Il carcere minorile è tornato ad essere criminalizzante e patogeno aduc.it, 30 ottobre 2026 Uno studio su Lancet. Mentre il governo italiano annuncia l’ampliamento degli istituti penali per minorenni, un commento pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet Child & Adolescent Health rimette in discussione l’efficacia della detenzione in adolescenza, documentando un aumento di disturbi psichiatrici, consumo di psicofarmaci e recidiva tra i giovani reclusi. Il testo ricorda che per decenni l’Italia aveva rappresentato per l’Europa un modello alternativo al carcere nella giustizia minorile. Per oltre trent’anni il sistema italiano è stato infatti un punto di riferimento continentale: il Dpr 448/1988, il codice del processo penale minorile, aveva messo al centro il recupero educativo di ragazzi e ragazze, privilegiando strumenti come la sospensione del processo con messa alla prova, l’irrilevanza del fatto e la detenzione come extrema ratio. Un lavoro pubblicato nel 2025 sulla rivista Epidemiologia & Prevenzione sintetizza con efficacia il cambiamento avvenuto da allora: la detenzione minorile in Italia sarebbe passata da modello di protezione ammirato in Europa a luogo criminalizzante e patogeno. Questa stessa tesi è ora al centro di un commento pubblicato a settembre su The Lancet Child & Adolescent Health, firmato da dieci clinici e ricercatori attivi in cinque Paesi europei, dal titolo “The pathogenic illusion of youth incarceration: a call for abolition medicine in Europe”. Il testo è tornato d’attualità dopo che il ministro della Giustizia Carlo Nordio, in seguito ai disordini delle scorse settimane a Milano e in altre città italiane, ha annunciato l’intenzione di ampliare la capienza degli istituti penali per minorenni (IPM) e di destinare ai minori alcune sezioni delle carceri per adulti. Secondo i dati dell’osservatorio dell’associazione Antigone richiamati nel commento, tra il 2023 e il 2024 la popolazione degli istituti minorili è cresciuta dell’80% in Italia, del 50% in Germania e di quasi il 20% in Francia: un’inversione di rotta che riguarda diversi Paesi europei, non solo il nostro. Nei principali IPM italiani la somministrazione di psicofarmaci come benzodiazepine, antipsicotici e ipnotici è aumentata in media del 41% in dosi definite giornaliere, un dato che per gli autori testimonia il peggioramento delle condizioni di salute mentale dei ragazzi detenuti, più che un reale miglioramento della loro gestione clinica. Gli autori citano esplicitamente il caso dell’IPM Cesare Beccaria di Milano, dove nel 2024 tredici agenti di polizia penitenziaria sono stati arrestati per abusi sistematici nei confronti dei detenuti minorenni. Le indagini su quella vicenda si sono poi progressivamente allargate, coinvolgendo anche dirigenti, medici e infermieri della struttura accusati di aver saputo dei maltrattamenti senza denunciarli. Un capitolo del commento è dedicato ai minori stranieri non accompagnati, categoria esposta in misura sproporzionata alla detenzione anche per la carenza di strutture di accoglienza adeguate. Per questi ragazzi il problema si pone già al momento dell’ingresso nel sistema: l’accertamento dell’età si basa ancora in larga parte su radiografie del polso e parametri biometrici, metodi che secondo gli autori presentano margini di errore ampi e non dovrebbero sostituire una valutazione multidisciplinare di tipo psicosociale. Un errore di stima può determinare l’assegnazione di un minorenne al circuito detentivo per adulti, con la conseguente esclusione dalle tutele previste per i minori. La proposta avanzata dagli autori si richiama al quadro della cosiddetta abolition medicine, una pratica sanitaria fondata sul presupposto che la sicurezza pubblica e la salute dei minori si ottengano rafforzando le infrastrutture sociali e sanitarie sul territorio, non attraverso la reclusione. In concreto, gli autori chiedono di disinvestire dalle strutture detentive minorili e di destinare le risorse pubbliche a servizi territoriali di salute mentale, all’advocacy pediatrica e a programmi non custodiali gestiti da équipe multidisciplinari, fino a chiedere la chiusura degli istituti penali minorili europei. Una posizione che va oltre il principio di ultima istanza condiviso dalle istituzioni europee e che richiama le posizioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’Europa e dell’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali, entrambe contrarie alla detenzione minorile salvo casi del tutto eccezionali. Irene Testa: “Assenze che fanno rumore alla relazione del Garante nazionale dei detenuti” sardegnanotizie24.it, 30 ottobre 2026 “Nessun ministro, sottosegretario o parlamentare presente”. Una platea segnata dalle assenze e interrogativi sul rapporto tra le istituzioni e chi deve vigilare sui diritti delle persone private della libertà. È la denuncia affidata da Irene Testa a un post dopo aver partecipato alla presentazione della relazione al Parlamento del Garante nazionale. Un appuntamento che, secondo Testa, avrebbe meritato ben altra attenzione istituzionale. “Assenze che fanno rumore”, scrive, segnalando che non erano presenti parlamentari, sottosegretari o ministri. Sempre secondo quanto riferisce nel post, non sarebbe arrivato neppure un messaggio del ministro della Giustizia. Assente anche il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. La critica riguarda anche i contenuti e lo spazio riservato alle emergenze del sistema penitenziario. Testa richiama i suicidi in carcere, il 41 bis in Sardegna e la condizione dei minori detenuti, denunciando silenzi su questioni che considera drammatiche e urgenti. Nel suo intervento contesta inoltre una proposta del ministro Carlo Nordio, definita “sciagurata”, senza però precisare nel post a quale iniziativa si riferisca. Alla scarsa partecipazione istituzionale, aggiunge, si sarebbe accompagnata una sostanziale assenza di attenzione da parte della stampa. Da qui le domande sulla comunicazione dell’appuntamento e sulla scelta di organizzarlo di venerdì: una semplice disattenzione oppure una decisione precisa? Il punto centrale della sua riflessione riguarda tuttavia il riconoscimento del Garante nazionale. Testa si domanda se le assenze siano il segnale di una difficoltà più profonda: un’Autorità di garanzia che le istituzioni non riconoscono più nel proprio ruolo e nella propria autorevolezza. Un interrogativo con cui richiama l’attenzione sulla tutela dei diritti nei luoghi di detenzione e sulla responsabilità delle istituzioni di ascoltare chi è chiamato a vigilarvi. Nordio: “Non invierò ispettori a Milano”. Ma i garantisti di FI “processano” Tajani di Mauro Bazzucchi Il Dubbio, 30 ottobre 2026 Scarcerazione di Youssef Siher, diciassette consiglieri del Csm chiedono una pratica tutela per la gip. Critiche da Craxi e Moratti alla linea giustizialista del leader azzurro. Sorpreso dalla decisione del giudice, ma senza alcuna intenzione di mandare gli ispettori a Milano. Carlo Nordio sceglie una linea di prudenza istituzionale sulla scarcerazione di Youssef Siher, il caso che ha riacceso lo scontro tra governo e magistratura dopo i disordini di piazza. Dal palco del Salone della Giustizia, il Guardasigilli non ha nascosto le proprie perplessità sul provvedimento della gip, ma ha evitato di trasformarle nell’annuncio di un’iniziativa ministeriale. La richiesta di custodia cautelare della procura di Milano, spiega Nordio, era “molto convincente”. Per questo, aggiunge, il rigetto integrale della richiesta, “senza nemmeno misure alternative”, gli ha suscitato “una certa sorpresa”. Il ministro, tuttavia, ha ricordato che esistono gli strumenti di impugnazione e prevede che la procura ricorrerà contro la decisione. “L’autonomia e l’indipendenza della magistratura, che va sempre rispettata, si manifesterà nelle decisioni che seguiranno”, sottolinea. E ha chiarito: “Non c’è alcuna intenzione di mandare gli ispettori a Milano”. Intanto lo scontro è arrivato al Csm. Diciassette consiglieri hanno chiesto al Comitato di presidenza di aprire una pratica a tutela della gip Tiziana Landoni, dopo le parole di Giorgia Meloni, che aveva definito “vergognosa” la decisione e una “mortificazione insopportabile” per gli investigatori. Secondo i firmatari, la premier ha superato i confini della legittima critica, rischiando di delegittimare la magistrata. La richiesta punta a salvaguardarne indipendenza e serenità di giudizio. I consiglieri ricordano che sicurezza collettiva e garanzie costituzionali non sono valori contrapposti. E denunciano il rischio che una decisione giudiziaria sgradita diventi terreno di contrapposizione politica. L’iniziativa ha diviso il Consiglio, perché le consigliere laiche Eccher e Bertolini, vicine al centrodestra, hanno difeso il diritto della politica a commentare le decisioni giudiziarie. Ma i commenti sulla decisione del tribunale di Milano stanno dividendo anche la maggioranza, o per meglio dire il partito più garantista del centrodestra, FI, dove secondo alcuni retroscena la capogruppo al Senato Stefania Craxi e l’ex-ministro Moratti avrebbero espresso il proprio disagio per le critiche del segretario Tajani alla scarcerazione di Siher. Tornando a Nordio, il ministro ha comunque rivendicato l’efficacia delle misure varate dal governo per fronteggiare le violenze durante le manifestazioni. Il decreto sicurezza, sostiene, “ha dimostrato di funzionare”. La prova sarebbe nella domenica che avrebbe dovuto rappresentare “una sorta di prova generale di insurrezione collettiva” e che invece si è svolta tranquillamente. Nordio ha attribuito il risultato anche al fermo preventivo. Sul fenomeno delle proteste, il ministro si è spinto oltre. La contemporaneità delle mobilitazioni in Italia, Francia, Spagna e Albania, ha osservato, alimenta il sospetto che dietro le manifestazioni possano esserci organizzazioni diverse da quelle spontanee. Non ha indicato mandanti, ha richiamato le indagini in corso e non ha escluso la criminalità organizzata. Una diffusione simile delle proteste, anche tra minorenni, a suo giudizio non si vedeva dal Sessantotto ma sui minori ha precisato di non aver auspicato arresti di massa. Il confronto si è spostato poi sulle carceri, dove Nordio ha chiuso la porta alla proposta di “indulto responsabile” avanzata dal presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Tango, per affrontare il sovraffollamento. “Ogni forma di clemenza gratuita è una forma di resa da parte dello Stato se viene fatta per svuotare le carceri”, replica il ministro. E aggiunge che, dopo provvedimenti del genere, nel giro di un anno la situazione tende a ripresentarsi identica. La risposta del governo, dunque, non sarà un alleggerimento generalizzato delle pene, ma l’aumento della capienza degli istituti: Nordio annuncia circa mille nuovi posti entro il primo trimestre del prossimo anno e punta a raggiungerne sette-ottomila entro la fine del 2027. Resta infine il nodo dei rapporti con le toghe. Nordio ha auspicato una dialettica anche vivace, purché rispettosa della “buona educazione istituzionale”, ma non ha rinunciato a una stoccata: i magistrati, ha osservato, contestano spesso le leggi, talvolta “in modo anche violento”, e non possono quindi lamentarsi ogni volta che la politica critica le sentenze. Un invito alla moderazione accompagnato, ancora una volta, da una rivendicazione delle prerogative del governo. Magistrati e commenti del potere di Vittorio Barosio e Gian Carlo Caselli Corriere della Sera, 30 ottobre 2026 La presidente del Consiglio ha definito “vergognosa” la decisione con cui un giudice di Milano ha fatto scarcerare Youssef Siher, presunto istigatore dei recenti e gravi disordini di piazza. Noi non conosciamo gli atti processuali (come del resto non sembra che possa conoscerli Giorgia Meloni) e non entriamo quindi nel merito della vicenda. Ma l’espressione usata dalla presidente, che riattizza lo scontro con la Magistratura sul referendum, consente alcune osservazioni. Definire “vergognosa” la decisione di un giudice significa recare una vera e propria ingiuria a quel giudice e cercare di intimidire la Magistratura, minandone l’indipendenza. Lasciamo da parte questo secondo punto, anche perché per fortuna i nostri magistrati non sono usi a lasciarsi intimidire. Ma resta l’ingiuria. Non va bene, e più precisamente è una reazione scomposta e inammissibile, ingiuriare un giudice per la decisione che egli ha ritenuto di dover emettere. Le decisioni dei magistrati si possono criticare, ma in modo corretto. Nessuno può recare offesa ad un giudice che ha fatto ciò che la sua professione gli impone e, attraverso lui, alla Magistratura. E tanto meno può farlo un presidente del Consiglio, com’è ora Giorgia Meloni: la posizione istituzionale comporta degli obblighi particolari che non possono essere dimenticati. La presidente Meloni non tiene conto che la Magistratura è un potere dello Stato, garantito dalla Costituzione, e come tale va rispettato. L’ingiuria che essa, come massimo rappresentante del potere esecutivo, rivolge a un giudice e quindi alla Magistratura mette in dubbio il principio costituzionale della separazione dei poteri. Attaccando la decisione di un giudice con l’espressione “vergognosa” Giorgia Meloni invade il campo del potere giudiziario e sembra volersi sostituire a questo. In tal modo delegittima sia quel giudice, sia l’intera Magistratura, creando nei cittadini sfiducia nei suoi confronti. E la sfiducia verso la Magistratura è perniciosa: non solo per la funzione suprema che questa riveste, ma anche perché comporta un “distacco” ideale da tutte le pubbliche istituzioni, e in definitiva dal principio di Stato di diritto. Non è casuale che anche una “Raccomandazione” del 2010 del Consiglio d’europa (di cui l’italia fa parte) stabilisca che, “Se commentano le decisioni dei giudici, i poteri esecutivo e legislativo devono evitare ogni critica che possa compromettere l’indipendenza della magistratura e minare la fiducia del pubblico nella stessa”. Per uno scatto della memoria ci viene in mente un caso del passato. A Milano, nel lontano 1869, dopo una manifestazione contro il governo erano stati arrestati esponenti repubblicani e socialisti con l’imputazione, fra l’altro, di aver recato offesa al governo stesso. Ma dopo pochi mesi quei soggetti erano stati completamente prosciolti da ogni addebito. Tutti i giudici che li avevano assolti sono stati immediatamente trasferiti dal Ministro della giustizia ad altra sede “per esigenze del servizio”. L’interferenza della politica era stata evidente. Certo, quel caso e quello di cui ci stiamo occupando adesso sono diversi. Allora, in un’epoca del tutto diversa da quella attuale, quando la nostra Costituzione era ancora molto di là da venire, certe cose erano possibili. Oggi, in un regime che si definisce democratico, non sono pensabili. Però il germe è lo stesso. Ora come allora si deve purtroppo assistere ad un potere esecutivo che tende spesso a imporre il suo volere, ignorando la Magistratura e senza tener conto della sua funzione di garanzia. Ma questa garanzia è assolutamente fondamentale. È quella che ci assicura libertà e giustizia, cioè i beni essenziali della nostra vita. Essa riguarda tutti noi. Non vi si può rinunciare in nessun modo, nemmeno in minima parte. Vorremmo concludere, se ci è consentito, con un invito. Abbassiamo i toni. Tutti. La maggior parte dei nostri politici usa inveire con violenza contro gli avversari e gridare: nelle piazze, sui palchi dei comizi, in ogni occasione. Ma non ci sembra questo un buon modo per fare politica. Fa male a tutti. Garantisti a tratti e pratiche a tutela: niente di nuovo sotto il nostro cielo di Tiziana Maiolo Il Dubbio, 30 ottobre 2026 Sul caso Siher si è assistito alla solita spaccatura per cui, a parte noi soliti quattro gatti garantisti, ciascuna parte difendeva solo i diritti dei propri amici. La vicenda di Yussef Siher, il giovane italo-marocchino posto in stato di fermo dalla procura di Milano e poi scarcerato dalla gip, si è infilata come un aculeo nell’ottobre delle rituali manifestazioni studentesche con i loro tragici danni collaterali e uno sciopero generale annunciato per il mese di novembre. Ma già domani il sindacato di base sarà nelle piazze a manifestare e ci saranno anche le scuole. Un assaggio di autunno caldo, con la piazza Duomo di Milano già blindata, con questori e prefetti delle principali città già allertati e la previsione anche di droni a sorvolare le nostre teste. In questo clima proprio non ci voleva il caso Siher. E neanche che, in mezzo a devastazioni e saccheggi e a una mobilitazione eccezionale di forze dell’ordine promossa dal ministro dell’interno Matteo Piantedosi, la procura di Milano entrasse a gamba tesa con un fermo di polizia basato più sulla lettura di scritti social che su fatti-reato. Con la contestazione di reati gravissimi, l’istigazione a delinquere e l’applicazione del nuovo reato previsto dal freschissimo decreto del governo sulle manifestazioni violente, e il colpo decisivo dell’aggravante di terrorismo. Yusser Siher è entrato nel carcere di San Vittore con addosso un fardello di 15 anni di previsione di detenzione futura, a processo avvenuto e sentenza proclamata fino alla cassazione, cioè tra qualche anno. Era il regista, o meglio “la mente” di quanto accaduto nelle due giornate di Milano, si è detto, quelle in cui una manifestazione sul carovita di sabato 17 ottobre si era trasformata in assalti e violenze e aveva poi avuto una coda la domenica con i saccheggi di marchi di lusso. Milano a ferro e fuoco, mentre il sindaco Beppe Sala rimproverava la presenza insufficiente e tiepida delle forze di polizia. Beccandosi la definizione di radical-chic da parte del ministro. La prima polemica politica, esasperata da questo clima di continuità elettorale senza senso, dal momento che la scadenza naturale del parlamento è tra un anno. Ma il contagio è stato immediato. Il mondo Pro-Pal, cui senza dubbio il trentenne fermato appartiene, si è subito mobilitato contro l’uso del carcere nei confronti di un antagonista del governo. Ma anche un certo numero di commentatori politici ha notato la fragilità dell’impianto dell’accusa, mentre negli ambienti della maggioranza di governo si plaudiva al procuratore capo di Milano, Marcello Viola e alla pm Francesca Crupi. Che, nel provvedimento di fermo, si erano sbilanciati fino a prefigurare il rischio di un panico collettivo, determinato dagli inviti alla guerra di Yussef Siher, nella prospettiva di una grave forma di guerra civile. Un idillio ritrovato tra il governo e la magistratura che è però stato di breve durata. Quasi l’avventura di una notte, perché l’arrivo del giorno ha portato con sé la grande delusione. Per paradosso, esponenti politici che solo qualche mese fa si erano mobilitati con grande passione per la separazione tra le carriere, si ritrovavano sbalorditi e inorriditi davanti al provvedimento di una gip che non solo prendeva le distanze dalla filosofia giudiziaria della pm, ma si permetteva il (raro, in verità) lusso di respingerne le richieste. Siamo alle solite. Stiamo parlando di fermo di polizia o di custodia cautelare in carcere. Cioè della fase delle indagini preliminari in cui dovrebbe essere massimo il rispetto delle garanzie. Ma sulla “vicenda Siher” si è assistito alla frusta spaccatura tra destra e sinistra, per cui, a parte noi soliti quattro gatti garantisti con tutti, ciascuna parte difendeva solo i diritti dei propri amici. E l’ordinanza della gip Tiziana Landoni, che ha scarcerato il giovane ricercatore in quanto aveva solo messo il cappello a posteriori su fatti gravi che si erano già verificati, è diventata per alcuni un fatto eroico, per altri uno sfregio alla legalità. Per aggiungere peperoncino, si era pure scoperto che la magistrata aveva in passato firmato l’appello di un gruppo di giuristi in favore di Gaza. Già, ma anche la pm Francesca Crupi lo aveva sottoscritto. E allora, dove risiede l’aspetto politico della vicenda? Non ci stancheremo mai di ripetere che per amministrare la giustizia occorre mettersi un cubetto di ghiaccio nel cervello e scrivere i provvedimenti con la mano gelida. Gli stessi magistrati sono a volte troppo passionali, otre che prevedibili nei comportamenti. La reazione pavloviana non si è fatta attendere. Non appena la premier Meloni aveva incautamente lanciato la propria indignazione perché Siher era stato scarcerato (ma dimenticando che resta indagato), ecco il presidente del tribunale di Milano Fabio Roia e la dirigente dell’ufficio gip Ezia Marcora a dichiarare “irricevibili” le critiche. E meno male che ci hanno risparmiato la litania dell’indipendenza e autonomia della magistratura. Ma, sempre pavlovianamente, ecco l’apertura di una pratica a tutela della gip da parte del Csm. Niente di nuovo, sotto il sole, verrebbe da dire. Gli studenti che manifestano in ottobre, ma che non si muovono più dai banchi dopo la prima pagella. Poi Landini contro il governo di centrodestra e il sindacato di base che fa il “più uno”. Ma due fatti nuovi stano preoccupando l’autunno caldo del 2026. L’assalto dei negozi con i saccheggi da parte soprattutto di ragazzini minorenni, che pone problemi di educazione familiare e scolastica evidentemente assenti. E l’individuazione di un personaggio come Yussef Sihlr, che è italiano e marocchino, che non è un emarginato e avrebbe anche rapporti con ambienti culturali e politici di quell’estremismo che equipara il terrorismo di Hamas e un regime democratico con libere elezioni come lo Stato di Israele. Da questo punto di vista politico ha perfettamente ragione Giorgia Meloni a essere attenta e anche preoccupata. Ma sono problemi di intelligence e non di procure della repubblica. Che devono occuparsi di fatti-reato già accaduti e non di quanto potrebbe accadere in seguito alle incitazioni di qualche Siher. Sulla scia degli aumenti di stipendi per le toghe al via l’azione legale dei direttori di carcere di Patrizia Maciocchi Il Sole 24 Ore, 30 ottobre 2026 Il Coordinamento nazionale dei dirigenti penitenziari ha chiesto un tavolo immediato con il ministro della Pa Paolo Zangrillo: sul tappeto primo contratto d’area e ricalcolo Istat sui cinque anni. Sulla scia del decreto per sbloccare gli aumenti di stipendio delle toghe - previsti in base a diverse sentenze del Consiglio di Stato che ha aperto la via agli adeguamenti per i magistrati - il sindacato della dirigenza penitenziaria (Cndp-Fsi Usae) ha annunciato un’azione legale per aumenti in linea con i verdetti di Palazzo Spada. E contestualmente il sindacato ha chiesto la convocazione immediata di un tavolo con il ministro della Pubblica amministrazione per negoziare il primo contratto. Un passaggio dovuto - chiarisce il sindacato - e tracciato per legge dai Dlgs 63/2006 e 95/2017, “indispensabile per dare compiuta attuazione ai diritti della categoria e per definire un quadro di tutele normative ed economiche proporzionato all’elevata complessità delle funzioni svolte”. In attesa che l’iter negoziale venga avviato, il Cndp Fsi e Usae “ha promosso una specifica azione di tutela giurisdizionale a salvaguardia del trattamento economico del personale in regime di diritto pubblico”. Il ricorso davanti al giudice amministrativo è finalizzato a ottenere il corretto ricalcolo dell’adeguamento retributivo Istat. “A differenza di iniziative che si limitano al solo ultimo anno, l’azione punta al recupero - si legge nel comunicato - al recupero integrale spettanti per l’intero quinquennio non prescritto”. Una doppia azione, avviata con decisione, nella consapevolezza che si tratta di risposte dovute. “Garantiamo quotidianamente la gestione di strutture complesse e delicate con dedizione e senso dello Stato - dichiara il vice coordinatore del sindacato Enrico Farina - non chiediamo privilegi, ma il giusto riconoscimento della dignità professionale e l’applicazione delle tutele previste dalla legge”. Il tutto - si augura Farina - in tempi brevi. I dirigenti degli istituti di pena fanno sentire la loro voce per il riconoscimento del ruolo svolto, in una fase drammatica per le carceri italiane. Ultimi dati sul sovraffollamento - Gli ultimi dati elaborati dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), aggiornati al 30 settembre 2026, confermano il trend di costante ed elevata pressione sulla rete penitenziaria nazionale. I detenuti nelle carceri hanno toccato quota 66.063 unità. Con una crescita, tra l’inizio dell’anno e la fine di settembre, di 2.564 unità (+ 4%). Il tasso di affollamento nazionale, calcolato sui posti effettivamente disponibili, è al 143%. Una crescita continua evidenziata a partire dal dicembre 2020, quando le presenze era di 52.273 detenuti e l’affollamento pari al 109%. Importante sentenza in materia di rimedio risarcitorio per i periodi detentivi inumani terzultimafermata.blog, 30 ottobre 2026 “Inopponibile da parte del Ministero della Giustizia il credito per le spese di mantenimento del detenuto”. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 31532/2026, 28 maggio/18 agosto 2026, ha affermato, in tema di rimedi risarcitori nei confronti di detenuti o di internati di cui all’art. 35-ter ord. pen., che il Ministero della giustizia, convenuto in giudizio, non può opporre in compensazione, ai sensi dell’art. 1243 cod. civ., il credito maturato verso il detenuto per le spese di mantenimento. Ciò perché tale credito non è né certo, né esigibile, prima della definizione del procedimento previsto dall’art. 6 d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, che può concludersi anche con la remissione del debito, né essendo comunque configurabile con riferimento al periodo di trattamento detentivo inumano. Monza. Ragazzo di 20 anni suicida in carcere: “Una persona dolcissima, ma era solo” di Dario Crippa Il Giorno, 30 ottobre 2026 Dramma in via Sanquirico, la direttrice: “Si è lasciato prendere dallo sconforto”. Un suicidio alla casa circondariale di Monza che fa male. Perché a impiccarsi, nella serata di mercoledì (gli agenti della polizia penitenziaria lo hanno scoperto intorno alle 23) è stato un ragazzo che avrebbe compiuto 21 anni a gennaio. “Un ragazzo dolcissimo. Mi stanno chiamando tanti suoi amici per proporsi di pagare le spese per il suo funerale. In Italia era solo e aveva problemi di dipendenza dalla droga. La madre, malata, e la sorella, molto giovane, vivono in Egitto in condizioni di povertà”, ha raccontato l’avvocata Arianna Barbazza che lo assisteva da un anno. “Arrivava da un percorso molto faticoso. Entrato in Italia da solo a 15 anni da irregolare, era passato dall’istituto minorile Beccaria e dalle comunità per poi arrivare a San Vittore e a Monza. Una situazione che ne evoca molte altre, di ragazzi che non dovrebbero stare in cella, ma essere curati. Aveva accumulato una pena di sette anni che doveva scontare sì, ma venendo curato. Eravamo in procinto di presentare un’istanza per l’affidamento a una comunità ma, come sappiamo, non è facile trovarne una”. Anche Cosima Buccoliero, la direttrice della casa circondariale di via Sanquirico, e prima ancora di quello minorile Beccaria di Milano, conferma. “Sono ragazzi che arrivano in Italia come minori non accompagnati e si ritrovano senza nessuno, senza nessun familiare su cui poter contare. Noi cerchiamo si tenerli attaccati a una speranza, di dare una motivazione, ma a volte si lasciano prendere dallo sconforto, indipendentemente da quanti giorni debbano ancora scontare”. Il giovane era finito dentro per alcune rapine. Gli stessi agenti, raccontano il ragazzo come una persona tranquilla, “problematico come chi si trova nelle sue condizioni”, ma non irrecuperabile. “Ragazzi che fanno fatica a sopportare la detenzione”, spiega ancora Cosima Buccoliero, che proprio l’altro giorno spiegava come spesso i detenuti giovanissimi, soprattutto di seconda generazione, siano pervasi da una “rabbia distruttrice” che si nota già in carcere e che non stupisce quando si traduce in episodi violenti come si è visto negli scontri recenti a Milano con l’assalto alle vetrine dei negozi di lusso. L’ultimo suicidio in carcere a Monza si era contato nel luglio del 2025, vittima un marocchino di 29 anni. Allo stato attuale, sono 764 detenuti, 120 dei quali Under 25in una struttura che ha una capienza di 413 posti. Trecento di loro hanno problemi psichiatrici, il 53% è di origine straniera. Milano. Carcere di Opera: “Contesto complesso, da accertare ogni eventuale abuso” di Enrico Spaccini fanpage.it, 30 ottobre 2026 Il Governo ha risposto all’interrogazione parlamentare depositata lo scorso marzo dal senatore Franco Mirabelli (Pd) sulle criticità emerse nel carcere di Milano Opera. Il vice ministro Valentino Valentini ha parlato di un “contesto complesso”, con “ogni eventuale abuso che deve essere accertato senza esitazioni” così come “ogni comportamento scorretto deve essere riconosciuto con altrettanta fermezza”. È arrivata oggi, giovedì 29 ottobre, la risposta all’interrogazione parlamentare depositata lo scorso 23 marzo dal senatore Franco Mirabelli (Pd) sulle criticità emerse nei mesi scorsi all’interno del carcere di Milano Opera. La risposta è stata affidata a Valentino Valentini, vice ministro delle Imprese e del Made in Italy, in qualità di rappresentante del governo. “La dinamica degli incidenti denunciati è al vaglio delle autorità giudiziarie per accertare eventuali abusi da parte degli agenti”, ha spiegato Valentini, sottolineando poi gli “investimenti già avviati per la riqualificazione strutturale del carcere”. Secondo i firmatari dell’interrogazione, si è trattata di una risposta “deludente a fronte della gravità degli episodi denunciati”, nella quale “il governo scarica sulla magistratura l’onere di fare luce su fatti e responsabilità e accusa le rivolte precedenti del clima instauratosi”. La risposta sui presunti abusi nel carcere di Opera - Le criticità relative al carcere di Opera sono emerse a seguito della denuncia depositata dall’avvocato di un detenuto di presunti soprusi e violenze che si sarebbero verificati nella Vigilia di Natale 2025. “La vicenda è oggi all’esame dell’autorità giudiziaria”, ha spiegato Valentini, con le indagini coordinate dalla Procura di Milano che sarebbero ancora in corso. Il vice ministro ha parlato di un “contesto complesso”, nel quale il giorno precedente ai presunti abusi si sarebbero verificati “atti di violenza e danneggiamenti posti in essere da un gruppo consistente di detenuti”. “L’intervento successivo del personale”, ha continuato, “si è inserito in questa cornice, con operazioni di perquisizione e di ripristino della sicurezza svolte secondo le previsioni ordinamentali e accompagnate da accertamenti sanitari sui soggetti coinvolti”. Valentini ha comunque sottolineato che “ogni eventuale abuso deve essere accertato senza esitazioni” e che “ogni comportamento scorretto deve essere riconosciuto con altrettanta fermezza”. A seguito delle varie interrogazioni parlamentari che sono state depositate nei mesi scorsi riguardo le condizioni di detenzione nel carcere di Opera, a maggio è stata disposta una ispezione straordinaria per approfondire alcune di queste criticità. Poi ancora il 5 agosto è stato disposto il monitoraggio costante dell’istituto e lo scorso 21 settembre è stata istituita una commissione permanente specificamente incaricata di svolgerlo. “Non abbandono, ma un sistema oggetto di interventi programmati” - Soprattutto in estate si sono moltiplicate le segnalazioni relative alle condizioni di vita “degradanti e disumane” a cui erano costretti i detenuti. Con il caldo intenso, le celle erano diventate roventi, l’acqua era stata razionata, era comparsa la muffa e, come aveva spiegato la compagna di un detenuto a Fanpage.it, avevano “iniziato a lavarli con gli idranti, come bestie”. Nella sua risposta, però, Valentini cita “i dati disponibili” che non descriverebbero “un quadro di abbandono, ma un sistema che è oggetto di interventi concreti e programmati”. Si parla di lavori in corso di “riqualificazione, con investimenti rilevanti per l’efficientamento energetico, la manutenzione delle coperture e il miglioramento complessivo delle strutture”. Sul piano strutturale, invece, sarebbe stata “ultimata la progettazione esecutiva dei lavori per 3 milioni di euro” che dovrebbe riguardare il rifacimento delle coperture e la coibentazione degli edifici interni al muro di cinta. “Sono stati inoltre eseguiti interventi sulle caldaie e sono in corso i lavori di ammodernamento degli impianti per il riscaldamento e la produzione di acqua calda”, ha aggiunto Valentini. La situazione sicurezza e assistenza sanitaria - Per quanto riguarda la sicurezza, Valentini ha parlato di un’assegnazione già avvenuta di 500mila euro e di altri 751.822 euro che “sono stati destinati agli interventi di sicurezza del distretto, compreso il potenziamento della videosorveglianza”. Sono previsti anche un “sistema di reti antidrone e antigetto” e un “impianto per la schermatura delle comunicazioni telefoniche non autorizzate”. Infine, secondo il vice ministro all’interno del carcere di Opera l’assistenza sanitaria è “garantita senza soluzione di continuità, sette giorni su sette e 24 ore su 24? e a personale medico e infermieristico sono già affiancati “servizi di salute mentale, programmi specifici di prevenzione del rischio suicidario, aggiornati e condivisi con le autorità sanitarie territoriali”. Viterbo. Caso Hassan Sharaf, chiesta l’assoluzione degli agenti di Valeria Terranova Corriere di Viterbo, 30 ottobre 2026 Dai video emerso solo un intervento energico finalizzato a tutelare la sicurezza. Chiesta l’assoluzione dei due agenti di polizia penitenziaria imputati per aver schiaffeggiato Hassan Sharaf, il detenuto egiziano di 21 anni morto il 29 luglio 2018 all’ospedale di Belcolle, dopo aver tentato il suicidio nel carcere di Mammagialla una settimana prima. A promuovere l’istanza nel corso dell’udienza di ieri è stato il pm, secondo il quale quello del 23 luglio sarebbe stato un intervento energico, ma finalizzato a tutelare la sicurezza degli operatori e dello stesso detenuto. Al centro del procedimento, che si sta svolgendo davanti al giudice Giovanna Camillo, c’è il presunto schiaffo che sarebbe stato sferrato al giovane mentre era rinchiuso in cella di isolamento. I due imputati, un 52enne originario della Campania e un 57enne viterbese, devono rispondere di abuso di mezzi di correzione, aggravato dall’abuso di potere. A sostegno della propria tesi, il pm, ritenendo che non sussistano presupposti per sollecitare condanne, ha richiamato gli elementi emersi dall’analisi dei filmati, da cui non risulterebbero né un ceffone, né un conseguente urto della testa contro la parete. Inoltre, né la cartella clinica, né l’autopsia avrebbero evidenziato ecchimosi al volto o al cranio compatibili con uno schiaffo. I due agenti avevano già respinto le accuse nell’udienza di aprile, negando di aver colpito Sharaf. Uno di loro ha raccontato che il ragazzo, arrivato in isolamento, aveva chiesto del tabacco, ma gli era stato spiegato che avrebbe dovuto attendere. L’agente ha riferito di essere intervenuto per sottrargli un frammento di plastica potenzialmente pericoloso, indossando i guanti in dotazione. Sharaf, ha ipotizzato, potrebbe essersi ritratto per lo spavento senza urtare la parete. Dopo aver recuperato l’oggetto, chiuse la cella e lo spioncino, dichiarando di non ricordare con precisione quando trovò il detenuto con un lenzuolo stretto al collo. Anche l’altro imputato ha sostenuto che l’intervento fosse volto esclusivamente a prevenire gesti autolesionistici. Ha inoltre precisato di aver partecipato ai soccorsi, praticando la rianimazione per circa 25 minuti insieme a una dottoressa e a un collega. La sentenza è attesa tra qualche settimana. Mamone (Nu). La crisi della colonia penale: “In cella un bagno per 14 ed edifici ridotti a ruderi” L’Unione Sarda, 30 ottobre 2026 Sopralluogo della Uil Fp polizia penitenziaria: “Potenzialità inespresse, quando si parla di rieducazione della pena bisogna guardare la realtà”. “Oltre 2.700 ettari di estensione territoriale, 800 metri di dislivello, 8 diramazioni, frutteti, oliveti, arnie, ovili, stalle, scuderia, officine, caseificio, cantina, 188 detenuti, enormi potenzialità per la maggior parte inespresse e sostanziale stato di abbandono che si protrae da decenni”. Questa la situazione che si è presentata durante un sopralluogo nella colonia penale di Mamone alla delegazione della Uil Fp polizia penitenziaria composta dal segretario generale Gennarino De Fazio, dal segretario regionale Michele Cireddu e dai dirigenti territoriali di Nuoro, Gian Luigi Pessei e Mario Casula. “La casa di reclusione di Mamone, nata come colonia agricola, mantiene tuttora la sua peculiare vocazione, ma deve scontare evidentemente il prezzo di politiche miopi che l’hanno portata negli anni a vedere svilite moltissime delle sue potenzialità - dichiara Gennarino De Fazio, responsabile della Uil Fp polizia penitenziaria -, tanto che il ‘paesello’ interno, un tempo con scuole, ufficio postale, caserma dei carabinieri e molto altro, è ormai ridotto a ruderi mentre delle 8 diramazioni ben 3 sono dismesse e quelle attive o in ristrutturazione presentano molte pecche”. Anche per quanto riguarda la questione abitativa: “Basti pensare alle stanze (celle) per i detenuti che possono arrivare fino a 14 posti letto con un solo bagno. Ma la situazione non è certo migliore per il personale, insufficiente negli organici, 103 agenti assegnati, compresi quelli del Servizio a cavallo, quando ne necessiterebbero almeno 180, costretto a spostarsi frequentemente fra le varie diramazioni, distanti dalla Centrale fino a 14 chilometri. Pure gli edifici dove alloggiano gli agenti presentano moltissime pecche e già a prima vista paiono di dubbia salubrità e sicurezza”. Secondo De Fazio “quando si discetta, soprattutto nei convegni o a favore di telecamere, di finalità rieducativa della pena, di lavoro per i detenuti, di abbattimento della recidiva, di senso e umanità della detenzione, più che ad astrazioni filosofiche occorrerebbe fare riferimento a queste realtà concrete che andrebbero rese modello virtuoso e che rimangono quantomeno sottoutilizzate e a lunghi tratti, come detto, abbandonate”. Napoli. L’ex chiesa diventa pizzeria sociale per l’inserimento dei detenuti di Giuliana Covella Il Mattino, 30 ottobre 2026 Il progetto parte dal recupero strutturale della cappella di Santa Caterina de’ Celani. “Mani sporche di farina e non più di sangue”: sono le parole del cardinale don Mimmo Battaglia a margine della presentazione del progetto “Brigata Caterina”, illustrato presso la Curia arcivescovile, dove è stato sottoscritto il protocollo d’intesa tra l’Arcidiocesi di Napoli, il Comune, il Tribunale di Sorveglianza, la casa circondariale di Secondigliano e l’Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna per la Campania. Promosso dalla Chiesa di Napoli, il progetto intende favorire la formazione professionale e il reinserimento lavorativo di persone detenute ed ex detenute, dando continuità all’esperienza già avviata nel carcere di Poggioreale attraverso corsi per pizzaioli e percorsi di accompagnamento al lavoro. Lo sviluppo e la gestione delle attività esterne al carcere saranno affidati alla Consul Service Impresa Sociale. Al centro dell’iniziativa il recupero della storica cappella di Santa Caterina de’ Celani, in vico Pallonetto a Santa Chiara, destinata a diventare una pizzeria sociale aperta alla città, nel rispetto del valore storico dell’immobile. Alla presentazione sono intervenuti oltre a Battaglia, il sindaco Gaetano Manfredi, la presidente del Tribunale di sorveglianza Patrizia Mirra, il direttore del carcere di Secondigliano Gianfranco Marcello, la dirigente dell’Ufficio esecuzione penale esterna Claudia Nannola, il coordinatore del progetto Antonio Mattone. Tra i presenti l’assessore comunale al welfare e al lavoro Chiara Marciani; i comandanti provinciali dei carabinieri Biagio Storniolo e della guardia di finanza Carmine Virno; la delegata del procuratore generale Aldo Policastro, Simona Di Monte; Roberto Bellavista, di UniCredit e Francesca Fuccio, di Intesa Sanpaolo. L’accordo - “Ogni persona è infinitamente più grande dei propri errori e nessuna condanna può cancellare la dignità di una vita, né spegnere il diritto alla speranza - ha rimarcato Battaglia - una città è davvero comunità quando non lascia nessuno prigioniero del proprio passato e continua a credere che ogni storia possa avere un nuovo inizio”. L’accordo prevede inoltre la valutazione di una fattibilità di un polo formativo per pizzaioli nella casa circondariale di Secondigliano. “Il lavoro è la base per il recupero sociale - ha detto il direttore Marcello - se non c’è quello è difficile dopo la detenzione”. Sui tempi di avvio del percorso il presidente di Consul Service parla di “una stima realistica di 24 mesi per il pieno sviluppo delle attività”. Per Mattone “l’Importanza di offrire opportunità reali e concrete a chi ha commesso degli errori è fondamentale. Il nostro obiettivo è accompagnare queste persone attraverso le difficoltà del loro e sostenerle nella collocazione lavorativa”. La sinergia - Toccante la testimonianza di Gennaro Guardasole, ex detenuto oggi dipendente della pizzeria del Popolo a piazza Mercato: “Nella vita si può sbagliare, ma ho avuto una seconda opportunità e oggi sono un’altra persona”. “Garantire una continuità tra il dentro e il fuori è necessario per non perdere le competenze sviluppate e promuovere un futuro lavorativo dignitoso - ha ribadito il sindaco - il recupero di Santa Caterina unisce questa prospettiva alla valorizzazione di un luogo storico della città”. Secondo Mirra “la vocazione di cura della Chiesa e l’attenzione del Comune alle problematiche dell’esecuzione penale danno vita a un’iniziativa volta a risanare le persone, i luoghi e il contesto sociale. La magistratura di sorveglianza offre il suo apporto per ridurre la permanenza in carcere dovuta alla mancanza di opportunità sul territorio”. La collaborazione riguarda anche il percorso di esecuzione della pena e il raccordo tra le istituzioni e il territorio, come richiamato da Nannola: “Il percorso di responsabilizzazione e reinserimento del condannato richiede consapevolezza e responsabilità della comunità tutta”, ha detto. Busto Arsizio. Giustizia riparativa, l’abbraccio tra il cugino e i killer di Livatino legnanonews.com, 30 ottobre 2026 Nel Tribunale di Busto Arsizio l’incontro di giustizia riparativa tra Salvatore Insenga, cugino del magistrato ucciso dalla mafia, e due degli uomini coinvolti nel delitto. “Un colpo di pistola non può essere l’ultima parola”. Quel colpo di pistola è stato esploso il 21 settembre 1990 sulla strada tra Canicattì e Agrigento, spegnendo in un secondo la vita del giudice Rosario Livatino, e lasciandosi alle spalle decenni di “dolore devastante, gridato dentro casa”. Quel colpo di pistola che 36 anni dopo in un’aula del Tribunale di Busto Arsizio, ha portato al miracolo laico del perdono, per molti versi inimmaginabile e proprio per questo capace di lasciare con gli occhi lucidi anche chi in quell’aula quotidianamente assiste a processi e condanne. Un perdono che parte da lontano, e che giovedì 29 ottobre ha trovato forma in un abbraccio che sulla carta sembrava impossibile: quello tra Salvatore Insenga, cugino di Rosario Livatino e suo unico familiare vivente in linea diretta, e due degli uomini che del “giudice ragazzino” hanno provocato la morte, Paolo Amico e Salvatore Calafato, protagonisti del percorso di giustizia riparativa al centro dell’incontro organizzato da don David Maria Riboldi, cappellano della Casa Circondariale di Busto Arsizio, per “medicare una ferita pubblica inferta alle istituzioni, in un luogo delle istituzioni”. In aula Calafato e Amico, partendo da quel 21 settembre 1991, hanno raccontato una “vita di pena” ma anche “di riflessione e revisione”, che dalle macerie dello “strazio” provocato e dalla “coscienza sporca” è approdato alla “conversione”. “Avevo il desiderio di chiedere perdono ai genitori di Livatino - ha spiegato Amico -, ma ero ancora troppo impregnato di quella mentalità mafiosa e del timore di essere giudicato e non ho mai fatto il passo di chiederlo. Nel tempo ho maturato la consapevolezza di farlo ma era tardi, i genitori non erano più in vita, e oggi abbracciare Salvatore è stato come abbracciare loro: ho sentito la carezza di misericordia di Livatino”. “Ai ragazzi - ha invece sottolineato Calafato - dico sempre di imparare dai libri, dai professori, e di rispettare i genitori perché dalla strada e dalle cattive amicizie non si può imparare niente. Quando un gruppo di amici prende una strada deviata, devono allontanarsi e rispettare sé stessi e gli altri”. Ed è tutto qui il senso non solo dell’incontro, ma della stessa giustizia riparativa, quella che Salvatore Insenga vorrebbe ribattezzare “giustizia pacificatrice”, perché “certe cose non si riparano, ma dobbiamo dare forma a qualcos’altro, ad una giustizia di pace”. “Rosario ha influenzato la mia vita da vivo, avevamo delle bellissime discussioni sulla fede, sulla filosofia, sulla politica che mi hanno aiutato a formarmi. Ma la sua influenza è stata ancora più forte dopo: mi sono ritrovato all’improvviso con il dolore devastante dei miei zii, gridato all’interno della propria casa e mai fuori. È stato un momento di devastazione, un momento lungo, che sinceramente mi ha portato a odiare chi lo ha ucciso con tutto il cuore. Ci sono voluti 28 anni circa di preghiera e di passeggiate nella coscienza per maturare l’idea che forse non li odiavo più”. “L’odio è un carcere senza sbarre: non ci sono agenti di custodia, non ci sono giudici di sorveglianza, è un carcere in cui ti metti tu e ne esci solo con la preghiera, altrimenti ti devasta. Il perdono, ha liberato me e spero che liberi loro perché ho imparato che spesso non sappiamo perdonare i nostri errori, le nostre tragedie, quelle che ci siamo autoinflitti. Il mio sogno è poter rivedere tutti i coinvolti nella chiesa di Santa Chiara di Canicattì e dove è successo il martirio per pregare insieme e dire al mondo che l’odio non ripaga, che c’è sempre la speranza di poter andare oltre, che un colpo di pistola non può essere l’ultima parola”. Parole, quelle di Amico, Calafato e Insenga, che interrogano le coscienze e scrivono una pagina diversa e inedita giustizia, quella stessa giustizia umana che a volte sembra inconciliabile con quella divina. “La giustizia umana e la giustizia di Dio si possono incontrare - è stata la riflessione finale dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini -? La prima reazione è quella di dire che sono diverse: la giustizia umana deve applicare la legge per custodire il bene della società, e chi infrange la legge deve essere punito; la giustizia di Dio, invece, guarda alla persona, Cristo dice “Muoio per i peccatori”, non “Punisco i peccatori”. Ma possono trovare una convergenza nel bene comune, nel bene della convivenza tra le persone. La legge è fatta per custodire il bene, e così anche la cura delle persone”. Nato nel 1952 a Canicattì, in provincia di Agrigento, Livatino dopo la laurea in Giurisprudenza all’Università di Palermo diventa vicedirettore in prova dell’Ufficio del Registro. Diventato magistrato, nel 1978 viene assegnato al Tribunale di Caltanissetta e poi, un anno dopo, a quello di Agrigento, come sostituto procuratore, ruolo che ricoprirà fino al 1989, prima di essere nominato giudice a latere. Sono gli anni in cui Livatino alza il velo sui finanziamenti regionali sulle cooperative giovanili di Porto Empedocle e si dedica ad una serie di indagini su una serie di episodi di corruzione che passeranno alla storia con la Tangentopoli siciliana. Il fiore all’occhiello, però, resta probabilmente l’inchiesta che avrebbe poi portato al maxiprocesso contro le cosche di Stidda di Agrigento, Canicattì, Campobello di Licata, Porto Empedocle, Siculiana e Ribera. Proprio sulla strada tra Canicattì e Agrigento la mattina del 21 settembre 1990 Rosario Livatino troverà la morte a soli 38 anni: all’altezza del viadotto Gasena, che oggi porta il suo nome, la sua auto verrà infatti affiancata e speronata da un’altra vettura da cui verranno esplosi colpi di pistola. A nulla varrà il tentativo di fuga nonostante le ferite: inseguito dai killer, Livatino verrà ucciso. Sul luogo dell’omicidio arriveranno, tra gli altri, da Palermo arrivarono il procuratore aggiunto Giovanni Falcone e da Marsala il procuratore Paolo Borsellino. Per arrivare alla verità sulla sua morte ci vorranno tre processi. Il 9 maggio 2021 nella Cattedrale di Agrigento è stato proclamato beato. Siena. Lo sport fa inclusione, inaugurato il nuovo campo di Santo Spirito di Claudio Coli Corriere di Siena, 30 ottobre 2026 Dentro il carcere uno spazio rinnovato per il calcetto. Il carcere senese di Santo Spirito ha un nuovo campo sportivo. Un rinnovato luogo, destinato al calcio e non solo, che permetterà di ampliare le attività della casa circondariale, fornendo ai detenuti momenti, leciti, di “evasione” dalla routine carceraria, inclusione e socializzazione. Il campo è stato realizzato grazie al contributo congiunto di amministrazione penitenziaria, Fondazione MPS, Fondazione Derek Rocco Bernabei e Caritas Diocesana di Siena. Al taglio del nastro, oltre al magistrato di sorveglianza Ilaria Cornetti, il direttore del carcere Graziano Pujia e il comandante della polizia penitenziaria Marco Innocenti, c’erano il cardinale Augusto Paolo Lojudice, il direttore Caritas don Vittorio Giglio e l’assessore Lorenzo Lorè, nonché una rappresentanza dell’Asta Taverne e le dottoresse Massafra e Pascale dell’area trattamentale. “Un impegno - ha dichiarato Don Carmelo, cappellano del carcere di Santo Spirito - che dimostra come la comunità possa farsi prossima anche a chi vive una condizione di privazione della libertà”. Adelaide Aglietta, prima a rompere il tetto di cristallo di Franco Corleone L’Espresso, 30 ottobre 2026 Cinquant’anni fa Adelaide Aglietta (1940-2000) divenne segretaria del Partito radicale, la prima donna ad assumere una responsabilità di direzione di una forza politica. Ancor più significativo, dunque, il ricordo programmato per sabato 31 a Capalbio, in un luogo da lei amato. Un mese fa è scomparsa Emma Bonino, giustamente ricordata come esponente autorevole della politica; occasione per ricordare anche il ruolo di Adele Faccio. In quel partito le donne erano davvero protagoniste; tra le tante, vanno ricordate persone come Maria Teresa Di Lascia e Liliana Ingargiola, figura rappresentativa del Movimento di Liberazione della Donna. Adelaide fu catapultata al livello della politica nazionale da un impegno sulla questione dell’aborto a Torino; dichiarava una sua inadeguatezza, invece affrontò quella prova con una determinazione implacabile. Nelle sue biografie si è scritto che apparteneva alla borghesia piemontese, ma quella che poteva apparire una descrizione per sminuirne la caratura culturale, in realtà la identificava con la tradizione di intransigenza di Piero Gobetti, proseguita con l’esperienza azionista e con l’impronta di Norberto Bobbio. Proprio nel pieno della sua attività di segretaria, per una incredibile magia fu estratta a sorte per far parte della giuria popolare nel processo alle Brigate Rosse a Torino nel 1978. Mentre tanti altri si defilavano, con una decisione non scontata, lei non si sottrasse in nome del diritto. In quella vicenda strinse un rapporto di amicizia con Bianca Guidetti Serra, avvocata e poi parlamentare. Il suo Diario di quel tormentato periodo è davvero un segno esemplare di rigore e moralità. La sua storia politica si concentrò proprio sulle questioni della giustizia e dello stato di diritto, con un impegno costante contro le leggi di emergenza e la pena di morte, a favore del tribunale penale internazionale, in prima fila nella battaglia sull’innocenza di Enzo Tortora. Il carcere fu un luogo di impegno particolare per affermare la dignità dei detenuti, ma fu attenta anche ai problemi del personale, alle guardie allora chiamate secondini. Nel 1977 condusse uno sciopero della fame di 73 giorni per la riforma e la smilitarizzazione del Corpo degli agenti di custodia che si trasformò nella Polizia penitenziaria. Purtroppo, il bilancio del sindacato oggi è segnato dal prevalere di logiche corporative e di occupazione di posti di potere nell’amministrazione. Partecipò poi all’avventura della costruzione dei Verdi Arcobaleno con Francesco Rutelli e gli ultimi dieci anni della sua vita politica furono dedicati all’Europa. Eletta nel 1989 al Parlamento europeo, collaborò con Alex Langer e divenne successivamente Presidente del Gruppo dei Verdi. Bruxelles rappresentava una nuova trincea per il federalismo e per la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, una frontiera per il futuro. Anche l’antiproibizionismo e il cambio di paradigma per la politica sulle droghe fu un terreno da lei perseguito con competenza. Dopo mezzo secolo, il tetto di cristallo della discriminazione di genere sembra rotto, ma appare evidente che la novità delle donne sul terreno pubblico è legata alle idee che cambiano il mondo e dalla passione politica e non dall’esercizio del potere. La stagione della conquista dei diritti civili e sociali, dei valori dell’umanità sembra lontana e in pericolo. Perciò la lezione di Adelaide Aglietta è tanto più viva e necessaria. Quando l’odio dilaga di Federica Garzetti Corriere della Sera, 30 ottobre 2026 Non esistono soluzioni semplici a problemi complessi, ma oltre ad assistere con smarrimento all’esplosione della rabbia adolescente, tenendo bene a mente che la rabbia, la disperazione, la gioia sfrenata sono un tratto fisiologico, fisico, evolutivo degli adolescenti (e invece capire e contenere sono doveri adulti) rivolgiamo lo sguardo verso la discarica interiore che siamo diventati. L’odio. L’odio è stato sdoganato: ci insultiamo sui profili social, sotto gli articoli, la rete è una guerra continua, sarcastica, acida, senza vergogna. La vergogna è un sentimento anche nobile, un argine alla violenza. Invece l’odio dilaga dappertutto, in macchina, verso chi mi sorpassa, mi rallenta, verso chi mi supera in coda al supermercato. Verso gli insegnanti che non capiscono mio figlio, verso il figlio di qualcun altro che fa un graffio al mio. La rabbia dilaga via mail a ore improbabili, senza filtro, senza quei dieci secondi fino a cui i nonni (e oggi le neuroscienze) ci consigliavano di contare. L’algoritmo ingurgita milioni di ricondivisioni inneggianti alla punizione esemplare del bambino di 11 anni che saccheggia le vetrine o viceversa alla bellezza dei suoi occhi blu. Il buonsenso muore sotto le urla sguaiate di chi vuole semplicemente aver ragione: in un frullato di follia spuntano la famiglia del bosco, i rom, i ragazzi romani nella minicar. Una volta al delirante si diceva “posa il fiasco”. Posiamo lo smartphone. Questo continuo rivolgere l’attenzione alla propria esperienza, i “miei tempi”, i “miei figli”, i “miei genitori”, non ci consente di fermare l’incendio. Posto che l’adolescenza, come si diceva, è il tempo delle emozioni incendiarie, qui c’è una intera società adolescente, nonostante il Paese invecchi: come pretendiamo che i ragazzi e le ragazze si responsabilizzino, se intorno a loro ci sono adulti che vomitano ogni pulsione che li attraversa, che inneggiano al carcere, ai manganelli, alla violenza legalizzata, che ridicolizzano e banalizzano il loro idealismo, i loro sogni, dal bar a Palazzo Chigi? Quando abbiamo deciso che ai nostri figli è proibito sognare? Perché in quelle piazze ci sono molte anime, non solo quella che ha approfittato della confusione per rubare, per procurarsi “cose”. E anche su questo dovremo aprire un capitolo. La signora torinese, scomposta, che urla a un ragazzo lucido, razionale: “Lavati i capelli, non vedi che hai una ragnatela in testa?”, che cosa rappresenta? L’apparenza, le cose, il materialismo prima della materia grigia. Le cose prima delle parole. Poi però ci stracciamo le vesti perché ragazzini cresciuti ai margini spaccano le vetrine e cercano “le cose”. Non hanno nemmeno un nome, gliel’abbiamo tolto: si chiamano tutti maranza, perché è più facile odiare una categoria piuttosto che una persona. Così funziona l’odio, così anche le persone diventano cose: è una vecchia canzone, l’abbiamo già sentita più volte nella storia del ‘900, che leviamo dai programmi per introdurre discipline più “capitalizzabili” nel mondo del lavoro. E via di percorsi quadriennali, facciamoli diplomare prima, anzi, abbassiamo ulteriormente l’obbligo scolastico, rimettiamolo a 14 anni, così potremo dire di aver sconfitto definitivamente l’abbandono scolastico. Tanto è diminuito, no? Con questo solido argomento il signor Bruno Vespa “sgridava” senza diritto di replica, come una scolaretta, Sabrina Brizzola, coordinatrice nazionale Udu, che tentava di articolare un pensiero; il che è pura utopia, in una trasmissione che si intitola “Cinque minuti”, che sono il tempo dei proclami, non certo di una riflessione. Si è dimenticato forse, il signor Vespa, di parlare di come l’insuccesso è distribuito, dei numeri dell’abbandono universitario e di quanto la povertà educativa e di formazione siano drammaticamente ancora legate alla povertà economica. È quello che stanno dicendo i ragazzi in piazza: che il Paese si sta impoverendo e questo impoverisce la scuola, le famiglie, i rapporti umani e genera odio. Educhiamoli, allora, anche per avere genitori consapevoli, ragionevoli, empatici: avremo i frutti fra due generazioni. È tardi: abbiamo lasciato serpeggiare l’odio senza nemmeno più il deterrente della spiritualità. Non tanto come fede (su quella ognuno faccia i suoi conti) ma come atteggiamento di raccoglimento, di controllo degli impulsi, di pietas, di misericordia e infine, di disinnesco dell’odio. La società ci riflette: anche quando ci sentiamo diversi, è lo specchio di quello che siamo diventati. O non siamo diventati: tutti, non “gli altri”. I nostri figli sono il nostro pubblico e il nostro confine: torniamo a imporci una misura attraverso la relazione, a non mostrificare l’ego nell’online. Posiamo lo smartphone e alziamo lo sguardo. E il Viminale prepara il “dispositivo” contro l’arrivo dei “soggetti inediti” di Mario Di Vito Il Manifesto, 30 ottobre 2026 Come sempre, anche oggi, il Viminale metterà in campo un “articolato dispositivo” per “tutelare il diritto di manifestare pacificamente, garantire la sicurezza di tutta la comunità, isolando chi scende in piazza solo per creare disordini e commettere violenze”. Tradotto dal poliziottese all’italiano significa che i percorsi dei vari cortei che attraverseranno l’Italia sono stati concordati e che l’unico vero timore degli apparati di sicurezza risiede negli imprevisti. Cioè nei “soggetti inediti” visti all’opera il 17 e soprattutto il 18 ottobre a Milano, teatro di veri e propri riot come raramente si erano visti prima a queste latitudini. Ieri mattina, alla cerimonia per i 35 anni della nascita della Dna, il ministro Matteo Piantedosi davanti ai cronisti ha detto che “gli allarmi ci sono” e sono dati da “questo modo di attivazione delle piazze molto insidioso, ma nulla di diverso rispetto a quello che abbiamo trattato finora”. Sarebbe il metodo “fluido” di convocarle all’improvviso via chat, in modo da non dare riferimenti alle forze dell’ordine. Un meccanismo già sperimentato con le proteste di Hong Kong del 2019 e poi esportato in tutto il resto del mondo. Piantedosi, ieri, si è anche collegato con tutti i prefetti delle città interessati dalle principali manifestazioni. A Roma, dove la partecipazione sarà ingente, la principale preoccupazione riguarda il Circo Massimo, dove proprio in questi giorni si sta tenendo il Villaggio della difesa, sorta di grande esposizione a cielo aperto delle attività dei militari. Qui c’è la linea rossa da non superare. Dispositivi di sicurezza saranno anche attivati nella zona del Colosseo, oggetto di una breve occupazione sabato scorso. Oltre al corteo principale che partirà da piazza dei Cinquecento, sono stati segnalati diversi pre-concentramenti promossi o annunciati da scuole e istituti cittadini, dai quali i partecipanti si muoveranno verso il luogo di ritrovo. “Gli spostamenti dei gruppi e l’afflusso nell’area centrale - fanno sapere dalla questura - saranno seguiti attraverso un dispositivo che integra attività informativa e controllo del territorio”. In campo, tra gli altri, ci saranno anche degli esperti di cybersicurezza. Tra gli investigatori e gli inquirenti, infatti, che sono gli smartphone i principali veicoli con cui i “soggetti inediti” concordano, sempre all’ultimo momento, il da farsi in piazza. Del resto è proprio da un’indagine su delle chat che è nato il caso di Youssef Siher, preso dalla polizia postale poche ore prima di convocare le piazze del “Movimento 17 ottobre” sabato scorso e poi liberato dalla Gip di Milano perché non stava commettendo alcun reato. Questa notizia, tuttavia, non deve far pensare che le indagini sulle proteste siano finite. Anzi, tra Milano, Genova e Torino, nelle procure si sta riflettendo con molta attenzione sulle modalità fluide delle proteste, alla ricerca di una supposta regia unica. L’idea di fondo è che le piazze di quest’anno siano un’evoluzione di quelle per Gaza dell’anno scorso. Il che è anche verosimile ma resta il nodo di fondo: cosa di tutto questo sarebbe un reato? A Genova la procura ha acquisito il fascicolo aperto su Siher a Milano alla ricerca di collegamenti con il caso di Mohammad Hannoun, arrestato lo scorso dicembre per presunti finanziamenti ad Hamas attraverso una rete di società di beneficenza. L’udienza preliminare per lui e altri cinque indagati. Il gip dovrà decidere se mandarli a processo o meno per l’accusa di associazione a delinquere con finalità di terrorismo. Il pallottoliere delle necessità non della galera di Enrico Bellavia L’Espresso, 30 ottobre 2026 Abbiamo già sperimentato l’eterodirezione del disordine funzionale solo a scelte repressive. Cos’è davvero questa sicurezza di cui ci sentiamo orfani di fronte all’incedere di una violenza che non ha nulla di politico, ma contiene i germi di una rivolta? E in che modo le rivendicazioni di studenti, operai, autotrasportatori - tutte con una piattaforma, un indirizzo, un obiettivo, se è possibile - si sovrappongono fino a mischiarsi, nei tempi non nei modi, con l’orda distruttiva che si abbatte sui negozi di Milano? Custodi dei feticci quotidiani dei giovanissimi: smartphone e sneakers. Chi sono i protagonisti di questa furia? Le cronache dicono di ragazzini più disperati che annoiati, italiani figli e nipoti di migranti, abitanti delle periferie che all’accendersi di un messaggio sul display calano in centro incappucciati con una carica di rabbia e frustrazione da sfogare. E una vaga determinazione a impossessarsi di ciò che le famiglie non possono (più?) garantirgli. Una massa disomogenea, sfuggente. Catalogabile solo nella frettolosa approssimazione del potere. Trasmette però l’idea di un patto sociale che si sgretola nel divario crescente delle diseguaglianze. Apre una crepa tra generazioni. Frustra la possibilità di incanalare tanta energia in un impegno civile. Esibisce l’unica cosa che conta: la rappresentazione. Quel riverbero di notorietà che sottolinea l’esclusione e la normalizza nell’anomalia. Gruppi e singoli il cui percorso si compie in un andare e venire nel recinto dell’algoritmo. Abbacinati dalla finzione di un’equità di contrabbando. Scoperto l’inganno, appiccano il fuoco al carburante del furore. Per poi mostrarne gli effetti. Autoalimentando le fiamme nell’emulazione. A soffiarci sopra potrebbe esserci qualcosa di organizzato, obbediente a un disegno di destabilizzazione. È l’ipotesi investigativa che ha portato al fermo di Youssef Siher, attivista e giornalista, indicato come una specie di cattivo maestro, ma ex post, della rivolta. Intento a guidarne gli sviluppi più che a promuoverla. Forse. Tanto più che gli elementi noti non ne fanno la mente di una guerra ibrida come quella evocata dal ministro della Difesa Guido Crosetto. Ne fanno però un ottimo argomento per il pugno securitario del governo. La storia - piazze armate, bombe, stragi - ha costruito una letteratura, anche giudiziaria, sull’eterodirezione del disordine funzionale a preparare strette repressive. Un monito. Perché qui siamo all’ottavo intervento sulla sicurezza in quattro anni, tra decreti e disegni di legge. Dai rave ai “maranza”, passando per Cutro e Caivano. A ogni episodio che mini la narrazione corrente di una certa idea di sicurezza si risponde con un inasprimento di pene. Rispetto al welfare, non costa nulla e aggrava un codice che si vorrebbe snello, mentre si affastellano fattispecie di difficile o dubbia contestazione. Tanta dedizione alla tranquillità dei “cittadini della Nazione” non pare però dare frutti, al netto della propaganda di Palazzo. E non sembra incidere sulla prevenzione di queste bolle di violenza. Anzi, rischia di moltiplicarle. E l’ennesimo decreto non è destinato a invertire l’andazzo. Come se di fronte a una ferita infetta ci si preoccupasse della tenuta della benda che la nasconde, invece di verificare la profondità del taglio e il propagarsi della sepsi. Non a caso parliamo di corpi sociali. E i corpi non li rimuovi, non li cancelli con un tratto di penna. E non li occulti alla vista, relegandoli negli anfratti di istituti minorili e carceri. Con i corpi fai i conti al pallottoliere delle necessità. Non a quello degli anni di galera. Migranti. Cpr di Trapani, i penalisti restano fuori senza motivo di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 30 ottobre 2026 Sabato scorso una delegazione dell’Osservatorio Cpr dell’Unione delle Camere penali italiane è entrata nel Centro di permanenza per i rimpatri di contrada Milo, a Trapani, per verificarne le condizioni e il funzionamento. Gli avvocati del foro di Trapani, quelli che in quel centro mettono piede ogni giorno per difendere i trattenuti, sono rimasti fuori. Nessun diniego. Nessuna motivazione. La Prefettura non ha mai risposto. La sequenza la ricostruisce la Camera penale “Giuseppe Rubino” in una nota indirizzata alla Prefettura il 23 ottobre, alla vigilia della visita, firmata dal presidente Agatino Scaringi. La richiesta di partecipare insieme ai rappresentanti dell’Ucpi, cui la Camera penale trapanese aderisce da sempre, era partita il 5 ottobre. Il 14 era seguito un sollecito. Alla data della lettera, “nessun riscontro è ad oggi pervenuto”. I penalisti descrivono il paradosso con precisione: avvocati di altri fori, organici all’Osservatorio, possono accedere al Cpr, mentre ne restano esclusi quelli del luogo in cui la struttura si trova, che lì si recano quotidianamente per tutelare i propri assistiti ed esercitare il diritto di difesa. La nota si chiude con il rammarico e, soprattutto, con “la doglianza che la nostra richiesta di autorizzazione sia stata totalmente ignorata”, quando la semplice cortesia istituzionale avrebbe dovuto suggerire di comunicare per tempo l’eventuale diniego e le sue ragioni. Nessuna polemica, tiene a precisare l’avvocato Salvatore Alagna, intervenuto in rappresentanza del presidente. Il tono è quello di chi si sente scavalcato in casa propria. Quella del 24 ottobre, spiega, era una delle visite che l’Osservatorio compie periodicamente “per rendersi conto dello stato in cui si trovano queste strutture”, e, come ogni accesso, doveva passare dall’autorizzazione dell’autorità che gestisce e controlla il centro. La richiesta trapanese era partita a inizio mese, con largo anticipo. Eppure, “siamo stati esclusi, noi avvocati che operiamo sul posto”, dice, da una visita condotta da un organismo nazionale al quale la Camera penale aderisce e affidata a colleghi arrivati da altre sedi. “Noi chiediamo soltanto di essere attenzionati perché svolgiamo un’attività importantissima e attiva sul fronte della legalità”. Alagna ricorda che la Camera penale di Trapani è stata un motore di iniziative proprio su questo terreno. Il 7 settembre 2023, quando il Garante regionale Santi Consolo incontrò in tribunale l’avvocatura trapanese prima di entrare a Milo, furono i penalisti a chiedere che ai trattenuti fosse garantita una nomina regolare e tempestiva dei difensori e che nei centri ci fossero locali adeguati ai colloqui. Alagna sceglie comunque la moderazione: è convinto che tutto sia “frutto di un equivoco o di un inconveniente che si è verificato, un difetto di comunicazione”, e si augura che “davvero non si verifichi più”. La ferita però resta. “Immaginate se questa esclusione non ci ferisce anche nell’orgoglio”. Il silenzio lascia aperte tutte le ipotesi e non ne chiarisce nessuna, nemmeno quella benevola dell’equivoco. La detenzione senza reato - Per capire perché una porta chiusa a Milo conti più di una questione di galateo, bisogna ricordare che cosa sia un Cpr. È il luogo in cui lo Stato trattiene in via amministrativa lo straniero destinatario di un provvedimento di espulsione, in attesa che venga eseguito. Nessuna pena da scontare. C’è un ordine del questore, una convalida del giudice entro termini stretti e una privazione della libertà personale che l’articolo 14 del decreto legislativo 286 del 1998 regola nei presupposti, lasciando quasi tutto il resto a una direttiva del ministero dell’Interno. Il 3 luglio 2025 la Corte costituzionale, con la sentenza 96, ha messo per iscritto il vuoto: la legge disciplina i casi del trattenimento ma non i modi, in violazione della riserva assoluta di legge fissata dall’articolo 13 della Costituzione. Ha dichiarato inammissibili le questioni perché colmare la lacuna spetta al legislatore. Poi ci sono i numeri. Il rapporto “Espulsioni” di ActionAid e dell’Università di Bari, costruito su richieste di accesso civico a ministeri e prefetture, conta per il 2025 negli undici Cpr italiani 6.835 ingressi, il valore più alto mai registrato, e 1.732 rimpatri partiti dai centri, il 25,3 per cento. Milo ha sulla carta 204 posti, ma nel 2025 quelli davvero utilizzabili erano 84, dopo i due incendi del gennaio 2024 e la chiusura per lavori da marzo a ottobre di quell’anno. Nel 2025 vi sono entrate 653 persone e ne sono state rimpatriate 195. Altre 259 sono uscite perché un giudice non ha convalidato o prorogato il trattenimento. Più dei rimpatri. La spesa dell’anno ha superato i 2,63 milioni di euro. Dentro quella struttura chi controlla ha sempre visto poco. Nel 2019 la Prefettura di Trapani negò l’ingresso a una delegazione di esperti dell’Asgi che doveva accompagnare un parlamentare, e la questione finì davanti a un giudice. Quando l’Asgi riuscì a entrare, il 15 dicembre 2022, su parere del Viminale le fu consentito di vedere soltanto le aree comuni e di parlare con i trattenuti attraverso le sbarre, senza colloqui individuali. Nel rapporto di quella visita c’è un dettaglio che riguarda da vicino i penalisti trapanesi: la stanza per i colloqui con i difensori non aveva lo spioncino, così gli agenti tenevano la porta aperta mentre l’avvocato parlava con il suo assistito. Gli anni successivi non hanno reso il centro più trasparente. Il 30 dicembre 2023, dopo un tentativo di fuga, sei trattenuti hanno denunciato di essere stati picchiati: la procura di Trapani ha chiesto l’archiviazione per insufficienza di prove e le persone offese si sono opposte, quindi sarà un giudice a dire come andò. Nel marzo 2025 la maggior parte dei reclusi è entrata in sciopero della fame, con almeno due tentativi di suicidio segnalati e testimonianze sul sequestro dei telefoni usati per documentare. Il Garante nazionale è entrato il 16 e 17 aprile 2025, trovando il settore E in buone condizioni ma senza campanelli d’emergenza e con un locale per l’osservazione sanitaria inadeguato. Ognuno di questi sguardi esterni ha aggiunto un pezzo. Il Garante, ricorda la sua Relazione al Parlamento per il 2025, entra nei Cpr senza bisogno di autorizzazione e ha il compito di verificare, tra l’altro, l’assistenza legale e i contatti con l’esterno. Associazioni e avvocati no: dipendono dal via libera della Prefettura. Il problema non riguarda solo la Sicilia. Il 13 marzo 2026 il Tar Lazio, con la sentenza 4669, ha annullato il diniego con cui la Prefettura di Roma aveva respinto la richiesta dell’Asgi di accedere alle strutture in Albania, motivato con generiche esigenze di ordine pubblico e con il “clamore mediatico” sui Cpr. Il giudice ha chiarito che l’accesso si può limitare o differire, mai impedire sine die, e ha censurato anche la mancata comunicazione dei motivi ostativi prevista dall’articolo 10-bis della legge 241 del 1990. Persino il Garante nazionale, nella nota del 9 aprile 2026 con cui ha trasmesso il rapporto sulla visita al Cpr di Gradisca d’Isonzo, ha dovuto segnalare l’omessa esibizione della documentazione sull’organizzazione del servizio di sicurezza. A Milo i penalisti di Trapani entrano ogni giorno con un mandato in tasca, un assistito alla volta. Il 24 ottobre avrebbero potuto guardare il centro intero, accanto ai colleghi dell’Osservatorio. Sarebbe bastata una risposta. Anche un no, purché scritto e motivato. Social vietati ai ragazzini, Bruxelles frena gli Stati di Andrea Valdambrini Il Manifesto, 30 ottobre 2026 La Commissione Ue vuole congelare per dodici mesi le iniziative nazionali che anticipano le future regole comuni sui social per i minori. La giustificazione è evitare che ogni paese proceda per conto proprio, con limiti di età e obblighi diversi, frammentando il mercato unico. A chiarirlo è stato Thomas Regnier, portavoce della Commissione per il digitale, che ha spiegato come Bruxelles tema che la diversità degli approcci nazionali renda più difficile far rispettare le regole alle piattaforme. Il rinvio lascia così in stand-by le iniziative dei singoli Paesi mentre il Kids Act viene negoziato tra Eurocamera e Consiglio Ue. Il risultato è che le nuove restrizioni vengono rimandate e le piattaforme continuano a operare senza i nuovi vincoli. Il Kids Act, presentato dalla Commissione il 17 settembre, era stato preceduto dall’impegno di Ursula von der Leyen, che nel discorso sullo Stato dell’Unione del 2025 aveva annunciato un gruppo di esperti sulla sicurezza dei minori online. La proposta prevede un accesso graduale ai social: niente account sotto i 13 anni, mini-account con funzionalità limitate e supervisione dei genitori tra i 13 e i 14 anni, account autonomi dai 15. La decisione di Bruxelles arriva mentre diversi governi stanno valutando o preparando limiti nazionali all’accesso dei minori ai social. Oltre all’Austria, che punta a vietare le piattaforme agli under 14, hanno notificato proprie iniziative a Bruxelles anche Italia, Slovenia, Belgio e Francia. Resta da capire come il rinvio deciso da Bruxelles inciderà sulle iniziative nazionali già annunciate. La necessità di regolare l’accesso ai social per i più giovani ha acceso un dibattito globale. In Australia, dal dicembre 2025, le piattaforme interessate devono impedire ai minori di 16 anni di avere un account. In Canada il governo ha presentato a giugno una proposta di legge che prevede lo stesso limite, insieme a nuovi obblighi di sicurezza per i servizi online e i chatbot basati sull’intelligenza artificiale. Il problema, però, non è soltanto l’età di accesso ai social. Ricercatori e organizzazioni per i diritti digitali richiamano l’attenzione sui meccanismi con cui le piattaforme catturano l’attenzione: scrolling infinito, notifiche e sistemi di ricompensa possono incoraggiare un uso prolungato e rendere più difficile staccarsi dallo schermo. È proprio su questo terreno che si concentra una parte delle critiche. In un’analisi pubblicata il 30 settembre, European Digital Rights (EDRi), rete europea di organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti digitali, ha contestato l’impostazione del Kids Act. Secondo EDRi, i limiti di età rischiano di lasciare in secondo piano le caratteristiche dei servizi e le pratiche commerciali che possono danneggiare i minori. I controlli anagrafici possono inoltre sollevare problemi di privacy e spingere i ragazzi ad aggirare le restrizioni. Il rischio è di concentrare la risposta sull’accesso degli utenti senza intervenire abbastanza sui meccanismi che catturano la loro attenzione. Mentre Bruxelles chiede agli stati di aspettare, bisogna capire chi ci guadagna. “La Commissione ha l’onere di dimostrare che questa sospensione è finalizzata ad adottare rapidamente misure di protezione solide e valide in tutta l’Ue, e non a venire incontro agli interessi delle più potenti aziende tecnologiche del mondo”, commenta al manifesto Olivier Hoedeman, coordinatore delle campagne e della ricerca di Corporate Europe Observatory. Un rapporto dell’organizzazione pubblicato a febbraio sul lobbying documenta la forte presenza dell’industria tecnologica nel confronto con le istituzioni europee e le pressioni contro regole sulle funzionalità che possono favorire meccanismi di assuefazione. E quello delle big tech è anche un nodo politico mai risolto nei burrascosi rapporti transatlantici dell’era Trump. Il presidente statunitense ha più volte minacciato ritorsioni commerciali contro quei governi che introducono imposte o norme digitali considerate penalizzanti per le aziende tecnologiche statunitensi. Già solo le regole del Digital Services Act (Dsa), da tempo in vigore in Europa, appaiono a Trump una sorta di lesa maestà. Basti ricordare che nel giugno 2026 ha minacciato dazi del 100% sulle merci provenienti dai Paesi che applicassero una tassa sui servizi digitali alle imprese americane. “Fermi tutti”: perché l’Europa ha congelato le leggi sui limiti ai social per i minori di Gabriele Rosana Avvenire, 30 ottobre 2026 Sospese per un anno le iniziative nazionali che si sovrappongono al futuro regolamento europeo. La Grecia tirerà dritto sul divieto per gli under 15. Italia incerta su come procedere. Fermi tutti. La Commissione europea tira il freno a mano davanti alle fughe in avanti di vari Paesi e mette in pausa per 12 mesi i tentativi nazionali di fissare un’età minima per accedere ai social media. In attesa dell’adozione - che a Bruxelles sperano sia rapidissima - di una stretta a tutela dei minori valida dappertutto nell’Ue così da evitare “una frammentazione del mercato interno” e il rischio caos, con difformità tecniche e scaglioni di età diversi da uno Stato all’altro. Poco più di un mese fa, infatti, l’esecutivo europeo ha presentato il “Kids Act”, un regolamento che soppianterà le legislazioni nazionali e che segue un approccio graduale: divieto di presenza online sotto i 13 anni, account fino ai 15 solo con il controllo diretto dei genitori e possibilità di aprire profili a proprio nome tra i 15 e i 18, ma solo se i social come TikTok, Instagram e Facebook, e le piattaforme di riproduzione video come YouTube saranno prive delle caratteristiche che creano dipendenza, ad esempio lo “scroll” infinito e le raccomandazioni altamente personalizzate. Insomma, la volontà di Bruxelles è “garantire che tutti i minori nell’Ue ricevano lo stesso livello di protezione, perché un problema europeo richiede una risposta unitaria europea”, ha precisato il portavoce della Commissione per i dossier digitali Thomas Regnier. L’occasione è stato il cartellino giallo mostrato ieri all’Austria, che aveva notificato a luglio l’intenzione di vietare l’accesso ai social ai minori di 14 anni: “Abbiamo deciso di rinviare di 12 mesi l’esame di qualsiasi progetto di legge nazionale che si sovrapponga alle future norme armonizzate”, ha annunciato Regnier. L’altolà, che può essere prorogato di altri sei mesi, dovrebbe estendersi adesso pure alle misure messe in cantiere da Belgio e Slovacchia. L’obiettivo dichiarato, semmai, è “concentrarci sui negoziati” del “Kids Act” Ue e invitare, insomma, i governi ad accelerare sull’adozione del provvedimento che per diventare definitivo dovrà essere approvato dai 27 Stati riuniti nel Consiglio e dall’Europarlamento. Il timore, infatti, è che i Paesi dell’Ue non abbiano fretta di adottare il quadro comune se dispongono già di norme statali, ma per il Moige - Movimento italiano genitori, “non ci sono tempi certi” e ciò vorrebbe dire continuare a negare “tutele incisive” ai minori. I più fiduciosi, a Bruxelles, sperano tuttavia in una chiusura delle trattative sul “Kids Act” già nei primi mesi del 2027, il che consentirebbe alle protezioni di essere operative sei mesi dopo. Fino a quel momento, l’indicazione della Commissione agli Stati è senza appello: stop alle iniziative individuali. Il pressing politico riguarda tutte le capitali, ma formalmente - per una serie di cavilli giuridici - la moratoria non vale invece per quei Paesi che si erano mossi in tempi non sospetti (ben prima, insomma, che la Commissione presentasse il “Kids Act”), cioè Francia, Italia e Grecia. Fra i tre, Atene è l’unica ad avere ricevuto disco verde dall’esecutivo Ue: e infatti, pochi giorni fa, ha approvato la messa al bando per gli under-15 che, a meno di difficili ripensamenti, sarà in vigore dal 1° gennaio prossimo. Il Parlamento italiano, invece, non ha ancora approvato la proposta di legge bipartisan che era stata inviata a Bruxelles l’anno scorso e che aveva ricevuto una serie di commenti dalle autorità europee; nel frattempo, però, secondo quanto si apprende, da Roma sarebbero arrivati segnali attendisti all’indirizzo della Commissione. Discorso simile per Parigi, che tuttavia sembra determinata a tirare dritto. Per la Francia si tratterebbe di un secondo tentativo, dopo i rilievi Ue e la parziale battuta d’arresto subita in estate dal Consiglio costituzionale. Non è la soluzione preferita nei palazzi Ue, ma - spiegano ad Avvenire fonti Ue - se Roma e Parigi volessero completare la procedura di adozione, per loro il congelamento disposto ieri per l’Austria e gli altri, di fatto, non varrebbe.