Intorno al tavolo di Ristretti. “In carcere, cimici animali e cimici umane, tra sfiducia e rabbia” di Salvatore Fani Ristretti Orizzonti, 7 ottobre 2026 Ma fortunatamente è quello che sto imparando da un neurochirurgo sul mio cervello che mi fa sperare. Leggevo sul giornale delle cimici in carcere, e mi sono detto: “Ancora ne parlano!”. Le cimici come i pidocchi e la scabbia in carcere ci sono sempre stati, ma non hanno mai fatto notizia. L’articolo mi ha incuriosito e ho approfondito la lettura: in realtà non era l’articolo sulle cimici che infestano il carcere di Venezia, era una rivolta in carcere per le cimici di Pisa, ma non cimici (animali) bensì quelle elettroniche, quelle che ti ascoltano e ti spiano nelle “stanze di pernottamento”, cosi sono chiamate le nostre celle. Una vera invasione nell’intimità dell’unico posto dove non sei videosorvegliato, una violazione di quella intimità che ha portato dei detenuti a ribellarsi, questo forse non giustifica una rivolta ma c’è tanta sofferenza e frustrazione nelle carceri. Poi penso alle cimici (umane), spioni, infiltrati legali e non. Dico legali perché la legge permette di infiltrare tra detenuti o tra agenti penitenziari dei poliziotti. Quindi abbiamo a che fare con tre tipi diversi di cimici, animali, umane, elettroniche. Questo ha un forte impatto negativo sulla rieducazione carceraria. Io ci ho messo anni per fidarmi delle persone, sono riuscito a sedermi intorno ad un tavolo di discussione mettendo a disposizione il mio vissuto, la mia storia, e solo fidandomi ho aggiunto un pezzettino in più ogni volta che mi racconto. Come posso essere me stesso, sapendo di essere spiato? così i detenuti smetteranno di mettersi in gioco chiudendosi, isolandosi ancora di più, l’isolamento mentale ha delle conseguenze irreparabili. Ma, come capita spesso, si parlerà solo della rivolta. A nessuno interessa che i carcerati vivranno con delle paranoie nuove e diffideranno di tutti, perché l’unica cosa che ci accomuna è la solidarietà di vivere la stessa sofferenza. Io sto leggendo un libro (“La danza dei neuroni” del neurochirurgo Marco Locatelli), ci sto mettendo tantissimo per leggerlo non perché non mi piace, ma perché è molto istruttivo e molto in sintonia con la vita carceraria, quindi torno sempre a rileggere indietro per trovare risposte e anche riscontri. Ho pensato che dovrei averne una copia sempre, può servirmi in tante fasi della vita. Un libro che mi ha convinto che ce la posso fare e mi ha dato tanto coraggio. Vorrei spiegarvi alcune cose che ho letto, che riguardano proprio anche il carcere, a proposito di come il nostro cervello può vivere la routine o come ha delle capacita di rigenerarsi grazie alla neuroplasticità. Il nostro cervello lo alleniamo, lo rinforziamo ogni volta che impariamo qualcosa di nuovo, il nostro cervello ha bisogno di coltivare relazioni, ha bisogno di cambiamenti, il libro spiega e porta un esempio che per il solo cambiare strada tutti i giorni per recarti al lavoro stai impegnando il cervello ad elaborare tante alternative di percorso, e questa è una medicina naturale, ossigeno per il cervello. Quindi cambiamento, relazioni, aperture, tutto quello di cui abbiamo bisogno per crescere, tutte cose che il carcere non ti può garantire, noi viviamo una realtà fatta di chiusure, isolamenti, stesso percorso, stessi orari, dobbiamo convivere con le cimici, con infiltrati e con spioni, che non ti permettono di avere FIDUCIA NELLE RELAZIONI. Il carcere ti rende una persona abitudinaria, per questo siamo limitati e rimaniamo sempre indietro, ci costruiamo un muro in nostra difesa, a volte pensiamo di aver fatto progressi. Magari proprio dopo aver letto un libro ti senti una persona migliore, fai un passo avanti, ma forse in un confronto con il mondo esterno, con la società, tra rivolte in carcere, cimici nei materassi, infiltrati, mancanza di amore, mancanza degli affetti, inconsapevolmente hai fatto dieci passi indietro. Sono settimane, forse mesi che mi tormentano tanti perché, mi tormenta non sapere che atteggiamenti avere. Però leggendo questo libro ho capito che sono cresciuto, ho un senso di responsabilità che prima non conoscevo e che ho acquisito proprio riuscendo ad avere, qui nel carcere di Padova, delle relazioni e dei confronti. Perché è giusto permettere di fare telefonate dal carcere di David Maria Riboldi* Avvenire, 7 ottobre 2026 Ogni anni vengono sequestrati mille cellulari introdotti illegalmente nelle celle, il problema esiste. Chi pensa che i detenuti vogliano solo continuare a trafficare non conosce la realtà carceraria. Della rivolta nel carcere di Pisa se ne sono accorti forse prima fuori, che dentro. Con telefoni, illegalmente introdotti nelle celle, hanno fatto vedere su TikTok le cimici, non troppo ben occultate nelle loro celle. Cimici che, a buon diritto possono essere apposte per intercettazioni ambientali su richiesta della magistratura. Ma che possono essere avvertite come un’invasione di quei pochi metri quadri di privacy, che l’occhio inquisitore e carceriere dello Stato ti dovrebbe lasciare. “Dovrebbe” nella mente degli inquilini pro tempore delle celle del carcere di Pisa. E allora la reazione, sguaiata e scomposta è: tu mi guardi dentro? Io butto fuori, ma proprio fuori, tutto questo. Quindicimila visualizzazioni, han detto. Prima di bloccare tutto. È proprio di settimana scorsa l’esultanza dell’amministrazione penitenziaria per l’avvio del progetto “jammer” al penitenziario di Secondigliano, a Napoli. Nella conferenza stampa è stato riportato con soddisfazione di aver bloccato 24.000 tentativi di “evasione telefonica”, ossia di prove di accesso alla rete, azzardate con telefoni illegalmente introdotti aldiqua delle mura. I jammer a questo servono. Il trionfalismo nel chiudere sempre più le carceri e azzerarne la permeabilità col territorio dà soddisfazione a molti. Certo, darebbe forse ancora più contentezza se gli strumenti digitali consentissero di individuare da quale cella fossero partite le chiamate: si potrebbe, con un bel decreto, confezionare il reato di “tentata telefonata”. Non dimentichiamo che l’introduzione di un telefono in carcere è diventato penale di recente, nel 2020, col Ministro Bonafede. Ben lo ricordo. Un confratello, non un cappellano vero e proprio, ma un volontario, era entrato in un carcere con una torta in cui erano nascoste una decina di microsim. Da lì, un nuovo reato. Non c’è governo cui non piaccia creare nuovi reati. Di destra o di sinistra che sia. Ah, per tornare a Secondigliano, la gente del quartiere si è lamentata, perché i potentissimi jammer, che lasciano transitare i telefoni del personale autorizzato, non hanno confini precisi d’azione e il loro raggio è andato ben oltre le pareti dell’istituto. Galeottizzando anche i residenti del quartiere. Quando, il 16 luglio del 2022, il Cardinal Zuppi venne in visita al carcere di Busto Arsizio, affermò che il dentro e il fuori devono comunicare, per il bene di chi sta dentro, ma anche per il bene di chi sta fuori. Nel 2021 la Ministra Cartabia promosse una commissione per il rinnovo della vita nei penitenziari, guidata dal Prof. Marco Ruotolo, noto costituzionalista, in cui si proponeva di installare i telefoni nelle celle, per consentire di effettuare telefonate senza dover stressare il personale nelle richieste o litigare con altre persone detenute. Perché se si è in 80 in sezione e il telefono è 1… Visioni opposte sulla permeabilità tra il dentro e il fuori. Nessuno ovviamente vuole avallare l’illecito, ma si tratta di valutazioni politiche. E di uso del denaro dei contribuenti. Di tutti noi. Nella conferenza stampa sull’avvio dei jammer a Secondigliano “per motivi di riservatezza, è stato spiegato ai giornalisti presenti, non possono essere resi noti né l’ammontare degli investimenti né il numero degli istituti penitenziari che saranno interessati dalla misura”. Così si legge sul sito del Ministero. Si spendono i soldi pubblici - e non sappiamo quanti - per bloccare le comunicazioni illecite. Si potrebbero spendere gli stessi soldi per installare telefoni legali nelle celle, con numeri controllati ed evitare tutto questo. Com’è, più o meno, in buona parte delle carceri d’Europa. Perché la limitazione della libertà non consiste o non dovrebbe consistere nella limitazione dei contatti, dei legami, degli affetti. Io stesso ho ricevuto chiamate dalle celle dal Belgio o da Londra. Considerate che ogni anno si rinvengono nei penitenziari più o meno 1.000 cellulari. Che, in qualche maniera, han trovato una strada per entrare. C’è poi una narrazione pubblica, calcata nell’immaginario collettivo come una colata di cemento: l’irrefrenabile impulso del telefono in cella - illegale, lo ribadiamo - nascerebbe per continuare a fare loschi traffici. Non si pensa al fatto che, con 10 minuti di chiamata alla settimana, se uno ha 4 figli deve scegliere chi escludere. In molti istituti sono rimaste più chiamate dal Covid in qua, ma non ovunque e non per tutti. Non si pensa che i rapporti affettivi, quando sono reali, difficilmente riescono a esaurirsi in questo minutaggio così angusto. Non si pensa che la vita fuori continua e un figlio che ha fatto una bella partita di calcio magari vuole il giusto empowerment dal papà. O muore uno zio e si vorrebbe poter almeno… fare una chiamata. Per le condoglianze. Si crede unicamente che uno voglia continuare a fare reati. Ovviamente tutti quelli che così pensano, in carcere non hanno mai messo un piede. E va bene così, per carità. Ma forse sarebbe meglio dare ascolto a chi ascolta, tutti i giorni, e sente quel grido che da Pisa è uscito, urlato e violento, per aver sentito come illecita l’intrusione in quell’intimità cui vengono invece contingentati gli accessi ai propri cari. Non sa di ingiusto, vista così? *Cappellano nella “Casa Circondariale Busto Arsizio” e Fondatore di “La Valle di Ezechiele” “Indulto responsabile”: la proposta che unisce magistrati, avvocati e vescovi di Elisa Chiari Famiglia Cristiana, 7 ottobre 2026 Che cos’è, chi lo propone, in che cosa è diverso dall’indulto classico, a che cosa serve, come impatterebbe sulla sicurezza. Dal 23 settembre è in corso una petizione popolare al sito indultum.it in tema di “indulto responsabile” per migliorare la situazione delle carceri, affette da un sovraffollamento cronico che rischia di vanificarne ogni velleità rieducativa. Cerchiamo di capire di che cosa si tratta. A differenza dell’indulto classico non sarebbe applicato per automatismo, senza verifiche, come avviene con l’indulto tradizionale, che si limita e estinguere pene in corso o da applicare, in base ai limiti previsti dalla delibera, ma differito di tre sei/mesi e subordinato a un percorso positivo di reinserimento. Questo significa proporlo con un’ottica che non si limiti a tamponare il problema odierno: l’affollamento carcerario, ma tenga d’occhio il suo impatto sociale compreso quello della sicurezza: la proposta tiene conto del fatto che una liberazione non preparata potrebbe voler dire una mancanza di rete che porta alla recidiva, mentre al contrario una liberazione preparata e accompagnata. Che cos’è l’indulto - È un provvedimento generale di clemenza previsto dall’articolo 79 della Costituzione, a differenza dell’amnistia non estingue il reato, ma soltanto la pena principale detentiva o pecuniaria (in denaro), lasciando intatte le pene accessorie e il “segno” sulla fedina penale. Perché sia applicato è necessario che il provvedimento sia votato in ogni articolo dalle due camere a maggioranza dei due terzi. Come e quando è stato applicato in Italia - Nella storia della Repubblica, fino al 1990, ci sono stati 34 provvedimenti di clemenza tra indulti e amnistie. Dal 1990 al 2006, solo due. Dal 2006 a oggi, quasi 20 anni, nessuno. In quel caso furono condonate pene detentive fino a 3 anni e pecuniarie fino a 10mila euro, esclusi i reati di maggiore allarme sociale. Era prevista la revoca per i recidivi che, entro cinque anni, avessero commesso un reato che preveda una pena detentiva non inferiore a due anni. Che cosa cambia l’indulto responsabile - A differenza dell’indulto classico non sarebbe applicato per automatismo, senza verifiche, come avviene con l’indulto tradizionale, che si limita e estinguere pene in corso o da applicare, in base ai limiti previsti dalla delibera, ma differito di tre sei/mesi e subordinato a un percorso positivo di reinserimento. Questo significa proporlo con un’ottica che non si limiti a tamponare il problema odierno: l’affollamento carcerario, ma tenga d’occhio il suo impatto sociale compreso quello della sicurezza: la proposta tiene conto del fatto che una liberazione non preparata potrebbe voler dire una mancanza di rete che porta alla recidiva, mentre al contrario una liberazione preparata e accompagnata. Al proposito, si legge nella sintesi della proposta: “Uno degli elementi centrali è la continuità tra il percorso avviato in carcere e la presa in carico successiva alla scarcerazione. Il testo richiama il ruolo del servizio sociale dell’UEPE, del Consiglio di aiuto sociale, del Comitato per l’occupazione, degli Istituti di giustizia riparativa, degli enti pubblici territoriali, della Cassa delle Ammende e delle risorse del terzo settore. L’accompagnamento può concretizzarsi attraverso posti di lavoro, borse-lavoro, corsi di formazione professionale, progetti di volontariato serio, percorsi di riparazione, mediazione e riconciliazione”. Clemenza e sicurezza - Il principale ostacolo all’indulto viene dal timore che possa vanificare o limitare l’applicazione della pena e ridurne l’effetto deterrente e che l’atto di clemenza possa impattare sulla sicurezza. Proprio tenendo conto di queste preoccupazioni agisce la proposta di indulto responsabile, che non si applicherebbe in modo indiscriminato, senza controllo ma prevederebbe un percorso. E anche eccezioni: per esempio potrebbe essere rifiutato dal detenuto che avesse già in corso altri validi percorsi di reinserimento. E lascia aperta al legislatore la possibilità di individuare reati ostativi, ossia per i quali non si applica, e di tenere conto della sottoposizione a misure di sicurezza detentive”. E lascia aperta al magistrato di sorveglianza durante il periodo di differimento la possibilità “di valutare la pericolosità sociale residua e intervenire, ove necessario, sul mantenimento, sulla revoca o sulla trasformazione delle misure di sicurezza. Questo passaggio rafforza il carattere responsabile della proposta, evitando automatismi privi di controllo”. Com’è andata con l’indulto 2006 - Riguardo all’impatto dell’indulto 2006 sulla sicurezza, nel Rapporto sullo stato dei diritti umani negli istituti penitenziari e nei centri di accoglienza e trattenimento per migranti in Italia, approvato il 6 marzo 2012, dalla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato XVI legislatura, si legge: “ Per quanto riguarda la recidiva degli ex detenuti, il monitoraggio più significativo si riferisce alla rilevazione effettuata dall’Ufficio Statistico del DAP che ha mostrato come il 68,45% dei soggetti scarcerati nel 1998 abbia, nei successivi 7 anni, fatto reingresso in carcere una o più volte”. Con riferimento alla recidiva vi si legge che dai dati ricavati dallo studio Clemenza e recidiva: il caso del provvedimento di indulto del 2006, che al momento era in corso ed è stato poi pubblicato sulla rivista Rassegna italiana di Sociologia nel gennaio 2006, il tasso di recidiva a cinque anni dall’indulto 2006 è stato circa un terzo del totale, “notevolmente inferiore al 68,45 relativo alla recidiva registrato nel 2005. Un altro elemento su cui riflettere è che a 38 mesi dall'entrata in vigore della legge sull'indulto, il tasso di recidiva fra coloro che al momento della liberazione stavano scontando la pena in carcere era del 31,15%, mentre la recidiva fra coloro che scontavano la pena in misura alternativa si attestava al 21,97%. Risulta dunque che i soggetti provenienti da un percorso di esecuzione della pena di carattere non detentivo presentano percentuali di recidivi inferiori rispetto a quelle rilevate fra coloro che hanno scontato la pena totalmente in carcere”. Chi ha proposto la sottoscrizione - La proposta di indulto responsabile arriva da un comitato di 23 firmatari: magistrati, docenti di diritto, sociologi, filosofi, ex esponenti del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, cappellani delle carceri, teologi, tra loro Cesare Di Pietro dal 23 maggio 2026 vescovo di Locri-Gerace. Chi ha già aderito - A parte nomi singoli hanno aderito la Conferenza episcopale italiana, l’Unione delle Camere penali e l’Associazione nazionale magistrati. Hanno firmato anche come singoli tra gli altri, nomi importanti della Chiesa cattolica, come l’arcivescovo metropolita di Palermo, Corrado Lorefice, i cardinali Matteo Zuppi e Gualtiero Bassetti; don Luigi Ciotti; ex magistrati come Edmondo Bruti Liberati, Gian Carlo Caselli, Marcello Maddalena e Gherardo Colombo; docenti di diritto penale come Emilio Dolcini e Giovanni Fiandaca; ex presidenti della Corte costituzionale come Giovanni Maria Flick e Gustavo Zagrebelsky; il filosofo Massimo Cacciari. Le persone detenute sono oltre 66mila, i posti nelle carceri 20mila in meno di Ilaria Dioguardi vita.it, 7 ottobre 2026 Negli istituti di pena le persone ristrette sono 66.063 a fronte di 46.312 posti effettivamente disponibili, con un sovraffollamento del 142%. Giulia Troncatti, presidente dell’associazione Movimento italiano diritti detenuti: “È spaventosa la velocità con cui cresce il numero delle persone detenute. In un anno il sovraffollamento è aumentato di 6,5 punti percentuali. Lucca è al 270%”. Il movimento offre gratuitamente la prima intelligenza artificiale specializzata in diritti delle persone detenute. Le carceri italiane hanno superato la soglia delle 66mila persone detenute, per la precisione sono 66.063, secondo i dati del ministero della Giustizia aggiornati al 30 settembre 2026, “con un aumento del 6,5% rispetto al 2025. Siamo in una condizione di sovraffollamento spaventosa e tragica che ci ricorda molto quella del 2013, quando con la “sentenza Torregiani” l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo a causa del grave sovraffollamento delle carceri e dei trattamenti inumani e degradanti inflitti ai detenuti”, dice Giulia Troncatti, presidente dell’associazione Movimento italiano diritti detenuti. Un clima di insofferenza che grava sui detenuti e sul personale - “Di sovraffollamento si parla tanto, giustamente, ma è un problema che a cascata va a ledere tutti i diritti delle persone detenute. Non è soltanto una questione di spazi, è anche una questione di tempi dilatati. Oltre al fatto che le persone detenute si trovano stipate all’interno delle sezioni delle camere detentive, o si trovano a dover scontare la pena in una sezione diversa a quella a cui apparterrebbero perché l’amministrazione cerca di ottimizzare quanto più possibile gli spazi, c’è anche un tema di personale”, spiega Troncatti. “Essendo di più le persone in carico agli educatori o al personale penitenziario, ad esempio i tempi per accedere alle visite si allungano perché non ci sono gli agenti per poterle accompagnare, la possibilità di accedere alla turnazione per il lavoro si dilata. Il sovraffollamento crea un disagio diffuso all’interno di tutta l’amministrazione e genera un clima di insofferenza che grava sia sui detenuti sia sui detenenti”. Tra sovraffollamento e sottodimensionamento - La gestione delle carceri “ce l’ha in carico il personale e a livello strutturale sta creando una situazione di invivibilità importante. Ce lo dicono gli istituti, noi facciamo le visite con l’associazione Nessuno tocchi Caino e quello che emerge è una grande sofferenza diffusa. Al sovraffollamento si affianca il sottodimensionamento”, continua, “gli organici di personale sono sotto pressione. C’è una condizione che ci mette sempre più in una condizione di illegalità”. Escalation rapida della crescita del numero delle persone detenute - “È spaventosa la velocità con cui cresce il numero delle persone detenute. Rispetto all’anno scorso il sovraffollamento è aumentato di 6,5 punti percentuali. Ad aprile 2026 il sovraffollamento era del 138%, dopo appena cinque mesi, lo scorso settembre, ha raggiunto il 142%. Non è soltanto una questione di percentuale attuale, ma anche di escalation rapidissima. Entro la fine dell’anno non so dove arriveremo”. Queste percentuali sono la media, “ma la situazione cambia tra carcere e carcere, molti istituti hanno un sovraffollamento che supera il 150%, Lucca è al 270%. Questi sono i dati dell’ultimo rapporto di Antigone e del report del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, a cui noi ci atteniamo, oltre all’osservazione diretta fatta con Nessuno tocchi Caino”. Nelle celle non c’è posto per 20mila persone - Sono 66.063 le persone detenute attualmente “a fronte di una capienza regolamentare di 51.295 posti, ma di 46.312 posti effettivamente disponibili perché ci sono sezioni chiuse, altre che si sono allagate, altre ancora andate a fuoco. La maggior parte delle carceri sono fatiscenti, per cui non è inusuale che delle sezioni vengano chiuse. Poi a volte vengono anche ristrutturate, però tra la chiusura e la ristrutturazione le persone in quegli spazi non possono stare”, continua Troncatti. Un movimento per divulgare e dare un aiuto concreto - “Fare un’esperienza in carcere mi ha fatto capire la complessità di questo mondo e mi ha fatto incontrare delle persone che hanno una visione molto lucida di quello che servirebbe in questo momento all’interno degli istituti di pena. Mi sono anche resa conto della condizione di abbandono e di trascuratezza delle nostre carceri, che arriva anche alla violazione dei diritti umani. Da qui è nata l’idea di fare un movimento che avesse come obiettivi principali quello della divulgazione, parlando di carcere in maniera seria ad ampio respiro e che, allo stesso tempo, potesse fornire anche un aiuto concreto alle persone private della libertà. Abbiamo trovato anche l’appoggio della Fondazione Laura e Alberto Genovese, che ci ha permesso di avere un sostegno economico per poter far partire il progetto”, spiega Troncatti. Il Movimento italiano diritti detenuti “nasce a partire da un’iniziativa personale, poi ho trovato delle persone molto accoglienti rispetto a questo mio progetto”. Del Comitato scientifico fanno parte, tra gli altri, Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino ed ex deputata, e Stefano Simonetta, professore ordinario e prorettore dell’Università degli Studi di Milano. “Ho cominciato a fare la tutor didattica con l’Università Statale di Milano cinque anni fa”, dice Troncatti “con gli studenti che svolgevano l’università all’interno degli istituti di pena di Opera e di Bollate”. In 10 istituti il contatto con l’esterno con ZeroMail - ZeroMail è un servizio di posta elettronica, attivo per ora in 10 carceri. “Viene portato all’interno degli istituti per consentire alle persone detenute di mantenere un diritto al mantenimento degli affetti o un contatto significativo con l’esterno. È uno degli elementi che dovrebbe favorire poi il reinserimento, dovrebbe far parte di un percorso rieducativo”. Come funziona ZeroMail? “Noi assumiamo una persona o due (dipende dalla grandezza dell’istituto di pena), che lavora in articolo 21 all’interno del carcere. Vengono forniti da parte nostra un pc, una stampante e un collegamento a internet, che però è vincolato: si può andare soltanto sul sito che noi impostiamo per poter mandare le mail”. Questa persona “va nelle sezioni a prendere i fogli che vengono scritti a mano dalle persone detenute, vengono piegati per garantire la privacy. Li scansiona con la fotocopiatrice scanner e li invia all’indirizzo di posta elettronica che viene indicato sul foglio. Poi si occupa di prendere le risposte che arrivano dall’esterno, stamparle e consegnarle alle persone private della libertà. È un sistema sicuro, tra gli istituti in cui siamo attivi c’è anche Saluzzo che ha la sezione di alta sicurezza”, continua Troncatti. “Noi siamo aperti a qualsiasi tipo di incontro laddove ci siano istituti che abbiano voglia di attivare il servizio. Dove è attivo, funziona bene, anche perché è veloce. Le persone detenute hanno un indirizzo mail con un numero identificativo, per garantire la privacy”. La prima Ai specializzata in diritti delle persone detenute - Grazie all’intelligenza artificiale, il Movimento italiano diritti detenuti offre alle persone ristrette alcuni strumenti gratuiti. “Uno di questi è dedicato alla detenzione in condizioni umane e degradanti, si può compilare un’istanza (35-ter) con l’aiuto dell’Ai per capire se si ha diritto a un risarcimento per sovraffollamento. Non serve registrarsi: tutto quello che si condivide resta privato”. Un altro strumento è il calcolatore della liberazione anticipata. “Sia il generatore che fa le istanze di liberazione anticipata sia quello relativo all’articolo 35-ter si riferiscono alle richieste di risarcimento (in termini di giorni o di denaro) per trattamenti inumani e degradanti”. Il calcolatore del fine pena - Un terzo strumento è il calcolatore del fine pena, “che è connesso a tutti gli elementi che possono inserirsi all’interno del percorso di condanna della persona detenuta. La persona viene guidata nella compilazione ed esce non solo il risultato del fine pena della condanna, ma anche il fine pena reale della liberazione anticipata, considerando il giorno in cui si potrà potenzialmente accedere a delle misure alternative o all’articolo 21. Viene generato il pdf con l’istanza pronta da inviare al magistrato di Sorveglianza, integrabile con i propri dati personali, da inviare al Tribunale di riferimento”. La firma dell’accordo tra il Movimento italiano diritti detenuti e il Dap. Da sinistra, Andrea Noia, direttore Mission & Strategy del Movimento italiano diritti detenuti, Giulia Troncatti, presidente del movimento, il capo del Dap Stefano Carmine De Michele, Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino, Martina Piazza, responsabile dell’Area Lavoro del movimento Il movimento mette a disposizione questi strumenti, che ovviamente le persone detenute non possono utilizzare in maniera diretta perché non possono usare internet, “ma può farlo al posto loro un familiare o l’avvocato. Mettiamo questo strumento al servizio delle cliniche legali delle università, ce ne sono diverse in Italia. Noi abbiamo cominciato una collaborazione con quella di Ferrara e ci stiamo allargando ad altre. Le cliniche legali servono a intercettare le richieste reali delle persone detenute e a far esercitare gli studenti di Giurisprudenza, che si mettono in pratica. I nostri strumenti alleggeriscono di molto il lavoro, la compilazione è veloce e si può fornire subito un’istanza. Quindi, si velocizzano i tempi e c’è la possibilità di allargare in maniera più democratica l’accesso a queste misure”. Protocollo con il Dap. Si parte con la formazione in termoidraulica per le detenute - Un’altra iniziativa del movimento è quella di portare all’interno di tutti gli istituti in Italia una formazione lavoro. “Abbiamo firmato pochi giorni fa, il 30 settembre scorso, un protocollo d’intesa con il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria-Dap, di durata biennale, per promuovere la formazione professionale e l’inserimento lavorativo delle persone detenute ed ex detenute. Partiamo da un corso di Termoidraulica a Rebibbia femminile ad otto donne”, conclude Troncatti. Carceri e rivolte, il vero fronte è il diritto penale di Massimo Lensi thedotcultura.it, 7 ottobre 2026 La politica dovrebbe chiedersi se il sistema sia coerente con la Costituzione. Quanto è accaduto nei giorni scorsi al Don Bosco, il carcere di Pisa, dovrebbe aiutarci a riflettere non tanto sulle misure repressive e preventive del reato o sullo stato degradato dei nostri istituti penitenziari. È, invece, una buona occasione per compiere un passo avanti in un’altra direzione. Ha ormai poco senso tentare la via del “rientro nella legalità” del nostro sistema carcerario. Non ci sono orecchie politiche in grado di ascoltare. È una battaglia che conserva un significato importante, ma il fronte da riformare, a mio avviso, è un altro: il nostro sistema penale. Il senso della pena. Il Don Bosco di Pisa appartiene a una generazione di carceri vecchia e obsoleta, in cui il degrado strutturale è diventato parte integrante dell’esecuzione della pena: condizioni igieniche, spazi, strutture e tutto ciò che accompagna la detenzione finiscono per aggiungere alla pena qualcosa che la nostra Costituzione non prevede. La modernità penale inaugurata da Beccaria, che non era un giurista, si fonda su due cardini: la libertà e la garanzia assicurate dalla legge e lo scopo utilitaristico della pena, intesa come strumento di prevenzione della criminalità. Quella modernità si è poi evoluta, fino a definire la penalità anche come risposta di natura psicosociale, mettendo al centro il principio di colpevolezza: è punibile chi, essendo imputabile e consapevole del carattere illecito della propria condotta, abbia agito in condizioni di libertà. È un terreno sul quale si è sviluppata anche la riflessione sul “reato culturalmente motivato”, che mette in discussione il rapporto tra responsabilità individuale, cultura di appartenenza e ordinamento giuridico. Il fenomeno migratorio ne ha reso particolarmente evidente l’intreccio, anche nel sistema penitenziario e nei CPR. Il nostro prevalente orizzonte “nazionalistico” ha fatto il resto. Il diritto penale è forse l’unica branca del diritto che conserva un rapporto così stretto con una visione ideologica della sicurezza fondata sull’appartenenza nazionale. Il fenomeno che accompagna questa evoluzione prende il nome di panpenalismo. Il diritto penale diventa così la risposta ai bisogni di sicurezza, o alle domande sull’insicurezza sociale, alimentate da fenomeni diversi: la globalizzazione culturale, il multiculturalismo, il capitalismo finanziario e l’uso della tecnica, entrata ormai dappertutto e capace di produrre anche quella che chiamiamo “solitudine digitale”. Il penale risponde a queste istanze ampliando la risposta repressiva: nuovi reati, più carcere. Cerca di dominare la molteplicità sociale attraverso pochi principi di stampo quasi giusnaturalistico. La politica dovrebbe invece chiedersi se questa immensa area della penalità rappresenti davvero una risposta coerente con i principi della nostra Costituzione. Per me, ovviamente, no. Per questo sostengo che non servano nuove carceri, ma semmai meno, molto meno. Ciò non significa dimenticarsi del reato, ma ripensarne la configurazione e, soprattutto, approfittare dei nuovi orizzonti dell’esecuzione della pena: dalle misure alternative alla giustizia riparativa. Oggi chiudere un carcere vecchio è quasi più oneroso e lento che costruirne uno nuovo. Costruire nuove carceri significa però ampliare ulteriormente l’area del penale. Il vero fronte di riforma è invece la misurazione concreta dell’utilità sociale della risposta penale. È un fronte che interessa tutti, anche coloro che oggi si dichiarano giustizialisti: un carcere costa parecchio alle casse pubbliche. E qui torna, e chiude il cerchio, l’utilitarismo di Cesare Beccaria. La “rivolta” del carcere di Pisa ha, infine, un risvolto semantico singolare. Su qualche quotidiano è apparsa una frase che merita di essere ricordata: “Arrestati quattro detenuti”. Nel carcere di Pisa invasione di cimici sotto copertura di Sergio Segio Il Manifesto, 7 ottobre 2026 Nelle carceri l’estate 2026 sarà ricordata per il caldo torrido, quello stesso che ha afflitto i cittadini liberi, ma dai detenuti subìto senza il relativo beneficio di condizionatori, bagni di mare o almeno docce frequenti, gelati o bibite ghiacciate, correnti d’aria o ventilatori. Questi ultimi, per la verità, sono stati donati da volontari ad alcuni penitenziari rimanendo però abbandonati nei magazzini anziché essere distribuiti ai reclusi, in taluni casi, e, in altri, inutilizzati poiché veniva richiesto agli stessi il pagamento dell’energia elettrica. Anche la burocrazia sa essere un’incurante fonte di sofferenza aggiuntiva. Nel carcere di Pisa rimarrà pure impresso nella memoria di questi mesi un altro aggravio di pena, una pena ben poco rieducativa come Costituzione vorrebbe, essendo divenuta - anzi, ritornata a essere - pena corporale, afflizione che resta incisa nei corpi. In questo caso tramite i morsi di fameliche cimici, la cui infestazione si è diffusa in agosto nelle celle del Don Bosco. Sarà forse venuta da lì la pessima idea di aggiungere in alcune delle celle pisane un altro tipo di cimici, quelle elettroniche. Il 30 settembre i reclusi oggetto dello spionaggio se ne sono però accorti, forse perché, a differenza delle altre, queste non mordevano. La scoperta ha rapidamente ingenerato una protesta, con i detenuti che hanno occupato un reparto del penitenziario. Protesta, naturalmente immediatamente classificata quale rivolta, durata tutta la notte. Sino a che, come ha annunciato trionfante il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, l’ordine è stato ristabilito grazie al decisivo “ruolo di coordinamento della neocostituita Direzione generale delle specialità del Corpo di Polizia penitenziaria, attraverso l’invio dei negoziatori, di tre squadre del Gruppo di intervento operativo, giunte per l’intervento con un aereo militare della Guardia di finanza, unitamente alle due squadre del Piano operativo regionale”. Insomma, di uno spropositato esercito prontamente mobilitato per ricondurre alla ragione e all’obbedienza poche decine di detenuti comprensibilmente arrabbiati per essere, oltre che rinchiusi a friggere nelle celle, tormentati dalle cimici, quelle parassite e quelle spione. I primi commenti, al solito, fanno risalire l’accaduto al sempiterno e pur assai reale sovraffollamento, che tutto spiega, e all’altrettanto abusato argomento della carenza di personale di custodia, che tutto giustifica, ma che spesso fa torto al buon senso e ai numeri. Al Don Bosco, infatti, per i 303 detenuti presenti (su circa 190 posti disponibili) vi sarebbero 185 agenti, secondo gli stessi sindacati di polizia. Dunque, più di un agente ogni due reclusi. Rimane così in ombra la causa scatenante, ovvero i prevedibili effetti di quella legge 24 aprile 2026, n. 54, fortemente voluta dal governo, e in specifico del suo articolo 15 “Operazioni sotto copertura per la sicurezza degli istituti penitenziari”, che, all’opposto, produce tensioni alimentando paure, sospetti, diffidenze, conflitti, un possibile snaturamento degli operatori a vario titolo presenti negli istituti e, in definitiva, delle stesse funzioni della pena reclusiva. Una legge criminogena e pericolosa, come all’epoca aveva da subito denunciato un appello promosso da operatori e associazioni, a partire dalla Società della Ragione, secondo il quale quella legge costituisce un ennesimo passo verso lo smantellamento del carcere previsto dall’articolo 27 della Costituzione e una costante minaccia pendente sull’intera comunità carceraria. Proprio come da ultimo si è visto al Don Bosco di Pisa. Dove, ha infine annunciato il capo del Dap, “i capi della rivolta sono stati tratti in arresto e assicurati alla Giustizia”. Chissà che non si sia trattato di un’altra operazione sotto copertura. Lombardia. Carceri, un girone infernale: sette suicidi in otto mesi e quattro morti sospette di Federica Pacella Il Giorno, 7 ottobre 2026 La relazione del Garante nazionale: in Lombardia la percentuale più alta di gesti estremi. “Urgente ridurre il numero dei detenuti e investire sull’esecuzione penale esterna”. Sette suicidi su 22 morti in carcere. Numeri che vedono la Lombardia tra le regioni più critiche, ma che non sorprendono, vista la cronicità delle problematiche, a partire dal sovraffollamento. A mettere in fila i numeri è il report dell’Osservatorio penitenziario del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, che ha preso in esame l’andamento della mortalità e degli eventi critici dall’1 gennaio al 31 agosto 2026 (a firmarlo, Irma Conti, membro del collegio, e Giovanni Suriano, responsabile ambito penale). Partendo dai dati, nei primi otto mesi dell’anno in tutta Italia sono stati 49 suicidi, di cui 7 in Lombardia, il 14% del totale ed il numero più elevato tra le regioni. Due quelli avvenuti a San Vittore (Milano), uno a Bergamo, Brescia Nerio Fischione, Como, Cremona e Busto Arsizio. Restano anche 4 decessi per cause da accertare (37 in Italia) di cui 2 a Cremona, uno a Bollate ed uno a Pavia. Le morti per suicidio negli istituti lombardi riflettono il quadro nazionale: la totalità è maschile (93,88% in Italia) con nazionalità italiana (5 su 7), anche se il rapporto sul totale di detenuti italiani e stranieri è abbondantemente a sfavore di questi ultimi. In tutti i casi, queste morti sono avvenute in carceri sovraffollate. La connessione causale diretta non è individuabile, ma “le conseguenze che questa compressione comporta in termini di spazi vitali, accesso ai servizi, possibilità di svolgere attività trattamentali e condizioni igienico-sanitarie, sono elementi anche nella considerazione del quadro delle ampie vicende suicidarie”. Si tratta di un gesto che rappresenta spesso, infatti, la manifestazione di un profondo disagio emotivo (nel caso del detenuto lombardo, si registra come motivazione addirittura una forma di protesta). “Considerando lo scopo riabilitativo della detenzione sancito dalla Costituzione - spiega il rapporto - gli istituti dovrebbero offrire condizioni abitative e opportunità che favoriscono il percorso di reinserimento sociale delle persone detenute”. Inoltre, “è importante sottolineare l’urgenza di una riduzione del numero delle stesse persone per far fronte al problema del sovraffollamento, nonché investimenti sull’esecuzione penale esterna, e prospettive sociali di reinserimento”. Negli istituti lombardi dove i detenuti si sono tolti la vita, si sono registrati in un anno anche 131 tentativi di suicidio, 1.341 atti di autolesionismo (di cui 785 a San Vittore, 140 a Brescia Nerio Fischione, 210 a Cremona), 276 proteste o scioperi della fame o della sete. Questi eventi si rilevano anche negli altri istituti: 21 i tentativi di suicidio da gennaio ad agosto a Monza, 104 gli atti di autolesionismo in questa struttura; mentre Bollate è tra i primi 30 istituti per proteste e scioperi di fame e sete con 73 episodi, insieme a Monza con 63, Opera con 61, Cremona con 60, Milano ‘San Vittore’ con 57, Bergamo con 51, Pavia con 49 e Busto Arsizio con 47. Pimonte. Carceri, aumenta il numero dei detenuti che lavorano cr.piemonte.it, 7 ottobre 2026 “Tra i dati più positivi del panorama carcerario piemontese nel 2025 si rileva una crescita del numero di detenuti che lavorano. Un’occasione importante ai fini della rieducazione e del miglioramento della qualità della vita. Un dato che risulterebbe ancora più positivo se aumentasse il numero di chi è impiegato in imprese esterne al carcere anziché al servizio dell’amministrazione penitenziaria”. Lo ha dichiarato la Garante regionale delle persone detenute Monica Formaiano illustrando in Aula la relazione annuale relativa al 2025. “Un obiettivo - ha spiegato - che potrebbe essere raggiunto più facilmente potenziando le attività formative più qualificanti in base alla popolazione carceraria e alle caratteristiche produttive del territorio”. Garante regionale dal luglio dello scorso anno, Formaiano ha sottolineato “sostanziale continuità con l’operato di chi mi ha preceduta” e ribadito “l’importanza della funzione di garanzia quale figura promotrice di azioni di collegamento, collaborazione e impulso con tutti gli attori del sistema penitenziario e la necessità di rafforzare le politiche sanitarie e sociali, le iniziative scolastiche, formative e lavorative; tutte misure volte ad un effettivo e reale reinserimento sociale delle persone detenute”. Il suo intervento si è soffermato sulla difficile situazione che, con sfumature diverse, caratterizza gli Istituti carcerari piemontesi, “a cominciare dal cronico sovraffollamento e dalla vetustà degli edifici, carenti di manutenzione ordinaria e straordinaria” e sulle caratteristiche della popolazione detenuta, “in particolare quella che richiede interventi mirati particolari, quali gli anziani che necessitano di assistenza sanitaria più continuativa, la fascia dei giovani adulti, delle donne detenute, per le quali nel marzo scorso ho siglato un protocollo con la Commissione Pari opportunità per promuovere il lavoro e la medicina di genere, e delle persone transgender, che presentano problematiche peculiari”. “Delle 218 segnalazioni complessive pervenute agli uffici del Garante nel 2025 - ha affermato - sono 136 quelle giunte dall’inizio del mio mandato, cui sono seguiti colloqui e l’attività istruttoria che ha consentito di dare riscontri concreti. In particolare, aumentano le segnalazioni in ordine ai trasferimenti perché mantenere i contatti con la rete familiare è un supporto emotivo importante per chi è detenuto”. “Un nodo quanto mai dolente - ha concluso Formaiano - riguarda l’attenzione in merito all’applicazione dei protocolli di prevenzione di eventi critici quali suicidi ed eventi anticonservativi, che nel quasi il 50% dei casi riguarda autori di reati importanti contro la persona”. Veneto. Progetto “Crescere protagonisti della propria libertà”, oltre 40 i minori presi in carico percorsiconibambini.it, 7 ottobre 2026 Uno strumento che ha più braccia, diversi livelli operativi che hanno però un unico obiettivo: intercettare e prendere in carico i minori figli di detenuti, coloro che si trovano, spesso insieme al proprio nucleo familiare, a fare i conti con gli effetti negativi di una relazione parentale che diventa difficile e di un contesto sociale che tende ad escludere. Un tema estremamente attuale considerato che la popolazione carceraria, in Italia, è di 56.196, di cui 2.365 donne e 53.831 uomini, e tra loro sono stimati circa 25mila genitori. In Veneto, i detenuti sono 2.487, di cui 123 donne, e si possono stimare circa un migliaio di genitori. “Crescere protagonisti della propria libertà”, promosso nell’ambito dell’iniziativa “Liberi di Crescere” finanziato da Con i Bambini, è entrato a gamba tesa proprio in queste dinamiche per sostenere i minori figli di persone detenute e rafforzare le competenze genitoriali in contesti di fragilità. Partito a fine 2024 a livello regionale e capillarizzato nelle provincie di Verona, Venezia, Vicenza e Treviso, il progetto sta proseguendo la propria fase operativa e traccia un primo bilancio. Complessivamente, i bimbi e ragazzi presi in carico sono circa una quarantina. L’analisi dei dati raccolti nei diversi contesti territoriali evidenzia un andamento eterogeneo, caratterizzato da elementi comuni ma anche da specificità legate alle reti locali, al grado di collaborazione istituzionale e al livello di maturazione delle attività. Il progetto si concretizza come un intervento multilivello che, pur sviluppandosi in contesti territoriali differenti, mantiene una forte coerenza interna grazie a tre direttrici condivise: il sostegno ai minori e ai caregiver, gli interventi sulla genitorialità sia in ambito detentivo sia in esecuzione penale esterna, le azioni finalizzate al rafforzamento della rete. Questa impostazione comune consente di garantire un’identità unitaria al progetto, pur lasciando spazio a modalità di attuazione diversificate in base alle caratteristiche e ai bisogni specifici dei territori. Nel complesso, l’analisi dei diversi territori restituisce infatti un progetto capace di adattarsi ai contesti locali, pur evidenziando livelli differenti di maturazione. Pisa. Carcere, niente è cambiato. Nuovo sopralluogo di Eligi di Carlo Venturini La Nazione, 7 ottobre 2026 Il vice presidente della Commissione sanità regionale torna al Don Bosco: “Se l’Asl trova topi e cimici, onorare le prescrizioni e chiudere la struttura”. “Le carceri stanno diventando discariche sociali. Se le Asl fanno sopralluoghi e trovano topi, pulci, cimici e se le loro prescrizioni di risanamento non vengono onorate, si chiuda. Si deve chiudere un carcere come si chiuderebbe un esercizio commerciale”. Lo dice il consigliere regionale e vice presidente della commissione sanità Federico Eligi che è stato il primo esponente politico della Regione a fare ingresso al Don Bosco dopo la sommossa. Con lui il garante regionale Giuseppe Fanfani che dice: “Dalla sommossa non è cambiato nulla. E non ci scommetterei che qualcosa cambi a breve. Abbiamo constatato che le lamentele dei detenuti, le loro denunce sono vere: sovraffollamento e situazioni igienico-sanitarie invereconde nelle celle e non solo. È logico che essere reclusi così, vuol dire far saltare in aria la polveriera con un nonnulla. Ed infatti è successo”. Eligi punta il dito sul Governo, e dice: “Dopo la sommossa, non si è visto non dico un ministro ma manco l’ultimo dei sottosegretari. Dove è il commissario straordinario? Che fa? La chiusura di Sollicciano, il morto a Prato e poi la sommossa al Don Bosco. Si è visto qualcuno? Sollicciano è l’unico carcere in Italia chiuso da una Procura. Vi assicuro che il Don Bosco non è messo meglio. Per nulla. Mi batterò affinché almeno l’aspetto sanitario passi nella disponibilità, della Ars, della Asl e quindi della Regione. Una volta la popolazione carceraria era anziana. Oggi sono giovani e spesso stranieri. Cambiano le malattie e molti di questi hanno dipendenze non da una sostanza ma da molte. E poi voglio aggiungere: si trasferisce una decina di detenuti dal Don Bosco per colpa della sommossa e questi vanno a creare sovraffollamento in altre case circondariali? Continuiamo a nascondere la polvere sotto il tappeto”. Riprende Fanfani: “Ho parlato con un detenuto qui recluso per problemi di stupefacenti. Questo ragazzo, sì, ha sbagliato ma ha casa, famiglia, una madre e può avere un lavoro. Perché è qui? Vige il concetto, la prospettiva di punire e basta. Una grande maggioranza di questi reclusi, potrebbe avere pene alternative al carcere. Le leggi ci sono”. Venezia. Tubercolosi in carcere, due detenuti sono positivi di Edoardo Fioretto La Nuova Venezia, 7 ottobre 2026 Possibile contagio a Santa Maria Maggiore. Un recluso ricoverato all’ospedale di Mestre, altro caso sospetto individuato, pur essendo asintomatico. Il ministero: “Azioni preventive”. Sospetto contagio da tubercolosi nel carcere di Santa Maria Maggiore, dove sono scattati controlli a tappeto tra i detenuti della sezione interessata e gli agenti della polizia penitenziaria. Dopo il primo caso, quello di un detenuto ricoverato all’ospedale dell’Angelo e risultato positivo ai test, ieri mattina un secondo detenuto è stato trasferito in ospedale per ulteriori accertamenti. “La situazione è sotto controllo”, spiega il sottosegretario alla Giustizia con delega ai penitenziari Alberto Balboni, “ma ho chiesto alla direzione dell’istituto di Venezia un rapporto completo sulla situazione”. Un rapporto che, aggiunge, dovrà comprendere anche un riscontro dettagliato sulle due recenti evasioni. È proprio la sovrapposizione dei problemi a riportare l’attenzione sulle fragilità della struttura, da tempo indicate dai sindacati. Fonti ai vertici del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di Roma, confermano che per Santa Maria Maggiore sono previsti interventi di ammodernamento: più “sorveglianza passiva”, dunque nuove telecamere interne ed esterne alla struttura, e nuovi “impianti antiscavalco” sulle mura perimetrali. Misure pensate per colmare falle emerse di recente, quando due detenuti sono riusciti a superare le mura a distanza di pochi giorni. Nelle due evasioni del 17 e del 30 settembre, infatti, entrambi i detenuti sono riusciti a superare il muro di cinta. Il secondo è stato rintracciato poco dopo dalla Polfer di Mestre; il primo, un 33enne romeno in attesa di processo per rapina, risulta invece ancora ricercato. L’uomo avrebbe approfittato anche di un’altra criticità del carcere: i trasferimenti tra sezioni resi necessari dalle disinfestazioni contro le cimici dei letti, problema che da mesi interessa l’istituto. Gli interventi, affidati a una ditta privata, sono iniziati il 2 settembre e sono ancora in corso. Ora si aggiunge il fronte sanitario. Il primo detenuto è ricoverato da lunedì all’Angelo. Il secondo, risultato positivo a un primo accertamento diagnostico, è stato invece messo sotto osservazione ieri mattina. Da quanto risulta non presenterebbe sintomi e potrebbe trattarsi di un’infezione tubercolare non attiva, quindi non contagiosa. Al momento non risultano elementi che colleghino i due casi. Intanto sono attesi gli esiti di circa 40 test effettuati sui detenuti della stessa sezione e su una decina di agenti entrati in contatto con il primo paziente. Sempre dal Dap arriva la conferma che il protocollo è stato attivato: l’Usl è stata informata e sono iniziati gli screening per circoscrivere l’eventuale contagio. I controlli proseguiranno nei prossimi giorni, mentre la direzione dovrà ricostruire nel rapporto chiesto dal ministero anche tempi e modalità di gestione dell’emergenza. Il Ministero conferma che per ora non emergono segni di una diffusione più ampia. A Santa Maria Maggiore, però, l’ultimo allarme arriva su una struttura già sotto pressione. Napoli. Detenuto 16enne ingoia chiodi, piantonato per 10 giorni su una barella in pronto soccorso di Petronilla Carillo Il Mattino, 7 ottobre 2026 Ha ingoiato dei chiodi, forse per attirare l’attenzione o forse perché davvero voleva farla finita. Sedici anni, una sentenza passata in giudicato e un pezzo di vita, di adolescente, da scontare dietro le sbarre dell’istituto penitenziario minorile di Nisida. Il ragazzo ora è salvo ma il suo calvario racconta lo spaccato di un disagio che in tanti vivono negli ospedali ma che, forse, per lui è stato ancora più pesante proprio perché detenuto. A raccontare la sua storia sono i segretari provinciale, Pasquale Diana, e regionale, Federico Costigliola, del Sappe settore minorile. “Il ragazzo doveva essere piantonato - raccontano i due sindacalisti - perché detenuto e il servizio è stato svolto tra tante difficoltà per i colleghi e anche per lui”. Secondo il loro racconto il sedicenne sarebbe rimasto per dieci giorni su una barella tra i corridoi del pronto soccorso dell’Ospedale del mare. Nonostante le sue condizioni. Con tre agenti che più volte hanno chiesto per lui privacy e sicurezza visto lo status di detenuto. In un primo momento il ragazzo sarebbe stato schermato da un paravento, all’interno del quale si alternavano i tre agenti della penitenziaria che hanno svolto servizio per 13 ore continuative (a causa della carenza di personale penitenziario). Il tutto tra pazienti che arrivavano in codice rosso, emergenze e persone in attesa delle prognosi. Insomma, nel caos. Successivamente, spiegano Diana e Costigliola, un medico avrebbe garantito a tutti loro un posto all’interno di una delle stanze del pronto soccorso. La degenza è durata dieci giorni perché per il ragazzo era il secondo tentativo di suicidio e i medici, scrupolosamente, hanno voluto che anche le sue condizioni psicologiche fossero più stabili. “Riteniamo questa vicenda un esempio negativo di gestione organizzativa di un’emergenza sanitaria riguardante il carcere minorile di Nisida - dichiariamo Diana e Costigliola come Sappe - Una soluzione provvisoria può essere comprensibile nell’immediatezza del ricovero, ma il suo protrarsi per oltre dieci giorni richiede spiegazioni. La professionalità dei colleghi non può supplire indefinitamente alla mancanza di spazi adeguati e di un coordinamento efficace. Sicurezza del personale e dignità del minore devono essere garantite insieme”. Le osservazioni del sindacato riguardano esclusivamente gli aspetti organizzativi e le condizioni del piantonamento, nel pieno rispetto delle decisioni cliniche affidate ai sanitari. “Riteniamo necessario investire le competenti autorità locali, regionali e centrali affinché siano chiarite le criticità riscontrate e siano definite procedure condivise tra amministrazione della giustizia minorile e strutture sanitarie. Occorrono ambienti idonei, responsabilità individuate, un’organizzazione del servizio adeguata e soluzioni alternative quando gli spazi disponibili non consentano di tutelare sicurezza e riservatezza”. “È necessario intervenire al più presto e comunque prima che si verifichi una nuova emergenza sanitaria - concludiamo -. La dimissione del ragazzo non deve tradursi nell’archiviazione del problema: da questa esperienza devono derivare misure concrete che impediscano il ripetersi di condizioni analoghe”. Rovigo. Carcere minorile, il Ministero rassicura: personale in arrivo di Antonio Andreotti Corriere del Veneto, 7 ottobre 2026 Entro fine mese il carcere minorile vedrà un consistente aumento di agenti ed impiegati. Arriva a stretto giro di posta la replica del capo nazionale del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, Antonio Sangermano, alle critiche mosse da Nicolino Budano, segretario regionale della Uil-fp (Funzione pubblica) penitenziari. Critiche relative alla gestione del Minorile “Vivaldi” di Rovigo, pronunciate dal sindacalista all’esito della sua visita dei giorni scorsi alla struttura. Sulla modalità di apertura e chiusura del cancello del carcere, criticata da Budano perché usata manualmente pur essendo automatizzata, Sangermano spiega che “la soluzione è stata individuata per ragioni di sicurezza, tenendo conto anche degli interessi dei giovani ristretti”. Sulla carenza di organici lamentata dall’esponente della Uil-fp, che ha parlato di 26 agenti in servizio al Minorile rodigino su una pianta di 46, Sangermano ricorda che “entro la metà di questo mese arriveranno ulteriori unità dalla graduatoria dell’ultimo corso di allievi. Lo stesso vale, entro fine 2026, per il personale civile. I funzionari della professionalità pedagogica raggiungeranno le nove unità da organico, mentre il personale amministrativo-contabile arriverà a cinque unità su sette previste”. Netta anche la replica riguardo alle critiche di Budano relative alla presenza, ritenuta dal sindacalista insufficiente, di personale medico al “Vivaldi”. Afferma Sangermano: “Alla richiesta sindacale di estendere da cinque a 12 ore giornaliere il presidio sanitario, per limitare il ricorso al Suem-118, va detto che l’attuale organizzazione è il risultato di un accordo definito prima dell’apertura della struttura”. Il capo nazionale del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità risponde a Budano anche sui lavori di ripristino necessari a seguito dei disordini degli scorsi mesi di aprile e giugno di alcuni detenuti. “Gli interventi di ristrutturazione prenderanno avvio nei prossimi giorni” la replica di Sangermano. Con l’avvio dell’anno scolastico, aggiunge Sangermano, “sono state formate tre classi relative all’obbligo formativo, al triennio della scuola secondaria di secondo grado e all’alfabetizzazione, che coinvolgono la quasi totalità dei ragazzi. Sono inoltre attive diverse progettualità, dal teatro alla gestione delle emozioni, un laboratorio musicale, un altro sui comportamenti ed un terzo per l’orto sociale oltre a varie attività sportive”. Insomma al “Vivaldi” si scontano le pene ma si punta anche al recupero dei ragazzi. Varese. “Nessuno nasce innocente”, una serata sul tema delle carceri e della riabilitazione varesenews.it, 7 ottobre 2026 Venerdì 16 ottobre l'Odv “La Scelta” organizza la presentazione del libro di don David Maria Riboldi con Marco Linari. All'incontro prenderanno parte magistrati, cappellani e rappresentanti delle istituzioni. Una serata di confronto e riflessione sulle dinamiche del mondo penitenziario e sui percorsi di reinserimento dei detenuti. Venerdì 16 ottobre 2026, alle ore 20:30, il Salone Estense del Comune di Varese (in via Luigi Sacco 5) ospiterà la presentazione del libro-intervista “Nessuno nasce innocente”, scritto da don David Maria Riboldi, cappellano del carcere di Busto Arsizio, insieme al giornalista Marco Linari. L’evento, organizzato dall’Odv La Scelta con il patrocinio del Comune di Varese, sarà introdotto e condotto dalla presidente dell’associazione Mariella Meucci e vedrà in apertura un momento musicale dedicato a don Matteo Rivolta, cappellano della casa circondariale dei Miogni di Varese. La presentazione farà da punto di partenza per una tavola rotonda sulla realtà carceraria, alla quale prenderanno parte il sindaco di Varese Davide Galimberti, Maria Greco (presidente dell’associazione Assistenti Carcerari S. Vittore Martire), Annalisa Palomba (giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Busto Arsizio) e lo stesso don Matteo Rivolta. Durante l’iniziativa sarà possibile acquistare il volume direttamente in sala. Orvieto (Pg). Le pochette per i Premi Nobel confezionate dai detenuti Corriere della Sera, 7 ottobre 2026 La sartoria atelier MIR (Artisan of Peace) è nata nel 2013 a Orvieto dove accoglie soggetti “svantaggiati” e donne vittime di violenza e gestisce un progetto che coinvolge anche la Casa di Reclusione. Per gli ospiti del Festival dell'Economia Civile di Firenze che si è chiuso domenica sono state confezionare 1.200 pochette. Come materia prima, i ritagli di tessuto recuperati da grandi firme della moda. La mano d’opera quella di alcuni detenuti della Casa di reclusione di Orvieto ma anche persone disabili e donne uscite dalla spirale della violenza. Ed ecco come sono nate le 1.200 pochette (artigianali e etiche) donate ai Premi Nobel, a imprenditori e economisti di fama ospiti del Festival Nazionale dell’Economia Civile di Firenze che si è concluso domenica scorsa. In comune, sarte e sarti hanno la formazione con la Cooperativa sociale Mir-Artisan of Peace propone dal 2013. Ad insegnare l’arte del cucito sono sarte esperte del territorio. Tra gli allievi ci sono anche i tirocinanti del Sim, il Centro di igiene mentale. Dietro a ogni singola pochette c’è una storia di economia circolare e di inclusione sociale. Sono tutte diverse perché sono state lavorate una ad una, in modo sartoriale: ognuna è diversa dall’altra, impreziosita da passamanerie, cerniere rigenerate e tessuti pregiati - come quelli firmati da grandi case di moda quali Zegna, Cucinelli, Etro e Prada - recuperati da esuberi di produzione. Anche la scelta delle fodere è stata curata nei minimi dettagli, con alcune parti dipinte a mano con i caratteristici cuori firmati dal designer Nicola Pollasto. Molte delle pochette sono state tagliate dai detenuti all’interno del laboratorio “Dentro...Casa” attivo nella Casa di Reclusione di Orvieto, un percorso coordinato da Massimo Ercolani e Nicola Pollasto. Oltre cento pezzi sono stati realizzati utilizzando il pregiato tessuto di cotone prodotto direttamente dalla tessitoria interna del carcere orvietano. La sartoria atelier MIR (Artisan of Peace) è nata nel 2013 a Orvieto dove accoglie soggetti “svantaggiati” e gestisce un importante progetto di sartoria sociale ed economia circolare che coinvolge la Casa di Reclusione di Orvieto. La prima parte della lavorazione (il disegno, il telaio in cotone grezzo e il taglio) avviene all'interno del carcere di Orvieto grazie al lavoro dei detenuti. La fase finale di confezionamento, cucitura e ricamo viene completata nei laboratori esterni della cooperativa. Vengono utilizzati tessuti ecocompatibili, cotone 100% lavorato in carcere e stoffe riciclate o rigenerate provenienti da eccedenze aziendali o scarti industriali. Verona. Una porta colorata realizzata dai detenuti accoglie gli studenti del “Madonna di Campagna” di Adamo Chiesa lapiazzaweb.it, 7 ottobre 2026 Il progetto “A Noi In-Porta” del laboratorio artistico della Casa Circondariale porta nelle scuole il lavoro delle persone detenute. Il Comune di Verona è pronto a sostenere i costi dei materiali per gli istituti che vorranno aderire all’iniziativa. Una porta dai molti colori accoglie da ora i visitatori della segreteria dell’Istituto Comprensivo Madonna di Campagna San Michele. È stata realizzata durante l’estate dai detenuti del laboratorio artistico della Casa Circondariale di Montorio, nell’ambito del progetto “A Noi In-Porta”, nato per creare un collegamento tra il carcere e la comunità esterna. All’inaugurazione è intervenuta l’assessora alle Politiche educative e Scolastiche, Elisa La Paglia, alla presenza del presidente del Consiglio di Istituto Agostino Trettene. “Un lavoro che ha stupito tutti, non solo per l’idea di mettere in relazione il dentro e il fuori del carcere, ma anche per la sua bellezza”, ha detto La Paglia, sottolineando come l’intervento rappresenti molto più della semplice decorazione di una porta. “Ci sono sapienza, competenza tecnica e anche un lavoro fisico tutt'altro che trascurabile”, ha aggiunto. Per l’assessora, il progetto contribuisce anche a dare un significato più ampio agli spazi scolastici. La porta della segreteria, infatti, è molto frequentata, anche dai genitori, ed è visibile dall’esterno. “Le nostre scuole devono essere sicure, ma devono essere anche belle, capaci di ispirare e trovare senso ad ogni gesto”, ha affermato La Paglia. Durante l’inaugurazione l’assessora ha inoltre confermato la disponibilità del Comune di Verona a sostenere iniziative analoghe. Gli istituti che vorranno aderire al progetto potranno contare sul contributo dell’amministrazione, così che i costi non rappresentino un ostacolo. È stata inoltre individuata una soluzione tecnica che permette di realizzare il lavoro non soltanto su porte in legno. A coordinare il laboratorio artistico della Casa Circondariale è Luca Saggioro, responsabile del Cpia Madonna di Campagna San Michele. È stato lui a spiegare che per completare una porta possono essere necessarie anche due o tre settimane, motivo per cui i lavori vengono svolti durante l’estate, quando le aule non sono impegnate dalle attività didattiche. Saggioro ha ringraziato i colleghi della scuola, il presidente Trettene e l’assessora La Paglia per l’interessamento e il sostegno al progetto, ricordando anche il coinvolgimento della consigliera comunale Chiara Stella nella donazione di una porta alla scuola Duca D’Aosta. Alle scuole interessate ad aderire viene chiesto di sostenere soltanto il costo dei materiali, mentre alla realizzazione provvede il laboratorio. Per la dirigente dell’istituto, Antonella Berra, l’iniziativa rappresenta un'opportunità di inclusione e, allo stesso tempo, di riabilitazione per le persone adulte coinvolte. “Magari c'è chi non aveva mai dipinto e scopre di saperlo fare”, ha osservato. E proprio la scelta delle porte assume, secondo Berra, un significato particolare: “La porta, metaforicamente, è l'accesso, il passaggio da una realtà a un'altra, alla scoperta delle nuove possibilità che la vita può sempre offrire”. La scuola ha accolto il progetto con favore e si è detta disponibile a proseguire la collaborazione in futuro, mantenendo l’attenzione alla persona “a 360 gradi, dai più piccoli ai più grandi”. Porto Azzurro (Li). I detenuti si mettono nei panni dei volontari korazym.org, 7 ottobre 2026 Che cosa serve davvero a una persona detenuta per tornare a vivere nella società? Il Premio Carlo Castelli lo ha chiesto a chi il carcere lo vive ogni giorno, invitandolo a immaginarsi volontario e a indicare come aiutare gli altri. Hanno risposto in 67. Nei loro scritti ricorrono richieste concrete: essere ascoltati senza essere ridotti al reato commesso, mantenere i legami con le famiglie, acquisire competenze e trovare qualcuno che accompagni il ritorno fuori dalle mura. La XIX edizione del concorso letterario nazionale, promosso dalla Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV attraverso il Settore Carcere e Devianza, si concluderà venerdì 9 ottobre, alle ore 14.00, nella Casa di Reclusione ‘Pasquale De Santis’, a Forte San Giacomo 1, Porto Azzurro, sull’Isola d’Elba. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha destinato all’iniziativa una propria Medaglia di rappresentanza. Analogo riconoscimento dalla Camera dei Deputati. I nomi dei vincitori e i titoli delle opere premiate saranno annunciati durante la cerimonia. Il tema di quest’anno propone un cambio di prospettiva: ‘Se io fossi un volontario in carcere: come potrei essere una delle chiavi che aprono al futuro di speranza per me e per le altre persone detenute?’ Alle persone ristrette viene chiesto di diventare interlocutori del volontariato, capaci di suggerire quali presenze, attività e opportunità possano contribuire al cambiamento. ‘Nessuno cresce da solo’, scrive la Responsabile del Settore Carcere e Devianza Antonella Caldart. Da qui il compito di sostenere le relazioni affettive, recuperare la fiducia in sé e costruire un collegamento con la società civile. La richiesta che attraversa gli elaborati è quella di essere un ponte: ‘Perché il carcere è parte della nostra società’. Il riconoscimento letterario produce un aiuto concreto. Sono previsti tre premi da € 1.000 ciascuno, due per gli elaborati degli istituti per adulti e uno per quelli degli Istituti Penali per Minorenni. A ciascun premio si affianca una donazione di altri 1.000 euro: complessivamente € 3.000 agli autori ed € 3.000 per progetti di reinserimento. Le tre donazioni sosterranno un’iniziativa in un istituto penitenziario per adulti, una presso un Ufficio di Esecuzione Penale Esterna e una in un istituto minorile. Attraverso la propria opera, chi viene premiato contribuisce così a offrire un’opportunità anche ad altri. La giuria, presieduta dalla magistrata Maria Cristina Failla, già presidente del Tribunale di Massa Carrara, ha individuato anche undici elaborati ai quali assegnare un attestato di merito. Le tre opere premiate e le undici segnalate compongono l’antologia della XIX edizione, pubblicata da Anthology Digital Publishing e destinata alla diffusione nazionale in allegato alla rivista ‘Le Conferenze di Ozanam’. La tiratura supera le 13.600 copie: parole nate in carcere che potranno raggiungere lettori, famiglie e comunità in tutta Italia. Il Premio mette al centro la possibilità di assumersi la responsabilità del proprio passato e costruire un futuro diverso. Nell’introduzione all’antologia, Failla richiama la necessità di dare continuità alla formazione anche dopo la detenzione: un lavoro, una rete sociale e un accompagnamento capace di sostenere chi torna nella comunità. E’ su questo terreno che la scrittura incontra la funzione rieducativa della pena richiamata dall’articolo 27 della Costituzione. L’edizione 2026 porta all’attenzione pubblica anche le difficoltà di accesso alle opportunità culturali. Nella presentazione del volume, Antonella Caldart segnala ostacoli burocratici alla diffusione del bando e alle attività del volontariato: si rileva una diminuzione degli elaborati rispetto alle edizioni precedenti. Un tema che verrà ripreso anche dalla presidente della Giuria, dott.ssa Maria Cristina Failla e dal dottor Vincenzo Varagona, a sua volta membro della giuria e presidente dell’UCSI. Nell’intervento Antonella Caldart chiede un confronto sistematico con le istituzioni, insieme alle altre associazioni, perché l’accompagnamento delle persone detenute possa proseguire dentro e fuori dal carcere. La pena deve essere una fase di ritorno della Persona nella Comunità. Un impegno che comprende l’ascolto individuale, il sostegno alle famiglie e i laboratori culturali e lavorativi, ma anche la responsabilità di portare nel dibattito pubblico bisogni e proposte di chi vive la detenzione. La cerimonia e la diretta - La premiazione sarà condotta e moderata da Alessandro Ginotta, responsabile dell’Ufficio di Comunicazione della Federazione. Nel corso dell’appuntamento saranno proclamati i vincitori e letti alcuni degli elaborati più significativi. Sarà possibile seguire il pomeriggio dalle ore 14.00 sul canale YouTube della Società di San Vincenzo De Paoli. Dopo la premiazione è previsto un momento di convivialità interno all’istituto, con una performance musicale del gruppo Slenders che coinvolgerà anche alcune persone detenute. La Conferenza Stampa - Alla Conferenza Stampa sono intervenuti: Roberto Marini, Assessore del Comune di Portoferraio, Ivana Stromillo Educatrice della Casa di Reclusione Casa di Reclusione “Pasquale De Santis” di Porto Azzurro, Giada Fedi, Coordinatrice Regionale Toscana della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, Cristina Guerra, Presidente del Consiglio Centrale Livorno e Grosseto della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, Maria Cristina Failla, Presidente della Giuria del Premio Carlo Castelli, Vincenzo Varagona, Membro della Giuria del Premio Carlo Castelli e Presidente nazionale UCSI e Antonella Caldart, Responsabile del Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV. Roberto Marini, assessore del Comune di Portoferraio, ha portato i saluti del sindaco Tiziano Nocentini, ringraziando gli organizzatori e sottolineando il valore della scrittura come possibilità di raccontarsi, comunicare con il mondo e preparare il reinserimento nella società. Ivana Stromillo, educatrice della Casa di Reclusione ‘Pasquale De Santis’, ha portato i saluti della direttrice Martina Carducci, definendo la premiazione a Porto Azzurro “un bel ritorno a casa”, riferendosi alla prima edizione del Premio promosso dalla Società di San Vincenzo De Paoli, celebratasi nel 2002 proprio nel Carcere di Porto Azzurro. Ha ribadito l’impegno dell’istituto per favorire la partecipazione e fare dell’evento un’occasione di incontro tra carcere e società. Per la Società di San Vincenzo De Paoli, Giada Fedi ha espresso l’orgoglio di ospitare a Porto Azzurro la XIX edizione del Premio Castelli, nato per offrire alle persone detenute una finestra verso l’esterno e la possibilità di far sentire direttamente la propria voce. Fedi ha ricordato l’impegno dei volontari vincenziani negli istituti penitenziari toscani, nel sostegno alle famiglie dei detenuti e nella collaborazione con i tribunali per percorsi di volontariato presso l’associazione. Un servizio fondato sulla relazione personale, sulla visita domiciliare e sull’ascolto: aiutare chi è in difficoltà significa anche offrire dialogo, comprensione e accompagnamento nella quotidianità. Maria Cristina Failla, presidente della Giuria del Premio Carlo Castelli e già presidente del Tribunale di Massa, ha sottolineato il valore dell’ascolto, richiamando le parole degli autori in concorso: un ascolto che aiuta a guardarsi dentro ‘senza pregiudizio, ma anche senza scuse” e sa “scorgere l’uomo dove la società vede solo il reato’. Dalla lettura degli elaborati emerge l’importanza di un accompagnamento che prosegua oltre la detenzione: trovare qualcuno che chiami per nome, un luogo in cui essere accolti e un lavoro da cui ripartire può dare concretezza al reinserimento. Failla ha quindi auspicato che il Premio e l’impegno dei volontari possano continuare senza ostacoli, ricordando che la crescita personale di chi esce dal carcere rappresenta un beneficio per l’intera società. Quindi è necessario ‘riportare il carcere al centro della società’: è questo l’impegno richiamato da Vincenzo Varagona, presidente nazionale dell’UCSI e membro della giuria del Premio ‘Carlo Castelli, che ha sottolineato l’entusiasmo con cui i giornalisti cattolici partecipano all’iniziativa. Un’esperienza che si inserisce in un percorso di attenzione alle fragilità e di formazione a un’informazione capace di riconoscere la dignità delle persone detenute: ‘Il linguaggio esprime sempre l’evoluzione del pensiero’ evidenziando la responsabilità dei media nel contribuire al modo in cui la società guarda alla realtà penitenziaria. Accanto al valore del Premio come ponte tra carcere e società civile, Varagona ha segnalato un dato che sollecita una riflessione: dai quasi duecento elaborati di alcune precedenti edizioni si è passati a meno di settanta in quella attuale. Una diminuzione sulle cui ragioni la giuria si è interrogata, avanzando l’ipotesi che il bando non abbia raggiunto alcuni istituti, in particolare quelli di massima sicurezza, a causa delle recenti disposizioni del DAP. Da qui l’appello alle istituzioni “a non arretrare” e a creare le condizioni perché l’impegno della Società di San Vincenzo De Paoli, dell’UCSI e di tutti i soggetti coinvolti possa svilupparsi pienamente. Varagona ha inoltre richiamato la prospettiva di un coinvolgimento più ampio, capace di dare spazio, accanto alle persone detenute, anche agli agenti di polizia penitenziaria, alle dirigenze degli istituti e alle vittime dei reati. Un orizzonte di ascolto e confronto che renda concreto il dialogo tra carcere e società. Antonella Caldart, responsabile del Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, ha ribadito questo impegno, rilanciando l’appello alle istituzioni e alla società civile affinché opportunità culturali come il Premio Castelli non siano precluse a una parte importante della popolazione detenuta. Antonella Caldart ha definito la situazione inedita e grave, riferendo che due membri della giuria hanno rassegnato le dimissioni per richiamare l’attenzione delle istituzioni sulle difficoltà che alcuni vincoli burocratici stanno ponendo a chi opera volontariamente in ambito penitenziario. Un segnale che sollecita ascolto e confronto, perché l’impegno del volontariato possa continuare a offrire occasioni concrete di formazione e partecipazione. In questo quadro, Antonella Caldart ha sottolineato il valore formativo del Premio: la scrittura offre uno spazio per rileggere la propria esperienza, maturare consapevolezza e aprirsi al confronto con gli altri. Il Premio Carlo Castelli rappresenta così un ponte tra chi vive dentro il carcere e la società civile, attraverso il quale le parole possono oltrepassare le mura, suscitare ascolto e costruire relazioni. Consentire alle persone detenute di partecipare significa mantenere aperto quel passaggio e riconoscere nella cultura uno strumento essenziale di crescita e reinserimento. Milano. “Prova a sollevarti dal suolo”, Festival di Teatro e Teatro Carcere di Ludovica Sagramoso Sacchetti milanoteatri.it, 7 ottobre 2026 Ha scelto una frase tratta da “La leggerezza” di Giorgio Gaber - “prova a sollevarti dal suolo” - Ivana Trettel, regista e drammaturga che da oltre 18 anni, con Opera Liquida, lavora con gli uomini reclusi di media sicurezza nella Casa di reclusione Milano - Opera, per intitolare il Festival per un pubblico misto di persone detenute e provenienti dalla città. Giunto alla sua 8^ edizione e realizzato in collaborazione con la Direzione della Casa di Reclusione, si svolgerà dal 15 ottobre al 26 novembre nel Teatro del carcere. Quattro i titoli in cartellone. La rosa degli spettacoli tocca temi cari a Opera Liquida, la tutela dell’ambiente, la violenza contro le donne, i diritti dell’infanzia sfruttata. La Compagnia TeatRing porterà in scena Al posto suo, il 15 ottobre, Opera Liquida proporrà Selvatico Ancestrale il 29 ottobre, PEM Habitat Teatrali presenterà Lo sciopero delle bambine il 12 novembre, mentre, a conclusione del Festival, Opera Liquida sarà in scena con Undicesimo comandamento: uccidi chi non ti ama, un riallestimento del suo storico spettacolo contro la violenza sulle donne. Tutti gli appuntamenti inizieranno alle 20.30 e sarà necessario presentarsi almeno 40 minuti prima per l’accesso al carcere. Opera Liquida, che incontra ogni giorno gli uomini reclusi nel carcere di Opera, agisce, attraverso la prassi teatrale, in assenza di giudizio e vuole, con questo Festival, affermare il profondo valore dell’essere umano, in quanto abitante del pianeta terra. Per partecipare all’8^ edizione del Festival “Prova a sollevarti dal suolo”, è obbligatorio accreditarsi almeno dieci giorni prima dell’evento. Tutte le informazioni sono disponibili sul sito Opera Liquida. Il primo appuntamento sarà quello del 15 ottobre con Al posto suo, scritto e diretto da Marianna Esposito, con Alberto Corba, Diego Paul Galtieri, Giulio Federico Janni e Libero Stelluti della Compagnia TeatRing. La drammaturgia parte da una domanda: come vivrebbero gli uomini se il mondo fosse stato sempre matriarcale? I protagonisti sono quattro uomini che vivono in un mondo “al contrario”, costruito cioè su una società matriarcale. Ognuno di loro è alle prese con i problemi che hanno tutti i maschi di questo mondo: mantenersi giovani e belli, conciliare carriera e paternità, contrastare le discriminazioni di un mondo al femminile, dover fare il doppio della fatica rispetto alle donne per realizzarsi ed essere presi sul serio. Il ribaltamento dei ruoli porta dapprima a ridere e sorridere e poi a riflettere: perché piccoli soprusi quotidiani, quando sono declinati al maschile, ci appaiono in tutta evidenza come episodi di violenza? Perché proviamo fastidio se a raccontarli è un uomo, quando le stesse vicende, vissute tutti i giorni dalle donne del nostro mondo reale, sono costantemente minimizzate? Il 29 ottobre ci sarà Selvatico Ancestrale di Opera Liquida, uno spettacolo quanto mai necessario in un momento di emergenza climatica come quello che si sta vivendo ora. Drammaturgia e regia di Ivana Trettel, testi di Alessandro Arisio, Vittorio Mantovani, Christopher Santos e Ivana Trettel, con Anwar Ahmed, Alessandro Arisio, Carlo Bussetti, Alfonso Carlino, Babacar Casse, Michelangiola Barbieri Torriani, Vittorio Mantovani, Alex Sanchez e Nicolae Stoleru. Un filo d’erba, un albero, un’ape. Sono le forme di vita apparentemente più semplici a diventare protagoniste di questo progetto teatrale che intreccia teatro, fotografia, arte cinetica e inclusione per interrogarsi sul rapporto tra essere umano e natura. Lo spettacolo nasce dall’urgenza di dare voce a ciò che non ne ha e di raccontare la resistenza della natura e degli esseri senzienti di fronte alla distruzione. Al centro c’è la ricerca di una possibile armonia tra umano e mondo naturale, raccontata attraverso il corpo, la parola, le immagini, i costumi e lo spazio scenico. Fondamentale il sodalizio con la giornalista e fotografa Giuditta Pellegrini, che da dieci anni attraversa e documenta le foreste del mondo. Le immagini del suo progetto Selvatico Ancestrale entrano nello spettacolo e, trasferite sulla materia serica, diventano parte dei costumi ideati da Salvatore Vignola, simbolo di vita, memoria e speranza. A costruire il paesaggio scenico contribuisce “Strutturazione Tricroma”, opera del 1964 dell’artista cinetico Giovanni Anceschi, qui espansa fino a diventare un vero e proprio antro, una grotta, un rifugio. I colori elementari dell’opera evocano un possibile equilibrio tra l’essere umano e la natura. Terzo appuntamento del Festival “Prova a sollevarti dal suolo”, Lo sciopero delle bambine. L’eroicomica impresa del 1902, in scena il 12 novembre. Diretto da Enrico Messina che ne ha curato, insieme a Domenico Ferrari e Rita Pelusio testi e drammaturgia, è interpretato da Rita Pelusio e Rossana Mola. Lo spettacolo è ambientato nel giugno del 1902, quando il centro di Milano è attraversato da un corteo di giovanissime apprendiste-sarte che marcia verso la Camera del Lavoro. Sono le cosiddette “piscinine”, che in dialetto meneghino significa, appunto, “piccoline”. Hanno tra i 6 e i 13 anni, lavorano in ambienti insalubri e senza diritti, sfruttate e sottopagate, eppure trovano la forza di scioperare e, per cinque giorni, fermano l’industria della moda della città. La loro protesta attira attenzione e curiosità, scherno da parte dei giornali e dei padroni, sostegno da parte di intellettuali socialiste e femministe, come Anna Kuliscioff. A raccontare questa storia dimenticata sono due piccioni, due creature che abitano “le piazze” e che, nelle loro parole, rispecchiano lo sguardo contemporaneo, troppo spesso stanco e disilluso davanti alle sfide della storia. Mentre osservano la protesta delle più minuscole operaie, i piccioni creano un carillon filosofico e rarefatto, che lascia spazio alle domande grazie ad una narrazione arguta e ironica che ricorda una protesta che ha cambiato il corso della storia e della consapevolezza collettiva del lavoro femminile e infantile. Quarto e ultimo spettacolo il 26 novembre, Undicesimo comandamento: uccidi chi non ti ama, liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Elena Mearini econ gliscritti dei reclusi. In scena, accanto agli attori reclusi della compagnia Opera Liquida, anche Michelangiola Barbieri Torriani. Drammaturgia e regia di Ivana Trettel. “Noi calati nei panni delle donne violate, dei bambini coinvolti, della società indifferente - si legge nella presentazione dello spettacolo di Opera Liquida -, puntiamo la nostra lente emotiva, per mettere in guardia le donne affinché si difendano attraverso la legge. Un corto circuito per indagare sentimenti e reazioni. Gli uomini in scena si trasformano così in maschio, femmina, madre, padre, figli e folla silente, attraversando anche i reati minori, perché sono molte le forme di violenza diffuse nella mentalità comune. Quella mentalità che permette di pensare che le cose avvengano altrove, che fa discutere solo quando una donna muore. Il nostro contributo, nello strenuo tentativo di rimanere umani”. Una sorta di manifesto. Il Festival è sostenuto dall’Otto per Mille della Chiesa Valdese e gode del patrocinio del Comune di Milano. Opera Liquida fa parte della rete nazionale “Per Aspera ad Astra. Come riconfigurare il carcere attraverso cultura e bellezza”. È necessario accreditarsi almeno dieci giorni prima della data di ogni spettacolo, compilando il form sul sito www.operaliquida.org fornendo i propri dati anagrafici. La partecipazione è prevista per un pubblico maggiorenne. Gli spettacoli iniziano alle 20.30. Si prega di presentarsi all’ingresso almeno 40 minuti prima per le procedure di ingresso. Biglietti: €15 intero | €10 ridotto (under 26 / over 65) Info e prenotazioni: www.operaliquida.org E-mail: operaliquida@gmail.com Roma. Carcere: una maratona di letture per “Ripartire” di Stefano Caredda romasette.it, 7 ottobre 2026 La proposta di “Restart” al Teatro Porta Portese, grazie all’Opera Ronconi-Pennesi: il 19 ottobre tanti artisti a sostegno di donne appena uscite dal carcere che si avviano verso l’autonomia. Tre ore di suoni e di parole per una maratona di letture, musica e testimonianze, con tanti artisti uniti dall’obiettivo di sostenere donne appena uscite dal carcere che si avviano verso un percorso di autonomia. La serata lunedì 19 ottobre dalle 18.30 alle 21.30 al Teatro Porta Portese (via Portuense 102, ingresso gratuito) si chiama “Restart / Ripartire” ed è proposta dall’Opera Ronconi-Pennesi, ente ecclesiastico della diocesi di Roma, civilmente riconosciuto, che ha dato nuova vitalità all’antica sua vocazione di accoglienza e cura delle persone vulnerabili, con particolare attenzione alle donne che hanno vissuto procedimenti penali e situazioni di detenzione. Il cuore di questa storia è una palazzina di Monteverde Nuovo, la chiamano il villino “La Palma”: cinque piani con comodi appartamenti che accolgono fino a 16 persone. Ci vivono soprattutto ex detenute provenienti dalla sezione femminile di Rebibbia; l’ospitalità è totalmente gratuita. “Dopo averla ristrutturata, abbiamo arredato tutti gli appartamenti con mobili nuovi, per offrire alle ospiti un ambiente veramente bello e dignitoso”, racconta Paolo Bencetti, da otto anni commissario e rappresentante legale dell’Opera Ronconi-Pennesi. “Siamo l’unica associazione pubblica di fedeli della diocesi di Roma che fa questo servizio”. Una realtà nata dall’azione pionieristica di Guglielmina Ronconi (1864-1936) e di Evelina Pennesi (1893-1954), strutturata giuridicamente a cavallo fra gli anni 50 e 60 e ora nuovamente in prima linea. I fondi necessari arrivano oggi dai proventi di altri piccoli immobili di proprietà e dal sostegno dell’8xmille alla Chiesa Cattolica. Il ponte fra il “dentro” e il “fuori” è suor Federica Casaburi, domenicana della congregazione romana di San Domenico, da anni volontaria a Rebibbia femminile. Qui conosce, ascolta e accompagna chi, ormai vicina al lasciare il carcere, sarà poi accolta, per il tempo massimo di un anno e in semi-autonomia, al villino “La Palma”: “Sono donne che hanno bisogno di un aiuto per ripartire e hanno le risorse interiori per reinserirsi. Ognuna ha il suo mondo di priorità, molte hanno famiglie lacerate con cui provare a ricucire i rapporti”. Per loro anche un accompagnamento psicologico, percorsi di giustizia riparativa e la possibilità di un cammino di fede per chi lo desidera (l’assistente ecclesiastico è don Paolo Salvini). “Il carcere - dice suor Federica - non è un mondo a parte ma un’immersione nella società stessa: di solito rappresenta una parentesi nella vita delle persone e averne cura sarebbe interesse di tutti”. E invece “in carcere vedo la qualità di vita precipitare mese dopo mese: vi si è riversata una fetta di umanità con gravissimi problemi di tossicodipendenza e di disagio psichiatrico, il sovraffollamento cresce, gli spazi diminuiscono, e c’è una popolazione più arrabbiata e più sofferente. Da tempo è stato toccato il fondo e purtroppo stiamo iniziando a scavare”. In questo scenario, preziosissime “come un ruscello di acqua che attraversa un terreno arido” sono le attività culturali, formative e ricreative, che “permettono di “evadere” in modo virtuale e sano con la mente, col cuore, con lo spirito e con l’anima”. Fra queste anche le attività teatrali dalle quali derivano alcuni testi dell’evento del 19 ottobre. Patrocinato dall’assessorato alla Cultura di Roma Capitale, sul palco o in video una lunga lista di attori, registi, scrittori e musicisti: Moni Ovadia, Peppe Servillo, Rocco Papaleo, Marisa Laurito, Mario Martone, Igiaba Scego e altre decine di artisti, alle prese con testimonianze e scritti delle detenute, selezionati e rivisti per l’occasione da Canio Loguercio. È lui, cantautore da una vita, l’organizzatore della serata. “È iniziato tutto sotto casa mia, abito a pochi metri dal villino: mi è stata chiesta una mano e non ci ho pensato due volte”. E le adesioni - sottolinea - sono arrivate “con grande slancio: in fondo quello della rinascita e della ripartenza è un tema che almeno un po’ attraversa tutti noi”. Siracusa. Nelle carceri di Cavadonna e Noto partono i laboratori di scrittura wltv.it, 7 ottobre 2026 Sono iniziati i laboratori di scrittura attivati nell’ambito del progetto “Sprigiona il tuo cuore”, a cura della Cooperativa Sociale L’Arcolaio, con la scrittrice Alessia Franco e lo psicologo Francesco Faranna. Le attività hanno già preso il via ieri 6 ottobre presso la Casa Circondariale di Cavadonna a Siracusa e oggi, 7 ottobre, sarà la volta della Casa di Reclusione di Noto. “Sprigiona il tuo cuore”, ente capofila la Fondazione di Comunità Val di Noto, è un progetto selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile e pone al centro la tutela e il rafforzamento dei legami tra genitori detenuti e figli. Il laboratorio, condotto dalla scrittrice Alessia Franco, sarà incentrato sulla narrazione partecipata, intesa come esperienza attiva nella quale il racconto diventa uno strumento per esplorare altro e, progressivamente, arrivare alla narrazione di sé. Punto di partenza sarà una fiaba slovena, “Il bambino perduto”, utilizzata nella sua dimensione simbolica per accompagnare i partecipanti, attraverso corpo, voce e scrittura, a far emergere esperienze, emozioni e relazioni. “Viviamo in un tempo in cui la narrazione del sé rischia di essere svilita dal sensazionalismo e dalla ricerca del consenso immediato. Partire dalla fiaba permette invece di entrare nel racconto attraverso una strada diversa, non necessariamente razionale, e di arrivare, attraverso il corpo, la voce e la scrittura, a una narrazione di sé che non sia “acchiappa like”. Il punto d’arrivo è la condivisione, prima di tutto con i figli: ed è proprio questo il senso più profondo del percorso”, spiega Alessia Franco. Alla dimensione narrativa si affianca il percorso curato dallo psicologo Francesco Faranna, incentrato sul riconoscimento e sull’espressione delle emozioni, in una prospettiva complementare al lavoro sulla scrittura. In un contesto nel quale la distanza non è soltanto fisica, la scrittura può diventare uno spazio di relazione: uno strumento per dare forma alle emozioni, rielaborare il racconto di sé e mantenere aperto il dialogo con i propri affetti. La parola scritta può così contribuire a esercitare una presenza affettiva anche nella separazione e a ricostruire legami che la distanza ha reso più fragili senza necessariamente averli spezzati. Al termine delle attività, i testi elaborati durante i laboratori confluiranno in una pubblicazione che raccoglierà i racconti dei partecipanti, dando forma e continuità al lavoro svolto. “Dopo 33 anni in carcere da innocente nessuno mi ha chiesto scusa” di Francesca Pierleoni ansa.it, 7 ottobre 2026 Un caso considerato il più lungo errore giudiziario della storia italiana recente. È quello dell'ex pastore Beniamino Zuncheddu, oggi 62enne, condannato all'ergastolo per un triplice omicidio avvenuto nel 1991 a Sinnai, nel sud della Sardegna. La sua innocenza è stata riconosciuta con una sentenza di assoluzione solo nel 2024, dopo circa 33 anni di carcere, grazie all'impegno di un giovane avvocato, Mauro Trogu, che con una battaglia legale di sette anni, è arrivato ad avere la revisione del processo. Una storia che viene ripercorsa con rigore e intensità da “Zustissia” l'opera prima di Francesco Piras, tratta dal libro di Trogu e Zuncheddu “Io sono innocente” (De Agostini Libri). Nel dramma giudiziario in arrivo nelle sale in anteprima l'8 ottobre in Sardegna e dal 15 in tutt'Italia con Piper Film, a calarsi nei panni del pastore è Fabrizio Ferracane, mentre l'avvocato ha il volto di Michele Riondino, in un cast che comprende Geppi Cucciari, Paola Giannini, Jacopo Cullin, Francesco Colella e Philippine Leroy-Beaulieu. A conquistare l'attenzione nella conferenza stampa a Roma è soprattutto il vero Zuncheddu, al quale non è ancora arrivato il risarcimento principale per l'ingiusta detenzione (ne ha ricevuto solo uno di 30 mila euro per essere stato rinchiuso in celle piccole e sovraffollate, ndr): “Il film mi è piaciuto moltissimo, mi ha emozionato perché sono tornato indietro nel tempo a quando mi hanno preso. Anche se per raccontare tutto, dall'inizio alla fine ce ne vorrebbero molti di film” spiega con un sorriso. In questi due anni di libertà “mi sto riprendendo bene, non è più come agli inizi, che sembravo un cadavere ambulante”. Per reggere, durante la lunga detenzione “mi sono aggrappato un po' alla fede, un po' alla speranza, pensavo molto alla famiglia e al paese che hanno creduto in me. Mi dicevo “un giorno o l'altro uscirò da questo posto”. Dopo 33 anni di carcere, “nessuno mi ha mai chiesto scusa” aggiunge, citando anche l'appoggio che ha avuto, nel percorso per la revisione del processo, dal Partito radicale, che ora sta anche promuovendo la proposta di legge Zuncheddu, per garantire una provvisionale economica a chi alla fine di un processo è stato assolto: un assegno che parta dal momento dell'assoluzione fino alla sentenza di risarcimento del danno. “Forse potremmo inaugurare una nuova categoria, quella dei film urgenti - commenta Lisa Nur Sultan cosceneggiatrice di Zustissia con Niccolò Gentili - perché credo che dopo 33 anni sia abbastanza urgente ridare a Beniamino e a tutti i Beniamini d'Italia la dignità di poter pagare un caffè agli amici al bar senza aspettare i soldi della famiglia”. La sua vicenda “ci ha colpito tantissimo anche per il modo in cui lui non avesse scelto la rabbia (come reazione). Non è una storia di rancore o di vendetta ma una storia in cui le persone perbene si sono ritrovate, alleate e hanno fatto in modo che la giustizia curasse la giustizia”. Non si può “restituire veramente quello che Beniamino Zuncheddu ha vissuto - osserva Ferracane parlando della sua interpretazione -. Io l'ho incontrato una volta sola a Cagliari. Ci siamo abbracciati e abbiamo chiacchierato. Ho avuto la possibilità di vederlo nel modo in cui guardava gli altri, si muoveva. Ho cercato di infilarmi nei suoi silenzi”. Quando “sei eletto a raccontare una storia del genere - spiega Riondino - ti assumi una responsabilità ma hai anche un privilegio, quello di studiare le carte, di vedere negli angoli che cosa si nasconde, ed è quello che io ho avuto la possibilità di fare, sia da un punto di vista umano, personale, appassionato diciamo di certe tematiche, che da un punto di vista professionale”. L'errore giudiziario “che sta dietro la condanna di Beniamino Zuncheddu è il risultato di una serie di negligenze. Non è soltanto l'errore di un giudice, ma è l'errore collettivo”. Per Geppi Cucciari, che nel film dà volto a un altro personaggio reale, Irene testa, tesoriera del Partito Radicale e Garante dei diritti dei detenuti della Regione Sardegna, “la storia del mio conterraneo con una vita alle spalle così dolorosa, è anche l'esempio di una famiglia che non gli ha mai voltato le spalle - spiega -. Erano tante le ragioni per cui sono stata felice di dare il mio piccolo contributo per rappresentare il lavoro di una grande donna”. “Il detenuto non è una categoria di persona, ma solo una fase della vita di qualche d’uno” di Andrea Bressan Il Fatto Quotidiano, 7 ottobre 2026 “In carcere abbiamo trovato introspezione e curiosità della vita”: Sayf nel documentario “Il cielo in una stanza”. Nel lungometraggio, il rapper riflette coi detenuti della Casa di Reclusione di Chiavari (Genova) sul concetto di libertà, ascolta i loro brani rap e porta le loro parole oltre le sbarre. La detenzione deve tendere alla riabilitazione e ad un graduale reinserimento nella società. È dall’articolo 27 della nostra Costituzione e dal “potere della musica” che si sono poggiate le pietre fondanti per la realizzazione del documentario “Il cielo in una stanza”, girato all’interno della Casa di Reclusione di Chiavari (Genova) con la partecipazione di Sayf in dialogo con i detenuti della struttura. Il lungometraggio rappresenta un viaggio dentro le mura del carcere, con l’obiettivo di raccontare quanto l’ascolto della musica, in quegli spazi, sia un’opportunità di dialogo, incontro e riflessione. Scritto dal giornalista e autore Claudio Cabona e diretto dal regista Yuri Dellacasa, il contenuto è già disponibile sul canale YouTube dell’artista. L’opera di Gino Paoli dà il titolo al documentario. Brano che torna anche nel finale della proiezione, quando Sayf ne offre una personale interpretazione, accompagnato dalla tromba. Il progetto è stato realizzato grazie al sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo, e si inserisce nell’ambito delle attività dell’associazione “Il Cuore di Federico”. Sebbene l’accesso alla musica negli istituti penitenziari non sia sempre immediato, agevole e scontato, il carcere di Chiavari promuove da tempo laboratori volti alla promozione della musica anche come forma di terapia e di arricchimento culturale. A uno di questi laboratori ha preso parte Sayf, che nel documentario riflette con i detenuti sul concetto di libertà, ascolta i loro brani rap e porta le loro parole oltre le sbarre, “liberandole”. Il documentario vuole dimostrare come l’ascolto e la pratica musicale non rappresentino uno svago, quanto uno strumento educativo e riabilitativo. “È venuta fuori roba veramente interessante - ha dichiarato l’artista -. Abbiamo trovato livelli di introspezione, di curiosità della vita e di approfondimento che, tante volte”, ci si potrebbe aspettare “in altri contesti. E invece è stata trovata lì”, anche attraverso “l’arte di creare delle canzoni con pochi mezzi, arrangiandosi con la creatività”. “Ho sconfitto l’odio” di Veronica Bianchini Vanity Fair, 7 ottobre 2026 Davide Cavallo, 22 anni, studente dell’università Bocconi di Milano. Ha intrapreso un percorso di giustizia riparativa nei confronti dei suoi cinque aggressori. Ora vorrebbe raccontare la sua storia ai giovani, perché ritrovino, non la retta via, ma sé stessi. Come sta provando a fare lui: “Ogni volta che mi chiedono da dove è arrivato il perdono, devo fare un appunto. Prima del perdono c’è stato il rispetto per l’essere umano: per me stesso e per i miei aggressori. Non potevo fare quello che ho fatto senza riconoscere che loro non erano diversi da me”. Davide Cavallo ha 22 anni e studia alla Bocconi. All’alba del 12 ottobre 2025, alla fine di una serata nella zona di corso Como, a Milano, cinque ragazzi, di cui tre minorenni, lo hanno aggredito per rubargli 50 euro. Uno lo ha colpito con due coltellate: Davide ha rischiato di morire dissanguato e ha riportato una lesione neurologica che gli ha lasciato danni permanenti. L’aggressione ha ferito il suo corpo, ma non la sua capacità di cercare un senso né la sua fede. Davide ha scelto di incontrare e abbracciare i suoi aggressori, si è detto disponibile a un percorso di giustizia riparativa e ora vuole trasformare quello che ha vissuto in qualcosa che possa aiutare altri ragazzi. Come sta oggi? “Vivo, sempre di più. Ogni giorno mi stupisco di essere riuscito a gestire così bene psicologicamente quello che mi è accaduto”. E fisicamente? “Non vivo la disabilità come una frustrazione costante. Non è solo una parte rotta di me, è qualcosa che richiede attenzione, un amore specifico. Ho recuperato tanto e continuo a recuperare. Ogni caso neurologico è diverso, ma in generale sono andato alla grande. Quello che si vede, però, è una parte superficiale: i problemi principali riguardano la sensibilità, gli organi, la muscolatura interna profonda”. Ci spiega meglio? “Il movimento mi stanca, ma c’è. Ho faticato ma sono felice di averlo recuperato. Ma la sensibilità è un’altra cosa. Non posso essere sicuro che ciò che sento stia accadendo davvero, o che sia precisamente quello: penso che sia caldo e invece è freddo, penso di essere a terra e invece sono sulle scale. È una fatica costante”. Che cosa è cambiato nel modo in cui percepisce sé stesso? “Ora devo avere una forma di presenza e di attenzione perenne, che mi fa pensare: ma dove ero prima? Prima riuscivo a pensare a due o tre cose contemporaneamente mentre ne facevo una quarta. Lo chiameremmo multitasking, ma spesso è semplicemente distrazione, incapacità di stare nel qui e ora. Adesso mi sento più centrato”. E nel suo modo di vivere? “Mi godo molto di più le cose, sono più presente. La sensazione che tutto ciò che sei possa esserti strappato dalle mani in un secondo non lascia più spazio a quella sorta di bulimia di esperienze che caratterizza un po’ tutti, noi giovani in particolare”. Che cosa ricorda di quella notte? “Dell’aggressione non ricordo nulla. Ho solo qualche brutto flash dell’ospedale. Di quel giorno mi tornano in mente due cose: io che, sette ore prima, interrompo una telefonata con un amico e, poco dopo, scelgo un maglioncino verde, spesso, per fortuna. Poi il blackout. Anche se so che da qualche parte il ricordo esiste. La terapia intensiva è stata pesante: vedevo la morte, avevo allucinazioni. Per due o tre giorni sono stato convinto di avere 24 anni anziché 21”. Il corpo, invece, ricorda? “Qualcosa. Se mi toccano il fianco vicino alla ferita, da dietro, io sobbalzo, mi viene l’ansia. Anche prendere per mano i ragazzi che mi hanno fatto questo, abbracciarli, è stato in parte spinto dal desiderio di insegnare al mio corpo che il loro è soltanto un corpo umano, come il mio”. Com’è arrivato alla decisione di perdonarli? “Prima ancora del perdono ho riconosciuto la loro umanità: la capacità e l’opportunità di cambiare la propria vita, in positivo o in negativo. Alla loro età anche io avevo la possibilità di prendere cattive strade e decisioni sbagliate. Essere stato più fortunato, non aver vissuto determinate situazioni, non mi rende più speciale. L’ho fatto perché, tra tutte le possibilità, era quella che mi dava più pace e mi faceva sentire utile, presente. Spesso la rabbia è un pretesto per allontanarsi dalle cose ed evitarle”. La rabbia non c’è mai stata? “Sì, c’è stata e a volte c’è ancora. Ma avere rabbia per l’evento e averla per gli effetti sono due cose diverse. La rabbia avrebbe avuto senso in quel momento. Adesso essere arrabbiato con loro servirebbe a punirli? Di sangue ne ho già perso abbastanza. Non ho voglia di inacidirmelo di più. La rabbia è arrivata, ha fatto il suo e poi è passata. Vivere nel rancore mi avrebbe condannato. L’ho capito subito: quanto prima avessi cominciato a perdonare, tanto prima mi sarei liberato. Ora è altro: è frustrazione”. Che cosa ha provato quando li ha incontrati e abbracciati? “Un appoggio reciproco. E durezza per tutti noi, nei confronti della situazione. Io ho vissuto l’ospedale, loro il carcere o la comunità. E poi c’era anche una grande concretezza: non basta dire che ci siamo, bisogna mettersi uno davanti all’altro, tenersi per mano, abbracciarsi, collaborare per evitare il riproporsi della dinamica di quella sera”. Voleva che vedessero le conseguenze delle loro azioni? “Per me era indecente che, dopo quello che era successo, non dovessero nemmeno guardarmi in faccia. La prima cosa che ho fatto è stata descrivere quanto stessi male. Non volevo dire: “Vi voglio bene comunque”. Volevo guardarli negli occhi. A livello biologico, lo sguardo dell’altro è il primo interruttore contro l’aggressività. Mostrarmi a loro con i danni che mi avevano causato era parte naturale del processo che avevano iniziato. Se hai avuto il coraggio di fare quello, abbi il coraggio di guardare questo: sono la stessa cosa. La distanza ci spinge spesso a separare un atto dalle conseguenze. Non volevo che accadesse. La punizione è capire il male che hai provocato”. Che effetto le ha fatto sapere che, nelle intercettazioni, ridevano quando hanno saputo che rischiava di rimanere paralizzato? “Mi ha fatto paura il fatto che uno a 19 anni, quando la sua vita va a rotoli, reagisce ridendo. Mi ha annichilito”. Pensa che abbiano capito ora? “Non possono materialmente farlo: avrebbero dovuto passare un mese con me. Io ho rischiato una depressione profondissima, una vita spezzata e con la mia anche quella di tutti coloro che avrebbero voluto starmi vicino. Però tutti e cinque hanno fatto un percorso verso una direzione. Possono anche fare un centimetro all’anno: l’importante è che abbiano chiaro quale sia la direzione giusta. E quello l’ho visto”. Ha fiducia che possano fare un vero percorso? “Qualcuno di loro sì. Non so dire chi. Il cento per cento sarebbe il mio sogno: se arrivassero lontano nella vita tutti e cinque, sarei contento”. Ha paura quando esce la sera? “A volte sì, sto più attento. Ma continuo a uscire, a fare le mie cose. Oggi sono grato per tutto quello che posso fare e per me essere grato significa celebrare davvero la vita”. Quanto ha contato la fede? “Prima dell’incidente mi stavo riavvicinando a Dio. In rianimazione l’unico oggetto che poteva entrare era un crocifisso che mi aveva fatto portare mia madre. È rimasto con me tutto il tempo e, quando sono uscito, un’infermiera mi ha rincorso per riportarmelo. Lì ho cominciato a capire. Più passava il tempo, più vedevo ciò che Dio è per me. Non dico che ho cominciato a crederci: per me è stato vedere, e poi sentire, qualcosa”. E la preghiera? “Ho ricevuto una quantità assurda di preghiere mentre ero in ospedale. Mia madre frequenta una comunità religiosa e aveva chiesto alle persone di mandarmi energie positive. Io quelle preghiere le sentivo: stavo meglio. Per questo dico sempre che, quando non si può fare niente per qualcuno, bisogna pregare. Se non vuoi credere che aiuti la persona che sta male, sappi almeno che aiuta te”. Quanto le è stata vicina la sua famiglia? “È stata la mia salvezza immensa. In ospedale ero limitato da tanti punti di vista e, in fondo, ero molto solo. Ma loro c’erano sempre”. Ha detto che la cosa che più le manca è l’agilità. Vuole ancora tornare a ballare? “Sì. Io non sono un ballerino, ma mi piace ballare, muovermi, correre. Non mi ero mai reso conto di quanto fosse importante per me. Mi fa impazzire. A volte ho così tanta energia repressa che vorrei arrampicarmi sul muro, salire su una sedia, mettermi sotto il tavolo. Ho riscoperto la gioia del movimento e, anche quando il mio corpo sembra un sacco di patate che prova a ballare, non me ne importa niente. Poco prima dell’incidente, avevo cominciato a riprendermi mentre danzavo. E così, grazie a Dio, ho dei ricordi di come mi muovevo allora”. Come vuole trasformare quello che le è successo? “Vorrei trovare un modo per arrivare ai giovani. Vorrei riportarli non sulla retta via, non conosco un concetto del genere, ma a sé stessi. Io ci ho messo tanto per tornare a me stesso e ci sono arrivato attraverso una strada lunga e tortuosa, costretto da un evento traumatico. Andrò a parlare nelle scuole, nelle carceri. Le storie possono cambiare il mondo e ho visto che la mia fa partire una riflessione. Non sarebbe giusto lasciare tutto quel dolore lì, inutilizzato”. Spera che la sua storia possa aiutare qualcuno? “Mi basterebbe aiutare anche una sola persona: la sua vita per me vale quanto la mia nei mesi in cui ho dovuto rimettermi in piedi. Nel salvare gli altri, forse, spero di salvare un pochino anche me stesso”. “Tagliati i fondi contro la violenza di genere a scuola” di Luciana Cimino Il Manifesto, 7 ottobre 2026 La denuncia del Pd. Le risorse per il decreto scuola prese dalla Manovra. Il decreto scuola, approvato in fretta in furia per esigenze elettorali, continua a suscitare polemiche. L’ultima riguarda le coperture finanziarie. Non è un caso, infatti, che il provvedimento sia rimasto nelle mani della ragioneria generale dello stato un giorno in più di quanto preventivato. Secondo il Pd le risorse sono stati trovati prosciugando il fondo per le attività educative contro la violenza sulle donne. “È gravissimo che il governo abbia deciso di finanziare il fondo contro il cyberbullismo sottraendo 4 milioni di euro, per ciascuno degli anni 2026 e 2027, a quello destinato alle scuole per il contrasto della violenza di genere”, ha denunciato la capogruppo dem in commissione Cultura alla Camera Irene Manzi. Le risorse per l’educazione sessuoaffetiva, 7 milioni di euro, erano state inserite nella legge di bilancio dello scorso anno proprio, ricorda Manzi, “grazie a un emendamento del Pd al Senato”. Adesso la metà è finita nel decreto Scuola alla voce “contrasto al cyberbullismo”. Una questione “importante che va finanziata- sottolineano i democratici - ma è incomprensibile sottrarre risorse proprio all’educazione al rispetto”. “Già è un drammatico provvedimento-propaganda per rincorrere Vannacci ma oltre al danno la beffa: Valditara fa il gioco delle tre carte con i fondi”, insiste la senatrice Cecilia D’elia, vicepresidente della bicamerale Femminicidio e prima firmataria dell’emendamento che stanziava i 7 milioni di euro.Per ironia della sorte, il decreto sarà convertito in legge entro fino novembre e quindi in concomitanza con la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il 25. “Arrivati a questo punto, una domanda alla presidente del Consiglio appare urgente - ha detto Michela Di Biase, relatrice alla camera del provvedimento sul consenso - Meloni ha un problema con la lotta alla violenza sulle donne?”. “Non è vero”, la risposta del ministero dell’Istruzione (e del merito). Anzi, sì ma è stato fatto per un motivo, secondo Viale Trastevere: “La norma aveva istituito presso il ministero dell’Interno un fondo da ripartire tra i comuni, che avrebbero poi dovuto erogare i contributi alle scuole: un meccanismo che si è rivelato farraginoso e che non avrebbe consentito di utilizzare quelle risorse”. Quindi, la spiegazione di Giuseppe Valditara, il decreto era necessario “per evitare che quei fondi andassero persi”. “Ricostruzione molto parziale”, la replica del Pd. “Comprendiamo l’imbarazzo di Valditara, ma è scandaloso sostenere che i fondi per la prevenzione della violenza sulle donne non siano stati ridotti, il ministro spieghi le ragioni di questa scelta e assuma l’impegno per reintegrarli”. Valditara, però, più che dai contrasti con il centrosinistra, è molto concentrato sulla rivalità a destra con Vannacci. E dunque ieri ha preferito replicare a muso duro al suo ex braccio destro Rossano Sasso, ora con FnV, che aveva proposto lo psicologo obbligatorio. “Una stupidaggine”, l’ha bollata il ministro leghista. Guarda, annuncia, ripeti. Il codice della violenza che “ispira” i ragazzi dalla rete fino alla classe di Giovanni Ravasio Il Dubbio, 7 ottobre 2026 “Never lose your smile”, non perdere mai il sorriso. “Billions must die”, miliardi devono morire. “High score”, il punteggio, cioè il numero dei morti. “Supreme gentleman”, il gentiluomo supremo, come si definiva Elliot Rodger, che nel 2014 a Isla Vista, in California, ha ucciso sei persone prima di togliersi la vita. Nei video e nel manifesto lasciati prima della strage incolpava le donne che lo avevano rifiutato e gli uomini che, secondo lui, avevano preso il suo posto. Ho sentito queste frasi in classe più di una volta, dette da ragazzi di 12 e 13 anni. Se sappiano da dove vengono, non è sempre chiaro. Forse sì, forse no. Di certo vengono tutte dallo stesso posto: la True Crime Community e la galassia che i ricercatori chiamano nichilismo violento. “Never lose your smile” è il motto di alcune divisioni online neonaziste. “Billions must die” nasce come meme ironico su 4chan. Faccio l'educatore e il formatore. Ogni settimana entro nelle scuole medie e superiori, nei centri giovanili e negli oratori della provincia di Bergamo. Con gli adulti tengo corsi per insegnanti e genitori. Nell'ultimo anno e mezzo ho visto entrare nel vocabolario giovanile termini e nomi che prima non sentivo offline. Ragazzini delle medie sanno chi era Adam Lanza, che nel 2012 ha ucciso venti bambini e sei adulti nella scuola elementare Sandy Hook, in Connecticut. Conoscono Eric Harris e Dylan Klebold, i due studenti che nel 1999 hanno fatto strage alla Columbine High School, in Colorado. Ne usano il lessico. Quando ne parlo agli insegnanti, parto sempre da lì. Harris e Klebold hanno lasciato diari, video e disegni: materiale da studiare e imitare. Nel computer di Lanza gli investigatori hanno trovato un foglio di calcolo con centinaia di stragi ordinate per numero di morti. Una classifica. Nel 2019 Brenton Tarrant ha ucciso 51 persone in due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda, trasmettendo tutto su Facebook. Da allora il formato è fisso: manifesto prima, diretta durante, montaggi dopo. È lo stesso formato che i ragazzi vedono circolare nei loro canali. Dallo schermo alla classe - Quei nomi arrivano da uno spazio online preciso, la True Crime Community, TCC. Nasce come comunità di appassionati di cronaca nera. La sua frangia estrema trasforma gli autori delle stragi in “santi” da venerare e imitare. Per capire come funziona dall'interno ho collaborato con Elisabetta Rosso, giornalista di Fanpage.it , nel suo podcast Abisso. È rimasta quattro mesi in queste chat con un profilo falso, producendo un video-reportage che descrive in maniera accurata il fenomeno. Il 25 marzo quel mondo è uscito dallo schermo a pochi chilometri da dove lavoro. A Trescore Balneario un tredicenne ha accoltellato la docente di francese Chiara Mocchi. Filmava in diretta. Sulla maglietta aveva scritto a mano “Vendetta”. Da quel giorno gli insegnanti che incontro mi fanno domande diverse. Poi il modello si è ripetuto. Il 29 maggio, a San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, un dodicenne ha provato a colpire il professore di tecnologia. Sul casco aveva due scritte: “Columbine” e il nome del ragazzo di Trescore. A settembre, a Roma, nel quartiere di Centocelle, un tredicenne ha spruzzato spray urticante contro la professoressa Isabella Marsilio e poi l'ha colpita con un coltello. In testa aveva un casco con un telefono per trasmettere tutto su Telegram. Lo ha bloccato un compagno di classe. Cinque giorni dopo, mercoledì 23 settembre, a Lamezia Terme, uno studente di 14 anni ha nascosto un coltello nei bagni della scuola. Voleva colpire la professoressa di italiano. Aveva annunciato il piano in un gruppo Telegram. Alcuni compagni della chat lo hanno segnalato agli adulti e i Carabinieri lo hanno fermato in tempo. Quando il meme diventa un linguaggio - I ragazzi che incontro non sono potenziali assassini. Quasi tutti restano spettatori. L'ingresso passa dall'ironia: un meme, un video su TikTok, una parola chiave nei commenti. Poi qualcuno manda il link a un canale Telegram. A quel punto l'ironia diventa la lente con cui guardano il mondo. Una strage diventa un contenuto. L'autore diventa un personaggio, con le sue frasi e i suoi simboli da ripetere. Dentro i gruppi c'è una spinta precisa. Chi parla e non agisce viene accusato di “larpare”, cioè di recitare una parte. Chi agisce entra nella galleria dei santi. Il ragazzo più fragile sente di dover dimostrare qualcosa. La community prende il suo risentimento verso il mondo, giusto o sbagliato che sia, e gli dà una forma: una maglietta, un casco, una diretta. Agli incontri con insegnanti e genitori la prima domanda è sempre la stessa: come ce ne accorgiamo? Rispondo che spesso non ce ne accorgiamo. I segnali stanno in un telefono che gli adulti non guardano, scritti in una lingua che non conoscono. Il vocabolario cambia in fretta. Le chat chiudono e riaprono in poche ore. Quello che possiamo fare è sapere che queste community esistono, riconoscerne i codici di base e parlare con i ragazzi senza liquidare il loro mondo come stupido. Molti di loro sono curiosi e intelligenti. Capiscono subito quando un adulto li prende sul serio e quando li giudica. A Lamezia l'allarme non l'ha dato un insegnante. L'hanno dato i compagni che stavano in quella chat. Dentro una chat che nessun adulto avrebbe mai letto, hanno capito che la cosa era seria e che fuori c'era qualcuno pronto ad ascoltarli. Questa fiducia non nasce il giorno dopo un'aggressione. Si costruisce prima, nelle ore di lezione, nei pomeriggi in oratorio e nei centri giovanili, nelle risposte che diamo quando un dodicenne dice “Supreme Gentleman” e ride. In quel momento un adulto può chiudere il discorso con un rimprovero. Oppure può chiedere: cosa vuol dire? Dove l'hai sentito? Cosa rappresenta per te questo mondo digitale? È un lavoro lento e non dà garanzie. Però è l'unico modo diretto che conosco per sapere cosa succede in quei telefoni: farcelo raccontare da chi li tiene in mano. Salute mentale. Legare i malati ai letti è il retaggio di un passato che non deve tornare di Filippo Sensi Il Domani, 7 ottobre 2026 Con la risoluzione votata all’unanimità, il Parlamento chiede al governo un impegno chiaro al superamento della pratica della contenzione meccanica che è stata all’origine della rivoluzione basagliana. Non è capitato molte volte nel corso di questa legislatura. Un paio di occasioni, molto importanti, sulla violenza di genere (anche se sul consenso siamo arrivati a un passo, e invece). Ma poi niente, mai. Figurarsi poi in vista delle elezioni, con destra e sinistra arroccate nei loro spalti. Non si parla col nemico. I fascisti, i comunisti. Per questo assume un significato politico più generale il voto all’unanimità in commissione Diritti umani al Senato su una risoluzione che impegna il governo a superare la contenzione meccanica, nome astruso per dire della triste abitudine di legare i malati ai letti nei luoghi di cura della salute mentale, con una mossa semplice, efficace. La nascita di una banca dati centralizzata alla quale far arrivare tutti i dati sulle contenzioni meccaniche che si praticano ancora in Italia, chi le ha decise, per quanto tempo, per quale motivo, con quali esiti. Un atto di trasparenza che non solo ci consentirà di avere finalmente una mappa precisa e aggiornata dell’utilizzo di questa pratica non terapeutica nei reparti e negli istituti, ma soprattutto di disincentivarla, di renderla faticosa, non conveniente, scomoda, con un livello di responsabilità personale che scoraggia l’uso delle fascette e, in previsione, lo supera una volta per tutte. Già nella scorsa manovra di bilancio sono stati stanziati dei soldi, una cifra simbolica, per istituire questa banca dati presso il Ministero. Oggi è il Parlamento, e all’unanimità, a chiedere un impegno indifferibile del governo: avete i denari, avete l’impulso delle Camere, procedete. È stato fatto un lavoro rigoroso, audizioni, visite, sedute, per costruire una soluzione che tenesse tutti insieme, nonostante le differenze e anche gli scontri sulla salute mentale in questa legislatura, ad esempio sulle modifiche alla legge Basaglia. Abbiamo evitato il peggio, cioè una controriforma che cancellasse quella storica acquisizione di civiltà, ma non abbiamo fatto il meglio, vale a dire quella attualizzazione della riforma che lo stesso Basaglia e Franca Ongaro si erano posti come obiettivo. Nel frattempo la Corte Costituzionale si è mossa - si guardi all’ultima sentenza sul Tso, pochi giorni fa - nella direzione di una tutela della persona e dei suoi diritti, su cui si è aperta una discussione dura, sofferta, anche nel nostro mondo, a sinistra. Con la risoluzione di oggi non portiamo a casa un contentino o un compromesso al ribasso, ma un impegno chiaro al superamento di questa pratica che fu all’origine della rivoluzione basagliana, quando il giovane accademico arrivato all’ospedale psichiatrico di Gorizia si rifiutò di firmare il librone delle contenzioni che gli veniva portato dal capo ispettore. Un gesto semplice, piccolo, e mi no firmo. Dal quale partì il percorso riformatore che portò alla legge 180 e all’Italia come faro e avanguardia sulla salute mentale nel mondo. Oggi, a quasi 50 anni dalla approvazione di quella legge, siamo di nuovo lì. A dire, stavolta tutti insieme, che non si firma e che contenere e legare un paziente, questa tortura, deve diventare il torvo retaggio di un passato che non vogliamo torni mai più. Migranti. I medici davanti ai Cpr. Il ministro Piantedosi ignora la Costituzione di Francesca Cancellaro e Salvatore Tesoriero* Il Domani, 7 ottobre 2026 Lunedì 5 ottobre, con una lettera al quotidiano La Verità, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è intervenuto sulla nota vicenda dei presunti falsi certificati emessi da alcuni medici per evitare il trattenimento di cittadini stranieri nei Cpr, sulla quale è in corso un’indagine da parte della procura di Ravenna. Interveniamo nel dibattito, nella piena consapevolezza che la difesa dei nostri assistiti si svolge davanti all’autorità giudiziaria e non sulla stampa. Lo impone - fortunatamente - il nostro ordinamento costituzionale che attribuisce alla magistratura e non al ministro dell’Interno la responsabilità di tale accertamento. Siamo sicuri che non ci siano stati falsi da parte dei medici che difendiamo e lo dimostreremo, come detto, nel procedimento penale. Tuttavia non possiamo rimanere silenti di fronte a una campagna - alla quale il ministro si accoda - che calpesta la dignità e la professionalità di medici che hanno messo la cura e quindi la persona al centro del loro dovere. Leggendo le parole di Piantedosi viene da chiedersi cosa lo spinga a violare ripetutamente la presunzione d’innocenza degli indagati. Il ministro è in possesso di informazioni che noi difensori non conosciamo? Se così non è, e ovviamente ce lo auguriamo, vale ricordare che la presunzione d’innocenza - come dovrebbe essere noto in particolare alle più alte cariche dello Stato - opera per l’intero arco del procedimento penale, tutelando gli indagati anche dalle dichiarazioni pubbliche dei funzionari statali che suggeriscano o presuppongano la colpevolezza prima che i giudici si siano pronunciati, come più volte riconosciuto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Si tratta di un presidio per il cittadino ma anche per gli attori della giurisdizione, che devono essere tenuti al riparo da ogni condizionamento, tanto più se proveniente da chi detiene il potere esecutivo. D’altra parte, la questione del trattenimento nei Cpr di cittadini stranieri irregolari non può essere ridotta a un mero tema di ordine pubblico, come sembra trattarla il ministro. Siamo di fronte a una questione in cui vengono in gioco i diritti fondamentali la cui tutela richiede delicati bilanciamenti. I Cpr sono luoghi nei quali gli individui sono privati della libertà personale, per un periodo che può protrarsi fino a un anno e mezzo; luoghi nei quali - come solennemente affermato dalla Corte costituzionale (sentenza n. 96 del 2025) - si determina quella mortificazione della dignità dell’uomo che deriva dall’assoggettamento fisico all’altrui potere; luoghi, ancora, rispetto ai quali sono documentate le condizioni di sofferenza e deprivazione e dove il livello di assistenza e cura è del tutto inadeguato a fronteggiare patologie croniche o a garantire la continuità dei piani terapeutici. Le persone ristrette nei Cpr non vi si trovano perché hanno commesso reati né la funzione di questi centri è quella di contenere il rischio di commissione di reati. Essi esistono nel nostro ordinamento solo quale misura prescelta dal legislatore per rendere possibile che lo straniero destinatario di un provvedimento di espulsione non immediatamente eseguibile sia allontanato dal territorio nazionale. Né si può pensare - come ricordato sempre dalla Corte costituzionale - che gli interessi pubblici incidenti sulla materia dell’immigrazione scalfiscano il carattere universale della libertà personale, che, al pari degli altri diritti che la Costituzione proclama inviolabili, spetta ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani. Sono queste le coordinate valoriali in cui s’inserisce e va valutata l’azione dei medici chiamati a certificare l’idoneità o meno delle persone a essere associate al Cpr: certificazione che evidentemente non può e non deve risolversi in un atto di fede o ossequio all’ordine pubblico ma che, al contrario, deve essere improntata al dovere di cura che presidia la professione sanitaria, imponendo al medico di essere prima di tutto garante della salute dell’individuo. Gli interventi normativi sulle valutazioni sanitarie concernenti l’ammissione al Cpr, annunciati dal ministro, paiono allora nulla più che un annuncio elettorale, sideralmente distante dall’importante compito affidato al legislatore dalla Corte costituzionale e rimasto senza risposta ormai da un anno e mezzo: disciplinare cioè la materia in modo che il trattenimento degli stranieri assicuri il rispetto dei diritti fondamentali e della dignità della persona, tra i quali - è nostra ferma convinzione - il diritto alla salute di ogni individuo. La lezione è quella di sempre, ignorata da sempre: bisognerebbe ascoltare il monito degli autorevoli custodi della Costituzione invece che accodarsi al sensazionalismo effimero della notizia del giorno. “Che ci faccio qui?”, il senso di ingiustizia dentro i Cpr albanesi *Avvocati difensori di alcuni dei medici indagati