Il Paese della gogna di Gian Domenico Caiazza Il Foglio, 5 ottobre 2026 L’errore giudiziario e il suo brodo di coltura. L’indagine e il sospetto, indicato alla pubblica opinione come la soluzione dell’enigma delittuoso. Il caso Tortora e, oggi, il caso Garlasco. Garlasco è la parabola in grado di raccontarci fedelmente cosa accade nella quotidiana amministrazione della giustizia nel nostro paese, ancor più quando su una vicenda giudiziaria, per le più varie ragioni, si accendono i riflettori e la vorace attenzione della pubblica opinione. Nella quotidianità silenziosa e anonima della vita giudiziaria italiana, molte delle dinamiche che in queste vicende a forte esposizione mediatica appassionano, stupiscono e indignano la pubblica opinione, si ripetono in realtà molto spesso, solo che nessuno lo sa. Per capirci: è un evento assolutamente eccezionale che un pubblico ministero e i suoi investigatori, terminate le indagini e depositati gli atti alla difesa perché questa possa finalmente confutare l’ipotesi accusatoria, o almeno sollecitarne una parziale riscrittura, facciano anche solo un piccolo passo indietro. Non parliamo poi della prova scientifica: reparti specializzati di polizia e consulenti tecnici del pubblico ministero fissano verità che, di regola, non prevedono ripensamenti. Nella mia esperienza professionale, non ho memoria di consulenti tecnici dell’accusa che ad un certo punto dicano “forse abbiamo sbagliato”. Sarà un giudice nei vari gradi di giudizio a valutare limiti e fondatezza dell’indagine, giammai un autonomo ripensamento da parte della pubblica accusa, soprattutto dopo che questa abbia reso pubblica la propria ricostruzione dei fatti. La conclusione delle indagini, insomma, è normalmente un punto di non ritorno nella vita giudiziaria quotidiana, un approdo non negoziabile, una verità da difendere con le unghie e con i denti, nonostante il codice preveda, non certo a caso, l’apertura di una fase interlocutoria con la difesa volta proprio a sottoporre l’ipotesi accusatoria a una prima prova di resistenza. Questa radicata e diffusa attitudine dell’investigatore, il quale evidentemente vive come un’onta la prospettiva di dover eventualmente riconoscere una verità diversa da quella ipotizzata e ricostruita dalla propria indagine, è esattamente il brodo di coltura privilegiato dell’errore giudiziario, più che mai se la vicenda abbia assunto sin dall’origine una forte esposizione mediatica. Se ripensare la ricostruzione dei fatti è già un evento inconsueto nella realtà quotidiana dell’investigatore, è addirittura impensabile che ciò possa accadere coram populo. Cos’altro è stato il caso Tortora, se non la difesa strenua di una incredibile topica investigativa, costruita - con quel clamore mediatico quasi planetario - sulla scelta di conferire credito assoluto alle accuse di uno squilibrato già in precedenti sentenze qualificato come calunniatore seriale patologico, senza compiere un solo atto investigativo a riscontro (non uno solo!), prima dell’ordine di cattura? Eccoci allora ai recentissimi colpi di coda della indagine-bis sull’omicidio di Chiara Poggi. L’indagato Stasi viene all’epoca incastrato dalle ormai famose tracce di sangue sui pedali della bicicletta con la quale sarebbe ritornato a casa dopo aver massacrato, senza un movente accertato, la donna amata. Tracce - gli investigatori - riferibili al Dna di Chiara “oltre ogni ragionevole dubbio”. Oggi la Procura di Pavia ci informa che, dopo quel primo esame positivo, la stessa polizia scientifica ne aveva effettuati altri due, entrambi di esito radicalmente opposto; e che questi due esami -circostanza che ci viene presentata come documentalmente incontrovertibile - non furono mai resi noti alle parti e, a quanto pare di capire, nemmeno al pm titolare dell’inchiesta. La notizia deflagra, e ora tutti a chiedersi perché e per come, a parlare apertamente di depistaggio e a indagarne le recondite ragioni. Si tratta di uno sviluppo certamente clamoroso delle indagini, e a quelle domande dovranno dare risposta gli inquirenti patavini, non noi dal divano di casa. Se verranno scoperte oscure ragioni ispiratrici di un depistaggio volto ad attribuire a un innocente quell’efferato omicidio, ne prenderemo atto con sgomento. Nel frattempo io mi limito, per tutte le ragioni che ho prima ricordato, a non stupirmi affatto di quanto accaduto, e oggi ricostruito dalla Procura di Pavia. E’ frequentissimo che gli investigatori, dopo i primi risultati rassicuranti, restino prigionieri dei propri sospetti e della propria ipotesi accusatoria, orientando quasi istintivamente tutte le successive evidenze investigative verso la loro conferma, e perciò depotenziando, trascurando o addirittura ignorando ogni possibile indizio di segno contrario. Se poi quella ricostruzione accusatoria diventa patrimonio della pubblica opinione, questa dinamica diventa inesorabile, perché entra in gioco la credibilità dell’indagine e di chi la sta conducendo. Certo, il sistema affida al pubblico ministero il controllo dell’operato della polizia giudiziaria (che nel caso delle due prove negative sui pedali della bicicletta di Stasi, a quanto apprendiamo, sarebbe stato addirittura eluso). Ma se questo controllo, per convincimento o anche solo per pigrizia professionale, si traduce in piena condivisione delle indagini di polizia giudiziaria (il che avviene, credetemi, molto frequentemente), difficilmente si torna indietro. L’indagine si è sbilanciata verso un sospetto, lo ha coltivato e fatto proprio, lo ha indicato alla pubblica opinione come la soluzione dell’enigma delittuoso: il dado è tratto. Nella vicenda del popolare presentatore di “Portobello”, si arrivò icasticamente a dire che “l’innocenza delle indagini esigeva la colpevolezza di Tortora”. Occorre dire che, nella vicenda di Garlasco, quel granitico convincimento sulla responsabilità di Alberto Stasi non ebbe la forza di resistere a ben due gradi di giudizio di merito, che si risolsero in una doppia conforme assolutoria, anche senza le clamorose scoperte investigative di questi giorni; ma francamente dubito che, se quelle due analisi negative sui pedali fossero state rese note, si sarebbe mai arrivati anche solo al rinvio a giudizio. Eppure, la forza del sospetto sulla responsabilità di Stasi è stata tale da vincere perfino una doppia conforme assolutoria, il vero scandalo - a mio giudizio - di questa vicenda. E forse non solo a mio giudizio, visto che, poco tempo dopo, il legislatore ha ritenuto di dover modificare la norma, che ora finalmente impedisce al pm di poter impugnare per Cassazione una doppia conforme assolutoria con censure di illogicità della motivazione, come appunto accaduto nei confronti di Stasi. In altri termini, a normativa oggi vigente, Alberto Stasi sarebbe un cittadino giudicato definitivamente innocente da due successive sentenze assolutorie. Ora la difesa darà impulso a un giudizio di revisione, che comunque non potrà mai restituire a Stasi la lunga detenzione patita, e la distruzione della sua vita. Tuttavia, faccio fatica a pensare che questa dolorosa vicenda, nonostante il suo impatto mediatico clamoroso, abbia seminato nella pubblica opinione almeno una maggiore comprensione del principio costituzionale della presunzione di innocenza, e della necessità di porre un limite al potere di impugnazione del pubblico ministero. Guardo le trasmissioni tv, scorro i social infuocati, e vedo in realtà due squadre contrapposte, ciascuna alla ricerca famelica del proprio colpevole: chi Stasi, chi Sempio. Per il quale ultimo, la gran parte dei critici giustamente implacabili di queste disvelate omissioni investigative, non esitano a farsi sostenitori, senza fare un plissé, di una ipotesi accusatoria costruita sulla idea che una impronta di scarpa 42 possa essere stata impressa da chi oggi porta una taglia 44. La verità è che il nostro è il paese che subisce l’irresistibile fascino della forca, è il paese delle tricoteuses, è il paese che è innanzitutto pronto a chiedere più galera per tutti; è il paese disposto a fare fuoco e fiamme in difesa di un innocente ingiustamente accusato e condannato, alla imprescindibile condizione che, contestualmente, gli si dia in pasto, più o meno a qualunque costo, un nuovo colpevole. “Il nuovo Csm dovrà avere coraggio” di Massimiliano Nerozzi Corriere della Sera, 5 ottobre 2026 Arata, candidato per Areadg: a volte gli ispettori si mandano per intimidire i magistrati. Il prossimo Csm rappresenta, per le aspettative di tanti giovani colleghi “giustamente diffidenti”, un “banco di prova decisivo” dice il giudice Roberto Arata, 63 anni, presidente di sezione al tribunale di Milano dopo una vita a Torino, e candidato al consiglio per Areadg. “È una scelta legata proprio alla vicenda referendaria: sono in magistratura dal 1993, iniziai da pm in Sicilia, come fecero 240 di noi appena usciti dal concorso, tra Calabria e Sicilia, appunto. Tutti straordinariamente orgogliosi di entrare in una magistratura orizzontale e paritaria, senza “capi” e senza carriera, come previsto dalla Costituzione”. Perché si candida? “Tutto si è un po’ perso, con la riforma del 2006, anche se il Csm era stato bravo a reinterpretarla, perché da un lato ci siamo trovati schiacciati sempre di più da adempimenti burocratici, dall’assenza di risorse materiali, da richieste di produttivismo senza qualità e dall’altro perché nelle teste dei magistrati era entrata l’idea della gerarchizzazione delle procure e della carriera. Si entrava per fare qualcos’altro”. Poi che cosa è successo? “Quello spirito di una volta l’ho ritrovato nella battaglia referendaria, per l’indipendenza e l’autonomia, soprattutto da parte dei 2.400 magistrati che sono entrati negli ultimi anni”. Il risveglio della Forza? “Tra magistrati ci si distingue per idee su come realizzare la giurisdizione, quali siano le priorità, come vadano organizzati gli uffici giudiziari e i percorsi professionali, eccetera. Ragioni nobili su cui si differenziano i raggruppamenti di magistrati”. Da anni le “correnti” sono il tema in cima alle hit... “Si sono verificate delle degenerazioni, che hanno portato alla confusione tra il raggrupparsi per ideali e il farlo per interesse. Badi che l’hotel Champagne va oltre la degenerazione delle correnti e dimostra semmai la loro debolezza: lì c’erano magistrati eletti membri del Csm che prendevano direttive da politici o da magistrati che avevano incarichi di governo”. Vede altre colpe? “La responsabilità di avere poco coraggio, in una magistratura fondata sulla paura del disciplinare. Per dire, quando c’è un provvedimento sgradito, ci si sposta sull’attacco personale al magistrato. Vedi Torino (il bengalese accusato di molestie; ndr)”. Per il quale il ministero ha spedito gli ispettori... “Che si mandano per intimidire gli altri. Per questo penso ci debba essere una difesa coraggiosa e forte dagli attacchi personali, difesa che ci vorrebbe a monte, con l’apertura di pratiche a tutela, e che non c’è stata abbastanza. E poi c’è il problema della trasparenza”. Ovvero? “La comunicazione e la conoscibilità dell’attività del Csm. Alla Motorizzazione, mandando una mail, puoi sapere chi è il responsabile del procedimento e come contattarlo: perché al Csm no? Lo stesso per il lavoro delle Commissioni: perché deve arrivare il messaggio di un consigliere a un gruppo di eletti anziché un’informazione a tutti direttamente dal Csm?” Ovvero? “È un organo costituzionale presieduto dal presidente della Repubblica a tutela dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura e a garanzia dei cittadini. E che, necessariamente, si occupa di politica giurisdizionale, sceglie come dislocare le risorse, le priorità, fa osservazioni sulle proposte di legge. Considerarlo solo un organo tecnico è riduttivo”. Cosa vorrebbe cambiare? “All’interno e all’esterno si parla solo delle nomine. Vorrei un Csm concretamente e coraggiosamente vicino a chi lavora quotidianamente negli uffici per aiutarlo a rendere “giustizia”: pensi a un Csm che in un libro bianco faccia un rilevamento dello stato della giustizia e dei problemi che la rallentano. Ad esempio, senza edilizia giudiziaria e senza personale amministrativo non si lavora. La segnalazione al governo avrebbe una forza ben diversa da una nota dell’Anm o da un’inchiesta giornalistica. Anche questo significa avere coraggio”. “La moglie è malata, il detenuto può assistere a casa i suoi figli” di Giada Schiavino La Repubblica, 5 ottobre 2026 La Cassazione dà torto al Tribunale di sorveglianza torinese che aveva rifiutato la detenzione domiciliare a un recluso. “Devo occuparmi dei miei quattro figli, tutti minorenni. Mia moglie è affetta da una grave patologia psichiatrica e non può occuparsene”. Era stata rigettata dichiarandola “inammissibile” lo scorso aprile, dal tribunale di sorveglianza di Torino, la richiesta di detenzione domiciliare avanzata da un detenuto condannato — con fine pena al primo gennaio 2030 — per violenza sessuale e lesioni aggravate. Ora però la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, annullando l’ordinanza impugnata e disponendo il rinvio per un nuovo giudizio al tribunale torinese. Nel provvedimento il tribunale di sorveglianza aveva motivato la decisione sostenendo che l’accesso ai domiciliari, a fronte di reati particolarmente gravi, presupponesse “un adeguato periodo di osservazione scientifica”. Ciò al fine di acquisire tutti gli elementi necessari per valutare l’interesse superiore dei minori — inseriti in una comunità insieme alla madre — rispetto a un’eventuale diversa collocazione con affidamento al padre, escludendo così la “sussistenza di condizioni favorevoli all’accoglimento immediato dell’istanza”. La Cassazione invece richiama il consolidato principio secondo cui è in capo al giudice il dovere di procedere a “ogni opportuno bilanciamento dell’interesse del minore a godere di una relazione diretta con almeno uno dei genitori con l’interesse, pure di rilievo costituzionale, all’esecuzione della pena”. A fronte dell’oggettiva impossibilità della madre di assicurare un’adeguata relazione genitoriale, il provvedimento non avrebbe, a detta dei supremi giudici, valutato lo specifico interesse dei minori alla continuità dei rapporti affettivi con il padre. La Suprema Corte ha rimarcato che il provvedimento impugnato non ha evidenziato “indici di pericolosità sociale” del condannato, tali da rendere la sua personalità “del tutto incompatibile con la concessione del beneficio”. Piemonte. Amnesty in tour contro la tortura e la pena di morte di Barbara Cottavoz La Stampa, 5 ottobre 2026 Il portavoce Riccardo Noury sabato da Novara rilancerà l’appello per il ricercatore dell’Upo condannato in Iran. Diritti umani, tortura ed esecuzioni di Stato sono i temi del percorso di incontri del portavoce nazionale di Amnesty Italia Riccardo Noury in Piemonte. Sarà a Nizza Monferrato giovedì, a Vercelli venerdì e poi a Novara, sabato in occasione della Giornata internazionale per l’abolizione della pena di morte. Una scelta non casuale: da anni Amnesty si batte al fianco della città per il rilascio del medico e ricercatore di Medicina dei disastri dell’Università del Piemonte Orientale, Amhadreza Djalali, condannato all’impiccagione in Iran per spionaggio. Riccardo Noury lancia dal Piemonte la nuova campagna di Amnesty contro la tortura e per l’abolizione della pena di morte. Il primo appuntamento è a Nizza Monferrato giovedì alle 18 al Foro Boario di piazza Garibaldi nell’incontro intitolato “Senza diritti non c’è pace”. Il portavoce di Amnesty dialogherà con Simona Franzino, responsabile della sezione di Asti dell’organizzazione internazionale, Viviana Garbagnoli, presidente di Associazione Futura, Domenico Massano, garante per i diritti delle persone private della libertà personale e Ausilia Quaglia, assessora alla Cultura di Nizza Monferrato. La sera successiva alle 21 nella chiesa di San Bernardino a Vercelli, in via Duomo 29, il dibattito con Noury è intitolato Universalmente vietata, ovunque praticata: la tortura nel mondo”; introduce Luigi Angelino, governatore della Confraternita che ospita la serata. uindi sabato a Novara, proprio nella data in cui tutto il mondo celebra la Giornata internazionale per l’abolizione della pena di morte. Qui ha un significato particolare, più reale e vicino. A Novara ha infatti vissuto e lavorato per tre anni, dal 2012 alla fine del 2015 il ricercatore del centro Crimedim dell’Upo Ahmadreza Djalali, iraniano ora anche svedese, qui è andata a scuola la prima figlia Amitis e ha mosso i primi passi il secondo, Ariou. Pochi mesi dopo la partenza dall’Italia per un nuovo lavoro al Karolinska Institutet di Stoccolma Djalali è stato arrestato durante un viaggio a Teheran, il 25 aprile 2016, e poi condannato alla pena capitale. Da allora i suoi colleghi di Novara, i primi a mobilitarsi al fianco della moglie Vida Mehrannia, la città e le sue istituzioni si battono perché venga liberato mentre lui è rinchiuso nel carcere di Evin, in Iran: “Purtroppo non ci sono novità, sappiamo che le condizioni della detenzione si erano aggravate dopo l’inizio della guerra americana per la scarsità di cibo nelle celle. Ma altro non si sa” dice Noury. abato sarà alle 21 nel salone dell’Arengo del Broletto con l’ex senatrice Elena Ferrara, che durante il suo mandato parlamentare si era impegnata per la liberazione di Djalali con il senatore Luigi Manconi. Assieme a lui e ad Amnesty nell’ottobre del 2017 aveva anche incontrato l’ambasciatore iraniano a Roma per perorare la sua causa. Calabria. La giustizia si faccia fraternità: nessuno sia lasciato ai margini di Giovanna Francesca Russo* ilreggino.it, 5 ottobre 2026 Nel giorno in cui l’Italia celebra San Francesco d’Assisi, Patrono della Nazione e simbolo universale di fraternità, siamo chiamati a interrogarci sul significato più autentico della giustizia. Una democrazia non si misura soltanto dalla forza delle proprie leggi, ma dalla capacità di rendere effettivi i diritti, soprattutto per chi rischia di rimanere indietro. Uno Stato è davvero giusto quando nessuna fragilità diventa una condanna e nessuna persona viene relegata ai margini della comunità. Oggi troppe famiglie non si chiedono quale futuro costruire, ma a cosa rinunciare: a una cura, allo studio dei figli, alla serenità quotidiana. Quando questo accade, la povertà non è più soltanto una questione economica: diventa una questione di dignità, libertà e qualità della democrazia. Il principio che dovrebbe guidarci è semplice e radicale: non possiamo accettare per gli altri ciò che non accetteremmo per noi stessi o per i nostri figli. La Costituzione, all’articolo 3, affida alla Repubblica un compito preciso: rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono il pieno sviluppo della persona. Rimuovere significa agire. Significa non considerare inevitabili la povertà, la marginalità, la solitudine, la malattia o l’abbandono. Il futuro negato a un giovane, la fragilità di una famiglia, la solitudine di un anziano, la sofferenza di un malato o la dignità violata di una persona detenuta non sono questioni private: interrogano l’autorevolezza delle Istituzioni e la tenuta morale della comunità nazionale. Nell’esperienza quotidiana di Garante regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale della Calabria, misuro ogni giorno la distanza che può separare un diritto scritto da un diritto realmente vissuto. È proprio dentro quella distanza che si misura la credibilità dello Stato. Anche nell’esecuzione della pena esiste un limite invalicabile: lo Stato può privare una persona della libertà, mai della sua dignità. La dignità non si perde con una condanna, perché appartiene alla persona prima ancora che al cittadino. San Francesco ci consegna allora una domanda che riguarda tutti: quanto vale per noi una persona quando non possiede ricchezza, potere, influenza o nulla da offrirci in cambio? La risposta misura la nostra idea di giustizia e la qualità della nostra civiltà. Per questo serve una responsabilità comune, capace di superare appartenenze, ruoli e individualismi, chiamando insieme Istituzioni, politica, giuristi, informazione, comunità religiose, Terzo settore e società civile. E dalla Calabria, terra segnata da fragilità strutturali profonde, ma anche da straordinarie energie umane, deve partire un messaggio chiaro: il luogo in cui si nasce, la condizione economica, una malattia, una fragilità sociale o la condizione detentiva non possono determinare il valore di una persona né limitarne il diritto al futuro. I diritti umani cominciano dalla vita concreta delle persone non esclusivamente nei trattati. E la giustizia torna davvero a essere giusta quando smette di chiedere agli ultimi di aspettare e comincia, finalmente, a camminare verso di loro con risposte concrete. *Garante regionale per i detenuti Perugia. Detenuto trovato senza vita all’interno della sua cella di Gabriele Burini Corriere dell’Umbria, 5 ottobre 2026 Un detenuto di 60 anni è stato trovato morto ieri mattina nella sua cella all’interno del carcere di Capanne. A denunciarlo è stato Fabrizio Bonino, segretario nazionale del Sappe per l’Umbria, con il Sindacato autonomo polizia penitenziaria che esprime “il più sentito cordoglio e la propria vicinanza alla famiglia del detenuto italiano, con fine pena prevista nel 2030. Il decesso, avvenuto nella notte tra il 3 e il 4 ottobre, sarebbe riconducibile a cause naturali. Alla famiglia del ristretto giunga la nostra umana solidarietà”. Ma come evidenziato dal Sappe, il tragico evento “pur nelle sue cause naturali, riporta drammaticamente l’attenzione sulle condizioni in cui quotidianamente operano la polizia penitenziaria e il personale sanitario negli istituti di pena umbri”. “Esprimiamo vicinanza alla famiglia del detenuto - dichiara Bonino - ma vogliamo anche accendere i riflettori su chi, ogni giorno, entra in quelle celle con organici ridotti all’osso e numeri di detenuti insostenibili”. Il Sappe Umbria torna quindi a chiedere risposte strutturali: potenziamento degli organici, stabilizzazione dei precari, rafforzamento dell’assistenza sanitaria, riduzione del sovraffollamento, supporto psicologico e prevenzione delle aggressioni. Reggio Emilia. Morte di Mena Istafanous, la Procura indaga per istigazione al suicidio di Margherita Grassi reggionline.com, 5 ottobre 2026 Il 26enne, autore dell’aggressione di una settimana fa al distributore, si è tolto la vita in cella venerdì sera. Soffriva di disturbi mentali. Il corpo di Mena Istafanous si trova all’Istituto di Medicina legale di Modena. In settimana verrà eseguita l’autopsia disposta subito dal sostituto procuratore Giulia Galfano, che indaga per istigazione al suicidio. È probabile che i funerali del 26enne si terranno a Reggio, la città che i genitori di origine egiziana avevano scelto per vivere, la città in cui lui era nato. La famiglia si è chiusa nella disperazione e nella preghiera. Il loro avvocato attende gli esiti dell’esame che fornirà elementi utili per ricostruire la dinamica del suicidio. Mena Istafanous - il dettaglio è riportato dalla Gazzetta di Reggio - si sarebbe tolto la vita utilizzando il cavo della tv. Il giovane sarebbe stato trovato esanime da un agente penitenziario alle 20 di venerdì, quando ormai non c’era più nulla da fare. Tramite l’acquisizione delle cartelle cliniche e dei verbali che raccontano dei cinque giorni di permanenza in carcere la procura dovrà stabilire se ci siano, e di chi siano, responsabilità in quanto accaduto. Un’indagine interna è stata avviata anche in carcere. Istafanous era in una cella singola di un reparto ordinario, dove la sorveglianza è 24 ore su 24 ma non ‘a vista’. Era stato arrestato una settimana fa, poco dopo aver compiuto l’aggressione al distributore Ego di via Martiri di Cervarolo: si era avventato su una donna con un cacciavite e poi aveva travolto con l’auto due persone che stavano soccorrendo la prima vittima. Tutti i feriti per fortuna sono in condizioni discrete. Era stato chiaro sin dall’udienza di convalida dell’arresto che il percorso giudiziario si sarebbe focalizzato, tramite perizie, sullo stabilire il grado della malattia mentale di cui il 26enne soffriva. Da fine luglio il giovane era in cura al Csm di Reggio. Viterbo. “Detenuti presi a botte”, un nuovo caso scuote il carcere di Luigi Mastrodonato Il Domani, 5 ottobre 2026 “Mio figlio mi ha detto che è stato menato dagli agenti dopo una piccola rivolta. Mi ha videochiamato e aveva un occhio nero e lividi su tutto il corpo”, dice Francesca a Domani. Quando Francesca ha ricevuto la videochiamata del figlio dal carcere Mammagialla di Viterbo ha notato subito le condizioni in cui era ridotto. Un occhio nero, lividi e segni lungo le braccia e le gambe. Il collegamento è durato pochi istanti, giusto il tempo di mostrare le ferite e dirle che non poteva parlare perché intorno a lui c’erano numerosi agenti di polizia penitenziaria ad ascoltarlo. In una telefonata precedente le aveva detto di essere stato massacrato di botte da una “squadretta” a seguito di una protesta messa in atto il 19 settembre. Poi lui e altri compagni sarebbero stati rinchiusi per giorni nel 41 bis senza assistenza sanitaria, indumenti e materassi. Una denuncia che fa di nuovo parlare dell’istituto laziale, negli ultimi anni afflitto da sovraffollamento record, una lunga scia di suicidi e morti sospette. Lo scorso 19 settembre un gruppo di detenuti ha dato fuoco a quello che secondo le forze dell’ordine era un materasso e che secondo loro era uno straccio. Sono intervenuti i vigili del fuoco che hanno spento le fiamme e la situazione è tornata alla normalità, o almeno apparentemente. Da tempo la tensione nell’istituto viterbese è altissima per le condizioni di sovraffollamento, con 623 persone recluse a fronte di una capienza di 440 posti (oltre il 140 per cento di sovraffollamento) e 272 agenti rispetto ai 350 che dovrebbero esserci. Un altro incendio innescato dai detenuti per protesta lo scorso luglio aveva causato 23 intossicati e il ricovero di uno di loro in condizioni gravi. A metà settembre poi la polizia penitenziaria si è messa in stato di agitazione dopo l’annuncio della chiusura del reparto 41 bis, con il trasferimento dei 41 detenuti reclusi nel penitenziario di Uta, in Sardegna. Questo per la “necessità di avere chiarezza su come sarà convertito il reparto e se sarà modificata la capienza detentiva”, come ha sottolineato il sindacato Fns Cisl Lazio. “Mio figlio mi ha detto che è stato preso a botte dagli agenti dopo la rivolta del 19 settembre e infatti quando mi ha videochiamato aveva un occhio nero e lividi su tutto il corpo”, denuncia Francesca a Domani. Oltre che per il sovraffollamento, la protesta sarebbe nata dal fatto che al gruppo veniva impedito di fare le docce e che la spesa veniva consegnata anche con 15 giorni di ritardo. Secondo la testimonianza del figlio, lui e gli altri sarebbero stati portati al 41 bis, ormai vuoto e privo di sistemi di videosorveglianza attivi. Ed è a quel punto che si sarebbero consumate le violenze. “Mi ha detto che erano diversi agenti incappucciati e non riconoscibili”, prosegue Francesca. “Alcuni li tenevano fermi e ammanettati mentre un altro dava calci e pugni per punirli”. Successivamente sarebbero stati lasciati per una settimana nella sezione vuota del 41 bis, senza materassi, senza la possibilità di avere i propri indumenti e privati anche dell’assistenza sanitaria di cui avevano bisogno. La testimonianza di Francesca si somma a quella arrivata anche dalla madre di un altro detenuto del Mammagialla. “Quando mi ha chiamato mi ha detto che non riusciva neppure a respirare per il dolore alle costole”, sottolinea in lacrime. “Tutti i giorni gli danno botte senza motivo lì nel 41 bis, dove li hanno rinchiusi dopo la protesta”. Una terza segnalazione anonima ha invece rivelato l’esistenza, all’interno del carcere laziale, di una vera e propria squadretta di picchiatori guidata da un agente. I familiari hanno presentato denuncia per lesioni col supporto dell’associazione Liberi Liberi Art. 27, secondo cui sarebbero circa dieci i detenuti coinvolti, di cui alcuni ora trasferiti in altre carceri dopo le prime testimonianze. Nel fascicolo ci sono anche gli screenshot scattati da Francesca al figlio durante i pochi istanti di videochiamata, che lo mostrano ricoperto di lividi. Devis Dori, deputato di Avs, ha presentato un’interrogazione parlamentare perché venga fatta luce su quanto accaduto al Mammagialla. L’istituto è già al centro di un’altra vicenda delicata: il decesso del detenuto Andrea Di Nino nel 2018, a lungo considerato un suicidio. Nel 2025, grazie alla deposizione di un supertestimone che ha parlato dell’irruzione nella cella di alcuni agenti poco prima della sua morte, è stata aperta un’inchiesta per omicidio volontario. Più detenuti, meno sicurezza: il paradosso delle carceri di Meloni Una storia che ne richiama a sua volta altre. Quella del 21enne Hassan, morto alcuni mesi dopo aver denunciato di aver subito violenze dagli agenti. E quella del 32enne Vittorio Rallo. Per mesi nel 2025 aveva lamentato abusi da parte della polizia penitenziaria e al colloquio con i genitori si era presentato con occhi neri, ferite e altre lesioni, tanto che lo scorso ottobre il padre aveva presentato denuncia per tortura. A dicembre il figlio è stato trovato morto in cella. Suicidio. Poi la famiglia ha scoperto che la loro denuncia di ottobre per le presunte violenze non era mai stata trasmessa né avviata. E ora cerca verità e giustizia. Pisa. La rivolta e i trasferimenti: quattro detenuti in altre carceri di Carlo Baroni La Nazione, 5 ottobre 2026 Quattro uomini, quattro carceri diverse. Ma il problema, quello vero, per Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria, resta tutto intero e per gran parte da risolvere. La rivolta esplosa al Don Bosco di Pisa, tra barricate, minacce, oggetti lanciati e suppellettili incendiate, si è conclusa con gli arresti e con il trasferimento dei detenuti ritenuti dagli inquirenti i promotori dell’insurrezione, e con l’identificazione di altri 16. Leo Beneduci, segretario generale dell’Osapp, dopo l’accaduto, solleva una questione più ampia: quella della gestione dei detenuti considerati ad alto rischio. Tant’è che il sindacato definisce Pisa “l’emblema di una contraddizione”: alla Polizia Penitenziaria servono strumenti adeguati per ripristinare l’ordine, ma prima ancora serve un’organizzazione capace di prevenirne la perdita di quell’ordine. ll riferimento è anche al taser, indicato come possibile strumento per fermare la violenza quando esplode, ma non sufficiente a risolvere le criticità a monte. La questione sollevata dal sindacato - “Sui social si vedono detenuti, barricate e poliziotti - prosegue Beneduci -. Non si vede la cabina di regia che assegna, trasferisce e decide come gestire quei detenuti”. Uno dei protagonisti della rivolta - si legge nella nota - era arrivato a Pisa dopo un tentativo di evasione dal carcere di Firenze. “Da Firenze a Pisa e, dopo Pisa, ancora in un altro carcere: cambia la sede ma non cambia il rischio, perché ci si limita a spostare il problema da un luogo all’altro”, aggiunge il sindacalista chiedendo a Dap e Provveditorati di assumersi precise responsabilità. L’ordinamento penitenziario sottolinea, il sindacalista “non conosce soltanto lo strumento del trasferimento, ma prevede anche la ‘sorveglianza particolare’ che, in caso di necessità e urgenza, può essere applicata prima dei prescritti pareri”. Per Beneduci, il semplice trasferimento rischia solo di spostare il problema senza eliminarlo. Il taser “può essere uno strumento per fermare la violenza quando esplode”, ma prima occorre altro. “I fatti del carcere di Pisa raccontano che la Polizia Penitenziaria ha saputo intervenire- conclude il sindacalista -. Ora Dap e Provveditorati dimostrino di saper governare e di assumersi le loro responsabilità”. Pisa. I “capi” della rivolta in carcere si difendono: “Protesta per microspie e abusi” di Lorenzo Carducci Il Tirreno, 5 ottobre 2026 Custodia cautelare per i quattro promotori arrestati e allontanati. Dal gip l’udienza di convalida: in due si dichiarano estranei. La sezione resta inagibile, probabili trasferimenti. “Ho fatto la diretta per denunciare gli abusi che stavamo subendo. Volevamo protestare per le microspie che abbiamo trovato in cella e per gli altri problemi”. Sono le parole che avrebbe pronunciato ieri di fronte al giudice per le indagini preliminari del tribunale di Pisa Daniel Myrtaj, 24enne albanese ritenuto tra i capi o promotori della rivolta scoppiata mercoledì sera nella sezione 2° piano giudiziario del carcere Don Bosco - tra barricate, olio bollente sul pavimento, suppellettili incendiate e lanciate - e sedata dopo un’intera notte di mediazione. È stato lui a girare direttamente dalla cella numero 48 la diretta Tik Tok da migliaia di visualizzazioni, nella quale ha ripreso la sommossa e mostrato le cimici e i dispositivi che erano stati nascosti a fini investigativi, a quanto si apprende per un’indagine finalizzata a fare luce sull’ingresso al Don Bosco di droga (oltre che evidentemente di cellulari) dopo il presunto ritrovamento di bustine di cocaina. In aggiunta alle accuse condivise con gli altri tre presunti promotori arrestati e trasferiti, di rivolta in istituto penitenziario e danneggiamento - nella quale il gip Domenico Rocco Vatrano ha riqualificato quella ben più grave di devastazione -, al 24enne viene contestato anche l’accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione. Myrtaj, difeso dall’avvocata Sabrina Del Fio, ha fornito la sua versione in collegamento dal carcere Le Sughere di Livorno. Di fronte al gip e alla presenza del pubblico ministero Miriam Pamela Romano, non avrebbe negato di aver spaccato e lanciato mobili e oggetti, in compenso avrebbe negato di aver assunto comportamenti violenti nei confronti degli agenti, da cui sosterrebbe di aver ricevuto una manganellata in testa. “Abbiamo chiesto di parlare con un giornalista” avrebbe aggiunto, intenzione confermata anche dalla diretta Tik Tok. Si sarebbero invece dichiarati estranei alla protesta Ilber Arshi, 39enne albanese difeso dall’avvocato Massimo Landi, l’unico tra i promotori arrestati presente ieri in aula e trasferito nel carcere di Massa, e German Jerson Bolanos, 39enne colombiano difeso dall’avvocato Ivo Gronchi, in videcollegamento dal carcere La Dogaia di Prato. Secondo l’annotazione della polizia penitenziaria, entrambi, detenuti nella cella 46 della sezione, avrebbero spaccato e lanciato un tavolo di legno e non solo contro gli agenti. “Non ho toccato nemmeno una sedia, la responsabilità è di altri, chi è stato lo sa - avrebbe detto Arshi, a cui viene anche contestato di aver minacciato gli agenti con in mano un pezzo di legno -. Io mi sono chiuso in cella, non so nemmeno se alla 46 c’erano cimici”. Pur riconoscendo che al Don Bosco non funziona niente, tra sovraffollamento, celle sporche, topi e insetti, il 39enne albanese avrebbe smentito di aver partecipato alla rivolta e alla diretta. Anche Bolanos avrebbe escluso di aver avuto un ruolo attivo - “Ero in cella con Arshi” - specificando che in quanto tra i pochi non albanesi della sezione, avrebbe avuto difficoltà a dissociarsi completamente dalla sommossa. Ma avrebbe addirittura chiesto come poter uscire da quella situazione alla direttrice Alice Lazzarotto e alla garante dei detenuti Valentina Abu Awwad, che hanno guidato la mediazione. L’unico ad aver rinunciato all’interrogatorio, adducendo problemi sanitari, è stato Andrea Petroniq, 43enne albanese difeso dall’avvocata Luisa Renzo, trasferito a Sollicciano e compagno di cella di Myrtaj. Convalidati gli arresti, il gip Vatrano ha disposto la custodia cautelare nei confronti di tutti e quattro, accogliendo la richiesta dal pubblico ministero. Una misura che si sovrapporrà alle cause per cui sono già detenuti. Secondo il giudice le dichiarazioni difensive degli indagati risultano palesemente smentite dalle annotazioni di polizia giudiziaria. Mentre vanno avanti le indagini sulla rivolta, estese anche ad altri detenuti denunciati, e quelle sull’entrata di droga e dispositivi, la sezione 2° piano giudiziario risulta del tutto inagibile. I danni sono ingenti ed è probabile che ciò, complice il cronico sovraffollamento del penitenziario, porti al trasferimento di buona parte dei 50 e più detenuti del reparto. Proprio come avvenuto a Sollicciano dopo la chiusura di sezioni per carenze igienico-sanitarie. Se quindi la notte di tensione è alle spalle, la gestione della casa circondariale mantiene tutti i crismi dell’emergenza. Assisi (Pg). I detenuti sul cammino di Francesco: “Risentiamo gli odori della natura” di Alessandro Pendenza gnewsonline.it, 5 ottobre 2026 In occasione degli 800 anni dalla morte di San Francesco (4 ottobre 1226), patrono d’Italia assieme a Santa Caterina da Siena, e dell’introduzione della ricorrenza come festa nazionale a partire da quest’anno, numerose iniziative sono previste in tutta Italia. Tra queste, diversi cammini di gruppo organizzati dai ministeri del Turismo e della Cultura e dalla Regione Umbria, tutti verso Assisi, ciascuno attraverso un percorso differente, ma tutti con lo stesso obiettivo: riflettere sull’eredità dell’autore del ‘Cantico delle creature’, che filmati da Our Films, sono stati poi trasmessi da Rai1 la sera stessa. Tra i partecipanti al Cammino di San Francesco 2026 c’è anche una delegazione della casa di reclusione di Orvieto, composta da quattro detenuti in permesso premio. Li hanno accompagnati il capo area educativa, Paolo Maddonni, nel primo tratto, e la funzionaria educatrice Alessia Gallo nell’ultima tappa. Due dei quattro pellegrini sono in semilibertà, gli altri due in regime di lavoro esterno, condividono le stesse sezioni e sono detenuti nell’istituto umbro da tempo. Tre di loro sono stati assunti da ditte edili della zona, a cui è stato chiesto di concedere un giorno di ferie per consentirne la partecipazione, mentre il quarto, il più anziano, è impegnato dalla Direzione dell’istituto in attività di pulizia e manutenzione e in due progetti di volontariato, con uscite settimanali: uno con un gruppo di persone con disabilità, l’altro con la bottega del commercio equo e solidale. Il cammino, che ha toccato varie località del perugino, è iniziato a Poreta, dove i detenuti erano attesi da due guide per i tre giorni di percorso. La prima tappa, di 12 chilometri, ha toccato l’eremo di Pissignano, Campello e le fonti del Clitunno, per concludersi a Trevi. Il giorno successivo il gruppo è ripartito, per altri 13 chilometri, verso Spello, passando per Foligno. L’ultima parte della Via di Francesco si è conclusa con l’arrivo ad Assisi nel primo pomeriggio e la visita alla basilica. Alla partenza, il comandante della Polizia penitenziaria dell’istituto, Luigi Bove, ha rivolto ai detenuti un messaggio di incoraggiamento: “Non è un caso che per i detenuti si parli di percorso da compiere. A quello personale, che avete già cominciato con buoni risultati, per tre giorni avete l’occasione di aggiungerne un altro: un cammino di speranza e fiducia”. L’avvio ufficiale è stato sancito dalla benedizione del cappellano, don Marco Pagnotta, che ha invocato per i pellegrini “la protezione di Dio affinché siano protetti dall’ombra nel giorno e illuminati dalla luce nella notte per giungere consapevoli alla meta”. Una meta che il detenuto deve raggiungere, secondo l’educatore Maddonni, compiendo “passi di riscatto, con determinazione al cambiamento, per andare ogni giorno più lontano”. In questo cammino, ha concluso, “l’educatore penitenziario non è altro che un accompagnatore del detenuto, per aiutarlo e consigliarlo, perché la sua vita di detenzione non sia tempo solo di punizione”. Maddonni, che ha coordinato l’iniziativa, ha confermato che i detenuti hanno “aderito immediatamente e con entusiasmo alla proposta del cammino francescano, senza esitare nemmeno sull’impegno fisico che per qualcuno è stato gravoso. Hanno visto una grande opportunità di mettersi in gioco”. Durante la marcia i pellegrini si sono lasciati andare a ricordi, riflessioni e “confessioni”. C’è chi ha parlato del piacere “di risentire odori di natura dimenticati: il finocchietto, la mentuccia… e il canto degli uccelli…”, chi invece è tornato a rivivere sensazioni provate in gioventù: “Avevo 16 anni e un amico di famiglia mi ha portato con lui per imparare il mestiere. Alla fine ci sono rimasto, ho costruito la mia famiglia e il mio lavoro. Camminare oggi, lentamente, guardando questi paesaggi quaranta anni dopo, mi apre il cuore”. Infine c’è anche chi ha ammesso la fatica: “Mi fanno male le gambe e i piedi, ma non mi fermerò per nessun motivo”. “In tanti anni di prigione non avrei mai pensato di poter vivere un’esperienza così - ha confessato uno dei detenuti ‘camminanti’ -. Vorrei ringraziare tutti, dal direttore al magistrato, agli educatori. Gli operatori della televisione, gente simpatica e di cuore, hanno camminato con noi mettendoci a nostro agio. Ma forse devo ringraziare soprattutto San Francesco, che ha fatto in modo che si creasse questo cammino per me”. Non sono mancate infine riflessioni sul presente. “Anche quando sembro felice, come in questi giorni di cammino, nel profondo rimane il pensiero di ciò che ho fatto e che non posso più recuperare” ha confidato uno di loro. Ma c’è una speranza: che “un giorno si possa rinascere, diversi e migliori. Anzi, davanti a questa Basilica di Assisi, davanti a San Francesco, sono già rinato oggi”. Reggio Calabria. L’arte richiama le coscienze e unisce carcere e comunità di Anna Foti ilreggino.it, 5 ottobre 2026 Tra “dentro” e “fuori” sarà edificata la Porta della Speranza. Al progetto internazionale, che sarà presentato questa mattina a palazzo Alvaro, gli Istituti Penitenziari Giuseppe Panzera della città dello Stretto partecipando con il coinvolgimento della sezione femminile Nausicaa del plesso penitenziario San Pietro. Varcare la soglia del carcere e non smettere di sperare. Non smettere di credere di potere riparare e ricostituire quel patto sociale violato, di potere affrontare la pena per un torto, anche grave e irreversibile, diventando una persona diversa, migliore. Di potere sopportare il peso di una giustizia che talvolta tradisce la verità. Imparare a guardare indietro come unico viatico per andare avanti. Una sfida ardua che in uno Stato di Diritto fonde insieme il rigore della legge e del distacco dalla “vita libera” con l’umanità della pena e la prospettiva rieducativa della detenzione. Una prospettiva che apre sempre di più alla dimensione riparativa di una giustizia che coinvolge insieme autori del reato e vittime. Una sfida che non può prescindere dalla partecipazione della società civile, spesso raggiunta solo dal disvalore della condotta e non anche dal desiderio di riscatto che ne può ricevere e che non è mai il riscatto di una persona sola. Non si può prescindere dalla consapevolezza che al di là di quei muri, alti e sovrastati dal filo spinato, vi siano persone. Persone che hanno sbagliato, molte delle quali adesso faticosamente in cammino per rimediare a quel torto, per riscattare la loro condotta, per non sottrarsi al dolore anche immenso che hanno causato ad altri, per prepararsi a “tornare” fuori dove occorre che non siano dimenticati, non siano abbandonati e non continuino a essere giudicati soltanto, come è facile che accada e come molto spesso accade, per quello che hanno fatto. Dovere di cittadinanza - Per porre l’accento su questo dovere di coscienza e cittadinanza che ci compete in quanto persone, ci viene in soccorso l’arte, raffigurando quella soglia non come un confine netto e separato tra il “dentro” e il fuori” ma come un varco che rimane aperto all’unica forza su cui la nostra volontà, anche quando posta a durissima prova, può sempre contare: la Speranza. Quella del carcere, dunque, non è solo una porta da attraversare per andare “dentro” senza potere tornare spontaneamente “fuori”, ma è anche il confine di una libertà perduta che occorre riconquistare con fatica e con impegno, un limite oltre il quale spingere lo sguardo e il cuore. E “Porte di speranza” è proprio la denominazione del progetto internazionale che attraverso l’arte edifica umanità e alimenta quel dialogo tra carcere e comunità, che è tanto essenziale quanto da rafforzare e consolidare. In occasione della recente udienza di artisti e curatori, papa Leone XIV li ha ringraziati per il servizio reso della Santa Sede aprendo “vie nuove”. E proprio vie nuove vanno tracciate tra la popolazione detenuta e la comunità per alimentare speranza e umanità. L’arte che apre “vie nuove” - L’iniziativa, ispirata dall’ apertura della Porta Santa nel carcere romano di Rebibbia per il Giubileo per mano di papa Francesco, è promossa dalla fondazione Pontificia Gravissimum Educationis, in collaborazione con il dipartimento dell’amministrazione Penitenziaria del ministero della Giustizia, patrocinata dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede e realizzata dal Comitato Giubileo Cultura Educazione e da Rampello & Partners, con il contributo di Fondazione Cariplo. La Direzione degli Istituti Penitenziari Giuseppe Panzera di Reggio Calabria, affidata al Rosario Tortorella, partecipa con la sezione femminile Nausicaa del plesso penitenziario San Pietro a questo progetto che coinvolge altre sette carceri italiane (Milano, Brescia, Venezia, Roma, Napoli, Lecce, Palermo) e due portoghesi (Leiria e Tyres) nella costruzione di porte monumentali e simboliche che, installate su suolo pubblico, anche visivamente ci richiamino a quel dovere di coscienza e cittadinanza che troppo spesso è considerata trascurabile e di nessun significato. Uno spazio di attesa ma anche di riflessione e di inedito incontro tra il carcere e la città, capace di aprire “vie nuove”. Il progetto sarà presentato questa mattina alle ore 11 nella sala monsignor Ferro di palazzo Alvaro, sede la Città Metropolitana di Reggio Calabria, alla presenza del sindaco Francesco Cannizzaro, dell’arcivescovo metropolita di Reggio Calabria - Bova Monsignor Fortunato Morrone e del curatore Davide Rampello. Sarà un’occasione per parlare in modo diverso della dimensione carceraria, così afflitta da problemi e criticità ancora da risolvere e superare e che non devono passare in secondo piano. Anzi. Sarà presente anche Ersilia Vaudo Scarpetta astrofisica e Chief Diversity Officer dell’Esa - agenzia Spaziale Europea che per il progetto a Reggio Calabria è stata la personalità del mondo culturale contemporaneo di riferimento. Già a Reggio lo scorso gennaio, ha incontrato le donne detenute della sezione Nausicaa del plesso San Pietro. Le ha ascoltate, con loro ha dialogato lasciandosi ispirare per la progettazione artistica della porta. Le testimonianze raccolte confluiranno in un documentario diretto dal regista Giuseppe Carrieri, parte integrante del progetto. Quella installata a Reggio sarà tra le otto porte monumentali, realizzata con i soli tre materiali della Croce di Cristo, il legno, il metallo e la pietra. Ecco le altre carceri coinvolte: San Vittore di Milano con Michele De Lucchi, già inaugurata lo scorso dicembre; Canton Mombello di Brescia con Stefano Boeri inaugurata lo scorso marzo; la sezione femminile di Borgo San Nicola di Lecce con Fabio Novembre; Regina Coeli a Roma con Gianni Dessì; Santa Maria Maggiore a Venezia con Mario Martone; Pagliarelli di Palermo con Massimo Bottura; Secondigliano a Napoli con Mimmo Paladino. Roma. Quando la poesia entra in carcere, tavola rotonda di Antonella Multari paeseroma.it, 5 ottobre 2026 Che cosa dobbiamo riparare, esattamente? Una persona? Una distanza? Una colpa? Oppure quella parte di noi che, rinchiusa troppo a lungo dentro una definizione, rischia di dimenticare perfino il colore del mare? È da questa domanda che si è snodato l’incontro tenutosi a Palazzo Valentini, dal tema: “La riparazione della poesia. Cosa accade quando la poesia entra negli istituti di pena”. Una realtà difficile da ignorare: carceri sovraffollate, sempre più chiuse alla società, lontane dal dettato costituzionale. La poesia può aprire una finestra, ma prima bisogna avere il coraggio di guardare il muro. E il muro non è solo di cemento: è solitudine, isolamento, stigmatizzazione, indifferenza. È ciò che separa chi è dentro da chi è fuori, ma anche, lentamente, una persona da se stessa. La poesia in carcere non è un ornamento culturale, né un’attività da aggiungere quando tutto il resto è stato fatto. È uno strumento di pensiero che entra in un’istituzione totale. E il filo che ha unito esperienze diverse, tra carceri e Rems, è stato uno solo: l’ascolto. Le parole emerse non cancellano ciò che è accaduto e non cancellano la responsabilità. Ma introducono una distinzione essenziale: una persona può essere responsabile di un errore senza coincidere interamente con esso. Un errore può appartenere a una vita senza diventare tutta una vita. Vale anche per il nostro sguardo: il rischio è leggere prima la storia e poi le parole, vedere il reato prima del verso, la diagnosi prima della persona. Scrivere non significa curare, ma la scrittura può essere cura. La paura che resta senza parole è una stanza chiusa dentro un’altra stanza; quando trova una parola non smette necessariamente di far male, ma può essere attraversata. La parola diventa una riva. La poesia, allora, non serve: accade. E quando accade qualcosa si mette in viaggio anche da fermi. Forse è questo che accade quando la poesia entra in un carcere: non apre necessariamente una porta, ma può aprire uno spazio dentro. Una gabbia non è sempre fatta di sbarre, e la poesia, qualche volta, non ha bisogno di spezzarla: le basta restituire una parola, e attraverso quella parola un orizzonte. Non ripara perché aggiusta. Ripara perché ricollega: alla memoria, al corpo, alle emozioni, alla responsabilità, alla possibilità di raccontarsi in modo diverso da come ci hanno raccontato gli altri. E ogni volta che una poesia viene letta, quel mare ricomincia a respirare. La poesia in carcere non è un ornamento culturale, ma uno strumento di pensiero che entra in un’istituzione totale. Non può cambiare il mondo, ma può cambiare il modo di guardarlo. E per questo è necessario un cambio di attitudine, un cambio di atteggiamento, un cambio di comportamento. Sinistre europee e questione sociale di Antonio Polito Corriere della Sera, 5 ottobre 2026 Si sta facendo strada un movimento meno ideologico e più pragmatico che in passato. Come un asteroide nascosto, all’ombra del più grande pianeta del populismo di destra, una nuova sinistra si aggira per l’Europa e riscopre la “questione sociale”. In Francia è già sulle barricate, masse di giovani liceali e minorenni aizzati da vecchi marpioni della France Insoumise di Mélenchon, e infiltrati da incalliti casseur dei movimenti anticapitalisti. Nessuno può dire ancora se si tratta di un nuovo ‘68, di un altro ‘77, o soltanto di una “Pantera”. Con i movimenti giovanili è sempre difficile fare previsioni. Ma ciò che conta è la natura rivendicativa delle piattaforme, dunque estremamente concreta: aule fatiscenti, carenza di docenti, risorse per la scuola, no ai tagli di 43 miliardi programmati dal governo di Parigi, che deve fare i conti con un deficit ben oltre il 5% e con interessi sui titoli di Stato ormai quasi al 5%. Il “contagio francese”, che già scuote spread e mercati finanziari, potrebbe diffondersi anche nelle piazze? Su una questione sociale sta cadendo il governo socialista di Sánchez a Madrid. Pressato dalla mobilitazione della acampada alla Puerta del Sol, un movimento di protesta nato dallo sfratto di un’anziana madrilena, Maricarmen, il premier spagnolo ha tentato di far passare due decreti che introducono vincoli alla proprietà privata degli immobili, prevedendo rinnovi automatici dei contratti di affitto alla scadenza, praticamente a tempo indeterminato, e un indennizzo di 12 mensilità all’affittuario. Ma Sánchez, già fragile di suo, non ha trovato la maggioranza in Parlamento e sarà probabilmente egli stesso sfrattato, e costretto al voto anticipato. A Berlino Elif Eralp, musulmana e figlia di emigrati turchi, ha appena vinto le elezioni su una piattaforma che propone un tetto agli affitti (lo porta scritto anche sulla catenina al collo) e l’esproprio di migliaia di alloggi delle grandi società immobiliari. Se non è più la “socializzazione dei mezzi di produzione” di marxiana memoria, è la socializzazione dei mezzi di abitazione. Sappiamo del resto che la crisi degli alloggi a basso costo è stata la benzina nel motore di Mamdani a New York, così come per Sadiq Khan a Londra. Se Eralp ce la farà ad ottenere il sostegno della Spd nella capitale tedesca, ben presto avremo sindaci di sinistra (e islamici) alla guida di tre metropoli tra le più importanti dell’Occidente. Il che ridimensiona anche la tesi secondo la quale questa nuova sinistra abbaia nelle piazze, ma nelle urne non morde. In Svezia, per esempio, il buon risultato elettorale ottenuto dagli ex comunisti li ha resi decisivi per dar vita a una maggioranza di centrosinistra. E in Italia, meglio non dimenticarlo, l’ultimo sondaggio di Pagnoncelli dice che Cinquestelle e Avs sommati hanno scavalcato il Pd. Due partiti, quello di Conte e quello di Bonelli&Fratoianni, ormai entrambi ascrivibili ai programmi “sociali” di questa nuova sinistra. Si tratta insomma di un movimento in crescita, e caratterizzato da alcuni tratti comuni. È diventato innanzitutto meno ideologico e più pragmatico che in passato. L’unica vera opzione ideale che lo animi è lo sdegno per Gaza e la rabbia verso Israele. L’Economist ha scritto che la bandiera palestinese ha preso il posto della falce e martello nelle piazze europee. Più divisi questi partiti sono invece sull’Ucraina, anche se la Mosca imperialista di Putin è spesso preferita alla Nato e all’Europa. Sono però i “nuovi bisogni” di masse giovanili dei grandi centri urbani, anche più della retorica woke dei “nuovi diritti”, a gonfiare le vele di questi movimenti e partiti. A Berlino la Linke ha ottenuto il 45% dei consensi tra gli elettori con meno di 35 anni. In Francia la sinistra populista è data nei sondaggi al 50% di quelli sotto i 24, prevalentemente nelle città. Il che apre un grande dilemma politico, di cui cominciamo a vedere gli effetti anche nel dibattito della sinistra italiana. Questo assalto ai ricchi sulla casa, e la necessità di una maggiore spesa sociale per istruzione e sanità, devono essere finanziati da un attacco fiscale ai patrimoni? Se sì, il rischio è di entrare in conflitto diretto con gli interessi dei ceti medi, solitamente ago della bilancia dei successi elettorali; perché quando si comincia a parlare di patrimoniale si parte sempre dai miliardari, ma non si sa mai dove si finisce. Soprattutto in Italia, Paese di piccoli proprietari immobiliari, la materia è incandescente. E questo è infatti l’ultimo e più importante fattore politico che accomuna l’avanzata della “nuova sinistra”: può favorire la destra, quella estrema compresa. In Francia tutti i sondaggi dicono che se al ballottaggio andranno Le Pen e Mélenchon, la leader del Fronte nazionale vincerà a mani basse (mentre faticherebbe un po’ di più contro un eventuale centrista, che però non c’è ancora). In Spagna, la caduta del governo Sánchez potrebbe accelerare la vittoria della destra del Partito popolare in alleanza con Vox. Anzi, su molti punti, per esempio nella polemica contro Bruxelles, la sinistra radicale è più vicina alla destra populista che ai partiti moderati del proprio campo. La “vecchia talpa” scava nuove gallerie sotto la vecchia Europa, e può diventare l’incognita della equazione elettorale. La paura di affondare ci sta spingendo verso il “si salvi chi può” di Gabriele Segre Avvenire, 5 ottobre 2026 Crisi globali e fallimenti della cooperazione alimentano sovranismi e fughe individuali. La sfida è rendere di nuovo credibile una risposta comune. Il mondo è diventato improvvisamente claustrofobico. Siamo troppi, fa troppo caldo, le guerre si moltiplicano, le risorse scarseggiano e ogni crisi trova la strada di casa nostra a tempo di record. Lunedì i casi di Ebola in Congo hanno superato quota ottomila, con quasi quattromila morti. Un dato in più che alimenta la sensazione che il pianeta si sia ristretto e che non esista più un “fuori” nel quale mettersi al riparo. I recenti risultati elettorali tedeschi ne hanno offerto una traduzione politica: se il mondo sembra stringersi, la promessa di chiudere la porta acquista forza. Persino i ricchissimi, che un tempo acquistavano il privilegio della distanza dai problemi, oggi comprano bunker. Quando non si sa più dove scappare, resta solo il sottosuolo. Anche il Novecento aveva conosciuto la sua claustrofobia. Allora la chiamavano “spazio vitale”: era la convinzione che, quando il proprio Paese non basta più, si può prendere quello di un altro. L’esperimento produsse colonialismi, guerre mondiali e milioni di morti. Oggi la faccenda è più cosmopolita e, per certi versi, ancor più complessa: a sembrare insufficiente non è lo spazio di una nazione, ma quello dell’intera Terra. Non esiste più una landa da conquistare per sfuggire al riscaldamento globale, né una frontiera abbastanza alta da fermare un’epidemia, tantomeno una colonia da occupare per addomesticare l’intelligenza artificiale. Non si invade più la Polonia per avere altro spazio: semmai si costruisce un razzo per conquistarselo su Marte. Sinistra e destra, popolo ed élite, elettori inferociti delle periferie e miliardari della Silicon Valley condividono la stessa sensazione di soffocamento. A dividerli è la terapia. Da una parte c’è chi sostiene che nessuno può salvarsi da solo e che l’unica possibilità sia farcela tutti insieme. Dall’altra chi conclude che, se proprio non c’è modo di mettere tutti al riparo, convenga almeno provare a salvare sé stessi e i propri cari. Fino a qualche tempo fa la prima soluzione sembrava la più convincente. Cooperazione, fiducia, istituzioni multilaterali e progressivo allargamento dei diritti componevano un progetto piuttosto lineare per tenere in piedi la baracca comune. Peccato che la baracca abbia cominciato a perdere acqua dal tetto. Le conferenze sul clima si chiudono con comunicati gonfi di propositi e vuoti di impegni, gli accordi sulle migrazioni evaporano al primo vento elettorale, il coordinamento sulle pandemie si è rivelato solido quanto una mascherina usata e intanto in Congo l’Ebola continua a diffondersi. Il diritto internazionale collassa tra bombardamenti e guerre dichiarate via social. La promessa del “ci salviamo tutti insieme” resta moralmente ineccepibile, ma politicamente sempre meno credibile: i mantra della cooperazione, del multilateralismo e della fiducia reciproca, che dovrebbero tradurla in realtà, sono sempre più logorati da una stagione di fallimenti. Certo, la ricetta opposta - quella del “si salvi chi può” - è ugualmente inadeguata: frontiere chiuse, comunità omogenee, bunker extralusso e, per chi può permetterselo, un volo charter per il Pianeta rosso sono progetti diversi accomunati dalla stessa fantasia di cavarsela mentre il mondo va a pezzi. Un’illusione già smentita dalla storia, ma pur sempre più consolante dell’abbandonarsi alla disperazione totale. Per questo anche chi non si definirebbe di destra finisce per votare proposte sovraniste pur non credendo davvero nella remigrazione o in altre ricette ugualmente grottesche. Più che un improvviso rigurgito ideologico, è cambiata l’equazione tra le due terapie: la scelta, agli occhi di molti, non è più tra “salviamoci tutti” e “salviamoci in pochi”, ma tra “non si salva nessuno” e “provo almeno a salvare me stesso e i miei cari”. Del resto, chi è convinto di trovarsi in una casa in fiamme con la porta bloccata non ha bisogno di essere estremista per buttarsi dalla finestra: basta l’ordinario istinto di sopravvivenza. Per offrire un’alternativa, alle sinistre non basterà tuttavia denunciare l’egoismo delle élite in fuga verso le stelle o l’incoerenza di chi vuole più culle in patria e meno bocche da sfamare altrove. Sono accuse fondate, ma inutili con chi ha smesso di aspettarsi coerenza e teme solo di affogare. Occorrerà invece rendere di nuovo credibile la promessa del “ci si salva tutti assieme”, spiegando con argomenti nuovi, anziché con la nostalgia del multilateralismo fallito, come possa funzionare anche quando fiducia e cooperazione non si possono più dare per scontate. Finché quella risposta non arriverà, potremo continuare a ripetere che la scialuppa degli altri è bucata e avremo ragione. Ma tra la paura di affondare tutti insieme e la speranza di mettere in salvo la pelle, non potremo stupirci se in molti continueranno a scegliere la seconda opzione.