Più carcere, meno sicurezza: l’inganno della stretta penale di Glauco Giostra Avvenire, 29 ottobre 2026 Nuovi reati e pene più dure gonfiano le celle. E l’abuso dei decreti legge restringe il confronto parlamentare proprio sul tema delicato della libertà dei cittadini. Il recente, ennesimo decreto sicurezza susciterebbe sbadigli per la tediosa ripetitività del fenomeno, se non confermasse una preoccupante degenerazione della politica e non solo. Assistiamo infatti a un esibito trumpismo penale e carcerario, gabellato per tutela della sicurezza sociale. Come quando ai tempi del proibizionismo “si incollava l’etichetta con la scritta “sciroppo” o “gazzosa” sulle bottiglie di whisky” (André Gide), così oggi si applica l’etichetta “sicurezza sociale” su provvedimenti di demagogico e improduttivo autoritarismo carcerocentrico. Rectius, produttivi solo elettoralmente. La ragione di questa alta redditività in termini elettorali di una politica che ostenta il turgido bicipite della repressione penale e il carcere come risolutiva risposta alle condotte antisociali è impeccabilmente descritta nella Medea di Christa Wolf: “Non c’è menzogna troppo grossolana a cui la gente non crede, se essa viene incontro al suo segreto desiderio di crederci”. Eppure, non solo è evidente che con il susseguirsi dei “provvedimenti sicurezza” cresce l’insicurezza, ma la lenzuolata di nuovi reati e le iperboliche risposte sanzionatorie hanno aumentato, nell’arco di vita di questo governo, di diecimila detenuti la già intollerabile popolazione penitenziaria e di ben il 50% quella dei penitenziari minorili (tanto che il ministro della Giustizia vorrebbe provvisoriamente fronteggiare il prevedibile afflusso di nuovi condannati minorenni riservando loro alcune sezioni negli strabordanti carceri per adulti: imbarazzante). Ma la soluzione c’è, ha assicurato la Presidente del Consiglio qualche tempo fa e Nordio in queste ore: basta costruire nuove carceri. Un’idea in frontale contrasto con le raccomandazioni da tempo formulate dal Consiglio d’Europa: “Aumentare la capacità ricettizia significa aumentare senza vantaggio alcuno la domanda di carcere”, mentre bisognerebbe far ricorso alle misure alternative, “mezzi importanti per combattere la criminalità, per ridurre i danni che essa causa” e per evitare “gli effetti negativi della reclusione”. Non si può non aggiungere che nell’attuale situazione italiana aspettare la costruzione di nuove carceri significherebbe rassegnarsi per diversi anni al numero intollerabilmente alto di suicidi, di atti di autolesionismo, di condanne dello Stato a risarcire detenuti per trattamento inumano e degradante. Più in generale, poi, questo ennesimo ricorso al decreto- legge si espone a non meno importanti rilievi critici. Quando ci si accinge a regolamentare il più penetrante dei poteri dello Stato nei confronti dell’individuo, il potere penale, le scelte dovrebbero essere frutto di un ampio dibattito parlamentare. Il ricorso al decreto-legge, negli ultimi tempi quasi sempre in assenza del presupposto costituzionalmente imprescindibile della necessità e dell’urgenza, esautora il Parlamento del suo potere primario. Non solo: indulge nel vizio italico che Natalino Irti efficacemente denominava dell’”occasionalismo legislativo”, cioè quella deprecabile tendenza di produrre norme sull’onda emotiva, in genere pessima consigliera perché attenta al sintomo e non alla causa, dell’ultimo fatto di cronaca. Con l’ulteriore, grave danno di disordinare il sistema: “Da certi ritocchi (stile ministeriale), da certi rimaneggiamenti a spizzico, da certe ricatapecchiature - ammoniva il grande Luigi Lucchini - sarebbe folle ingenuità sperare di cavarne qualche costrutto”. “Vengo da te”, il diritto di amare oltre le sbarre di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 29 ottobre 2026 Avvocati, magistrati e dirigenti penitenziari a confronto sui colloqui intimi riconosciuti nel 2024. Da Terni a Larino, il diritto si è affermato a colpi di reclami. Si può togliere a una persona la libertà senza toglierle anche il diritto di amare e di essere amata? A inizio ottobre, nella Biblioteca Salaborsa di Bologna, se lo sono chiesti avvocati, magistrati, dirigenti penitenziari e un attore. Era la seconda tappa di “Vengo da Te. Il diritto di restare umani: le stanze dell’affettività in carcere”, progetto nato per iniziativa dell’avvocata Antonella Divincenzo, consigliere Aiga della Sezione di Trani e componente nazionale dell’Onac, l’Osservatorio nazionale Aiga sulle carceri. La prima edizione si era tenuta ad Andria, dentro il Festival della Disperazione. L’avvocata Antonella Divincenzo spiega a Il Dubbio che la spinta è venuta dalla sentenza n. 10 del 2024 della Corte costituzionale, ma che “tra il riconoscimento di un diritto e la sua concreta attuazione c’è ancora un percorso da compiere”. E aggiunge: “Ho pensato a chi è dentro e aspetta, ma anche a chi è fuori e aspetta a sua volta. Ai compagni, ai figli, ai genitori”. Per questo ha legato l’iniziativa a “La casa in riva al mare” di Lucio Dalla, la storia del recluso che dalla cella sogna l’incontro con la donna amata: una canzone che, dice, “racconta l’attesa, il desiderio di libertà, il sogno di un incontro”. Il titolo nasce dalla stessa radice, “dall’idea di andare incontro all’altro, di raggiungerlo, di non considerare il carcere un mondo separato dal nostro”. La tappa bolognese ha avuto il patrocinio di Aiga nazionale, del Comune e del Dipartimento di scienze giuridiche dell’Università, con la collaborazione di Aiga Bologna e della Fondazione forense bolognese. Ad aprire i lavori è stato Federico Casolari, direttore del Dipartimento. Per il Comune sono intervenuti due assessori, Daniele Del Pozzo per la Cultura e Matilde Madrid per il Welfare e la Salute, mentre la Regione Emilia-Romagna era rappresentata dall’avvocato Luca Pestelli. Poi la voce dell’avvocatura: Betty De Paola, presidente di Aiga Bologna, Nicola Mazzacuva, alla guida dell’Unione delle Camere penali, Paolo Rossi, vicepresidente vicario dell’Ordine degli avvocati di Bologna, e il presidente nazionale di Aiga, Luigi Bartolomeo Terzo. La tavola rotonda ha messo intorno allo stesso tavolo chi il carcere lo studia, chi lo giudica e chi lo governa. Per l’università c’era il penalista Stefano Canestrari, ordinario a Bologna. Per la magistratura Elena Banchi, magistrato di sorveglianza a Reggio Emilia. Dal lato dell’amministrazione penitenziaria sedevano Bernardo “Dino” Petralia, già capo del Dap, il provveditore regionale Silvio Di Gregorio e Annalisa La Greca, vicedirettrice degli istituti di Parma e oggi direttrice di quello di Modena. Con loro il garante dei detenuti del Comune, Antonio Iannello, e due avvocati: Mario Aiezza, già referente Onac, e Luca Sebastiani, responsabile dell’Osservatorio carcere della Camera penale “Franco Bricola”. A rompere il linguaggio dei codici ci ha pensato l’attore e autore Alessandro Bergonzoni. Due assenze, entrambe giustificate. Il professor Filippo Giordano, segretario permanente del Cnel per l’inclusione delle persone private della libertà, e l’avvocato Francesco Zaccaria, attuale referente Onac, erano assenti. Ad Andria però c’erano, e Giordano aveva presentato il progetto “Recidiva Zero”. Alle pareti della Salaborsa, intanto, scorrevano le fotografie di Vincenzo Del Negro e Alice Bianchi, dedicate al filo che lega chi sta dentro a chi sta fuori. Divincenzo è convinta che “garantire il diritto all’affettività non significhi essere indulgenti nei confronti di chi ha commesso un reato”, e che “una società è più sicura anche quando riesce a ridurre le condizioni che favoriscono la recidiva”. Da Spoleto a Larino, un diritto strappato a colpi di reclamo - Tutto comincia da un detenuto del carcere di Terni che chiede di stare con la compagna senza un agente a fissarli. Il magistrato di sorveglianza di Spoleto, Fabio Gianfilippi, con ordinanza del 12 gennaio 2023 solleva la questione di legittimità dell’articolo 18 dell’ordinamento penitenziario: il controllo a vista sui colloqui, scrive, si traduce in un vero divieto di vivere l’affettività in una dimensione riservata, sessualità compresa. Con la sentenza n. 10, deliberata il 6 dicembre 2023 e depositata il 26 gennaio 2024, la Consulta dichiara illegittimo l’articolo 18 dove non consente i colloqui con il coniuge, la parte dell’unione civile o il convivente senza controllo a vista, quando non ostino ragioni di sicurezza, di ordine e disciplina o, per l’imputato, giudiziarie. Restano esclusi il 41 bis e la sorveglianza particolare. Poi un anno di silenzio. Lo rompe di nuovo Gianfilippi, il 29 gennaio 2025: accoglie il reclamo di un recluso di Terni che desidera un figlio: dà all’istituto sessanta giorni. A Terni nasce la prima stanza d’Italia. Il 7 febbraio 2025 tocca a Parma, con l’ordinanza firmata da Elena Banchi, una delle relatrici di Salaborsa. L’11 dicembre 2024 la Cassazione, con la sentenza n. 8 del 2025, aveva annullato il provvedimento del magistrato di Torino che lo declassava a mera aspettativa. L’11 aprile 2025 il Dap diffonde le prime linee guida. Il 4 novembre 2025 il Tribunale di sorveglianza di Bologna, estensore ancora Banchi, accoglie il reclamo di un ergastolano detenuto dal 16 giugno 1995, presentato dall’avvocata Pina Di Credico, cui il primo giudice aveva negato il colloquio intimo con la moglie. Colloqui sempre sotto lo sguardo degli agenti: “Tutto questo da trent’anni”, annota il collegio, che definisce non vincolanti le linee guida del Dap: il colloquio intimo resta un diritto e non può trasformarsi nel premio della buona condotta. L’11 novembre 2025 la magistrata di sorveglianza di Campobasso, Teresa Venezia, dà ragione a un detenuto di Larino al quale la direzione aveva negato l’incontro con la compagna per mancanza di locali, “in attesa delle linee guida provveditoriali”. Quasi due anni dopo la Consulta. Quanti siano oggi gli spazi, nessuno lo dice con certezza. Rispondendo a un’interrogazione di Italia viva, il ministro Nordio aveva ammesso: solo 32 istituti su 189 avevano individuato una stanza idonea. La Relazione al Parlamento del Garante nazionale, presentata il 23 ottobre al Senato, dedica al tema poche righe, senza censimento, ma ricorda che la mancata esecuzione delle pronunce “potrebbe impingere nella violazione dei diritti”. Prima delle sentenze e delle stanze, c’erano soltanto le lettere e gli incontri senza un minimo di intimità. Elvio Fassone, morto il 21 giugno scorso, nel 1985 presiedeva a Torino la Corte d’assise del maxiprocesso alla mafia catanese, 242 imputati. Tra i condannati all’ergastolo c’era un ragazzo di nemmeno trent’anni, che nel libro si chiama Salvatore. Il giorno dopo la sentenza il giudice gli scrisse e spedì il Siddharta di Hermann Hesse. Da quel gesto nacque un carteggio durato ventisei anni, diventato nel 2015 “Fine pena: ora”. In quelle pagine c’è Rosi, la fidanzata conosciuta da adolescente. Per vent’anni gli resta accanto. Lo segue di carcere in carcere e gli dedica l’intera giovinezza. Colloqui in sale comuni, davanti agli agenti, senza mai un’ora da soli. Alle soglie dei quarant’anni sente il bisogno di ricostruirsi una vita, e se ne va. Salvatore, anni dopo, nelle settimane roventi di un’estate, tenta di togliersi la vita. Lo salva un agente arrivato in tempo. Salvatore scrive poi al giudice per chiedergli scusa. Vent’anni d’amore, e la legge non aveva previsto per loro neppure una stanza. L’avvocata Divincenzo vuole portare “Vengo da Te” in altre città, davanti a “cittadini e studenti”. Il suo orizzonte è “una società che non rinuncia alla sicurezza, ma che la persegue anche attraverso la dignità, la responsabilizzazione e la possibilità concreta di cambiare”. Quella possibilità che i tanti Salvatore e le tante Rosi non hanno mai avuto. Una giustizia minorile che guarda al futuro tra rigore, comprensione e responsabilità di Fabio Pinelli* Avvenire, 29 ottobre 2026 Papa Leone XIV ha posto una delle domande più antiche e sempre attuali: che cosa significa essere umani? La risposta che ha offerto sorprende per la sua semplicità e profondità: “Essere umani significa, in primo luogo, essere figli”. Nessuno di noi ha scelto di nascere, né il tempo, né il luogo, né la famiglia in cui venire al mondo. La vita ci precede; ci è consegnata. E proprio per questo la nostra umanità è insieme promessa, fraternità e responsabilità. Ogni nascita genera un legame originario che dovrebbe trovare nella famiglia il primo luogo di cura, di educazione e di crescita. È nella famiglia che si apprendono il linguaggio delle relazioni, il rispetto dell’altro, il senso del limite, della libertà e della responsabilità. Questa verità è particolarmente nota a chi opera ad esempio nella giustizia minorile. Ogni giorno il magistrato minorile è posto dinanzi a storie che ricordano come l’essere figli non sia soltanto una condizione anagrafica, ma la dimensione nella quale si formano l’identità della persona, la fiducia negli altri e la capacità di costruire il proprio futuro. Il magistrato minorile incontra bambini e adolescenti nei momenti più fragili della loro esistenza. Li incontra quando il patto educativo si è incrinato, quando la famiglia non riesce più a svolgere pienamente la propria funzione, quando i conflitti degli adulti travolgono i bisogni dei figli, quando il disagio si trasforma in devianza, quando la solitudine prende il posto della speranza. Prima ancora che essere considerato autore di reato, vittima, soggetto vulnerabile o destinatario di protezione, ogni minore è un figlio. La sua storia prende avvio da quella condizione di fragilità e dipendenza che accomuna ogni nascita. È una persona che porta con sé una promessa, anche quando la sua vicenda è segnata dall’abbandono, dalla violenza, dall’emarginazione o dall’errore. D’altronde, la responsabilità genitoriale non è esclusivamente una categoria giuridica, né si esaurisce nella dimensione affettiva. Essa rappresenta una delle forme più alte di responsabilità verso l’altro. La Costituzione, che pone al centro la persona e i suoi diritti fondamentali, richiama al tempo stesso i doveri inderogabili dei genitori di “istruire ed educare i figli”, di accompagnarli nella crescita. La Costituzione affida, dunque, un vero e proprio compito di natura pedagogica ai genitori. Da qui deriva la peculiarità della funzione del giudice minorile, che non incontra soltanto vicende processuali, ma persone in formazione, relazioni familiari fragili e storie che continuano a evolversi ben oltre il tempo della decisione giudiziaria. È proprio per misurarsi con questa complessità che il giudizio minorile si arricchisce dell’apporto dei giudici onorari: competenze, esperienze e saperi diversi concorrono alla formazione della decisione, consentendo di leggere la vicenda non soltanto nella sua dimensione giuridica, ma nella concretezza delle relazioni e dei bisogni del minore. La pluralità degli angoli visuali diventa così una risorsa per costruire risposte più consapevoli e più aderenti alla realtà. Il rigore della giurisdizione resta imprescindibile, ma deve accompagnarsi alla capacità di ascolto, al dialogo con i servizi e con la scuola, alla comprensione delle fragilità e alla fiducia nella possibilità di cambiamento. Non per conformare le persone a un modello ideale, ma per consentire a ciascuno di esprimere le proprie risorse. Questa prospettiva richiede, però, che la giustizia minorile possa operare in condizioni adeguate. La complessità del disagio minorile e la carenza di risorse e strutture richiedono una rete territoriale solida, capace di dare concreta attuazione alla risposta giudiziaria. La giustizia minorile deve dunque mantenere lo sguardo rivolto alla possibilità della ricostruzione. È una tensione verso il futuro che attraversa tutti i suoi ambiti, compreso quello penale. La privazione della libertà può rappresentare, in alcuni casi, una risposta necessaria dell’ordinamento. Ma fermezza e comprensione non sono termini alternativi. Condannare con nettezza la violenza non significa rinunciare a interrogarsi sulle sue cause. È questo, mi sembra, il senso profondo del richiamo rivolto in questi giorni dal Presidente della Repubblica: ogni violenza è inaccettabile, ma di fronte al disagio giovanile occorrono anche studio, analisi e visione; occorre interrogarsi sul “loro senso di insicurezza, il loro timore di asservimento o di emarginazione”. Comprendere non significa giustificare. Significa riconoscere che nessuna vicenda umana nasce nel vuoto e che dietro molti comportamenti vi sono storie che interrogano anche noi adulti: le famiglie e le scuole innanzitutto. Il processo di trasformazione della società contemporanea ha ormai la rapidità dello scorrere delle immagini sullo schermo di un telefono. Sono cambiate le famiglie, i contesti sociali e culturali, ma sono cambiate anche le forme del disagio, della devianza e della violenza. Dobbiamo essere consapevoli che, tra i giovani, la violenza assume oggi forme nuove e si manifesta anche nella dimensione digitale, nella quale si svolge una parte importante della loro vita di relazione. Un like, il ghosting, l’esclusione da una chat, ma anche il confronto continuo con modelli di vita proposti dai social possono assumere, nell’esperienza di un adolescente, un peso che il mondo adulto rischia talvolta di sottovalutare. Una giustizia capace di rispondere a questi cambiamenti deve, prima di tutto, conoscerli. Abbiamo bisogno di studi demografici e sociologici, nonché di un approccio realmente interdisciplinare. Dobbiamo comprendere come cambiano le famiglie, la popolazione minorile, i fenomeni di devianza e le forme della criminalità nei diversi territori. *Vicepresidente del Csm Dai “viaggi” in carcere al fine vita, la Consulta sceglie Viganò presidente di Francesca Spasiano Il Dubbio, 29 ottobre 2026 Nominato giudice costituzionale da Mattarella nel 2018, ha redatto alcune delle sentenze più importanti della Corte. Il nome di Francesco Viganò come giudice relatore non è mai passato inosservato, tra i giornalisti e il pubblico in attesa di assistere a un’udienza nei corridoi della Corte Costituzionale. Sinonimo di competenza ed equilibrio, il suo profilo si è legato nel tempo soprattutto ai temi del carcere e del fine vita. Ha collezionato nella sua carriera una lunga lista di sentenze decisive per il Paese. E sembrava soltanto una questione di tempo perché arrivasse la notizia giunta infine questo pomeriggio, quando la Consulta lo ha eletto all’unanimità come suo prossimo presidente. Nominato giudice costituzionale dal presidente Sergio Mattarella nel 2018, già vicepresidente della Corte dal gennaio 2025, succederà all’attuale presidente Giovanni Amoroso, in carica da gennaio 2025 fino al prossimo 14 novembre. Due giorni dopo, il 16 novembre, Viganò incontrerà per la prima volta la stampa da presidente. E resterà in sella fino all’8 marzo 2027, quando scadrà il suo mandato di giudice costituzionale. Professore universitario da trent’anni, ad appena 60 anni compiuti, è nato a Milano il primo marzo 1966 e nella stessa città si è laureato in giurisprudenza nel 1989. A tracciarne il profilo accademico è la stessa Consulta nel comunicato con cui annuncia la sua nomina e ne ripercorre il curriculum, ma a parlare per lui sono le decisioni che ne portano il nome, a partire da una delle più recenti, la numero 95 del 3 luglio 2025 sull’abrogazione dell’abuso d’ufficio. La sua carriera accademica è iniziata presso l’Università degli Studi di Brescia, dove è stato ricercatore dal 1995 al 2001 e professore associato dal 2001 al 2004, insegnando diritto penale italiano e comparato. Dal 2004 è stato professore straordinario e poi ordinario di diritto penale all’Università degli Studi di Milano. Ha pubblicato, come autore, coautore o curatore, quattordici libri e numerosi articoli in riviste scientifiche. La sua attività di ricerca è stata dedicata alla teoria del reato, alla tutela dei diritti fondamentali, al diritto penale costituzionale, ai rapporti tra diritto penale e fonti sovranazionali e al dialogo fra corti interne e corti europee. Tra le sue pubblicazioni si segnala la monografia La proporzionalità della pena. Profili di diritto penale e costituzionale (2021). Nel novembre 2016 è stato chiamato dall’Università Bocconi, dove ha insegnato diritto penale italiano e transnazionale sino alla nomina a giudice costituzionale nel 2018. Un ruolo cominciato con la prima sentenza in tema di concessioni balneari, presidente Giorgio Lattanzi, e “chiuso” con una delle ultime decisioni in materia di fine vita, relatore insieme al giudice Luca Antonini della sentenza 152 del 24 settembre. La “prova” più importante in agenda potrebbe arrivare a inizio del prossimo anno con una prima eventuale pronuncia della Corte sui ricorsi (25) presentati contro la riforma della legge elettorale. Ma si tratta di un calcolo “ottimistico”, per chi ipotizza che una decisione, con la prima udienza fissata a Trento per il 16 dicembre, possa arrivare entro marzo. Di certo, la storia professionale di Viganò racconta di un magistrato temprato alle questioni più spinose e “scomode”, per così dire. A partire dal tema del carcere, in merito al quale - oltre alle visite negli istituti nell’ambito del viaggio della Consulta nei penitenziari - la sua firma compare, tra le altre, sulla sentenza n. 24 del 2025 con cui la Corte ha dichiarato incostituzionale la norma che vietava per due anni i permessi premio ai detenuti imputati o condannati per reati commessi durante l’esecuzione della pena. Una decisione storica che si aggiunge alla n. 85 del 2024 sulle telefonate ai figli minori, con la quale la Corte ha dichiarato illegittima la norma che impone un regime più restrittivo per i detenuti ostativi che hanno accesso ai benefici penitenziari. Nell’”albo” nelle numerose sentenze in tema di suicidio assistito che sono seguite alla sentenza 242 del 2019 (la cosiddetta Cappato/Dj Fabo), il nome di Viganò lo ritroviamo sulle due decisioni recenti che hanno in gran parte salvato le leggi regionali della Toscana e della Sardegna impugnate dal governo. E la ritroviamo soprattutto sulla sentenza 135 del 2024, con cui la Corte si è pronunciata sull’annoso requisito dei “trattamenti di sostegno vitale” (tra i quattro stabiliti dalla Consulta per accedere a un percorso di fine vita), stabilendo che quel criterio non si tocca, ma va ne va ampliata l’interpretazione, includendo tra quei trattamenti le procedure sanitarie necessarie alla sopravvivenza del malato. Il punto è dirimente nelle discussioni che anche nel corso di questa legislatura hanno accompagnato l’infinito tentativo di approvare una norma nazionale, da ultimo con la proposta del centrodestra attualmente ferma al Senato. Il Parlamento, è noto, ci prova almeno dal 2019, su invito della Consulta. Ma in proposito forse vale la pena recuperare un vecchio scritto di Viganò, all’epoca ordinario all’Università di Milano, quando - di fronte all’accusa di un presunto “attivismo giudiziale” sui casi Welby ed Englaro - sottolinea che “le esigenze di rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo che entrano in gioco nella materia delle decisioni di fine vita si impongono come un dato indisponibile allo stesso legislatore”. Csm, svolta a sinistra. Ma il più votato è l’indipendente Nardecchia di Simona Musco Il Dubbio, 29 ottobre 2026 Con 1.759 voti il candidato di Autogoverno diffuso precede Egle Pilla di Area e Salvatore Casciaro di Magistratura indipendente, battuto per sei preferenze. Si addensano le tensioni nella corrente conservatrice, che rischia la scissione. Per i ragionamenti politici bisognerà attendere la fine dello spoglio, quando la nuova geografia delle correnti sarà più chiara e sarà possibile valutare con maggiore precisione gli equilibri all’interno della magistratura. Ma al termine della lunga prima giornata di conteggi un dato è già certo: nel collegio unico nazionale, il più ambito e politicamente significativo perché votato da tutti i magistrati italiani, il primo eletto non appartiene a una delle correnti tradizionali. È Giovanni Nardecchia, sostituto procuratore in Cassazione, candidato indipendente per il gruppo “Autogoverno diffuso”. In magistratura dal 1992, Nardecchia ha maturato una lunga esperienza nella giurisdizione, lavorando come giudice civile, giudice delegato ai fallimenti e giudice delle esecuzioni nei tribunali di Como e Monza. Dal 2020 è in servizio a Palazzo Cavour. Con un passato progressista nel “Movimento per la Giustizia” - la corrente fondata da Giovanni Falcone insieme ad Armando Spataro - si è presentato in continuità con l’esperienza dell’indipendente uscente Roberto Fontana, conquistando 1.759 voti su un totale di 8.507 schede. Un risultato significativo, ottenuto senza un gruppo strutturato alle spalle, ma “toccando i temi giusti”, commentano a margine del voto dal neonato gruppo. Un segnale, forse, di una certa disaffezione verso la retorica correntizia, anche se tra i candidati della cerchia di Nardecchia non mancavano figure con un passato nelle formazioni tradizionali. La tendenza, almeno per ora, sembra premiare soprattutto l’area progressista. Insieme a Nardecchia risulta eletta Egle Pilla, candidata di Area, seconda più votata con 1.710 preferenze. Un risultato che segna una battuta d’arresto per Magistratura indipendente, rimasta fuori dal collegio per appena sei voti: Salvatore Casciaro, già segretario dell’Anm, si è fermato a 1.704 preferenze, chiudendo al terzo posto. La crisi che ha investito la corrente conservatrice, ritenuta vicina alla destra di governo, emerge anche dal risultato di Luisa De Renzis, sostituta procuratrice generale candidata da indipendente, che ha raccolto 996 voti, sottraendo consensi a Mi. Sul risultato potrebbe aver pesato infatti anche il sostegno dell’ex segretario della corrente, Claudio Galoppi. “Una guerra fratricida”, commentano dall’esterno le toghe, mentre si attende il risultato di Cosimo Maria Ferri, ex esponente di Mi, dato per certo tra i nuovi membri del Csm. Un quadro che restituisce l’immagine di una corrente attraversata da divisioni interne, proprio mentre si ridefiniscono gli equilibri della rappresentanza in seno al Consiglio superiore della magistratura. Quattro anni fa era stata proprio Magistratura indipendente a conquistare il collegio unico nazionale, con Paola D’Ovidio al primo posto con 1.861 voti, seguita da Antonello Cosentino di Area con 1.226. Oggi gli equilibri appaiono cambiati. E circolano già voci di una possibile scissione, dopo i malumori che hanno attraversato la corrente nei mesi scorsi, fino all’espulsione di chi ha deciso di candidarsi da indipendente per violazione dello Statuto. Unicost, pur senza ottenere un seggio, ha incassato un buon risultato con i 1.308 voti di Elisabetta Ceniccola. Il giudice Luca Lorenzetti, candidato di “Altra Proposta”, espressione delle toghe sorteggiate, ha invece raccolto 202 voti. Alla fine dello scrutinio del collegio unico nazionale si contano 365 schede nulle e 460 bianche: un dato che potrebbe indicare, pur senza consentire conclusioni definitive, una certa disaffezione verso il voto. Per le correnti il quadro è più favorevole nel collegio 1 pm, che comprende i distretti di Brescia, Firenze, Genova, Milano, Perugia, Roma, Torino, Trento, Trieste e Venezia. Qui il più votato è Stefano Buccini, esponente di Magistratura indipendente e sostituto procuratore a Venezia, con 941 voti. Al secondo posto, dopo una rimonta nelle ultime fasi dello scrutinio, si è piazzato Eugenio Albamonte, sostituto alla Dna, ex presidente dell’Anm e candidato di Area, con 926 preferenze. Segue Roberta Amadeo, di Md, che ha ottenuto 902 voti, che rientra in Consiglio come terza più votata tra i non eletti. Unicost, con Rosalia Affinito, ha ottenuto 755 voti, mentre i due candidati sorteggiati, Maria Cardellicchio e Giacomo Pestelli, si sono fermati rispettivamente a 57 e 219 preferenze. Anche in questo collegio il numero delle schede bianche e nulle è significativo: 429 su un totale di 4.229 voti. Non mancano neppure episodi curiosi durante le operazioni di voto. Qualcuno sulla scheda ha scritto “Champagne”, in un riferimento non troppo velato allo scandalo che terremotò la magistratura nel 2019; altri si sono confusi, indicando il nome di Casciaro o quello di Fabio Regolo, candidato nel collegio 2 pm. “Eppure non era complicato”, ironizzano gli stanchissimi componenti del collegio elettorale, alle prese con una giornata di conteggi lunga ed estenuante. Alle 18 via all’ultimo scrutinio della giornata, quello del collegio 2 pm, che comprende i distretti di Ancona, Bari, Bologna, Cagliari, Caltanissetta, Campobasso, Catania, Catanzaro, L’Aquila, Lecce, Messina, Napoli, Palermo, Potenza, Reggio Calabria e Salerno. A contendersi i due seggi Raffaele Barela, di “Altra Proposta”, pm a Napoli; Gaetano Bono, di Mi, sostituto procuratore generale a Caltanissetta; Monica Campese, indipendente in servizio a Napoli; Lucia Anna Campo, indipendente e pm a Chieti; Giuliano Caputo, di Unicost, pm a Napoli; Gianluca De Leo, di Area, pm a Palermo; Fabio Regolo, di Md, pm a Reggio Calabria; e Giorgia Spiri, indipendente e pm a Messina. A spuntarla è Giuliano Caputo con 972 voti, seguito da Gianluca De Leo con 900. Buon risultato anche per Bono (867) che però rimane fuori. Un risultato ancora provvisorio, dunque, in attesa di tracciare un quadro definitivo dei nuovi equilibri. È legge il Ddl sulla pubblicità delle sentenze di assoluzione di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 29 ottobre 2026 Via libera definitivo dal Senato. Su richiesta dell’interessato, le testate dovranno pubblicare l’esito favorevole con rilievo adeguato alla precedente copertura. In caso di inadempimento interviene il Garante. L’aula del Senato ha dato il via libera definitivo al disegno di legge sulla pubblicità delle sentenze di assoluzione o proscioglimento, già approvato dalla Camera. Diventa quindi definitivo. “Con l’approvazione diventa legge una norma di civiltà e di giustizia, che tutela concretamente la reputazione delle persone coinvolte in un procedimento penale”. Lo dichiara in una nota Enrico Costa, presidente dei deputati di Forza Italia e primo firmatario della proposta di legge. “Ogni anno - prosegue - 500mila cittadini sono assolti o vedono archiviato il loro procedimento penale, ma nel frattempo molti di essi sono stati sbattuti sui giornali, con tutti i dettagli delle inchieste, hanno visto la loro reputazione indebolirsi, compromettersi i rapporti familiari e lavorativi. Ebbene, una volta proclamata la loro innocenza, la notizia dell’assoluzione è spesso omessa o relegata in insignificanti trafiletti. E questo non è giusto. Informare significa raccontare l’intera vicenda, non soltanto il momento dell’accusa. È una questione di equilibrio, di garanzia e, soprattutto, di verità. L’articolo 1 del disegno di legge introduce il nuovo art. 144-ter all’interno del Codice della privacy (D.lgs. n. 196/2003), denominato “Pubblicità delle sentenze di assoluzione o proscioglimento. Segnalazioni al Garante”. Al comma 1, prevede che, su richiesta della persona nei cui confronti sono stati pronunciati sentenza di assoluzione, proscioglimento, non luogo a procedere, ovvero provvedimento di archiviazione, il direttore o il responsabile del mezzo di comunicazione (testata giornalistica, radiofonica, televisiva o online) che ha dato notizie inerenti all’avvio del relativo procedimento penale ovvero riguardanti dichiarazioni, informazioni o atti relativi medesimo procedimento, è tenuto a dare pubblicità ai provvedimenti favorevoli con rilievo adeguato allo spazio già riservato al relativo procedimento penale, senza oneri per l’interessato. Il comma 2 disciplina i rimedi in caso di inadempimento. Si prevede, in proposito, che l’interessato possa rivolgere una segnalazione al Garante per la protezione dei dati personali che, nei cinque giorni successivi decide, potendo ordinare la pubblicazione della notizia del provvedimento favorevole all’indagato o all’imputato. L’articolo 2 specifica che l’attuazione di queste nuove disposizioni non deve comportare oneri aggiuntivi per la finanza pubblica, prevedendo che il Garante operi utilizzando le risorse umane e finanziarie già disponibili a legislazione vigente. Le assoluzioni dovranno avere lo stesso rilievo di accuse e condanne di Valentina Stella Il Dubbio, 29 ottobre 2026 I giornali saranno obbligati a dare spazio adeguato anche alle notizie di proscioglimento e archiviazione. Il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge “Modifica al Codice in materia di protezione dei dati personali di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, in materia di pubblicità delle frasi di assoluzione o proscioglimento”, fortemente voluto dal capogruppo di Forza Italia Enrico Costa. La norma prevede che “su richiesta della persona nei cui confronti sono stati pronunciati sentenza di assoluzione, di proscioglimento o di non luogo a procedere ovvero provvedimento di archiviazione, il direttore o il responsabile della testata giornalistica, radiofonica, televisiva o telematica che ha dato notizia del relativo procedimento penale o di atti o provvedimenti relativi al medesimo procedimento è tenuto a dare pubblicità, senza oneri per l’interessato, alla notizia dei provvedimenti favorevoli a quest’ultimo, con rilievo adeguato allo spazio già riservato al relativo procedimento penale”. L’interessato, in caso di mancato adempimento, da parte del direttore o del responsabile della testata giornalistica, radiofonica, televisiva o telematica, può rivolgere una segnalazione al Garante. Quest’ultimo “decide nei cinque giorni successivi e, all’esito di tale procedimento, può ordinare la pubblicazione della notizia dei provvedimenti favorevoli per l’indagato o l’imputato”. Qualora il Garante non intervenisse, la persona potrà rivolgersi ad un giudice civile. Dovranno essere pubblicate anche le sentenze di primo grado e non solo quelle irrevocabili. Inoltre, per un emendamento del Pd già accolto alla Camera, il Garante della privacy non potrà sanzionare i media inadempienti. Si sono astenuti Italia Viva, Avs, M5S e Partito democratico: pur condividendo l’esigenza di tutelare le persone esposte al processo mediatico, le opposizioni hanno espresso dubbi sul potere attribuito al Garante della privacy, ritenuto potenzialmente lesivo della libertà di stampa. Il commento di Enrico Costa: “Diventa legge una norma di civiltà e di giustizia, che tutela concretamente la reputazione delle persone coinvolte in un procedimento penale”. L’azzurro ricorda come “ogni anno 500mila cittadini sono assolti o vedono archiviato il loro procedimento penale, ma nel frattempo molti di essi sono stati sbattuti sui giornali, con tutti i dettagli delle inchieste, hanno visto la loro reputazione indebolirsi, compromettersi i rapporti familiari e lavorativi. Ebbene, una volta proclamata la loro innocenza, la notizia dell’assoluzione è spesso omessa o relegata in insignificanti trafiletti. E questo non è giusto. Informare significa raccontare l’intera vicenda, non soltanto il momento dell’accusa. È una questione di equilibrio, di garanzia e, soprattutto, di verità”. E conclude: “Questa legge profondamente garantista e liberale, rimette al centro la persona, la sua dignità, la sua reputazione e il suo diritto a non rimanere prigioniera per sempre di un’accusa dalla quale è uscita completamente estranea: oggi abbiamo scritto una bella pagina e sono particolarmente orgoglioso che questa legge porti la firma di Forza Italia, a dimostrazione che il garantismo non è solo nel nostro Dna, ma soprattutto che sappiamo declinarlo in provvedimenti concreti”. Per il senatore di Fratelli d’Italia, Sergio Rastrelli, “con questo disegno di legge si pone finalmente un argine alla gogna pubblica di chi è indagato e che poi risulta innocente. Come sosteneva l’avvocato e giurista Francesco Carnelutti, al centro di un processo c’è sempre l’uomo, con la sua dignità e la sua reputazione, e spesso ci sono esposizioni e processi che essi stessi rappresentano una condanna, purtroppo a volte indelebile. Con questa misura si supera perciò la dicotomia tra il diritto di cronaca e la privacy e si mostra all’equilibrio processuale una norma che prevede che le divulgazioni delle notizie devono non essere sempre efficaci, soprattutto all’esito del giudizio quando una persona risulta innocente. Questo è lo spirito della Costituzione, sin qui troppo spesso violato dal sensazionalismo giudiziario”. Sempre in giornata l’Aula di palazzo Madama ha approvato in seconda deliberazione e in terza lettura il ddl costituzionale n. 427-731-888-891-B recante modifica all’articolo 24 della Costituzione in materia di tutela delle vittime di reato per cui: “1. All’articolo 24 della Costituzione, dopo il secondo comma è inserito il seguente: “La Repubblica tutela le vittime di reato”. Ora il testo ritorna alla Camera per la quarta approvazione definitiva. Hanno votato a favore tutti i partiti. Il senatore di Iv Ivan Scalfarotto, in missione a Damasco con Nessuno Tocchi Caino: “Se fossi in Aula voterei contro”. “Soltanto disobbedienza civile”: come la Gip di Milano è arrivata alla scarcerazione di Siher di Simone Marcer Avvenire, 29 ottobre 2026 La giudice per le indagini preliminari Tiziana Landoni ha rigettato la richiesta di convalida del fermo per l’amministratore del canale Telegram “Movimento 17 ottobre”: “Non voleva arrecare danno allo Stato”. Le ragioni della decisione in 37 pagine di ordinanza. Passo spedito, occhiali scuri ancora calati sul far della sera e labbra sigillate sotto i baffi. Niente da dichiarare. Alle 16.30 Youssef Siher la presunta mente del Movimento 17 ottobre è uscito dal carcere ed ha affrontato “la tonnara” di giornalisti, telecamere, telefonini e bastoni da selfie, riuscendo ad uscirne rapidamente indenne. I familiari, insieme a una ventina di attivisti e simpatizzanti del movimento Giovani palestinesi lo hanno applaudito mentre saliva sulla punto grigia che lo ha prelevato appena uscito dal carcere, in via Gian Battista Vico ed è ripartita sgommando tra la folla. Scene da “sera della prima” a San Vittore, che, in quanto edificio storico, è pur sempre nei pressi della zona della movida milanese. La decisione della gip Tiziana Landoni di non convalidare l’arresto per istigazione a delinquere, aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche disponendo la scarcerazione immediata era arrivata alcune ore prima. “L’indagato non prospetta mai il ricorso ad azioni violente o l’adozione di altri comportamenti integranti fattispecie di reato, né il medesimo risulta aver evocato le gravi violenze verificatesi nelle giornate del 17 e 18 ottobre 2026 (da lui neppure menzionate) quale modello di attuazione delle forme di protesta e di mobilitazione collettiva da lui proposte”, è forse il passaggio più significativo dell’ordinanza con cui la giudice non ha convalidato il fermo. Nelle 37 pagine dell’ordinanza la a giudice ha cancellato i “gravi indizi di colpevolezza” dopo aver analizzato uno ad uno i post dell’esponente dei Giovani palestinesi. Messaggi in cui la Procura, con la pm Francesca Crupi, leggeva un piano eversivo, laddove la gip parla invece di “mobilitazione collettiva”, “consapevole”, di “disobbedienza civile” e di “formazione di una coscienza collettiva”. A proposito della contestazione di istigazione a delinquere la gip precisa che “è un reato di pericolo concreto e non presunto” e che “l’istigazione deve avere ad oggetto fattispecie di reato specifiche, riconoscibili”. L’espressione “dichiarazione di guerra”, che è stata pubblicata da Siher su Telegram non accompagnata da specifici e concreti riferimenti ad azioni violente o in altro modo costituenti reato, “tali da indurre gli utenti a commettere atti di tal genere”, rientrerebbe invece nella sfera delle “affermazioni di critica rivolte allo Stato e all’attuale Governo e ai media”. “Per quanto riguarda poi “il riferimento effettuato dall’indagato alle mobilitazioni organizzate in Francia, sostanziatesi, com’è noto, sia in manifestazioni pacifiche che in azioni violente, è assolutamente generico e non vi sono allusioni ad atti di violenza all’adozione di comportamenti integranti reato. Siher pare, piuttosto, richiamare in generale l’attivismo che ha connotato i movimenti di protesta francesi, senza esaltare, in alcun modo, le condotte violente poste in essere da taluni manifestanti”. Neanche “la guida pratica per la difesa in piazza”, per la gip Landoni, conterrebbe concreti “riferimenti alla commissione di atti di violenza”. Per quanto riguarda l’aggravante di terrorismo e la finalità eversiva, “che presuppongono atti di violenza potenzialmente idonei a creare panico, terrore e diffuso senso di insicurezza”, anche qui, per la giudice non ci sarebbero i presupposti. L’ipotesi viene qui considerata solo a livello ipotetico per essere subito esclusa: “Le condotte dell’indagato non potrebbero ritenersi tali da arrecare un grave danno allo Stato (non pare essere, invero, di dimensione necessariamente macroscopica l’offesa dalle stesse potenzialmente creata), né risultano essere state compiute allo scopo di intimidire la popolazione nei termini dianzidetti”. Per quanto riguarda infine il nuovo reato di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, “non può neppure affermarsi che Sehir, in vista della manifestazione da lui programmata in luogo pubblico per il 24 ottobre, abbia promosso la formazione di un gruppo composto da almeno cinque persone - scrive la gip -, organizzato anche occasionalmente, che nel corso della manifestazione, avvalendosi di strumenti offensivi del genere di quelli elencati dalla norma, potesse adottare comportamenti tali da determinare un concreto pericolo per l’incolumità delle persone e cagionare, altresì, danni alle cose”. Per la giudice non c’era pericolo di fuga (uno dei presupposti della misura cautelare). Viene sottolineato che Siher “è nato in Italia, è titolare di regolari documenti identificativi ed è radicato nel territorio dello Stato” e che era andato a Milano “in vista della manifestazione”, non con l’intento di sottrarsi alla cattura. Il rifiuto di dare la password del cellulare viene considerato “un dato di per sé neutro e non sintomatico della volontà del medesimo di darsi alla fuga”. Anche “i meri contatti con diversi movimenti (Pro Pal e Fronte della Gioventù Comunista) e sindacati intrattenuti da Siher” rientrano “nelle facoltà riconosciute dall’ordinamento” e” non sono indicativi dell’esistenza di un concreto pericolo di fuga dell’indagato, non essendo stati, tra l’altro, documentati abituali spostamenti all’estero” del ricercatore. Quindi per la gip “non vi sono elementi concreti su cui ancorare la ragionevole probabilità che l’indagato, in assenza del provvedimento di fermo, si sarebbe dato alla fuga”. Landoni, in precedenza giudice a Busto Arsizio (Varese), è da circa due anni al settimo piano del Palazzo di giustizia di Milano. Prima di questo caso si era occupata di Equalize, giudicando sulla presunta centrale di dossieraggio e di numerosi casi da codice rosso. E Meloni torna a indossare l’elmetto contro le “toghe rosse” di Mauro Bazzucchi Il Dubbio, 29 ottobre 2026 La premier posta un video in cui usa toni durissimi contro la decisione della gip. Gli alleati con lei. “Vergognosa”. Giorgia Meloni ha scelto i social per attaccare una decisione della magistratura. Nel mirino della premier è finita la gip di Milano Tiziana Landoni, che ha liberato Youssef Siher, presunto gestore del canale Telegram “Movimento 17 ottobre”. Ma il video è andato oltre il singolo provvedimento: con la campagna elettorale avviata, la sicurezza è tornata a essere il terreno di uno scontro politico con le toghe. Il copione non è nuovo. Nei mesi scorsi Meloni aveva contestato le decisioni giudiziarie che avevano ostacolato il trattenimento dei migranti nei centri costruiti in Albania, trasformando il confronto sulle norme in uno scontro tra governo e magistratura. Stavolta al centro non c’erano i confini, ma le piazze, dopo le devastazioni di Milano. Il messaggio politico, però, è rimasto simile: l’esecutivo rivendica la tutela della sicurezza, mentre “certa magistratura” ne vanificherebbe gli sforzi. Meloni ha definito la scarcerazione una “mortificazione insopportabile” del lavoro delle forze dell’ordine, degli inquirenti e del Viminale, impegnati a difendere la “gente perbene”. E ha concluso: “Non so come possa uno Stato normale difendere le persone perbene di fronte a queste decisioni di certa magistratura”. Parole che hanno riportato al centro della contesa il rapporto tra potere esecutivo e autonomia dei giudici, mentre l’ordine pubblico domina l’agenda. Al centro di questa opzione, evidentemente, una campagna elettorale che di fatto è già iniziata e che sarà dominata, sul fronte della narrazione della maggioranza, da uno schema in cui parte dell’opposizione e della magistratura politicizzata ostacola l’azione del governo a tutela dei cittadini. L’allineamento degli alleati è stato immediato. Matteo Salvini ha parlato di decisione “vergognosa, incomprensibile, assurda”, ricordando le gravi contestazioni formulate dalla Procura, compresa l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo. Poi ha chiesto: “Se si verificheranno nuovi episodi di violenza e altri danni [...] pagherà di tasca sua il giudice?”. Anche Antonio Tajani, alla guida della componente più garantista della coalizione, ha sposato la linea: “Rimetterlo in libertà significa mettere in pericolo la sicurezza del Paese”. Un fronte compatto nonostante le diverse sensibilità sulla giustizia, su un tema destinato a pesare nella campagna elettorale. Le opposizioni hanno denunciato i toni della premier e chiesto che riferisse alle Camere. Angelo Bonelli, di Avs, l’ha accusata di voler condurre la campagna elettorale “calpestando lo Stato di diritto”, mentre Riccardo Ricciardi, del M5S, ha sollecitato un’informativa: “Adesso è colpa dei giudici”. La gip aveva escluso che nelle condotte contestate a Siher fosse ravvisabile l’aggravante del terrorismo. Durissima la replica dell’Anm, che ha espresso solidarietà alla giudice e definito le parole di Meloni un “attacco scomposto”. La delegittimazione dei magistrati, ha denunciato l’associazione, è un “consueto esercizio di intimidazione” incompatibile con lo Stato di diritto. Nel pomeriggio di ieri è arrivata poi la replica, altrettanto dura, dei vertici del Tribunale di Milano, per il quale gli attacchi “sono irricevibili ed evidenziano una scarsa conoscenza, reale o mascherata, degli istituti giuridici di uno Stato di diritto”. “La vergogna”, hanno aggiunto, “riguarda altre categorie della vita sociale, non il responsabile e difficile esercizio della giurisdizione”. Meloni all’assalto del diritto di Andrea Colombo Il Manifesto, 29 ottobre 2026 La premier definisce “vergognosa” la decisione di non convalidare l’arresto del creatore della pagina Instagram Movimento 17 ottobre. È un attacco senza precedenti, al cui confronto le sparate di Silvio Berlusconi erano carezzine. Per rintracciare toni simili a quelli con la premier, i vicepremier e l’intera maggioranza si sono scagliati ieri contro la gip di Milano Tiziana Landoni, rea di non aver convalidato il fermo di Youssef Siher, bisogna guardare oltre oceano, alle intemperanze di Donald Trump, alla sua strillata insofferenza per ogni forma di divisione dei poteri. Giorgia Meloni, stavolta, è più veloce della luce. La sentenza era appena stata resa nota e già sfornava un video di violenza inversamente proporzionale alla durata. Meno di un minuto per mitragliare ad alzo zero: “Lo dirò senza mezzi termini: considero vergognosa la decisione del gip di Milano. Penso che sia una mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’ordine e di tutti coloro che si adoperano per difendere la gente perbene. Non so come possa uno Stato difendere la gente perbene di fronte a queste decisioni di certa magistratura”. Tornerà sull’argomento anche presentando la legge di bilancio, tirando per i capelli l’oggetto della conferenza stampa: “Noi non diamo risposte a chi sfascia vetrine ma a chi vuole studiare”. La premier apre le danze, poi la seguono tutti, uno più sovreccitato dell’altro, a partire dai due vicepremier. Antonio Tajani non si modera: “Rimetterlo in libertà significa mettere in pericolo la sicurezza del Paese”. Addirittura. Matteo Salvini ironizza sul nome dello scarcerato, “Youssef cittadino italiano?”, trasforma in colpa della giudice l’aver “firmato un appello dei giuristi per Gaza”. Se non è prova provata questa… “E se ci saranno altre violenze e altri danni, chi pagherà? Lei signor giudice?”. I tre solisti spiccano, il coro non è da meno. Per i parlamentari della maggioranza gareggiare nella lapidazione della gip è un punto d’onore. Persino la garantista per eccellenza Stefania Craxi mette da parte o sacri princìpi perché “non si può essere garantisti a giorni alterni”. Meglio non esserlo mai e tutti contenti. La sola voce discordante viene dal ministero dell’Interno. Le fonti del Viminale mettono un freno alle forsennate esagerazioni. La sentenza, certo, è “assolutamente non condivisibile. Però non incide sull’impegno per prevenire e contrastare i gravi fenomeni di violenza”. Toccherà spiegarlo alla premier e ai vice. La giunta esecutiva dell’Anm risponde per le rime: “Piena solidarietà alla gip, oggetto di un attacco scomposto da parte della premier. La delegittimazione dei colleghi è ormai un consueto esercizio di intimidazione. I magistrati non possono essere il nemico da additare in ogni circostanza”. Anche la presidenza del Tribunale ordinario di Milano respinge gli attacchi, bollandoli come “irricevibili”: la libertà di giudizio del gip “non può essere condizionata da aspettative politiche”. L’opposizione fa muro con i togati in nome della indipendenza della magistratura. Elly Schlein ironizza: “Faccia il concorso per la magistratura e realizzi il sogno di sostituirsi ai giudici”. “Sono allergici alla Costituzione”, attacca Francesco Boccia, ma Gianni Cuperlo è decisamente più immaginifico: “La premier spacca le vetrine delle istituzioni”. I 5S scoprono il garantismo: “Noi siamo per lo Stato di diritto, voi per quello di polizia”. Tra una cifra della manovra e l’altra, Meloni approfitta della conferenza stampa per replicare: “Io non sono scomposta, casomai altri. Il mio non era un attacco ma una difesa: difendo i servitori dello Stato che hanno lavorato per evitare che si ripetesse il 17 ottobre e ho il dovere di farlo”. Non è la solita baruffa contro la magistratura complice della sinistra e impegnata a sabotare il lavoro del governo. C’è anche questo e c’è la sincera insofferenza della premier per una divisione dei poteri che non rientra nella sua concezione autoritaria della democrazia. Ma a giustificare i toni sopra le righe forse come mai prima sono soprattutto le esigenze di una campagna elettorale già in corso. I leader della maggioranza sanno perfettamente che quasi niente spaventa e irrita buona parte della popolazione quanto i disordini di piazza e i danneggiamenti alla proprietà perché moltissimi si identificano con i danneggiati. Le iperboli, i rischi per la sicurezza di tutti nemmeno si trattasse di bin Laden, l’accusa di esporre “la gente perbene” a pericoli agghiaccianti, sorvolando sulla evidente inconsistenza delle accuse mosse contro Siher, sono messaggi rivolti a quell’elettorato. Non è affatto escluso che arrivino a destinazione. L’intemerata è anche un investimento per il futuro prossimo. “Non è finita: dobbiamo mantenere alta l’attenzione anche nei prossimi fine settimana”, aveva detto prima della sentenza il ministro dell’Interno, con particolare riferimento a possibili “azioni spontanee” nello sciopero del 30 ottobre. Se ci saranno incidenti, domani o nelle prossime settimane, la colpa sarà della gip di Milano e di tutti quelli che, difendendola, “legano le mani” alle forze dell’ordine. L’offensiva lanciata ieri sarà ripresa e amplificata d’oggi in poi dai media vicini al governo. Serve a convincere quanti più elettori possibili di questa bugia. Monza. Ventenne suicida in carcere. “Servono più comunità” Corriere della Sera, 29 ottobre 2026 Era arrivato in Italia con un barcone quando era appena un ragazzino. Aveva 15 anni, poi aveva attraversato la Penisola e si era spinto fino in Lombardia, a Milano. Era rinchiuso nel carcere di Monza dove tra lunedì e martedì notte si è tolto la vita nella cella che condivideva con un altro ragazzo. A morire è un 20enne egiziano (avrebbe compiuto 21 anni a gennaio) con alle spalle precedenti per furti e rapine. Una vita ai margini, arrivato in Italia da solo, senza famiglia, per guadagnarsi da vivere commettendo qualche reato. Prima il carcere minorile Beccaria, da cui aveva tentato due volte l’evasione, poi quello di San Vittore e infine le mure del penitenziario di Monza, dove tra lunedì e martedì si è consumata la tragedia. “Più che carceri, servono comunità in cui ospitare questi ragazzi a cui va offerto un futuro, una possibilità”, è la riflessione dell’avvocata Arianna Barbazza che assisteva il 20enne morto suicida. La Spezia. Il futuro nelle Integr-Azioni. Dal carcere al lavoro: “Opportunità di riscatto” di Alma Martina Poggi La Nazione, 29 ottobre 2026 La sinergia fra Casa circondariale, Comune, Isforcoop e Mondo Nuovo Caritas. Il protocollo d’intesa è biennale e prevede un programma di attività esterne. La convinzione profonda che il lavoro sia uno degli strumenti più efficaci per favorire percorsi di recupero, autonomia e reintegrazione sociale. È questo il principio alla base del progetto ‘Integr-Azioni’che, sostenuto da Fondazione Carispezia e realizzato da Mondo Nuovo Caritas, ha visto la recente approvazione, da parte della giunta Peracchini, di un nuovo protocollo d’intesa - tra Comune, casa circondariale ‘Villa Andreino’, Isforcoop Cis e Mondo Nuovo Caritas Odv - per realizzare un programma di attività di lavoro extramurario. L’accordo, di durata biennale, rappresenta la prosecuzione di un percorso, fatto di diverse edizioni, a cui il Comune ha preso parte come partner sostenitore e contribuendo anche nel biennio 2025-2026. I partecipanti saranno coinvolti in attività per acquisire competenze professionali e abilità trasversali, aumentando le opportunità di inserimento nel mondo del lavoro, a detenzione conclusa. Le attività consisteranno nella cura, manutenzione e valorizzazione di aree verdi e spazi pubblici cittadini. Il Comune, insieme alla direzione del carcere, definirà gli interventi mettendo a disposizione materiali, attrezzature e dispositivi di protezione. Un ruolo centrale sarà affidato anche a Isforcoop e a Mondo Nuovo Caritas, che seguiranno i partecipanti. “Crediamo che tutti meritino una seconda possibilità e che il lavoro rappresenti uno degli strumenti più importanti per ricostruire il proprio futuro - commenta il sindaco Pierluigi Peracchini -. Con questo protocollo vogliamo offrire un’opportunità concreta di riscatto”. Un’attività di lavoro questa, che prevede, come ha sottolineato l’assessore Gagliardi, la figura del garante dei detenuti; ruolo che l’amministrazione è stata tra le prime a istituire. “La detenzione, per avere un senso - spiega Maria Cristina Bigi, direttrice del carcere -, deve prevedere percorsi sul territorio per consentire alle persone di recuperare fiducia nelle proprie capacità. Il carcere spezzino ha sempre avuto la vicinanza delle istituzioni e ha sempre investito sulla collaborazione con gli attori sociali. Si è creata così una comunanza di obiettivi, basata sulla convinzione che, attraverso l’inserimento lavorativo, la formazione e il riconoscimento delle abilità professionali, si possa restituire dignità alla persona, ponendo le basi per una vera attività di prevenzione rispetto alla possibilità di nuovi reati”. “Villa Andreino - dicono Alessandra De Simone, responsabile di Isforcoop e Paolo Clemente, coordinatore del progetto - è come un quartiere abitato da persone per le quali è necessario costruire ponti che favoriscano un reinserimento a pieno titolo”. Integrazioni è un progetto che ha fatto strada negli anni. e ancora di più ne ha fatta in questa edizione. “Credo che in questo tempo così difficile - dichiara Don Luca Palei, direttore di Caritas -, progetti come questo siano davvero preziosi: ci fanno guardare al presente, ma soprattutto al futuro”. Bergamo. Costruire nuove occasioni di incontro tra il carcere e la città: si cercano volontari di Michela Offredi L’Eco di Bergamo, 29 ottobre 2026 “Unlock” attraverso arte, cultura e partecipazione porta all’attenzione della cittadinanza i temi della giustizia, della libertà e del reinserimento sociale. Un gruppo di volontari che possa accompagnare le attività della rete durante tutto l’anno, contribuendo a costruire nuove occasioni di incontro tra il carcere e la città. È il nuovo obiettivo di “Unlock”, il progetto bergamasco che attraverso arte, cultura e partecipazione porta all’attenzione della cittadinanza i temi della giustizia, della libertà e del reinserimento sociale. La storia di “Unlock” comincia quando alcune realtà impegnate nel mondo dell’esecuzione penale decidono di incontrarsi attorno a un tavolo. L’intenzione è condividere esperienze e competenze, ma soprattutto costruire qualcosa che vada oltre le singole iniziative, per indicare un orizzonte comune. Da quel primo confronto nasce una rete che oggi riunisce oltre venti realtà tra cooperative sociali, associazioni, istituzioni e organizzazioni del territorio. Il punto di partenza è una convinzione da sdoganare, una distanza da accorciare: il carcere, pur essendo parte della città, viene spesso percepito come una realtà distante. Un’idea, questa, che guida anche il festival “Unlock- Evasioni Artistiche”. Nel 2025 la manifestazione ha proposto cinque giornate e diciassette eventi, affrontando anche il 50° anniversario della riforma penitenziaria. Lo scorso giugno, la seconda edizione, ha portato tra Daste e la cooperativa Areté, incontri, spettacoli, musica e momenti conviviali. Tra gli appuntamenti, il convegno dedicato al lavoro come opportunità di reinserimento, le “performance” teatrali nate all’interno degli istituti penitenziari, le iniziative rivolte ai giovani e la cena “Una Luce sul Carcere”. Occasioni diverse per affrontare temi complessi attraverso linguaggi accessibili. E soprattutto favorire l’incontro, una conoscenza oltre le barriere e i pregiudizi. “Mettere al centro la persona, prima e oltre il reato commesso, significa prima di tutto tutelarne la dignità. È questo il cuore del Festival Unlock - dice Carla Coletti, referente per il tavolo e direttrice artistica della manifestazione -, un’iniziativa che nasce da realtà che ogni giorno vivono sul campo la realtà della reclusione, dei percorsi trattamentali, rieducativi e di reinserimento. Con questo festival vogliamo lanciare un messaggio chiaro: la giustizia e il reinserimento sociale non sono questioni che riguardano solo chi è all’interno di un istituto di pena, ma sono temi che devono coinvolgere l’intera collettività. Costruire percorsi di riscatto significa investire su una società più giusta e sicura per tutti”. Il lavoro della rete non si esaurisce però nel festival. Sul finire del 2025 e in occasione delle festività natalizie, al Donizetti Studio di Bergamo, è nata anche la “Bottega dell’Economia Carceraria”, uno spazio dedicato ai prodotti realizzati nell’ambito di percorsi lavorativi legati al carcere. Un’iniziativa che tornerà anche quest’anno e che rappresenta uno dei possibili appuntamenti per i nuovi volontari. Finora le attività di “Unlock” hanno potuto contare soprattutto sulla disponibilità di operatori, collaboratori e persone provenienti dalle organizzazioni aderenti. Ora l’intenzione è costituire un gruppo riconoscibile e continuativo. Non servono competenze particolari: “Abbiamo bisogno di cittadini che scelgono di dedicare qualche ora a “Unlock” e di raccontarlo a chi conoscono. Sono loro che possono aiutarci a portare il festival e le altre iniziative fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori. Quando un vicino di casa, un collega, uno studente si mette in gioco in prima persona, il messaggio arriva più lontano di qualsiasi campagna. Ogni volontario - conclude Coletti - è una porta aperta in più verso la città”. Le persone interessate potranno iscriversi attraverso un apposito modulo (https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSdtuhxi29CrqFO_ePBHCckOLFCYsX2g70PzXacXIn5WkDKObg/viewform). Seguirà un colloquio con il personale di Csv Bergamo Ets, che si occuperà di seguire e formare i volontari. Rimini. Emergenze e speranze ai Casetti. Intervista alla direttrice Palma Mercurio di Nunzio Festa ilponte.com, 29 ottobre 2026 “Il carcere è una città”. L’immagine è di Davide, uno dei detenuti che ci hanno raccontato quanto sia difficile la vita dietro le sbarre. Una città con regole proprie, problemi strutturali, servizi da garantire e persone che, oltre a scontare una pena, devono poter costruire le condizioni per ripartire. Ai Casetti, in via Santa Cristina, la direttrice Palma Mercurio affronta ogni giorno questa complessità. I numeri raccontano una situazione difficile, ma anche un lavoro che coinvolge operatori, volontari, istituzioni e realtà del territorio. Direttrice Mercurio, partiamo dai numeri... “In questo momento abbiamo 177 detenuti, mentre la capienza ordinaria dell’istituto è di 118 posti. La capienza tollerabile è di 165 persone: siamo quindi dodici oltre questo limite. Lo scorso fine settimana sono entrate nove persone. A Rimini il turnover è molto forte, soprattutto durante l’estate, quando si verificano numerosi arresti, anche di persone già condannate in via definitiva che arrivano in città per trascorrere le vacanze. Fortunatamente, negli ultimi anni la custodia cautelare viene applicata meno di prima. Oggi circa il 30% dei detenuti è in attesa di giudizio, mentre gli altri hanno una condanna definitiva. Questo ci consente di lavorare sui percorsi di recupero e accompagnare le persone verso il reinserimento”. Il sovraffollamento è il problema più evidente. Come si può affrontare? “È una questione complessa, che non si risolve soltanto aumentando i posti disponibili. Occorre lavorare sulle possibilità di accesso alle misure alternative alla detenzione, quando ne ricorrono i presupposti, e sulla semilibertà. A Rimini abbiamo un rapporto importante con le comunità terapeutiche e con le imprese del territorio. Questa collaborazione permette a molti detenuti di uscire prima della fine della pena attraverso misure alternative o di lavorare come semiliberi. Non a caso, la sezione più sovraffollata è proprio quella della semilibertà, ospitata in un’ex scuola elementare concessa dal Comune”. Per accompagnare questi percorsi servono operatori. Qual è la situazione del personale? “Abbiamo una forte carenza sia nella Polizia penitenziaria sia nel comparto delle funzioni centrali. Agli agenti mancano una trentina di unità. L’area educativa conta attualmente tre funzionari giuridico-pedagogici. La pianta organica è formalmente completa, ma sottodimensionata rispetto alle attività svolte nell’istituto. A livello nazionale, infatti, il personale viene parametrato al numero dei detenuti e non alla quantità e alla complessità dei percorsi trattamentali. Anche l’area amministrativo-contabile soffre di carenze”. Quanto conta il contributo del volontariato? “È fondamentale. Abbiamo circa 95 volontari riminesi che si impegnano dell’organizzazione di attività e momenti di ascolto. Il loro contributo sostiene il lavoro dell’area educativa e aiuta a mantenere un legame tra carcere e società esterna. Hanno anche organizzato uno sportello che mette a disposizione beni di prima necessità per i detenuti senza risorse economiche sufficienti”. Come avete affrontato in estate l’emergenza caldo? “La cittadinanza ci ha donato almeno cinquanta ventilatori, che abbiamo distribuito ai detenuti che non avevano la possibilità di acquistarli. Il Comune ha invece realizzato la climatizzazione delle salette di socialità e degli spazi d’attesa per i familiari. Naturalmente la solidarietà non può sostituire gli interventi strutturali necessari, ma permette di rispondere ai bisogni più urgenti”. Sono previsti lavori per migliorare gli ambienti? “A breve cominceranno i lavori di ristrutturazione della prima sezione, l’unica del carcere non ancora adeguata al regolamento penitenziario del 2000. Le camere di pernottamento non hanno la doccia al loro interno e i detenuti devono utilizzare cinque docce comuni. L’intervento è importante per migliorare le condizioni di chi vive in quella sezione”. Quali opportunità di formazione vengono offerte ai detenuti? “L’istruzione è fondamentale nel percorso trattamentale. Nell’istituto è presente il Centro provinciale per l’istruzione degli adulti, che offre corsi di alfabetizzazione, scuola secondaria di primo grado e biennio delle superiori. Organizziamo inoltre corsi di formazione professionale attraverso Enaip, che possono sfociare in tirocini formativi. È attivo anche un laboratorio di assemblaggio, destinato a diventare produttivo. L’obiettivo è offrire competenze e strumenti utili per il futuro”. Arriva il momento di uscire… “Prestiamo molta attenzione alla dimissione dall’istituto. Lavoriamo con i servizi sociali dei territori in cui le persone saranno accolte, predisponendo progetti di reinserimento anche grazie a specifici fondi europei. E la collaborazione con il Comune è consolidata. Uscire dal carcere non significa automaticamente essere in grado di ricominciare: occorrono riferimenti, possibilità concrete e una rete che accompagni la persona”. Rovigo. Ipm: un passaggio non un destino di Giorgia Favero lavitadelpopolo.it, 29 ottobre 2026 Dati e testimonianze raccolte all’interno dell’Istituto penale minorile di Rovigo dove continua l’esperienza dei volontari dell’associazione “La prima pietra”. L’Ipm (Istituto penale per i minorenni) di Rovigo è aperto dal 23 febbraio 2026 (dopo la chiusura di quello di Treviso) ed è l’unico carcere minorile del Triveneto. Accoglie ragazzi di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige: minorenni e giovani adulti, fino ai 25 anni, che hanno commesso il reato prima della maggiore età. Don Lorenzo Piola, salesiano e cappellano dell’Ipm, ci aggiorna su questi primi mesi di “attività”: sono passati dall’istituto una sessantina di ragazzi, alcuni dei quali sono usciti e poi rientrati. A inizio ottobre ce n’erano 26, mentre a metà settembre si è arrivati a 33 presenze, su 31 posti disponibili. Diciotto degli attuali 26 ragazzi detenuti non hanno ancora compiuto la maggiore età e uno di questi ha festeggiato il suo quindicesimo compleanno in Istituto. “Poi c’è un dato che smonta parecchi luoghi comuni - prosegue don Lorenzo -, più della metà sono nati in Italia, nelle province di Treviso, Verona, Udine, Vicenza, Pordenone, Venezia e Trento, ma anche a Milano o a Palermo. Nascere qui non racconta tutta la storia di una famiglia, ma dice dove questi ragazzi sono cresciuti: nei nostri territori, sono passati per le nostre scuole e alcuni addirittura hanno frequentato i nostri oratori”. Quanto restano? Chi è già uscito è rimasto in media due mesi e mezzo: il minimo è stato due settimane, il massimo sette mesi: “Per quasi tutti il carcere minorile è un passaggio, non una destinazione - spiega don Lorenzo -. Conta quello che trovano qui dentro, e conta ancora di più quello che trovano dopo. Dei ragazzi usciti, alcuni sono stati accolti in una comunità educativa o terapeutica. Altri sono stati trasferiti presso Istituti minorili in giro per l’Italia, e qualche neo maggiorenne è passato alle carceri per adulti. Molto raramente tornano liberi perché la pena è finita. Riguardo a questo, c’è un aspetto doloroso che sfugge ai conteggi e alle statistiche: nella maggior parte dei casi i ragazzi partono e non c’è nemmeno la possibilità di salutarsi. I volontari che prestano servizio stabilmente, che con tanta pazienza e dedizione hanno cercato di instaurare un legame significativo, spesso non sanno per tempo quando un ragazzo esce, né dove va a finire. Chi lo ha accompagnato per settimane, giocando a carte, a biliardino o a ping-pong, o aiutandolo a scrivere una lettera, perde il filo il giorno stesso della partenza. Queste interruzioni sono una delle fatiche più grandi di questo servizio”. Nonostante questo, come sempre il lavoro di volontarie e volontari è prezioso, sia alla casa circondariale che all’Ipm. A questo proposito, riportiamo una testimonianza che ci ha lasciato una volontaria dell’associazione “La prima pietra”. Testimonianza dell’associazione “La prima pietra” - “Nella settimana dal 13 al 17 luglio, un gruppo di volontari si è dedicata ai ragazzi dell’Ipm di Rovigo, organizzando giornate animate da uno spirito simile a quello delle attività estive per spezzare la monotonia detentiva. È stata una settimana particolarmente intensa e ricca di laboratori, caratterizzata da doppi ingressi giornalieri sia al mattino che al pomeriggio. Per molti di noi la realtà non era una novità: i volontari della Prima pietra, ad esempio, prestavano già servizio nella vecchia sede di Treviso e, in seguito al trasferimento dell’istituto a Rovigo, hanno desiderato rinnovare questo impegno per un’intera settimana, a testimonianza del forte legame con questa realtà. I ragazzi si sono mostrati estremamente accoglienti e pronti a mettersi in gioco, trasformando i momenti ricreativi in preziose occasioni di dialogo e confidenza. Un passaggio fondamentale è stato il laboratorio di scrittura emotiva, dove ciascuno doveva selezionare un’immagine in grado di rappresentarlo e raccontare le sensazioni legate a quella scelta. Tutti si sono messi a nudo senza riserve, superando l’esitazione di mostrare le proprie vulnerabilità. La forza del nostro percorso sta proprio nel non soffermarsi sulla colpa o sul reato, né sul concetto astratto di “detenuto”, ma nel mettere sempre al centro l’individuo. Si è definita così un’atmosfera di profonda autenticità, capace di sgretolare quei pregiudizi che spesso impediscono di cogliere la ricchezza interiore di chi viene classificato semplicemente come “diverso”. Garantire una presenza costante per più giorni di fila ha portato grandi benefici: la continuità ha agevolato la costruzione di una sintonia sincera e di un clima disteso. Questa vicinanza ci ha permesso di sintonizzarci sui loro bisogni, consentendoci di tarare i ritmi delle attività, riservando ad esempio le proposte più leggere alle prime ore della giornata, quando la stanchezza era maggiore. Anche se una settimana rappresenta solo una breve parentesi, abbiamo toccato con mano come queste iniziative possano portare una sferzata di leggerezza all’interno della routine detentiva. L’esperienza ha toccato il suo apice nel pomeriggio conclusivo: dopo aver decorato insieme delle t-shirt bianche, ci siamo scambiati le dediche sulle maglie, ripetendo un rito tipico della fine dell’anno scolastico o dei campi estivi. Un piccolo gesto simbolico che ha però dimostrato quanto i ragazzi ci abbiano integrato nella loro quotidianità, facendoci sentire a tutti gli effetti parte della loro realtà. Successivamente, ci siamo seduti in cerchio per condividere i ricordi più belli di questo percorso: la risposta è stata calorosa ed è stato appagante constatare quanto abbiano riconosciuto la nostra dedizione nel regalare loro momenti di serenità. Al momento dei saluti, l’amarezza per la conclusione del progetto era evidente, tanto che si proiettava già lo sguardo ai prossimi appuntamenti. Vivere da vicino un contesto così complesso lascia spunti di riflessione ed emozioni indelebili, rendendo questo scambio un’opportunità inestimabile di maturazione personale per tutti”. Bolzano. La vita quotidiana in carcere spiegata agli studenti del “de’ Medici” di Chiara Currò Dossi Corriere dell’Alto Adige, 29 ottobre 2026 Che lavori possono fare i detenuti? Cosa succede se finisce lo shampoo? Sigarette e accendini sono ammessi? E le lamette del rasoio, non sono pericolose? Dove sono i detenuti che soffrono di problemi di salute mentale? Ci sono mai state aggressioni al personale? Sono state tante e a tutto tondo le domande che gli studenti dell’Istituto “de’ Medici”, hanno rivolto al personale della casa circondariale di Bolzano, durante l’incontro di ieri mattina in via Dante. Un incontro realizzato nell’ambito del percorso sulla legalità coordinato dal professor Michele Mosca. È il direttore della casa circondariale, Giovangiuseppe Monti, a spiegarne il senso: “Consentire ai ragazzi di conoscere una realtà come quella del carcere che, all’esterno, viene spesso percepita in maniera distorta, e far capire come il senso vero di questa istituzione non sia quello di punire chi ha sbagliato, ma di favorirne la rieducazione, fornendogli gli strumenti per ripartire”. Nove i ragazzi presenti, accompagnati dalla professoressa Rosanna Notaro, che si sono confrontati con il comandante della polizia penitenziaria, il commissario capo Emanuele Bleve, e la dirigente sanitaria, Maria Elisa Bigarelli. Ma è stato durante l’incontro con un detenuto che hanno “rotto il ghiaccio”. Il ragazzo, che lavora come addetto alle pulizie all’interno della struttura, ha raccontato la sua giornata-tipo, e delle difficoltà che incontra chi, come lui, si trova a dover condividere una cella con altre cinque persone. “Con qualcuno è difficile andare d’accordo, perché non siamo tutti uguali - spiega -. A volte si litiga per le piccole cose, come per il telecomando della tv: c’è chi vuole guardare la partita di calcio, chi un film”. Su altre questioni, invece, c’è molta solidarietà, come sulla spesa settimanale che si può commissionare all’esterno: “A volte capita che qualcuno non se la possa permettere, e allora sono i compagni di cella a farsene carico, dividendo equamente l’importo”. Di quali generi alimentari si tratti, è lui stesso a spiegarlo: “Io, di solito, compro Fanta, Coca cola, chewing gum e caffè”. Roma. Nel carcere di Rebibbia uno studio di registrazione per i detenuti: lo inaugura Ermal Meta di Edoardo Iacolucci La Capitale, 29 ottobre 2026 Ermal Meta in concerto nel carcere di Rebibbia a Roma per inaugurare uno studio di registrazione professionale e un progetto di formazione per detenuti. Un concerto tra le mura del carcere, uno studio di registrazione professionale e un percorso formativo per offrire ai detenuti nuove opportunità di lavoro. Il cantautore Ermal Meta si è esibito oggi, mercoledì 28 ottobre, nella Casa Circondariale maschile di Rebibbia Nuovo Complesso, a Roma, in occasione dell’inaugurazione di “Un’altra musica”, un progetto che punta a trasformare la musica in uno strumento di formazione e reinserimento sociale. Dopo il taglio del nastro, Ermal Meta ha tenuto un concerto davanti ai detenuti e agli ospiti presenti, portando la propria musica all’interno dell’istituto penitenziario. L’evento ha segnato l’avvio ufficiale dell’iniziativa realizzata dalla Fondazione Santo Versace in collaborazione con Intesa Sanpaolo, alla presenza di Santo Versace e Francesca De Stefano Versace. Il progetto non si limita all’organizzazione di attività musicali. All’interno del carcere di Rebibbia è stato infatti realizzato un vero e proprio studio di registrazione professionale, composto da una regia e da una sala di ripresa acusticamente trattate, complete di attrezzature e strumentazioni tecniche. Accanto alla nuova struttura è stato avviato un corso di formazione per tecnici del suono, tuttora in svolgimento, destinato a fornire ai detenuti competenze utilizzabili anche dopo la fine della pena. Si tratta di una figura professionale richiesta in diversi settori, dalla produzione musicale al cinema, dalla realizzazione di podcast ai contenuti digitali, fino all’organizzazione di eventi e spettacoli dal vivo. L’obiettivo è offrire strumenti concreti per l’accesso al mondo del lavoro, trasformando il periodo di detenzione in un’occasione per acquisire conoscenze, sviluppare capacità professionali e costruire nuove prospettive. La direttrice di Rebibbia: un progetto di fiducia e speranza - A sottolineare il significato dell’iniziativa è stata Teresa Mascolo, direttrice della Casa Circondariale “Raffaele Cinotti” di Rebibbia Nuovo Complesso, che ha espresso la propria gratitudine per la collaborazione con i promotori del progetto. Desidero esprimere la mia più profonda gratitudine per la pregevole iniziativa, realizzata dalla Fondazione Santo Versace e Intesa San Paolo, nell’ottica della proficua disponibilità e collaborazione cui sono improntate le relazioni con questa Casa Circondariale. Questo progetto racconta una storia di fiducia, di dignità, di speranza e di gratitudine: ogni nuovo inizio merita un luogo ove diventare possibile! Per Santo Versace, il lavoro rappresenta uno degli strumenti fondamentali per restituire autonomia alle persone detenute e favorirne il reinserimento nella società. Credo profondamente nel valore del lavoro, perché il lavoro restituisce dignità, autonomia e la possibilità di costruire il proprio futuro. Anche Francesca De Stefano Versace ha evidenziato come lo studio di registrazione possa diventare uno spazio di crescita personale, oltre che professionale. Credo che ogni persona, indipendentemente dagli errori commessi, meriti la possibilità di ricominciare. Ma non basta parlare di seconde possibilità, bisogna creare le condizioni perché diventino reali. Alla cerimonia è intervenuto anche il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni, che ha sottolineato il valore della collaborazione tra istituzioni pubbliche e soggetti privati nella realizzazione di percorsi di reinserimento. Quando lo Stato e la sensibilità civica del privato uniscono le forze, la rieducazione e la sicurezza sociale diventano obiettivi condivisi e concreti. Balboni ha inoltre ricordato l’importanza delle strutture e delle attrezzature necessarie per garantire una formazione di qualità, evidenziando come lo studio di registrazione, realizzato accanto al teatro dell’istituto, costituisca un investimento destinato a rimanere nel tempo. Secondo Paolo Bonassi, Chief Social Impact Officer di Intesa Sanpaolo, la collaborazione nasce dalla volontà di creare opportunità concrete di crescita attraverso la formazione e l’inclusione. L’inaugurazione dello studio e il concerto di Ermal Meta rappresentano così due aspetti dello stesso progetto: la musica come esperienza culturale condivisa, ma anche come possibilità di apprendere un mestiere. Un percorso che, dalle sale di registrazione del carcere di Rebibbia, punta ad accompagnare i detenuti verso nuove opportunità professionali una volta tornati in libertà. Ferrara. “Pinocchio e il suo doppio”: i detenuti in scena con il Teatro Nucleo cronacacomune.it, 29 ottobre 2026 Non solo la storia di un burattino, ma il racconto di un’umanità che si confronta con le proprie contraddizioni e cerca la possibilità di cambiare. È da questa prospettiva che Teatro Nucleo rilegge il capolavoro di Collodi in “Pinocchio e il suo doppio”, in scena giovedì 5 novembre 2026 alle 20:30 al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara. Lo spettacolo, firmato da Daniele Giuliani con la supervisione di Horacio Czertok, esplora il confine tra innocenza, errore e trasformazione. Lo spettacolo è stato presentato in anteprima il 23 ottobre all’interno della Casa Circondariale di Ferrara nell’ambito di Trasparenze - festival del Coordinamento teatro-carcere della Regione Emilia-Romagna - e nasce dal lungo percorso di teatro condotto da Teatro Nucleo nel medesimo istituto penitenziario. Il percorso è stato sostenuto dal Comune di Ferrara, con un contributo di 15mila euro assegnato nell’ambito del Piano di Zona. L’evento è stato presentato questa mattina in una conferenza stampa svoltasi nella Sala degli Arazzi della Residenza Municipale di Ferrara. “Il teatro in carcere è un’opportunità per rimettere al centro la persona - ha affermato l’assessore comunale alle Politiche Sociosanitarie, Cristina Coletti -, oltre la sua condizione di detenuto. Attraverso il lavoro sul palcoscenico si sperimentano relazioni, si sviluppano capacità e si aprono spazi per immaginare un futuro diverso. La storia di Pinocchio, con i suoi errori, le sue cadute e la possibilità di trasformarsi, assume in questo contesto un significato particolarmente forte: nessuno può essere ridotto ai propri sbagli e ogni persona deve poter avere l’opportunità di rimettersi in gioco. Il lavoro portato avanti da tantissimi anni dal Teatro Nucleo all’interno della Casa circondariale di Ferrara dimostra quanto sia fondamentale istituire e credere in percorsi di responsabilizzazione e reinserimento, che riescano a restituire valore alle capacità di ciascuno”. “Il Teatro Nucleo fa un lavoro eccellente - ha evidenziato Maria Martone, direttore della casa Circondariale “Costantino Satta” di Ferrara -, mettendo in campo un percorso che rappresenta un pilastro portante nel trattamento dei detenuti. Pinocchio è particolarmente interessante perché presenta tante assonanze con il mondo carcerario. Il teatro consente ai detenuti di prendersi del tempo per rivedere la propria condizione. Il teatro è in continua evoluzione, un luogo dove divulgare rispetto, integrazione e solidarietà: valori che abbattono muri e pregiudizi che insistono quando si parla di carcere. Con queste iniziative si aiuta a capire che il carcere non è distante dalla città”. Il valore dell’iniziativa è stato sottolineato da Mariangela Siconolfi, responsabile dell’area trattamentale dell’istituto penitenziario di via Arginone, che ha parlato di “grande e costante entusiasmo dei detenuti nel partecipare ai laboratori”. Così Natasha Czertok, direttrice del Teatro Nucleo: “Oggi, la nostra è una realtà consolidata. Non era semplice, 20 anni fa, portare il teatro in carcere, far partecipare i detenuti a laboratori e presentare gli spettacoli alla città, fuori dal carcere. Il teatro, in questo senso, è il collegamento tra il mondo carcerario e la società civile, un modo per lavorare sia sul lato artistico che sociale. Due canali che si intrecciano e sono di pari importanza”. Lo spettacolo, promosso a livello nazionale, ha la regia di Daniele Giuliani: “Ho pensato che Pinocchio potesse essere uno strumento di lavoro, soprattutto dal punto di vista pedagogico e riabilitativo. Pinocchio fa una trasformazione impossibile, da burattino a bambino vero. E ‘vero’ è stata la parola chiave che ci ha permesso di impostare le riflessioni con i detenuti per fare in modo che si ritrovassero”. Lo spettacolo - Pinocchio è un ribelle innocente: disobbedisce, mente, fugge, cade, si perde, e proprio attraversando le contraddizioni del mondo costruisce la propria conoscenza - non attraverso una lezione impartita dall’alto, ma attraverso l’esperienza, il corpo, gli errori e le loro conseguenze. Nel racconto di Collodi lo stesso Pinocchio viene arrestato, condotto in carcere, giudicato e condannato: un passaggio che nello spettacolo assume un significato ulteriore, restituito sulla scena da attori realmente detenuti. Il tema del doppio percorre l’intero lavoro: ciò che Pinocchio è e ciò che dovrebbe diventare, l’innocenza e la colpa, il burattino e l’essere umano, lo sguardo con cui il mondo lo giudica e quello con cui lui stesso impara, poco a poco, a conoscersi. La trasformazione, il passaggio da ciò che siamo a ciò che possiamo diventare, è il centro del viaggio: una storia che continua a interrogarci sull’evoluzione di Pinocchio. Pinocchio e il suo doppio nasce all’interno di un progetto più ampio di formazione professionale per i carcerati e del percorso di teatro in carcere di Teatro Nucleo, condotto stabilmente nell’istituto penitenziario di Ferrara, dove la pratica teatrale diventa strumento di espressione, relazione e cambiamento personale. Il tema dell’innocenza tradita e del confine tra colpa ed errore, al centro dello spettacolo, dialoga direttamente con questa esperienza quotidiana della compagnia. “Chi è davvero Pinocchio? Ciò che è o ciò che il mondo pretende che diventi? Un mondo che lo osserva, lo giudica, lo condanna. Ma chi giudica chi? E cosa resta dell’innocenza quando si diventa adulti?” racconta Daniele Giuliani, ripercorrendo lo sviluppo dello spettacolo e le domande che gli attori si sono posti nella costruzione dei personaggi. Lo spettacolo è prodotto da Teatro Nucleo in collaborazione con il Coordinamento Teatro Carcere Emilia-Romagna, con il contributo assegnato dal Comune di Ferrara nell’ambito del Piano di Zona 2026 e di Cassa delle Ammende. Chiavari (Ge). Sayf fra i detenuti del carcere: “Il rap fa rima con libertà” di Ilaria Dioguardi vita.it, 29 ottobre 2026 Un viaggio dentro le mura del carcere, con l’obiettivo di raccontare quanto l’ascolto della musica, in quegli spazi, sia un’opportunità e un potente strumento educativo e riabilitativo. È l’obiettivo del documentario “Il cielo in una stanza”, girato nella casa di reclusione di Chiavari (Genova) con la partecipazione di Sayf. Il rapper ha incontrato i giovani reclusi e raccoglie le loro parole sulla libertà, le scelte e la poesia. “Ci pensiamo solo quando veniamo arrestati, quando siamo fuori non teniamo conto della libertà. Se ci avessimo pensato prima, forse non saremmo in mezzo a questi problemi in cui siamo ora”. Sono le parole pronunciate da uno dei giovani detenuti nel documentario Il cielo in una stanza. Sayf (al secolo Adam Sayf Viacava) li ha incontrati nel carcere di Chiavari, in provincia di Genova. Il progetto, scritto dal giornalista e autore Claudio Cabona e diretto dal regista Yuri Dellacasa, è stato realizzato grazie al sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo e si inserisce nell’ambito delle attività dell’associazione “Il Cuore di Federico”. Ragionare di vita, poesia e libertà, a ritmo di rap - Dodici ore di riprese, per 20 minuti di mediometraggio, il progetto (l’opera è disponibile gratuitamente sulla pagina YouTube di Sayf) nasce con l’obiettivo di dimostrare che, in carcere, l’ascolto e la pratica musicale non rappresentano un mero svago, ma un potente strumento educativo e riabilitativo. Il progetto racconta l’incontro ravvicinato tra il cantautore italo-tunisino e le persone detenute del penitenziario ligure durante un laboratorio di scrittura. Il carcere di Chiavari promuove da tempo laboratori volti alla promozione della musica anche come forma di terapia e di arricchimento culturale. A uno di questi ha preso parte Sayf, che nel documentario riflette con i partecipanti sul concetto di libertà e ascolta i loro brani rap. “Abbiamo parlato di vita, di poesia, di libertà. È stato uno scambio veramente interessante e piacevole. Lo scopo del progetto è ribadire la forza di questo tipo di iniziative all’interno delle carceri e poter auspicabilmente ispirare altre iniziative simili, in altri istituti”, ha detto il cantante. Leggi anche: Musica come ponte tra giardino e galera La libertà è come l’orizzonte - “La musica è libertà”, dice il rapper nel film, “e la libertà si nasconde nelle piccole cose, in quelle che spesso diamo per scontate, ma che in realtà hanno un valore immenso. Sono quei momenti particolari che restano impressi nella mente”. “Secondo me la libertà è da una parte essere libero di essere dove vuoi, di fare quello che vuoi, però dall’altra parte ne capisci il valore solo quando la perdi”, afferma un ragazzo nel video. Un suo compagno di laboratorio prende la parola e legge un appunto, scritto sul suo bloc notes: “Per me la libertà è come l’orizzonte. Lo vedi spesso, provi a raggiungerlo, ma nel bene o nel male, per colpa di un sistema, non riesci mai a raggiungerlo pienamente”. “Doversi arrangiare per fare arte” - “Dai testi scritti dai ragazzi durante i laboratori sono emerse cose davvero interessanti. Abbiamo trovato livelli di introspezione, curiosità verso la vita e capacità di approfondimento che spesso ci aspettiamo di trovare in altri contesti, magari nel giornalismo o in ambiti in cui questo tipo di ricerca viene realizzato professionalmente”, ha proseguito Sayf. E poi c’è l’arte, “con la capacità di riuscire a creare delle canzoni con i pochi mezzi a disposizione, doversi arrangiare e, proprio attraverso questo, far emergere la creatività”. Dare voce a ciascuna storia - Attraverso dialoghi, letture, scambi di rime e di riflessioni, nell’incontro tra l’artista e le persone detenute la musica diventa un terreno d’intesa reale, capace di restituire voce a ciascuna storia. “Sto vivendo al freddo, gradi sotto lo zero, mentre cerco il rimedio, ma qua non c’è rimedio. Mentre sento il peso di aver buttato il tempo, non so cosa volevo, non volevo tutto questo”, canta un ragazzo rappando insieme all’artista, al ritmo del battito delle mani che rimbomba nel cortile del carcere. “Il progetto è nato da un’idea di Claudio Cabona, che era grande amico di Federico, morto nel 2019 a Genova, all’età di 30 anni a causa di un incidente stradale”, dice Anna Gremmo, presidente dell’associazione che porta il nome di suo figlio. “Sono stata felice di appoggiare quest’iniziativa. Ogni anno con “Il Cuore di Federico” organizziamo un evento musicale. Il fil rouge dell’associazione è la musica, a mio figlio sarebbe molto piaciuto questo progetto, l’avrebbe sicuramente appoggiato”. L’associazione organizza eventi culturali, concerti e iniziative benefiche per raccogliere fondi da destinare a enti e cooperative che aiutano mamme, donne, bambini e persone in difficoltà. “Ogni anno, in primavera, in concomitanza con la data del compleanno di Federico, organizziamo un concerto di beneficenza in location storiche della città, come il Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi o il salone della Biblioteca Universitaria di Genova in via Balbi”. Così l’arte cambia la vita delle persone ed è uno strumento di riabilitazione per i detenuti di Elena Fascella La Repubblica, 29 ottobre 2026 In un contesto di privazione della libertà come quello che si vive all’interno delle carceri, la bellezza può diventare uno strumento per ritrovare sé stessi e ricostruire la propria identità in un percorso di riabilitazione. Il colore è un mezzo potente che apre la porta della propria identità. Si è parlato di questo con la docente, autrice del volume edito da Castelvecchi “Il Colore. La voce dell’anima”, in cui racconta come l’arte possa trasformarsi in un ponte fondamentale per il riscatto sociale e umano dei detenuti. Fiori, come professoressa ha lavorato a lungo anche nelle carceri italiane insegnando la storia dell’arte ai detenuti. “Il colore, esattamente come l’arte, è un mezzo, una potentissima porta di accesso alla relazione e alla propria interiorità”, spiega l’autrice. Una via d’uscita per traumi ed emozioni che non troverebbero sfogo con le parole. In un ambiente complesso come quello carcerario, la pittura offre una via d’uscita a traumi ed emozioni che difficilmente troverebbero sfogo attraverso la parola: “L’arte permette di creare uno spazio protetto in cui fermarsi, riflettere, guardarsi dentro e parlare di sé - dice Fiori - attraverso l’opera d’arte si può iniziare un percorso che porta a conoscere meglio se stessi. E a volte è proprio attraverso le storie, anche travagliate, degli artisti che alcuni detenuti riconoscono parti di se stessi”. Un mezzo per scardinare l’isolamento emotivo e allenare all’empatia. Lontana dall’essere una materia puramente accademica o teorica, la storia dell’arte si trasforma in questo contesto in uno strumento riabilitativo pratico, capace di scardinare l’isolamento emotivo e allenare l’empatia. Studiando la bellezza del passato, chi sconta una pena entra in contatto con le vite dei grandi maestri, scoprendole incredibilmente vicine alla propria realtà. Portare il bello dentro le mura carcerarie. Nel suo lavoro Fiori si ispira ad altre iniziative che negli anni hanno portato il bello dentro le mura carcerarie, come quella del collega Giorgio Flamini che lavora da più di 20 anni con i detenuti del carcere di Maiano di Spoleto. “È un’esperienza bellissima - racconta Fiori - che trasforma i detenuti in veri e propri attori, tanto che lo spettacolo rientra poi nella programmazione del celebre Festival di Spoleto”. Le pagine come un manifesto culturale e sociale. Il viaggio racchiuso nelle pagine de “Il Colore. La voce dell’anima” diventa così un manifesto culturale e sociale. Ci ricorda che la vera riabilitazione non passa solo attraverso la punizione, ma attraverso la riscoperta dell’umano. “Portare il colore dove domina il grigio - conclude Fiori - significa offrire una nuova grammatica emotiva per decifrare il passato e immaginare un domani diverso”. L’origine della disuguaglianza di Gabriele Fava* Corriere della Sera, 29 ottobre 2026 Cultura, primo anello del patto tra generazioni: chi la considera estranea al welfare non capisce il perché della rabbia dei giovani. Le immagini arrivate nelle ultime settimane da Milano, Parigi, Limoges e Madrid ci hanno mostrato ragazzi, alcuni giovanissimi, passare dal dissenso alla violenza nel giro di pochi minuti. Su questo non possono esserci ambiguità. Le devastazioni e gli scontri con le forze dell’ordine non hanno giustificazione, e uno Stato democratico non può tollerarli. Chi ha una responsabilità pubblica, però, non può fermarsi alla condanna. La giustizia farà il suo corso. A noi spetta capire da dove nasca quella rabbia, e che cosa si possa fare perché non trovi più spazio. Una parte della risposta la conosco dal mio mestiere. Il diritto del lavoro è nato per riequilibrare un rapporto tra parti diseguali, e per oltre un secolo ha cercato quella disuguaglianza dentro il contratto, nel salario, nell’orario, nella sicurezza. Oggi la disuguaglianza decisiva si forma molto prima. Nasce negli anni in cui un ragazzo acquisisce, oppure no, gli strumenti per comprendere il mondo nel quale dovrà entrare. Chi arriva al lavoro senza quegli strumenti è già la parte debole prima ancora di firmare qualcosa, e nessuna tutela successiva riuscirà a colmare davvero quella distanza. Quegli strumenti hanno un nome antico, cultura. Non la intendo come erudizione, né come un privilegio per pochi. La intendo come la capacità di leggere la realtà, di dare un nome a ciò che si prova, di distinguere un’informazione da una manipolazione, di immaginare per sé un posto e una strada. Senza queste basi un ragazzo non riesce nemmeno a interrogarsi su se stesso. Resta in balia di ciò che gli accade intorno, e oggi ciò che gli accade intorno è uno spazio digitale in cui il virtuale espropria il reale e gli algoritmi decidono che cosa desiderare. C’è una lezione che ho imparato in molti anni di professione, ai tavoli delle trattative. Non sempre prevale chi ha ragione. Prevale chi sa dimostrarla, e per dimostrarla servono le parole. Chi non possiede le parole non può difendersi, non può partecipare, non può nemmeno protestare in modo civile. Gli resta il gesto, ed è quello che abbiamo visto nelle piazze. Per questo parlo di welfare generativo, un welfare che non aspetta il bisogno per compensarlo ma lo previene, mettendo la persona in condizione di farcela da sé. La cultura ne è il pilastro, perché è ciò che rende una persona capace di esercitare i propri diritti. Capire un contratto, scegliere un lavoro, leggere una busta paga, accorgersi di un abuso sono cose che si fanno solo se si hanno gli strumenti per farle. La cultura, però, fa anche di più. Allena un giovane a pensare, lo riporta dentro la comunità quando se n’è allontanato, lo integra quando viene dai margini. E lo eleva, perché gli fa scoprire di valere più di quanto il suo punto di partenza lasciasse credere. La Costituzione aveva già tracciato questa strada. All’articolo 3 affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori alla vita del Paese. Lo sviluppo della persona e il lavoro stanno nella stessa frase, e non per caso. Senza il primo, il secondo resta un diritto scritto sulla carta. È una convinzione che mi accompagna da quando ho assunto la presidenza dell’INPS. Tra le prime cose a cui ho pensato c’è stata proprio la cultura, e qualcuno mi chiese, con una certa sorpresa, che cosa avesse a che fare con la missione di un istituto previdenziale. La risposta sta nella natura stessa del nostro sistema. Le pensioni di domani si reggono sul lavoro di chi oggi è ragazzo. Quel lavoro sarà tanto più stabile e qualificato quanto più solidi saranno gli strumenti con cui quel ragazzo si è formato, e dalla qualità del lavoro dipendono la continuità dei contributi e, alla fine, l’adeguatezza della pensione. La cultura, dunque, non sta ai margini del nostro compito. Ne è l’inizio. C’è poi un legame meno visibile e altrettanto decisivo. La previdenza è un patto di fiducia tra generazioni, e un giovane che non trova un posto per sé nella società non ha alcuna ragione di credere in un patto che gli chiede di contribuire per altri. In un Paese che invecchia e in cui nascono sempre meno bambini, quella fiducia è una risorsa che non possiamo permetterci di perdere. Per questo la disuguaglianza educativa di oggi è la questione previdenziale di domani. Se la partita si gioca prima del lavoro, un istituto previdenziale non può aspettare il lavoro per entrare in campo. Per sua natura l’INPS risponde a una domanda. Ma per presentare una domanda bisogna sapere di avere un diritto e saperlo far valere, ed è proprio ciò che manca a chi è cresciuto senza strumenti culturali. Chi avrebbe più bisogno di noi è spesso chi non ci cercherà mai. Abbiamo scelto allora di andare noi verso i ragazzi, nei luoghi in cui si formano. Lo facciamo con iniziative nelle scuole e nelle università, pensate per ascoltare prima ancora che per spiegare, con un portale che parla la loro lingua, con servizi che aprano alle famiglie l’accesso alla cultura. Andare verso di loro significa accompagnare la persona prima, durante e dopo il lavoro con la stessa idea di dignità, cominciando dalla fase in cui si decide quasi tutto. E significa farci riconoscere dai giovani come interlocutori, e non soltanto come l’ente che un giorno pagherà loro la pensione. Il Presidente della Repubblica ha chiesto di dare fiducia ai giovani “ampiamente e concretamente”. Il modo più concreto di farlo è riconoscere lo svantaggio educativo come un vero rischio sociale, al pari della malattia o della disoccupazione, e costruire attorno a esso servizi capaci di raggiungere chi oggi ne resta escluso. Nessuna istituzione può riuscirci da sola. È un compito che chiama in causa la scuola, le imprese, i territori, il terzo settore e il mondo della cultura. Ai ragazzi dobbiamo chiedere di rispettare le regole. A noi adulti spetta dimostrare con i fatti che il loro futuro ci riguarda davvero. Investire nella loro cultura è il modo più serio che conosco per farlo, ed è anche il più lungimirante, perché chi ha imparato a pensare ha a disposizione qualcosa di più forte della rabbia. *Presidente Inps Le insidie della “trappola punitiva” e la lezione di Milano di Alberto Cisterna ilnordest.it, 29 ottobre 2026 Il flop dell’accusa di istigazione terroristica nel caso Youssef Siher mostra i rischi di punire il linguaggio di protesta anziché intervenire sulle cause reali. Le logiche securitarie sono del tutto lecite. Ci mancherebbe. Alla condizione che una logica esista, tuttavia, e non si sprechino tempo e risorse in propositi e obiettivi irraggiungibili. La lunga teoria di decreti-legge in materia di sicurezza non hanno portato grandi risultati se, alla fine, si son dovuti spedire 500 paracadutisti a Milano per domare incidenti e propositi di scontri di piazza. Il presidio fisico delle vie e delle piazze con tute mimetiche e blindati è la prova provata che norme, pacchetti e manette servono a poco. La deterrenza che le regole dovrebbero esercitare su violenti e facinorosi è praticamente inesistente. In quattro anni solo i rave party sono finiti male, per il resto niente o poco di nuovo sotto il cielo della sicurezza, dai reati predatori alle violenze sessuali, dalla legittima difesa al femminicidio, dai coltelli alle morti sul lavoro. Chiariamoci bene. Esiste una questione sicurezza nel paese e che questa ha molto a che vedere con la questione giovanile, declinata in una questione addirittura minorile. La stretta penale e di prevenzione è imponente, ma i risultati sono obiettivamente scarsi, se il ministro dell’Interno lancia allarmi preoccupati in vista delle manifestazioni di protesta del prossimo 30 ottobre come se nulla fosse cambiato nello scacchiere degli scontri di piazza. A ben vedere sono proprio questi allarmi a dare la misura che le norme penali servono a poco e che non basterà un lontano (dopo anni di processi) e debole (con pene per forza miti) tintinnio delle manette a fermare le violenze. Il processo penale e le pene che può irrogare non sono certo una via per pacificare la società e impedire violenze e disordini. Anzi tanto più è grande la tensione e più radicale la contrapposizione, tanto più la punizione legittima i violenti e i facinorosi e gli consegna un rango di pericolosità. È la trappola punitiva del XXI secolo in cui lo status di influencer o di sobillatore si conquista anche con l’importanza che lo Stato assegna a questi e con il livello di allarme con cui risponde alle minacce reali o percepite. E questo ci spedisce dritto sulla questione del fermo e della successiva scarcerazione di Youssef Siher e alle polemiche che ne sono divampate. È evidente che quello che è accaduto a Milano, le devastazioni e le scorrerie vadano punite ed evitate per il futuro. L’idea di un “Grande vecchio”, però, che manipola e istiga le folle è una scorciatoia insidiosa e di breve respiro. Lo è stato anche a tempi del terrorismo, e poi l’errore si è tragicamente ripetuto con le stragi di mafia. Si corre il rischio di punire la mera dissidenza, la libertà di espressione, la contrapposizione ideologica anche dura con le istituzioni; tutte cose che lo Stato deve contrastare sul piano sociale e politico, non con le carceri. La lotta al “Sistema” può prevedere un linguaggio ruvido, esaltato, esaltante, ma perché ci sia istigazione - e per giunta con finalità terroristica- è necessario che si accerti con rigore che le parole sono pietre; che al linguaggio sia seguita una reale minaccia per la società; che la libertà di pensiero sia stata piegata a creare un clima di paura e di odio. Per quanto di grave sta accadendo in Italia, e altrove in Europa, l’illusione securitaria rischia un brusco risveglio, messa a far di conto con norme repressive ad ampio raggio che, però, non rimuovono né mitigano le cause del disagio e della violenza. Né in Francia, né in Spagna e persino nella oppressiva Serbia, ribaltata dal voto studentesco, si sono approvate leggi d’emergenza, ma si è scelta la strada della repressione “ordinaria”, ricorrendo agli strumenti già a disposizione, senza enfatizzare arresti e manganelli e senza dare la caccia a oscuri signori della guerriglia urbana. Visto il (momentaneo?) flop del caso Youssef Siher, è chiaro che il pendolo della sicurezza torna nell’opaco territorio della piazza e dei manifestanti violenti e nei prossimi giorni si coglieranno le conseguenze di questa svolta. Lo Stato arriva ai prossimi in una condizione di debolezza, con avvocati e magistrati che protestano per le nuove norme e con la difficoltà di riproporre il cliché dell’ispirazione terroristica ricusata dalla giustizia milanese. Tutto ritorna al controllo delle piazze e all’attività di contenimento degli scontri che le nostre forze di polizia sanno assicurare con grande professionalità, se ben guidate ovviamente. La comprensibile paura della rivolta di Andrea Fabozzi Il Manifesto, 29 ottobre 2026 Non è solo propaganda, non è solo distrazione, quello di Meloni è anche un programma politico ben preciso che dopo quattro anni di decreti repressivi arriva a forzare il punto di attrito. È campagna elettorale? È un modo per deviare l’attenzione dai problemi reali che non può e non sa affrontare? È analfabetismo costituzionale? Il video con cui ieri Giorgia Meloni ha attaccato la magistrata che ha scarcerato Youssef Siher è tutto questo è anche di peggio. Intanto è la prova di una gigantesca incoerenza. Perché sempre ieri la maggioranza ha festeggiato l’approvazione di una legge mal vista dai giornalisti, l’obbligo per la stampa di riportare le sentenze di assoluzione e le decisioni favorevoli agli imputati dopo le notizie delle indagini. Una manciata di minuti dopo, era proprio una scarcerazione che avremmo adesso l’obbligo di raccontare con la stessa enfasi degli arresti (enorme) a scatenare il crucifige. Ma tutto questo può passare in secondo piano, riportando tra le barzellette peggio riuscite anche la battaglia “garantista” per la separazione delle carriere dei magistrati, in nome della quale la destra ha prima imposto una riforma costituzionale e poi perso il referendum. Se lo vuole il governo, non dev’esserci separazione: la giudice deve accogliere tutte le richieste della pubblica accusa e non fare storie. È proprio qui il dramma, e Meloni ne è attrice consapevole tanto che quando ha presentato (sempre in video) l’ultimo decreto sicurezza ha “chiesto”, puntando l’indice della mano destra sulla scrivania, a “tutti”, anche ai giudici, di “stare dalla stessa parte”. La sua. La premier non sa concepire alcuna risposta politica alle richieste delle piazze, capisce bene invece quanto sia minaccioso per i suoi progetti di permanenza e ritorno alla guida del governo (o più in alto) il protagonismo dei giovani delle ultime settimane. Se si squarcia il velo della propaganda della destra, se si rompe la rassegnata tregua sociale, se le condizioni di vita reali del Paese, sofferenze ma anche speranze tornano in primo piano, qualcosa può cominciare a cambiare. Ecco perché per il governo tutto va velocemente ricondotto a un problema di ordine pubblico: un post configura un atto di terrorismo e la “guerra”, su Instagram, a un “presente infame” equivale a un preciso piano per la conquista di palazzo Chigi. Ottenuta la zelante, e talvolta violenta, collaborazione delle forze dell’ordine, Meloni pretende anche quella di tutti i giudici. Altro che separazione: unità di intenti tra governanti e magistrati, al di sopra di leggi e Costituzione (mentre l’ordinanza di scarcerazione di Siher si fonda su tre diverse sentenze dalla Corte costituzionale). Dunque non è solo propaganda, non è solo distrazione, quello di Meloni è anche un programma politico ben preciso che dopo quattro anni di decreti repressivi arriva a forzare il punto di attrito. E l’opposizione a questo programma non può che cominciare dai giovani che si vogliono spaventare e nelle piazze che si vogliono negare. L’opposizione parlamentare farebbe bene a esserci.