Siamo al punto di non ritorno: ci sono 20mila detenuti in più rispetto alla capienza di Fulvio Fulvi Avvenire, 2 ottobre 2026 Dopo la sommossa a Pisa, con la rivolta nelle celle trasmessa su TikTok che ha portato a 4 arresti, restano numeri drammatici sul sistema penitenziario: i reclusi raggiungono la quota record di 66mila unità, la strategia di Nordio non ha sortito effetti. L’ex capo del Dap, Petralia: serve un piano globale, si distribuiscano meglio gli spazi interni. Una rivolta in diretta TikTok non si era ancora vista. È andata in scena, e in Rete, mercoledì sera nel carcere di Pisa. Protagonisti alcuni detenuti italiani e albanesi che hanno iniziato a dare in escandescenza dopo aver scoperto delle cimici nascoste nelle celle. Una cinquantina di detenuti ha occupato un braccio dell’istituto, affrontando la polizia penitenziaria accorsa in tenuta antisommossa. Il tutto trasmesso via social, con immediate e numerose visualizzazioni. Dopo momenti concitati il grosso del gruppo è tornato in cella, ma una ventina di detenuti ha continuato la protesta, in attesa dell’arrivo di un negoziatore da Firenze. Dopo una notte di trattative, la situazione è tornata sotto controllo in mattinata. Ma la vicenda ripropone in modo drammatico il tema dell’introduzione clandestina dei cellulari in carcere. Quattro i detenuti arrestati per la rivolta e trasferiti in altre carceri. La casa circondariale pisana ora “è in sicurezza”, spiegano alcune fonti investigative, confermando che la protesta è scoppiata in seguito al ritrovamento, all’interno di alcune celle del reparto, di alcune cimici collocate su delega dell’autorità giudiziaria. Verifiche e accertamenti in corso anche su come abbia fatto a entrare in carcere il cellulare utilizzato dai detenuti per effettuare la lunga diretta su TikTok. Ingenti i danni al reparto con suppellettili divelte e mobili divelti dai reclusi per asserragliarsi all’interno e impedire l’accesso delle forze di sicurezza. Carceri stracolme. A questo livello non si era mai arrivati: nei 189 istituti penali le presenze, infatti, sfiorano le 66.000 unità con un tasso di sovraffollamento reale del 142,4% (+0,4 rispetto al mese precedente, 6,8 punti in più se paragonato a un anno fa). In particolare, al 19 settembre risultavano 65.933 persone detenute, una cifra destinata ancora a crescere con i dati di fine mese che saranno diffusi dal ministero della Giustizia nei prossimi giorni. L’intero sistema penitenziario dunque rischia di esplodere, visto che i posti effettivamente disponibili nelle camere di pernottamento sono 46.298, nonostante una capienza regolamentare (calcolata su criteri teorici di abitabilità) pari a 51.345. I reclusi in soprannumero toccano quindi quota 20.000. “Prima del Covid si arrivava al massimo a 63.000, poi si è verificato un inevitabile incremento delle presenze le cui ragioni sono sempre le stesse: non c’è stato alcun ridimensionamento delle misure cautelari collegate alla realtà criminale che, anzi, sono aumentate perché si è delegato al penale tutto quello che poteva invece essere affidato ad altre competenze come, per esempio, l’attività sanzionatoria delle prefetture” commenta Dario Petralia, il magistrato che dal 2020 al 2022, il periodo critico della pandemia, ha ricoperto il ruolo di capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap). In attesa che la legge 140 sulla detenzione domiciliare per i detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti, definita “epocale” dal ministro Nordio e approvata in via definitiva dal Parlamento il 29 luglio sortisca i suoi effetti (secondo le previsioni 10.000 persone dovrebbero scontare il residuo di pena con misure alternative al carcere, ma a una media di 500 l’anno), quali provvedimenti si potrebbero prendere? “Serve un piano complessivo che sia esclusivo e polivalente - risponde Petralia - inoltre bisogna investire nell’edilizia carceraria non tanto per costruire altri istituti quanto per distribuire meglio gli spazi interni a quelli già esistenti, è un compito della politica”. Intanto i numeri fanno rabbrividire. La congestione delle celle raggiunge un tasso da capogiro (secondo i dati pubblicati da Ristretti Orizzonti) nei penitenziari di Lucca (276%, con 102 detenuti su 37 posti), Milano San Vittore (231%, 1.119 reclusi su 484 letti), Foggia (225%, 692 su 307), Brescia Canton Mombello (218%, 397 su 182), Latina (210%), Lodi (207%), Busto Arsizio (204%). A questa grave situazione si aggiunge la carenza della polizia penitenziaria che riguarda soprattutto le Case circondariali di Matera, con un organico sotto del 32,9% (e un sovraffollamento al 171%) e di San Vittore con il 32,2% di agenti mancanti all’appello. Calano, invece, i suicidi che a tutt’oggi sono 54 dall’inizio dell’anno (furono 53 nei primi otto mesi del 2025). “Ma questo fattore va visto soprattutto come una proiezione della società dei liberi - dice il magistrato - perché esiste una netta correlazione tra le carceri e il contesto sociale a cui si riferiscono, per cui se c’è una diminuzione del numero di chi si toglie la vita fuori, c’è anche una riduzione dei suicidi di persone dietro le sbarre. E non bisogna dimenticare il pesante impegno a cui sono sottoposti gli agenti, anche loro a rischio suicidio per burnout”. La media, nella categoria, è di 6-7 casi l’anno. Restano da sciogliere anche i nodi del lavoro dei detenuti e dei trattamenti finalizzati alla rieducazione e al reinserimento, che è la funzione stessa del carcere, secondo quanto previsto dall’articolo 27 della Costituzione. Alla fine del 2025 (ultimi dati consolidati disponibili dal ministero) i detenuti lavoranti erano in totale 21.790 (il 34% della popolazione allora reclusa) di cui oltre 18.500 alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria e il resto impiegato in aziende o enti pubblici e privati fuori dal carcere. Davvero molto pochi. “E collocati in grande maggioranza al Nord perché al Sud il lavoro manca - osserva Petralia - c’è una differenza troppo marcata da questo punto di vista, infatti non è un caso che chi decide di costituirsi, in genere, lo fa in regioni come Lombardia, Veneto o Piemonte. Sono carenti anche le attività culturali, i luoghi e le opportunità dove la persona detenuta può essere ascoltata, assistita, favorita nella sua creatività ma nei quali può anche esprimere la propria affettività, come, per esempio, le cosiddette “stanze dell’amore”, dove è possibile scambiarsi tenerezze e stare insieme a chi si vuol bene: non è giusto contrabbandarle come qualcosa di volgare”. La rivolta di Pisa, la sorveglianza e la privacy dei detenuti di Alessandro Trocino Corriere della Sera, 2 ottobre 2026 Sembra paradossale, se non proprio assurdo, associare il diritto alla privacy ai detenuti, rinchiusi in una cella con altri sconosciuti e costretti a fare di tutto - mangiare, dormire, evacuare -, davanti a loro e agli agenti di custodia. Eppure quello alla privacy è un diritto umano inviolabile, che si applica a tutti gli esseri umani. A meno di non voler ritenere che entrando in carcere si perda la qualità di uomini e donne, va dunque garantito. Naturalmente, a volte i diritti si trovano in conflitto con altre esigenze di pari livello. Per esempio, la sicurezza e la giustizia. Per questo, l’ordinamento prevede la possibilità per le forze di polizia di compiere ispezioni e di installare telecamere e microspie all’interno delle celle. Non come potere assoluto, arbitrario, ma soltanto in presenza di esigenze investigative e solo per un periodo limitato. Il caso di Pisa, dove c’è stata una rivolta dopo che i detenuti hanno trovato alcune “cimici” nelle celle e hanno reclamato il loro “diritto a non essere spiati”, va inquadrato anche in questa logica. Diciamo “anche”, perché tra le ragioni della protesta ci sono “anche” i disagi di un carcere che, come tutti, è sovraffollato e in condizioni igieniche precarie. C’è una capienza di 190 posti ma con 300 reclusi, oltre la metà dei quali stranieri e molti con doppia diagnosi, di dipendenza e problemi psichiatrici. Ieri sera soltanto l’intervento intelligente e coraggioso della direttrice, la giovane Alice Lazzarotto, e della garante dei detenuti di Pisa, Valentina Abu Awwad (insieme ad altri mediatori), ha consentito una conclusione non cruenta della protesta, proprio mentre le “teste di cuoio” del Gir di Firenze erano già pronte a intervenire. Dice Giuseppe Fanfani, garante regionale dei detenuti: “Se non ci fossero state la direttrice e la garante, sarebbe finita male”. Quattro persone sono state arrestate per i danneggiamenti e accusate del nuovo reato di “rivolta”, introdotto da questo governo. Un detenuto di un’altra sezione ne ha approfittato per tentare il suicidio, ingoiando una lametta, ma è stato salvato. Valentina Abu Awwad ci racconta: “Siamo stati in piedi fino alle cinque. La direttrice ha tentato per ore di tranquillizzarli, poi mi hanno chiamata e alla fine siamo riuscite, insieme ai mediatori, anche grazie al rapporto di fiducia che si è instaurato con i detenuti. Il pretesto per la rivolta sono state le microspie, me ne hanno messa in mano una, ma la verità è che c’è tanta rabbia e frustrazione. La direttrice fa del suo meglio, ma qui, come altrove, i detenuti non fanno quasi nulla. Ci sono corsi da estetista e per fare il pane, ma quasi nessuno lavora. E quel poco che guadagnano va tutto nelle spese di mantenimento. Poi ci sono molte persone con problemi psichiatrici che occupano il centro clinico. Servono risorse e spazi: ci sono capannoni abbandonati. Ma mi pare che la logica politica sia quella di reprimere e non si capisce che per abbattere la recidiva bisogna fare altro. Va sempre peggio”. Si vedrà se l’installazione delle microspie è stata legittima. Ci sono due casi in passato che autorizzano qualche dubbio. A Perugia e a Napoli (in questo caso in tribunale) sono stati “spiati” i colloqui tra detenuti e avvocati, provocando una reazione dura dell’Unione delle Camere penali. L’avvocato Alessandro Cannevale, che difendeva la legale intercettata, ci spiega: “Invece di una sola, come autorizzato, hanno intercettato quattro avvocati nella sala dedicata, cosa che ritengo illegittima. Temo che a volte ci sia la tentazione di fare intercettazioni a strascico, lasciando microspie e ascoltando a posteriori le registrazioni, che possono riguardare anche persone estranee ai procedimenti”. Tra i provvedimenti più contestati del governo, sotto l’impulso del fu sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, che pochi giorni dopo sarebbe stato costretto alle dimissioni, c’è l’articolo 15 del Decreto sicurezza del febbraio 2026. Che autorizza i nuclei investigativi della polizia penitenziaria a fare operazioni sotto copertura all’interno delle carceri. Gli agenti possono fingersi detenuti, educatori, operatori sanitari e anche compiere reati finalizzati allo “spionaggio”, coperti da impunità di servizio. Norma criticata perché crea una cultura del sospetto e della diffidenza in ambienti che già sono inevitabilmente degradati, per la necessaria restrizione dei movimenti e della possibilità di conversare. Un clima di sfiducia che rischia di alimentare il malessere e il disagio dei detenuti, perfezionando a livelli distopici la sorveglianza. E non soltanto, come avviene per le microspie, per individuare responsabilità per reati commessi all’esterno. Ma anche per indagare sui comportamenti dei detenuti all’interno delle strutture, relativamente alle proteste, punite con il nuovo reato di rivolta. Il completamento di quel progetto di sorveglianza che l’inventore del “panopticon”, Jeremy Bentham, finalizzava al controllo di tutti i detenuti da un occhio invisibile agli stessi. Il sorvegliare e punire, formula cara a Michel Foucault, ha superato la sfera visiva. Spiega il garante del Lazio Stefano Anastasia: “I detenuti hanno diritto a non essere spiati, come tutti. Poi, ci possono essere ragioni per intercettarli e registrarli. Ma questo non toglie che una persona detenuta resti una persona, con diritti e doveri. Mi pare che invece ci sia un’invasività sempre maggiore, che considera i detenuti non come autori di reati, per i quali la Costituzione prevede la punizione ma anche il reinserimento, ma come potenziali pericoli”. È lo spostamento progressivo e inesorabile dal trattamento al controllo. La rivolta di Pisa è stata ripresa da un telefonino e trasmessa da un detenuto con una diretta su TikTok. Atto illegale, visto che il possesso di cellulari in cella è vietato. Divieto spesso aggirato e che crea un paradosso: spesso a entrarne in possesso sono i soggetti più pericolosi, con agganci criminali fuori dagli istituti, mentre chi ne avrebbe bisogno per comunicare con le famiglie deve desolatamente attendere i tempi - per lo più settimanali e rapidissimi - previsti dalle norme dell’ordinamento. A Pisa la rivolta dei detenuti corre su TikTok di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 2 ottobre 2026 Barricati per una notte, denunciano mancate cure e scabbia. Benzoni (Azione) chiede che Nordio riferisca alla Camera. Un telefono che in cella non doveva esserci, una diretta su TikTok e alcune decine di detenuti barricati nel secondo reparto giudiziario del carcere Don Bosco di Pisa. Nella notte tra mercoledì e giovedì la protesta è durata ore, mentre fuori dai cancelli si radunavano familiari e amici dei reclusi. All’alba è rientrata. A chiuderla è stata una trattativa condotta dai negoziatori della polizia penitenziaria arrivati da Roma. Almeno quattro detenuti sono stati ritenuti responsabili di aver incitato la rivolta. E potrebbe scattare il nuovo reato di rivolta introdotto dal Governo Meloni. La scintilla, stando al racconto dei reclusi, risale al giorno prima. La direzione li avrebbe fatti uscire dalle celle per un paio d’ore con la motivazione di una prova di evacuazione. Rientrati, avrebbero trovato dei dispositivi elettronici, probabili microspie, poi mostrati davanti alla telecamera dello smartphone. “Vogliamo il diritto di non essere spiati e di poter parlare liberamente mentre siamo in cella senza avere il timore di essere intercettati”, hanno detto in diretta. Chiedevano di parlare con la direttrice, Alice Lazzarotto. Hanno denunciato anche di essere stati colpiti con i manganelli. Nessuna fonte ufficiale, finora, ha confermato o smentito l’una o l’altra cosa. Se poi quegli apparecchi servivano davvero a un’indagine, si tratterebbe di intercettazioni disposte dall’autorità giudiziaria, che la legge consente anche dentro un istituto di pena. Dall’altra parte del muro c’era la polizia penitenziaria. Gennarino De Fazio, segretario generale della Uil Fp Polizia penitenziaria, ha riferito di detenuti che avevano versato olio sui pavimenti per impedire agli agenti di entrare. E ha puntato il dito sul cellulare, introdotto e usato in barba ai divieti: “Mentre a Napoli Secondigliano si magnificano i risultati ottenuti con l’impiego di jammer, a Pisa si consumano tumulti in diretta TikTok”. Quella diretta l’ha seguita anche Nadia Di Rocco, presidente dell’associazione Quei Bravi Ragazzi Family. Ha rivolto loro diversi appelli, perché la situazione non degenerasse. “Ho sentito il dovere di parlare ai detenuti e invitarli a non mettere a rischio la propria vita e quella degli altri”, racconta. Ma quei detenuti, aggiunge, hanno detto cose che non si possono archiviare. Nel corso delle dirette hanno parlato di igiene carente, di visite mediche difficili da ottenere, di farmaci che non arrivano, perfino di casi di scabbia. Sono parole dei detenuti, e la stessa Di Rocco chiede che vengano verificate dalle autorità competenti. “Se una persona detenuta denuncia di non riuscire ad avere cure, farmaci o condizioni igieniche adeguate non possiamo limitarci ad ascoltare e poi voltare pagina”, dice. Da qui l’appello al ministro della Giustizia: “Ministro Nordio, ascolti ciò che sta accadendo prima che sia troppo tardi”. Sulla scabbia, un riscontro esterno esiste, ed è precedente alla rivolta. Il 18 settembre l’avvocata Laura Antonelli, della Camera penale di Pisa, aveva parlato di detenuti con patologie come la scabbia, raccontando la visita al Don Bosco del 31 agosto. In quella occasione i penalisti avevano contato, dall’inizio dell’anno, 68 atti di autolesionismo e 23 tentati suicidi, con 36 reclusi affetti da problemi psichiatrici e le cimici nei muri. Il 17 luglio, durante la visita della senatrice Ilaria Cucchi, un ragazzo poco più che diciottenne aveva tentato di togliersi la vita ed era stato salvato dai compagni e dagli agenti. Niente di tutto questo è nuovo. Già nel lontano 2016 Rita Bernardini, uscendo dal Don Bosco, lo aveva descritto come “un carcere letteralmente dimenticato da tutti”, costruito negli anni Trenta e, a suo dire, mai interessato da opere edilizie. Centodiciotto persone senza un posto - I numeri del Don Bosco li ha messi in fila Marco Dalla Stella, il giornalista che ogni giorno raccoglie le schede di trasparenza del ministero della Giustizia sul sito sovraffollamentocarcerario.it. Al 19 settembre l’istituto aveva 195 posti regolamentari, 10 dei quali inutilizzabili. Restano 185 posti veri per 303 detenuti: 118 persone in più dello spazio che esiste, un sovraffollamento reale del 163,8 per cento. Reale perché il calcolo non si ferma alla capienza scritta sulla carta, ma conta i letti che si possono davvero usare. Il 7 gennaio i reclusi erano 270. Il 10 settembre hanno toccato quota 309. Eppure Pisa non figura tra i casi limite: nella classifica nazionale è al cinquantaseiesimo posto su 190 istituti, e sono 81 le carceri che stanno pari o sopra il 150 per cento. In tutta Italia, sempre al 19 settembre, i detenuti erano 65.933 per 46.298 posti disponibili, con un tasso del 142,4 per cento. Dentro quelle mura le stanze di detenzione sono 153, ma soltanto 28 hanno la doccia. Gli educatori sono quattro. Quattro, per oltre trecento persone, in un istituto dove la Costituzione chiede che la pena tenda alla rieducazione, come ricorda anche Di Rocco. Gli agenti effettivi, aggiornati al 31 agosto, risultano 182 a fronte dei 219 previsti. Una parte di questa crescita ha un’origine precisa. Il 28 maggio il gip di Firenze Alessandro Moneti ha firmato un decreto di sequestro preventivo per sette sezioni del carcere di Sollicciano, ritenute luoghi di lavoro insalubri tra infiltrazioni d’acqua, muffa e animali infestanti nelle celle, e ha disposto il trasferimento dei reclusi negli istituti indicati dal Dap. I dati di Dalla Stella mostrano l’effetto: Sollicciano è passato dai 628 detenuti del 2 giugno ai 453 del 19 settembre. Una ventina di loro, secondo quanto riferito in estate dalla Camera penale e dalla stampa locale, sono finiti proprio a Pisa. È lo stesso filo che tira Fabrizio Benzoni, vicecapogruppo di Azione, intervenuto per chiedere un’informativa al ministro. “La scorsa notte è avvenuta l’ennesima rivolta in un carcere italiano, quello di Pisa”, ha detto. “Oltre ad esprimere la solidarietà agli agenti della Polizia Penitenziaria intervenuti, ricordo che quel carcere ha il 150% di sovraffollamento e sta subendo pesanti arrivi dalla casa circondariale di Sollicciano che ha ricevuto una sentenza di chiusura di parte dei padiglioni”. Il deputato ricorda le rivolte e le aggressioni agli agenti dell’estate, la mancanza di formazione e lavoro, e i 10 mila posti promessi dal governo “da quattro anni” senza che se ne veda “nessuno attuato”. Per questo chiede “l’ennesima informativa urgente al ministro Nordio”, perché il Guardasigilli “deve affrontare una discussione con il Parlamento sulla difficile situazione degli istituti penitenziari italiani”. Il provvedimento fiorentino, per la precisione, non è una sentenza ma un sequestro. E il sovraffollamento reale del Don Bosco supera il 150 per cento citato in aula. Resta un paradosso che i fatti rendono evidente. Dal 2025 il codice penale prevede, con l’articolo 415 bis introdotto dal decreto sicurezza, il reato di rivolta in istituto penitenziario, punibile anche quando si traduce in sola resistenza passiva agli ordini. I detenuti che hanno occupato il piano potrebbe vederselo contestare. Chi è stato tolto dalle celle che un giudice ha ritenuto insalubri a Sollicciano, invece, è stato spostato qualche decina di chilometri più in là, in un carcere che era già pieno oltre ogni misura. Il problema non è stato risolto, ha solo cambiato indirizzo. E resta il fatto che, tramite una diretta, seppur illegale, tutte queste criticità sono riemerse. E non saranno risolte da nessun codice penale iper punitivo. Rivolta nel carcere di Pisa, e FdI rilancia il rimpatrio forzato dei detenuti di Eleonora Martini Il Manifesto, 2 ottobre 2026 Nell’istituto Don Bosco “condizioni terrificanti e disumane, peggio di Sollicciano”. Protesta rientrata senza l’uso della forza. La destra specula sugli stranieri reclusi. La rivolta scoppiata mercoledì sera nel carcere Don Bosco di Pisa e trasmessa in diretta Tik Tok da un gruppo di detenuti albanesi offre ai partiti della maggioranza un nuovo pretesto per sfidarsi sul terreno “vannacciano” della remigrazione e rilanciare il progetto di legge presentato a luglio da FdI alla Camera sul rimpatrio forzato degli stranieri condannati perché scontino la pena nei propri paesi d’origine. Questa volta, a differenza di altre occasioni strumentalizzate da certe sigle sindacali della polizia penitenziaria, la protesta di pochi individui è davvero sfociata in una rivolta generalizzata che ha coinvolto l’intera sezione riservata ai detenuti in attesa di giudizio. Ad innescare la miccia sarebbe stata la scoperta in alcune celle di “cimici” collocate dalla procura di Pisa nell’ambito di un’inchiesta per reati di droga. Tirati fuori i telefonini nascosti, i detenuti hanno postato la sommossa in diretta sui social, seguita da migliaia di utenti. In poco tempo tutto il reparto dove sono stipate circa 60 persone è stato trascinato nel caos. L’intero istituto ha vissuto ore drammatiche, durante le quali - secondo la testimonianza della garante dei detenuti di Pisa, Valentina Abu Awwad, arrivata sul posto in piena notte - “un detenuto con problemi psichici ha perfino ingoiato una lametta e ha tentato il suicidio impiccandosi, fortunatamente salvato”. Il tutto si è risolto ieri, all’alba, senza neppure l’uso della forza da parte del Gio, il “braccio armato” della polizia penitenziaria istituito un paio d’anni fa contestualmente alla nuova fattispecie introdotta con il pacchetto sicurezza di Nordio. Le forze speciali sono arrivate sul posto ma, dopo ore di trattative gestite anche dalla direttrice del carcere Alice Lazzarotto, e dopo l’intervento di altri mediatori tra i quali la Garante Abu Awwad, la sommossa è rientrata senza feriti. Il nuovo reato di “rivolta carceraria” però questa volta sarà probabilmente usato come capo d’accusa a carico dei quattro detenuti individuati come promotori, arrestati e trasferiti. Rischiano per questo fino a 8 anni di reclusione in più. A causa degli “ingenti danni” riscontrati dal Dap nella sezione interessata, altri 10 detenuti sarebbero in via di trasferimento. La protesta ha trovato terreno fertile nelle condizioni di degrado dell’istituto, dove il sovraffollamento (circa 300 detenuti, tra il maschile e il femminile, in 199 posti) è peggiorato dopo la chiusura di 7 sezioni del carcere di Sollicciano. Secondo l’Osservatorio Antigone Toscana, le condizioni strutturali e igienico-sanitarie dell’istituto di Pisa sono “terrificanti e disumane, in questo momento forse peggio di Sollicciano”, afferma il presidente Enrico Vincenzini. “Nelle carceri manca tutto. In queste condizioni tutto è possibile e qualsiasi pretesto può scatenare una reazione”, commenta il Garante regionale della Toscana Giuseppe Fanfani che chiede al governo di “adottare misure per ridurre l’affollamento e a rendere le carceri vivibili ed utili al reinserimento sociale. Altrimenti, sono soldi e tempo buttati via sul falso altare della sicurezza formale”. Dalle parti della maggioranza di governo però la priorità è un’altra: la partita si gioca a tutta destra, sul terreno sporco della rincorsa a chi la spara più grossa sui migranti. Cosicché da FdI riparte il pressing sulla pdl che prevede il trasferimento nei paesi d’origine degli immigrati extra Ue con condanne definitive superiori a un anno come “modalità ordinaria di esecuzione della pena”. “Al Don Bosco c’è una delle più alte concentrazioni di detenuti stranieri della Toscana, quasi il 60% - afferma il vicepresidente del Consiglio regionale Petrucci, FdI - La strada da seguire quindi è anche quella di accelerare le espulsioni degli immigrati che delinquono. Accogliamo con favore il fatto che il governo stia portando avanti la realizzazione di un Cpr nella nostra regione”. In questo ambito, il Garante nazionale dei diritti dei detenuti ha pubblicato ieri i dati aggiornati del monitoraggio dei rimpatri forzati: “Tra il 28 settembre 2024 e il 30 settembre 2026 - vi si legge - sono state monitorate 94 operazioni di rimpatrio forzato, che hanno coinvolto 1200 cittadini stranieri. Rispetto al precedente aggiornamento, al 30 giugno 2026, il numero complessivo delle operazioni monitorate è aumentato del 64,9%. Le principali destinazioni dei voli monitorati sono state l’Egitto, con 530 persone rimpatriate e la Nigeria, con 403 persone rimpatriate”. Unica raccomandazione da parte dell’authority: “L’opportunità della presenza di mediatori culturali nelle operazioni di rimpatrio forzato”. La rivolta a Pisa contro le cimici (le spie) in cella. Pericolosa follia di Adriano Sofri Il Foglio, 2 ottobre 2026 Allora: c’è stata una “rivolta” nel carcere Don Bosco di Pisa, dove fui di casa. I detenuti avrebbero trovato delle “cimici”, non gli insetti, che non fanno notizia, ma i congegni per spiarne le parole (e anche i movimenti, pare, con telecamere). Ribellandosi a questa scoperta, hanno trasmesso con un telefono via TikTok la propria protesta, seguita in diretta da alcune migliaia di persone. Che i detenuti dispongano di un telefono è un caso che le cronache descrivono come non più raro, compreso l’invio attraverso droni: è certo proibito dal regolamento e dalla legge. Che cosa dice la legge e il regolamento sul collocamento di cimici e telecamere nelle celle? Che, benché le celle non siano tutelate come le abitazioni private - e infatti sono normalmente perquisite, malmenate, messe a ferri battuti, abbagliate o abbuiate a piacere - l’installazione di apparecchi nascosti di sorveglianza, come le cimici, deve essere autorizzata da un magistrato che le dichiari necessarie per un’indagine in corso. Dunque in casi singoli e singolari. Che non sembra il caso di Pisa. A ribellarsi sono stati i detenuti di una sezione giudiziaria, cioè di persone in attesa di giudizio, che avrebbero scoperto, e mostrato, un’esistenza diffusa delle microspie. Questo fa pensare a un’intenzione di controllo interno più che a un’indagine particolare. Intenzione, se così fosse, illegale. Non occorrerebbe ricordare che un’illegalità commessa dai realizzatori della legge è incomparabilmente più grave di una commessa da persone private, come il regista del TikTok, per giunta in una condizione di detenzione preventiva, di non colpevolezza. Oltre a mettere in mostra le cimici ritrovate, la “diretta”, tra grida di più lingue, ha mostrato anche le condizioni di vita, di igiene e di sanità (“Guardate come viviamo: nella merda!”). Il carcere pisano, ancora ai miei tempi, ai tempi di un direttore sanitario come Francesco Ceraudo, vantava un Centro clinico penitenziario di eccellenza, che si era ampliato in spazi e macchinari preziosi e costosi, lasciati andare subito dopo in rovina. Dilapidazione estesa ad altri spazi e strutture, compresa la cosiddetta “aria grande”, che il contributo del comune pisano aveva fortemente incivilito. Dopo anni di vicissitudini simili a quelle di tante galere, di muri trasudanti e responsabili umani passanti e renitenti, con qualche parentesi ammirevole di buona volontà personale, le cronache di ieri fanno il nome di una direttrice, Alice Lazzarotto, e di una garante, Valentina Abu Awwad: due donne, si direbbe buonissimo segno. A ribellione finita, senza farsi male, dopo una “mediazione” conclusa con l’arresto e il trasferimento di quattro “capi”, tre albanesi e un latinoamericano, imputati di “rivolta”, e la denuncia di tre dozzine di altri partecipanti, i commenti unanimi di chi frequenta e conosce il carcere, a cominciare da volontarie e volontari, si stupiscono che la ribellione abbia tardato tanto ad avvenire. C’è un’altra cosa di cui stupirsi. L’ennesimo ubriaco decreto sicurezza ha previsto dalla scorsa primavera il ricorso ad agenti “sotto copertura” in carcere. Infiltrati in incognito, per indagare (e, gli infortuni sul lavoro sono sempre in agguato, per provocare). I detenuti pisani - più di 300 per meno di 200 posti “teorici”, fra loro anche alcuni dei trasferiti da Sollicciano, Firenze, dove alcuni reparti sono stati chiusi dalla magistratura come invivibili se non per i topi - hanno scoperto microspie e telecamere al rientro da un improvviso e breve sgombero delle celle: il tempo per collocare i congegni. Geniale. Quanto ci metteranno i detenuti di qualsiasi disgraziato carcere italiano a smascherare un agente sotto copertura, o, peggio, a sospettare come tale qualcuno che non lo sia, e a reagire in modi ben più gravi che una parodia TikTok di rivolta a viso scoperto? Il carcere è criminogeno, e anche certi aspiranti carcerieri. Pisa. Il Garante regionale Fanfani: “Basta una scintilla e parte la protesta, il sistema è al collasso” di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 2 ottobre 2026 Una sessantina di detenuti coinvolti, un intero reparto occupato, materassi e letti utilizzati per bloccare gli accessi, olio versato sui pavimenti. Quattro arresti e una decina trasferiti d’urgenza. Il tutto, per non farsi mancare nulla, trasmesso in diretta su TikTok. È quanto accaduto al carcere Don Bosco di Pisa, teatro mercoledì sera di una violenta protesta, tornata sotto controllo soltanto all’alba di ieri. La rivolta era esplosa dopo il ritrovamento di alcuni sistemi di intercettazione all’interno delle celle. Immediatamente i detenuti avevano iniziato a barricarsi nel reparto, utilizzando letti e materassi per impedire l’accesso agli agenti. Nei corridoi era stato versato dell’olio sul pavimento, rendendo ancora più complicato l’intervento del personale. La tensione era salita con il passare delle ore, mentre all’esterno dell’istituto arrivavano rinforzi della Polizia penitenziaria, della Polizia di Stato e dei carabinieri. “Il problema è che qualsiasi cosa succeda all’interno scatena l’ira di Dio perché il carcere è al collasso e qualsiasi situazione fa partire una protesta pesante”, ha commentato il garante dei detenuti della Toscana, Giuseppe Fanfani, ex deputato del Pd ed ex componente del Consiglio superiore della magistratura. La protesta, per la prima volta, ha trovato anche una finestra verso l’esterno attraverso i social. Un detenuto è riuscito infatti a utilizzare uno smartphone introdotto illegalmente nell’istituto e ha trasmesso in diretta su TikTok le immagini degli scontri. Nei video, che hanno raccolto migliaia di visualizzazioni, alcuni detenuti si erano rivolti ai numerosi followers per denunciare le violenze da parte degli agenti penitenziari, accusati di averli colpiti con i manganelli. Dal ministero della Giustizia, comunque, erano stati inviati a Pisa i negoziatori della Polizia penitenziaria, mentre altre unità erano pronte a intervenire nel caso in cui la mediazione non fosse andata a buon fine. Il confronto è però proseguito senza arrivare allo scontro, grazie alla lunghissima opera di mediazione condotta dalla direttrice del carcere e dalla garante dei detenuti di Pisa, che ha consentito di stemperare gli animi. “Per fortuna non c’è stato nessun ferito”, ha sottolineato Fanfani. Restano ora da ricostruire con precisione le fasi della protesta e le responsabilità. Gli investigatori dovranno inoltre accertare cosa fossero esattamente i dispositivi trovati nelle celle, chi li abbia installati, con quali finalità e nell’ambito di quali eventuali attività investigative. Il reparto nel quale sono stati trovati è destinato ad accogliere i detenuti in attesa di giudizio. C’è poi un’altra domanda: come è stato possibile che all’interno del carcere venisse utilizzato uno smartphone per trasmettere in diretta la rivolta? Una questione che ora dovrà essere chiarita insieme a quella, più ampia, relativa ai controlli all’interno dell’istituto. La notte del Don Bosco riporta così al centro le condizioni complessive del carcere pisano. Secondo i dati diffusi dalla Uil Fpl Polizia penitenziaria, nell’istituto ci sono oltre 300 detenuti a fronte di una capienza di 185 posti, mentre gli agenti assegnati sarebbero 185 rispetto ai 347 ritenuti necessari dal sindacato. “Il carcere è al collasso”, è stata la sintesi di Fanfani. Dopo quattro anni di governo, il problema del sovraffollamento delle carceri è ormai diventato strutturale. E sul fronte dei nuovi posti disponibili arriva anche una doccia fredda sul piano delle caserme dismesse. Il progetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio di utilizzare alcune infrastrutture militari non più operative per aumentare la capienza penitenziaria, infatti, non ha prodotto finora neppure un posto in più. La scorsa settimana, poi, è arrivato quello che appare come lo stop definitivo: durante un’audizione, il capo di Stato maggiore della Difesa, Carmine Masiello, ha spiegato che l’Esercito non è nelle condizioni di cedere le infrastrutture richieste. “Purtroppo quei tempi sono cambiati e non siamo più in grado di cedere alcunché”, ha affermato Masiello. Una posizione motivata anche dal mutato scenario internazionale e dal contesto attuale, che “impone di ripensare l’approccio seguito finora nella dismissione delle infrastrutture militari”, tenendo conto di “interessi di sicurezza nazionali su cui vale la pena soffermarsi”. Cnel: via libera a Disegno di legge per rafforzare le tutele nel lavoro dei detenuti cnel.it, 2 ottobre 2026 Espresso richiamo a contratto scritto e comunicazioni obbligatorie. L’Assemblea del CNEL ha approvato all’unanimità una proposta di legge per rafforzare l’effettività delle garanzie formali del rapporto di lavoro penitenziario, attraverso il richiamo espresso all’obbligo di contratto scritto e alle comunicazioni obbligatorie relative ad assunzione, proroga, trasformazione e cessazione. Il provvedimento, che modifica l’articolo 20 dell’ordinamento penitenziario, è il settimo Ddl predisposto nel quadro del programma Recidiva Zero, realizzato dal Cnel in collaborazione con il ministero della Giustizia, al fine di favorire l’inclusione sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale grazie a studio, formazione e lavoro in carcere e fuori dal carcere. L’intervento punta a una piena tracciabilità dell’attività lavorativa svolta durante la detenzione, favorendo l’effettivo accesso ai diritti retributivi, previdenziali, assicurativi e assistenziali e una maggiore continuità tra lavoro intramurario e percorsi di reinserimento sociale. In questa prospettiva, la proposta è coerente con il processo di normalizzazione del lavoro penitenziario, con la funzione rieducativa della pena e con l’esigenza di garantire la trasparenza del rapporto di lavoro. Un lavoro non tracciato, privo di contratto scritto o non comunicato ai servizi competenti, rischia infatti di produrre lavoro formalmente riconosciuto ma sostanzialmente invisibile. “Il disegno di legge che abbiamo approvato - ha dichiarato il consigliere Emilio Minunzio, relatore del testo e coordinatore del Segretariato permanente per l’inclusione economica, sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale - intende affrontare un problema rilevante nel lavoro penitenziario e cioè garantire al lavoratore in regime di ristrettezza le tutele previste dalle norme sul tema del lavoro. Le comunicazioni obbligatorie, ad esempio, sono un elemento imprescindibile che impatta sulla tracciabilità del rapporto di lavoro, sull’accesso alle tutele previdenziali e assistenziali e sulle politiche attive del lavoro. La proposta interviene su questo punto, ed è tesa garantire una reale effettività attraverso la formalizzazione ed il rispetto dei previsti contratti di lavoro”. Giudicare la giustizia con i vecchi processi, un errore all’italiana di Ettore Jorio Gazzetta del Mezzogiorno, 2 ottobre 2026 C’è un errore colossale nel dibattito italiano sulla giustizia: pretendere di giudicare la giustizia di oggi attraverso l’esito di alcuni processi penali di ieri. E ciò che fanno i media, con una prospettiva diseducativa. È un errore di metodo prima ancora che politico. Un processo celebrato dieci, venti o trent’anni fa appartiene al suo tempo, alle prove allora disponibili, alle norme allora vigenti, alle persone che indagarono, accusarono, difesero e giudicarono. Può essere studiato, criticato, persino considerato emblematico di una stagione. Ma non può diventare la prova permanente della bontà o della cattiveria della giustizia italiana. Altrimenti la Repubblica sarebbe condannata a giudicare eternamente le proprie istituzioni attraverso i loro errori passati, senza riconoscere trasformazioni, riforme, cambiamenti di uomini, regole e organizzazione. E soprattutto si commette un secondo errore: si identifica la giustizia con il processo penale. La giustizia italiana è molto altro. È il giudice civile che decide della casa, dell’impresa, della famiglia, del lavoro, del credito. È il giudice amministrativo che controlla l’esercizio del potere pubblico. È la giustizia contabile che verifica l’uso del denaro della collettività. È la giustizia tributaria. È la Corte di cassazione nella sua funzione nomofilattica. È la Corte costituzionale, su un piano diverso e proprio, quale garante della conformità delle leggi alla Costituzione. Ed è anche, naturalmente, la giustizia penale. Valutare tutto questo universo prendendo qualche processo penale del passato significa giudicare un ospedale sulla base di tre cartelle cliniche di vent’anni prima. La domanda seria dovrebbe essere un’altra: come funziona oggi la giustizia della Repubblica? Quanto tempo impiega un cittadino per ottenere una decisione? Quanto costa difendere un proprio diritto? Quanto sono prevedibili gli orientamenti giurisprudenziali? Quanto efficacemente vengono eseguite le sentenze? Quanto funzionano gli uffici? Quanto incidono carenze di personale e organizzazione? Quanto la digitalizzazione ha migliorato davvero il servizio? Quanto è garantita l’indipendenza di chi giudica e, contemporaneamente, quanto il sistema riesce a rendere conto del proprio funzionamento? È questo il terreno sul quale una democrazia adulta dovrebbe misurare la propria giustizia. La stessa impostazione europea guarda ai sistemi giudiziari come sistemi: indipendenza, qualità, efficienza, assetto istituzionale. Non come sommatoria emotiva di assoluzioni e condanne celebri. Ciò non significa affatto sottrarre la magistratura alla critica. Al contrario. La magistratura deve poter essere criticata proprio perché esercita uno dei poteri più delicati dello Stato. Ma la critica dovrebbe essere rivolta ai problemi reali. E fra questi ve n’è uno che l’Italia dovrebbe avere il coraggio di affrontare senza ipocrisie: il rapporto tra giustizia e politica. Qui la questione diventa assai più interessante del riesame mediatico di processi celebrati decenni addietro. Occorre interrogarsi sulle contaminazioni possibili tra i due mondi, sulle porte girevoli, sul passaggio dalla magistratura alla politica e viceversa, sul peso delle appartenenze associative nelle dinamiche interne, sui sistemi di nomina e sulle carriere. E, dall’altra parte, occorre interrogarsi sull’uso che la politica fa delle inchieste, degli avvisi di garanzia, delle assoluzioni e delle condanne, trasformandoli troppo spesso in strumenti della lotta politica. Perché il problema ha due facce. È pericoloso quando la giustizia invade lo spazio della politica. Ma è altrettanto pericoloso quando la politica pretende di amministrare la reputazione della giustizia, dividendola tra magistrati buoni e cattivi a seconda delle decisioni che assumono. Un pubblico ministero non diventa eccellente quando indaga l’avversario e pessimo quando indaga l’amico. Un giudice non diventa garante quando assolve chi ci è vicino e persecutore quando lo condanna. È proprio questa contabilità politica delle sentenze che finisce per danneggiare l’istituzione. C’è poi una distinzione fondamentale che rischiamo di perdere. Criticare una sentenza è legittimo. Delegittimare la giurisdizione è un’altra cosa. Le sentenze non sono verità rivelate. Possono essere impugnate, riformate, annullate; possono contenere errori e possono essere sottoposte alla critica scientifica, professionale e pubblica. È il diritto stesso a prevederlo. Ma da un errore giudiziario, vero o presunto, non discende logicamente che sia malata l’intera giustizia italiana. Così come una buona sentenza non dimostra che tutto funzioni. È questa semplificazione che dovremmo finalmente abbandonare. La giustizia va giudicata nella sua totalità, nella capacità quotidiana di assicurare diritti e garanzie a milioni di persone che non finiranno mai sulle prime pagine dei giornali. Il vero scandalo potrebbe non essere il processo famoso di trent’anni fa. Potrebbe essere il piccolo imprenditore che aspetta anni per recuperare un credito. La famiglia che attende una decisione. Il lavoratore che arriva alla sentenza quando il danno è ormai consumato. L’amministrazione che non sa tempestivamente se il proprio atto sia legittimo. L’imputato innocente sul quale un procedimento troppo lungo produce comunque conseguenze personali e professionali. La vittima che aspetta troppo a lungo una risposta dello Stato. È lì che si misura la giustizia. Non nelle nostalgie giudiziarie della politica. La Repubblica non ha bisogno di scegliere tra essere contro i magistrati o a favore dei magistrati. Ha bisogno di essere a favore della giustizia. Che è una cosa enormemente più seria. E proprio chi vuole difenderla dovrebbe pretendere che sia indipendente dalla politica, ma anche che la politica smetta di utilizzare la giustizia come prosecuzione dello scontro parlamentare con altri mezzi. Forse la grande riforma culturale dovrebbe cominciare da qui: smettere di processare la giustizia con i processi di ieri e cominciare a giudicarla per come garantisce oggi i diritti dei cittadini. Perché la giustizia non appartiene ai magistrati. Non appartiene agli avvocati. E, soprattutto, non appartiene alla politica. Appartiene alla Repubblica e i suoi esiti sono il patrimonio di giustizia della Nazione. Legittima difesa, magistrati e penalisti bocciano il ddl Borghi: “È incostituzionale” di Valentina Stella Il Dubbio, 2 ottobre 2026 Il ddl n. 1972 sulla legittima difesa, a prima firma del leghista Claudio Borghi, è incostituzionale. A dirlo sono sia l’Anm che l’Unione Camere Penali Italiane, audite negli ultimi giorni in commissione Giustizia del Senato. La proposta dell’esponente del Carroccio aggiunge un quinto comma all’articolo 52 del codice e introduce una nuova ipotesi di non punibilità, la cosiddetta “ipotesi Roggero”: in caso di aggressione a mano armata in casa o sul luogo di lavoro non sarebbe punibile qualsiasi reazione posta in essere nell’immediatezza del fatto da chi subisce l’aggressione. Per Marcello De Chiara, vice presidente del sindacato delle toghe, si ipotizza “la possibile contrarietà agli articoli 2 e 3 della Costituzione e soprattutto all’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che sancisce il diritto alla vita”. Come spiega il magistrato “l’articolo 2 della Convenzione fa espresso riferimento all’assoluta necessità: il ricorso alla forza è legittimo solo se assolutamente necessario. La giurisprudenza europea ha evidenziato che la reazione deve essere strettamente proporzionale al pericolo che la persona si trova a fronteggiare. L’articolo 2 della Convenzione europea è una norma interposta: rispetto a esso la norma in esame potrebbe essere oggetto di sindacato di costituzionalità”. Ma l’aspetto che “veramente preoccupa” il giudice è la previsione che la reazione non è punibile indipendentemente dalla finalità difensiva della condotta: “Il contrasto con la formulazione letterale dell’articolo 2 è palese. Escludere la necessità di una finalità difensiva è una formulazione che difficilmente potrebbe ritenersi compatibile con il parametro europeo”. Infine per De Chiara “la formula ‘aggressione a mano armata’ è indeterminata: non si specifica quale tipologia di arma sia necessaria per rendere legittima la reazione” e “per come formulata, la norma sembrerebbe escludere la punibilità della reazione anche quando si diriga nei confronti di un soggetto diverso dall’autore dell’aggressione”. Anche per Francesco Petrelli, presidente dei penalisti italiani, l’introduzione di una causa di non punibilità assoluta e incondizionata “configura una presunzione assoluta di impunità che la giurisprudenza costituzionale e di legittimità ha costantemente ritenuto incompatibile con il sistema delle cause di giustificazione. Come osservato dalla Corte di Cassazione, un’estensione del regime di presunzioni a tutti gli elementi della causa di giustificazione “evidenzierebbe palesi frizioni con il principio di uguaglianza declinato dall’art. 3 Cost., introducendo, del tutto irragionevolmente, un’area di esclusione dell’antigiuridicità completamente avulsa dal connotato della necessità che, invece, ne costituisce il primario fondamento, assolvendo alla funzione selettiva dei valori in conflitto”. L’avvocato ha sottolineato come “una norma che esoneri dalla verifica giudiziale qualsiasi reazione si espone alla censura di irragionevolezza ex art. 3 Cost., in quanto tratta in modo identico situazioni radicalmente eterogenee: la reazione strettamente necessaria e quella meramente ritorsiva o punitiva”. Petrelli davanti ai senatori ha poi rilevato come, alla luce della più recente giurisprudenza della Corte costituzionale, “le opzioni di politica criminale del legislatore che incidano sui diritti fondamentali debbano essere sottoposte al vaglio del principio di proporzionalità, quale limite alla discrezionalità legislativa e criterio di verifica della ragionevolezza del bilanciamento tra gli interessi costituzionali coinvolti”. Il ddl, com’è noto, prevede la non punibilità “indipendentemente dalla persistenza del pericolo”, con ciò, per l’Ucpi, “legittimando reazioni che intervengono quando l’aggressione si sia già esaurita. Tale previsione viene a collidere con la tutela costituzionale del diritto alla vita (art. 2 Cost.) e con i vincoli derivanti dall’art. 2 Cedu”. Infine l’eliminazione del requisito della “natura strettamente difensiva della condotta” comporta che anche reazioni deliberatamente offensive, prive di qualsiasi connotato di autodifesa, rientrerebbero nell’area di non punibilità. “Ciò si pone in tensione con il principio di personalità della responsabilità penale ex art. 27, comma 1, Cost., che postula l’esigenza di un collegamento soggettivo tra il fatto e l’agente fondato sul disvalore della condotta, e con la funzione rieducativa della pena di cui al comma 3, che presuppone la selezione delle condotte meritevoli di sanzione in base a criteri di offensività e colpevolezza”, ha concluso Petrelli. Intercettazioni nel carcere di Perugia, penalisti a Nordio: intervenire con urgenza di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 2 ottobre 2026 L’Ucpi afferma che la distruzione delle registrazioni potrebbe compromettere gli accertamenti sull’estensione delle intercettazioni e sulle responsabilità. Nordio: captazioni in quattro sale destinate ai colloqui. Si alza la tensione sulla questione delle intercettazioni dei colloqui tra avvocati e assistiti nel carcere di Capanne a Perugia. L’Unione delle Camere penali ha chiesto al Ministro della Giustizia Nordio di intervenire con urgenza sulle intercettazioni. La richiesta dei penalisti nasce anche dal fatto che è pendente davanti al Gip di presso il Tribunale di Perugia, la richiesta del Pm di distruggere le registrazioni dei colloqui difensivi ritenute inutilizzabili. La prossima udienza risulta fissata per il 19 ottobre 2026. “Una decisione irreversibile sul materiale - scrivono i legali - potrebbe compromettere proprio la ricostruzione dell’accaduto” che il Ministro “si è impegnato ad assicurare”. E ricordano che ci sarebbero “almeno novanta segmenti di registrazione dei colloqui di difensori non indagati con i propri assistiti e ventisette intervalli relativi ai colloqui della professionista indagata con assistiti diversi da quelli indicati nell’autorizzazione”. Dati che richiedono una “verifica completa, che accerti anche l’effettiva estensione delle captazioni e le persone coinvolte”. Inoltre, l’Ucpi chiede al Procuratore Generale presso la Cassazione di avviare urgenti accertamenti sulle intercettazioni dei colloqui tra difensori e assistiti. Nella giornata di ieri, intanto, il Guardasigilli rispondendo al question time della Camera ha assicurato: “Non intendiamo minimamente fermarci, andremo avanti fino in fondo, nei limiti delle nostre competenze, per quanto riguarda la ricostruzione della verità su questa captazione dei colloqui tra difensori e assistiti, che costituirebbe un sacrilegio”. “E - ha aggiunto - non suggeriremmo una distruzione di questo prodotto illegale, l’illegalità non va coperta ma va eventualmente sanzionata”. Nordio ha spiegato che il colloquio “tra un indagato e il suo difensore riveste un carattere sacrale come quella del confessore e del penitente”. Ed ha aggiunto: “Se noi ammettessimo che possa essere intercettata la conversazione tra l’indagato e il suo difensore, ovviamente non indagato, noi avremo una retrocessione della civiltà giuridica che ci riporterebbe i tempi più bui del più oscuro medioevo”. “Quanto abbiamo finora parzialmente acquisito - ha poi spiegato il Ministro - sono elementi che delineano un quadro preciso. Le intercettazioni sono state autorizzate nell’ambito di un procedimento penale riguardante una professionista forense indagata per grave ipotesi di reato. L’autorizzazione concerneva in particolare i colloqui tra l’indagata e un detenuto assistito presso la casa circondariale di Perugia. La documentazione che ci è stata trasmessa evidenzia la difficoltà allo stato di determinare con precisione il numero effettivo dei colloqui diversi da quelli autorizzati e eventualmente registrati”. Nordio riferisce che “da altri elementi conoscitivi è emerso che, in fase esecutiva, l’istituto disponeva di quattro sale destinate ai colloqui tra detenuti e difensori e poiché non era possibile individuare preventivamente quella che sarebbe stata utilizzata per il colloquio oggetto dell’attività investigativa autorizzata, le captazioni sono state predisposte in tutte e quattro le sale e qui bisogna essere chiari”. Inoltre, “se tra l’altro, come appare in questi giorni, si vuole attuare la distruzione immediata di quegli atti”, ciò sarebbe “quantomeno prematuro” perché si tratta di atti “strettamente suscettibili in futuro di una differente valutazione in altre sedi”. L’avvocato Alessandro Cannevale, difensore della penalista indagata per concorso esterno in associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, commentando la vicenda, ha detto che è “normale che un Ministro si preoccupi di un’eventuale, futura condanna dell’Italia per violazione della Carta europea dei diritti dell’uomo, visto che a pagare la sanzione sarebbero i contribuenti, e non i magistrati”. Con una informazione per ora resa nota soltanto in via provvisoria, le Sezioni Unite penali nei giorni scorsi hanno rafforzato le garanzie per il legale che risulti anche indagato, con riferimento ai documenti conservati nel proprio studio professionale. “Le garanzie previste dall’art. 103 cod. proc. pen. per le ispezioni, le perquisizioni e i sequestri negli uffici dei difensori - ha stabilito la Cassazione - si applicano anche nel caso in cui il difensore sia la persona sottoposta a indagine”. La questione era stata rimessa con l’ordinanza n. 22178/2026. Toscana. Rivolte, pestaggi, suicidi e traffico di droga: il disastro delle carceri toscane di Luca Serranò La Repubblica, 2 ottobre 2026 Emblematico il caso di Sollicciano, dove nei mesi scorsi sono state messe sotto sequestro ben sette sezioni. I casi limite di Pisa, Prato e Lucca. Un disastro annunciato, che sembra non avere fine. La rivolta nel carcere di Pisa è solo l’ultima testimonianza di un’istituzione in pesantissimo affanno. Anche in Toscana, dove si concentrano alcune delle situazioni più critiche. A partire proprio dal Don Bosco, dove lo scorso 9 settembre l’associazione Antigone aveva fatto una visita con risultati desolanti: “Condizioni indegne. Erano presenti 279 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 190 persone”. Oltre al caldo opprimente, l’associazione aveva denunciato servizi igienici a vista, infiltrazioni e sporcizia e un’infestazione di cimici da letto, testimoniata dai segni dei morsi sui detenuti. A luglio, durante un sopralluogo voluto da Avs, un giovane detenuto aveva tentato il suicidio sotto gli occhi della senatrice llaria Cucchi e del consigliere regionale Massimiliano Ghimenti. Il caso Sollicciano - La situazione è se possibile ancora peggiore nel carcere fiorentino di Sollicciano, bersaglio nei mesi scorsi di un decreto di sequestro firmato dalla procura relativo a ben sette sezioni a causa di condizioni igieniche e sanitarie insostenibili. Una misura senza precedenti, che ha avuto come conseguenza il trasferimento di circa 200 detenuti in altri penitenziari. “Il provvedimento arriva al termine di verifiche disposte in risposta a numerosi ricorsi presentati da persone detenute- si legge nel report nazionale di Antigone, diffuso nelle scorse settimane- Dagli accertamenti emerge una violazione del Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro per “mancanza delle condizioni igieniche, di abitabilità e di sicurezza obbligatorie per i luoghi di lavoro”. Sempre secondo lo studio, i trasferimenti hanno finito per gravare “su un sistema già stremato”. Esemplare il caso della circolare (poi annullata dopo l’ondata di polemiche) emanata a fine giugno dal Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria della Toscana, in cui, per accogliere gli arrestati, si invitava i direttori dei penitenziari ad adottare “ogni iniziativa opportuna”, compresa “la collocazione di brande o materassi a terra”. Lucca il carcere più sovraffollato d’Italia, allarme a Prato - Sempre nel report di Antigone si citava come particolarmente allarmante il dato del carcere di Lucca, dove la percentuale di occupazione è del 256,8% (una novantina i reclusi, a fronte di una capienza di 37), la più alta in Italia: qui, come in altre realtà toscane, il diritto ad almeno tre metri quadrati di spazio per detenuto sembra un miraggio. Ma è La Dogaia di Prato l’altro principale fronte di allarme. Solo negli ultimi due anni sono stati intercettati quasi 100 telefoni e circa 4 chili di droga (3,8 di hashish e 3 etti di cocaina), e continuano a registrarsi suicidi, violenze e anche casi di overdose. Tutto in un quadro di pesante sovraffollamento, al punto da spingere più volte il procuratore di Prato Luca Tescaroli a chiedere misure straordinarie. “Serve una politica penitenziaria coerente con la necessità di impedire che le carceri vengano impiegate come luoghi dove si commettono delitti”, aveva detto il procuratore a Repubblica, nell’agosto scorso, dopo le polemiche innescate tra le altre cose dalle parole del procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia (“Lo Stato non controlla più le carceri”). Nel novembre del 2025, per mettere un freno all’uso disinvolto di cellulari - come accaduto a Pisa, alcuni detenuti facevano addirittura dirette Tk Tok- e ai traffici di armi e stupefacenti, circa 800 tra poliziotti, agenti della penitenziaria, carabinieri e finanzieri si erano presentati nel carcere su mandato del procuratore per una perquisizione cella per cella. Decine gli indagati, accusati a vario titolo di estorsione, violenza privata, acquisito e vendita di stupefacenti, accesso indebito a dispositivi per la comunicazione da parte di detenuti e possesso di armi. A Pistoia, infine, solo dieci giorni fa una visita dei Giovani Democratici si era conclusa ancora una volta con un bilancio drammatico. Ottantuno detenuti a fronte di una capienza di 53. Denunciata inoltre l’assenza di un presidio sanitario 24 ore al giorno e di attività scolastiche e di formazione. Umbria. Il Garante dei detenuti: “Mancano magistrati di sorveglianza” di Chiara Fabrizi Corriere dell’Umbria, 2 ottobre 2026 Il Garante regionale dei detenuti ha scritto al Consiglio superiore della magistratura. Per le carenze di personale dell’Ufficio di sorveglianza di Spoleto il Garante regionale dei detenuti scrive anche al Consiglio superiore della magistratura. Ci sono i due magistrati mancati a fronte dei tre complessivamente previsti dalla pianta organica al centro della “segnalazione” che l’avvocato Andrea Pensi ha inoltrano anche al ministero della Giustizia e al Consiglio giudiziario della Corte d’appello di Perugia, allo scopo di sollecitare “iniziative a copertura dei posti vacanti” e, quindi, “la riduzione dei ritardi nella trattazione delle istanze”. Il Garante, infatti, rileva come all’Ufficio di sorveglianza di Spoleto, “competente anche per il circondario di Terni”, risulti in servizio soltanto “un magistrato, il quale si occupa in via prioritaria del carcere di Orvieto e della gestione dei detenuti comuni degli istituti di Spoleto e Terni”. Il risultato è che “circa il 66 per cento della materia monocratica è di fatto ormai da tempo sospesa, con grave pregiudizio per le persone detenute interessate”. Delle criticità Pensi è venuto a conoscenza a seguito delle “numerose segnalazioni arrivate sia dai detenuti che dalla Camera penale di Perugia”, quindi dai loro avvocati difensori, molte delle quali relative a istanze anche “di particolare rilievo”, considerata la “natura delle attribuzioni del magistrato di sorveglianza”, che “incide frequentemente in modo diretto e rilevante sulla libertà personale e su posizioni soggettive fondamentali dei detenuti, tra cui permessi premio, permessi di necessità e reclami”. Da qui la lettera al Csm, al ministero e alla Corte d’appello, con cui il Garante regionale dei detenuti chiede sia informazioni sui “posti vacanti rispetto alla pianta organica prevista”, con relativi “tempi prevedibili per la copertura”, che lumi “su iniziative già programmate o allo studio per assicurare la piena funzionalità dell’Ufficio di sorveglianza di Spoleto, anche mediante assegnazioni, trasferimenti o altre misure organizzative”. In questo quadro, Pensi sollecita “l’adozione di misure idonee a contenere e ridurre i ritardi nella decisione delle istanze di sorveglianza”, oltreché “ogni utile attenzione affinché sia garantito il regolare funzionamento dell’ufficio e l’effettività della tutela giurisdizionale riservata alle persone sottoposte a limitazioni o restrizioni della libertà personale”. La Spezia. Morto in carcere detenuto ventenne, la procura chiede l’autopsia La Nazione, 2 ottobre 2026 Il pm Conforti conferirà l’incarico a un anatomopatologo per chiarire le cause del decesso. La pista più battuta è quella di un malore conseguenza dell’inalazione della pericolosa sostanza. La Procura della Spezia disporrà l’autopsia sul corpo del detenuto di 20 anni morto nel tardo pomeriggio di mercoledì a seguito di un malore che lo ha colto mentre si trovava nella sua cella nel penitenziario di Villa Andreino. Il sostituto procuratore Alessandra Conforti, ricevuta la prima relazione sui fatti redatta dalla polizia giudiziaria, ha deciso di vederci chiaro, e nelle prossime ore incaricherà un anatomopatologo con l’obbiettivo di certificare le cause della morte. Un esame necessario, l’autopsia, per andare a suffragare - o al contrario, a smentire - la prima ipotesi emersa nei momenti successivi al dramma che si è consumato all’interno della cella, ovvero quella di una possibile inalazione di gas da parte del giovanissimo detenuto originario del Nord Africa: una sostanza che il giovane avrebbe respirato direttamente dalla piccola bomboletta simile a quelle da campeggio, utilizzata solitamente per scaldare le vivande all’interno della cella. Una tesi suffragata anche dalla scena con cui si sarebbero imbattuti i primi che hanno tentato di soccorrere il ventenne: non solo un forte odore di gas nell’aria, ma anche la bomboletta a poca distanza dal giovane ormai privo di sensi. Un fenomeno sempre più diffuso tra i detenuti, quello di “sniffare” il gas delle bombolette, strumento regolarmente permesso dal ministero ma che si sta purtroppo dimostrando portatore di morte, alla luce dei molti casi registrati in diversi penitenziari italiani. Il gas spesso viene infatti inalato per ricercare lo “sballo”, e a volte questo può essere fatale. L’ultimo caso a Ferrara, alla fine di agosto, con un decesso di un detenuto di 25 anni. Secondo una prima ricostruzione di quanto accaduto, il ragazzo si trovava in cella assieme a un altro detenuto: sarebbe stato quest’ultimo a dare l’allarme, allertando gli agenti di polizia penitenziaria. Immediati sono scattati i soccorsi, ma nonostante l’intervento tempestivo dei soccorsi, per il giovane non c’è stato nulla da fare. La notizia del decesso si è sparsa velocemente all’interno del carcere, tanto che molti detenuti hanno inscenato una protesta, urlando e incendiando alcuni oggetti: il tutto è durato pochi minuti, anche grazie all’intervento tempestivo della direzione del carcere e della Polizia penitenziaria. Viterbo. Morto in cella di isolamento, due percorsi giudiziari per arrivare alla verità Corriere di Viterbo, 2 ottobre 2026 L’avvocato della famiglia fa il punto sull’iter processuale. La ricerca della verità sulla morte di Andrea Di Nino, il detenuto trovato senza vita il 21 maggio 2018 in una cella d’isolamento della casa circondariale di Mammagialla procede su un doppio binario giudiziario. A fare il punto sull’udienza di mercoledì è l’avvocato Nicola Trisciuoglio che assiste i parenti del 36enne romano in qualità di parti civili, da sempre contrari alla tesi ufficiale del suicidio. Secondo il legale, le testimonianze hanno consentito di affrontare diversi aspetti relativi all’isolamento cui Di Nino fu sottoposto, le modalità della sua autorizzazione, i controlli sanitari, i precedenti episodi autolesionistici, e i rapporti tra area sanitaria e amministrativa dell’istituto. Nella ricostruzione fornita da Trisciuoglio, all’epoca dei fatti, il piano interno per la prevenzione del rischio suicidario risultava ancora allo stadio di bozza. E nonostante la cartella clinica evidenziasse pregressi atti di autolesionismo e la necessità di una “grandissima sorveglianza”, a tale indicazione non seguì alcuno specifico ordine di servizio. L’avvocato della famiglia ritiene inoltre che forti criticità siano affiorate anche rispetto ai controlli medici. A fronte di una disposizione del 2010 che imponeva visite quotidiane per i detenuti in isolamento, i registri dell’infermeria attestano accessi spot nei giorni 15, 17 e 21 maggio, con l’ultima visita ridotta a una manciata di minuti. A ciò si sono sommati i difetti di comunicazione tra area sanitaria e amministrativa e la sovrapposizione delle cartelle cliniche, un mix che per il legale avrebbe reso opaca la percezione della reale vulnerabilità del detenuto. In chiusura della seduta il pm Michele Adragna ha depositato anche le relazioni dei propri consulenti tecnici. Se il processo per omicidio colposo riprenderà in primavera con l’audizione di ulteriori testimoni dell’accusa e dei consulenti, resta fissata tra poco più di due mesi l’udienza che si terrà invece davanti al gip di Viterbo, relativa alla distinta prospettazione dell’omicidio volontario o preterintenzionale, nell’ambito di un ulteriore procedimento. Due percorsi processuali che approfondiscono, da prospettive differenti, le circostanze e le eventuali responsabilità connesse alla morte di Andrea Di Nino. “Per i familiari - conclude Trisciuoglio - il percorso continua, senza clamore ma senza arretramenti, con immutata fermezza, rigore e rispetto delle Istituzioni”. Bolzano. Piantedosi conferma il Cpr di Bolzano accanto al futuro carcere Alto Adige, 2 ottobre 2026 Il ministro dell’Interno annuncia alla Camera sei nuove strutture, anche a Trento. In Alto Adige l’ipotesi prevede fino a 50 posti nell’area del penitenziario, ma manca un calendario dei cantieri. Il Centro di permanenza per i rimpatri di Bolzano torna nell’agenda del governo. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, intervenendo alla Camera, ha confermato che sono state avviate le procedure per realizzare sei nuove strutture in Italia, due delle quali in Trentino-Alto Adige, a Trento e Bolzano. Il piano comprende inoltre un Cpr in Campania, uno in Calabria, uno in Toscana e uno in Emilia-Romagna. Parallelamente il Viminale sta lavorando per ricavare altri 106 posti nelle strutture già esistenti in Sicilia, Sardegna e Lazio. Per Bolzano, dunque, non si tratta più soltanto dell’ipotesi discussa negli ultimi anni. La localizzazione individuata è Bolzano Sud, nell’area destinata al nuovo carcere, un progetto a sua volta da tempo in attesa di concretizzarsi. A gennaio il presidente della Provincia Arno Kompatscher e l’assessora alla Sicurezza Ulli Mair avevano incontrato Piantedosi al Viminale. In quella sede era stata ribadita l’intenzione di prendere in considerazione il CPR fin dalle prime fasi della progettazione del nuovo complesso penitenziario, facendo procedere insieme Stato e Provincia. Il progetto resta però ancora da definire nei dettagli. L’ipotesi emersa nei mesi scorsi è quella di un centro di dimensioni contenute, tra 25 e 50 posti, accanto al futuro carcere. La partita coinvolge direttamente due ministeri: Interno per il CPR e Giustizia per il penitenziario. Sul tavolo del commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria c’è la ridefinizione degli spazi dell’intera area: il nuovo carcere, inizialmente progettato per circa 200 detenuti, dovrebbe essere ridimensionato a circa un centinaio di posti, lasciando così spazio anche alla struttura destinata ai rimpatri. La Provincia, secondo quanto dichiarato da Kompatscher a maggio, ha già consegnato la documentazione necessaria e attende ora le decisioni dello Stato. Non c’è, invece, ancora un calendario certo per l’apertura dei cantieri. Ed è questo il passaggio che separa l’annuncio politico dalla realizzazione concreta. Già nel 2024 il governo aveva indicato la volontà di arrivare a una soluzione operativa, mentre nell’aprile 2025 si parlava di un accordo ormai vicino per un Cpr da non più di 20-25 posti. La scelta di Bolzano Sud ha attraversato anche il cambio di amministrazione comunale. Nel maggio scorso il sindaco Claudio Corrarati aveva ribadito pubblicamente la richiesta di dotare l’Alto Adige di un Cpr, indicando come disponibile proprio il terreno in zona aeroporto originariamente destinato al nuovo carcere e spiegando di avere scritto al ministro Piantedosi. Il tema ha anche un risvolto operativo immediato. In assenza di una struttura altoatesina, le persone destinatarie di provvedimenti di espulsione devono essere trasferite fuori provincia. È accaduto ancora nelle ultime settimane: l’11 settembre, durante un’operazione interforze a Bolzano, un cittadino nigeriano destinatario di espulsione è stato accompagnato al Cpr di Milano in attesa del rimpatrio. Rovigo. Dgmc: all’Ipm implementati organici, attività scolastiche, formative e trattamentali gnewsonline.it, 2 ottobre 2026 In riferimento all’articolo pubblicato in data odierna dal Corriere del Veneto, il Capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, Antonio Sangermano, sulle condizioni della struttura e alle attività rivolte ai giovani ristretti, con il massimo rispetto per la libertà di espressione, precisa che: sulla modalità di apertura e chiusura del cancello, la soluzione adottata è stata individuata per ragioni di sicurezza, tenendo conto anche delle esigenze e degli interessi dei giovani ristretti; sugli organici, il reparto di Polizia Penitenziaria è stato significativamente implementato. È previsto, inoltre, entro la metà di ottobre, l’arrivo di ulteriori unità, attinte dalla graduatoria dell’ultimo corso di allievi. Anche il personale civile sarà oggetto di un significativo incremento entro la fine dell’anno. In particolare, i funzionari della professionalità pedagogica raggiungeranno le 9 unità previste dalla dotazione organica, mentre il personale amministrativo-contabile arriverà a 5 unità su 7 previste; con riferimento alla richiesta, avanzata dalla delegazione sindacale, di estendere da 5 a 12 ore giornaliere il presidio sanitario, anche al fine di limitare il ricorso al servizio di emergenza 118 in caso di necessità, si precisa che l’attuale organizzazione è il risultato di un accordo definito prima dell’apertura della struttura. Tale accordo prevede la presenza infermieristica per 12 ore quotidiane, nonché la presenza di due psicologhe per complessive 36 ore settimanali; per quanto riguarda i lavori di ripristino resisi necessari a seguito delle azioni illecite poste in essere da alcuni detenuti nei mesi di aprile e giugno, gli interventi di ristrutturazione prenderanno avvio nei prossimi giorni. Quanto agli episodi di protesta posti in essere dai detenuti, la loro gestione è avvenuta nel rispetto delle procedure previste e con la massima efficienza da parte del personale, non potendosi ascrivere all’Amministrazione la responsabilità delle condotte antisociali di alcuni detenuti. Particolare attenzione è stata inoltre dedicata alle attività scolastiche, formative e trattamentali. Con l’avvio dell’anno scolastico, il 23 settembre scorso, sono state formate tre classi - relative all’obbligo formativo, al triennio della scuola secondaria di secondo grado e all’alfabetizzazione - che coinvolgono la quasi totalità dei ragazzi. Sono inoltre attive diverse progettualità rivolte ai giovani, come il progetto teatrale “Diffrazioni”, il progetto dedicato alla gestione delle emozioni “Liberamente”, il laboratorio musicale “Illegal Rap”, il laboratorio dialogico sui comportamenti “Tetris”, il laboratorio di “orto sociale” e varie attività sportive, per le quali sono attualmente in corso tre interlocuzioni con le Fiamme Azzurre, la Elnass Verona e la FGC del Veneto. Brindisi. Nasce il progetto “Aequitas”, per tutelare legami familiari e genitorialità oltre le sbarre brindisireport.it, 2 ottobre 2026 Promosso dalla cooperativa sociale “Il Sogno” di San Pietro Vernotico e finanziato dal Garante Regionale dei Diritti delle Persone Detenute della Puglia. Ripartire dagli affetti, riscoprire la responsabilità genitoriale e trasformare il tempo della pena in un’opportunità di crescita e reinserimento sociale. Prende il via presso la Casa Circondariale di Brindisi il progetto Aequitas, promosso dalla Cooperativa Sociale “Il Sogno” di San Pietro Vernotico e finanziato dal Garante Regionale dei Diritti delle Persone Detenute della Puglia. L’iniziativa si inserisce nel solco tracciato dai precedenti percorsi “Dike DentrOltre le sbarre” e “Dike 2 Qui ed ora”, ponendosi l’obiettivo di mettere al centro del trattamento rieducativo la persona, la tutela delle relazioni affettive e la salvaguardia del ruolo paterno. Il progetto trae la sua forza e ispirazione dai principi fondamentali dell’Articolo 27 della Costituzione Italiana e dalla Carta dei Diritti dei Figli di Genitori Detenuti. Le quattro aree di intervento - Aequitas si rivolge ai detenuti inseriti in percorsi di riabilitazione e si articola in quattro metodologie operative integrate. Counselling e bilancio relazionale: un percorso d’accoglienza e analisi delle competenze familiari per sviluppare piani d’azione individuali volti a potenziare la consapevolezza affettiva dei partecipanti. Funzione genitoriale e podcast “Il genitore”: momenti formativi sulla paternità oltre le sbarre, che vedranno la realizzazione concreta di un podcast narrativo dedicato al racconto dell’essere padre in carcere. Web Radio “Radio I Next: un laboratorio espressivo pensato per dare voce ai vissuti dei detenuti, combattere l’isolamento e creare un ponte comunicativo tra la realtà penitenziaria e la società civile. Gruppi di mutuo aiuto e giustizia riparativa: cerchi di ascolto tra pari basati sul confronto, sull’autoriflessività e sui valori della Restorative Justice, focalizzati sulla riscoperta della responsabilità e sul reciproco sostegno. Grazie all’integrazione tra supporto psicologico, gruppi di ascolto e strumenti narrativi audio come la radio web e i podcast, il progetto Aequitas punta a prevenire l’esclusione sociale e a costruire ponti solidi con i figli e le famiglie di origine. Un modello concreto di welfare generativo capace di tutelare le nuove generazioni e dare un nuovo significato al percorso detentivo. Disagi e questione sociale di Antonio Di Rosa La Stampa, 2 ottobre 2026 I fatti ci travolgono. Mettono in mora i governi, alimentano il disagio sociale, indeboliscono la tenuta delle democrazie. La crisi energetica, forse la più grave dall’austerity del 1973, divora la spesa delle famiglie perché incide sui prezzi al consumo, sui trasporti, sugli affitti, sulla vita di ogni giorno. Da qui nasce la proposta-manifesto di Gianrico Carofiglio, uno dei più grandi scrittori italiani, di “condividere la prosperità”. Non per spogliare i ricchi e dare tutto ai poveri ma per imboccare una strada diversa dal passato che c’entra poco con la politica ma molto con l’umanità. Siamo entrati in un circolo infernale dove la mancanza di risposte a chi soffre emargina sempre di più le famiglie con un reddito che non consente loro di sostenersi e le spinge verso i populismi di destra e di sinistra. Lo scrittore ritiene, a ragione, che non si possa continuare a ergere steccati ma affrontare le questioni vitali trovando una soluzione equa e condivisa. Tirar fuori dall’antro della vecchia politica la solita tassa patrimoniale significa innescare un processo di invidia sociale che non risolve e non accorcia le distanze tra le classi. La proposta precisa meglio i confini entro i quali i fronti politici dovrebbero muoversi per rendere più intensa la tenuta democratica delle istituzioni e allontanare le violenze che facilitano il cammino verso regimi quasi dittatoriali. Al centro del dibattito non ci sono soltanto la legge elettorale, il risiko bancario, i bonus, gli incentivi, i balneari, meno o più Irpef. Tutti temi importanti da trattare con delicatezza, non ci sono dubbi. Ma parliamo di cibo, acqua, sanità, funzionalità dei trasporti pubblici, di assistenza agli anziani (visto che siamo un popolo con una età media avanzata). Ma anche di caro scuola, di una università all’avanguardia, dunque occasioni per raggiungere obiettivi importanti. La proposta di tassazione progressiva, su cui chiediamo a tutti di intervenire, partiti e non, prevede una quota esente fino ai 10 milioni di patrimoni netti, chi ne possiede 15 cederà l’1 per cento che equivale a 150mila euro, chi ne possiede 100, 900mila. Non vuole essere una ricetta miracolistica ma un punto di partenza per affrontare seriamente la questione sociale. Non colpisce il ceto medio ma consente il varo di un Fondo nazionale contro gli imprevisti della vita. E il denaro non dovrebbe essere distribuito senza condizioni ma a chi non ha riserve sufficienti per affrontare spese sanitarie o rischia di perdere la casa. In poche parole, per emergenze accertate. La proposta va affinata, studiata, definita nella sua percorribilità ma ha il merito di affrontare centralmente la questione sociale che riguarda l’Italia, l’Europa e buona parte del mondo. Immagino già le reazioni di chi intravvede una spoliazione dei ricchi a favore dei poveri ma, oggettivamente, non è questo lo spirito che la accompagna. Ogni volta che leggo le dichiarazioni di molti uomini e donne della politica mi chiedo se sono capaci di interpretare la realtà in cui viviamo senza tener conto di appartenenze o affiliazioni. Con me o contro di me. Chiedono un pronunciamento netto sullo schieramento, raramente sul merito delle questioni aperte. Se in Germania quello che sembrava un patto inossidabile tra cristiani e socialdemocratici viene travolto da estrema destra o estrema sinistra vuol dire che non conteneva una proposta politica capace di risolvere i problemi. Non bisogna essere sofisticati analisti per capire che se le marginalità sociali non trovano risposte al centro e si rivolgono ai populisti. Vale anche per la Francia, in parte per l’Italia, per i Paesi sudamericani dove solo Lula in Brasile, per ora, resiste all’assalto della destra estrema. Non parliamo poi degli Stati Uniti dove l’avvento di Donald Trump ha stravolto tutte le regole. Ma con una sostanziale differenza: la giovane democrazia americana contiene, forse, gli anticorpi per arginare lo sconfinamento ai margini della legalità. Interesse di noi tutti, politici e non, sarebbe quello di costruire una Italia che riesca ad accorciare le distanze sociali, a moltiplicare le opportunità, a garantire ai giovani, non a parole o con facili slogan, una prospettiva reale di autentico sviluppo. Senza sbocchi professionali continueranno ad andarsene via. Carofiglio, uomo della letteratura, che guarda la società con un occhio particolare, eleva lo spessore degli argomenti, ne fa oggetto di riflessione e ci invita ad agire. È giusto che il segnale arrivi da un intellettuale che è inquietato dallo sfacelo progressivo del tessuto sociale e prova a indicarci una strada. Proviamo a riflettere tutti insieme. Con gli anziani, un’altra idea di Paese di Vincenzo Paglia* La Stampa, 2 ottobre 2026 La giornata del 2 ottobre dedicata dall’Onu alla vecchiaia spinge a scoprire il valore della vecchiaia e quindi degli anziani. Non deve essere una stanca esortazione a rispettarli, come se bastasse ricordare un dovere per averlo assolto. Vorrei che ci accorgessimo, con gioia e con serietà, di quanto la loro presenza possa dare alla vita di tutti. Non soltanto per ciò che hanno fatto ieri, ma per ciò che sono oggi e possono ancora diventare insieme agli altri. La domanda non è soltanto: come ci prendiamo cura di loro? È anche: quale società vogliamo costruire con loro? Da questa seconda domanda può nascere un’altra idea di Paese. È lo sforzo che vogliamo far partire dal Piemonte: un cambiamento dello sguardo che diventi un cambiamento dell’organizzazione sociale e dei servizi. Il 2 ottobre non deve essere una parentesi affettuosa. Deve aprire una strada. Le nostre società devono riconoscere il valore delle persone oltre produttività, velocità e prestazione. Una vita più lunga dovrebbe allargare le possibilità dell’esistenza, non prolungare l’esclusione. Gli anziani possono tenere insieme generazioni, trasmettere competenze e alimentare relazioni. E il loro valore non viene meno quando hanno bisogno di essere accuditi: restano persone con una storia, un posto fra noi. Per un secolo e mezzo abbiamo cercato le risposte alla fragilità soprattutto negli edifici: ospedali, ospizi, case di riposo, Rsa. Oggi dobbiamo chiederci se proteggere debba ancora significare così spesso separare. In Italia vivono da sole circa 10 milioni di persone e, secondo Istat, nel 2019 circa 1,3 milioni di over 75 dichiaravano di non ricevere un aiuto adeguato alle necessità quotidiane. La domanda è: chi si accorge di una difficoltà prima che diventi un’emergenza? In Italia abbiamo milioni di “letti”: quelli delle case degli italiani. Prima di trasferire una persona, chiediamoci che cosa servirebbe per farla vivere bene dove si trova. Non ogni bisogno può essere affrontato a domicilio, ma non dovrebbe accadere che si lasci la propria abitazione perché nessuno vi porta un’assistenza possibile. La sanità deve essere itinerante e proattiva: andare a cercare il bisogno. La proposta che portiamo al confronto con la Regione si articola in sei assi, tenuti insieme da un principio: non separare il bisogno sanitario dalla vita sociale della persona. Il primo è Anchise, che riprende l’esperienza sviluppata nella Asl Roma 2 e al Policlinico Tor Vergata: intercettare gli anziani che ricorrono ripetutamente al pronto soccorso, anche con 30 accessi l’anno, per capire che cosa non regga nella continuità dell’assistenza. Per queste persone si apre un Pass, Percorso Assistenziale Socio-Sanitario prevalentemente ambulatoriale, con una presa in carico di almeno 12 mesi. Il secondo è Sfera, piattaforma di valutazione multidimensionale e multiprofessionale che considera non solo le patologie, ma autonomia, condizioni sociali, relazioni e risorse disponibili: una “cartella dell’anima e del corpo”, perché davanti abbiamo una persona intera. Il terzo è un sistema di valorizzazione e incentivi per chi lavora a domicilio. Il quarto è la trasformazione delle Rsa in strutture aperte al territorio, con il rapporto Adiss 5:1. Il quinto riguarda le aree interne. Il sesto è la medicina digitale, attraverso il modello Vivanet. Strumenti diversi di un’unica scelta: rendere possibile la permanenza nella comunità anche quando cresce la fragilità. Anche il confronto economico è importante: tra 60 e 70 mila euro annui per un posto letto Rsa e circa 17 mila per un Pass domiciliare Anchise. Le cifre chiedono di verificare quante risorse possano essere impiegate meglio quando la domiciliarità è appropriata. Non proponiamo di risparmiare sugli anziani: proponiamo di non spendere per separarli dal loro ambiente quando possiamo curarli senza farlo. Il diritto a invecchiare nel proprio ambiente non può dipendere dal codice postale. In Piemonte sono 372 i Comuni classificati come aree interne; circa 130 sono periferici o ultraperiferici. Partire da dove arrivare è più difficile significa difendere non solo la domiciliarità, ma la continuità delle comunità e la possibilità che generazioni diverse continuino ad abitarle. Il 30 ottobre vorremmo prenderci un impegno programmatico che coinvolga l’intera Regione. Vorremmo che dal Piemonte possa iniziare un percorso che sia di esempio anche per altre Regioni. Immagino una donna di 85 anni in una frazione di Ovada, nelle Langhe, in Val Bormida o in Valsesia, che nella primavera del 2027 senta suonare il campanello. È arrivata l’infermiera, o un ragazzo del servizio civile, o qualcuno della comunità. Non le stanno chiedendo di andarsene per essere aiutata. Le stanno dicendo, con un gesto concreto, che la sua vita conta ancora lì, insieme a quella degli altri. Vorrei che il 30 ottobre potessimo affermare non soltanto la nostra disponibilità ad assistere gli anziani, ma la scoperta del loro posto nel futuro comune. Oltre a dire “vi vogliamo bene”, dobbiamo poter dire: “Il Paese di domani lo costruiamo anche con voi”. *Presidente della Fondazione Età Grande Con la droga della risata c’è poco da scherzare di Anna Paola Lacatena Avvenire, 2 ottobre 2026 Il protossido d’azoto è ancora legale in Italia, ma dietro la ricerca di un piacere immediato emerge la drammatica fragilità dei legami. Ne aveva scritto l’allora Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Emcdda), oggi Euda, Agenzia dell’Unione europea sulle droghe, nel 2022, definendola “una preoccupazione crescente per l’Europa”, ne avevano trattato i tabloid inglesi, dopo, il cosiddetto “scandalo dell’Arsenal” del 2018, documentato da alcuni filmati che vedevano coinvolte stelle della Premier League in un locale esclusivo di Londra, ai limiti dello svenimento, dopo aver inalato il gas da palloncini nel corso di un party privato, ne hanno scritto i media italiani nell’aprile del 2026, allorquando circa una cinquantina di calciatori della Serie A sono stati coinvolti in un’inchiesta su feste incentrate sulla presenza di escort e sull’assunzione di gas esilarante a Milano. Il protossido di azoto (N2O) - in gergo droga della risata, droga del palloncino, hippy crack - è un gas incolore e subodoroso, più pesante dell’ossigeno, utilizzato in medicina, per le sue virtù anestetiche, sin dal XIX secolo. Il Nos - termine la cui origine gergale è da riportare a Nitrous Oxide System marchio americano di sistemi di sovralimentazione per motori, reso noto dalla saga cinematografica di Fast & Furious, utilizza bombole di protossido di azoto per aumentare nell’immediato la potenza delle auto - viene inalato direttamente da palloncini o da contenitori simili con grandi e profonde boccate e consumato con Ketamina, alcol, Viagra® per implementarne gli effetti dissociativi, rilassanti, ipotensivi, euforizzanti. Gli effetti indesiderati del gas esilarante, oltre alle dissociazioni mentali, alle dispercezioni uditive e visive, sono soprattutto legati alla mancanza di ossigeno e possono condurre a una temporanea perdita di coordinazione e di equilibrio, nausea, mal di testa, fino alle convulsioni. Un consumo eccessivo può indurre cali della pressione sanguigna, aritmie, perdita di coscienza sino alla morte per arresto respiratorio o per soffocamento (assenza di aria). Nel lungo termine, l’inalazione regolare di protossido di azoto - senza che lo stesso venga addizionato con ossigeno come avviene in medicina - nuoce al sistema nervoso (periferico e centrale), determinando danni al midollo spinale fino all’incapacità di camminare, alla carenza di vitamina B12 e al rischio di insorgenza di sintomi psichici e di dipendenza patologica. Per tutte queste ragioni, le persone che fanno uso di protossido di azoto non dovrebbero guidare, andare in bicicletta o in scooter, o azionare macchinari. Resta difficile, tuttavia, provare l’esposizione alla sostanza durante la guida, perché l’effetto diretto del protossido d’azoto sull’essere umano è breve e il suo uso non è generalmente rilevabile (sangue, urina, alito o saliva). Sempre più diffuso tra i giovanissimi e gli sportivi, i governi del Regno Unito e dei Paesi Bassi, già da alcuni anni, lo hanno reso illegale per scopi ricreativi. In Italia il protossido di azoto è legale e non è inserito nella tabella delle sostanze stupefacenti, sebbene la sua vendita e il suo uso improprio siano al centro di sempre più diffuse restrizioni locali e sequestri sul mercato online. Allo stato attuale non è inserito nella lista delle sostanze proibite della Wada (World Anti-Doping Agency) e, dunque, non viene cercato nei test antidoping standard per gli sportivi. Perché, pur in situazioni di apparente assenza di disagio, di eccedenza di beni ed oggetti, di opportunità e occasioni che il mercato mette a nostra disposizione, abbiamo bisogno di aiuti esogeni, supporti chimici, sostanze di sintesi o naturali per rilassarci, gestire lo stress, divertirci? Perché anche coloro che, almeno nell’immaginario comune, non sembrano mancare di nulla - denaro, fama, successo - fanno ricorso ad ausili e scorciatoie per concedersi momenti di, almeno nell’immaginario comune, piacevolezze, distrazioni e svaghi? La domanda, forse, non è cosa ci manca ma cosa non riusciamo ad avere perché non si compra. Le droghe o l’utilizzo improprio di sostanze d’abuso sono un fenomeno sociologico da riportare all’affannosa ricerca di piacere - declinabile in modi differenti per soggettività, cultura, collettività, che selezionano, in un dato momento, attitudini e comportamenti ritenuti desiderabili e/o opportuni. Nondimeno, non prescindono dalla fragilità dei legami umani e dalla necessità di consumare sensazioni per sentirsi vivi, per raggiungere rapidamente percezioni e sensazioni gratificanti. Seducono con la promessa della fuga dall’ansia e da stati di malessere psico-fisici propri di condizioni precarie e umanamente - ben oltre l’economicamente - depauperate. Sono esperienze di consumo, simili a tante altre offerte e questo le rende trasversalmente normalizzate. Non bastano le sostanze che costano sempre meno, che sfuggono ai controlli, chissà conferendo l’abbaglio di averla fatta franca. Non sono sufficienti quelle sempre più versatili e rispondenti ai bisogni/aspettative degli assuntori se quei bisogni sono così profondi e onnipresenti. In presenza di narcisismo, isolamento relazionale, analfabetismo emozionale, lì dove degrada ogni possibilità di incontrare realisticamente se stessi e gli altri in un Noi (Nos latino) autentico e rispettoso dell’Alterità dell’Altro, l’aria tende a rarefarsi e l’organismo ad andare incontro a ipossia… un po’ come se avessimo inalato troppo a lungo protossido d’azoto (Nos). Migranti. L’Ue verso la stretta: espulsioni di massa e stop al diritto d’asilo di Marco Bresolin La Stampa, 2 ottobre 2026 Dopo il via libera ai rimpatri nei Paesi terzi, allo studio norme più severe per le “emergenze” dei flussi eccezionali. Dopo aver approvato in via definitiva il nuovo regolamento sui rimpatri - che consentirà espulsioni più facili e la deportazione dei migranti irregolari in Paesi diversi da quello di origine - l’Unione europea è già al lavoro per una nuova stretta che in determinate circostanze, per esempio quelle verificatesi a Ceuta, potrebbe portare alla sospensione del diritto d’asilo e persino a espulsioni di massa. All’inizio della settimana, la Commissione aveva presentato un piano d’azione in cinque punti per “prevenire, anticipare e rispondere agli arrivi illegali improvvisi e di massa”. E ieri se n’è parlato nel corso della riunione del Consiglio Affari Interni che si è tenuta in Lussemburgo. “Le nostre regole funzionano, ma bisogna sempre evolversi” ha spiegato il commissario Magnus Brunner. Nel suo piano, la Commissione ha promesso un rafforzamento dei poteri di Frontex per dare all’agenzia “un ruolo più incisivo nei rimpatri”, ma soprattutto ha annunciato “un nuovo quadro europeo in risposta alle emergenze”. Per capire meglio in che direzione muoversi, ieri Brunner ha ricevuto i primi input dai ministri dell’Interno. Secondo il tedesco Alexander Dobrindt, bisogna distinguere tra una “situazione umanitaria” e una in cui “i migranti vengono usati come arma”: in questo caso “dev’essere possibile applicare una procedura accelerata fuori dalle regole sull’asilo per difendersi dagli abusi”. Ancor più esplicito e più diretto il suo collega greco, Thanos Plevris: “In questi casi dovrebbe esserci una sorveglianza rafforzata delle frontiere e la sospensione delle regole d’asilo”. Piuttosto scettica la francese Marie-Pierre Vedrenne, secondo la quale bisognerebbe prima applicare le riforme già adottate prima di compiere ulteriori passi. “Durante le situazioni eccezionali dobbiamo agire in modo rapido e flessibile” ha detto Brunner al termine dell’incontro. Ha assicurato che “il diritto internazionale e il rispetto dei diritti umani” saranno “le nostre linee rosse”, ma ha anche detto che “sulla protezione dei confini non scenderemo mai a compromessi”. La Commissione aspetta ora la discussione che ci sarà tra due settimane al Consiglio europeo, dopodiché presenterà una proposta. Ma la linea politica è stata dettata martedì dall’assemblea politica del Partito popolare europeo - la principale forza politica Ue, di cui fanno parte Ursula von der Leyen e lo stesso Brunner - che nella riunione tenutasi a Tolosa ha adottato un documento che include due richieste ben precise. La prima “invita l’Ue ad adottare una legislazione che autorizzi il rifiuto d’ingresso e il rimpatrio senza procedure individuali di asilo per i migranti irregolari utilizzati in un attacco ibrido”. Uno scenario che derogherebbe alle norme internazionali sull’asilo e aprirebbe la porta a espulsioni di massa. Non solo: il Ppe “invita l’Ue a trasferire tutti gli osservatori per i diritti fondamentali di Frontex all’agenzia Ue per i diritti fondamentali” con l’obiettivo di “aumentare l’efficacia di Frontex” che assumerebbe dunque un ruolo centrale nelle procedure di rimpatrio. Proprio ieri, i ministri hanno dato il via libera definitivo al regolamento che consentirà di trasferire i migranti nei “return hubs” situati in Paesi terzi, diversi da quello di origine. Germania, Austria, Grecia, Danimarca e Paesi Bassi stanno lavorando a un accordo con il Ruanda e l’Uganda che potrebbe essere siglato entro la fine dell’anno. “L’Uganda ha un sistema fragilissimo perché è un Paese che ospita già 2,7 milioni di rifugiati - spiega l’eurodeputata dei Verdi, Anna Stroelenberg, appena tornata da una missione nel Paese - e non abbiamo ricevuto risposte sulle garanzie per persone appartenenti alla comunità Lgbt, visto che in Uganda vige la pena di morte”. Secondo la sua collega Tineke Strik, che era con lei nella missione in Africa, “il Ruanda sarebbe ancor più selettivo sui criteri per accogliere i migranti negli hub, visto che è disposto ad accettare solo cittadini africani dei Paesi limitrofi e rifiuta di ospitare gli oppositori politici”. Nessuna reazione, invece, da parte della Commissione all’ulteriore proroga della sospensione di Schengen adottata dal governo italiano (e di conseguenza da quello spagnolo). “Le regole consentono una certa sospensione delle norme in determinati casi, quindi ci atteniamo alle norme” ha replicato il commissario Brunner. Contro l’inazione della Commissione si sono mossi alcuni suoi ex membri, come Josep Borrell, Laszlo Andor, Joaquin Almunia e Nicolas Schmit: gli ex commissari hanno sottoscritto il reclamo formale promosso da The Good Lobby su iniziativa del professor Alberto Alemanno, docente di diritto Ue all’Hec di Parigi, e firmato da un centinaio di accademici. Migranti. Ue, sì al regolamento rimpatri: avanza il progetto return hub di Andrea Valdambrini Il Manifesto, 2 ottobre 2026 Tra i possibili Paesi terzi dove spedire i migranti espulsi dall’Europa ci sono Uganda e Ruanda. Contatti già avviati. Il via libera formale del Consiglio Ue al Regolamento rimpatri era l’ultimo passaggio prima della dell’entrata in vigore delle nuove norme. Ma nel testo adottato ieri alla riunione dei ministri degli Interni dei 27 in Lussemburgo emerge un elemento destinato ad avere un peso rilevante: la possibilità per gli stati europei di creare centri per i rimpatri in paesi terzi, i cosiddetti return hubs. Nelle intenzioni dell’Ue, il regolamento rimpatri integra il Patto sulla migrazione e l’asilo, punta a rendere più efficaci i ritorni delle persone prive del diritto di soggiornare in Europa. Introduce anche un “ordine europeo di rimpatrio”, per facilitare il riconoscimento delle decisioni tra gli stati Ue. Il meccanismo funzionerà su base volontaria, ma punta a rafforzare gli obblighi di collaborazione per chi deve lasciare il territorio europeo. Prevede anche misure specifiche per le persone considerate una minaccia per la sicurezza. È soprattutto la possibilità di delocalizzare i rimpatri fuori dall’Ue a suscitare le critiche delle organizzazioni per i diritti dei migranti. La rete di ong Picum considera il regolamento parte di una strategia di ulteriore intensificazione delle politiche punitive nei confronti delle persone migranti, definite “deportazioni”. Chiara Catelli, advocacy officer di Picum, accusa l’Ue di trattare le politiche migratorie attraverso pratiche di “detenzione e deportazione”. Il nuovo regolamento, sostiene, “incoraggia una caccia alle streghe contro le persone prive di documenti” e dà agli stati membri “carta bianca per mandare le persone in luoghi che nemmeno conoscono”. Il rischio, secondo Catelli, è che sempre più persone evitino di rivolgersi ai servizi pubblici o di chiedere protezione per paura di essere detenute o espulse. “Alla fine, questo regolamento creerà più irregolarità, non meno”, conclude. Da parte sua, l’istituzione che riunisce i governi dei 27 rivendica invece l’obiettivo di rendere i rimpatri più efficaci. “Circa due persone su tre a cui è stato ordinato di lasciare l’Ue non se ne vanno effettivamente”, ha ricordato ieri il ministro irlandese Jim O’Callaghan, presidente di turno del Consiglio. Le nuove norme, ha completato, serviranno ad “attuare in modo efficace i rimpatri rapidi”. Non c’è invece ancora chiarezza in merito a dove sorgeranno i centri di rimpatrio extra-Ue. O’Callaghan ha detto che sono in corso discussioni tra gli Stati membri, ma che non è stato fatto “alcun vero progresso” nell’individuazione di località specifiche. La Germania per prima però punta ad accelerare. Berlino è tra i cinque Paesi - insieme ad Austria, Danimarca, Grecia e Paesi Bassi - che spingono il progetto, e il ministro dell’interno tedesco Dobrindt ha detto volere a un accordo con un paese terzo “nel corso di quest’anno”. Ha anche riferito di negoziati in preparazione e presenza di interlocutori, anche se non ha voluto specificare quali. In realtà, è noto che tra i possibili paesi interessati al progetto ci sono Uganda e Ruanda. A verificare ci hanno pensati i Verdi europei, con una missione nei due stati africani. L’eurodeputata olandese Tineke Strik, ha confermato che entrambi i paesi sarebbero effettivamente aperti all’idea degli hub. I criteri di accoglienza, tuttavia, sembrerebbero selettivi. Il Ruanda, in particolare, accetterebbe solo migranti africani e non oppositori politici, anche provenienti dai paesi vicini. Sulle garanzie per le persone Lgbt, ha riferito Strik, la delegazione non ha ricevuto risposte. Ma soprattutto, l’eurodeputata ha indicato il rischio che le persone trasferite nei futuri centri restino “bloccate senza garanzie o protezioni legali”, alimentando nuovamente il traffico verso l’Europa. Altro dossier delicato è quello aperto con la crisi di Ceuta: la possibilità di modificare le regole sull’asilo in caso di un afflusso considerato una forma di strumentalizzazione della migrazione. O in alternativa di un “attacco ibrido” (come era accaduto in passato al confine tra Bielorussia e Polonia). Mentre la Commissione lavora a un nuovo quadro europeo per le emergenze, è in particolare il Ppe a fare pressione per consentire di sospendere almeno temporaneamente l’accesso alla procedura d’asilo. Tutto il dossier dovrebbe tornare sul tavolo dei leader a metà ottobre, fa sapere il commissario all’immigrazione Magnus Brunner al termine della riunione dei ministri degli interni a Lussemburgo. Mentre nel Consiglio Ue si discuteva, arrivava infine una piccola tegola dalla Corte di giustizia Ue. In una sentenza che nasce da un caso senza legami con Ceuta - quello di un cittadino cinese di origine uigura a cui i Paesi Bassi avevano sospeso l’esame della domanda d’asilo perché beneficiario di protezione temporanea - la Corte ha stabilito che una sospensione generalizzata e automatica dell’esame delle domande di protezione internazionale viola il diritto dell’Unione. Un esempio dei vincoli giuridici entro cui Bruxelles dovrà muoversi, se vorrà avventurarsi sul terreno del meccanismo di sospensione del diritto di asilo. Migranti. Rimandiamoli non a casa loro di Marco Boccitto Il Manifesto, 2 ottobre 2026 Destinazione Africa: due Paesi che hanno molto in comune, a partire dai diritti negati. Tremebonda su quasi tutto, Bruxelles batte un colpo sugli ultimi. II regolamento sui migranti varato ieri dà sfogo alla voglia di remigrazione che furoreggia a destra, non è così sgradita al centro e raccoglie consensi sfumati anche tra le ormai ex socialdemocrazie. Un’Europa che si voleva “fortezza”, dispiega tutta la sua debolezza politica trasformandosi in agenzia di deportazione. Non basta arginare i flussi facendo fare il lavoro sporco ai paesi dell’altra riva, finis terrae di un’Africa che degli strepitosi indici di crescita di cui si parla non vede una briciola, figuriamoci il Piano Mattei. Bisogna rimandarceli, a tutti i costi. E che fa, se molti non sono neanche africani. Nel cosiddetto “regolamento rimpatri” licenziato dal Consiglio Ue, tra tanti irrigidimenti in stile remigratorio ce n’è uno che tutto fa tranne che rimpatriare. Quello degli “hub in paesi terzi” è un modo brillante per trasformare un sacrosanto principio in orrore etico e giuridico. Il non refoulement, che impedisce di rispedire nel suo paese una persona dotata di ottime ragioni per starne lontano, diventa l’alibi supremo per restringere a dismisura il diritto d’asilo. Moltiplicando detenzioni, sanzioni, espulsioni e sdoganando, una volta osservata ipocritamente la regola del non respingimento, questa trovata dei paesi terzi. L’Italia meloniana ha poco da gonfiare il petto per aver indicato la via con il modello Albania. A lanciare la moda fu Israele quando per liberarsi di un tot di immigrati da zone di crisi - molti eritrei, etiopi, sudanesi - firmò nel 2014 un accordo triennale proprio con il Ruanda, che oggi troviamo in testa alla lista di paesi disponibili a ospitare i nuovi euro-hub. All’epoca non finì bene. Né si può dire che ebbe buon fine il successivo tentativo britannico, governo Boris Johnson, intralciato dalla Corte suprema nel 2022. Ma l’Italia e più in generale l’Europa a partire da oggi non demordono. Con il governo di Kigali l’affare è già bene avviato. Stesso discorso per l’Uganda. Il tasso di cinismo creativo è nettamente inferiore rispetto a Trump, che già distribuisce i suoi remigranti facendo girare il mappamondo e puntando un paese a caso. Ha intasato di vietnamiti, laotiani yemeniti e giamaicani il micro-regno di Eswatini e ora con il beneplacito della Corte suprema potrà scatenare la fantasia. Noi preferiamo l’usato garantito: il Ruanda con il suo expertise prezzolato e l’Uganda che ha già il suo da fare con 2,7 milioni di profughi fuggiti dalle guerre limitrofe. Ruanda e Uganda sono esempi plastici di “democrature”, con un uomo solo al potere da un numero esagerato di anni e la corrispondente soppressione di ogni dissenso. Oltre a questo, alla prossimità geografica, ai rispettivi interessi nel conflitto che tormenta il nord-est del Congo, oltre alla rinnovata benevolenza di Usa e Ue, in comune hanno relazioni molto cordiali con Israele, cosa non scontata né gratuita, a certe latitudini. Il Ruanda è diventato una tecnocrazia modello, con forniture securitarie di alto livello, un paese tutto fibra ottica e niente contraddittorio nei confronti di un capo supremo salito al potere nel 2000 come contraccolpo diretto del genocidio dei Tutsi e degli Hutu non allineati. Al presidente Paul Kagame tutto si perdona: un po’ è il senso di colpa che Onu e Francia hanno motivo di provare per l’inazione fatale, al tempo, un po’ è la suddetta e già sperimentata disponibilità a prendersi i migranti indesiderati di paesi amici. O semplici conoscenti. In Uganda non va meglio: il presidente Yoweri Museveni è al potere addirittura dal gennaio 1986 e dall’alto dei suoi 82 anni tiene testa al 75% degli ugandesi, i giovani che avrebbero già scelto il basco rosso dell’ex rapper Bobi Wine se la sua candidatura non fosse stata brutalizzata per due tornate elettorali consecutive. La criminalizzazione della comunità Lgbtq è tratto saliente delle sue politiche afro-vannacciste. Se tra i soggetti più indiziati per essere trasferiti ci sono quelli considerati “pericolosi”, verranno sicuramente trattati con i guanti. L’Italia pre-elettorale non vede l’ora, altri paesi già pensano di consorziarsi per costruire i loro centri. Le deputate verdi olandesi Tineke Strik e Anna Strolenberg, in avanscoperta nei giorni scorsi, confermano che non ci sono le condizioni, ma che ciò malgrado i due paesi in questione sono pronti a ospitare qualsivoglia “hub”. C’è il capitolo soldi, tradotto sommariamente come investimenti, ma è evidente - succede già con Libia, Tunisia, Egitto - che il costo vero dell’asse Meloni-Bruxelles è per metà l’arma di ricatto che consegniamo a simili interlocutori, per l’altra metà il precipizio di giustizia e umanità che si fa regola. Migranti. La Corte dell’Ue e il diritto d’asilo Il Foglio, 2 ottobre 2026 Una sentenza stabilisce che la sospensione automatica vìola il diritto europeo. La Corte di Giustizia dell’Ue potrebbe diventare il principale ostacolo al tentativo della Commissione, del Partito popolare europeo e di alcuni stati membri di indurire ulteriormente le politiche migratorie, sospendendo il diritto all’asilo nelle situazioni di crisi con il pretesto di Ceuta. Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione a settembre, Ursula von der Leyen ha annunciato l’intenzione di proporre un nuovo “meccanismo di risposta di emergenza” per permettere agli stati membri di affrontare “scenari nei quali i movimenti di massa vengono orchestrati e strumentalizzati”. Una delle deroghe immaginate riguarda il diritto individuale all’asilo, che potrebbe essere sospeso per procedere a rimpatri ed espulsioni immediati. I dettagli non sono ancora conosciuti. Ieri ne hanno discusso i ministri dell’Interno in una riunione a Lussemburgo. Ma il commissario responsabile delle migrazioni, Magnus Brunner, non ha incluso il diritto di asilo tra le “linee rosse” che l’Ue non intende superare. I criteri per stabilire quando c’è una strumentalizzazione dei flussi migratori e per far scattare il meccanismo di emergenza potrebbero essere molto ampi. Brunner ha indicato il ruolo giocato a Ceuta dai trafficanti di esseri umani, che sono dietro a ogni movimento irregolare. “L’Europa ha bisogno dei mezzi per proteggere le sue frontiere in ogni occasione. Questa non è una questione solo di migrazione, ma una questione di sicurezza”, ha detto Brunner: “Non faremo mai compromessi”. I giudici di Lussemburgo potrebbero non essere d’accordo. In una sentenza pubblicata ieri hanno confermato che la sospensione automatica dell’esame delle domande di asilo viola il diritto dell’Ue. Il caso è diverso da Ceuta. Ma il messaggio è chiaro: una sospensione generalizzata e automatica del diritto di asilo, a causa del fatto che uno stato membro ha delle difficoltà, non è consentita dal diritto dell’Ue. Stati Uniti. Christa Pike, cronaca di una tortura di Stato: il boia manca l’esecuzione di Emilio Minervini Il Dubbio, 2 ottobre 2026 Fallisce l’iniezione letale alla donna condannata a morte. Trasferita in ospedale, le sue condizioni sono sconosciute. Dalla sedia delle esecuzioni del Riverbend Maximum Security Institution di Nashville a un letto di ospedale. Christa Gail Pike, 50 anni, le cui condizioni rimangono sconosciute è sopravvissuta a due iniezioni letali con cui è stata eseguita la sua condanna a morte, la prima comminata a una donna in oltre 200 anni di storia del Tennessee. La sentenza con cui è stata riconosciuta responsabile di omicidio premeditato è stata pronunciata nel 1996, quando Pike aveva 18 anni, facendo di lei una delle donne più giovani di sempre a ricevere la sentenza di morte nella storia degli Stati Uniti. La cinquantenne è infatti sopravvissuta - seppur dopo aver agonizzato tra rantoli e spasmi - all’esecuzione che in un primo momento era stata sospesa dalla Corte d’Appello federale degli Stati Uniti per il Sesto Circuito, per poi essere confermata dalla Corte Suprema del Tennessee. Però evidentemente, nonostante la perseveranza dei giudici nel voler eseguire la condanna, non era ancora scoccata l’ultima ora di Pike. La vicenda ha attirato l’attenzione dell’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Volker Turk, che ha esortato le autorità del Tennessee a non tentare nuovamente l’esecuzione. “La prolungata sofferenza, fisica e mentale, derivante dai molteplici tentativi falliti di esecuzione è abominevole e crudele”, ha scritto in un post pubblicato su X l’Ufficio dell’Alto commissario. Secondo il racconto dei reporter che hanno assistito all’esecuzione, la donna avrebbe denunciato un anomalo senso di gonfiore al braccio su cui è stata praticata l’iniezione letale. “Sento come se il braccio stia per scoppiare”, avrebbe detto la donna prima che le tende della sala delle esecuzioni fossero chiuse impedendo la vista ai reporter, che da quel momento hanno potuto solo udire rantoli e lamenti di Pike. Diversi giornalisti presenti hanno sottolineato l’assenza di protocolli sanitari per i casi di sopravvivenza del condannato a seguito di una seconda dose del farmaco. Pike sarebbe stata infatti lasciata agonizzante mentre, intorno alle 20:00 locali, l’ufficio federale di Knoxville presentava istanza di sospensione dell’esecuzione sia al tribunale distrettuale federale che alla Corte Suprema del Tennessee. Alle 21:15 circa un’ambulanza ha prelevato la donna per trasportarla a un ospedale nelle vicinanze. “Questa notte lo stato del Tennesse ancora una volta non è riuscito a condurre un’esecuzione legale - hanno detto a Usa Today gli avvocati di Pike - non ci piace dire che avevamo ragione, ma le preoccupazioni sollevare dalla signora Pike erano giuste: vene che non si trovano, che esplodono, Pentonbarbital scaduto, nessuna assistenza medica disponibile se le cose vanno inevitabilmente male, e tutto sulla base di un protocollo che rimane segreto”. I legali hanno anche denunciato il fatto che le autorità non stanno fornendo informazioni sulle condizioni di salute della loro assistita. I legali della donna hanno insistito sul fatto che il farmaco utilizzato nel cocktail per l’esecuzione fosse scaduto. Hospira, casa produttrice del Pentobarbital, ha interrotto la produzione negli Stati Uniti a causa di un problema non specificato nell’acquisto dei principi attivi necessari alla sua produzione. Il farmaco fa cadere in uno stato d’incoscienza la persona a cui è somministrato e sopprime le funzioni del sistema nervoso, era uno dei tre farmaci contenuti in un cocktail ampiamente utilizzato nelle esecuzioni e il farmaco più antico ad essere approvato per la pena capitale. L’azienda ha cercato di spostare la produzione nel suo stabilimento italiano di Liscate, in provincia di Milano nel 2011, ma il Paese ha rifiutato di consentirla a meno che Hospira non potesse garantire che i lotti prodotti in Italia non sarebbero stati utilizzati nelle esecuzioni. Questo ha provocato la carenza del farmaco che in molti casi ha costretto i Dipartimenti penitenziari dei vari Stati a cercare canali alternativi per reperire il Pentobarbital o suoi equivalenti. Il Tennessee Department of Correction si è difeso dicendo di aver seguito “ogni passo del protocollo legale per le esecuzioni” che prevede che si amministri una secondo set di iniezioni letali “se il detenuto non è deceduto” dopo il primo. Nessuna menzione però dell’eventualità in cui il condannato sopravviva a una seconda iniezione del cocktail letale, a riprova delle testimonianze fornite dai giornalisti sulla mancanza di protocolli adeguati. Bill Lee, il governatore repubblicano che lunedì scorso aveva negato la grazia a Pike, è intervenuto ordinando “un’inchiesta complessiva da parte di terzi per determinare cosa sia successo esattamente” e ha disposto la sospensione delle altre esecuzioni previste entro la fine dell’anno. “Eseguire in modo legale le sentenze è una delle responsabilità più serie per gli Stati e il popolo del Tennessee si aspetta che sia fatto in un modo che non sia solo legale e costituzionale, ma efficace”, ha affermato Lee. Già nel 2022 il governatore aveva ordinato una revisione della procedura dopo che i funzionari penitenziari avevano omesso di sottoporre i farmaci ai test previsti prima di un’esecuzione. È la seconda volta in pochi mesi che in Tennessee fallisce un’esecuzione. Dopo che il boia ha passato un’ora a cercare una vena nel braccio di Tony Carruthers il cocktail letale non è neanche stato iniettato e l’esecuzione è stata sospesa da Lee fino al 21 maggio 2027. Pike è stata meno fortunata di Carruthers e ha dovuto subire non una ma ben due iniezioni. Ora le sue condizioni rimangono sconosciute, così come la sua sorte se dovesse sopravvivere.