Il cuore dello Stato sta nelle galere di Guido Vitiello Il Foglio, 3 ottobre 2026 Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore. Si può leggere al contrario: là dov’è il tuo cuore, sarà anche il tuo tesoro. L’importante - e non serve essere raffinati esegeti biblici per capirlo - è non prendere il precetto evangelico alla lettera; insomma, non dare per scontato che il tesoro sia uno scrigno di zecchini d’oro. Il tesoro, semmai, è la costante sulla quale non siamo disposti a negoziare, il valore supremo che impone di ricalcolare tutti gli altri parametri. Leggo su “Innocenti in manette”, la preziosa newsletter curata da Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, che ogni minuto, per risarcire le vittime di errori giudiziari e soprattutto per indennizzare quelle di ingiusta detenzione, escono dalle casse dell’erario cinquantasette euro. “Vuol dire che quando sarete arrivati in fondo a questo post, lo Stato avrà già pagato circa trecentotrenta euro. O che dalla mattina appena svegli fino al momento in cui andrete a dormire, ne avrà sborsati almeno altri cinquantaseimila”. L’emorragia finanziaria va avanti a questo ritmo da ben trentacinque anni. Se il cuore dello Stato (non prendetemi per brigatista, mi raccomando) stesse là dov’è il tesoro, inteso come ministero, si sforzerebbe di arrestare il flusso. Come? Per esempio, facendo di tutto perché il carcere diventi davvero, come dovrebbe essere, una extrema ratio, una misura da scegliere solo quando tutte le altre vie si siano rivelate impraticabili. Invece, lo Stato italiano accetta di dissanguarsi. Il massimo che fa è tamponare un poco l’emorragia; e lo fa, come se non bastasse, a spese delle vittime della malagiustizia. Decurta gli indennizzi, calcola al ribasso i risarcimenti, o trova le giustificazioni più inverosimili per non pagarli affatto. Dov’è, dunque, il cuore dello Stato, dov’è il suo tesoro? È al sicuro, sotto chiave, nelle gabbie. Non accumulate tesori sulla terra, e non ammassate presunti innocenti dietro le sbarre, dove la tignola e la ruggine consumano, per non parlare delle cimici. Proposta di legge per il “rafforzamento della sicurezza penitenziaria” di Elena Andolina processopenaleegiustizia.it, 3 ottobre 2026 È stata assegnata alla Commissione Giustizia del Senato la proposta S. 1958, d’iniziativa dell’onorevole Scarpinato, recante “Disposizioni per il rafforzamento della sicurezza penitenziaria e per la prevenzione del ripristino dei collegamenti con la criminalità organizzata durante l’esecuzione della pena”. Il regime speciale di cui all’articolo 41-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354 (cd. “carcere duro”) rappresenta uno degli strumenti più incisivi predisposti dall’ordinamento per interrompere i collegamenti tra il detenuto e l’organizzazione criminale di appartenenza. Sennonché, l’assenza di una disciplina legislativa della fase successiva al regime speciale, nei casi in cui permangano le esigenze di prevenzione che avevano originariamente giustificato l’applicazione dello stesso, rischia di determinare la dispersione delle cautele organizzative costruite nel corso dell’esecuzione del suddetto regime differenziato. L’intervento normativo persegue l’obiettivo di attribuire rango legislativo ai principi che devono orientare l’attività organizzativa dell’Amministrazione penitenziaria nella gestione dei detenuti successivamente alla cessazione del cd. carcere duro, assicurando che tale gestione continui ad essere improntata all’esigenza di prevenire il ripristino dei collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva, nel pieno rispetto dei principi costituzionali di proporzionalità, individualizzazione del trattamento e finalità rieducativa della pena (articolo 2). La valutazione amministrativa è fondata su elementi oggettivi: quali la natura dei reati, il ruolo rivestito nell’organizzazione criminale, il comportamento tenuto durante l’esecuzione del regime speciale, l’evoluzione del percorso tratta mentale e le informazioni provenienti dagli organismi investigativi specializzati (Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo e delle Direzioni distrettuali antimafia). Parallelamente, il disegno di legge interviene sul versante della sicurezza degli istituti penitenziari nell’ottica di contrastare il crescente impiego di strumenti tecnologici avanzati per l’introduzione illecita di telefoni cellulari, sostanze stupefacenti, armi e denaro. Allo scopo di prevenire comunicazioni elettroniche illecite, l’articolo 1 demanda ad un decreto ministeriale l’individuazione degli standard tecnologici e delle modalità di installazione e di aggiornamento dei sistemi, consentendo in tal modo all’Amministrazione di adeguare costantemente gli strumenti utilizzati all’evoluzione delle tecnologie di comunicazione e delle modalità attraverso le quali le organizzazioni criminali tentano di eludere i controlli. L’articolo 3 promuove l’adozione di sistemi tecnologici di rilevazione, monitoraggio e contrasto degli aeromobili a pilotaggio remoto e, più in generale, il rafforzamento dell’intera dotazione tecnologica destinata ai controlli di sicurezza. Nella medesima prospettiva, si colloca la modifica dell’articolo 391-ter del codice penale, volta ad aggravare il trattamento sanzionatorio nei confronti di chi utilizzi aeromobili a pilotaggio remoto o analoghi sistemi automatizzati per eludere i sistemi ordinari di controllo predisposti dall’Amministrazione penitenziaria. Qui il pdl: https://images.processopenaleegiustizia.it/f/sentenze/documento_3c6p1_ppg.pdf Anm e Camere penali contro il disegno di legge leghista sulla legittima difesa di Giulia Merlo Il Domani, 3 ottobre 2026 Per i penalisti, il testo produrrebbe “una sorta di deregulation securitaria”. Secondo l’Anm, “è incostituzionale e contrario anche alla Convenzione europea sui diritti dell’uomo”. Sia le Camere penali che l’Anm hanno criticato il ddl sulla legittima difesa, presentato alla Lega lo scorso luglio all’indomani del caso del gioielliere Mario Roggero e arrivato in commissione Giustizia al Senato. Il presidente dei penalisti, Francesco Petrelli, ascoltato in commissione, lo ha definito “radicale, poiché abbandona la logica della causa di giustificazione per approdare ad un modello che rischia di legittimare reazioni che possono assumere carattere meramente ritorsivo. Ne deriverebbe un arretramento rispetto a un’idea propria dello Stato di diritto. In sostanza, la prospettata riforma assegnerebbe al privato il potere di decidere sul se e sul quando punire nell’ottica di una sorta di deregulation securitaria”. Di parere analogo anche il vicepresidente dell’Anm, Marcello De Chiara, anche lui ascoltato in commissione. “A nostro parere è opportuno segnalare la possibile contrarietà sia agli articoli 2 e 3 della Costituzione ma in modo particolare all’art. 2 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo che sancisce il diritto alla vita” e ancora “viene introdotto un quinto comma all’articolo 52 con il quale si estende la non punibilità di qualsiasi reazione da parte della vittima di un’aggressione in presenza di tre condizioni fondamentali: che l’aggressione sia a mano armata, che l’aggressione venga perpetrata in luogo di abitazione privata o nella sede di esercizio professionale o commerciale e in fine che la reazione avvenga immediatamente. In base alla disposizione, la reazione da parte della vittima dell’aggressione non è punibile indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi, dalla persistenza del pericolo e dalla finalità strettamente difensiva della condotta. Quest’ultimo inciso della disposizione è a nostro parere la parte maggiormente problematica perché esclude la punibilità della reazione anche quando il pericolo per la persona sia cessato”. “Sulla giustizia troveremo un’intesa con i 5Stelle. Ma questo carcere è davvero inaccettabile” di Valentina Stella Il Dubbio, 3 ottobre 2026 “Le priorità della giustizia sono altre” replica il senatore del Partito democratico Alfredo Bazoli al programma del Movimento Cinque Stelle illustrato la scorsa settimana dal vice presidente della Camera Sergio Costa all’evento inaugurale di “Officina Costituzione”. Ma rassicura: “Come già avvenuto durante il Governo Draghi riusciremo a trovare una sintesi”. Senatore tra le priorità delineate dal deputato Costa ci sono il ripristino del reato di abuso d’ufficio, il potenziamento delle intercettazioni, la restituzione dei poteri di controllo alla Corte dei conti, il rafforzamento del codice rosso e la legge sul femminicidio. Che ne pensa? Vengono sollevate questioni sulle quali certamente è bene discutere. Ma direi che le priorità della giustizia in questo momento sono altre. Quali? Mi preoccuperei innanzitutto di far funzionare bene la giustizia, risolvendo tutto quello che non funziona nella organizzazione e nel funzionamento degli uffici. Di tutto questo l’attuale Governo se ne è occupato poco e male in questi anni. Per esempio c’è un’emergenza clamorosa che riguarda i giudici di pace: questa è una delle prime cose che andrà affrontata nel momento in cui dovessimo andare al governo. C’è un problema di stabilizzazione degli addetti all’ufficio per il processo. C’è un problema di funzionamento dei processi telematici, in particolare nei procedimenti penali. Ecco, in sintesi sono queste le priorità e le emergenze alle quali dedicherei subito gli sforzi. E poi il carcere, un altro di quei lasciti intollerabili dell’attuale maggioranza. Non sarà impopolare fare una campagna elettorale sulle carceri? Dobbiamo ribadire e denunciare con forza che questa condizione attuale è intollerabile: non solo lede la dignità dei detenuti, ma pregiudica anche la sicurezza, perché vanifica i percorsi di recupero e aumenta il rischio di recidiva. Ma il Movimento Cinque Stelle si è persino opposto alla proposta di Roberto Giachetti sulla liberazione anticipata speciale... Discuteremo e studieremo insieme le misure che andranno messe in campo per deflazionare la popolazione carceraria ma una cosa è certa: non si può nascondere sotto il tappeto questa drammatica situazione. Un punto su cui il vice presidente Costa ha insistito molto è il ripristino del reato di abuso di ufficio. Però sappiamo che tale riforma è stata appoggiata anche da molti amministratori dem. Su questo lei che cosa può dire? Noi siamo stati molto ostili e contrari all’abolizione tout court di un reato che punisce gli abusi della pubblica amministrazione. Quindi penso che vada fatta una discussione su come ripristinare la punibilità di condotte illecite. Abbiamo sempre detto che si poteva intervenire per salvaguardare l’attività dei pubblici amministratori e impedire magari aperture di procedimenti inutili, si poteva fare in modo diverso agendo soprattutto sulla legge che individua i poteri, le responsabilità dei pubblici amministratori e soprattutto dei sindaci previsti dalla legge del Testo unico degli enti locali, si poteva intervenire nuovamente ritoccando la vecchia norma sull’abuso d’ufficio. Quindi ci ragioneremo. Per i Cinque Stelle via anche l’interrogatorio preventivo e il limite di 45 giorni alle intercettazioni. Siete d’accordo? Penso che siano norme che su cui va fatta una verifica prima di pensare a dei correttivi o alla loro abrogazione. Per l’interrogatorio preventivo per le misure cautelari, che peraltro prevede nutrite e significative eccezioni, vorremmo prima capire se ha generato effettivamente le conseguenze che sono state denunciate oppure no. Per quanto riguarda la durata delle intercettazioni, anche lì noi siamo stati piuttosto critici sulla norma di Zanettin, sebbene abbiamo sempre detto che un tetto di durata alle intercettazioni va messo. L’altro giorno, proprio sul nostro giornale, Raffaele Piccirillo, magistrato di area progressista, si è detto d’accordo sulla norma Zanettin sul sequestro degli smartphone e ha respinto le preoccupazioni di Melillo sulla cosiddetta ‘pesca a strascico’. Concorda? Noi siamo stati sempre schierati favorevolmente all’idea di mettere delle norme di garanzia sul sequestro di smartphone, quindi su questo non c’è alcun dubbio sulla nostra posizione. Certo la norma Zanettin è scritta tecnicamente male quindi andrebbe messa a posto. Sulle intercettazioni a strascico, la mia posizione è che noi dobbiamo tenere fermi i principi della sentenza Cavallo (stabilisce i limiti di utilizzabilità dei risultati delle intercettazioni telefoniche in procedimenti diversi da quelli in cui sono state autorizzate, ndr) quindi la penso come Piccirillo su questo. Ieri il vice direttore Novi ha scritto: “Le irrequietudini dei pentastellati da una parte, e dall’altra le posizioni della Lega rendono complicato persino produrre una legislazione giudiziaria di semplice mediazione, pure su temi diversi dal solito processo penale e dalla solita ossessione carcerocentrica”. Ricordiamo che quando c’era il governo Draghi il Partito Democratico ha fatto molti sforzi per portare dalla propria parte garantista il Movimento 5 Stelle. Come andrebbe questa volta? Noi abbiamo già governato con loro e sia pure, diciamo a volte con qualche difficoltà, abbiamo sempre trovato dei punti di sintesi che secondo me erano abbastanza ragionevoli tra le esigenze di sicurezza e le esigenze di rispetto delle garanzie. Quindi io sono convinto che saremmo in grado di farlo. Sicuramente un governo di centro-sinistra abbandonerebbe la politica carcerocentrica e repressiva che ha minato quella sì libertà e garanzie come quella che ha fatto la destra in questi quattro anni e mezzo. Da questo punto di vista non c’è dubbio che ci sarebbe un miglioramento rispetto a quello che abbiamo visto in questi anni. Ultimo punto: rimettereste mano al Codice Rosso e alla legge sul femminicidio? Certamente ripartiremo dalla nostra norma sul consenso nella violenza sessuale, approvata all’unanimità alla camera, e poi inopinatamente bloccata al Senato. Riforma avvocati, primo sì al Dlgs: monocommittenza e compensi minimi di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 3 ottobre 2026 Il Cdm approva, in via preliminare, lo schema di decreto attuativo della delega: tutele per le collaborazioni, albo unico e riabilitazione disciplinare. Monocommittenza con compensi minimi, tutele per le collaborazioni continuative, albo unico e riabilitazione disciplinare: sono alcune delle principali misure del decreto legislativo di riforma dell’ordinamento forense, approvato in esame preliminare dal Consiglio dei ministri, su proposta del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il testo, attuativo della legge delega n. 137/2026, rafforza la tutela del segreto professionale, prevede l’aggiornamento biennale dei parametri e strumenti per agevolare il recupero dei crediti degli avvocati. Cambiano anche l’accesso alla professione, con il corso di formazione dei praticanti della durata di dodici mesi e prove scritte informatizzate, e la governance degli ordini e del Cnf, con mandati triennali e un limite di tre consecutivi. Il Guardasigilli sottolinea che lo schema di decreto, frutto della collaborazione con l’avvocatura, ne ribadisce “indipendenza e autonomia”. “Probabilmente può sembrare una affermazione superflua, visto che l’avvocatura è ontologicamente una professione libera, ma abbiamo ritenuto che questo incipit consacrasse proprio la nobiltà del carattere della professione forense”. L’articolato, a quasi 14 anni dalla legge del 2012, prosegue, mira a “contrastare il calo degli iscritti e favorire l’accesso dei giovani alla professione, consolidandone preparazione e percorso professionale”. E della riduzione degli iscritti, ha proseguito Nordio, “parlano proprio alcuni numeri: nel 2024 ci sono state 8.100 cancellazioni che hanno superato di 2400 le nuove iscrizioni; nel 25 il divario è cresciuto ancora, abbiamo avuto 6900 cancellazioni contro 4.000 iscrizioni e così via. Le immatricolazioni nei dipartimenti di giurisprudenza sono diminuite di quasi il 40% in un decennio. C’è quindi proprio un’inversione di tendenza che rivela una criticità che a lungo andare potrebbe veramente compromettere non solo la professione forense, ma l’esercizio della stessa giurisdizione”. Il testo, spiega il comunicato di Palazzo Chigi, afferma la libertà e l’indipendenza dell’avvocato come principio fondante dell’ordinamento forense e ne riconosce il ruolo nel garantire il rispetto dei principi dello Stato di diritto e la corretta amministrazione della giustizia. Il segreto professionale è qualificato come diritto inviolabile e indisponibile dell’assistito e dell’avvocato, con tutela estesa a qualsiasi supporto, materiale o immateriale, e deroghe limitate a casi tassativi. È reintrodotto il giuramento dell’avvocato. Sono riservate agli avvocati, oltre alla difesa davanti agli organi giurisdizionali, la consulenza e l’assistenza legale stragiudiziale connesse all’attività giurisdizionale, quando svolte in modo continuativo, sistematico e organizzato, fatte salve le competenze di altre professioni regolamentate. Sono nulli i patti che prevedono corrispettivi in favore di non iscritti per tali attività. Il compenso è pattuito per iscritto al conferimento dell’incarico e deve essere adeguato alla quantità e alla qualità della prestazione; i parametri sono aggiornati ogni due anni con decreto del Ministro della giustizia, su proposta del Consiglio nazionale forense, e sono introdotti strumenti per agevolare il recupero dei crediti professionali. La professione può essere esercitata in forma individuale o attraverso associazioni, reti, anche multidisciplinari, e società tra avvocati, con salvaguardia dell’autonomia e dell’indipendenza del professionista, a pena di nullità dei patti contrari. Nelle società tra avvocati almeno due terzi del capitale e dei diritti di voto devono essere detenuti da avvocati. Per favorire l’accesso al lavoro del singolo professionista sono disciplinate la monocommittenza, rapporto continuativo ed esclusivo con compenso non inferiore ai parametri fissati con decreto ministeriale, e la collaborazione continuativa senza esclusività, con contratto scritto e sospensione del rapporto in caso di gravidanza, maternità o paternità, adozione, malattia e infortunio. “La monocommittenza - spiega Nordio - si ha quando il giovane avvocato lavora in uno studio dove viene praticamente pagato non per le cause che fa, per quello che produce, ma con una sorta di stipendio fisso”. Ma anche la collaborazione continuativa senza esclusività, con contratto in forma scritta e con la sospensione del rapporto in caso di gravidanza, maternità o paternità, adozione, malattia e infortunio. Il decreto rende inoltre annuale l’obbligo di formazione e aggiornamento professionale e istituisce: un albo unico degli esercenti la professione forense, nel quale sono iscritti anche gli avvocati degli enti pubblici; un archivio centrale telematicodelle decisioni disciplinari; la figura del consulente legale in diritto estero. I consigli degli ordini circondariali e il Consiglio nazionale forense durano in carica tre anni, con un limite di tre mandati consecutivi. Quanto all’accesso alla professione, il tirocinio può essere svolto per l’intera durata presso l’Avvocatura dello Stato o l’ufficio legale di un ente pubblico, il corso di formazione dei praticanti ha durata di dodici mesi e le prove scritte dell’esame di Stato si svolgono con strumenti informatici. È riformato, infine, il procedimento dinanzi ai consigli distrettuali di disciplina, con: l’anticipazione delle garanzie difensive dell’incolpato fin dalla ricezione della notizia di illecito; l’introduzione dell’astensione e della ricusazione dei componenti; la riduzione a un mese della durata minima della sospensione. Il termine per il ricorso al Consiglio nazionale forense è portato a sessanta giorni dalla notifica, con effetto sospensivo. Per la prima volta nel sistema forense è introdotta la riabilitazione, che estingue gli effetti delle sanzioni disciplinari diverse dalla radiazione. “In conclusione - ha spiegato il Ministro, disegnandone la filosofia -, si è inteso con questo provvedimento favorire la reinversione di tendenza, soprattutto favorendo i giovani avvocati, perché l’avvocatura è il terzo piede della giurisdizione. Senza l’avvocatura noi cadremmo nel buio del Medioevo, dei processi istruiti, soprattutto nell’ambito penale, dall’accusa e senza la difesa. Si tratta quindi di un principio di civiltà, di minima civiltà giuridica, quella di venire incontro ai giovani professionisti”. Nuovo reato in materia di “addestramento” dei sistemi di Ia ad alto rischio di Matteo Bonetti Il Domani, 3 ottobre 2026 Il nuovo articolo 437 bis del codice penale introduce il primo strumento a carattere generale sulla sicurezza dei sistemi di Ia e prevede la pena da uno a cinque anni per chi non adotta misure tecniche di sicurezza per la progettazione, l’addestramento, la produzione e l’immissione sul mercato di sistemi di Ia ad alto rischio, quando da tale omissione derivi un pericolo per la vita o per l’incolumità pubblica o individuale. Il D.Lgs. 160/2026 è entrato in vigore il 30 settembre (pubblicato in G.U. n. 214 del 15 settembre). È il provvedimento di adeguamento della normativa nazionale al Regolamento UE 2024/1689 (AI Act), adottato dal Consiglio dell’Unione europea il 21 maggio 2024, che introduce nel Codice penale l’articolo 437-bis: il primo strumento penale di carattere generale sulla sicurezza dei sistemi di IA ad alto rischio. Il collegamento con l’AI Act europeo - L’AI Act europeo ha essenzialmente una valenza regolatoria ed impone obblighi, divieti, procedure di gestione del rischio, nonché requisiti tecnici e organizzativi. Il legislatore italiano ha voluto aggiungere un ulteriore livello di tutela, individuando alcune violazioni particolarmente gravi della sicurezza dei sistemi di IA ad alto rischio come possibili illeciti penali. La nuova norma penale seleziona specifiche condotte omissive e le collega alla produzione di una situazione di pericolo. Questa ulteriore fattispecie penale legata alla IA affianca alle disposizioni già vigenti sul reato di diffusione illecita di deepfake (art. 612-quater c.p., in vigore dal 10 ottobre 2025), creando un assetto normativo a due livelli: la sicurezza della progettazione e gestione dei sistemi (articolo 437-bis), e la repressione degli abusi nella diffusione di contenuti generati o alterati con sistemi di IA (articolo 612-quater). Con il D.Lgs. 160/2026 l’intelligenza artificiale non è più soltanto materia di compliance amministrativa, protezione dei dati o sicurezza informatica. Per i sistemi ad alto rischio, alcune scelte organizzative e tecniche possono ora assumere una precisa rilevanza penale. I sistemi di IA ad alto rischio sono quelli che, per la loro finalità e per gli ambiti di utilizzo individuati dall’AI Act, possono presentare rischi significativi per la salute, la sicurezza o i diritti fondamentali delle persone. Il nuovo articolo 437-bis costruisce diversi livelli di responsabilità. Il primo riguarda l’omessa adozione delle misure tecniche di sicurezza previste per la progettazione, l’addestramento, la produzione e l’immissione sul mercato di sistemi di IA ad alto rischio, quando da tale omissione derivi un pericolo per la vita o per l’incolumità pubblica o individuale. La stessa previsione riguarda l’omessa adozione delle misure di sorveglianza umana. La pena prevista è la reclusione da uno a cinque anni. La stessa condotta diventa più grave quando dal fatto derivi un pericolo per la sicurezza dello Stato: in questo caso la pena sale da due a otto anni. Il secondo nucleo riguarda invece l’alterazione dei sistemi di IA ad alto rischio. Chi altera il sistema e provoca un pericolo per la vita o l’incolumità pubblica o individuale rischia da due a sei anni di reclusione. Se il pericolo riguarda la sicurezza dello Stato, la pena sale da tre a dieci anni. La norma prende in considerazione anche l’ipotesi colposa, ma soltanto quando si tratti di colpa grave, prevedendo una riduzione della pena da un terzo a un sesto. Sarà quindi centrale, anche nella prassi applicativa, stabilire quando la violazione delle regole cautelari relative alla sicurezza e alla supervisione dei sistemi possa assumere quel livello di gravità. Un’ulteriore previsione riguarda gli utilizzatori professionali di sistemi di IA ad alto rischio. In questo caso la norma guarda non tanto alla progettazione del sistema, quanto al modo in cui viene concretamente utilizzato: l’omessa adozione intenzionale delle misure di sorveglianza umana può assumere rilevanza penale quando ne derivi un pericolo per la vita o l’incolumità oppure per la sicurezza dello Stato. Il legislatore costruisce così una responsabilità che segue la filiera del sistema. Il produttore può rispondere per l’omessa adozione delle misure di sicurezza nella progettazione, nell’addestramento, nella produzione o nell’immissione sul mercato. L’utilizzatore professionale, invece, può rispondere per l’omessa sorveglianza umana sul sistema che impiega. Si pensi a una banca che utilizzi un sistema di IA ad alto rischio nell’ambito di un processo decisionale rilevante: non sarà sufficiente verificare che il sistema sia stato correttamente progettato dal fornitore ma occorrerà verificare anche se nell’utilizzo sia stata organizzata la supervisione umana. Il nuovo reato sull’intelligenza artificiale non riguarda soltanto la responsabilità personale. Il decreto interviene anche sul sistema della responsabilità degli enti previsto dal D.Lgs. 231/2001, inserendo nel catalogo dei reati-presupposto sia il nuovo articolo 437-bis c.p., sia il reato di diffusione illecita di contenuti generati o alterati mediante IA previsto dall’articolo 612-quater c.p. Per le imprese è una novità tutt’altro che marginale: se uno di questi reati viene commesso nell’interesse o a vantaggio dell’ente, può scattare anche la responsabilità della società. Oltre alla sanzione pecuniaria per l’impresa, sono previste alcune sanzioni interdittive, tra cui la sospensione o la revoca di autorizzazioni, licenze e concessioni, il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, l’esclusione da agevolazioni e contributi e il divieto di pubblicizzare beni o servizi. Non è invece prevista l’interdizione dall’esercizio dell’attività, cioè la misura più grave tra quelle interdittive previste dal sistema 231. Il risultato è un ampliamento concreto del rischio per le organizzazioni: la gestione dell’intelligenza artificiale entra così anche nel perimetro della compliance 231, imponendo alle imprese che utilizzano o sviluppano sistemi di IA di interrogarsi sui propri controlli, sulle responsabilità interne e sulle procedure di supervisione. Reggio Emilia. Si uccide in carcere a 26 anni, aggredì tre persone a un distributore di benzina Il Resto del Carlino, 3 ottobre 2026 Si è ucciso in carcere, è trovato impiccato in cella ieri sera poco dopo le 20, Mena Istafanous, 26enne che domenica scorsa a Reggio Emilia ha aggredito e ferito tre persone, a lui sconosciute, ad un distributore di benzina. Il giovane aveva colpito prima una donna con un cacciavite poi aveva investito altri due che si erano avvicinati per fermarlo. Nel giro di un’ora era stato arrestato e fermato. Risultava in cura al Centro di salute mentale. Mena Istafanous, nato in città da famiglia di origine egiziane, verso le 19 di domenica 27 settembre, fermo al distributore, all’improvviso è sceso e ha colpito una donna con un cacciavite e ha investito due persone che hanno tentato di soccorrerla. L’aggressore di 26 anni - arrestato dopo un’ora dalla fuga - aveva avuto dalla famiglia un’educazione cristiana, copto ortodossa ed era seguito dal centro di salute mentale con anche problemi di tossicodipendenza. Il garante per i detenuti -”Si tratta del secondo suicidio quest’anno in Emilia Romagna di persone con patologia psichiatrica”, dice il garante regionale per i detenuti Roberto Cavalieri. Nel 2026 nelle carceri della regione, ricorda il Garante risultano altri 4 suicidi e altrettante morti da verificare. Pisa. Carcere, l’estate d’inferno fino alla protesta a volto scoperto di Riccardo Del Lungo pisatoday.it, 3 ottobre 2026 “È l’esasperazione dei problemi irrisolti”. Il Garante comunale delle persone private della libertà personale, l’avvocato Valentina Abu Awwad, porta la sua testimonianza del caso e analizza la grave situazione del Don Bosco di Pisa. È tornata la calma, sembra. Ma i problemi storici del Don Bosco di Pisa, aggravati da un’estate difficilissima, sono sempre lì. La testimonianza e le analisi dell’avvocato Valentina Abu Awwad, Garante comunale delle persone private della libertà personale, intervistata da PisaToday, rimettono al centro del dibattito quelle che sono le criticità concrete della vita nel carcere pisano. Criticità che possono esasperare, al punto di “cancellare la speranza di un futuro”, con buona pace della finalità riabilitativa o anche solo di una serena gestione della struttura. Sono passate quasi 48 ore dallo scoppio della protesta messa in atto da decine di detenuti del carcere pisano, i quali, a partire dal pomeriggio di mercoledì 30 settembre, si sono barricati all’interno della seconda sezione del reparto giudiziario. Le tensioni si sono risolte solo la mattina del giorno dopo, primo ottobre, dopo un’estenuante trattativa, con dietro le cancellate gli uomini in assetto antisommossa pronti a intervenire. “Sono rientrata oggi nella struttura - dice il Garante - ho parlato con diversi detenuti e sono apparsi calmi. C’era più silenzio del solito, a cui non sono abituata… di solito il contesto di un carcere è più confusionario. È chiaro che la vicenda ha causato turbamento. E non solo, chiaramente, nell’area coinvolta”. La ricostruzione della protesta: la trattativa con l’antisommossa pronta a intervenire - “La protesta è cominciata intorno alle 18 - è la testimonianza di Awwad - con i detenuti che nella seconda sezione del giudiziario hanno fatto uscire la polizia e si sono chiusi dentro, barricandosi con ingombri di cemento. Io sono stata avvisata intorno alle 21 e alle 21.30 ero in carcere. All’inizio, per ragioni di sicurezza, non sono potuta entrare. Via via sono arrivati i rinforzi degli agenti fino al reparto antisommossa. La direttrice ha fatto un grande lavoro di mediazione, fino le 2.30 di mattina. Poi lo stesso ho fatto anche io, come ultimo tentativo prima che si desse l’avvio all’intervento degli agenti antisommossa”. “I detenuti - prosegue il racconto il Garante - chiedevano rassicurazioni affinché la cosa finisse senza violenza. Chiedevano per esempio un ‘foglio scritto’. Abbiamo spiegato che si trattava di una questione di fiducia. La direttrice conosce i detenuti, così come anche io ho avuto nel tempo colloqui con molti di loro. Alla fine si sono fidati, hanno rimosso gli ingombri, hanno aperto e sono usciti. La cosa si è risolta pacificamente senza che nessuno si sia fatto male. I detenuti individuati come promotori sono stati portati in celle singole e per loro sono state attivate le procedure per la contestazione della condotta”. I quattro soggetti in questione sono stati trasferiti in un altro carcere. Come si è appreso dalla mattina, a far scattare la protesta sarebbe stato il ritrovamento di dispositivi di intercettazione all’interno delle celle. “Ho sentito di queste microspie, uno di questi oggetti me lo hanno fatto vedere, ma l’azione così veemente non è riconducibile a quello”, analizza Awwad. “C’è tanta insofferenza per i problemi strutturali”. L’elenco delle criticità è lungo e il primo che il Garante comunale delle persone private della libertà personale cita è quello delle cimici, gli insetti: “Questa estate è stata devastante. La direzione del carcere ha promosso numerose disinfestazioni, ma non è servito. Sono tutti pieni”. È l’aggiungersi di criticità su criticità a far precipitare la situazione: pochi servizi e percorsi di attività ridotti, insieme al sovraffollamento, che non può essere nemmeno risolto da misure alternative, innescano un inevitabile senso di abbandono nei detenuti. In spazi ristretti, malsani e infestati dalle cimici. Spiega Awwad: “Il Sai (Servizio di Assistenza Intensiva) interno al carcere, è occupato da soggetti psichiatrici. Chi ha problematiche di salute non trova spazio. In tanti potrebbero uscire dal carcere con misure alternative, ma non hanno parenti o strutture che possano accoglierli, così restano in cella fino a quasi fine pena. I posti nelle Rems, come a Volterra, in comunità o per tossicodipendenti, sono pochissimi. In estate mancavano due magistrati di sorveglianza, con quindi ritardi nell’assegnazione dei permessi o permessi premio. Con la chiusura di Sollicciano il sovraffollamento è peggiorato, sempre fra giugno e luglio. Tutto in un contesto già grave e dove le iniziative di lavoro interne sono poche”. L’esasperazione è tale che “la stessa protesta messa in atto è stata fatta a volto scoperto, scattata nonostante tanti volessero fare i percorsi di recupero previsti. Sono stati sopraffatti dai problemi. Tante volte bastano dei colloqui per disinnescare azioni di questo tipo, ma con il sovraffollamento anche trovare modo di fare colloqui con gli psicologi, già pochi, è ancora più difficile”. Fra le questioni che restano da chiarire c’è la presenza di smartphone all’interno del carcere. “Succede in diverse altre strutture - afferma il Garante - certamente non dovrebbe avvenire ed è un problema degli organi competenti. Un telefono non è nemmeno un oggetto così piccolo da passare inosservato”. Sul dibattito politico scattato nelle ore successive alla protesta, Awwad insiste sul valutare i problemi concreti del Don Bosco: “Un numero più alto di stranieri non indica nulla sulla gravità dei reati, sono semmai maggiori di numero perché non avendo contatti restano fino all’ultimo in carcere a scontare la pena. Guardare l’aspetto dell’immigrazione in questo contesto di criticità è fuorviante, questa protesta poteva coinvolgere chiunque all’interno”. Pisa. La rivolta e l’effetto domino dei trasferimenti da Sollicciano di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 3 ottobre 2026 Ieri mattina la visita della procuratrice al Don Bosco, anche nel reparto reso inagibile. Le carceri toscane scoppiano. Il trasferimento di 250 detenuti da Sollicciano all’indomani del sequestro di sette sezioni, ha reso molto più sovraffollati e inospitali altri penitenziari. Nelle carceri della regione ci sono 3.534 reclusi ma c’è posto solo per 2.610. Di fatto, ce ne sono quasi mille in più della capienza regolamentare. Basta leggere i numeri dell’associazione Antigone per rendersi conto del sovraffollamento. Lucca è l’istituto più sovraffollato d’Italia (37 posti disponibili e presenze di 102 persone). A Massa ci sono 175 posti disponibili ma ci sono 300 reclusi. A Livorno 347 detenuti per 277 disponibili. A Prato 640 persone per 540 posti disponibili. A San Gimignano 326 detenuti per 223 posti disponibili. Complessivamente, la Toscana ha un tasso di sovraffollamento del 135%. A Pisa ci sono 185 posti disponibili ma i detenuti sono 300. Condizioni, quelle del carcere di Pisa, rese ancor più difficili dalla rivolta (con diretta tik tok) dei giorni scorsi, visto che “una sezione è rimasta gravemente danneggiata”, come spiega l’Osapp a cui risultano “circa 50 posti detentivi in meno”. Proprio ieri c’è stata un’ispezione a sorpresa della procuratrice di Pisa, Teresa Angela Camelio. Secondo quanto si è appreso, il magistrato ha visitato tutte le sezioni dell’istituto, compreso il reparto seriamente danneggiato e il centro clinico con la degenza, prendendo nota delle diverse criticità della struttura. Sull’esito dell’ispezione, tuttavia, viene mantenuto il massimo riserbo. Tornando alla rivolta, l’Osapp spiega poi che “il detenuto autore delle videoriprese era già noto all’amministrazione perché, secondo quanto ci risulta, a Sollicciano aveva già tentato l’evasione, ma la risposta del provveditorato è stata quella di trasferirlo semplicemente a Pisa anziché affrontarne compiutamente il profilo di pericolosità, verificare il percorso disciplinare e valutare tutti gli strumenti previsti dall’ordinamento. Da un problema non gestito ne sono così scaturiti due: prima una rivolta, poi una sezione resa inutilizzabile con la perdita di circa 50 posti. E nella notte successiva all’evento si è continuato con lo stesso metodo, trasferendo lui e altri detenuti verso istituti del distretto nei quali le tensioni sono già evidenti”. Dopo l’arresto e il trasferimento dei quattro detenuti ritenuti i promotori della rivolta, “altri cinque considerati fiancheggiatori, sono stati trasferiti in altri istituti e ulteriori sei hanno lasciato il Don Bosco per un totale di 15 trasferimenti” spiegano dal sindacato Uspp. “Le condizioni che erano terribili a Sollicciano adesso sono diventate terribili nelle altre carceri toscane, dove sono arrivati 250 detenuti dal penitenziario fiorentino che hanno contribuito a renderle ancora più affollate”, dice il garante regionale dei reclusi Giuseppe Fanfani, secondo cui “quello delle carceri toscane è una specie di gioco illusionista delle tre carte”. Le conseguenze più lampanti si sono viste a Pisa, ma “potrebbero estendersi in un drammatico effetto domino”, anche in altri istituti penitenziari, sottolinea Eleuterio Grieco, segretario regionale della Uil Fp Polizia Penitenziaria. Per il consigliere regionale di Fratelli d’Italia Diego Petrucci, la vicenda del Don Bosco “mette a nudo un ulteriore problema strutturale e non più rinviabile: la carenza di posti nelle Rems”. Pisa. Le condizioni del carcere sono al limite. “Fosse un asilo avrebbe già chiuso” di Gabriele Masiero La Nazione, 3 ottobre 2026 Laura Antonelli, avvocato del foro di Pisa e tesoriere dell’Unione delle camere penali, a fine agosto ha partecipato alla visita ispettiva alla casa circondariale pisana. Ecco le sue parole sul Don Bosco. “Se quanto abbiamo visto al Don Bosco lo avessimo riscontrato in un asilo, in un ospizio o in una Rsa, sarebbe già stato chiuso”. Parola di Laura Antonelli, avvocato del foro di Pisa e tesoriere dell’Unione delle camere penali, l’associazione italiana degli avvocati penalisti italiani che lo scorso 31 agosto ha partecipato alla visita ispettiva della camera penale alla casa circondariale pisana. La rivolta di mercoledì sera da dove nasce? “Non faccio valutazioni di merito su questioni che sono al centro di un’attività investigativa e che dunque non conosco direttamente, ma la situazione del carcere pisano, come quella di quasi tutti gli altri istituti italiani, è estremamente critica. E per la prima volta in tanti anni di professione durante la visita ispettiva i detenuti non ci hanno raccontato la loro storia processuale, ma hanno tutti, e dico tutti, evidenziato le gravi carenze igienico-sanitarie in cui versa il Don Bosco. Abbiamo visto persone massacrate dai morsi delle cimici e condizioni igienico-sanitarie inaccettabili. Parliamo di persone che, per legge, hanno la privazione della libertà ma non devono mai essere private della loro dignità”. Riscontra inerzie da parte della Asl? “Per farlo dovrei conoscere i contenuti di relazioni ad hoc da parte delle autorità preposte e io non ho contezza invece di queste relazioni. Ma posso dire, in linea generale, che quello che abbiamo visto il 31 agosto se lo avessimo riscontrato in altri edifici pubblici come scuole, asili, ospizi o Rsa sarebbero stati immediatamente chiusi”. Il carcere Don Bosco è davvero, come si dice, il peggiore della Toscana? “Il consigliere regionale Federico Eligi ha visitato di recente tutti gli istituti di pena toscani e ha dichiarato che Pisa non è peggio di Sollicciano. Considerando però che successivamente i padiglioni del carcere fiorentino che presentavano maggiori criticità sono stati chiusi e i detenuti trasferiti altrove, possiamo dire che Pisa oggi è sicuramente il peggiore”. In molti in queste ore hanno invocato provvedimenti urgenti da parte del Governo: secondo lei quali sono quelli da attuare immediatamente? “Favorire sempre di più l’espiazione della pena con misure alternative alla detenzione per chi ne ha diritto e farlo senza frapporre ostacoli o cavilli. E investire risorse capaci di assicurare interventi massicci di sanificazione degli istituti di pena che oggi appaiono ovunque come autentici gironi infernali inaccettabili sia per le persone detenute sia per coloro che all’interno delle carceri lavorano”. Bologna. “Fakir è morto per soffocamento” di Marco Caruso Il Manifesto, 3 ottobre 2026 Fabio Anselmo, legale della famiglia di Abderrahim Fakir, ha dichiarato ieri che le cause della morte del 42enne sono da imputare alla posizione applicata dagli agenti di polizia durante le fasi concitate del fermo. “È una morte come quella di Riccardo Magherini: morte ipossica da posizione prona”: Fabio Anselmo, legale della famiglia di Abderrahim Fakir, ha dichiarato ieri che le cause della morte del 42enne (avvenuta il 19 luglio scorso in zona Pilastro a Bologna) sono da imputare alla posizione applicata dagli agenti di polizia durante le fasi concitate del fermo, sintetizzando l’incontro tra i consulenti delle parti. Fakir, in stato di agitazione, era stato immobilizzato a terra. La Procura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo iscrivendo i due poliziotti e quattro operatori del 118 nel registro degli indagati. La sequenza dei fatti venne ripresa in diretta da alcuni residenti. L’avvocato Anselmo ha citato per analogia un altro decesso provocato dall’intervento violento delle forze dell’ordine: quello di Riccardo Magherini, accaduto nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 a Firenze. Il legale della famiglia ha poi sottolineato: “La cocaina non è neanche una concausa. Insieme all’agitazione ha aumentato il fabbisogno di ossigeno di cui è stato privato a causa del mantenimento della posizione prona da parte degli agenti”. Dai consulenti ci sarebbero poi rilievi ai sanitari anche per non aver chiamato il medico mentre Fakir era in stato di agitazione”. Opposta la tesi sostenuta dall’avvocato Gabriele Bordoni che assiste i due poliziotti: il soffocamento sarebbe stato provocato dalle condizioni dei polmoni di Fakir, compromessi da un uso eccessivo di cocaina. Alessandria. Trasformazione carcere San Michele, il dibattito arriva in Regione di Adelia Pantano La Stampa, 3 ottobre 2026 Il Pd esige “chiarezza”, per FI “non sarà un pericolo”. Si muovono anche i parlamentari. Il San Michele si prepara al 41 bis, ma Alessandria chiede di non essere spettatrice. I lavori per trasformare l’istituto in uno degli hub nazionali sono ancora in corso e i detenuti non sono ancora arrivati. Nel frattempo cresce la pressione, perché Comune e territorio vengano coinvolti nelle scelte. Il sindaco Giorgio Abonante chiede “un confronto immediato sul territorio”. Una richiesta che arriva dopo mesi di interrogativi e che riporta al centro anche l’iniziativa di Federico Fornaro. Il deputato Dem aveva sollevato la questione già nell’autunno dello scorso anno. Ora torna sul tema con un’interrogazione al ministro della Giustizia Carlo Nordio. “Alessandria non può essere informata a cose fatte su una trasformazione che cambia il volto del sistema penitenziario cittadino”, sostiene. E aggiunge: “Servono tempi certi per il San Michele, un confronto vero con il Comune e interventi immediati sull’altra struttura, il Cantiello e Gaeta”. Il progetto prevede circa 200 posti per detenuti sottoposti al 41 bis. Il passaggio ha già comportato il parziale svuotamento dell’istituto e la sospensione di diverse attività trattamentali e laboratoriali. I lavori, inizialmente indicati come conclusi entro l’estate, sono ancora in corso. Interviene anche Enzo Amich, parlamentare di Fratelli d’Italia: “La riorganizzazione del 41 bis è un riassetto nazionale, non una scelta contro Alessandria”. Il regime, sottolinea, “è di competenza dello Stato” e a San Michele è previsto “un assetto dedicato al 41 bis, con l’impiego delle strutture specializzate della polizia penitenziaria”. Lo stesso Amich, però, ritiene necessario il confronto. “I lavori non sono ancora conclusi e i detenuti non sono arrivati. Per questo - aggiunge - ritengo utile un confronto concreto tra ministero della Giustizia, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Provveditorato regionale, istituzioni locali e rappresentanti della polizia penitenziaria”. Un passaggio anche sul futuro delle attività costruite negli anni al San Michele: “Le esperienze positive sviluppate attraverso i progetti di reinserimento non devono semplicemente andare disperse”. E sul personale: “Le assegnazioni ci sono già state, ma questo non significa che il problema degli organici sia risolto”. Il dibattito arriva quindi in Regione. Per Domenico Ravetti, consigliere regionale del Pd, “la necessità di portare a bordo il sindaco di Alessandria è un fatto istituzionale”. Le parole di Abonante, aggiunge, “sono la testimonianza che c’è stato un rapporto istituzionale non sufficientemente solido”. Ravetti porterà il tema nel Consiglio regionale aperto sul sistema penitenziario piemontese il 13 ottobre. Davide Buzzi Langhi, di Forza Italia, sottolinea: “Il 41 bis è uno dei regimi più duri e prevede una vigilanza estremamente forte nei confronti dei detenuti. Per questo non penso che possa essere un pericolo per gli alessandrini”. L’attenzione, per lui, deve concentrarsi soprattutto sul Cantiello e Gaeta. Marco Protopapa, della Lega, ricorda che la trasformazione rientra “in una strategia del ministero della Giustizia”, che ha individuato il San Michele come struttura idonea ad accogliere questo tipo di detenuti. “È una scelta che poteva accadere in qualsiasi altra parte d’Italia e, a questo punto, bisogna prenderne atto”, dice. Più critica la posizione di Pasquale Coluccio, del Movimento 5 Stelle, che già nell’autunno 2025 aveva chiesto chiarimenti sulle prime voci. Per Coluccio è necessario “coinvolgere i territori e ragionare insieme su tutte le ricadute che può avere una trasformazione del genere”. Bergamo. Carcere e reinserimento, rinnovata la Rete per l’inclusione: entra anche Confindustria bergamonews.it, 3 ottobre 2026 Dopo tre anni di sperimentazione, il territorio bergamasco sceglie di dare continuità alla rete costruita per accompagnare le persone detenute e quelle sottoposte a misure alternative al carcere verso percorsi di autonomia e reinserimento sociale, abitativo e lavorativo. Il Protocollo d’intesa dedicato all’area penale adulti, guidato da Fondazione della Comunità Bergamasca, è stato rinnovato per il triennio 2026-2028 e si allarga anche al mondo delle imprese con l’ingresso di Confindustria Bergamo. Il modello è nato nel 2023 con la coprogettazione “E uscimmo a riveder le stelle”, con Fondazione Opera Bonomelli come ente capofila. In questi primi tre anni la rete ha progressivamente ampliato la propria capacità di intercettare e accompagnare le persone in area penale adulta, mettendo in relazione istituzioni, servizi, Terzo Settore, fondazioni e realtà del territorio. I numeri restituiscono la crescita dell’attività: le prese in carico dell’agente di rete sono passate dalle 67 del 2023 alle 133 del 2025. Nel triennio sono stati inoltre realizzati 323 interventi di mediazione culturale, mentre sono state 183 le partecipazioni ai corsi di formazione professionale e 119 i percorsi di accompagnamento al lavoro, tra orientamento, tirocini, tutoraggio aziendale e supporto all’inserimento professionale. Sul fronte dell’autonomia abitativa sono stati attivati 39 percorsi di accompagnamento. Sono state invece 49 le partecipazioni ai laboratori socio-occupazionali e 47 quelle alle attività di animazione culturale. Particolare attenzione è stata dedicata anche alle relazioni familiari: sono stati 175 gli interventi di sostegno alla genitorialità delle persone detenute con figli minori. Le attività sportive hanno registrato infine 376 partecipazioni. Numeri che si accompagnano al consolidamento del lavoro tra i diversi soggetti coinvolti, attraverso la cabina di regia, le équipe educative e i tavoli territoriali impegnati nella costruzione e nel monitoraggio dei percorsi individualizzati. Con il nuovo Protocollo vengono confermate le principali aree di intervento: abitare, lavoro, sostegno alle reti familiari e attività trattamentali all’interno della Casa Circondariale, mediazione culturale e linguistica. La cabina di regia, composta dagli enti sottoscrittori, avrà il compito di programmare, monitorare e valutare le attività e di definire gli indirizzi operativi. La segreteria tecnica e il supporto organizzativo saranno affidati alla Fondazione della Comunità Bergamasca. Tra le novità c’è appunto l’ingresso di Confindustria Bergamo, che porta nella rete il mondo delle imprese e rafforza la componente legata al lavoro. “L’ingresso in questa rete nasce dalla convinzione che il lavoro rappresenti uno degli strumenti più importanti per costruire percorsi concreti di autonomia e reinserimento sociale - spiega il presidente Matteo Zanetti -. L’obiettivo è mettere a disposizione “competenze, relazioni e una maggiore capacità di dialogo con il tessuto produttivo del territorio”. Per Osvaldo Ranica, presidente di Fondazione della Comunità Bergamasca, i risultati dei primi tre anni mostrano che “il modello costruito insieme funziona e che vale la pena continuare a investirvi”. La situazione carceraria, sottolinea, “resta però un’emergenza, anche sul nostro territorio” e richiede una collaborazione tra soggetti diversi. L’ingresso di Confindustria, aggiunge Ranica, “rafforza il coinvolgimento del mondo del lavoro, decisivo per offrire reali opportunità di ripartenza”. Per Giacomo Invernizzi della Fondazione Opera Bonomelli, il progetto nato nell’area penale è progressivamente diventato “il coordinamento di un sistema territoriale di intervento” capace di integrare anche altre misure regionali e nazionali. L’obiettivo è fare dell’intervento “un progetto di comunità provinciale”, coinvolgendo un numero sempre maggiore di realtà del territorio. Il Protocollo resterà in vigore fino al 31 dicembre 2028. Per il 2026 gli enti sottoscrittori hanno già previsto uno stanziamento complessivo di 232 mila euro per sostenere le attività e le progettualità condivise. La quota principale, pari a 80 mila euro, arriva dalla Fondazione della Comunità Bergamasca attraverso risorse territoriali di Fondazione Cariplo. Seguono Fondazione Congregazione della Misericordia Maggiore di Bergamo con 35 mila euro, Associazione Homo con 30 mila, Caritas Diocesana Bergamasca con 20 mila, Fondazione Istituti Educativi con 15 mila, Fondazione Azzanelli Cedrelli Celati con 10 mila, Fondazione Opera Pia Maria Caleppio Ricotti con 10 mila, BIM Bergamo con 10 mila, Ambito Territoriale Sociale 1 con 10 mila e Confcooperative con 12 mila euro. La coprogettazione “E uscimmo a riveder le stelle” punta inoltre a candidarsi, per il biennio 2027-2028, al sostegno della nuova Sfida di Mandato di Fondazione Cariplo “Limen - Un futuro oltre la pena”, nell’ambito del bando “Carcere e comunità in rete”, dedicato al rafforzamento delle reti territoriali nell’ambito dell’esecuzione penale. Ferrara. Il carcere raccontato da chi lo vive: la redazione di Astrolabio incontra la città di Elena Coatti estense.com, 3 ottobre 2026 Passare cancelli che si aprono e si richiudono alle spalle, percorrere corridoi, superare le inferriate che separano uno spazio dall’altro. Guardare, inevitabilmente, oltre le piccole finestre e oltre le sbarre. Ci sono i vestiti appesi alle finestre delle celle, qualcuno che si allena in palestra, i detenuti che si affacciano incuriositi per capire da dove arrivi quel via vai insolito di persone. Giovedì 1 ottobre, nel pomeriggio, nella Casa circondariale di Ferrara sono entrati così una sessantina di cittadini. Questa volta non per una visita istituzionale, ma per incontrare una redazione. È quella di Astrolabio, il giornale del carcere di Ferrara. Un’esperienza nata per raccontare ciò che accade dietro quelle mura attraverso le parole di chi il carcere lo vive ogni giorno. Ad aprire l’incontro è la direttrice del carcere di via Arginone, Maria Martone. “Il carcere non può essere raccontato soltanto attraverso le emergenze, le criticità o gli episodi negativi - spiega ai presenti -. Esistono anche esperienze positive e virtuose, percorsi che funzionano e persone che durante la detenzione riescono a costruire qualcosa di nuovo”. Il percorso rieducativo, aggiunge Martone, può essere proficuo e il carcere può diventare anche un contesto nel quale migliorare la propria vita. Una prospettiva che porta con sé un’altra idea: le persone detenute non sono un corpo estraneo e separato dalla città. Fanno parte della comunità di Ferrara. Ed è esattamente su questa distanza, tra il dentro e il fuori, che lavora Astrolabio. Sul palco ci sono Giuseppe, Francesco, Giampiero, Mauro, Jendari e Costante. Claudio, anche lui redattore, non ha potuto partecipare per motivi personali. Sono loro a leggere ciò che hanno scritto, raccontare come nasce il giornale, quanto e come è cambiato e rispondere alle domande. Non ospiti di un incontro, dunque, ma protagonisti di un confronto costruito insieme al pubblico. Alle loro spalle c’è un’immagine che racconta forse meglio di molte parole il senso del progetto: da una parte il carcere con le sue mura e separato dalla città da un canale; dall’altra c’è Ferrara. Ad unirli, un ponte. Astrolabio prova da anni a essere proprio quell’arcata. Mauro Presini, che cura il giornale, non nasconde l’orgoglio per un’esperienza arrivata molto più lontano di quanto immaginasse all’inizio. La testa è iscritta al Registro dei giornali del Tribunale di Ferrara dal 26 luglio 2007 e nel tempo ha conquistato una sua identità e una sua dignità giornalistica. “Astrolabio è un’arcata importante che racconta il carcere e lo fa chi lo vive quotidianamente - dice Presini -. E lo fa senza sconti perché loro, i detenuti, conoscono anche il dolore che hanno provocato”. Ed è forse questo il punto che impedisce al pomeriggio di scivolare nella retorica. Non c’è una rappresentazione innocente del carcere e neppure il tentativo di cancellare ciò che ha portato quelle persone lì dentro. Ma non c’è nemmeno un’unica maniera di raccontarle attraverso il reato commesso e la pena da scontare. Il giornalista e regista Filippo Vendemmiati, chiamato a condurre l’incontro, decide allora di trasformare la sala in una grande riunione di redazione. All’inizio finge di essere un editore: “Bene, dovete convincermi a mantenere vivo questo giornale”. Poi pone una domanda: “La scrittura rende liberi?”. La redazione di Astrolabio è composta normalmente da sette a dodici detenuti provenienti dalle differenti sezioni dell’istituto. Si incontra una volta a alla settimana, sceglie alcuni temi e poi ciascuno prova a svilupparli attraverso la propria esperienza, le proprie idee e la propria scrittura. Per qualcuno è un’abitudine che dura da anni, per altri una scoperta recente. E una delle cose che ritorna più spesso nelle loro parole è il piacere, quasi fisico, di tornare a scrivere a mano. Mauro parla del contatto tra l’inchiostro della penna e il foglio come di “un miracolo”. Scrivere serve a mettere ordine nei pensieri, a lasciare fluire quando sembrano ammassarsi l’uno sull’altro, raccontano. Viaggio, incontro, paura dell’ignoto, coraggio. Sono alcune delle parole attorno alle quali si muove Jendari. Nel suo testo sul viaggio scrive che a volte “basta avere occhi nuovi per guardare da un’altra prospettiva”. C’è chi racconta di essere arrivato ad Astrolabio senza aver mai pensato davvero di scrivere e di aver scoperto lì una passione. Chi, come Francesco, ha trovato nello sport e nella scrittura due valvole di sfogo. Chi ha una storia più lunga dentro il carcere alle spalle, come Giuseppe, che già nel 2011 arrivò a presentare un libro. E poi c’è Costante, il più anziano del gruppo. Quando prende la parola, la sala si fa più pesante. Non cerca compassione e non addolcisce ciò che significa vivere per anni dentro un istituto penitenziario. Racconta il tempo, gli spazi, la distanza dal fuori. E davanti a decine di persone che, poche ore dopo, potranno attraversare nuovamente quei cancelli nella direzione opposta, le sue parole fanno emergere con forza ciò che serata chi è lì come visitatore da chi invece in carcere deve restare. I problemi entrano inevitabilmente nelle riunioni di redazione. Gli altri detenuti conoscono e leggono il giornale, spesso suggeriscono argomenti, chiedono che si parli delle celle troppo piccole, del caldo, delle condizioni di vita quotidiana. Qualche volta i redattori li convincono a prendere una penna e raccontarlo direttamente. Astrolabio prova quindi a ricordare al ‘fuori’ che dietro una pena continua a esserci una persona. Con una storia, capacità, fragilità, relazioni e - parola che attraversa più volte l’incorno - un futuro. Lo racconta Mauro parlando dell’università Si è iscritto alla laurea magistrale in Economia in un momento in cui, dice, non riusciva più a vedere davanti a sé una prospettiva. Mentre ne parla la voce si rompe. Iscriversi ha significato poter immaginare nuovamente qualcosa dopo il carcere, ma anche tornare a sentirsi un buon esempio per i propri figli e, in ultimo, sentire di meritare ancora un futuro. È in questo senso che le parole iniziali di Martone trovano forma concreta: il percorso rieducativo non è un concetto astratto, ma passa anche dallo studio, dalla scrittura, dal lavoro, dalla possibilità di assumersi responsabilità e di tornare a immaginare se stessi nel futuro. E passa necessariamente dal rapporto con la città che sta fuori. Prima dei saluti arriva anche una notizia da Irene Fioresi, docente di Lettere del Cpia che lavora all’interno del carcere: grazie a un progetto Erasmus+ prenderà vita Revoices, un percorso europeo della durata di tre anni che, secondo quanto annunciato durante l’incontro, potrà contare su un finanziamento di circa 400mila euro. L’obiettivo è costruire una comunità mista di ricerca e azione e realizzare laboratori dai quali nasceranno strumenti e risorse pedagogiche dedicate alle persone detenute. Strumenti pensati non solo per loro, ma anche con loro. Infine, i numeri. Quelli ricordati dalla direttrice Martone aiutano a capire dentro quale realtà concreta devono riuscire a vivere esperienze come Astrolabio. Nel carcere di Ferrara sono presenti 423 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 265 posti: un sovraffollamento di circa il 60%, il livello più alto mai raggiunto dall’istituto. Sono 192 i detenuti stranieri, il 46% della popolazione carceraria, mentre 365 sono definitivi e 32 risultano in attesa di primo giudizio. Numeri che non smentiscono il racconto del pomeriggio, ma ne mostrano la difficoltà. Perché costruire percorsi di studio, lavoro, responsabilità e reinserimento significa farlo dentro un carcere sovraffollato e con personale insufficiente. Ed è qui che Astrolabio assume fino in fondo il significato di quel ponte disegnato alle spalle dei suoi redattori. Da una parte una città che può scegliere di guardare oltre il muro. Dall’altra, una redazione che continua a scrivere e che chiede di essere vista. Monza. Due ore di libertà in carcere. Concerto speciale per i detenuti di Emis Killa e Fedez di Dario Crippa Il Giorno, 3 ottobre 2026 Alla Casa circondariale l’esibizione di alcuni artisti di punta della scena hip hop e rap italiana. L’educatore Paolo Piffer: “Quando sei su un palco e fai musica non esiste più un dentro e un fuori”. Per assistere a un loro concerto, occorre sborsare cifre anche significative. Per sentirsi liberi, anche solo per un paio d’ore nella casa circondariale di Monza, l’altra mattina è bastato molto meno. Perché in via Sanquirico è andato in scena uno straordinario concerto di Emis Killa, Fedez, Neima Ezza e Massimo Pericolo. La casa circondariale di Monza, in particolare il reparto Luce, ha ospitato un evento che ha visto protagonisti alcuni dei principali esponenti della scena rap ed hip-hop. Saliti sul palco dell’istituto penitenziario “per regalare ai detenuti un momento di condivisione, arte e riflessione, dimostrando l’impatto positivo che la cultura può avere nei contesti di reclusione”. Non era la prima volta che ospiti di questo calibro entravano in carcere a Monza, dove hanno già incontrato i detenuti aiutandoli nel progetto Free For Music, che li ha visti sfornare nei mesi scorsi il primo album autoprodotto. Note e rime, con i quali i detenuti hanno la possibilità di rielaborare emozioni complesse, dare forma ai propri sentimenti e canalizzare la rabbia in modo sano. “Quando sei su un palco e quando fai musica, non esiste più un “dentro” o un “fuori” dal carcere”, dichiara Paolo Piffer, consigliere comunale ed educatore impegnato da anni nel carcere. E che ha avuto l’onore di fare da presentatore all’evento. “Siamo stati tutti insieme liberi per un paio d’ore. È stato un momento di reale condivisione che secondo me ha fatto un gran bene a tutti: ai detenuti e ad ogni singola persona presente”. Profonda commozione quando a esibirsi sono stati anche alcuni detenuti. Un ringraziamento è andato “alla sensibilità e disponibilità di Cosima Buccoliero, direttrice dell’Istituto, di Mariana Saccone, coordinatrice del team pedagogico, di tutta l’area Educativa e del corpo di polizia penitenziaria”. “Hanno creduto nella validità del progetto e garantito lo svolgimento dell’iniziativa in totale sicurezza e spirito di collaborazione. Un sincero ringraziamento va agli artisti che si sono messi in gioco a titolo totalmente gratuito e a tutti i detenuti che hanno partecipato con rispetto, entusiasmo e creatività. L’auspicio - è la parola degli organizzatori - è che questa giornata non rimanga un episodio isolato ma rappresenti il punto di partenza per un percorso più strutturato e continuativo da replicare e ampliare anche in altre strutture penitenziarie del territorio nazionale, chissà”. Società San Vincenzo De Paoli, oggi la conferenza stampa per il Premio Castelli agensir.it, 3 ottobre 2026 La cerimonia conclusiva il 9 ottobre sull’Isola d’Elba. “Se io fossi un volontario in carcere: come potrei essere una delle chiavi che aprono al futuro di speranza per me e per le altre persone detenute?”. Il Premio Carlo Castelli lo ha chiesto ai detenuti. Hanno risposto in 67. Nei loro scritti ricorrono richieste concrete: essere ascoltati senza essere ridotti al reato commesso, mantenere i legami con le famiglie, acquisire competenze e trovare qualcuno che accompagni il ritorno fuori dalle mura. La XIX edizione del concorso letterario nazionale, promosso dalla Federazione nazionale italiana Società di San Vincenzo De Paoli Odv attraverso il Settore Carcere e Devianza, si concluderà venerdì 9 ottobre, alle ore 14, nella casa di reclusione “Pasquale De Santis”, a Forte San Giacomo 1, a Porto Azzurro, sull’Isola d’Elba. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha destinato all’iniziativa una propria Medaglia di rappresentanza. Analogo riconoscimento dalla Camera dei deputati. I nomi dei vincitori e i titoli delle opere premiate saranno annunciati durante la cerimonia. Sono previsti tre premi da 1.000 euro ciascuno, due per gli elaborati degli istituti per adulti e uno per quelli degli istituti penali per minorenni. A ciascun premio si affianca una donazione di altri 1.000 euro: complessivamente 3.000 euro agli autori e 3.000 euro per progetti di reinserimento. Le tre donazioni sosterranno un’iniziativa in un istituto penitenziario per adulti, una presso un Ufficio di esecuzione penale esterna e una in un istituto minorile. Attraverso la propria opera, chi viene premiato contribuisce così a offrire un’opportunità anche ad altri. Oggi, nella conferenza stampa di presentazione del Premio, Antonella Caldart, responsabile del Settore Carcere e Devianza della Federazione nazionale italiana Società di San Vincenzo De Paoli, ha richiamato la necessità di una giustizia “che non umilia, che non identifica la persona con il proprio reato”, capace di preparare un ritorno dignitoso nella società. Maria Cristina Failla, presidente della giuria del Premio Carlo Castelli e già presidente del Tribunale di Massa, ha sottolineato il valore dell’ascolto, richiamando le parole degli autori in concorso: un ascolto che aiuta a guardarsi dentro “senza pregiudizio, ma anche senza scuse” e sa “scorgere l’uomo dove la società vede solo il reato”. “Riportare il carcere al centro della società”: è questo l’impegno richiamato da Vincenzo Varagona, presidente nazionale dell’Ucsi e membro della giuria del Premio Carlo Castelli. L’inefficace normalità dell’emergenza di Paolo Fallai Corriere della Sera, 3 ottobre 2026 La “legislazione d’emergenza” non è un’invenzione del governo corrente. È una pratica talmente consolidata da essere diventata una routine, è l’inefficace normalità dell’emergenza. Sull’urgenza, la politica italiana ha generato un’alluvione di decreti, leggi, regolamenti, una pratica talmente consolidata da essere diventata routine. Emergenza è una parola meravigliosa di cui ci si innamora facilmente: ci racconta quello che “emerge” dalla routine quotidiana e pretende una svolta decisa e immediata. Lo sa bene la politica italiana che sulle emergenze ha fondato una piccola alluvione di decreti, leggi, regolamenti. La notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, nel naufragio di Cutro, morirono 94 migranti (35 erano bambini). L’emozione fece sì che pochi giorni dopo il Consiglio dei ministri si riunisse in Calabria approvando un decreto che ha inasprito le pene per gli scafisti, introducendo il reato di “morte o lesioni come conseguenza di delitti in materia di immigrazione clandestina”. Da quella tragedia a oggi, le stime dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e delle principali agenzie umanitarie indicano che oltre 3.000 persone hanno perso la vita o sono risultate disperse nel Mar Mediterraneo, confermando la rotta del Mediterraneo centrale come una delle più letali al mondo. Ma l’elenco che compone quella che viene chiamata “legislazione d’emergenza” è molto lungo. Dal “decreto rave” contro i raduni musicali illegali, a quello contro gli “imbrattatori dei monumenti”, pericolosissimi attivisti che anni fa cercavano di attirare l’attenzione sul disastro climatico. Nel 2023 dopo gli stupri di gruppo ai danni di due minorenni nel comune di Caivano (Napoli) è stato emanato un decreto con misure urgenti per contrastare la criminalità minorile, abbassando l’età per il Daspo urbano e facilitando l’arresto dei minori per reati legati a armi e droga. Ma i dati presentati durante le inaugurazioni dell’anno giudiziario a Napoli evidenziano una crescita esponenziale dei reati, segnalando come sia diventata una consuetudine diffusa e “strutturale” tra i minorenni napoletani circolare armati. Trattamento sanitario coatto, il malato ha diritto all’avvocato di Eleonora Martini Il Manifesto, 3 ottobre 2026 La Corte costituzionale dichiara illegittima una parte della normativa sulle cure imposte. “Legge da rivedere e interventi a sostegno dei servizi per la salute mentale”. Il Trattamento sanitario obbligatorio (Tso) in ospedale è una forma di privazione della libertà personale e dunque la persona che vi è sottoposta deve essere “assistita, nella procedura di convalida ed eventuale proroga, da un difensore di fiducia o, in mancanza, da uno d’ufficio”. È quanto stabilito dalla sentenza numero 157 depositata ieri con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo l’articolo 35 della legge 833/1978 nella parte in cui non prevede la presenza di un legale che supporti il paziente. In quanto il Tso esige le garanzie prescritte all’articolo 13 della Costituzione (inviolabilità della libertà personale). La Consulta ha risposto così all’eccezione di costituzionalità sollevata dal Tribunale di Firenze a partire dal caso di un uomo, affetto da disturbo schizofrenico, che nel novembre 2025 ad Empoli era stato sottoposto a Tso motivato dal fatto che “il paziente si presenta in stato di agitazione psicomotoria, con umore espanso ed accelerazione ideoverbale. Il paziente non assume terapia farmacologica, la rifiuta e mostra totale assenza di consapevolezza di malattia. Il paziente rifiuta le terapie farmacologiche e gli esami di routine”. Il malato aveva chiesto di essere supportato da un suo avvocato di fiducia ma il giudice tutelare aveva ignorato la richiesta e aveva proceduto con la convalida, avvisando i difensori dell’uomo solo successivamente. La difesa tecnica facoltativa non basta, secondo i giudici costituzionali, perché “la nomina di un difensore di fiducia presuppone un sufficiente grado di lucidità dell’interessato e il suo inserimento in un adeguato contesto socio-familiare, restandone quindi esclusi proprio i soggetti più vulnerabili”. Il trattamento sanitario coattivo, infatti, “può investire persone che si trovano nelle più diverse condizioni cliniche, affette da una persistente infermità psichica o in stato di momentanea alterazione, non infrequentemente dovuta a condizioni sociali di marginalizzazione e di abbandono”, scrive la Corte richiamando a questo proposito una sentenza della Cassazione del 2025. E malgrado la procedura per imporre un Tso (che prevede la richiesta di due medici dipendenti pubblici e l’autorizzazione del sindaco) sia “inquadrabile nell’alveo dei procedimenti civili aventi natura di volontaria giurisdizione”, secondo la Consulta, “non risulterebbe totalmente assimilabile a essi”. In quanto mette in gioco una serie di principi costituzionali, ponendosi “sul crinale tra la libertà di autodeterminazione in materia di salute e la regola del consenso, da un lato, e l’esigenza di protezione della salute della persona stessa, dall’altro, che giustifica in via d’eccezione un trattamento contro la sua volontà imposto mediante coazione fisica”. Lo aveva scritto la stessa Corte nella sentenza 76/2025 che “ha garantito al paziente il diritto di essere sentito prima della convalida e di vedersi comunicare l’ordinanza sindacale, ma non ha previsto la possibilità della difesa tecnica”. Il Tribunale di Firenze, inoltre, sottolinea che il Tso risulta “assimilabile, ferma la diversità dei rispettivi presupposti, alla misura amministrativa di espulsione della persona straniera mediante accompagnamento coattivo alla frontiera e alla relativa convalida, in quanto entrambi procedimenti non penali incidenti sulla libertà personale”. E dunque, anche nel caso di un malato psichiatrico sottoposto a Tso “il difensore di fiducia, o quello d’ufficio”, deve essere “tempestivamente avvertito e può partecipare all’audizione” del giudice per la convalida o la proroga. In ogni caso il legislatore, ha ribadito la Consulta, deve rimettere mano alla normativa del Tso, “valutando anche la possibilità di prevedere la nomina di un curatore speciale” e di “soggetti con funzioni di interlocuzione e di mediazione, con l’obiettivo di favorire percorsi di assistenza consensuali”. D’altronde, “la presa in carico del destinatario esige interventi strutturali a monte volti a prevenirne l’insorgenza, a sostegno sia dei servizi per la salute mentale sia, più ampiamente, dei servizi socioassistenziali di supporto alle persone e alle loro famiglie”. Migranti. Avanti con i Cpr, ma aumentano solo costi e opacità di Angela Gennaro vita.it, 3 ottobre 2026 Nel 2025 gli ingressi nei Cpr toccano il record di 6.835. Ma le espulsioni dai centri crollano del 45,1%: a dirlo è un nuovo rapporto di ActionAid e Università di Bari. Giuseppe Campesi, coordinatore scientifico del rapporto. “Non è più solo inefficienza, è una questione di legittimità”. Così undici anni di politiche di rimpatrio smentiscono il dogma della detenzione amministrativa. Perché non voglia per nulla al mondo tornare “a casa sua”, in Senegal, non lo racconterà mai. Non c’è la guerra, ma ci sono tante altre ragioni. Di certo ottime, ma nulla (legittimamente) che voglia raccontare. È una mattina di febbraio e Ahmed (il nome è di fantasia), prima di essere portato dal Centro per il rimpatrio di Macomer, dove si trova da sei mesi, in aeroporto a Cagliari per essere rimpatriato, ingoia delle batterie e un anello di fronte agli agenti della penitenziaria. La corsa in ospedale e il rientro al Cpr danno poi, finalmente, tempo al suo legale di riuscire a tirarlo fuori da lì. Dopo aver pagato costi umani e di salute altissimi. La politica dei rimpatri e dei Cpr non solo va avanti, ma viene rafforzata e rilanciata. Mentre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi annuncia l’arrivo di altri sei centri - uno in Campania, Toscana, Calabria, Emilia Romagna e due in Trentino Alto Adige - il nuovo report di ActionAid Italia e dell’Università di Bari con il progetto Trattenuti, dal titolo “Espulsioni. Un’analisi della politica di rimpatrio italiana, 2015-2025”, scoperchia l’ennesimo paradosso. Perché, lo dicono i dati, la coercizione aumenta, l’efficacia tutt’altro: i rimpatri diminuiscono, i giorni di detenzione aumentano e i costi per la collettività, così, esplodono. Propaganda - “I dati mostrano l’opposto di quanto spesso si sostiene: l’aumento dei posti nei Cpr non ha reso i rimpatri più efficienti”, spiega a VITA Giuseppe Campesi, professore ordinario di Filosofia e sociologia del diritto all’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e coordinatore scientifico del nuovo rapporto. “Tra il 2022 e il 2025 sono aumentati gli ingressi nei centri, mentre i rimpatri effettivamente eseguiti si sono dimezzati”, spiega Campesi. Lo scorso anno ha visto nel paese il numero più alto di ingressi nei centri per il rimpatrio: quasi 7mila persone (6.835). Ma “solo” 1.732 persone sono state effettivamente rimpatriate nei paesi di origine dai 4.784 rimpatri forzati complessivamente eseguiti dai Cpr. Si tratta, dice il report, del 25,3% delle persone entrate. Poco più di 3mila casi, il 63,8% ovvero circa due rimpatri su tre sono avvenuti fuori dai centri. “In questi anni, più capacità detentiva non ha significato più rimpatri: ha significato soprattutto più persone trattenute, più a lungo, senza un corrispondente aumento dei risultati”, commenta Campesi. Il corto circuito è fotografato dai numeri. Il 2022, con 10 Cpr e 803 posti, registra 6.457 ingressi e 3.154 rimpatri dai centri. Il 2025, con 11 centri e 883 posti, vede le detenzioni crescere del 5,9% e le dai Cpr crollare del 45,1%. I rimpatri totali sono aumentati, sì, del 22,2%, ma l’aumento - da 762 a 3.052 - si è registrato principalmente fuori dai centri. Che sono tante cose, ma non il “motore” delle espulsioni, cardine di una precisa scelta comunicativa dell’attuale esecutivo. I costi - La detenzione amministrativa nei Cpr, dettaglio spesso dimenticato, non è una pena detentiva. Le persone trattenute nei centri non sono lì per avere commesso un reato, ma perché vengono trovate sul territorio italiano sprovviste di documenti validi. Oppure perché sono appunto destinatarie di un provvedimento di espulsione e non è possibile eseguire il rimpatrio immediato. Le ultime modifiche introdotte dall’attuale governo hanno portato la durata di trattenimento estendibile a 18 mesi (è il limite massimo dato dalla legge europea) con proroghe di 90 giorni in 90 giorni. Ma si riesce a rimpatriare sempre meno, dice il report, mentre aumenta la coercizione. La stima parla di 148 giorni nel 2025 di giornate di detenzione per ciascun rimpatrio dai Cpr: più del doppio della media 2018-2024 (62-84 giorni). Quello che invece cresce, sempre tra il 2018 e il 2025, è l’ammontare totale della spesa detentiva: 217,1 milioni di euro (66,2% solo tra il 2023 e l’anno scorso) tra Cpr e Ctra, centri di trattenimento per richiedenti asilo in procedura di frontiera, ancora più centrali oggi con l’approvazione del patto europeo asilo e migrazioni. Ogni rimpatrio dai Cpr costa, nel 2025, in media 20.200 euro sulla spesa complessiva. Per la sola spesa corrente, quindi gestione e manutenzione ordinaria, il costo è schizzato del +178%, passando da 4.265 euro nel 2023 a 11.855 euro nel 2025. “Il fallimento del sistema ha un costo molto elevato, sia economico sia umano”, sottolinea Campesi, che da tempo studia le politiche securitarie e i loro effetti. “In appena due anni, la spesa per ogni rimpatrio effettivamente realizzato attraverso i CPR è aumentata del 156,5%, superando i 20.000 euro per persona rimpatriata”. E aumenta anche il costo pagato in termini di libertà: “Nel 2025 sono state necessarie in media 148 giornate di detenzione per ottenere un solo rimpatrio, più del doppio rispetto alla media degli anni precedenti. Si spende di più e si detiene di più per ottenere meno risultati”. E la trasparenza? - Un altro punto che viene spesso poco citato è che a rendere possibili i rimpatri sono gli accordi - o i disaccordi - con i Paesi di origine delle persone in movimento. Senza, nulla si può fare (e questo illumina di significato la corsa a nuovi meccanismi di rimpatri in paesi terzi con cui fare accordi). Quelli in Tunisia e in Albania rappresentano il 59% dei rimpatri nei sette anni 2018-2024. Dal 2024 al 2025 le persone rimpatriate via charter verso la Tunisia sono passate da 1.705 a 360: “centri, scorte e mezzi non creano da soli le condizioni per il rimpatrio, che dipende dall’esistenza di corridoi costruiti in cooperazione con i paesi di destinazione”, spiega il report. Mentre i ritorni autonomi sono poco più di 1300. Ma in tutti gli undici anni complessivi considerati dal report a essere protagonisti sono i rimpatri forzati, fra il 70,6% e il 92,8% del totale. La detenzione amministrativa però colpisce anche persone che arrivano da paesi come Siria, Afghanistan, Iran, Iraq o Algeria: in questi casi il tasso di esecuzione del rimpatrio, proprio per la presenza o meno di accordi, è praticamente nullo. Il 47% degli ingressi viene dalla Tunisia, ma per il resto delle persone trattenute nei Cpr ha nazionalità difficilmente rimpatriabili. “I dati non sollevano più soltanto un problema di efficienza: pongono una questione di legittimità della detenzione amministrativa”, conclude Campesi. “La normativa ammette il trattenimento ai fini del rimpatrio solo quando è necessario, proporzionato e non sostituibile con misure meno coercitive. Eppure il 64% delle persone che entrano nei Cpr proviene da Paesi verso i quali il rimpatrio, nei fatti, avviene solo in misura marginale. Se la privazione della libertà viene utilizzata sempre più intensamente senza produrre un corrispondente risultato esecutivo, non siamo più di fronte soltanto a un sistema inefficiente: diventa necessario chiedersi quale sia il fondamento giuridico concreto di quella detenzione”. La detenzione dovrebbe insomma essere collegata a una effettiva prospettiva di allontanamento. Prospettiva che non c’è, se non c’è l’accordo con il paese di origine. Ci sono, si spiega nel report, prefetture che motivano il mancato accesso ai verbali ispettivi dei Cpr col rischio che la diffusione delle informazioni possa “alimentare proteste e tensioni”. Un po’ sulla falsariga dei recenti dinieghi all’accesso alla stampa in Albania, le strutture situate della zona portuale di Shengjin e nel territorio di Gjader, per cui l’amministrazione negli ultimi mesi ha deciso di “non concedere il nulla osta all’ingresso in quanto l’attuale clamore mediatico che coinvolge i centri di permanenza per il rimpatrio sconsiglia, al momento, l’ingresso nei suddetti centri, onde evitare rischi sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica”. E il Viminale, spiegano infine ActionAid e Università di Bari nel loro report, per il 2025 ha rifiutato di fornire i dati dei rimpatri distinti per nazionalità, già comunicati in precedenza. Per evitare, sostiene il ministero, che il dato potesse “subire interpretazioni”. “C’è un serio problema di democrazia: interpretazione, critica e contestazione nello spazio pubblico non sono effetti indesiderati della trasparenza, ma condizioni essenziali per valutare una politica che ricorre ampiamente alla detenzione e all’uso della forza”. Migranti. Rimpatriati? No, arrestati di Paola D’Amico Corriere della Sera, 3 ottobre 2026 Aumenta la detenzione degli stranieri in Cpr, da dove però si dimezzano i rientri. Quasi 5mila rimpatri forzati nel 2025, ma solo 1.732 a partire da quei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) che dovrebbero servire apposta allo scopo e dove in compenso si è realizzato nello stesso anno il record degli ingressi: 6835. Sono i dati del nuovo report ActionAid sui dati dell’anno scorso. Si chiamano Centri di permanenza per il rimpatrio. Dovrebbe significare che chi ci viene mandato è “di passaggio”, in attesa di qualche volo che li riporti a casa. Invece solo 1.732 dei 4.784 rimpatri forzati eseguiti nel 2025 sono stati realizzati a partire dai Cpr mentre la maggior parte (3.052) sono stati eseguiti tra persone che in un Cpr non erano mai entrate. In compenso nei Cpr sono stati registrati l’anno scorso 6.835 ingressi: un record. Ma più detenzione non significa più rimpatri: quelli eseguiti dai Cpr, in particolare, sono diminuiti del 45,1% rispetto al 2022. È quanto emerge da “Espulsioni. Un’analisi della politica di rimpatrio italiana, 2015-2025”, il nuovo report realizzato da ActionAid Italia e dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, pubblicato insieme all’aggiornamento della piattaforma open data Trattenuti. Il report offre la prima sistematica analisi del funzionamento della politica italiana di rimpatrio tra il 2015 e il 2025, basata sui dati ottenuti da richieste di accesso ai Ministeri e alle Prefetture italiane. Tra il 2022 e il 2025 la crescita dei rimpatri avviene fuori dai Cpr. Nel 2022 erano funzionanti dieci Cpr, con 803 posti effettivi con 6.457 ingressi e 3.154 rimpatri preceduti da trattenimento in quelle strutture. Nel 2025 i Cpr salgono a undici e i posti effettivi a 883; gli ingressi aumentano, ma i rimpatri dai Cpr scendono a 1.732. Nello stesso periodo i rimpatri forzati complessivi crescono del 22,2%, da 3.916 a 4.784, perché quelli eseguiti senza trattenimento nei Cpr quadruplicano, da 762 a 3.052. Nell’intero periodo 2015-2025, più della metà dei rimpatri forzati è stata eseguita senza precedente trattenimento in un Cpr. “Qual è il vero obiettivo dei Cpr? Si rinchiudono le persone in luoghi di terrore, segnati da continue violazioni dei diritti umani, autolesionismo e morte, con un costo umano intollerabile e un costo economico ingiustificabile. È la paura di essere internati che dovrebbe dissuadere dal partire? È questa la deterrenza del Governo? I dati dello stesso Ministero dell’Interno certificano che questi centri peraltro non garantiscono i rimpatri promessi e non funzionano. Eppure, se ne annunciano di nuovi, e si continua a investire in questi gironi infernali da dove le persone escono (e spesso rientrano) in condizioni disperate. Mentre il Ministero nega persino i dati sui progetti per “sicurezza nazionale” - con la sola eccezione di Castel Volturno - e i territori insorgono. I Cpr riguardano la nostra democrazia, non solo le persone che loro malgrado vi finiscono senza aver commesso alcun reato” afferma Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni per ActionAid. Il costo umano aumenta - Per misurare l’intensità della coercizione associata a ciascun rimpatrio, il rapporto mette in relazione il numero complessivo di giornate di trattenimento nei Cpr con i rimpatri eseguiti dai centri. Tra il 2018 e il 2024 il valore oscilla fra circa 62 e 84 giornate; nel 2025 sale a circa 148 giorni, quasi più del doppio. Ciascun rimpatrio è ottenuto con una sempre maggiore privazione della libertà. Tra il 2018 e il 2024, inoltre, oltre 2.000 persone sono state trattenute pur in assenza di concrete prospettive di allontanamento, vista l’assenza di efficaci canali di riammissione con i paesi di origine. La capacità di eseguire i rimpatri varia, inoltre, fortemente a seconda della nazionalità. Nel periodo 2018-2024 il rapporto fra rimpatri eseguiti e provvedimenti adottati varia dal 54,8% per l’Albania a valori prossimi allo zero per Siria, Afghanistan, Iran e Iraq: Tunisia e Albania concentrano insieme il 59% dei rimpatri eseguiti nel periodo. La macchina dei rimpatri è esposta al cambiamento del rapporto con i Paesi terzi. Nel triennio 2022-2024 la Tunisia da sola concentra circa la metà dei rimpatri forzati eseguiti. Nel 2025 i rimpatri via charter verso la Tunisia crollano da 1.705 a 360. “L’espansione dei Cpr aumenta l’intensità coercitiva del sistema senza produrre un corrispondente aumento della capacità di rimpatrio. Se la privazione della libertà non produce un beneficio esecutivo aggiuntivo, il problema non è più soltanto di efficienza: diventa un problema di necessità, proporzionalità e quindi di legittimità” spiega il prof. Giuseppe Campesi, dell’Università di Bari. Il costo economico aumenta - Tra il 2018 e il 2025 la spesa per il sistema detentivo - inclusi i Ctra, centri di trattenimento per richiedenti asilo in procedura di frontiera - ammonta ad almeno 217,1 milioni di euro. Il solo triennio 2023-2025 concentra il 66,2% della spesa complessiva per gli otto anni considerati. L’aumento recente non è spiegato soltanto dagli investimenti straordinari in Albania: considerando i soli CPR sul territorio italiano, tra il 2023 e il 2025 la spesa complessiva cresce del 40,5% e la spesa per la sola gestione e manutenzione ordinaria del 45,7%. La spesa detentiva complessiva - Cpr e Ctra, in Italia e Albania - in rapporto a ciascun rimpatrio dai centri passa da circa 6.455 euro nel 2023 a 16.560 nel 2025 (+156,5%). Se consideriamo solo la spesa per la gestione e le manutenzioni ordinarie dei CPR, il costo della detenzione per realizzare un rimpatrio dai Cpr sale da 4.265 a 11.855 euro (+178%). Un problema di legittimità - Tra il 2015 e il 2025 sono stati adottati 302.000 provvedimenti di allontanamento e registrati 66.000 rimpatri complessivi. In questo numero sono comprese tutte le tipologie di rimpatrio: quelli eseguiti con la forza, i rientri autonomi delle persone espulse e i rimpatri volontari assistiti (che prevedono misure di reinserimento e non sono rivolti solo a persone irregolari). Sono comunque 22 ogni 100 decreti di espulsione. Il rapporto non supera mai un terzo. Nel 2025 si attesta al 31,5%, ma anche per la forte riduzione dei provvedimenti: rispetto al 2015 i rimpatri aumentano appena del 6%, mentre i provvedimenti diminuiscono di oltre il 15%. Il rapporto tra detenzione amministrativa e popolazione “da espellere” è ancora più debole e fa emergere una vera e propria questione di legittimità: il trattenimento è una misura eccezionale e ammissibile solo se funzionale al rimpatrio. L’aggiornamento al 31.12.2025 della piattaforma “Trattenuti” rende consultabili dati e costi dei centri di detenzione per stranieri e aggiorna la ricostruzione degli eventi critici. Nel 2025 i richiedenti asilo rappresentano il 40,1% degli ingressi nei CPR e quelli dal carcere il 16,2%. Tra il 2024 e il 2026 la piattaforma documenta almeno cinque decessi di persone trattenute, oltre a tentativi di suicidio, autolesionismo, scioperi della fame, rivolte e incendi. L’ultimo in ordine di tempo, ad agosto scorso, è avvenuto nel Cpr di Palazzo san Gervasio, il più costoso d’Italia nel 2025: oltre 4 milioni di euro tra gestione e manutenzione (nello stesso anno il costo medio di un Cpr è di oltre 2milioni e mezzo di euro). La ricostruzione economica è prudente e non esaustiva, come dimostrano i costi accessori per l’Albania (almeno 7.401.035,88 euro di contratti e spese maturate distribuiti tra amministrazioni diverse tra gennaio 2025 e aprile 2026) e le spese per il vitto e l’alloggio delle forze dell’ordine nei Cpr remoti come Macomer (NU) - per oltre due milioni - e Palazzo San Gervasio (PZ) - quasi un milione di euro. La scelta dell’assenza di trasparenza - Per il 2025 il Ministero dell’Interno ha rifiutato di fornire i dati dei rimpatri distinti per nazionalità, già comunicati in precedenza, richiamando l’esigenza di evitare che il dato potesse “subire interpretazioni”. Una Prefettura ha motivato il mancato accesso ai verbali ispettivi dei Cpr richiamando il rischio che la diffusione delle informazioni potesse alimentare proteste e tensioni. Si tratta di motivazioni che pongono un serio problema di democrazia: interpretazione, critica e contestazione nello spazio pubblico non sono effetti indesiderati della trasparenza, ma condizioni essenziali per valutare una politica che ricorre ampiamente alla detenzione e all’uso della forza. Migranti. I Cpr sono inutili ma aumentano i detenuti di Luciana Cimino Il Manifesto, 3 ottobre 2026 I centri di permanenza per i rimpatri sono inutili. Questi luoghi che impiegano ingenti risorse pubbliche per annullare i diritti delle persone non servono neanche allo scopo del governo di destra: deportare i migranti in altri paesi. A metterlo nero su bianco è ActionAid Italia, ong che si occupa di disuguaglianze. Il rapporto “Espulsioni: un’analisi della politica di rimpatrio italiana, 2015-2025”, realizzato con l’Università di Bari, è stato pubblicato proprio nei giorni in cui aumentano le tensioni tra enti locali e ministero dell’Interno per la costruzione di altri cpr. La gara a destra con Vannacci ha convinto il governo ad accelerare sulle espulsioni. Matteo Piantedosi ha promesso 10 mila rimpatri entro l’anno e ha avviato le procedure per recuperare ulteriori 106 posti nelle strutture già esistenti e realizzare altri sei nuovi cpr a Crotone, Castel Volturno, Trento, Bologna, Aulla e Bolzano. Rispetto alla propaganda delle destre i dati elaborati da Actionaid presentano un’altra realtà e il ministero non può confutarla dato che i dati sono i suoi. I ricercatori, in assenza di un database statale specifico, si sono dovuti rivolgere al Viminale, al ministero della Difesa e alla Corte dei Conti. Piantedosi “nega persino i dati sui progetti per “sicurezza nazionale”, con la sola eccezione di Castel Volturno, e i territori insorgono”, ha spiegato Fabrizio Coresi di ActionAid. Nel 2025 gli ingressi nei cpr sono stati 6.835, il dato più alto del decennio. Nello stesso anno, l’Italia ha eseguito 4.784 rimpatri forzati, ma la maggior parte degli allontanamenti, 3.052, è stata effettuata nei confronti di persone che non erano mai entrate in un cpr. “L’aumento del numero di persone trattenute non produce quindi automaticamente più rimpatri: il trattenimento non risolve da solo gli ostacoli legati all’identificazione, ai documenti e alla collaborazione tra Stati”, hanno affermato i ricercatori. Negli anni è cresciuto, invece, il numero dei giorni di detenzione: tra il 2018 e il 2024 il dato oscillava tra circa 62 e 84 giornate di trattenimento per ogni rimpatrio, oggi la media è di 148. Cinque mesi in cui i migranti “vengono solo rinchiusi in luoghi di terrore, segnati da continue violazioni dei diritti umani, autolesionismo e morte, i cpr riguardano la nostra democrazia, non solo le persone che vi finiscono senza aver commesso alcun reato”, ha detto Coresi. Peraltro inutilmente dato che, stima l’associazione, in otto anni oltre due mila persone sono state trattenute senza prospettive di allontanamento, vista l’assenza di accordi bilaterali con il paese di origine. Oltre al costo umano c’è quello economico: ingenti risorse per un sistema detentivo patogeno che potrebbero essere destinate altrove. Tra il 2018 e il 2025, si legge nel rapporto, “la spesa, inclusi i Ctra (centri di trattenimento per richiedenti asilo in procedura di frontiera) ammonta ad almeno 217,1 milioni di euro. Il solo triennio 2023-2025 concentra il 66,2% della spesa complessiva”. Di conseguenza ciascun rimpatrio è costato, quest’anno 16.560 euro, più 156,5% rispetto al 2023. Per Giuseppe Campesi dell’università di Bari “se la privazione della libertà non produce un beneficio esecutivo aggiuntivo, il problema non è più soltanto di efficienza ma di necessità, proporzionalità e quindi di legittimità”. “Piantedosi sa benissimo tutto ciò - ha detto il segretario di +Europa, Riccardo Magi - Quel tipo di detenzione è un abominio da un punto di vista del diritto, invece di proporre più Cpr lavori sugli accordi di rimpatrio con i Paesi con cui non ne abbiamo”. Stati Uniti. La macchina dell’ICE brucia miliardi in contratti “opachi” per espulsioni e detenzioni di Emilio Minervini Il Dubbio, 3 ottobre 2026 La macchina delle detenzioni e delle deportazioni dell’Ice è un’idrovora che divora soldi pubblici e travolge i diritti umani. È quanto trapela da un’inchiesta dello Us Government Accountability Office e da un rapporto del Senato degli Stati Uniti, che hanno documentato i costi esorbitanti delle operazioni portante avanti dall’Immigration and Custom Enforcement (Ice) nell’ambito della sua campagna di contrasto all’immigrazione fatta di rastrellamenti, arresti di massa e deportazioni sommarie. Come riportato da The Intercept sono circa 25mila le persone che l’Ice ha deportato in Paesi terzi dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. E se non è stato il presidente Usa ad inventare le deportazioni in Paesi terzi, di certo però li ha rimodellati perché fossero utili ai propri scopi. E per farlo non si è fatta problemi ad andare contro la legge. Dopo la bocciatura del programma di espulsione verso Paesi terzi presentato dal Dipartimento per la Sicurezza Nazionale (Dhs) da parte della Corte d’Appello del Primo Circuito distrettuale degli Stati Uniti, il Dhs ha deportato in Burundi, Rwanda e Repubblica Centrafricana i migranti coinvolti in una class action lanciata proprio per fermare le politiche migratorie dell’amministrazione. La deportazione è stata portata avanti nonostante l’accoglimento di una mozione d’urgenza presentata dai legali delle persone migranti. Un report della Commissione per le relazioni estere del Senato Usa, risalente allo scorso gennaio, evidenzia che “l’amministrazione Trump ha ampliato e istituzionalizzato un sistema in cui gli Stati Uniti sollecitano o costringono i Paesi ad accettare migranti che non sono loro cittadini, spesso attraverso accordi costosi, dispendiosi e scarsamente monitorati”. Secondo la Commissione “il ricorso da parte dell’Amministrazione alle deportazioni da paesi terzi comporta un costo elevato per i contribuenti”, che si è tradotto in una spesa di decine di milioni di dollari per “spostare un numero relativamente piccolo di individui verso Paesi terzi” alcuni dei quali sono stati in seguito rimpatriati nel Paese d’origine. Il rapporto sottolinea come in molti casi le persone “potevano essere rimpatriate direttamente nei loro Paesi natii, evitando voli non necessari e costi aggiuntivi”. A riprova delle proprie affermazioni la Commissione ha citato numerosi casi di utilizzo spregiudicato dei fondi pubblici, come quello di un cittadino giamaicano che dopo essere stato tenuto in custodia in un centro dell’Ice “è stato messo su un volo con quattro uomini di diverse nazionalità e inviato in Eswatini nonostante l’ordine di deportazione a suo carico fosse per il rimpatrio in Giamaica”, dove è stato effettivamente trasferito dal Paese africano. Il costo di questa singola deportazione, sottolinea il rapporto, è stato superiore ai 181mila dollari. Oppure il caso di un cittadino messicano spedito in Sud Sudan, con una spesa che si aggira sui 91mila ollari, senza che l’Ice abbia “contattato qualsiasi consolato messicano negli Stati Uniti per richiedere documenti di viaggio o per organizzare il suo ritorno in Messico”. O, ancora, quello di un cittadino del Laos il cui governo ha denunciato di aver ricevuto la richiesta di produrre i documenti di viaggio solo 24 ore prima che la persona fosse messa su un volo diretto in Rwanda, al costo di circa 85mila dollari. La Commissione sottolinea che “l’Amministrazione sta conducendo accordi discutibili effettuando pagamenti diretti principalmente a governi stranieri corrotti e instabili con precedenti comprovati per corruzione, violazioni dei diritti umani e tratta di esseri umani”. Inoltre, secondo il rapporto “non ci sono prove che il Dipartimento di Stato stia monitorando il modo in cui vengono utilizzati i fondi statunitensi o il trattamento dei deportati, ed evidenzia come questa pratica finisca per “esternalizzare la responsabilità a governi di cui gli stessi Stati Uniti non si fidano”. Ma non ci sono solo le deportazioni tra le attività per cui l’Ice ha fatto spese folli. Con l’approvazione della Big Beautiful Bill lo scorso anno il Congresso Usa ha stanziato a favore dell’Ice la cifra senza precedenti di 45 miliardi di dollari per ampliare la capacità di detenzione dell’agenzia, nonostante questa non avesse mai adottato - né sviluppato - un piano strategico di spesa per l’ampliamento delle capacità detentive. Il che si è tradotto in progetti come la famigerata Alligator Alcatraz, prigione costruita in Florida - senza però stringere alcun accordo con lo Stato - all’interno di una palude infestata da alligatori costata 1,5 miliardi di dollari e rimasta in funzione un anno prima di essere chiusa a causa delle condizioni inumane della detenzione e delle denunce di abusi subiti dai detenuti. C’è poi il miliardo di dollari speso per acquistare 11 capannoni in tutti gli Stati Uniti per ampliare la capacità detentiva dell’Ice, che sono rimasti inutilizzati. A cui si aggiungono altri 20 milioni spesi per al loro manutenzione. Stati Uniti. Perché Christa Pike è sopravvissuta all’esecuzione? di Giulia Taviani Corriere della Sera, 3 ottobre 2026 Gli esperti: “Il farmaco si è riversato nei tessuti circostanti”. Nonostante la doppia somministrazione del farmaco letale, Christa Pike è sopravvissuta all’esecuzione: “Iniettando una grande quantità di sostanza caustica in una vena così piccola, sotto pressione, è inevitabile che si rompa”. Due dosi di pentobarbital e almeno sette diversi aghi sono stati utilizzati durante l’esecuzione di Christa Pike, iniziata e poi fallita mercoledì 30 settembre. Nonostante la massiccia somministrazione del farmaco letale, Pike non è morta, seppur in condizioni critiche: mai nessun altro era sopravvissuto all’iniezione letale, tanto che ci si è chiesto come sia stato possibile. Perché è accaduto? Mentre il governatore del Tennessee, Bill Lee, affida a terzi un’indagine, il New York Times cerca di ricostruire la dinamica affidandosi a medici esperti. Secondo loro, il farmaco somministrato a Pike - un potente sedativo che rallenta le funzioni dell’organismo, tra cui il sistema nervoso - si è “riversato nei tessuti circostanti i punti di inserimento anziché entrare nel flusso sanguigno”. Una fuoriuscita di questo tipo può aver provocato “ustioni chimiche”, motivo per cui Pike ha lamentato bruciore al braccio durante l’esecuzione. “In sostanza le hanno iniettato candeggina nei tessuti del braccio” ha dichiarato al giornale il dottor Joel Zivot, che pur non avendo partecipato all’esecuzione, ha potuto studiare la cartella clinica di Pike. “Iniettando una grande quantità di sostanza caustica in una vena così piccola, sotto pressione, è inevitabile che si rompa”. Ma non solo, la fuoriuscita avrebbe impedito al farmaco di entrare nel sistema circolatorio per arrestare la respirazione, ma avrebbe, al contrario, abbassato il livello di ossigeno “al punto da causare danni cerebrali permanenti”. Questo spiegherebbe i timori dei medici che sostengono che Pike possa aver riportato lesioni cerebrali. Si poteva evitare? Gli avvocati di Pike hanno sottolineato come, la donna soffra di una patologia ematica che rende ancora più difficile trovare una buona vena, come è sempre successo durante i prelievi del sangue. L’avvocato di Pike, Stephen Ferrell, precisa comunque che “potrebbero essere coinvolti anche altri fattori” - come il fatto che il farmaco possa essersi mantenuto male -, nonostante il dipartimento penitenziario del Tennessee abbia dichiarato di aver seguito “ogni fase del protocollo di esecuzione legale”. I problemi legati al pentobarbital - Il giornale spiega poi anche il dibattito dietro alla scelta del pentobarbital come farmaco per le esecuzioni. Si tratterrebbe di un protocollo introdotto durante la prima amministrazione Trump, abrogato nel 2025 sotto Biden, dopo che il Dipartimento di Giustizia aveva evidenziato una “significativa incertezza” sul fatto che il farmaco possa causare “dolore e sofferenza non necessari”. Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca il protocollo è stato reintrodotto. I detenuti condannati a morte continuano però ad avere timori per le complicazioni legate alle iniezioni, tanto che, dal 2018, cinque condannati a morte nel Tennessee hanno scelto la sedia elettrica (in questo Stato è ancora prevista) come alternativa all’iniezione letale. Cosa succede ora? Secondo la normativa del Tennessee, la condanna a morte rimane in vigore anche se - per qualsiasi motivo - il detenuto non viene giustiziato. È il caso di Tony Carruthers, detenuto a cui lo scorso maggio è stata rimandata di un anno la condanna a morte dopo che, durante l’esecuzione, non sono riusciti a trovare una vena in cui somministrare l’iniezione letale. La differenza tra Pike e Carruthers, è che mentre all’uomo non è stato di fatti iniettato nulla ed è tornato in cella, la donna ora si trova in ospedale, in condizioni gravi ma non meglio specificate, e bisognerà aspettare di capire come e se verrà dimessa.