“Carcere, serve un indulto responsabile. C’è una forte spinta dal basso alla mobilitazione” di Angelo Picariello Avvenire, 6 ottobre 2026 Per Bartolomeo Romano, già membro “laico” del Csm dal 2010 al 2014, “combattere il sovraffollamento nelle celle significa favorire la sicurezza collettiva, non il contrario. Zuppi e la Cei ci incoraggiano, con noi ci sono già anche l’Anm e le Camere penali. Ora risposte da cultura e politica”. Una proposta di “indulto responsabile” per dare una risposta alla situazione drammatica - e anche incostituzionale - di sovraffollamento delle carceri. Sono attualmente 65.933 le persone detenute in Italia, a fronte dei 51.345 posti disponibili, ma di questi 5.047 sono inagibili, per cui i posti effettivamente disponibili sono 46.298, e i detenuti “eccedenti” sono quindi 19.635, peraltro con forte carenza di agenti in organico. Bartolomeo Romano, ordinario di Diritto penale a Palermo, che è stato anche membro “laico” del Csm dal 2010 al 2014, è uno dei primi firmatari dell’appello: “Siamo persone che hanno differenti inclinazioni culturali, politiche e persino religiose e abbiamo evitato di caratterizzare politicamente questa iniziativa - spiega - anche perché sappiamo bene che i provvedimenti di clemenza collettiva hanno bisogno dell’adesione di almeno i due terzi dei membri di ciascuna Camera, e solo una forte spinta dal basso può indurre le forze politiche a prendere posizione”. Per sostenere l’iniziativa, alla quale ha aderito anche la Conferenza episcopale italiana, è possibile andare al sito www.indultum.it e sottoscrivere l’appello. Che cosa si intende per indulto responsabile? Ci siamo fatti carico anche dei timori che si ingenerano, ogni qual volta si parla di gesti di clemenza, per la sicurezza collettiva, il che rende queste iniziative impopolari e complicate da adottare. Si tratta di un indulto con efficacia differita: la sua applicazione viene preceduta da una fase di preparazione al ritorno in libertà per attivare percorsi di assistenza, formazione e accompagnamento post-penitenziario, col coinvolgimento delle istituzioni competenti e delle realtà territoriali. Si punta quindi ridurre la pressione sul sistema carcerario, ma preparando l’uscita e rafforzando l’assistenza post-penitenziaria. Il tema fondamentale però è il lavoro... Proprio per questo vengono valorizzati organismi finora poco utilizzati o ignorati del tutto, come il Consiglio di aiuto sociale, previsto dalla riforma del 1975 ma operante solo in poche realtà, e il comitato per l’occupazione, finalizzato proprio a ricercare occasioni di lavoro, in collaborazione con le associazioni dei datori di lavoro e le associazioni di volontariato. Si percepisce però ancora una scarsa sensibilità nella pubblica opinione, se non addirittura contrarietà... Occorre far comprendere bene le ragioni e l’utilità di un provvedimento come questo, già solo ricordando che circa un quarto dei detenuti è in attesa di giudizio definitivo, quindi in una situazione di presunta non colpevolezza. Ci sono ragioni di umanità, innanzitutto, richiamate dalla ben nota sentenza Torreggiani del gennaio 2013, con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 3 della Convenzione, a causa del grave sovraffollamento carcerario e dei trattamenti inumani inflitti ai detenuti. Ma i dati attuali confermano come la difficoltà, se non l’impossibilità, di fatto, di portare avanti un percorso di reinserimento a questi livelli di sovraffollamento, renda più probabile la recidiva, mentre, al contrario, nelle situazioni in cui ai detenuti viene offerto un percorso di reinserimento lavorativo, dentro o fuori dal carcere, la recidiva si abbassa sensibilmente. Per cui va spiegato che combattere il sovraffollamento significa favorire la sicurezza collettiva, non il contrario. Come nasce questa proposta? Un provvedimento di clemenza era stato invocato già da papa Francesco nella bolla d’indizione del Giubileo della Speranza e l’appello è stato rilanciato lo scorso dicembre da papa Leone, in occasione del Giubileo dei detenuti. Poi un gruppo di giuristi ha messo in piedi questa proposta, concepita per incontrare adesioni più ampie possibile. Quali sono le prime adesioni? Innanzitutto la Cei. Il cardinale Zuppi, nel Consiglio permanente, ha fortemente incoraggiato la nostra iniziativa, invitando tutti a sostenerla, nel solco del celebre intervento di Giovanni Paolo II in Parlamento nel 2002, all’origine dell’ultimo gesto di clemenza collettivo, adottato nel 2006. Ma è significativa l’adesione delle Camere penali e dell’Associazione nazionale magistrati. Ora è auspicabile che anche nel mondo culturale e politico possa essere così ampia. C’è già qualche nome? L’elenco completo lo trovate nel sito. Ma visto che me lo chiede, mi vengono subito in mente nomi noti come Fausto Bertinotti e Massimo D’Alema. Mauro Ronco, presidente del Centro studi Livatino. I cardinali Angelo De Donatis e Gualtiero Bassetti; l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice. I giuristi Emilio Dolcini, Giovanni Fiandaca e Tullio Padovani; i presidenti emeriti della Consulta Giovanni Maria Flick e Gustavo Zagrebelsky. Magistrati come Giancarlo Caselli, Gherardo Colombo, Edmondo Bruti Liberati, Marcello Maddalena e Armando Spataro. Il filosofo Massimo Cacciari, l’ex vicepresidente del Csm Michele Vietti. Adolfo Ceretti e Claudia Mazzucato, punti di riferimento della Giustizia riparativa. Solo per fare dei nomi, ma siamo solo agli inizi. Ci aspettiamo una grande adesione di semplici cittadini, nella convinzione che lo stato di salute di una democrazia si misura a partire dagli standard di dignità rispettati o meno negli istituti di pena. E che, come i tempi della giustizia sono migliorati a seguito di interventi coraggiosi dovuti al Pnrr, anche la situazione carceraria ha bisogno di una misura straordinaria, che manca dal 2006. Rita Bernardini: “La riforma del lavoro carcerario è una battaglia di libertà” di Riccardo Renzi Il Domani, 6 ottobre 2026 La presidente di Nessuno Tocchi Caino parla della proposta di estendere gli sgravi fiscali della legge Smuraglia anche a chi sconta la pena all’esterno del carcere: “Non è un favore ai condannati, ma un investimento sulla sicurezza collettiva perché un lavoro regolare offre reddito e responsabilità, riducendo i reati e i costi per lo Stato”. “C’è un’immagine che sintetizza la bancarotta morale, civile ed economica dell’esecuzione penale in carcere nel nostro Paese”, dice Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino. “È quella del detenuto che a fine pena varca il cancello con le sue cose in un sacco nero della spazzatura, senza un soldo né un posto dove andare”. Un’immagine che simboleggia il paradosso strutturale della giustizia penale italiana: la divaricazione tra la spesa pubblica destinata al contenimento e l’efficacia della pena. A fronte di un investimento annuo che sfiora i 3,5 miliardi di euro per la gestione della macchina penitenziaria, il tasso di rotazione criminale e la frequenza dei reingressi fotografano un sostanziale fallimento istituzionale. I dati del XXII rapporto di Antigone evidenziano una realtà inequivocabile: oltre il 69% della popolazione detentiva presente negli istituti al 31 dicembre 2025 registrava precedenti carcerazioni, con una quota significativa di reiterazioni plurime. In una prospettiva giusfinanziaria e costituzionale, un’istituzione pubblica che assorbe ingenti risorse senza abbattere il proprio “tasso di errore” tradisce il mandato dell’articolo 27, trasformando la sanzione da strumento pragmatizzato di reinserimento in una misura meramente afflittiva. L’incapacità di offrire percorsi professionalizzanti e risocializzanti, dato che solo una frazione residuale dei detenuti lavora per terzi o accede alla formazione, alimenta un circolo vizioso in cui il sovraffollamento, attestato a livelli critici, degrada la funzione rieducativa a pura gestione dell’emergenza. Mentre l’indirizzo normativo prevalente insiste su istanze iper-punitive e sull’ampliamento delle fattispecie detentive, la letteratura scientifica e le analisi economico-sociali, incluse le recenti elaborazioni del Cnel nell’ambito del progetto “Recidiva Zero”, dimostrano l’esatto contrario: l’ammissione a misure alternative e l’inserimento lavorativo riducono drasticamente la recidiva, fino a toccare percentuali irrisorie, garantendo una reale tutela della sicurezza collettiva e un contenimento della spesa pubblica nel lungo periodo. Con il Movimento italiano Diritti dei detenuti proponete di estendere i benefici della Legge Smuraglia (22 giugno 2000 n. 193, creata per incentivare l’attività lavorativa dei detenuti) all’affidamento in prova. Come si supera l’obiezione di chi parla di uno “sconto di pena”? Se si pensa a quel detenuto senza alcuna prospettiva, non sorprende che la recidiva sfiori il 70%. Estendere credito d’imposta e sgravi contributivi a chi sconta la pena all’esterno significa incentivare le imprese ad assumere. Non è un favore ai condannati, ma un investimento sulla sicurezza collettiva: un lavoro regolare offre reddito e responsabilità, riducendo i reati e i costi per lo Stato. La vera sicurezza nasce dall’autonomia. La Legge Smuraglia resta però un miraggio per pochi. Come si attirano le imprese profit superando la burocrazia penitenziaria? Nel 2010 a Regina Coeli incontrai Silvio Scaglia - allora detenuto e poi assolto con formula piena. Mi disse: “Quando uscirò dobbiamo occuparci del lavoro in carcere: qui ci sono talenti veri da reinserire”. È da quell’intuizione che bisogna ripartire: serve una piattaforma per l’incrocio tra domanda e offerta, mappatura delle competenze, formazione mirata e uno sportello unico con tempi certi. Nessun imprenditore investe contro un muro burocratico. Unendo la visione e le competenze di figure come Alberto Genovese al terzo settore, possiamo trasformare il talento in lavoro e sicurezza. Nel nuovo Codice degli Appalti le clausole sociali hanno un peso rilevante. Renderebbe vincolante una “quota-detenuti” per chi vince gare pubbliche? È un tema centrale. Negli anni 70 e 80 abbiamo lottato per il diritto al lavoro delle persone con disabilità con il Fronte radicale invalidi. Allora come oggi, rimango scettica sulle quote obbligatorie per legge: sono nettamente più favorevole agli incentivi per chi decide liberamente di assumere le categorie svantaggiate. Come si concilia la funzione rieducativa della pena con l’ozio forzato della realtà carceraria italiana? La Costituzione parla di “pene” al plurale e impone il senso di umanità orientato al reinserimento. Lo Stato viola la propria legalità quando riduce la pena a mera sofferenza e inattività. Il lavoro vero - non l’odioso “carcere-cantiere” - restituisce dignità e responsabilità. Ma oggi le carceri scoppiano, con un sovraffollamento oltre il 140%. Senza deflazionare gli istituti, qualsiasi riforma resta teorica: per questo proponiamo l’Indulto responsabile e, nell’immediato, una liberazione anticipata speciale per chi mantiene una buona condotta. Lei ha difeso il contributo di Alberto Genovese nella formazione dei giovani di Nessuno Tocchi Caino. Cosa risponde alle polemiche sul coinvolgimento di persone condannate per reati gravi? L’insegnamento nonviolento di Marco Pannella continua a dare i suoi frutti. Alberto Genovese, entrato quest’estate a far parte di Nessuno Tocchi Caino col ruolo di fundraiser, ha compreso questo valore con una determinazione che merita profondo rispetto. Sta mettendo competenze, mezzi e carisma al servizio dei dimenticati, trasformando un’esperienza devastante come la detenzione in un riscatto concreto. Vedere giovani come Giulia Troncatti impegnarsi nelle visite penitenziarie e riscoprire la storia radicale mi riempie di speranza. L’esempio di riscatto e responsabilità di Genovese accresce la mia stima e ci fa guardare con fiducia al futuro. Bene i domiciliari, ma le dipendenze non sono quelle di una volta di Eugenio Losco e Mauro Straini* giustiziami.it, 6 ottobre 2026 Il Governo ha introdotto una nuova misura alternativa alla detenzione per il tossicodipendente che abbia commesso reati legati a tale condizione e che voglia disintossicarsi (art. 94 ter del testo unico sugli stupefacenti). Una detenzione domiciliare in comunità o in altro “luogo idoneo”, cioè in casa, di cui possono usufruire i tossicodipendenti o gli alcolisti che devono scontare una pena detentiva fino a 8 anni (quattro anni se per i delitti più gravi di cui all’articolo 4-bis o.p.) e che hanno in corso o intendono sottoporsi a un programma di recupero. È previsto esplicitamente che possano usufruire di tale misura anche i condannati per rapina ed estorsione. La misura può essere chiesta sia da chi sia già detenuto sia da chi, ancora in libertà, ne faccia richiesta entro 30 giorni dalla notifica dell’ordine di esecuzione. Per accedere alla nuova misura è stata introdotta una nuova forma di patteggiamento “allargatissimo”, fino a 8 anni. In caso di esito positivo del programma terapeutico, la parte di pena ancora da scontare, potrà essere eseguita in regime di affidamento in prova al servizio sociale. Queste in estrema sintesi le novità. Desta perplessità la lettura criminologica sottostante l’intervento, frutto di una concezione del fenomeno della tossicodipendenza un po’ datata e moraleggiante. Il riferimento sembra essere quello dell’eroinomane in crisi di astinenza che commette reati per procurarsi la dose (un esemplare estinto o in via di estinzione), e non considera la dimensione ormai massiva dell’uso e le cause psicologiche e sociali dell’abuso di sostanze e del fenomeno delle dipendenze in generale. Si sarebbe potuto semplicemente intervenire sulla misura dell’affidamento in prova ordinario così introducendo una misura a cui tutti avrebbero potuto accedere con conseguente maggior impatto sul sovraffollamento carcerario. E invece succederà che per usufruire degli indiscutibili vantaggi della nuova misura, finiranno tutti per “buttarsi tossici”. Accogliamo comunque il provvedimento come una positiva novità, così come deve essere accolta ogni misura che limiti l’uso del carcere a favore di soluzioni alternative alla detenzione. Perché questa deve essere la linea da seguire. Non lo dimentichino le opposizioni che invece si sono astenute o hanno votato contro. *Avvocati Puglia. Il dramma delle donne in carcere, una su quattro si fa del male L’Edicola del Sud, 6 ottobre 2026 La ricerca sulla condizione della popolazione penitenziaria femminile. Dallo studio emerge che il 65% delle intervistate si percepisce depressa. Il 95% delle detenute nelle carceri pugliesi si sente triste e il 70% dichiara di avere malattie già diagnosticate: sono i dati dello studio “Il corpo della donna e il carcere”, realizzato dal dipartimento Dipendenze patologiche dell’Asl Taranto e presentato nell’ambito del progetto “Donne che contano i giorni”. La ricerca fa luce sulla condizione psicofisica della popolazione penitenziaria femminile. Dallo studio emerge che il 65% delle donne coinvolte si percepisce depressa e il 25% riferisce di essersi fatta del male deliberatamente durante la detenzione. L’indagine ha interessato 64 detenute tra i 25 e i 71 anni nelle strutture di Taranto, Lecce e Trani. L’85% è madre e un’uguale percentuale riferisce un cambiamento del proprio corpo a causa della reclusione, in particolare variazioni di peso, irregolarità del ciclo e disturbi gastrointestinali. I dati si aggravano tra chi ha problemi di dipendenza: quasi tutte dicono di soffrire di insonnia, l’85% assume regolarmente farmaci prescritti e il 42% ha compiuto atti di autolesionismo durante l’ultima carcerazione. Il 42% racconta inoltre esperienze traumatiche legate alla sfera sessuale. Per affrontare il quadro clinico, con il dipartimento di Prevenzione dell’Asl Taranto è stata avviata l’iniziativa “Vis à vis”, volta a promuovere stili di vita sani, screening e vaccinazioni. Tra le 25 detenute sottoposte a Pap test, in quattro casi sono emerse alterazioni ad alto rischio, tre delle quali tra donne con disturbo da uso di sostanze. I risultati completi sono raccolti nel volume “Donne che contano i giorni” (Altrimedia Edizioni). I ricavati delle vendite andranno ad Antigone Puglia per sostenere nuovi progetti sulla detenzione femminile. Lazio. Dalla salute al lavoro, avviso da 750 mila euro per il reinserimento delle persone detenute garantedetenutilazio.it, 6 ottobre 2026 Pubblicato l’avviso della Regione Lazio rivolto agli enti del Terzo settore per progetti di inclusione sociale, tutela della salute mentale, contrasto alle dipendenze e sostegno alle persone in esecuzione penale È stato pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio del 1° ottobre 2026 l’Avviso pubblico per l’attivazione di un partenariato con enti del terzo settore (Etd), mediante co-progettazione, finalizzato alla realizzazione di interventi di recupero e reinserimento sociale delle persone detenute e delle persone sottoposte a misure di comunità. L’iniziativa, promossa dalla Regione Lazio in collaborazione con il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria (Prap) del Lazio, Abruzzo e Molise, dispone di una dotazione finanziaria complessiva di 751.868,33 euro ed è rivolta in particolare a persone con problematiche psichiatriche, tossicodipendenze e a cittadini stranieri in fase conclusiva della pena. Tra gli obiettivi dell’avviso figurano il sostegno ai servizi di salute mentale intramurari, l’accoglienza abitativa esterna, i percorsi di inclusione lavorativa e sociale, l’assistenza ai detenuti e alle loro famiglie, nonché interventi specifici per il recupero delle dipendenze e l’integrazione degli stranieri. Le attività interesseranno la Casa circondariale Regina Coeli, gli istituti penitenziari di Rebibbia e la Casa circondariale di Velletri e avranno una durata prevista di 20 mesi, con possibilità di proroga fino a ulteriori sei mesi. Possono partecipare gli Enti del Terzo settore iscritti al Runts, singolarmente o in partenariato, con sede legale e operativa nel Lazio e con comprovata esperienza negli interventi sociali e di inclusione rivolti alle persone detenute. Le candidature dovranno essere inviate alla Regione Lazio entro 40 giorni dalla pubblicazione dell’avviso sul Bollettino ufficiale della Regione Lazio. Pisa. Una rivolta contro il carcere della sorveglianza di Vincenzo Scalia fuoriluogo.it, 6 ottobre 2026 La protesta al Don Bosco di Pisa riporta al centro sovraffollamento, privacy e diritto al dissenso. Mentre la risposta politica si irrigidisce nella repressione, servono trasparenza sulle condizioni di detenzione, politiche sociali e maggiori possibilità di comunicare con l’esterno. Comunque finisca, la rivolta del carcere di Pisa, lascia uno spiraglio di ottimismo rispetto agli scenari distopici legati alla sorveglianza. Laddove George Orwell preconizzava una strada senza uscita, coi sorvegliati sottoposti alla condanna di un destino di subalternità, Pisa ci insegna che esistono delle vie di uscita, a patto di scoprire, smascherare i dispositivi di controllo e opporvisi, a partire da una mobilitazione che non riguardi soltanto le persone interessate al controllo occhiuto e pervasivo della macchina della sorveglianza. Al di là degli scenari orwelliani, altre considerazioni meritano di essere sviluppate. La prima concerne la vivibilità della Casa di Reclusione “Don Bosco”, in passato assurta agli onori delle cronache per avere annoverato tra i reclusi Adriano Sofri. Nella struttura detentiva sono presenti 300 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 185 persone. Si dirà che altri istituti penitenziari dislocati sul territorio nazionale versano in condizioni persino peggiori del carcere pisano. Non siamo del partito del mal comune mazzo gaudio. Affinché i diritti dei detenuti vengano rispettati, che l’articolo 27 della Costituzione trovi piena attuazione, riteniamo necessario che le condizioni minime di vivibilità delle carceri vengono garantite. Il triste rosario di suicidi, la vicenda di Sollicciano, sono spie di una condizione ancora per poco sostenibile, che la politica muscolare della coalizione in carica rischia di aggravare ulteriormente. Pisa rappresenta la punta dell’iceberg di proteste e manifestazioni di malessere diffuse. Che non sempre ricevono l’attenzione dovuta da un’opinione pubblica che in parte crede vada buttata la chiave, in parte si appassiona ai casi di cronaca nera più in grado di solleticare il voyeurismo morboso che la affligge. Da almeno 30 anni è evidente che siamo di fronte ad una detenzione di tipo sociale, composta da gruppi e individui marginali, con un’alta sovrarappresentazione di migranti, malati terminali, consumatori di sostanze, persone affette da gravi patologie. Non temiamo smentite nell’affermare che almeno tre quarti dei detenuti potrebbero e dovrebbero essere seguiti sul territorio, da strutture sanitarie e assistenziali adeguate, guidate da politiche sociali robuste. Questo aspetto rappresenta solamente lo sfondo del contesto all’interno del quale la rivolta ha preso piede. Nel caso di Pisa, ci sono in gioco la privacy, il diritto a fare valere le proprie ragioni, la possibilità di renderle pubbliche. I ddl sicurezza meloniani ci hanno piuttosto fatto dono di scenari del tutto opposti, se non addirittura in acuto contrasto con quelli che dovrebbero essere i cardini di uno Stato che si dice democratico e di diritto. In nome della legge e dell’ordine, della punizione esemplare, si è scelto di operare un giro di vite tanto vigoroso a parole quanto inutile, inefficace e oltraggioso dei diritti fondamentali nei fatti. Si è scelto di criminalizzare la protesta, attraverso la cosiddetta norma anti-Gandhi, che criminalizza la disobbedienza passiva. Si è prevista la possibilità di adottare metodi importati dall’intelligence, come la possibilità di infiltrare all’interno delle prigioni personale investigativo. Soprattutto, la contrazione dei diritti dei detenuti è stata inversamente proporzionale all’aumento delle prerogative e delle protezioni per le forze dell’ordine. Seguendo un’ottica di repressione preventiva, che parte dalla convinzione, non del tutto errata, che il malessere tra le mura delle carceri rispecchi quello più ampio, diffuso all’esterno. L’effervescenza sociale, la sua possibile canalizzazione in fome di agire condivise, improntate ai diritti e all’emancipazione, rappresentano, per la coalizione in carica, minacce da scongiurare. Gli scudi penali, forme surrettizie di aggiramento del reato di tortura, abbinate alla criminalizzazione ulteriore delle proteste, hanno innescato una miscela esplosiva, di cui il governo più lungo della storia repubblicana oggi raccoglie i cocci. Aumentare il potere della polizia penitenziaria, al pari di quello delle altre forze repressive, equivale ad ampliare quello spazio di discrezionalità all’interno del quale la perpetrazione di abusi, all’interno di strutture già isolate dall’esterno, quindi meno visibili, si amplia a dismisura. Proprio quest’ultimo aspetto costituisce un altro punto da esplorare in profondità: l’opacità dell’istituzione penitenziaria, per ragioni di sicurezza e di ordine, impedisce quel controllo sulla gestione e l’esecuzione della pena che, consentendo di rilevare le criticità e di esporle in pubblico, consente di declinare il discorso dei diritti. La trasparenza, dalle parti di Palazzo Chigi e via Arenula, la vedono in un’ottica rovesciata, ovvero come un controllo pervasivo sulle vite dei detenuti, che li spogli di quel briciolo di umanità che rimane loro nel contesto di luoghi di afflizione. Il processo di spoliazione identitaria viene così completato, e rende possibile l’assoggettamento totale della popolazione reclusa alle istituzioni repressive. Un accorgimento a cui non erano approdati nemmeno i peggiori regimi autoritari. Alcuni sindacati di polizia penitenziaria ed esponenti governativi tentano di rigirare la frittata, puntando il dito sull’uso di telefonini da parte dei detenuti, che la legge vieta. Sarebbe piuttosto il caso di ribaltare i termini del discorso, e chiedersi perché la comunicazione con l’esterno, l’utilizzo di dispositivi elettronici che oggi costituiscono parte integrante dell’esistenza, in carcere, siano vietati. Le ragioni di sicurezza addotte appaiono come una foglia di fico. Basterebbe schermare alcuni siti, bannare alcuni numeri, nei casi più gravi effettuare controlli più severi, ma la possibilità di effettuare qualcosa di più delle otto chiamate consentite alla famiglia, di navigare più liberamente su internet, possono costituire delle tappe importanti verso la risocializzazione. Prima o poi, i conti con questi aspetti, bisognerà farli. Piuttosto che indignarsi per le rivolte, pescare al vocabolario di legge e ordine, produrre nuove misure repressive. Il copione è logoro, e Pisa ce l’ha mostrato. Torino. Cure negate, emergenza sanitaria: il rapporto del Garante sul Cpr di Andrea Vignali rainews.it, 6 ottobre 2026 L’allarme dell’Autorità: carenza di visite sanitarie, condizioni igieniche e privacy. Una situazione che, se non risolta, potrebbe “configurare un trattamento inumano” e violare la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Niente sapone, shampoo né carta igienica per giorni. Bagni che si allagano, senza porte e vicini ai letti. Detenuti sistemati sui materassi in terra. Cure e visite negate, malattie trascurate, mancanza di medicinali e di documentazione sulle procedure di controllo e sull’uso della forza. Il tormento dei migranti nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Torino nero su bianco, nel Rapporto del Garante nazionale dei Detenuti. Pubblicato in questi giorni, il rapporto riferisce la visita del Garante nella struttura di Corso Brunelleschi il 26 marzo 2026. Dopo la visita, a maggio 2026, la sentenza di un anno di carcere alla ex direttrice del Cpr con accuse di “animalizzazione” e “de umanizzazione” nei confronti di un detenuto, per fatti avvenuti nel 2021. A distanza di pochi giorni, la sospensione del nuovo direttore, e un rinvio a giudizio per aggressione su un altro detenuto. Oggi il Cpr torna nell’occhio del ciclone per il trattamento dei migranti, che rischia di diventare “inumano e degradante”, avverte Mario Serio, membro del Garante: “La prosecuzione di alcune prassi ove non corrette e ove assumessero un carattere sistematico, per esempio la mancata fornitura di prodotti di natura igienica, rischierebbe di trasformarsi in trattamenti inumani e degradanti. Noi segnaliamo cioè il pericolo della degenerazione.” Il diniego di farmaci all’interno del centro avrebbe già causato diversi episodi di autolesionismo: sono 56 in tutto nei primi tre mesi dell’anno, due ogni tre giorni. Ma a fronte dell’emergenza il rapporto sottolinea l’assenza di un protocollo operativo per la prevenzione e gestione del rischio autolesivo e suicidario. Procura e Ministero dell’Interno, fa sapere il Garante, hanno attivato un processo di ascolto e collaborazione sulle misure richieste per la risoluzione dei problemi. Che restano numerosi e gravi. San Gimignano (Si). Monitoraggio dei detenuti con il diabete Corriere di Siena, 6 ottobre 2026 Monitorare costantemente la glicemia dei detenuti direttamente all’interno del carcere, evitando gli spostamenti per i controlli specialistici. È il nuovo sviluppo del progetto di telemedicina avviato nel 2024 dall’Azienda Toscana sud est negli istituti penitenziari del territorio, ora esteso alla Casa di reclusione di San Gimignano. Dopo una prima fase dedicata ai teleconsulti specialistici da remoto, il percorso prevede l’applicazione ai pazienti diabetici di sensori per il monitoraggio continuo della glicemia. I diabetologi possono così seguire a distanza i parametri, analizzare i dati e modificare tempestivamente la terapia. Su 319 persone recluse, 30 sono risultate affette da diabete. In due anni sono stati effettuati 67 teleconsulti specialistici e nessun detenuto ha dovuto essere trasferito all’esterno, con risparmi organizzativi ed economici e una riduzione dei rischi connessi ai trasporti.Il diabetologo prescrive il sensore durante la visita a distanza. La Farmacia ospedaliera provvede quindi a inviare in carcere i dispositivi e i lettori privi di connessione internet, per motivi di sicurezza. Il personale sanitario interno, formato dagli specialisti, applica il sensore e trasmette i dati necessari al monitoraggio. Gli allarmi acustici possono prevenire crisi glicemiche acute, anche durante la notte, mentre diminuisce l’impiego di aghi e lancette. Bologna. Una Fenice di rinascita. La squadra di pallavolo dei detenuti della Dozza di Claudia Baccarani Corriere di Bologna, 6 ottobre 2026 L’input partito dai giovani, punta al campionato Fipav. Riscatto, rieducazione e rinascita per i detenuti della Dozza grazie alla pallavolo. Un insieme di realtà, dalla direzione del carcere alla Federazione, che si sono messe insieme per rendere possibile un unicum (o quasi) nel panorama degli istituti di pena italiani. E un gruppo di persone che caparbiamente ha reso possibile trasformare un’idea in qualcosa di vero. C’era tutto questo nell’elettricità e nell’orgoglio che si respirava ieri alla Dozza dove è stata presentata la prima squadra di pallavolo del carcere: si chiama Fenice Volley Team e ha l’ambizione di iscriversi e partecipare al campionato di seconda divisione della Fipav. La competizione non è però il cuore del progetto e il nome contiene in sé il senso e l’obiettivo di quanto si è creato. Le parole sono quella della direttrice della Dozza, Rosalba Casella: “Lo sport è inclusione: veicola messaggi utili alla rieducazione e offre occasioni di riscatto. La fenice rinasce dalle sue ceneri”. L’avventura è partita sulla spinta dei detenuti più giovani che frequentano la scuola in carcere e chiedevano di fare anche ore di educazione fisica. Una fetta di popolazione carceraria compresa tra i 18 e i 25 anni che rappresenta una novità per la Dozza. Segno di una criminalità giovanile purtroppo in aumento, come ci raccontano le cronache quotidiane. Attualmente alla Dozza questi detenuti sono circa una sessantina. Direzione del carcere e Cpia, il centro che si occupa dell’istruzione degli adulti, guidato dal dirigente Emilio Porcaro, si sono attivati e qui è entrata in gioco la professoressa Rossana Gobbi: da anni insegna in carcere e, da appassionata della disciplina, ha pensato alla pallavolo. È stata poi lei a coinvolgere Pallavolo Bologna, giovane ma ambiziosa realtà del territorio di cui fa parte Andrea Brogioni, ex campione della Zinella Volley Bologna dei tempi d’oro. Poi è arrivata la Fipav. Un piccolo miracolo (carcerario) la pallavolo lo hanno già compiuto: insieme si allenano (due volte a settimana) e giocano detenuti comuni e detenuti “protetti”. Ancora la direttrice Casella: “Chi ha commesso reati di natura sessuale di solito vive separato dagli altri; qui hanno scelto di superare le divisioni che ci sono in carcere, ed è il primo messaggio importante che la squadra ha dato. La pallavolo, più del calcio, è un gioco in cui le regole vanno rispettate, per fare punto bisogna giocare tutti: nessuno può fare il protagonista”. L’altro “miracolo” è più materiale ma non meno importante. Il campo che la Fipav ha regalato alla Casa Circondariale “non è un campo qualunque - ha spiegato Massimo Righi, presidente del Cda di Lega Pallavolo Serie A -. Il Gerflor (la pavimentazione, ndr) tricolore è quello sul quale sono state giocate le finali di Coppa Italia e di Supercoppa-Super Lega maschile. Su questo terreno sono scesi alcuni dei più grandi campioni della nostra pallavolo, davanti a migliaia di persone. Da oggi, però, questo campo avrà una nuova vita. E, per certi versi, una vita ancora più significativa”. Così nella palestra del carcere, dove c’era un pavimento scrostato e pieno di infiltrazioni, ora risplende un campo degno di questo nome. Nella squadra giocano in venti, i corsi di pallavolo sono seguiti da più detenuti. A guidare gli allenamenti è Maurizio Menarini, nome storico del volley regionale che ha lavorato con squadre di A1 e A2. “Quando mi è stato proposto non ci ho pensato un attimo - racconta - C’è una grande voglia di fare gruppo, l’obiettivo è fare squadra e comunità. Poi certo magari di vincere anche qualche partita...”. Per scendere in campo ufficialmente c’è ancora della burocrazia da superare. “Vorrei che la Fenice potesse uscire per giocare - è l’auspicio della direttrice -, sarebbe importante per i ragazzi”. Pesaro. Le icone realizzate dai detenuti: “Sostenete il nostro laboratorio” di Roberto Giungi Corriere Adriatico, 6 ottobre 2026 Appello per sostenere il laboratorio di pittura delle icone realizzate dai detenuti del carcere ad alta sicurezza di Fossombrone. All’uscita del supermercato Coop di Lucrezia ogni cliente, dopo aver pagato la propria spesa, riceve un gettone da depositare in uno dei tre contenitori accanto alla descrizione di altrettanti progetti. Oltre a quello delle icone, quelli della Cri e dell’Anpi. L’operazione avviata ieri si protrae fino al 25 ottobre. La Coop riconoscerà una cifra, al momento non quantificata, rapportata al conteggio finale dei gettoni. Il laboratorio del carcere ha bisogno di aiuti economici per l’elevato costo delle tavole in pioppo con culla, gessate e trattate con speciali procedimenti, per l’acquisto di colori, pigmenti naturali, oli e attrezzi e per la promozione e la spedizione dei lavori. Il laboratorio del carcere ha raggiunto una notevole notorietà. Un’icona è stata donata dai detenuti a Papa Francesco due anni fa. Non è un caso che il laboratorio si chiami “Luce dentro” attivo grazie alla dedizione e all’impegno di Giorgio Magnanelli, presidente dell’associazione di volontario “Mondo a quadretti” nata 25 anni fa. “L’icona rappresenta un momento di forte spiritualità - spiega Magnanelli - non si dipinge ma si “scrive” in quanto espressione diretta di una comunione che l’iconografo ha dopo aver digiunato e pregato un’ora prima di entrare in azione”. I reclusi operano sotto la guida di maestri iconografi di Bologna. Sono state già realizzate alcune icone particolarmente suggestive come si è avuto modo di vedere in occasione della mostra allestita a Fossombrone qualche anno fa nel Palazzo Cattabeni sede della Fondazione Monte di Pietà. Una richiesta che ha bisogno di essere promossa e divulgata. Il recupero sociale - Il laboratorio del carcere rappresenta un’occasione unica per coinvolgere i detenuti nel processo di rieducazione e riscoperta dei valori, della progettazione e del coinvolgimento degli aspetti qualificanti dell’essere umano per quanto attiene la dimensione cognitiva e rigenerativa al tempo stesso. C’è da augurarsi che il contenitore riservato al progetto delle icone possa far contare un elevato numero di gettoni. In modo da rimpinguare le casse ed acquistare il materiale necessario per quelle che potremmo definire “grandi opere” senza ombra di retorica. Siracusa. Imparare a restituire… quattro volte tanto di Luca Iacovone unitineldono.it, 6 ottobre 2026 Don Andrea Zappulla, parroco di Brucoli, dirige l’Ufficio di pastorale penitenziaria dell’arcidiocesi di Siracusa ed è cappellano della casa di reclusione di Augusta. A lui si deve il laboratorio “Geppetto”, creato in alta sicurezza, e una nuova casa per accogliere chi esce in permesso. Nel reparto di alta sicurezza della casa di reclusione di Augusta-Brucoli c’è un detenuto che intaglia nel legno il volto di Rosario Livatino. Quando don Andrea Zappulla ha proposto quel soggetto, qualcuno gli ha chiesto chi fosse. Il laboratorio si chiama Geppetto ed è nato in alta sicurezza, dove le attività sono poche. Dal legno vengono fuori presepi e bomboniere, che fruttano i soldi per andare avanti e per chi lì dentro non ha niente. Un anno i presepi sono arrivati in Vaticano, e qualche pezzo è andato in dono a Papa Francesco, che ha risposto con una lettera firmata a mano. Don Andrea quel reparto lo frequenta da tempo: dirige l’Ufficio di pastorale penitenziaria dell’arcidiocesi di Siracusa dal 2022, è cappellano della casa di reclusione da due, e da poche settimane è anche parroco di Brucoli (SR), la frazione dove il carcere si trova. Prima ancora dei lavori in legno, ai ragazzi chiede di chiamare il male con il suo nome. Li chiama sempre così, ragazzi. “Non possiamo dire che non è successo niente”, spiega. “Solo a partire dal nome del male che abbiamo compiuto possiamo scrivere un finale diverso”. Quello che serve, dice, è la presenza, perché di parole i suoi ragazzi ne hanno già troppe. Davanti a lui qualcuno si permette di piangere, che nelle sezioni non si fa, perché mostrarsi vulnerabili costa caro. Vale anche per chi porta la divisa. Gli agenti lo prendevano in giro dicendo che a loro non pensa, e allora ha fatto fare i completini per la loro squadra di calcetto, con lo stemma della polizia penitenziaria accanto a quello del suo ufficio. C’era un ragazzo che avevano messo in un progetto con una cooperativa, e che aveva cominciato a farsi vedere anche alle attività della cappellania. Uno in gamba. Su di lui avevano scommesso parecchio: si erano mossi con la direzione e con il magistrato per fargli avere i permessi e avvicinarlo alla madre malata di cuore. Poi in cella sono saltati fuori telefoni e droga. “Ti abbiamo dato tempo, strumenti, disponibilità, e poi, per un cellulare…”, dice. Ammette di essersi sentito tradito. Per mesi si è chiesto quale segnale avesse sottovalutato. Ma a un certo punto c’è la loro libertà, e lì nessuno può mettersi al loro posto. Dietro a una bella storia di comunità, c’è sempre uno o più sacerdoti a cui dire grazie. Anche tu puoi partecipare al loro impegno, scegliendo ora di sostenerli con una piccola donazione, secondo le tue possibilità. Un permesso, quando il magistrato lo concede, ha bisogno di un posto dove andare, e per molti quel posto non esiste. La casa che c’era prima somigliava al carcere, e a lui pareva che una struttura della Chiesa non potesse essere così. Ne ha fatta sistemare un’altra, luminosa, con lo spazio per il detenuto e quattro o cinque familiari. “Quando i magistrati sono venuti per il sopralluogo non credevano fosse uno spazio per detenuti”, dice. “Uno mi ha detto che sembrava casa sua”. La chiamano Casa Zaccheo. Ci sono volontari che vanno a prendere i parenti alla stazione, e certe sere si fermano a cena. Il nome della casa viene da quel “quattro volte tanto” che don Andrea spiega spesso ai ragazzi. Nella Legge era la misura fissata per chi rubava una pecora, e Zaccheo se la impone da solo, senza un giudice e senza che nessuno lo abbia accusato. Ci arriva dopo che Gesù si è fermato a casa sua, quando ancora non aveva promesso niente: prima qualcuno lo ha accolto, poi lui ha restituito più di quanto aveva preso. Un’offerta per il sostentamento del clero somiglia a quella sosta: arriva prima della promessa e accetta che qualche scommessa vada persa. Quello che don Andrea cerca, prima di ogni restituzione, è che i suoi ragazzi sentano di stargli a cuore. Il quattro volte tanto viene dopo. Intanto a Casa Zaccheo, per qualche giorno, un detenuto apre la porta ai suoi e li abbraccia. Roma. “Le associazioni al centro della giustizia di comunità”, incontro per gli Enti del Terzo Settore volontariatolazio.it, 6 ottobre 2026 Giovedì 26 novembre 2026 dalle ore 15.30 alle 18.30, la sede di Csv Lazio, in via Liberiana 17 a Roma, ospita l’incontro “Le associazioni al centro della giustizia di comunità”, dedicato al ruolo del Terzo Settore nei percorsi di lavoro di pubblica utilità e di volontariato. L’appuntamento sarà un’occasione per approfondire il contributo che le associazioni possono offrire nei percorsi di accoglienza, inclusione e giustizia di comunità, favorendo la collaborazione con i servizi dell’esecuzione penale esterna. L’incontro è rivolto in particolare agli Enti del Terzo Settore interessati a collaborare con i servizi della giustizia di comunità e a conoscere gli strumenti di tutela assicurativa previsti per i volontari. Ad aprire i lavori saranno Maria Vittoria Menenti, direttrice Uiepe di Roma, e Mario German De Luca, presidente di CSV Lazio. Seguirà l’intervento di Michela Battista, responsabile Area IV - Coordinamento Interdistrettuale L.A.M., dedicato alla costruzione della rete tra UEPE e Terzo Settore. Uno spazio specifico sarà riservato alla tutela assicurativa dei volontari e alle procedure operative INAIL, con Tito Canessa, responsabile della Funzione Vigilanza della Direzione regionale INAIL Lazio. La parte conclusiva sarà dedicata alla condivisione delle buone pratiche e all’esperienza delle associazioni che già accolgono persone nei percorsi di giustizia di comunità. A moderare il confronto sarà Francesca Amadori di CSV Lazio, prima del dibattito e delle domande del pubblico. L’incontro si terrà giovedì 26 novembre, dalle 15.30 alle 18.30, in via Liberiana 17 a Roma, presso CSV Lazio, con la partecipazione di UIEPE Roma e INAIL - Direzione regionale Lazio. Milano. Carcere di Bollate, inaugurata la nuova Sala Musica del VII reparto di Gigliola Alfaro agensir.it, 6 ottobre 2026 È stata inaugurata, nei giorni scorsi, la nuova Sala Musica del VII reparto della II casa di reclusione di Milano Bollate, uno spazio completamente riqualificato dedicato alle attività musicali, educative e trattamentali rivolte alle persone detenute. La Sala Musica, nata come spazio dedicato alle prove musicali e ai corsi di apprendimento strumentale, nel corso degli anni è diventata un luogo di incontro, responsabilizzazione e crescita personale, nel quale la musica ha assunto il ruolo di strumento educativo, capace di favorire inclusione, partecipazione e valorizzazione delle risorse individuali. Per lungo tempo le attività musicali sono state sostenute esclusivamente dall’impegno di alcuni detenuti che, mettendo a disposizione competenze e passioni personali, hanno svolto il ruolo di tutor nei diversi corsi. Il naturale turn over della popolazione detenuta, dovuta alle scarcerazioni e ai trasferimenti, rendeva tuttavia complesso garantire una continuità stabile delle attività formative. Per tale motivo è stata preziosa la collaborazione nata con la Fondazione Antonio Carlo Monzino, che ha coinvolto stabilmente professionisti e volontari qualificati, capaci di assicurare continuità didattica, qualità formativa e una programmazione strutturata nel tempo. La Sala Musica rappresenta una nuova tappa del progetto “Musica in Carcere”, promosso dalla Fondazione Antonio Carlo Monzino, nata nel 1999 con la missione di valorizzare la pratica musicale nella sua dimensione educativa, sociale e riabilitativa. Presente all’interno dell’Istituto di Bollate dal 2010, il progetto ha preso avvio con la donazione dei primi strumenti musicali e dei materiali necessari all’allestimento delle sale prova, sviluppandosi negli anni attraverso laboratori collettivi e percorsi formativi condotti da insegnanti professionisti. Dal 2017 l’Associazione Milano Musica è divenuta partner strategico dell’iniziativa. “La Sala Musica rappresenta un esempio concreto di come gli spazi all’interno di un istituto penitenziario possano diventare luoghi di relazione, apprendimento e responsabilizzazione. La musica, attraverso la sua capacità di coinvolgere e creare collaborazione, offre alle persone detenute un’opportunità importante di crescita personale e di espressione. Questo risultato è stato possibile grazie al lavoro condiviso tra istituzioni, volontari, associazioni e soggetti privati che hanno creduto nel valore educativo di questo percorso”, ha dichiarato il direttore della ii casa di reclusione di Milano Bollate, Giorgio Leggieri. Nell’ambito del progetto è nato anche il gruppo musicale 7Band (Seventh Band). Oggi il progetto “Musica in Carcere” è attivo anche presso la casa circondariale di San Vittore, con laboratori settimanali di percussioni, e presso l’istituto penale per minorenni “Cesare Beccaria”, con percorsi intensivi realizzati durante le Settimane della Musica. “Lettere al Garante”, un ponte tra chi vive il carcere e chi ne conosce soltanto le cronache garantedetenutilazio.it, 6 ottobre 2026 Le testimonianze raccolte dal Garante campano, Ciambriello, al centro dell’incontro promosso dal Garante del Lazio e da Conosci Aps sui temi della detenzione e dei diritti delle persone private della libertà. Mercoledì 7 ottobre 2026, dalle ore 16.00, presso il Centro di servizio per il volontariato (Csv) di Roma, in via Liberiana 17, il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, e il Coordinamento nazionale operatori per la salute nelle carceri italiane (Conosci Aps) promuovono un seminario di studio dedicato alla presentazione del volume “Lettere al Garante. Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze” di Samuele Ciambriello, Portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale e Garante della Regione Campania. L’incontro sarà moderato dal presidente di Conosci, Sandro Libianchi, e vedrà la partecipazione di Giacinto Siciliano, Provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria per Lazio, Abruzzo e Molise, Marina Finiti, presidente del Tribunale di sorveglianza di Roma, Valentina Calderone, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Roma Capitale, Padre Lucio Boldrin, cappellano di Rebibbia Nuovo Complesso, Gianfranco De Gesu, già direttore generale dei detenuti e del trattamento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, e dei Garanti Anastasìa e Ciambriello. Pubblicato da IOD Edizioni nella collana Cronisti Scalzi, il volume “Lettere al Garante” raccoglie decine di lettere inviate da detenuti e detenute che hanno affidato alla scrittura le proprie richieste di aiuto, le denunce, le paure, le sofferenze quotidiane e il desiderio di una seconda possibilità. Attraverso le loro testimonianze emergono i temi del sovraffollamento, della solitudine, della lontananza dagli affetti, delle difficoltà sanitarie, del disagio psichico e delle criticità del reinserimento sociale. “Queste lettere sono un ponte tra il dentro e il fuori, tra chi vive il carcere e chi ne conosce soltanto le cronache. Danno voce a persone spesso invisibili e ci interrogano sull’idea di giustizia e di umanità che vogliamo costruire come società”, sottolinea Ciambriello. La prefazione del volume è firmata da Anastasìà, che definisce il libro “un piccolo atto rivoluzionario, che apre uno squarcio nel muro dietro cui è nascosta l’esecuzione della pena detentiva e restituisce dignità a chi è senza voce”. Nota: la sala può contenere un numero limitato di ospiti. Si suggerisce pertanto di inviare in anticipo la propria adesione alla segreteria organizzativa del Coordinamento Nazionale Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane (Co.N.O.S.C.I. APS) all’indirizzo e-mail conosci2000@hotmail.com. La partecipazione sarà confermata fino a esaurimento dei posti disponibili. Dipendenza, carcere e riscatto. L’autrice Paola Aceti racconta il suo messaggio di speranza di Alessandra Francesconi laspunta.it, 6 ottobre 2026 Se pensate che la tossicodipendenza sia associata solo a situazioni di abbandono o disagio, vi sbagliate di grosso. Paola viene da una famiglia benestante. Ha un’educazione rigida e una rete familiare importante. Eppure, nel vortice della droga c’è finita con tutta l’anima: marijuana, cocaina, eroina. Poi il fondo con il carcere. Quel carcere che però l’ha salvata e l’ha resa la donna che è oggi. Una sopravvissuta divenuta guerriera che, senza risparmiarsi e senza sconti, racconta sé stessa portando un messaggio di speranza a chi nella droga ci sta ancora dentro. Paola Aceti ha 57 anni, uno sguardo profondo ma accogliente. Sin da piccola riceve un’educazione rigidissima che l’ha portata a ricercare affetto e libertà altrove. Seguono amicizie, amori sbagliati e l’incontro - in età adulta - con sostanze stupefacenti che l’hanno resa tossicodipendente. La detenzione a Rebibbia la sconvolge ma poi arrivano rinascita e riscatto. Nel suo libro “Esiste la luce nel buio. La strada per sconfiggere la tossicodipendenza”, edito da Kimerik, la storia della sua vita è chiara. E ora vogliamo raccontarla ai nostri lettori. Grazie per questo momento insieme, Paola. Entriamo nel vivo. Raccontaci chi sei e qual è la tua storia... Sono una scrittrice emergente con un passato di tossicodipendenza e carcere. Oggi la mia missione è sensibilizzare le persone e far capire che la tossicodipendenza è una malattia. Ho avuto traumi importanti, nell’infanzia e durante il mio percorso di vita. Per questo ho frequentato persone fragili come ero io un tempo e con un passato molto simile al mio. Persone che frequentavano la strada, i bar… e mi sono incanalata verso la dipendenza, a partire dall’alcol. Ma quello che voglio dire è che dietro la dipendenza c’è una depressione. Un disagio che sta nell’anima che va curato sin dalla radice. La dipendenza non è una scelta, vi si arriva in maniera inconscia e ad un certo punto non riesci a dire basta. Le persone dovrebbero domandarsi non perché uno inizia ma perché continua. Nel mio caso molto ha contribuito il rapporto con mio padre. Oggi l’ho perdonato ma è stata una persona con un’educazione estremamente rigida e la sua rigidità mi ha indebolita. Spesso non era dalla mia parte, ho subito una sorta di “bullismo” e molte umiliazioni, anche davanti ad altri. Parliamo del carcere. Due anni di reclusione a Rebibbia per concorso in rapina; il resto della condanna (circa un anno e mezzo) tra domiciliari e obbligo di dimora. Cosa rappresenta il carcere per te? È stata l’ultima spiaggia a cui sono arrivata per colpa della droga che mi ha spinto a delinquere oltre che a dilapidare una casa di proprietà. Debole e in astinenza di cocaina ed eroina, ero assieme al mio compagno dell’epoca che organizzò una rapina al supermercato a mia insaputa. Ma una volta in carcere mi è scattata la paura per quel posto, ho aperto gli occhi, ho capito dove mi ero ficcata… in quel tunnel orrendo. E allora ho iniziato a pormi delle domande e a darmi delle risposte. Mi sono guardata dentro, ho meditato. Ho capito cose che in fondo già sapevo ma con una lucidità diversa. Il carcere è stata rinascita ma prima sofferenza: il tossicodipendente quando è lucido soffre più di ogni altra persona, soffre per sé stesso e la propria famiglia. Ma io voglio lanciare un messaggio positivo. Voglio offrire agli altri la mia esperienza e il mio percorso di rinascita, voglio condividere le mie risposte. Approfondiamo questo aspetto. Il tuo messaggio di speranza si traduce in un progetto. Vuoi raccontarcelo? Sì, ci tengo moltissimo. Vorrei entrare nelle carceri a livello nazionale, portare fiducia, far presente che il carcere è una svolta; voglio dare consigli costruttivi e concreti, perché le persone devono sapere che c’è sempre una luce da raggiungere, una via di uscita. Credo sia necessario garantire un aiuto a fine pena, soprattutto per i detenuti e tossicodipendenti che non hanno famiglia. Per me la famiglia è stata fondamentale sia in carcere sia fuori… non so cosa avrei fatto senza questa. Senza mia sorella che mi ha aiutata con il lavoro. Sai alcune volte non si pensa a quanto siano importanti i piccoli gesti. E invece sono quelli a fare la differenza, soprattutto in un luogo di detenzione. Come ad esempio ricevere pacchi, per un detenuto significa ricevere oro. Fa parte del mio progetto, gesti piccoli come consegnare presenti a chi non li riceve, portare testimonianze e messaggi positivi, offrire colloqui individuali, consigli concreti per un percorso di rinascita. Dare supporto a tossicodipendenti e detenuti nella ricerca del lavoro e nell’inserimento sociale. Perché la gente si suicida in carcere? Perché non ha prospettive fuori e io voglio contribuire a limitare tutto questo. Chi vuole uscire dal disagio, può uscire. Ed io ne sono la prova. Perché fai tutto questo? Ho una voglia estrema di riscatto e di essere un esempio, un esempio positivo per chi vuole uscire. Tutti coloro che hanno attraversato l’inferno, hanno diritto al riscatto. Sai, un detenuto una volta mi ha scritto che il mio libro è molto letto in carcere e sta dando speranza e luce. Una ragazza- che per due volte ha tentato il suicidio - mi ha telefonato dal penitenziario di Fuorni e mi ha confessato che la mia lettura la sta aiutando anche a capire cosa fare una volta fuori. E poi lo devo a mia mamma, che ci ha lasciato circa dieci anni fa, per via dell’Alzheimer. Stai cercando un appoggio politico per portare avanti il tuo progetto? Sì, io ho messo a disposizione il mio progetto riguardo i disagi nelle carceri e il degrado per spaccio e tossicodipendenza al movimento “Italia Domani” di Marco Rizzo. Ho scelto loro perché rappresentano un movimento politico neutrale, perché portano avanti il concetto di sovranità del Paese e insieme riusciremo a far nascere l’Italia più forte e indipendente. E con l’occasione, ringrazio anticipatamente per questa opportunità i membri del movimento e coloro che mi appoggiano. Guardando indietro, c’è qualcosa che non rifaresti? Rifiuterei le umiliazioni, sarei più egoista, eviterei di soffrire per chi non merita. Domanda scontata ma di rito: hai mai il timore di ricadere nella droga? No. Non ho più il terrore di ricascarci. La sostanza ti fa soffrire, i tossici si devono aiutare. C’è invece qualcosa che ti fa paura oggi? Niente mi fa paura. Io ho curato il dettaglio nella mia rinascita… grazie alla famiglia. In questa intervista hai lanciato messaggi di speranza ed era ciò che più desideravi. C’è altro che vuoi dire ai nostri lettori? Beh, sì: ai genitori voglio dire di comprendere i figli, di farli aprire, di invitarli a non tenere nulla dentro. Ai ragazzi voglio dire che la droga è ingannatrice, ladra di sentimenti che mangia amore per sé e per gli altri. “Quello che non hai sentito”. Intervista all’autore Marco Erba edizioniares.it, 6 ottobre 2026 Che cos’è davvero il carcere quando si spegne il clamore delle notizie di cronaca o dei cliché narrativi? È da questo interrogativo - nato dall’incontro inaspettato con un detenuto durante un festival letterario - che prende forma “Quello che non hai sentito. 18 voci dal carcere”, di Marco Erba, già autore di “Fra me e te” (Rizzoli), “Città d’argento” (Rizzoli) e “Il male che hai dentro” (Rizzoli). In questa conversazione, l’autore ci guida dietro le sbarre per raccontare una comunità viva fatta di umanità, sguardi educativi capaci di restituire dignità e storie “urticanti” che chiedono solo di essere ascoltate per essere comprese. Come è nato il desiderio di raccontare il carcere in questo libro, che non è un romanzo o un’inchiesta, ma un’opera corale di testimonianze? È nato per caso, come molti dei miei libri. Tutto è partito da un incontro durante un festival letterario: in quell’occasione ho avuto modo di entrare nell’istituto di pena che è poi diventato il teatro di Quello che non hai sentito, e lì ho conosciuto un detenuto. Aveva letto un mio romanzo e lo aveva consigliato alla figlia, che era fuori. Lei lo ha letto a sua volta e lo ha persino utilizzato per la tesina di terza media. La storia condivisa da quest’uomo mi ha emozionato enormemente: l’idea che le mie parole potessero fare da ponte tra lui, dietro le sbarre, e sua figlia, fuori, mi ha fatto nascere il desiderio profondo di approfondire quel mondo. Inoltre, dopo l’incontro c’è stato un momento di festa in cui ho visto insieme detenuti, educatori, agenti della polizia penitenziaria e la direttrice. Lei mi ha presentato molte persone chiamandole sempre “signor” e riferendosi al carcere che gestiva come a una vera e propria comunità. È stato lì che si è accesa la lampadina: volevo entrare in quella comunità, viverla da dentro e raccontarla in presa diretta, lasciando la parola a chi la vive ogni giorno. Offri una prospettiva del carcere molto diversa da quella a cui siamo abituati. Nel libro torna spesso l’idea che la pena non si misuri soltanto in anni, mesi o giorni, ma nella qualità del tempo trascorso. Cosa significa per te, in concreto, “un tempo abitato”? Un tempo abitato è un tempo nel quale chi è costretto a stare chiuso lì dentro svolge attività che lo portano a riscoprire sé stesso. In quella settimana ho visto cose bellissime: allenamenti di basket, tornei di cucina… Ho persino partecipato come giudice a una gara di pizze, dove vedevi i detenuti metterci l’anima ed essere davvero orgogliosi di raccontare ciò che avevano preparato. Ho preso parte anche a un incontro all’interno della biblioteca del carcere. Insomma, parlo di ogni attività educativa che viene proposta e che, in termini tecnici, prende il nome di “trattamento”. Un’alta intensità di trattamento significa proprio un carcere in cui si offrono molte opportunità di questo tipo. È questo il cuore del carcere ed è questo il suo tempo di qualità. Anche il preziosissimo lavoro degli agenti di polizia penitenziaria serve a questo: a garantire che le attività di trattamento si svolgano in piena sicurezza. Perché la realtà del carcere non è quasi mai descritta così nei media o nei racconti tradizionali? Perché di solito del carcere si parla solo attraverso due estremi: da un lato quando ci sono le rivolte, le devianze e le violenze; dall’altro, al contrario, lo si racconta in modo secondo me troppo edulcorato e mitizzato, rincorrendo la storia del detenuto “bello e maledetto”. La realtà è un’altra: chi sta in carcere è una persona che soffre, ma che può anche intraprendere percorsi concreti di riscatto, di disintossicazione dalle dipendenze e di ripartenza. Mi sembra di capire che la dimensione umana e relazionale sia fondamentale in un percorso di questo tipo. Credere in una persona può quindi diventare decisivo per il suo cambiamento? Non è che può diventare, lo è, lo è assolutamente, toglierei il “può”. Una delle storie che racconto nel libro riguarda un detenuto vittima di diverse dipendenze, finito in carcere per un’azione di una violenza estrema e con alle spalle una serie di problemi con la giustizia. Lui stesso racconta di essere cambiato nel momento in cui ha incontrato una figura educativa all’interno dell’istituto. Questa persona ha letto il suo fascicolo criminale e gli atti della magistratura, ma ha letto anche il suo curriculum professionale: ha visto che era un muratore. La sua reazione è stata: “Che meraviglia!”. All’inizio il detenuto pensava fosse un’affermazione ironica, una sorta di rimprovero preventivo per dirgli di rigare dritto. Invece era sincera: “Che meraviglia, sei un muratore! Qui dentro abbiamo proprio bisogno di un muratore che lavori”. Questa e tante altre storie mi hanno confermato una certezza: tu cambi se trovi su di te lo sguardo di qualcuno che compie l’atto educativo più radicale in assoluto, ovvero avere fiducia in te anche quando pensi di non meritarla. E per te, in prima persona, cosa ha significato vedere realmente queste persone? Per me è stata un’emozione incredibile, è stata forse l’esperienza più forte della mia vita - anzi, tolgo il “forse”. Ho provato due sensazioni paradossali. La prima è stata una sensazione di libertà e di accoglienza: entri attraversando diversi cancelli, vai dietro le sbarre, sei controllatissimo, ma una volta dentro ti senti libero perché ti trovi accolto da persone che desiderano essere viste e che ti accolgono per ciò che sei. La seconda sensazione - e lo dico davvero in modo molto realistico, non poetico - è che ascoltando le loro storie non mi sento migliore neanche di uno di loro. Io non sono migliore, tu non lo sei, chi ci ascolta non lo è. Perché davvero, se fossi nato e cresciuto nelle condizioni di tanti di loro, probabilmente sarei lì al loro posto. Il carcere è un luogo di marginalità sociale dove i condizionamenti personali e ambientali sono fortissimi. Poi, certo, esiste la libertà. Ho conosciuto un’agente di polizia penitenziaria meravigliosa che mi ha detto: “Anch’io sono cresciuta in determinate condizioni, ma ho fatto una scelta”. Quindi esistono la libertà e la responsabilità, ma tante volte il passo tra “noi” e “loro” è veramente un soffio, molto più di quanto ci potremmo aspettare. La prefazione al tuo libro è firmata dall’ex Ministra della Giustizia Marta Cartabia che, partendo dai tuoi racconti, spende parole importanti sulla necessità di approfondire il tema della giustizia riparativa. Vuoi riassumerci cosa dice e qual è la tua visione in merito? La giustizia riparativa, secondo me, è il completamento e il vertice della giustizia. La giustizia penale è quella della bilancia: è una dea bendata, cieca, con una spada in mano; deve essere cieca e deve essere inflessibile. Qual è però il rischio della bilancia? È che i piatti restino impari: di fronte a una colpa applichi una pena, ma il dolore raddoppia, perché c’è sia quello della vittima sia quello del carnefice. È inevitabile che in uno Stato civile esista una giustizia penale, ma la si può definire un male necessario. La giustizia riparativa, invece, è come una pianta che ha radici, cresce e fa ombra a tutti, e sotto la quale possono convivere vittime e carnefici. Stando all’interno di un carcere lo cogli chiaramente: la giustizia penale guarda al passato, quella riparativa guarda al futuro. Me l’ha detto benissimo un’educatrice di cui riporto la testimonianza: il magistrato e il giudice guardano alle azioni del passato e giustamente non leggono la persona, perché è il loro ruolo; gli educatori carcerari, invece, sono chiamati a guardare la persona negli occhi, a conoscerla e a scorgerne le potenzialità. Sono due facce della stessa medaglia, ma il vertice resta la giustizia riparativa. La prefazione della professoressa Cartabia è meravigliosa e vi invito a leggerla. La cosa che mi ha colpito di più è quando scrive che ascoltare le storie non significa giustificare le azioni, ma che le storie hanno il diritto di essere ascoltate. Ed è quello che ho fatto nel libro: sentirete parlare un mafioso, una persona che ha fatto molte rapine, dei tossicodipendenti, un uomo condannato per violenza contro sua moglie. Sono racconti urticanti e irritanti, ma Cartabia dice giustamente che vanno ascoltati per comprendere. E comprendere è diverso da giustificare, ma è un passaggio necessario, altrimenti non si risolve nulla. Cosa speri che il lettore porti con sé dopo aver letto queste storie? Il “Tu puoi” è un’immagine bellissima che spero sia proprio ciò che il lettore si porterà a casa. Significa che puoi allenare il tuo sguardo per cercare dentro le persone la scintilla di bellezza insopprimibile che ognuno possiede: quella scintilla che a volte cova sotto la cenere delle colpe e degli errori, ma che è ciò che ci rende umani ed è ciò che può generare il futuro. Ecco, questa è la sfida che lancio al lettore: cercare quella scintilla sotto la necessaria e doverosa indignazione, perché una scintilla c’è in tutti. Il governo esibisce leggi. Ma in realtà non servono di Vitalba Azzollini* Il Domani, 6 ottobre 2026 Da tempo l’iperattivismo normativo caratterizza l’azione dei governi: di fronte a un problema si introduce una nuova disposizione; se già esiste, la si riscrive o si aggiunge una sanzione. Il meccanismo è ancora più palese nell’azione dell’attuale esecutivo che affastella interventi su interventi, anziché valutarne l’effettiva esigenza. Basti pensare al susseguirsi di decreti Sicurezza, varati sulla base di emergenze di volta in volta evocate, che sovrappongono regole nuove ad altre già vigenti. La legge smette così di essere uno strumento per ottenere un risultato e diventa essa stessa un risultato da esibire. Il recente decreto sulla scuola offre un esempio evidente. La legge Reale del 1975 proibisce già, in luogo pubblico o aperto al pubblico e senza giustificato motivo, l’uso di qualunque “mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona”. Eppure, il governo ha sancito un divieto specifico di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto, presentandolo come una novità. Le due norme non coincidono del tutto, ma la condotta era sostanzialmente già vietata. Se una regola vigente non viene fatta rispettare, non risolverà il problema specificarla ulteriormente e aggiungere una nuova sanzione. Nello stesso decreto c’è il tetto del 30 per cento di alunni stranieri in alcune classi prime. Considerate le deroghe previste dal decreto stesso, è stato stimato che possa riguardare appena una decina di scuole e poche centinaia di studenti. Effetti tanto limitati fanno dubitare che per il governo conti davvero il risultato, più che la norma da esibire. Il fatto che si legiferi su ambiti già disciplinati emerge anche da una sentenza della Corte costituzionale del luglio scorso, relativa al cosiddetto decreto Cutro, con cui nel 2023 fu introdotto un illecito penale per i casi in cui dal favoreggiamento dell’immigrazione irregolare derivino morte o lesioni. Giorgia Meloni parlò di “una nuova fattispecie di reato”. Ma la Consulta ha spiegato che quella nuova disposizione “non estende” l’area del penalmente rilevante: in altri termini, il comportamento era già punibile prima della nuova disciplina, applicando le norme sul favoreggiamento dell’immigrazione irregolare insieme a quelle sull’omicidio o sulle lesioni colpose. Con buona pace dell’idea della presidente del Consiglio che servisse un ulteriore reato. La stratificazione normativa si vede anche nelle norme ancora da approvare. Ad esempio, una recente proposta di Fratelli d’Italia (ddl Gelmetti) mira a sospendere alcuni benefici comunali ai genitori di minorenni condannati, anche soltanto in primo grado, a una pena detentiva di almeno un anno. L’ordinamento prevede già la responsabilità civile dei genitori per i danni causati dal fatto illecito del figlio minore. Inoltre, nel 2023 il decreto Caivano ha introdotto a loro carico una sanzione pecuniaria per determinati fatti commessi da minori tra i 12 e i 14 anni, e nel 2026 il legislatore è intervenuto di nuovo, estendendo la misura ai genitori di ultraquattordicenni già ammoniti che tornino a commettere reati. La nuova proposta aggiunge un’ulteriore conseguenza. Il copione resta lo stesso: a ogni allarme segue una nuova risposta sanzionatoria, senza verificare se la precedente abbia funzionato. E, nel tentativo di andare oltre quanto già previsto, si rischia pure di superare i limiti posti dall’ordinamento. Il genitore vedrebbe sospeso un beneficio economico per effetto della condanna del figlio senza che sia accertata una sua specifica responsabilità. E la sospensione verrebbe disposta già dopo una condanna non definitiva. Anche i dubbi di costituzionalità comportano costi, in termini di incertezza e contenzioso. Prima di elaborare altre disposizioni, bisognerebbe valutare il funzionamento di quelle già vigenti. Ma una verifica del genere, quando quelle norme siano state introdotte dallo stesso governo, potrebbe mostrare il fallimento delle sue politiche precedenti. Conviene di più, allora, esibire un nuovo intervento anziché fare il bilancio del pregresso. Legiferare, però, non è mai “a costo zero”. Anche quando non introduce nuovi oneri finanziari, richiede lavoro degli uffici legislativi, tempo parlamentare e attività di attuazione. Risorse pubbliche sottratte ad altro. Dunque, con questo modo di intervenire, ogni nuova legge resta una scommessa fatta a spese dei cittadini, ma presentata come prova che si sta agendo nel loro interesse. *Giurista Gino Cecchettin ai ragazzi in Comunità: non lasciate che la rabbia vi rubi la vita di Livia Zancaner Il Sole 24 Ore, 6 ottobre 2026 Da una parte, ragazzi con storie difficili e sofferenze con cui devono fare i conti ogni giorno. Dall’altra, un uomo che attraversa il proprio dolore e trova il coraggio di mostrarlo. In mezzo, una lettera e il bisogno di capire come si possa tornare a fidarsi dopo una vita di sofferenza. A Kayròs, comunità alle porte di Milano che accoglie giovani con storie familiari difficili e provenienti da percorsi penali, Gino Cecchettin parla con i ragazzi. Racconta di Giulia e del suo sorriso che lo accompagna ogni giorno, della difficoltà di fidarsi delle persone e dell’importanza di lasciar andare la rabbia, di attraversare il dolore e di farci i conti. Tutte emozioni che i ragazzi di don Claudio Burgio, fondatore di Kayròs e cappellano del carcere minorile Beccaria, conoscono bene. Una lettera per provare a rialzarsi - A invitare Gino Cecchettin a Kayròs è stato un ragazzo della comunità, poco più che ventenne, attraverso una lettera. “In questi anni ho seguito il suo percorso e c’è una cosa che mi ha colpito profondamente: il modo in cui, dentro un dolore così grande, è riuscito a trovare la forza di andare avanti”. Gli racconta la stanchezza dopo anni di sofferenza, le delusioni ricevute dalle persone a cui ha voluto bene e la difficoltà di fidarsi ancora. “Ascoltarla potrà farci solo del bene. Noi qua cerchiamo continuamente di rialzarci. E chi più di lei può spiegarci al meglio come si fa?”, gli scrive. L’incontro a Kayròs si apre proprio con la lettura di quelle parole. Da lì nasce il dialogo: come raccontare quello che si prova, a chi affidarlo, come riconoscere una persona capace di aiutare. Domande che legano il lavoro quotidiano della comunità all’impegno di Cecchettin, che con la Fondazione intitolata a Giulia, uccisa l’11 novembre 2023 da Filippo Turetta, incontra i giovani per educare al rispetto e prevenire la violenza. La fiducia comincia dal coraggio di parlare - “Per iniziare a fidarsi di nuovo, bisogna avere il coraggio di esprimere quello che abbiamo dentro”, dice Cecchettin. Un passaggio difficile per chi ha imparato a proteggersi dalle delusioni, tenendo gli altri a distanza. Per questo conta trovare qualcuno che sappia ascoltare, “quelle persone che non giudicano e ti dicono: Cosa posso fare per te?, quelle sono le persone di cui fidarsi”. Cecchettin torna alla morte della moglie, avvenuta un anno prima di quella di Giulia. Racconta come lui e i tre figli abbiano imparato a sostenersi: “ci puntellavamo a vicenda”. In quel dolore ha scoperto di poter mostrare ai figli la propria fatica. “Ho imparato a farmi vedere fragile e quella mia fragilità per loro non era una debolezza, ma una cosa umana”. “È normale non sapere come affrontare il dolore”. Piangere, sentirsi afflitti, non avere una risposta sono emozioni da accettare. Eppure molti ragazzi faticano a esprimerle. Soprattutto quando è stato insegnato loro che “il modello dell’uomo vincente è quello che non deve chiedere mai”. Un modello che lascia soli davanti alle difficoltà. “Ma gli uomini che non chiedono mai sono felici? Purtroppo no. Perché nella vita ci troviamo di fronte a quegli ostacoli che da soli non riusciamo a superare e abbiamo bisogno dell’aiuto di qualcuno”, continua il papà di Giulia. Non lasciare alla rabbia il nostro tempo - “Come hai fatto a non farti travolgere dalla rabbia?”, gli chiedono i ragazzi. “Avrei potuto farlo, avrei potuto farmi travolgere dal desiderio di vendetta”, dice Cecchettin. “Ma questo avrebbe comportato uno sforzo grandissimo, mi avrebbe rubato molto tempo, permettendo a lui - Filippo Turetta - di portarmi via, oltre a mia figlia, anche il tempo da dedicare alle persone e ai momenti per me più importanti”. Poi un’altra domanda: “Che cosa hai provato quando hai visto l’assassino di tua figlia?”. “Io sono andato in tribuanle come chi non si aspetta nulla dalla vita, perchè avevo già perso tutto”. Però - continua Cecchettin - percepivo la rabbia di tutti: se ci fosse stato un “odiometro” per misurare l’odio, sarebbe schizzato. “Io, invece, avevo raggiunto una tranquillità strana, perché avevo fatto un percorso. E ho provato pena per lui”. Guardare negli occhi chi ha sbagliato - Gino Cecchettin sa che queste parole hanno suscitato critiche, ma spiega ai ragazzi il senso della propria posizione: “Noi dovremmo guardare negli occhi chi sbaglia, anche chi ha sbagliato in modo incredibile. Solo così che possiamo cambiare le cose”. “Non siamo giudici. Nel momento in cui non giudichiamo, l’unica cosa che possiamo fare è aiutare, capire come la società possa cambiare e diventare migliore”. A Turetta vorrebbe fare delle domande, per comprendere che cosa lo abbia portato a uccidere e quali emozioni non sia riuscito a gestire: “Cosa ti porta fino a quel punto, fino ad arrivare a uccidere una persona? Di quali strumenti hai bisogno per poterti fermare?”. Risposte che potrebbero contribuire a capire come intervenire prima che la violenza si compia. E poi l’invito ai ragazzi: attenzione a non normalizzare un’offesa, certe parole, la violenza. Il sorriso di Giulia che ripaga più di ogni successo - Poi il racconto torna a Giulia, al suo desiderio di diventare illustratrice. Poco prima di laurearsi in ingegneria aveva confidato al padre di volersi iscrivere al corso triennale di illustrazione della scuola internazionale di Comics, a Reggio Emilia. Lui l’aveva incoraggiata: “Non devi vederla come punto di arrivo, ma come punto di partenza”. E aveva aggiunto: “Ti voglio vedere diventare la più grande illustratrice d’Italia”. “Il sorriso che Giulia mi ha fatto in quel momento è la cosa più bella che ti può capitare nella vita. Non c’è un successo professionale che mi abbia ripagato più di quel sorriso lì”. E ancora: “Anch’io pensavo che per essere felice, bisognasse essere qualcuno, fare soldi. Alla fine un sorriso mi ha reso felice per una vita”. I disegni di Giulia e il film in arrivo - La passione di Giulia per l’illustrazione trova spazio nella mostra “Continuiamo a fare rumore”, inaugurata il 30 settembre nella sede di Banco Bpm, in Piazza Meda, a Milano. L’esposizione raccoglie circa quaranta opere realizzate dagli studenti dei corsi di illustrazione della Naba, Nuova Accademia di Belle Arti e della scuola internazionale di Comics. Accanto ai loro lavori sono esposti anche alcuni disegni originali realizzati da Giulia Cecchettin, la cui storia arriverà al cinema. “Se domani non torno”, diretto da Paola Randi e tratto dal libro “Cara Giulia”, scritto da Gino Cecchettin con Marco Franzoso, sarà presentato in anteprima il 23 ottobre alla Festa del Cinema di Roma e ad Alice nella città. Uscirà nelle sale il 5 novembre. Il film, prodotto da Notorious Pictures, ripercorre i giorni a cavallo del femminicidio di Giulia, attraverso le parole e la presa di coscienza di Elena, sua sorella e di Gino Cecchettin. “Il femminicidio è un omicidio di Stato, perché lo Stato non ci tutela, perché non ci protegge. Il femminicidio non è un delitto passionale, è un delitto di potere. Serve un’educazione sessuale e affettiva capillare, serve insegnare che l’amore non è possesso. Bisogna finanziare i centri antiviolenza e bisogna dare la possibilità di chiedere aiuto a chi ne ha bisogno. Per Giulia non fate un minuto di silenzio, per Giulia bruciate tutto”. È uno stralcio della lettera scritta da Elena dopo la morte della sorella, un appello alla responsabilità collettiva e al cambiamento, di cui oggi è portavoce la fondazione Giulia Cecchettin. Custodire i momenti memorabili - Sono passati quasi tre anni dal femminicidio di Giulia, che ha segnato uno spartiacque nel dibattito sulla violenza contro le donne, portando a interrogarsi su comportamenti prima sottovalutati e su una violenza spesso percepita come qualcosa che riguarda soltanto gli altri. Gino Cecchettin continua a parlare con i ragazzi e le ragazze nelle scuole di tutta Italia. Anche a Kayròs indica una direzione: “Se vogliamo una vita piena e se, a un certo punto della vita, vogliamo guardarci indietro e dire: tutto sommato sono felice di come ho vissuto, non ho buttato via nessuno dei miei giorni, ecco, quella è la direzione”. La felicità, racconta ai ragazzi di Kayròs, è anche saper riconoscere e custodire certi momenti, che “prendi, metti in cornice e tieni lì”. Per lui quel momento è il sorriso della figlia, un sorriso che “fa parte dei momenti memorabili della mia vita, un momento a cui vorrei ambire tutti i giorni”. Adolescenti, social e relazioni: la generazione che riconosce i rischi online, ma fatica a sottrarsi di Enrico Calabrese Il Sole 24 Ore, 6 ottobre 2026 Due dati da cui partire. Il primo: l’85% dei ragazzi e delle ragazze ha visto online post o video in cui la gelosia o il controllo nella coppia vengono presentati come normali. Il secondo: il 92% degli adolescenti si imbatte sui social in contenuti che prendono in giro e svalutano le ragazze. Eppure, gli adolescenti non sono ingenui spettatori della rete. È quanto si legge nella Survey Teen 2026, con le rilevazioni Ipsos Doxa elaborate per Fondazione Libellula, un network di aziende, persone e comunità impegnate nella prevenzione e nel contrasto della violenza di genere e di ogni forma di discriminazione. I risultati della ricerca sono basati sulle voci di oltre 1.300 adolescenti e indagano le percezioni e le esperienze nel mondo online, insieme all’impatto dei social nella vita quotidiana. Noi della redazione di Info Data, potendo analizzare i dati in esclusiva nazionale prima della data di pubblicazione dello studio (prevista per il 7 ottobre 2026), vi riportiamo di seguito i punti di maggior rilievo dell’indagine, assieme al supporto di alcuni grafici, per aiutare le lettrici e i lettori de Il Sole 24 Ore a comprendere i fenomeni, come già fatto sugli argomenti che riguardano i giovani, il loro rapporto con i social e la loro educazione in precedenti articoli. Metodologia e obiettivi della ricerca - Il nucleo principale della ricerca è costituito da un campione rappresentativo nazionale di 800 giovani, selezionati da Ipsos in base a genere, età e area geografica e intervistati attraverso questionari online auto-compilati (metodologia CAWI). A questa prima popolazione si è aggiunto un secondo campione di 550 ragazzi e ragazze attraverso l’Osservatorio Libellula, utilizzandolo come termine di confronto. Il questionario, della durata media di 16-18 minuti, è stato progettato per andare oltre le dichiarazioni di principio e osservare il comportamento concreto degli adolescenti, alternando domande su percezioni, esperienze personali e reazioni a contenuti tipici dell’ecosistema digitale contemporaneo. Nello specifico, sono stati analizzati i livelli di esposizione a meme sessisti, contenuti sulla “maschilità alpha”, modelli relazionali basati su gelosia e controllo, linguaggi misogini nella musica e nel gaming, oltre alle pratiche quotidiane sui social, dalla condivisione di immagini alla ricerca di approvazione online. L’analisi finale ha posto particolare attenzione alle differenze legate a genere ed età, con l’obiettivo di comprendere uno degli aspetti centrali emersi dall’indagine: la distanza tra la capacità di riconoscere stereotipi, sessismo e dinamiche tossiche online e la concreta capacità di contrastarli nella vita quotidiana. Gli stereotipi e i conflitti nell’algoritmo - I social rappresentano il principale ambiente di socializzazione digitale. TikTok è utilizzato dal 64% degli adolescenti intervistati, seguito da Instagram al 51%. Non sorprende, quindi, che gli stessi social siano lo spazio in cui si diffondono con maggiore efficacia stereotipi e modelli relazionali disfunzionali. L’89% degli intervistati dichiara di essersi imbattuto in contenuti legati ai cosiddetti “maschi alpha”, “sigma” o alla cultura del “body count”, mentre l’85% trova frequentemente online post o video che presentano gelosia e controllo della coppia. Secondo le voci dei ricercatori, la responsabilità non è soltanto dei singoli contenuti, ma delle logiche algoritmiche che privilegiano emozioni forti, polarizzazione e coinvolgimento immediato. Questo perché i messaggi che suscitano rabbia, indignazione o conflitto tendono a ottenere maggiore visibilità rispetto ai contenuti più riflessivi. Il peso del corpo nella società dei like - L’estetica emerge come una delle dimensioni più rilevanti dell’esperienza digitale degli adolescenti. Quasi un ragazzo su due, il 48%, ammette di modificare le proprie immagini sui social per apparire più attraente. Tra le ragazze la percentuale sale al 54%. Inoltre, il 34% dichiara di pubblicare foto provocanti per ottenere più “mi piace”. Il fenomeno del cosiddetto pretty privilege, ovvero il vantaggio sociale attribuito alle persone considerate attraenti, è riconosciuto dal 32% degli intervistati. Al tempo stesso, l’80% ritiene che i social favoriscano la competizione tra ragazze sul piano dell’aspetto fisico. Contribuiscono a questa logica, secondo quanto riportato dagli autori, la popolarità di creator e personaggi pubblici che costruiscono i propri contenuti attorno all’immagine di sé. Nondimeno, anche la crescente promozione di prodotti e servizi del settore beauty contribuisce a rafforzare l’idea che l’aspetto fisico possa determinare il proprio valore. I risultati suggeriscono che gli adolescenti siano perfettamente consapevoli della pressione estetica esercitata dalle piattaforme, ma continuino comunque a partecipare a quelle stesse dinamiche perché considerate centrali per ottenere approvazione Sentirsi soli, insieme - Contrariamente allo stereotipo dell’adolescente completamente scollegato dal mondo adulto, la famiglia continua a rappresentare il principale riferimento emotivo. Il 56% dei ragazzi e delle ragazze afferma che si confiderebbe con i propri genitori in caso di malessere. La percentuale sale al 67% tra i più giovani, gli adolescenti tra i 14 e i 15 anni. Questo non significa che il disagio sia assente. Il 38% degli intervistati dichiara di sentirsi solo; tra le ragazze la quota raggiunge il 45%, contro il 32% dei ragazzi. Inoltre, il 44% sostiene di non sentirsi compreso dagli adulti. La ricerca individua una diversa gestione delle emozioni tra i generi: le ragazze tendono a riconoscere e verbalizzare maggiormente fragilità e solitudine, mentre i ragazzi risultano più influenzati da modelli culturali che associano la vulnerabilità alla debolezza. I contesti educativi e le possibili soluzioni - La conclusione della Survey Teen 2026 è netta: il problema non è una presunta incapacità degli adolescenti di comprendere il mondo digitale. I dati mostrano, piuttosto, una generazione che sa riconoscere stereotipi, sessismo, controllo e modelli tossici, ma che spesso incontra difficoltà nel prendere posizione quando questi fenomeni coinvolgono il proprio gruppo di amici, le relazioni affettive o le dinamiche sociali online. Per questo motivo, sostengono gli autori, non basta fornire informazioni o vietare contenuti. Serve costruire contesti educativi capaci di ridurre il “costo sociale” del dissenso, aiutando ragazzi e ragazze a trasformare la consapevolezza in azione concreta.