L’Argentina può insegnare qualcosa all’Italia in tema di affetti dei detenuti di Fernando Sanchez Ristretti Orizzonti, 28 ottobre 2026 Sono detenuto da un po' e in tutto questo tempo passato dietro le sbarre ho sempre cercato di mantenere vivo il rapporto con i miei familiari, con mia moglie, con i miei figli, con i miei fratelli e sorelle, con i miei nonni e i cugini, io sono cresciuto insieme a loro, e mi hanno insegnato il valore della famiglia a prescindere dalle circostanze. Questa volta però io ho permesso che ci allontanassimo, ho commesso un reato e creato le circostanze che ci tengono lontani, purtroppo. Sono dentro per traffico di stupefacenti, e fino adesso ho scontato 5 anni di una condanna di 12 anni e mesi 8 di reclusione definitiva, e da quando sono dentro ho sempre voluto mantenere il rapporto sia con i miei cari, che con gli amici e le persone che lavoravano con me, cosa che non mi è stata mai concessa per la “sicurezza”, ma sono tante le persone che avrei voluto vedere, per esempio mio padre, che purtroppo soffriva di cuore e aveva tanti altri problemi di salute, mio padre abitava in America a New York e a malapena ho potuto chiamarlo poche volte, perché non ci concedevano molte chiamate, dovevo dividere le chiamate per poter sentire mio figlio, che abita qui in Italia, ed anche con mia madre che ha una certa età ed ha voluto rimanere in casa nostra nella Repubblica Domenicana. Senza contare che ho anche una compagna che mi è sempre stata vicina, nonostante tutti i problemi, ma ho anche altri familiari da sentire, loro abitano in America, altri nella Repubblica Domenicana, altri in Spagna, e mio fratello gemello con cui sono molto legato che ha deciso di trasferirsi in Italia solo per starmi vicino, nonostante abbiamo ognuno le nostre proprie vite, nessuno di loro mi ha mai abbandonato. Voglio solo dire che nonostante questo sistema non mi permetta di tenere vivo il rapporto con i miei cari, loro non hanno mai perso la speranza, e io cerco in tutti i modi di rimanere in contatto con loro. Senza contare il mondo esterno, i miei insegnanti, i miei colleghi di lavoro, i miei amici d’infanzia, i miei amici del basket, tutte queste persone che formano intorno a me una vita da essere umano. Ma io ho solo una chiamata di 10 minuti al giorno, e per forza devo scrivere lettere che per la maggior parte tardano ad arrivare giorni e giorni. Ho un figlio ed un figliastro e tanti nipoti che mi vogliono bene e vorrebbero sempre sentirmi, cosa che secondo il sistema penitenziario è impossibile, ma com’è possibile che al giorno d’oggi questi problemi in fondo banali esistano ancora? Sono un cittadino spagnolo, sono stato arrestato nel 2017 per la prima volta a 37 anni, quando era nato da poco mio figlio, che aveva allora due mesi. Io ero devastato mi è arrivato un mandato di cattura dall’Argentina, dovevo entrare in carcere e da quel momento ho iniziato a capire qual è la vera sofferenza per un detenuto, ma non perché vieni aggredito dagli agenti o da altri detenuti come si potrebbe pensare, e nemmeno per le urla di dolore che si sentono in sezione, detenuti che si tagliano e tutto il resto, ma per l’impossibilità di rimanere in contatto con i miei cari fuori del carcere. Il pensiero della mia famiglia mi faceva riflettere molto, e più giorni passavano più mi rendevo conto che la comunicazione con loro sarebbe diventata un problema, prima l’amministrazione voleva il contratto telefonico, poi i documenti dei mei cari, poi dovevo aspettare 15 giorni e dopo che venivano controllati tutti i documenti di solito passavano dai 20 ai 25 giorni, in cui non avevo notizie da fuori e loro lo stesso da dentro il carcere. Nel frattempo disperato cercavo di mandare notizie ai miei tramite qualche altro detenuto in sezione che aveva già le chiamate autorizzate, per far capire alla mia famiglia che stavo bene. Sono passati ben 30 giorni prima che potessi avere il mio primo colloquio, ero alla Reclusione di Parma, la mia compagna piangeva, cercava di dirmi che aveva provato a contattarmi in tutti i modi, ma l’amministrazione non la lasciava entrare, e per lei era impossibile continuare senza avere la possibilità di sentirci, ricordo ancora che mentre mi spiegava tutto ciò aveva mio figlio in braccio e non riusciva nemmeno a tenerlo tanto era emozionata. In pratica per i sei mesi che sono rimasto a Parma ho potuto fare 6 chiamate ed 8 colloqui, con la solita scusa della sicurezza. Così arriva il giorno del trasferimento a Rebibbia, Roma, in attesa di estradizione in Argentina, l’educatore mi ha fatto il piacere di chiamare mia madre, io non potevo farlo come se fossi un terrorista pericoloso con tutte le scuse della sicurezza mi vietavano di chiamare a casa. Così ho deciso, anche se i miei difensori mi sconsigliavano, di accettare di andare ad affrontare un processo in un paese che qui in Europa viene considerato del terzo mondo, l’Argentina: di sicuro le carceri sarebbero state peggiori che qui in Italia, ma ero pronto ad assumermi le mie responsabilità e ad iniziare questa nuova esperienza carceraria in Argentina. Ero spaventato, pensieroso, soprattutto rispetto a quello che i miei avvocati mi avevano detto sul passare dalle carceri europee ad un carcere del sud America. Arrivo in Argentina e stando in caserma ho trovato tanta disponibilità, tanta accoglienza rispetto al processo che dovevo affrontare, subito ho spiegato la mia situazione, il fatto che dal mio arresto non avevo potuto chiamare per tutta la burocrazia in Italia, così subito un signore, che fra l’altro era il procuratore, mi ha dato il suo telefono a disposizione, così nel giro di un’ora ho chiamato tutti, mia madre, la mia compagna, i miei fratelli, spiegando loro che ero già in Argentina e cercando di tranquillizzarli in vista del processo. Più passavano i giorni più continuavo a comunicare con i miei cari, ero nel carcere “Marco Paz” carcere federale con più di 4000 detenuti, c’erano diverse sezioni, prima venivi osservato e piano piano sono arrivato in una sezione, grazie anche al mio buon comportamento, dove eravamo più agevolati e c’era un regime più avanzato. Per telefonare avevamo una scheda, ma potevo chiamare senza bisogno di presentare nessun documento, bastava la tessera con i fondi e avrei potuto chiamare chiunque io avessi voluto, dopo aver cambiato varie sezioni aumentava sia il tempo a disposizione per chiamare a casa che le attività, potevamo stare di più all’aria a passeggiare, più area sportiva, e maggiori possibilità di partecipare ai vari corsi di reinserimento previsti. Potevamo stare aperti dalle 7:30 della mattina fino alle 21 di sera e se era festa anche di più, alcuni di noi erano stanchi e si chiudevano da soli prima della chiusura, avevamo microonde e il frullatore, macchinetta per tagliare i capelli con il filo e tutte cose che qui in Italia sembrano sollevare problemi di ordine e sicurezza. Con tutte le attività e la fiducia che ci davano la giornata volava, e spesso andavamo a letto presto perché sapevamo che il giorno dopo avremmo avuto una giornata piena da affrontare. Quello che vorrei dire e che non riesco a capire è com’è possibile che nel 2017, quando sono arrivato in un paese del terzo mondo, avevamo tutta questa fiducia, ci venivano date tutte queste piccole libertà dentro il perimetro del carcere? Com’è possibile che lì in Argentina rimanere in contatto con i miei cari era così facile? Com’è possibile che a Padova dove sono oggi, così come in tutte le carceri italiane, riguardo agli affetti è peggio dell’Argentina? Vorrei solo dire che si potrebbe fare di più su certi temi importanti come quello degli affetti, troppa burocrazia, troppe scrivanie da dover passare per essere autorizzati a fare una chiamata di soli 10 minuti. Penso che i nostri cari non sono colpevoli, allora perché devono essere loro a sentire di più la nostra mancanza? Ma poi per motivi futili, quale sarebbe il problema di sicurezza se le nostre chiamate fossero illimitate, naturalmente a carico nostro? Perché persone come i nostri amici devono essere tagliate fuori dalla nostra vita pur non volendo? Spero che si faccia di più perché siamo noi detenuti ad aver sbagliato, non loro. La proposta di Tango: “Indulto responsabile” per alleggerire le carceri di Mauro Bazzucchi Il Dubbio, 28 ottobre 2026 Un “indulto responsabile” per affrontare l’emergenza delle carceri, ma anche un cambio di passo sulla sicurezza, perché moltiplicare i reati non significa necessariamente rendere più sicure le città. Giuseppe Tango, presidente dell’Associazione nazionale magistrati, alla XVII edizione del Salone della Giustizia di Roma ha lanciato un messaggio alla politica. Da una parte il sovraffollamento degli istituti penitenziari, dall’altra la risposta agli scontri di piazza degli ultimi giorni. La proposta più significativa riguarda le carceri. Tango ha annunciato l’adesione dell’Anm a un’iniziativa trasversale che punta su forme selettive di liberazione anticipata, legate a percorsi concreti di recupero. “Non è un indulto secco”, ha precisato il presidente dell’Anm, spiegando che la misura dovrebbe riguardare soltanto alcuni reati e prevedere un trattamento rieducativo personalizzato con il coinvolgimento di enti, istituzioni e imprenditori. Un accompagnamento destinato a proseguire anche dopo l’uscita dal carcere, per ridurre il rischio che chi torna libero finisca nuovamente a delinquere. Tango è partito da una constatazione: il sovraffollamento è ormai un’emergenza e rende sempre più difficile rispettare la funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione. Ma poiché oggi questo obiettivo è di fatto irraggiungibile, occorre una risposta immediata. La sua non è una richiesta di clemenza indiscriminata: il punto, insiste Tango, è costruire un percorso che non lasci il detenuto solo al momento del ritorno in libertà. Per questo il coinvolgimento del mondo produttivo è uno degli strumenti per dare sostanza alla promessa costituzionale del reinserimento. Il quadro diventa ancora più allarmante quando si guarda agli istituti penali per minorenni. “Per la prima volta, ed è un inedito, anche le carceri minorili soffrono il problema del sovraffollamento”, denuncia Tango. Una situazione che rischia di rendere impossibile un percorso rieducativo efficace proprio per i detenuti più giovani. E quando il sistema non riesce a recuperare un ragazzo, avverte il magistrato, “è la società tutta che fallisce”. È qui che il ragionamento del presidente dell’Anm ha incrociato il secondo grande tema della giornata: la sicurezza. Tango ha condannato senza esitazioni le violenze e le devastazioni registrate soprattutto a Milano, ha espresso solidarietà agli agenti feriti e ringraziato le forze dell’ordine. Ma ha contestato l’idea che la risposta possa esaurirsi in una nuova stretta penale. “La strategia di contrasto non può essere unicamente quella della repressione”, ha affermato, mettendo in discussione l’efficacia di una ricetta che l’esecutivo ha già utilizzato più volte. Il riferimento è all’ultimo decreto sicurezza, varato dopo gli scontri, ma anche ai provvedimenti precedenti, compreso il decreto Caivano. Per Tango è la dimostrazione dei limiti di un approccio fondato quasi esclusivamente sull’inasprimento delle pene. “Più reati non significano più sicurezza”, sintetizza. Anzi, l’eccesso di nuove fattispecie penali rischia di produrre maggiore incertezza nell’applicazione della legge. La prevenzione, ha insistito, non è una partita che magistratura e forze dell’ordine possano vincere da sole. Servono famiglie, scuole, associazioni del terzo settore e istituzioni. La repressione resta necessaria, ma non può sostituire un lavoro sociale più profondo. A sostegno della sua tesi Tango ha citato George Bernard Shaw: per ogni problema complesso esiste una soluzione semplice, “però è sbagliata”. A stretto giro, poi, è arrivata la replica del viceministro Sisto, anch’esso ospite al Salone: “Ci sono delle situazioni”, ha detto, “non era possibile non intervenire, con tutto il rispetto per le opinioni altrui”. Non è mancato, da Tango, un passaggio particolarmente duro sul caso Roggero, il gioielliere condannato in via definitiva a 14 anni e nove mesi per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo. Tango ha respinto la ricostruzione secondo cui avrebbe agito per difendere sé stesso e i familiari: a suo giudizio, i fatti accertati raccontano che l’uomo sparò quando il pericolo era cessato, inseguendo i rapinatori per strada. Di qui la difesa dei giudici, bersaglio di attacchi politici e di un “linciaggio mediatico”. Se la politica ritiene ingiusta la legge, sostiene, abbia il coraggio di modificarla assumendosene la responsabilità, invece di scaricare sui magistrati le conseguenze delle norme che sono chiamati ad applicare. Arriva persino a provocare: si approvi, allora, una legge che garantisca l’impunità a chi decide di vendicarsi da sé, salvo poi fare i conti con i possibili ostacoli costituzionali. Infine, lo sguardo alle elezioni del Consiglio superiore della magistratura, sulle quali Tango ha chiesto alle toghe un “voto maturo e consapevole”. Il nuovo Csm, ha auspicato, dovrà essere all’altezza della credibilità richiesta ai cittadini durante il confronto referendario sulla riforma della giustizia. Una responsabilità che, nelle parole del presidente dell’Anm, riguarda prima di tutto la magistratura stessa. E che completa il senso dell’intervento: rivendicare autonomia e rispetto delle decisioni giudiziarie, senza sottrarsi alla necessità di misurarsi con le criticità del sistema. Carcere duro ai boss mafiosi. La prova di forza alla Consulta di Francesco Grignetti La Stampa, 28 ottobre 2026 Il 2 novembre la Suprema Corte esaminerà un ricorso sul 41 bis. C’è una data cerchiata in rosso sul calendario degli avvocati penalisti, dei magistrati antimafia e di chiunque segua i problemi carcerari: il 2 novembre, la Corte costituzionale esaminerà un ricorso contro il 41bis. Più in dettaglio, si chiede alla Suprema corte di valutare se sia valido costituzionalmente il divieto per i detenuti ristretti al carcere duro di avere permessi “premio” e altri benefici penitenziari come il lavoro esterno. Fermo restando che i permessi “per necessità” (quelli elargiti in caso di gravissimi problemi di famiglia, come un lutto), sia pure raramente vengono concessi anche ai boss che sono sottoposti al 41bis, ora il punto sono su cui è interrogata la Corte costituzionale sono i benefici normali. Quei benefici che vengono concessi a chi, pur detenuto, cerca faticosamente di rientrare nella società. Vanno concessi anche a chi è sottoposto al carcere duro? Va da sé che la questione è potenzialmente esplosiva perché concedere i benefici a tutti, anche ai boss del 41bis, è radicalmente contrario alla filosofia del 41bis stesso, una misura emergenziale introdotta dopo le stragi di mafia del 1992-93, che deve funzionare proprio per recidere i contatti con l’esterno. Se si concedesse la possibilità dei benefici a tutti quelli del 41 bis, addio carcere duro. L’ordinanza che viene dal magistrato di Sorveglianza di Spoleto parte dalla richiesta di un detenuto camorrista, condannato all’ergastolo, ristretto al 41bis dal 2014. Di biennio in biennio, la misura del carcere duro gli è sempre stata reiterata dai diversi ministri della Giustizia. Solo che ora il magistrato di Sorveglianza scrive: “Nell’istanza pervenuta dalla difesa si argomenta la richiesta di permesso premio per motivi familiari, essendo il condannato anche padre di figli minori di età… l’impossibilità di adempiere alle obbligazioni civili nascenti dal reato in relazione alle condizioni economiche sue e del nucleo familiare, all’asserita insussistenza di collegamenti attuali con gruppi di criminalità e di pericolo di ripristinarne in futuro, anche dedotta dalle dichiarazioni dissociative compiute nel corso di processi che lo hanno attinto, del percorso intramurario portato avanti negli anni e del tenore di vita attuale dei familiari”. L’aspetto umano, dunque, è questo: camorrista all’ergastolo, buona condotta, dissociato (presumibilmente non pentito e collaborante, però), con figli minorenni e una famiglia ridotta in povertà. Finché il soggetto è al 41bis non può avere premi. Il meccanismo è che prima deve uscire dal 41bis, perché c’è la prova che si sia ridotto il pericolo che rientri nel circuito criminale, e poi si vede. E questo prevede anche la giurisprudenza della Corte costituzionale. Attorno alla sorte del 41bis, comunque, sono in marcia più iniziative. C’è un progetto di legge di Chiara Colosimo, presidente della commissione Antimafia, FdI, con il fine di “rafforzare le garanzie di controllo e l’omogeneità nella concessione dei permessi premio, per detenuti condannati per reati di criminalità organizzata o terrorismo, prevedendo che, nei casi di concessione di permessi a detenuti sottoposti al regime previsto dall’articolo 41bis, l’acquisizione dei pareri sia obbligatoria”. C’è anche un progetto dell’ex magistrato Federico Cafiero De Raho, M5S, che introduce un articolo 41ter per dare forza di legge a quello che finora l’amministrazione penitenziaria ha fatto con semplici circolari. L’Osservatorio carceri dell’Unione camere penali lamenta di contro un clima che ritengono “propagandistico per ulteriori interventi legislativi regressivi, destinati ad allontanare ancora di più il sistema dell’esecuzione penale da quei principi costituzionali che, invece, dovrebbero guidarlo”. Maria Brucale: “Il giudice serio valuta l’individuo e la sua evoluzione” di Francesco Grignetti La Stampa, 28 ottobre 2026 L’avvocato Maria Brucale fa parte dell’Osservatorio carcere Ucpi e della Giunta dell’associazione Nessuno Tocchi Caino. Dopo aver letto gli articoli comparsi su La Stampa premette che “ai detenuti del 41bis non vengono concessi permessi premio. Lo vieta la legge”. Sì, ma ottengono i permessi “per necessità”. Almeno tre decisioni recenti, ma i casi sono almeno venti. Poi il resto: i permessi premio per mafiosi che sono nel circuito di Alta sicurezza… “Quelli per necessità sono permessi concessi in casi del tutto eccezionali. La scorta è sempre presente; non lascia mai il ristretto. Si tratta semplicemente dell’esercizio di un diritto, riconosciuto a qualunque detenuto, perché nessuna reclusione può essere tombale. Al permesso “premio” invece possono accedere i detenuti per reati di mafia che non abbiano collaborato con la giustizia solo ove dimostrino, superando le quasi insormontabili verifiche di legge, un’autentica revisione critica ben oltre una solo dichiarata dissociazione nonché l’assenza di collegamenti con la realtà criminale e l’impossibilità di ripristino di essi”. Eppure la magistratura di Sorveglianza ha concesso questi permessi “per necessità” anche contro il parere delle procure competenti e della Direzione nazionale antimafia… “Davvero raramente la procura, anche riguardo a persone che in carcere hanno dimostrato la loro distanza dal mondo delinquenziale, esprime un parere favorevole. Il magistrato di sorveglianza deve verificare l’attualità di giudizi di pericolosità soggettiva spesso fermi alla gravità del reato, anche quando risale a trent’anni addietro. Il giudice serio, trent’anni addietro. Il giudice serio, con l’apporto degli operatori del carcere, valuta l’individuo e la sua evoluzione nel tempo, a volte lunghissimo, di espiazione della pena”. Piero Grasso dice che certe decisioni sui mafiosi (parliamo anche delle centinaia di mafiosi dell’Alta sicurezza che hanno avuto i permessi) andrebbero riservate a un organo collegiale come il tribunale di Sorveglianza. Il sottinteso è chiaro: potrebbero esserci pressioni sul singolo magistrato… “Così ragionando si arriva a ipotizzare un rischio di pressioni per una lunga serie di reati, forse tutti. A me sembra, invece, che si esprima sfiducia nei confronti della magistratura di Sorveglianza. Peraltro, chi conosce lo stato di dissesto dei tribunali di sorveglianza e la mole di lavoro che li sommerge cui far fronte con scarsissime risorse comprende che richiedere una decisione collegiale per un beneficio come il permesso premio - che ha nella continuità di fruizione la sua essenza - si tradurrebbe in una definitiva paralisi che travolgerebbe le attese di risposta di tutti i reclusi anche per reati di minima offensività”. Del carcere non sappiamo più niente, nemmeno di chi ci muore dentro di Manuela D’Alessandro giustiziami.it, 28 ottobre 2026 È arrivato il momento di dirlo: di quello che succede nelle carceri non sappiamo più quasi niente. Aggiungiamo: non sappiamo scandalosamente più niente. L’ennesima prova si è avuta questa mattina quando solo da un comunicato di don Paolo Selmi, il presidente della Casa della Carità, si è venuti a conoscenza della morte di Lamin Sonko, che il 29 maggio ha tentato di uccidersi in una ‘cella liscia’ a San Vittore e l’8 giugno è morto all’ospedale Niguarda dove era arrivato in condizioni gravissime. “Non potevamo stare in silenzio come Casa della Carità” ci ha detto don Paolo al quale abbiamo chiesto il perché di quella nota nella quale spiegava anche che questo giovane uomo originario del Gambia continuava a ripetere ai volontari della Casa della Carità di voler telefonare alla madre. Ricostruire chi fosse, visto il giusto riserbo di don Paolo sull’identità, è stato complicatissimo. Abbiamo provato a interpellare diverse fonti tra le quali la direzione del carcere e il garante milanese. Nulla. In passato erano i sindacati della polizia penitenziaria a comunicare spesso i nomi di chi si toglie la vita in un luogo in cui lo Stato dovrebbe custodirla, ora non più. Sembra che sia diventato un problema anche per chi rappresenta altre ‘vittime’ del carcere, cioè gli agenti, dare informazioni ai media. Nemmeno la Camera Penale di Milano viene avvisata. Faticosamente si è risaliti all’identità di quest’uomo fermato dalla polizia ferroviaria a maggio perché si aggirava in stazione Centrale con un machete in pugno. “Era entrato con una diagnosi di psicosi - spiega don Selmi. Era una persona così fragile che era stato subito collocato in una ‘cella liscia’. Perché non era stato assegnato a un servizio di cura?”. Tutto questo accade in un contesto in cui per scelte politiche è sempre più difficile entrare dentro per il mondo ‘fuori’, anche per associazioni e cooperative impegnate nella rieducazione. Così abbiamo saputo di pranzi di Natale, presentazioni di libri per ‘Bookcity’, progetti per studenti annullati e così la voragine di silenzio si allarga e si muore in silenzio come Lamin Sonko. Come quel telefono che non è mai suonato. Carceri, il “modello Napoli” neutralizza telefonini e droni di Antonio Averaimo Avvenire, 28 ottobre 2026 Lo chiamano “modello Napoli”. È da qui, infatti, che è partita la riscossa dello Stato per blindare le carceri italiane, dove droga, armi e cellulari entrano sempre più spesso indisturbati, consentendo, tra le altre cose, ai boss mafiosi di continuare a comandare dalle proprie celle. Tre sono le misure già adottate o in via di sperimentazione nei penitenziari campani per fermare la deriva denunciata da numerosi magistrati antimafia, in particolare da Nicola Gratteri, oggi alla guida della Procura di Napoli. Innanzitutto i jammer, gli inibitori di segnale acquistati nel 2018 e utilizzati per la prima volta dall’inizio del mese nel carcere di Secondigliano. Poi le reti metalliche, per bloccare le sempre più frequenti consegne di stupefacenti e telefonini effettuate attraverso i droni. Infine, una task force di agenti di custodia specializzati nel contrasto ai reati commessi all’interno dei padiglioni carcerari. Il giorno in cui sono entrati in funzione i jammer a Secondigliano sono stati intercettati ben 24mila tentativi di connessione attraverso telefoni cellulari. Un numero impressionante, se si pensa che l’istituto di pena ospita 1.500 detenuti. Gratteri invoca da tempo l’impiego degli inibitori di segnale contro il fenomeno da lui definito delle “carceri colabrodo”. Ora il procuratore di Napoli auspica che la sperimentazione sia estesa almeno a tutti i penitenziari italiani nei quali è presente un reparto di alta sicurezza. L’obiettivo è chiaro: impedire ai capimafia di impartire ordini ai propri affiliati dal luogo di detenzione. La diffusione dei telefonini nelle carceri italiane, aveva osservato in passato il magistrato antimafia in uno dei suoi numerosi interventi sull’argomento, “vanifica le misure cautelari che vengono notificate”, rendendo di fatto inefficaci l’arresto dei boss e la loro carcerazione. Anche il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo aveva segnalato “l’estrema debolezza del circuito penitenziario di alta sicurezza, che dovrebbe contenere la pericolosità dei mafiosi che non sono al 41-bis”, definendolo “assoggettato al dominio della criminalità”. Lunedì scorso, nel corso della conferenza stampa in cui sono stati illustrati i particolari di un’inchiesta che ha ricostruito come sette tra i più pericolosi clan della camorra riuscissero a introdurre droga e cellulari negli istituti di pena di tutta Italia, consentendo ai capi di comandare anche dal carcere, Gratteri ha presentato gli altri due tasselli del “modello Napoli”. Il carcere campano non è certo l’unico ad avere il problema degli smartphone. Solo ieri un altro caso è emerso a Bologna: gli agenti hanno scoperto che un gruppo di carcerati attraverso i telefonini riusciva a gestire il traffico di sostanze stupefacenti e il recupero di crediti e la riscossione di debiti derivanti da affari illeciti. L’indagine ha portato a sei misure cautelari in carcere nei confronti di cittadini albanesi e italiani, con precedenti, tutti già detenuti o ai domiciliari. Altra questione, a Napoli, è quella dei droni. Una rete metallica per bloccarli sarà installata a protezione del carcere di Poggioreale. Proprio nei giorni scorsi quattro persone sono state individuate e arrestate mentre cercavano di effettuare una consegna utilizzando un appartamento situato vicino all’istituto di pena napoletano. Gli agenti specializzati costituiscono l’ultimo elemento del sistema di contrasto ai reati commessi in carcere avviato a Napoli. La misura è frutto di un protocollo appena stipulato tra la Procura partenopea e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Grazie all’intesa è nata un’articolazione del Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria che opererà sotto il coordinamento della Procura. Sarà costituita da un ufficiale e quattro agenti. Secondo Gratteri, renderà più “efficaci” le indagini e contribuirà a porre un argine a una deriva che nel capoluogo campano si fa sentire più che altrove. Nel 2024 i fascicoli relativi a reati commessi all’interno delle carceri napoletane erano infatti 21. Nell’anno in corso hanno già raggiunto quota 40. Intesa tra Cnel e Fondazione Cariplo per formazione e reinserimento detenuti di Patrizia Maciocchi Il Sole 24 Ore, 28 ottobre 2026 Sinergia tra “Recidiva Zero” e “Limen, un futuro oltre la pena”. Al salone della Giustizia il presidente dell’Anm Tango lancia l’allarme sovraffollamento nei minorili. Formazione professionale per l’inserimento dei detenuti nel mondo del lavoro. È l’obiettivo dell’accordo siglato dal Cnel e dalla Fondazione Cariplo per l’inclusione delle persone private della libertà personale. Con il protocollo d’intesa firmato oggiù, martedì 27 ottobre, dai rispettivi presidenti Renato Brunetta e Giovanni Azzone, Fondazione Cariplo si aggiunge alla rete dei partner territoriali che concorrono allo sviluppo del Rapporto annuale “Recidiva Zero”, rafforzando il legame tra ricerca, conoscenza delle realtà locali e percorsi di reinserimento. Studio, formazione e lavoro fuori dal carcere - L’intesa mette in sinergia due programmi: “Recidiva Zero. Studio, formazione e lavoro in carcere e fuori dal carcere”, che il Cnel dedica al reinserimento socio-lavorativo delle persone sottoposte a provvedimenti dell’autorità giudiziaria, e “Limen - Un futuro oltre la pena”, la “sfida di mandato” di Fondazione Cariplo finalizzata a migliorare le condizioni di vita delle persone in esecuzione penale e a sostenere percorsi di reinserimento in uscita dal carcere. “Oggi in Italia la recidiva supera il 70%. Un dato allarmante che ci dice quanto sia necessario investire in studio, formazione e lavoro, dentro e fuori dal carcere. Perché il lavoro è valore sociale, fattore di emancipazione, giustizia e benessere per tutti”, ha commentato Brunetta, precisando che “l’accordo con Fondazione Cariplo e la sinergia con Limen rafforzano questo grande progetto di inclusione sociale, che vede insieme istituzioni, imprese, parti sociali, Terzo settore e fondazioni”, valorizzando anche il ruolo delle fondazioni e dei corpi intermedi, la loro capacità di mobilitare risorse, competenze ed energie dei territori. Accedi e personalizza la tua esperienza - Azzone ha precisato che l’accordo con il Cnel intende “mettere in comune conoscenze, competenze ed esperienze per costruire percorsi più efficaci e duraturi, capaci di accompagnare le persone oltre la pena e favorirne un concreto reinserimento nella comunità”. Le parti condivideranno dati, analisi e risultati di ricerche sul lavoro penitenziario, sulla formazione professionale e sull’inserimento lavorativo di detenuti, persone in misura alternativa ed ex detenuti. È prevista, inoltre, la collaborazione su interventi di formazione e lavoro in carcere, educazione finanziaria, cultura d’impresa e inclusione finanziaria, rivolti a chi sta scontando la parte finale della pena, a chi è in esecuzione penale esterna e agli ex detenuti. Sovraffollamento minorili, l’allarme dell’Anm - Di emergenza carceri drammatica ha parlato il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Giuseppe Tango a margine del salone della Giustizia. “Si parla di un sovraffollamento che è ormai inaccettabile, di un altissimo tasso di suicidi che è già stato stigmatizzato da parte dell’Europa”, ha continuato. “Un trattamento rieducativo che funziona dentro le carceri permette all’ex detenuto, una volta ricollocato in società, di non essere nuovamente portato, così come oggi accade nel 60-70% dei casi, a una nuova recidiva”. Tango ha poi messo l’accento sul sovraffollamento delle carceri minorili. “Per la prima volta, ed è un inedito, anche le carceri minorili soffrono il problema del sovraffollamento. Non era mai accaduto in passato. Questo purtroppo comporta anche una maggiore difficoltà, se non un’impossibilità, di un programma rieducativo efficace, come invece indica la nostra Costituzione, nei confronti del detenuto, a maggior ragione se minorenne. Quando questo non riesce noi tutti ci dobbiamo interrogare sui motivi, perché è la società tutta che fallisce”. Liberazione anticipata e rieducazione Nel suo intervento alla 17esima edizione del Salone della Giustizia, il numero uno dell’Associazione nazionale magistrati ha espresso anche il suo sostegno alla proposta di un percorso di liberazione anticipata per i detenuti accompagnato da programmi di rieducazione e reinserimento sociale. “L’optimum sarebbe ovviamente quello di entrare nelle carceri e avere un trattamento rieducativo adeguato, ma siccome questo a oggi è impossibile, guardando soltanto in ottica emergenziale, la via dell’indulto responsabile può offrire una risposta. In poche parole - ha spiegato Tango - consiste sì in una liberazione anticipata ma, intanto, solo per alcuni reati, e con un programma che permette di accompagnare il detenuto, anche grazie al sostegno di enti, istituzioni, imprenditori, per fare un trattamento personalizzato di rieducazione innanzitutto dentro al carcere. E poi è previsto anche un programma di accompagnamento post carcerario”. L’obiettivo è favorire il reinserimento e prevenire la recidiva, a partire dal lavoro “e quindi di evitare che questi soggetti, una volta ricollocati in società, possano tornare a delinquere”, ha aggiunto Tango. “Su questo l’Anm già si è espressa favorevolmente, così come tanti altri illustri soggetti”. Liberi (anche) dalla plastica: ambiente e reinserimento, detenuti al lavoro in dieci Regioni di Paola D’Amico Corriere della Sera, 28 ottobre 2026 Iniziativa promossa da Plastic Free e Seconda Chance: è il primo appuntamento nazionale dopo la sottoscrizione del protocollo d’intesa con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) del Ministero della Giustizia, che prevede almeno due mobilitazioni annuali per favorire responsabilizzazione, inclusione sociale e tutela ambientale attraverso attività di volontariato. Persone detenute impegnate in percorsi di esecuzione penale esterna e volontari, in ventiquattro città di dieci regioni, per dedicare la Giornata nazionale di pulizia ambientale - sabato 24 ottobre - a ridurre l’inquinamento da plastica. L’iniziativa è promossa dall’organizzazione di volontariato Plastic Free e da Seconda Chance Aps, associazione attiva nel reinserimento socio-lavorativo delle persone detenute ed ex detenute. Si tratta del primo appuntamento nazionale dopo la sottoscrizione del protocollo d’intesa con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) del Ministero della Giustizia, che prevede almeno due mobilitazioni annuali per favorire responsabilizzazione, inclusione sociale e tutela ambientale attraverso attività di volontariato. Le iniziative si sono svolte in Campania (Bacoli, Castel Volturno, Mondragone, Napoli e Salerno), Calabria (Corigliano-Rossano, Crotone e Palmi), Lazio (Pofi, Sermoneta e Viterbo), Emilia-Romagna (Castelfranco Emilia, Reggio Emilia, Parma e Ferrara), Lombardia (Monza e Varese), Toscana (Livorno e Prato), Veneto (Padova e Venezia), Friuli-Venezia Giulia (Trieste), Puglia (Bari) e Sicilia (Catania). “Il reinserimento - dichiara Margherita Maiani, segretario generale di Plastic Free Onlus - passa anche dalla possibilità di tornare a sentirsi parte attiva della comunità, di contribuire concretamente a qualcosa che ha valore per tutti. Prendersi cura dell’ambiente diventa un’occasione per esercitare responsabilità, ritrovare fiducia nelle proprie capacità e costruire relazioni al di fuori del contesto detentivo”. E Flavia Filippi, presidente e fondatrice di Seconda Chance, aggiunge: “Il protocollo con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ci permette di dare maggiore continuità a queste esperienze e di coinvolgere progressivamente altri istituti. Ogni occasione di partecipazione può aiutare a ricostruire rapporti di fiducia e ad affrontare con maggiore consapevolezza il proprio percorso di reinserimento”. Stretta securitaria, rincorsa a destra sui provvedimenti di Michele Gambirasi Il Manifesto, 28 ottobre 2026 Ddl Sicurezza, emendamento contro i medici che non firmano le idoneità nei Cpr. Sui provvedimenti sulla sicurezza, da parte della maggioranza è l’assalto alla diligenza. E di provvedimenti simili in questo momento è pieno il Parlamento: tra decreti e disegni di legge alla Camera e al Senato ci sono almeno sei testi in discussione che intervengono con nuove politiche securitarie o strette sulle persone migranti. Ci sono il decreto con il tetto agli studenti stranieri, la proposta di legge che restringe l’accesso alla cittadinanza, un provvedimento di FdI che interviene sul fondamentalismo religioso, la velocizzazione degli sfratti e infine l’ultimo decreto sicurezza varato una settimana fa e il suo fratello maggiore, il ddl Sicurezza parzialmente svuotato dal decreto. Ieri la commissione Affari costituzionali del Senato avrebbe dovuto iniziare l’esame degli emendamenti al ddl: complessivamente sono oltre seicento, di cui cento firmati dalla maggioranza, per lo più peggiorativi. La discussione, tuttavia, non è nemmeno iniziata: le opposizioni hanno protestato, dal momento che buona parte del testo andrà stralciato, essendo stato assorbito nel decreto, e nessuno del governo si era ancora presentato a Palazzo Madama per spiegare il da farsi. Anche perché, ha lamentato il senatore dem Andrea Giorgis, gli articoli estrapolati dal testo non sono pochi e sono rilevanti (su tutti l’estensione del fermo preventivo abbondantemente utilizzato durante i cortei dell’ultimo weekend). E il decreto, nonostante tutto, è finito alla Camera, per cui difficilmente i senatori avranno modo di lavorarci. Tra i cento emendamenti presentati dalla maggioranza, in ogni caso, ce ne sono quattro mirati firmati dal relatore del testo, Marco Lisei di FdI. Uno riguarda le visite di idoneità per l’ingresso di migranti nei Cpr: si chiede che in caso di diniego il questore possa richiedere, entro ventiquattro ore, una nuova visita medica in una Asl diversa da quella che aveva firmato la prima inidoneità. Una proposta che appare preparata su misura dopo l’inchiesta della procura di Ravenna che contesta il reato di associazione a delinquere per alcuni medici, a detta dei pm rei di non aver firmato le idoneità dei migranti. Un altro emendamento a firma Lisei chiede che i cittadini di paesi extra Ue condannati in via definitiva a pene superiori a un anno scontino la detenzione nei paesi d’origine, e che da quel momento viga un divieto di reingresso in Italia. Una misura di difficile applicazione, perché fondata su accordi con i paesi terzi, di cui non a caso il testo chiede una “promozione”. Ancora, un emendamento a prima firma di Maurizio Gasparri di Fi propone di dotare le forze dell’ordine di “marcatori” di vernice per individuare chi nel corso di manifestazioni abbia commesso “condotte illecite”. Ma a testimoniare l’abbuffata securitaria in corso a destra sono le molte richieste di modifica che si sovrappongono tra un testo e l’altro. Nel ddl si inseriscono norme sull’accesso alla cittadinanza, su cui è già in corso una stretta con un altro provvedimento, arrivato in Aula alla Camera e pronto per essere approvato nei prossimi giorni. Ancora ci sono norme che regolano le procedure di sfratto accelerandole e semplificandole. Anche in questo caso la destra ha già un provvedimento apposito, che sta procedendo il proprio esame al Senato. Lo stesso vale per la stretta su burqa e niqab, oramai crociata quotidiana della maggioranza (FdI sta montando gazebo in tutta Italia) che si ritrova a destra e manca nei vari decreti e ddl. Nonostante ne abbia uno apposito, a prima firma di Sara Kelany di FdI, che sta iniziando ora il proprio iter alla Camera oltre un anno dopo la presentazione. Il primo di questa moltitudine di provvedimenti a vedere la luce dovrebbe essere il testo sulla cittadinanza, che la maggioranza intende modificare ancora in Aula. Ieri l’esame non è proseguito, ma in compenso FdI ha messo a segno un altro punticino elettorale. La Camera ha approvato il ddl sulla riforma delle professioni sanitarie, in cui i meloniani hanno inserito il reintegro dei medici “no vax” che erano stati radiati dall’ordine. Una norma che ha mandato in fibrillazione soprattutto Forza Italia: molti deputati azzurri hanno scelto di non votare, e alla fine il provvedimento è passato con uno scarto minimo di tredici voti. “Senza di noi il governo sarebbe andato sotto” hanno rivendicato i vannacciani. Siamo all’ottavo decreto sicurezza. Ma la frustrazione dei giovani non si cancella così di Alberto Iannuzzi* Il Fatto Quotidiano, 28 ottobre 2026 La rabbia, quando non trova ascolto, rischia di trasformarsi in disperazione, di alimentare la violenza e di approfondire la frattura tra cittadini e istituzioni. A questo punto è evidente che continuare a invocare l’ordine pubblico per giustificare nuove leggi diventi solo propaganda; anzi, il modo più comodo per evitare domande scomode ed eludere risposte impegnative. Se sette decreti sicurezza non sono stati sufficienti a impedire il ripetersi delle proteste e delle tensioni sociali, forse il problema non è soltanto l’assenza di norme o la loro insufficiente severità, ma ciò che la politica continua ostinatamente a non vedere. È stato detto e ripetuto più volte: le proteste di piazza non possono essere liquidate come una questione di polizia, né affrontate esclusivamente con gli strumenti repressivi. La violenza non è giustificabile, va perseguita e la sicurezza dei cittadini va garantita. Ma trasformare ogni conflitto sociale in un problema di ordine pubblico significa confondere gli effetti con le cause, reprimere il sintomo e lasciare intatta la malattia. Ormai, dovrebbe essere chiaro che, al di là delle rivendicazioni specifiche riguardanti il mondo della scuola, nelle proteste emerge una domanda molto più profonda, che i giovani studenti ripetono e scrivono a caratteri cubitali sugli striscioni che mostrano durante le proteste: “Vogliamo un futuro”. Che significa avere opportunità di lavoro dignitose, non essere condannati alla precarietà, poter costruire una vita senza dipendere dalle condizioni economiche della famiglia di origine. Ma anche: vivere in un mondo in pace, ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche, partecipare alle decisioni che riguardano il proprio domani: è questa la sicurezza che manca, quella che nessun decreto può garantire da solo. Sono richieste e aspirazioni che dovrebbero interrogare la politica ben più di qualche slogan urlato in piazza. Si può contenere una protesta, ma non si cancella con un decreto la frustrazione di una generazione che non vede prospettive. La rabbia, quando non trova ascolto, rischia di trasformarsi in disperazione, di alimentare la violenza e di approfondire la frattura tra cittadini e istituzioni. Per questo deve essere sostituita dalla speranza, che si alimenta non attraverso prediche moralistiche, ma con risposte concrete. E qui il pensiero va inevitabilmente alla mobilitazione degli studenti in Serbia, la quale dimostra che una generazione organizzata può diventare protagonista e non semplice spettatrice del proprio destino, pur in presenza di un partito - quello di Vu?i? - che nell’ultimo decennio aveva progressivamente preso il controllo di istituzioni e media, governando in modo illiberale. Sia ben chiaro, ogni situazione è diversa dall’altra: Italia e Serbia hanno storie, culture e tradizioni diverse. Tuttavia, per incidere sull’agenda politica e cambiare la direzione imboccata servirebbe un progetto capace di unire le nuove generazioni attorno a obiettivi comuni, superando la frammentazione e la protesta fine a se stessa, progetto fondato sui valori fondamentali affermati dalla Costituzione (lavoro, giustizia sociale, ripudio della guerra), dei quali i giovani, e non solo, avvertono il tradimento. La politica, pertanto, dovrebbe smettere di domandarsi soltanto come fermare i giovani e cominciare a chiedersi perché non si fidino più delle istituzioni. La sicurezza non si può costruire soltanto imponendo divieti e sanzioni, bensì offrendo diritti, opportunità e prospettive. E se un Governo si preoccupa solo di perseguire le violenze e i saccheggi delle vetrine dei negozi, dimenticando ciò che chiede la stragrande maggioranza di coloro che protestano pacificamente, nonché di dare risposte al disagio sociale, che è reale, si rischia di lasciare un Paese in ginocchio e senza futuro. Per questo serve un impegno immediato e verificabile: un piano nazionale per l’occupazione giovanile, investimenti nella scuola pubblica, misure concrete contro la precarietà e le disuguaglianze, iniziative diplomatiche credibili per la pace e strumenti permanenti di partecipazione degli studenti alle decisioni politiche. Serve, altresì, un protagonismo nuovo dei giovani: reti studentesche, mobilitazioni pacifiche e un programma comune capace di trasformare la protesta in proposta. Non basta scendere in piazza per denunciare ciò che non funziona: bisogna costruire insieme ciò che dovrebbe cambiare. La politica è chiamata a rispondere, ma i giovani devono poter diventare parte attiva di questa risposta. *Già presidente Corte di appello Potenza Si aggira il fantasma del “nemico interno” di Mario Ricciardi Il Manifesto, 28 ottobre 2026 Lanciata la caccia, chi è più al sicuro? Oggi il “nemico” è un ricercatore precario figlio di immigrati, domani potrebbe essere lo studente, il giornalista critico o il lavoratore in lotta. Uno spettro si aggira per l’Europa, ma non è quello del comunismo. Disabituati, come siamo diventati, a leggere storicamente i testi, tendiamo a sovrapporre alle parole di Marx le nozioni sommarie che abbiamo trattenuto sulla storia del movimento operaio. Una illusione di necessità storica avvolge le parole del manifesto - redatto da Marx, con la collaborazione di Engels, per la Lega dei comunisti - e lo proietta nel futuro verso la rivoluzione russa e i gulag. Questo anacronismo ci fa ignorare, e non è una dimenticanza innocente, che lo “spettro” evocato da Marx nel 1847 non è ancora una realtà storica concreta, ma appunto una presenza che inquieta i reazionari e i liberali come può fare un fantasma: una immagine dai contorni indefiniti che spaventa proprio perché non può essere afferrata e ridotta a qualcosa di misurabile e classificabile come faremmo per un fenomeno naturale. Lo spettro che oggi si aggira per l’Europa spaventa per questo, perché non ha ancora un nome e una fisionomia definita. Non ha una teoria né un programma. Rivela probabilmente una inquietudine, che scuote le nostre certezze, ma non contiene una prospettiva per il futuro. Sappiamo che i protagonisti dei cortei sono in larga misura giovani. Studenti delle scuole superiori e delle università, precari che spesso hanno un elevato livello di istruzione, figli di immigrati che si sentono minacciati da una società che li classifica come alieni anche se sono nati e cresciuti insieme ai nostri figli, frequentando le stesse aule e inseguendo le medesime piccole soddisfazioni. Dei buoni voti, un diploma che consenta di sperare in un futuro migliore rispetto a quello che hanno avuto i propri genitori, una felpa o un paio di scarpe che segnalino un progresso sulla strada del riconoscimento e della realizzazione di ambizioni che per altri sembrano un diritto di nascita. Che nelle strade di Parigi o di Milano questi giovani sfilino fianco a fianco con compagni che hanno nomi e cognomi italiani, e che sono turbati da altre inquietudini, appare scandaloso perché viola una premessa del nostro modo di vivere negli ultimi decenni, quella che ciascuno persegue il proprio interesse individuale, che la solidarietà non è che un difetto del carattere che la dura scuola della vita è destinata a curare. Non riusciamo a concepire che a tenere insieme i lunghi cortei che attraversano le nostre città sia la consapevolezza - che in alcuni è forse più distinta, in altri non è ancora messa a fuoco - che le promesse del modello sociale che si è imposto dopo il 1989 si stanno rivelando menzognere. Che non è vero che basta essere ubbidienti, flessibili e disposti al sacrificio, per ricevere il premio agognato. Un’economia che si regge soltanto sulla competizione ha bisogno di vincitori e vinti, e da qualche tempo è chiaro che i primi sono sempre meno e i secondi crescono a vista d’occhio. Negli ultimi tre anni molti dei partecipanti ai cortei di oggi hanno assistito allo smantellamento quotidiano, e via via più brutale, di una cornice di valori e pratiche che erano stati educati a ritenere come stabile e indiscutibile. La meritocrazia, l’equità del mercato, la tutela dell’ambiente e il rispetto delle regole a tutti i livelli, dalla scuola ai rapporti tra le nazioni, improvvisamente hanno perso la propria cogenza, e sono stati sostituiti dalla prepotenza dei forti, e dal premio per i conformisti. Giorno dopo giorno hanno assistito al massacro dei civili a Gaza. Quando, in buona fede e in linea con ciò che avevano imparato, hanno provato a dire “non è giusto, non è umano” si sono scontrati con un muro fatto di negazione della realtà, accuse infamanti, e infine repressione. Una reazione sempre più rabbiosa che sovente viene proprio da coloro che avevano rivendicato il manto dell’antifascismo e della libertà, mentre chi del fascismo rivendica l’eredità sorride compiaciuto. Nelle ultime settimane questa reazione sta accelerando e diventando più brutale perché a fianco della protesta pacifica è emerso un nuovo fenomeno, non privo di precedenti storici, ma al quale classi dirigenti in crisi di legittimità non sono in grado di far fronte senza ricorrere a metodi ancora più repressivi. Ai margini delle nostre società si sono fatti avanti ribelli che non hanno un’ideologia o un programma politico, ma che hanno introiettato in maniera ingenua l’idea che il valore di una persona si misura da quello che ha, e hanno colto l’occasione per raccogliere senza chiedere il permesso gli avanzi di un pranzo cui nessuno li aveva invitati. Sono gli stessi che nelle strade del lusso si facevano foto davanti ad automobili che probabilmente non potranno mai permettersi. Fino a quando hanno interpretato quel ruolo, di spettatori pieni di ammirazione, erano tollerabili. Rompendo le vetrine hanno tentato di superare un confine che viene difeso come sacro. Se c’è una cosa che la storia ci insegna è che esorcizzare gli spettri può avere costi altissimi per la libertà di ciascuno. Perché una volta che è stata lanciata la caccia al “nemico interno” nessuno può ritenersi del tutto al sicuro. Oggi il nemico è un ricercatore precario figlio di immigrati, domani potrebbe essere lo studente o il giornalista che fa domande inopportune, o il lavoratore che rivendica il rispetto che si dovrebbe a qualunque essere umano. Una società che volesse evitare di rivivere le tragedie del passato dovrebbe essere capace di imparare dai propri errori, ma per farlo la sua classe dirigente dovrebbe superare la paura dei fantasmi. I pm accusano Siher di terrorismo ma le prove sono fragilissime di Ermes Antonucci Il Foglio, 28 ottobre 2026 Nella richiesta di convalida del fermo del presunto “stratega” degli scontri di Milano, la procura non individua neanche un solo messaggio in cui si ordina o si invita a compiere azioni violente, ad aggredire qualcuno, in particolare le forze dell’ordine, a devastare negozi o ad assaltare edifici. Si resta allibiti di fronte alla fragilità probatoria e argomentativa delle accuse formulate dalla procura di Milano contro Youssef Siher, il ricercatore trentenne fermato nell’ambito dell’indagine sulle iniziative di protesta annunciate dopo le violenze del 17 ottobre a Milano. La procura gli attribuisce la regia di un movimento digitale, con un canale Telegram arrivato a oltre 11 mila iscritti, e sostiene che stesse organizzando nuove manifestazioni destinate a degenerare in devastazioni e saccheggi. Da qui l’ipotesi di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. La procura ha chiesto la convalida del fermo e la custodia cautelare in carcere. Eppure, nella richiesta dei pm non si riesce a individuare neanche un solo messaggio in cui Siher ordina o invita gli utenti a compiere azioni violente, ad aggredire qualcuno, in particolare le forze dell’ordine, a devastare negozi o ad assaltare edifici. Niente di tutto ciò. Nella richiesta di convalida del fermo, i pm scrivono innanzitutto che “la pagina Instagram ‘Movimento 17 ottobre’ include contenuti violenti”. “Si evidenziano, in particolare, post pubblicato il 20 ottobre dal tenore ‘lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove’, ‘Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame’”, sottolineano i magistrati. E dunque? Dove sarebbe la violenza? Si tratta di invettive contro il governo, espressioni di rabbia politica, slogan deliberatamente provocatori, ma non basta certo nominare la parola “guerra” per trasformare una metafora in un piano criminale. I pm poi si concentrano sulle parole di Siher contro il nuovo decreto sicurezza, approvato nei giorni scorsi. Siher definisce il provvedimento “un pugno autoritario contro chi dissente, di una durezza che non si vedeva dall’epoca del fascismo”. La procura legge in queste parole la conferma di un disegno eversivo. Ma il testo esprime una critica politica, per quanto aspra, a un provvedimento del governo, null’altro. Ma arriviamo all’accusa più “pesante” mossa dalla procura a Siher, cioè quella di aver pubblicato “contenuti di tipo eversivo tra i quali un vademecum di incitamento alla rivoluzione e all’utilizzo di tecniche di guerriglia urbana ispirato alla rivoluzione egiziana del 2011 (‘Rivoluzione, istruzioni per l’uso’) per affrontare gli scontri di piazza”. In seguito, però, sono gli stessi pm a spiegare che “il testo individua tre obiettivi principali: manifestare il proprio dissenso, coinvolgere il maggior numero possibile di persone e proteggere i partecipanti alla protesta”. Manifestare, coinvolgere e proteggere. Non si rintraccia anche in questo caso alcun invito ad aggredire forze dell’ordine o ad assaltare negozi. Il paradosso è che a notarlo sono gli stessi pm, contraddicendo le loro premesse. I magistrati proseguono, evidenziando che nel vademecum “vengono citati anche strumenti da utilizzare durante gli scontri con le forze dell’ordine”. Ci si aspetterebbe di leggere inviti di Siher a recarsi in piazza muniti di spranghe, bombe carta, pietre. Niente di tutto questo: “Viene mostrato - scrivono i pm - un abbigliamento composto da felpe con cappuccio, occhiali protettivi, kefiah e guanti, presentati come strumenti per proteggersi dai lacrimogeni e dagli scontri”. Alla faccia dell’istigazione alla violenza. In modo ancora più surreale, la procura cita messaggi di altri iscritti al gruppo Telegram che propongono di “spaccare gli istituti di credito”, mandare “le banche tutte al rogo” o distruggere i ripetitori Rai. Frasi gravissime, ma non scritte da Siher, che amministrava il gruppo. Eppure per i pm, non prendendone le distanze e continuando a fornire indicazioni organizzative, Siher avrebbe rafforzato i propositi criminali degli utenti. Così l’amministratore di un gruppo diventa automaticamente responsabile delle intenzioni criminali espresse da altri iscritti. Restano le indicazioni per comunicare i luoghi di ritrovo all’ultimo momento e gli inviti a cancellare gruppi e tracce digitali. La procura li interpreta come strumenti per eludere i controlli e organizzare scontri. Sono elementi da valutare, ma la riservatezza organizzativa di una manifestazione non dimostra, da sola, che si stia preparando una sommossa. Il salto argomentativo più incredibile riguarda la finalità terroristica. I pm la ricavano dagli slogan sulla “guerra”, dai disordini del 17 ottobre (precedenti alla creazione del gruppo Telegram), dalla crescita del gruppo e dalla paura dei commercianti. La paura suscitata da precedenti devastazioni dimostra la gravità di quelle violenze, ma non dimostra che Siher intendesse terrorizzare la popolazione. Insomma, nella richiesta della procura le parole diventano prove, i sospetti diventano certezze e il dissenso radicale finisce sotto l’etichetta del terrorismo. Il problema è che, arrivati ai fatti, l’accusa non trova alcun riscontro concreto. Il “tipo d’autore” e i fantasmi degli anni Settanta di Tiziana Maiolo Il Dubbio, 28 ottobre 2026 Preso di mira non per quello che ha fatto, o si presume abbia fatto, ma per i reati che potrebbe commettere, o far commettere ad altri. Ce ne siamo accorti da subito, che c’è qualcosa che non funziona, nelle accuse sulla cui base la procura di Milano lo ha voluto in carcere a San Vittore, in cella di isolamento nel settore riservato agli “ospiti” imputati o condannati per reati di terrorismo. Del resto le imputazioni contestate all’indagato, non solo per il nuovo reato di violenza organizzata nei cortei, ma soprattutto per l’istigazione a delinquere e l’uso di mezzi informatici, aprono la porta quasi automaticamente alla finalità eversiva. Costruita sul personaggio, secondo lo schema tipico del “tipo d’autore”. Secondo il quale Youssef Siher è il terrorista perfetto, agitatore di popolo, prima di tutto. Ma in grado, con la sua forza di persuasione e con l’uso di un diffuso canale informatico, di istigare “… alla reiterazione sine die di manifestazioni ugualmente violente”, rispetto a quelle che per due giorni, il 17 e 18 ottobre scorsi, hanno devastato il centro di Milano. E i suoi messaggi, veicolati sulla piattaforma internet, avrebbero la forza di produrre nella cittadinanza “una situazione di irrefrenabile scontro, suscettibile di incutere il timore di trovarsi in un contesto di vera e propria belligeranza urbana”. Non solo agitprop nei confronti dei giovani come quelli che hanno devastato e saccheggiato negozi e supermercati, ma anche pericoloso “untore”, in grado di terrorizzare cittadini innocenti di fronte alla prospettiva di una vera guerra civile. Certo, non tranquillizzano le posizioni politiche del trentenne italo-marocchino sul tragico episodio in Israele del 7 ottobre 2023 e le sue evidenti simpatie per il gruppo terroristico Hamas. Ma un concreto rapporto con quel mondo va dimostrato e soprattutto il fatto che da quel rapporto sia nata la commissione di reati di terrorismo. Per ora ci sono solo ipotesi e timori per il futuro. E una palese cultura del sospetto da parte della procura. Non sono argomenti e comportamenti nuovi, da parte della magistratura. Insieme all’uso del “tipo d’autore”, che prescinde da fatti realmente accaduti (non dimentichiamo che Siher è intervenuto sui social solo “dopo” le devastazioni e i saccheggi), la nostra tradizione giudiziaria aggiunge solitamente la contestazione del reato associativo. Manca poco, per ora anche la compagna dell’italo-marocchino è indagata per gli stessi reati. In questi giorni si sono spesso evocati gli anni settanta, per la violenza di comportamenti nelle manifestazioni e per l’allarme che certi fenomeni politici hanno seminato. Non dimentichiamo che è esistita una generazione all’interno della quale qualcuno ha impugnato e armi e altri sono passati alla clandestinità e al terrorismo. Ma furono anche gli anni delle gravi ingiustizie con i processi. La filosofia del “tipo d’autore” fu usata per esempio nei confronti del professore Toni Negri, il “cattivo maestro” del mondo della sovversione. Con un salto logico, prima ancora che politico, il docente padovano di Storia delle dottrine politiche fu accusato di essere il capo delle Brigate rosse e di aver organizzato il rapimento di Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana. Ancora più strampalata fu l’inchiesta nei confronti della rivista dell’autonomia “Metropoli”, il cui primo numero fu sequestrato in tutta Italia due giorni dopo l’uscita, perché conteneva un fumetto proprio su quel fatto tragico. Inutile ricordare come finirono quei processi, con il crollo dei teoremi accusatori, ma dopo che alcuni dei protagonisti avevano trascorso qualche anno nelle carceri speciali. È proprio nel ricordo di quel che è accaduto che auspichiamo una maggior cautela da parte della magistratura. Certo, sentir definire l’assalto del 7 ottobre, con uccisioni, stupri e sgozzamento di bambini, come un “atto rivoluzionario di decolonizzazione” fa semplicemente orrore. Come lo fa sentir dire da un esponente di Rifondazione Comunista che c’è chi “simpatizza” per Hamas e chi “simpatizza” per Israele, come se uno Stato democratico fosse equiparabile a un sanguinario gruppo terroristico. Se a questo si aggiunge il condizionamento di un’opinione pubblica sempre più disorientata e accanita (Garlasco docet), si comprende una volta di più quanto sottile sia il confine tra responsabilità politica e responsabilità penale. Tra chi commette un reato attraverso atti concreti e chi è individuato come l’autore ideale per commettere lo stesso reato in futuro. E anche chi sia semplicemente un “cattivo maestro”, cui viene attribuita la responsabilità (quella penale è personale, dice la Costituzione) di azioni compiute da altri. Vedremo, molto presto speriamo, chi sarà davvero Youssef Siher. Terrorista o “cattivo maestro”? Caso Fakir, la consulenza dei periti: “Lo schiacciamento concausa della morte” di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 28 ottobre 2026 La relazione nelle mani dei pm di Bologna individua tre elementi che condussero al decesso durante l’intervento della polizia: in bilico lo “scudo” per gli indagati. Lo schiacciamento subito durante il fermo fu certamente una concausa della morte di Abderrahim Fakir. Lo scrivono i consulenti della procura di Bologna nella relazione depositata oggi negli uffici di via Garibaldi. Come ha anticipato Repubblica, accanto al peso sul corpo, i periti mettono altri due fattori: l’assunzione di cocaina e le condizioni di salute generali del 42enne, cuore compreso. Domani i magistrati si riuniranno per decidere come procedere nei confronti delle sei persone coinvolte. E dovranno farlo entro il 19 novembre. Il termine iniziale per il deposito era il 21 ottobre. Il collegio ha chiesto e ottenuto cinque giorni in più, poi ha consegnato il documento finale, dove confluiscono gli esiti di tutti gli accertamenti disposti dal giorno della morte: l’autopsia, i test tossicologici, gli esami specifici sugli organi, compreso il cuore. A firmarlo sono il medico legale Valentina Bugelli, la patologa cardiovascolare dell’Università di Padova Cristina Basso, l’anestesista di Careggi Manuela Bonizzoli e il tossicologo dell’Università di Pavia Luca Morini. L’autopsia era stata eseguita il 24 luglio all’istituto di Medicina legale del Sant’Orsola, sei ore di esame. Per la famiglia ha seguito gli accertamenti il medico legale Vittorio Fineschi, per gli agenti Matteo Tudini. Le risposte ai quesiti dei pm occupano 80 pagine, oltre alla parte che riporta i risultati delle analisi. Dalla procura la definiscono una perizia “esaustiva che non lascia dubbi sulle cause della morte”. A sedersi attorno al tavolo saranno la procuratrice aggiunta Morena Plazzi e i pm Francesca Arienti e Domenico Ambrosino. Per la famiglia parla l’avvocato Fabio Anselmo, lo stesso dei casi Aldrovandi, Cucchi e Magherini. La sua lettura è netta: “Se non fosse stato schiacciato, queste ultime due condizioni non avrebbero portato alla morte”, ha detto all’Agi riferendosi alla cocaina e al cuore. Il difensore dei due agenti, l’avvocato Gabriele Bordoni, ha sempre escluso azioni violente e indicato nella droga la causa del decesso. Uno dei due poliziotti, durante il fermo, era stato morso a una gamba. Ora la relazione sposta l’asse della discussione. Sulla causa la procura dice di non avere più dubbi. Resta da stabilire quanto abbia contato ciascuna condotta. Fakir è morto domenica 19 luglio in un cortile di via Italo Svevo, al Pilastro. Era nato in Marocco, viveva a Borgonuovo di Sasso Marconi, aveva una piccola impresa di facchinaggio. Barbara Spinelli, l’avvocata che lo seguiva per il rinnovo del permesso di soggiorno, aveva raccontato che temeva di essere espulso. Quella mattina era in forte agitazione e aveva colpito i garage e un’auto in sosta. Gli agenti lo hanno fermato con lo spray al capsicum, gli hanno stretto polsi e caviglie con le fascette e lo hanno tenuto a terra, a pancia in giù. Il video girato da un residente ha registrato la sua voce: “Aiuto, basta, basta”. Poi il silenzio. La cronologia l’ha ricostruita l’Ausl. L’ambulanza della Croce Rossa, senza medico a bordo, è partita alle 12.17 ed è arrivata alle 12.30. Alle 12.36 l’equipaggio ha chiesto un consulto e l’intervento dell’automedica, uscita dall’ospedale Maggiore alle 12.42. Alle 12.53 il medico ha constatato il decesso. La Croce Rossa sostiene che i quattro volontari, tre uomini e una donna, abbiano iniziato la rianimazione dal momento in cui è stato possibile intervenire, cioè quando la polizia lo ha consentito, e che tra la fine del contenimento e il loro intervento sia passato meno di un minuto. Il garante comunale Antonio Ianniello, guardando le stesse immagini, aveva parlato di richieste d’aiuto “non recepite” né dagli agenti né dai sanitari. Due letture degli stessi minuti. Su quei minuti si deciderà la posizione dei soccorritori. I due poliziotti, di 23 e 28 anni, e i quattro soccorritori non sono formalmente indagati. Da luglio i loro nomi stanno nel registro modello 45 bis, quello delle annotazioni preliminari. Lo ha creato l’articolo 12 del decreto-legge 24 febbraio 2026 n. 23, convertito con la legge 24 aprile 2026 n. 54, che ha inserito nell’articolo 335 del codice di procedura penale il comma 1-bis.1: quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione, come l’adempimento di un dovere o l’uso legittimo delle armi, il pm procede all’annotazione preliminare in un modello separato. Chi viene annotato ha le stesse garanzie difensive dell’indagato. Gli accertamenti possono durare al massimo 120 giorni, senza proroghe. Alla fine, le strade sono due: l’archiviazione oppure l’iscrizione nel registro ordinario, il modello 21, fuori dal cosiddetto scudo penale. Per Fakir quel termine scade il 19 novembre. Bologna viene raccontata come il banco di prova della norma, ma il primo caso non è questo. Il debutto del 45 bis era avvenuto a Teramo, per il carabiniere coinvolto nell’inseguimento di Massimo Ciarelli, morto sul colpo a causa della collisione con l’auto delle forze dell’ordine. Il caso Fakir è diventato il più noto per via del video, delle piazze, con le circa cinquemila persone radunate in piazza Nettuno dal sindaco Matteo Lepore, delle parole di Giorgia Meloni, che aveva chiesto accertamenti “senza pregiudizi e senza sconti per nessuno”, e del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che a luglio rivendicava: “non è uno scudo penale, ma la giusta collocazione”. Qui serve un ragionamento. Il presupposto del registro speciale è l’evidenza della causa di giustificazione. Una relazione medico legale che indica nello schiacciamento una concausa certa della morte non dice nulla sulla colpa di nessuno, ma rende difficile sostenere che quella evidenza esista ancora. Il passaggio al modello 21, se arriverà, non equivale a una condanna. Darebbe a tutti pieno accesso agli strumenti del procedimento ordinario, dall’incidente probatorio al contraddittorio sulle consulenze, che in un’inchiesta così tecnica servono soprattutto a chi si difende. Le posizioni dei sei, del resto, sono diverse: chi teneva Fakir a terra, chi doveva soccorrerlo e da quando poteva farlo. Il metro per valutare quelle condotte esiste già. Una circolare del Viminale del maggio 2026, quindi precedente alla morte, chiede di limitare al minimo indispensabile la posizione prona e la pressione sul torace e di girare su un fianco chi mostra segni di malessere. È arrivata a ridosso della condanna di Strasburgo per Riccardo Magherini, diventata definitiva l’11 maggio dopo il rigetto della richiesta di rinvio alla Grande Camera. In quella sentenza i giudici avevano scritto che le regole italiane non davano istruzioni chiare su come immobilizzare senza uccidere. A Milano, sul caso di Igor Squeo, la procura generale ha avocato l’inchiesta dopo due richieste di archiviazione che attribuivano la morte alla cocaina e ha affidato nuovi accertamenti. La stessa sostanza, lo stesso argomento. Restano aperti altri filoni d’indagine. La bodycam privata del capopattuglia, circa quaranta minuti di girato, è stata copiata in modalità forense dai Ris di Roma. Il secondo cellulare di Fakir, ritrovato dopo settimane, è affidato all’ingegnere Giuseppe Ferraro, ma l’estrazione dei dati si è fermata sul codice di sblocco. La difesa degli agenti ha chiesto di verificare eventuali manipolazioni. La Corte europea chiede allo Stato una spiegazione plausibile quando un uomo muore sotto il suo controllo. Con la perizia, una parte di quella spiegazione è arrivata. Fakir chiedeva aiuto, e il peso che aveva addosso ha contato. Da oggi i pm dovranno stabilire se chiedere archiviazione oppure andare avanti. Il colpo gobbo dello Stato. Per anni sostiene i collaboratori di giustizia, poi gli spedisce il conto di Paolo Festuccia, Francesco Grignetti La Stampa, 28 ottobre 2026 Dopo la collaborazione i testimoni si trovano la liquidazione congelata. La rivalsa delle Entrate nasce per far fronte al danno erariale dei processi. C’è un grande problema che incombe sui pentiti di mafia, così serio da far saltare il sistema, ma nessuno sembra preoccuparsene. O forse no, qualcuno al ministero dell’Interno è consapevole del rischio. Ma non se ne vede lo sbocco. Accade, infatti, che molti collaboratori di giustizia, al termine di lunghi anni in cui sono vissuti sotto falso nome, lontano da casa e dai guai, dopo aver accusato i vecchi complici nei processi, aiutati economicamente tutti i mesi dal Viminale, escano dal circuito di “protezione”. E fin qui è normale. Non è normale, però, che la “liquidazione” prevista dalla legge e dal contratto di collaborazione che firmano al momento in cui sono ammessi nel programma di protezione, venga congelata per un’incredibile rivalsa dell’Agenzia delle Entrate. La quale a sua volta è costretta a muoversi così perché ci sono altre leggi da rispettare. E i collaboratori, insomma, si ritrovano di colpo soli, senza soldi, senza casa, con le famiglie a carico, a vedersela con il Moloch della burocrazia. La materia è complicatissima. Banalizzando al massimo: lo Stato accumula un debito nei confronti di chi viene condannato e sconta una pena. Chiede il conto delle spese legali sostenute per il processo oppure delle spese di mantenimento in carcere. Al momento opportuno, si attiva l’Agenzia delle Entrate. Un condannato qualsiasi, però, anche il maggiore dei boss mafiosi, di regola risulta nullatenente. È dunque si tratterebbe di un’ennesima farsa. Ma l’Agenzia delle Entrate si è però accorta che i collaboratori di giustizia qualche soldino ce l’hanno. Sono quelli stanziati dal Servizio centrale di protezione. E a quel punto li chiede indietro. Val la pena avvertire che al 31 dicembre 2024 (ultimi dati ufficiali) erano 3.090 le persone protette, di cui 707 collaboratori di giustizia e 54 testimoni, cui si aggiungono 2.134 familiari di collaboratori e 195 familiari di testimoni. I numeri stanno calando per via di molte fuoriuscite e di minori entrate nel sistema. Racconta l’avvocatessa Adriana Fiormonti, che tutela molti collaboratori di giustizia e sta dando battaglia per essi: “È una situazione kafkiana. I collaboratori sono persone che a un certo punto hanno creduto nello Stato, rompendo con il passato in maniera totale e aiutando la giustizia. Ma di colpo lo stesso Stato gira la testa da un’altra parte e il ministero dell’Economia gli scatena addosso l’Agenzia delle Entrate”. Tutto ruota attorno a una legge che per molti anni non era stata utilizzata. Fino ad ora. E non se ne esce. Scrive infatti il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, nell’ultima Relazione al Parlamento sul tema: “Tenuto conto dell’impossibilità da parte del Servizio di disporre pagamenti in favore di soggetti gravati da debiti pubblici ai sensi dell’articolo 48 bis del D.P.R. 29 settembre 1973, n.6025, il consesso, al fine di non negare sic et simpliciter un fondamentale strumento di reinserimento socio-lavorativo, ha preferito informare preventivamente i potenziali destinatari dei provvedimenti in parola della condizione ostativa riscontrata”. Dietro il cauto gergo ministeriale, c’è la presa d’atto di una impasse. La “condizione ostativa riscontrata” è questa: i soldi della liquidazione finale non arrivano, e se arrivano, l’Agenzia delle Entrate pretende che siano utilizzate al massimo per comprare un appartamento (ma che sia intestato al collaboratore) perché in un secondo momento potrebbe richiedergli il famoso debito erariale e del caso pignorargli la medesima casa che lo Stato gli ha permesso di comprarsi. La legge del 1973 è cieca, infatti. Quel debito erariale può nascondere una montagna di multe non pagate, o di tasse accumulate, o di spese varie sostenute dallo Stato. Nessuno si è posto il problema che il caso del pentito di mafia è ben diverso. Dice sempre l’avvocatessa Fiormonti: “Davanti al Tar ho contestato che queste azioni di rivalsa non tengono conto di molte cose. Si presenta il conto di alcune spese e basta. E allora guardiamoli meglio questi conti: dove sono conteggiati i miliardi che lo Stato ha incamerato con i sequestri di beni ai mafiosi? Non c’erano i pentiti, a monte, già nelle indagini, e poi durante i processi a formare la prova che hanno permesso le sentenze di condanna e anche di confisca di beni? E poi ci sono questioni di diritto più tecniche”. Sempre sintetizzando al massimo, diciamo che l’avvocatessa, che sta aprendo la strada a molti altri suoi colleghi, ha vinto davanti al Tar e perso a metà davanti al Consiglio di Stato, che a sua volta ha rinviato il tutto davanti al giudice civile. “E di questo passo andremo fino in Cassazione”, annuncia. “Perché io i miei non li abbandono su una strada. E che dovrebbero fare? Tornare al paese dove li aspettano i mafiosi? Rimettersi a delinquere? Sono persone disperate. Ma lo faccio anche perché io ci credo nel sistema dei collaboratori. Sono uno strumento fondamentale per la lotta alla mafia. Se si sparge la voce che lo Stato ti molla, addio nuovi collaboratori. Qualcuno vuole questo esito?”. Al momento, sta vincendo l’Agenzia delle Entrate. Quando si stipulano i nuovi contratti di collaborazione, i pentiti devono accettare che le somme della liquidazione finale servano “all’estinzione totale e/o parziale del debito erariale” oppure “alla stipula con l’Agenzia delle Entrate di un accordo di restituzione rateale del debito stesso”. Intanto si spera di modificare la legge. Al ministero dell’Interno è in gestazione una proposta di modifica legislativa “che prevede, in favore dei collaboratori di giustizia, l’esonero dall’obbligo di pagamento delle spese di giustizia relative ai processi per i reati oggetto del rapporto collaborativo, oltre che dall’obbligo di rimborso all’erario delle spese di mantenimento negli stabilimenti di pena”. Vedremo se arriverà in tempo. Piemonte. “Il carcere soffocato dal sovraffollamento”, intesa per tutelare i diritti dei detenuti di Caterina Stamin La Stampa, 28 ottobre 2026 Firmato un protocollo tra Garante regionale e Procura generale: fra gli obiettivi il monitoraggio delle condizioni degli istituti di pena piemontesi. Nel carcere di Torino ci sono 1.608 detenuti. E crescono di mese in mese: erano 1.507 solo a fine luglio. Sono 489 persone in più rispetto alla capienza dell’istituto penitenziario, 510 ristretti in eccesso in relazione ai posti effettivamente disponibili, distribuiti in una struttura definita da chi la vive “vecchia e fatiscente”. Il tasso di sovraffollamento al Lorusso e Cutugno ha raggiunto il triste record del 137,25 per cento. E l’alto numero di detenuti a Torino ha determinato un incremento anche nelle altre carceri del Piemonte, da Vercelli a Biella. “Una situazione esplosiva” - Sono numeri - presi dalla rilevazione del garante nazionale, datata 31 luglio 2026 - che fotografano una situazione allarmante. O “esplosiva”, come dicono i sindacati. Che si riflette su chi è detenuto, ma anche su tutte le altre persone che vivono il carcere: gli agenti di polizia penitenziaria, il personale amministrativo e sanitario, gli educatori, gli psicologi, la direzione. Perché stare in celle pensate per una persona, che arrivano a ospitarne il doppio, aggrava le condizioni dei reclusi ma anche il clima di crescente tensione in cui il personale, già sotto organico, è costretto a lavorare. Tra aggressioni, tentate evasioni ed emergenza droga. Che cosa si può cambiare - Un quadro drammatico che, tuttavia, non è una novità. Viene denunciato quasi con quotidianità dall’Osapp e dal Sappe, ma anche dalle istituzioni. Per alzare ulteriormente la soglia dell’attenzione verso le criticità del sistema penitenziario, la procura generale, guidata dal magistrato Lucia Musti, e la garante regionale delle persone private della libertà, Monica Formaiano, hanno siglato ieri un protocollo. Il primo della storia. Tre pagine con cui - si legge - si impegnano a “realizzare azioni di collaborazione volte alla tutela delle persone soggette a privazione o limitazione della libertà personale”. Che significa, nel concreto, monitorare le condizioni di detenzione nelle carceri, sostenere iniziative di recupero e di reinserimento nel tessuto sociale, favorire incontri di studio, convegni e attività formative. Ancora: “Promuovere buone prassi fra istituzioni coinvolte nell’esecuzione penale e nell’applicazione delle misure alternative”. Gli obiettivi dell’accordo - L’intesa avrà una durata di tre anni e prevede anche visite congiunte, l’organizzazione di incontri periodici, lo scambio di ogni informazione utile tra garante e procura generale. Tra gli obiettivi anche quelli di facilitare il raccordo operativo, in presenza di segnalazioni di particolare criticità, e di verificare il rispetto delle norme costituzionali e dell’ordinamento penitenziario. “Rafforziamo un rapporto di collaborazione istituzionale che già esisteva” sottolinea il procuratore generale Musti. Aggiunge: “Ci riconosciamo nelle nostre funzioni, che sono diverse ma complementari”. Il protocollo, spiega la garante regionale Formaiano, vuole “contribuire all’individuazione di possibili percorsi e soluzioni condivise per rafforzare un sistema penitenziario che sia sempre più conforme ai principi costituzionali che lo regolano”. Reggio Emilia. Torture in cella. Il pm chiede 4 anni e mezzo di Francesca Chilloni La Repubblica, 28 ottobre 2026 “Concorso in tortura”: quattro anni e sei mesi di reclusione per ciascuno dei cinque agenti della polizia penitenziaria, uomini fra 29 e 60 anni, imputati nel filone bis sul pestaggio di un detenuto tunisino, avvenuto il 3 aprile 2023 nel carcere della Pulce di Reggio. È la condanna chiesta ieri dalla pm Maria Rita Pantani (foto) nel processo con rito abbreviato davanti al giudice per l’udienza preliminare Matteo Gambarati. Chiesta anche l’esclusione delle attenuanti generiche: gli imputati non si sarebbero scusati né avrebbero offerto un risarcimento, neppure simbolico, alla parte civile. Secondo l’accusa, il detenuto sarebbe stato incappucciato con una federa stretta al collo; colpito con pugni, schiaffi e calci; spogliato e portato in isolamento. Qui avrebbe subito altre violenze, restando nudo dalla cintola in giù per oltre un’ora, anche mentre sanguinava dopo essersi autoinflitto delle lesioni. A tre imputati si contesta di non aver fermato le violenze e di aver fatto da palo; agli altri due una partecipazione materiale in alcune fasi. Dopo la pm sono intervenute le parti civili: l’avvocato Sebastiani per il tunisino; le associazioni per i diritti Antigone (avvocata Filippi) e Yairaiha (avvocato Passione), e Roberto Cavalieri, Garante regionale dei detenuti. Il processo è stato rinviato per la discussione delle difese, affidate agli avvocati Nicola Tria, Federico De Belvis, Alessandro Conti e Cosimo Zaccaria. Nel febbraio 2025 il primo processo si era concluso con dieci condanne, fino a 2 anni, riqualificando la tortura in abuso di autorità contro detenuti. Due degli attuali imputati erano già stati condannati per falso. Palermo. Genitori detenuti, l’impegno della cooperativa sociale “Sogni Oltre le Sbarre” di Marianna La Barbera Ristretti Orizzonti, 28 ottobre 2026 Inclusione sociale, accoglienza e promozione dei diritti delle persone detenute o in esecuzione penale esterna. Sono le attività svolte dalla cooperativa sociale “Sogni Oltre le Sbarre” che, a partire dallo scorso marzo, gestisce il progetto denominato “Sogni oltre le sbarre per la genitorialità: percorsi integrati di accoglienza e reinserimento per genitori detenuti e i loro figli nel territorio di Palermo”, finanziato dall’assessorato alla Famiglia e alle Politiche sociali della Regione Siciliana. Aurelia Granà e Fabio Carraro, rispettivamente presidente e vice presidente della cooperativa sociale con sede a Palermo, sono attivi da oltre un ventennio all’interno degli istituti penitenziari della Sicilia, operando attraverso progetti finalizzati alla formazione e all’inclusione lavorativa. Il progetto dedicato alla genitorialità dei detenuti si configura quale modello pilota per l’isola ed è caratterizzato da un approccio sistemico, integrato e orientato all’autonomia, in grado di superare la logica dell’accoglienza emergenziale e di riconoscere la famiglia come nucleo generativo di resilienza e inclusione. L’intervento non incide solo sui singoli beneficiari, ma sull’intero sistema territoriale, rafforzando le politiche di prevenzione sociale e reinserimento sostenibile. “L’obiettivo del progetto - spiegano Aurelia Granà e Fabio Carraro - è sperimentare, implementare e consolidare un modello innovativo e integrato di accoglienza extra-carceraria residenziale nel Comune di Palermo, destinato, nello specifico, a genitori sottoposti a misure penali e ai loro figli minori: non si tratta della semplice offerta di un alloggio, però”. “Questo modello - sottolineano - mira invece a garantire il mantenimento e il rafforzamento del legame familiare, riconosciuto come fattore protettivo essenziale per lo sviluppo infantile, promuovendo il pieno e duraturo reinserimento sociale e lavorativo dei genitori e assicurando ai bambini un ambiente di crescita protetto, sereno e stimolante, fondamentale per il loro sviluppo armonico, la tutela del benessere psico-fisico e la prevenzione di future forme di disagio sociale, marginalizzazione o devianza”. Al centro dell’azione progettuale, figurano la costruzione di percorsi di autonomia e benessere capaci di superare in modo permanente la condizione detentiva, traducendosi in una reale integrazione nella comunità e contribuendo attivamente alla riduzione del fenomeno della recidiva. La cooperativa, attraverso il finanziamento regionale al progetto, si è posta l’obiettivo di sperimentare, implementare e consolidare modalità innovative e integrate di accoglienza extra-carceraria residenziale nel Comune di Palermo, i cui beneficiari siano proprio i genitori sottoposti a misure penali e i loro figli minori. Nella fase attuale, sono ospitati due nuclei familiari composti da due mamme in carico all’Ufficio Esecuzione Penale Esterna, con i loro rispettivi tre figli minori, inseriti in un programma strutturato di educazione alla genitorialità, e il supporto di un’equipe multidisciplinare che lavora in sinergia sulla gestione dei conflitti, la comunicazione efficace, l’alimentazione, la promozione dell’autonomia, l’igiene e la cura dei bambini con la partecipazione attiva degli utenti ospiti in struttura. Rientrano nel programma educativo anche attività ludico-ricreative e didattiche per i minori all’interno e all’esterno della struttura, in collaborazione con scuole, asili nido, ludoteche e centri estivi del territorio, per garantire la loro integrazione sociale e lo sviluppo cognitivo ed emotivo. Inoltre, per i genitori ospiti della struttura sono attivi percorsi personalizzati di orientamento, formazione professionale e accompagnamento all’inserimento lavorativo, con l’obiettivo ambizioso di agevolare il raggiungimento dell’indipendenza economica attraverso la promozione di concrete opportunità occupazionali nel mercato del lavoro legale. Milano. Formazione per la Polizia penitenziaria sui figli di genitori detenuti agensir.it, 28 ottobre 2026 Si tiene oggi a Milano, dalle 9.15 alle 16.30, a Palazzo delle Stelline, Sala Pirelli, la conferenza “I bambini si fidano degli adulti” su “Child Trust”, il primo progetto formativo finanziato dal programma Erasmus+ dell’Unione europea dedicato alla polizia penitenziaria. Capofila è Bambinisenzasbarre, con tre partner: Relais Enfants Parents IdF in Francia, Probacja in Polonia e Roda in Croazia. Partner istituzionali sono l’Amministrazione penitenziaria (Dap) e l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, italiane e degli altri tre Paesi. Con “Child Trust”, spiega Bambinisenzasbarre, “per la prima volta in Europa, e a quanto ci risulta nel mondo, la polizia penitenziaria di quattro Paesi ha seguito un percorso di formazione comune sui diritti e sui bisogni dei figli di genitori detenuti. Sono stati formati quasi 400 agenti in Croazia, Francia, Italia e Polonia. Di questi, 80 sono stati preparati come futuri formatori”. La conferenza non chiude un progetto, ma apre una nuova fase: con Child Trust 2.0 il percorso si estende a Belgio, Portogallo e Romania e la formazione coinvolge anche educatori, psicologi ed équipe multidisciplinari. Alla base c’è la “Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti”, firmata nel 2014 e rinnovata nel 2026 dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, dalla Garante per l’infanzia e l’adolescenza Marina Terragni e da Lia Sacerdote, presidente di Bambinisenzasbarre. Salerno. Convegno: “Nelle crepe del carcere: il volontariato alla Casa circondariale” salernotoday.it, 28 ottobre 2026 Il confronto metterà al centro il ruolo del volontariato come ponte tra istituzione penitenziaria e società civile. Si terrà giovedì 29 ottobre, alle ore 18:00, presso la Sala Moka (via Gramsci, Lungoirno) a Salerno, il convegno “Nelle crepe del carcere: il volontariato alla Casa circondariale di Salerno”, promosso dall’associazione civica Ottanta quattrocento. L’incontro intende accendere i riflettori su una realtà spesso lontana dallo sguardo dei cittadini: quella del carcere e delle persone che, ogni giorno, scelgono di entrarvi per offrire ascolto, sostegno e opportunità. Un’opportunità per raccontare cosa significa fare volontariato dentro la Casa circondariale di Salerno: chi sono i volontari, quali attività svolgono con i detenuti, in che modo collaborano con la direzione e con l’area trattamentale dell’istituto e quali risultati portano concretamente. Un’occasione per far conoscere ai cittadini un lavoro quotidiano che spesso resta invisibile, ma che offre ai detenuti ascolto e opportunità di reinserimento. Ma l’appuntamento è anche un invito a farsi avanti. Il carcere ha bisogno di volontari, e le competenze richieste sono molte: medici, tecnici e progettisti, bibliotecari, personale amministrativo e figure professionali di ogni genere. L’associazione Ottantaquattrocento si rivolge in particolare alle associazioni del territorio, affinchè si organizzino e rispondano in modo concreto e positivo, e a tutti i cittadini che vogliano mettere a disposizione un po’ del proprio tempo. I lavori saranno aperti dai saluti della presidente dell’Associazione Mariarosaria Vitiello. Interverranno poi Carlo Brunetti, direttore della Casa circondariale di Salerno, Livia Bonfrisco, Capo area Trattamentale della Casa circondariale di Salerno, Donato Salzano dell’associazione “Maurizio Provenza”, Emiliano Torre dell’associazione “Nessuno Tocchi Caino”. Le conclusioni sono affidate a Gianfranco Valiante, già consigliere regionale e sindaco. Il confronto metterà al centro il ruolo del volontariato come ponte tra istituzione penitenziaria e società civile, il valore del trattamento e del percorso rieducativo previsto dalla Costituzione, e le prospettive per rafforzare il legame tra il carcere e il territorio. Roma. Genitori che uccidono i figli. Serve un linguaggio comune tra chi cura, chi giudica e chi custodisce di Ilaria Dioguardi retisolidali.it, 28 ottobre 2026 A Palazzo Valentini a Roma il 30 ottobre il primo convegno che unisce salute, giustizia e detenzione per superare la frammentazione dei saperi e costruire percorsi di prevenzione sociale. Libianchi, Conosci: “Dal 2000 al 2023 in Italia si sono registrati 535 figlicidi, il 12,7% degli omicidi in famiglia. “Non cronaca nera, ma un fenomeno strutturale, con numeri che impongono una riflessione scientifica e istituzionale”. “Le uccisioni di bambini da parte di un genitore non sono cronaca nera destinata a esaurirsi in poche ore. Sono un fenomeno strutturale, con numeri che impongono una riflessione scientifica e istituzionale”. A parlare è Sandro Libianchi, presidente di Conosci-Coordinamento Nazionale Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane. “Dal 2000 al 2023 in Italia si sono registrati 535 figlicidi, pari al 12,7% di tutti gli omicidi in ambito familiare”. Sempre nel periodo tra il 2000 e il 2023, leggendo in modo integrato i dati Eures, Ministero Interno, ISTAT e Ministero della Salute, CESVI “le vittime minorenni di maltrattamento prese in carico dai servizi sociali hanno superato le 113mila unità al 31 dicembre 2023, con un incremento del 58% rispetto al 2018. I reati contro i minorenni hanno toccato nel 2024 la cifra record di 7.204 casi, in crescita del 35% su base decennale. E tra il 2017 e il 2023 sono stati 6.024 gli accessi al pronto soccorso di bambini e ragazzi con una diagnosi riconducibile alla violenza”. È da questi numeri e dalla consapevolezza che il sommerso è ben più ampio delle statistiche ufficiali, spiega Libianchi, che nasce Bambini e violenza intrafamiliare. Riflessioni tra salute, giustizia e detenzione, il convegno in programma il 30 ottobre nella Sala Di Liegro di Palazzo Valentini. Superare la frammentazione dei saperi - “Un evento con pochissimi precedenti in Italia. Raramente, infatti, medicina legale, psichiatria forense, neuroscienze, giustizia riparativa, magistratura, polizia penitenziaria e sistema REMS si trovano riuniti attorno allo stesso tavolo per affrontare il fenomeno del figlicidio, dell’infanticidio e del neonaticidio come oggetto unitario di analisi e di intervento”. Il convegno, promosso da Sandro Libianchi, Conosci e Alessandra Bramante, Società Marcé Italiana per la Salute Mentale Perinatale, nasce per superare la frammentazione dei saperi e costruire un linguaggio comune tra chi cura, chi giudica e chi custodisce, soprattutto per tentare di analizzare prospettive di prevenzione. “Il senso di tutta l’iniziativa è mettere insieme i vari attori coinvolti nei diversi ambiti, per questo abbiamo creato un primo tavolo interprofessionale esteso. Se il tavolo potesse essere un modello di studio, avremmo costruito il primo atto di un percorso, verso un linguaggio comune e interdisciplinare. L’auspicio è quello di mettere insieme specialisti di settore di tutte le discipline che possano creare un comune pensiero di prevenzione”, prosegue Libianchi. Il presidente di Conosci sottolinea l’importanza del giornalismo, “la comunicazione ha un ruolo importante, deve seguire dei canoni opportuni, là dove spesso titoli e articoli di cronaca nera sono fuori misura, non mostrano le varie sfaccettature del reale o, ad esempio, la dimensione psichiatrica”. Tra prevenzione sociale, rieducazione, risocializzazione - “Il fenomeno dei figlicidi, dei neonaticidi, degli infanticidi si presenta raramente, ma quando avviene è una tragedia, una ferita talmente profonda anche nella società che ospita queste persone e questi bambini che non si supera facilmente. Questo richiede uno studio molto più profondo di quanto non sia stato finora e un approccio comune che porti a tracciare delle linee di prevenzione sociale. E non è impossibile cercare di limitarli”, continua Libianchi. Un altro obiettivo del convegno è approfondire il tema della rieducazione. “Se non si fa di tutto per analizzare i problemi e dare un supporto e una cura a figlicidi, neonaticidi, infanticidi che vengono detenuti nelle residenze psichiatriche, si hanno bombe non disinnescate che, in uscita, possono reiterare lo stesso reato. Il carcere ha il dovere di tentare, per Costituzione, la rieducazione, la risocializzazione. Non è facile, però dobbiamo tracciare anche un percorso in prigione per queste persone che sono estremamente problematiche”. Bambini e violenza intrafamiliare: il programma - I lavori, moderati da Sandro Libianchi e Alessandra Bramante, si apriranno con i saluti istituzionali di Tiziana Biolghini, consigliera delegata alle Pari Opportunità, Politiche Sociali, Cultura e Inclusione di Città metropolitana di Roma, e Carla Consuelo Fermariello, presidente della Commissione capitolina Scuola. La lettura magistrale, “Genitori che uccidono i figli” sarà affidata a Susan Hatters Friedman, psichiatra forense della Case Western Reserve University (Cleveland, USA). Seguiranno le relazioni di Patrizia Patrizi (“La giustizia riparativa”), Valeria Brenna (“Gli indicatori di rischio nella psicopatologia materna”), Pietro Pietrini (“Neuroscienze e perizia psichiatrica”), Enrica Beringheli e Alessandra Bramante (“Neonaticidio e negazione di gravidanza”), Daniela De Robert (“Il racconto mediatico oltre il sensazionalismo”). Nel pomeriggio, Sandro Libianchi presenterà “Un particolare caso di figlicidio”, seguito dagli interventi di Paola della Vecchia sugli aspetti penali e processuali e sulla permanenza dei minori in carcere, Sandra Milani sui percorsi penitenziari, e Simone Giacco sui percorsi di psicoterapia nelle REMS. Luigi Marsella e Michele Treglia approfondiranno gli aspetti medico-legali dell’infanticidio. Seguirà una tavola rotonda conclusiva con tutti i relatori, “Figlicidio: quale prevenzione” che terminerà alle ore 17 con la consegna degli attestati. Il convegno si svolge con il supporto di CSV Lazio, la partecipazione è riservata a magistrati, medici, psicologi, psichiatri, medici legali, criminologi, avvocati, personale penitenziario e di polizia, assistenti sociali, giornalisti e cultori della materia. Il programma completo è disponibile qui. È prevista prenotazione e iscrizione a questo link specificando causale e nominativo. La sala ha capienza limitata, per motivi di sicurezza è necessaria una mail di conferma della presenza. Per informazioni è possibile scrivere a conosci2000@hotmail.com. Roma. Abodi a Rebibbia per l’area sportiva voluta dai detenuti. Ma i detenuti vengono esclusi di Fabio Falbo huffingtonpost.it, 28 ottobre 2026 Ringraziamo il ministro dello Sport per essere venuto per la posa della prima pietra del nuovo campo sportivo e della nuova palestra. Era un progetto proposto e fortemente voluto da chi vive ogni giorno il carcere, che però non erano presenti neanche con una delegazione. Ci sono luoghi nei quali persino la realtà deve chiedere il permesso per farsi vedere, ed il carcere è uno di questi. Nei giorni scorsi il ministro dello Sport Andrea Abodi ha visitato Rebibbia nuovo complesso per la posa della prima pietra del nuovo campo sportivo e della nuova palestra. È una notizia positiva, lo è per chi crede nello sport come strumento educativo, lo è per chi continua a vedere nella pena non soltanto una sanzione, ma anche un percorso di responsabilizzazione e crescita. Lo è soprattutto per chi vive ogni giorno dietro queste mura e sa quanto possa valere un luogo in cui allenare il corpo e, insieme la speranza. Per questo la prima parola è una parola di gratitudine. grazie al ministro per essere entrato ancora una volta in carcere, grazie a tutti coloro che stanno investendo risorse economiche, competenze e fiducia in progetti destinati a persone che troppo spesso vengono ricordate soltanto quando sbagliano (fatti salvi i casi di professata innocenza) e quasi mai quando provano a cambiare. Ma proprio perché il ringraziamento è sincero merita di essere accompagnato da una piccola verità che forse nessuno ha raccontato: durante la visita il ministro ha visto ciò che era stato preparato perché fosse visto, è normale. Questo accade in ogni grande organizzazione, accade nelle aziende, negli ospedali, nelle scuole e naturalmente anche nelle carceri. Si accompagnano gli ospiti nei luoghi migliori, si illustrano le esperienze più significative, si mostrano i risultati raggiunti. A Rebibbia è stata mostrata la pizzeria di reparto, esperienza di successo che rappresenta una realtà con il volto migliore dell’istituto. È stata mostrata una narrazione fatta di investimenti, progettualità e prospettive future, tutto giusto, tutto vero, ma come spesso accade. Il problema non è ciò che viene mostrato, il problema è ciò che rimane fuori dall’inquadratura. Nella Sala “Meta” del reparto G8, dove avrebbe potuto svolgersi un momento di incontro tra le istituzioni e i destinatari di quei progetti, non era presente alcuna delegazione di persone detenute. Non avrebbero dovuto essere presenti per parlare, sia chiaro: chi vive il carcere sa perfettamente che non esistono palcoscenici improvvisati né libertà di parola assolute, in questi luoghi anche le parole imparano a muoversi con prudenza, talvolta finiscono per essere ristrette quanto i corpi che le pronunciano. Sarebbe bastata una presenza silenziosa, qualche volto, qualche sguardo, una rappresentanza capace semplicemente di ascoltare, nulla di più. Invece l’incontro si è svolto senza coloro ai quali quelle opere sono destinate, le istituzioni hanno parlato delle persone detenute senza le persone detenute e questo è forse il paradosso più affascinante e più inquietante delle istituzioni totali: riescono a parlare continuamente dell’essere umano mantenendolo al tempo stesso fuori dal campo visivo. Si vede il progetto ma non si vedono i destinatari, si racconta il futuro ma non si ascolta il presente, si celebra la costruzione di un campo sportivo e di una palestra ma si dimentica che il primo materiale da costruzione di qualsiasi opera sociale è la relazione umana. Eppure la parte più curiosa della vicenda è un’altra, molte delle iniziative che oggi vengono giustamente valorizzate non sono nate da sofisticati tavoli di progettazione, da procedure burocratiche particolarmente illuminate, dentro gli uffici. Spesso sono nate da lettere, da semplici lettere come quella che diede origine al progetto del campo da tennis realizzato grazie all’interlocuzione con il Presidente Angelo Binaghi della Federazione Italiana Tennis e Padel. Avete letto bene: un foglio di carta scritto da una cella, nient’altro. Nessuno di noi cerca riconoscimenti personali, nessuno pretende medaglie o targhe commemorative, visto che le opere sociali appartengono alla collettività e non a chi le propone. Ma una domanda continua a riaffiorare, come mai le idee delle persone detenute sono considerate abbastanza buone da generare progetti, investimenti e infrastrutture, ma non abbastanza importanti da meritare un incontro con chi quelle opere viene a promuoverle? Le idee possono uscire ma gli autori devono restare invisibili, le proposte possono circolare ma le persone devono essere filtrate, i progetti possono essere celebrati ma i loro promotori è meglio che restino dietro le quinte. Forse è questo il meccanismo più raffinato dell’istituzione totale, non quello di impedire alle persone di esprimersi, sarebbe troppo evidente, molto più elegante è ascoltarle quando servono e nasconderle quando potrebbero essere viste. Naturalmente il Ministro Abodi non può sapere tutto questo, come potrebbero saperlo molti giornalisti che hanno raccontato l’evento? Chi entra per alcune ore vede ciò che gli viene legittimamente mostrato, mentre chi vive qui da anni vede anche ciò che non compare nelle fotografie, nei comunicati e nei servizi televisivi. Ed è proprio per questo che il giornalismo dovrebbe continuare a fare ciò che sa fare meglio e cioè cercare ciò che manca nell’immagine, perché la vera notizia di quella giornata non era soltanto la posa della prima pietra di una palestra o di un campo sportivo, la vera notizia era che, mentre si parlava di futuro per le persone detenute, le persone detenute erano state accuratamente tenute lontane dal racconto. Forse qualcuno ritiene che questo renda gli eventi più ordinati, forse qualcuno pensa che eviti complicazioni, forse qualcuno crede che sia semplicemente prassi. Può darsi, ma resta però una considerazione difficile da ignorare, le mura del carcere servono a limitare la libertà personale, non a rendere invisibile l’umanità, perché quando un progetto sociale viene presentato senza le persone che dovrebbero beneficiarne, il rischio è che la prima pietra venga posata davvero, ma che l’opera più importante, quella di costruire fiducia tra istituzioni e cittadini resti ancora tutta da realizzare. “Morire di carcere”, ricerca sui suicidi e sulla loro prevenzione di Alessia Mancini Ristretti Orizzonti, 28 ottobre 2026 Le condizioni della detenzione, il disagio psichico, il sovraffollamento e la prevenzione dei suicidi sono al centro di “Morire di carcere. Analisi del fenomeno suicidario nelle carceri italiane”, il saggio di Fabrizio Ricci in uscita il 6 novembre 2026 per SBS Edizioni, collana Meraki. Nato da una tesi di laurea in Scienze dei servizi giuridici - Criminologia, il volume affronta il carcere come una questione di responsabilità istituzionale e tutela della dignità umana, oltre che come materia di studio. Nato a Bologna nel 1986 e residente a Pesaro dal 2020, Ricci analizza la vulnerabilità delle persone recluse, le fasi più delicate della detenzione e le possibilità di prevenzione. Il lavoro include un approfondimento sulla situazione penitenziaria del primo semestre 2026 e un’intervista a Enrichetta Vilella, già direttrice coordinatrice della Casa circondariale di Pesaro. Secondo i dati raccolti da Ristretti Orizzonti, al 25 ottobre 2026 risultavano 60 suicidi nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno e 207 decessi complessivi. Le statistiche non esauriscono la complessità del fenomeno: isolamento, perdita di legami e prospettive, carenze di assistenza e condizioni materiali possono concorrere a situazioni di grave vulnerabilità. Il volume propone di considerare la prevenzione anche in termini di ascolto, cure, relazioni e reinserimento. La prefazione è firmata da Irene Testa, Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Sardegna e tesoriera del Partito Radicale. La postfazione è dell’avvocato Umberto Limongelli, consigliere generale del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito. Martedì 27 ottobre 2026 Fabrizio Ricci è stato intervistato da Diego Sabatinelli, presidente del Consiglio generale del Partito Radicale, nella trasmissione autogestita del Partito Radicale su Radio Radicale. La riflessione si colloca anche nel più ampio dibattito su pena, garanzie costituzionali e ingiusta detenzione. La proposta di legge intitolata a Beniamino Zuncheddu riguarda il sostegno economico immediato alle persone riconosciute vittime di errori giudiziari: una questione distinta dal rischio suicidario, ma connessa al tema della tutela dei diritti dopo la privazione della libertà. “Morire di carcere” sarà disponibile dal 6 novembre 2026. Il centro di questa comunicazione è il tema civile e sociale affrontato dall’autore, non soltanto la novità editoriale. Registrazione dell’intervista a Radio Radicale: https://www.radioradicale.it/scheda/802331. SBS Edizioni & Promozione - https://www.sbsedizioni.it/ I giovani, il Decreto sicurezza e la lezione di Pasolini di Paolo Venturi* Corriere della Sera, 28 ottobre 2026 Le città più felici d’Italia non sono le più ricche. Lo racconta il primo Rapporto sull’equità intergenerazionale di NeXt, presentato al Festival nazionale dell’Economia civile: dove l’equità tra generazioni supera la media, la soddisfazione di vita cresce del 3,6% e il senso di vita del 2,9%, e a contare più del Pil è il lavoro, cioè la sensazione di avere un posto nel mondo. Il rapporto distingue i territori in cui ricchezza ed equità crescono insieme, come Torino, da quelli a “sviluppo escludente”, dove i capitali sono alti ma l’equità resta bassa. L’esempio indicato nel rapporto era Milano, il cui centro è poi diventato teatro dei recenti scontri e saccheggi. Scene simili si sono viste a Bologna e Torino. A rompere le vetrine non erano militanti organizzati ma ragazzi, in gran parte di 15 e 16 anni, che si erano staccati da cortei pacifici contro il carovita dopo un passaparola su TikTok, senza bandiere né appartenenze. Ragazzi che potrebbero sedere accanto ai nostri figli in classe. Nessuna violenza è giustificabile, e chi ha subito danni merita rispetto e risposte. Ma sarebbe un errore ridurre quanto accaduto a un problema di ordine pubblico. La sicurezza può contenere un fuoco, non spiega perché si è acceso; e se resta l’unica parola rischia di alimentare una paura che divide invece di includere. Chi lavora ogni giorno con questi ragazzi, come don Claudio Burgio al Beccaria, ricorda che a quell’età spesso manca la percezione stessa della gravità dei propri gesti, perché nessuno ha consegnato loro un codice di valori, e che la domanda riguarda quindi prima di tutto gli adulti. Quella che abbiamo visto è una rabbia muta, che non sa dire e forse nemmeno cosa chiedere. Davanti a una crisi così nessuno può chiamarsi fuori: ciascuno, ragazzi compresi, ha il suo pezzo di muro da riconoscere. Le famiglie, la scuola, le istituzioni, chi fa impresa, chi come noi studia e racconta i territori. Il rischio più grande non è non avere risposte pronte, ma rinunciare a comprendere le ragioni di un disagio e la domanda che vi si nasconde dentro. Ciò che manca, credo, è una relazione: tra un desiderio che, quando non trova parole, si fa disagio, e una controparte adulta, sociale e politica, capace di accoglierlo e di prenderlo sul serio. Un desiderio senza interlocutore diventa rabbia, e una rabbia senza parola diventa devastazione. Una città a sviluppo escludente è in fondo un luogo in cui il desiderio dei giovani non trova un indirizzo, tra affitti fuori portata, salari bassi e spazi che sembrano appartenere sempre a qualcun altro. Non a caso il rapporto NeXt trova giovani e anziani accomunati dallo stesso divario di senso: soffre di più chi resta escluso dalla possibilità di contribuire. La risposta sta allora nelle infrastrutture relazionali: scuole che restano aperte oltre l’orario, luoghi che i ragazzi possano abitare e non solo attraversare, un lavoro che non sia una lunga attesa, ascensori sociali che funzionino e, soprattutto, la certezza di non dover pagare il conto di spese fatte da altre generazioni. Includere significa offrire un luogo desiderabile dove vivere, non un recinto. Nel 1975 Pier Paolo Pasolini scriveva a Gennariello, un ragazzo napoletano immaginario, il suo piccolo trattato pedagogico. Lo metteva in guardia dai falsi insegnamenti di quelli che chiamava i “destinati a morire”: la rinuncia come abitudine, che porta a ridurre lo sforzo e a non esporsi; l’infelicità come norma, la serietà cupa di chi è bravo per forza, consumatore integrato e infelice; la vergogna della propria bellezza, da mascherare per somigliare a tutti. E gli dava consigli opposti: non rinunciare, anche a costo di sembrare ridicolo, e seguire i propri desideri anziché quelli della massa; cercare la felicità che nasce dal possedere il mondo con la conoscenza e l’immaginazione, non con il consumo; essere allegro; splendere, senza vergognarsi della luce che si ha. Nei video di quei pomeriggi ci sono volti coperti, merce arraffata e nessuna parola: è la lezione dei destinati a morire imparata fino in fondo. Se l’unica parola che sapremo rivolgere a questi ragazzi sarà quella della paura, finiremo per confermarla. Il compito degli adulti, e della politica tutta, è un altro: tornare a essere la controparte di un desiderio, e dire loro, con i luoghi, con il lavoro, con la fiducia, quello che nessuno sembra più dire: splendi. *Direttore di Aiccon Seconde generazioni e periferie urbane: quando l’appartenenza non diventa un destino di Giuseppe Benedetto* Il Dubbio, 28 ottobre 2026 La stragrande maggioranza dei giovani che hanno partecipato agli scontri di Milano della settimana scorsa erano, secondo i dati della Questura, giovani di seconda generazione nati o cresciuti nell’hinterland milanese. Quei disordini mettono a nudo una frattura sociale. Il dibattito pubblico continua ad affrontare il fenomeno migratorio come un problema di frontiere. Si discute di permessi, quote, espulsioni e si contrappone chi ritiene ogni limitazione una violazione dei diritti umani a chi percepisce ogni nuovo arrivo come minaccia alla sicurezza. Entrambe trascurano però una questione decisiva: il riconoscimento politico e sociale dei figli degli immigrati. La prima generazione porta con sé la memoria di un altro Paese e delle privazioni lasciate alle spalle. La seconda, cresciuta in una società che sente almeno in parte sua, valuta invece le proprie opportunità allo specchio dei coetanei. Ciò che ai genitori appariva un riscatto può apparire ai figli una condizione segnata da divari e percorsi preclusi. Secondo l’OCSE, nell’Unione europea oltre un giovane su cinque, tra quelli nati nel Paese di residenza da genitori immigrati, percepisce una discriminazione legata alle proprie origini. Il Rapporto INVALSI 2026 rileva inoltre un abbandono scolastico del 12,7% tra gli studenti stranieri di seconda generazione, contro il 6,2% degli italiani. Sarebbe però un errore attribuire queste difficoltà esclusivamente alla società che accoglie o a una presunta incompatibilità tra culture. La società liberale suggerisce una terza prospettiva: il criterio non è quanto una comunità tollera le differenze, ma quanto garantisce a ciascuno la possibilità di sottrarsi ai condizionamenti che possono comportare. Una ragazza nata in Italia da genitori provenienti da una società nella quale la libertà femminile incontra forti limitazioni deve poter scegliere come vivere, studiare, vestirsi, amare. Senza discriminazioni dalla società italiana, ma anche senza imposizioni dalla famiglia o dalla comunità di origine. Non esiste libertà autentica quando l’individuo deve scegliere tra appartenenza e diritti. Per questo né l’assimilazione obbligatoria né la costruzione di società parallele rappresentano una risposta liberale. La prima pretende di cancellare le differenze; la seconda rischia di cristallizzarle. Le culture meritano rispetto quando sono espressioni della libertà delle persone, non quando quella libertà viene sacrificata in nome di tradizioni o precetti religiosi. John Stuart Mill aveva individuato il pericolo della tirannia dell’opinione dominante; Tocqueville aveva avvertito che la libertà può essere compressa dal conformismo. La libertà non è minacciata soltanto dall’esclusione sociale, ma anche dalle appartenenze che pretendono di definire l’identità. Quando la percezione di ingiustizia si consolida può produrre estraneità, risentimento e ricerca di identità alternative. Chiusura comunitaria e radicalizzazione possono così trovare terreno favorevole nel fallimento di un’appartenenza condivisa: non è un destino inevitabile, ma un rischio da non ignorare. La scuola rappresenta il luogo decisivo di questa sfida: deve insegnare, ma anche permettere a ogni giovane di costruire un destino diverso da quello immaginato per lui. Anche la cittadinanza va sottratta alle semplificazioni ideologiche: per chi nasce o cresce stabilmente in Italia, prevedere un percorso certo è coerente con una concezione liberale dello Stato. La seconda generazione pone dunque alla società europea una domanda: siamo capaci di costruire una convivenza fondata sulla libertà dell’individuo? Per un liberale, il successo dell’integrazione non si misura dal numero di persone che rinunciano alla propria identità originaria, ma da quante possono scegliere, senza costrizioni, quale identità costruire. Una società è veramente libera quando impedisce che l’appartenenza a una comunità diventi il destino di un individuo. *Presidente fondazione Einaudi Sbatti il maranza in galera di Sem Galimberti labarcaeilmare.it, 28 ottobre 2026 Il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha ammesso che il sistema carcerario minorile è effettivamente in sofferenza e ha prospettato la necessità di ampliare la capienza della detenzione giovanile anche costruendo nuove carceri. Il governo Meloni sta favorendo questa prospettiva “sicuritaria” con i decreti che giungono a pioggia, sotto l’incalzare delle proteste a seguito delle accentuazioni dei media sulle notizie delle seppur condannabili violenze nei cortei di protesta. Credo di avere qualche titolo per ragionare intorno alle carceri minorili. Per due anni, all’inizio degli anni Settanta, ho lavorato come educatore nel carcere minorile Beccaria di Milano. Da studente universitario alla Cattolica, avevo la necessità di mantenermi agli studi con qualche impiego remunerativo. Sono stato assunto dall’Amministrazione Carceraria dopo regolare esame di ammissione. Sono stato subito proiettato nell’edificio fatiscente che, a quei tempi, era ancora dislocato davanti a San Vittore: attraversando la strada si passava direttamente al carcere degli adulti. Tutto era fatiscente: le camerate nel sottotetto polveroso, nessuna aula di scuola, un magazzino coi topi, un minuscolo cortiletto cinto da alte mura, un refettorio con panche di legno e fori rotondi sulla tavola per ospitarvi le scodelle. Il carcere di Baggio. Cattedrale nel deserto - Intanto si costruiva il nuovo carcere minorile a Baggio, periferia della città, in mezzo ai campi che presto sarebbero diventati condomini invivibili. Una cattedrale nel deserto. Un anno dopo ci siamo trasferiti qui, con la speranza che i nuovi ambienti potessero delineare una nuova forma di trattamento carcerario. Si era ai tempi del movimento generato dall’esperimento di Basaglia basato sull’apertura dei manicomi e sull’apertura dei luoghi di cure cosiddette riabilitative… Ma non è stato così. Lavoravo per otto ore al giorno con qualche turno festivo: quattro ore con i ragazzi e quattro ore di laboratorio artistico sempre accompagnato come un’ombra dalla guardia carceraria. Accanto alla mia aula c’era quella di un’officina, dove i ragazzi avrebbero potuto imparare una professione, ma gestita da sole guardie carcerarie per garantire la sicurezza nell’utilizzo degli strumenti di lavoro. In realtà, qui i ragazzi di nascosto si costruivano gli “spadini” per aprire le portiere delle automobili e rubare le autoradio. E chi erano questi carcerati giovanissimi? I figli degli immigrati dal sud, intere famiglie italiane che arrivavano nel triangolo industriale per cercare lavoro, sradicati abitanti delle anonime periferie urbane, con tanti figli che non finivano mai la scuola dell’obbligo e vivevano in strada. Reati minimi. Ragazzi semianalfabeti che erano preda di losche figure adulte. Una scuola di vita - Non sono riuscito a laurearmi ma per due anni sono stato cooptato in una vera scuola di vita. Ho continuato a seguire a distanza le vicende del Beccaria: da Istituto di rieducazione a Istituto solo carcerario, come più volte ha sottolineato il famoso mitico cappellano di quei tempi, Don Gino Rigoldi. Ci sono state rivolte, incendi e tentativi di evasione di massa, repressioni feroci ed eliminazione di tutti gli altri servizi educativi. Pochi anni fa 13 agenti della Polizia sono stati arrestati nell’ambito dei presunti maltrattamenti e torture nel carcere minorile Beccaria e al “Ferrante Aporti” di Torino. “Le mele marce”, così si liquida la faccenda negli alti gradi della gestione della sicurezza. Nel maggio scorso la direttrice odierna del Beccaria, Eleonora Cinque, ha dichiarato alla stampa: “Il tetto dell’istituto è da rifare, ventole a soffitto non funzionano, la palestra è inutilizzabile, abbiamo chiuso il campo di calcio e la piscina. Le procedure e i bandi procedono con lentezza indicibile. Facciamo appello all’attenzione dei privati”. La stretta sicuritaria su maranza e baby gang, fatta di arresti e detenzioni, mostra in questi giorni il fallimento del trattamento verso i figli di nessuno, quelli che hanno fragilità psicologica, dipendenza, analfabetismo di ritorno, vuoto di valori, rabbia e impulsività. È il fallimento organizzativo e gestionale di una fascia importante della popolazione che diminuisce sempre più. È anche il fallimento del sistema penale minorile, come di quello degli adulti. Non ci resta che combattere contro la selezione scolastica, per i diritti di cittadinanza e il potenziamento delle strutture del volontariato sociale e umanitario, l’attenzione alle politiche giovanili, la giustizia riparativa, la regolarizzazione degli immigrati, la prospettiva di un effettivo disarmo…visto che lo stato risponde con l’inasprimento delle pene nelle fatiscenti strutture di detenzione. Migranti. Rimpatri e controllo social, nel piano Ue. Frontex come l’Ice di Andrea Valdambrini Il Manifesto, 28 ottobre 2026 Deportazioni anche tra paesi terzi e poteri di monitoraggio online: la riforma dell’agenzia di frontiera europea insegue l’estrema destra. Molti più agenti, una forza di reazione rapida alle frontiere e nuovi poteri di monitoraggio dei social. È il “ruolo centrale” che la Commissione Ue affida a Frontex, giustificando l’allargamento del mandato con il nuovo contesto geopolitico e di sicurezza, tra minacce ibride e strumentalizzazione dei flussi migratori (vedi il caso Ceuta). Non solo l’organico salirà gradualmente a 30mila unità (17mila per frontiere e rimpatri, il raddoppio del personale dell’Agenzia e 7mila addetti distaccati dagli Stati). La forza di reazione rapida dovrebbe arrivare alle frontiere in poche ore anziché in settimane, ma sarà attivata soltanto su richiesta di un paese membro. Il compito centrale che estende il mandato di Frontex riguarda però i rimpatri. Un centro di coordinamento seguirà il percorso dall’identificazione alla reintegrazione. Non si capisce che bisogno c’è, dato che “l’anno scorso abbiamo effettuato quasi 64mila rimpatri”, ma per il commissario agli Interni Magnus Brunner non è abbastanza. Infatti, tra le molte inquietanti novità, c’è anche quella che l’Agenzia potrà organizzare rimpatri da un Paese non europeo a un altro, sulla base di accordi negoziati dalla Commissione e approvati poi dal Consiglio. Solo che la proposta non chiarisce quali garanzie legali saranno a tutela dei diritti delle persone coinvolte in operazioni fuori dall’Ue. “È così che si contrasta l’estrema destra”, osserva ancora il commissario austriaco, fautore della linea punitiva e poliziesca che non ha nulla da invidiare a quella degli xenofobi. Il mandato di Frontex si estende poi al controllo dello spazio digitale. Un nuovo centro monitorerà contenuti pubblicamente accessibili sui social per individuare rischi per le frontiere. La vicepresidente dell’esecutivo Ue, Henna Virkkunen, ha sottolineato come i trafficanti usino sempre più le piattaforme per coordinare gli attraversamenti irregolari. L’Agenzia potrà segnalare alle piattaforme contenuti ritenuti illegali e, se riconosciuta come segnalatore attendibile (trusted flagger) dall’autorità nazionale competente, ottenere che le sue segnalazioni siano esaminate in via prioritaria. Potrà inoltre chiedere alle autorità nazionali di imporre alle piattaforme di fornire informazioni o intervenire contro contenuti illegali. Virkkunen assicura che le garanzie Ue per la sfera digitale non verranno toccate. Ma il tema della sorveglianza online fa paura. “La Commissione rischia di trasformare Frontex in una versione europea dell’Ice”, denuncia l’eurodeputata Tineke Strik, coordinatrice dei Verdi sulle politiche migratorie, accusando l’esecutivo di fare il gioco dei populisti e dell’estrema destra. Per Birgit Sippel, portavoce S&D per gli affari interni, è semplicemente inaccettabile trasformare Frontex “di fatto nell’agenzia europea dei rimpatri” e farne l’esecutrice di espulsioni. I socialisti giudicano inoltre giuridicamente discutibile il coinvolgimento in centri di rimpatrio fuori dall’Ue. di certo la riforma si inserisce in una strategia migratoria consolidata. A settembre la presidente della Commissione von der Leyen aveva annunciato un quadro europeo di risposta alle emergenze alle frontiere, anche quando i flussi sono strumentalizzati come pressione politica. All’ultimo Consiglio europeo, la linea dura sui rimpatri si è intrecciata con lo scontro sulla decisione del premier spagnolo Pedro Sánchez di regolarizzare circa 500mila migranti, anche se il tentativo della danese Mette Frederiksen, sostenuta da Giorgia Meloni e dalla Polonia, di far passare emendamenti contro Madrid è fallito. Le proposte passano ora all’iter ordinario, con l’esame del Consiglio Ue e dell’Eurocamera. Le precedenti strette migratorie fanno prevedere tempi relativamente rapidi, forse circa un anno: nel 2027, anno elettorale in diversi paesi, la migrazione resterà il tarlo di Bruxelles. Frontex diventa così un tassello dell’esternalizzazione delle frontiere e dell’accelerazione delle espulsioni, con strumenti digitali che estendono il controllo oltre i confini Ue. Il rischio, denunciano le ong, è che i poteri crescano più rapidamente delle garanzie. Senza controlli indipendenti e responsabilità chiare, sarà più difficile accertare le violazioni dei diritti fondamentali. Garanzie sempre più erose nel continente che si proclama culla dello Stato di diritto. Droghe e diritti. Giù le mani dai bambini di Susanna Ronconi Il Manifesto, 28 ottobre 2026 Fin dai tempi del Movimento per la Temperanza, la protezione di donne e bambini è stata argomento forte a favore del proibizionismo e della criminalizzazione di chi usa alcool e droghe - allora maschio adulto - visto come soggetto violento proprio a causa di quel consumo. Le donne tra ‘800 e ‘900 sono state protagoniste di questo movimento, che ha puntato molto sul compito di difendere i più piccoli dalla minaccia di un adulto maschio consumatore. Le droghe erano allora evidentemente una ragione più alla portata di quanto non fosse una critica al patriarcato generatore di violenza. Oggi sappiamo bene che la radice della violenza è patriarcale, e che le droghe possono rappresentarne una circostanza, ma non una ragione. Eppure, il movimento proibizionista contemporaneo ha ancora tra le sue ragioni ‘morali’ proprio la difesa dei minori (le donne le ha perse: usano droghe e non amano definirsi ‘vittime’). Il 2026 è un anno in cui si è rinnovato lo scontro tra due diverse prospettive sulla protezione dei minori dai rischi rappresentati dalle droghe. Il nodo del contendere sono le radici delle violazioni dei diritti dei bambini (e degli adolescenti), e le diverse interpretazioni del concetto del ‘miglior interesse del minore’. Scontro emblematicamente evidenziato da due testi: la dura critica alle Linee Guida sui diritti umani nelle politiche delle droghe (2019) da parte di esponenti di World Federation Against Drugs (WFAD) e del Gruppo G33 - dall’articolo 33 della Convezione per la protezione dei minori che riguarda appunto le droghe - e il documento della Global Commission on Drug Policy (GCDP) - Making Children and Young People Visible in Drug Policy: A Child Rights-Based Agenda for Reform - che sottolinea come sia il contesto criminalizzante e la mancata regolazione del fenomeno a ricadere in modo pesante proprio sui minori. Di fronte alla crescita di una cultura dei diritti nelle politiche delle droghe, anche in sede ONU, il Gruppo G33 rilancia la posizione già espressa in ‘The Protection of Children from Illicit Drugs - A Minimum Human Rights Standard A Child-Centered vs. a User-Centered Drug Policy: la contrapposizione netta tra diritti dei genitori consumatori e quelli dei minori, e l’enfasi sulla inadeguatezza genitoriale degli adulti che usano. L’analisi della GCDP, al contrario, punta il dito sul contesto proibizionista che si chiude come una tenaglia sui minori: da un lato li criminalizza in prima persona, tramite sanzioni, carcere, pratiche di controllo intrusive, stigmatizzazione e discriminazione; dall’altro li colpisce tramite la criminalizzazione degli adulti, con la rottura del legame genitoriale spesso non per reale inadeguatezza ma per cesure dovute a incriminazioni, incarcerazioni, giudizi stigmatizzati e esclusione dei genitori dal sistema di welfare. La GCDP documenta inoltre come l’enfasi preventiva che mira al solo ‘consumo zero’ finisca per privare i minori di una educazione all’uso sicuro, li escluda dalla riduzione del danno e li lasci soli a gestirsi l’esperienza del consumo, con relativi rischi. Senza contare un’ altra grave serie di violazioni dei loro diritti, l’esposizione alla violenza dei mercati illegali, quando vi finiscano come manovalanza: violenza dai trafficanti che li sfruttano, ma anche violenza dalle istituzioni, che invece di trattarli come vittime del sistema illegale, li sanziona come spacciatori. L’agenda riformista della GCDP elabora un piano per la reale attuazione dell’articolo 33 a protezione dei minori, dalla salute all’educazione, dal diritto a non essere incarcerati a quello di avere accanto i propri genitori. E soprattutto consente di uscire dall’odiosa, violenta e strumentale contrapposizione tra diritti degli uni e degli altri. Stati Uniti. “Pena di morte, la violenza normalizzata” Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni L’Espresso, 28 ottobre 2026 Susan Sarandon la interpretò in Dead Man Walking: suor Helen Prejean si batte da sempre contro le esecuzioni. Sulla fucilazione in diretta streaming poi annullata dice: “È una follia”. È più affaccendata del solito, in questo scorcio d’autunno. Da oltre quarant’anni suor Helen Prejean cerca di convincere gli Stati Uniti a smettere di ammazzare in nome della legge del taglione. Ma proprio quando gli americani sembravano cominciare a darle retta, è arrivato il presidente Donald Trump, deciso a riportare indietro le lancette. In Italia l’abbiamo conosciuta con il volto di Susan Sarandon, che vinse l’Oscar interpretandola in Dead Man Walking, accanto a Sean Penn nei panni di un detenuto. Prima del film c’era stato il libro, il bestseller pubblicato nel 1993 (Condannato a morte, Bompiani 1996). Una storia che portò la pena capitale al centro di un acceso dibattito nazionale. La sua battaglia ha contribuito a cambiare anche la posizione del Vaticano; Giovanni Paolo II ne restrinse le eccezioni, Francesco nel 2018 le cancellò del tutto, dichiarandola inammissibile. A 87 anni, suor Helen non avrebbe mai immaginato di vedere l’America rispolverare i plotoni d’esecuzione e arrivare persino a ipotizzare una fucilazione in diretta streaming. Negli ultimi trent’anni, il sostegno alla pena capitale è crollato negli Usa. La Casa Bianca, invece, vuole estenderla a un numero crescente di reati. Come spiega questo scollamento con l’opinione pubblica? “Trump ha cambiato enormemente il tono del Paese. Negli ultimi sei mesi del suo primo mandato presidenziale decise di far uccidere 13 condannati nel braccio della morte federale. Ma la maggior parte della popolazione si sta allontanando dalla pena di morte. In molti Stati è stata abolita per legge o non viene più applicata nella pratica. Quando guardiamo alle esecuzioni che avvengono in Florida, al tentativo di ammazzare Christa Pike in Tennessee, all’Alabama, vediamo che si tratta di ex Stati schiavisti, che sono sempre stati favorevoli. E per i politici del profondo Sud è politicamente conveniente sostenerla e dichiararsi duri contro il crimine. Spesso riescono a farsi eleggere proprio così”. La proposta del ministro della Difesa Pete Hegseth di trasmettere in diretta la fucilazione di Nidal Hasan ha scatenato veementi proteste bipartisan, costringendo Trump a fare marcia indietro... “Ho apprezzato che papa Leone abbia denunciato quella che ha definito la glorificazione della cultura della morte. Idee del genere finiscono per normalizzare la violenza. Hegseth ha riproposto il solito argomento: mostrare al pubblico la gravità del crimine e chiamare il responsabile a risponderne davanti a tutti. D’altronde, ha persino invocato Gesù Cristo per la guerra in Iran, pregando che ogni proiettile colpisse il bersaglio”. Puntava sull’effetto deterrente... “Le esecuzioni avvengono dentro le mura delle carceri, lontano dagli occhi del pubblico. Trasmetterle in diretta sarebbe diverso. Pensiamo alla strage nel supermercato di Buffalo: l’assassino aveva guardato ripetutamente la scena degli attentati di Christchurch, in Nuova Zelanda, postata in streaming (su Facebook). In un Paese dove chiunque può procurarsi un’arma, quelle immagini scoraggerebbero la violenza o rischierebbero di alimentarla? È una follia, è controproducente”. Un altro caso, lo citava, è quello di Christa Pike, in Tennessee. Sopravvissuta a settembre a due iniezioni di pentobarbital, è rimasta incosciente per giorni. Ha seguito personalmente la vicenda? “Ho appena parlato con Sandra Babcock, della Cornell University, esperta degli abusi subiti dalle donne condannate. Conosce Christa e mi ha raccontato l’incompetenza di chi ha tentato di giustiziarla. Non riuscivano a trovare una vena e lei stessa cercava di aiutarli, indicando i punti del braccio e della spalla dove fare l’iniezione. Aveva detto di non temere la morte, ma il modo in cui le avrebbero tolto la vita. La Corte Suprema permette di fatto agli Stati di sperimentare come uccidere le persone, affidando le esecuzioni a personale senza formazione medica. Non abbiamo contezza di quali danni cerebrali abbia subito per la mancanza di ossigeno. E il personale nel braccio della morte in Tennessee non sapeva nemmeno come chiamare i soccorsi per far arrivare un’ambulanza”. Una barbarie che ha messo a nudo le falle del sistema... “Se Christa avesse avuto un processo equo e buoni avvocati, sarebbero emerse tutte le attenuanti. Da piccola ha subito gravi abusi. Chi è stato ferito finisce per ferire. La violenza ricevuta l’ha portata a commettere quel terribile omicidio. Ma guardiamo all’arbitrarietà del sistema: aveva 18 anni, gli altri due coinvolti 17 o meno. Loro non hanno avuto la pena capitale, lei sì per un anno solo di differenza. Il governatore del Tennessee dovrebbe commutare la condanna. Christa ha già subito una tortura. I nove saggi a Washington discutono su quanto dolore sia ammissibile durante un’esecuzione, sostenendo che la sofferenza faccia parte della morte. Ma quanta ne occorre perché si possa parlare di crudeltà? Dovrebbero guardare all’Ottavo emendamento della Costituzione e riconoscere che uccidere esseri umani coscienti e dotati di immaginazione è una tortura. Non riescono a vederlo perché sono persone privilegiate, che hanno avuto ogni opportunità, senza sapere cosa significhi vivere sulla propria pelle la violenza”. In oltre quarant’anni ha assistito a tante esecuzioni. Che cosa si ripete, ogni volta, in quei momenti terribili? “Tutte hanno qualcosa in comune. È un freddo protocollo, passo dopo passo. Lo Stato ti preleva dalla cella, ti circonda con sei guardie, ti ammanetta le mani alla vita, ti mette i ferri alle gambe, ti conduce lungo un corridoio, ti lega e ti uccide. Agghiacciante. Bisogna considerare anche le ferite morali di chi partecipa alle esecuzioni. Nel mio libro racconto di un maggiore che mi confessò che dopo non riusciva né a dormire né a mangiare, perché nel profondo sapeva di aver contribuito a sopprimere una persona indifesa”. La pena capitale negli Stati Uniti è ancora uno scotto che pagano soprattutto le minoranze... “L’ingiustizia razziale emerge nella scelta di chi condannare. Viene chiesta prevalentemente quando vengono uccisi cittadini considerati di valore, bianchi. Bisogna sempre guardare alla razza della vittima. Quando invece vengono ammazzate persone di colore, quella morte conta pochissimo. Alla fine degli anni Ottanta, nel caso McCleskey v. Kemp, la Corte Suprema ebbe l’occasione di affrontare il razzismo del sistema giudiziario. Riconobbe che esisteva, ma sostenne che porvi rimedio sarebbe stato troppo costoso”. Qual è l’ultimo caso che sta seguendo? “Manuel Ortiz, un uomo innocente che si trova nel braccio della morte in Louisiana da quasi 35 anni. Gli sono accanto da oltre venti. Nessun tribunale gli ha reso giustizia, per questo sto scrivendo un libro sulla sua storia. Grazie a Dio, non ha ancora una data fissata per l’esecuzione. Spero che il volume possa aiutarlo a ottenere giustizia. Nel profondo Sud, una volta condannati a morte, è difficilissimo ottenere una revisione della sentenza. La Corte federale del Quinto Circuito, che comprende Louisiana, Mississippi e Texas, ha probabilmente confermato più condanne a morte di qualsiasi altro tribunale federale del Paese”. Che cosa le dà la forza di continuare a credere nel cambiamento? “Ho ancora speranza negli americani. Quando uscì Dead Man Walking, nel 1993, l’80% della popolazione sosteneva la pena di morte, oggi siamo intorno al 50%. Abbiamo pubblicato anche una versione a fumetti, per avvicinare i giovani, ormai poco abituati a leggere. Quando riesci a coinvolgere i ragazzi e a confrontarti con loro, puoi affrontare l’argomento da tante prospettive. Si può cambiare il cuore e la mente delle persone. L’ho visto accadere”. Perù. Per cucire un filo di speranza di Giada Aquilino L’Osservatore Romano, 28 ottobre 2026 “È semplicemente un modo, molto bello, per sentirsi parte della visita che il Santo Padre sta per compiere in Perù”, nel quadro del suo viaggio apostolico che lo porterà tra il 6 e il 17 novembre anche in Uruguay e in Argentina. Silvia Alayo, segretaria esecutiva della Commissione per l’azione sociale della Conferenza episcopale peruviana, commenta così l’ultima iniziativa portata avanti nel carcere femminile di Chorrillos, a Lima. Nell’ambito di un progetto statale di reinserimento e in vista del viaggio di Leone XIV in America Latina, le detenute cuciono bambole di velluto raffiguranti il Papa e realizzano rosari, collane e altri oggetti da destinare poi alla vendita fuori dal penitenziario. “Si tratta - spiega la rappresentante della Commissione per l’azione sociale, organismo da cui dipende anche la pastorale carceraria - di un’iniziativa del programma peruviano delle “Carceri produttive”, politica pubblica riguardante il sistema penitenziario del Perù con la partecipazione del settore privato, per facilitare il reinserimento sociale e la riabilitazione delle persone private della libertà attraverso il lavoro”. In pratica si offre “un’opportunità di formazione professionale, ma anche di lavoro all’interno del carcere”, fondamentale per “il raggiungimento o l’adempimento dello scopo della pena detentiva”. Come Chiesa, osserva Alayo, “apprezziamo e sosteniamo molto questa iniziativa dello Stato, nata negli ultimi sei-otto anni ma che si fonda sull’esperienza dei laboratori produttivi nelle carceri, dove fondamentalmente la Chiesa aveva iniziato a lavorare già da decenni”. A pochi giorni dall’arrivo di Leone XIV in Perù, dietro le sbarre d’acciaio di Chorrillos il ticchettio ritmico delle macchine da cucire e il rumore delle forbici segnano le giornate in carcere di settantotto detenute. Per le donne questo lavoro rappresenta una via di fuga mentale e un modo per sostenere le loro famiglie da lontano, cercando di non perdere il contatto soprattutto con i figli. “Potremo anche non essere con loro fisicamente, ma siamo lì con l’anima e con il cuore”, ha detto una delle detenute all’agenzia Reuters. In Perú “abbiamo una popolazione carceraria che sfiora le 107.000 unità”, riprende Silvia Alayo: “Il Paese ha 69 carceri dove la situazione di detenzione è estremamente critica a causa dell’attuale tasso di sovraffollamento: a livello nazionale si aggira attorno al 154 per cento. Le donne rappresentano circa il 5 per cento della popolazione carceraria totale e sono pochissimi gli istituti penitenziari esclusivamente femminili, concentrati principalmente a Lima”. A febbraio di quest’anno il carcere di Chorrillos ospitava oltre 1.500 persone, in due strutture, una delle quali è di massima sicurezza. La capienza iniziale era di 700 persone o poco più. Il sovraffollamento, prosegue, non è “solo un problema di infrastrutture”, incide “sulla dignità, sulla salute, sulla convivenza e sulle reali possibilità di reinserimento sociale delle donne detenute”. Fra i reati figurano quelli contro il patrimonio, in tutte le varianti: “C’è il furto, il furto aggravato”, elenca la segretaria esecutiva della Commissione episcopale per l’azione sociale, “ma il più comune è il traffico illecito di droga. Come nel resto dell’America Latina, si verifica quella che viene chiamata la “femminilizzazione” di tali reati, poiché la maggior parte delle donne è in carcere proprio per questo. E quando analizziamo i loro casi - lo sottolineo non con l’intento di giustificare il reato ma per mettere in luce il profilo delle detenute - scopriamo che si tratta di donne che si lasciano coinvolgere per una situazione di necessità, perché magari sono capofamiglia, o per motivi sentimentali, perché i loro partner appartengono a una cerchia di violenza o criminalità”. In tale contesto l’impegno della Chiesa “è, da un lato, quello di un accompagnamento spirituale, di fede, per aiutare le persone a trovare il senso della vita nel trascendente che scoprono”; dall’altro “c’è la promozione umana integrale e, al suo interno, l’aspetto lavorativo, non solo a fini terapeutici ma partendo dal riconoscimento del diritto al lavoro delle persone private della libertà. In tal senso abbiamo quindi avuto esperienze diverse, maturate in molti anni di accompagnamento e di sostegno a programmi di formazione professionale, nonché di realizzazione di laboratori produttivi (giocattoli, ceramiche, confezioni, scarpe) attraverso cui le persone, in particolare le donne, possono mantenere la famiglia anche dal carcere. Molti dei nostri gruppi pastorali - aggiunge - collaborano con l’Istituto nazionale penitenziario, che è responsabile della gestione delle carceri, aiutando a metterlo in contatto con imprenditori alla ricerca di manodopera qualificata e in grado di contribuire alla crescita delle loro aziende”. Ma non mancano “le parrocchie che commissionano la realizzazione di croci, rosari, magliette per i giovani della loro pastorale”. In attesa della visita del Papa c’è molto fermento, racconta Alayo: “C’è un grande affetto per il nostro Leone XIV. Lo consideriamo uno di noi”. Il 24 agosto 2015 gli venne concessa la cittadinanza peruviana per naturalizzazione: “È molto conosciuto e amato qui. Le donne detenute, in particolare quelle di Chorrillos ma non solo, sentono di voler far parte in qualche maniera della sua visita. Quindi stanno realizzando bambole, rosari, tazze e magliette con il volto del Papa stampato sopra. È un modo per sentirsi libere di poter accogliere il Pontefice”. Quando è stato eletto, “nel carcere di Chorrillos sono state scritte lettere a Leone XIV, celebrate messe di ringraziamento e composte poesie. Poi, quando si è saputo che il Santo Padre sarebbe venuto in Perù, c’è stata grandissima gioia”, unita alla preghiera per la sua salute. Una detenuta, Milagros, si è detta certa che a Lima “il suo spirito le raggiungerà” fino a Chorrillos: “Continueremo a pregare per lui e a sentirci fratelli e sorelle del nostro Papa peruviano”, ha confidato.