le sbarre” bellunesinelmondo.info, 8 ottobre 2026 Venerdì 9 ottobre 2026, alle ore 18.30, la Biblioteca Civica di Sedico ospiterà la presentazione del libro “Oltre le sbarre. La vita in versi di un detenuto immaginario”. L’opera, firmata da Francesco Certo, giornalista e caporedattore della redazione romana di RDS, raccoglie cento poesie volte ad analizzare la dimensione psicologica ed emotiva della vita carceraria. L’evento, ad ingresso libero, affronterà i temi del recupero sociale, della giustizia e del valore formativo della scrittura all’interno delle strutture detentive. Oltre all’autore, la serata vedrà la partecipazione di figure del panorama istituzionale e giuridico locale: Francesca Meneguolo, consigliera comunale di Sedico con delega alla cultura; Vanessa De Francesch, consigliera provinciale delegata alla cultura; Mario Mazzoccoli, avvocato penalista. La presentazione è promossa dal Comune di Sedico in sinergia con l’Associazione “Un Fiume di Libri” e il Comitato di Belluno del Centro Sportivo Italiano (CSI), con il patrocinio della Provincia di Belluno. L’incontro si inserisce nell’ambito di “Carcere Sport Insieme”, progetto di solidarietà coordinato da Dario Dal Magro che il CSI di Belluno promuove da diversi anni presso la casa circondariale di Baldenich. L’iniziativa intende proporre una riflessione sul ruolo della pena e sul percorso di reinserimento sociale, evidenziando come la cultura e l’espressione artistica possano costituire uno strumento di ricostruzione personale e relazionale per i detenuti. Genova. “Il cielo in una stanza”, le emozioni dei detenuti nel dialogo in carcere con Sayf di Claudio Paglieri Il Secolo XIX, 8 ottobre 2026 Proiettato a Marassi il documentario di Cabona e Dellacasa girato nella casa circondariale di Chiavari. Non so se è corretto cominciare la recensione di un film raccontando quello che si è sognato la notte dopo. Comunque. Io ho sognato che ero in piscina, a fare un corso di nuoto, e l’istruttrice mi chiedeva a che livello ero, e io per impressionarla mettevo la testa sott’acqua e trattenevo il respiro, a lungo, molto a lungo, e quando finalmente ero arrivato al limite facevo per riemergere, ma senza accorgermene ero sprofondato molto più a fondo, così cominciavo a spingermi su, ma dopo una e due e tre bracciate il cielo non arrivava mai, alla fine ero costretto a respirare ma respiravo un’enorme quantità di acqua e capivo che sarei morto annegato. Mi sono svegliato di colpo. Poi, dopo un po’, mi sono riaddormentato. E ho sognato direttamente il carcere. La sera prima avevo visto il film, in realtà un documentario, al Teatro dell’Arca nel carcere di Marassi. Si intitola “Il cielo in una stanza” e potrebbe sembrare una scelta facile, se non banale. In realtà è perfetta. Claudio Cabona, che lo ha scritto, spiega che “nella canzone di Gino Paoli c’è tutto quello che i detenuti non possono avere: amore, sesso, muri che cadono, libertà, cieli infiniti. E’ la canzone che, quando faccio i laboratori musicali nelle carceri, li colpisce di più”. La regia del documentario è di Yuri Dellacasa, la fotografia di Paolo Fossati, bravi a mantenere uno sguardo partecipe ma mai retorico, e a trasmettere le emozioni di questa esperienza molto particolare: “Girare in un carcere, nel nostro caso quello di Chiavari, comporta problemi tecnici ed emotivi. Come regista sono abituato a noleggiare un posto e muovermi in piena libertà, qui invece dovevamo rispettare le regole, e il posto” spiega Dellacasa che non era mai stato in un carcere: “Il primo giorno è stato davvero difficile”. Anche la dignità dei detenuti è rispettata. Non vengono mai inquadrati a figura intera, se non in un caso di spalle. Vediamo solo occhi, nasi, mani, un tatuaggio. Sentiamo le loro voci, alcune hanno accenti stranieri, altre parlano con una proprietà di linguaggio sorprendente. Esprimono le loro emozioni, a parole o per iscritto, ed è una parte fondamentale di quel percorso di recupero che un carcere dovrebbe fornire “non come una concessione, ma come un’opportunità”, spiegano gli autori. Spesso è l’incapacità di esprimere le emozioni a portare a commettere un delitto. “Facevamo la guerra/ perché non sapevamo/ che la pace era bella”, prova a rappare un detenuto. Il Teatro dell’Arca, nato nel 2014 per volontà di Sandro Baldacci e ora portato avanti da Mirella Cannata, è l’unico caso in Europa di teatro costruito e curato dai detenuti, con una stagione offerta alla città e uno spettacolo finale interpretato dai carcerati stessi. Non abbiamo ancora parlato di Sayf, che è un po’ il protagonista del documentario e di questa operazione. A vederlo da vicino colpisce per la pelle liscia, lo sguardo da bambino, la gentilezza. Non ha niente del divo che ha sfiorato la vittoria a Sanremo, sembra un ragazzo che la mattina dopo deve andare a scuola. “Era la persona giusta - dice Cabona - per la sua sensibilità, perché è un grande fan di Gino Paoli, e anche per la sua multiculturalità: sappiamo che una parte importante della popolazione carceraria parla arabo, e lui poteva comunicare facilmente con loro”. La telecamera lo segue ed è lui, Sayf, a condurci all’interno del carcere di Chiavari. Consegna gli anelli, i braccialetti, le chiavi di casa, il telefonino, procede attraverso le porte blindate, si siede sulla cattedra e ascolta musica insieme ai detenuti. Loro parlano, chiedono, c’è uno scambio semplice e profondo. Uno augura a Sayf di continuare ad avere questo successo, questa fortuna. Forse anche noi avevamo una chance, dice. Scelte sbagliate. Sfortuna. “I carcerati non sono una categoria di persone diverse da noi, il carcere è una fase nella vita di una persona” ricorda Cabona. Il documentario sottolinea che nelle carceri dove si fanno laboratori artistici, di pari passo a esperienze di lavoro, il tasso di recidiva cala fino al 6%. In generale, nelle nostre carceri, è del 65. “Il sovraffollamento è un problema di tutte le carceri italiane - ha ricordato la sindaca di Genova, Silvia Salis, presente alla proiezione che ha richiamato duecento persone, sala sold out - un problema annoso e molto urgente che non è mai stato risolto. L’arte e lo sport sono davvero fondamentali per abbassare il tasso di recidività” Nel finale del documentario si riemerge dall’acqua e il respiro si allarga, su una collina alle spalle di Chiavari Sayf legge i fogli scritti dai detenuti. “Sono cambiato - scrive uno di loro - e come nella canzone di Tenco penso che anche quello che c’è intorno a me cambierà”. Sayf canta “Il cielo in una stanza”, concessa dalla famiglia di Gino Paoli presente in sala, quindi la sua tromba struggente chiude la storia. “Vorrei che questo documentario aiutasse chi gestisce le carceri a fare altre iniziative di questo tipo - dice il cantante di Santa Margherita - andare in galera non è la fine della vita, ma un’occasione per imparare”. Una chiave importante, questa. Il famoso articolo 27 della Costituzione fa riferimento alla pena che deve tendere alla rieducazione. Non chiede di abolire il carcere, né le pene, ma di fare il possibile perché chi entra possa riflettere su se stesso, su cosa ha sbagliato, e ritorni nella società cambiato. Come Samuel, uno dei detenuti ripresi nel film, che ieri sera è salito, emozionato e orgoglioso, sul palco. Sentirsi protagonisti, capire di poter decidere la propria vita è il primo passo verso il recupero. C’è voluto l’impegno di tantissime persone per arrivare a questi venti intensi minuti di girato, e tutte, prima della proiezione, sono salite sul palco per raccontare il loro grande o piccolo contributo. La direttrice di Marassi, Tullia Ardito, il personale del carcere di Chiavari, Nicoletta Viziano per la Compagnia di San Paolo, Anna Gremmo, che dopo la morte del figlio in un incidente ha fondato l’associazione “Il cuore di Federico”. Ma i protagonisti non sono loro, e neppure i detenuti, e neppure Sayf, spiega alla fine Cabona. “Vorrei che protagonisti fossero tutti quelli che vedranno “Il cielo in una stanza”. A me i laboratori in carcere hanno cambiato la vita, in meglio. Mi hanno insegnato a essere grato. Spero che anche gli spettatori traggano qualcosa da questo documentario, e possano diventare megafoni”. Ecco fatto, il passaparola è partito, andate sul canale youtube di Sayf, guardatelo. E fate dei bei sogni. Palermo. “Con gli occhi della luna”, lo spettacolo al carcere Pagliarelli aperto alla città siciliaogginotizie.it, 8 ottobre 2026 Martedì 17 novembre 2026 alle ore 15.30, presso il carcere Pagliarelli Antonio Lorusso di Palermo, si terrà la prima nazionale dello spettacolo “Con gli occhi della luna”, un progetto dell’associazione Baccanica, aperto alla cittadinanza.In scena gli attori detenuti della Compagnia teatrale Evasioni. La regia e la drammaturgia sono di Daniela Mangiacavallo. Assistenti alla drammaturgia: Fabiola Arculeo, Oriana Billeci, Marzia Coniglio. Assistenti di scena: Alba Sofia Vella e Antonella Sampino. Costumi e scene: Roberta Barraja. Assistenti costumi: Francesca Mandalà, Manuela D’Amico. Lo spettacolo, che rientra nel Prima Onda Festival, è un viaggio onirico tra sogno e realtà, dove il confine tra ragione e immaginazione si dissolve. “La Luna, casa dei nostri desideri, dei nostri errori e di tutte le cose perdute - spiega la regista Daniela Mangiacavallo - diventa il palcoscenico di una dolceamara follia: è lì che gli uomini approdano per cercare ciò che, senza accorgersene, hanno smarrito dentro di sé. In questo luogo sospeso prendono vita personaggi Shakespeariani frammentati, smarriti, dimenticati, come se emergessero da una discarica umana. Le loro storie si intrecciano in un susseguirsi di scene poetiche e surreali che raccontano la fragile e meravigliosa follia dell’essere umano. Lo spettacolo sfida la logica e la ragione e invita a interrogarsi su ciò che cerchiamo e perdiamo lungo il cammino: sogni, desideri, parti di noi stessi. Fino a che punto l’uomo può spingersi per inseguire ciò che crede di aver smarrito? Un’esperienza teatrale che mescola ironia, tenerezza e stupore e che, osservando da vicino la follia umana, riflette su cosa sia davvero la normalità e sembra ricordarci una verità semplice e disarmante: visto da vicino nessuno è normale”. Baccanica esprime un sentito ringraziamento alla direzione della casa circondariale Pagliarelli Antonio Lorusso, nella persona della direttrice, Dott.ssa Maria Luisa Malato e al Comandante di Polizia penitenziaria Giuseppe Rizzo. L’iniziativa è realizzata nell’ambito del Progetto Per Aspera ad Astra - come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza VIII edizione. “Per Aspera ad Astra” è un progetto promosso da Acri e sostenuto da Fondazione Con il Sud, Compagnia di San Paolo, Fondazione Cariplo, Fondazione Carispezia, Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Fondazione di Sardegna. Per la visione dello spettacolo è necessario inviare i propri dati anagrafici e il proprio documento di riconoscimento entro il 15 ottobre a associazionebaccanica@gmail.com ai fini dell’autorizzazione all’interno dell’Istituto penitenziario. L’invio dei propri dati non comporta automaticamente la partecipazione all’evento. Una volta ricevute le autorizzazioni si invierà una mail di conferma e di autorizzazione all’ingresso in carcere. Verona. La sfida dei risotti entra nel carcere con una gara culinaria giornalepantheon.it, 8 ottobre 2026 Una gara ai fornelli, sei risotti e due brigate. Ma soprattutto una serata in cui cucina e solidarietà si incontrano in un luogo insolito per un appuntamento gastronomico: la Casa Circondariale di Verona. Giovedì 15 ottobre, alle 18, il carcere di via San Michele ospiterà “La Gara dei Risotti”, iniziativa curata da Azione Contro la Fame che vedrà protagonisti i detenuti del corso di Enogastronomia della Casa Circondariale. Al loro fianco ci saranno Matteo Lee, direttamente dalle cucine di MasterChef Italia, e Jacopo Natale del ristorante Yard di Verona, chiamati a capitanare le due brigate impegnate nella sfida. Il terreno di confronto sarà uno dei piatti più rappresentativi della cucina italiana. Durante la cena, le due squadre prepareranno sei diverse tipologie di risotto. Non ci sarà però una giuria di professionisti a decidere il risultato: saranno gli ospiti presenti in sala ad assaggiare le proposte e a decretare la brigata vincitrice. La serata si aprirà con un aperitivo di benvenuto, accompagnato dai vini di Ferrari Trento e Cantine Pasqua e da finger food gourmet. Seguirà la cena placée con la sfida vera e propria tra le brigate. In chiusura è previsto un predessert di mango sago puri con lime e menta fresca, seguito da diverse proposte di pasticceria e dolci mignon serviti al tavolo. I vini Ferrari e Pasqua accompagneranno l’intera cena. Al centro dell’iniziativa c’è però la finalità solidale. Il 100 per cento del ricavato sarà destinato ad Azione Contro la Fame, organizzazione impegnata, come specificato nella presentazione dell’evento, a nutrire chi si trova in difficoltà e a costruirne l’autonomia, in Italia e nel mondo. Per partecipare è richiesta una donazione minima di 70 euro a persona e i posti disponibili sono limitati. Le adesioni si chiudono venerdì 9 ottobre. Trattandosi di un evento ospitato all’interno della Casa Circondariale, l’accesso è sottoposto inoltre a precise condizioni di sicurezza: non sarà possibile entrare con dispositivi elettronici o effetti personali e i dati dei partecipanti saranno trasmessi alla struttura e verificati. Tra i requisiti indicati per l’ingresso figurano l’assenza di condanne penali e di procedimenti penali pendenti, oltre alla condizione di non avere parenti o familiari detenuti nella Casa Circondariale di Verona. Dopo il pagamento sarà possibile segnalare eventuali esigenze alimentari specifiche, alle quali lo staff cercherà di rispondere nei limiti del possibile. L’evento è organizzato da Azione Contro la Fame, in collaborazione con Yard Restaurant, Casa Circondariale di Verona e IPSEOA Angelo Berti di Verona. Tra i soggetti ringraziati per il sostegno all’iniziativa figurano Ferrari Trento, Surgiva, Cantine Pasqua, Metro Italia, Associazione Italiana Coltivatori e Scaligera Catering Services. Una competizione gastronomica, dunque, ma con un obiettivo che va oltre il verdetto finale. Per una sera il risotto diventa il punto d’incontro tra formazione, cucina e solidarietà, mentre il pubblico non resta semplice spettatore: assaggia, partecipa e sceglie chi salirà idealmente sul gradino più alto del podio. Benevento. Il cinema entra in carcere: “Macbeth - Black Heart” incontra i detenuti socialfilmfestivalartelesia.it, 8 ottobre 2026 L’8 ottobre la proiezione nella Casa Circondariale e l’incontro con la regista Paola Beatrice Ortolani nell’ambito del progetto “Cortincarcere”. Il cinema entra in carcere e diventa occasione di confronto, ascolto e partecipazione. Giovedì 8 ottobre alle ore 14.00, nella Casa Circondariale di Benevento, sarà proiettato il lungometraggio Macbeth - Black Heart di Paola Beatrice Ortolani. Al termine della proiezione, la regista incontrerà i detenuti in un appuntamento speciale organizzato nell’ambito del progetto “Cortincarcere”, in collaborazione con la Camera Penale di Benevento e inserito nel programma della XVIII edizione del Benevento Social Film Festival ArTelesia. L’iniziativa porta il linguaggio cinematografico in uno spazio normalmente escluso dai circuiti culturali ordinari, trasformando la visione del film in un’occasione di dialogo diretto tra autore e pubblico. L’appuntamento rientra nella vocazione sociale del Festival, che utilizza il cinema anche come strumento di confronto su fragilità, diritti, inclusione e trasformazione personale. Quell’energia assoluta di “Fame” di Stefano de Stefano Corriere del Mezzogiorno, 8 ottobre 2026 Batte una pioggia fine e insistente sulla terrazza dell’Albergo dei Poveri quando va in scena “Fame”, lo spettacolo con cui Armando Punzo ha aperto la rassegna “Futuro quotidiano” ideata da Laura Valente. Ma al di là di un ragionevole fastidio, per attore e spettatori, in realtà è stata una delle componenti drammaturgiche che ha rafforzato l’assoluta radicalità dell’allestimento della Compagnia della Fortezza. Quell’incedere dell’acqua cadenzata sulla scena ne ha segnato una dimensione catartica, abluzionale, purificatrice del corpo e dello spirito. Dimensione propria del teatro, ma che negli spettacoli dei detenuti (o ex tali), transitati per Volterra, trova una sua misura ancora più stringente. A maggior ragione se il protagonista è Paul Cocian, interprete con importanti trascorsi giudiziari, capace di trasferire al suo personaggio una rara forza dinamica ed espressiva, anche quando scivola sul bagnato, rialzandosi prontamente e riprendendo subito la propria corsa. Come un domatore costretto a rincorrere lo spazio di un circo immaginario grida al mondo la sua rabbiosa voglia di vivere, talora inseguendo affannosamente la sua idea di resistenza, talora rallentando e guardando negli occhi il pubblico che lo circonda. Quella rabbia che è dentro il testo di “Fame”, che Punzo ha ripreso dal romanzo ottocentesco del norvegese di Knut Hamsun, svuotandolo però da ogni residuo naturalistico per trasformarlo in astrazione esistenziale. Pura energia quindi, sostenuta dalle musiche di Andrea Salvadori, che rilanciano il tema della necessità dello scrittore protagonista della storia, disposto a ogni rinuncia pur di non tradire la purezza della sua arte, ben oltre i connotati della mera privazione biologica per farsi motore di un’urgenza metafisica, che si trasforma in rigenerazione spirituale. Rappresentazione della morte simbolica di un vecchio sé per dar vita alla dolorosa nascita di un uomo nuovo, libero e ricreato. Una storia vera da leggere insieme: il nostro libro della verità di officine periferiche percorsiconibambini.it, 8 ottobre 2026 Tra gli strumenti realizzati nell’ambito di “Altrove - Non è la mia pena”, Il nostro libro della verità nasce per accompagnare direttamente i bambini dentro una storia familiare segnata dalla detenzione di un genitore. Si affianca al Vademecum per raccontare ai figli la verità sulla detenzione, pensato per sostenere gli adulti nel momento della comunicazione, e al Glossario semplice per bambine e bambini, che aiuta i più piccoli a orientarsi tra parole, persone, luoghi e situazioni che appartengono al mondo del carcere. Il nostro libro della verità svolge però una funzione diversa: non definisce termini e non suggerisce agli adulti cosa dire, ma costruisce un racconto breve da condividere con il bambino, fatto di immagini, frasi essenziali e passaggi progressivi. Fin dalle prime pagine un adulto si avvicina al bambino per raccontargli “una cosa importante”, qualcosa che riguarda la loro famiglia e che lui “merita di conoscere”. Da qui prende avvio il racconto, dentro una relazione tra il bambino e l’adulto che lo accompagna nella lettura. La storia procede per piccoli passaggi. Prima viene introdotto “l’errore del grande”, spiegando che a volte gli adulti fanno qualcosa che non è permesso e devono trascorrere un periodo in un posto speciale; subito dopo compare la parola carcere. La scelta non è quella di evitare la parola, ma di accompagnarne l’ingresso nel racconto, lasciando che il bambino possa avvicinarsi gradualmente a un contenuto difficile. Da quel momento il libro si concentra soprattutto su ciò che può riguardarlo più direttamente. Una delle prime affermazioni è “Non è colpa tua”: le scelte degli adulti vengono separate con chiarezza dalla posizione del figlio, che non deve sentirsi responsabile di ciò che è accaduto. Subito dopo viene affrontata la distanza: il genitore è lontano, ma l’affetto non scompare con la separazione. La relazione può continuare attraverso lettere, disegni, fotografie, messaggi, telefonate e incontri. È importante che queste pagine non promettano al bambino che nulla cambierà. Riconoscono che qualcosa è cambiato e, nello stesso tempo, mostrano ciò che può continuare. Il libro lascia poi uno spazio esplicito alla curiosità del bambino: “Puoi fare domande”, ma anche “se non hai voglia di parlare, va bene lo stesso”. È un passaggio importante perché evita di trasformare la lettura in una richiesta di reazione immediata. Un bambino può voler sapere molto, poco o niente in quel momento; può tornare sulla stessa domanda più volte oppure aver bisogno di tempo prima di formularla. Il nostro libro della verità lascia spazio anche a questi tempi diversi. Lo stesso accade con le emozioni. Tristezza, rabbia, confusione e curiosità non vengono corrette o ordinate: vengono rappresentate come esperienze che possono arrivare, cambiare e tornare, mentre l’adulto resta accanto al bambino e può aiutarlo quando diventano troppo grandi. Anche la scelta grafica contribuisce a questo modo di raccontare. Le illustrazioni in feltro trasformano persone, luoghi e sentimenti in figure morbide, riconoscibili e non realistiche. Il carcere compare, ma non viene rappresentato attraverso immagini dure o fotografiche; la distanza viene mostrata attraverso un filo che unisce genitore e figlio, le emozioni attraverso piccole forme colorate, la famiglia attraverso personaggi differenti raccolti intorno a una casa. La scelta del feltro nasce anche dal desiderio di rappresentare temi difficili attraverso un linguaggio visivo vicino ai bambini, senza rinunciare a mostrare ciò che sta accadendo. Anche la scelta degli animali come protagonisti contribuisce a creare una distanza simbolica dal tema, permettendo di raccontare una situazione difficile senza riprodurla in modo troppo diretto o realistico. Il libro non chiede infatti che ogni famiglia si riconosca esattamente in ciò che vede. È pensato come una storia da leggere insieme, che può essere avvicinata alla situazione concreta di ciascuna famiglia. Il bambino può soffermarsi sulle immagini, fare domande o semplicemente ascoltare. La pagina dedicata alla famiglia richiama abbracci, parole, ricordi e futuro come elementi che possono continuare a tenere insieme una storia anche quando una persona è lontana. L’ultima immagine evita volutamente una conclusione definitiva: adulto e bambino camminano insieme verso una strada aperta, accompagnati dalla frase “Questa storia non è una fine. È un pezzo del viaggio che stiamo facendo insieme”. È forse questa la caratteristica più importante de Il nostro libro della verità: non voler spiegare tutto in una volta, ma offrire un punto da cui partire. Un libro da aprire insieme, da riprendere quando serve e da lasciare anche in sospeso, perché alcune storie familiari hanno bisogno di essere raccontate più volte, con parole diverse, mentre i bambini crescono e diventano capaci di fare domande nuove. Violenza di genere, le pene possono punire i responsabili ma la svolta è l’educazione al rispetto di Fabio Pinelli* Il Dubbio, 8 ottobre 2026 La violenza di genere è un fenomeno strutturale che investe l’intera società e mette alla prova la capacità delle istituzioni di garantire uguaglianza, libertà e rispetto. Negli ultimi anni sono state introdotte nuove fattispecie di reato, aggravate le pene, rafforzati gli strumenti di prevenzione e di tutela delle vittime. Eppure, la violenza continua. Le norme sono indispensabili: definiscono ciò che una comunità ritiene inaccettabile, assicurano tutela alle vittime e prevedono sanzioni per i responsabili. Tuttavia, la legge non può avere un effetto salvifico e nessuna legge, per quanto necessaria, è in grado da sola di estirpare stereotipi, pregiudizi e forme di disuguaglianza che affondano le proprie radici nella storia e nelle relazioni sociali. La risposta alla violenza di genere deve essere anche sociale, culturale, educativa e persino linguistica. È interessante rilevare come le analisi sviluppate dall’ISTAT, nel 2025, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne rilevino la presenza sui social media di stereotipi di genere, forme di colpevolizzazione delle vittime, linguaggi discriminatori e narrazioni che tendono a minimizzare o giustificare comportamenti violenti. Ne emerge l’immagine di un contesto culturale nel quale pregiudizi e modelli culturali continuano ad alimentarsi. I dati più recenti confermano l’urgenza di intervenire fin dalle prime fasi della formazione della persona. Il 15,3% delle donne italiane tra i 16 e i 75 anni, pari a circa 3 milioni, e l’11,4% delle straniere di questa stessa età, oltre 244 mila donne, dichiarano di aver subìto almeno una forma di violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni, violenze che si sono verificate soprattutto da parte di persone conosciute o in ambito familiare. È un dato che mostra come il pericolo si annida soprattutto nelle relazioni di prossimità. La violenza, dunque, affonda le proprie radici nella storia culturale del nostro Paese, nell’inadeguatezza della formazione pedagogica delle famiglie e delle istituzioni, nel modo in cui per decenni uomini e donne sono stati educati a percepire sé stessi e i propri ruoli sociali. Per molto tempo, infatti, in Italia, la donna è stata posta in una condizione di sottomissione psicologica che non sempre assumeva forme esplicite o riconoscibili come reato. Nella storia del nostro Paese una vicenda ha rappresentato un punto di svolta. Il 26 dicembre 1965, ad Alcamo, Franca Viola, 17 anni, viene rapita dall’ex fidanzato - nipote di un noto esponente mafioso -, segregata e violentata da lui e dai suoi complici. All’epoca, secondo l’art. 544 del Codice penale, il reato di violenza sessuale si estingueva se la vittima accettava di sposare il suo aggressore, ripristinando l’onore con il matrimonio “riparatore”. Franca, sostenuta dal padre Bernardo, rifiutò le nozze con il suo violentatore, rifuggendo le pressioni dell’epoca e aprendo così la strada ad una profonda presa di coscienza civile nel Paese. Il matrimonio riparatore e il delitto d’onore furono definitivamente cancellati dall’ordinamento italiano il 5 agosto 1981 con la legge n. 442.Da allora sono stati compiuti altri significativi passi in avanti: il riconoscimento della violenza sessuale come reato contro la persona nel 1996; l’introduzione nell’ordinamento del rato di stalking nel 2009; il progressivo rafforzamento degli strumenti di tutela culminato, tra l’altro, nel Codice Rosso del 2019; la recentissima introduzione del reato di femminicidio. Un progresso culturale lento, essenziale. Ma è stato realmente e definitivamente superato il “mito dello stupro”; quello secondo cui lo stupro è realmente tale solo se è commesso da uno sconosciuto; di notte, in un luogo isolato; con violenza fisica evidente; ai danni di una donna giovane, sana, sobria, eterosessuale e “perbene”; che urla, fugge, resiste fino allo stremo; mentre rientra a casa o va al lavoro; con una gonna della giusta lunghezza? Secondo il “mito dello stupro”, al di fuori di questo modello, la parola della donna diventa meno credibile. Per questo la risposta non può essere soltanto giudiziaria o repressiva. La sfida è soprattutto culturale, educativa: riguarda la capacità di costruire una comune cultura del rispetto della persona e della libertà reciproca. Le classi dirigenti non hanno soltanto il compito di amministrare, governare o applicare le leggi. Hanno anche il dovere di orientare la società e di contribuire alla formazione di una coscienza civile collettiva, indicando un orizzonte. Le sentenze possono punire i responsabili e tutelare le vittime. Ma solo una società capace di educare al rispetto può impedire che nuove vittime continuino a generarsi. Questa è una funzione autenticamente pedagogica, che appartiene alla politica, alla scuola, all’università, all’informazione e alle famiglie. Ed anche alla magistratura, con il linguaggio appropriato da utilizzare nelle motivazioni delle sentenze. La pedagogia non produce risultati immediati. Ma è proprio qui che si misura la “qualità” di una classe dirigente. Nell’Italia di oggi possiamo cogliere elementi di fiducia: le giovani generazioni, in particolare, vivono la libertà femminile e l’uguaglianza come valori naturali e non come conquiste eccezionali. Steven Pinker ne “Il declino della violenza”, scrisse che “le donne sono state, e saranno, la forza pacificatrice”. Insegniamo dunque agli uomini la cultura della non violenza e della pace. Il Presidente della Repubblica, all’indomani dell’omicidio di Giulia Cecchettin e, più recentemente, in occasione della visita alla Stanza Rosa dell’Ospedale Misericordia di Grosseto, ha indicato la strada: promuovere autentici rapporti di pari dignità tra donne e uomini e affiancare alla risposta repressiva un forte investimento nell’educazione, nella prevenzione e nella crescita culturale delle nuove generazioni. È una riflessione che ci richiama alla responsabilità di costruire una società nella quale il rispetto della persona, la libertà e l’uguaglianza diventino esperienza concreta della vita quotidiana. *Vice presidente Csm. Estratto dall’intervento che terrà oggi il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli nell’ambito del convegno sulla Violenza di genere e sulla risposta delle istituzioni e della società civile Migranti. Allarme Onu: due minori su tre arrivano soli in Europa di Stefano Leszczynski vaticannews.va, 8 ottobre 2026 Oltre 20 mila bambini e adolescenti migranti hanno raggiunto l’Europa nel 2025 completamente da soli. Il nuovo rapporto congiunto di Unhcr, Unicef e Oim fotografa i pericoli delle rotte migratorie seguite dai minori non accompagnati: violenze, sequestri, sfruttamento e lavoro forzato. Una volta arrivati, per molti resta incerto il percorso verso protezione e accoglienza. Tra i 31.100 bambini egli adolescenti migranti che hanno raggiunto l’Europa nel 2025, più di 20 mila hanno compiuto il viaggio senza genitori né adulti responsabili della loro protezione. È quanto emerge dal rapporto Migrant and Refugee Children via Mixed Migration Routes in Europe, realizzato congiuntamente da Unhcr, Unicef e Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Nel 2025 gli arrivi di minori in Bulgaria, Cipro, Grecia, Italia, Malta e Spagna sono diminuiti del 25% rispetto all’anno precedente, ma dietro questa flessione si nasconde un dato preoccupante: la quota dei minori non accompagnati è salita dal 51% del 2024 al 67%. Il fenomeno è particolarmente evidente in Italia e Spagna, dove l’86% dei minori arrivati era senza familiari. L’Italia in controtendenza - L’Italia rappresenta un’eccezione rispetto alla diminuzione generale. Nel corso dell’anno sono arrivati via mare 14.083 minori, il 12% in più rispetto al 2024, mentre gli sbarchi complessivi sono rimasti sostanzialmente stabili. Ben 12.177 erano minori non accompagnati. I principali Paesi di provenienza sono Egitto, Eritrea, Somalia, Bangladesh ed Etiopia. In Grecia i minori arrivati sono stati quasi 10 mila, dei quali poco più di 3 mila soli; in Spagna 5.543, con 4.702 non accompagnati. Numeri dietro i quali si nascondono viaggi segnati da esperienze spesso traumatiche, come testimoniano le migliaia di interviste realizzate dall’Oim con adolescenti e giovani tra i 15 e i 24 anni. Quasi la metà, il 47%, riferisce di avere subito violenze fisiche. La percentuale sale al 58% lungo la rotta del Mediterraneo orientale e al 52% su quella del Mediterraneo centrale. Le testimonianze parlano di abusi fisici e psicologici, torture, estorsioni e sequestri, commessi da gruppi armati, trafficanti e datori di lavoro. La Libia resta il Paese indicato più frequentemente come luogo nel quale si sono verificati gli abusi. Violenze, sequestri e lavoro forzato - Particolarmente allarmanti sono i dati sulla rotta del Mediterraneo centrale: il 28% degli intervistati ha dichiarato di essere stato trattenuto contro la propria volontà e il 17% costretto a lavorare. Arresti arbitrari, detenzioni e rapimenti sono spesso riconducibili a milizie, gruppi armati e reti criminali. Solo circa un terzo dei giovani intervistati afferma inoltre di avere avuto con sé i documenti durante il viaggio, mentre il 61% ne era privo. “Nessun bambino dovrebbe affrontare questi rischi da solo”, afferma la direttrice generale dell’Oim, Amy Pope. La riduzione delle possibilità di viaggiare attraverso percorsi sicuri, avverte l’agenzia, può infatti spingere ragazzi e adolescenti verso itinerari ancora più pericolosi, aumentando la dipendenza dai trafficanti e l’esposizione a violenze, sfruttamento e abusi. Dopo l’arrivo, la ricerca di protezione - Ma il viaggio non termina con l’approdo in Europa. Nel 2025 sono stati 214.600 i minori che hanno chiesto protezione internazionale, i dinieghi sono stati 92mila, in aumento del 25% rispetto al 2024. Ad essersi ridotti sono stati anche alcuni canali protetti di redistribuzione in Europa. I minori inseriti nelle procedure di reinsediamento verso l’Europa sono stati 3.400, contro gli 8.900 dell’anno precedente. È proprio sul destino dei ragazzi dopo l’arrivo che le tre agenzie delle Nazioni Unite richiamano l’Europa alle proprie responsabilità e chiedono che il superiore interesse del bambino sia posto al centro di ogni decisione, che venga garantito un rapido accesso ai servizi e che nessun minore sia detenuto per ragioni legate all’immigrazione. Per chi arriva solo, la rappresentanza legale deve essere immediata e le procedure di accertamento dell’età limitate ai casi necessari, multidisciplinari e rispettose dei diritti del bambino. Una richiesta di protezione che, nelle parole di Amy Pope, supera i confini nazionali: “È nostra responsabilità comune agire oltre le frontiere per proteggerli, difendere i loro diritti e fornire loro le cure e il sostegno di cui hanno bisogno”.