Ergastolo ostativo. Una pena che entra nelle case e sopprime gli affetti a cura di Ornella Favero e della redazione di Ristretti Orizzonti L’Eccezione, 31 ottobre 2026 L’ergastolo ostativo non neutralizza solo il detenuto, ma condanna anche i suoi famigliari a vivere la tortura della consapevolezza che quel padre, marito o figlio, è da considerare morto, anche se ancora in vita. Quando si parla di ergastolo ostativo, il dibattito si concentra spesso sulla gravità dei reati, sulla pericolosità dei condannati e sulla necessità di impedire che continuino a mantenere rapporti con le organizzazioni criminali. Molto meno spazio viene dedicato a quello che succede alle persone che li aspettano fuori dal carcere. Abbiamo ascoltato le testimonianze di tanti ergastolani ostativi, cercando di capire come una condanna senza una prospettiva concreta di uscita possa modificare i rapporti con i propri cari. Ascoltandoli, abbiamo percepito una sofferenza comune, ovvero l’impossibilità persino di sognare il ritorno a casa, e la consapevolezza di essere stati definitivamente estromessi dalla vita della propria famiglia. Una lettera che non può dire “ti amo” Per comprendere la vita di un detenuto che è stato sottoposto al 41-bis bisogna partire da gesti che, fuori dal carcere, sembrano del tutto ordinari: scrivere una lettera, telefonare a casa, raccontare alla propria compagna una giornata difficile, chiedere notizie dei figli. Diverse persone ci hanno raccontato che, all’inizio della loro permanenza al 41-bis, molte delle lettere inviate alla moglie e alla madre venivano censurate. Anche una cartolina di auguri prestampata, sulla quale uno di loro aveva aggiunto poche parole affettuose, era stata bloccata. Col tempo avevano imparato a scrivere soltanto poche frasi, sempre uguali: come stai, io sto bene, ci sentiamo alla prossima. Un detenuto ci aveva spiegato che aveva smesso di scrivere alla moglie perché persino ripetere due volte “ti amo” poteva suscitare sospetti di un messaggio nascosto. Ma come si fa a mantenere un rapporto intimo quando la comunicazione viene continuamente condizionata dalla consapevolezza di essere controllati? A poco a poco, la lettera non è più uno spazio in cui raccontarsi, ma un messaggio ridotto all’essenziale, costruito per evitare problemi. Alla fine, dopo ripetute esperienze di censura e di ritardi, la maggior parte aveva rinunciato del tutto a scrivere. Un vetro tra un padre e i suoi figli Se le lettere possono essere impoverite fino a diventare formule impersonali, per chi è sottoposto al 41-bis, l’incontro con i famigliari si svolge attraverso un vetro divisorio, con comunicazioni sorvegliate e tempi limitati. Un detenuto ci ha raccontato che da un giorno all’altro, si era ritrovato a fare il colloquio davanti a un vetro ed era stato uno shock specialmente per la sua famiglia. Nelle situazioni previste dalla disciplina del regime, può essere consentito un breve contatto fisico con i figli più piccoli, ma organizzare quell’incontro può comportare procedure complesse. Un detenuto descriveva il disagio del figlio, che cercava la madre proprio nel momento in cui un agente lo portava via per accompagnarlo dal padre dall’altra parte del vetro. Per il padre, quel breve incontro dovrebbe rappresentare un momento di vicinanza, mentre diventa un’esperienza di frustrazione e di disagio. Infatti, molti detenuti avevano rinunciato ai colloqui. Uno di loro ci raccontò di aver trascorso un anno senza vedere i figli, scegliendo di non farli venire in carcere perché ogni incontro era diventato un dramma. Il tempo che passa fuori La separazione diventa ancora più profonda quando si misura attraverso il tempo. Un detenuto riceve fotografie, ascolta racconti, apprende notizie di eventi importanti ma la sua presenza nella vita familiare è solo immaginaria. Anche le fotografie possono diventare una testimonianza dolorosa. Gli ergastolani le conservano per seguire la vita dei propri cari, ma quelle immagini ricordano continuamente ciò a cui non hanno potuto partecipare: un battesimo, una comunione, un diploma, un matrimonio. Sono momenti che per gli altri famigliari costituiscono ricordi condivisi, mentre per il detenuto quando vede la fotografia di un nipote che non potrà mai prendere in braccio, il sentimento è quello di essere già morto. Padri assenti, figli che crescono Molti ergastolani parlavano dei figli con orgoglio. Raccontavano che avevano terminato gli studi, trovato un lavoro, costruito una famiglia e condotto una vita lontana dai problemi con la giustizia. In quelle parole c’era spesso anche il tentativo di distinguere il proprio percorso da quello dei figli. Un detenuto che aveva passato quattordici anni al 41 bis, ci disse che suo figlio si dedicava ai bambini, li accompagnava a scuola e stava sempre con loro. Secondo lui, cercava di dare ai propri figli quello che era mancato a lui. Era una considerazione semplice, ma rivelatrice di come l’assenza del padre aveva segnato la sua infanzia. Altri detenuti avevano incoraggiato mogli e figlie ad allontanarsi dal paese d’origine, per sottrarle a un ambiente nel quale il cognome e la storia famigliare potevano diventare un peso. Volevano che si costruissero una vita autonoma, senza essere riconosciute soltanto come le figlie o le nipoti di un condannato. Sono racconti che testimoniano come la famiglia di una persona condannata per reati cosiddetti di “criminalità organizzata” molto spesso non è legata alle sue scelte e alle sue responsabilità. I figli hanno traiettorie proprie e percorsi completamente diversi. Naturalmente, non tutte le relazioni famigliari resistono, alcune si interrompono, altri sopravvivono con grande fatica. Ma proprio questa varietà dovrebbe impedirci di considerare la famiglia come una semplice estensione della persona condannata. Una pena che non finisce al cancello del carcere Le persone con le quali abbiamo parlato non nascondevano le proprie responsabilità. Molte riconoscevano gli errori commessi e raccontavano con amarezza le conseguenze delle proprie azioni. Ciò che chiedevano, però, era di scontare una condanna che non cancellasse definitivamente il ruolo di padre, di marito, di figlio, di nonno, ma di avere almeno la possibilità di sognare per potersi immaginare un giorno uscire in permesso premio e abbracciare i nipoti. Una condanna può privare della libertà chi ha commesso un reato grave, ma non dovrebbe punire anche le persone care e trasformare la sofferenza dei famigliari in una conseguenza da considerare inevitabile. Ma è chiaro come una condanna all’ergastolo, quando ostativa, non neutralizza solo il condannato, ma condanna anche i suoi famigliari a vivere la tortura della consapevolezza che quel padre, marito o figlio, è da considerare morto, anche se ancora in vita. Quattordici anni da ostativo. Quando una norma emergenziale trasforma il reato in un destino di Elton Kalica* L’Eccezione, 31 ottobre 2026 Quando sono entrato in carcere avevo poco più di vent’anni. Per oltre quattordici anni, però, la mia condanna non è stata soltanto quella stabilita dalla sentenza perché si è aggiunta anche l’ostatività. A metà pena ho chiesto un permesso premio per fare un incontro in una scuola, in compagnia di volontari, e mi è stato risposto che non potevo accedere ai benefici penitenziari in quanto il mio reato rientrava nella prima fascia dell’articolo 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario. Niente permessi premio, niente possibilità di sperimentare gradualmente il ritorno alla libertà attraverso una misura alternativa. All’inizio non riuscivo ad accettarlo. Ho cercato argomenti giuridici, studiato le disposizioni che avrebbero potuto permettermi di superare l’ostacolo. Dato che non facevo parte di nessuna organizzazione criminale e che ero in carcere da solo, senza coimputati, ho presentato istanze dopo istanze perché mi fosse riconosciuta l’impossibilità di un’utile collaborazione con la giustizia, prevista dall’articolo 58-ter dell’Ordinamento penitenziario. Ricordo ancora un colloquio con il magistrato di sorveglianza al quale avevo presentato per tre volte l’istanza per il riconoscimento della collaborazione inesigibile. Tutte istanze rigettate anche dal Tribunale di sorveglianza seguite da ricorsi respinti anche in Cassazione, con condanne al pagamento delle spese processuali, che ancora oggi continuano a perseguitarmi. Durante quel colloquio gli rivolsi una domanda che mi portavo dentro da tempo, ovvero, come potesse sentirsi, nella propria coscienza, quando firmava quotidianamente provvedimenti di concessione di misure alternative e, nello stesso tempo, continuava a negare ogni possibilità a me. Mi rispose allargando le braccia, “Tu sei un ragazzo sfortunato e io non ci posso fare niente. Ormai hai una sentenza definitiva per sequestro. Se ti riconosco la collaborazione inesigibile per toglierti l’ostatività, significa che poi dovrò toglierla anche ai veri sequestratori che sono in questo carcere”. In quella risposta c’era tutta la contraddizione che cercavo di denunciare. La mia vicenda veniva ricondotta a una categoria generale, quella dei sequestratori, e la mia eventuale ammissione ai benefici sembrava pericolosa perché avrebbe potuto aprire la strada ad altri. Non contava soltanto stabilire se esistessero le condizioni previste dalla legge nel mio caso, occorreva evitare che il riconoscimento di quelle condizioni potesse diventare un precedente scomodo. Racconto questo episodio perché mostra il dilemma che una norma può produrre quando la sua applicazione sostituisce la valutazione individuale con il timore delle conseguenze generali di una decisione. E lo racconto perché mostra come il diritto penale non si limita a definire comportamenti vietati e a stabilire le relative sanzioni; ma attraverso le sue classificazioni, contribuisce anche a costruire identità sociali: il mafioso, il terrorista, il sequestratore. E la categoria giuridica si trasforma in un’identità permanente, dalla quale diventa difficile uscire anche quando sono trascorsi molti anni e la persona ha intrapreso un percorso diverso. L’articolo 4-bis nasce in un contesto storico preciso, segnato da emergenze criminali che hanno richiesto risposte straordinarie. Ma una misura pensata per contrastare fenomeni specifici ha finito per produrre conseguenze che vanno ben oltre il suo obiettivo originario. Non tutte le persone condannate per uno stesso reato hanno la medesima storia, lo stesso ruolo, gli stessi legami o le stesse prospettive. E soprattutto, non tutte le collaborazioni sono possibili o utili. È una contraddizione profonda per un sistema penitenziario che dichiara di perseguire il reinserimento sociale. La collaborazione inesigibile che mi è stata sempre negata oggi è diventata uno strumento abbastanza condiviso da diversi magistrati di sorveglianza. Tuttavia, questo superamento formale delle preclusioni assolute non elimina necessariamente le difficoltà: ci sono ancora troppe storie di persone che non possono avere accesso ai benefici. Ed è questo il dramma delle leggi emergenziali quando smettono di essere eccezioni e diventano parte stabile dell’ordinamento. Una risposta nata per contrastare fenomeni criminali specifici continua a produrre effetti a distanza di trentacinque anni su persone accomunate soprattutto dalla classificazione giuridica. Ho espiato la mia pena studiando, nonostante il carcere, e scrivendo per Ristretti Orizzonti raccontando le condizioni carcerarie e le ingiustizie che incontravo. Questo percorso mi ha permesso di non soccombere alla frustrazione, ma non ha cancellato la rabbia. E se continuo ad andare in giro per l’Italia a raccontare la mia storia è perché ritengo che l’articolo 4-bis debba essere abolito nella sua logica ostativa, restituendo alla magistratura di sorveglianza la possibilità di valutare concretamente ogni singola situazione, sulla base di criteri rigorosi e di elementi verificabili. La sicurezza collettiva non si tutela rinunciando a conoscere le persone, ma attraverso valutazioni capaci di distinguere le situazioni e di riconoscere i cambiamenti quando esistono. La pena deve essere certa, ma non può diventare immutabile nel suo significato di galera. Altrimenti il carcere smette di essere un luogo nel quale si può costruire un futuro, e diventa uno spazio di neutralizzazione delle persone considerate come “nemici”. Le emergenze possono richiedere risposte straordinarie, ma una democrazia deve saper riconoscere quando quelle risposte hanno esaurito la loro ragione e quando è arrivato il momento di restituire spazio ai diritti, alla responsabilità individuale e alla possibilità di cambiare. Una pena che non lascia alcuna possibilità di dimostrare il cambiamento non è una pena che rieduca. È una pena che ha già deciso, in anticipo, che cosa una persona potrà essere per il resto della sua vita. *Sociologo, redattore di Ristretti Orizzonti Carceri minorili, ragazzi in cella sempre più a lungo di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 31 ottobre 2026 Il sistema della giustizia minorile, storicamente considerata un modello virtuoso a livello internazionale, è oramai un lontano ricordo. Negli istituti penali per i minorenni entrano tanti ragazzi quanti ne entravano prima della pandemia. Ne restano dentro molti di più, e molto più a lungo. Al 30 settembre 2026 gli Ipm ospitavano 557 detenuti, e 376 di loro non avevano una condanna definitiva. Lo certificano le tabelle della Sezione statistica del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, elaborate questo mese. Gli ingressi negli Ipm, esclusi i trasferimenti da un istituto all’altro, erano 1.051 nel 2022 e 1.142 nel 2023, hanno toccato il picco di 1.258 nel 2024 e sono scesi a 1.197 nel 2025. Nei primi nove mesi di quest’anno se ne contano 821: proiettati sull’anno intero fanno circa 1.095, la stessa cifra della media fra il 2016 e il 2019. Le presenze hanno seguito un’altra traiettoria. La media giornaliera, che nel quadriennio prima della pandemia si fermava a 454, è salita a 556 nel 2024, a 588 nel 2025 e a 568,3 quest’anno. Rapportando le presenze agli ingressi si ricava una stima della permanenza media: circa 152 giorni fra il 2016 e il 2019, 133 nel 2022, 179 nel 2025, circa 189 quest’anno. Più di un mese in più rispetto agli anni prima del Covid, quasi due rispetto al 2022, ultimo anno intero prima del decreto Caivano. È un calcolo da maneggiare con prudenza. La direzione non lascia dubbi. Il motore degli ingressi è la custodia cautelare. Degli 821 ingressi registrati fino al 30 settembre, 660 sono avvenuti a titolo cautelare: 181 dalla libertà, 212 dai centri di prima accoglienza, 131 per i quali il giudice ha sostituito la comunità con la custodia in Ipm, 120 per aggravamento della misura in comunità, altri 16 per canali minori. L’esecuzione di una pena dalla libertà riguarda appena 81 ingressi. Gli ingressi cautelari sono oltre otto su dieci. Dai centri di prima accoglienza, dove quest’anno sono entrati 799 ragazzi, più di uno su quattro è finito in Ipm. Fra i 327 minorenni presenti, 126 aspettano ancora il primo giudizio e soltanto 6 risultano definitivi senza altri procedimenti pendenti. La Costituzione li considera tutti non colpevoli, e il codice del processo minorile del 1988 tratta la cella come ultima risorsa. Claudio Cottatellucci, presidente dell’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia, ha definito la quota dei non definitivi una “proporzione non sostenibile”. Le ragioni stanno nel testo del decreto-legge 15 settembre 2023, n. 123, convertito dalla legge 13 novembre 2023, n. 159. Il decreto ha allargato i casi di custodia cautelare per i minorenni, l’ha resa applicabile ai fatti di lieve entità dell’art. 73, comma 5, del d.P.R. 309/90, ha introdotto preclusioni alla messa alla prova e ha facilitato, modificando l’art. 24 del d.lgs. 272/1989, il passaggio dei neomaggiorenni alle carceri per adulti. Quanto abbia contato lo spaccio di strada non si può misurare, perché il Dipartimento aggrega i reati in materia di stupefacenti: 173 sui 1.693 delitti contestati all’ingresso nel 2026, senza isolare il comma 5. Sulla messa alla prova riscritta dal decreto la Corte costituzionale è intervenuta tre volte nel 2025, con le sentenze n. 8, n. 23 e n. 203. Poi c’è l’uscita dal circuito minorile. Degli 817 giovani usciti dagli Ipm fra gennaio e settembre, 133 sono stati trasferiti in strutture per adulti, uno su sei, con l’interruzione di percorsi scolastici e trattamentali pensati per chi ha commesso il reato da minorenne e potrebbe restare nel sistema minorile fino a venticinque anni. Altri 380 sono andati in comunità, appena 56 hanno finito di scontare la pena. Nel 2025, dal 24 marzo al 30 settembre, il Dipartimento ha tenuto aperta una sezione per giovani adulti dell’Ipm di Bologna dentro la casa circondariale della Dozza. Antigone l’ha descritta come “un Ipm imprigionato in un carcere ordinario”. Posti nuovi, regole rovesciate - Il governo ha risposto con nuovi edifici. Fra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 sono entrati in funzione gli istituti di L’Aquila, con 28 posti, di Lecce, con 12 posti e altri 15 previsti, e di Rovigo, con 30 posti, mentre Treviso è sospeso dal 23 febbraio. La Relazione al Parlamento del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, presentata in Senato il 23 ottobre, registra al 31 dicembre 2025 negli istituti maschili 551 presenze su 522 posti, con Firenze a 24 detenuti su 17 posti; i presenti di fine anno erano 278 nel 2020 e 572 nel 2025. Al 30 settembre Firenze ne contava ancora 22, Milano 56. A Rovigo, il 14 aprile, un ragazzo ha tentato di impiccarsi dopo una sommossa. Lo hanno salvato gli operatori e il 118. Il 22 ottobre il ministro Carlo Nordio, dopo gli scontri di Milano in cui erano coinvolti minorenni, ha annunciato l’intenzione di ampliare la capienza e di destinare ai ragazzi “settori di carceri e di istituti penitenziari destinati ai maggiorenni”. Lo stesso giorno la Gazzetta Ufficiale pubblicava il decreto legge 22 ottobre 2026, n. 190, che aggiunge all’art. 98 del Codice penale una frase breve: “la capacità di intendere e di volere del minore si presume fino a prova contraria”. Il decreto estende ai minorenni l’arresto in flagranza differita e il fermo preventivo di dodici ore. Dimostrare l’immaturità diventa compito della difesa. Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle Camere penali italiane, ha denunciato “la inutilità dell’innalzamento del livello della risposta penale e della criminalizzazione della devianza minorile”, contestando anche l’uso del decreto per norme già all’esame del Parlamento. Le carceri per adulti in cui il ministro vorrebbe ricavare spazio sono già piene: il monitoraggio di Marco Dalla Stella su sovraffollamentocarcerario.it contava al 19 settembre 65.933 detenuti per 46.298 posti realmente disponibili, un affollamento del 142,4 per cento. La selezione colpisce chi non ha una rete fuori. Nel 2025 gli stranieri erano il 23 per cento dei ragazzi seguiti dagli Uffici di servizio sociale per i minorenni, il 42 per cento degli ingressi nei centri di prima accoglienza, il 46 per cento degli ingressi negli Ipm e il 47 per cento della presenza media. Più la misura stringe, più cresce la quota straniera. A monte il circuito si allarga meno di quanto si allarghino le celle: gli Uffici di servizio sociale avevano in carico 21.551 ragazzi nel 2022 e 23.932 nel 2025, l’11 per cento in più, mentre la presenza media negli istituti cresceva del 54 per cento. La presenza media nelle comunità è passata da 883 nel 2023 a 1.174 nel 2025. Le comunità, quasi tutte private, ospitavano 1.362 ragazzi al 30 settembre, e anche lì domina la logica cautelare: dei 1.475 collocamenti registrati per motivo nel 2026, 921 sono avvenuti per misura cautelare e 207 riguardavano ragazzi usciti da un Ipm per trasformazione della misura. Le stesse tabelle dicono chi c’è dietro le sbarre. Al 30 settembre 46 detenuti avevano 14 o 15 anni, 281 fra i 16 e i 17, mentre 230 erano giovani adulti fra i 18 e i 24 anni, trattenuti nel circuito minorile per reati commessi prima della maggiore età. Fra i 1.693 delitti contestati a chi è entrato quest’anno, le rapine sono 478, le lesioni personali volontarie 199, i furti 173; gli omicidi volontari sono 22 consumati e 66 tentati. I reati contro il patrimonio, 815, sono il doppio di quelli contro la persona, fermi a 403. Devianza di strada, in larga parte. La risposta resta l’attesa in cella prima del processo. Le tabelle del 30 settembre non contengono ancora gli arresti di Milano né gli effetti del decreto di ottobre, che il Parlamento deve convertire entro il 21 dicembre. Per 376 ragazzi la sentenza definitiva non è ancora arrivata. La cella sì. Arresti e repressione: con i giovani il Governo ha fallito e ora rischia di perderli di Andrea Oleandri lavialibera.it, 31 ottobre 2026 “Una serie di arresti massicci nei confronti di minori non era mai avvenuta”. Queste sono le parole che il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha pronunciato lo scorso 22 ottobre a seguito degli episodi avvenuti in alcune città italiane nel corso delle manifestazioni studentesche per il diritto allo studio e all’abitare. Il ministro ha anche ipotizzato, di fronte alla crescita della popolazione detenuta, di aprire nuovi Istituti penali per minorenni (Ipm) e di spostare i ragazzi in alcuni settori delle carceri per adulti. Si tratta di dichiarazioni e intenzioni che fotografano il fallimento di una strategia politica che questo governo, fin dal giorno del suo insediamento, ha portato avanti contro i giovani. Di fronte a ogni difficoltà, ad ogni episodio di cronaca, la risposta dell’esecutivo è stata quella del rafforzamento dello strumento penale e della conseguente risposta criminalizzante e detentiva: il decreto anti-rave, il decreto Caivano, due decreti sicurezza, l’imputabilità obbligatoria per i minori. E, dopo i fatti degli ultimi giorni, un nuovo decreto sicurezza, tutto incentrato sui ragazzi minorenni, nel tentativo di normare ogni comportamento, ogni azione, ogni protesta. Ciò che traspare è un’idea in cui ragazze e ragazzi sembrano sempre più spesso essere un problema da contenere, una minaccia da neutralizzare, una categoria da sorvegliare. Sempre meno, invece, persone da accompagnare nella crescita, anche quando commettono reati o attraversano situazioni di marginalità. Da qui bisogna partire per provare a rispondere a una domanda volutamente provocatoria: perché il governo Meloni ce l’ha con i giovani? Fin dal giorno del suo insediamento, il governo ha fatto della sicurezza uno dei pilastri della propria identità politica e uno dei principali strumenti di propaganda elettorale. Il primo provvedimento è stato il decreto anti-rave e da allora si sono susseguiti decine di nuovi reati e di aumenti di pena, attraverso l’approvazione di decreti mirati o decreti sicurezza che hanno progressivamente ampliato il perimetro del diritto penale. Un filo conduttore è sempre stato comune a tutti gli atti: di fronte a un problema sociale, reale o presunto, si risponde soprattutto con la repressione. La narrazione dell’emergenza legittima l’intervento, mentre la complessità delle cause passa in secondo piano. Ad esempio, è passato in secondo piano il richiamo del commissario per i Diritti umani del consiglio d’Europa che, lo scorso luglio, aveva chiesto all’Italia di programmare una serie di interventi che rispondessero a un dato estremamente preoccupante: nel nostro paese un bambino su sette (il 13,8 per cento del totale) vive in uno stato di povertà assoluta. L’ultimo decreto sicurezza, varato nei giorni scorsi, si inserisce perfettamente in questa traiettoria. Le nuove disposizioni intervengono anche sui cortei, introducendo il reato di partecipazione violentaa una manifestazione e un’aggravante legata all’utilizzo dei social per organizzarla. Norme che per la vaghezza delle formulazioni rischiano di colpire il diritto di protesta e di partecipazione, andando oltre la repressione di condotte individuali effettivamente violente. Si tratta dello stesso rischio contenuto anche nei precedenti due decreti, approvati a giugno 2025 e ad aprile 2026, che non a caso Antigone ha definito i più gravi attacchi alla libertà di protesta nella storia della Repubblica. È soprattutto nella giustizia minorile che questa impostazione mostra le proprie conseguenze. Il decreto Caivano, approvato nel settembre 2023 dopo alcuni episodi di cronaca, ha segnato un cambiamento significativo ampliando le possibilità di ricorrere alla custodia cautelare e irrigidendo gli strumenti a disposizione della magistratura. Si tratta di un intervento legislativo che ha fatto da spartiacque tra un prima e un dopo. Solo pochi anni prima Antigone, presentando un proprio rapporto sulla giustizia minorile, proponeva di pensare a un sistema minorile gestito senza carceri per i minorenni. I ragazzi detenuti erano costantemente meno di 400, a fronte degli oltre 10mila in carico al sistema della giustizia minorile. La detenzione era dunque una pratica molto marginale. Dopo il decreto Caivano la situazione è cambiata. Negli Istituti penali per minorenni è arrivato per la prima volta il sovraffollamento e sono state aperte due nuove carceri. I ragazzi detenuti sono costantemente poco meno di 600 e questo dato lo si è spesso riuscito a contenere trasferendo i cosiddetti “giovani adulti” nelle carceri per adulti, una pratica che proprio il decreto Caivano ha reso più semplice. Al decreto Caivano si sono aggiunti gli interventi. A ogni nuova emergenza mediatica è seguita una nuova promessa di fermezza. Mentre si dichiara di voler risolvere la questione della criminalità minorile si alimenta un sistema punitivo che tanto assomiglia a quello in vigore per gli adulti, senza tenere conto, da un lato, della specificità dei giovani che sono ancora in una fase di crescita e di formazione, e che non è detto che a 40 anni saranno ciò che erano a 15 o 16 anni. Dall’altro, che il sistema degli adulti produce oltre il 60 per cento di recidiva, non riuscendo a intercettare bisogni e costruire possibilità nel tempo della pena. Al di là dell’emergenza mediatica esiste un’emergenza reale? I dati disponibili invitano alla cautela e, almeno in parte, smentiscono la narrazione di una devianza giovanile fuori controllo. Secondo i dati Eurostat ripresi dall’ottavo rapporto di Antigone sulla giustizia minorile, Io non ti credo più, in Italia i minorenni denunciati sono 363,4 ogni centomila abitanti, quasi la metà della media europea, pari a 647,9. Dei poco più di due milioni di reati denunciati ogni anno nel Paese, circa 30mila sono commessi da minorenni: l’1,5 per cento del totale. Le serie storiche dell’Istat mostrano un andamento di lungo periodo caratterizzato da oscillazioni, non una crescita inarrestabile della criminalità giovanile. Questo non significa voler negare la gravità dei singoli episodi che possono accadere, ma distinguere i fatti dalla loro rappresentazione e domandarsi se nuovi reati che vanno a regolamentare fattispecie già perseguite o l’inasprimento delle pene siano davvero risposte utili e efficaci. Il nuovo decreto sicurezza, così come i precedenti, non riguarda soltanto i ragazzi che commettono reati ma può interessare potenzialmente chiunque partecipi a manifestazioni. Il rischio è che comportamenti molto diversi vengano ricondotti a un’unica categoria, quella dei giovani da controllare. Soprattutto quando le manifestazioni chiamano in causa le politiche dei governi. La sicurezza, da parola che promette protezione, può dunque finire per restringere le libertà. La questione non riguarda soltanto la proporzionalità delle pene o la legittimità di una specifica norma ma, più in profondità, il modello di convivenza che si costruisce dinanzi al conflitto sociale, quando si decide che questo debba essere affrontato principalmente attraverso lo strumento penale, trattando il dissenso sempre e solo come una minaccia. Questa è senza dubbio una strategia che può attirare consensi, soprattutto dinanzi a fatti di cronaca che alimentano la paura. Ma una politica pubblica non può essere valutata soltanto dalla sua capacità di trasmettere un messaggio di fermezza. Aumentare i posti in carcere non significa ridurre la criminalità. Inasprire una pena non equivale a prevenire un reato. Restringere il diritto di protesta non risponde in alcun modo alle ragioni e alle rivendicazioni delle persone che scendono in piazza. Trasformare i minori in un bersaglio non offre loro alcuno strumento utile per uscire dalle situazioni di marginalità. Guardando alle cose da questa angolazione allora la vera alternativa non è scegliere tra sicurezza e diritti. Semmai è riconoscere che non si può costruire alcuna sicurezza duratura senza diritti, prevenzione e opportunità. Che uno Stato riesce a dimostrare la propria forza non solo quando punisce, ma anche quando riesce a non perdere i propri ragazzi. *Responsabile comunicazione di Antigone Gli assassini di Livatino perdonati dalla famiglia: “L’odio è un carcere senza sbarre” di Giorgio Paolucci Avvenire, 31 ottobre 2026 Toccante l’abbraccio, davanti all’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, tra l’unico familiare in vita del magistrato ucciso nel 1990, con mandanti e componenti del commando che fece fuoco. Come può una morte generare nuova vita? Da dove viene la possibilità di perdonare chi ci ha fatto del male? Cosa permette di non ridurre una persona detenuta al reato che ha commesso? Domande radicali, di fronte alle quali - più che risposte teoriche - servono testimoni capaci di incarnarle. Come le tre persone che ieri si sono riunite nell’aula “Falcone e Borsellino” del tribunale di Busto Arsizio (Varese), non per la celebrazione di un processo ma nel ricordo del giudice Rosario Livatino, assassinato il 21 settembre 1990, dichiarato beato nel 2021, e proclamato patrono dei magistrati il 7 ottobre scorso. Nel giorno in cui la Chiesa celebra la sua memoria liturgica, quello di ieri è stato molto più che un ricordo: una presenza viva, che ha preso forma nelle parole di questi tre testimoni durante un incontro promosso da don David Riboldi, cappellano del carcere di Busto Arsizio (Varese), e moderato da Gianni Borsa, presidente dell’Azione Cattolica ambrosiana. Salvatore Calafato - 59 anni, più della metà trascorsi in carcere - è uno dei mandanti dell’omicidio: “Soggiogato dalla logica mafiosa che era diventata la mia regola di vita, ho procurato la sua morte, dolore straziante ai familiari e ho ferito lo Stato. Leggendo i suoi scritti durante la mia lunga carcerazione, ho scoperto una figura luminosa che mi ha accompagnato e continua ad accompagnarmi in un cammino di conversione. Spero che lui dal Cielo mi possa perdonare e ogni giorno prego per questo”. Seduto accanto a lui c’era Paolo Amico, uno dei componenti del commando che ha ucciso il magistrato. “Ero giovanissimo, avevo abbandonato la scuola e mi ero arruolato nella mafia. Neppure lo conoscevo, ma nel clima di quegli anni era considerato un nemico da eliminare e ho obbedito agli ordini. In maniera misteriosa ma reale la sua morte ha portato il frutto del mio ravvedimento: Livatino è una presenza che accompagna le mie giornate. Oggi per la prima volta entro in tribunale non per essere giudicato ma per testimoniare che sono una persona cambiata e che nessuno è perduto per sempre”. Confessa di non avere avuto il coraggio di chiedere perdono ai genitori di Livatino all’epoca del delitto, lo ha fatto ieri pubblicamente, insieme a Calafato, rivolgendosi all’unico familiare diretto ancora in vita del magistrato, Salvatore Insenga. Che a sua volta ha raccontato di una ferita che non si rimarginava mai: “Vi ho odiato con tutto il cuore. È stato un percorso lungo, ci sono voluti 28 anni trascorsi nella preghiera e nel confronto con i miei familiari per maturare uno sguardo umano verso di voi. L’odio è un carcere senza sbarre nel quale si può restare prigionieri per sempre, da cui sono uscito grazie alla fede e facendo memoria di quello che ripeteva mio cugino: ogni persona è abitata da Dio, anche se lo dimentica e con la sua condotta si allontana da lui. Se incontriamo l’altro con questo sguardo, tutto diventa possibile, anche la riconciliazione con chi ha devastato la tua famiglia. Il perdono mi ha liberato, spero che liberi anche voi”. I tre si guardano, si abbracciano, nell’aula del tribunale i presenti osservano attoniti e commossi. Difficile sentire parole simili in un’aula di tribunale. All’incontro partecipa l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che due anni fa aveva benedetto l’icona che raffigura il magistrato e che campeggia nell’atrio del Palazzo di giustizia. “Come possono incontrarsi la giustizia umana che deve applicare la legge e la giustizia di Dio che guarda a Cristo che muore in croce per i peccatori? Possono convergere nella custodia del bene comune”. E ancora: “La santità di Livatino testimonia che senza il riferimento a Dio l’umanità perde la bussola, come sta accadendo nell’epoca che viviamo”. L’incontro di ieri è una significativa tappa del percorso di giustizia riparativa avviato da tempo dall’associazione InConTra di Bergamo al quale hanno partecipato Calafato e Insenga. “Solo una ricucitura paziente, nella quale ognuno riconosce nell’altro qualcuno di cui la sua umanità ha bisogno, può aiutare a ricomporre gli strappi che il male ha prodotto”, chiosa don Riboldi, che con la cooperativa La Valle di Ezechiele costruisce percorsi di reinserimento lavorativo e sociale per i detenuti. Dopo ogni caduta c’è sempre un domani. Il giudice non è un tribuno e i diritti non si mettono ai voti di Michele Passione Il Dubbio, 31 ottobre 2026 Una riflessione sull’indipendenza dei magistrati, sugli attacchi della politica e sul dovere degli avvocati di difendere i diritti fondamentali. Sono passati due giorni da quando la giudice per le indagini preliminari di Milano ha ordinato l’immediata liberazione di Youssef Siher, ritenendo insussistente il quadro indiziario per i gravissimi reati contestatigli, per non parlare del pericolo di fuga. L’ordinanza è nota, e non si intende qui analizzarla nel suo contenuto giuridico, ovviamente per qualcuno opinabile; se la Procura riterrà opportuno impugnarla avrà modo di farlo, e si vedrà se l’eventuale gravame troverà accoglimento. Quasi per pudore tralascio le aberrazioni istituzionali che hanno accompagnato il provvedimento citato, per un verso espressione di totale disprezzo per la separazione dei poteri, per altro di assoluta ignoranza dei meccanismi che governano la fase cautelare, mentre ancora ieri sera ho sentito da destra, in prima serata, lo stupore ieratico di chi affermava “deve tutto a noi italiani […] ma all’improvviso arriva una gip, povero cucciolo […] gli abbiamo dato tutto”. Irresponsabili. Abbandono dunque il campo dell’analisi e della critica giuridica, che non mi appassiona, ovviamente augurandomi che il dissenso radicale possa ancora e sempre esprimersi in piazza senza timori e senza violenze, da una parte e dall’altra, e neppure mi interessa analizzare l’ordinanza milanese alla luce dell’esito referendario, quale affermato e risibile esempio dell’inutilità della proposta di riforma costituzionale, bocciata nelle urne. A breve si andrà a votare, e quel tema politico (che resta sul tavolo - e del resto separare è un infinito presente - ) corre il rischio di essere sostituito da altro, in una sorta di accumulo di scorie che si depositano volteggiando pericolosamente nell’aria. Oggi si apre a Brescia il congresso straordinario dei penalisti, che (anche) sul tema della “necessità di cambiare passo sul piano della comunicazione” (come affermato dal Presidente Petrelli) concentrerà i suoi lavori; di cambiamento più in generale pure si parlerà, e della necessità di raccontare i diritti anche fuori dalle aule di giustizia. E del resto, sono passati 35 anni dall’uscita de L’età dei diritti, nel quale si affermava che i diritti nascono con l’intento di difendere gli esseri umani dal Potere, da ogni forma di Potere. Ed è dunque muovendo dalla premessa del filosofo torinese, e con le lenti dell’oggi terribile, che è possibile cogliere il significato pieno dell’aggettivo congressuale, straordinario, ché tale è il contesto in cui viviamo. Lo Zeitgeist propone ordine e disciplina, ovviamente orientati; la sicurezza, l’ordine pubblico, piuttosto che la giustizia sociale. Raccontare i diritti, però, viene dopo il loro esercizio e la loro difesa, ché l’azione in giudizio per la difesa dei propri diritti è essa stessa il contenuto di un diritto (Corte cost., sent. n. 26/1999). Quell’azione è la nostra, degli Avvocati (ovunque cercavo un difensore, il quale dappertutto è necessario, ricordava Massimo Nobili, citando Kafka), ed allora non comprendo come possano farsi distinguo anodini a margine della decisione della giudice di Milano, a proposito del reciproco rispetto dei confini istituzionali. Essere e apparire indipendenti dovrebbero essere prerogative di chiunque eserciti il potere terribile di condizionare la vita degli altri, nel bene e nel male, ed anche di chi, senza il potere dello Stato, ha un potere più piccolo, ma sempre importante, quello di dire le cose come stanno, altrimenti le scorie continueranno ad intossicare il dibattito pubblico, mentre avremmo bisogno di altro. Così lo dico qui, visto che qualcuno lo ha detto, da destra, senza vergogna, e non vorrei mai che vi fossero fraintendimenti. All’appello dei giuristi per Gaza, “per testimoniare che le coscienze di chi ogni giorno contribuisce all’amministrazione della giustizia non sono indifferenti alle ingiustizie perpetrate nei confronti dei più deboli, e per fare appello a tutte le istituzioni perché si pretenda il rispetto del diritto e dei diritti fondamentali dei civili” hanno risposto in tanti; magistrati, avvocati, accademici. Senza distinzioni di ruoli, uniti da un comune sentire, abbiamo scritto il nostro nome. La trasversalità favorisce l’incontro con l’altro, aiuta a comprendere, ma c’è una linea di displuvio che non può essere superata, ed è quella dei diritti fondamentali. Quando un giudice si fa tribuno del popolo e arringa le folle sta facendo un altro mestiere, quando si invoca la Costituzione con la pretesa di interpretarla meglio di altri si fa esercizio di parte, ma quando la schiena resta dritta di fonte al “e davvero non comprendo”, senza curarsi dello sdegno popolare, non possono esserci equivoci. Grande allarme poca prova: così il diritto resiste alla furia politica di Ennio Amodio Il Dubbio, 31 ottobre 2026 Alla Gip del Tribunale di Milano la politica chiede ora di alzarsi in piedi e di ascoltare bene le parole della Presidente del Consiglio. L’addebito - elevato platealmente in contrasto con la indipendenza della magistratura - è di avere offeso il sano sentimento popolare dei milanesi e degli italiani tutti, avendo omesso di convalidare il fermo di Youssef Siher, fondatore del Movimento 17 ottobre oggetto delle indagini sulle vicende eversive di Milano. Il rimprovero che si muove al giudice milanese si articola su due piani e sfocia in una invettiva che esprime con forte carica emotiva la disapprovazione morale e politica nei confronti di una decisione liberatoria che tradisce il bisogno di misure di esemplare rigore per placare l’allarme ormai penetrato nelle case degli italiani. Vediamo il primo dei motivi su cui si fonda il capo di imputazione formulato dal vertice più alto del potere esecutivo. La messa in libertà dell’indagato, cui si attribuisce il ruolo di cattivo maestro del mondo giovanile in ebollizione, avrebbe generato “una mortificazione insopportabile” delle forze di polizia e di tutti gli esponenti dello Stato, come se uno squillo di tromba avesse annunciato la sconfitta della democrazia di fronte al prevalere delle forze eversive. Ma si tratta di una prospettiva sbagliata che viene fuori dall’ansia di trovare subito e senza incertezze il colpevole da mettere in manette, così da arginare prontamente la deriva verso il caos nell’ordine pubblico. È evidente il grave errore logico e politico che si commette ragionando così. Si vuole infatti impugnare la leva di un argomento quantitativo: quanto più cresce e si infittisce la trama investigativa che deve portare alla scoperta delle centrali del teppismo e dell’eversione, tanto meno, si deve pretendere in punto di certezza della prova e plausibilità degli indizi che possono portare all’individuazione dei volti degli ispiratori e dei manovali delle azioni violente. È insomma la strategia del chiudere un occhio sui risultati investigativi pur di rasserenare il clima incandescente cresciuto con lo spettacolo dei saccheggi sbandierando un nome e una vicenda capaci di ridare il senso della sicurezza perduta. Se si ha cura di leggere il provvedimento che ha tolto le manette a Siher, ci si può convincere subito che il magistrato ha usato, come era necessario, un potente microscopio sulla condotta dell’indagato giungendo ad escludere che egli abbia mai usato la descrizione di azioni violente per istigare i giovani alle pratiche della lotta politica. Ed è proprio questo il senso della garanzia giurisdizionale che la nostra Costituzione impone per la tutela del cittadino. Proprio quando la febbre della difesa sociale sale di temperatura, si rende necessario il filtro dello scrutinio giudiziario. È una antica verità che svela l’intrinseca ragion d’essere del processo penale. Il confronto tra il rigore del microscopio giudiziario e l’approssimazione delle letture frettolose veicolate a gran voce dai megafoni della politica fa precipitare allo zero il tasso di credibilità delle censure lanciate contro il magistrato milanese nell’attacco portato avanti dal Capo del Governo. Ed è qui che spunta fuori il secondo tassello dei motivi rivelatori della inconsistenza dell’addebito portato contro il giudice milanese. Come dire che non si può censurare dall’esterno la decisione che ha portato alla liberazione del presunto stratega della eversione quando non si hanno in mano le carte che raccontano i come e i perché dell’agire della persona sottoposta alle indagini. Muoversi eccitando il furor di popolo e con gli occhi bendati dalla lontananza dagli atti del processo vuol dire per la politica condannarsi a celebrare una vuota retorica della prevenzione in tema di tutela dell’ordine pubblico. Principio di legalità violato: la Cedu “smonta” il concorso esterno di Simona Musco Il Dubbio, 31 ottobre 2026 La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la violazione del principio di legalità penale, stabilendo che la condanna inflitta a un imprenditore edile palermitano per concorso esterno in associazione mafiosa era “imprevedibile” a causa dei profondi contrasti giurisprudenziali interni antecedenti alla storica sentenza Demitry del 1994. Una pronuncia destinata a riaprire il dibattito sui confini tra interpretazione giurisprudenziale e garanzie convenzionali, che ricalca i contorni del famigerato caso Contrada, spaccando tuttavia il collegio europeo. La storia giudiziaria di Pietro Lo Sicco prende il via tra il 1996 e il 1997, quando la procura di Palermo chiede il suo rinvio a giudizio. L’accusa è di aver contribuito continuativamente, a partire dal 1980, alle attività di Cosa Nostra mettendo la sua attività commerciale, le sue relazioni e il suo credito a disposizione dei clan nel settore dell’edilizia residenziale. Dopo una condanna a 7 anni di reclusione emessa nel giugno del 2000 dal Tribunale di Palermo - accompagnata dalla confisca di beni e partecipazioni societarie -, il processo attraversa alterne vicende. Nel 2004 la Cassazione annulla con rinvio la sentenza d’appello, criticando i giudici di merito per non aver approfondito con sufficiente rigore il concreto “nesso causale” e l’effettivo contributo offerto dall’imprenditore. Tuttavia, nel novembre dello stesso anno, la Corte d’appello bis riconferma la condanna, blindata poi dalla Suprema Corte nel giugno del 2008. Nel 2009, Lo Sicco si rivolge alla Corte Edu. Nel valutare il merito del ricorso, i giudici europei si sono concentrati sulla prevedibilità dell’incriminazione all’epoca dei fatti. Sebbene la Corte riconosca che il concorso esterno poggi su una base legale formale (il combinato disposto degli articoli 110 e 416-bis del codice penale), il nodo cruciale risiede nella qualità della norma e nelle sue oscillazioni applicative. La Corte Edu ha ribadito che, a causa dei profondi contrasti giurisprudenziali interni vissuti dalla Cassazione tra il 1987 e la fine del 1994 - anno in cui le Sezioni Unite composero il contrasto con la storica sentenza Demitry -, l’esistenza stessa del concorso esterno in un reato associativo era tutt’altro che pacifica. Per Strasburgo, tale incertezza profonda rendeva il reato imprevedibile per il cittadino nel periodo in cui il ricorrente aveva agito, rendendo di conseguenza la condanna illegittima. Sul fronte patrimoniale, la misura della confisca, essendo una conseguenza automatica di tale condanna, viene assorbita dalla violazione principale. La violazione non è stata stabilita all’unanimità, registrando l’opinione dissenziente dei giudici Raffaele Sabato e Davor Deren?inovi?, che bocciano senza appello l’impostazione della maggioranza. I due magistrati contestano alla Corte di Strasburgo di aver ignorato l’invito al “dialogo giudiziario” lanciato dalla stessa Cassazione italiana con la sentenza a Sezioni Unite Genco del 2020. Secondo i due giudici, la maggioranza avrebbe travisato la realtà giuridica: i contrasti del passato non riguardavano l’illiceità o meno delle condotte di favoreggiamento mafioso, bensì la mera qualificazione giuridica (se punire il soggetto come partecipe diretto o come concorrente esterno). Per i giudici dissidenti, dunque, non vi fu alcun “effetto sorpresa” o imprevedibilità per l’autore di condotte intrinsecamente illecite, dal momento che il concorso ex articolo 110 del codice penale offriva una base solida. Inoltre, il giudice Deren?inovi? rimprovera alla maggioranza la mancata analisi della prevedibilità soggettiva. La Corte non avrebbe verificato se l’imprenditore avesse comunque la consapevolezza, anche a livello profano, del carattere illecito e socialmente riprovevole dei propri atti. Ampliare il concetto di imprevedibilità fino a includere le mere discussioni sulla qualificazione giuridica, ignorando la consapevolezza dell’autore, rischierebbe, a suo dire, di mandare un segnale errato e di ostacolare i sistemi penali nazionali. Sul piano risarcitorio, la Cedu respinge le richieste di ingenti danni patrimoniali e morali avanzate dal ricorrente, stabilendo che la mera constatazione della violazione costituisce di per sé una soddisfazione equa sufficiente. I giudici europei ricordano inoltre che l’ordinamento italiano offre già gli strumenti per rimediare alla situazione, come l’articolo 628-bis del codice di procedura penale, che consente di chiedere alla Corte di Cassazione la revoca della condanna e la riapertura del processo, oltre all’eventuale indennizzo per ingiusta detenzione. L’Italia è stata comunque condannata a rifondere 5.000 euro per le spese di rappresentanza legale. Ma al netto della spesa, la pronuncia scuote nuovamente il fragile equilibrio tra le garanzie formali di Strasburgo e la realtà giudiziaria dei crimini di mafia. Rialzarsi dopo il No. Appunti all’avvocatura per riformare la giustizia di Gian Domenico Caiazza* Il Foglio, 31 ottobre 2026 Le Camere penali non intendono archiviare la sconfitta né rinunciare al proprio ruolo politico nell’avvocatura. Al congresso di Brescia l’appello a rilanciare le battaglie storiche, dai rapporti tra pm e giudici ai tribunali mediatici, e ad aprire una nuova stagione di rinnovamento generazionale. Le Camere penali italiane (Ucpi) celebrano a Brescia, da venerdì a domenica, un importante congresso, occasione fin troppo attesa di una indispensabile riflessione sulle ragioni della sconfitta referendaria, e soprattutto sulle conseguenze che occorre trarne. La bocciatura popolare della battaglia identitaria dei penalisti italiani pesa e brucia: solo un irresponsabile sentimento di illusoria autoconservazione potrebbe volerla minimizzare, o silenziosamente digerire. La consapevolezza di quanto abbia pesato l’efficacissima campagna di mistificazione e disinformazione da parte del fronte del No non vale a scalfire il peso di quella sconfitta, perché queste sono le spietate regole della politica. Ora, sarà bene non dimenticare che l’Ucpi ha rappresentato, sin dalla sua costituzione, l’unico soggetto politico dell’intera avvocatura italiana. Associazione forense in nulla assimilabile a tutte le altre, e meno che mai alla rappresentanza istituzionale dell’avvocatura, essendo nata non già per occuparsi degli interessi pur legittimi della categoria degli avvocati, quanto piuttosto - ed esclusivamente - dei diritti costituzionali delle persone che essi difendono (e dunque di tutti i cittadini), deputati a limitare la formidabile potestà punitiva dello stato. Insomma, una dimensione politica intrinsecamente legata alla funzione sociale assolta, che costituisce il vero, inespugnabile nostro patrimonio culturale e identitario. Vi è, con l’occasione di questa dura sconfitta, una certa eccitata aspettativa tra chi non ha mai digerito, dentro e fuori l’avvocatura italiana, questa nostra forza politica inconfutabile, resa agli occhi di costoro ancor più inspiegabile se rapportata al nostro peso numerico. Si smania dunque, all’evidenza, per celebrarne l’insperato requiem: da parte della magistratura associata, ad esempio, che all’uopo, e sfidando il senso del ridicolo, si è messa perfino a distribuire riconoscimenti politici a sconclusionate combriccole di avvocati per il No durate, come era ovvio che fosse, lo spazio di un (imbarazzante) mattino; e anche da una parte non marginale dell’avvocatura istituzionale, che si ostina a non comprendere come la rappresentanza politica si conquisti in anni e anni di impegno e di battaglie scomode, non in forza di leggi e regolamenti. A tutte queste insidiose, insperate aspettative occorre dare una risposta all’altezza, compiendo tutti noi uno sforzo straordinario che sappia farci alzare dal tappeto - come certamente siamo in grado di fare - ben prima che termini il conteggio dell’arbitro. E vi è una sola strada per farlo: di nuovo, politica, politica, politica. Le Camere penali, sui territori e a livello nazionale, devono rilanciare con forza i temi più duri, più scomodi, se necessario più divisivi che appartengono al bagaglio culturale sedimentatosi in oltre sessant’anni di storia: di nuovo e sempre, carriere separate tra pm e giudici; difesa intransigente dei princìpi di presunzione di non colpevolezza e del giusto processo, non solo nelle aule ma anche davanti ai sempre più potenti e devastanti tribunali mediatici in servizio permanente effettivo; lotta senza quartiere alla strabordante espansione delle misure di prevenzione patrimoniali, cioè al nuovo, devastante sistema sanzionatorio penale senza prove, con la sua oscura filiera di potere legata alla intoccabile casta degli amministratori giudiziari; iniziative forti e consapevoli in tema di intelligenza artificiale e processo penale; rilancio di una lotta durissima alle condizioni indecenti delle carceri italiane; complessivo ripensamento e potenziamento qualitativo della difesa dei non abbienti, degli ultimi e dei diseredati. Siamo insomma attesi da un percorso reso duro e accidentato da una sconfitta dolorosa, che saremo in grado di affrontare facendo affidamento su energie nuove, entusiasmo, coraggio politico e dunque, anche in vista del congresso ordinario dell’anno prossimo, dando l’avvio, a livello sia territoriale sia nazionale, a un fecondo e vitale rinnovamento generazionale della classe dirigente della nostra associazione. Si risponde a una sconfitta guardando in faccia agli errori che si sono eventualmente commessi, promuovendo senza riserve processi di rinnovamento interno, ma soprattutto ricordando a noi stessi, e a chi ci guarda, che cosa siamo sempre stati, e che cosa vogliamo continuare a essere *Già presidente dell’Unione delle camere penali italiane La riforma forense è arrivata alle battute finali di Giulia Merlo Il Domani, 31 ottobre 2026 Il testo ha ottenuto la bollinatura del Mef e ora è all’esame delle commissioni Giustizia di Camera e Senato. Se l’iter procederà spedito, l’approvazione arriverà entro novembre. La riforma dell’ordinamento forense ha ottenuto la bollinatura necessaria del ministero dell’Economia ed è stata trasmessa contemporaneamente a entrambe le commissioni Giustizia, le quali hanno tempo fino al 26 novembre per esprimere il parere e la prossima settimana sono in calendario le audizioni. All’esito delle eventuali modifiche, il provvedimento passerà poi al consiglio dei ministri per l’approvazione definitiva. Se l’iter dovesse essere spedito come si è augurato il presidente della commissione Giustizia della Camera Ciro Maschio (che è relatore, come al Senato lo è la presidente Giulia Bongiorno), l’approvazione dovrebbe arrivare entro il prossimo mese di novembre e dunque le nuove regole entreranno in vigore senza bisogno di proroghe per le istituzioni forensi, che andranno a rinnovo con le nuove regole. Quanto ai contenuti, vengono ampliate le attività riservate agli avvocati con la negoziazione assistita, la mediazione e la consulenza legale stragiudiziale. Sul fronte organizzativo, vengono disciplinate le associazioni professionali e le società tra avvocati (con limiti stringenti per i soci di capitale); sono contenuti interventi sull’accesso alla professione e dunque sull’esame di Stato. Ci sono anche modifiche sulla governance degli ordini e una revisione del sistema disciplinare. Progetto Respiro, sostegno agli orfani con mamme vittime di femminicidio di Francesco Gravetti Il Mattino, 31 ottobre 2026 L’indagine, condotta su 124 orfani di 78 famiglie seguiti in Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Sardegna e Sicilia, dice che più della metà aveva meno di nove anni al momento del delitto, quasi uno su tre non ne aveva compiuti sei. Nell’87,7% dei casi l’autore è un genitore. Oltre la metà dei bambini era in casa, uno su quattro ha visto uccidere la madre. E per l’83,1% la pena era cominciata prima, tra violenza assistita, maltrattamenti e trascuratezza già documentati. Dopo, quasi otto orfani su dieci vengono accolti da parenti, due su tre dal ramo materno. Le falle sono altrove. Benché i servizi si attivino in fretta nel 78,5% dei casi, 53 orfani su 110 non avevano ricevuto interventi clinici prima di entrare nel progetto; il 45,5% non ha ottenuto i benefici del decreto 71 del 2020 e il 62,8% l’indennizzo della legge 122 del 2016, tra domande in attesa, requisiti giudicati incompatibili e informazioni mai arrivate. Una legge e i suoi decreti, ha detto Fedele Salvatore, direttore del progetto realizzato dalla cooperativa Irene ‘95 di Marigliano, nata nel 1994 dalla Caritas, e selezionato da Con i Bambini, “non bastano se manca l’apporto competente e relazionalmente empatico delle persone”. In cinque anni il progetto ha impiegato oltre cento operatori e nove équipe multidisciplinari, con psicoterapia per orfani e caregiver, sostegno a famiglie affidatarie e scuole, doti educative e assistenza legale. Tra le testimonianze, quella di Biagio Giannini. Aveva cinque anni e dormiva quando, nel luglio del 2012, il padre uccise sua madre, Alessandra Sorrentino, 26 anni, nella loro casa di Palma Campania. Oggi ne ha venti, ha finito la scuola e lavora. È cresciuto senza le due figure che contano di più, con RESPIRO accanto per il sostegno psicologico ed economico, e adesso vuole creare un marchio di abbigliamento: “Lo devo a me e a mia mamma”. È intervenuta anche Maria Giovanna Russo, madre di Annalisa Rizzo, la bancaria uccisa dal marito ad Agropoli nel gennaio del 2024 mentre in casa c’era la figlia tredicenne. In un video proiettato ieri anche altre storie, come quella della figlia di Giovanna Bonsignore, uccisa a Villabate, in Sicilia, nel 2022. La ragazza ha ricordato le ultime ore della madre, il tumulto che scoppiò nel suo cuore quando apprese la notizia. Al convegno, denominato “Orfani di femminicidio: lo Stato che c’è”, sono intervenuti tra gli altri Martina Semenzato, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, il commissario per le vittime dei reati intenzionali violenti Giuseppe Castaldo, il Garante regionale per l’infanzia Giovanni Galano, l’assessora comunale Chiara Marciani e Gemma Tuccillo per la Regione, in sala anche l’assessore Andrea Morniroli, che ha parlato al termine delle relazioni. Giuseppe Delmonte, presidente dell’associazione Olga, orfano lui stesso dal 1997, ha avvertito: “Non possiamo lasciare sole queste famiglie”. Con “A braccia aperte”, ha ricordato Simona Rotondi di Con i Bambini, quattro reti finanziate con 20 milioni di euro in due edizioni seguono oggi circa 300 orfani. “Ma la violenza non si ferma e serve una risposta stabile”. Nella prossima edizione Respiro coordinerà il metodo di tutte, per costruire un modello nazionale di intervento. Paola (Cs). Detenuto trovato morto, l’ipotesi è che si sia trattato di un gesto volontario di Francesca Lagatta lacnews24.it, 31 ottobre 2026 La vittima è un detenuto di circa sessant’anni, originario di Praia a Mare. Nonostante i soccorsi immediati e i numerosi tentativi di rianimazione, per l’uomo non c’è stato nulla da fare. Ennesimo suicidio in carcere in Italia. Almeno, è questa l’ipotesi relativa al grave fatto di cronaca verificatosi ieri, intorno all’ora di pranzo, tra le mura della Casa circondariale di Paola, attualmente diretto da Giuseppe Carrà. A perdere la vita è stato un detenuto italiano di circa 60 anni. Secondo le prime informazioni, l’uomo sarebbe morto all’interno della struttura penitenziaria. Immediato l’intervento dei soccorsi, che si sono attivati tempestivamente, ma ogni tentativo di salvargli la vita si è rivelato purtroppo inutile. I soccorsi - Gli agenti della Polizia penitenziaria sono piombati immediatamente in cella, dopo aver intuito che all’uomo fosse accaduto qualcosa, e hanno immediatamente chiesto aiuto. I soccorsi sono arrivati in modo tempestivo, ma il cuore dell’uomo ha cessato di battere, senza più dare segni di ripresa. Ai sanitari presenti sul posto non è rimasto altro che constatarne il decesso. L’ipotesi - La pista al momento presa in considerazione dagli inquirenti che puntano a fare luce sulla vicenda è quella del suicidio. Restano da chiarire le circostanze dell’accaduto e le motivazioni che avrebbero spinto l’uomo al gesto estremo. Trapani. Rivolta in carcere, la rivendicazione su Tiktok: “Manca l’acqua e siamo sovraffollati” di Rino Giacalone La Sicilia, 31 ottobre 2026 Momenti di forte tensione ieri all’interno del carcere “Pietro Cerulli” per una rivolta organizzata dai detenuti. La situazione è degenerata nel primo pomeriggio, con alcuni reclusi che sono riusciti ad uscire dal reparto di detenzione, qualcuno anche a scavalcare mura di cinta interne alla struttura. È stata una protesta parecchio violenta durante la quale sono state danneggiate alcune celle del reparto “Mediterraneo”. Le ragioni della rivolta sono finite sul social Tiktok, qualche detenuto è riuscito con un cellulare a fare un video e pubblicarlo. Una parte del muro di cinta interno sarebbe stata anche sfondata, e i detenuti, come si vede nel video, si sono radunati nella zona destinata ai passeggi. La rivolta che è stata placata solo nel tardo pomeriggio, ha visto un massiccio impegno degli agenti della polizia penitenziaria, con rinforzi giunti anche da altre sedi e l’intervento del gruppo di intervento operativo, mentre all’esterno è stato dispiegato un servizio di presidio e controllo da parte delle forze dell’ordine. Dispositivi di sicurezza dentro e fuori dal carcere che hanno funzionato. Quello che è accaduto ieri ha visto i sindacati di polizia penitenziaria rilanciare le carenze strutturali e organizzative del carcere. Il Sappe, con i segretari generale e provinciale, Donato Capece e Gaspare D’Aguanno, hanno evidenziato che è suonato l’ennesimo campanello d’allarme rispetto al quale l’auspicio è quello che finalmente si possano affrontare “ripristino della sicurezza e la tutela del personale”. “Quando un gruppo di detenuti riesce a provocare danneggiamenti e ad aprire i cancelli di accesso ai corti - hanno sottolineato dal Sappe siamo davanti a una situazione che non può essere sottovalutata. La Polizia Penitenziaria sta fronteggiando l’emergenza con grande senso di responsabilità, ma non si può continuare a chiedere agli agenti di supplire con il sacrificio personale alle carenze organizzative e alle criticità del sistema”. “Da tempo - ha dichiarato Veneziano della Uil - chiediamo il ripristino della salubrità di questo reparto, vetusto e invivibile”. Ma i sindacati sono tornati a ricordare che oggi ad occuparsi di 570 detenuti sono nell’arco delle 24 ore solo 70 agenti dei 220 previsti dall’organico. Monza. Voci dal carcere: il podcast dei detenuti che racconta le loro vite di Rosella Redaelli Corriere della Sera, 31 ottobre 2026 Responsabile dei montaggi è Michele, un giovane ergastolano. Il podcast “Un universo oltre i confini” realizzato con la cooperativa Universo di Cisco per andare oltre il pregiudizio è una iniziativa dell’associazione “Zero Confini Ets” fondata da Antonetta Carrabs 10 anni fa all’interno della Casa Circondariale di Monza. L’appuntamento è ogni lunedì pomeriggio all’interno della biblioteca della Casa Circondariale di Monza. Michele, Alessandro, Luca, Giuseppe, Sami, Sergio, Gian Luca prendono posto davanti ai computer. Sono parte della redazione voluta nel 2016 da Antonetta Carrabs, giornalista, poetessa, presidente dell’associazione Zero Confini Ets. “Siamo nati come associazione nel 2006 - spiega Carrabs - abbiamo portato la poesia negli ospedali, nelle case di riposo, nei luoghi dove ci sono fragilità. Da dieci anni siamo nel carcere, diamo voce a chi non ha voce attraverso il magazine Oltre i confini, in cui ognuno è libero di raccontarsi”. Da poco al magazine semestrale si è affiancato anche il podcast “Un universo oltre i confini”, niente immagini, solo audio e quelle voci che arrivano da oltre quel muro di via Sanquirico. Una ventina di minuti a puntata, da ascoltare su Spotify. Il responsabile del podcast è Michele, il più giovane: se la cava bene con le nuove tecnologie, registra, si occupa dei montaggi. Tra quelle mura passerà il resto della sua vita: ha un ergastolo da scontare per aver ucciso un coetaneo. Per soldi. È lui a parlare di libertà: “Quando sono arrivato qui dentro pensavo di aver perso tutto, poi ho capito che non avevo mai avuto nulla e che non ero libero nemmeno fuori. Sono sempre stato schiavo di qualcosa. Dei soldi soprattutto”. Alla sua voce si aggiunge quella degli altri: “Ho perso gli ultimi anni di vita di mio padre - dice Alessandro - e la fiducia dei miei due figli. Li ho delusi e persi per sempre”. Tra loro c’è chi ha lavorato per 30 anni in modo onesto, ma in carcere è finito a causa della ludopatia: “In un attimo - dice - ho perso non solo la libertà, ma 30 anni di lavoro, la stima, la socialità. Vorrei che gli altri non mi giudicassero come uno scarto”. Parole e pensieri che arrivano dritti al cuore. Poi i loro desideri che prendono forma. C’è chi si vede sulla spiaggia con i nipotini, chi davanti ad una pizza fumante insieme alla mamma: “È da vent’anni che non mangiamo insieme”, chi invece vorrebbe solo trascorrere del tempo in famiglia e chi recarsi sulla tomba del figlio “per stare con lui”. “Abbiamo voluto questo podcast insieme alla cooperativa Universo di Cisco - prosegue Carrabs - per andare oltre le mura, oltre il reato, oltre il pregiudizio. Perché oltre ogni confine c’è una persona, e dentro ogni persona c’è un universo”. Piacenza. L’ascolto che cura premio nazionale per la nostra sanità di Nicoletta Marenghi Libertà, 31 ottobre 2026 Il progetto coinvolge 14 detenuti delle Novate che daranno vita a una redazione digitale. Previsto anche un podcast con Libertà. Detenuti che si raccontano, riconoscono i propri errori e immaginano un futuro diverso, trasformando la propria esperienza in una testimonianza capace di aiutare gli altri a non commettere gli stessi sbagli. È questo il cuore del laboratorio “Raccontami che ti ascolto” dell’Azienda Usl di Piacenza che ha ottenuto un riconoscimento nazionale nell’ambito del premio Contronarrazione, promosso da Federsanità, durante la quarta edizione degli stati generali della comunicazione per la salute, il cui tema era “Ogni voce conta”. Il laboratorio coinvolge 14 detenuti con storie di dipendenza che daranno vita a una redazione digitale, nella quale ciascuno potrà sperimentare ruoli diversi: autore, intervistatore, speaker, fotografo, operatore video, grafico. I loro lavori confluiranno in un sito web che resterà accessibile anche dopo la conclusione del progetto, come strumento di sensibilizzazione e prevenzione delle dipendenze. Le testimonianze dei detenuti verranno raccolte anche in un podcast. Busto Arsizio. Il tessile entra in carcere: progetto ReWave, la filiera circolare e inclusiva di Lorenzo Crespi Il Giorno, 31 ottobre 2026 Nella casa circondariale di Busto Arsizio si sta sviluppando il progetto pilota. Dagli scarti si passa al riciclo dei tessuti: i detenuti partecipano alle varie operazioni. Una filiera tessile circolare e inclusiva: è l’obiettivo del progetto ReWeave, nato nell’ambito del protocollo territoriale siglato da Camera di Commercio di Varese, Casa Circondariale di Busto Arsizio, Confindustria Varese, Confartigianato Varese e Centrocot, il Centro Tessile Cotoniero e Abbigliamento. Il modello è stato presentato al Salone della Csr che si è tenuto all’Università Bocconi di Milano. Il progetto è partito il 14 febbraio scorso e si concluderà nel 2028, dopo 24 mesi di attività articolate in sette azioni di ricerca e sviluppo. Il percorso segue quattro passaggi: conoscere i flussi, con la mappatura degli scarti e delle loro composizioni; separare, con sorting, disassemblaggio e igienizzazione; riciclare, attraverso processi meccanici per le fibre tecniche e un trattamento enzimatico sperimentale che rimuove la componente cellulosica dalle mischie complesse per recuperare le preziose fibre aramidiche; infine validare, con prove di laboratorio e prototipi realizzati dalle imprese utilizzatrici. Il caso pilota parte da 300 divise penitenziarie estive e invernali raccolte presso la Casa circondariale di Busto, registrate per lotto e seguite lungo tutte le lavorazioni. Gli obiettivi sono dichiarati e verificabili: almeno il 95% dei lotti tracciati, oltre il 60% di fibre aramidiche riutilizzabili, oltre il 90% di rimozione della componente cellulosica, una resa superiore all’80% sulle altre fibre e più di due tipologie di prodotto finito. La dimensione sociale è parte integrante della filiera. Le persone detenute partecipano a passaggi reali del processo: imparano a riconoscere materiali e componenti, preparano i lotti rimuovendo accessori e disassemblando i capi, operano secondo procedure di sicurezza e igienizzazione, contribuiscono alla tracciabilità e alla verifica della qualità. Il percorso, che va dalla selezione alla formazione, dall’esperienza operativa al contatto con le imprese, coinvolge almeno 10 persone con l’obiettivo di almeno il 75% di esiti positivi ai test di apprendimento. Recuperare materiali e recuperare autonomia, dignità e capacità professionale diventano così due facce dello stesso progetto. “ReWeave è il primo passo: il nostro obiettivo è che diventi un modello stabile, aperto a tutte le imprese che vorranno farne parte”, sottolinea il presidente della Camera di Commercio di Varese Mauro Vitiello. Brindisi. “Il Carcere degli innocenti 2026”, evento di presentazione delle attività svolte brundisium.ne, 31 ottobre 2026 Si è svolto nei giorni scorsi l’evento finale del progetto “Il Carcere degli innocenti 2026”. Denominato quest’anno “Il miracolo sei tu: alla scoperta del Talento” (15esima edizione) è organizzato e promosso dalla delegazione di Brindisi del CSV Brindisi Lecce “Volontariato nel Salento” presso la Casa Circondariale del capoluogo adriatico nei mesi estivi. Sono intervenuti Valentina Meo Evoli (direttore Casa Circondariale Brindisi), Raffaella Argentieri (Csv Brindisi Lecce), Isabella Lettori (Consigliera Regione Puglia), Pietro Rossi (Garante Regionale dei detenuti), Valentina Farina (Garante Provinciale dei detenuti), Danila Baldacci e Marzia Spagnuolo (referenti del progetto per il CSV Brindisi Lecce). Significative le testimonianze di alcuni volontari coinvolti nell’iniziativa: Gabriele Recchia e Marilù Lariccia (Eterea l’Albero della Vita) e Maria Pedio (Sinp, Sociologia in Progress) e di una piccola rappresentanza di detenuti e familiari presenti per l’occasione. Il progetto si propone di accogliere i bambini che accedono nell’istituto penitenziario per incontrare il papà, aiutandoli a vivere al meglio questo momento così importante in una condizione di quasi normalità. Per l’edizione 2026 attraverso la rivisitazione del film “Encanto” della Walt Disney i bambini hanno scoperto il proprio talento, partecipando ai laboratori creativi con materiale di riciclo (plastica, carta, tappi, etc.). Nel corso dell’evento finale sono stati mostrati le piccole opere realizzate durante i laboratori creativi, evidenziando l’importanza educativa ed emozionale che il progetto ha avuto non solo nei piccoli, ma anche a livello familiare. Le Associazioni che hanno aderito al progetto sono state Azioni Solidali Odv, Brindisi Tabernacle, Demetra per la vita, Eterea - L’albero della vita, SinP Sociologia in progress, oltre a semplici cittadini e volontari, per un totale di circa 30 persone impegnate. Torino. “eVisioni” il cinema dietro le sbarre: storie, immagini, voci di Pietro Càccavo La Voce e il Tempo, 31 ottobre 2026 Al Campus Luigi Einaudi (lungo Dora Siena 100) proseguono gli appuntamenti di “eVisioni 2026”, la rassegna di cinema civile, indipendente e spettacoli teatrali sul mondo carcerario, curata da Claudio Sarzotti, docente di Filosofia nel Dipartimento di Giurisprudenza dell’Ateneo torinese e direttore della rivista Antigone sui temi della detenzione. “Mala tempora currunt, dicevano agli antichi latini. Il rapporto di Antigone sul carcere nell’Italia del 2026, calcolando i posti effettivamente disponibili negli istituti penitenziari, stima il sovraffollamento reale al 139 per cento della capienza regolamentare scrive Sarzotti, nella nota introduttiva del programma della rassegna. Suicidi di reclusi e aggressioni alla polizia penitenziaria accadono con costante e allarmante regolarità. Nessun segnale dalla politica che non sia l’ennesima invocazione della “certezza della pena”. Che speranza resta per un luogo costruito per limitare lo spazio, il tempo, la vita delle persone e che si trova in queste condizioni?”. È con questa necessaria premessa che la rassegna, ancora una volta, presenta il cinema civile ed indipendente, nonché il teatro sociale, nato quando si frequentano gli spazi carcerari. In tale prospettiva, ancora una volta, “eVisioni” sta portando al Campus Einaudi (e in contemporanea per i ristretti della Casa circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino) storie, immagini e voci che provengono da luoghi diversi, ma testimoniano come il desiderio di vivere sia più forte di ogni disperazione. Un’”evasione” che con il pensiero, grazie alla “visione” di un film può far riflettere sulla necessità che il sistema carcerario per rispettare la dignità della persona che non perde con la libertà dopo la carcerazione, torni ad essere coerente con il dettato costituzionale che all’articolo 27 recita tra l’altro che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Sono tre gli ultimi appuntamenti del programma che si conclude il 19 novembre. Il primo giovedì 5 novembre alle 17, nella Aula magna del Campus, proiezione del film “Elisa” di Leonardo Di Costanzo: storia di Elisa, 35 anni, che è in carcere da dieci anni, condannata per avere, senza motivi apparenti, ucciso la sorella maggiore e averne bruciato il cadavere. Sostiene di ricordare poco o niente del delitto, come se avesse alzato un velo di silenzio tra sé e il passato. Ma quando decide di incontrare il criminologo Alaoui e partecipare alle sue ricerche, Elisa intravede, forse, il primo passo di una possibile redenzione. Il film, presentato alla Mostra di Venezia 2025, è liberamente tratto dal saggio “Io volevo ucciderla” dei criminologi Adolfo Ceretti (presente alla proiezione) e Lorenzo Natali. Giovedì 12 alle 17.30, al Teatro Q77 (corso Brescia 77) va in scena lo spettacolo teatrale “Agenti” (nella foto) di Mimmo Sorrentino (presente in sala): con la finzione dell’Iliade, tra achei e troiani, nove agenti penitenziari portano in scena la loro Iliade, una guerra nascosta e invisibile alla società civile, con 90 suicidi tra i detenuti e 9 tra gli agenti di polizia penitenziaria nel solo 2024. Ma nel numero andrebbero aggiunti anche i vari tentativi di suicidi sventati. In guerra si muore e delle volte ci si salva. I nove agenti di polizia penitenziaria, impegnati nello spettacolo, raccontano l’umanità necessaria perché il conflitto non si trasformi in carneficina e resti nell’alfabeto dell’epica, inventata per rendere umano ciò che si fa fatica a chiamare tale. Ultimo appuntamento della rassegna “Le farfalle della Giudecca” di Rosa Lina Galantino e Luigi Giuliano Ceccarelli (il 19 novembre alle 17, Campus Einaudi): la regista Galantino accompagna la proiezione di questo documentario, realizzato nella Casa di reclusione femminile di Venezia, che è la narrazione, emozionante e fedele alla realtà, di come l’esperienza detentiva, quando gestita virtuosamente, possa offrire opportunità di riscatto attraverso percorsi di espressione creativa, istruzione e formazione professionale. Torino. “Prigioni visibili e invisibili”, convegno a Palazzo Barolo di Marina Lomunno La Voce e il Tempo, 31 ottobre 2026 “Dietro le sbarre prigioni visibili e invisibili” è il titolo suggestivo del convegno che si è tenuto lunedì 26 ottobre a Palazzo Barolo, nell’ambito del “Festival dell’accoglienza”, promosso dal Forum del Terzo settore del Piemonte in collaborazione con l’Opera Barolo. Tante le suggestioni che si sono incrociate in un pomeriggio dedicato alla riflessione sulle difficili condizioni delle carceri della Penisola afflitte - come ha ricordato introducendo i lavori Arturo Soprano, presidente dell’Opera Barolo e presidente emerito della Corte d’Appello di Torino richiamando il recente rapporto sulle carceri italiane della Associazione Antigone - da sovraffollamento, tasso di recidiva che sfiora il 70%. E poi suicidi dietro le sbarre di detenuti ma anche degli agenti penitenziari elemento quest’ultimo che con un numero di casi superiore di 4 volte quello dei suicidi nella popolazione libera, è la spia di un malessere, che se contagia anche i dipendenti dei penitenziari, significa che ha superato il livello di guardia. Per non parlare - come ha evidenziato Arturo Soprano - della giustizia minorile che, in seguito all’applicazione del decreto Caivano, registra un incremento del numero dei minori ristretti sebbene la carcerazione per i più giovani debba essere l’extrema ratio. E allora rievocando una celebre frase attribuita a Voltaire, che “il grado di civiltà di un Paese si misura osservando le condizioni delle sue carceri” c’è da chiedersi ha proseguito Soprano “quanto oggi possa essere considerato civile un Paese che prediliga una politica carcerocentrica e panpenalistica e che possa trovare adeguata soluzione, semplicemente, con la creazione di nuovi edifici carcerari e con la trasformazione di caserme in luoghi di detenzione, senza ulteriori misure”. Poi sono seguiti gli interventi a cura di Gabriele Moroni portavoce del Forum del Terzo Settore che ha ricordato la seconda edizione del premio letterario intitolato al salesiano don Domenico Ricca (don Meco), per 40 anni cappellano dell’Istituto penale minorile torinese che ha dedicato la sua vita alla prevenzione del disagio giovanile anche dietro le sbarre. Ancora, il suo successore, il confratello don Silvano Oni che ha descritto la realtà attuale del Ferrante Aporti evidenziando anche gli aspetti positivi del carcere minorile torinese a differenze della desolazione delle carceri degli adulti: agenti che conoscono per nome tutti i ragazzi ristretti, un buon numero di educatori e associazioni del terzo settore e volontari che si dedicano all’ascolto e a fornire opportunità formative utili per il dopo pena. Anche Lucia Bianco, vicepresidente del Gruppo Abele ha sottolineato quanto sia importante che il tempo del carcere non sia “vuoto” ma occasione per ripensare alla propria vita con il supporto di occasioni di studio, tirocini lavorativi e una volta fuori lavorare in rete per accogliere soprattutto chi “fuori non ha famiglia”. Maria Teresa Martinengo, segretaria dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte, si è soffermata sulla responsabilità dei media sulla “narrazione del carcere” che spesso si ferma alla cronaca “nera” perché “fa più notizia” e molto meno all’approfondimento delle “prigioni invisibili”, cioè sui mali che affliggono la situazione carceraria della Penisola ma anche sui motivi che spingono molti giovani “nati nella culla sbagliata”, come era solito dire don Ricca a delinquere o a finire preda dell’illegalità. Come uscirne? Giovanni Papotti, avvocato dell’Asgi (Associazione di studi giuridici sull’immigrazione) e Rita Oddo, avvocato, consigliera dell’Opera Barolo con delega al Carcere e Giustizia sociale, hanno richiamato l’attenzione soprattutto della politica - come nella tradizione dei santi sociali torinesi - alla persona e al dettato costituzionale, perché si metta al centro la necessità che il periodo della detenzione sia un tempo dedicato alla rieducazione. Le due facce della contestazione di Alessandro De Angelis La Stampa, 31 ottobre 2026 C’è chi manifesta perché sono saltati il patto generazionale e il patto sociale. E c’è chi sporca la protesta legittima con la guerriglia. Anche oggi piazze piene, ben oltre la capacità di mobilitazione delle sigle - i sindacati di base - che l’hanno promossa, neanche fossero la Cgil dei tempi d’oro. È il segno di quanto profondo sia lo scontento in questo autunno con casse vuote, inflazione galoppante che divora i salari e shock energetico che diventa crisi industriale. Piazze piene di giovani, la vera novità di questa fase non solo italiana ma europea, alcune più allegre e colorate, altre più rabbiose, un melting pot senza una vera piattaforma, se non un bisogno di futuro di cui qualcuno dovrebbe farsi carico. Segno che un patto generazionale si sta sgretolando. Piazze piene anche di lavoratori, agricoltori, categorie piegate dalla crisi. Segno che un patto sociale sta saltando. Piazze in larga parte tranquille, almeno fino al calar della sera, grazie anche a un’intelligente gestione delle forze dell’ordine, a conferma che non servono decreti, nuovi reati, grida spagnolesche ma presenza e sapienza, prevenzione e gestione elastica. Consentire un blocco pacifico di una tangenziale, come accaduto, è più utile che negarlo, insomma alcuni sfoghi sono un argine contro possibili radicalizzazioni. Si tratta di immagini, sentimenti, volti che interrogano la politica tutta, percepita da chi manifesta come un “altrove”, il luogo separato della compatibilità rispetto al bisogno. Interrogano chi governa, perché prima ancora delle strumentalizzazioni, dei cattivi maestri e di chi soffia sul fuoco, c’è la brace del disagio con cui misurarsi. Anche il governo è - o quantomeno dovrebbe essere - un elastico, di cui fa parte l’accettazione delle critiche e l’ascolto. Problemi anche per l’opposizione - E interrogano l’opposizione, che ieri ha annunciato le primarie a febbraio, per scegliere il leader, manifestazione icastica di una politica autoreferenziale, in linguaggi, grammatica e pensieri. Si illude chi pensa che, automaticamente, quel disagio diventi consenso per l’alternativa. Un rito per iniziati non incrocia sentimenti e risentimenti profondi. Ma, anche ieri, i disordini: l’altro volto, incappucciato o meno, della protesta, inaccettabile perché della democrazia rappresenta la negazione e del dissenso civile un danno. Ne guasta le legittime ragioni, portando la discussione su un altro terreno. La bella immagine della ballerina, sulle note di Bella ciao, davanti al ministero dell’Istruzione viene sporcata dagli episodi di guerriglia a Roma e dai cartelli con Giorgia Meloni a testa in giù. E così a Bologna le Fiamme gialle si tolgono i caschi e abbassano gli scudi davanti ai manifestanti che salutano con un “buon lavoro” - e lo stesso accade a Torino - è un’istantanea altrettanto bella sporcata poi dai soliti professionisti dell’eversione. Hanno un nome e un cognome, quel centro sociale Askatasuna che da trent’anni è protagonista di teppismo, attacchi alle forze dell’ordine, sedi istituzionali e aziende private. Rappresenta una ferita al cuore della città e della democrazia. E senza scomodare il Pasolini di valle Giulia su chi siano i veri proletari, forse andrebbe aperto un dibattito sull’indulgenza politica a Torino anche di una parte della sinistra e della borghesia progressista più incline a prendersela con le forze dell’ordine che col mondo antagonista. Davanti alle due facce della protesta, si suggerisce, calorosamente, di non fare di tutt’erba un fascio, cedendo alla propaganda a favor di curva. Agli uni di non prendere una parte per il tutto, secondo uno spartito antico: criminalizzo il dissenso, per suscitare un riflesso d’ordine. Agli altri di non prendere il tutto per minimizzare una parte, perché non c’è disagio che giustifichi la violenza. Né si giustifica che parlamentari stiano tra chi lancia bottiglie contro la polizia. Chi rovina una bella giornata di democrazia non è un compagno che sbaglia, è un nemico della Repubblica. Punto. “Siamo tutti maranza”. Milano ritorna in strada di Roberto Maggioni Il Manifesto, 31 ottobre 2026 A metà pomeriggio dal furgoncino dell’Usb urlano un liberatorio “siamo in 100 mila”. Così si conclude una lunga giornata in cammino iniziata attorno alle 10 de mattino dal piazzale della Stazione Centrale di Milano per i lavoratori del sindacato di base e di fronte al Politecnico per gli studenti dal piazzale. C’è un popolo che è sceso in piazza anche a Milano contro Giorgia Meloni, un popolo che fa fatica ad arrivare alla fine del mese nella città degli iper ricchi, o che studia in scuole fatiscenti. Arrivato dagli istituti di Milano, ma anche da quelli dell’hinterland. Con una presenza dei professionali e dei tecnici che segna una differenza sostanziale rispetto alle mobilitazioni degli anni scorsi dominate dai licei. Un popolo arrivato anche dai magazzini della logistica che costellano la cintura esterna di Milano, così come dalle aule universitarie o dagli uffici del pubblico impiego. Un popolo fatto di giovani, ma anche dei loro genitori. In tanti ieri - genitori e figli - hanno camminato insieme. Un popolo fatto anche da un gruppetto di studentesse di 16 anni che sorreggevano uno striscione con scritto sopra “la generazione contro l’inflazione”. Ma che ne sa dell’inflazione un sedicenne? Non dovrebbe essere roba da vecchi? In queste mobilitazioni invece le questioni materiali - casa, lavoro, reddito - sono esplose proprio tra i più giovani. Il corteo milanese è stato sì contro il carovita e le spese militari, ma anche una forte riA metà pomeriggio dal furgoncino dell’Usb urlano un liberatorio “siamo in 100 mila” sposta alla repressione del governo Meloni. L’ennesimo schiaffo dei giovani alla paura, dopo quello del 24 ottobre quando il governo aveva mandato a Milano 500 militari della Folgore militarizzando la città e i giovani avevano risposto in 15 mila muovendosi per le vie del centro autorganizzandosi al momento. Dentro il popolo sceso per strada ieri c’è sicuramente anche chi ha votato No al referendum sulla giustizia e chi è sceso in piazza un anno fa contro il genocidio a Gaza. In corteo tante le bandiere palestinesi, presente anche lo spezzone dei Giovani palestinesi italiani. Anche un anno fa, il 22 settembre, a fare da collante tra giovani e meno giovani era stato uno sciopero generale del sindacato di base Usb. Studenti e lavoratori, la somma la si è vista in piazzale Loreto quando i due cortei si sono incontrati per fondersi in uno solo e raggiungere la tangenziale est. Sulla carreggiata verso sud della tangenziale i manifestanti hanno sfilato per tre ore e mezza, in clima così disteso che a un certo punto un trapper (BighiBrown) ha girato un video sulla tangeziale occupata tra fumogeni, manifestanti e lo sguardo a distanza della Digos. “Stop carovita, no alla guerra, no al riarmo”, lo striscione d’apertura del sindacato di base. Su quello dello spezzone studentesco c’era scritto “Riprendiamoci il futuro”. E dietro, su un cartello tenuto in mano da una ragazza, c’era scritto “sono il futuro, ma senza un futuro”. Una citazione da un brano del rapper Massimo Pericolo, che evidentemente ben descrive lo stato d’animo di questa generazione Z, che a Milano è stata anche Generazione Maranza, come scritto su due striscioni nello spezzone del centro sociale Cantiere. La parola maranza risuonava anche in uno spezzone con i giovani del quartiere popolare Giambellino, arrivati in manifestazione insieme agli educatori di zona, che cantavano “siamo tutti quanti maranza”. Una delle parole più abusate in questi anni, usata per marginalizzare le seconde generazioni, ripresa ora dai ragazzi con ironia per toglierla di bocca alla destra e togliersi di dosso quello stigma. Anche alcune bandiere tricolore italiane lungo il corteo hanno fatto quell’effetto: togliere feticci alla destra, togliere potere a certi simboli. Che forse è la cosa che fa più paura a chi sta al Governo: avere a che fare con una generazione imprevedibile e incontrollabile. Se la protesta gentile degli studenti dà una lezione agli adulti di Antonio Sofia* Il Domani, 31 ottobre 2026 Un padre scende in piazza con la figlia quindicenne. E scopre una generazione che, prima ancora di chiedere risposte alle istituzioni, vuole ritrovarsi, unirsi e farsi ascoltare. Mia figlia, quindicenne al secondo anno del Liceo classico di Pistoia, ha deciso di partecipare alla protesta degli studenti. Pistoia è un piccolo capoluogo toscano a 40 km da Firenze, famoso per la tassa dei rifiuti più alta della Regione e per una proverbiale indulgenza alla noia - sia come tendenza all’accidia sia come persistente fastidio. Se a Firenze la mobilitazione ha trovato culmine nella manifestazione pacifica del 24 ottobre in occasione della presenza di Valditara (no, ministro, nessuno ha bruciato un pupazzo con le sue fattezze, in compenso qualcuno a un certo punto ha messo in cassa Liars tale dei Kneecap), a Pistoia gli studenti sono all’alba della loro presa di parola dopo diversi anni di silenzio. Si erano fatti sentire con decisione nel 2021, quando a ridosso del Covid - epoca romantica di scuola diffusa e banchi rotanti - le condizioni di degrado del Liceo Artistico Petrocchi avevano costretto gli studenti a fare lezione nei corridoi. La situazione estrema del liceo artistico aveva stimolato anche le altre scuole a denunciare le pessime strutture in cui la preadolescenza si scopriva prossima cittadinanza nel mortificato spazio pubblico. Se l’anno scorso ci sono state le mobilitazioni per Gaza, quest’anno il filo del pacifismo militante sembra annodarsi al passato della denuncia: “Meno armi, più libri”, dice uno dei cartelli che vedo sfilare. Sì, perché ci sono anch’io per strada il 27 ottobre. Non per un eccesso di ansia paterna, ma perché sono un sindacalista della Flc Cgil e ci sembra giusto essere al fianco degli studenti che si espongono per i loro diritti, anche solo per dare una mano in caso di necessità o esprimere solidarietà con la presenza concreta. La manifestazione riempie la bella e grande piazza Duomo. I ragazzi e le ragazze sono giovanissimi: come mia figlia, la maggior parte sembra ai primi anni delle superiori. Via via che arrivano i mini cortei da ogni istituto cittadino la festa si rinvigorisce. La musica riempie l’aria, gli slogan sono spontanei e credibili; l’obiettivo in apparenza sfocato ha la potenza delle idee semplici. I ragazzi e le ragazze vogliono scuotersi di dosso i luoghi comuni, non sono violenti o superficiali, pretendono di essere ascoltati quando rivendicano quella che dovrebbe essere un’ovvietà: alla scuola ci tengono, perché a scuola ci vivono e vogliono starci bene. Si oppongono alle spese militari del governo Meloni con la gioiosa sfrontatezza di chi ha capito che certi complicati discorsi sono fatti per confondere, per truffare. Nessuno è in piazza per l’incompresa ambizione di essere un saldatore, sogno di un Valditara di mezza estate. Non vogliono la guerra. Vogliono scuole belle. Vogliono essere considerati importanti perché portatori sani di futuro. Ho notato che evitano di discutere su quale idea del mondo hanno; pare che sia per non spaccarsi su categorie riesumate ad hoc dall’occhio vecchio che li guarda: come in un gioco delle tre carte in cui l’unico a vincere è sempre il banco, l’unica soluzione è non giocare. Essere uniti non è una condizione imbastita a parole, è il primo necessario, difficile obiettivo da porsi: far esplodere le bolle, respirare insieme, abitare la piazza analogica, dotarsi di anticorpi contro quella polarizzazione digitale che isola ciascuno in una spaventosa galleria degli specchi. Di ritorno dalla manifestazione mia figlia mi dice: facciamo sciopero fino al 30, perché non ci danno le autogestioni e ci sembra più sensato di occupare le scuole in questo momento con le forze che abbiamo. Ok, ragionevole, ma sono pur sempre un babbo preoccupato che salti le lezioni. Dopo un lunghissimo confronto è chiaro che la sua determinazione non ammette compromessi. Le chiedo se hanno pensato a dare il preavviso alla Questura per le prossime manifestazioni: la risposta è no e capisco che quella notte sarò io a non dormire, perché le leggi sempre più repressive di questo Governo sono avvelenate come le bacchettate sulle mani: possono condizionare con la paura forse, ma di certo instillano odio in chi ne subisce gli effetti. Si tratta di un odio strutturale perché chi esercita quella violenza ha una responsabilità di cura, che sia lo Stato, un giudice o un poliziotto. Si tratta di un odio che dà forma alla sostanza di qualsiasi relazione col mondo adulto e le sue incoerenti, spietate, “legittime” violenze. 28 ottobre, mercoledì: il mercato si prende piazza Duomo, non si può restare. Cerco mia figlia con lo sguardo e non la trovo: i ragazzi e le ragazze si sono dispersi in più direzioni. La chiamo, sono all’artistico, ma altri sono diretti in piazza Mazzini, vanno raggiunti. Un improvvisato corteo sfila agilmente tra i banchi del mercato e non mancano gli applausi dei presenti. Sono sempre più preoccupato, la Questura non avrebbe mai permesso il transito per queste vie, ma non vedo la polizia in giro. Chiamo alcuni compagni del sindacato per darci appuntamento, mentre sono al telefono una volante mi raggiunge alle spalle: è di quelle classiche in grigio azzurro, mi torna in mente che avevo una macchinina della Polizia da bambino, chissà che fine ha fatto. I ragazzi e le ragazze infilano Borgo Stretto, per un attimo penso che forse potrei parlarci, per sentire che aria tira, ma l’auto in quella stradina non entra, prosegue e mi tocca desistere. Per evitare guai penso che si potrebbe provare ad avere una destinazione nei paraggi: sento qualche consigliere comunale della nuova amministrazione di sinistra, forse si potrebbe andare in Sala Maggiore del Comune, magari scrivere un documento. Parlo con il rappresentante di una delle scuole e mi risponde che si può fare, ma che la priorità è ricongiungersi con le altre scuole. In che senso? Sono disorientato, ok, lasciamoli fare. Da dove si va? Piazza Mazzini, si era detto, una delle più trafficate del centro: il corteo, un po’ meno snello, s’inerpica senza timore e senza preavviso. I ragazzi e le ragazze cercano di stare da un lato, per quanto possibile, ma la carreggiata è presa: casse bluetooth segmentano la transizione, alternando Baby Gang, Sfera Ebbasta, Bella Ciao. Sono le automobili ad accostare; mi chiedo se sia una specie di incantesimo, ma nessuno ha da ridire. Il corteo è determinato, ma non usa la forza: per quanto cresciuto, prova con eleganza ad attraversare la strada sulle strisce pedonali. Prosegue oltre la piazza e si accresce, raccogliendo lungo il tragitto i dispersi della prima ora. Quando arriviamo su Viale Adua è un corteo maturo, uno di quelli che potrebbe ardire a prendersi la patente. Io lo guardo terrorizzato dalla P del principiante che ha sul cruscotto (Da quando è lì? Per quanto tempo ci resterà?). Si va all’ITI, si dice. Il viale è un viale di quelli dove si sfreccia, se possibile: la carreggiata non basta più e di nuovo le macchine accostano. Ecco l’ITI, ci si ferma qui? Cori di invito a unirsi e qualche “scemi, scemi” old school a chi è entrato a fare lezione, ma poi si riparte quasi subito. Dove si va adesso? Curva a U. Questo non si può fare, lo so persino io che non guido. Arriva la Polizia Locale. Mi avvicino per capire. E così accade: la Polizia chiede di parlare con chi conduce il corteo. Si va allo Scientifico. Nessun problema, solo stringetevi un po’ di lato. Il corteo completa la sua inversione e si va allo scientifico. La Polizia scorta serenamente. Mi dicono: “Vogliamo solo che i ragazzi stiano bene”. Arrivati allo Scientifico capisco: la priorità è ricongiungersi con le altre scuole, anche quelle che non sono in strada, anche quelle che non hanno ancora deciso di esserci. Degli studenti scendono all’ingresso accompagnati da alcuni professori. Ci sono abbracci gioiosi, qualche sfottò: ogni scuola, quindi, è un ricongiungimento. Mi emoziono. Indubbiamente avremmo tanto da dire, da spiegare, da trasmettere dall’alto della nostra sapienza, in virtù delle nostre fantomatiche esperienze. Eppure, un’intenzione così dritta e limpida lascia senza parole. Non hanno dato preavviso, bloccano il traffico, fanno intervenire col megafono uno studente che per venti minuti ha lasciato la sua classe per poi tornarci: ciò che stanno facendo si sta imponendo grazie a un disegno gentile dai contorni precisi. Negli ultimi mesi avevo sviluppato una certa idiosincrasia per il pur comprensibile richiamo alla complessità evocato per opporsi ad alcune solenni sciocchezze: “Solo l’Occidente conosce la Storia!” Certo che le cose sono più complesse di così. Mi logorava, però, il dubbio che, a furia di rappresentare la complessità, stessimo perdendo di vista qualcosa o forse ogni cosa. Questo corteo del 28 ottobre ha in sé una stupefacente chiarezza: in fondo non è una priorità parlare con le istituzioni, senza dubbio è un obiettivo e verrà il momento anche per quello, scaleremo il Comune, la Provincia, la Regione, il Governo, ci dovranno ascoltare. Ma la prima cosa da fare è esserci tutti e tutte. Torno a casa. A pranzo io e mia moglie cerchiamo di capire quando la nostra quindicenne tornerà a fare lezione. Discutiamo, ci prendiamo qualche accusa di essere ipocriti e incoerenti. Non lo so, non è facile essere genitori, come non è facile essere insegnanti, assessori, ministri, poliziotti. Non puoi essere soltanto un amico, un’amica di un adolescente. Non basta ascoltarli: ci devi parlare e, se ci parli, non puoi compiacerli, non puoi schiacciarli. Ognuno deve fare la propria parte e l’adulto deve porre dei limiti, perché i limiti possono non essere aride imposizioni, bensì costituire ostacoli alla vista per poter immaginare cosa c’è dietro, cosa c’è oltre. I limiti sono siepi. A me sembra di aver ricevuto una bella lezione e mi dispiace di essere andato via senza ringraziare le ragazze e i ragazzi del corteo di Pistoia di questo 28 ottobre 2026. Allora lo faccio ora, lo faccio qui. Chiedere chiarezza sull’operato della polizia non significa schierarsi con chi spacca le vetrine di Samuele Lucia Il Fatto Quotidiano, 31 ottobre 2026 C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un Paese nel quale, ogni volta che un cittadino scende in piazza per contestare il governo, il dibattito pubblico finisce per trasformarsi in una gara a chi invoca più manganelli. Sia chiaro: chi aggredisce un agente, lancia bottiglie, incendia cassonetti o devasta una città non è un manifestante da giustificare. È responsabile delle proprie azioni e deve risponderne. Le forze dell’ordine meritano rispetto, tutela e solidarietà quando vengono aggredite. Ma il rispetto per una divisa non può trasformarsi nella rinuncia a giudicare ciò che avviene sotto quella divisa. Le immagini e le testimonianze raccolte nelle manifestazioni del 24 ottobre, da Torino a Bologna, da Roma a Milano, raccontano anche un’altra storia. A Bologna, in via Marconi, un idrante ha colpito un’ambulanza mentre stava soccorrendo un giovane manifestante che si era sentito male dopo essere stato immobilizzato a terra dagli agenti. Una giovane è stata colpita in pieno volto da un getto d’acqua a distanza ravvicinata, riportando lesioni gravi a un occhio e un’emorragia cranica. Amnesty International ha denunciato criticità che meritano accertamenti indipendenti, segnalando episodi di possibile uso sproporzionato della forza contro persone pacifiche e fermi preventivi estesi (oltre 370 persone, di cui 110 minorenni). Da quando il governo Meloni ha assunto la guida del Paese, la sicurezza è diventata uno dei suoi principali terreni di comunicazione. Più reati, più divieti, più poteri preventivi, più carcere. Il messaggio è semplice: lo Stato è forte quando reprime, il governo è autorevole quando promette tolleranza zero. Ma la sicurezza non si misura dal numero di persone fermate, né dalla quantità di manganellate o idranti distribuiti in una piazza. Il governo non impartisce necessariamente ordini illegittimi agli agenti, e sarebbe scorretto sostenere il contrario senza prove. Ma la politica ha una responsabilità enorme nel clima che contribuisce a creare. Se si racconta la protesta come un problema di ordine pubblico, se si alimenta la contrapposizione tra cittadini e dissenso, se ogni critica viene liquidata come complicità con i violenti, si finisce per restringere pericolosamente lo spazio della democrazia. La domanda non è se lo Stato debba difendersi dalla violenza. Certamente deve farlo. La domanda è se, nel farlo, possa dimenticare di essere sottoposto alle stesse leggi che pretende di far rispettare. Un poliziotto che viene aggredito è una vittima e va tutelato. Un cittadino che viene colpito ingiustamente ha gli stessi diritti e deve poter ottenere giustizia. Non esistono due pesi e due misure, né una Costituzione valida soltanto quando fa comodo a chi governa. Eppure, in questo clima, sembra quasi che chiedere chiarezza sull’operato delle forze dell’ordine equivalga a schierarsi con chi spacca le vetrine. È un falso dilemma e un pericoloso alibi. Si può condannare senza esitazioni la violenza dei manifestanti e pretendere, contemporaneamente, che ogni abuso da parte di chi esercita il potere venga accertato e sanzionato. Anzi, è proprio questo che distingue uno Stato democratico da uno Stato che pretende obbedienza. Servono trasparenza, identificativi sulle divise, verifiche indipendenti, responsabilità individuali e regole chiare sull’uso della forza. Non per indebolire le forze dell’ordine, ma per restituire loro credibilità. La maggioranza degli agenti che svolge correttamente il proprio lavoro non dovrebbe pagare il prezzo di chi eventualmente sbaglia. La democrazia non si difende mettendo a tacere le piazze. Si difende garantendo che possano esistere, anche quando disturbano chi governa. Uno Stato davvero forte non ha paura di essere controllato e non ha bisogno che i cittadini abbiano paura di lui. Stati Uniti. Famiglie spezzate dall’Ice: “Ridateci i nostri cari. Detenuti senza diritti” di Martino Mazzonis Il Domani, 31 ottobre 2026 Davanti al centro di detenzione in New Jersey: i racconti di mogli, amici e parenti. “Quando hanno fermato mio marito l’hanno tenuto ore sotto il sole e senz’acqua”. È una mattina come un’altra a Jersey City e volontari distribuiscono dei pieghevoli in quattro lingue dove si spiega cosa fare se si viene fermati da una pattuglia dell’Ice e quali sono i tuoi diritti. Un numero impressionante di rider in bici si ferma e lo prende. Sono persone di origine mediorientale e africana, se fossimo a New York City, che in linea d’aria è a un chilometro di distanza, sarebbero latinoamericani. “Sono tutti molto preoccupati”, spiega Lucy, una studentessa che con Rachel sta distribuendo i volantini a un banchetto dove si offre anche caffè e biscotti. Le due ragazze sono parte di uno dei tanti gruppi che organizza la resistenza alle ronde della polizia mascherata di Trump. Ce ne sono in tutto il New Jersey - e in tutto il paese. Quando chiediamo di spiegarci come lavorano le ronde si parlano un po’ all’orecchio e decidono di non raccontarlo. Non hanno torto, un’inchiesta del mensile Wired ha rivelato come i legali di residenti del Minnesota accusati di cospirazione abbiano ottenuto le prove di un’operazione di spionaggio su larga scala condotta dell’Ice ai danni dei loro assistiti, persone che organizzano queste ronde e che in genere sono gruppi e movimenti di sinistra. In Texas tra i latinos pentiti del trumpismo. Qui l’American dream si chiama Talarico Arresti & alerts Le storie incredibili di cittadini statunitensi fermati o chiusi in centri di detenzione o di persone entrate legalmente negli Usa cui è stata revocata la protezione umanitaria e sono stati deportati nel loro paese di origine o in un paese terzo sono quotidianamente sui media americani. Gli account social delle ronde solidali di quartiere sono pieni di filmati di arresti e di alerts che segnalano dove e quando siano state avvistate pattuglie. Le persone fermate in New Jersey vengono portate alla Delaney Hall, un centro nei pressi dell’aeroporto di Newark, in mezzo al nulla. Su una strada di passaggio, davanti alle reti che proteggono il centro dagli sguardi di chi sta fuori, sta una tenda, un presidio fisso di volontari che distribuisce cibo, beni di prima necessità, vestiti e talvolta soldi alle famiglie di chi sta dentro. Isabel ha il marito lì dentro da mesi e la faccia stanca. Ha lasciato i figli con la nonna per venire qui ed è appena uscita. Chiede a Sandra, una delle volontarie, pannolini e fa un po’ di spesa dagli scatoloni dove si trovano detersivi e altre cose per la casa. “Hanno preso mio marito in cantiere una mattina presto, lavorava lì da quattro mesi, ma sono 16 anni che siamo qui. I nostri figli grandi vanno tutti a scuola, non so davvero come fare”. Tessa non ha parenti dentro ma un suo caro amico ed è qui per informarsi su come trovare un buon avvocato: “Il mio amico ha origini asiatiche, lo hanno preso fuori dall’ufficio dove era stato convocato per fare le pratiche. Sembra che sia possibile ottenere un rilascio su cauzione, ma l’avvocato con cui ha a che fare, a parte prendersi un sacco di soldi, non ha mosso un dito”. Midterm, Trump delira: “Non l’ho iniziata io la guerra contro l’Iran” Sandra racconta che tutte le pratiche burocratiche sono molto complicate, “in tanti potrebbero ottenere un rilascio su cauzione, ma per quello, come per cose più banali come ricaricare il conto con cui le persone possono comprarsi delle cose dentro, la burocrazia è complicata, i moduli tanti e difficili da riempire. La verità è che sembra tutto fatto apposta per punire e far soffrire - e aggiunge - ieri una donna non è riuscita a ricaricare il conto e il marito è rimasto senza batterie per la radiolina. Sono mesi che è lì, la radio lo aiuta. Ora dovrà aspettare una settimana”. Il gruppo di volontari, in rete con chiese, sinagoghe e fondazioni varie, raccoglie anche fondi per le famiglie e per pagare cauzioni e avvocati - e tiene una lista di avvocati di cui ci si può fidare. Il marito di Leah, invece, è dentro da 16 mesi. Leah è americana, bianca e vive a Brooklyn. “Mi hanno detto che ci siamo sposati per finta, per la carta verde, ma stiamo insieme da 12 anni”. La donna, sulla quarantina, ha l’aria sfinita, ha finito i soldi, c’è una rete di amici che la aiuta ma teme di venire sfrattata per morosità. Fa la musicista e chi guadagnava abbastanza era suo marito. “Da qui lo hanno portato in Louisiana, poi in Texas e poi di nuovo qui. Una inutile tortura. Quando lo hanno trasferito in Texas, li hanno tenuti ore sotto il sole senza acqua sulla pista dell’aeroporto di El Paso. Nessuno diceva loro dove sarebbero stati spediti”. Sul sito dell’Ice i dati sono aggiornati allo scorso luglio, un’analisi del Migration Policy Institute segnala che “il 61% delle espulsioni eseguite negli ultimi 18 mesi riguarda persone prive di regolare permesso di soggiorno che risiedevano negli Stati Uniti da almeno due anni; il 15 per cento risiedeva qui da dieci o più anni”. In totale si tratta di 480mila persone. Ricordate la retorica sui criminali? Tra le persone espulse, solo una su cinque aveva carichi pendenti, ma spesso si trattava di reati minori, come un assegno a vuoto. Si badi, i dati parlano delle espulsioni, non delle detenzioni, che possono essere ancora più arbitrarie, si può essere cittadini e passare qualche giorno dentro perché si ha la faccia da messicani e si gira senza una prova della propria cittadinanza. A luglio le persone detenute erano 65mila circa. Midterm, il voto più costoso di tutti i tempi. Ma le aziende iniziano a mollare il tycoon Manodopera migrante Sono numeri spaventosi perché chiunque conosca gli Stati Uniti sa bene che la manodopera immigrata, specie ispanica, è una colonna portante di un numero enorme di settori, dalla ristorazione all’edilizia, dall’agricoltura fino ai lavori più precari legati alle app, che però sono servizi che nelle città vengono usati tantissimo (le consegne di qualsiasi cosa, ma anche Uber e Lyft). Sul treno per New York Leah non smette di parlare, vuole raccontare tutto quel che può. Mi racconta di essere cresciuta in Svezia, di quanto sia complicato e costoso solo andare a trovare il marito, degli amici che la aiutano economicamente, della paura costante che il marito abbia un crollo, di quando ti tengono ad aspettare sotto il sole o sotto la pioggia anche se l’orario di ingresso per le visite è passato. Mentre siamo sul treno il marito la chiama per chiederle come sta. Si rassicurano a vicenda.