Più detenuti, meno sicurezza: il paradosso delle carceri di Chiara Sgreccia Il Domani, 4 ottobre 2026 La rivolta di Pisa ha riportato l’attenzione su un sistema in crisi: quasi 66 mila persone recluse per 46 mila posti disponibili. Dalle leggi dei primi anni duemila a oggi, l’inasprimento delle pene produce sovraffollamento. Ma non protegge la collettività. Prima un uomo fa vedere un piccolo dispositivo elettronico. Parla in albanese, dice che è una microspia che è stata trovata nella sua cella. Poi mostra materassi e brande ammassati per creare barricate, i detenuti che si muovono per i corridoi a luci spente, gli agenti della penitenziaria che provano a mediare. È la rivolta di una cinquantina di prigionieri della casa circondariale Don Bosco di Pisa, iniziata la sera del 30 settembre, finita alle prime luci dell’alba del giorno dopo, trasmessa in diretta su TikTok. Ma tra i contenuti diffusi sui social, attraverso cellulari che i detenuti non dovrebbero utilizzare dentro il carcere, non ci sono solo quelli sulla rivolta. Anche i video in cui denunciano condizioni poco dignitose: “Viviamo nella me..a, con i topi, con i ragni, guarda”, dicono mentre mostrano gli spazi sporchi della prigione. A Don Bosco il degrado era stato documentato ben prima che scoppiasse la rivolta. Durante la visita di settembre, l’Osservatorio di Antigone sulle condizioni della detenzione aveva rilevato sporcizia, infiltrazioni, servizi igienici a vista e un’infestazione di insetti che durava da mesi. E alle criticità, a luglio, si era aggiunto il trasferimento di una ventina di detenuti da Sollicciano, dopo che la magistratura aveva disposto il sequestro di alcune sezioni del carcere fiorentino. Tanto che, al momento della protesta, nell’istituto di Pisa c’erano 303 persone per 185 posti: 118 in più della capienza. “Abbiamo trovato un posto particolarmente malmesso. Siamo rimasti allibiti, perché eravamo abituati a considerare Sollicciano l’apoteosi dell’indecenza in regione. Invece, la situazione era assolutamente paragonabile”, spiega a Domani il responsabile dell’Osservatorio di Antigone Alessio Scandurra: “La scoperta delle microspie è arrivata in un istituto nel quale era già nota da tempo la presenza delle altre cimici, quelle da letto, le persone erano comprensibilmente esasperate”. Ma Pisa non è un caso isolato. Né per i disordini, né per il sovraffollamento. Al 31 agosto 2026, secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), nelle 189 carceri italiane erano recluse 65.661 persone. I posti regolamentari erano 51.220, ma quelli effettivamente disponibili 46.193: il tasso di affollamento reale supera il 142 per cento. L’Italia si sta così riavvicinando al picco più alto degli ultimi trent’anni, raggiunto nel 2010, durante il quarto governo Berlusconi, quando nelle carceri del Paese erano recluse oltre 68 mila persone e “Torreggiani e altri” detenuti hanno fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo per le condizioni inumane e degradanti in cui erano reclusi. Con la sentenza pilota del 2013, la Corte ha condannato l’Italia e imposto di avviare una serie di interventi che ha contribuito alla riduzione della popolazione nelle prigioni, fino a circa 52 mila persone alla fine del 2015. “Questo dimostra che quando si mettono in campo delle misure, la riduzione ci può essere. L’Italia così esce dalla procedura della Corte di Strasburgo l’8 marzo 2016. Ma una volta scampato il pericolo, riprende la crescita. Questo ritmo è andato avanti fino al 2022 (governo Meloni, ndr) in maniera più contenuta”, spiega Mauro Palma, già Garante dei detenuti, oggi presidente dell’European Penological Center di Roma Tre. Per Palma, il problema è che si sono usate sempre misure emergenziali per risolvere il sovraffollamento. Non sono stati promossi cambiamenti strutturali. Sottolinea, infatti, che le presenze in carcere non aumentano secondo una dinamica inevitabile, le scelte legislative hanno un peso: “Se i territori vengono lasciati allo sbando, è chiaro che le persone che escono, a cui non è offerto niente, tornano a delinquere”, spiega, ad esempio a proposito dell’indulto varato nel 2006 dal governo Prodi, convinto che quel momento dovesse essere utilizzato sia “per ripensare la gestione carceraria”, sia per “ripensare le politiche territoriali, di supporto e di controllo delle persone”. Invece, subito dopo la misura il numero dei detenuti torna a salire: 48.693 nel 2007, 58.127 nel 2008, fino ai 68.258 del 2010. Anche come conseguenza delle stesse leggi “criminogene”, la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi, che avevano contribuito a determinare il picco di 61 mila detenuti prima dell’indulto. La prima (2002) interviene sull’immigrazione e sulle espulsioni, trasformando le carceri in centri di permanenza temporanea per i migranti. La seconda (2006, dichiarata costituzionalmente illegittima nel 2014) equipara il trattamento sanzionatorio per droghe leggere e pesanti, riempendo le prigioni di piccoli spacciatori. Tra queste due, l’ex Cirielli (2005) aumenta le pene per i recidivi e irrigidisce l’accesso ai benefici penitenziari. Provvedimenti che durante la lunga stagione dei governi Berlusconi hanno contribuito ad alimentare la tendenza panpenalista: il ricorso al diritto penale per affrontare anche questioni legate alla marginalità sociale. “Se non interveniamo su questo atteggiamento strettamente punitivo e continuiamo a tenere delle persone dentro il carcere, se non interveniamo sulla capacità territoriale di dare un’abitazione, sul processo di regolarizzazione delle persone straniere, perché la regolarizzazione determina meno tendenza a delinquere, purtroppo i numeri sono destinati sempre a tornare verso l’alto”, puntualizza l’ex garante. A dimostrarlo anche la serie storica di dati fornita dal Dap. Un trend in crescita, dal Duemila a oggi, interrotto solo dai bruschi cali dovuti a casi straordinari: l’indulto, la condanna della Cedu, l’effetto del Covid19, che dura poco perché già nel 2021 la curva ricomincia a salire, fino alle 56.196 presenze di dicembre 2022. Con il governo Meloni c’è un’accelerazione: “Tra il 31 ottobre 2022 e il 31 agosto 2026, nelle carceri italiane ci sono 9.436 persone in più. Nello stesso intervallo, i posti crescono solo di 46 unità”. Un andamento che per Palma è legato anche all’inasprimento della risposta penale. Secondo Tutto chiuso, l’ultimo rapporto di Antigone presentato a maggio, dall’inizio della legislatura sono stati introdotti oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena. Dal decreto anti-rave a quello Caivano, che ha ampliato anche le possibilità di ricorso alla custodia nella giustizia minorile, fino ai decreti sicurezza. “Tanti reati che sono stati introdotti, che prima venivano affrontati disciplinarmente, si commettono all’interno del carcere”, spiega Palma a proposito del fatto che negli ultimi anni in Italia cresce il numero dei detenuti anche quando non aumentano gli ingressi e nonostante continui a salire pure il numero complessivo delle persone sottoposte a misure alternative al carcere: secondo il dossier della Cgil “I diritti in carcere”, del 1 ottobre, a gennaio 2026 erano oltre centomila le persone sottoposte a esecuzione penale esterna. A testimonianza che in corso c’è un allargamento complessivo dell’area sottoposta al controllo penale. Anche i detenuti hanno diritto alla Naspi, ma il riconoscimento rischia di restare sulla carta L’illusione securitaria “Da quando mi occupo di carcere non ho mai visto decreti sicurezza così, uno dietro l’altro, non ho mai visto così tante chiusure del sistema penitenziario su fronti diversi”, aggiunge Scandurra. Che puntualizza come sia difficile stabilire un nesso causale tra il sovraffollamento e leggi specifiche. Più evidente è il parallelismo tra il clima politico e culturale che si instaura in determinati periodi, accompagna l’attività legislativa e influenza anche la prassi giudiziaria. L’atmosfera securitaria, però, non ha effetti nella produzione di sicurezza, anzi. Svelano i dati che la criminalità è tendenzialmente in calo da anni: pene più severe non significano meno criminalità. Ci sono più detenuti perché se vengono criminalizzate, le persone marginalizzate finiscono in cella invece di ricevere supporto sul territorio, si capisce dalle parole del responsabile dell’Osservatorio di Antigone: “Più produci marginalità, più produci popolazione senza accesso ai servizi, senza diritti, più produci criminalità”, ribadisce prima di evidenziare come un sistema penitenziario che rinchiude sempre più persone offra meno possibilità di reinserimento e rischi di contribuire alla commissione di nuovi reati anziché prevenirli, generando “insicurezza anziché sicurezza”. Per Scandurra, se ci sono più detenuti a fronte di risorse sostanzialmente invariate, diminuiscono le possibilità di accedere al lavoro, alla formazione, all’istruzione e aumenta il rischio di recidiva: si compromette la finalità rieducativa del carcere. “Non c’è un solo aspetto della vita detentiva che non si sia reso più complicato dal sovraffollamento. Ma non è l’unico problema. Oggi alla mancanza di spazio si aggiungono tensioni, proteste, difficoltà nella gestione degli istituti e una progressiva riduzione delle attività”. Secondo il dossier Cgil, infatti, a fine 2025, lavorava soltanto il 34,2 per cento dei detenuti. Di questi, oltre 18 mila erano impiegati dall’amministrazione penitenziaria, prevalentemente in servizi interni, spesso per poche ore al giorno e pochi giorni al mese. E a rendere ancora più complicata la quotidianità ci sono le carenze di personale sanitario, educativo e penitenziario, la sofferenza psichica e le condizioni materiali degli edifici. Nei primi otto mesi del 2026, nelle carceri italiane sono morte 184 persone. I suicidi sono stati 49. Don Riboldi: “Sono un prete di galera, fossi ministro darei il telefono ai detenuti” di Rosario Di Raimondo La Repubblica, 4 ottobre 2026 Cappellano del carcere di Busto Arsizio, dà lavoro ai carcerati e ha scritto un libro intitolato: “Nessuno nasce innocente”. L’appuntamento è alle due del pomeriggio ma il telefono squilla a vuoto. Richiama lui, poco dopo: “Scusami, domani scarcerano un ragazzo e non sa dove andare a sbattere la testa. Ero al telefono col sindaco”. Ecco il biglietto da visita di don David Maria Riboldi, 44 anni, cappellano del carcere di Busto Arsizio. Ma descriverlo così sarebbe riduttivo: oltre a dir messa, guida una cooperativa che dà lavoro ai detenuti, scrive sui giornali, partecipa ai convegni, rimbrotta i politici. I penitenziari, dice, sono “una realtà orrenda e dannosa”, e “non c’è sicurezza senza bellezza”. E senza lavoro. Se fosse ministro, come prima misura metterebbe un telefono nella cella di ogni detenuto per farlo sentire meno solo. “Nessuno nasce innocente”, ripete, e questo è il titolo del suo libro-intervista firmato con il giornalista Marco Linari. Visto che non le piacciono le etichette, come possiamo definirla? “Prete di galera, mi firmo così”. È vero che nella sua rubrica ha più numeri di delinquenti che di preti? “Ormai sì! Tutti hanno il mio numero e chiamano. Soprattutto quando sono nei guai. Io suggerisco sempre di chiamare prima. Meglio prevenire…”. Il suo primo impatto col carcere è stato a San Vittore. Che ricordi ha? “Come andare all’inferno e sentire l’abisso di tutte le vicende umane. Mi sentivo impotente. Ricordo gli odori, i rumori. Conobbi Pina Auriemma (condannata per l’omicidio Gucci, ndr), diventammo amici. Fu una delle prime persone a cui dissi che sarei diventato cappellano. “Delinquente come sei…”, mi rispose”. Definisce il carcere una realtà “orrenda e dannosa”, sempre più “chiusa e incattivita”. Cosa non vediamo da fuori, al di là dei luoghi comuni? “Non vogliamo vedere le storie, i punti di partenza ineguali nelle vicende della vita. È pieno di persone che non hanno avuto una prima chance, altro che la seconda. Stamattina è venuto da me un ragazzo: il padre in galera da quando ha 10 anni, la mamma in comunità. Non sa cos’è un Natale, non ha mai ricevuto una torta di compleanno, non è mai stato pensato. Non sa cos’è una vita normale. Ne sogna una diversa ma non conosce nemmeno il contenuto del sogno. Aiutarlo non è carità: io sto facendo un atto di giustizia, perché è ingiusto che abbia dovuto patire così tanto”. Ogni giorno incontra detenuti sempre più giovani... “È un dato che rileviamo, come la nostra totale impreparazione a gestire giovani che non hanno nulla da perdere. E siamo impreparati alla dimensione multietnica delle carceri del nord. Sottolineo: del nord. In Italia sette detenuti su dieci sono italiani, diciamolo ai politici rampanti”. Un altro dramma: l’enorme presenza di persone con malattie psichiatriche... “Ma non importa a nessuno. Le Rems sono poche: in Lombardia ce n’è una! È vero che non è facile realizzarle, ma nemmeno mettere animali in gabbia è la soluzione. La questione della salute mentale fa sentire disarmati tutti”. Come deve cambiare il sistema? “Penso che invece di buttare i soldi nelle galere, che generano recidiva, bisogna investire nell’inclusione, nel lavoro. Su 42 persone che in sei anni hanno lavorato per la cooperativa che ho fondato, La Valle di Ezechiele, solo una ha commesso reati. Ma faccio una fatica bestia a trovare commesse di lavoro. Eppure, in termini di sicurezza funziona più la nostra realtà che non le carceri. La sicurezza non si misura dagli arresti ma da quanta gente liberiamo con progetti di inclusione sociale che permettono a una persona di riabilitarsi”. Lei scrive: “Non c’è sicurezza senza bellezza”... “Sì, abbiamo bisogno di bellezza. Il carcere è un posto brutto che imbruttisce. Tener salda la propria umanità, la bellezza della propria anima, è un’opera di grande resistenza”. Tira in ballo la politica e riflette sul fatto che i reati calano ma i detenuti aumentano... “Un paradosso, una follia: hanno riempito le galere con la descrescita dei reati. Se aumenti le pene, le aggravanti, se usi le misure cautelari a sproposito, la gente entra in carcere anche se magari poi esce innocente”. Davvero, se fosse ministro della Giustizia, come prima azione metterebbe un telefono in ogni cella? “In quasi tutta Europa hanno i telefoni in cella con dei numeri autorizzati. Che problema c’è se uno può sentire la sua famiglia tutti i giorni? Serve per aiutare le persone a custodire quei pochi legami che hanno. La maggior parte di loro non è Toto Riina: non ha niente e nessuno”. Pensa avrebbe un riflesso anche sul numero dei suicidi? “Se alle 10 di sera sei disperato, chiami il poliziotto per avere un po’ di conforto? Non varrebbe la pena rischiare di più per salvare una vita?”. Cosa prova davanti a un suicidio in carcere? “Quest’anno a Busto un ragazzo buono, sorridente, si è tolto la vita. Sono andato in infermeria, gli ho chiuso gli occhi. Aveva grandi fragilità. Non doveva stare lì. Aveva bisogno di essere curato. È un dolore che segna, tramortisce, fa male. I suicidi son una delle prove che le galere non funzionano”. Cosa fa la Valle di Ezechiele? “È una grande esperienza di rinascita. Tempo speso nel lavoro, per una vita nuova. Facciamo digitalizzazione, ci occupiamo di database, abbiamo i terreni per coltivare i mirtilli, produciamo la birra, la “Prison beer”, abbiamo un pub e un ristorante”. Cosa vuol dire che “nessuno nasce innocente”? “È una delle verità più antiche custodite dalla Chiesa cattolica. L’innocenza ce la guadagniamo con le nostre scelte di libertà. Nessuno, nemmeno un bambino, nasce innocente. Nessun gesto buono mi rende buono per sempre: domani posso cadere e sbagliare. Nessun gesto malvagio mi rende cattivo per sempre: devo avere il diritto a cominciare a fare del bene”. Sardegna. Caligaris: “Il Ministero gonfia i posti disponibili e così nasconde il sovraffollamento” sardiniapost.it, 4 ottobre 2026 I dati dell’Ufficio Statistica indicano per Cagliari - Uta 652 posti disponibili: in realtà sono stati aggiunti i 92 del 41bis. “Il Ministero della Giustizia non solo ‘scarica’ sull’isola una fetta notevole dei detenuti della massima sicurezza ma addirittura vuole nascondere il sovraffollamento in Sardegna indicando un numero superiore di posti rispetto a quelli realmente disponibili, emblematici i casi di Cagliari-Uta e Nuoro”. Lo sostiene Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme”, facendo osservare che nel più importante carcere dell’isola, nel resoconto mensile dell’Ufficio Statistica, risultano non più 561 posti ma 652. “Chi legge - sottolinea Caligaris - può ritenere che nella Casa Circondariale di Cagliari-Uta siano stati resi disponibili ulteriori 90 posti e che quindi il sovraffollamento si sia ridotto al 132%. In realtà in quel Padiglione di 92 posti ci sono 88 ristretti con il regime del 41bis e gli altri detenuti (764 per 561 posti) continuano a vivere come prima anzi peggio perché la percentuale di sovraffollamento è del 136%. Sono aumentati anche gli stranieri (al 30 settembre 210) e le donne (34). Insomma, crescono le difficoltà e le possibilità di rispettare pienamente il dettato costituzionale anche perché il personale è sempre carente in ogni settore, sicurezza, sanitario e educativo”. “La situazione a Sassari-Bancali - osserva ancora Caligaris - non è meno difficile. L’Istituto ‘Bacchiddu’ con 458 posti accoglie 606 detenuti (132,5%), 185 stranieri (30,5%), 29 donne. Analogamente il “Tomasiello” di Alghero ha 161 detenuti (89 stranieri) per 156 posti. In serie difficoltà Tempio Pausania con 177 (163). Persino Lanusei ha superato la capienza di 33 posti con 36 detenuti (10 stranieri)”. “Il resoconto numerico, seppure grave nelle percentuali, offre una fotografia più nitida di ciò che si vive dentro le celle soprattutto alla fine di un periodo, quello estivo, dove il caldo asfissiante ha reso gli ambienti detentivi inconciliabili con qualsiasi attività riabilitativa e ha costretto chi scontava una pena e chi lavorava a una convivenza al limite del sopportabile. Non è un caso che si siano moltiplicati i gesti autolesionistici e i consigli di disciplina. Resta l’amarezza di constatare per l’ennesima volta che aldilà delle parole, nonostante gli appelli delle istituzioni locali e del Provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, non ci siano iniziative concrete - conclude la presidente di SDR - per fare del periodo di perdita della libertà un’occasione di crescita culturale e recupero sociale anche con l’indispensabile supporto delle Comunità Terapeutiche e dei Ser.T”. Reggio Emilia. Suicida in carcere dopo l’aggressione al distributore, lo strazio della famiglia di Alessandra Codeluppi Il Resto del Carlino, 4 ottobre 2026 “Era un bravo ragazzo, poi l’arrivo dei problemi”. I genitori e la sorella ieri sorretti dall’affetto della comunità in San Domenico. La garante Bertolini: “È morto sotto la tutela dello Stato, serve più personale”. Nella chiesa di San Domenico si sono riuniti parenti, amici, vicini di casa, conoscenti italiani e stranieri. C’erano i cristiani copti ortodossi come la famiglia dello scomparso Mena Istafanous, ma anche cattolici e musulmani. Al di là delle origini e delle fedi religiose, ieri pomeriggio il dolore di tutti parlava la stessa lingua. Per ore vi è stato un mesto via vai nell’edificio religioso a pochi passi della questura, per abbracciare i genitori del 26enne autore dell’aggressione avvenuta una settimana fa nel distributore di benzina e che venerdì sera si è tolto la vitain carcere. Il padre Maher, in Italia da molti anni, la madre Hanan, la figlia Martina, di 23 anni, sono stati sorretti dall’affetto di tante persone. Per lui ieri sera è stata celebrata anche una messa secondo il culto seguito dalla famiglia. “Ci sarà tempo per capire, ma mio figlio era un bravo ragazzo” - Il giorno dopo la morte del figlio, il finale più buio di una settimana di enorme tensione, in loro prevalgono non le recriminazioni, non la richiesta di giustizia, ma la sofferenza e la necessità di raccontare chi era per loro Mena: “Ci sarà tempo per capire cos’è accaduto”, ci dice il padre con le lacrime agli occhi. La madre è seduta sorretta dall’abbraccio di due donne, e anche la giovane sorella, affiancata da amiche, appare straziata. “Mio figlio era un bravo ragazzo. Si era diplomato, aveva frequentato Ingegneria per due anni e aveva lavorato come corriere. Si era comprato l’auto, poi un anno fa è successo il problema ed è cambiato tutto”. Allora, a detta del genitore, il 26enne aveva iniziato a sentirsi perseguitato, ma era una sua percezione: “Diceva che gli sembrava che lo seguissero al lavoro e sui social”. Quest’anno lui è stato sottoposto a cure: “Il medico di base ha consigliato di rivolgersi allo psichiatra che in giugno gli ha prescritto medicine ed è andato al Centro di salute mentale il mese dopo. Era la persona più buona del mondo, ha fatto quello che ha fatto perché non era in sé”, dice il padre. La sorella Martina appare sgomenta: “Aveva fatto l’animatore a Trento, con i bambini, in agosto. Ed era tornato contento”. Valeria e Valentina Atef sono due giovani amiche dello scomparso: “Siamo cresciute insieme a lui, non c’era un ragazzo più buono”. Anche Silvia Galeotti vuole consegnare un ricorso: “Sono la loro vicina di casa da quando erano bambini. Ci siamo sempre aiutati e la loro famiglia lo è anche per noi”. Una volta dato il nulla osta dalla Procura dopo l’autopsia, “i funerali - fa sapere il padre - saranno celebrati qui a Reggio, nella nostra chiesa”. Intanto Francesca Bertolini, garante comunale dei detenuti, riflette: “La morte di questo ragazzo è un fallimento per tutti, in particolare per ciò che non si è riuscito a fare per lui prima che entrasse in carcere, cioè intercettare il suo disagio. A volte mancano gli strumenti per convincere chi ha problemi a essere seguito. La malattia mentale è ancora uno stigma”. Una volta in carcere, la disperazione può cogliere tutti: “Andrà acclarato se Mena dovesse essere guardato a vista. Purtroppo la carenza di polizia penitenziaria, a Reggio e non solo, non aiuta. Mi è stato riferito che lui appariva tranquillo, non piangeva, non urlava e mangiava regolarmente. Servirebbe maggiore personale medico-sanitario, come psichiatri, psicologi, educatori capaci di intercettare segnali di disagio che possono insorgere anche in chi non ha problemi ma può diventare depresso quando viene ristretto in un luogo chiuso come il carcere. Come spesso diciamo noi garanti, è morto dove si trovava sotto tutela dello Stato e dove una persona dev’essere protetta anche da sé stessa e dai suoi pensieri”. Roma. Omicidio di Francesco Valeriano a Rebibbia, il massacro per una maglietta di Graziella Di Mambro Latina Oggi, 4 ottobre 2026 Era andato in giro a torso nudo: questa la colpa del dj aggredito nel carcere di Rebibbia. Lo riporta l’ordinanza a carico di 5 detenuti che col pestaggio ne provocarono la morte. È stata una maledetta maglietta non indossata a condannare a morte Francesco Valeriano. Le cinque persone individuate come gli autori del pestaggio avvenuto nel carcere di Rebibbia costato la vita al dj di Formia hanno effettuato una spedizione punitiva perché qualche giorno prima Francesco se ne era andato in giro per il braccio in cui era recluso a torso nudo. Lo riporta il gip Roberto Ranazzi nell’ordinanza di custodia cautelare a carico di cinque detenuti. Nell’ordinanza viene ricostruita la sequenza agghiacciante del feroce pestaggio di Francesco Valeriano, avvenuto intorno alle 8.30 del 30 maggio 2025, come ricostruito in base alle videocamere interne e grazie alle testimonianze di altri tre detenuti che hanno assistito all’aggressione, sono stati a loro volta picchiati e minacciati, nonché costretti a pulire il sangue. Il blitz è avvenuto nella cella numero 9 occupata da Valeriano e altre cinque persone. Durante il pestaggio gli aggressori ordinarono ai cinque compagni di cella di non muoversi né chiamare aiuto e una volta finito “il lavoro” hanno intimato a tutti di ripulire la stanza dal sangue per non attirare l’attenzione degli agenti. Cosa in parte riuscita perché il primo soccorso a Valeriano ci sarà intorno alle 9.30 e quando la polizia penitenziaria ha constatato che il dj era incosciente lo ha portato al Policlinico Umberto I, dove è arrivato alle 10.40. Uno dei detenuti che ha assistito al pestaggio ha detto che gli altri sembravano delle “furie” mentre picchiavano Valeriano ma anche altri due detenuti. La vicenda della maglietta è stata dunque la causa scatenante, un motivo futilissimo, ma c’è anche dell’altro riportato nell’ordinanza. Risulta che la sera del 29 giugno gli occupanti della cella 9 si erano ubriacati con della grappa artigianale acquistata in precedenza da alcuni degli aggressori e questi ultimi temevano delle conseguenze disciplinari per il disturbo causato nella sezione con la “baldoria” della sera precedente. Tutto ciò che i compagni di cella di Valeriano hanno riferito è stato confermato dalle immagini delle telecamere: di fatto tutta la storia è durata quasi due ore, dalle 8.37, quando sono entrati i due autori principali, alle 10.28 quando sono arrivati i primi soccorsi. Ora, a un anno e mezzo di distanza dai fatti, gli atti rimandano la cruda fotografia di ciò che è accaduto in un carcere italiano dove Francesco avrebbe “solo” dovuto pagare per il reato che gli era stato contestato ad aprile del 2025 e invece lì dentro ci è morto. Uno degli aggressori aveva indossato dei guanti da palestra per non rischiare di farsi male alle mani. Per il gip “ciò che colpisce è la brutalità degli aggressori, i quali hanno dato sfogo alla loro indole violenta per motivi assolutamente abietti e futili, accanendosi contro Valeriano, sempre inerte, anche dopo la caduta dalla brandina, colpendolo ripetutamente anche se esanime e incapace di difendersi o di manifestare qualsiasi resistenza”. Prato. Sparò al detenuto in fuga al pronto soccorso: agente interdetto per quattro mesi di Antonella Mollica Corriere Fiorentino, 4 ottobre 2026 I fatti risalgono ad agosto: l’agente, 30 anni, è anche accusato di falso. La ricostruzione dell’accaduto grazie alle telecamere dell’ospedale. Aveva sparato contro il detenuto che stava piantonando all’ospedale e aveva raccontato di essere stato aggredito dall’uomo, un 22enne originario del Marocco, che aveva attivato un estintore nel tentativo di fuggire dal pronto soccorso. Ma le immagini di videosorveglianza dell’ospedale e le indagini della Procura di Prato hanno smentito la versione dell’agente di polizia penitenziaria che è sotto inchiesta con l’accusa di tentato omicidio. Adesso il gip del tribunale di Prato ha disposto per lui l’interdizione per quattro mesi dopo la richiesta avanzata dalla Procura guidata da Luca Tescaroli che lo accusa anche di falso. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l’agente, 30 anni, non avrebbe raccontato la verità per guadagnarsi l’impunità. Il 22enne era stato fermato il 14 agosto all’esterno del carcere di Prato perché sorpreso a lanciare all’interno dell’istituto penitenziario alcuni pacchetti che contenevano droga e telefoni cellulari. Durante l’arresto l’uomo era caduto e per questo era stato portato al pronto soccorso. Mentre attendeva di essere dimesso e riportato in cella il marocchino aveva afferrato e azionato un estintore nel tentativo di riuscire a fuggire. I due agenti della Penitenziaria hanno provato a fermarlo nella zona di arrivo delle ambulanze e uno dei due ha estratto la pistola sparando tre colpi, uno dei quali ha ferito il detenuto alla coscia. Subito dopo l’agente si è fatto visitare al pronto soccorso e ha raccontato di aver avuto una colluttazione con il detenuto, lamentando dolore al polso e al petto. Il medico sulla base della sua dichiarazione aveva così fatto un certificato medico. Le immagini di videosorveglianza hanno invece mostrato che ad avere la colluttazione con il detenuto non è stato lui ma l’altro collega che è riuscito a sfilargli l’estintore al detenuto, mentre l’agente che ha sparato addirittura non era presente. Lui stesso parlando al telefono con la fidanzata aveva detto che si era fatto solo un graffio sul braccio. Per questo la Procura gli contesta il reato di falso, anche riguardo alla sua annotazione di servizio nella quale dice di aver visto il caricatore della pistola del collega per terra e di aver sparato in direzione opposta a quella in cui si trovava il detenuto. Noto (Sr). Inserimento nel mondo del lavoro degli ex detenuti, intesa CNA e Casa di Reclusione siracusa2000.com, 4 ottobre 2026 Un protocollo di prossima sottoscrizione che vede coinvolti la Casa di Reclusione di Noto, l’U.L.E.P.E. di Siracusa e la CNA di Noto finalizzato a creare un canale di collegamento tra il mondo imprenditoriale artigianale ed il mondo penitenziario. L’impegno è stato assunto nel corso di un incontro che si è tenuta nella Sala Conferenze della Casa di Reclusione di Noto alla quale sono intervenuti anche i rappresentanti di numerose cooperative sociali ed associazioni locali. Partendo dal presupposto che molti ospiti della casa di reclusione netina hanno acquisito competenze professionali nei settori della falegnameria, metallurgia, sartoria ed in materia di stampa tipografica e serigrafica, si vuole evitare che queste competenze vengano perdute. Si vuole, cioè, offrire a questi soggetti la possibilità di proseguire in queste attività, creando un ponte tra il mondo del lavoro artigianale ed il penitenziario di Noto. Uno strumento legislativo, in tal senso, è offerto dalla “Legge Smuraglia” che prevede sgravi fiscali di grande impatto per l’assunzione di soggetti appartenenti alle categorie fragili, reclusi oppure in esecuzione penale esterna (misura alternativa). Offrendo un lavoro a chi, dopo aver pagato il conto con la Giustizia torna in libertà, si evita, infatti, il rischio che possa tornare a delinquere, abbattendo cosi il tasso di recidiva dal 75% dei casi al 4%. Per maggiori informazioni contattare direttamente la Direzione della Casa di Reclusione di Noto (cr.noto@giustizia.it) o la CNA di Noto (g.miceli@cnasr.it). Crotone. “Quando avevo la tua età”, giovani e detenuti si incontrano senza pregiudizi calabriainchieste.it, 4 ottobre 2026 Con il progetto “Quando avevo la tua età”, promosso dall’ULEPE di Crotone con la Casa Circondariale, ragazze e ragazzi hanno ascoltato le storie delle persone detenute e dialogato con loro. Varcare la soglia di un carcere significa entrare in un luogo che molti conoscono soltanto attraverso racconti, notizie e immagini. Il 3 ottobre, alla Casa Circondariale di Crotone, alcuni giovani hanno potuto incontrare direttamente le persone detenute: ascoltare le loro storie, porre domande e condividere un momento di confronto. L’occasione è stata il progetto “Quando avevo la tua età”, realizzato dalla dottoressa Luciana Ventura e promosso e coordinato dall’ULEPE di Crotone in sinergia con la Casa Circondariale. L’iniziativa ha coinvolto il gruppo scout di Isola di Capo Rizzuto 1 e il Gruppo Giovani della parrocchia SS. Salvatore-SS. Trinità di Belvedere di Spinello. Il titolo racchiude il senso dell’incontro: guardare al passato per raccontare scelte, errori, difficoltà e momenti decisivi, ma anche fare spazio alle domande e alle aspettative dei più giovani. Un dialogo costruito sull’ascolto reciproco, senza fermarsi al giudizio o alla condizione giuridica di chi vive in carcere. Per i ragazzi è stata un’opportunità concreta per avvicinarsi a una realtà spesso percepita come distante. Il confronto diretto ha permesso di andare oltre gli stereotipi e di incontrare le persone dietro le sbarre, con le loro esperienze e i loro percorsi di vita. Non cancella le responsabilità individuali, ma aiuta a comprendere che ogni persona ha una storia, e che il futuro può ancora essere oggetto di un percorso. L’iniziativa punta anche a favorire la partecipazione delle associazioni e dei gruppi giovanili al volontariato in carcere. La presenza del territorio può contribuire a costruire relazioni positive e a sostenere i percorsi di reinserimento sociale. Perché il carcere non è separato dalla comunità: ne fa parte, e alla comunità le persone detenute sono chiamate a tornare. “Quando avevo la tua età” è stato così più di un incontro: un ponte tra chi vive dentro la struttura penitenziaria e chi, fuori, può conoscerne meglio la realtà. Attraverso il racconto e l’ascolto, giovani e detenuti hanno potuto riconoscersi in emozioni, difficoltà e speranze che attraversano esperienze diverse. Aprire uno spazio di dialogo non risolve da solo le sfide del carcere e del reinserimento. Può però essere un primo passo: perché una comunità capace di ascoltare è anche una comunità più pronta ad accogliere chi, un giorno, farà ritorno Bari. Il pugile-poeta e gli altri detenuti studenti: “Università e musica, la nuova vita” di Fiorella Sassanelli La Repubblica, 4 ottobre 2026 Le testimonianze al termine del Laboratorio di musicoterapia organizzato da UniBa con i circa 50 studenti del Polo universitario penitenziario: “Il nostro passaporto per la libertà”. In carcere, come nella vita libera, lo chiamano il “pugile-poeta”, perché da pugile - lo racconta lui stesso - è sempre stato solito sfoggiare una certa “dialettica per far colpo sulle donne”. Oggi quest’uomo, che ha ancora il volto di un ragazzo, è uno dei circa cinquanta studenti del Polo universitario penitenziario (Pup) che gode della particolare cura del rettore di Uniba Roberto Bellotti. Su sua iniziativa infatti, Uniba ha ampliato l’offerta del Pup, consentendo ai detenuti degli istituti di Bari, Trani, Turi, Altamura e Taranto l’accesso gratuito alla formazione universitaria anche nelle discipline scientifiche, “considerate le più spendibili - sostiene Bellotti - dopo la carcerazione, dunque utili al reinserimento in società”. “Più che un’attività meritoria - fa notare il rettore - il Pup è un’esperienza che aiuta anche il nostro corpo docente a capire le complessità della realtà e che rimette in equilibrio la struttura universitaria altrimenti concentrata sul proprio ombelico”. Oggi il pugile-poeta è uno studente iscritto al Dams: “Avendo un diploma di scuola superiore - racconta - ho pensato che stando in galera non volevo perdere il mio tempo a non far niente, così ho deciso di iscrivermi all’università”. La sua referente è la professoressa Antonia Rubino, a cui sono affidate le relazioni tra Uniba e gli istituti penitenziari e per la quale il Polo significa “centralità della persona, elevamento culturale, incontro, relazione, per offrire ai detenuti un cambiamento di orizzonte, qualsiasi incidente accada nella vita”. Con questo obiettivo durante l’estate nella casa circondariale di Bari Uniba ha promosso “TraSformativa”, un laboratorio di musicoterapia e psicoeducazione affidato a Elvira Brattico, professoressa ordinaria di neuropsicologia e neuroscienze cognitive, con la collaborazione di Benedetta Mattarelli, musicoterapeuta. Può la musica essere un alleato per imparare a riconoscere e gestire le emozioni ed esorcizzare la rabbia? La risposta, affermativa, l’hanno data proprio loro, i detenuti, durante l’evento conclusivo di questo primo speciale, quanto toccante, laboratorio al quale Repubblica è stata ammessa in esclusiva. Al centro della cappella della casa circondariale erano stati sistemati piccoli strumenti a percussione, intonati e non. Di base c’era un canovaccio, poi ognuno entrava nel gioco dell’improvvisazione. Alternata alla musica c’era la lettura di brevi testi, anche questi frutto della fantasia creatrice dei detenuti. Tra i più creativi c’era proprio lui, il pugile-poeta. “La vita è nascita ma anche rinascita. Ci chiede di nascere sempre e stiamo imparando che nel viaggio c’è la libertà”, ci racconta. Il mare è tra le immagini più ricorrenti del pensiero. La speranza è l’approdo e l’approdo è casa, dove ci sono gli affetti, perché “casa è il luogo da cui partire e a cui tornare”. Dai pugni alle carezze insomma. “La musica è un’arte nobile - dice - ti torna continuamente in testa, è parte della vita”. Poi aggiunge: “Da sempre mi sarebbe piaciuto moltissimo saper suonare e cantare, ma ho fatto il pugile per tutta la vita”. Per lui questo laboratorio è stato allora un regalo. Ma il dono è andato oltre la musica. “Sul piano delle emozioni il laboratorio ci ha arricchito tantissimo. E lo dico anche a nome dei miei compagni, perché tra noi detenuti quest’esperienza è servita a unirci parecchio. La vita di clausura è cupa e fredda, anche se fuori è estate e c’è il sole. Quell’ora che passavamo a cantare, ci colorava la giornata. E anche quando il laboratorio era finito, continuavamo a cantare e a cercare di suonare. Sarebbe stato bello che fosse durato più a lungo”. Il finale della loro performance è stato con Napule: “Abbiamo sognato di essere un gruppo di amici che si divertiva e si emozionava con la musica, alla maniera di Gigi D’Alessio, Sal Da Vinci, Lucio Dalla e Gigi Finizio”. La musica un’alleata in più per la vita? “Lo spero, ma ciò che più conta quando uscirò sarà essere indipendente. Dovrò ricostruirmi una vita e ricominciare da zero”. Gorgona (Li). Seminaristi e detenuti, incontro e ascolto in mezzo al mare di Gabriele Nuti La Nazione, 4 ottobre 2026 I giovani che si preparano al sacerdozio con la Famiglia del Cuore Immacolato di Maria sono rimasti sette giorni. In 300 alla processione. Obiettivo: consegnarsi all’altro, attraverso la vicinanza e il senso di carità. L’incontro in mezzo al mare. Un gruppo di seminaristi della Famiglia del Cuore Immacolato di Maria è rimasto una settimana alla Gorgona insieme ai detenuti. “L’iniziativa ha visto protagonisti la direzione della casa di reclusione Livorno Gorgona, in testa la direttrice dell’istituto Maria Grazia Gianpiccolo e la Famiglia del Cuore Immacolato di Maria, movimento ecclesiale che si ispira al messaggio rivelato a Fatima nel 1917 dalla Vergine Maria e che si manifesta attraverso le opere del Movimento presenti in Italia, Europa e Sudamerica”, si legge in una nota. L’idea è partita da padre Andrea Matteucci, responsabile regionale dei Servi del Cuore Immacolato di Maria, che svolge la sua missione pastorale a Cerretti, nel comune di Santa Maria a Monte e che ha come punto di riferimento anche l’Opera di Montignoso, nel comune di Gambassi Terme. “I seminaristi, guidati dal responsabile della formazione, hanno interagito con i detenuti secondo le linee di attività preventivamente concordate con la direzione e incentrate sull’obiettivo di ‘consegnarsi all’altro’, attraverso l’incontro, la vicinanza, l’ascolto e il senso di carità, quali forme di espressione del rispetto verso la dignità umana e quale manifestazione delle opere di misericordia - spiega ancora la nota - I detenuti hanno accolto molto positivamente l’iniziativa e i seminaristi non hanno lesinato loro tutte le attenzioni che ognuno cercava, attraverso l’ascolto, la preghiera o quale rifugio di fronte alla solitudine e all’ansia della loro condizione”. Circa 300 persone, anche da Montignoso e Gambassi, hanno raggiunto l’isola di Gorgona e partecipato alla processione conclusiva con la statua della Madonna portata dai detenuti. Armando Punzo: porto in scena la “Fame” di vivere di Stefano de Stefano Corriere del Mezzogiorno, 4 ottobre 2026 Al via da martedì 6 la rassegna “Futuro quotidiano II”, ideata e diretta da Laura Valente. Il regista napoletano torna nella sua città con la rilettura di un testo dell’autore norvegese Knut Hamsun. Ogni allestimento di Armando Punzo a Napoli è un evento, raro quanto prezioso. Del fondatore della Compagnia della Fortezza nel Carcere di Volterra ricordiamo il suo “Pescecani” al Mercadante nel 2003 e poi lo straordinario “Pinocchio - Lo spettacolo della Ragione” all’Auditorium di Scampia nel 2009. Poi, più recentemente la presentazione del suo libro “Un’idea più grande di me”, al museo Madre nel 2019. “Questo spiega la mia grande felicità - sottolinea il regista nato in una strada che divide Ponticelli da Cercola - nel tornare nella mia città e in un luogo altamente simbolico per noi napoletani come l’Albergo dei poveri e in particolare sulla sua terrazza, in cui martedì sera alle 20 porterò “Fame”, ispirato al libro di Knut Hamsun, e qui ospite della rassegna “Futuro quotidiano” ideata da Laura Valente”. Com’è nata l’idea di mettere in scena il romanzo dell’autore norvegese pubblicato nel 1890? “È uno di quei libri che ho tenuto a lungo con me, fin quando non ho trovato nel rumeno Paul Cocian l’attore giusto per interpretarlo. Paul, accompagnato dalle musiche di Andrea Salvadori, lavora con noi da sei anni, prima come detenuto, poi una volta fuori, ha iniziato a collaborare agli scavi dell’anfiteatro di Volterra, ma torna in carcere dalle 17 in poi per occuparsi della compagnia con me. È una persona colta, che ama scrivere ed è anche musicista, un uomo che ha la sensibilità giusta per trasformarsi nel protagonista di “Fame”. Una fame reale o metaforica? “Un po’ entrambe le cose, ma direi soprattutto simbolica, quella del giovane scrittore di Oslo immaginato da Hamsun, fra l’altro vincitore del Premio Nobel, che esprime un bisogno assoluto di essere fino in fondo artefice di sé stesso, prima ancora che artista per gli altri. Non è una storia autobiografica, ma il racconto universale di chi non si arrende alla paura di vivere, evitando anche di contaminarsi artisticamente per guadagnarsi il pane, pur potendolo fare”. E come lo ha reso in scena? “È uno spettacolo circense, con l’attore al centro di uno spazio circondato dagli spettatori. Ne emerge forte il dissidio fra il domatore e la bestia, fra un sé e l’altro sé, la storia di un artista, che però esprime un conflitto che è dentro tutti noi. E lo spazio in cui si muove riproduce quell’idea di cortile, se volete, che mi porto dentro da sempre, dai giochi di ragazzino nella casa di Napoli, così come in quello del carcere dove incontrare i detenuti-attori, e che è diventata una cifra ricorrente della mia poetica”. Da un luogo della reclusione attuale come Volterra a uno della reclusione come memoria di un tempo che fu come l’Albergo dei Poveri. Che nesso c’è? “Direi molto forte, si tratta di due diverse idee di “serraglio”, quello per i detenuti colpevoli di reati, e quello di persone indigenti, che trovavano ospitalità nel meraviglioso edificio di piazza Carlo III. Ma credo che spetterà soprattutto al pubblico napoletano che conosce bene la storia di questo luogo, individuare questi nessi così presenti”. Una compagnia teatrale nata in una casa di reclusione, ma non nata per una finalità sociale di recupero, come accade in altre esperienze legate a penitenziari. Ci spiega meglio la differenza? “Credo che io faccia il regista per un teatro che realizzo con alcuni detenuti e con alcune presenze anche esterne, penso ad esempio a quelle femminili, o a quelle di supporto come scenografi e costumisti. Non sono un formatore né tanto meno un educatore, né rincorro l’attualità, ma cerco di guardare laddove gli altri non guardano. Altri che fanno benissimo il loro lavoro in altre esperienze carcerarie, ma con finalità sociali molto diverse dalle mie. Non a caso non faccio progetti a termine in altre carceri. Poi è evidente che anche nel nostro caso ci sia una ricaduta positiva sull’esperienza identitaria dei detenuti che scelgono di lavorare per il teatro”. Sei premi Ubu, e ora anche un docu-film come “Dentro” di Elsa Minei presentato in questi giorni agli Incontri Internazionali di Collioure in Francia. E l’immediato futuro? “Stiamo lavorando a un progetto su “Il capitale umano” partendo dal libro di Slavoj Žižek, “In difesa delle cause perse”. Infatti al suo interno ci sarà un “Grand Hotel Marx” e un riferimento a “Gesù e Cristo” di Vito Mancuso. E fra i personaggi Louise Michel, unica sopravvissuta (risparmiata in quanto donna) della Comune di Parigi del 1871, e anche lo stesso Don Chisciotte di Cervantes”. La corsa elettorale alla sicurezza, torna il machismo della politica di Flavia Perina La Stampa, 4 ottobre 2026 La campagna per le Politiche si giocherà anche su immigrati, baby-gang, maranza e scippatori. È un venticello, una suggestione, un’evocazione simbolica perché esporla a chiare lettere non si può. È un suggerimento silenzioso all’inizio di una campagna elettorale che, secondo l’opinione prevalente, si giocherà largamente su immigrati, baby-gang, maranza, scippatori in metrò, ladri nelle villette, eccetera, e sulle maniere forti che servono per tenere tutti costoro in riga. La vocina dice: serve un uomo vero per proteggere i vostri focolari, mica pretenderete che lo faccia una donna? Sull’onda di questo ragionamento, si stanno moltiplicando le personalità di grande impatto decise a prendersi la scena. Sono diversissime tra loro ma accomunate da due fattori: un racconto law-and-order esibito come chiave per dare una svolta al Paese e l’aperta competizione con le due signore che al momento guidano il governo e il principale partito di opposizione. Dell’ex-generale Roberto Vannacci sappiamo tutto. Il suo richiamo al pugno di ferro è quotidiano. La sua ambizione a sostituire la donna al comando è stata largamente dichiarata con la surreale teoria del patriarcato mediterraneo e con il richiamo a un futuro dove lui sta a Palazzo Chigi - ruolo operativo, tolda del vascello - e Giorgia Meloni, bontà sua, può pigliarsi il Quirinale se le riesce. È il più esplicito, macho, muscolare degli sceriffi in città. Girano centinaia di video prodotti da chissà chi nei quali, in divisa, schiaffeggia prevalentemente donne colpevoli di eccessiva indipendenza. Ieri in Basilicata il suo partito ha organizzato un corso per l’uso di pistole con esercizi pratici aperto a tutti. Dall’altra parte, nel Campo largo e larghissimo, sottobraccio a Matteo Renzi è appena rientrato in campo Vincenzo De Luca. Altro percorso, altra parrocchia, stessa inespressa ambizione: tagliare la strada alla sua capa, Elly Schlein, che gli negò il terzo mandato alla guida della Campania. Sul palco della Leopolda ha raccontato di quando, all’epoca dell’esodo albanese che a Napoli sfociò nell’occupazione di una piazza, fece comprare 400 manganelli per i vigili urbani, anche se la legge non lo consentiva: “Certe bestie da 80 centimetri con l’anima di acciaio. Ma bianchi, fosforescenti. Mazzette segnalatrici, dissi…”. Grandi risate in platea (ma quelli del Santo Manganello non erano gli altri?). Il suo soprannome, Lo Sceriffo, sormontava la sala accostato al nomignolo di Renzi “Il Kraken” (un enorme polipo), che lo stesso Renzi esibì in un vecchio duello via podcast con Vannacci. Gira la testa? Un po’ sì. Il terzo nome appena entrato nelle cronache della sfida per le Politiche è sideralmente lontano da queste modalità teatrali. Franco Gabrielli, già prefetto, direttore del Sisde, capo della Polizia, delegato per la sicurezza del governo Draghi, ha annunciato che si candiderà con Più Uno, il nuovo progetto politico nato nel centrosinistra. Porta con sé competenza, conoscenza della macchina pubblica, rapporti con le istituzioni e a differenza degli altri una sicura visione democratica della sicurezza. Ma soprattutto è l’uomo da molti presentato come il potenziale “federatore” del Campo largo. Su di lui si sono a lungo appuntate le speranze di chi, dentro il Pd, vorrebbe mettere un freno alle ambizioni di Schlein ed evitare le primarie. Il suo ruolo di richiamo sui temi legge e ordine è chiarissimo, la parte che assumerà nel rapporto con la Segretaria resta una carta coperta. “Prima il programma”, dice pure lui. Resta un dubbio. Davvero la questione sicurezza, gli immigrati, le baby-gang, i maranza, saranno il centro della prossima campagna elettorale? Non è che a breve, anche sull’onda di emergenze più pressanti, questa parata di divise, lo show degli sceriffi e dei generali che ostentano competenze da castigamatti, risulterà datato rispetto a nuove ansie degli elettorati? In Francia le piazze si incendiano per la scuola “dove ci sono più topi che insegnanti”. In Spagna per lo sfratto di un’anziana cacciata di casa da un fondo immobiliare. Ovunque inflazione e caro-carburanti salgono nella classifica delle paure del ceto medio. Non sono cose che si aggiustano a colpi di manganello, chissà se qualcuno se ne è accorto. Onorare la Storia per non cadere nel baratro nero di Franco Corleone L’Espresso, 4 ottobre 2026 Viviamo tempi torbidi, con la rinascita di sentimenti nazionalisti e di pulsioni etniche basate sull’odio per il diverso che diventa il nemico. Addirittura in Germania constatiamo lo sdoganamento del nazismo come rivendicazione di una identità da difendere, in attesa di assistere ad azioni violente. La democrazia e le minoranze sono in pericolo. In Italia si aggirano fantasmi inquietanti e si confermano i tentativi di negare la storia e di riscrivere le tragedie come è accaduto nell’anniversario della strage fascista di Bologna da parte della premier Meloni e del Presidente del Senato La Russa. Vi è un solo antidoto a questa deriva ed è la rivendicazione della memoria e impedire la sua cancellazione. Ricordare le stragi nazifasciste avvenute tra il 1943 e il 1945 non è un vezzo fuoriluogo, anche se per troppo tempo sono state dimenticate e nascoste negli armadi della vergogna. Rappresenta il filo rosso della resistenza nei confronti della storia insanguinata da crimini contro l’umanità e che per l’Italia sono reati imprescrittibili. Il riconoscimento del diritto delle vittime o degli eredi a un risarcimento morale ed economico è stato definitivamente riconosciuto dalla legge 79 del 29 giugno 2022, proposta dal Governo Draghi con l’istituzione di un Fondo per il ristoro dei danni riconosciuti dal giudice. Le cause attivate sono state più di 1500 e hanno dovuto affrontare difficoltà e boicottaggi di vario genere da parte di alcune avvocature dello Stato, dalla contestazione del diritto ad agire in giudizio alla messa in discussione della realtà dei fatti accaduti, dalla messa in campo della prescrizione fino addirittura al sostegno alle ragioni della Germania, chiamata a rispondere delle azioni del Terzo Reich. Le insopportabili provocazioni sono state respinte e finalmente molte cause si sono concluse positivamente e per fortuna non sono state appellate e sono diventate definitive. In Friuli Venezia Giulia alcune sentenze del Tribunale di Trieste, hanno affermato con chiarezza assoluta e inequivoca ricostruzione storica la verità di fatti rimasti nella memoria del popolo, in particolare quelli legati alla strage di Malga Promosio e della Valle del But del 21 e 22 luglio 1944. Assai esaustiva la motivazione nella sentenza 1027 del 5 dicembre 2025 della giudice Maria Rosaria Ciuffi a cui sono seguite le sentenze 1302 dell’11 maggio 2026 e 1329 del 12 maggio 2026 della giudice Gloria Carlesso e infine la sentenza per la causa n. 2144/2025 pronunciata dalla Giudice Teodora Godini. Va sottolineato che queste decisioni sono state scritte da tre donne che hanno raccolto con sensibilità l’invito a considerare le vittime come “carne viva, non di creditori”. Dunque non c’è più spazio per leggende diffuse strumentalmente su responsabilità dei partigiani anche perché un volume intitolato “Karstjager” (editore Heimdal, 2009) dedicato alle azioni di controguerriglia del Battaglione Karstwehr delle SS, afferma con nettezza che la strage del 21 e 22 luglio rappresentò una dura repressione della azione sul ponte di Noiaris compiuta dieci giorni prima da due formazioni partigiane, ossovana e garibaldina comandate da Terenzio Zoffi e Aulo Magrini. Tutto bene allora? No, perché i risarcimenti sono bloccati. Si tratta solo di sciatteria burocratica? Il governo è responsabile e deve rispondere di un insulto contro le vittime delle stragi nazifasciste. Migranti. Piantedosi promette sei nuovi Cpr, ma i rimpatri dai centri sono crollati di Marika Ikonomu Il Domani, 4 ottobre 2026 Nel 2025 il 25,3 per cento delle persone trattenute nelle strutture di detenzione amministrativa è stato rimpatriato. “L’investimento nella capacità di trattenere non si traduce automaticamente in una maggiore capacità di allontanare”, segnala lo studio Espulsioni. Qual è il vero obiettivo dei Cpr? Verranno costruiti sei nuovi Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), o almeno è stato avviato l’iter. L’annuncio è arrivato ancora una volta dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, mercoledì al question time, in un discorso che il governo va ripetendo dall’indomani della strage di Cutro. La promessa di costruire un Cpr in ogni regione non è una strategia nuova, ma ricalca quella del 2017 dell’ex ministro dell’Interno del Pd Marco Minniti. Un sistema detentivo che è diventato centrale nelle politiche migratorie del governo, soprattutto nella sua propaganda. Ma investire sui Cpr non significa produrre più rimpatri. È quanto emerge dai dati della piattaforma Trattenuti e dall’ultimo report di ActionAid Italia, insieme al Dipartimento di Scienze politiche dell’università di Bari, Espulsioni. Un’analisi della politica di rimpatrio italiana, 2015-2025. Più della metà dei rimpatri forzati, infatti, è stata realizzata senza il transito dal Cpr. E solo una parte minoritaria dei provvedimenti di allontanamento si traduce in un rimpatrio effettivo: su 302mila provvedimenti, tra il 2015 e il 2025, sono stati realizzati circa 66mila rimpatri, quasi il 22 per cento. Nel 2025 il tasso è aumentato ma a fronte di una “forte diminuzione dei provvedimenti adottati”. Ad ogni modo, “l’ampliamento della capacità detentiva”, si legge, “non rende la politica di rimpatrio più efficace: più centri, più posti, più trattenimenti dovrebbero tradursi in più allontanamenti eseguiti”. Ma non è così: “L’investimento nella capacità di trattenere non si traduce automaticamente in una maggiore capacità di allontanare”. Lo dimostrano i dati. Nei dieci Cpr funzionanti nel 2022, sono state detenute 6.457 persone, di cui 3.154 sono state rimpatriate. Tre anni dopo, nel 2025, le strutture sono diventate undici, con i centri in Albania, la capienza da 803 è passata a 883 posti e gli ingressi hanno raggiunto 6.835. I rimpatri dai Cpr però sono crollati a 1.732: il 25,3 per cento, 45,1 per cento in meno. Allo stesso tempo sono aumentati i rimpatri forzati complessivi, da 3.916 a 4.784, il 22,2 per cento in più, perché quadruplicati quelli realizzati fuori dal Cpr. Questo significa che, se mancano alcuni elementi, come la cooperazione consolare, la detenzione nel Cpr non rimuove l’ostacolo. E la possibilità di rimpatrio varia fortemente in base al paese di provenienza. Quindi, “qual è il vero obiettivo dei Cpr?”, chiede Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni per ActionAid. “Si rinchiudono le persone in luoghi di terrore, segnati da continue violazioni dei diritti umani, autolesionismo e morte, con un costo umano intollerabile e un costo economico ingiustificabile”. Non si tratta di un mero problema di rendimento amministrativo e di efficacia di un sistema, ma anche della sua legittimità. Il diritto europeo e quello italiano concepiscono questi luoghi come strumenti di extrema ratio, da adottare solo nel caso in cui non sia possibile ricorrere a misure meno coercitive e per il più breve tempo possibile. Il governo Meloni nel settembre 2023 ha aumentato il termine di trattenimento, portandolo da 3 a 18 mesi. I dati, ottenuti tramite richieste di accesso a ministeri e prefetture, dimostrano che un maggior numero complessivo di giornate di trattenimento non corrisponde a un aumento dei rimpatri. Oltre duemila persone, tra il 2018 e il 2024, sono state recluse “in assenza di concrete prospettive di allontanamento, vista l’assenza di efficaci canali di riammissione con i paesi di origine”, denuncia il report. Anche la Corte di giustizia dell’Ue ha chiarito che, se non esiste una prospettiva reale di rimpatrio, la persona non può essere detenuta. Tunisia e Albania sono le nazionalità di maggior rimpatrio: tra il 2018 e il 2024, concentrano insieme il 59 per cento di quelli eseguiti. Nel triennio 2022-2024, la metà dei rimpatri forzati eseguiti è di cittadini tunisini. Una tendenza che è però cambiata nel 2025, quando i rimpatri via charter verso il paese sono crollati da 1.705 a 360. Escludendo i cittadini tunisini, il 64 per cento degli ingressi nei Cpr proviene da nazionalità con un tasso di esecuzione inferiore al 15 per cento, e il 10,2 da nazionalità con un tasso inferiore al 5. Per chi proviene da Siria, Afghanistan, Iran e Iraq infatti il tasso di rimpatrio è prossimo allo zero. Così, denuncia il rapporto, “il trattenimento rischia di trasformarsi da strumento finalizzato al rimpatrio in una forma di contenimento temporaneo dell’irregolarità”. Una forma di contenimento in cui, ricorda la piattaforma Trattenuti, tra il 2024 e il 2026 ha prodotto almeno cinque morti. Il costo della detenzione amministrativa per realizzare un singolo rimpatrio da Cpr in tre anni è aumentato del 156,5 per cento: da 6.455 euro nel 2023 a 16.560 nel 2025. In otto anni (2018-2025) “la spesa per il sistema detentivo”, compresi i centri di trattenimento in frontiera per i richiedenti asilo, “ammonta ad almeno 217,1 milioni di euro”. Un sostanziale aumento dei costi è avvenuto con l’esecutivo di Giorgia Meloni, dal 2023. In tre anni, fino al 2025, si è concentrata il 66,2 per cento della spesa complessiva per gli otto anni considerati. Non è solo responsabilità dei centri costruiti dal governo in Albania. Anche per i Cpr italiani sono aumentate la spesa complessiva, del 40,5 per cento, e quella per la gestione ordinaria, cresciuta del 45,7 per cento. Non è semplice fare una ricostruzione dei costi del sistema, soprattutto per le strutture costruite in Albania e le spese di vitto e alloggio per le forze dell’ordine nei Cpr remoti. Anche in questo caso, una maggiore spesa non porta a un aumento dei rimpatri: “Tra il 2023 e il 2025, considerando l’intero sistema detentivo, la spesa aumenta del 48,8 per cento, mentre i rimpatri realizzati a partire dai centri” sono diminuiti del 42 per cento. L’assenza di dati pubblici e aggiornati è parte integrante della politica italiana di rimpatrio. La piattaforma Trattenuti offre una base dati con l’integrazione e il controllo incrociato di più fonti ufficiali. Ma la disponibilità delle informazioni dipende interamente dalle istituzioni, che possono rifiutarsi di fornirle: il Viminale ad esempio ha l’esigenza di evitare che il dato potesse “subire interpretazioni”. La prefettura ha richiamato il rischio che la diffusione di informazioni alimentasse proteste e tensioni. Si tratta di motivazioni, sottolineano gli autori, “che pongono un serio problema di controllabilità democratica” di una politica “che ricorre ampiamente alla detenzione e all’uso della forza”. Droghe. Il “good trip” per superare la depressione di Eleonora Martini Il Manifesto, 4 ottobre 2026 Sono 22 i pazienti affetti dal disturbo nella versione farmaco resistente entrati nella prima sperimentazione italiana della psilocibina, principio attivo estratta da funghi allucinogeni. La soluzione definitiva a quello che Eugenio Montale chiamava “il male di vivere” potrebbe essere dietro l’angolo. Dopo la conclusione positiva a metà febbraio scorso del trial avanzato condotto dalla società britannica Compass Pathways, anche l’Italia si sta muovendo: i primi 22 pazienti affetti da depressione resistente ai farmaci tradizionali sono entrati nella sperimentazione italiana della psilocibina, principio attivo di funghetti allucinogeni che crescono anche sul nostro territorio, su pascoli appenninici e alpini. Autorizzato dall’Aifa a luglio, finanziato con i fondi del Pnrr e coordinato dall’Iss, lo studio condotto dallo psichiatra Giovanni Martinotti presso l’ospedale di Chieti, in collaborazione con la Asl Roma 5 e l’Aou Policlinico Foggia, si concluderà a luglio 2027 e prevede “l’arruolamento di 68 pazienti con depressione resistente che saranno trattati con psilocibina in un contesto rigorosamente controllato e supervisionato”. La prima persona selezionata è stata una donna di 63 anni, poi via via si sono aggiunti dieci uomini e undici donne. Età media di questo primo gruppo di pazienti: 32,5 anni. Non è stato facile oltrepassare il muro della burocrazia per portare anche in Italia la sperimentazione di una sostanza allucinogena che è tabellata e vietata dalla legge sugli stupefacenti T.U. 309/90. Si tratta di farmaci che vengono già usati in molti Paesi del mondo e che negli Stati uniti potrebbero ricevere già entro quest’anno l’autorizzazione della Food and drug administration, dopo la conclusione positiva dell’ultima fase sperimentale con il COMP360, versione sintetica della psilocibina brevettata dalla Compass. “Ci sono voluti due anni di lavoro per ottenere tutte le autorizzazioni italiane ed europee, ma non abbiamo avuto mai alcuna interferenza politica o imposizione dall’alto”, riferisce al manifesto Giovanni Martinotti, ordinario di Psichiatria all’università di Chieti e formatosi anche come filosofo e antropologo. La ricerca prevede la somministrazione in “doppio cieco”, ossia né i medici né i pazienti sanno chi - nelle due somministrazioni previste a distanza di tre settimane l’una dall’altra - sta ricevendo il vero trattamento e chi il placebo. In corsia, nell’ospedale di Chieti, vengono somministrate due tipologie di farmaco: uno a base di psilocibina pura, importato dal Canada, e un altro “depotenziato” attraverso un inibitore. Da notare la differenza con lo studio Compass, dove invece i ricercatori inglesi, per evitare le problematiche insorte durante la sperimentazione a doppio cieco dell’Mdma (il paziente non poteva non accorgersi se aveva preso il farmaco o il placebo), hanno somministrato psilocibina in dosi diverse e anche molto basse. “I risultati - spiega Martinotti - saranno poi confrontati con la stimolazione magnetica trans cranica, un’altra terapia di riferimento per la depressione resistente”. “Nel setting, il terapeuta non interviene ma sostiene il paziente, pronto a gestire con diverse tecniche anche gli eventuali “bad trip”. Finora ci è capitato di osservarli, sono manifestazioni cosiddette psichedeliche in cui il paziente subisce alterazioni della percezione, però sono reazioni tutto sommato gestibili e affatto preoccupanti”. Nel trial italiano i ricercatori stanno in realtà anche cercando di capire se la risposta terapeutica è dovuta proprio alla “dissoluzione dell’io” causata dal trip psichedelico, o se invece ad agire è “l’effetto neuro plastico della sostanza”. La chimica, per intenderci, come accade con i farmaci tradizionali. cosa avviene nel corpo dopo l’assunzione? Secondo gli studi fin qui condotti, la molecola della psilocibina agirebbe sulla cosiddetta “default mode network”, la rete di regioni cerebrali che si attivano a riposo, quando i pensieri scorrono con serenità e la mente non si sofferma su nulla in particolare. Nella depressione grave questa rete è alterata e la persona che ne soffre è paralizzata in schemi ripetitivi autolesionistici. La psilocibina, legandosi direttamente e attivando i recettori della serotonina, sembra interrompere questo meccanismo deleterio, protraendo nel tempo i benefici e senza creare dipendenza. Anzi, c’è chi la sta studiando anche come trattamento per la dipendenza da alcol e tabacco. Nella sperimentazione Compass, oltre il 65% dei pazienti che prima non avevano risposto ad altri trattamenti ha avuto effetti positivi durevoli nel tempo. finalmente nel 2015 il tabù è caduto: la ricerca sull’uso degli psichedelici nell’ambito psichiatrico è ripresa con gli scienziati inglesi, e ha dato i suoi frutti, dopo i primissimi studi degli anni Trenta interrotti dalla war on drugs sferrata per tornaconto da Nixon nel 1971. Riassume l’Iss: “Diversi studi clinici condotti negli Stati Uniti, Regno Unito, Svizzera e Australia hanno evidenziato che una o due somministrazioni di psilocibina possono produrre effetti antidepressivi rapidi e duraturi, con miglioramenti clinici significativi persistenti fino a sei mesi in pazienti con depressione resistente ai trattamenti tradizionali”. Ma c’è chi è anche andato oltre: in Germania dall’estate 2025 la psilocibina è entrata nella terapia compassionevole; è diventata legale in certi contesti medici controllati in Repubblica Ceca da gennaio di quest’anno. Per la sperimentazione italiana, il professor Martinotti importa il farmaco dal Canada. A costi spaventosi: “Il prezzo del farmaco di per sé non supera i 500 euro - riferisce lo psichiatra - ma considerando cambi, diritti doganali, spese di spedizione e altre voci nella gestione della pratica, ogni consegna costa oltre 25 mila euro”. E mentre nel resto d’Europa alcune aziende si stanno muovendo per avviare la produzione, e in Svizzera il farmaco viene già prodotto in loco, l’Italia invece è ferma: la normativa impedisce qualsiasi iniziativa delle aziende farmaceutiche. Ma poiché la depressione è uno dei disturbi più diffusi - secondo alcune stime affliggerebbe circa il 10% della popolazione mondiale - l’associazione Luca Coscioni ha stilato un “Vademecum per accedere alla terapia con psilocibina in Italia”, curato dall’avvocata Claudia Moretti e dal medico Caterina Bartoli. “Lo abbiamo scritto - riferisce al manifesto Moretti - perché in Italia, a parte lo studio del professor Martinotti, non c’è altro modo di accedere alla cura con psilocibina se non attraverso il decreto ministeriale 7 settembre 2017 sull’uso compassionevole individuale. Fuori dai percorsi descritti in questo documento - sottolinea l’avvocata - il suo utilizzo ha conseguenze penali sia per il paziente che per il medico. Ma, malgrado sulla carta sia legale dal 2017, tutto è bloccato, mentre in altri Paesi sono 20 anni che si usa la psilocibina nel fine vita, nelle depressioni farmaco resistenti e pure nell’uso compassionevole, ossia per casi estremi da valutare individualmente. La comunità scientifica e la stessa Ue, che nel 2024 ha finanziato il progetto PsyPal con 6,5 milioni di euro, ritiene le terapie psichedeliche sicure ed efficaci. È ora che anche l’Italia apra alle terapie psichedeliche”. Per difendere i diritti umani ci vorrebbe una “clausola Regeni” di Guido Rampoldi Il Domani, 4 ottobre 2026 Rompere le relazioni con l’Egitto sarebbe perfettamente inutile. Invece l’Ue potrebbe vincolare i propri aiuti al Cairo, come quelli già condivisi da Meloni due anni fa, ad una sorta di “clausola Regeni”, per la quale potrebbero accedere ai suoi finanziamenti solo stati che riconoscono la Corte penale internazionale. A quel punto l’uso massiccio della tortura andrebbe considerato “crimine contro l’umanità”. Come e quanto devono entrare in gioco i diritti umani nella politica estera di una democrazia? Alla domanda centrale a molte vicende di cui si discute si potrebbe rispondere concedendo qualcosa ad un metodo molto liberale, il consequenzialismo. Che in questo caso consiste nel giudicare l’eticità dei comportamenti dalle conseguenze che concretamente provocano piuttosto che dalla loro astratta adesione ad un principio ideale. Cosa accade se sospendiamo l’invio di armi all’Ucraina? Cosa accade se non tentiamo di fermare il governo israeliano con sanzioni? E per restare alla questione più recente: dopo le condanne di tre militari egiziani, come deve comportarsi l’Italia con il regime di al Sisi? Una questione analoga si pose già dieci anni fa, quando fu ritrovato il corpo torturato di Giulio Regeni. In capo a qualche mese decidemmo a furor di popolo di ritirare il nostro ambasciatore al Cairo: sarebbe tornato solo quando al Sisi avesse collaborato con la giustizia italiana. Pareva in assoluto una scelta dignitosa, etica, inevitabile. Ma fu revocata l’anno successivo, quando fu chiaro che era funzionale soltanto a rendere credibile un teatro politico che ci raccontava determinati ad ottenere da al Sisi la verità. Il dittatore, questo era chiaro fin dall’inizio, non avrebbe mai contribuito alla soluzione di un delitto in cui non solo il suo regime ma probabilmente lui personalmente erano coinvolti. Il governo e il caso Regeni: cosa si può fare con l’Egitto Allo stesso modo non avrebbe senso, oggi, rompere le relazioni con l’Egitto, come hanno chiesto i genitori di Giulio Regeni per motivi del tutto comprensibili. Non porterebbe ad alcun risultato. Non indurrebbe il regime egiziano a rinunciare alla tortura. Esporrebbe a rischi gli italiani in Egitto e i nostri interessi strategici (“interesse nazionale” non è una parolaccia, significa l’interesse del nostro paese e di noi tutti). E l’ambasciata al Cairo non potrebbe offrire alcun aiuto alla dissidenza, come talvolta ha fatto. Ma l’alternativa non può essere quell’attendere la sentenza definitiva che pare la linea adottata dal governo italiano, probabilmente nella speranza che la Corte costituzionale o una qualche prescrizione tolga tutti d’impaccio. Dunque? Sarebbe già positivo se il Cairo riconoscesse la propria colpa accettando di pagare ai Regeni e allo Stato italiano il risarcimento deciso dalla corte. Inoltre l’Italia, lo ha ricordato la giurista Vitalba Azzollini su queste pagine, potrebbe far valere la Convenzione delle Nazioni Unite sulla tortura, cui anche l’Egitto impudicamente aderisce, per tentare di ottenere l’estradizione dei condannati. Ma è realistico ammettere che finché al Sisi non viene spodestato sarà impossibile ottenere verità e giustizia per le migliaia di vittime della sua dittatura, tra le quali Giulio Regeni. L’Egitto non è mai stato un “paese sicuro”: “Dopo Regeni la repressione è peggiorata” E tuttavia l’Unione europea dispone degli strumenti quantomeno per costringere il regime egiziano a rinunciare a seviziare i prigionieri politici, talvolta fino alla morte. Due anni fa Meloni ebbe un ruolo nell’organizzare il finanziamento della Ue per 7,4 miliardi di dollari 2024-2027 che salvò l’Egitto dalla bancarotta. Roma e Bruxelles ebbero in cambio assicurazioni circa questioni che premono in particolare all’Italia (migranti, energia, Nord Africa). Ma non furono richieste garanzie sul rispetto dei più elementari diritti umani, che pure la Ue era nelle condizioni di ottenere. Questo peraltro è lo standard dei prestiti concessi dagli istituti internazionali del credito dove gli europei contano: i diritti umani non sono contemplati. Le diplomazie occidentali li considerano secondari. Eppure si potrebbe dimostrare che una dittatura che eserciti una ferocia disumana si attira col tempo una reazione spietata. Insomma semina quel che gli occidentali più temono, l’instabilità. Nel concreto, la Ue potrebbe vincolare i propri aiuti ad una sorta di “clausola Regeni”, per la quale potrebbero accedere ai suoi finanziamenti solo Stati che riconoscono la Corte penale internazionale e il suo codice di riferimento, lo Statuto di Roma. Secondo un’interpretazione evolutiva dello Statuto, l’uso massiccio e terroristico della tortura, come nel caso egiziano, andrebbe considerato “crimine contro l’umanità” (articolo 7). Regeni, Meloni resta garantista con l’Egitto e i suoi agenti condannati: “Sentenza non definitiva”. E anche per questo il Cairo non riconosce la Corte. Un’iniziativa del genere non solo obbligherebbe Stati recalcitranti a sottomettersi alla legalità internazionale ma rintuzzerebbe l’attacco alla Cpi mosso dall’amministrazione Trump. Washington sta premendo su Stati africani e sudamericani perché ripudino la Cpi. E sta cercando di strangolare la Corte chiudendole l’accesso al sistema bancario occidentale. Reazioni europee, finora nessuna. Reazione dell’Italia, che pure fu tra i promotori della Cpi, un penoso silenzio.